Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

La Via Assoluta: la Via per pochissimi.

Già nel primo incontro – al quale mi accompagnò l’amico L. – che ebbi con Massimo Scaligero a Roma, nel suo studio in Via Cadolini, a Monteverde, sul finire della primavera del 1970, egli mi donò sia il testo degli esercizi fondamentali, nella versione completa in tre tempi, così come questi venivano dati nei cosiddetti ‘Quaderni Esoterici’, nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner (ch’egli aveva fondata nel 1904 e che dovette essere, ufficialmente e ritualmente, chiusa nel 1914, a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, e delle ostilità che un tale evento faceva sorgere, sempre di più violente, in Germania e altrove, nei confronti del movimento antroposofico, e che poi fu riaperta, unicamente nella sua Prima Classe, nel 1924), sia il suo Trattato del Pensiero Vivente: doni che da allora custodisco come un prezioso personale tesoro, doni che una incommensurabile influenza hanno avuto, ed ancora hanno, sulla mia vita, e sulla mia personale pratica interiore. Posso affermare con assoluta convinzione – una volta di più – quanto sia vero quello che una cara amica, un’amica generosa e sapiente, mi disse: «Colui che ti fa incontrare un Iniziato, un Maestro, come Massimo Scaligero, è l’amico più grande della tua vita!». Nel mio caso, fu l’amico L., il quale, nel precedente agosto 1969, in lunghi, ripetuti, animosi, colloqui romani che avemmo in Via Flaminia, ove egli aveva il suo atelier di pittura, mi mostrò una ‘Via’ diversa da quelle vie orientali, che io allora appassionatamente seguivo, e che egli stesso aveva appassionatamente, seguito, anche tra altre, per qualche tempo, prima del suo incontro con Massimo Scaligero e con la ‘Via’ rosicruciana. Debito felicemente impagabile quello da me contratto nei confronti dell’amico L., e ancor più grande quello nei confronti di Massimo Scaligero.

L’indicazione ricevuta da Massimo Scaligero fu – ed era quella che avevo a lungo cercato, che in maniera urgente mi necessitava, e che da lui mi aspettavo – quella di passare risolutamente alla pratica interiore. Per chi veniva dalle ‘Vie’ orientali ciò era evidente: nello Yoga, nel Buddhismo, sia theravâda che mahâyâna, e soprattutto nel Ch’an cinese, o nello Zen giapponese, la ‘pratica’ realizzativa è tutto, e la poca, ancorché necessaria, teoria, è unicamente in funzione della realizzazione ascetica. Avevo già intrapresa, sin dai primi mesi del 1970, la pratica della Concentrazione secondo la Via dei Nuovi Tempi, ma di essa dovevo ancora chiarirmi molti aspetti operativi. A questa mia necessità provvide, con generosità, Massimo Scaligero, sia con la sua parola, nei frequenti incontri personali che avevamo, sia con i suoi scritti, che diligentemente studiavo, ma che soprattutto rigorosamente meditavo.

Di estrema importanza fu per me – e, dopo oltre cinque decenni, lo è ancor oggi – proprio il Trattato del Pensiero Vivente. Di esso mi colpirono soprattutto due cose. Anzitutto, il sottotitolo: «Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen». Su questo punto, la posizione di Massimo Scaligero era radicale, senza mediazione alcuna, e non concedeva compromesso di sorta. Questo non poteva non colpire chi, come me, veniva dalle ‘Vie’ orientali, alle quali avevo dato tutto me stesso. Si trattava – letteralmente – di ‘disfare’, di ‘deconfigurare’, completamente, quel che nella mia anima era già ‘fatto’, già ‘divenuto’, già ‘plasmato’, appunto ‘configurato’ secondo una mia precedente, antica, atavica, disposizione interiore ‘asiatica’, che dovevo, urgentemente, superare. Ma vedevo, con assoluta chiarezza, che ciò – per quanto per me difficile, estremamente ‘duro’ da accettare, e interiormente ‘costoso’ – era anche assolutamente necessario, anzi, appunto, assolutamente ‘urgente’.

La seconda cosa che mi colpì fu l’espressione, inserita nella breve Introduzione, premessa al primo capitolo del Trattato, nella quale Massimo Scaligero afferma che «Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi». Per un ricercatore spirituale, che veniva dalle ‘Vie’ orientali, la cosa non era certo motivo di grande stupore, anzi essa era un ottimo motivo per ritenere una cotal difficile ‘Via’ come veramente ‘autentica’, ‘seria’, nella sua austera severità. Possiamo anzi dire ch’essa è la ‘logica’ conseguenza – ‘logica’, naturalmente, secondo il Logos – di quanto è detto proprio nelle parole del sottotitolo: «Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen». E un andare ‘oltre’ i limiti della sempre raziocinante anima razionale-affettiva, un andare ‘oltre’ l’antichissima eredità di un’anima presa dal vitalismo animale, di un’anima istintiva, arrogante, oppure pavida, fiacca, avida di dipendenza, desiderosa di narcotiche illusioni, che permettano alla umana natura inferiore di rimanere, in maniera ‘reazionaria’, così com’essa è nella sua volgare dimensione, è cosa per molti addirittura inconcepibile. Mentre, per taluni altri, l’andare ‘oltre’ lo Yoga, ‘oltre’ lo Zen, che, ancor oggi, sembrano promettere, come un tempo, una ‘liberazione’ dai limiti umani, è anch’esso difficilmente concepibile. 

Il dubbio che una ‘Via’ di realizzazione spirituale, se ‘autentica’, proponga «un còmpito attuabile forse da pochissimi», è antichissimo. Tale dubbio si presentò anche al principe Siddhârtha, della nobile stirpe degli Śâkya, ossia al Gautama Buddha, allorché questi, sotto l’Albero della Bodhi, raggiunse l’Anuttara Samyag Sambodhi, l’Insuperata, Suprema, Compiuta, Perfetta Illuminazione. E, visto che spesso mi è stata sovente attribuita, con intenti offensivi e denigratori, la qualifica – che alle mie orecchie suona, comunque, come motivo di immeritata lusinga e lode – di essere ‘buddhista’, mi piace ricordare, provocatoriamente, un episodio, che riporta, tra vari autori, anche l’Alexandra David-Néel, ascetica personalità buddhista di grande valore, il ‘dubbio’ ch’ebbe lo stesso Illuminato circa la comprensione e l’accoglimento ch’avrebbe avuto il suo messaggio di ‘liberazione’ da parte di una umanità, sempre più coinvolta e presa nell’identificazione con le seducenti illusioni di un mondo apparente, la cui mâyâ giuoca il sempre meno consapevole essere umano. L’Alexandra David-Néel cita l’episodio nel suo Les enseignements secrets des bouddhistes tibétiains. La vue pénétrante, 2.me édition revue et augmentée, Adyar, Paris, 1961, alle pp. 13-16. Ne esisterebbe anche una traduzione italiana, a cura di Marisa Caramella, col titolo Gli insegnamenti segreti delle sette Buddiste Tibetane, con la Introduzione di Pietro Verni, pubblicata in prima edizione da Arcana Editrice, Roma, 1975, con successive riedizioni, ma la traduzione non mi sembra essere granché soddisfacente, e per il lettore, che conosca la lingua francese, è sicuramente preferibile leggere l’episodio nella lingua originale. Già l’interpolazione, del tutto arbitraria, della parola ‘sette’, presente nel titolo della traduzione italiana – inesistente nell’originale testo francese – suona decisamente sgradevole e, per un lettore inesperto, facilmente fuorviante, consiglierebbe di rivolgersi al testo originale, ma la qualità dello stile della scrittura di Alexandra David-Néel, che unisce – direbbe Blaise Pascal –  un ‘esprit de géometrie’ ad un ‘esprit de finesse’, dà al testo un pregio non trascurabile – come usa oggi dire: un ‘valore aggiunto’ – per chi conosca la lingua francese.

Alexandra David-Néel, nel suo bellissimo ed agile saggio, non cita la fonte dalla quale aveva tratto l’episodio che riferisce. Ella lo trae, in realtà, dal Sutta Piṭaka, ossia da quella parte del Canone Buddhista, di tradizione theravâda, che riporta i ‘discorsi’ del Buddha Śâkyamuni, e precisamente dal Majjhima Nikâya, la ‘raccolta dei testi di lunghezza media’, composta da 152 sutta. In uno di questi sutta, il XXVI, l’Ariyapariyesana Sutta, il Sutta della ‘Nobil Ricerca’, o Sutta del ‘Nobil Fine’, l’Illuminato narra, appunto, il dubbio, che gli era sovvenuto dopo il conseguimento di quella ch’Egli chiamò la «Eccelsa Mèta». In Italia, abbiamo avuto la fortuna di poter fruire di traduzioni di parti del Canone Buddhista, fatte da personalità di indubbio valore, personalità che avevano una convinta adesione alla visione del mondo buddhista, e che erano altresì impegnati asceticamente nel Nobile Ottuplice Sentiero, l’Ariya Aṭṭhaṅgika Magga, di realizzazione spirituale. Si è trattato di personalità che univano, felicemente, rigore scientifico, competenza linguistica, e profondità di pensiero. In modo particolare, mi piace ricordare il matematico piemontese Eugenio Frola, scomparso, purtroppo, troppo giovane, che tradusse tutto il Dȋgha Nikâya, i ‘discorsi lunghi’, in Canone Buddhista. Discorsi lunghi, I-II, Bari 1960-61, editi dall’Editore Laterza, in due volumi, di ben LXXII pp. di Introduzione, e 520 pp. di testo tradotto. Sempre di Eugenio Frola abbiamo una sua mirabile traduzione, con un suo notevole commento, del Dhammapâda, L’Orma della Disciplina, tratto dal Khuddaka Nikâya, dai ‘discorsi brevi’, pubblicato in una bella edizione da Boringhieri, Torino, 1968, di 223 pp. Massimo Scaligero me lo indicò come testo da meditare, particolarmente indicato e fruttuoso per il mio cammino interiore. Altra personalità di ottimo asceta traduttore fu Vincenzo Talamo, amico e allievo del Frola, del quale curò, a livello postumo, il prezioso lascito letterario. A Vincenzo Talamo dobbiamo la traduzione, in bella lingua italiana, dell’Iti Vuttaka e del Sutta Nipâta, tratti anch’essi dal Khuddaka Nikâya, e ripubblicati più volte, assieme alla traduzione e al commento di Eugenio Frola del Dhammapada, e anche in una recente edizione, nel 2019, dalla benemerita casa editrice Bollati Boringhieri. In questa edizione dei tre testi tratti dal Khuddaka Nikâya, Vincenzo Talamo ha aggiunto una Nota storica sulle dottrine indiane, all’interno della quale si trova una agile, ottima, sintesi, della Dottrina dell’Illuminato, cui ha aggiunto un utilissimo, ben fatto, Glossario. Più recentemente, è apparsa la traduzione di Vincenzo Talamo del Samyutta-Nikâya, dei ‘discorsi in gruppi’, o ‘miscellanei’, comprendente 2.889 discorsi (sutta) divisi in 56 sezioni, opera monumentale, anch’essa di ben 776 pagine, edita nel 1998 dalla altrettanto benemerica casa editrice romana Astrolabio-Ubaldini. 

Del Majjhima Nikâya, dei ‘discorsi medi’ del Canone Buddhista, abbiamo una bellissima traduzione nella lingua di Dante, eseguita con amorosa cura dal campano (era nato a Lagonegro nel 1871 e morto a Napoli nel 1957) Giuseppe De Lorenzo, anch’egli di rigorosa formazione scientifica (era geologo), filosofica (era un profondo conoscitore della filosofia di Arthur Schopenhauer), nonché di vasta competenza linguistica, sia per quel che riguarda le lingue moderne, sia per quelle antiche. In particolare, conosceva – come del resto, anche Eugenio Frola e Vincenzo Talamo – a fondo sia il sanscrito che il pâli, la lingua sacra dei testi della tradizione buddhista theravâda. Sua ultima fatica fu la traduzione e la pubblicazione de Gli ultimi giorni di Gotamo Buddho dal Mahâparinibbanânasutta del Canone Pâli, Bari, Gius. Laterza e Figli, 1948, di 99 pp., ove egli, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, nella chiusa della sua Introduzione, a p. 15, così dichiarò apertamente la sua meditata adesione e la sua profonda, serena, devozione verso l’Insegnamento, il Dhamma, dell’Illuminato:

«Chiudo questa introduzione, dichiarando il motivo, che mi ha mosso a fare il presente lavoro. Giunto al mio settantasettesimo anno d’età, in quest’ora così tragica dell’umanità sulla terra, ho voluto sollevare il mio spirito nella visione degli ultimi giorni del Maestro della Dottrina, la quale è stata per più di cinquant’anni il conforto della mia vita e sarà, mi auguro la consola zione della mia morte. Napoli, 24 aprile 1948».

La monumentale traduzione del Majjhima Nikâya gli richiese lunghi anni di fatiche, e si concluse nel 1926, ma il risultato di tale gigantesca fatica fu veramente eccezionale, sia per l’accuratezza della traduzione, sia per la resa letteraria, a volte altamente poetica, della medesima. Massimo Scaligero amava molto quella traduzione, al punto di lodarmela più volte nei nostri colloqui. Da giovane, egli ne fece – me lo disse lui stesso – a lungo un operativo uso ascetico per la meditazione. La traduzione de I discorsi di Gotamo Buddho, iniziata con la collaborazione del suo amico viennese Karl Eugen Neumann (il quale morì, cinquantenne, al completamento del primo dei tre volumi), iniziata nel 1916, si protrasse sino ad essere completata con la pubblicazione dell’intera opera nel 1927. Massimo Scaligero stimava molto Giuseppe De Lorenzo, che conobbe anche di persona, al punto di parlarne, con ammirazione e rispetto, anche dal punto di vista ascetico, persino in una di quelle riunioni riservate, che si svolgevano in Via Barrili, a Monteverde, la trascrizione delle quali appare, periodicamente, pubblicata nella rivista romana Graal, sotto la rubrica, curata dall’amica M.D.C., di ‘Seminario solare’

Per questo motivo, mi sembra importante trascrivere dal primo volume de I Discorsi di Gotamo Buddho del Majjhima Nikâyo, per la prima volta tradotti dal testo Pâli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, Primo Volume, Bari Gius. Laterza & Figli, 1916, pp. 248-251, le parole pronunciate dall’Illuminato sùbito dopo il conseguimento della ‘Eccelsa Mèta’, della ‘Insuperata, Compiuta, Perfetta Illuminazione’:

«Ed ora la chiara certezza a me si schiuse:

Per sempre ora son redento,

L’ultima vita è questa,

E non v’è mai ritorno.

Allora mi venne, o monaci, il pensiero: ‘Trovato ho io ora questa verità, la profonda, difficile a scoprire, difficile a percepire, tranquilla, preziosa, intima, inescogitabile, accessibile solo ai savi. Ma la gente cerca il piacere, ama il piacere, pregia il piacere. Ora la gente cercante il piacere, amante il piacere, pregiante il piacere, una tale cosa, come il rapporto di causa ed effetto, l’origine da cause, sarà appena intelligibile; ed anche quest’altra cosa appena intenderà: lo svanire di ogni distinzione, il distacco da ogni attaccamento, l’esaurirsi della sete di vivere, il rivolgimento, la dissoluzione, l’estinzione. Se io quindi espongo la verità e gli altri non mi intendono, me ne verrà certo amarezza e pena’. E spontanei, voi monaci, mi si presentarono questi versi, mai prima sentiti:

Quel che con intimo sforzo ho trovato

Or palesare è interamente vano:

Agli uomini, che d’odio ardono e brama,

Non convien davvero tale dottrina.

Dottrina, che risale la corrente,

Ch’è interna ed è profonda ed è nascosta:

Essa resta invisibile ai bramosi,

Nella più fitta tenebra ravvolta.  

Così riflettendo, o monaci, inclinava l’animo mio a rinserrarsi, non ad esporre la dottrina. Allora, voi monaci, Brahmâ Sahampati si avvide della mia riflessione e si dolse: ‘Si perderà il mondo, ahimè, miseramente si perderà, se l’animo del Compiuto, Santo, perfetto Svegliato, inclina a rinserrarsi, non ad esporre la dottrina!’. Allora, voi monaci, Brahmâ Sahampati disparve dal mondo di Brahmâ, quasi così rapidamente come un uomo forte stende il suo braccio o piega il suo braccio disteso, ed apparve innanzi a me. E Brahmâ Sahampati, monaci, nudatasi una spalla, congiunse le mani verso di me e parlò quindi così:

‘Voglia il Sublime, o Signore, esporre la dottrina, voglia il Benvenuto esporre la dottrina! Vi sono esseri di più nobile specie: senza aver udito la dottrina essi si perdono; essi intenderanno la dottrina’.

Ciò disse, o monaci, Brahmâ Sahampati; […]

Per sollecitazione di Brahmâ dunque, o monaci, e per compassione degli esseri io guardai con lo svegliato occhio nel mondo. Ed io vidi, voi monaci, guardando con lo svegliato occhio nel mondo, esseri di nobile specie e di specie volgare, acuti di mente ed ottusi di mente, bene dotati e male dotati, svelti a comprendere, e molti, che stimano cattiva l’esaltazione di un altro mondo. […]

Ed io replicai allora, voi monaci, a Brahmâ Sahampati con la strofa:

Dell’immortalità s’apran le porte:

Chi ha orecchi per udire venga ed oda.

Repulsione intuendo io non volevo

L’alta dottrina palesar, Brahmâ’.

Allora, o monaci, disse Brahmâ Sahampati: ‘Il Sublime ha consentito ad esporre la dottrina’, mi salutò riverentemente, girò verso destra e sparve di là».

Dubbi non piccoli, dubbi non molto diversi da quelli che ebbe, 2600 anni fa, in India, il Sublime, il Buddha Śâkyamuni, li ebbe anche il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner, circa la comprensione che avrebbe incontrato la nuovissima ‘Via’, ch’egli era chiamato a portare nel mondo. Prima della svolta del nuovo secolo, prima del passaggio tra Ottocento e Novecento, egli aveva cercato di portare nel mondo una ‘Via’ di Conoscenza, indicata nelle forme più rigorose della scienza e della filosofia. Partendo poco più che ventenne – era nato nel 1861 – cominciò a scrivere opere come le introduzioni alle Opere scientifiche di Goethe (1883-1897), la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo (1886), Verità e scienza (1892), la Filosofia della libertà (1894), Federico Nietzsche, un lottatore contro il suo tempo (1895), la Concezione goethiana del mondo (1897), e poi – oramai alle soglie della prima guerra mondiale – i due volumi degli Enigmi della Filosofia (1914), cercando di fecondare il mondo della scienza, della filosofia e della cultura del XIX secolo e del nascente XX secolo. Per una ventina d’anni, egli cercò di portare avanti coraggiosamente – ma dovrei, forse, dire, temerariamente – l’impresa di vincere il drago del materialismo moderno, con «l’entrare nella pelle del drago», come gli disse Colui che fu il suo Maestro, indicandogli l’audace còmpito della sua missione spirituale.

Questa audace lotta del prima giovane e poi maturo Rudolf Steiner nei confronti della sempre più dilagante influenza del ‘drago’ del materialismo scientifico, filosofico, storico, sociale, e – com’egli fece osservare negli anni del suo pubblico magistero spirituale – persino religioso, fu una dura lotta, ‘per la vita e per la morte’, dello Spirito nell’arena della società e della cultura dell’epoca. Per descrivere al meglio questa sua coraggiosa azione, non posso che ripetere, trascrivendolo, quanto già scrissi in questo temerario blog, il 6 gennaio 2020, in Verità ed errore nell’indagine spirituale: sue conseguenze per la vita spirituale degl’individui, e delle comunità spirituali, del mondo. Settima parte:

«Una descrizione poetizzata, ma interessante, e importante, perché basata su comunicazioni fattegli direttamente da Rudolf Steiner, è quanto scrisse Édouard Schuré nella sua Introduzione alla bella edizione italiana de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, traduzione di Ida Levi Bachi, Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, 1932, nella quale, alle pp. 14-15, a proposito dell’incontro col Maestro, così scrive:

«Fu a diciannove anni che l’aspirante ai Misteri incontrò la sua guida – il Maestro – da lungo presentito. […]

Il maestro di Rudolf Steiner era uno di quegli uomini potenti che vivono, sconosciuti dal mondo, sotto la maschera di un stato civile qualunque, per compiere una missione conosciuta soltanto dai pari loro nella confraternita dei maestri rinunciatori. Non agiscono apertamente sugli avvenimenti umani. L’incognito è la condizione della loro forza, ma la loro azione non è perciò meno efficace. Poiché suscitano, preparano e dirigono coloro che agiranno agli occhi di tutti. […] Ma come cominciare questo compito immenso e temerario? Come vincere o meglio domare e convertire il grande nemico, la scienza materialistica di oggi somigliante a un drago formidabile, armato di tutte le scaglie e disteso sul suo immenso tesoro? Come domare il gran drago della scienza moderna e attaccarlo al carro della verità spirituale?».

La risposta ad una cotale domanda cruciale non poteva essere certo desunta dal misticismo religioso, o dalle tradizioni degli Ordini Occulti, oramai sempre più decadenti. La risposta data a Rudolf Steiner dal suo innominato Maestro, fu di un’audacia così temeraria da superare persino l’immagine taoista e ch’an del mitico e fascinoso ‘cavalcare la tigre’. E quella risposta fu l’indicazione di un còmpito di una mai prima udita, e insuperata, radicalità. Così Édouard Schuré evoca, alle pp. 19-20, l’indicazione del severo impegno, dell’audace missione, che il Maestro additò al giovanissimo Rudolf Steiner:

«Seguendo i suoi studi, Rudolf Steiner si ricordò della parola del suo maestro: «Per vincere il drago, bisogna entrare nella sua pelle». Penetrando nella corazza del materialismo contemporaneo, si era impadronito delle sue armi».     

Questa immagine della lotta contro il drago venne ripresa dal poeta Arturo Onofri, autore peraltro di un’opera poetica intitolata Vincere il drago!, nella bella Prefazione ch’egli – dichiarandosi con essa apertamente discepolo di Rudolf Steiner dell’Antroposofia – volle anteporre alla traduzione italiana della Scienza Occulta nelle sue linee generali di Rudolf Steiner, eseguita da Emmelina de’ Renzis ed Emma Battaglini, e pubblicata nel 1924 a Bari da Gius. Laterza e Figli Editori, ove sin dalle prime parole, a p. VI, è detto:

«Tra le più alte personalità spirituali che negli ultimi decenni sono apparse in armi contro il drago del materialismo moderno, primeggia in armonia e potenza interiori la personalità di Rudolf Steiner, la cui opera capitale si presenta qui, primamente tradotta, ai lettori italiani».

Che l’immagine usata da Édouard Schuré non fosse affatto una sua personale letteraria fantasia, bensì che essa fosse autentica e provenisse direttamente da Rudolf Steiner e, prima di lui, dalla ignota personalità che gli fu Maestro, è garantita dalla testimonianza di Marie Steiner, sua instancabile, fedele, e coraggiosa compagna d’armi spirituale in mille battaglie, la quale, nel 1947, così scrisse nella sua Prefazione alle conferenze, tenute a Lugano il 16 e 19 settembre 1911, Der Christus-Impuls im historichen Werdegang – L’Impulso-Christo nel divenire storico, ora in Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’ Umanità, GA-130, Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 12-13:

«Rudolf Steiner si impose in piena coscienza il compito di sollevare a se stesso tutte le obbiezioni che i materialisti critici potessero essere in grado di opporre alle rivelazioni dello spirito, badando inflessibilmente a non discostarsi mai da questa linea. Per definire questo comportamento egli usò la seguente espressione: infilarsi nella pelle del drago drago Das nannte er in die Haut des Drachen hineinkriechen. Questa ardua lotta gli appariva un dovere, perché, se così non fosse stato, non si sarebbe arrogato il diritto di combattere fino infondo a favore dell’umanità quella difficile battaglia che è la vittoria dello spirito sull’astratta intellettualità».

Ora, ci si può chiedere quale fu l’accoglienza che trovò il ‘messaggio’ spirituale che Rudolf Steiner portò nel mondo culturale, filosofico, scientifico, sociale della seconda metà del XIX secolo. Purtroppo, esso non fu minimamente compreso, e non ebbe affatto l’accoglienza che il suo valore meritava, e che l’urgenza – urgenza tragica, come dimostreranno i tragici eventi del successivo XX secolo – esigeva. Egli si rivolse, anche personalmente, a quelle personalità, le quali – in quanto autentici ‘figli del loro tempo’ – erano quelle che, per intelligenza, per maturità degli organi dell’anima, maggiormente avrebbero potuto, ed anche dovuto, accogliere il ‘messaggio’ che veniva loro portato. Eppure, proprio esse si dimostrarono ‘chiuse’ – talvolta, tragicamente, le più ‘chiuse’ – alla ricezione del ‘messaggio’ spirituale che, generosamente, veniva portato loro incontro. Alcune di quelle personalità erano altamente stimate, e sommamente care a Rudolf Steiner, ma tra esse egli trovò amicizia, affetto ed anche aiuto umano, ma non ‘comprensione’ per il ‘messaggio’, autenticamente rivoluzionario a livello spirituale, che veniva portato loro incontro.

Rudolf Steiner non fu ‘compreso’ da Karl Julius Schröer, che pure lo introdusse agli studi goethiani. Non fu ‘compreso’ da Joseph Kürschner che pure gli affidò la cura e l’edizione delle opere scientifiche di Goethe. Non fu ‘compreso’ dal teologo cistercense Laurenz Müller, né dall’amica di questi Maria Eugenia delle Grazie, che animavano una importante cerchia culturale della Vienna dell’epoca. Non fu ‘compreso’ dalla sua amica Rosa Mayreder, con la quale egli parlò a lungo dei temi della sua Filosofia della Libertà. Non fu minimamente ‘compreso’ da Bernhard Suphan, che dirigeva l’Archivio Goethiano a Weimar, ove Rudolf Steiner lavorò per lunghi anni. Non lo ‘comprese’ neppure Hermann Grimm, anch’egli profondo studioso dell’opera letteraria di Goethe, del quale scrisse una importante biografia. Meno di tutti lo ‘comprese’ lo scienziato, Ernst Haeckel, biologo di grande valore, ma per il suo materialismo darwiniano di stretta osservanza, totalmente chiuso ad ogni forma di trascendenza. Quanto fosse ‘chiuso’ lo stesso ambiente scientifico della seconda metà del XIX secolo nei confronti del ‘messaggio’, al contempo rigorosamente scientifico e spirituale, portato da Rudolf Steiner, lo possiamo leggere in Rudolf Steiner, La mia vita, trad. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, pp. 258-259, nel quale riferisce, prima nel capitolo XXIII, poi nel capitolo XXIV, la risposta che un fisico gli dette a proposito delle idee di Goethe circa la natura della luce:

«Nell’ultimo decennio del secolo scorso parlai una volta, a Francoforte sul Meno, della concezione naturalistica di Goethe. Nell’introduzione dissi che avrei parlato soltanto delle vedute di Goethe sulla vita, poiché le sue idee sulla luce e sui colori sono tali che nella fisica contemporanea non c’è possibilità di costruire un ponte verso quelle idee. Per me, però, ero costretto a vedere in questa impossibilità un sintomo di estrema importanza per l’orientamento spirituale dell’epoca.

Qualche tempo dopo ebbi un colloquio con un fisico, eminente nel suo campo, che si occupava anche intensamente delle idee di Goethe sulla natura; i nostri colloqui raggiunsero il loro culmine in queste sue parole: «L’idea di Goethe sui colori è tale che la fisica non sa che cosa farne»; ed io… ammutolii [und daß ich — verstummte.].

E quante cose, a quel tempo, affermavano che quanto era per me verità era tale che i pensieri dell’epoca «non sapevano che cosa farne».

E questa domanda diventò per me un’esperienza dell’anima: «Bisogna ammutolire? [Und die Frage wurde Erlebnis: muß man verstummen?]».   

Rudolf Steiner così scrisse in alcuni appunti biografici, da lui redatti a Barr, nel settembre del 1907, quando era ospite del francese Édouard Schuré, ora ripubblicati in una arricchita seconda edizione, in Rudolf Steiner – Marie Steiner-von Sivers Briefwechsel und Dokumente 1901 – 1925. Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, Dornach, GA 262, p. 18 :

«Bei alledem konnte von einer öffentlichen Hervorkehrung der okkulten Ideen keine Rede sein. Und die hinter mir stehenden okkulten Mächte gaben mir nur den einen Rat: «Alles in dem Kleide der idealistischen Philosophie».

«In generale, non poteva assolutamente essere questione di una pubblica presentazione delle idee occulte. E le Potenze occulte che stavano dietro di me mi dettero soltanto un unico consiglio: «Tutto nella veste della filosofia idealistica».

L’essersi occupato della figura tragica di Friedrich Nietzsche, portò Rudolf Steiner a scontrarsi con una associazione, di importazione americana, che si muoveva su un piano di slavato e scipito dilettantismo filosofico, con pretese di riforma etica. Proprio l’aver egli esposto, secondo obbiettività, il valore oggettivo della visione del mondo di Nietzsche, lo portò ad essere bollato come un pericolosissimo pensatore. Ed in un certo senso, il pensiero di Rudolf Steiner era sommamente ‘pericoloso’ per la torpida e conformista mediocrità piccolissimo-borghese, che allora dilagava nella Germania guglielmina.  Ecco com’egli descrive, alle pp. 20-21 nel suo scritto per Schuré, del settembre 1907, alle pp. 19-20 del citato Briefwechsel etc., la soffocante situazione culturale di fine Ottocento in Germania:     

«Ich galt nun eine Zeit lang als unbedingtester «Nietzscheaner». –

Damals wurde die «Gesellschaft für ethische Kultur» in Deutschland gegründet. Diese Gesellschaft wollte eine Moral mit völliger Indifferenz gegen alle Weltanschauung. Ein völliges Luftgebäude und eine Bildungsgefahr. Ich schrieb gegen diese Gründung einen scharfen Artikel in der Wochenschrift «Die Zukunft». Die Folge waren scharfe Entgegnungen. Und meine vorangegangene Beschäftigung mit Nietzsche führte herbei, dass eine Broschüre gegen mich erschien:

«Nietzsche-Narren».

Der okkulte Standpunkt verlangt: «Keine unnötige Polemik» und «Vermeide, wo du es kannst, dich zu verteidigen».

«Ora, per un certo periodo, io venni considerato essere, nella maniera più incondizionata, un «nieztschiano».

Venne fondata allora in Germania la «Società per la Cultura Etica». questa Società voleva una morale con piena indifferenza nei confronti di ogni concezione del mondo. Un assoluto castello in aria ed un pericolo culturale. Io scrissi contro questa fondazione un tagliente articolo  nella rivista «Die Zukunft». Le conseguenze furono aspre contrapposizioni. E l’essermi occupato in precedenza di Nietzsche portò al fatto che apparve contro di me una brochure:

«Pazzi nietzschiani».

Il punto di vista occulto richiede: «Nessuna inutile polemica» e «Evita, ove puoi farlo, di difenderti».

Ciò può far intuire la profonda ‘solitudine’, la ‘disillusione’ o, se vogliamo, la ‘delusione’ vissute da Rudolf Steiner, delle quali egli parla in molte pagine de La mia vita, di fronte alla indifferenza, alla incomprensione, alla irrispondenza, che il mondo culturale dell’epoca mostrava nei confronti del ‘messaggio’ spirituale ch’egli portava. Ciò spiega, altresì, perché ad un certo punto egli – superati oramai i quarant’anni di età – a Berlino, si rivolse, in un certo senso fu ‘costretto’ a rivolgersi, ai teosofi, coi quali, anni prima, nel suo periodo viennese, era stato in forte, aspra, polemica. Sapeva di avere di fronte – mi si passi la brutta parola – un ‘materiale umano’ animicamente molto meno ‘maturo’, intellettualmente meno ‘profondo’, umanamente molto più ‘semplice’ e ‘ingenuo’, eppure i teosofi berlinesi dimostrarono di essere anche gli unici sinceramente ‘aperti’ ad una ricerca spirituale, desiderosi di accogliere una ‘Conoscenza’ riguardante il mondo spirituale.

Anche Rudolf Steiner, dunque, conobbe – come il Buddha Śakyamuni, seicento anni circa prima della nostra èra – il ‘dubbio’ riguardante il ‘se’ ed il ‘come’ il ‘messaggio’ spirituale del quale, per sua precipua ‘missione’, era il portatore, sarebbe stato accolto. Ed un tale ‘dubbio’ – come egli stesso, in momenti per lui tragici, apertamente affermò con parole drammatiche – gli si sarebbe ripresentato dinanzi all’anima, verso la fine della sua vita, a causa della inadeguatezza, della profonda immaturità, della faciloneria, della superficialità, della incomprensione, della presunzione, della latitanza, ed in taluni casi, del tradimento degli stessi antroposofi, i quali, in molti casi, già allora, e ancor più dopo la sua prematura dipartita, fecero – e tuttora fanno – di tutto, di più, e di ogni, per snaturare, banalizzare, attenuare, tamponare, diluire, e spegnere la dirompenza spirituale del suo rivoluzionario ‘messaggio’.

In una lettera, la numero 20, scritta da Monaco, il lunedì 9 gennaio 1905, alla sua fedele collaboratrice, all’allora ancora Marie von Sivers, in séguito divenuta, come sua consorte, Marie Steiner, la fedele compagna della sua vita, a Berlino, egli, con parole che più taglienti, esplicite, e ‘dure’, non potrebbero essere, così si espresse, alla p. 86 del su citato Briefwechsel etc.:

«In den Köpfen der sogenannten Theosophen wird sich noch einmal aller Materialismus unseres Zeitalters am krassesten spiegeln. Weil die theosophische Gesinnung selbst eine so hohe ist, werden diejenigen, die nicht ganz von ihr ergriffen werden, gerade die schlimmsten Materialisten werden. An den Theosophen werden wir wohl noch viel böseres zu erleben haben, als an denen, die nicht von der theosophischen Lehre berührt worden sind. Die theosophische Lehre als Dogmatik, nicht als Leben aufgenommen, kann gerade in materialistische Abgründe führen. Wir müssen das nur verstehen. […] Das sind Erwägungen, denen der Okkultist immer wieder nachhängen muss, wenn er daran denken soll, die hohe Weisheit der heiligen Meister in das Publikum zu streuen. Das ist seine große Verantwortlichkeit. Das ist es, was uns die Brüder immer entgegenhalten, die im Okkultismus konservativ bleiben und die Methode des Geheimhaltens auch ferner pflegen wollen. – Und kein Tag vergeht, an dem die Meister nicht die Mahnung deutlich ertönen lassen: «Seid vorsichtig, bedenkt die Unreife eures Zeitalters. Ihr habt Kinder vor euch, und es ist euer Schicksal, dass ihr Kindern die hohen Geheimlehren mitteilen müsst. Seid gewärtig, dass ihr durch eure Worte Bösewichter erzieht.» Ich kann Dir nur sagen, wenn der Meister mich nicht zu überzeugen gewusst hätte, dass trotz alledem die Theosophie unserem Zeitalter notwendig ist: ich hätte auch nach 1901 nur philosophische Bücher geschrieben und literarisch und philosophisch gesprochen».

«Nelle teste dei cosiddetti teosofi tutto il materialismo della nostra epoca si rifletterà un giorno nella forma più grossolana. Dato che la riflessione teosofica è di per sé così elevata, quelli che non ne sono interamente afferrati diverranno proprio i peggiori materialisti. Ci accadrà di sperimentare nei teosofi cose senz’altro anche molto più malvagie [noch viel böseren] che non in coloro i quali non siano stati toccati dall’insegnamento teosofico. L’insegnamento teosofico recepito come dogmatismo, e non come vita, può condurre direttamente nei baratri del materialismo. Noi dobbiamo unicamente comprendere ciò […] Queste sono considerazioni, alle quali bisogna che l’occultista si dedichi continuamente, se deve pensare a diffondere in mezzo al pubblico l’elevata saggezza dei santi Maestri. Questa è la sua grande responsabilità. È questo ciò che sempre ci contrappongo i fratelli che nell’Occultismo rimangono conservatori, e vogliono continuare a seguire il metodo della segretezza. – E non passa giorno che i Maestri non facciano risonare con chiarezza l’ammonizione: «Siate prudenti, riflettete sull’immaturità della vostra epoca. Avete dei bambini di fronte a voi, ed è vostro destino che a dei bambini dobbiate comunicare le elevate dottrine occulte. Fate attenzione a non allevare dei farabutti con le vostre parole [Seid gewärtig, dass ihr durch eure Worte Bösewichter erzieht]». Posso soltanto dirti che, se il Maestro non fosse riuscito a convincermi che, malgrado tutto, la teosofia è necessaria alla nostra epoca, anche dopo il 1901 avrei scritto solamente libri filosofici, e parlato di letteratura e filosofia».

Una volta iniziata la sua opera di comunicazione dei risultati della sua indagine spirituale, sia all’interno di quella che, inizialmente, allora in Germania era la ancor ristretta cerchia ‘teosofica’, trasformatasi, dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, in ‘antroposofica’, con una partecipazione sempre più vasta, sia nelle conferenze pubbliche, sia in quelle per i soci della ‘Società’, Rudolf Steiner dovette sperimentare, spesso, troppo spesso, come in coloro ai quali egli si rivolgeva donando con generosità la Scienza dello Spirito, vi fosse molta immaturità, e molta, moltissima, incomprensione. Certamente, vi furono anche personalità – ed è giusto porlo in adeguato rilievo – non solo assetate di Conoscenza spirituale, le quali si impegnarono con intensa dedizione nella pratica interiore della Concentrazione, della Meditazione, dell’Ascesi volitiva, e di tutti gli esercizi ch’egli comunicava, personalità elette, spiritualmente ‘mature’, come Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, Sophie Stinde, Pauline von Kalkreuth, Adolf Arenson, Carl Unger, Michael Bauer, ed altre in Germania, o in Italia personalità come Giovanni Colazza, Emmelina de’ Renzis, suo figlio Giovanni Colonna di Cesarò, Lina Schwarz, Angelica d’Antuni Del Drago, solo per fare alcuni nomi fra molti altri, ma vi furono anche, purtroppo, anche altre personalità, meno ‘mature’, talvolta anche poco ‘serie’, per cui mentre, agl’inizi della sua opera di Istruttore spirituale, egli donava coraggiosamente – quasi temerariamente – contenuti elevati, particolarmente ‘delicati’, nel tempo, avendo fatte non poche amare esperienze, divenne sempre più prudente nell’affrontare certi determinati temi.  

L’esperienza fatta – esperienza evidentemente ‘deludente’ e ‘disilludente’ –  da Rudolf Steiner a proposito della immaturità, spesso della superficialità, della mancanza di serietà di molti che avrebbero dovuto accogliere il prezioso ‘messaggio’ spirituale offerto loro, costrinse Rudolf Steiner a modificare alcune pagine del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, e della stessa Scienza Occulta nelle sue linee generali. Di questo fatto parlò più volte Massimo Scaligero in alcune riunioni delle quali esistono le registrazioni probanti, ma potei verificare la cosa io stesso sulle prime edizioni del libro Iniziazione in tedesco e in francese, nonché sulle prime edizioni tedesca, francese e italiana della Scienza Occulta, che nel tempo, con una ricerca tutt’altro che facile,  riuscii a procurami.

Come appunto osservò nelle suddette riunioni Massimo Scaligero, in passi che ebbi modo di meditare più volte e a lungo, Rudolf Steiner modificò quei passi del libro Iniziazione, nei quali parlava del ‘fuoco di kundalini’, tolse completamente un lungo paragrafo del V Capitolo della sua Scienza Occulta, e ne modificò altri, avendo verificato a quali pericolosi equivoci potevano portare in anime immature, superficiali, poco serie, certe sue audaci comunicazioni relative alla ‘ispirazione’ e alla ‘intuizione’, contenute in quel capitolo. Qualcosa di simile sperimentò Massimo Scaligero, come potei constatare, confrontando personalmente l’edizione dell’Avvento dell’Uomo Interiore, che è del 1959, edita dalla casa editrice fiorentina Sansoni, con L’Uomo Interiore, pubblicato, nel 1976, dalle romane Edizioni Mediterranee, nel quale egli tolse un intero, importante paragrafo, e ne modificò molti altri, evidentemente per l’esperienza fatta circa la mala comprensione, nonché l’errato uso di certe conoscenze che anime impreparate, alla ricerca di pretesti per i propri ‘deragliamenti’, potevano farne, e che effettivamente ne fecero, e tuttora ne fanno. In maniera più che giustificata – e duole molto doverlo constatare e il dirlo – sia a Rudolf Steiner, sia a Massimo Scaligero sorsero, come nel principe Siddhârtha Gautama, il Buddha Śakyamuni, dopo l’Illuminazione, alquanti, dolorosi, ‘dubbi’, a proposito dell’incomprensione, e il distorto uso che il loro generoso Insegnamento, l’aurea Scienza dello Spirito, avrebbe incontrato in anime immature, o talvolta, purtroppo, anche in anime distorte dalla malafede, dall’abuso, dalla vanità, dalla superficialità, dall’ambizione, dall’avversione, e dalla menzogna. Come taluni recenti ‘casi’, una volta di più e una volta di troppo, hanno dimostrato.

Ma se Rudolf Steiner sperimentò quella che potremmo chiamare – riprendendo una espressione del nostro Giuseppe Mazzini – la «tempesta del dubbio» di fronte alla fatale inadeguatezza dell’elemento umano al quale egli doveva rivolgersi, allorché dovette prendere la decisione di collegarsi con le cerchie ‘teosofiche’, allora presenti in Germania, ‘dubbi’ ancora maggiori, tragicamente molto più giustificati, e, per lui, ancor più dolorosi e angoscianti, dovette sperimentarli, durante la prima guerra mondiale, e soprattutto negli anni dopo di essa, proprio a causa della inadeguatezza, della superficialità, della fatuità dell’elemento ‘umano-troppo umano’, che abbondava nella cerchia ‘antroposofica’, alla quale egli, con una generosità senza pari, aveva donato preziosi contenuti di un’aurea Sapienza, che venne molto poco ‘compresa’, e ancor meno ‘apprezzata’.   

Vi è da sottolineare il fatto che, tutto sommato, l’attività di Istruttore Spirituale, che Rudolf Steiner poté svolgere prima all’interno della Società Teosofica in Germania, poi – dopo la separazione dalla centrale di Adyar, oramai affatto dominata, in maniera irrimediabile, dal dogmatismo visionario e settario di Annie Besant e di Charles Leadbeater – nella neonata Società Antroposofica, prima della tragedia della prima guerra mondiale, trovò, pur con qualche limite e difficoltà, molta maggior accoglienza e rispondenza, e fu spiritualmente ben più feconda rispetto a quel accadde dopo la guerra mondiale. Allorché egli – su esplicito invito del suo Maestro, il quale lo dovette «convincere» (l’espressione è di Rudolf Steiner), superando la sua comprensibile, confessata, ‘riluttanza’ – si collegò con la piccola cerchia teosofica, che a Berlino si riuniva nella accogliente casa dei conti Sophie e Cay Brockdorf. Inizialmente, la cerchia teosofica tedesca era composta solo da un centinaio di persone, ma l’attività di Rudolf Steiner la fece crescere, in pochissimi anni, sino a circa 2500 persone. Che l’ambiente fosse molto più sano rispetto a quel che fu dopo la prima guerra mondiale, ambiente che ebbe sì una vasta espansione numerica, ma anche un problematico peggioramento qualitativo, è dimostrato – e questo è confermato da molte affermazioni documentate dello stesso Rudolf Steiner – dal fatto che i ‘teosofi’, divenuti poi ‘antroposofi’, pre-bellici, si impegnavano molto di più nella rigorosa formazione interiore, nella pratica degli esercizi, nella Concentrazione, nella Meditazione, condotte secondo l’Ascesi del Pensiero, indicata dal Maestro dei Nuovi Tempi, rispetto a quel che avvenne in séguito. Per non parlare, poi, dell’attuale disastrosa situazione nella quale la pratica interiore degli esercizi, data da Rudolf Steiner, viene negletta, dichiarata non necessaria, e in non pochi casi – da me verificati personalmente sia in Italia che in Svizzera – colpevolmente calunniata come ‘pericolosa’. Come accennato in un precedente articolo, di questa paradossale, contraddittoria, avversione di molti, anzi, purtroppo, della quasi totalità degli antroposofi verso la pratica interiore, e soprattutto nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione, ebbi modo di parlarne con Hella Wiesberger sin dal primissimo incontro, ch’ebbi con lei nella primavera del 1985.

Nella cerchia, ancora relativamente ristretta, ‘teosofico-antroposofica’ del periodo 1900-1914 – quindi antecedente allo scoppio della devastante guerra, che profondamente mutò il volto dell’Europa e del mondo – di circa 2500 membri iscritti, circa 800 furono accolti nella ‘Esoterische Schule’, ossia in quella Scuola Esoterica nella quale si entrava unicamente su invito personale di Rudolf Steiner. Coloro che venivano accolti nella ‘Scuola’ instauravano un rapporto personale molto stretto con Rudolf Steiner, ricevevano da lui esercizi e mantram, talvolta personalizzati, dovevano tenere un diario giornaliero nel quale annotavano esercizi e letture eseguiti, diario che ogni quindici giorni facevano leggere direttamente a Rudolf Steiner, o a due suoi fidati sostituti, delegati a questo delicato còmpito. Ciò è documentato dalle lettere che i discepoli della ‘Scuola’ inviavano al Maestro, chiedendogli consigli, e dalle risposte che da lui ricevevano. Oltre a questo stretto rapporto personale tra Maestro e discepolo, coloro che venivano accolti nella ‘Scuola’ partecipavano a quelle ‘lezioni esoteriche’‘esoterische Stunden’, letteralmente ‘ore esoteriche’ – che Rudolf Steiner teneva. Una notevole parte di questi discepoli della ‘Scuola Esoterica’, di quella che fu chiamata ‘prima Sezione’, ben 600, furono accolti nella cerchia della ‘Mystica Aeterna’, nella quale veniva praticato una forma di ‘culto conoscitivo’, la ‘seconda Sezione’ che doveva ‘mostrare’, artisticamente ‘dimostrare’, in forma ‘simbolica’, in forma ‘sensibile’, le verità della rosicruciana Scienza dello Spirito. Questa ‘seconda Sezione’‘erkenntniskultische Abteilung’, ossia ‘Sezione del culto conoscitivo’ – della Scuola Esoterica praticava quella che Rudolf Steiner denominò ‘Misraim Dienst’, ossia ‘Liturgia o Culto Misraimita’.

Le regole all’interno della ‘Scuola’ erano estremamente severe e, per così dire, ‘stringenti’: la riservatezza delle ‘istruzioni’ ricevute veniva osservata rigorosamente in tutte le sue ‘Sezioni’. Oggi, possediamo un vasto materiale documentario sulle attività che si svolgevano nelle tre ‘Sezioni’ della ‘Scuola’ – alla terza ‘Sezione’, secondo la testimonianza di  Adolf Arenson ed Emil Leinhas, appartennero soltanto dodici membri. Il materiale della ‘Scuola Esoterica’, giunto sino a noi, è stato pubblicato, con amorosa cura e profonda competenza professionale, da Hella Wiesberger, del ‘Lascito’ – la più che benemerita ‘Nachlassverwaltung’ di Dornach, salvatrice dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – di Rudolf Steiner e di Marie Steiner. La decisione della pubblicazione di tale prezioso materiale fu presa dalla stessa Marie Steiner, proprio a causa delle involuzioni e delle degenerazioni subite dal movimento antroposofico, nonché a causa degli abusi, delle profanazioni, operate soprattutto da parte di alcuni membri del corpo dirigente, il Vorstand, della Società Antroposofica, sia prima che dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Vi è stato chi, un Innominabile, in maniera insana e improvvida, con infinita, sciocca, presunzione, ha rimproverato a Marie Steiner, e di conseguenza anche a Hella Wiesberger, la pubblicazione di tale materiale, che – a suo dire – avrebbe dovuto rimanere ‘riservato’ ad una ristretta cerchia ‘operativa’. Costui è arrivato addirittura a scrivere, su un noto social forum, che Marie Steiner avrebbe dovuto rendere conto della decisione di tale pubblicazione di fronte ai 42 Giudici del ‘Tribunale di Osiride’. Costui,  irriconoscendo l’autenticamente ‘iniziatico’, ignora o non tiene conto, che tutto ciò che lei fece, lo fece per volontà e in nome di Rudolf Steiner. Infatti, già nel primo testamento, da lui redatto a Berlino, il 19 marzo 1907, pubblicato nel già sopra citato Briefwechsel/Epistolario, nel documento 55, a p.175 dell’edizione tedesca, leggiamo:

«Nach meinem Tode soll Fräulein Marie von Sivers das Recht haben, in meinem Namen zu verfügen. Was sie thut, soll in meinem Namen getan sein.[…]

Marie von Sivers selbst wird aber immer bei mir sein. Unsere Einigung bleibt unerlöslich.

Dr. Rudolf Steiner»,

ovvero:

«Dopo la mia morte la signorina Marie von Sivers deve avere il diritto di decidere in mio nome. Ciò che Ella farà, deve essere fatto in mio nome. […]

Tuttavia Marie von Sivers stessa sarà sempre con me. La nostra unione rimane indissolubile.

Dr. Rudolf Steiner».

Se è vero che l’Antroposofia, e lo stesso suo fondatore e donatore, Rudolf Steiner, dovettero subire pesanti attacchi nel mondo della cultura, e – malgrado l’assoluta estraneità del movimento spirituale antroposofico nei confronti della politica – anche in campo sociale e politico, soprattutto col sopravvenire della prima guerra mondiale, bisogna riconoscere che i peggiori attacchi, i più ingiusti e indebiti, Rudolf Steiner li ebbe da quella ch’egli stesso chiamò la «opposizione interna»: la più sleale, la più insidiosa. Vi fu l’aperto tradimento di Édouard Schuré, al quale sia Rudolf Steiner che Marie Steiner tantissimo avevano, generosamente, donato in ogni campo. Su questo tradimento avrò forse modo di ritornare in futuro, con una abbondante documentazione probante. Per ora, mi limiterò a dire soltanto ch’egli, allo scoppiare del conflitto mondiale, fu totalmente preso da una accesa follia sciovinista, fece le accuse più ingiuste e false ad ambedue, giungendo persino a scrivere una violenta lettera a Marie Steiner, la lettura della quale le procurò un dolore così indicibile da farla stramazzare svenuta al suolo, e rimanere come morta per tre giorni. Nel 1923, a Stoccarda, poi, fu inaugurato un andazzo, il cosiddetto ‘Stuttgarter System’, il ‘metodo di Stoccarda’, con la pretesa di ‘gestire’ il Maestro, da loro giudicato essere ‘poco pratico’, e nel quale si giunse a contestare persino la sua funzione magistrale di Istruttore spirituale, andazzo, peraltro, a quanto mi risulta, a cento anni da quel fatale 1923, a cento anni dalla ‘Fondazione di Natale’, tuttora sciaguratamente vigente a Dornach. Ma perché e di che stupirsi, se lo stesso Massimo Scaligero trovò – egli ancora vivente – chi, considerandolo poco ‘pratico’, pretendeva ‘gestirlo’, anche ‘mentendogli’, o addirittura, da parte di taluni sconsiderati ambiziosi, cercando di prendere il suo posto. O, dopo la sua dipartita, voler ‘correggere’ il suo Insegnamento, anche alterando i suoi scritti, cercando di attuare – come tentato da parte dell’Innominato – con una sottile, machiavellica, operazione, a pro’ di una Potenza Straniera d’Oltretevere, un esiziale ‘trasbordo ideologico inavvertito’ dalle nefaste conseguenze per quella ‘Comunità Solare’, alla quale Massimo Scaligero aveva dedicato tutto se stesso, tutto sacrificando, con estrema abnegazione e dedizione, persino la sua stessa salute, sino alle ultime ore della sua vita. 

Come poteva Rudolf Steiner non nutrire angosciosi ‘dubbi’ se, per l’azione vigliacca e sleale della «opposizione interna» nei propri confronti, la quale ostacolava lui stesso, ed accusava di tutto Marie Steiner, con ogni pretesto e in ogni maniera, si vide costretto a chiedere, nel 1916 – per proteggerla – a lei, che con slancio e totale abnegazione aveva collaborato con lui, sin dai primissimi tempi, nel fondare e nell’edificare l’intero movimento spirituale antroposofico, di ritirarsi dalla direzione della prima Società Antroposofica, che nel 1912-1913 aveva preso il posto, dopo il distacco dalla centrale di Adyar, della precedente Società Teosofica.  Ma i ‘dubbi’ del Maestro dei Nuovi Tempi divennero ben più grandi allorché, dopo l’immane tragedia dell’incendio del primo Goetheanum, per tutto il 1923, di fronte alla ‘incomprensione’, alla ‘non vigilanza’, alla ‘irresponsabilità’, alla ‘superficialità’, alla ‘fiacchezza’, alla ‘ignavia’, di larga parte degli stessi antroposofi – non tutti, naturalmente, ma tragicamente molti, anzi sicuramente troppi – Rudolf Steiner si chiese continuamente, durante tutto il 1923, se egli non dovesse distaccarsi completamente dalla Società Antroposofica, lasciandola al suo destino, ritirarsi in un villaggio svizzero, fondare un Ordine Iniziatico ‘streng geschlossen’, ossia ‘rigorosamente chiuso’. Anche su questo vi è una abbondante documentazione, sulla quale in futuro avrò modo, penso, di ritornare.  

Hella Wiesberger, è stata autrice – sicuramente la migliore e sicuramente anche la più completa: altri ‘biografi’ si sono limitati, spesso, a ‘saccheggiare’ il frutto delle sue fatiche – di tre importanti biografie di Marie Steiner, l’ultima delle quali, appena stampata, nel 1988, volle donarmi con dedica. Il libro porta il titolo Marie Steiner-von Sivers. Ein Leben für die Anthroposophie. Eine biographische Dokumentation von Hella Wiesberger, apparso in Rudolf Steiner Studien, Veröffentlichungen der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Band I, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1988, 524 pp. Il libro, il cui titolo in italiano suonerebbe Marie Steiner-von Sivers. Una vita per l’Antroposofia. Una documentazione biografica di H.W., nel Cap. VIII, Die beiden letzten gemeinsamen Wirkenjahre, Gli ultimi due anni di operare comune, nel capitoletto Einsatz für die Neubildung der Anthroposophiscen Gesellschaft, Impegno per la rifondazione della Società Antroposofica, a proposito degli attacchi che l’Antroposofia e il suo Fondatore sempre maggiormente subirono in Germania – si giunse persino a Monaco e ad Elberfeld ad attentare, ‘manu militari’, alla sua stessa vita – e della colpevole fiacchezza ed ignavia di molti antroposofi, alle pp. 475-476, leggiamo:

«Le creazioni che ne risultarono ebbero non per effetto soltanto quello di svegliare l’interesse del pubblico nei confronti l’Antroposofia, ma in egual modo quello di mobilitare gli avversari di Rudolf Steiner. Questi non si sentì, per quel che riguardava la sua persona e la causa ch’egli sosteneva, sufficientemente difeso dalla Società Antroposofica, come riteneva di poter sperare. Ebbe allora a domandarsi se, nell’interesse del movimento antroposofico del quale egli era responsabile, non sarebbe necessario ritirarsi dalla Società, visto che si imputavano sempre personalmente a lui gli errori che questa commetteva. Sul fondo di questa situazione tesa avvenne l’incendio del primo Goetheanum. […]

Riguardo a quel che Rudolf Steiner considerava necessario per la Società [sc., Antroposofica], non di meno egli non si sentiva veramente compreso, in maniera tale che si chiedeva sempre se egli non dovesse comunque ritirarsi. Marie Steiner, che si sentiva nel ruolo della madre della figlia chiamata «Società», insisté perché egli non abbandonasse la Società, la quale non saprebbe esistere senza di lui. È ciò che ella rivelò in un colloquio privato, aggiungendo che questo passo costituiva per lei un pesante fardello, giacché esso era costato la vita a Rudolf Steiner».

Nella nota 175, a p. 516, relativa a questo passaggio, Hella Wiesberger precisa:

«Da un colloquio personale con Febe Baratto-Arenson che ne ha riferito all’editrice del presente volume».

Nel Cap. IX della suddetta biografia, intitolato Die Jahre nach Rudolf Steiners Tod, Gli anni dopo la morte di Rudolf Steiner, a p. 490, Hella Wiesberger scrive:

«Marie Steiner era stata rigorosamente addestrata (streng geschult) da Rudolf Steiner a non farsi mai, e da nessuna evenienza, distogliere dal lavoro. Fu così ch’ella continuò, in maniera instancabile il suo compito durante i 23 anni che le restavano da vivere, ed operò per l’edificazione del Teatro dei Misteri (Mysterientheater) e per la pubblicazione delle opere complete di Rudolf Steiner, così come è stato già documentato nei rispettivi capitoli. Ambedue le attività furono progressivamente coronate di successo e di riconoscimento. per contro i suoi rapporti con la Società divennero dolorosi. Rudolf Steiner non aveva lasciato alcuna disposizione relativa alla futura direzione della Società, addirittura ad una espressa domanda della Dott.ssa Ita Wegman, egli non aveva dato nessuna risposta. fu così che scoppiarono immediatamente conflitti a proposito della questione della sua successione e del suo lascito letterario. A proposito di quest’ultima questione, negli anni dal 1904 al 1914, egli aveva stabilito che Marie von Sivers era autorizzata a decidere secondo il proprio criterio. E allorché, dopo lo scoppio della guerra mondiale, nell’estate del 1914, egli precisò nuovamente questa sua volontà lo fece nei seguenti termini:

«È mia volontà che la continuazione dei doveri che mi riguardano nei confronti della Società Antroposofica mediante la Signorina Marie von Sivers avvenga in maniera tale che ella possa decidere liberamente della scelta delle persone di fiducia destinate a stare al suo fianco.

Dr. Rudolf Steiner

Dornach bei Basel,

22 agosto 1914».

In un articolo apparso nel Nr. 70 – Ostern [Pasqua] 1981 della rivista della Anthroposophische Vereinigung in der Schweiz – Associazione Antroposofica in Svizzera, ossia l’associazione fondata da quegli amici di Marie Steiner, i quali, separandosi per coerenza morale dalla ufficiale, oramai irreversibilmente degenerata, Società Antroposofica Universale, vollero esserle fedeli a viso aperto, fedeli a lei e allo stesso Rudolf Steiner, fedeli a loro due e all’essere angelico Anthroposophia, perché fedeli alla Verità, e combattere di conseguenza il ‘nuovo corso’ inaugurato, in maniera insana e  improvvida, con uno sfacciato tradimento spirituale, da Albert Steffen e dal suo degno ‘compagno di merende’ Guenther Wachmuth – rivista recante il nome di Mitteilungen aus der anthroposophischen Bewegung, il Dr. Ernst Lippold, da me personalmente ben conosciuto, e del quale fui anche, più volte, fraternamente accolto come suo ospite nella sveva Freiburg im Breisgau, articolo recante il titolo Rudolf Steiner: «Selbst mein Name wird sie nicht Schützen!», ossia Rudolf Steiner: «Neppure il mio stesso nome la proteggerà», pp. 3-14, così scrive:

«A molti membri più giovano può non essere noto, che Rudolf Steiner, dopo il Convegno di Natale del 1923 [dunque esattamente 100 anni fa] rivolse a taluni membri nei quali aveva fiducia come A. Arenson, il Dr. C. Unger, K. e C. Walter, A. Samweber, E. Leinhas, A. Steffen [ma costui volle poi scientemente tradire sia la fiducia a lui concessa sia il còmpito affidatogli] ed anche un membro giovanile come il Dr. E. Pfeiffer, rivolse una energica preghiera, di essere fedeli aiutatori e protettori di Marie Steiner, una volta che egli non sarebbe più in vita. Ella a causa del compito a lei trasmesso sarebbe stata addirittura aggredita moltissimo; ma, così egli aggiunse in maniera consolante: «Essi si infrangeranno su di lei!». In modo particolare A. Steffen [il quale, appunto, tradirà il còmpito affidatogli] parlò prima del 1940 [ossia prima ch’egli iniziasse apertamente la vergognosa opera di diffamazione e di persecuzione nei confronti di Marie Steiner] parlò spesso ad amici come di un cçmpito lasciatogli in eredità (vedi Mitt. 52/1972). Arenson padre una volta, sentendo grande apprensione, obbiettò a Rudolf Steiner: «Ma, Dottore, lei porta i l Suo nome!». Rudolf Steiner rispose: «Il mio stesso nome non la proteggerà!».  

Non si può servire due diversi padroni, afferma il Vangelo, ossia non si può servire contemporaneamente la Verità e la menzogna, e per chiunque voglia seguire sinceramente lo Spirito è evidente che è alla Verità, che noi dobbiamo il massimo onore, la più elevata e profonda venerazione, e la più assoluta fedeltà. Quella venerazione che per Rudolf Steiner, sin dalle prime parole del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, GA-10, costituisce il «Sentiero della venerazione nei confronti della Verità e della Conoscenza», condizione essenziale, e imprescindibile, per chi voglia – veramente voglia, e non solo sentimentalmente desiderirealizzare asceticamente, ossia realmente, concretamente, e non  dialetticamente, non con vuote parole, lo Spirito.  

La dialettica – qualsiasi dialettica, sia essa materialista, o spiritualista, religiosa o esoterica, compresa, anzi soprattutto, la dialettica ‘antroposofica’ – è sempre menzogna, menzogna proveniente dall’Oscuro Signore, menzogna che illudendo appare e non è, perché dietro le vuote parole, che fingono – mentendo – un contenuto, quest’ultimo non è presente, e la sua assenza è la menzogna arimanica. Giovanni Colazza, un autentico Iniziato, un autentico Istruttore Spirituale, un fedele discepolo di Rudolf Steiner, affermava che ciò che, in realtà, ci separa dalla percezione del Mondo Spirituale è il muro di menzogna, che abbiamo davanti, che erigiamo noi stessi, di fronte al nostro sguardo interiore. Se lo abbattessimo, il Mondo Spirituale – afferma Giovanni Colazza si riverserebbe potentemente in noi. Ma è esattamente questo abbattimento del muro di menzogna ciò che noi, più di tutto, temiamo.

Massimo Scaligero, ne La Logica contro l’uomo, chiama questo elemento radicalmente ostacolatore rispetto alla diretta esperienza spirituale pavor metaphysicus, ossia la paura, il terrore di quell’elemento spirituale, che va oltre il fisico, oltre ciò che è meramente ‘naturale’, ossia parte di quella ‘natura’, da millenni dominata da quelle Deità Ostacolatrici, alle quali Massimo Scaligero dedica un intero capitolo della sua opera Dallo Yoga alla Rosacroce. L’affrontare questa paura – la paura di conoscere l’elemento spirituale puro, poggiante unicamente su se stesso, la cui conoscenza esige – assolutamente esige – che il discepolo abbandoni coraggiosamente ogni illusorio appoggio, perché, come insegna Massimo Scaligero, «Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi. Chi vuole reggersi, non ha capito», è la prova suprema, che il discepolo dell’Iniziazione deve – obbligatoriamente deve – affrontare alla Soglia del Mondo Spirituale, ove vigila il severo Guardiano della Soglia. La menzogna e la paura sono ciò che in noi, in tutti noi, respinge il Mondo Spirituale.

Il Buddhismo Mahâyâna chiama l’atto conoscitivo di supremo coraggio del Bodhisattva âśrayaparâvṛtti, ossia la ‘revulsione dei supporti’, il ‘rovesciamento dei supporti’, ossia la coraggiosa rinuncia a tutti quegli illusori appoggi che legano bramosamente l’essere umano ad una recalcitrante, addolorante, fatalmente deludente, irrealtà, della quale, in genere, solo dopo la morte egli ne vedrà, dolorosamente, il dissolvimento. Ma che il discepolo dell’Iniziazione può voler coraggiosamente dissolvere, dislegandosi dal suo infero, costringente, ipnotizzante, magnetismo.

Sono essenze e forze tra loro antagoniste, il coraggio e la paura. Così come sono essenze e forze reciprocamente antagoniste la Verità e la menzogna. Questo reciproco antagonismo tra coraggio e Verità da una parte, e menzogna e paura dall’altra, è la ragione profonda per la quale – come insegna il Vangelonon si possono servire due padroni. Ed è un profondo, cruciale, decisivo, insegnamento della Scienza dello Spirito – dell’eterna Scienza dello Spirito, che nell’Antroposofia ha avuto una delle sue espressioni – che la paura, oltre ad essere un deficit di volontà, è – consapevolmente o meno – una forma di avversione, o, comunque, genera od  è generata da avversione, e nel caso del pavor metaphysicus, della paura – o come la chiama il Buddha Śakyamuni nel Majjhima Nikaya – del ‘terrore-spavento’, è una forma di avversione, di odio nei confronti dello stesso Mondo Spirituale. Questo odio, questa avversione, che difficilmente l’essere umano confessa a se stesso, è ciò che edifica quel muro di menzogna che ci nasconde il Mondo Spirituale, che ci separa dal Mondo Spirituale. Rudolf Steiner, in opere scritte come Ein Weg zur Selbsterkenntnis des Menschen. In acht Meditationen, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso. In Otto meditazioni, GA-16, del 1912, e in Die Schwelle der geistigen Welt. Aphoristische Ausführungen, GA-17, del 1913, La Soglia del Mondo Spirituale. Considerazioni aforistiche, su questa palese, ma spesso inconsapevole, nascosta profondamente nell’incosciente, segreta identità tra paura-terrore e avversione-odio, è estremamente chiaro, ma in genere quelle son pagine non ricercate, non amate, non meditate da coloro che si definiscono ‘antroposofi’. La ragione profonda per la quale la quasi totalità di coloro che si definiscono ‘antroposofi’ evitano la pratica interiore, l’impegnarsi seriamente nella Concentrazione, nella Via del Pensiero, è tutta – proprio tutta e sola – nel ‘terrore-spavento’ di fronte alla travolgenza del Mondo Spirituale. A sua volta, questo ‘terrore-spavento’ genera – oltre all’inconscia avversione e al non confessato odio nei confronti del Mondo Spirituale, anche forte antipatia, acerba avversione, accanito e persistente odio nei confronti di chi cerca di consacrarsi alla più intensa pratica della Via del Pensiero, degli esercizi, e soprattutto della Concentrazione. Avversione che, abbastanza esplicitamente è stata rivolta, prima a Giovanni Colazza, e poi ancor di più nei confronti di Massimo Scaligero.

Il ‘terrore-spavento’, generato e, a sua volta generante avversione, la quale, sin troppo facilmente, sfocia nel ‘tradimento’. E, ancor vivo, Rudolf Steiner dovette sperimentare l’amarezza di questo ‘tradimento’ da parte di suoi discepoli. Voglio qui accennare – e, se sarà necessario e se ne presenterà l’occasione, forse un giorno vi ritornerò sopra più diffusamente – soltanto a due – tra altri – di questi ‘casi’ di ‘tradimento’. Uno portò al fallimento di un ‘tentativo’ riferito in una breve pubblicazione privata del Lascito di Rudolf Steiner, intitolata Ein durch Rudolf Steiner gegebener Zukunftsimpuls, und was zunächst geworden ist, Ansprache, gehalten in Berlin am 15. Dezember 1911Herausgegeben durch Marie Steiner, 1947, ovvero Un impulso dato da Rudolf Steiner e che cosa a tutta prima ne è divenuto. Allocuzione tenuta a Berlino il 15 dicembre 1911, edito da Marie Steiner, 1947. Questo ‘tentativo’ – secondo quanto ne riferì la stessa Marie Steiner – fu per l’esattezza il secondo che, per volontà del Mondo Spirituale, Rudolf Steiner doveva realizzare come quella che avrebbe dovuto manifestarsi come una ‘prova’ – nel senso iniziatico del termine – di ‘maturità’ dell’umanità da parte di alcune personalità che di essa se ne facevano coscienti ‘rappresentanti’ nei confronti dello stesso Mondo Spirituale.

Questo ‘tentativo’ aveva portato – per iniziativa e volontà del Mondo Spirituale – alla ‘Istituzione’ (Stiftung, fu il termine usato da Rudolf Steiner nel descriverlo), nel dicembre del 1911, di un ristrettissimo gruppo di persone ‘qualificate’, le quali avrebbero dovuto ‘lavorare’ sotto l’egida, l’ispirazione e la protezione di Christian Rosenkreutz. Questa, naturalmente, non è affatto una mia gratuita affermazione (il Cielo e i Numi me ne guardino!), ma dello stesso Rudolf Steiner. Le parole precise di Rudolf Steiner furono:

«Il primo punto che devo comunicarvi, è che sotto l’immediato protettorato di quell’individualità, che noi designiamo sotto con il nome ch’egli ebbe per due incarnazioni nel mondo esteriore, che sotto il protettorato di questa individualità, Christian Rosenkreutz, deve essere ‘istituita’, o portata in vita, quella che deve avere il nome provvisorio di ‘Gesellschaft für theosophische Art und Kunst’‘Società per il Metodo e l’Arte teosofica’. Questo nome non è definitivo, ma un nome definitivo verrà introdotto allorché la prima preparazione potrà essere realizzata per portare questo lavoro nel mondo».

Senza entrare in troppi particolari, ché ciò porterebbe il discorso ad essere troppo lungo e, in parte ci alllontanerebbe dallo scopo di queste note, dirò che fecero parte di questa ‘Stiftung’, di questa ‘Istituzione’, come ‘Curatrice’, l’allora Marie von Sivers, divenuta poi, Marie Steiner, per l’architettura, il Dr. Felix Peipers, per la musica, Adolf Arenson; per la pittura, Hermann Linde, come ‘Conservatrice’, Sophie Stinde,  come ‘Custode del Sigillo’, Alice Sprengel, e come ‘Segretario’, il Dr. Carl Unger. Fu proprio la ‘Sigillatrice’, la ‘Custode del Sigillo’, Alice Sprengel, a compiere un aperto, sfacciato, ‘tradimento’, sia sul piano umano che sul piano spirituale, le cui conseguenze, oggi, sarebbero difficili da valutare in tutta la loro portata. 

Nella sua foga di consumare sino in fondo il suo crimine spirituale, e a bere sino alla feccia il calice del suo sporco ‘tradimento’, la ‘Sigillatrice’ Alice Sprengel, non solo si scagliò violentemente contro Rudolf Steiner, che non aveva acconsentito a soddisfare le sue folli ambizioni, ma addirittura – tradendo tutti i suoi più sacri giuramenti – consegnò del materiale rituale riservato della Mystica Aeterna ai peggiori nemici, ai più mortali nemici, di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia. Ciò portò Rudolf Steiner ad introdurre alcuni mutamenti nelle invocazioni rituali per ‘proteggere’ la sostanza sacrale della Mystica Aeterna. I successivi ‘scivolamenti’ della Sprengel la condussero alle più che equivoche ‘esperienze’ e ‘sperimentazioni’ erotiche che ebbero luogo nella disinibita ‘Colonia’ sessuale del ‘libero amore’ a Monte Verità, nei pressi di Ascona, nel Ticino svizzero. I traditori dello Spirito finisco sempre a mescolare, in maniera pateticamente banale e piccolissimo-borghese, alla ricerca di una ‘via della potenza’, che soddisfi le brame del loro ego stratosferico, mediocri ambizioni personali, magia cerimoniale, e magia sessuale. Come, del resto, dimostrano – in varie parti d’Europa – alcune attuali sozze ‘profanazioni’ dei contenuti sacrali della Mystica Aeterna del Maestro dei Nuovi Tempi, mescolate ad un tantrismo d’accatto, a forme «sporche e deviate», come le definì decenni fa un Maestro dell’Arte Ermetica, di pratiche sessuali, spacciate in maniera menzognera per ‘alchimia’. Come scriveva il caro zio Arturo: Experto crede Ruperto!

Vi fu un terzo ‘tentativo’, una terza ‘prova’, voluta dal Mondo Spirituale, della ‘maturità’ spirituale dell’umanità, ‘prova’, che avrebbe dovuto essere superata attraverso alcuni ‘rappresentanti’ dell’umanità a ciò chiamati, ‘prova’, fallita la quale, il Mondo Spirituale avrebbe inviato – come necessario ‘correttivo’catastrofi, tragedie, e sempre più dure condizioni esteriori. Il Mondo Spirituale fa di regola – dicono Rudolf Steiner e Marie Steiner, e la cosa mi fu confermata personalmente da Massimo Scaligero in alcuni colloqui – tre successivi tentativi, ogni volta in tono minore, falliti i quali catastrofi e immani tragedie, causate dalla conclamata immaturità dell’umanità e dei suoi vocati ‘rappresentanti’ si rivelano inevitabili. Purtroppo, ciò è esattamente quanto è accaduto col non accoglimento da parte della Società Antroposofica Universale del ‘Convegno di Natale’ del 1923 – esattamente cento anni fa – del suo successivo ritiro della sostanza spirituale di esso da parte del Mondo Spirituale, della dilagante inadeguatezza di molti partecipanti della cosiddetta prima ‘Classe Esoterica’, e del successivo sfacciato tradimento, avvenuto nell’agosto del 1924, a Londra, ove vi fu chi, volutamente, scientemente, consegnò materiale riservato della suddetta Classe Esoterica a nemici dichiarati della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, al fine di paralizzarne totalmente l’efficacia operativa. Essendosi il presente articolo già troppo dilungato, son costretto a rimandare ad una successiva occasione la descrizione dettagliata di questo terzo tragico evento proditorio, che costrinse Rudolf Steiner, da una parte ad adottare misure spirituali ‘magiche’ per proteggere, per quanto possibile, il materiale donato, e a bloccare ogni ulteriore trasmissione di contenuti strettamente ‘esoterici’, rimanendo così la ‘Classe’ mutila di ulteriore ‘cibo spirituale’, essendone stato trasmesso appena un decimo di quello in origine previsto. Quel che poi accadde nella ‘Società’, dopo la sua dipartita, dette il colpo di grazia, all’Angelico Essere Vivente dell’Anthroposophia. Su questo tema – che a chi abbia sensibilità interiore, fa letteralmente sanguinare il cuore – ritorneremo, visto l’abbondante materiale documentario, che nei decenni sono riuscito a raccogliere, studiare, e soprattutto meditare. Ci vorrà molto inusuale coraggio per moti sedicenti ‘antroposofi’ nel voler conoscere, affrontare, con spirito di verità un sì doloroso tema, mentre per loro sarebbe molto più gradevole una comoda, deresponsabilizzante, volontaria ‘ignoranza’, che giustificherebbe ogni fiacca latitanza, diserzione, disimpegno, non solo rispetto ad un lottare per l’essere o il non essere dell’angelica Anthroposophia nel mondo, ma anche rispetto alla vita ed alla morte dell’essere umano, che Deità distruttrici vorrebbero deumanizzare, facendolo precipitare in un demoniaco stato subumano, come avvertì il Maestro dei Nuovi Tempi nell’ultima comunicazione, apparsa qualche giorno la sua dipartita, nelle Massime Antroposofiche.

Quindi, più che giustificati i dubbi e le iniziali esitazioni di Rudolf Steiner, circa l’accoglimento che avrebbe avuto il suo portare il messaggio della Scienza dello Spirito nel mondo.

Qualcosa di simile possiamo leggere in parole scritte da chi – coraggiosamente, temerariamente , tutto sacrificando, sino alle ultime ore del suo apparire terreno – volle salvare del nucleo aureo della donazione di Rudolf Steiner. Infatti leggiamo in Massimo Scaligero, La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero. Tilopa, Roma, s.d., ma 1967, Cap, I, Il problema a cui si sfugge, pp. 15-16.

«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente codifichi l’estraniamento al proprio principio.

Ciò che urge come mutamento nel pensare viene ostacolato proprio da coloro che oggi appaiono specialisti dell’indagine del processo pensante e della conoscenza. Il pensiero, perdendo la possibilità di accordarsi con la propria scaturigine, cessa di essere il motivo di un agire libero anche nel campo dell’indagine riguardante la propria attività.

Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata individualmente, in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».

Questo estremo, disperato, coraggio è oggi richiestoassolutamente richiesto – per affrontare la Via Assoluta. Ritornerò su questo tema. È una promessa sacra! 

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VIA ASSOLUTA

La Via dello Spirito è, e non può essere altro, che la ‘Via Assoluta’. Assoluta perché lo Spirito è l’Assoluto, l’Incondizionato, e come tale è disciolto da tutto ciò che, essendo solo relativo e manifestazione, potrebbe condizionarlo. Ciò che è relativo, ossia la manifestazione, dipende dallo Spirito che la genera, dipende dall’Assoluto, il quale, invece, non dipende affatto da essa. Lo Spirito, l’Assoluto non dipende da niente, se non da se stesso.

Facciamo un esempio, al fin di esser più chiari, per così dire di natura ‘ottico-astronomica’: il Sole è la sorgente della Luce. La Luce ha nel Sole la sua sorgente, perché da essa ‘sorge’, ed essa ha nel Sole la sua ‘scaturigine’ perché solo dal Sole essa, appunto, ‘scaturisce’. Anche la Luna, il bell’Astro della Notte che tanto allieta e commuove le anime delicate e i poeti, ci invia nelle ore notturne la sua pallida luce, ma quella lunare è luce solo ‘riflessa’, ossia essa non sorge originariamente dalla Luna, non scaturisce dalla Luna, non viene generata dalla Luna. La luce lunare, in realtà, è solo – dovremmo dire ‘era’, perché essa è ‘posteriore’ alla originaria scaturigine  – Luce solare oramai solo ‘riflessa’ e non più originariamente ‘sorgiva’. Come tale, essa dipende dalla Luce solare –  in definitiva dal Sole – dalla cui esistenza è ‘condizionata’. Infatti, durante la Neomenia, come la chiamavano gli Elleni, ossia durante il Novilunio, la Luna non c’invia nessuna luce, perché essa non la ‘genera’ affatto, non è l’originaria sorgente di quella bella luce ch’essa ci riflette durante il Plenilunio. Quindi la luce lunare, in quanto manifestazione, dipende ed è generata dal Sole e dalla Luce solare, che è Luce sorgiva, generante e manifestante, e non viceversa.

Lo Spirito, in quanto Assoluto, è – direbbero la platonica Scuola di Chartres e l’aristotelica Scolastica medievali – l’Ens realissimus, l’Essere supremamente reale,  il quale è – per dirla con Benedetto Spinozacausa sui, ossia unica, esclusiva, causa di se stesso, ossia Ente che ha unicamente in se stesso, e non in altro, la causa della propria esistenza. O, per dirla più esattamente, nell’Assoluto, e solo nell’Assoluto, ‘essenza’ ed ‘esistenza’ coincidono. Questo perché – secondo la prima proposizione dell’Ethica more geometrico demonstrata del coraggiosissimo filosofo olandese «per causam sui intelligo id, cujus essentia involvit existentiam, sive id, cujus natura non potest concipi, nisi existens», ovvero, per dirla nella bella lingua del nostro Dante, «per causa di se stesso intendo ciò la cui essenza implica l’esistenza, cioè la cui natura non può essere concepita se non come esistente». Va da sé, che  essendo l’Assoluto un qualcosa ha la causa esclusivamente in se stesso, e non in altro, non può essere limitato da qualcos’altro, anche per la ragione che, a rigor di termini, fuori dello Spirito, dell’Assoluto, nulla veramente è, e non potendo essere limitato da nulla, esso è per sua stessa natura infinito.

Questi possono sembrare pensieri ‘filosofici’, ossia meramente ‘speculativi’, mentre in realtà non lo sono affatto. Essi comportano, come vedremo, conseguenze pratiche di notevole importanza. Conseguenze che il discepolo della Scienza dello Spirito, che abbia la temerarietà di voler realizzare lo Spirito, ossia di voler realizzare l’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, farebbe bene a prendere moltissimo sul serio. Il non farlo, sia pure in buona fede, può dare origine a vari equivoci – come purtroppo è molte volte, anzi troppe volte, accaduto – equivoci che possono portare a situazioni contraddittorie, dolorose, e financo al totale fallimento della tentata impresa spirituale. Le conseguenze di una tale incomprensione di questo punto fondamentale, e degli equivoci che ne scaturiscono, sono all’origine – anzi ne sono state per un secolo abbondante, e ne sono tuttora, purtroppo, la causa specifica – della sciagurata crisi del movimento spirituale antroposofico, dello snaturamento totale della Società Antroposofica, del fallimento della missione che a quest’ultima era stata assegnata da Maestro dei Nuovi Tempi, da Rudolf Steiner, nonché delle prove dolorose e drammatiche che ha attraversato, e che tuttora attraversa, quella Comunità Solare, che Massimo Scaligero ha creato, ha impulsato, e alla quale sino alle ultime ore della sua esistenza terrena egli ha donato sacrificalmente tutte le sue forze.  

Ora, la Via dell’Iniziazione, la Via che coraggiosamente – anzi oltremodo temerariamente dal punto di vista ‘relativo’ e ‘condizionato’, che è fatalmente un punto di vista meramente ‘umano’, ‘umanotroppo umano’, in definitiva ‘umano-animale’ – intende percorrere chi voglia realizzare l’Assoluto, è una ‘Via dello Spirito’, e non una ‘via dell’anima’, come abbiamo, invece, visto troppo spesso propugnare da chi come – tanto per ritornare, una volta di più, su una vexata quaestio – l’Innominato si sforza, con varie opportune tattiche, di attuare, tentativo che, del resto, più volte su questo audace blog abbiamo nominato, apertamente denunciato, ed ogni volta rintuzzato, come una insidiosa quanto esiziale forma di ‘trasbordo ideologico inavvertito’. La ‘Via dello Spirito’ è una ‘Via di Conoscenza’, e non la via di un mero infinito e indefinito ‘miglioramento morale’, che non esce, né può mai uscire, in quanto semplicemente tale, dai ferrei limiti di una natura radicalmente dominata dalle Deità ostacolatrici. La ‘Via dello Spirito’ non è una forma di ‘pietismo’ ad uso di quelle che il poeta tedesco Wolfgang Goethe chiamava ‘die schöne Seelen’, ossia le ‘anime belle’, ‘Pietismo’ che nei secoli XVII e XVIII – in epoca ancora gabriellita – pur ebbe la sua ragion d’essere, i suoi momenti luminosi, ed in taluni casi persino il suo esoterismo, ma che oggi – in epoca michaelita – è ormai del tutto superato ed esaurito.  

La ‘Via dello Spirito’ è, necessariamente, una ‘Via del Pensiero’: quella ‘Via del Pensiero Vivente’, che Massimo Scaligero ha riposto, come un filone aureo, al centro della Scienza dello Spirito. La ragione per la quale la ‘Via dello Spirito’ è necessariamente una ‘Via del Pensiero’, la chiarisce lo stesso Rudolf Steiner nella sua Die Philosophie der Freiheit, ossia nella sua La Filosofia della Libertà, là dove nel primo capitolo, Das bewusste menschliche Handeln, L’azione umana cosciente, citando G. W. F. Hegel, Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften (la di lui classica Enciclopedia delle scienze filosofiche), Vorrede zur 2. Ausgabe. Werke, Bd. 8, Frankfurt 1970, S. 25, così scrive, alle pp. 24-25 dell’edizione tedesca:

«Wenn wir erkennen, was Denken im allgemeinen bedeutet, dann wird es auch leicht sein, klar darüber zu werden, was für eine Rolle das Denken beim menschlichen Handeln spielt. «Das Denken macht die Seele, womit auch das Tier begabt ist, erst zum Geiste», sagt Hegel mit Recht, und deshalb wird das Denken auch dem menschlichen Handeln sein eigentümliches Gepräge geben»,

ossia, come, appunto, possiamo leggere ne La Filosofia della Libertà, Editrice Antroposofica, trad. di Dante Vigevani, Milano, 1966, p. 21:

«Quando sapessimo che cosa significa il pensare in generale, ci sarebbe anche facile comprendere l’ufficio che esso adempie nell’agire dell’uomo. «Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito», dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche nell’agire dell’uomo». 

Eppure, da parte coloro che propongono in varie forme, palesi o occulte, il suddetto esiziale ‘trasbordo ideologico inavvertito’, viene sovente propugnata una ‘via dell’anima’ come unica regolare e tuttora attuale ed efficace per l’uomo di questo tempo, e più o meno sommessamente, talvolta persino apertamente, da costoro viene sottolineato come una ‘Via dello Spirito’, in quanto ‘Via del Pensiero’ possa, invece, essere – a loro dire, naturalmente – insufficiente, e persino sovente pericolosa, e citando da un paio opere di Massimo Scaligero una frase, opportunamente staccata dal contesto, affermano che «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo». Vi sono stati vari casi – da chi scrive constatati e verificati personalmente – di praticanti alle quali da persona ‘autorevole’, alcuni decenni fa, venne sconsigliata la pratica della Concentrazione: tanto per rammentare un singolo caso, a mo’ di esempio, ad una energica praticante tergestina venne addirittura consigliato di sostituirla col tricot-tricot, col lavorare a maglia, cosa che la praticante, asceta moltissimo impegnata, si guardò bene dall’accogliere e dal seguire. In altri casi, purtroppo, un cotale sciagurato consiglio, o per ingenuità o per inesperienza, venne accolto, paralizzando per sempre lo sviluppo interiore: anche in questo caso ho dinanzi un evento specifico. Ripeto: purtroppo! Sarebbe meglio, molto meglio, che io asinescamente mi sbagliassi, perché in cotal caso io riderei di me stesso, ed il mondo sarebbe migliore, ma purtroppo non è così. Coloro che riportano, strumentalizzandola furbescamente, la suddetta citazione, dimenticano quel che lo stesso Massimo Scaligero scrive in un’opera, da essi indubbiamente poco conosciuta (altrimenti non direbbero e non scriverebbero certe sciocchezze), del tutto incompresa, e ancor meno amata, La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero, Tilopa, Roma, 1967, là dove nel primo capitolo della seconda parte, intitolato La ricerca dell’Io, alle pp. 156-157, così apertamente afferma che:

«L’impulso che amministra il sapere nel mondo attuale opera ormai ovunque a tagliare fuori lo spirito dalla cultura, nonostante che questa si formi grazie a conoscenze prodotte dallo spirito. Peraltro facilmente si scambia per presenza dell’Io nella cultura la tensione individualistica, che si esprime mediante ideologie tendenti ad assicurare il crisma etico-religioso all’indisturbato dominio degli istinti; mentre, per altro verso, si crede che un appello alla fondamentalità dell’Io e alla necessità di un’esperienza cosciente del suo principio, sia una via di sublime egoismo. La realtà è che proprio l’«individualista» di tipo moderno manca di individualità».

La Conoscenza spirituale – quella autentica, non quella sciagurata parodia di essa che circola in tanti ambienti a pretese esoteriche – è ben diversa dalla conoscenza meramente intellettuale, la quale non supera i limiti ferrei dell’anima razionale-affettiva, legata ai sensi corporei, al sistema nervoso, alla mediazione cerebrale. Su questo punto Massimo Scaligero è instancabilmente ritornato innumerevoli volte, mostrando come una tale ‘conoscenza’, pur espressa spesso in termini colti, filologicamente ineccepibili, sia in realtà una conoscenza apparente, una conoscenza fondamentalmente illusoria. E lo stesso Rudolf Steiner, parlando a coloro che erano stati accolti nella Scuola Esoterica, da lui rifondata dopo il Convegno di Natale del 1923, parla con totale chiarezza circa il carattere meramente apparente, e quindi illusorio, dal punto di vista spirituale, della conoscenza profana, di tutta la conoscenza profana, e persino della stessa conoscenza scientifica, che pure egli apprezzava pienamente, quando questa non era quel dilettantismo che, già da allora, sempre di più andava diffondendosi tra le corporazioni universitarie, oggi ovunque universalmente imperanti. Egli, sin dalla prima ‘lezione di Classe’, tenuta a Dornach, il 15 febbraio 1924, parlando delle esperienze che il discepolo dell’Iniziazione deve affrontare allorché giunge alla Soglia del Mondo Spirituale, vigilata da un severo Guardiano, così dice:  

«Ma per tutti coloro che sentono di essere membri di questa Scuola dovrebbe essere del tutto chiaro che quanto non viene raggiunto con questo atteggiamento d’animo [sc., con l’atteggiamento della conoscenza profana, originata dal pensiero riflesso] non è vera conoscenza, ma soltanto parvenza di conoscenza; che in quanto viene in genere considerato scienza – accolta dall’uomo prima di essere cosciente dei moniti del Guardiano della Soglia che conduce alla conoscenza spirituale – che in tutto ciò non vi è che la parvenza del sapere. Non occorre che essa rimanga tale. Noi non disprezziamo l’esteriore parvenza del sapere. Dobbiamo però renderci chiaramente conto che essa esce dallo stadio di apparente sapere solo quando si trasforma attraverso quanto l’uomo può apprendere intorno alla purificazione e alla metamorfosi del suo essere.[…] Chi non giunge a conoscere che fra la dimora nei campi dei sensi, dove dobbiamo vivere nella nostra esistenza terrena fra nascita e morte, e quel che c’è nel mondo spirituale si spalanca una voragine; chi non raggiunge un’adeguata conoscenza di questo fatto non può pervenire a una vera, reale conoscenza. Poiché solo con tale coscienza l’uomo può entrare in una vera, reale conoscenza».

Se mi è consentito, sempre al fine di essere il più chiaro possibile in un campo nel quale, oggi di chiarezza – malgrado tutto quello che Massimo Scaligero limpidamente ha scritto e detto  tra gli appartenenti alla Comunità Solare da lui fondata e instancabilmente impulsata, ve n’è molto poca, fare un esempio, a mo’ di illustrazione, tratto ancora una volta da campo dell’Ottica, accennare alla formazione di una immagine così come viene generata da una superficie catottrica, come viene chiamata in ottica geometrica, o più esattamente – secondo la denominazione usata dal Prof. Vasco Ronchi – nella geometria della radiazione ottica, ossia da uno specchio. Uno specchio piano dà di un oggetto, posto dinanzi ad esso, una immagine ‘riflessa’. Le leggi dell’Ottica definiscono un tale oggetto come ‘oggetto reale’, posto in un ‘reale spazio oggetto’, anteriore rispetto allo specchio, mentre l’immagine riflessa che di esso ne dà lo specchio sarà una ‘immagine virtuale’, situata in uno ‘spazio immagine virtuale’, sito posteriormente rispetto alla superficie dello specchio stesso. Avendo potuto studiare, per oltre cinque decenni, l’Ottica, come scienza della visione, secondo l’insegnamento di essa inaugurato, all’Istituto Nazionale di Ottica di Arcetri, dal Prof. Vasco Ronchi, posso assicurare il candido lettore, che non è sempre facile, in certe condizioni, per molti distinguere l’immagine ‘virtuale’ dall’oggetto ‘reale’, così come, invece, è facilissimo per molti, in certe condizioni, scambiare e sinceramente credere ‘reale’ l’apparente spazio immagine ‘virtuale’ dello specchio riflettente, e ciò che esso contiene. Il capitolo delle cosiddette ‘illusioni ottiche’ è un capitolo di estrema importanza nell’Ottica come scienza della visione, specificamente riguardo a quel fenomeno che viene denominato dal Prof. Ronchi, con una esatta definizione, ‘genesi del mondo apparente’, cui egli dedicherà del resto l’importantissima ed ultima delle sue opere scientifiche.

Ora immaginiamo di vedere nell’apparente spazio immagine virtuale dello specchio piano, opportunamente mascherato, l’immagine ‘riflessa’ di un cibo particolarmente gustoso, e di non essere nelle condizioni di scorgere l’oggetto ‘reale’ del quale lo specchio dà, nel fenomeno della riflessione, una ‘immagine virtuale’. Quella ‘immagine virtuale’, da chi non conosca le leggi dell’Ottica, potrà esser facilmente scambiata per un ‘oggetto reale’, e potrà persino suscitare la brama di voler afferrare e gustare quel cotal seducente cibo. Ma – come direbbe Wolfgang Goethe – i sensi non ingannano mai, semmai inganna il ‘giudizio’, ossia inganna un pensiero inetto, inesperto e incapace: un pensiero che, in realtà, non è reale, concreto, vivo pensiero. Ed è logico che sia così, perché in una condizione di ‘ignoranza’ – di avidyâ direbbero gli indiani, ossia di ‘non visione’, di ‘non retta visione’, contrapposta a vidyâ, la retta visione’, la ‘visione penetrante’ – l’essere umano, vittima del suo debole, distorto, ed offuscato conoscere, col suo incerto, anemico, assottigliato pensare, scambia facilmente per realtà ciò che reale non lo è affatto, e giunge a bramare, talvolta con una forma di sete divorante, ciò che non è reale, e che, per tale ragione, egli non potrà mai veramente cogliere e possedere. E, come insegna il Buddha Shakyamuni, da questa cieca ‘ignoranza’ nascono le sue tre male figlie: la brama, la paura e l’avversione. 

Ora, se la causa di tanto male è la cieca ‘ignoranza’ – la avidyâ, cieca appunto perché il distorto, soggettivo, assottigliato, fiacco e anemico pensare non ‘vede’ – il farmaco della guarigione non può essere altro che la ‘Conoscenza’, la Vidyâ che dona la ‘retta visione’, la ‘Gnosi folgorante’, che scuote e risveglia il pensare, liberandolo dalla sua paralisi, dal suo narcotico sonno, dalla sua debolezza, dalla sua cecità, dalla sua distorta visione, restituendolo alla sua realtà. Ma, a questo punto, occorre chiedersi quale tipo di pensare risorge dalla condizione di tramortimento, di offuscamento, di mortale paralisi. È fondamentale rendersi conto di questo punto cruciale, altrimenti non è affatto possibile comprendere perché il pensiero ‘profano’, anche il più ‘onesto’, ‘intelligente’ e ‘colto’ può dare unicamente una conoscenza ‘apparente’, non una conoscenza ‘reale’

La ragione di ciò sta tutta nella condizione di ‘riflessità’ del pensiero ordinario, del pensiero ‘profano’. Infatti, Massimo Scaligero già nel primo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, 2° ediz., riveduta e ampliata, Tilopa, Roma, 1979, p. 7, così scrive:

«L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto. Egli conosce solo il pensato, o pensiero riflesso, ma non sa come lo conosce. Deve prima pensare, per conoscere il proprio pensiero: non conosce il pensare». 

Così come la luce lunare, anche la più splendente e bella come quella del Plenilunio, non è luce ‘sorgiva’,  non è luce ‘originaria’, ma solo luce ‘riflessa’ rispetto alla vivente Luce che scaturisce dal Sole; così come l’immagine, che si forma nello ‘spazio immagine’ di uno specchio piano, è ‘virtuale’, in quanto non ‘reale’, perché ‘riflessa’, così anche il pensiero ordinario è mero ‘pensiero riflesso’, perché legato alla percezione sensoria, alla mediazione del sistema nervoso centrale, e soprattutto alla mediazione del cervello, che rispetto all’atto del pensare funziona come un ‘catottro’, ossia come uno ‘specchio riflettente’. Un tale pensiero non è dunque ‘pensiero sorgivo’, non è ‘pensiero reale’ ma solo ‘apparente’, non è ‘pensiero vivente’. E, se non è ‘pensiero vivente’, attualmente, concretamente, ‘vivente’, allora è ‘pensiero morto’, o ‘morente’. Un tale ‘pensiero riflesso’, per quanto possa essere ‘intelligente’, culturalmente ‘valido’, scientificamente ‘esatto’, manca di interna vitalità, manca di reale sostanza, di concretezza, e, per quanto possa essere intellettualmente seducente, fornisce solo una ‘conoscenza apparente’, quindi, dal punto autenticamente spirituale, è ‘irreale’. Il grande Śaṅkarâcârya, l’Ādi Śaṅkarâcârya fondatore nell’India dell’VIII secolo della Scuola dell’Advaita Vedânta, dell’audace ascesi  o sâdhanâ hindù, che vuole superare ogni dualità, definirebbe un tale apparente conoscere mâyâ, ossia una ‘illudente irrealtà’.

Ma se l’ordinario pensiero riflesso, che dà della realtà solo una ‘immagine virtuale’, priva di vivente sostanza reale e di concretezza, è ‘pensiero morto’, ‘pensiero disanimato’, significa, che prima di esser tale, esso necessariamente era ‘pensiero vivente’, così come la riflessa luce lunare, prima di tale riflessione, era necessariamente sorgiva, irradiante, vivente,  Luce solare. Infatti, Massimo Scaligero nel capitolo sesto del Trattato del Pensiero Vivente, pp. 19-20, così scrive:

«Il pensiero pensante, che può far risorgere dall’astrattezza il pensiero riflesso, riattivando il momento dinamico della riflessità, non è ancora, dunque, l’interiore vita che lo fa essere pensante, spegnendosi questa ogni volta che esso si attui come tale. Questa vita è bensì presente nel pensiero pensante, ma ogni volta per dileguare. […]

Quel che era metafisico un tempo si fa ora, negandosi, sostanza della individualità: è la disanimazione del pensiero che, come pensiero riflesso, proietta il mondo nell’astratta oggettività.

Ma la disanimazione presuppone il momento dell’animazione, o della vita, e la logica stessa del pensiero che pensa, sperimentata compiutamente, conduce a intuire il momento intemporale e incorporeo del pensiero, o pensiero vivente: intuizione che, tuttavia, è soltanto lampeggiare del pensiero vivente. Non è ancora il suo essere. Il suo reale essere è il Logos da cui discende, a cui segretamente è volto, e che sempre è pronto a darglisi come presenza della sua forza, identità, perennità».

È necessario, assolutamente necessario, veder ben chiaramente, per esempio, qual è il tipo di conoscenza e di pensiero che, per la sua compromissione mondana è disomogeneo, addirittura ostacolante il cammino spirituale del discepolo dell’Iniziazione. Per l’antico asceta d’Oriente o d’Occidente, la Via della Sapienza – della Sapienza, non la deragliante via della ‘cultura’ parolaia, vuota e narcisistica, oggi ovunque invadente e tirannicamente imperante, anche in ambienti ‘esoterici’ – era, e per il discepolo della autentica Scienza dello Spirito ancor oggi è, un processo pugnace, combattivo, faticoso, spesso doloroso, di autoconoscenza, di autocoscienza, di consapevolezza, di liberazione dai limiti umano-animali, che mal si concilia, anzi non si concilia affatto, con le aspirazioni, e la prassi, di arrivismo, di manipolazione politica, ideologica, psicologica, intellettuale, giornalistica, confessionale e religiosa. E non si concilia neppure – come qualcuno, con aspra sagacia, ha fatto osservare – «con l’umana troppo umana carriera da intellettuale-filosofo o professore universitario»

La ‘Via’ che deve condurre alla Conoscenza dell’Assoluto, naturalmente, non può essere un ‘via’ qualsiasi, una ‘via’ pur che sia: deve avere  caratteri omogenei con quelli dell’Assoluto stesso, perché solo il simile conosce il simile. È noto come di una figura grandiosa e tragica come quella del Conte di Cagliostro, nel XVIII secolo, venisse affermato – ut traditur – che: Pour savoir ce qu’il est, il faudrait être lui-même, ovvero, per sapere quello ch’egli è, bisognerebbe esser lui stesso. Ed è noto, altresì, come lo stesso Conte di Cagliostro amasse dire: Per conoscere una cosa, bisogna diventare quella cosa, per sapere che cosa sia l’amore, bisogna amare. E cioè, che per conoscere iniziaticamente qualcosa – ossia: veramente, e non dialetticamente, illusoriamente – è necessario, assolutamente necessario,  diventare,  e tramutarsi in quella stessa cosa nella immedesimazione contemplativa. Ciò, ovviamente, non è affatto comodo, né tampoco facile. Deve essere superata quella condizione per la quale l’esangue pensare ordinario è meramente ‘riflesso’, e come tale, incapace di cogliere la realtà, ed ‘irreale’ esso stesso. Per cogliere autenticamente la realtà, e non solo una sua inconsistente ombra, un mero ‘riflesso virtuale’, deve – assolutamente deve – essere superata la dualità che separa soggetto e oggetto. Ma questo superamento della dualità è un volitivo interiore atto ascetico, non un discorso ‘filosofico’, non una brillante performance da ‘chiacchieroni dello spirito’, come li definiva Giovanni Colazza, l’adamantino, austero e severo Maestro e amico di Massimo Scaligero.

Una tale ‘Via’ deve essere ‘omogenea’ all’Assoluto che vuole ‘conoscere’, anzi che vuole ‘realizzare’, perché la ‘conoscenza’ è ‘realizzazione’, o non è nulla. Non sono concesse approssimazioni di sorta. Quindi se l’Assoluto è l’Incondizionato, disciolto da ogni ‘condizione’, anche la ‘Via’, che conduce ad esso, deve essere tale, ossia deve essere ‘incondizionata’, libera da ‘pre-condizioni’ di qualsivoglia specie, che un tempo – per esempio, nelle antiche ‘Vie’ d’Oriente – erano richieste come ‘qualificazioni’ necessarie. In India, un Maestro, un Guru, accettava o rifiutava – rifiutava irremissibilmente, senza appello – un postulante come discepolo a seconda che questi possedesse o meno gli adhikâra, le necessarie ‘qualificazioni’, perché vigeva, e in Oriente vige ancor oggi, l’adhikâra-vidhi, ossia una ingiunzione vincolante ad una severa verifica, la quale determini se una persona abbia il diritto o meno a intraprendere o ad essere coinvolta nel sâdhana, nell’ascesi realizzativa. Quindi l’adhikâra-vidhi si riferisce ad un esame, ad uno scrutinio per constatare se il postulante abbia o meno le qualificazioni richieste per essere uno yogin. Ma una tale ‘Via’ che pone simili ‘qualificazioni’ come ‘pre-condizioni’ al cammino spirituale, è ancora una ‘Via’ che si basa su una ‘natura’ spirituale, non sullo Spirito nella sua assolutezza: è ancora una ‘Via lunare’, e come tale condizionata: non è, né può essere, la ‘Via Assoluta’, la ‘Via Solare’

Con l’esaurirsi dell’età oscura, dell’esiodea età del ferro, della nordica età dell’ascia e del lupo, del più che temuto kali-yuga indiano, tacciono tutte le voci degli oracoli e delle tradizioni. Quel che ne sopravvive sono residui involuti e largamente degenerati della ‘tradizione lunare’. Oggi, rimettersi ad essa, ad una qualsivoglia autorità sedicente ‘spirituale’, ad una ‘organizzazione tradizionale’, è rinunciare ad essere l’Io che pur sempre si è. Nel momento in cui, nel venir meno degli oracoli, tace la voce degli Dèi, l’essere umano può comunque – anzi deve – fare appello all’Assoluto che è in lui, e che gli è consustanziale. L’Assoluto è l’Io Sono del suo stesso Io: è l’Io ch’egli, comunque, e malgrado ogni offuscante illusione, pur sempre è, ma che ancora egli non ha  coscienza, né il coraggio di essere.  

Non è il livello immorale dell’anima la causa della mancanza di ‘conoscenza’, la causa reale della ‘cecità’ e della ‘ignoranza’ della realtà spirituale: semmai il contrario. Per chi, sagacemente, sappia ‘guardare’, e non solo ‘guardare’, ma anche ‘vedere’, è la cecità spirituale, la offuscante ‘ignoranza’ – che Siddhârtha Gautama, il Buddha Śâkyamuni, affermava essere la ‘radice di tutti i mali’ – a provocare la fatale corruzione delle forze originarie dell’anima, e non viceversa. Ciò è ampiamente dimostrato dalla usurante, sfibrante, lotta contro istinti, brame, passioni, emozioni, che intraprende colui che crede poterli affrontare unicamente sul piano dell’anima, colui che crede poterli affrontare con un mero ‘pensare riflesso’, condizionato dalla sua soggezione alla mediazione cerebrale e sensoriale. Vi sono casi – ne ho alcuni esempi davanti agli occhi – di persone capaci di fare una ‘analisi’ onesta, sincera, intelligente, perspicace del proprio modo di esistere, di vivere, che esse giudicano essere ‘immorale’, ma questa ‘analisi’ non dà loro neppure un briciolo di forza per sottrarsi a quel modo ‘immorale’ di esistere, perché alla loro intelligentissima ‘analisi’ sfugge la reale causa della loro ‘immoralità’: la ‘ignoranza’, la ‘cecità’ spirituale, che fatalmente provoca la corruzione delle forze dell’anima, e la obbliga ad una sfibrante, e in definitiva inutile, lotta contro le emergenze emotive ed istintive, che periodicamente la travolgono. È dalla ‘Conoscenza’, dalla ‘visione penetrante’, dalla ‘vidyâ’, che scaturiscono forze morali, e non viceversa. 

Mettiamo il caso – casi del genere sono realmente accaduti sia nella storia antica che in quella recente – di una persona che il destino abbia spinto a percorrere la oltremodo pericolosa via della criminalità. Può accadere – ma ciò, sia pure raramente, è realmente accaduto – che un simile criminale si trovasse, improvvisamente e in maniera inattenuata, di fronte alla conoscenza dello stato di abiezione morale nel quale è precipitato, ed intraveda una ‘conoscenza liberatrice’, radicalmente trasformatrice del suo immorale modo di esistere. Egli potrebbe intraprendere, con una audacia senza pari, un sentiero di ‘Conoscenza’ che trasformerebbe le sue forze ‘cadute’ in basso in novelle forze dell’Io. La storia di Aṅgulimâla, spietato brigante assassino, il quale – come raccontano le scritture buddhiste nelle fonti sia pâli che sanscrite – fu convertito dal Buddha Śâkyamuni mediante la ‘Conoscenza’, e che giunse alla stessa Illuminazione. Un altro esempio è quello di Paolo di Tarso, il quale era partito da Gerusalemme con quaranta ceffi suoi pari, per impadronirsi dei cristiani di Damasco, tradurli davanti al Sinedrio, e far fare loro, molto probabilmente, una fine poco raccomandabile. Eppure, dalla folgorante ‘Conoscenza’ del Logos venne anch’egli radicalmente trasformato. Ed anche nel nostro Medioevo si hanno esempi di simili radicali trasformazioni provocate da una subitanea, folgorante, ‘Conoscenza-Visione’. Ciò dimostra come avesse molte ragioni Massimo Scaligero a dichiarare che: «il Logos ama chi si compromette», e che «è meglio essere  delinquente che borghese». Naturalmente – è bene dirlo, a scanso di spiacevoli equivoci, a chiare lettere – qua non si sta facendo affatto l’apologia della criminalità e del reato. 

Ora, se la Via dello Spirito è la Via Assoluta, essa deve essere indipendente da ‘pre-condizioni’ di qualsiasi tipo e sorta. Giacché l’Assoluto è presente e, di conseguenza, comunque sempre ritrovabile, alla base di ogni essere, e, in particolare di ogni essere umano: dell’uomo ottuso e di quello intelligente, del saggio e dello sciocco, dell’uomo morale e del criminale, del forte guerriero volitivo e del fiacco borghese, del diligente conformista e dell’audace anticonformista, del pacato pensatore e dell’uomo sentimentale e istintivo, del santo e del peccatore. Leggendo gli stessi Vangeli, è evidente come il Signore sovente si rivolga non tanto ai ‘sapienti’, agli ’iniziati’, ai ‘qualificati’ eredi della antica, veneranda, sapienza lunare, ossia ai sacerdoti, agli scribi, ai dottori della legge mosaica, ai farisei, i quali allora sicuramente non erano tutti degli ‘ipocriti’, dei ‘sepolcri imbiancati’, quanto piuttosto ai derelitti, ai decaduti, ai disprezzatissimi ‘pubblicani’, odiatissimi servitori dell’occupante potere romano, addirittura a dei ‘gentili’, ossia dei ‘pagani’ estranei alla tradizione spirituale d’Israele, a delle adultere, a delle pubbliche peccatrici, com’erano le prostitute, ad un centurione romano, ad una ‘cananea’, agli ‘smarriti’, come vengono chiamati nei Vangeli, che rischiavano di perdere lo stato umano, scivolando pericolosamente nel subumano.

Per cui, la Via dello Spirito, la Via dell’Assoluto, oggi, è illimitatamente aperta a chiunque coraggiosamente voglia affrontarla – quale che sia il suo punto di partenza – a chiunque voglia seriamente percorrerla con volontà risoluta, e ad essa si consacri. Certo, la ‘Via’ non è affatto facile, altrimenti Massimo Scaligero non avrebbe scritto, sin dalle prime parole del suo Trattato del Pensiero Vivente, che:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi».

Oppure, lo stesso Rudolf Steiner non avrebbe scritto nella sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, Bari, Gius. Laterza e Figli, 1947, pp. 251-252, che:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in sè stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Ma errerebbe moltissimo errerebbe – chi obbiettasse di non poter percorrere una simile audace ‘Via’, perché ‘debole’, perché ‘indegno’, o ‘immorale’, o ‘immaturo’, o ‘ottuso’, o ‘non qualificato’, perché la ‘Via’ è, di per sé, ‘qualificante’, è ‘purificatrice’, ‘maturante’, ‘dignificante’, ‘rafforzante’, radicalmente trasformatrice di tutto l’essere: ne ho avuto diretta, esemplare, esperienza in moltissimi casi. In Oriente vi è il detto: «Là dove è una volontà, là è una via». Non vi è mèta che non sia raggiungibile a chi veramente voglia, e non vi è temeraria realizzazione che non sia attuabile da chi – pur partendo dalle condizioni più sfavorevoli e meno propizie – si impegni con volontà tenace e risoluta. Anche chi avesse una volontà debole e fiacca, oggi, nella ‘Via Assoluta’, può costruirsi e conquistarsi una volontà che – come afferma il mio amico C., asceta d’altra dottrina, e mio  spirituale compagno d’armi di tante aspre battaglie – è «ghiaccio-diamante: fredda come il ghiaccio, e dura come il diamante». Anche di questo ho davanti agli occhi esempi eloquenti e illuminanti. Per cui, bando alle perplessità, bando ai dubbi e alle esitazioni!  

Sin dalla mia ormai lontana adolescenza, ho avuto modo di conoscere se non tutte, almeno la maggior parte delle ‘Vie’, antiche e moderne, simboliche e rituali, o prive di qualsivoglia forma cerimoniale, magiche, mistiche, yoghiche, ermetiche, sapienziali, gnostiche e via dicendo. Tipologicamente, penso di averle in qualche modo conosciute proprio tutte, perché anche quelle a me non direttamente note, erano e sono analoghe, affini e simili a quelle già note.  Esse tutte patiscono il limite proprio ad una ‘via lunare’; esse tutte non sono scevre di ‘presupposti’; esse tutte esigono ‘pre-condizioni’ e particolari ‘qualificazioni’ per essere percorse. Esse tutte presuppongono un particolare tipo umano: non sono ‘universalmente umane’. Esse tutte sono ‘condizionate’: non sono, quindi, la ‘Via Assoluta’

Ma ciò di cui necèssita – urgentemente, tragicamente, necèssita – l’uomo di questa epoca è proprio una ‘Via incondizionata’, percorribile da ogni tipo umano sapiente o ottuso, volitivo o sentimentale, idealista o istintivo, maturo o immaturo, morale o carente di moralità. Se l’Assoluto è alla base – e lo è realmente sempre – di qualsivoglia tipo umano, quale che sia il suo carattere, il suo temperamento, la sua personale maturità, allora Esso deve essere conosciuto come tale da ogni essere umano, e su di Esso – oggi solo su di Esso – si deve potere, ma soprattutto volere, far leva per una compiuta realizzazione spirituale.

Ma una tale ‘Via Assoluta’, una tale ‘Via incondizionata’, è la ‘Via del Pensiero’ indicata da Rudolf Steiner nella sua Filosofia della Libertà e nelle altre sue opere ‘filosofiche’ (ch’io preferisco chiamare ‘filosofali’), e da Massimo Scaligero in tutte le sue opere, in particolare nel Trattato del Pensiero Vivente e nella Logica contro l’uomo. Quella che viene indicata è la ‘Via immediata’, non necessitante di ‘pre-supposti’, o di ‘mediazioni’ di nessun tipo. Infatti, Massimo Scaligero, così scrisse nella seconda di copertina dell’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile, Sansoni, Firenze, 1959, con parole che più chiare non potrebbero essere:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella « via » del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo»

La ‘Via Assoluta’, la ‘Via immediata’, la ‘Via’ che può fare a meno di ogni ‘pre-supposto’, di ogni ‘pre-condizione’, di ogni ‘mediazione’, è quindi la ‘Via del Pensiero Vivente’, quella ‘Via’ «oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen», che Massimo Scaligero ha instancabilmente indicato sino alle ultime ore della sua vita, e la Concentrazione «l’esercizio a sé sufficiente», com’egli lo chiamava – è la ‘tecnica’ audace, efficace, realizzativa, risolutiva, non necessitante di ‘mediazione’ veruna, del ‘glorioso stato assoluto’, come lo chiamava molti decenni fa V., una eletta anima di coraggiosa asceta.   

La ‘Via del Pensiero Vivente’, la ‘Via’ della ‘Concentrazione Assoluta’ è – parlo per esperienza diretta: l’unica che, in definitiva, è Regina sovrana in quest’ordine di cose – la ‘Via’, più sicura, più veloce, la ‘Via immediata’, la ‘Via diretta’, la ‘Via senza appoggi’, quella più efficace – anzi, oggi, l’unica veramente efficace – più magicamente potente. E data la gravità dei tempi, data la precarietà dell’attuale condizione umana, la sua estrema pericolosità, non è più lecito perdere tempo e forze in esaurite ‘vie’ del passato, in sopravviventi ‘vie’ della ‘tradizione lunare’. Non è più lecito, né quindi concesso, perdere tempo e forze in ‘approssimazioni’, in tentativi sfilacciati e improvvisati di una volontà fiacca volubile e incostante, o nella ricerca di consolanti, quanto pericolosamente illudenti, narcotici sentimentali, mistici, magici, o intellettuali, che lasciano intoccato il dominio delle Deità Ostacolatrici sulla nostra natura inferiore.

La ‘Via’ oggi non può, ormai, essere altro che una ‘Via’ dello Spirito ‘oltre’ l’anima, una ‘Via’ dello Spirito ‘malgrado’ l’anima caduta, e – se necessario – anche ‘senza’ l’anima, ossia ‘senza’ le forze corrotte di una tale anima, perché solo lo Spirito può ricreare, rigenerare, l’anima stessa. La ‘Via Assoluta’ è la ‘Via’ del coraggio assoluto, ossia di quello che Massimo Scaligero chiamava il «coraggio dell’impossibile».     

SCIENZA DELLO SPIRITO

AMOR VERITATIS. PARTE SESTA.

Il grande – anzi grandissimo – 老子 Lao-tzu principia il suo celebre e alquanto incompreso 道德經, Tao Teh Ching, ovvero il Libro della Via e della Virtù, con parole enigmatiche che, come quelle di ʽViaʼ, 道 ʽTaoʼ, e di ʽVirtùʼ, 德  ʽTehʼ, sono state rese dai traduttori occidentali, eruditi o meno, nelle forme più diverse, talvolta persino contraddittorie tra loro. Ma gli eruditi studiosi – i savants, ovvero ʽcolor che sannoʼ, come li chiamano i nostri cugini latini d’Oltralpe, i francesi – sovente si occupano della trattazione di una materia della quale poco o nulla intendono per la loro totale mancanza di vissuta esperienza interiore, e di conseguenza i savants nel tradurre un testo così profondo ed enigmatico come quello di Lao-tzu, invece di far parlare meditativamente il testo, fanno parlare dialetticamente la loro intelligentissima testa, e vi introducono quanto deriva dal loro savoir, dal loro ʽsapereʼ, con tutti i pregiudizi, persino confessionali, con tutte le loro sin troppo soggettive ed erratiche, talvolta addirittura ridicole (come quelle psicanalitiche, nella fattispecie), ʽinterpretazioniʼ, per cui è proprio il caso di chiedere, in maniera toscanamente dissacrante, come faceva il caro zio Arturo, mais quʼest ce que savent les savants? Ovvero: ma, poi, tutti questi intelligentissimi ed eruditissimi savants, tutti questi idiots savants, questi ʽsapienti idiotiʼ, come li chiamano, piuttosto acidamente, sempre i nostri cloridici cugini d’Oltralpe, affetti da quella che Massimo Scaligero chiamava ʽintelligentissima stupiditàʼ, davvero, che cosa ʽsannoʼ, che cosa ʽconosconoʼ, o che cosa, soprattutto, credono di ʽconoscereʼ? Sicuramente – come causticamente rilevava sempre il caro zio Arturo – in questo genere di ʽconoscenzeʼ, val meglio – molto meglio«sapere di non sapere, che credere, illudendosi di sapere», e aggiungeva che le ʽcredenzeʼ stanno benissimo in cucina, luogo loro deputato, con i piatti, le pentole, le posate, i bicchieri, e i barattoli di marmellata.

Massimo Scaligero, che lʼopera di Lao-tzu e il Taoismo conosceva ed amava profondamente, traduceva il primo verso dellʼaurea opera del Maestro cinese, 道可道非常道, tao kʼo tao fei chʼang tao, così: «La Via Vera, il Tao, non la via di cui si può parlare, non è la via ordinaria», e metteva in evidenza come la ʽVia del Cieloʼ, appunto, «non sia la via ordinaria».

Ma se la ʽVia del Cieloʼ non è quella ordinaria – direbbe il prode Jacques II de Chabannes, detto Jacques de La Palice o de La Palisse, signore, appunto, di La Palisse, e Maresciallo di Francia, che perse la sua ancor giovane, ardimentosa, vita, il 24 febbraio 1525, sotto le mura di Pavia – non può davvero essere altro che una ʽViaʼ tale da poter esser detta solo ʽstraordinariaʼ. Verità, questa, oserei dire, lapalissiana! Ora, la ʽVia del Cieloʼ non è altro che la ʽViaʼ del Mondo Spirituale, ossia la ʽViaʼ dellʼAssoluto, la ʽViaʼ dellʼIncondizionato, che come tale non subisce, né tampoco può mai subire, i limiti e i condizionamenti del miserabile, intelligentissimo, intelletto umano. La parte, il frammento, non può mai veramente mai – prevaricare sullʼUno-Tutto, ed è cosa stupidissima il solo pensarlo. Questo volersi imporre, prevaricando, sullʼUno-Tutto, sullʼUno Unissimo, è frutto di sciocca arroganza e di profonda ignoranza, ed è al contempo un esiziale errore di pensiero, nonché un atto di ὕβρις, hýbris, di quella ʽinsolenzaʼ, di quella ʽsuperbiaʼ, di quella ʽtracotanzaʼ, di quella ʽprevaricazioneʼ, che sono i frutti  guasti e tossici di un orgoglio, di una ambizione, di una arroganza, di un eccesso, di una violenza, di un accecamento spirituale – la avidyâ della sapienza indiana – che impedisce all’uomo di conoscere se stesso, di conoscere i propri limiti, limiti che pure è chiamato a superare proprio mediante conoscenza, ossia essi sono frutti avvelenati contro i quali ci mette in guardia Rudolf Steiner, il Maestro dei Nuovi Tempi, con parole che andrebbero spesso, e a lungo, meditate dai sovente troppo spensierati discepoli della Scienza dello Spirito. Egli mostra come la parte e il frammento possano e debbano trovare lʼarmonia con e nellʼUno-Tutto, e come lʼindividuale possa e debba riconoscersi nellʼUniversale, nonché coraggiosamente ritrovareUniversale in se stesso. Infatti così leggiamo, in una traduzione fatta dall’ottima Iva Levi Bachi, traduzione ed edizione che preferisco rispetto ad altre, di Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, GA-9, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 147-148:

«Gli si apre così la possibilità di non seguire più soltanto le imprevedibili influenze del mondo sensibile, che spingono la sua volontà ora nellʼuna ora nellʼaltra direzione. Mediante la conoscenza egli ha contemplato lʼessenza eterna delle cose. Mercè la trasformazione del suo mondo interiore ha in sé la facoltà di percepire quellʼessenza eterna. Per chi cerca la conoscenza, assumono inoltre unʼimportanza speciale i seguenti pensieri. Quando egli trae il motivo dell’azione da se stesso, sa di trarlo dallʼessenza eterna delle cose, perché le cose esprimono tale loro essenza in lui. Egli agisce quindi nel senso dellʼordine eterno del mondo quando trae dall’eterno che vive in lui la direzione da imprimere allʼazione. Egli sa così di non essere più soltanto condotto dalle cose, ma di condurle egli stesso secondo le leggi ad esse inerenti, quelle stesse che sono divenute leggi del proprio essere.

Questʼagire partendo dallʼinteriorità può essere soltanto un ideale a cui si aspira. Il raggiungimento di questa mèta è assai lontano. Ma chi cerca la conoscenza deve voler vedere chiaramente questa via. Questa è la sua volontà di libertà, poiché la libertà è agire partendo da se stessi, ed è lecito agire partendo da se stesso solo a chi derivi i moventi dallʼeterno. Chi si comporta altrimenti agisce per motivi diversi da quelli inerenti alle cose. Si oppone allʼordine universale, e da questo dovrà essere vinto. In altri termini, ciò che egli prescrive alla propria volontà non potrà da ultimo attuarsi. Egli non può divenir libero. L’arbitrio del singolo essere si annulla attraverso gli effetti delle sue azioni».

Questa idea della connessione del singolo con lʼUno-Tutto, con lʼUno Unissimo, fu espressa da Rudolf Steiner in un suo breve scritto giovanile, databile presumibilmente attorno allʼanno 1886 o al 1888, dal titolo Credo. Der Einzelne und das All, ossia Credo. Il Singolo e il Tutto. Si tratta di tre fogli manoscritti, ritrovati nell’Archivio di Rudolf Steiner soltanto nel 1944, e pubblicati per la prima volta da Marie Steiner sul settimanale Das Goetheanum nel n° 52 del 24 dicembre 1944, ed ora presenti in Wahrspruchworte, GA-40, Rudolf Steiner Verlag, 1998, pp. 14-17. In questo breve scritto, risalente probabilmente al periodo viennese di Rudolf Steiner, allorché egli lavorava sul componimento poetico in prosa di Goethe sulla Natura, sono espresse, in un linguaggio filosofico – ma dovrei, forse, dire ʽfilosofaleʼ – di tipo idealistico, idee affini a quelle che si ritrovano in Goethe, in Hegel, in Schelling, in Lessing, in Spinoza, ma non solo in loro, e non solo in Occidente, circa lʼantica idea ellenica dello Ἕν καὶ Πᾶν, Hen kài Pan, dellʼUno-Tutto. La stessa, stessissima, idea è alla base di tutta la Filosofia Ermetica, nonché di tutta lʼautentica Alchìmia. Non soddisfacendomi troppo la traduzione pubblicata in Italia a suo tempo, prima nella rivista Antroposofia, poi in un volumetto della milanese Editrice Antroposofica, preferisco ritradurne alcuni brani:

«Il mondo delle idee è la sorgente e il principio di tutto lʼessere. In esso è infinita armonia e beata pace. Un essere che non venisse illuminato dalla sua luce, sarebbe una cosa morta, senza senso, esclusa dalla vita del Tutto. Sullʼalbero della creazione dellʼUniverso ha valore solo ciò che deriva la propria esistenza dallʼidea. Lʼidea è lo Spirito completo e chiaro in se stesso, sufficiente per se stesso, ed è se stesso. Il singolo deve guardare e riconoscere in sé lo Spirito, altrimenti si stacca e cade da quellʼalbero come una foglia secca, ed è come se fosse vissuto invano.
Quando lʼuomo si sveglia a piena coscienza, sente e riconosce se stesso come una cosa singola. Ma a tale grado della sua vita interiore, percepisce insita in sé la nostalgia dellʼidea. Questa nostalgia lo spinge a superare il suo stato dʼisolamento e dar vita allo Spirito in sé, e a divenire conforme alla realtà dello Spirito. Lʼuomo cioè si sente spinto a spogliarsi di ogni forma di egoismo che fa di lui un essere particolare, isolato in se stesso, in quanto è lʼegoismo che ottenebra la luce dello Spirito. Tutto ciò che sorge in lui da istinto, brama, passione, è solo frutto di questo egoismo. Lʼuomo deve perciò uccidere ed estinguere in sé questa volontà egoistica, per volere unicamente ciò che lo Spirito e lʼidea vogliono in lui.
«Abbandona quel che vive in te come espressione personale, e segui la voce dellʼidea in te, perché essa sola è divina».
Quello che si vuole come singolo non è che un punto senza importanza alla periferia del mondo, destinato a scomparire nella corrente del tempo. Quello che si vuole «nello Spirito» è nel centro, perché è lì che si accende per lʼuomo la luce centrale dellʼUniverso: e una tale azione non soggiace al tempo. Se si agisce come singolo, si cessa di essere un anello nella catena dellʼazione cosmica; ci si esclude. Se si agisce in Spirito, si partecipa con la propria vita allʼazione cosmica. La morte di quanto è congiunto col nostro sé inferiore è la base di una vita superiore. Giacché chi fa morire in sé il proprio egoismo, costui vive un Essere eterno. Noi siamo immortali nella misura in cui facciamo morire in noi il nostro sé inferiore. Questo è il senso dellʼantico detto:
«Chi non muore prima di morire, andrà in rovina dopo la morte».

Questʼultimo detto, che nel testo tedesco riportato da Rudolf Steiner, suona: «Wer nicht stirbt, bevor er stirbt, der verdirbt, wenn er stirbt», risale al mistico slesiano Angelo Silesio, ma si ritrova, prima di lui, in forma appena lievemente diversa, in un altro mistico tedesco, Jakob Böhme, nella sua Theosophia Revelata oder Alle göttlichen Schriften, Neudruck in 11 Bänden, hrsg. von A. Faust 1942, ove così suona : «Wer nicht stirbt, eh’ er stirbt, der verdirbt, wenn er stirbt», di assolutamente identico significato. Ma il motto è di sicura ispirazione rosicruciana, ed il suo contenuto ha unʼorigine misterica apertamente dichiarata in Platone e Plutarco. Si tratta di quella ʽmors mysticaʼ, di quella ʽmors philosophorumʼ della quale tanto parlano i Fedeli dʼAmore, Dante Alighieri, primo fra tutti, nella Vita Nova, e della quale parlano altresì mistici medievali come Riccardo di San Vittore, Meister Eckhart, e come loro molti altri. Ed è il risultato di quella platonica, plotiniana, bruniana e campanelliana ʽprattica dell’estasi filosoficaʼ, nella quale si apprende e si sperimenta l’ermetica Arte del ʽmorire prima di morire senza morireʼ.

Rudolf Steiner, nellʼunico punto della sua immensa opera ove egli parla del Conte di Cagliostro, nelle sue ʽesoterische Stundenʼ, ossia nelle cosiddette ʽlezioni della prima Classe della prima Scuola Esotericaʼ, da lui istituita nel 1904 e poi chiusa nel 1914, e da lui riaperta nel 1924 nella sola prima Classe, ossia in Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica di misteri dellʼevoluzione passata e futura dellʼuomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, 1982, 1991, nella sezione intitolata Wesen und Aufgabe der Freimaurerei vom Gesichtspunkt der Geisteswissenschaft, Essenza e compito della Frammassoneria dal punto di vista della Scienza dello Spirito, e precisamente nella terza ʽlezione esotericaʼ di quella sezione, tenuta a Berlino, il 16 dicembre 1904, parla come scopo ed essenza della ʽegiziacaʼ Via ermetico-rosicruciana del Conte di Cagliostro fosse appunto il superamento della ʽprova della morteʼ, simbolicamente – quanto al contempo affatto realisticamente – raffigurata dalla realizzazione della ʽpietra filosofaleʼ.

Infatti, nel Rituale del Conte di Cagliostro troviamo una frase rivelatrice: «Qui agnoscit mortem, cognoscit artem», significante il fatto che unicamente chi conosca la ʽmorte misticaʼ o la ʽmorte filosofaleʼ, conosce veramente ancheArte Ermetica della trasformazione, della trasfigurazione, o della trasmutazione, di un uomo mortale in un dio immortale. Il poeta Novalis così descrive il potere trasmutativo della Morte in Fragmente. Erste, vollständig geordnete Ausgabe hg. von Ernst Kamnitzer, Dresden 1929. Magische Philosophie:

«Wenn ein Geist stirbt, wird er Mensch. Wenn der Mensch stirbt, wird er Geist. Freier Tod des Geistes, freier Tod des Menschen». Il che nella lingua del nostro Dante suona: «Allorché uno spirito muore, ei diviene uomo. Allorché muore un uomo, ei diviene spirito. Libera morte dello spirito, libera morte dellʼuomo».

Questo legame tra morte – la ʽmorte misticaʼ o la ʽmorte filosofaleʼ, naturalmente – e Iniziazione, da sempre riconosciuto nelle cerchie dei Misteri, viene così mostrato poeticamente da Goethe nei versi del suo Westöstlichen Diwan, Divano occidentaleorientale, spesso citati da Rudolf Steiner, per es. in Wo und wie findet man den Geist?, Dove e come si trova lo Spirito?, GA-57, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, p. 79, ove egli riporta anche il sopra citato detto di Jakob Böhme:

«Und so lang du das nicht hast, / Dieses: Stirb und Werde! / Bist du nur ein trüber Gast / Auf der dunklen Erde», ovvero: «E finché tu non lo avrai compreso / Questo: Muori e divieni / Tu sarai soltanto un fosco ospite / sulla oscura Terra».

Questo, del resto, è sempre stato lo scopo, il fine ultimo, e il più elevato – la ʽEccelsa Mètaʼ, della quale parlava il principe Siddhartha Gautama, il Buddha Shakyamuni – dell’impresa di ogni autentico Sentiero Iniziatico. La prova delle prove è, appunto, quel «morire al mondo, al secolo, alle sue imperfezioni», quel «morire a se stessi» del quale parlava nel XVIII secolo il barone Henri Théodore de Tschoudy, amico e discepolo del rosicrucianoMassimo Scaligero hoc dixit – principe Raimondo di Sangro di San Severo. Ma questo «morire al mondo», questo «morire a se stessi», è cosa niente affatto gradita al miserabile ego umano, ossia a quellʼente poco consapevole di sé, che di regola si identifica ad una natura inferiore da millenni dominata e manovrata da Deità Ostacolatrici avverse allo Spirito. In uno stato di ottusa ignoranza, che gli obnubila ogni visione della Realtà, lʼego, ridotto ad uno stato di abiezione umano-animale, si identifica e si lega a tale menzognera natura inferiore mediante brama, paura e avversione. Egli, soprattutto, brama la vita – quella ch’ei, illudendosi, crede essere vita – e, di conseguenza, teme e avversa la morte. Egli, in realtà, temeestinguersi della brama, che, pure, ardendo, lo consuma, e lo teme ancor più della perdita di un determinato oggetto del suo bramare, il quale può ben continuare a sussistere sostituendo un oggetto bramato con un altro. Dunque, egli teme il morire della brama, il morire della bramosa natura inferiore alla quale ottusamente e tenacemente egli, ʽtetanicamenteʼ, si aggrappa, si avvince, si avvinghia con un doloroso crampo, e si identifica. Illuso da una potente maya, che non scorge, egli cerca la ʽvitaʼ – quella, dicevo, chʼegli crede essere ʽvitaʼ – e, invece, trova la morte, dissolvitrice di ogni illusione. In luogo di cercare ostinatamente, e stupidamente, la morte tra le braccia di quella che crede essere, e non è, ʽvitaʼ, trovando poi così inevitabilmente la morte, egli dovrebbe cercare coraggiosamente la ʽvitaʼ – una vera ʽvitaʼ, ossia una vita immortale – tra le braccia della ʽmorteʼ : di una dolcissima ʽmorte misticaʼ, di una beatrice ʽmorte filosofaleʼ, come fa Dante Alighieri, naturalmente. Sembra essere un giuoco di parole, ma – il candido lettore mi può serenamente credere – non lo è affatto. Ma, vittima comʼegli è di una maya ottundente, nel suo stato di profonda ignoranza, lʼuomo cerca bramosamente quella chʼegli crede essere ʽvitaʼ, e in questo suo ebbro cercare trova, come abbiamo visto, appunto, solo la morte. Di fronte alla possibilità di estinguere la brama,  di calpestare, senza misericordia, speranza e paura, ossia di fronte alla possibilità di far morire una riottosa natura inferiore, lʼimpaurito essere umano, posto davanti alla prova cruciale, come una bestia braccata, affannosamente cercapessima idea – la fuga, e, come dice in Ex Imo il caro zio Arturo, in tal caso in lui «l’animale si è istintivamente difeso, e per paura di morire l’uomo resta, come prima, mortale»

Detto sinteticamente, in maniera rudemente, e crudamente, spartana: «Chi cerca la vita animale, trova la morte. Chi, invece, cerca la morte filosofale, trova la vita immortale!».

Nel suo giovanile scritto – nel caso risalisse davvero al 1886, egli avrebbe avuto allora solo 25 anni – Rudolf Steiner, poi parla di come attraverso la Conoscenza, lʼArte, lʼautentica Religiosità, e lʼAmore, lʼessere umano possa e debba liberarsi, estinguendolo, del proprio egoismo, che lo rende un essere singolo, distaccato dallʼUno-Tutto, dal Tao, direbbe il sapientissimo Lao-tzu. E aggiunge che:

«Se lʼuomo, procedendo attraverso una di queste quattro sfere, esce dalla sua singolarità, arriva a vivere nella vita divina dellʼIdea, allora egli avrà raggiunto ciò che vi è in nel suo petto come nucleo del suo anelito: la sua unione con lo Spirito; e questa è la sua vera missione. Ma chi vive nello Spirito, vive libero. Poiché egli si è estirpato tutto tutto ciò che in lui è inferiore. Niente lo costringe, di ciò cui egli volentieri accetta la costrizione, giacché egli lo ha riconosciuto come ciò che vi è di più sublime.

«Fa’ che la Verità diventi vita; perdi te stesso, per ritrovarti nello Spirito del Mondo».

Da tutto ciò risalta con assoluta chiarezza come la ʽVia del Cieloʼ, la ʽViaʼ del Mondo Spirituale, come afferma Massimo Scaligero, non possa davvero essere la ʽvia ordinariaʼ, il che equivale a dire che non può affatto essere la ʽviaʼ volgare, la ʽviaʼ dei savants, degli idiots savants, degli intelligentissimi acculturati intellettuali, dei callidi machiavellici furbastri, che pensano di poter manipolare lo Spirituale per i loro scopi mondani, che poi son sempre mediocremente scopi umano-troppo umani, scopi mondani che con lo Spirituale, malgrado tutta la abilissima dialettica giustificatrice da loro messa in campo, nulla hanno davvero a che vedere: anzi ne sono il completo tradimento.

Ecco, offerti alla diligente e sagacia riflessione del volenteroso lettore, alcuni eloquenti esempi ʽstoriciʼ di una cotal stupidissima prassi, la quale – va da sé – ritiene sempre di essere particolarmente ʽintelligenteʼ, anzi, ʽintelligentissimaʼ. Negli anni venti dell’ultimo secolo del trascorso millennio, vi furono nella sveva Stoccarda, in Germania, coloro che – nella dantesca Città del Fiore li definirebbero dei gran ʽbischeriʼ, dei ʽmambrucchiʼ, dei ʽgrullerelliʼ, degli ʽscappati di casaʼ, che se li vedesse il grullaio, se li porterebbe via tutti col suo barroccio – ritenevano essere un Iniziato, un Istruttore spirituale, come Rudolf Steiner, individuo molto poco ʽpraticoʼ, ed essendo loro, invece, ovviamente ʽintelligentissimiʼ, tentarono con macchinazioni varie di ergere, alle sue spalle ovviamente, e contro il suo illuminato agire, un intelligentissimo ʽStuttgarter Systemʼ, un ʽsistema stuttgartenseʼ, ovvero di ʽStoccardaʼ – divenuto in séguito, in elvetica terra, il ʽDornacher Systemʼ, un farisaico e filisteo, sommamente ipocrita, opportunista e vigliacco, ʽsistema dornacchianoʼ – che infiniti guai e sciagure, per oltre un secolo, portarono, ed ancora portano, nel movimento antroposofico. In Italia, Giovanni Colazza, che, pure, Rudolf Steiner, sin dagli anni 1909-1910, ʽsu indicazione del Mondo Spiritualeʼ, secondo la testimonianza della baronessa Olga de Grünewaldt, amica d’infanzia di Marie Steiner e socia del romano Gruppo Novalis, a Massimo Scaligero, aveva preposto alla guida dellʼAntroposofia in Italia, fu, sì, ripetutamente oggetto delle calunniose accuse, quelle più infami e sordide, ma anche del fatto che, egli pure, fosse poco ʽpraticoʼ, ovverossia del fatto che, secondo i suoi velenosi critici, non brillasse per capacità organizzative, conciosiacosaché dopo la seconda guerra mondiale, egli venne emarginato, e ʽsostituitoʼ nella direzione della Società Antroposofica in Italia da chi, come la scialba principessa Sofia Dentice di Frasso, ʽdonna di pagliaʼ, eterodiretta dalla sua intima amica anglo-triestina Miss Dora Baker, fervida propagandista della più esiziale ʽsteffenite acutaʼ in Italia (che, nel 1979, ebbi la ventura di conoscere personalmente in quel di Dornach), era assolutamente ʽallineataʼ con le ʽintelligentissimeʼ direttive ʽipersteffenianeʼ, che giungevano da Dornach. Nella farisaica ipocrisia steffeniana, la dornacchiana e milanese dirigenza antroposofica, per far dimenticare il nome di Giovanni Colazza, giunse a retrodatare la presidenza della Società Antroposofica in Italia da parte della esimia principessa. Infatti, così leggiamo in un articolo apparso in rete, strapieno di imprecisioni storiche, a firma di Sanzia Ghislieri e Elisabetta Liechtenstein Winspeare: «Sofia rimase assai impressionata dalle idee di Steiner, tanto da diventarne una delle più appassionate adepte. Diverrà infatti presidente della Società Antroposofica italiana, carica che manterrà per ben quarantasette anni coadiuvata da Dora Baker la quale, oltre ad esserle preziosa collaboratrice, diverrà anche la sua più intima amica». Una cotale piuttosto avventata affermazione viene clamorosamente smentita, per i suoi vari anacronismi, dal calendario, in quanto solo dopo la seconda guerra mondiale la principessa Sofia Dentice del Frasso venne riconosciuta dal Vorstand, dalla sempre più iperinsteffenita Direzione del Goetheanum, livida avversaria e cinica persecutrice di Marie Steiner, come presidente della Società Antroposofica in Italia. Del resto lei stessa non visse che pochissimo tempo in Italia, dimorando perlopiù a Vienna o a Klagenfurt in Austria, o a Dornach in Svizzera, dove quasi si isolò, per cui delle faccende antroposofiche italiane si occupò poco o nulla, sino alla morte avvenuta il 5 agosto del 1968. Un altro atto, veramente squallido, volto a cancellare il ricordo di Giovanni Colazza – vero e proprio atto scellerato di ʽdamnatio memoriaeʼ nei suoi confronti – è stato quello di indicare il Dott. Aldo Bargero come il primo ʽmedico antroposoficoʼ in Italia, come se Giovanni Colazza, che era discepolo di Rudolf Steiner sin dal 1909, non fosse degno di tale qualifica. Dispiace leggere in uno scritto, reperibile in rete sul sito di Minerva Medica, a firma di Giancarlo Buccheri le seguenti parole: «Nel capitolo sulla storia della medicina antroposofica in Italia è descritto come alcuni coraggiosi pionieri si attivarono a partire dagli anni ’50 del secolo scorso per farla e per praticarla nel nostro paese. Il primo di essi fu il dott. Aldo Bargero di Milano, a cui vala nostra profonda gratitudine». Mentre è noto come da oltre mezzo secolo prima di Aldo Bargero, peraltro personalità del milieu milanese molto ostile a Colazza e a Massimo Scaligero, Giovanni Colazza non solo praticasse la medicina antroposofica, ma addirittura formasse giovani medici come Amleto Scabelloni, Fiorenza Berto, da me benissimo conosciuti sin dagli anni settanta dello scorso secolo, ed altri che non nomino. Del resto, visto che i farmaci della medicina antroposofica Weleda erano presenti in Italia sin dagli anni trenta del Novecento, avranno pur dovuto esserci dei medici che li prescrivevano e li usavano essi stessi. Questo per l’obbiettività storica.

Le stesse accuse di ʽingenuitàʼ, di mancanza di ʽpraticitàʼ, ebbi modo di sentirle personalmente già nel 1996 e nel 1997, in casa mia e davanti ad una mia congiunta, quindi ella pure testimone, dalla bocca stessa dellʼInnominato, nei confronti di Massimo Scaligero, oltre allʼaccusa, calunniosa, gravissima e infame, ossia quella di praticar lui ed indicare ad altri una ʽvia incompleta e superataʼ, una ʽvia orientaleʼuna ʽvia yoghicaʼ, una ʽvia buddhistaʼuna ʽvia non cristicaʼ, una ʽvia non graalicaʼ, e come tale necessitante di ʽcompletamentoʼ, di ʽriorientamentoʼ, di salutare ʽrettificaʼ, di ʽcorrezioneʼ. Rabbrividii letteralmente di orrore, quando a Roma, alcuni decenni fa, da qualcuno mi fu detto: «Su richiesta di X., ci siamo presi la responsabilità di mentire a Massimo Scaligero». Costoro – essendo, ovviamente, tanto ʽintelligentiʼ e ʽpraticiʼ, manodotti da chi era persona di loro ancor più ʽintelligenteʼ e ʽpraticaʼ – pensavano di esser chiamati a ʽgestireʼ un Iniziato come Massimo Scaligero, da essi ritenuto, appunto, ʽpoco praticoʼ, e addirittura, con plausibili menzogne, secondo loro facilmente ʽingannabileʼ, dimostrando così il sommo disprezzo ch’essi  avevano non solo per il suo essere spirituale, e per il còmpito iniziatico affidatogli direttamente dal Mondo Spirituale, e non scelto certo da lui stesso, ma altresì un grande disprezzo per la sua stessa umanità. Il tutto – inutile farlo presente – attuato per ʽun più nobile fineʼ, che ai loro occhi scusava, anzi giustificava, come assolutamente necessari e meritevoli, la turpe menzogna, e l’inganno.

Questa è, letteralmente, la follia, la stupidissima presunzione, di chi, nella propria più colpevole ottenebrata ignoranza, non si rende minimamente conto che un Iniziato, pur spesso dovendo tacereper una ferrea regola occulta – scruta sin nei più profondi e oscuri meandri le anime di coloro che il destino gli porta incontro, sia ch’egli li abbia davanti, sia che essi gli siano spazialmente lontani, e che un Iniziato, un Istruttore Spirituale come Massimo Scaligero, vede persino le cose più celate, talvolta, dagli stessi interessati, da lungo tempo dimenticate. Di ciò ne ebbi personalmente molteplici, ripetute, inequivocabili prove. Questa è la follia di coloro che non si rendono conto che si può e si deve sempre servire il Mondo Spirituale, ma non ci si può mai e, soprattutto, non ci si deve mai e poi mai – in alcun modo e per nessun motivo o fine – servire del Mondo Spirituale, e che questa stupida presunzione, questa arroganza, questa tracotanza – la hybris che, secondo gli Elleni, gli Dèi odiano – è, e non può essere altro che «tradimento»

Ora, se, come Dante nella Comoedia, in Inf. I, 26, lʼanimo mio si volge «retro a rimirar lo passo» dei molti anni – oltre cinque decenni – trascorsi ad operare e lottare in questa ʽViaʼ, vedo scenari che, oggi, mi stupiscono assai, e mi confermano, una volta di più come la ʽVia del Cieloʼ, la ʽVia del Mondo Spiritualeʼ, non sia proprio, e non possa proprio essere, per nulla, una ʽVia ordinariaʼ. Quando, alla fine di una adolescenza oltremodo agitata, tramite lʼamico L., venni in contatto con la Scienza dello Spirito e, soprattutto, con Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, ed eziandio, per fatale inesperienza, anche molto sciocco.

Per questa mia giovanile inesperienza e ingenuità, nei miei ventʼanni, vedevo e ritenevo – giustamente ritenevo – talune persone che sapevo avere molti più anni di Scienza dello Spirito alle loro spalle, rispetto al poco, al pochissimo che potevo avere io, alquanto migliori del selvaggio e ignorantissimo individuo che allora ero, e che ancora largamente sono. E, giustamente, davo fiducia ad una serie di persone, dalle quali intuivo che avrei potuto imparare molto. Ed infatti, da loro molto appresi. Per questa ragione, allora ero altresì portato a dare per scontate – e qui sbagliavo alla grandemolte cose, che in séguito avrei scoperto che, scontate, davvero non lo erano affatto, cose che, anzi, mi sarebbero poi costate molto care, e che mi avrebbero procurato moltissime amare, anzi amarissime, delusioni, nonché moltissime ore non poco difficili. Del resto, Massimo Scaligero stesso, già nel primo incontro, volle mettermi in guardia – oggi ritengo profeticamente – rispetto al fatto di credere ad un qualcosa, proclamato vero unicamente sulla base della presunta autorevolezza, o della imposta, pretesa, autorità, che si voleva, senza verifica, da taluni esigere da me con totale, cieca, sottomissione. Questi taluni – diversamente da quanto, invece, fece sempre Massimo Scaligero, che mai e poi mai impose la sua autorità – dopo la di lui dipartita, vollero instaurare un ʽnuovo corsoʼ, sostenendo che ʽtempi son cambiatiʼ (strategia subdola e gesuitica, che Alfredo Rubino, fedele discepolo della Via, causticamente, in maniera cloridrica, sentenziò così: «Sì, facciamo come la Chiesa Cattolica: adeguiamoci ai tempi!»), e che dovevano inaugurarsi non solo ʽnuoviʼ, ʽdiversiʼ, ʽpiù efficaciʼ metodi di ʽascesiʼ, di ʽrealizzazione spiritualeʼ, ma altresì doveva venire introdotta una nuova, mirabile, ʽrivelazioneʼ, la quale andava a sostituire in tutto o in parte – eccoci ancora una volta al cosiddetto ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ – i contenuti della Scienza dello Spirito donati da Rudolf Steiner, e comunicatici da Giovanni Colazza e da Massimo Scaligero. Soprattutto la rigorosa Ascesi del Pensiero, la Via del Pensiero Vivente, indicataci da Massimo Scaligero doveva  lentamente, progressivamente – con la pavida, omertosa, cinica prudenza dei vili – esser messa da parte, e gradualmente sostituita dalla aggiornata ʽvia dell’animaʼ, scaturita da una sì mirabile, novella, ʽrivelazioneʼ. E chiunque avesse chiesto spiegazioni in proposito, o – peggio ancora – avesse opposto motivate obbiezioni, sarebbe stato bollato – come, poi, in effetti, ripetutamente avvenne – di sconfinata ʽpresunzioneʼ, di essere un ʽinvasatoʼ, un ʽpossedutoʼ dalle Potenze Avverse, addirittura di essere ʽpsichicamente insanoʼ, ʽparanoicoʼ, additato a sommo dispregio. E attorno a costui – sempre molto ʽcompassionevolmenteʼ e ʽcristianamenteʼ, ovviamente – veniva prima fatta terra bruciata, poi attuato un vero e proprio ostracismo e linciaggio morale. Egli veniva indicato come ʽhaereticus vitandusʼ, col quale era bene non aver comunanza veruna, e che veniva condannato alla ʽdamnatio memoriaeʼ.         

Negli anni, anzi nei decenni a seguire, avrei potuto poi vedere, a lungo e con mio grande sconcerto, come molti dei ʽmiglioriʼ, nei quali in passato avevo riposto avventatamente totale fiducia, poi risultassero non solo ʽerrareʼ – il che è pacifico, e questo non è certo un problema, ché tutti noi, io per primo, e molte volte, ʽerriamoʼ – ma mostrassero, in maniera evidente, consapevolmente di ʽtralignareʼ, di ʽtradireʼ, e addirittura – come direbbe, con la compassionevole delicatezza dʼanimo che la contraddistingue, la mia sapientissima amica Fang-pai, Figlia del Celeste Impero, e Maestra del Dharma – mostrassero anche di ʽvoltar le spalle alla mètaʼ di ʽdimenticare lʼintenzione originariaʼ, di ʽsmarrire lʼintenzione originariaʼ, che per destino e, soprattutto, per la benevolenza del Cielo e dei Numi, ci aveva portati tutti a calcare la ʽVia Solareʼ

Destava in me particolare stupore il fatto di vedere persone, che ritenevo moralmente molto migliori di me, e ben più avanzate nella ʽViaʼ del sottoscritto, finire esse, e fare finire altre persone, in esse fidenti, su sentieri traversi, molto problematici e pericolosi, nonché vederle compiere azioni non esattamente commendevoli, volutamente e apertamente contraddicenti lʼassunto spirituale, e produrre di conseguenza enormi disastri, financo grandi tragedie. Considerando come la mia selvaggia persona allora fosse, ed ancor lo è, piena di macroscopici difettoni, ai quali peraltro sono affezionatissimo, ossia essendo la mia una natura capacissima di innumerevoli errori, difetti ed errori di ogni tipo e sorta – e confesso ciò senza quella ipocrita, lacrimevole, stucchevole, rugiadosa, mucillaginosa, recitata e falsa ʽumiltàʼ, tipicamente cattolica, che dilaga in molte comunità spirituali, anzi con la più colpevole, dispettosa, delinquenziale, complice, ostentata fierezza e per nulla celata soddisfazione – mi era difficile comprendere perché certe cose fossero evidenti e chiare agli occhi di un poco raccomandabile ʽpredone della steppaʼ quale mi ritenevo io, e non a costoro, tanto ʽintelligentiʼ, e tanto moralmente ʽprogreditiʼ, e perché, naturalmente, altrettanto non evidenti e chiare, tali cose apparissero, oserei dire, fatalmente, altresì a tutte le ʽanime belleʼ – e questo lo dico lo dico senza veruna ironia, perché ʽbelleʼ, quelle anime, che ad altrui ʽautoritàʼ, purtroppo, con spontanea fiducia, e con slancio del sentimento, si affidavano, lo erano e lo sono davvero – ed è, a mio modo di vedere, criminale fuorviare queste ʽanime belleʼ su falsi sentieri, paralizzarne la volontà nellʼascesa spirituale, ed esporle a non pochi pericoli, facendo in modo che esse accolgano nelle loro anime delle non verità, delle palesi menzogne, alle quali veniva e viene loro chiesto di dare acritica, cieca, adesione.

Ma i giovani, ingenui, inesperti lupacchiotti cogli anni crescono, ed anche i selvaggi ʽpredoni della steppaʼ, nei decenni trascorsi a lottare, si fanno alquanto più accorti, molto meno creduli, e non dànno più per scontate cose che, decenni prima, al loro sguardo sembravano, solo sembravano, apparire ʽevidentiʼ, mentre poi si sarebbero rivelate delle illudenti fattispecie, ossia delle recitate, indubbiamente molto abili, messe in scena. Molto aiutò la conoscenza diretta delle opere di Rudolf Steiner, lette direttamente negli originali tedeschi, il che fece capire come talune persone, ignorantissime, su determinati argomenti ʽaffabulasseroʼ assai, e celassero la loro ignoranza condendo, con mirabili particolari, narrazioni da loro totalmente inventate (una sorta di ʽvi stupiremo con gli effetti specialiʼ), o frutto di ambigue esperienze psichiche, non certo spirituali, o semplicemente frutto di un riportato, che è, esso pure, un pessimo malvezzo degli ambienti sedicenti spiritualisti in generale, e in special modo di quelli ʽantroposoficiʼ e ʽscaligeropolitaniʼ, ovvero manifestazioni delle ʽdinamiche tipiche del mondo settarioʼ, per dirla col mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina, nonché animoso lottatore spirituale, e mio compagno d’armi di tante tempestose battaglie.

Naturalmente, questo andare a verificare direttamente sulle fonti – e Massimo Scaligero sin dal nostro primo incontro di quella fine di primavera del 1970, mi invitò apertamente a farlo, e a ʽnon credereʼ a qualcosa sulla base della semplice altrui ʽautoritàʼ – non era cosa a taluni gradita, e non poteva che suscitare malumore ed indispettire, allora, ma anche in séguito, chi amava le proprie infondate opinioni, le proprie consolanti od opportune illusioni, le proprie fantasticate affabulazioni, più della verità. Per cui, per quanto, inizialmente, uno non avesse avuto la minima intenzione, comʼera – per fatale inesperienza e giovanile ingenuità – il caso mio a quellʼepoca, di contrastare quanto dogmaticamente affermato da una cotale ʽautoritàʼ, finiva per divenire sempre più inviso da chi esigeva – sia pure in forme non brutali, ma ʽmorbideʼ e ʽinsinuantiʼ – il riconoscimento di essa. Quello che, nel tempo, andò a suscitare nel mio animo sempre maggiore stupore, fu non soltanto il non andare da parte di costoro a verificare sulle opere originali di Rudolf Steiner in tedesco, quanto lʼevitare, di proposito, di farlo pure sul molto materiale, tradotto in italiano, e riprodotto in forma dattiloscritta, presente per esempio nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis, diretto nel secolo scorso, prima da Giovanni Colazza, poi da Mario Viezzoli, da Caio Sallustio Crispo, da Romolo Benvenuti.

Ora, per quanto io sentissi viva amicizia, e a volte venerazione, nei confronti di talune persone, non potevo scordare lʼadagio, che la tradizione attribuisce ad Aristotele, che afferma: Φίλος μεν Πλάτων, φιλoτέρα δε ἀλήθεια, Phìlos men Plàton, philotèra de alètheia, o nella sua più nota versione latina, Amicus Plato, sed magis amica veritas. Queste parole, tradotte nella bella lingua del nostro Dante, suonerebbero: «Platone mi è caro, ma la verità mi è ancor più cara». Ed è lo stesso Aristotele ad affermare nella Ethica Nicomachea, I, 4, 1096 a 16, che «Se gli amici e la verità ci sono ugualmente cari, allora si dovrebbe dare la preferenza alla verità», e Platone nel Fedone, 91 C, «Di Socrate ci si deve occupare un poʼ, ma della verità molto di più», e nel X libro della Repubblica, «Eppur un certo affetto e rispetto che ho sin da bambino per Omero mi trattiene dal parlarne. Perché lui è stato, mi sembra, il primo maestro e la guida di tutti questi eccellenti tragici, Non si deve però onorare un uomo più della verità, ma, come io sostengo, bisogna parlarne».

Il problema drammatico, semmai, sorge quando ci si rende conto – magari dopo molto errare – che talune persone alle quali un tempo si rivolgeva cotanta ammirazione e fiducia, sul piano etico e morale non assomigliavano affatto ad Omero, a Socrate, o allo stesso Platone. Il problema, addirittura tragico, sorge, semmai, quando, in un giorno che mai si avrebbe voluto veder sorgere, uno arriva a rendersi conto di avere a che fare con chi non rispetta i patti di fede giurata, con chi mente sapendo di mentire, con chi non onora né la sacra parola data, né i giuramenti fatti, né amicizia, né verità, ossia uno si rende conto che di avere a che fare con chi pone in atto, volutamente e sistematicamente, metodi e machiavelliche strategie di manipolazione dellʼanimo delle persone, con chi cela le finalità vere del proprio agire, ed agisce cinicamente, spregiudicatamente, con lʼintrigo, con la congiura, con la calunnia, con la diffamazione più gratuita, col linciaggio morale di chi motivatamente dissente, con la sistematica menzogna

Vi è stato anche chi, volendo ingiuriarmi, calunniarmi in privato, diffamarmi in pubblico, oralmente e per iscritto, mi ha rivolto spesso (la cosa va avanti da decenni) lʼaccusa – che, personalmente, trovo oltremodo lusinghiera, quasi al limite della adulazione – di essere dal punto di vista spirituale, orientale, yoghico, taoista, e addirittura buddhista. Davvero troppo buoni! Francamente, non sento di meritare sì lusinghiere ingiurie – le medesime che dalla bocca stessa dellʼInnominato, in casa mia, nel maggio del 1996 e del 1997, davanti a persona testimone a me congiunta, vennero rivolte da questi a Massimo Scaligero – anche perché da esse vengo immeritatissimamente associato ad una figura troppo più grande, e troppo più luminosa del selvaggio ʽlupaccioʼ cattivissimo e del delinquenziale ʽpredone della steppaʼ, quale io sono. Comunque, ribadisco la promessa, già più volte da me fatta in passato, di sforzarmi, in futuro, operando con diligenza, in ogni maniera, per meritare accuse ed ingiurie, che mi fanno sin troppo onore. Ma vi è un punto del Dharma, ossia della Dottrina, e del Marga, ovvero dellʼAscesi realizzativa, del Buddha Shakyamuni, che mi ha sempre colpito: il grandissimo amore per la verità, per la veracità, per la sincerità, e la più grande ripugnanza, come per cosa ignobile e indegna, della menzogna, della falsità, della doppiezza, che deve avere ogni discepolo della ʽViaʼ, di qualsiasi autentica, sincera, onesta ʽViaʼ di realizzazione spirituale. Ma, se guardiamo lʼattuale realtà, e non ci vogliamo scioccamente illudere, non è, purtroppo, che negli ambienti sedicenti ʽspiritualistiʼ, ʽantroposoficiʼ, anche in quelli ʽscaligeropolitaniʼ – come li definisce in maniera ironica e alquanto divertita il mio ottimo amico, e compagno dʼarmi di tante battaglie, C. – la veracità, la veridicità,amore per la verità abbondino e siano proprio di una abbagliante evidenza.

Facciamo un esempio. Allʼinizio dellʼattuale secolo, in una riunione ʽclandestinaʼ – si preferiva da parte di chi l’aveva organizzata, e pertanto a tal proposito venne fatta fare ai partecipanti una acconcia promessa, che il sottoscritto non ne venisse a conoscenza – svoltasi nella mia città, riunione dai vari problematici aspetti, sui quali ho avuto modo in passati articoli di scrivere sul presente blog, tra varie altre cose dallʼInnominato venne reso noto chʼegli era in possesso dei ʽquaderniʼ, che a suo tempo sarebbero stati scritti da ʽOraoʼ (sive mas sive faemina), il contenuto dei quali è stato oggetto, in anni più recenti, di alcune pubblicazioni da parte della romana casa editrice Tilopa. In particolare, si tratta, per il momento, di tre libri – non sappiamo se ne usciranno ancora altri – rispettivamente intitolati Resurrezione, Madre, e Intelligenza Celeste. Al termine di uno studio, apparso in più puntate su questo pugnace e temerario blog, ponevo allʼInnominato una serie di esplicite, leali, anche se scomode, scabrose, precise domande, rispetto alle quali era più che legittimo ed auspicabile aspettarsi di ricevere una chiara, esauriente, onesta risposta, risposta che – esattamente come prevedevo – non giunse mai. Due tra le varie domande, tutte facili facili, riguardavano il fatto di sapere chi fosse in possesso legale dei suddetti ʽquaderniʼ di ʽOraoʼ (sempre sive mas sive faemina) dopo la sua dipartita, e comeInnominato ne fosse venuto, a sua volta, eventualmente, in legittimo e lecito possesso. Trattandosi di evenienze estremamente delicate, in questi casi il sintattico periodo ipotetico è d’obbligo. Ora – stando, ovviamente, a quello che mi hanno comunicato, relata refero, alcune fonti romane ʽautorevoliʼ e ʽsolitamente bene informateʼ, alle quali lascio la reponsabilità di quanto comunicatomi – lʼInnominato afferma ora, ossia solo dopo le mie esplicite domande, che i suddetti ʽquaderniʼ gli sarebbero stati donati da ʽOraoʼ in persona, prima della propria dipartita, che peraltro sarebbe avvenuta oltre trent’anni fa, e non si capisce, però, perché essi vengano pubblicati in così rapida sequenza solo ora, vista l’estrema rilevanza ed importanza – novella, mirabile, ʽrivelazioneʼ, sia pure in palese contrasto con le esplicite comunicazioni di Rudolf Steiner, che con i metodi di realizzazione spirituale indicati da questi, da Giovanni Colazza, e da Massimo Scaligero – che il gianicolense editore romano attribuisce loro. Questa narrazione dei fatti da parte dell’Innominato lascia il sottoscritto molto perplesso, in quanto nel dicembre 2001, R., congiunto di ʽOraoʼ, mi disse che quei ʽquaderniʼ, dopo la morte di ʽOraoʼ, erano rimasti per molti anni in suo legittimo possesso, e che da una certa persona, una donna, frequentatrice con varie incombenze e scuse della sua casa, non molto tempo prima del nostro colloquio, su incarico ricevuto da qualcuno, gli erano stati furtivamente sottratti. R. mi mostrò anche il punto della biblioteca dove, prima del suddetto ʽesproprio esotericoʼ, vero furto con destrezza, erano custoditi. E come sarebbero giunti, poi, questi ʽquaderniʼ nelle mani dellʼInnominato? Chissà?! Mistero! Non è dato di sapere! Naturalmente, queste due versioni, questi due diversi relata, sono tra loro contrastanti, e non possono davvero, secondo ogni logica, aristotelica, hegeliana, o nagarjuniana che sia, essere contemporaneamente ambedue veritiere e fededegne. Conciosiacosaché, la tal cosa lascia il sottoscritto molto perplesso, anche se, devo dire che, personalmente, non ho mai, davvero mai, visto o udito R. – col quale, pure, in passato avevo avuto dei contrasti – mentire, o inventarsi a bella posta ʽstorieʼ di qualsiasi tipo e sorta. Cosa che, francamente, non posso dire di altri. Di vari altri, dei quali – come ho avuto modo più volte di rilevare in passato – è tipica una molto disinvolta concezione della verità a ʽgeometria variabileʼ.

Lascia, peraltro, molto perplesso il sottoscritto anche la ʽnarrazioneʼ, che l’Innominato, anch’essa ora, solo ora, dà, circa il suo esser venuto in possesso di un ʽdiarioʼ di Massimo Scaligero, che da questi fu donato, con dedica, al su citato R., e di cui molte pagine in questi ultimi due anni sono state riprodotte sia su L’Archetipo di Marina Sagramora, sia su un noto social forum ad opera di altra persona, suscitando nello scorso dicembre, sulla rivista romana Graal, da parte di un anonimo autore, alcune agrodolci rimostranze, condite con sommessi, e poco velati, accenni ad eventuali possibili misure, non meglio precisate, da prendere in proposito. L’Innominato, ora, sostiene che quel ʽdiarioʼ di Massimo Scaligero, gli sarebbe stato donato proprio da R., prima della propria dipartita. Conoscendo i manifesti sentimenti, invero piuttosto irritati, di R. nei confronti dell’Innominato dopo l’impresa del suddetto ʽesproprio esotericoʼper carità, impresa, ça va sans dire, attuata da chi allora la fece, non ne dubitiamo affatto, per nobilissimi fini – vi è davvero di che essere molto scettici, e non poco perplessi, circa una cotale ʽnarrazioneʼ. Del resto, persona molto vicina al suddetto R., e fedele di Massimo Scaligero e della Via, mi descrisse la scena di quel che disse e fece l’Innominato a casa di R., dopo la dipartita di quest’ultimo per ʽrecuperareʼ in ogni maniera – non si sa a quele titolo – tutte le sue cose. La stessa persona fedele di Massimo Scaligero e della Via, mi testimoniò quel che disse e fece l’Innominato – dapprima per interposta persona, poi direttamente egli stesso – per impadronirsi dello storico Gruppo Novalis, e del suo presioso Archivio. Tutte queste ʽintraprendenzeʼ testimoniano di una grande fiducia nella propria callida intelligenza, nella propria abilità nell’operare intrighi e macchinazioni, nel seguire vie trasverse – le vie ordinarie dei politici e delle ʽeminenze grigieʼ, dei ʽgrandi pupariʼ – che sono le vie della menzogna, e non quelle del Mondo Spirituale, nel quale evidentemente non si ha fiducia veruna, e del quale si ritiene di potersi fare impunemente beffe. Altri motivi, questi, appunto, di personale perplessità del sottoscritto nell’ascoltare ed esaminare la ʽnarrazioneʼ dell’Innominato circa queste tristissime, vessate, questioni.

Viste le lusinghiere accuse che oramai da molti anni mi vengono rivolte di essere poco o punto ʽcristianoʼ, bensì di essere pervicacemente ʽbuddhistaʼ (sempre troppo buoni…), mi piace citare dal Canone Buddhista della Scuola Theravada, un breve brano tratto da un Sūtra, o Sutta in pāli, del Majjhimanikāya, il LXI, Ambalaṭṭhikārāhulovāda, Insegnamento a Rāhula, nel quale il Buddha Shakyamuni espone a suo figlio Rāhula il valore estremo della veridicità, della sincerità, per un asceta che cerchi la realizzazione dellʼIlluminazione. Egli, dopo aver paragonato la persona insincera allʼacqua sporca con la quale ci si lavano i piedi, e che poi viene gettata via, così aggiunge, con parole indubbiamente estremamente severe, che riporto nel testo originale pāli, che poi traduco:

«Evameva kho, Rāhula, yassa kassaci sampajāmusavāde natthi lajjā, nāhaṁ tassa kiñci pāpaṁ akaraṇīyanti vadāmi»,

«Allo stesso modo, o Rāhula, in chiunque non vi sia vergogna di una consapevole menzogna, ogni azione malvagia è possibile».

Per chi volesse leggere, e meditare, l’intero Sūtra, o Sutta, può trovarlo in una bellissima edizione de I Discorsi di Gotamo Buddho del Majjhimanikāyo, per la prima volta tradotti dal testo pāli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, secondo volume, mezzocentinaio medio, Bari, Gius. Laterza & Figli, 1925, pp. 107-113. Gli altri due volumi apparvero rispettivamente il primo nel 1916, e il terzo nel 1927. Massimo Scaligero mi raccontò di aver fatto uso per molti anni di questi tre volumi come di un prezioso strumento di pratica ascetica. Egli aveva grande stima di Giuseppe De Lorenzo, da lui conosciuto di persona, al punto di parlarne in alcune riunioni come di un rigoroso asceta, fedele all’insegnamento originario del Buddha Shakyamuni.

Rudolf Steiner, parlando dei còmpiti cogenti della rifondata Scuola Esoterica dopo il Convegno di Natale del 1923, e dei doveri che, davanti alla sacra Potenza di Michele, si assumevano i discepoli della Scuola, della quale – a causa della inadeguatezza, della totale mancanza di serietà, della faciloneria, del pressappochismo, e in alcuni casi di veri e propri tradimenti da parte di molti, troppi partecipanti – venne riaperta unicamente la Prima Classe, dovette ribadire come uno dei doveri fondamentali di un discepolo della Scuola Esoterica fosse la sincerità, la più risoluta e diligente volontà di verità, lʼimpegno più sacro a dire sempre e solo l’assoluta verità: verità accertata nella maniera più possibilmente esatta. Ma su questo punto, come su molti altri Rudolf Steiner ebbe il dolore di veder con quanta leggerezza, solo a fior di labbra, gli antroposofi assumessero un impegno sacro di fronte alla Potenza di Michele, e con quanta approssimazione e faciloneria essi soddisfacessero ad un tale impegno sacro. Egli dovette rinunciare – checché ne dica su internet, e lo ribadisca spesso on-line attraverso i suoi molteplici pseudonimi, con la sua fumettistica, e alquanto affabulante, narrazione Unas/Apis/N.R.Ottaviano/Claudio Ottaviano/Eques a Floribus/Efesto/Tau Julianus, o chiunque si celi dietro tali pseudonimi – a riaprire la Seconda Classe, e la ‘Mystica Aeterna’, oggi oggetto di varie sacrileghe speculazioni, non tornò mai in vita: la stessa Marie Steiner, che pure avrebbe avuto il legittimo potere di riaprirla, vista la cialtroneria pressappochistica, l’ambizione, e addirittura i tradimenti, degli antroposofi, malgrado le pressanti richieste di Albert Steffen e di Ita Wegman, non volle mai riaprirla, e fece benissimo a rifiutarsi di riaprirla. Ed infatti, già nella Settima Lezione della Classe Esoterica, da lui tenuta a Dornach l’11 aprile 1924, Rudolf Steiner dovette ribadire energicamente questo impegno che ogni sincero, onesto, serio discepolo dell’Iniziazione deve assumere e ad ogni costo rispettare. Riporto qui di séguito le parole di Rudolf Steiner, sia nel testo italiano, che nell’originale tedesco, per documentazione e salutare meditazione del volenteroso lettore:

«Uno dei compiti dei membri di questa Scuola sarà che tale trascuratezza sparisca. Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che pronunciamo; dobbiamo, in ogni caso, sentire la responsabilità che ogni parola da noi pronunciata sia da noi esaminata con la massima serietà, in modo che la possiamo affermare come verità. Perché espressioni non veritiere, anche quando nascono, per così dire, dalla buona fede, agiscono distruttivamente in un movimento occulto. A tale riguardo non deve esservi alcuna illusione, ma la massima chiarezza. Non sono le intenzioni che contano, perché spesso esse vengono coltivate assai alla leggera, ma è la verità oggettiva quella che conta. Fa parte dei primi doveri di un discepolo dell’esoterismo quello di sentirsi obbligato non soltanto a dire ciò che crede essere vero, ma anche ad accertarsi se quanto dice corrisponde realmente alla verità oggettiva. Infatti soltanto ponendoci nel senso della verità oggettiva a servizio delle potenze divino-spirituali che fanno fluire le loro forze attraverso questa Scuola, soltanto ponendoci al loro servizio potremo superare tutte le difficoltà che si presenteranno di fronte all’antroposofia».

«Es ist ja so, daß Lässigkeit in ganz besonderem Maße in den letzten Jahren in die Anthroposophische Gesellschaft eingezogen ist. Daß sie wiederum ausziehe aus ihr, das wird die Aufgabe, mit eine der Aufgaben der Mitglieder dieser Schule sein. Wir sollen bis zu dem Worte, das wir sprechen, uns verantwortlich fühlen, sollen uns vor allen Dingen verantwortlich dafür fühlen, daß ein jegliches Wort, das wir sagen, im allerernstesten Sinne so weit von uns geprüft wird, daß wir es als Wahrheit vertreten können. Denn nicht-wahre Aussagen, auch wenn sie sozusagen aus gutem Willen hervorkommen, sind etwas, was innerhalb einer okkulten Bewegung zerstörend wirkt. Darüber darf keine Täuschung sein, sondern darüber muß völligste Klarheit herrschen. Nicht Absichten sind es, auf die es ankommt, denn die nimmt der Mensch oftmals sehr leicht, sondern objektive Wahrheit ist es, auf die es ankommt. Und zu den ersten Pflichten eines esoterischen Schülers gehört es, daß er sich nicht bloß dazu verpflichtet fühlt, dasjenige zu sagen, wovon er glaubt, daß es wahr ist, sondern daß er sich verpflichtet fühlt, zu prüfen, ob dasjenige, was er sagt, wirklich objektive Wahrheit ist. Denn nur, wenn wir im Sinne der objektiven Wahrheit dienen den göttlich-geistigen Mächten, deren Kräfte durch diese Schule gehen, werden wir hindurchsteuern können durch all diejenigen Schwierigkeiten, die sich der Anthroposophie bieten werden».

Ma sarebbe sufficiente leggere, e meditare profondamente, quel che il Signore dice a Tommaso nel Vangelo di Giovanni, XIV, 6: «λέγει αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς· ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή», ossia: «Gli disse Gesù: Io Sono la Via, e la Verità, e la Vita». È evidente che il Signore è la Via (ἡ ὁδὸς – he hodòs), ma questa non può essere la via ordinaria, tant’è che il Suo agire andò direttamente in rotta di collisione contro legalismo di sacerdoti, scribi, farisei e sadducei, verso i quali tutti Egli fu, sin da sùbito, σκάνδαλον, skàndalon, ossia pietra d’inciampo. La Via del Christo non è, e non può essere, la jahvetica Legge mosaica, la Torah, con i suoi 10 comandamenti e le sue 613 minuziose prescrizioni, ma la libertà, perché essa è basata sulla Verità (ἡ ἀλήθεια – he alètheia) ch’Egli è: la sola che rende liberi. Infatti, nel Prologo del Vangelo di Giovanni è scritto: «ὅτι ὁ νόμος διὰ Μωϋσέως ἐδόθη, ἡ χάρις καὶ ἡ ἀλήθεια διὰ Ἰησοῦ Χριστοῦ ἐγένετο», che nella lingua di Dante così suona: «Perché la Legge fu data attraverso Mosè, la grazia e la verità vennero attraverso Gesù Christo». Infatti, in Giov. VIII, 32, il Signore afferma: «καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς», «e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Quindi solo la Via non ordinaria (ἡ ὁδὸς – he hodòs), al di là della Legge (ὁ νόμος – ho nòmos), portà alla Verità (ἡ ἀλήθεια – he alètheia), e solo essa dona vera Libertà, e fuori della Verità e della Libertà non vi è, non vi può essere Vita  (ἡ ζωή – he zoè).  

Ora, è evidente come la Via del Logos, che è al contempo Verità e Vita, non possa mai, in nessun caso, essere la via della menzogna, la quale è sempre, inevitabilmente, solo una via di schiavitù e di morte. E Dominatore della Morte è l’Oscuro Signore, il Principe dell’Oscuro Pensiero, quello che gli antichissimi Persiani, e dopo di loro i Manichei, chiamarono Angra Mainyush, appunto Ahriman, l’Avversario di Ahura Mazdah, di Ohrmazd. E chiunque, in qualsiasi forma, in un movimento spirituale – in modo particolare nella Comunità Solare, come la chiamava Massimo Scaligero – usi affabulazione, menzogna, calunnia e diffamazione, come mezzi vòlti ad ottenere un fine da loro, dogmaticamente,  con una scaltra e ambigua petizione di principio, dichiarato “buono”, persegue ed attua le occulte finalità dell’Oscuro Signore: persegue con mezzi ingiusti un fine comunque, sempre, solo iniquo, come, assieme a Lao-tzu e Lü-tzu, direbbe – anzi come in varie riunioni disse e apertamente  scrisse in libri – lo stesso Massimo Scaligero.

Quale sia per il Signore il valore mortifero della menzogna, lo possiamo leggere nel Vangelo di Giovanni, VIII, 43-44: «διὰ τί τὴν λαλιὰν τὴν ἐμὴν οὐ γινώσκετε; ὅτι οὐ δύνασθε ἀκούειν τὸν λόγον τὸν ἐμόν ὑμεῖς ἐκ τοῦ πατρὸς τοῦ διαβόλου ἐστὲ καὶ τὰς ἐπιθυμίας τοῦ πατρὸς ὑμῶν θέλετε ποιεῖν. ἐκεῖνος ἀνθρωποκτόνος ἦν ἀπ’ ἀρχῆς καὶ ἐν τῇ ἀληθείᾳ οὐκ ἔστηκεν, ὅτι οὐκ ἔστιν ἀλήθεια ἐν αὐτῷ. ὅταν λαλῇ τὸ ψεῦδος, ἐκ τῶν ἰδίων λαλεῖ, ὅτι ψεύστης ἐστὶν καὶ ὁ πατὴρ αὐτοῦ», che riportiamo nella bella e precisa traduzione italiana della Riveduta fatta dal valdese Giovanni Luzzi: «Perché non comprendete il mio parlare? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo, perché è bugiardo e padre della menzogna».

Motivo e ragion d’essere della Comunità Spirituale – della Comunità Solare – è realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, ossia le finalità che spinsero gli Dèi a creare l’Uomo, e ad avviarlo alla temeraria avventura cosmica che tutti viviamo. Perché, come scrive Rudolf Steiner – trascrivo anche l’originale testo tedesco per la sua estrema importanza – in Anthroposophische Leitsätze. Der Erkenntnisweg der Anthroposophie. Das Michael-Mysterium. Rudolf Steiner Verlag. Dornach, 1998, p. 185:

«Es offenbart sich ein Gewaltiges beim Hinblicken auf diese Tatbestände. Der Mensch ist Götter-Ideal und GötterZiel. Aber dieses Hinblicken kann nicht der Quell von Überhebung und Hochmut beim Menschen sein. Denn er darf sich ja nur, als von ihm kommend, zurechnen, was er in den Erdenleben mit Selbstbewußtsein aus sich gemacht hat. Und dies ist, in kosmischen Verhältnissen ausgedrückt, wenig gegenüber dem, was als die Grundlage seines Eigenwesens die Götter aus dem Makrokosmos, der sie selber sind, heraus als Mikrokosmos, der er ist, geschaffen haben»,

ossia nelle Massime Antroposofiche, La via conoscitiva dell’Antroposofia. Il Mistero di Michele, trad. a c. di Lina Schwarz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, p. 162:

 «Un quadro possente ci si rivela contemplando quei processi. L’uomo è l’ideale degli dèi, la mèta degli dèi. Ma il riconoscerlo non può essere per l’uomo fonte di orgoglio o presunzione, perché a lui è lecito attribuirsi, come generato da sé, solamente ciò che nelle sue vite terrene egli ha fatto di sé con la sua autocoscienza. E questo, espresso in proporzioni cosmiche, è ben poca cosa di fronte a ciò che, come base del suo proprio essere, gli dèi, dal macrocosmo che sono gli dèi stessi, hanno creato come microcosmo, vale a dire l’uomo stesso».

Quindi l’uomo è l’ideale degli DèiGötter-Idealla mèta degli DèiGötter-Ziella mèta delle Gerarchie, non viceversa. Questo perché solo attraverso l’uomo, disceso in basso sin nello stato di abiezione, nel quale egli è prigioniero della materia ed immemore della sua origine divina, immemore della sua passata sovrumana grandezza – quella dell’Adam Kadmon – gli Dèi possono portare ad esistenza Autocoscienza, Libertà e Amore. Pochissimi tra gli Dèi hanno abbandonato il proprio originario rango divino, e si sono sacrificati, umanizzandosi, per accompagnare l’uomo in questa temeraria, ʽimpossibileʼ, impresa.

E affinché l’impresa si realizzasse, il Logos stesso si è fatto uomo, divenendo l’Io Sono immanente nell’Io di ogni uomo: divenendo la Via, la Verità, e la Vita. La Via del Logos è la Via del Pensiero, e non un’altra, perché solo attraverso la resurrezione del pensare dal cadaverico stato riflesso, che lo rende schiavo del sistema nervoso e della corporeità, l’uomo ritrova la Verità che lo rende libero, la Verità che gli restituisce la Vita.

Perciò gli attacchi che da decenni – da «dentro la cittadella», come profeticamente scrisse Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – in forme brutali o subdole, aperte o mascherate, con i metodi machiavellici tipici di uno stile ʽpoliticoʼ, o ʽconfessionaleʼ, con intrighi, con suadente dialettica verbosità, vengono rivolti alla Via del Pensiero, alla pratica intensa, radicale,  anche estremista, della Concentrazione, sono menzogna, sono ispirazione ed opera di oscure e oscuranti potenze antispirituali, che con l’autentica Scienza dello Spirito nulla hanno a che fare, perché ne fanno strame e scempio. Perché tentano di rompere nuovamente quel ʽfilo aureoʼ, che dopo il fallimento del sacrificale tentativo spirituale compiuto da Rudolf Steiner col Convegno di Natale del 1923, e il tradimento vergognoso compiuto dalla Società Antroposofica, era stato spezzato, e che Massimo Scaligero aveva «rincappiato». Un attacco alla Via del Pensiero, un attacco alla Concentrazione – sia mediante negazione assoluta, o svalutazione, o silenziosa messa da parte, o cialtronesca deformazione – è sempre anche un attacco al Graal.  

Poiché dovremo affrontare, nel proseguo del presente studio, un tema di estrema importanza sacrale come quello del Graal, tema correlato per palesi o celati legami a tutti i temi della Scienza dello Spirito, sarà bene porre sin da sùbito un chiaro discrimine tra verità ed errore, la tra verità e menzogna, tra un metodo ascetico corretto, veritiero, salutare e fecondo, che è quello – il solo  omogeneo, consustanziale e compatibile con la Scienza dello Spirito, e i molti, invero troppi, metodi errati, menzogneri, fallaci, morbosi, illudenti, paralizzanti, attossicanti, distruttivi. In alternativa al metodo spiritualmente ‘scientifico’, sperimentato ed instancabilmente indicato da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero, da vari anni – per la verità, da decenni, sin dalla dipartita di Massimo Scaligero – vengono proposti metodi ‘animici’, in molti casi di natura ‘mistica’, per non dire, in non pochi casi, addirittura di natura ‘confessionale’, che portano facilmente ad un mondo di esperienze visionarie, scambiate per ‘immaginazioni’, che possono, sì, presentarsi con caratteri di imponenza, e di travolgenza rispetto a forze non coscienti, sognanti, dell’anima, ma che fatalmente conducono nella esiziale, fetida palude stigia delle più pertinaci illusioni, delle trasognate e suadenti visioni, e corromperesenza che sovente il soggetto neppure se ne accorga – le forze morali dell’anima. E ciò malgrado i più insistenti, martellanti, appelli ad una prassi morale, che in moltissimi casi si è rivelata solo una ipocrita e cinica recitazione di uno stantio moralismo di maniera.

Al sagace ricercatore spirituale deve essere ben chiaro che la Verità è tale in se stessa, indipendentemente da chiunque la proclami, e che una affermazione errata non diviene ʽveraʼ semplicemente perché chi la proclama è una persona ʽbuonaʼ,  ʽmoraleʼ e  ʽsantaʼ. La gratitudine, l’ammirazione, la venerazione verso una cotal persona non esimono dal dovere di esaminare se sia realmente ʽveroʼ, quel che viene affermato essere ʽveroʼ. Se, poi, palesi errori e menzogne vengono presentati come  ʽveritàʼ da chi – malgrado ogni illudente apparenza – è tutt’altro una persona ʽbuonaʼ,  ʽmoraleʼ e ʽsantaʼ, ossia da una persona che non si fa scrupolo di mentire sapendo di mentire, e si pretende che le si creda semplicemente sulla base della pretesa autorevolezza delle sue affermazioni, la situazione si fa veramente grave, anche per le conseguenze che determinate non verità, e certe improvvide indicazioni che ne conseguono, hanno sulla vita interiore  di chi acriticamente, sentimentalmente, si affida loro.

In questi casi – dopo aver ripetute volte avvertito che «la ‘Via del Pensiero’ può diventare la ‘via del sublime egoismo’», che «la concentrazione non è necessaria» (potrei riportare, con nomi e cognomi, casi concreti di persone cui fu detto che per loro essa era ‘superflua’), e che «bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione perché può far male!» – viene fatto largo uso di una invadente, suadente, difficilmente resistibile ‘sentimentalità’. Questa sentimentalità è, poi, l’ingrediente obbligato per ‘condire’, in maniera persuasiva, le mirabili ‘rivelazioni’ circa novelli contenuti e metodi di realizzazione da introdurre, pedetemptim, pian pianino, nella maniera più inavvertita possibile, all’interno della ‘Comunità Solare’, in luogo di quelli indicati da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Naturalmente, questa ‘sapiente’ o ‘perfida’ strategia (la valutazione della medesima dipende, ovviamente, dai punti di vista scelti) viene portata avanti non in maniera totalmente aperta ed esplicita, come lealtà vorrebbe, ma con discorsi e tatticismi, dietro i quali vi sono sempre inespresse riserve mentali. A coloro che, in buona fede, vengono persuasi da una cotal abile ‘strategia di mercato’, di ‘marketing’ (perché, nei metodi di coloro che, alquanto spregiudicatamente, la pongono in atto, essa è assolutamente tale), vi sarebbe da ricordare quanto Rudolf Steiner dice a proposito della ‘sentimentalià’. Per esempio, ne La Saggezza dei Rosacroce, trad. di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, nella prima conferenza, intitolata La nuova forma della sapienza, tenuta a Monaco, il 22 maggio 1907, a p. 13, così leggiamo:

«Da quanto diremo nei prossimi giorni, si vedrà come la verità possa penetrare in modo immediato nella vita pratica. Noi non edifichiamo un sistema solo teorico, ma un mezzo per conoscere le profonde basi della scienza attuale, per far penetrare le verità spirituali nella nostra vita quotidiana.la sapienza dei rosacroce non deve entrare soltanto nella testa e nel cuore, ma anche nella mano, nell’attività giornaliera dell’uomo. Essa non vuol destrae in noi una sentimentale partecipazione, ma farci conseguire facoltà atte a lavorare al servizio dell’umanità. Immaginiamo un’associazione che si proponga la fratellanza fra gli uomini, limitandosi però a predicarla; essa non agirebbe in senso rosicruciano. Per un rosacroce, se un uomo si è rotta una gamba per la strada e quattordici persone lo circondano piene di affettuosi sentimenti e di compassione, ma nessuno gli sa rimettere a posto la gamba, tute quattordici gli sono meno utili di qualcun altro che arrivi, forse per nulla sentimentale, ma che sa rimettere a posto una gamba, e lo fa. L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a voler solo sentire senza conoscere. La conoscenza attiva, capace di penetrare nella vita, non intesa in senso materialistico ma attinta ai mondi spirituale, ci rende adatti all’azione pratica. Dal necessario riconoscimento che il mondo deve progredire, si produce di per sé l’armonia, risultato sicuro e naturale della conoscenza».

Nella quattordicesima ed ultima conferenza del medesimo ciclo, intitolata L’essenza dell’iniziazione, tenuta a Monaco, il 6 giugno 1907, pp. 158-159, così leggiamo:

«La scienza dello spirito dei rosacroce è una forma di conoscenza sovrasensibile, e il suo studio, come è fatto in queste conferenze, è il primo gradino dell’iniziazione rosicruciana. In queste conferenze non è stata esposta la scienza dei rosacroce per una qualsiasi ragione esterna, ma perché essa è il primo gradino dell’iniziazione rosicruciana. Si crede spesso che non sia necessario soffermarsi sulle parti costitutive della natura umana, sull’evoluzione dell’umanità o sulle diverse fasi planetarie, perché si preferisce abbandonarsi ai bei sentimenti invece di studiare sul serio; però per quanto ci si abbandoni a bei sentimenti, in quel modo soltanto è impossibile salire ai mondi spirituali. La scienza dello spirito non vuole suscitare sentimenti, ma per mezzo dei potenti fatti dei mondi spirituali vuol far vibrare i sentimenti medesimi. Un seguace dei rosacroce sentirebbe come una mancanza di riguardo il gettarsi sui suoi simili con dei sentimenti. Egli li conduce invece attraverso lo sviluppo dell’umanità, come presupposto affinché sorgano poi i sentimenti corrispondenti; fa sorgere davanti a loro le trasformazioni dei pianeti nello spazio cosmico affinché l’anima, dopo aver sperimentato quei fatti, possa essere afferrata con forza anche nei suoi sentimenti. Rivolgersi in via diretta ai sentimenti, oltre che un chiacchierare a vuoto, è anche una comodità. La scienza dello spirito rosicruciana lascia parlare i fatti, e afferma che si è sulla giusta strada quando i pensieri esposti entrano nel sentimento, dominandolo. L’uomo può essere beatificato soltanto dai sentimenti che sorgono in lui medesimo. Il seguace dei rosacroce lascia parlare i fatti del cosmo, perché questo è il modo d’insegnare più impersonale. È del tutto indifferente chi ci stia insegnando, perché non ci si deve lasciar affascinare da una determinata persona, ma essere invece afferrati dai fatti relativi al divenire del mondo che tale persona possa raccontare. Per questa ragione nella scuola dei rosacroce è radiata ogni forma di adorazione verso il maestro; egli non la richiede, non ne ha bisogno; vuol parlare al discepolo di ciò che esiste, indipendentemente da chi parla».

Marie Steiner, la più fedele discepola, quella più asceticamente impegnata e, a mio modesto giudizio, anche quella spiritualmente più progredita, di Rudolf Steiner, era usa dire che le Comunità spirituali vengono sempre distrutte da tre massimi mali: l’ambizione, il sentimentalismo, la comodità interiore. Nell’esperienza di oltre cinque decenni, chi qui scrive ha potuto constatare – molto dolorosamente peraltro – come, in varie parti d’Italia, numerose Comunità spirituali, sorte per l’impulso dato da Massimo Scaligero, siano andate completamente distrutte esattamente per l’azione di quei tre mali, molte volte energicamente denunciati da Marie Steiner. La comodità interiore porta all’indebolimento, alla fiacchezza, all’inerzia nella pratica interiore, alla rinuncia o addirittura all’avversione nei confronti dell’Ascesi del Pensiero, della Concentrazione, e alla scelta o dell’intellettualismo dialettico, o al sentimentalismo, che non di rado sfocia nel misticismo e nel visionarismo. A loro volta, intellettualismo e misticismo visionario aprono sovente la strada ad una sfrenata ambizione, che – in special modo nel caso del mistico moralismo sentimentale – si traveste in un’apparente, stucchevole, ipocrita forma  di ‘umiltà’. Del resto, la vicenda – lunga oramai oltre un secolo – del movimento antroposofico e quella della stessa Società Antroposofica mostrano – addirittura dimostrano – ad usura l’azione spiritualmente distruttiva dell’intellettualismo, del sentimentalismo, dell’ipocrita e farisaico moralismo, del misticismo, del visionarismo, e dell’ambizione. Di questi mali, come abbiamo potuto vedere, non è stata, purtroppo, esente neppure la Comunità Solare, voluta e impulsata da Massimo Scaligero.

Per questo motivo, la ‘Via del Cielo’, la ‘Via del Tao’, la ‘Via del Mondo Spirituale’ non può essere – oggi più che mai – la ‘via ordinaria’. E di fronte al fatto tragico e inquietante che – per usare, una volta di più, l’espressione della mia sapiente amica Fang-pai – molti ‘dimenticano’, ‘smarriscono l’intenzione originaria’, al fatto che molti ʽvolgono le spalle alla mètaʼ, e rinunciano all’impresa interiore, che scelgano la fiacchezza, la latitanza, la diserzione nei confronti dell’Ascesi Solare, indubbiamente severa, aspra, difficile, impegnativa, e dura – ma forse la vita stessa lo è di meno? – o addirittura ‘tralignano’, ‘tradiscono’, corrompendo – talvolta persino in maniera ‘circense’ e ‘pagliaccesca’ – l’aureo Insegnamento ricevuto, il Mondo Spirituale può scegliere, in una maniera che agli occhi degli ‘ortodossi’ può apparire  straordinariastravagante, i suoi combattenti tra coloro che, pieni di molti difettoni, non fidandosi della propria ‘natura’, scelgono di impegnarsi – ‘instancabili’ e ‘disperati’, ‘armati di solo coraggio’, ci disse una volta Massimo Scaligero – nella ‘Via’ non ordinaria, nell’Ascesi del Pensiero, che esige essere attuata indipendentemente, oltre, malgrado, e senza, l’infida natura alla quale normalmente ci si identifica. Ma come ci disse Massimo Scaligero: «Noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero». A questoe solo a questo – lupacci cattivissimi e predoni della steppa convintamente, tenacemente, ostinatamente si attengono, e sempre si atterranno.

Alcune persone, per l’esattezza tre, della mia città hanno trovato che quanto venne affermato dal sottoscritto su questo animoso blog circa due pubblicazioni che l’editore romano Tilopa aveva fatto di libri di ʽOraoʼ, Resurrezione e Madre, sia ʽmeschinoʼ. Ma come scriveva un tempo, tanto allegramente quanto ironicamente, zio Arturo: «Com’è noiosa / la gente virtuosa / quando predica moral».

Quelle tre persone non sono per nulla entrate nel merito delle affermazioni che mostravano – ʽdimostravanoʼ in maniera documentata – come le affermazioni di ʽOraoʼ (sive mas sive faemina) andassero apertamente in rotta di collisione con le comunicazioni fondamentali della Scienza dello Spirito. In quegli articoli, non veniva stata minimamente posta in questione la ʽpersonaʼ di ʽOraoʼ (sive mas sive faemina), anche perché tali pubblicazioni, alle quali se ne è aggiunta una terza, non hanno un rigo di presentazione e di introduzione, e non sappiamo quanto l’editore abbia messo mano a quei testi, ʽortopedizzandoliʼ, ʽtagliando e cucendoʼ, ʽcopiando e incollandoʼ, ʽinterpolandoʼ – naturalmente, anche nel suo caso, per carità, ça va sans dire, sicuramente sempre con le migliori, e le più idealistiche ʽintenzioniʼ – come  abbiam visto da lui fare con opere di Rudolf Steiner e dello stesso Massimo Scaligero: cosa che potrei documentare e dimostrare, alla bisogna anche filologicamente, con pochissima fatica, in qualsiasi momento. Il dubbio è più che lecito, tanto più che sulla romana rivista Graal sono apparsi, anche in tempi relativamente recenti, articoli firmati, appunto, ʽOraoʼ, articoli attribuibili sicuramente solo all’Innominato, dei quali in seguito sarà doveroso, da parte dello scrivente, occuparsi. Ma se quelle tre persone, che parvemi non abbiano affatto ben chiaro che cosa sia l’esser ʽmeschinoʼ, vorranno chiarirsi bene le idee, non hanno che da chiedere, e verrà loro illustrato con abbondanza di esempi concreti (alcuni dei quali li abbiam più sopra e in passati articoli riportati), che possano farli alquanto riflettere, che cosa sia veramente, al di là, di tutte le illudenti parvenze ʽmoraliʼ, recitate ed ostentate, l’esser ʽmeschiniʼ. Ad dei lupacci può esser imputato l’esser ʽcattivissimiʼ, e a dei predoni della steppa di esser ʽferocissimiʼ, ma non di esser ʽmeschiniʼ : spregevole qualità, questa, di intrallazzati cortigiani, di  vili opportunisti, di infami ʽinformatoriʼ, di infiltrati ʽinsinuantiʼ, di falsi doppiogiochisti : non certo quella di cattivissimi ʽlupacciʼ o di selvaggi ʽpredoni della steppaʼ. Dubito assai – dati i loro comportamenti di decenni – ch’essi ne abbiano la volontà e il coraggio. Ma, per citare quel vecchio e navigato arnese della politica, da me peraltro mai punto stimato, Giulio Andreotti (al quale, così come alla potenza straniera d’Oltretevere, peraltro, conducevano certe strane connessioni di manipolate iniziative pedagogiche gianicolensi), «a migliorare c’è sempre tempo», per cui come direbbero i marines, never say never, mai dire mai!     

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

AMOR VERITATIS. PARTE QUINTA.

Le presenti considerazioni sono scritte a complemento – e in parte a chiarificazione – di quanto affermato nella parte quarta del presente studio circa la divulgazione sulla rete di internet delle registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero, nonché di vari suoi scritti sia stampati, sia autografi sotto la forma di diari o dattiloscritti. Ero partito dalla gentilezza di una mano amica, che mi aveva permesso di accedere ad una pagina, altrimenti per me inaccessibile, in quanto ʽbannatoʼ per aver reso note tutta una serie di azioni davvero poco laudabili, che si preferiva rimanessero ignote, di varie persone. Avevo in parte trascritto dalla pagina, che gentilmente la mano amica aveva messo a mia disposizione, quanto aveva scritto nellʼarticolo di apertura del numero di dicembre 2021 di una rivista romana, che afferma di richiamarsi al pensiero e allʼOpera di Massimo Scaligero, colui che per sdrammatizzare, umoristicamente scherzando, ho chiamato lʼInnominato, mettendo in evidenza nei miei commenti le discrepanze, le difformità, le incongruenze, le inesattezze presenti in quellʼarticolo di apertura della rivista romana, apparso alla fine dello scorso anno.

Ora, la stessa mano amica – che qui novellamente ringrazio di cuore – ha voluto mettere a mia disposizione un altro post, pubblicato sul medesimo notissimo social forum, lo scorso 5 aprile, dallo stesso personaggio, che – sempre umoristicamente scherzando – chiamerò lʼInnominabile. Lo chiamo così, non perché come lʼInnominato, egli non firmi i suoi scritti, bensì perché egli si firma sovente, qua e là, con una tale gran quantità di eteronimi, che dimostrano quanto sia feconda la sua fantasia: Apis, Ta-Merit, Unas, N.R. Ottaviano, Claudio Ottaviano, Eques a Floribus, Efesto, Sua Beatitudine +Tau Julianus, che è invero difficile scegliere tra questa pletora di pittoreschi eteronimi uno che gli si adatti pel discorso che qui deve essere intrapreso. Conciosiacosaché chi scrive ha optato per affibbiargliene uno lui, di sapore tutto sommato ʽneutroʼ, appunto quello di Innominabile per non confonderlo con lʼInnominato, col quale, del resto, egli vanta avere grande amicizia. Così egli potrà, in qualche modo, sentire aria di famiglia!

Anchʼegli, dunque, non si adonti dellʼeteronimo per lui scelto, perché – a ben pensarci – esso ben si conviene a chi, come lui, tra le sue molteplici dignificazioni e titoli – ierofantiche massoniche granmaestranze e patriarcali primazie – vanta anche il titolo martinista di Superiore Incognito – ovvero ʽsconosciuto’, il cui ʽnomeʼ, appunto, non è ʽcognitoʼ, quindi a fortiori ʽInnominabileʼ – e, come gli ricorderebbe la mia sapientissima amica Fang-pai, nobile Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, il Grande Lao-tsu, riferendosi allʼineffabile e innominabile carattere del Tao, afferma che: «Il Tao, di cui si può parlare, non è lʼeterno Tao, e il nome, che si può nominare, non è lʼeterno Nome».

Avviene che, nel suo post del 5 aprile, il nostro Innominabile decida di pronunciarsi, per la seconda volta, pubblicamente sul noto social forum, circa la questione che cʼinteressa, ossia: «In merito ad alcune registrazioni audio e ad alcuni scritti giovanili di Massimo Scaligero». Ora, in questo suo secondo post, anchʼegli fa tutta una serie di affermazioni che – perlomeno ad opinione di chi qui scrive – appaiono a dir poco inesatte, e risultando piuttosto discrepanti rispetto alla realtà, necessitano di correzione per ristabilire la verità, onde non venga da esse tratto in inganno il sincero, ma talvolta sprovveduto, ricercatore.

Egli, mettendoci pure una sorta di nota di personale sentimentale commozione al fin di apparire più suadente e credibile, così inizia lʼesposizione delle sue considerazioni:

«Sia in YouTube che in diversi altri siti del web (blog, pagine Facebook, gruppi Facebook etc.) sono presenti registrazioni audio relative a conferenze di Massimo Scaligero. Non entro nel merito dei motivi che hanno spinto alcuni amici a pubblicare queste cose e sono assolutamente certo della loro ottima fede e della bontà delle loro intenzioni: io stesso ho provato una grande emozione nel riascoltare la sua voce e immagino che lʼintento fosse quello di consentire, a coloro che non lo hanno conosciuto di persona, di entrare in maggior contatto personale con quel grandissimo Maestro spirituale che, per inciso, è stato anche il mio Maestro».

Emozione ostentata a parte, lʼInnominabile ci tiene moltissimo, per rendere convincente la sua narrazione, a far sapere, e lo ribadisce sempre di nuovo, ogni due per quattro, sul web, in vari social forum e in blog a lui collegati, che «quel grandissimo Maestro spirituale», ovverossia Massimo Scaligero, «per inciso, è stato anche il mio Maestro». Veramente a chi scrive non risulta affatto che Massimo Scaligero sia stato «per inciso, suo Maestro», anzi a chi scrive risulta con certezza chʼegli non lʼabbia maivisto,conosciuto, se non in foto dopo la sua dipartita. Del resto, – a parte la sua affabulante e immaginifica narrazione – egli non ne ha mai data nessuna prova. Questa sua conoscenza diretta, e, a suo dire, addirittura la ‘fabula’ di una sua – peraltro impossibile – quotidiana casalinga frequentazione, nei confronti di Massimo Scaligero, oramai viene messa fortemente in dubbio, quando non apertamente negata, anche da persone che per un tempo gli credevano, o perlomeno facevan le viste di credergli. Così come, del resto, egli non ha mai dato nessuna prova convincente di molte altre sue affermazioni, ossia di essere discendente di sangue del principe Leone Caetani di Sermoneta, idem del principe Raimondo di Sangro di San Severo, idem di Pasquale de Servis (di questʼultima discendenza, fossi in lui, io mi vanterei poco…), di essere il Capo dellʼOrdine Osirideo Egizio e quindi, come Gran Hierophante e Gran Maestro, legittimo successore nel medesimo di Giustiniano Lebano, e molte altre consimili divertenti amenità che – sempre per brevità – son costretto a trascurare, ma sulle quali, volendo, potrei a lungo annoiare il lettore. Ma, in fondo, queste immaginifiche pretese, a parte lo strappare un divertito sorriso, son cose di pochissima importanza, e di trascurabile incidenza. «Vanitas vanitatum, et omnia vanitas», come afferma la Scrittura. Per cui, transeamus…

Dopo questo preambolo, il nostro simpatico Innominabile, facendo una serie di considerazioni, ci tiene a precisare quanto segue:

«Tuttavia ritengo doveroso precisare alcune cose, peraltro recentemente ribadite (dicembre 2021) nella rivista Graal anche dallʼamico presidente della Fondazione Massimo Scaligero e propietario [sic, per proprietario] della casa editrice Tilopa che detiene tutti i diritti dʼautore sulle opere di Massimo».

In questa sua imprecisa ʽprecisazioneʼ, sono da rilevare alcune inesattezze. Anzitutto, io non credo – perlomeno a me non risulta, ma se mi dimostreranno il contrario, ne prenderò atto e farò volentieri pubblica ammenda, perché è alla Verità che noi dobbiamo sempre il massimo onore e la massima venerazione – che esista, nel preciso senso giuridico del termine, una ʽFondazione Massimo Scaligeroʼ. Esiste, certo, una Associazione Culturale “Fondazione Massimo Scaligero”, il che è una cosa, giuridicamente parlando, alquanto diversa, anche se il suo apparire con un cotal nome possa trarre in inganno, forse, i meno provveduti. Ed è pure inesatto dire che ʽlʼamico presidenteʼ di detta Associazione Culturale, ché solo tale essa è sino a prova contraria, nonché titolare della casa editrice Tilopa, detenga «tutti i diritti dʼautore sulle opere di Massimo», perché – come ho ampiamente dimostrato nella parte quarta del presente studio, e giova sempre ribadir la cosa ai volontari e non disinteressati ʽimmemoriʼ – che lʼInnominato detiene, ora, legalmente, i diritti dʼautore solo sulle opere che Massimo Scaligero stesso a suo tempo pubblicò, e sul materiale autografo dellʼepistolario, dei quaderni, o dei diari,  giunti effettivamente – non importa, qui, al momento, considerare come – effettivamente in suo possesso. Non su altro. Come già detto e ribadito, lettere, quaderni e diari, che Massimo Scaligero possa aver donato a qualcuno – per esempio a Marina Sagramora o al sottoscritto – sono possesso esclusivo di chi li abbia ricevuti, non di altri, e chi li abbia ricevuti può farne lecitamente lʼuso che crede più opportuno.

Dopodiché, il nostro immaginoso Innominabile si avventura temerariamente – e vedremo sùbito perché temerariamente – a darci una descrizione delle riunioni nelle quali Massimo Scaligero, rispondeva alle domande scritte, che gli erano poste:

«La storia di tali registrazioni è la seguente: Massimo svolgeva alcune incontri settimanali in via Barrili 12, a Monteverde Vecchio, in un locale messo a disposizione dalla cugina Bianca Maria Scabelloni e dal marito di lei, Romolo Benvenuti. Tali riunioni NON erano pubbliche: vi partecipavano discepoli di Massimo Scaligero o loro amici previa autorizzazione di Massimo stesso. Se si voleva portare qualcuno bisognava prima avvertire Massimo che comunque in genere dava sempre il suo assenso chiedendo però agli accompagnatori di garantire sulla riservatezza degli amici che essi invitavano alle riunioni. Durante tali riunioni Scaligero rispondeva a delle domande scritte formulate a penna su foglietti di carta dai partecipanti alla riunione e disposti su un tavolo. Massimo sceglieva due o tre di questi foglietti, li apriva, leggeva le domande ad alta voce e formulava le risposte, scegliendo con estrema accuratezza le parole da usare. Alla fine della riunione veniva effettuato un esercizio di concentrazione comune, quindi Massimo salutava tutti i presenti a uno ad uno, stringendo loro la mano e usciva dalla sala. In alcune occasioni era presente sul tavolo, dietro al quale Massimo parlava, un registratore magnetico (siamo negli anni ʽ70 dello scorso secolo) collegato ad un microfono».

Anche in questa fantasiosa descrizione vi sono numerose inesattezze. Il locale dove si svolgevano le riunioni non era stato affatto «messo a disposizione da Bianca Maria Scabelloni e dal marito di lei, Romolo Benvenuti», perché era un appartamento che apparteneva ad Amleto Scabelloni, cugino di Massimo Scaligero, e che abitava altrove, appartamento nel quale vi era, tra l’altro, lʼufficio legale di Avvocato di Marianna Scabelloni, sorella di Amleto e Bianca Maria Scabelloni, come annunciava la targa in ottone, che per legge era in bella vista sulla porta del locale. Dello svolgimento della riunione, tenuta da Massimo Scaligero, poi, il nostro fantasioso Innominabile ha dato, in tempi diversi, versioni diverse, tra loro contraddittorie, alcune delle quali davvero inverosimili. Avendole il sottoscritto, in quanto testimone oculare diretto, via via sempre smentite, ed avendo la descrizione, che il sottoscritto ne faceva, ricevuto pubblica conferma anche da altri partecipanti a quelle riunioni, lʼInnominabile ha fatto, in corso d’opera, varie correzioni di rotta nella loro descrizione, inventando particolari sempre nuovi e diversi, ma sempre altrettanto fantasiosi. In realtà, Massimo Scaligero leggeva sempre tutti i biglietti – non solo due o tre, come egli afferma – con le domande e poi cercava di rispondere a tutte, non solo a due o tre. Non corrisponde affatto a verità – ossia è assolutamente falso – che, come l’Innominabile afferma, «In alcune occasioni era presente sul tavolo, dietro al quale Massimo parlava, un registratore magnetico (siamo negli anni ʽ70 dello scorso secolo) collegato ad un microfono». Il registratore – un grosso magnetofono Geloso gestito dalla mia cara amica M., che tuttora conserva tutte le registrazioni originali delle riuioni e può testimoniare in proposito – non era affatto sul tavolo, davanti a Massimo Scaligero, bensì era nello stanzino (un piccolo bagno) adiacente alla stanza ove Massimo Scaligero teneva la riunione, e venivano registrate tutteproprio tuttele riunioni, non solo «in alcune occasioni». Come non corrisponde affatto a verità – ossia è assolutamente falso – che «Alla fine della riunione veniva effettuato un esercizio di concentrazione comune», infatti dallʼascolto delle stesse registrazioni si sente chiaramente come le persone presenti, appena Massimo Scaligero aveva finito di pronunciare lʼultima frase, si alzassero sùbito rumorosamente e ripiegassero le sedie di legno, sulle quali prima sedevano, appoggiandole lungo i muri della stanza. Del resto, che le cose avvenissero proprio in questa maniera lo hanno testimoniato in passato, e possono benissimo testimoniarlo ancor oggi, varie persone che a quelle riunioni parteciparono, ad alcune delle quali chi qui scrive non è affatto simpatico, eppure a suo tempo esse vollero confermare pubblicamente, malgrado l’antipatia provata, la descrizione che, già anni fa, chi scrive ne aveva fatta. Mi sembra che quanto sin qui detto dimostri chiaramente – una volta di più – come il nostro facondo affabulatore, in realtà non abbia mai partecipato a nessuna di quelle riunioni bisettimanali, così come non ha mai, del resto, conosciuto o incontrato di persona Massimo Scaligero.

A questo punto il nostro bravo Innominabile prosegue con alcune avventate affermazioni, che sono rigorosamente una fiaba, ossia del tutto gratuite, ovvero false, del tipo:

«Infatti alcuni zelanti amici avevano chiesto a Massimo se le sue parole potessero essere registrate a beneficio di quegli amici che, per motivi di forza maggiore, non potevano essere presenti alle riunioni. Massimo diede il proprio assenso ma a due condizioni:

  1. che tali registrazioni fossero messe a disposizione UNICAMENTE degli amici (così Scaligero definiva i suoi discepoli) che non avevano potuto partecipare allʼincontro.
  2. che IN NESSUN CASO tali registrazioni venissero trasmesse a radio, televisioni o giornali.

Appare dunque piuttosto evidente, utilizzando quella che Rudolf Steiner definiva “una sana logica”, che Scaligero non avrebbe certamente gradito che tali registrazioni venissero pubblicate nel Web e liberamente fruibili da tutti decontestualizzando le sue risposte da affermazioni precedenti e spesso incomplete perché la registrazione si interrompe e mancano le conclusioni successive o le premesse enunciate da Massimo dopo e prima di quanto è udibile nella registrazione».

Non è vero che «alcuni zelanti amici avevano chiesto a Massimo se le sue parole potessero essere registrate a beneficio di quegli amici che, per motivi di forza maggiore, non potevano essere presenti alle riunioni». Costoro – non sto, naturalmente, parlando della mia amica M. – per registrare le riunioni, non chiesero nessun permesso: con grande scorrettezza, lo fecero e basta. Come non è affatto vero che, una volta richiesto, «Massimo diede il proprio assenso». Egli era contrario alla cosa, ma quando – praticamente negli ultimi anni – ne venne a conoscenza, lasciò, a malincuore, che venisse fatto come costoro volevano, anche perché essi avrebbero comunque continuato a farlo. Del resto, molte di quelle improvvisate, talvolta imperfette, registrazioni – non quelle più professionali, gestite da M. – già giravano in varie parti dʼItalia e anche fuori Italia, né vi era oramai più modo di impedirlo, ed esse erano finite persino anche in mani di persone che non seguivano affatto la Scienza dello Spirito, come potei constatare personalmente. Inoltre, non è affatto vero che tali registrazioni «decontestualizzassero le sue risposte da affermazioni precedenti e spesso incomplete, perché la registrazione si interrompe e mancano le conclusioni successive o le premesse enunciate da Massimo dopo e prima di quanto è udibile nella registrazione», poiché al contrario tutte le registrazioni che ho avuto modo di ascoltare – e sono moltissime – sono assolutamente complete e perfettamente udibili, nella loro integralità, dallʼinizio alla fine, come completo ed esaustivo è in esse sempre il discorso che Massimo Scaligero faceva. Lasciamo perdere, poi, le stanche e stantie elucubrazioni dialettiche – fatte di vuoto e di scontata routine verbale – a proposito della necessità del lavoro interiore per intendere i libri scritti di Massimo Scaligero, cosa che fa unʼimpressione discretamente comica, visto che lʼInnominabile, nei suoi libri e in scritti on-line, fa un gran minestrone, o una macedonia, di esercizi dalla provenienza più varia, rivisti e corretti da lui, yoghici, tantrici, kabbalistici, celtico-germanici, e persino discutibili esercizi che Julius Evola – che fu sempre un malevolo avversario dell’Antroposofia, e di Rudolf Steiner, che calunniò e derise nelle sue opere, così come in un punto de Il cammino del cinabro derise l’Opera di Massimo Scaligero – in UR aveva pubblicato sotto lo pseudonimo di Arvo (che lʼInnominabile, malgrado ogni prova filologica contraria, si ostina ancor oggi ad affermare beatamente essere il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina Sonnino de Renzis). Abbiamo trovato – e debitamente salvato e protocollato – persino tutta una serie di esercizi di invenzione dell’Innominabile, tra i quali anche alcuni alquanto problematici esercizi respiratori, che lo stesso Innominabile, anni fa, prescrisse, scrivendo col suo pseudonimo di Ta-Merit nella zona riservata di un blog di un gruppo massonico di frangia, sedicente ʽegizioʼ,  prima di esserne allontanato e ritualmente ʽbruciato tra le colonneʼ, almeno stando a quel che mi comunicò per iscritto uno dei suoi partecipanti.

Nella questione delle registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero, le cose sono andate un poʼ come nel caso dei cicli di conferenze di Rudolf Steiner, il quale avrebbe preferito, e lo scrisse apertamente, che circolassero solo i suoi libri scritti, ma che dovette arrendersi al fatto che, contro la sua volontà, andassero a giro trascrizioni imperfette, incomplete e piene di errori, fatte da discepoli che spesso erano sì persone di buona volontà, ma poco abili e poco accorte, trascrizioni che, per ingenuità e poca vigilanza, non di rado finivano prima nelle mani di avversari della Scienza dello Spirito, che in quelle di suoi seguaci. Fu giusto, allora, che con competente professionalità, della cosa si occupasse Marie von Sivers, divenuta poi nel 1915 Marie Steiner, così come è stato giusto che le registrazioni di Massimo Scaligero venissero fatte con altrettanta competente professionalità dalla mia amica M., una delle sue più fedeli discepole, che sulla cosa mi ha ampiamente più volte ragguagliato. 

A questo punto, bisogna dire che fa proprio una impressione davvero piuttosto curiosa il fatto che sia proprio lʼInnominabile a farsi rigorista paladino dei diritti legali – ripeto, legali – dellʼInnominato, chʼegli dichiara a gran voce essere suo grande amico, mentre appare esser egli stesso niente affatto rigoroso, anzi alquanto inesatto, errato, per non dire falso e fuorviante, nel suo affermare che:

«Alcuni amici, con i quali ho discusso di tali argomenti, mi hanno fatto notare che “i tempi sono cambiati” ma le modalità di trasmissione degli insegnamenti spirituali non sono mai soggette a cambiamenti e in assenza di Massimo e delle due persone (ormai scomparse da molti anni) che egli aveva disegnato [sic, proprio così scrive: disegnato, in luogo di designato] in qualche modo come suoi successori, ovvero Bianca Maria Scabelloni e Alfredo Rubino, NESSUNO può arrogarsi il diritto di parlare in suo nome, dunque credo che sarebbe opportuno rispettare la sua volontà che è quella che ho esposto sopra e che è stata rammentata, come ho in precedenza spiegato, da chi detiene i diritti dʼautore sullʼopera di Scaligero».

In effetti, dopo la dipartita di Massimo Scaligero, i tempi sono sì cambiati, certamente, ma in molto peggio. Vi è stato chi – a Roma, ma anche altrove – si è diligentemente impegnato a demolire – pedetemptim, ʽun passetto per voltaʼ, detto alla latina – lʼOpera di Massimo Scaligero, e persino la sua figura umana e spirituale. E i risultati di una cotale mala opera, a chi voglia esser ben sveglio, sono sin troppo visibili ed eloquenti. Che Massimo Scaligero fosse ben cosciente di ciò, e che – a parte pochissime eccezioni – non si facesse illusione alcuna circa la tenuta del milieu ʽscaligeropolitanoʼ romano, è dimostrato da quel che egli una volta personalmente a me disse: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», così come pure disse a diversi di noi : «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, qua a Roma sarà tutto finito!». Ogni volta fu, per me, un tuffo al cuore. Comunque, non è affatto vero, ossia è falso, che Massimo Scaligero abbia designato (e non disegnato, come scrive in maniera buffa e dislessica lʼInnominabile) alcune persone «come suoi successori». Egli, volutamente, non lo fece, per il semplice fatto che nessuno, a Roma o altrove, ne sarebbe stato allʼaltezza. Nessuno, dopo di lui, avrebbe potuto essere indicato come Maestro nel senso iniziatico più forte del termine. Indicò soltanto – spiegherò sùbito come – Alfredo Rubino, forse il suo più fedele discepolo, come punto di riferimento, come orientatore, per le riunioni romane. E solo lui egli indicò come orientatore, e nessun altro.

Massimo Scaligero aveva redatto un testamento – che poi ʽqualcunoʼ ha fatto tempestivamente sparire – di quelle che erano le sue ultime volontà, che avrebbero dovuto essere rispettate nella maniera più esatta e diligente. Tale testamento, Massimo Scaligero lo lesse nel suo studio romano, in Via Cadolini 7, in presenza di quattro persone, Marina Sagramora, Alfredo Rubino, sua cugina lʼAvv. Marianna Scabelloni, e Francesca Pellicciari, cognata di Peppino Federici, discepolo di Giovanni Colazza, e amico personale di Marie Steiner. Tutte persone da me ben conosciute e mie amiche, le quali, da me interrogate, mi hanno confermato il contenuto esplicito delle sue ultime volontà, espresse nel testamento. Fondamentali erano due punti: primo, Massimo Scaligero stabilì che dopo la propria morte i diritti di autore delle sue opere sarebbero dovuti spettare a sua moglie Concetta Olivieri – detta Tina – e dopo la di lei dipartita, sarebbero dovuti passare integralmente a Marina Sagramora; secondo, egli indicava il suo fedele discepolo ed amico Alfredo Rubinoe nessun altro – come orientatore e punto di riferimento per il regolare svolgimento delle riunioni a Roma, e quantʼaltro fosse relativo alla ʽViaʼ. Alfredo Rubino, discepolo praticante molto avanzato e uomo leale, integro, equilibrato, era senzʼaltro la scelta migliore che Massimo Scaligero potesse fare, come orientatore dopo la propria dipartita, et pour cause.

La volontà di Massimo Scaligero, volontà la cui esistenza mi è stata apertamente testimoniata, in maniera assolutamente concorde, da coloro che avevano ascoltato dalla sua stessa voce quanto era contenuto nel testamento, non fu per nulla rispettata. La notte tra il 25 e il 26 gennaio 1980, ossia la notte stessa della dipartita di Massimo Scaligero, ʽqualcunoʼ penetrò nello studio di Via Cadolini, cambiò il cilindro della serratura, compiendo chiaramente un  atto illegale, in quanto lo studio era intestato a Marina Sagramora, e il nome di lei era chiaramente scritto sulla porta. Alle 07.00 del mattino del 26 gennaio, Marina Sagramora si precipitò in Via Cadolini, ma la sua chiave non poté entrare nella serratura, il cui cilindro era stato ʽtempestivamenteʼ, e ʽopportunamenteʼ, sostituito. Chi fu a compiere questa effrazione? Mistero! O forse no. Dallo studio di Via Cadolini sparirono sùbito molte cose e molti documenti, tra questi anche il testamento, che testimoniava le ultime volontà di Massimo Scaligero. Chi fu ad impadronirsi e a far sparire il testamento di Massimo Scaligero? Mistero! O forse no. Nei giorni successivi furono asportate anche molte altre cose, anche cose appartenenti a Marina Sagramora. Tutto ciò dimostra, a mio modo di vedere, lʼesistenza di un sommo cinico disprezzo per la volontà e la persona stessa di Massimo Scaligero.

Naturalmente, una azione del genere non può essere stata eseguita in maniera improvvisata, né tampoco essere frutto della decisione estemporanea di unʼunica persona. Con ogni evidenza, una cotal mala intrapresa era stata occultamente decisa, pianificata, preparata sin nei particolari, già da molto tempo, ovvero – giusto per essere assolutamente chiari – se ʽqualcunoʼ compì lʼeffrazione notturna, costui lo fece, con ogni certezza, unicamente su sollecitazione e ed esplicita richiesta di ʽqualcun altroʼ, il quale, dal suo punto di vista, deve aver visto la ʽassoluta necessitàʼ di un atto così anomalo per realizzare un ʽfineʼ ben preciso. Ovviamente, dal punto di vista di questo ʽqualcun altroʼ,  si trattava di un ʽaltoʼ, ʽnobileʼ, e ʽirrinunciabile fineʼ. E, sicuramente, questo ʽqualcun altroʼ, oltre che avere il potere di decidere una azione effrattiva così estrema ed anomala, doveva pure avere ben il potere di saper giustificare dialetticamente una cotale azione, nonché esporre in maniera convincente unʼazione del genere a ʽqualcunoʼ, ossia a colui che avrebbe dovuto eseguirla, persuadendolo e coinvolgendolo in maniera emotiva. Chi saranno stati questo ʽqualcunoʼ e questo ʽqualcun altroʼ? Mistero! O, ancora una volta, forse no

La ʽfilosofiaʼ – ma forse dovrei dire la ʽdogmatica ideologiaʼ – che sta dietro ad una simile infame e perversa azione, dietro a questo genere di azioni, è sempre la medesima, ossia che «il fine giustifica i mezzi». E, di nuovo deve venir ripetuto, con un banale copia-incolla – rursum repetita iuvant – di quanto già scritto nella parte quarta del presente studio, ossia che come dicevano, in tempi lontani, in Cina, Maestri del Tao come Lao-tzu e Lü-tzu, e come riaffermano, in tempi più recenti, Massimo Scaligero, e, di nuovo, la mia amica Fang-pai, ella pure, nobile Figlia del Celeste Impero, nonché sapiente Maestra del Dharma: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto». Il lettore potrà sincerarsi di cosa pensasse Massimo Scaligero di un così disinvolto e spregiudicato (spregiudicato in senso morale, non in senso conoscitivo, sia ben chiaro), leggendo e meditando quanto egli scrisse a tal proposito nel libro Reincarnazione e Karma, in una citazione riportata nella parte quarta del presente studio.

Quanto sin qui esposto mostra ad usura quanto possano valere – perlomeno da un punto di vista morale e spirituale – le peregrine considerazioni legalitarie del nostro Innominabile. Allʼesposizione sul noto social forum delle suddette sue considerazioni, è seguita poi tutta una serie di commenti, che dibattevano tesi contrapposte, talvolta nella polemica scadenti alquanto di livello. Ma, tra i vari commenti, uno vale la pena di essere riportato, quello di Shanti Di Lieto Uchiyama, per le riflessioni equilibrate che fa, commento nel quale metterò in evidenza alcuni passaggi:

«Se non ricordo male, mi risulta che la Rivista Graal su cui è scritto in merito alle registrazioni in questione, sia nata proprio per pubblicare (e poi vendere, nemmeno a buon mercato, anche se capisco i costi editoriali) il contenuto di tali registrazioni del Seminario Solare, trascritto dalla redazione della stessa e dai suoi collaboratori. Quindi il contenuto di tali seminari è stato reso pubblico (a pagamento) e senza che i lettori potessero ascoltare la voce di Massimo Scaligero, che tocca nel profondo anche noi che non lʼabbiamo conosciuto di persona. Il dono di ritrovare i contenuti già letti e resi pubblici, con lʼaggiunta preziosa dellʼascolto della voce del Maestro, è di sicuro qualcosa di straordinario. Comunque sono decenni che tali registrazioni sono state fatte ascoltare a migliaia di persone presso la sede di via Pindemonte. Molti di coloro che vi sono andati non erano discepoli di Massimo e molti non hanno nemmeno mai seguito la via da lui indicata né lʼantroposofia. Alcuni che ho conosciuto avevano idee e percorsi ben diversi ma affermavano di trarne un gran beneficio e di attendere con trepidazione quegli ascolti quindicinali del Sabato. Di conseguenza chiudere il recinto decenni dopo che i buoi sono scappati mi sembra cosa ardua.

Per quanto riguarda gli scritti giovanili, lettere e corrispondenza sotto forma di diari, quando si è consapevoli che si trattava di un Massimo Scaligero che ancora doveva fare un percorso, si possono leggere con enorme gratitudine ugualmente. Infatti vi si trova già, seppur non ancora del tutto sbocciato, il fiore aureo della sua grandezza. Sono un dono incommensurabile anche quelli e nulla tolgono, a mio avviso, all’opera del Maestro nel suo insieme né alla diffusione della stessa».

Una sola osservazione – una semplice precisazione cronologica – vorrei fare a quanto ha scritto Shanti Di Lieto Uchiyama. Le agende sulle quali Massimo Scaligero scriveva, a moʼ di diario, i suoi pensieri, le sue riflessioni, i contenuti di sue meditazioni e della sua ascesi, erano vecchie agende, chʼegli usava come quaderni per la sua scrittura, in quanto erano fatti di carta di alta qualità, che anche dopo decenni conservavano tale buona qualità. Le date delle pagine di quelle agende, in realtà, non corrispondono alla cronologia effettiva della scrittura di Massimo Scaligero. Ciò lo si evince facilmente da due fatti. In ciò che scrive nel Diario, che Marina Sagramora va pubblicando una volta al mese sulla rivista LʼArchetipo, ed un’altra persona quotidianamente sul noto social forum in questione, Massimo Scaligero aveva già chiaramente abbandonato, da diversi anni, le tradizionalistiche posizioni a-cristiane di René Guénon e quelle anti-cristiane di Julius Evola, e manifesta una bhakti, anzi una parabhakti, per dirla con Swami Vivekananda, ossia una ʽsuprema devozioneʼ, nel senso più elevato e cosciente del termine, di tipo apertamente ʽcristicoʼ e ʽrosicrucianoʼ. Inoltre – e qui posso portare a testimonianza personale la mia diretta esperienza – Romolo Benvenuti, che possedeva il suddetto Diario, avendolo egli ereditato dal suo Autore con tanto di dedica, volle negli anni novanta dello scorso secolo ed anche in séguito, in relazione a particolari eventi della mia vita, e come ausilio per la mia ascesi, dettarmi alcune parti del Diario, mentre molte altre mi furono fatte copiare. Ora in una di quelle pagine – una pagina non ancora pubblicata,  ma che, appunto, Romolo Benvenuti volle farmi copiare – Massimo Scaligero appose la data del 27 marzo 1944, quindi ben sette anni dopo il 1937, anno di pubblicazione dellʼagenda, in un periodo nel quale egli già da anni era discepolo di Giovanni Colazza, e in una età già matura, non più proprio ʽgiovanileʼ, come invece affermano in maniera interessata sia lʼInnominato che lʼInnominabile. Questo smentisce platelamente quanto affermato sia dall’Innominato, che dall’Innominabile, suo ʽamicoʼ.  

In un suo successivo commento, Shanti Di Lieto Uchiyama porta una autorevole conferma, da nessuno sinora smentita, al fatto che il testamento di Massimo Scaligero sia effettivamente esistito e che poi – a mio modo di vedere – ʽprovvidenzialmenteʼ e ʽopportunamenteʼ sia stato fatto sparire. Infatti, ella scrive:

«Del resto il testamento di Massimo che Romolo aveva visto non fu trovato alla morte di Massimo, è andato perduto misteriosamente». 

In effetti, un poʼ troppo misteriosamente è andata perduta una cosa così sacra e importante come il testamento di Massimo Scaligero. Di sicuro, una cosa così sacra avrebbe dovuto essere custodita devotamente con ogni diligenza. Magari, sino a quella notte ben custodita lo era stata pure. Ora, non è che un documento come quello abbia le gambe, e vada a giro da solo, di notte, e sparisca, ʽmisteriosamenteʼ, di sua personale iniziativa. La sparizione di un documento come quello, che di propria iniziativa non saprebbe proprio dove andare, va in qualche modo ʽaiutataʼ, ʽmisteriosamente aiutataʼ. Forse, un tale testamento disturbava le mire e i piani di ʽqualcunoʼ, e quindi era opportuno e bene che non se ne trovasse più traccia, se non nella memoria fedele delle persone alle quali lo stesso Massimo Scaligero lo aveva mostrato e letto? Mistero! O, forse, anche no. E quel ʽqualcunoʼ che ha ʽaiutatoʼ il testamento a scomparire ʽmisteriosissimamenteʼ, e quel ʽqualcun altroʼ che ha ispirato, voluto, progettato, e pianificato una sì provvidenziale, e invero tempestiva, ʽmisteriosaʼ sparizione, chi mai saranno? Ancora ʽmisteroʼ! Non si sa! O, forse, anche sì! 

Il nostro simpatico, e decisamente molto estroso, Innominabile, che dichiara di essere rigorosamente ligio ad una espressa ʽvolontàʼ di Massimo Scaligero – sempre che diamo credito allʼinverificabile dire dellʼInnominato, suo amico, nel citato articolo sulla rivista romana – per la qual cosa egli è, a parole, molto critico circa il veicolare delicati ed intimi contenuti spirituali in «condotti inappropriati», come quelli della moderna tecnologia digitale, radiotelevisiva, e cinematografica, che «potrebbero intorbidare anche lʼacqua più limpida», come afferma lʼInnominato. Come già rilevato nella precedente quarta parte del presente studio, chi scrive potrebbe – il condizionale è dʼobbligo – forse, anche essere, in linea di principio, parzialmente dʼaccordo. Certo che il suo agire non mostra gran coerenza con questo assunto, anzi si direbbe che lʼInnominabile, con grande contraddittoria discrepanza, ʽami predicar molto bene, e razzolare assai maleʼ, il che non manca di farci alquanto ʽperplimereʼ.

Andando a percorrere la telematica rete, capita frequentemente di trovare, postate dellʼInnominabile, citazioni dalle opere di Rudolf Steiner, e da quelle di Massimo Scaligero, ambedue queste sì a fortiori pubblicate fuori contesto – fuori da ogni contesto – messe alla portata del primo curioso che vada a ʽbracareʼ (come usano dire nella Città del Fiore) in internet. Citazioni delle quali lʼavventurato lettore, in genere, non conosce, né può conoscere, la parte ad essa antecedente, né tampoco quella conseguente. Ora, dal punto di vista del suo amico Innominato, quel notissimo social forum, non è affatto che sia proprio uno dei migliori «condotti appropriati» nel quale riversare le limpide acque della Sapienza Celeste, anzi! Sul medesimo social foruma mio giudizio, con unʼazione di pessimo gusto – l’Innominabile pubblicò le foto sia della tessera rosa della Società Antroposofica Universale, sia la tessera blu della Prima Classe della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Quando entrò nella Prima Classe della Società Antroposofica, egli fece una promessa sacra di tenere rigorosamente riservati i contenuti della medesima, ma nonostante ciò, egli pubblicò sul suddetto social forum un mantram riservato della Scuola (il tutto, ovviamente, è stato debitamente protocollato e archiviato), dimostrando con quale serietà accogliesse e in quale considerazione egli tenesse i contenuti sacrali della Scuola di Michele. Di mantram dati da Rudolf Steiner lʼInnominabile su internet ne ha pubblicati parecchini (come sopra, tutto protocollato e archiviato), immettendoli così, a detta del suo amico Innominato, in «condotti inappropriati, che potrebbero intorbidare anche lʼacqua più limpida».

Per non parlare, poi, dei video nei quali egli sproloquia di Scienza dello Spirito, e di quella ʽMystica Aeternaʼ, che Rudolf Steiner nel 1914 aveva ritualmente chiusa, sigillata, e mai più riaperta, ma della quale, tuttavia, lʼInnominabile si dichiara Erede legittimo e Capo. Video, nei quali egli insegna, persino eseguendolo personalmente davanti ai videospettatori, un suo personale rifacimento magico-tantrico-evoliano della Concentrazione, spacciandolo per un esercizio dato – a suo dire – da Rudolf Steiner tramite il duca Giovanni Colonna di Cesarò, da lui falsissimamente identificato con lʼArvo del Gruppo di UR, mentre è dimostrato, persino in una pubblicazione delle Edizioni Mediterranee, curata da Gianfranco de Turris della Fondazione Evola, essere Arvo lo stesso Julius Evola. E lasciamo perdere la pubblicazione da parte sua di ʽglifiʼ magici della più che perversa Fraternitas Saturni, e di Franz Bardon (tutto protocollato e archiviato), dallʼInnominabile  in maniera  veramente incosciente pubblicati sul detto social forum, e da lui spacciati per materiale teurgico dellʼArcana Arcanorum del massonico Rito di Misraim. Come si può vedere, nei «condotti inappropriati» di internet, lʼInnominabile immette in gran copia, indebitamente mescolandole, sia acque impure e liquamose, sia acque pure che inevitabilmente «sʼintorbideranno» nella inquinante mescolanza con quelle infette, fetide e impure

Il nostro ineffabile Innominabile non si è minimamente posto, poi, nessun problema nel partecipare, per anni, a tutta una serie di convegni romani, con cadenza semestrale, nei quali tutta una serie di oratori, tra i quali egli stesso, intervenivano a vario titolo non solo parlando – con esiti vari, peraltro – di Massimo Scaligero, del suo insegnamento, delle discipline interiori da lui indicate, bensì ascoltando pure, ogni volta, una registrazione integrale di una delle riunioni chʼegli teneva bisettimanalmente a Roma, a Monteverde Vecchio, in Via Barrili. A tali convegni romani, ad entrata libera, poteva andare ad ascoltare chiunque, anche gente non sinceramente interessata alla figura di Massimo Scaligero, o dichiaramente ostili ad essa. Dai filmati stessi, poi apparsi sulla piattaforma internet di Youtube, vi ho potuto riconoscere chiaramente alcuni antroposofi calunniatori della figura di Massimo Scaligero e persino alcuni ʽinsinuantiʼ, cattolici integralisti, legati agli ambienti di Alleanza Cattolica, acerrima nemica della Scienza dello Spirito, dellʼAntroposofia, di Rudolf Steiner e dello stesso Massimo Scaligero, ed altra consimile gente. Il livello deglʼinterventi dei vari oratori era dei più vari: alcuni eccellenti, su altri preferisco non pronunziarmi. Quanto aglʼinterventi del nostro Innominabile, beh!, lasciamo perdere…

Questi convegni romani sulla figura di Massimo Scaligero sono andati semestralmente avanti per alcuni anni, sino a che la situazione di emergenza, imposta in maniera autoritaria e violenta dai vari governi, da nessuno eletti, succedutisi per la metodica distruzione della nostra amata Italia, non ne hanno di fatto impedito lo svolgimento. Su questi convegni, su questo tipo di «condotti inappropriati», né lʼInnominato, né tanto meno lʼInnominabile che, del resto, partecipò attivamente a tutti, pronunziarono mai verbo. Non dissero mai bèo! 

Né tampoco lʼInnominabile si fece, per anni, minimamente problema a scrivere, sotto vari eteronimi, le sue sciocchezze sulla forse anche troppo tollerante rivista LʼArchetipo, sciocchezze, pure invenzioni, e persino sfacciate menzogne sulla figura di Rudolf Steiner e la sua Opera, che chi scrive ha dovuto prendersi la pena di smascherare – puntualmente documentando tutto – e  severamente correggere, per ristabilire la verità.

Solo quando su LʼArchetipo cominciarono ad essere pubblicate, con cadenza mensile, ed in una forma più che degna, le pagine di un Diario, che Massimo Scaligero aveva lasciato in eredità, con tanto di dedica, a Romolo Benvenuti – e su ʽcomeʼ tale Diario di Massimo Scaligero, cosi su ʽcomeʼ i Quaderni di ʽOraoʼ, siano giunti in possesso dellʼInnominato, soprattutto tenendo conto di molte cose che personalmente mi disse Romolo Benvenuti circa lo spregiudicato modo di agire dell’Innominato stesso, avrei moltissimo da ʽeccepireʼ, tanto per usare una parola gentile – lʼInnominato ha sentito la necessità di pubblicare la sua agrodolce ʽdiffidaʼ (perché, al di là dei discorsi dialettici che la condiscono, tale, in realtà, essa è…) nei confronti de LʼArchetipo stesso, e soprattutto nei confronti di chi dirige tale benemerita rivista, che poi è la persona che Massimo Scaligero aveva più cara al mondo, e che mai avrebbe voluto o permesso che fosse ferita. Non stupisce il fatto che – vista lʼesplicita presa di posizione (leggi: ʽdiffidaʼ) apparsa sulla rivista romana – lʼInnominabile si è sùbito disciplinatamente, ma anche ʽopportunamenteʼ, allineato, mostrando altresì un certo malo ʽzeloʼ, alla posizione presa dallʼInnominato, da lui elogiato e presentato come suo grande amico. Liberissimo, ovviamente, lʼInnominabile di fare le scelte che al suo criterio appaiano come le più vantaggiose, e, soprattutto, le più ʽopportuneʼ, così come altrettanto libero è lo scrivente, e chiunque altro veramente pensi, di trarre da tali sue scelte, come da sue molte discutibilisse azioni, su di lui, unʼopinione a proposito delle sue scelte, delle sue azioni,  davvero poco lunsinghiera. 

Vorrei assicurare il benevolo lettore che quanto è stato scritto nel numero precedente, nonché in questo medesimo del presente studio, non scaturisce da antipatia, o volontà di denigrare, ma soltanto dalla volontà di ristabilire la verità, quella verità che veniva così abilmente occultata, ma anche palesemente alterata, e che rischiava di venire smarrita. E se, in taluni punti da chi scrive sono stati usati toni umoristici, non si voleva né si vuole con questo mancare minimamente di rispetto alle persone. Infatti, l’umorismo, e un po’ di socratica ironia, sono state usate al solo scopo di attenuar la tensione nellʼaffrontare una situazione di per sé già molto drammatica, per non dire tragica. Da chi scrive si è cercato, pur nel necessario pugnar vivace, di tener sommo conto del monito della Bhagavad Gita, VII, 11, che invita il combattente per la Verità e la Giustizia ad agire secondo il modello divino e secondo il monito del Supremo Signore che in essa dice: balam balavatâmâsmi kâmarâgavivarjitam, ossia ʽdei forti Io Son la forza libera di brama e di passioneʼ. A tale ideale – quello di agire a partire dallʼIo, dall’Io Sono, ossia dallo Spirito oltre lʼanima – che è ciò che costantemente con la sua parola e col suo esempio ci indicò Massimo Scaligero come esigenza imprescindibile dellʼAscesi della Via Solare, della Via dei Nuovi Tempi – chi scrive cerca, e cercherà sempre, con ogni sua forza di essere e rimanere fedele. Quod bonum, nobis felix, faustum, fortunatumque semper sit!

SCIENZA DELLO SPIRITO

AMOR VERITATIS. PARTE QUARTA.

Recentemente, chi scrive ha avuto modo di leggere quanto apparso in internet su un notissimo social forum in alcuni post, normalmente a me inaccessibili in quanto ʽbannatoʼ – come oggi usa dire da parte dei ʽnavigatoriʼ della mediatica ʽreteʼ – da colui che aveva pubblicato i suddetti post. Su tale noto social forum, ed anche altrove, chi scrive ha avuto lʼonore di esser ʽbannatoʼ da varie persone, nonché coperto dʼinsulti, pubblicamente diffamato, e persino minacciato per aver disvelato e documentato varie scomode verità, che si intendeva tener ben celate, nonché menzogne ed azioni non proprio ʽcommendevoliʼ, la cui conoscenza, resa pubblica, avrebbe oltremodo imbarazzato chi indossava una ingannevole maschera per nascondere un volto davvero poco raccomandabile. Ma, nel caso qui in questione, il ʽbandoʼ è stato facilmente superato grazie al provvido ausilio di mano amica – che qui vivamente ringrazio – la quale ha voluto trasmettermi quanto ivi pubblicato, chiedendomi che cosa mai io ne pensassi in quanto la lettura aveva avuto per lei lʼeffetto di renderla alquanto perplessa. In effetti, detta lettura ha avuto lʼeffetto di ʽperplimereʼ – come direbbero coloro che si sforzano di parlare in maniera particolarmente involuta e difficile – non poco anche chi qui scrive.

Ma siccome testi sapienti ci invitano a cercare e rinvenire elementi positivi in ogni evento, in ogni manifestazione, trasformando tutto, persino eventuali difficoltà e stridenti difformità e contraddizioni, in preziose occasioni di lavoro interiore e di conoscenza, mi son messo diligentemente in cerca del positivo e devo dire chʼessa si è rivelata oltremodo interessante, e soprattutto fruttuosa. Prima di tutto, mi son ben letto più volte quanto pubblicato il 3 febbraio scorso sul detto social forum, ove appaiono le foto di quanto venne a sua volta pubblicato in maniera anonima su una rivista romana, che vorrebbe richiamarsi al pensiero di Massimo Scaligero, da parte di colui che su questo animoso e temerario blog uso, da svariati anni, chiamare lʼInnominato. Lo chiamo, scherzosamente, così perché costui non firma mai i lunghi e concettuosi articoli di apertura dei vari numeri della rivista, nei quali ho avuto spesso occasione di rilevare non pochi elementi ʽperplimentiʼ o ʽperplettentiʼ, che dir si voglia.

In tale articolo di apertura della suddetta rivista romana, intitolato «Ai lettori» e apparso nel dicembre dello scorso anno, lʼInnominato comincia con lʼesporre tutta una serie di norme legali in materia di diritti dʼautore, circa le quali non vi sarebbe, sia chiaro, in linea generale, nulla da obbiettare se non alcune peculiarità, che lʼautore del suddetto articolo si guarda bene dal mettere in evidenza. Per esempio, egli afferma che:

«… spetta allʼautore dellʼopera, ovvero a chi lʼabbia in seguito acquisito nei modi consentiti dalla legge, il diritto di pubblicare e riprodurre, in qualsiasi forma, lʼopera stessa, inclusa la corrisponenza epistolare». 

Ciò è inesatto. Per quanto riguarda la corrispondenza epistolare, lʼInnominato può legalmente pretendere una legittima proprietà del diritto dʼautore unicamente per la parte di corrispondenza effettivamente in suo possesso, nel caso in cui essa sia stata realmente acquisita «nei modi consentiti dalla legge», come egli stesso scrive. Ma le lettere, e quantʼaltro possa essere considerato corrispondenza, è per legge possesso di chi le riceve, il quale ha il diritto di farne – a suo libito – lʼuso, se si vuole anche criticabile, che costui meglio crede. E, questo, lʼInnominato lo sa benissimo, ma si guarda bene dal farlo presente.

Infatti, tanto per citare un caso concreto, Massimo Scaligero trascriveva ogni anno, a moʼ di diario, suoi pensieri e considerazioni interiori di natura ascetica, su vecchie agende, e alla fine di ogni anno li consegnava ad Alfredo Rubino, del quale Massimo Scaligero si fidava in maniera esclusiva, affinché questi li facesse pervenire in maniera sicura nelle mani di Marina Sagramora. Questa era la volontà certa ed esplicita di Massimo Scaligero, e di tale volontà mi sono più volte sincerato interrogando personalmente Alfredo Rubino, il quale ogni volta del fatto mi ha dato ampia, identica, conferma. So che, a suo tempo, lʼInnominato li richiese – anzi li volle perentoriamente esigere – da chi, per volontà di Massimo Scaligero, aveva ricevuto quei ʽdiariʼ, accampando – a suo dire – diritti di esclusivo possesso sui medesimi, nonché quelli di una loro eventuale pubblicazione. Ma si trattò di un mero bluff e, giustamente, la consegna di quei preziosi ʽdiariʼ – richiesti, peraltro, in modi che la mia amica Fang-pai, Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, giudicherebbe, sin troppo caritatevolmente, ʽinappropriatiʼ, tanto erano poco ʽurbaniʼ – giustamente fu rifiutata. Io stesso ho delle lettere di Massimo Scaligero, da lui indirizzatemi in anni ormai lontani della mia giovinezza, ed esse sono mio esclusivo possesso, e posso farne lʼuso che giudico più opportuno e giusto. Checché ne dica o ne pensi lʼInnominato, le cose stanno esattamente così, ed anche questo egli lo sa benissimo.

Poi lʼInnominato aggiunge, dando una interpretazione pro domo sua, ossia affatto personale, partigiana e palesemente ʽinteressataʼ, di un articolo della medesima legge:

«Va precisato che la mera cessione di uno o più esemplari dellʼopera «non importa la trasmissione del diritto di pubblicazione e riproduzione (v. art. 109, legge cit.)», onde a coloro a cui Massimo Scaligero avesse donato o lasciato a qualsiasi titolo propri quaderni, diari, scritti in genere, non hanno perciò solo acquisito il diritto di pubblicarli e riprodurli».

Naturalmente, anche ciò è inesatto, anzi è proprio un palese bluff la parte dellʼaffermazione dellʼInnominato enunciante la sua personalissima, e contestabilissima deduzione e interpretazione della legge, ossia che:

«… onde coloro a cui Massimo Scaligero avesse donato o lasciato a qualsiasi titolo propri quaderni, diari, scritti a qualsiasi titolo, non hanno perciò solo acquisito il diritto di pubblicarli e riprodurli».

Nessuno, infatti, contesta che se Massimo Scaligero mi avesse donato uno dei suoi libri pubblicati – e me ne ha donati tantissimi – non per questo io avrei acquisito il diritto di pubblicarli a mia volta. Ma per quel che riguarda la donazione da parte sua di lettere, scritti autografi, o diari, le cose non stanno affatto come sostiene lʼInnominato, con la sua affatto ʽpartigianaʼ interpretazione della legge.

Dopo un cotal exploit di indubbia abile sapienza giuridica, lʼInnominato estensore dellʼarticolo di fondo apparso nel numero di dicembre della rivista romana, passa a fare – dandone, col suo consueto stile, più volte una fredda ed una calda, e viceversa – alcune apparenti, a mio modo di vedere molto infide, ʽgeneroseʼ concessioni, con lo scrivere:

«Fatta questa doverosa premessa, va detto che lʼAssociazione non ha alcuna pregiudiziale preclusione a concedere il diritto di pubblicazione e di riproduzione degli scritti di Massimo Scaligero a chi volesse con serietà e responsabilità contribuire al còmpito che la Tilopa edizioni e la rivista Graal si sono assunto. Tuttavia, è necessario che siano rispettate due ineludibili condizioni: la prima è che la pubblicazione e la riproduzione di questi scritti avvengano nel rispetto della legge sul diritto dʼautore e di quello dellʼeditore, posto che: «Occorre partire dallʼobbedienza alle leggi, per meritare di trasformarle»; la seconda è che la pubblicazione e la riproduzione avvengano con mezzi e in forme confacenti ai contenuti veicolati dallʼAutore, ciò che esclude in radice che possano effettuarsi a mezzo della rete internet. E ciò andrebbe esteso ad ogni contenuto analogo a quelli di cui si tratta, anche se di altri Autori pubblicati da Tilopa».

Anche su questo, in linea di principio, non vi sarebbe nulla da eccepire, tanto più che qui lʼInnominato vuol farsi forte di una citazione di Massimo Scaligero tratta da Il pensiero come anti-materia, Perseo, Roma, 1978, p. 120. Certo, il discorso è formalmente corretto, ma chi conosca quanto lo stesso Massimo Scaligero abbia lottato per una intera vita contro ciò che si presenta formalmente e dialetticamente corretto, pur essendo vuoto di contenuto, o addirittura rivestente un celato contenuto che invece è il contrario della verità – nellʼultimo, mensile, incontro rituale di meditazione, da me varie volte evocato su questo blog, il 25 gennaio 1980, ossia poche ore prima che ci lasciasse, egli ci fece ben avvertiti che «Arimane mente anche dicendo la verità» – non può farsi così ingenuamente ingannare da un tale sin troppo facile sofisma. Viviamo in un paese nel quale son spesso correnti due particolari azioni: in primo luogo, lʼeludere la legge compiendo azioni illegali e riprovevoli, avendo cura di tenerle ben celate, e, in secondo luogo, il servirsi della stessa legge come copertura e persino strumento di eventuali azioni illegali e riprovevoli compiute. questo, naturalmente, detto in linea generale, per così dire, in ʽvia di principioʼ, senza attribuzione veruna al caso specifico che qui ci riguarda. 

Di ciò, oramai, non vi è più di che stupirsi, ché purtroppo fa parte di un mal costume corrente in molti ambienti, non solo in Italia. Dovrebbe stupire – ed invece, purtroppo, la cosa non stupisce più chi abbia occhi per ʽvedereʼ – come tale mal costume sia abbondantemente presente in ambienti che si dicono ʽspiritualistiʼ, siano essi religiosi od esoterici. In oltre cinquantʼanni di Scienza dello Spirito, nonché in precedenti anni passati seguendo Vie orientali, chi scrive può dire di averne viste davvero di tutti i colori: menzogne, furti eseguiti con destrezza e compiuti direttamente o fatti compiere su commissione, comportamenti omertosi e spergiuri in aule di tribunale attuati per coprire persone e gravi fatti delittuosi, persino terroristici, forme di ʽpirateriaʼ elettronica violando come hacker siti internet altrui, indebita appropriazione e sparizione di documenti che dimostrerebbero il buon diritto altrui, indebita appropriazione di fondi di Enti o Istituzioni pubblici, persino lo scassinare una porta e il sostituire il cilindro della chiave di uno studio, e via dicendo. Anche questo, naturalmente, sia ben chiaro, ripetuto in linea generale, per così dire, in ʽvia di principioʼ, a mo’ di esempio di casi correnti, senza attribuzione alcuna al caso specifico che qui consideriamo. Un tale deprecabile mal costume – giova ribadirlo – purtroppo si è verificato anche nellʼambiente di coloro che il mio amico C., coraggioso e valente asceta dʼaltra dottrina, mio grande amico, e compagno d’armi di tante aspre battaglie, chiama, con simpatico umorismo, ʽscaligeropolitanoʼ. Naturalmente, gli autori di comportamenti così poco encomiabili, son sempre pronti a giustificare, con abile formale dialettica, con una alluvione di argomenti ʽvalidiʼ, come tutto ciò, in definitiva, sia stato compiuto in nome di un eccellente fine più alto. Ma come dicevano, in tempi lontani, in Cina, Maestri del Tao come Lao-tzu e Lü-tzu, e come riaffermano, in tempi più recenti, Massimo Scaligero, e, di nuovo, la mia amica Fang-pai, ella pure, nobile Figlia del Celeste Impero, nonché sapiente Maestra del Dharma: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto».

Su di un tale disinvolto machiavellico sofisma, Massimo Scaligero si espresse più volte – sia per iscritto che oralmente – con parole veramente di fuoco. Per esempio, in Reincarnazione e Karma: Il ritorno sulla Terra come legge di equilibrio, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 193-195, egli così scrisse:

«Un principio della strategia della menzogna oggi dominante il mondo, secondo una direzione anti-karmica, e perciò sollecitante le forze del karma più severamente pareggiatrici, cioè demolitrici delle strutture che sono alla base della menzogna, è la persuasione che «il fine giustifica i mezzi». A questa massima va opposta quella del saggio cinese Lutzu: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto»: massima conforme alla realtà obiettiva del mondo, cioè alla sua struttura morale, e perciò alla dinamica delle leggi del karma.

Non esiste un fine che giustifica i mezzi, perché ciò che, secondo tale presunzione, sembra un fine, in realtà non è tale: non sta dopo, ma prima. Un valore che nel suo contenuto primo non ha il potere di suscitare le proprie necessarie mediazioni, per tradursi in realtà, non può essere un ideale verso cui si procede, bensì un presupposto a cui ci si subordina, senza possibilità di giudizio libero, perché non viene da una scelta cosciente, bensì dal dominio di quel che preventivamente si preferisce. Ciò che si preferisce senza coscienza critica, scaturisce sempre – salvo rare eccezioni – dalla natura animale. Il giusto fine esclude il mezzo ingiusto: quando esige tale mezzo, è un fine falso, cioè un falso ideale, perché gli è giocoforza attingere al livello a cui realmente appartiene, allʼanima senziente, dominata dalla natura animale. Se il fine fosse giusto apparterrebbe al livello della chiara coscienza, alla cui altezza è illimitata la serie dei mezzi pertinenti, cioè giusti, possibili ad una libera scelta. Il più desolato equivoco morale è legato alla norma «il fine giustifica i mezzi», perché muove dalla presunzione che il fine sia giusto e non il presupposto ingannevole, lʼillusoria persuasione, il pregiudizio, la superstizione, il credo fanatico, lʼidolo mentale, l’ossessione ideologico-nevrotica, il contenuto psicotico.

Allorché un risultato apparentemente positivo viene conseguito con mezzi illeciti, è inevitabile che la sua struttura sia precaria, perché manca di interna architettura di forze. Le autentiche forze architettoniche sono sempre forze morali».

È noto come la cinica norma machiavellica, affermante che «il fine giustifica i mezzi», sia stata fatta sua dalla mai troppo infamata Compagnia – come la epitetava il pitagorico Giulio Parise, amico sin dalla sua gioventù di Massimo Scaligero – sia come principio teologico giustificante che come metodo di azione efficace: il tutto ad maiorem Romanae Ecclesiae gloriam, naturalmente. Si conosce bene quanto i militi della suddetta mai troppo esecrata Compagnia abbiano operato, adoprando i mezzi più sozzi e subdoli per infangare la figura di Rudolf Steiner, ostacolare la diffusione del suo pensiero, e distruggerne lʼOpera. Ho già avuto modo scriverne diffusivamente su questo temerario blog. Ben sapendo di dire il falso, come ho ampiamente documentato, essi scrissero che Rudolf Steiner aveva studiato in seminario, che era un prete spretato, e durante la seconda guerra mondiale, con lʼItalia occupata dalle truppe germaniche, i militi della suddetta non certo molto stimabile Compagnia, chiesero al comando germanico la messa al bando e la distruzione delle opere di Rudolf Steiner, asserendo – sempre mentendo sapendo di mentire – chʼegli fosse di sangue ebraico. Conosco questa vicenda – e ne do, assumendomene tutta la responsabilità, aperta testimonianza – dallʼavermene parlato lo stesso Massimo Scaligero, il quale mi descrisse quanto, con coraggio ed indubbia abilità, a mio giudizio, egli allora fece, con una azione ad hoc, per scongiurare una simile iattura. A ciò potrei aggiungere la spietata persecuzione «antigraalica» attuata – servendosi appunto degli strumenti della legge – da militi di sì nefasta Compagnia nei confronti dello stesso Massimo Scaligero.

E, visto che stiamo trattando di vicende editoriali, è arcinoto negli ambienti occulti come proprio la perfida azione della machiavellica Compagnia, nel 1958, riuscì – usando mezzi assolutamente legali – a portare al fallimento ed alla chiusura la benemerita casa dei Fratelli Bocca Editori, che tanti libri di Rudolf Steiner aveva pubblicato e diffuso in Italia. Anche questa triste vicenda, oltre che dal mio amico L., mi fu ampiamente più volte descritta, sin dai primi incontri, da Massimo Scaligero. Chiunque può vedere quanto potesse esser ʽnobileʼ il fine che quei diligenti militi si proponevano di conseguire, impadronendosi delle azioni di detta casa editrice, ritirando dalle librerie le copie delle opere di Rudolf Steiner, e portando al fallimento una storica e tanto benemerita casa editrice.

Il metodo è sempre quello di impadronirsi di beni materiali per attuare i propri moralmente discutibili fini, non certo ʽnobiliʼ e ʽspiritualiʼ. Perché, in definitiva, come diceva il santo vescovo e martire Cipriano dʼAntiochia, di fronte a cotanta gesuitica spregiudicatezza, si deve concludere che:

«Terribile contraddizione: chiamano beni ciò che serve loro a far del male».

Mentre, nellʼAntico Testamento, (Isaia, 5.20), il profeta così stigmatizza gli abili e illudenti malvagi:

«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro».

Del resto, non molto diversamente agirono nel secolo scorso Albert Steffen, e il suo degno ʽcompagno di merendeʼ, Guenther Wachsmuth, allorché nella loro campagna di aggressione e di denigrazione di Marie Steiner, arrivarono a scippare, oltre al conto in banca – con metodi che Marie Steiner stessa definì da ʽgangstersʼ –, anche la casa editrice Philosophisch-Anthroposophischer Verlag, da lei fondata e finanziata, il tutto allo scopo di attuare anchʼessi un abile ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, usando, alla bisogna, anche i mezzi legali.

Colpiscono non poche, davvero inquietanti, analogie con quanto è successo dopo la dipartita di Massimo Scaligero. Su questo temerario blog, chi scrive ha avuto modo di illustrare a lungo contenuti e metodi di un altrettanto esiziale ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, e lʼaver fatto ciò ha scatenato sul noto social forum e altrove – del resto non poteva esser diversamente, date le premesse – contro il sottoscritto una canea di accuse, di insulti, di minacce, e di esternazioni, in taluni casi veramente divertenti, per quanto erano comiche e circensi. Ma tantʼè, tutto come da previsioni. Anzi sarebbe stato preoccupante se così non fosse stato. Naturalmente, anche qui, ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ a parte, stiamo facendo un discorso generale – in linea di principio, come più sopra scritto – senza attribuzioni specifiche, altrimenti chi scrive dovrebbe tenere ben altro tono e ben altro discorso, ed esser molto meno gentile. 

Quanto alla seconda condizione, ʽgenerosamenteʼ (si fa per dire…) posta dallʼInnominato, ossia che:

«… la seconda è che la pubblicazione e la riproduzione avvengano con mezzi e informe confacenti ai contenuti veicolati dallʼAutore, ciò che esclude in radice che possano effettuarsi a mezzo della rete internet. E ciò andrebbe esteso ad ogni contenuto analogo a quelli di cui si tratta, anche se di altri Autori pubblicati da Tilopa»,

vi sarebbe, di per sé, poco da eccepire, trattandosi di una legittima scelta – giusta o sbagliata che sia – che un editore è liberissimo di fare su ciò egli stesso pubblica. Ma, è evidente che una tale scelta non può riguardare altri che lui e per quel che è di sua competenza. Se, per ipotetico caso, mi pungesse vaghezza di pubblicare le lettere di Massimo Scaligero da me ricevute, o altri suoi manoscritti in mio possesso, su internet, o in altro modo, tale decisione – giusta o sbagliata ch’essa sia – non potrebbe competere altro che a me, ed io solo ne porterei la responsabilità morale, cosa molto diversa dalla liceità legale. 

Indi, il nostro Innominato autore dellʼarticolo apparso sulla rivista romana, prosegue con una precisazione – una sorta di ostativo ʽconsiglio che non si può rifiutareʼdato, sempre a suo dire naturalmente, dallo stesso Massimo Scaligero – precisazione nella quale egli specifica quali forme di pubblicazione siano, a suo modo di vedere, da evitare:

«Lo stesso Massimo Scaligero aveva reso avvertiti coloro che più gli erano intimi che mai avrebbero dovuto divulgare contenuti scientifico-spirituali attraverso mezzi quali radio o televisione. Non si tratta di una anacronistica opposizione alle innovazioni della tecnica, ma della coerenza richiesta a chi, volendo farsi cultore della Scienza dello Spirito, non può non percepire con chiarezza lʼintima contraddizione del mezzo rispetto al contenuto che intende rendere noto ad altri. Pure chi sia mosso dalle più elevate intenzioni, potrà facilmente comprendere come anche lʼacqua più limpida possa intorbidare se fatta scorrere in condotti inappropriati».

Che dire? Si tratta, con tutta evidenza di una valutazione, e di una conseguente scelta – basata, a suo dire, su una indicazione di Massimo Scaligero – che compete esclusivamente allʼInnominato, e che – viste le sue precedenti considerazioni legali – non possono legare altri che lui, appunto lui e non altri. Chi qui scrive si guarda bene dal contestare la liceità legale di una cotale sua più che legittima scelta. Ma, se si osservano le cose e i fatti non da un punto di vista formale e legale, bensì da un punto di vista sostanziale, ossia da un punto di vista schiettamente etico e spirituale, ci sarebbero alcune considerazioni da fare.

Ovvero, se è verissimo che, come scrive lʼInnominato – e non si adonti costui dellʼepiteto scherzoso per lui da me umoristicamente scelto, ché ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, nella sua tragica grandezza, lʼInnominato è una figura bellissima, per la quale nutro grandissima simpatia – «Pure chi sia mosso dalle più elevate intenzioni, potrà facilmente comprendere come anche lʼacqua più limpida possa intorbidare se fatta scorrere in condotti inappropriati», è pur altrettanto vero, purtroppo, anche il contrario. Ossia, come in condotti «appropriati» possano scorrere acque molto torbide e liquami schifosi: la storia di venti secoli delle confessioni sedicenti cristiane, molto poco cristiche, e soprattutto la lunga storia della potenza straniera dʼOltretevere, mostrano, ad abundantiam, come sovente il Vangelo sia servito come conduttura e veicolo di qualcosa, che non era affatto unʼ«acqua di vita», come la definisce il Signore nel quarto capitolo del Vangelo di Giovanni, cap. 4, vv. 10-15, nel suo discorso alla fortunata samaritana. Meglio, in questa sede, non entrare in particolari, ché non mi voglio guastare il buon umore.

Per cui, lʼInnominato non si dolga pel fatto che, avendo egli sollevato questioni di legale correttezza editoriale, che il sottoscritto non ha alcuna intenzione di contestare, gli vengano rivolte alcune osservazioni su come la Tilopa talvolta ha svolto il còmpito chʼessa si è voluta assumere. Sul presente blog, chi scrive in passato ha dovuto rilevare alcune azioni, le quali dal punto di vista sostanziale, e non meramente formale e legale, sono apparse profondamente scorrette, suscitando, non solo al sottoscritto ma anche a non pochi altri, alquanti dubbi e perplessità. Voglio qui citare solo alcuni di questi casi, fra molti altri che, per brevità, sono costretto a trascurare. Rispetto allʼedizione originale del libro di Massimo Scaligero, Manuale pratico della Meditazione, Teseo, Roma, s.d. ma 1973, le edizioni più recenti appaiono aver subito interventi piuttosto discutibili con sostituzioni di parole, che cambiano il senso del discorso, e quant’altro. Nelle ultime edizioni de Lʼuomo interiore, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, a Roma, nel 2012, manca il sottotitolo, invero importante, Lineamenti dellʼesperienza sovrasensibile, presente nellʼedizione originale, pubblicata sempre dalle Edizioni Mediterranee nel 1976, e manca altresì, nella quarta di copertina, gran parte della sintesi del libro che, come era suo costume, e come pure è evidente a chiunque, era stata scritta dallo stesso Massimo Scaligero. Per non dire il grande stupore che suscitò in molti la evidente manipolazione di un testo di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, ripubblicato in seconda edizione, nel 2012, dalle Mediterranee, con lʼarbitraria interpolazione nel testo – a mio modo di vedere, cosa oltremodo scorretta – di un intero capitolo, al dire dell’Innominato ʽineditoʼ, ma in origine ʽprevistoʼ dall’Autore, che in realtà era – come ho potuto dimostrare, anche fotograficamente, sul presente blog – un opuscolo commemorativo che Massimo Scaligero aveva scritto, come gesto conciliativo per estinguere precendenti annose e aspre polemiche, su richiesta di sua sorella Adelina, “Luciana Virio”, dopo la morte del marito, l’esoterista ultracattolico Paolo Marchetti “Virio”, le cui sedicenti alchemiche pratiche operative «a due vasi», alle quali egli era stato iniziato dal patrizio fiorentino, il conte Umberto Alberti “Erim” di Catenaia, erano, a dir poco, oltremodo scabrose. Su questo blog, a suo tempo, chi scrive ebbe modo di documentare – anche pubblicando foto eloquenti – tale arbitraria interpolazione. Sempre in Dallo Yoga alla Rosacroce, nell’anonima Introduzione – non firmata, ma sicuramente attribuibile all’Innominato – vi sarebbero da contestare molte ʽimprecisioniʼ – in taluni casi, a mio giudizio, volute – su dati storici, alcuni dei quali riguardanti persino il sottoscritto a proposito, per esempio, della nascita, della formazione e dellʼorientamento della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero nella mia città. Ma anche in conferenze di Rudolf Steiner – anche questo fu dimostrato dal sottoscritto nel blog che ospita i suoi fastidiosi articoli – lʼInnominato ebbe modo di interpolare ʽcreativamenteʼ, per esempio in Edouard Schuré, L’Iniziazione dei Rosacroce, testo che in realtà era di Rudolf Steiner, ed aveva il titolo originario di Esoterismo Cristiano, già edito nel 1940 dai Fratelli Bocca, nella onesta traduzione di Bruno Roselli, testo al quale lo Schuré fece solo lʼIntroduzione, frasi inesistenti nel testo tedesco pubblicato a Dornach dalla Rudolf Steiner Verlag e in francese a Parigi da Triades. Vi sarebbero molte altre cose da riportare e da eccepire, non meno importanti, che per brevità son costretto a tralasciare.

Che cosa direbbe di un tale modo piuttosto disinvolto – che purtroppo invale sempre più in molti àmbiti, sacri e profani – di trattare la sua Opera, e la sua stessa persona, Massimo Scaligero, il quale fece sempre dell’onestà più rigorosa e della correttezza assoluta la pratica costante della sua vita? È sufficiente, a tale proposito, ascoltare quanto egli stesso dice nella registrazione di una riunione in Via Barrili, tenuta il 18 marzo 1978 – registrazione questa, altrimenti a me inaccessibile, trasmessami dalla stessa mano amica che qui, di nuovo, vivamente ringrazio – riunione nella quale egli usò parole molto forti contro il mal costume di inquinare il patrimonio sacrale della Sapienza Celeste, di alterarne i testi, di manipolar persone e situazioni, di far deviare i cercatori dello Spirito dal retto sentiero, e – aggiungo io – di attuare un esiziale ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ: 

«Ci troviamo nei guai se non abbiamo la conoscenza, e se non si capisce che la vera conoscenza viene da una linea onesta. Se uno scopre che cʼè qualcuno che fa il maestro, e poi taglia i pezzi, cambia i testi, li manipola, e in maniera da manovrare le persone, questo non è onesto. E quando abbiamo scoperto questo, abbiamo cominciato a dire «basta» con questi esseri, perché la vera caratteristica del Maestro spirituale è la terribile onestà, la formidabile onestà, la correttezza assoluta, il non voler influenzare nessuno, ma aiutare la nascita dell’essere libero, non voler entrare nella sfera sacra di un altro, ma dargli modo di conoscere e di agire da quella sfera come un essere libero».

Certo, allʼInnominato, come attuale possessore dei diritti dʼautore sullʼopera di Massimo Scaligero, è lecito legalmente attuare la politica editoriale che preferisce, perché la legge gliene dà ampia facoltà. Formalmente, non si può obbiettar nulla circa la liceità legale – ripeto, legale – di un tale comportamento, ma se si guardano le cose da un punto di vista meno borghese e filisteo, e più sostanziale, ossia etico e spirituale, le cose appaiono, e sono, molto diverse. Questo, per mostrare come non sempre quella che scorre in «condotti appropriati» – per usare una espressione dellʼInnominato – sia unʼacqua limpidissima.

Ora – voglio qui esprimere alcune mie personalissime valutazioni e considerazioni, non obbligatoriamente condivisibili – tenendo conto di quanto lʼInnominato disse, apertis verbis e davanti ad una testimone, che se volesse potrebbe benissimo confermare la cosa, nelle uniche due visite chʼegli fece a casa mia, nel 1996 e nel 1997, circa quello chʼegli realmente pensava di Massimo Scaligero, del suo modo di vivere, della sua intelligenza, della sua Ascesi, della Via del Pensiero da lui indicata, del suo rapporto col Logos, e con il Graal, tutte cose chʼegli in Massimo Scaligero allora criticò con aspre e ingiuste parole, chi qui scrive reputa – questa è una sua personale valutazione, purtroppo ai sui occhi supportata da molti fatti ed evidenze – che lʼInnominato giudichi tuttora addirittura ʽprovvidenzialeʼ l’aver egli potuto ottenere – non importa qui come – la proprietà legale dei diritti dʼautore sulle opere di Massimo Scaligero, proprio ai fini di attuare un da me più volte citato ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ in favore della nota potenza straniera dʼOltretevere. Questa è almeno la personalissima, e – se vi vuole – contestabilissima, opinione di chi qui scrive. Si dirà che sono prevenuto, e devo confessare di esserlo moltissimo, perlomeno attualmente. Un tempo non lo ero affatto, anzi – essendo ancora allʼoscuro di molti fatti da me conosciuti solo in séguito – lo reputavo un ʽamicoʼ, e in molte occasioni, a suo tempo, lo difesi lottando acerbamente con le unghie e coi denti. Poi la cruda e spietata realtà dei fatti – ed anche i provvidi avvertimenti di una persona che negli anni novanta dello scorso secolo mi aprì completamente e definitivamente gli occhi – mi rese consapevole chʼegli ʽamicoʼ non mi era affatto, e che – glielo riconosco – egli perseguiva, a suo modo, un non palese, ben celato, non confessato, ʽidealismoʼ, che però non era, e non potrà mai essere, il mio, bensì un altro, inconciliabile con la Scienza dello Spirito, con l’Anthroposophia di Rudolf Steiner, e con la Via del Pensiero di Massimo Scaligero, ʽidealismoʼ che, nei suoi programmi di attuazione, lo collegava con le finalità della suddetta potenza straniera dʼOltretevere, che dellʼAnthroposophia di Rudolf Steiner e della ʽViaʼ di Massimo Scaligero vuole, e metodicamente persegue da oltre un secolo, lʼannientamento totale. Si dirà che queste mie crude considerazioni siano fortemente ʽprevenuteʼ ed ʽestremisticheʼ – non ho veruna difficoltà ad ammetterlo – ma sinora nessuno mi ha mai portato convincenti ragioni del fatto che io sarei in errore. Se qualcuno mi dimostrasse – concretamente, ossia con fatti accertati, non solo dialetticamente mi dimostrasse, ripeto, che sbaglio  ne sarei felicissimo, mi darei da solo pubblicamente del somaro, e potrei ridere allegramente di me stesso. Purtroppo, rebus nunc sic stantibus, così non è, e dubito fortemente che in un prossimo futuro vi saranno cambiamenti in proposito.

LʼInnominato termina lʼarticolo di apertura del numero dello scorso dicembre della rivista romana con considerazioni che vorrebbero apparire esser un appello ad una maggiore responsabilità da parte di coloro che si riconoscono nel pensiero e nellʼOpera di Massimo Scaligero, e conclude con una frase dal sapore dolciastro:

«Questi chiarimenti vorrebbero invitare ad una maggiore responsabilità tutti coloro che hanno avuto la preziosa occasione di trovare nella vita un punto di tangenza con Massimo Scaligero e la sua opera. LʼAssociazione vorrebbe continuare ad astenersi dallʼintraprendere iniziative che, pur fondate sul piano giuridico, finirebbero per compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili e perciò richiedenti un comportamento eticamente ed esotericamente adeguato.

A.C. Fondazione Massimo Scaligero».

Naturalmente, non si può non concordare con un sì lodevole invito «ad una maggiore responsabilità». Ma, proprio per questo, appunto, un simile appello morale dovrebbe valere erga omnes e, va da sé, in primis per chi lo propone. In questi oltre quarantadue anni dalla dipartita di Massimo Scaligero sono accadute molte cose tragiche, estremamente dolorose, allʼinterno della Comunità Solare, come la chiamava lo stesso Massimo Scaligero. Molti, compreso lʼInnominato, facendosi un esame di coscienza, dovrebbero chiedersi se con la loro azione, palese o celata, non abbiano contribuito poco o molto alle difficoltà che in tale Comunità spirituale negli ultimi quattro decenni sono sorte, e se con la loro azione non abbiano anchʼessi determinato molti tragici esiti, che nel tempo si sono verificati. Questo è un problema che esula completamente da una valutazione meramente legale della questione riguardante il diritto dʼautore, al quale sembra proprio che lʼInnominato dialetticamente voglia ridurre gran parte del problema nel citato articolo. E proprio «un comportamento eticamente ed esotericamente adeguato» richiederebbe che ci si astenesse – a meno che non si perseguano altri non chiari, e non dichiarati, fini – dallʼusare nei confronti di sinceri appartenenti alla Comunità Solare, che dovrebbero essere considerati ʽfratelliʼ, e soprattutto nei confronti della persona alla quale Massimo Scaligero dedicò il libro Graal e molti altri suoi libri, un dolciastro linguaggio, completamente fuori luogo, che a taluni potrebbe apparire forse anche vagamente ostativo e minatorio, con lasciar intendere che esisterebbe la possibilità di «intraprendere iniziative che, pur fondate sul piano giuridico, finirebbero per compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili».

Ora, questo bel discorso dellʼInnominato è – tanto per usare una locuzione sportiva – davvero un po’ troppo ʽfuori tempo massimoʼ, visto che sono decenni che registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero vengono ascoltate ogni quindici giorni a Roma nella sede di Via Pindemonte, ove si svolgono da oltre trent’anni le riunioni del Gruppo Novalis, e le riunioni tenute un tempo da Alfredo Rubino, e sono decenni che vedo tali registrazioni girare di mano in mano, finendo non poche volte anche in mani indebite. Sono decenni che le registrazioni di Massimo Scaligero, intere o parziali, appaiono in internet, e vengono scaricate da chiuque voglia. Sono decenni che le opere scritte di Massimo Scaligero – sia quelle da tempo esaurite, sia quelle di più recente pubblicazione – sono state digitalizzate in maniera eccellente o anche in forme più scadenti, e si trovano su vari siti in internet. In questi ultimi anni, si sono svolti a Roma alcuni convegni, ai quali partecipavano, peraltro, eziandio ʽamiciʼ dellʼInnominato (alcuni dei quali, fossi io lui, direi: da certi ʽamiciʼ ben mi guardi Iddio…) – convegni nei quali sono state ascoltate anche registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero

Quanto alla ʽnon confacenzaʼ del fatto che intimi contenuti spirituali siano veicolati attraverso la radio, la televisione o la ʽreteʼ elettronica di internet, si potrebbe, in parte e in linea di principio, essere, forse, d’accordo, se non fosse che l’urgenza e la ʽnequizia dei tempiʼ a situazioni straordinarie impongano oggi, spesso, di usare, in mancanza di altri più adeguati ed efficaci, degli strumenti, di per sé neutri, straordinari. Ma, allora, sposando, sia pure in via ipotetica e parzialmente, il punto di vista dell’Innominato sulla questione, stupisce assai vedere come nel cast tecnico di produzione di un film – circa la qualità del quale, come su alcune altre analoghe ʽiniziativeʼ del genere, chi scrive preferisce tacere – sulla figura di Massimo Scaligero compaia proprio la figlia artista, sceneggiatrice e cineasta dellʼInnominato, e il fatto che colui che ha ideato, voluto, sponsorizzato, e potremmo dire ʽprodottoʼ, un tale film sia chi, forse più di tutti, alla radio, in televisione, su internet, diffonde registrazioni, foto, interi libri digitalizzati, ed eziandio giornaliere riproduzioni sul noto social forum di quel Diario. Invece, la pubblicazione di quel Diario, che viene fatta una sola volta al mese – in forme peraltro più che degne – sulla rivista LʼArchetipo, curata da Marina Sagramora, svolge una funzione molto positiva, ed oserei dire, necessaria, nella continuità logica e ascetica con quanto Massimo Scaligero aveva scritto nella serie degli altri Diari, che le aveva donato e fatto recapitare tramite Alfredo Rubino. Non è, per caso, che sia proprio il fatto che quel Diario venga pubblicato su LʼArchetipo che disturba? Su tutto ciò, per decenni, lʼInnominato sino ad oggi ha sempre perfettamente taciuto, quindi perché proprio ora? Così come ha sempre altrettanto perfettamente taciuto, e tace tuttora, sulla pericolosa strumentalizzazione politica e pseudoesoterica in pessima fede, che del nome e dellʼOpera di Massimo Scaligero viene perpetrata, su siti internet e su fogli vari, da parte di ambienti appartenenti ad ideologie molto problematiche e ad esoterismi alquanto deviati, fortemente antagonisti rispetto alla Scienza dello Spirito e alla Via del Pensiero, i quali, tuttavia, oltre a mettere, cinicamente strumentalizzandole su pubblicazioni, convegni e siti web, figure come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero sullo stesso piano e alla medesima stregua di Julius Evola, René Guénon, Giuliano Kremmerz, Georges I. Gurdjieff, e Aleister Crowley, spesso le deridono pure, suscitando lʼingiusto giudizio del mondo su loro: soprattutto su Massimo Scaligero.

Certo che – a mio modo di vedere – se si vuole davvero evitare di «compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili», ci dovrebbe astenere dal fare inopportuni ʽpronunciamentiʼ, che la mia sapiente amica Fang-pai definirebbe sin troppo educatamente ʽinappropriatiʼ, e che possono ferire la persona che mai Massimo Scaligero vorrebbe venisse ferita, e che possono davvero ostacolare, dividere e paralizzare quella Comunità Solare, alla formazione e alla cura della quale egli si dedicò, senza mai risparmiarsi, sino agli ultimi attimi della sua vita terrena. Voglio proprio sperare che non si voglia questo!

SCIENZA DELLO SPIRITO

AMOR VERITATIS. PARTE TERZA.

Vi è, attualmente, tra i cultori della Scienza dello Spirito, ed anche tra molti appartenenti alla ʽComunità Solareʼ – adopero volutamente questa espressione con la quale Massimo Scaligero volle chiamare la Comunità spirituale di coloro che dovrebbero consacrarsi alla ʽVia del Pensieroʼ, ossia alla più fervida pratica interiore della Concentrazione, della Meditazione secondo il canone rosicruciano – una paradossale sottovalutazione della funzione del pensare nella ʽViaʼ di realizzazione spirituale. Sottovalutazione paradossale – come paradossale è il doverlo ancora rilevare, ancor oggi, oltre quarantadue anni dalla sua dipartita – dopo tutto quanto Massimo Scaligero riversò in libri e articoli, in scritti e in lettere, di Aurea Sapienza. Sottovalutazione paradossale – e colpa non scusabile – dopo tutto quanto Massimo Scaligero espose, in maniera chiara e limpida, in incontri personali e in riunioni, sino a non aver egli più né fiato né parole per quante volte, in innumerevoli forme sempre diverse e, ogni volta, sempre vive, instancabilmente ripeté, sino allo sfinimento, lʼimportanza fondamentale del pensare nella ʽViaʼ iniziatica dei Nuovi Tempi.

Importanza fondamentale, anzi – dovrei dire per maggior chiarezza ed esattezza – ʽfondanteʼ, quella del pensare, perché solo e unicamente il pensare può dare salde fondamenta per lʼedificazione di un edificio spirituale, che possa reggere le tempeste che si abbatteranno –  e con sicurezza esse si abbatteranno – sul discepolo che, con tutto se stesso, si voglia consacrare alla realizzazione della Iniziazione ad una più alta Conoscenza, ad una più alta vita spirituale. Del resto, tempestetempeste terribili e devastanti –  si sono già abbattute, e si abbatteranno siucuramente in futuro, sulla Comunità spirituale, sulla Comunità Solare. Per rendersi conto del fatto che così debba essere, basterebbe leggere dalla La Sacra Bibbia, versione riveduta nel 1924, del testo originale tradotto dal lucchese Giovanni Diodati nel 1607, da parte di Giovanni Luzzi della Facoltà Teologica Valdese di Roma, il Vangelo, ove in Matteo, 7, 24-27, dal Signore vien detto:

«Perciò chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato ad un uomo avveduto che ha edificata la sua casa sopra la roccia. E la pioggia è caduta, e son venuti i torrenti, e i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma ella non è caduta, perché era fondata sulla roccia.

E chiunque ode queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato ad un uomo stolto che ha edificata la sua casa sulla rena. E la pioggia è caduta, e son venuti i torrenti, e i venti hanno soffiato ed hanno fatto impeto contro quella casa; ed ella è caduta, e la sua ruina è stata grande».

Qualcosa di analogo lo possiamo scorgere in quella che nel Buddhismo Mahâyana, nel Daśabhûmikasûtra, nel Sutra delle Dieci Terre (una sezione dellʼAvataṃsakasûtra, o Sûtra della Ghirlanda di Fiori, che descrive le dieci tappe, o stadi, bhûmi, del procedere di un Arya Bodhisattva), dall’Illuminato Asceta degli Shakya viene chiamata ʽacintya sthânaʼ, ossia la ʽincrollabileʼ, la ʽinconcepibile dimoraʼ. Dal Buddha Shakyamuni la ʽdimoraʼ del Bodhisattva viene definita ʽinconcepibileʼ, perché nel suo procedere – procedere compassionevole in quanto egli vuol portare alla salvezza, alla Liberazione, e all᾿Illuminazione tutti gli esseri – il Bodhisattva ha realizzato la ʽGnosiʼ, la folgorante comprensione sovraconcettuale della ʽvacuitàʼ, essenza della Sapienza Trascendente, la Prajñâpâramitâ, dalla quale soltanto nasce la Illimitata Compassione, la Mahâkaruṇâ. Di fronte all᾿idea della ʽvacuitàʼ molti ricercatori arretrano spaventati, perché non la comprendono, anzi, neppure giungono a concepirla, o anche solo vagamente a intuirla. Forse costoro dovrebbero riflettere a quello che il Signore – in Matteo, 8, 19-20, risponde ad uno scriba:

«Allora uno scriba, accostatosi, gli disse: Maestro, io ti seguirò dovunque tu vada. E Gesù gli disse: Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figliuol dell’uomo non ha dove posare il capo».

Questo perché l᾿Io sono non si appoggia su niente, mentre può sorreggere tutto. E – repetita inscientibus semper iuvant, ossia: le cose ripetute giovan sempre agl’ignoranti – una volta di più, occorre porre davanti allo sguardo interiore le già più volte citate parole di Massimo Scaligero, scritte in Magia Sacra. Una via per la reintegrazione dell᾿uomo, Tilopa, Roma, s.d. ma 1966, p. 205: «Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi. Chi vuole reggersi, non ha capito»

Quella di sottovalutare la funzione del pensare, e di conseguenza quella di negligere, o addirittura evitare il fattivo, volitivo, intenso, sicuramente faticoso, impegno ascetico nella ʽVia del Pensieroʼ, nella fervida pratica interiore, viene ad essere – e non è affatto un giuoco di parole – una forma di irresponsabile ʽspensieratezzaʼ, che oggi, data la gravità dei tempi presenti, e di quelli ancora più difficili che verranno, nessuno si può permettere: nessuno, oramai, dovrebbe mai più permettersi.

Certo, la rosicruciana ʽVia del Pensieroʼ è una ʽViaʼ oltremodo esigente, ed il percorrerla è procedere su un aspro sentiero, irto di ostacoli, di difficoltà. Ma occorre non dimenticare mai – come non lo dimentica mai il Bodhisattva che ha fatto voto di salvare tutti gli esseri senzienti – che la vita di miliardi di persone è ben più difficile, ben più dolorosa, e a volte ben più insopportabilmente straziante, di quella di tanti sedicenti ʽspiritualistiʼ dall’insufficiente coraggio, dal troppo tiepido amore per lo Spirito, dalla troppo fiacca volontà, e dalla troppo grande comodità interiore, e non dimenticare mai, inoltre, che a quei miliardi di esseri umani dal destino è stata negata quella ʽLuceʼ spirituale, che a noi, invece, fu largamente donata, e non sempre da noi nel suo pieno, alto, valore adeguatamente apprezzata e venerata. Anzi vediamo che, ogni giorno che il Cielo manda, miliardi di persone – ed è ben doloroso doverlo constatare – affrontano – ancorché privi della ʽLuceʼ a noi donata – la vita, le sue tragedie, le sue difficoltà, privazioni e prove dolorose, con più coraggio, con più saggezza, con più generosità, con più lealtà, con più gratitudine, con più solidarietà e autentica umanità verso i propri simili di tanti sedicenti ʽspiritualistiʼ. Quel che costantemente, con la parola e con l’esempio, insegnò Massimo Scaligero è che «non si può seguire lo Spirito, ed essere borghesi nell’anima». Ossia. non si può vivere ʽal risparmioʼ, essere ʽavariʼ nell’impegno interiore, procedere in maniera ignave, evitando i pericoli, con la vile ʽprudenzaʼ dei pavidi. Ché vivere a ʽal risparmioʼ non è certo ʽvivereʼ. Pericoli – anche estremi – che, lo si voglia o no, incombono comunque, pericoli che non verranno affatto evitati mediante paura e viltà, le quali non solo non proteggono, ma indeboliscono ulteriormente, e addirittura espongono, sconsideratamente,  a maggiori pericoli.

Eppure, per non dimenticare la centralità del ʽpensareʼ, del ʽpensare puroʼ, di quel ʽpensare libero dai sensiʼ, che con troppa disinvolta ʽpre-sunzioneʼ è stato dichiarato essere una «esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica» e questa categorica, dogmatica, ʽpre-suntuosaʼ, affermazione è sicurissimamente un attacco allo Spirito, un vero e proprio attacco al Graal –  centralità che ha, e deve avere, nella ʽVia dellʼIniziazioneʼ dei Nuovi Tempi, basterebbe rileggere, e più volte ben meditare, quanto Rudolf Steiner scrive nel quinto capitolo, La conoscenza dei mondi superiori. (Dellʼiniziazione), de La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista da W. Schwarz, Gius. Laterza e Figli, Bari, 1947, pp. 249-251:

«Per chiarire questo punto bisogna riflettere che il pensiero umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato, poiché il pensiero contiene un’essenza interiore, la quale è in rapporto con il mondo soprasensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto, perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto per il mondo dei sensi, e giudica perciò incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo soprasensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero, che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando continuamente in tal modo gl’insegnamenti dell’investigazione occulta ci si abitua a pensieri che non sono tratti dalle percezioni dei sensi; s’impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero viene contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il loro nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre si pensa ci si trova nel campo di una forza soprasensibile vivente. L’uomo dice a sé stesso: «Vi è, in me come un organismo formato di pensiero; Io sono però tutt’uno con esso». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili che noi osserviamo con i sensi fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici. L’osservatore dei mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela, per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta ch’egli sia spregiudicato per poter dire ugualmente a sé stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo formato di pensiero». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato colore, o percepisco un determinato profumo. 

… Non vi è nessuna contraddizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei propri pensieri dagl’insegnamenti dell’investigatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’investigatore dello spirito desti nel suo uditore o lettore dei pensieri, che questo deve attingere anzitutto in sé stesso, mentre colui il quale descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».

Massimo Scaligero, in colloqui che periodicamente avevamo nel suo studio in Via Cadolini a Roma, alcune volte volle rievocare quel ʽmagicoʼ momento, carico di destino, nel quale – era una primavera dei primi Anni Quaranta del secolo scorso – egli aprì ʽcasualmenteʼ – ma per un occultista, ovviamente, il ʽcasoʼ non esiste – la Scienza Occulta di Rudolf Steiner esattamente nel punto nel quale erano scritte le parole sopra riportate. Una volta, volle addirittura indicarci le pagine dellʼedizione di Laterza, del 1932, che, in quei memorabili momenti, egli ebbe la ʽfeliceʼ ventura di leggere. Questi furono i pensieri che fecero sì chʼegli, per la prima volta, riconoscesse la grandezza spirituale di Rudolf Steiner, ossia che lo riconoscesse come il «Maestro dei Nuovi Tempi», e che sulla base di un tale autonomo riconoscimento del ʽMaestroʼ e della ʽViaʼ, che così inaspettatamente gli si apriva, decidesse di abbandonare i sentieri dellʼOriente e della Tradizione, da lui in precedenza seguiti, e di consacrarsi completamente alla Scienza dello Spirito, alla rosicruciana Anthroposophia, da lui in precedenza misconosciuta, criticata, e avversata.

Egli stesso volle descrivere quello che potremmo chiamare lʼ«incontro» per antonomasia quello decisivo – che significò la svolta radicale nella sua vita e nella sua ascesi in risposta al suo interrogare il Cielo e il destino. Così possiamo leggere nella edizione originale, quella non arbitrariamente alterata, curata da Massimo Scaligero stesso, di Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, pp. 66-67:

«Così avvenne che un giorno io avessi la risposta dalla direzione che meno mi aspettavo. Era un pomeriggio di primavera e stavo seduto su una comoda sedia per leggere qualcosa di semplice – giornale o rivista – prima di rimettermi al lavoro, quando, mancandomi un qualsivoglia foglio o libro di leggera lettura, allungai la mano verso un reparto della libreria in cui raccoglievo i volumi di scarso interesse o di frivola lettura e ne trassi La Scienza occulta di Rudolf Steiner.

… Trassi dunque dalla libreria La Scienza occulta, proprio per leggere qualcosa di semplice come una favoletta o un racconto sensazionale, dato che non avevo altro sotto mano. Aprii a caso il libro verso a metà e il mio occhio andò su una frase che immediatamente mi colpì: mi parve dirmi qualcosa di molto familiare: lessi e rilessi il periodo, lo meditai alquanto, e lʼimpressione di trovarmi dinanzi a qualcosa di essenziale gradualmente si accrebbe in me. Lessi ciò che veniva prima di quel punto e quello che veniva dopo, e mano a mano avevo la certezza di trovarmi dinanzi a quello che mi attendevo da tempo. Sulla scorta di UR, avevo bensì già letto e apprezzato volumi dello Steiner come Iniziazione e Coscienza dʼiniziato, ma in quanto seguivo fedelmente Evola e Guénon, avevo accettato da questi autori una critica severa riguardo allʼinsegnamento dello Steiner. Da anni conosco serie di ricercatori che, in base a tale critica, hanno rifiutato lʼAntroposofia di Rudolf Steiner: non conosco nessuno che, dopo aver accettato tale critica, abbia poi avuto la forza di ricredersi e di riconoscere nello Steiner, per a u t o n o m a  revisione critica, qualcosa di più che un Maestro, il Maestro.

Capii dunque dʼun tratto che forse mi attendeva un lavoro nuovo di verifica dei valori sui quali mi ero sino ad allora appoggiato. Mi sprofondai nella lettura della Scienza occulta, per avere conferma di una precisa impressione interiore: di pagina in pagina cominciai a riconoscere il paesaggio a me familiare: da quella esposizione però balzava un significato, come la relazione interna, o lʼessenza, che dava senso al tutto: la idea di cui la serie delle imagini era il linguaggio o lʼalfabeto: e tale significato, nel libro medesimo, rimandava a un metodo di conoscenza, il contatto con il quale cominciò parimenti per me essere come un  r i c o n o s c e r e, o un  r i c o r d a r e, qualcosa che già avevo realizzato con i miei mezzi, facendo dello yoga il mio yoga.

Ricordo che quel giorno, chiudendo il libro, ebbi per la prima volta lʼidea che dietro la figura e lʼopera di Rudolf Steiner si celasse la personalità del Maestro che molti affannosamente cercano in Oriente o nei recessi della Tradizione».

Dunque, la vissuta esperienza interiore che allora Massimo Scaligero ebbe nel leggere le pagine nelle quali Rudolf Steiner parla – indicandola apertamente come decisiva per lʼintero cammino iniziatico del discepolo dellʼIniziazione – del «pensiero puro», del «pensiero libero dai sensi», fu tuttʼaltro che una «esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», come – in maniera davvero insana e improvvida – fu scritto. Anzi, essa fu una esperienza frutto e culminazione di una  ʽdeliberata ascesiʼ, di una ʽascesiʼ di una intensità per molti difficilmente immaginabile, e, come tale, essa fu unʼesperienza supremamente ʽcoscienteʼ, che portò Massimo Scaligero alla scelta di consacrare, oltre i limiti dell’ego, l’intera sua vita alla realizzazione della ʽVia del Pensiero Viventeʼ, e – quando gli fu chiesto dallʼAlto – alla generosa, sacrificale, opera di orientamento, e indicazione di tale ʽViaʼ nei confronti dei sinceri ricercatori dello Spirito.

Ascesi Solare alla quale Massimo Scaligero – dopo lʼ«incontro» e il «riconoscimento» della figura spirituale di Rudolf Steiner – consacrò, con una dedizione ed una abnegazione senza pari, lʼintera sua vita, sino ai suoi ultimi istanti, fu tuttʼaltro che «una via incompleta e superata», come – in maniera altrettanto insana e improvvida, e persino insolente – fu esplicitamente detto, ventisei anni fa, a me personalmente, in casa mia, e davanti ad una testimone, da chi meno di tutti avrebbe dovuto, non fosse altro che per debito di gratitudine verso il Maestro. Quella Ascesi Solare fu, per parafrasare una mirabile espressione del Śûraṅgamasûtra, uno dei più bei Sûtra del Mahâyâna, il ʽGrande Veicoloʼ dei Bodhisattva, un «procedere eroico», una «marcia eroica». Un tale «procedere eroico» portò Massimo Scaligero allʼincontro con il Logos in totale indipendenza da tutte forme confessionali vigenti, soprattutto da quelle promananti dalla nota potenza straniera dʼOltretevere che, nel suo materialismo spirituale – mi si passi l’ossìmoro – vorrebbe realizzare, come esplicitamente dichiarò Rudolf Steiner, la paralisi, l’oscuramento e la morte dell’anima cosciente, la distruzione totale della Scienza dello Spirito, e a tal fine, oramai da oltre un secolo, con ogni mezzo illecito, immorale e criminale, instancabilmente si adopra.

Sin nellʼultimo incontro, chʼegli ebbe con alcuni di noi – era la sera 25 gennaio 1980, nel quale, come ogni ultimo venerdì del mese, dalla nostra città venivamo a Roma per il Rito della meditazione con lui – Massimo Scaligero affrontò, come faceva con insistenza negli ultimi anni, il tema del ʽrealismoʼ, che come ʽrealismo materialisticoʼ, ʽscientificoʼ, ʽeconomicoʼ, ʽreligiosoʼ, ʽmetafisicoʼ, persino ʽantroposoficoʼ, vede la realtà come esistente in sé, fuori dellʼatto del conoscere, fuori del quale, invece, nulla è vero, nulla è reale. Egli mostrò come tale ʽrealismoʼ sia la più potente arma antispirituale mediante la quale lʼOscuro Signore domina lʼessere umano, obnubilando la sua coscienza, paralizzandone la volontà, corrompendone la natura, cercando di trascinarlo definitivamente nel subumano. Ad un tale inferiore, antispirituale, ʽrealismoʼ, Massimo Scaligero opponeva un superiore, autenticamente spirituale, ʽrealismo del pensareʼ, il ʽrealismo etericoʼ, chʼegli chiamava anche ʽrealismo christicoʼ, o ʽrealismo del Logosʼ: nulla a che vedere con quel fideismo confessionale, che, nella sua dimensione di impotenza conoscitiva, ne è la pavida, rinunciataria, caricaturale, negazione. Che, persino in un campo che si pretende ʽreligiosoʼ, le cose stiano esattamente così è quanto afferma Rudolf Steiner nella VI conferenza,  La legge del destino – tenuta a Monaco il 30 maggio 1907  – de La Saggezza dei Rosacroce, trad. italiana a c. di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1973, pp. 67-68:

«Il materialismo ha agito sin nella religione. Non sono forse materialisti coloro che «credono» a un mondo spirituale, ma non vogliono conoscerlo? Questo è materialismo religioso, materialismo che desidererebbe veder svolgere davanti agli occhi il mistero della creazione in sei giorni, proprio come la grande evoluzione del mondo è descritta nella Bibbia, lo stesso materialismo che parla del Cristo Gesù come di una «personalità storica», senza badare al mistero del Golgota. il materialismo della scienza è soltanto una conseguenza del materialismo religioso; non esisterebbe se la vita religiosa non fosse impregnata di materialismo. Chi oggi non si sforza di approfondire il fenomeno religioso, contribuisce a produrre il materialismo nella scienza».

Ed oggi, la mondanissima compromissione della confessione, sedicente ʽcristianaʼ, facente capo alla suddetta nota potenza straniera d’Oltretevere, nel suo ʽrealismo sociologicoʼ, ʽpoliticoʼ, ʽpsicologicoʼ, ʽeconomicoʼ, è scesa a forme di ʽmaterialismo religiosoʼ persino più basse, persino più volgari e gravi di quelle prospettate da Rudolf Steiner in quella conferenza e in molte altre, ch’egli terrà negli anni successivi. In quellʼultimo incontro – egli ci lasciò poche ore dopo – opponendosi ad ogni forma di ʽrealismo antispiritualeʼ, pur mascherato dietro mille forme dialettiche, Massimo Scaligero chiese a quelli di noi, che quella sera eravamo presenti nel suo studio, apertamente di essere e rimanere rigorosamente fedeli a questo ʽrealismo del pensareʼ, alla esperienza ascetica  cioè non speculativa o filosofica, ma meditativa – del momento eterico del concetto.

Questo ʽrealismo del pensareʼ portava, inevitabilmente, come istanza ultima della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, a sfociare in quello che Novalis avrebbe chiamato «idealismo magico», secondo il quale: «tutto è nel pensiero, e nulla è fuori del pensiero», per cui «il pensiero, essendo unica realtà, è una prigione dalla quale non si può fuggire, perché non ha mura». Rudolf Steiner nel V capitolo, La conoscenza del mondo, della Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 71-72:

«La ragione per cui il pensare viene di solito trascurato nella considerazione delle cose, l’abbiamo esposta precedentemente (cfr. pag. 36 e seguenti). Essa consiste nella circostanza che noi dirigiamo la nostra attenzione soltanto sull’oggetto intorno al quale pensiamo, e non contemporaneamente anche sul nostro pensare. La coscienza primitiva tratta perciò il pensare come qualcosa che non ha nulla a che fare con le cose, ma ne rimane interamente in disparte, e in disparte fa le sue considerazioni sul mondo. L’immagine che il pensatore si forma dei fenomeni del mondo, non ha valore come qualcosa che appartiene alle cose, ma che esiste soltanto nella testa dell’uomo; il mondo è completo anche senza questa immagine. Il mondo è lì, completo in tutte le sue sostanze e forze; e di questo mondo completo in sé, l’uomo si fa un’immagine. Ma a chi pensa così, bisogna domandare: «Con che diritto considerate voi completo il mondo, senza il pensare?».

Massimo Scaligero, nell’ormai lontano 1970, mi inviò attraverso la lettera di L.  l’amico che mi fece l’inestimabile dono (un debito per me inestinguibile) di farmi conoscere la ʽVia del Pensieroʼ, e il Maestro  questo pensiero, che mi ha accompagnato per decenni come un aureo tema di meditazione, e che per me è la sintesi dell’«idealismo magico», che sta alla base della Filosofia della Libertà:

«La Via è dominare in maniera cosciente il momento dinamico del pensiero, che dà a se stesso la forma di concetto e nella percezione diviene oggetto».

Questa, del resto, fu la culminazione alla quale giunse lʼAscesi del Mahâyâna nella scuola Yogâcâra: la dottrina della Vijñaptimâtratâ, la dottrina della ʽsola coscienzaʼ. Del resto, Massimo Scaligero stesso ci fece più volte presente come il sorgere, oltre le forme del Buddhismo più antico, del Mahâyâna, delle realizzazioni ascetiche della śûnyatâ, della ʽvacuitàʼ, della scuola Madhyamaka di Nâgârjuna, della Vijñaptimâtratâ, della ʽsola coscienzaʼ, della scuola Yogâcâra dei fratelli Asaṅga e Vasubandhu, fosse un evento christico, conseguenza dell’evento del Golgotha, realizzazioni che nulla avevano a che fare con le forme di quel cristianesimo confessionale, che sempre di più andrà involvendo nelle forme degenerescenti del cattolicesimo. Naturalmente, si tratta del ʽpensiero-folgoreʼ, non del mero filosofico pensiero riflesso, ossia si tratta del ʽpensiero viventeʼ, che Massimo Scaligero ci ha instancabilmente indicato – e lo fece altresì in quelle ultime memorabili ore della sua vita – chiedendo a noi, esplicitamente, di rimanere fedeli a questa ʽViaʼ: appunto, a questa ʽViaʼ, e non a unʼaltra

Potrà forse stupire qualche lettore questo mio ripetuto nominare lʼAscesi, temerariamente audace, del Mahâyâna, di scuole come quella del ʽCammino di Mezzoʼ, del Mâdhyamakamarga di Nâgârjuna, quella della ʽpratica dello yogaʼ, dello Yogâcâra di Asaṅga. Ora, la biografia tramandata di Asaṅga riferisce come, in seguito ad un gesto di commossa compassione, gli si fosse manifestato il Bodhisattva – e futuro Buddha Maitreya, il quale lo condusse nel cielo di Tuṣita, ove lo illuminò con le dottrine del Vijñânavâda, ʽdella coscienzaʼ, del Vijñaptivâda, ʽdel contenuto della coscienzaʼ, o vijñaptimâtra, della ʽsola coscienzaʼ, o cittamâtra, della ʽsola menteʼ. A questo proposito, è veramente prezioso quanto scrive Massimo Scaligero nellʼVIII capitolo, Il vuoto e la quiete delle Gerarchie, de La Via della Volontà Solare, Fenomenonolgia dellʼUomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Napoli, 1962, pp. 282-283:

«Il ricercatore può ravvisare nella storia spirituale dell’Oriente, a partire dallʼEra Cristiana, il senso univoco delle diverse correnti metafisiche, soprattutto nel Buddhismo, da quando il grande Nâgârjuna, prendendo le mosse dal pratitya samutpada dissolve il mondo delle parvenze nel “vuoto”, che è ugualmente di là da e s s e r e  e  n o ne s s e r e , ma in pari tempo in tale direzione indica il pensiero come funzione capace di liberarsi dellʼattività concettuale in cui ordinariamente si determina, in realtà non viene negato nulla del Buddhismo delle origini: si può dire anzi che esso venga svolto in forme di conoscenza possibili appunto per la presenza di un impulso ulteriore che è la volitiva via verso lʼautocoscienza, riconoscibile anche quando si accende il grande contrasto dialettico tra il Buddhismo e le principaliscuole dellʼInduismo.
È evidente che tale elemento interiore nuovo converge verso la conoscenza del “vuoto” e si collega con il Terzo Veicolo, o Veicolo Adamantino: è la vocazione di Vasubandhu e Asanga. Secondo la loro biografia scritta da Paramârtha, i tre fratelli Asanga, Vasubandhu, Virincivasta, appartenevano inizialmente alla scuola Sarvastivâdin, che è il realismo del Piccolo Veicolo, ma questa dottrina non era sufficiente ad Asanga, che si elevò per virtù della meditazione al cielo Tushita, ove ricevette dal Buddha Maitreya lʼinsegnamento che poi espose negli scritti consacrati alla dottrina del «nullʼaltro che coscienza» (vijñaptimâtra)».

La sottovalutazione della funzione del pensare allʼinterno della ʽComunità Spiritualeʼ, della ʽComunità Solareʼ, è una forma di superficiale e sciocca ʽspensieratezzaʼ, che può avere conseguenze molto gravi. È una ʽspensieratezzaʼ irresponsabile, che denota lʼappannarsi della lucidità della coscienza e lo sfrangiarsi della tensione della volontà nei confronti dello Spirituale. In tempi così calamitosi, come quelli che stiamo vivendo, in tempi che potrebbero rivelarsi ʽfataliʼ, per lʼuomo, e persino ʽfatali senza ritornoʼ, sarebbe necessario scuotersi, con celere urgenza, dal torpido, e troppo comodo, narcotico sonno che stordisce, obnubila, fiacca, imborghesisce quelli che – per decisione prenatale – dovrebbero essere i ʽguerrieri dello Spiritoʼ, i ʽcombattenti della Schiera di Micheleʼ.

Non si tratta affatto di una mera questione ʽteoreticaʼ, ʽgnoseologicaʼ, ʽfilosoficaʼ, ovverossia di una mera ʽconvinzione intellettualeʼ, una delle tante, troppe, soggettive ʽopinioniʼ, delle quali è da sempre infetto il mondo. Anzi, il nostro ʽintelligentissimoʼ, e, ovviamente, tanto ʽilluminatoʼ, mondo moderno ha persino creato una apposita ʽprofessioneʼ, lautamente retribuita dal ʽpotereʼ: quella degli ʽopinionistiʼʽopinion-makersʼ, ossia ʽfacitori d’opinioniʼ, li chiamano anglofoni ed anglomani – accreditati ed unici autorizzati, che sui giornali, alla radio, in televisione, e in internet, spadroneggiano e, con aria di compunta serietà, si fanno ʽpersuasori occultiʼ – mai nomen fu più eloquente e rivelatore omen – ed ʽeducatoriʼ, abili ʽmanipolatoriʼ delle ingenue, impreparate, incolte, menti delle – ai loro occhi, naturalmente – inintelligenti, stupidissime, masse. Si tratta, invece, di una questione ʽvitaleʼ della Scienza dello Spirito: ʽvitaleʼ per la vita dellʼanima, la quale – senza una salda e sicura base conoscitiva, corrompendosi – facilmente può essere trascinata nel fallace mondo delle soggettive illusioni, delle morbose visioni, della più insidiosa, menzognera e tossica medianità. 

Più volte, su questo animoso blog, è stato messo in evidenza che avere cosiddette ʽpercezioniʼ, o ʽvisioniʼ, pretese ʽspiritualiʼ, di per sé non significa proprio nulla, perché ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ possono sì essere autentiche, ossia corrispondenti ad obbiettiva realtà, ma spessissimo – molto più frequentemente di quel che molti ingenui ʽrealistiʼ, poco o per nulla pensanti, neppure minimamente sospettano – sono solo sogni, o morbose allucinazioni, patologiche manifestazioni psichiche in conseguenza di alterati stati corporei, di stati medianici di coscienza, anzi dʼincoscienza, provenienti da una equivoca ʽtrascendenza dal bassoʼ. Come ebbi umoristicamente a scrivere anni fa – quis vetat ridendo dicere verum? – con gente che ha ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ, ossia gente sicuramente in ottima fede, ma che ʽingenuamenteʼ e ʽrealisticamenteʼ credono, con assoluta sincerità, in maniera totalmente acritica, alle più improbabili e infondate ʽesperienzeʼ, ci posso riempire treni interi, bagagliaio e posti in piedi  compresi.

Che soltanto attraverso lʼesperienza cosciente del pensare, unicamente su sé fondato, sia possibile raggiungere una totale, assoluta, certezza, e che soltanto su tale cosciente esperienza sia possibile dare base sicura, fondamento incrollabile alla Scienza dello Spirito, e non sul misticismo del sentimento, o sulle soggettive percezioni visionarie, che son sempre in qualche misura medianiche, è quanto Rudolf Steiner apertamente afferma nella sua Filosofia della Libertà, già nella Prefazione alla seconda edizione, del 1918, ove, nella limpida ed esatta traduzione di Dante Vigevani, alle pp. 9-10, leggiamo:

«Quando, a suo tempo, scrissi il libro, mi limitai a non dire più di quanto nel senso più stretto sia in relazione con le due questioni sopra indicate. E se qualcuno dovesse stupirsi di non trovare ancora in questo libro nessun accenno al campo dell’esperienza spirituale di cui ho trattato in scritti miei più recenti,voglia considerare che, a quel tempo, non intendevo dare una descrizione dei risultati che si ottengono con l’indagine spirituale, ma soltanto costruire le fondamenta sulle quali tali risultati possano appoggiarsi. Questa Filosofia della libertà non contiene nessuno di quegli speciali risultati, così come non contiene, nessun particolare risultato, delle scienze naturali; ma di ciò che essa contiene non potrà, a parer mio, fare a meno chi aspiri alla certezza in questo genere di conoscenze».

E nel III capitolo, Il pensiero al servizio della comprensione del mondo, alle pp. 38-39, indica una esperienza interiore del pensare – nella sua interezza e massima intensità sperimentabile unicamente da chi si consacri totalmente alla pratica della Concentrazione – che sola può essere fondamento ad ogni altra esperienza, e dare assoluta certezza alla Conoscenza:

«Ma per chiunque abbia la capacità di osservare il pensare – e con un po’ di buona volontà questa capacità può averla ogni uomo normalmente organizzato – tale osservazione è la più straordinariamente importante di quante egli ne possa fare. Poiché qui l’uomo osserva qualcosa che egli stesso produce: non si trova di fronte ad un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività. Egli sa come sorge quello che osserva, vede i nessi e i rapporti. Vien conquistato così un punto fisso, dal quale si può con fondata speranza muovere verso la spiegazione di tutti gli altri fenomeni del mondo.

Il sentimento di possedere questo punto fisso indusse il fondatore della filosofia moderna, Renato Cartesio, a basare tutta la conoscenza umana sulla frase: «Io penso, dunque sono». Ogni altra cosa, ogni altro divenire, è là senza di me, non so se come verità, o come illusione o sogno. Una sola cosa io so in modo del tutto sicuro, in quanto io stesso la porto a sicura esistenza: il mio pensare … La più semplice affermazione che posso fare riguardo ad una cosa è che essa è, che esiste. Come questa esistenza si debba poi determinare più esattamente, al primo momento non posso dirlo per nessuna cosa che appaia all’orizzonte della mia esperienza. Bisogna prima, per ogni oggetto, esaminare i rapporti che esso ha con altri, per poter determinare in che senso si può parlare della sua esistenza. Un processo sperimentato può essere una somma di percezioni, ma può anche essere un sogno o un’allucinazione. In breve, non posso dire in quale senso esso esista. Questo, potrò anche non dedurlo dal processo, ma lo sperimenterò quando lo considererò in rapporto ad altre cose. Ma anche allora non potrò in fondo sapere se non in quale rapporto esso sta con queste cose. Il mio cercare arriva su terreno solido soltanto quando riesco a trovare un oggetto per il quale io possa ricavare il senso della sua esistenza dall’oggetto medesimo. Ma tale sono io stesso come essere pensante, in quanto do alla mia esistenza il contenuto preciso e poggiante in sé dell’attività pensante. Da qui posso io ora partire, e domandare: «Esistono le altre cose nello stesso senso o in un altro?».

E, poco oltre, a p. 40, per chi abbia sguardo acuto, e – ancora una volta – voglia sinceramente intendere, e non volutamente fraintendere, Rudolf Steiner indica lʼ«atto» interiore che, nella Concentrazione profonda, realizza la «contemplazione», lʼ«osservazione», la «percezione pura» del pensare stesso :

«Quello che con la natura è impossibile – il creare prima di conoscere – col pensare noi lo facciamo. Se volessimo aspettare di conoscere il pensare prima di pensare, non arriveremmo mai a pensare. Dobbiamo risolutamente pensare per poter poi, per mezzo dell’osservazione di ciò che noi stessi abbiamo fatto, arrivare alla conoscenza di esso. Per l’osservazione del pensare dobbiamo noi stessi creare prima un oggetto. Per l’esistenza di tutti gli altri oggetti è stato invece provveduto senza la nostra cooperazione».

Che poi è lʼesperienza ascetica da compiersi volitivamente, liberamente, e non imposta dalla natura, che Massimo Scaligero indica nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, III ediz., Tilopa, Roma, 1979, ove nel capitolo VII, pp. 21-23, ove scrive:

«Il pensiero pensante può essere obiettivato, così come per ora ordinariamente si giunge ad obiettivare il pensiero astratto. Questa operazione è la concentrazione del pensiero mediante un tema. Occorre sul filo stesso del procedimento del pensiero avvertire la necessità logica dell’ascesi pensante. 

… Lʼobiettivazione del pensiero pensante, o del pensiero in quanto sintesi dinamica, comporta il sorgere dellʼIo fuori delle condizioni della riflessità. Ma è già lʼazione dellʼIo. Per essere, ora esso non ha bisogno di riflettersi nellʼastrattezza che lo riduce al sensibile: comincia a vivere in quanto ha come supporto il moto sintetico del pensiero, in cui lʼastrattezza è dissolta.

Nella meditazione, o nella concentrazione, non coinvolto nel sensibile, lʼIo vede esterno a sé il pensare, ma, parimenti, non viene coinvolto dal sensibile, in quanto può vedere obiettivamente il pensiero: comincia a essere indipendente dalle condizioni della natura, la quale normalmente per via del pensiero può astringerlo a sé.

LʼIo può volersi nell’esistere, secondo libertà: può creare oltre il già creato, in quanto comincia a conoscere terrenamente un vivere che prima gli era estraneo: un vivere oltre quel passato che obbliga lʼuomo sotto forma di natura, tradizione, cultura, ed è errore se diviene condizione dell’esistere, fuori del principio dell’Io da cui sostanzialmente origina.

LʼIo può vedere il pensare libero nella sua oggetti vita: il pensare che pensa il mondo, onde può penetrare il segreto del mondo. Normalmente, lʼaderire dell’uomo al mondo dei sensi non è un penetrarlo, ma un essere afferrato dalle correnti della natura.

Innanzi allʼIo libero, il mondo dei sensi sorge come mondo sovrasensibile, perché penetrato nel fondamento: quello che erroneamente si cerca oltre il conoscere, fuori dellʼIo».

Questa è ʽVia oltre lo Yoga, oltre lo Zenʼ, insuperata, e superatrice di ogni antica ʽViaʼ, che Massimo Scaligero, dopo il riconoscimento della figura di Rudolf Steiner come Maestro dei Nuovi Tempi, con tutto se stesso  praticò durante tutta la sua vita,  la realizzò con una Ascesi senza uguali, e incitò noi a realizzarla a nostra volta. Questa, veramente, è – malgrado quel che, in casa mia e davanti ad una testimone, fu detto da chi maniera sciocca, presuntuosa, calunniosa e insolente, accusò Massimo Scaligero di essere ʽorientaleʼ, ʽyoghicoʼ, ʽbuddhistaʼ, di ʽmancare di rapporto con il Logosʼ, ʽcon il Graalʼ – e, non solo lo è, ma lo sarà sempre,  la «Via perfetta», la «Via completa» e «insuperata», che due vecchi Iniziati  – asceti di altra dottrina, a me infinitamente cari, che moltissimo ammiravano Massimo Scaligero, e che ora sono nei Campi Elisi – definirono essere la «Via Regia», la «Via Numero Uno», la «Via senza supporti», la «Via senza appoggi», la «Via senza mediazioni», la «Via diretta».

Naturalmente, questo «risolutamente pensare» è un «atto» della volontà che va a colpire, come un maglio pesante, la reazionaria natura inferiore, avida di statica e passiva inerzia, dellʼessere umano, e quindi per nulla gradito a tale ìnfida e infìda natura, da troppi millenni dominata da avverse potenze antispirituali. Non vi è da farsi illusione alcuna: questo attivo «atto» della volontà, che contrasta, e tende a dissolvere, la passiva, statica inerzia di questa asservita e asservente natura, costa moltissima fatica, e richiede – esige – grandi sforzi, instancabilmente ripetuti, e tenacia, volontà risoluta di persistere in tali ripetuti sforzi per tempi talvolta molto lunghi.

Chi si consacra, con dedizione totale, con sacrificale abnegazione, alla costante pratica della Concentrazione«lʼesercizio a sé sufficiente» lo definiva Massimo Scaligero – affrontando ricorrenti, frequenti, e per nulla gratificanti, periodi di aridità, che possono essere ogni volta non brevi, porta avanti una durissima lotta interiore contro la decadente, traditrice natura, lotta che va condotta con energia, senza sentimentalismi, senza misericordia, senza mai abbassare la guardia. Gli esseri umani che non cercano la liberazione dai lacci di questa natura, che si adeguano al degradante e abietto servaggio verso di essa, sono – come dicono in Oriente – «bestiame utile agli Dèi distruttori», i quali, ovviamente, non hanno affatto piacere a perdere «capi di bestiame»

Lʼantica, infida natura inferiore, reazionaria nemica di ogni mutamento della condizione di abietto servaggio dellʼuomo, ha facile giuoco nel tentare di persuadere molti a desistere anche solo dal tentare la difficile, aspra, faticosa ʽVia del Pensiero Viventeʼ: unica possibilità di liberazione e non ve n’è un’altra – dalla schiavitù rispetto al tirannico dominio, che su gli esseri umani, tramite la natura inferiore, hanno le antispirituali avverse potenze ostacolatrici. La millenaria ʽabitudineʼ dellʼanima – ché nullʼaltro è se non una tenace, ostinata, ottusa, ʽabitudineʼ, della quale sarebbe savio disfarsi prima possibilea rimettersi passivamente alle dinamiche della vicenda corporea, a far della ʽpsicheʼ, ossia della parte dellʼanima coinvoltà nella vicenda somatica, un impotente epifenomeno della vita corporea, fa sì che facilmente lʼessere umano si faccia convincere a scegliere un mero, e ben scadente, illusorio, ʽsurrogatoʼ della autentica ʽViaʼ spirituale. La ʽcomodità interioreʼ – che Marie Steiner, la fedele ʽcompagna dʼarmiʼ spirituale di Rudolf Steiner, definiva, assieme allʼambizione, al sentimentalismo mistico, come uno dei peggiori nemici dello Spirito – fa sovente preferire ad una scomoda ʽVia eroicaʼ una più comoda, torpida, ʽvia egoicaʼ, nella quale – permanendo lʼabietto servaggio – si possa tranquillamente continuare a ʽdormireʼ, e a ʽsognareʼ. I ʽsogniʼ, certamente, possono anche essere bellissimi, e presentarsi con caratteri di impressionante grandiosità, ed essere, proprio per questo motivo, pericolosamente illudenti. 

In taluni casi, poi, comodità interiore, sentimentalità mistica, e ambizione, possono presentarsi tra loro unite in una sciagurata, empia, ʽalleanzaʼ, e questa loro ʽalleanzaʼ porta – presentandosene lʼoccasione – allʼemergere prepotente di una egoica volontà di autoaffermazione, ad una violenta brama di potere, di incontrastato dominio, che a sua volta può portare tragicamente al disastro – come più volte è avvenuto già un secolo fa, ma anche in anni più recenti – intere Comunità spirituali. Lʼincapacità – o la non volontà – di sollevarsi dal soggettivo, passivo, poco cosciente, sognante, livello dellʼanima a quello oggettivo, attivo, pienamente autocosciente, sveglio dellʼIo, dello Spirito, è la causa del sottrarsi, spesso camuffato, al faticoso, risoluto, impegno nella ʽVia del Pensieroʼ, nella intensiva pratica della Concentrazione

Quando, poi, egoica autoaffermazione, divorante brama di potere personale, scaturite da comodità interiore, sentimentalità mistica, e ambizione, crescono sino a dar luogo ad una sorta di sciagurata ʽinflazione dellʼegoʼ, in taluni casi, può verificarsi una corruzione tale delle forze dellʼanima, che – malgrado ogni forma di autoillusione, anzi proprio a causa di essa – può manifestare inaspettate, pericolose, forme di cinismo e di malvagità. Un tale ʽegoʼ enfiato può sentirsi legittimato – spacciando la cosa come una forma di ʽfantasia moraleʼ – ad azioni niente affatto ʽpuliteʼ, ma giustificate – a loro dire – da un preteso ʽnobile fineʼ, dimenticando che Massimo Scaligero, citando il sapiente cinese Lü-tzu, affermava che «lʼignobile mezzo ingiusto perverte il fine che si pretende esser nobile e giusto».

A chi, poi, pur preso da quelle tre male figlie della inferiorecorrotta e corruttricenatura, sempre dominata e mossa da antispirituali avverse potenze ostacolatrici, voglia esercitar ʽspiritual magisterioʼ, e nella condizione di chi, evitando o persino avversando la radicale ʽVia del Pensieroʼ, si dia anima e corpo – è proprio il caso di dir così – come ad un sostitutivo ʽsurrogatoʼ, ad una passiva, semicosciente, sognante ʽvia dellʼanimaʼ, non sovvengano sempre le disiate ʽvisioniʼ e ʽcelesti rivelazioniʼ, vi è la tentazione – come, purtroppo, si è dovuto spesso obbiettivamente constatare – di ʽaffabulareʼ, ossia di ʽinventareʼ, di ʽimmaginareʼ, di ʽmentireʼ, sostituendo al ʽVeroʼ – alla ʽVeritàʼ, in quelle condizioni, non sperimentata, né sperimentabile – quel che si ritiene ʽverosimileʼ: ossia mera apparenza del ʽVeroʼ: e, in quanto tale, comunque menzogna.

Conciosiacosaché dalla soggettiva ʽillusioneʼ si scivola sciaguratamente nella ʽsuperstizioneʼ, e nella sfacciata ʽciarlataneriaʼ. E se qualcuno si permettesse di far notare le inevitabili incongruenze, le palesi, stridenti, contraddizioni, le assurdità, le non verità che scaturiscono da un cotal indegno modo di procedere, allora si scatenerebbe la più violenta avversione nei confronti di chi, volendo unicamente difendere la ʽVeritàʼ, avesse l’ardire di sollevar dubbi circa l’ambiguo, preteso, ʽspiritual magisterioʼ e sugli ʽerroriʼ che da esso fossero scaturiti. Si accuserebbe lʼincauto, il temerario suscitator di dubbi, di ʽspudorata presunzioneʼ, di ʽirriverenzaʼ, di ʽmeschinitàʼ, di ʽesser mosso da oscuri finiʼ, di ʽseminar discordiaʼ, di ʽessere paranoicoʼ, ʽmalatoʼ, di ʽesser posseduto dagli Ostacolatoriʼ, ʽbisognoso di severa correzioneʼ, e gli si farebbe attorno ʽterra bruciataʼ, lo si calunnierebbe, lo si infamerebbe nel peggiore dei modi. Il tutto, naturalmente, ʽa fin di beneʼ, in definitiva per il ʽsuo stesso beneʼ, e per quel ʽbene di tuttiʼ, ʽbeneʼ da costui – sempre a loro dire, ovviamente – messo in serio pericolo. Evenienze queste – provocate tutte da una soggettiva deviazione dall’autentico Sentiero della Conoscenza, dall’aver smarrita, o dimenticata, o addirittura mai veramente avuta, ʽl’intenzione originariaʼ come direbbe, con la delicatezza che la caratterizza, la mia sapiente amica Fang-pai: evenienze dalle conseguenze tragiche, purtroppo, sin troppo spesso viste. 

Prima di andare avanti, prima di immergerci nella visione della ʽViaʼ data da Rudolf Steiner. e rimessa al centro da Massimo Scaligero, prima di esporre – per quel che le poche e deboli forze del qui scrivente consentono – attingendo al tesoro di Aurea Sapienza comunicato da Rudolf Steiner, quanto di più delicato vi è dei contenuti della Scienza dello Spirito, ossia ciò che riguarda il  ʽMisteroʼ – inteso proprio nel senso ʽmistericoʼ – del Graal, è bene provvedere prima a ripulire il terreno da quanto indebitamente, insozzandolo, vi è penetrato. Prima di accingersi a principiar la Grande Opera, è necessario, assolutissimamente obbligatorio, come direbbero gli Elleni, far come Ercole, l’antico Eroe Solare, ossia ʽripulir le stalle di Augiaʼ. È quel che, appunto, necessariamente faremo nel proseguo del presente studio. 

SCIENZA DELLO SPIRITO

AMOR VERITATIS. PARTE SECONDA.

Spesso ho ripensato e meditato le parole con le quali Baruch Spinoza, che mai fece compromessi di sorta nei confronti della Verità, e lo dimostrò conducendo, in dignitosa spartana povertà, una vita ascetica tutta consacrata alla ricerca di essa, chiude la sua Ethica more geometrico demonstrata, opera da me molto amata per il nitore stellare dei suoi pensieri, assolutamente estranei agli scomposti moti della umana psiche emotiva e istintiva, con alcune frasi che fanno intuire la non comune qualificazione spirituale e l’elevatezza della sua anima. Nei suoi pensieri ritrovo quella qualità, al contempo razionale e intuitiva, che sin dalla mia giovinezza ho amato nell’insegnamento, come ho avuto modo di ricordare, del Prof. Vasco Ronchi e dell’Ing. Eddo Mario Bartoli, i miei ʽmaestriʼ nella Scienza della Visione, nell’Ottica. Le parole con le quali l’ascetico pensatore olandese chiude la sua Ethica opera che Rudolf Steiner dava ad alcuni discepoli come testo da usare meditativamente per un volitivo rafforzamento del pensare cosciente le possiamo leggere, tradotte nella lingua di Dante, o in Bento de Spinoza, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, traduzione a cura di Sossio Giametta, Presentazione di Giorgio Colli, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, o in Baruch Spinoza, Etica dimostrata con metodo geometrico, a cura di Emilia Giancotti, Editori Riuniti, Roma, 2004, dalla cui p. 318, ho scelto di trarre la citazione del passo in questione:

«La via che ho mostrato condurre a questo, pur se appare molto difficile, può tuttavia esser trovata. E d’altra parte, deve essere difficile ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere infatti che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse esser trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».

L’affermazione conclusiva dell’Ethica che nell’originale latino di Spinoza suona «sed omnia praeclara tam difficilia quam rara sunt», e che ricorda il detto di Cicerone, nel De Amicitia, «Et quidem omnia praeclara rara» a me richiama alla mente le parole iniziali che Massimo Scaligero pose al principio del Trattato del Pensiero Vivente:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo».

La «rarità» di una esperienza così «eccellente» come quella del «terzo genere di conoscenza», cui allude qui Spinoza, ossia di quella sovrarazionale conoscenza intuitiva, che fa percepire (non meramente sapere) le cose, gli esseri, gli eventi «sub specie aeternitatis», e il conseguente «amore intellettuale di Dio», che da sì elevata, sperimentata, conoscenza necessariamente scaturisce, nasce tutta dalla adialetticità di tale esperienza, che va esperita ʽvivendoʼ – come li aveva ʽvissutiʼ lo stesso Spinoza i pensieri dell’Ethica sino ad averli lampeggianti nell’anima, e questo è molto «difficile» e «raro», soprattutto per l’inerzia e l’ignavia della reazionaria natura inferiore, che da millenni domina l’essere umano, oltre che per la frequente immaturità dell’anima di lui. Non diverso, ma ancora più esigente e «difficile», e di conseguenza ancor più «raro» conseguimento, è il còmpito che pone al ricercatore interiore, come istanza assoluta, Massimo Scaligero sempre nella stessa pagina iniziale del Trattato:

«Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa».

Spinoza mostra come la difficoltà che molti incontrano sia quella di liberarsi di quella ch’egli chiama «conoscenza inadeguata», ossia di una conoscenza irrazionale, istintiva, fantasiosa, immaginifica, che può produrre solo «idee false», «inadeguate», non corrispondenti alla realtà, e quindi incerte, fonti di errori e di infelicità. Mentre l’«idea adeguata», l’«idea vera», al contrario, è corrispondente alla realtà, e, per tale ragione, essa è certa, fonte di verità e di felicità. Non solo, ma la verità in quanto «idea adeguata» smaschera e dissolve le idee inadeguate, le idee false, l’errore e la menzogna. Infatti, Spinoza, in Etica, II parte, proposizione XLIII, nello Scolio ad essa relativo, a p. 158, dichiara, con una frase divenuta celebre, che: «Come la luce manifesta stessa e le tenebre, la verità è norma di stessa e del falso». Mentre la «conoscenza inadeguata», produttrice di «idee false», frutto dell’«immaginazione», genera false certezze. Infatti, in Etica, II parte, proposizione XLIX, Scolio, a p.164, leggiamo:

«D’altra parte, sopra abbiamo dimostrato che la falsità consiste soltanto nella privazione che le idee mutilate e confuse implicano. L’idea falsa, in quanto è falsa, non implica certezza. Quando, dunque, abbiamo detto che l’uomo resta tranquillo nel falso e non dubita di esso, non abbiamo per questo detto che egli è certo, ma soltanto che non dubita o che si acquieta nel falso, perché non si danno cause che facciano che la sua immaginazione fluttui o che la facciano dubitare».

Nel suo Tractatus Theologico-Politicus, nella Praefatio al medesimo, Spinoza mostra come la «conoscenza inadeguata», dando luogo ad «idee false», frutto di una scomposta e sregolata «immaginazione», genera false certezze anche nel campo religioso, suscitando fanatismo e pericolose passioni. Le persecuzioni, l’ostracismo, e addirittura un tentativo di assassinio, subiti da Spinoza, dimostrano ad abundantiam quanto giusta fosse la visione dell’ascetico filosofo olandese. Fanatismo e passioni, nate da «conoscenza inadeguata», da «idee false», da «immaginazione», portano sin troppo facilmente ad una degenerazione, che trasforma l’antica religione in vera e propria superstizione, la quale «estingue il lume dell’intelletto», evincendolo, da una religione vera.

Qualcosa di affatto analogo, come avremo modo di vedere nel corso del presente studio, viene sovente a manifestarsi in àmbito ʽesotericoʼ, perché per l’uomo attuale, sempre più profondamente affondato nella materia, sempre più dipendente dall’esperienza sensoria e dall’astratta intellettualità cerebrale, è oltremodo ʽdifficileʼ e ʽraroʼ accostare quella impresa ʽeccellenteʼ – come la potrebbe definire, oggi, Spinoza – di trascendere il pensiero riflesso, sperimentare il ʽpensiero libero dai sensiʼ, che Rudolf Steiner descrive nel quinto capitolo – La conoscenza dei mondi superiori (Dell’Iniziazione) della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, di giungere ad inverare il ʽpensiero-folgoreʼ, la trascendenza dell’universale Pensiero Vivente, segretamente immanente nell’individuale pensiero umano, indicata costantemente, e instancabilmente, da Massimo Scaligero in tutta la sua opera. Il non consacrarsi a questa impresa ʽeccellenteʼ in un’epoca estremamente pericolosa come quella che dal Cielo e dai Numi ci è stato dato in sorte di vivere – da parte di coloro che per destino hanno avuto il dono aristocratico e il privilegio raro di venire a contatto con la Scienza dello Spirito, con la ʽVia Solareʼ, ha portato al sorgere, all’interno delle Comunità spirituali, e in particolare di quella che Massimo Scaligero volle chiamare la ʽComunità Solareʼ, di ʽidee inadeguateʼ, di ʽidee falseʼ, frutto di ʽfantasiaʼ sregolata, di mera ʽimmaginazioneʼ soggettiva, e tutto ciò ha portato in non pochi casi a far degenerare quello che in era un mirabile dono celeste in volgare superstizione, ossia ha portato ad aprire il varco a deformazioni, a sacrileghe profanazioni, a calunniose diffamazioni, a indecenti strumentalizzazioni a fini di vanità personale, o a inconfessabili, ma facilmente intuibili, finalità politiche o confessionali, talvolta coincidenti. La Scienza dello Spirito – sia come metodo che come contenuto è quanto di più lontano si possa pensare da ogni forma di superstizione. Ciò viene ribadito in mille maniere da Rudolf Steiner, il quale, per limitarci ad un’unica citazione, così si esprime in Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile dell’uomo e del destino umano, trad. di Iva Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 148:-149:

«Nei momenti della conoscenza spirituale, la sua vita personale [sc. di quella del discepolo del Sentiero della Conoscenza] non esiste più se non come simbolo cosciente dell’eterno. Svaniscono i dubbi che ancora potevano sorgere in lui riguardo allo spirito, poiché dubitare può soltanto chi sia ingannato dalle cose sul conto dello spirito che opera in esse. E poiché il «discepolo della sapienza» può comunicare collo spirito stesso, scompare in lui ogni falsa immagine che egli se n’era fatta prima. La falsa immagine in cui ci si rappresenta lo spirito è superstizione. L’iniziato è al di sopra di ogni superstizione, perché conosce quale sia il vero aspetto dello spirito. L’affrancamento dai pregiudizi della persona, del dubbio e della superstizione è il contrassegno di chi, sul «sentiero della conoscenza» è salito sino al grado di discepolo».

Come più volte da me affermato su questo animoso blog, Massimo Scaligero volle portare una parola di verità circa la strumentalizzazione – strumentalizzazione attuata, a mio modo di vedere, in perfetta malafede di alcuni temi sacri della Scienza dello Spirito da parte di varie cerchie per motivi ideologici, politici, ed eziandio confessionali. Egli scrisse quelle parole di verità esattamente 51 anni fa, ma non è che da allora la situazione sia granché cambiata, se non in molto peggio. Quel che scrisse allora alla chiusa di uno dei suoi libri, egli volle poi farlo stampare anche come estratto, affinché potesse circolare più agevolmente. Tale estratto portava nel frontespizio il seguente titolo, non presente nell’Appendice, posta in chiusura del libro, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione. Appendice dal volume La Tradizione Solare di Massimo Scaligero, Teseo Roma, 1971.

In quel breve scritto, Massimo Scaligero evidenzia – usando parole di estrema severità – come una tale strumentalizzazione dei contenuti sacri della Sapienza Celeste, che a partire da Rudolf Steiner si è manifestata nella Scienza dello Spirito antroposofica, sia una illecita profanazione: soprattutto riguardo al tema del Graal, che più di altri ha subito una violenza totalmente ingiustificata. Con parole accorte, ma al contempo taglienti, egli individua varie ʽcentraliʼ responsabili di una tale spregiudicata, interessata e disonesta strumentalizzazione del tema del Graal, ma – come avremo modo di vedere – nel tempo, una cotale mala opra si è poi estesa allʼintera Scienza dello Spirito. Anzitutto si è avuta una strumentalizzazione da parte di ambienti politico-esoterici che si rifacevano al cosiddetto ʽtradizionalismoʼ guenoniano, ma ancor più a quello evoliano.

In ambienti guenoniani si è tentato, con grande sfoggio di erudizione dialettica, di accreditare una pretesa origine islamica della saga del Graal. Fece scalpore quanto scrisse il francese Pierre-Édouard Ponsoye, amico e discepolo di René Guénon, nel suo libro L’Islam et le Graal, redatto nel 1957, fatto per decenni oggetto di glosse, commenti, dotte recensioni, e persino, in taluni casi, di regolari lezioni universitarie. Ma gli ambienti guenoniani, in genere, si tengono lontani dalla politica, e agiscono, sullʼesempio dello stesso René Guénon, perlopiù allʼinterno di ambienti di europei convertiti allʼIslam, in particolare ascritti a qualche tariqah dellʼesoterismo musulmano, ossia nelle cerchie ʽsuficheʼ, oppure allʼinterno di logge massoniche, che cercano di convertire alla ortodossia del verbo guenoniano, o anche, sebbene più raramente, allʼinterno di cerchie dedite ad un più che problematico e cattolicissimo ʽesoterismo cristianoʼ. Ma – lo ripeto – generalmente i guenoniani evitano il coinvolgimento politico, e si buttano nella intensa coltivazione di una vasta quanto anidra erudizione filologica a sfondo esoterico.

La loro opposizione a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito è tanto esplicita quanto preconcetta, a partire da quanto scrisse in maniera ingiusta e diffamatoria René Guénon in Le Théosophisme. Histoire d’une pseudoreligion, pubblicata in prima edizione da Desclée de Brouwer & Cie, Paris, 1928. Tale opposizione a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito è, ripeto, esplicita, così come lo è, da parte dei guenoniani, quella nei confronti di Massimo Scaligero, che fu fatto oggetto di un capitolo di un libro, pubblicato postumo, di René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, più volte tradotto, anche recentemente, in italiano, nel quale l’islamizzato esoterista di Blois polemizzava nei confronti di uno studio che Massimo Scaligero aveva pubblicato, in più puntate, col titolo di Esoterismo Moderno, la cui prima parte era intitolata L’opera e il pensiero di René Guénon, sulla rivista Imperium, anno I, N. 1, maggio 1950. Avendo letto, e ben meditato, molte volte, sin dagli anni settanta dello scorso secolo, sia lo scritto di Massimo Scaligero che le critiche che gli rivolge René Guénon, devo dire che a questʼultimo sfuggì davvero lʼessenziale, per cui non solo le sue critiche – a mio modo di vedere – non coglievano affatto nel segno, ma addirittura, a causa di una sorta di deformazione interiore che gli distorceva la visione, egli equivocò tutto ciò che riguardava lʼinsegnamento di Rudolf Steiner, così come equivocò le indicazioni operative di Massimo Scaligero, dimostrando la sua totale incomprensione della loro posizione spirituale.

Ben più rilevante, e sotto molti aspetti dalle conseguenze ben più tragiche, è la strumentalizzazione e la tentata snaturazione del tema del Graal, operata da Julius Evola, e da coloro che al suo pensiero in vario modo si ispiravano, e che tuttora in forme spesso contraddittorie – ad esso ancor oggi si ispirano. La collusione e la compromissione dei seguaci del pensatore tradizionalista romano con la ʽpoliticaʼ con la peggiore e più sporca, manipolata, e manipolatrice ʽpoliticaʼ ha portato ad immani tragedie, ed anche a numerosi lutti. Quando Massimo Scaligero scrisse Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, nel 1971, Evola era ancora ben vivo. Infatti morirà lʼ11 giugno 1974. Ma Julius Evola già negli anni Trenta del trascorso secolo aveva voluto accostare il tema del Graal, tentando di dimostrare una pretesa origine ʽpaganaʼ, a suo dire celtica e germanica, della saga del Graal, cercando altresì di accreditare un contenuto ʽpoliticoʼ del mito – sempre secondo lui di natura ʽghibellinaʼ per giustificare le sue teorie a proposito di una sorta di ʽImperialismo Paganoʼ, oggetto di un suo discusso libro, che già negli anni Venti dello scorso secolo dette luogo a feroci polemiche. Veniamo così alla pubblicazione de Il mistero del Graal, I ed., Laterza, Bari, 1937, il cui testo Evola rivide e completò nella II ed., Ceschina, Milano, 1962, e poi ancora riveduta e ampliata nella III ed., Edizioni Mediterranee, Roma, 1972, sino alla IV ed. corretta con unʼAppendice e una Bibliografia, Edizioni Mediterranee, Roma, 1994, ristampata nuovamente nel 1996, giungendo infine alla V ed. corretta, Edizioni Mediterranee, Roma, 1997.

Per il suo ghibellino ed imperiale ʽpaganesimoʼ, Julius Evola è ferocemente avverso al Cristianesimo, anche se – devo dirlo – piuttosto ʽteneroʼ nei confronti di un certo cattolicesimo. Ovviamente, anchʼegli, come René Guénon, si contrappone duramente a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito, giungendo in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, prima ediz. Torino, Bocca, 1932, a forme veramente indegne di volgare sarcasmo e derisione nei confronti del Maestro. Ma ciò non gli impedì di saccheggiare a suo libito lʼopera del fondatore dellʼAntroposofia, di far passare per propri molti contenuti di Rudolf Steiner, e persino di pubblicare come roba propria, nel III volume della II (1955) e della III edizione (1971) di UR, apparse rispettivamente con i titoli di Introduzione alla Magia quale scienza dell’Io, e di Introduzione alla Magia, la descrizione degli esercizi fondamentali cosiddetti ʽausiliariʼ, alla lettera ʽcollateraliʼ, Nebenübungen, ma in realtà tutt’altro che ʽsecondariʼ tratti dai cosiddetti Quaderni Esoterici, Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», GA-245, Indicazioni per un discepolato esoterico. Dai contenuti della «Scuola Esoterica», O.O. 245, pubblicati per la prima volta in tedesco, alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, per volontà di Marie Steiner.

Conoscendo tutta una serie di retroscena e di aneddoti, dei quali lo stesso Massimo Scaligero volle, attraverso una particolareggiata narrazione, farmi partecipe, è veramente difficile – almeno per me – accogliere come cosa seria, e azione compiuta in buona fede, quanto Julius Evola scrive in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo. Analisi critica delle principali correnti verso il «sovrasensibile», Quarta edizione riveduta e ampliata, Edizioni Mediterranee, Roma, 1990, nel capitolo Critica dellʼantroposofia, p. 103. Lo stesso infelice, e a mio modo di vedere poco onesto passo, riappare tal quale nella cosiddetta «Quarta edizione corretta», con un saggio introduttivo di Hans Thomas Hakl, Edizioni Mediterranee, 2008, pp. 106-107:

«Sappiamo bene, perché ne abbiamo fatto noi stessi la divertente esperienza, che vi sono dei discepoli dello Steiner i quali, nel riguardo di tutto il sistema, quando esso non trova nessun riscontro in quellʼinsegnamento [sc. quello tradizionalista], hanno la sfacciataggine di ribattere chiedendo chi ci dice che il loro Maestro non abbia visto più a fondo di tutti i «grandi Iniziati» che lo hanno preceduto, così come un altro seguace ha presentato le sue elucubrazioni parasteineriane come qualcosa che va “di dello Yoga, dello Zen”, della Tradizione: a tal segno giunge lʼinfatuazione antroposofica».

È evidente dalla citazione, tratta dalla prima edizione del Trattato del Pensiero Vivente, Luciano Feriani Editore, Milano, 1961, avente come sottotitolo Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, che Julius Evola rivolge il suo attacco non solo contro Rudolf Steiner, ma anche contro lo stesso Massimo Scaligero, ossia per essere del tutto chiari egli rivolge il suo attacco non solo alla rosicruciana Scienza dello Spirito, allʼAntroposofia in generale, ma proprio alla Filosofia della Libertà e alla Via del Pensiero Vivente, che ne sono il «cuore». È il caso di dire che all’aggressivo e beffardo critico di Steiner e di Scaligero, esattamente come nel caso di Guénon, per una analoga, distorcente, deformazione interiore, era completamente sfuggito l’essenziale ed aveva equivocato tutto. Nellʼàmbito del presente studio, non ho modo di approfondire la questione di quanto quella indicata da Evola nelle sue opere sia una via irregolare al sovrasensibile, disamina che forzatamente dovrà essere rimandata ad un eventuale successivo studio, ma fin da ora è evidente la totale mancanza di qualificazione del tradizionalista romano rispetto al tema sacrale del Graal.

Cosa pensasse Massimo Scaligero circa la non validità dal punto di vista spirituale ed iniziatico, ossia circa lʼinsufficienza e lʼinadeguatezza della ʽviaʼ indicata e seguita da Evola, – e, cosa ancor più grave, circa quanto tale ʽviaʼ venga travisata da coloro che al suo pensiero e al suo esempio vorrebbero oggi richiamarsi, o che ad esso, a vario titolo, nominalisticamente, dicono di richiamarsi – lo si può scorgere in quel chʼegli scrive, con parole chiare e severe, in Dioniso, suo contributo al libro collettaneo Testimonianze su Evola, a cura di Gianfranco de Turris, prima ediz. 1973, seconda edizione riveduta e ampliata, Edizioni Mediterranee, Roma, 1983, p. 189:

«Julius Evola addita una direzione che, per essere creativa in senso esoterico, esige essere separata dalla sua fenomenologia, ossia dalla sua maya, dallʼethos che ne risulta in senso sociale, politico: soprattutto da questo. Certe mescolanze tradiscono lʼassunto spirituale: i peggiori disastri vengono sempre dalla collusione del Sacro con il profano. Una simile separazione, proprio per lʼassunto di una discriminazione del subtile a spisso, riguarda la direzione karmica di Evola. Il futuro cosmico-spirituale di lui si può metafisicamente scorgere: esso sarà determinato da quanta indipendenza egli abbia realizzato dalle opere scritte: sarà decisiva la possibilità che egli non si sia identificato con la propria espressione dottrinaria, ossia con ciò che è il mitico e mistico mondo dei suoi seguaci».

Quel che fa una impressione davvero notevole e, devo dire, alquanto strana, è vedere come alla cosiddetta «Quarta edizione corretta» di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, pubblicata dalla nota casa editrice romana, abbiano collaborato tutta una serie di personaggi dagli ambigui interessi, i quali, nella loro abbondante produzione letteraria e giornalistica, nei loro scritti, in video pubblicati su vari siti telematici, congiungono in una confliggente, equivoca, commistione, che rischia di essere teratologica, posizioni tra loro inconciliabili: scrittori che cercano di mescolare a forza Julius Evola con Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, tacendo la più che stridente contraddizione che il pensiero di questi ultimi ha rispetto alle idee del tradizionalista romano, o intellettuali impegnati in reazionarie ideologie politiche passatiste, o ultracattolici integralisti dalle forti simpatie monarchiche filoasburgiche, filoborboniche, e antitaliane, che sognano romanticamente un impossibile ritorno ad un Ancien Régime pre-1789, al fin di realizzare una novella ʽSanta Alleanzaʼ tra il trono e altare, nonché il ritorno in Roma del Papa-Re a governar felicemente risorti Stati della Chiesa, e magari perché no? anche la rinascita dell’asburgico Sacro Romano Impero, e del Granducato di Toscana, cercando di aggiogare al loro carro monarchico e clericale anche il paganissimo filosofo tradizionalista romano. Della ʽbuonafedeʼ di costoro, della ʽnobiltàʼ e della ʽonestàʼ dei loro taciti, non dichiarati intenti, è lecito dubitare fortemente.

Questa ambigua concordia attorno alla figura di Julius Evola, che si realizza tra ʽpaganiʼ roman-celtico-germanici, come essi amano spesso definirsi, e ʽcattoliciʼ tradizionalisti ultras enragés, malgrado lʼapparente stridente contraddizione, non stupisce più di tanto perché, pur nella loro concordia discors, essi tutti sono affratellati da un identico comun denominatore, come si direbbe in algebra: sono caratterizzati tutti da un non superato interiore limite conoscitivo che, al di là della ostentata idolatria romantica per una sentimentale ʽmitologiaʼ e l’uso, anzi l’abuso, di una disseccata, erudita, filologica, ʽdialettica esotericaʼ, li unisce in quella che Platone chiama ʽkoinonìa ton kakònʼ, la istintiva ʽcomunanza dei malvagiʼ, che li asserve ad un inconsapevole materialismo, e li rende, malgrado tutto, tra loro solidali in una empia alleanza contro la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero, che poi, in definitiva, è ancora una volta una alleanza contro il Graal, contro lo Spirito.

Oggi, poi, quella che Massimo Scaligero chiamava la «babelica confusione delle lingue», ha oramai raggiunto il parossismo, e si manifesta in una sorta esibizionismo mediatico da parte di vari personaggi in cerca di facile visibilità e commerciale lucrosa intraprendenza. Uno dei tentativi portato avanti da costoro è quello di strumentalizzare – persino sul piano della più sozza politica – in maniera davvero poco seria, e a volte francamente indecente, le figure spirituali di Rudolf Steiner, di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, per sostenere che il loro insegnamento – la rosicruciana Scienza dello Spirito, la Via del Pensiero Vivente sempre al dire di costoro, sarebbe un utile didascalico preliminare, qualcosa di unicamente propedeutico, di valore meramente pedagogico e introduttivo, per ʽvieʼ che – a loro dire– sarebbero ʽpiù elevateʼ, ʽpiù valideʼ, ʽpiù audaciʼ, ʽpiù potentiʼ, ʽpiù rapideʼ, ʽpiù completamente realizzativeʼ, come lo Yoga della Potenza di Julius Evola e la sedicente Magia Trasmutatoria, mendacemente spacciata per Alchìmia, di Giuliano Kremmerz. ʽVieʼ che, dopo esser passate per una medianica magia cerimoniale, spacciata per ʽTeurgiaʼ o ʽMagia divinaʼ, finiscono tutte nella fetida cloaca di una trasgressiva magia sessuale. Ho davanti agli occhi l’esito infausto, tragico, in non pochi casi addirittura mortale potrei citare nomi, date, e fatti – cui son giunti i cercatori delle ʽvie della facile forzaʼ, del ʽrapido conseguimentoʼ, come le definiva causticamente Massimo Scaligero, aggiungendo che «in realtà, non vi è nulla di meno facile, e salvo rare eccezioni di meno rapido». In un periodo in cui esploravo natura e consistenza di cotali ʽvieʼ, vi fu chi, con arrogante baldanza, mi affermò, ex cathedra, essere assolutamente certo che attraverso la sedicente ʽmagia trasmutatoriaʼ del mago di Portici, spacciata per Alchìmia, un seguace di essa poteva diventare, a suo dire in soli quattro anni, un ʽAdeptoʼ, un ʽMaestro dell’Arteʼ, una ʽDivinità Ammoniaʼ. Ne ho visti molti di codesti ʽAdeptiʼ diventare squilibrati, pazzi, malati, e non pochi di loro eziandio defunti. E in taluni casi anche delinquenti della peggior specie. Non certo ʽDeità Ammonieʼ. Un Iniziato, che di Massimo Scaligero aveva somma stima, e che per decenni fu mio grande amico, ora felicemente giunto ai Campi Elisi, mi definì quelle sozze pratiche trasgressive «una via sporca e deviata», ed io visti i tempi non poco calamitosi nei quali viviamo me lo tengo per detto.

Un altro tentativo, poi, è quello di fare una discutibile (e disgustosa) macedonia, o un immangiabile minestrone ʽesotericoʼ, in salsa new age, appiattendo tutto senza verun serio criterio, col mettere sincretisticamente allo stesso livello Steiner, Colazza e Scaligero, con Guénon, Evola, Kremmerz, e persino con Castaneda, Eliphas Levi, Papus, Gurdjeff e Crowley. Ora, il presente studio non è il luogo deputato per demolire una tale interessata mistificazione. Ogni cosa, eventualmente, a suo tempo. Ma che fra tutti costoro al di delle insanabili reciproche opposizioni, al di delle inconciliabili differenze, nonché delle interessate strumentalizzazioni – vi sia una reciproca ʽsolidarietàʼ quella che, più sopra, ho chiamata una ʽempia alleanzaʼ – nel contrapporsi alla Scienza dello Spirito, alla Ascesi del Pensiero Vivente, e di conseguenza al Graal, è cosa certa sin da ora. Sed nunc, de hoc, satis dictum est!

I suddetti abusi, ossia le sacrileghe profanazioni, le indecenti strumentalizzazioni della sacralità del tema del Graal, e della spiritualità ad essa essenzialmente connessa, hanno fornito abbondanti occasioni e pretesti a scrittori di professione, a saggisti, a pubblicisti, a giornalisti senza scrupoli, di scrivere una quantità inverosimile di sfrontate menzogne contro la Scienza dello Spirito, contro la figura di Rudolf Steiner, nonché contro la serie delle figurazioni simboliche legate alla trascendente realtà del Graal, prospettando illegittimi quanto improbabili accostamenti ad antiumane ideologie politiche, e ad oscuri ʽcultdemoniaci. Nel citato estratto, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, dalla Tradizione Solare, così si esprime Massimo Scaligero, di fronte ad una sì scandalosa profanazione e strumentalizzazione:

«Il fatto che la simbologia del Graal e della Tradizione Solare sia stata in qualche modo utilizzata come veicolo mitico da correnti politiche, non autorizza lo storico a derivare lʼazione di tali correnti dal contenuto di quella Tradizione: anzi il contrario. La funzione di simili abusi è sempre stata suscitare lʼequivoco riguardo al contenuto di sistemi esoterici e deviare la ricerca spirituale. Lo scopo illecito, tuttavia, viene ulteriormente perseguito, allorché taluni cronisti o saggisti, la cui capacità d’inchiesta è quanto di meglio oggi può essere richiesto da brillanti rotocalchi, si dedicano a tale esoterismo sospetto. Costoro, mentre riescono giustificatamente a scorgere lʼelemento demoniaco in tali fenomeni, non avvertono che la loro dialettica ne diviene lʼulteriore espressione, allorché essi ritengono riconoscere la provenienza di simile demoniaco da ispirazioni del sacro: che è unʼimpossibilità metafisica. Il Sacro, patentemente non distinto dal profano, ad opera dei profanatori sotto accusa, non viene distinto neppure dagli accusatori, ossia dagli accennati cronisti, i quali si trovano dinanzi a una materia che in realtà trascende il loro livello mentale e da essi tuttavia viene nominalisticamente ridotta a tale livello, onde stabiliscono accostamenti tra Sacro e profano, la cui illegittimità è appunto lʼelemento demoniaco da essi messo sotto accusa».

Appare in maniera sin troppo evidente come una tale spregiudicata strategia editoriale, cinicamente realizzata da scrittori, giornalisti e pubblicisti, che non si pongono problemi di coscienza di nessun tipo, offra facile pretesto e occasione alla nota potenza straniera dʼOltrevere di attuare un duplice attacco alla Scienza dello Spirito, allʼAntroposofia: da una parte, mediante una aperta, talvolta rozza e brutale, aggressione tramite scritti, e video in rete, velenosi, calunniosi, allarmistici, sommessamente apocalittici, e dallʼaltra, mediante una abile opera di penetrazione «allʼinterno della cittadella», per usare lʼespressione – che, come vedremo, si rivelerà profetica – di Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, da parte di ʽinsinuantiʼ particolarmente esperti nella moralmente assai dubbia arte del ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ. Chi scrive ha avuto più volte modo di mostrare, in maniera documentata, su questo temerario blog, come una tale insinuante opra di abile manipolazione non si sia tirata indietro, tra lʼaltro, neppure di fronte alla cosciente e sfrontata falsificazione di opere sia di Rudolf Steiner, che di Massimo Scaligero. Anzi, nel caso di questʼultimo, manipolazione e falsificazione sono state attuate – come ho avuto modo di dimostrare in maniera documentata proprio ai danni di unʼopera di estrema importanza come Dallo Yoga alla Rosacroce, che nella edizione del 2012, presentata come Vol. XVII di una collana di Scritti di Massimo Scaligero, pubblicata dalla romana Edizioni Mediterranee, si presenta non poco difforme rispetto allʼedizione originale del 1972. Ma si vede che colui che ha preso la discutibile iniziativa di una tale arbitraria alterazione degli scritti di Massimo Scaligero, circa la correttezza editoriale, prima ancora che etica e spirituale, la pensava e la pensa tuttora diversamente. Inoltre, lascia non poco perplessi il fatto che venga stampata una rivista avente per titolo proprio Graal. Rivista di scienza dello Spirito, edita in Roma dalla casa editrice Tilopa, rivista nella quale chi qui scrive ha avuto modo più volte di rilevare quanto possa essere indubbiamente sottile, abile, e al contempo esiziale, la ʽinsinuanteʼ strategia del già molte volte ricordato ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, mediante il quale si cerca gradualmente – pedetemptim, ossia ʽun passetto alla voltaʼ, dicevano i sapienti Latini di diluire, alterare, realizzare quella che, nel secolo scorso, un esoterista dʼOltralpe chiamava ʽune voie substituéeʼ, mediante la quale, deviando i liberi cercatori dello Spirito su questa piuttosto scivolosa ed obliqua ʽvia sostituitaʼ, si vorrebbero condurre, anzi manodurre, senza che se ne accorgano, gli ʽsmarritiʼ, i ʽdissenzientiʼ, i ʽriottosiʼ, o, come usa dire oggi, i ʽnon omologatiʼ, in definitiva gli ʽereticiʼ, quali docili pecorelle al ʽsicuro ovileʼ dʼOltretevere. Colpa imperdonabile di chi scrive su questo temerario blog, che si ostina pervicacemente ad ospitarlo, è lʼaver denunciato, e fatto conoscere allʼuniverso mondo, questa obliqua, sleale, operazione, che si rivela essere anchʼessa un attacco contro lo Spirito, contro il Graal.

Del resto, la solidale omogeneità degli attacchi alla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e alla ʽVia del Pensiero Viventeʼ di Massimo Scaligero, condotti da tradizionalisti, da spregiudicati scrittori e giornalisti senza coscienza, da emissari, operanti apertamente, della nota potenza straniera d’Oltretevere, e da ʽinsinuantiʼ infiltrati, abilmente ʽmascheratiʼ, ossia operanti ʽsotto coperturaʼ, sempre a pro’ della medesima straniera potenza transtiberina, giunta ormai agli ultimi, infimi, livelli involutivi di una quasi bimillenaria degradazione spirituale, rendono oggi vera la constatazione, al contempo sottile e profetica, di Massimo Scaligero nel prosieguo dell’ultima citazione:

«Il loro sofisma è il demoniaco medesimo, naturalmente ad essi inconscio: non diverso da quello di chi accusasse una Chiesa di ispirare forme di agnosticismo, solo per il fatto che un gruppo di agnostici ne assume come proprio il culto».

Il che è esattamente quello che negli ultimi decenni è avvenuto, conciosiacosaché si ritrovano tra loro paradossalmente solidali in una empia alleanza contro lo Spirito, contro il Graal piaccia loro questa scomoda verità o non piaccia, lo ammettano o meno – dogmatici cattolici integralisti, altrettanto dogmatici cattolici modernisti, esoteristi tradizionalisti, scrittori mercenari e giornalisti senza coscienza e senza scrupoli, accomunati tutti da quel morbo che Rudolf Steiner in Le basi conoscitive e i frutti dell’Antroposofia, Editrice Antroposofica, Milano, 1968, nella prima conferenza, del 29 agosto 1921, tenuta a Stoccarda, chiama «agnosticismo, corruttore della vera umanità».

La cosa, pur nella sua enormità, non stupisce più di tanto, tampoco stupirebbe, oggi, lo stesso Massimo Scaligero, il quale aveva ben chiare le difficoltà che la ʽVia Solareʼ, la ʽVia del Pensiero Viventeʼ, la ʽVia del Graalʼ, avrebbero incontrate non solo da parte dei cattolici dogmatici, siano essi integralisti o meno, non solo da parte di altrettanto dogmatici tradizionalisti guenoniani, evoliani ed affini, ma anche da parte di poco consapevoli ʽantroposofiʼ, che banalizzano, annacquano, deformano, sfigurano, dogmatizzano, e a volte addirittura inquinano lʼinsegnamento di Rudolf Steiner, ed eziandio da parte di abili, mascherati, ovviamente ben più consapevoli di quel che fanno, ʽinsinuantiʼ, penetrati nel milieu ʽscaligeropolitanoʼ (come, celiando affettuosamente, lo chiama il mio ottimo amico C., intrepido asceta dʼaltra dottrina) a seminar discordia e a far guai. Quanto di tutto ciò fosse ben consapevole Massimo Scaligero, per chi voglia vedere, e non illudersi, chiudendo gli occhi ad una sgradevole realtà, è possibile scorgerlo da molti segni. Ne ricorderò uno solo che, per la sua facile accessibilità, è più rapidamente constatabile da chiunque voglia. Nella edizione originale quella non arbitrariamente alterata di Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, alle pp. 37-40, si possono leggere le seguenti parole, severe e profetiche al contempo, di Massimo Scaligero:

«I seguaci della Scienza dello Spirito, che non giungano a superare lʼunivoca dimensione dellʼanima razionale, e a questa inconsciamente riducano lʼinsegnamento e da essa, per quanto elaborata e filosofizzata, non escono, movendo perciò con mere rappresentazioni in un mondo di forze che permane loro impenetrabile: non sono dissimili agli evoliani che si muovono entro lʼanima razionale-affettiva, non andando oltre le rappresentazioni o le immagini della Potenza, non disponendo del canone della liberazione del loro rappresentare: il vincolo alla cerebralità è lʼimpedimento reale alla Potenza.

Lʼavvicinamento tra le due posizioni può sembrare paradossale, eppure, se si osserva tra le due posizioni può sembrare paradossale, eppure, se si osserva, riguarda lʼidentico limite interiore: limite inconscio, che nellʼavvenire provocherà alleanze inaspettate che appariranno assurde, ma saranno le più logiche. Nellʼimminente futuro, il dominio dellʼanima razionale creerà il vero fronte delle forze contro lo Spirito, in nome della Tradizione, della Religiosità come dellʼAteismo, dello Spiritualismo come del Materialismo: un fronte vasto che congiungerà molti, il suo vero livello essendo politico.

*

Contro lʼImpulso Solare di questa epoca, è prevista una serie di attacchi, da quelli frontali a quelli insidiosi e inconsci (ho persino accennato ad attacchi dallʼinterno medesimo della cittadella, ad opera di zelatori discorsivi delle dottrine), perciò si può ravvisare quello di Evola come il più frontale, anche se sostanzialmente dialettico, epperò dialetticamente reversibile. Ma una replica dialettica è proprio ciò di cui Steiner non ha bisogno.

[…] La dialettica è comunque il veicolo dellʼalterazione di ogni impresa dello Spirito, ma non in quanto una determinata dialettica possa provocare lʼatteggiamento spirituale irregolare, bensì in quanto questo trova in quella il proprio veicolo formale. Ciò avviene anche allʼinterno di una comunità spirituale, quando vi si associano esseri capaci solo di relazione medianica, e tuttavia assumenti un linguaggio dellʼanima cosciente: allorché il numero di costoro diviene preponderante, sarà proprio un medium a prendere la parola e ad insegnare la dottrina polarizzando il consenso di tutti i vocati allo Spiritismo, ai quali sostanzialmente occorre non tanto riconoscere il contenuto della Scienza dello Spirito e chi ne sia reale portatore, quanto realizzare il livello della loro necessità psichica. Come si vede, un risultato non molto diverso da quello derivante dallʼaccettazione della critica evoliana, e riconoscibile come fenomeno che lo stesso Evolismo patisce, allorché la popolazione degli incapaci di anima cosciente, epperò popolazione medianica, sʼinfatua, come si è visto, sentimentalmente delle sue dottrine della Potenza e il proprio sentimento scambia per volontà e forza».

Queste parole di Massimo Scaligero, scritte cinquantʼanni fa, nellʼultimo secolo del trascorso millennio, si sono rivelate profeticamente esatte. Ho avuto modo di vedere numerosi ʽintrallazziʼ tra la dirigenza della Società Antroposofica, sia in Italia che allʼestero, in campo pedagogico, in quello dellʼagricoltura biodinamica, ma anche della stessa Antroposofia, e soprattutto della Cristologia, con ambienti, dignitari, addirittura con alti prelati, della nota potenza straniera dʼOltretevere. Ho avuto modo di constatare collusioni di persone che, pur avendo ben conosciuto Massimo Scaligero, il quale aveva esplicitamente proibito loro di contaminarsi mai e per nessuna ragione con la politica, dopo la sua morte, sospinti da chi mal li consigliava, si sono gettati in quella immensissima fogna che è la politica italiana, tanto più con le formazioni più problematiche, manipolate e inquinate, una di loro tentando persino di farsi eleggere in parlamento. Poi vi son stati, e vi son tuttora, gli ʽinciuciʼ di elementi ʽscaligeropolitaniʼ con la Fondazione Evola, e con evoliani che fino a non molto tempo fa su Rudolf Steiner e su Massimo Scaligero gettavano palate di letame (e molti di loro continuano beatamente a farlo…). Ora, evoliani, kremmerziani, gurdjieffiani e crowleyani, a chi, come molti di noi, per decenni ha seguito, e praticato con impegno totale, senza risparmiarsi, con ostinata tenacia e fedele disciplina quotidiana, la Scienza dello Spirito, e la dura Ascesi della Concentrazione, vengono a raccontare che noi a loro dire, naturalmente non avremmo capito nulla, e che per nostra fortuna ora sono arrivati loro, che così ci possono spiegare cosa intendessero veramente dire Steiner, Colazza e Scaligero, con gran benefizio del nostro ottuso, limitato, intelletto. Vi è persino un tale, ovviamente evoliano che, nella bella Partenope, tiene corsi sul Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero, il quale, nel vedere una tale debordante verbosa dialettica, sicuramente si rivolterebbe nella tomba. Vi è, oggi, tutto un profluvio di ʽsapienzaʼ, una autentica inondazione, che dilaga su siti web, su blog e social forum di internet, su radio e televisioni locali e nazionali, in convegni e tavole rotonde, in produzioni cinematografiche, in riviste e libri che non valgono nemmeno la carta sulla quale sono stampati. Di fronte a cotanta abbondanza di inutile vuota dialettica, come non pensare a quanto Massimo Scaligero, sempre in Dallo Yoga alla Rosacroce, nel XVI capitolo, Secretum inviolabile, alle pp. 204-207, con severe parole ammonitrici, scrive:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è lʼidentico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno.

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale. […]

In quanto lo Spirito va destandosi dal sonno millenario su tutta la Terra, privo di coscienza del livello perduto, i Deviatori sono allʼopera perché la ricerca spirituale sia deviata, venendo asservita, al livello attuale, allʼuomo dominato dalla terrestrità, ossia dal mondo finito, quantitativo, al quale egli si è abbassato unicamente per uscire da tale millenario sonno.

Se questo sonno persiste, vestendosi tuttavia di attualità spirituale e in tal senso assumendo le sue persuasive forme, è inevitabile che chi si desta e, afferrando il senso del proprio destarsi, intende comunicarlo ai fratelli dormienti, sia da costoro considerato privo di connessione con la realtà, e che essi, per unʼocculta intesa, giungano a solidalizzare contro di lui, malgrado i loro dissensi di superficie. Il vero occultista conosce questa situazione: la sua arte è muovere nel retroscena di essa, perché questo gli rivela ciò che gli viene essenzialmente richiesto. La visione di tale retroscena è per lui un aiuto, quella solidarietà è un fenomeno che esige essere compenetrato di pensiero. Essa non è cosciente nei soggetti solidali, la cui intesa è il potere di una animadigruppo: egli può invero muovere mediante la forza che emana da essa sino a riconsacrarla.

Gli attacchi contro la Via Solare si susseguiranno da ogni parte, nessuna esclusa, compresovi perciò anche quello di coloro che da essa hanno avuto sostegno e aiuto.

Questa situazione, intensificandosi, chiarisce al discepolo il senso del sacrificio mondiale convergente nellʼindividuo umano, secondo lʼimagine della Bhagavadgita».

Queste parole di Massimo Scaligero, scritte cinquantʼanni fa, nellʼultimo secolo del trascorso millennio, si sono rivelate, una volta di più, profeticamente esatte. Anzi, sotto molti aspetti, la situazione è divenuta ancora più drammatica e tragica di quanto molti di noi, allora ancora giovanissimi, e piuttosto acerbi e ingenui rispetto al cogliere i ʽsegni dei tempiʼ di ciò che sin da allora andava preparandosi, potevamo intuire. Oggi, siamo chiamati ad affrontare le conseguenze di quella che Massimo Scaligero ci aveva preannunciato essere la «crisi di fine secolo», che avrebbe aperto il pericoloso nuovo millennio, «lotta di fine secolo», rispetto alla quale le anime soprattutto quelle appartenenti alle Comunità spirituali – avrebbero compiuto, a partire dal 1990, quella chʼegli chiamava la «scelta interiore», la «scelta di campo»: lottare per lo Spirito o contro lo Spirito, lottare per il Graal o in favore dell’Antigraal. Entrati, oramai, nel terzo decennio del nuovo millennio, chi non voglia illudersi, narcotizzando la sensibilità interiore, e anzi voglia guardare in faccia, in maniera inattenuata, senza cedere ad un troppo facile ed irresponsabile ottimismo, lʼattuale tragica situazione, può rendersi conto del fatto che la maggiore, anzi la massima responsabilità di tale situazione è delle Comunità spirituali in generale, e, in modo particolare della «Comunità Solare», come lʼaveva battezzata Massimo Scaligero. Si deve avere il coraggio di non voler mentire a se stessi, e di voler vedere che, in luogo della necessaria – assolutamente necessaria – consacrazione, vi è stata superficialità, irresponsabile faciloneria, mancanza di serietà, fiacchezza nellʼimpegno interiore, spensierata incoscienza, intellettualismo narcisistico, tiepido sentimentalismo, banalizzazione di temi sacri, mondanità, vanità, viltà, ricerca della comodità interiore, opportunismo e, in non pochi casi, latitanza, diserzione, tradimento.

Ci si può chiedere – ci si deve chiedere – come e perché sia stato possibile giungere ad un cotal disastro, come e perché si sia potuto disgregare – in una sorta di Caporetto spirituale – il ʽfronte della fermezz, proprio mentre quella che il Buddha Shakyamuni chiamava lʼ«Armata della Morte» dilaga apparentemente senza freni, e con accelerato furore si lancia a perseguire sempre nuove, ulteriori e più distruttive mete, tendenti ad un definitivo scivolamento, in ogni campo, nel baratro del subumano. Si tenta addirittura di imporre, spacciandola per ʽscienzaʼ, quella pandemonìa sotto forma tecnologica, che chiamano ʽtransumanesimoʼ. A questo proposito, gioverebbe che i seguaci della Scienza dello Spirito, della ʽVia Solareʼ, ben meditassero quanto scrisse Rudolf Steiner, oramai ai suoi ultimi giorni terreni, in Massime Antroposofiche. La via conoscitiva dell’Antroposofia. il Mistero di Michele, trad. di Lina Schwarz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, ove, alle pp. 222-225, troviamo quello che fu forse il suo ultimo scritto verrà pubblicato, infatti, il 12 aprile 1925, tredici giorni dopo la sua dipartita – dal titolo Dalla natura alla subnatura. Proprio nelle ultime tre Massime, nelle quali vengon qui messe in rilievo alcune parole, Rudolf Steiner descrive in maniera sintetica, ma anche estremamente chiara ed incisiva, la situazione pericolosa dell’uomo, e il còmpito al quale l’uomo è chiamato per superare tale pericolo:

«183 Nell’epoca delle scienze che si inizia alla metà del secolo diciannovesimo, l’attività culturale scivola a poco a poco non soltanto nei dominii più bassi della natura, ma sotto la natura. La tecnica diventa subnatura.

  1. Ciò richiede che l’uomo trovi, sperimentandola, una conoscenza dello spirito per cui si innalzi di altrettanto nella natura superiore, di quanto affonda sotto la natura con l’attività tecnica subnaturale. Così si crea nell’interiorità la forza per non affondare.

  1. Una concezione naturale anteriore conteneva ancora in lo spirito col quale è collegata l’orgine dell’evoluzione umana; a poco a poco questo spirito è scomparso dalla concezione naturale, e vi si è infiltrato quello puramente arimanico, riversandosi da nella civiltà tecnica».

Nella precedente p. 224, Rudolf Steiner spiega più diffusamente la situazione di estremo pericolo nel quale si trova lʼessere umano, ossia il fatto che «lʼesperimento ʽuomoʼ, che doveva portare ad esistenza Autocoscienza, Libertà e Amore, possa fallire». Con parole che non lasciano spazio alcuno a dubbi circa il còmpito che viene posto allʼuomo, così egli si esprime:

«Egli deve trovare la energia, la forza conoscitiva interiore, per non essere sopraffatto da Arimane nella civiltà tecnica. La subnatura deve venir capita come tale. Potrà venir capita solo se lʼuomo, nella conoscenza spirituale, salirà alla natura superiore extraterrena per lo meno altrettanto, quanto con la tecnica è disceso nella subnatura. La nostra epoca abbisogna di una conoscenza che vada al di sopra della natura, perché interiormente deve venire a capo di un contenuto di vita, pericoloso nella sua azione, che si è sommerso al di sotto della natura. Beninteso, questo non vuol dire che si debba ritornare a stati di civiltà precedenti, ma che lʼuomo trovi la via per mettere le nuove condizioni della civiltà in un giusto rapporto con se stesso e col cosmo.

Oggi, soltanto una piccola minoranza sente i gravi còmpiti spirituali che ne risultano per lʼuomo. Lʼelettricità, che dopo la sua scoperta è stata esaltata come lʼanima della esistenza naturale, deve essere riconosciuta nella sua forza che sta nel condurre dalla natura alla subnatura. E lʼuomo non vi deve scivolare assieme!».

Eppure, Massimo Scaligero, proprio nello stesso libro nel quale aveva posto come Appendice ammonitrice, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, ossia ne La Tradizione Solare, pone come motto le parole, troppo facilmente dimenticate:

«Al rito del Sacro Amore, alla fedeltà degli Eroi solari.

Quale che sia il numero degli Eroi adunati nel Valhalla, non saranno mai troppi il giorno in cui la Belva irromperà”. Edda».

Il che significa che, sicuramente, sarà una dura lotta, e non una piacevole passeggiata, che sarà un aspro cimento e non un mero, scialbo, ʽevento culturaleʼ. Sarà una estrema lotta per la vita o per la morte dell’uomo, il quale deve combattere, risolutamente, disperatamente, con tutte le sue forze, per non perdere la propria umanità, ossia se non vuole scivolare nel subumano, precipitare, sfracellandosi, nel demoniaco.

Ora, tralasciando gli avversari della Scienza dello Spirito guenoniani, evoliani, ecceteriani – di cui sopra, ci si può chiedere come e perché proprio nella Comunità spirituale vi sia stato un così drammatico e tragico tralignare, un così scandaloso cedere quelle posizioni che invece avrebbero dovuto esser tenute – a qualsiasi costo – ben salde, si sia verificato un sì colpevole sfaldamento, che ha dato luogo a latitanze, a diserzioni, a veri e propri tradimenti. Questo è accaduto già nel secolo scorso, non solo in àmbito antroposofico, sia prima che dopo la morte di Rudolf Steiner, ma anche allʼinterno di quella «Comunità Solare», alla quale Massimo Scaligero specialmente dopo la dipartita di Giovanni Colazza aveva consacrato, sacrificalmente, tutto: annientando persino ogni più legittima esigenza personale, tutte le sue forze, e la sua salute stessa. Ma non si può dire che un tale sacrificio estremo sia stato da molti – dai più – compreso e apprezzato.

Ci si dovrebbe chiedere, con senso di responsabilità, come e perché sia potuto accadere – e non sarebbe mai dovuto accadere che quello che il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner, aveva portato in dono al mondo, la ʽSapienza Celesteʼ, l’Anthroposophia dal Cielo e dai Numi ʽgratia gratis dataʼ venisse alterata, banalizzata, intellettualizzata, deformata, sfigurata, depotenziata, svuotata, ridotta – per usare lʼespressione di Spinoza – a ʽsuperstizioneʼ. Ci si dovrebbe chiedere come e perché sia stato possibile che coloro che dal Cielo e dai Numi avevano ricevuto – ancora una volta ʽgratia gratis dataʼ – non solo la possibilità di incontrare la Scienza dello Spirito, la Via Solare, ma altresì, almeno per taluni di loro, di ricevere il dono aristocratico e il privilegio raro – è giusto, ancora una volta, chiamarlo così di incontrare e conoscere un autentico Istruttore spirituale, un Maestro, un Iniziato, come Massimo Scaligero, o, comunque, in ogni caso il suo aureo insegnamento, abbiano poi potuto lo stesso tralignare, deviare, disertare e tradire.

La mia cara amica Fang-pai – sapiente Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma – con la compassionevole delicatezza che la contraddistingue, direbbe che tutti costoro hanno «smarrito e dimenticato lʼintenzione originaria», che hanno «voltato le spalle alla mèta», hanno «rinunciato all’impresa eroica», il che è sicuramente la più grande sciagura che possa capitare ad un discepolo del Sentiero della Conoscenza, ad un ricercatore dellʼIniziazione ad una più alta, autentica, vita spirituale. Il come, e il perché, di ciò ha a che fare col mistero della libertà umana, la quale non è, e non può essere una ʽrealizzazione fataleʼ, attuantesi in una forma in certo qual modo ʽmeccanicaʼ, ché in tal caso essa sarebbe non solo una miserabile illusione, ma addirittura perlomeno dal mio punto di vista nel considerar le umane cose – una ingiustificata, tragica, criminale, beffa nei confronti di quellʼincommensurabile oceano di dolore, di quella oscura e straziante vicenda che gli umani, e tutti gli esseri senzienti, patiscono su una Terra, che il mio amato Dante, nella Comoedia, Paradiso, XXII, 151, chiama «L’aiuola che ci fa tanto feroci».

Abbiamo avuto modo più volte di vedere – sulla base di inequivocabili comunicazioni di Rudolf Steiner – come la ragion dʼessere della creazione dellʼuomo da parte degli Dèi, delle angeliche Gerarchie Celesti, sia il portare ad esistenza nellʼuniverso Autocoscienza, Libertà e Amore. Per cui – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche è lʼUomo la mèta delle Gerarchie, e non viceversa. Ora, la ʽferociaʼ cui allude Dante è, ovviamente, il contrario dellʼAmore, e, come tale, è frutto di coercizione interiore, non certo di libertà. Questa ʽferociaʼ è un ʽfattoʼ che lʼessere umano, dominato da avverse potenze antispirituali, passivamente subisce, non un ʽattoʼ, chʼegli attivamente e liberamente agisce. Lʼascetico e stoico pensatore olandese, Spinoza, nella sua Ethica, chiarisce come nella passione e nellʼistinto lʼessere umano passivamente patisce e non agisce: egli, in uno stato di diminuita coscienza, viene ʽmossoʼ e ʽagitoʼ da cause che trascendono la sua scarsa o nulla consapevolezza, eppure illudendosi follemente crede di liberamente muoversi ed agire.

È evidente che nella passione e nellʼistinto – per esempio, nel caso dantesco sopra considerato, la ʽferociaʼ dettata da ʽavversioneʼ, le quali sono entrambi il contrario dellʼAmore, ma il discorso non cambia nei confronti di qualsivoglia altro istinto o passione – lʼessere umano, trovandosi in uno stato interiore di incoscienza – di ʽignoranz, di ʽavidyâʼ, ossia di ʽnon visioneʼ, di ʽcecitàʼ, direbbe il Buddha Shakyamuni rispetto alle cause che lo ʽmuovonoʼ e lo ʽagisconoʼ, non è libero a causa un impercepito interiore limite conoscitivo: egli manca di quella Autocoscienza, che sola è fondamento a Libertà e ad Amore.

Massimo Scaligero affermava e lo abbiamo rilevato più volte che «si ama perché si vuole amare, e non perché obbligati ad amare, o perché non se ne può fare a meno», ovvero si può amare veramente solo liberamente volendo, e non per una forzatura esteriore della propria volontà o per una costrizione interiore della stessa. Ma si può liberamente volere ed agire, solo se si è coscienti del proprio agire e dei motivi, compenetrati idealmente, che ci spingono allʼagire. «Age quod agis», «agisci, facendo con totale presente coscienza, quel che operando fai!», dicevano stoicamente i sapienti Latini. E il più alto grado di libertà si invera quando siamo noi stessi liberi da qualsiasi costrizione esteriore o interiore – i coscienti creatori dei motivi ideali, della forma e del contenuto del nostro stesso agire. Il che presuppone il divenir coscienti del momento genetico del pensare, lʼaprirsi coraggiosamente all’incandescente travolgenza del pensiero-folgore, alla potenza trasmutatrice del Pensiero Vivente. E questa è, davvero, una esperienza ascetica tanto «eccellente» quanto «rara»: una esperienza che va al di persino di tutto quanto può aver intuito e sperimentato lo stesso Spinoza, che va al di di tutto quanto possa aver intuito, e mai veramente osato sperimentare, dal Settecento all’Ottocento l’idealismo europeo – a parte la solitaria ed incompresa luce di Novalis e del suo idealismo magico in tutte le sue forme.

Lʼesperienza della travolgenza del pensiero-folgore, esperienza dissolvitrice dei limiti umani, è il ʽcuoreʼ, la ragion dʼessere della Scienza dello Spirito, lʼessenza stessa della ʽVia Solareʼ, della ʽVia del Pensieroʼ, che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno instancabilmente indicato. Il venir meno della volontà di consacrarsi alla realizzazione di una «eccellente» e «rara» esperienza, il giungere a temerla, a non potere più neppure concepirla, intuirla, e intenderla, fa che gli individui, che alla realizzazione di essa dovrebbero consacrarsi, come direbbe, e dice, la cara e sagace Fang-pai, «smarriscano, e persino dimentichino lʼintenzione originaria», che «non possano più concepirla né intuirla», e ciò, per mancanza di vera autocoscienza, apre la strada a ʽidee inadeguateʼ, a fantasie, a fisime soggettive, a pericolose illusioni, a patologici visionarismi medianici, scambiati per ʽveggenza spiritualeʼ, a intolleranti fanatismi, che facilmente possono far degenerare la vita della Comunità spirituale in «superstizione».

Certo, percorrere la ʽVia Solareʼ, indicata da Massimo Scaligero, è una difficile, faticosa, aspra impresa. Ma anche la vita di miliardi di esseri umani è un cammino faticoso, difficile, e per moltissimi, per troppi, insopportabilmente doloroso. La ʽVia Solareʼ pone un limite al dolore, talvolta lo attenua grandemente, o addirittura lo rende non necessario. E il percorrere il difficile, lʼaspro, e per questo ʽeroicoʼ, Sentiero dellʼIniziazione ha una azione trasmutatrice non solo sul discepolo spirituale, ma anche – sicuramente – sul mondo.

Questo una responsabilità illimitata ha sia chi abbia ricevuto inestimabile dono di incontrare la Scienza dello Spirito, sia alla ʽComunità Solareʼ, che questa Sapienza Celeste deve tràdere e non tradire, ossia la deve trasmettere al ricercatore spirituale, allʼasceta praticante nella sua inalterata integralità, nella sua immacolata purezza.

Per non tralignare, per non tradire, lʼasceta deve instancabilmente superare limiti – e sempre di nuovo, ogni volta, deve superarli – che sono i limiti del meramente umano, dell’umano-troppo umano, in definitiva dell’umano-animale, dominato da avverse potenze antispirituali, che non è e non può essere il vero autentico ʽumanoʼ, perché come scrive Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, p. 94:

«Lʼuomo che tenda alla reintegrazione non può non incontrare gli ostacoli che riguardano la normale condizione umana: lungo il sentiero, non può non trovarsi dinanzi quelle barriere che arrestano la vocazione dellʼuomo comune e lo costringono a rimanere ciò che è. A un dato momento queste barriere mostrano il loro potere di dominare ferreamente ciò che è possibile allʼuomo in quanto semplicemente tale. Lʼarte è allora vedere sino a che punto giunga questo potere: allato allo sperimentare umano, il pensiero libero dai sensi può dare simile conoscenza. Dʼonde la possibilità del libero imaginare, cioè del superamento del limite umano.

Non vʼè legame di cui non possa essere imaginato lo svincolamento, non vʼè strettoia di cui non possa essere imaginata lʼuscita, non v’è male di cui non possa essere imaginata la guarigione: il principio di realtà che è ora nellʼimaginare, apre il varco allʼazione dell’Io uno con lʼIo cosmico. Questo libero imaginare, che nasce dal suo essersi sussunto nell’ambito del suo negarsi in oggettività e in necessità, può compiere per lʼIo il miracolo del trascendimento del limite che la natura ora oppone con la forza di una determinatezza decisa, definitiva, motivo della disperazione e dell’abbandono della lotta. Qui il libero imaginare trova comunque il punto del trascendimento che, indicando che cosa va superato, è misura del passaggio dalla Terra al Cielo, dalla natura alla sopra-natura: così come un valico che si conosce, perché almeno una volta si è passati per esso. E ogni volta la vetta conquistata è perduta, perché nello Spirito non si sta, nello Spirito si è, e, per esserci, sempre occorre di nuovo imaginare il punto in cui è superabile lo stato di fatto, lʼostacolo, lʼerrore, lʼillusione».

Ed oltre, a p. 142, nel VII capitolo, Il cibo di resurrezione, Massimo Scaligero mostra quale debba essere il clima interiore che il discepolo dellʼIniziazione deve respirare come unʼaria spirituale – per mantener dèsta in sé la necessaria tensione della volontà, lo slancio interiore, il trasmutante ardore spirituale per compiere lʼOpera, per realizzare il Graal.

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere lʼispirazione di fondo, lʼabitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, lʼostacolo. Non vʼè ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nellʼunica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino allʼestrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto lʼeffimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Queste sono le parole di verità che, come un urgente farmaco risanatore, Massimo Scaligero porge al libero ricercatore, per indicare la autentica ʽViaʼ di realizzazione spirituale, affinché egli non si smarrisca nelle fallaci ʽvieʼ della sentimentalità, del misticismo, del visionarismo medianico, scambiato per ʽveggenza spiritualeʼ, oltre che nelle altrettanto medianiche e pericolose ʽvieʼ della magia cerimoniale, del sedicente tantrico ʽYoga della Potenzaʼ, come della sedicente alchemica ʽMagia trasmutatoriaʼ, ambedue operanti attraverso una distruttiva trasgressione sessuale.

Ma lʼessere umano – anche lo spiritualista che abbia scelto una qualsivoglia ʽViaʼ ooculta – teme essere lʼIo, che pur astrattamente sa e dice di essere. Massimo Scaligero innumerevoli volte ammonì che: «Non basta che l’Io sia, bisogna essere l’Io». Ovvero, non è sufficiente che l’Io esista: occorre compiere l’atto attivo di esserlo questo Io. E l’essere umano teme, soprattutto, essere un Io libero, l’autore responsabile e attuatore del proprio destino. Egli vorrebbe rimettersi passivamente ad un potere a lui trascendente, che fatalmente, senza sua attiva iniziativa, operando in lui, per lui, e in vece di lui, lo assolvesse dalla scomoda responsabilità di essere libero autore del proprio agire, e a tal fine egli va cercando un comodo ʽsurrogatoʼ alla eroica ʽVia dellʼIoʼ: oppone una più facile, consolante, comoda, passiva, e fatalmente illusoria, ʽvia dellʼanimaʼ alla dura, difficile, esigente, apparentemente – ma solo apparentemente tale – arida, eroica, ma faticosa e scomoda, ʽVia dello Spirito oltre lʼanimaʼ. Come della ʽViaʼ del Buddha Shakyamuni fu detto che «Buddhism has no milk for babies», ossia che la ʽViaʼ indicata dallʼIlluminato non ha illudenti consolazioni, ʽlatte per bambiniʼ, così anche la Scienza dello Spirito, la ʽVia del Pensieroʼ, non ha facili, comodi, consolanti, rassicuranti, ʽsurrogatiʼ per anime pigre, irresolute, pavide e immature.

Massimo Scaligero dissolve con parole chiarissime, nel capitolo IX, Lʼalbero di vita e la luce del Graal, de LʼUomo Interiore, pp. 174-175, questa infingarda, vile, aspirazione da parte dellʼuomo ad una fatale, irresponsabimente gratuita, salvazione compiuta dal Divino. Infatti possiamo leggere:

«Se la liberazione e la resurrezione fossero qualcosa di previsto, di fatale, esterno alla sua decisione, la libertà non avrebbe senso. Ma gli uomini, oggi, presi da una visione meccanica dellʼUniverso, la traspongono anche al piano metafisico e inconsciamente sognano una salvazione che comunque, da qualche direzione, per una sorta di automatismo trascendentale, dovrebbe venire: anche i più provveduti attendono una soluzione che venga da fuori. Se così fosse, la liberazione non avrebbe valore, che, nascendo da una gratuita provvidenza, non avrebbe relazione con lo Spirito. Non vʼè, infatti, salvazione o reintegrazione che non debba iniziarsi con la decisione dellʼuomo, perché solo a tale decisione può rispondere la Grazia. Occorre allʼattuale situazione del mondo lʼintervento di esseri liberi, che, conoscendo il valore della sfera sensibile, sappiano suscitare in una volontà capace di giungere ai confini di tale sfera: dʼonde unicamente può giungere la forza rettificatrice. A ciò la tecnica del «pensiero libero dai sensi» è la via».

Ancora una volta, avendo abusato più del solito della benevola pazienza del volenteroso lettore, mi fermo qui, rimandando alla terza parte di questo studio le ulteriori considerazioni. Sed omnia vincit Veritas!

SCIENZA DELLO SPIRITO

AMOR VERITATIS. PARTE PRIMA.

Un poʼ rapsodicamente, mi riallaccio a quanto da me scritto nel precedente studio, circa il modo a dir poco imprevedibile e stravagante, del quale si servirono il Cielo e i Numi per condurre chi qui scrive, e che allora ancor viveva nella sua totale adolescenziale gioiosa spensieratezza, là dove lo volevano condurre. Ve lo volevano condurre, ovviamente, perché era assolutamente necessario condurvelo. E ciò – come accennato nel precedente studio – senza minimamente richiedergli, per quel chʼio ricordi almeno, nessun preventivo ʽconsenso informatoʼ. Ducunt fata volentem, nolentem trahunt, come affermava venti secoli fa lo stoico romano Seneca nella sue Epistulae morales ad Lucilium, 107, 11, 5, il quale in latino traduceva quanto aveva scritto secoli prima lo stoico greco Cleante, Stoicorum Vetera Fragmenta, ed. von Armin, I, 527, con ciò volendo significare che il destino e i fati con mano dolce conducono chi volontariamente con essi collabora, ma costringono, anche rudemente, chi stoltamente cerchi di contrastarli. E, nel mio caso, che non ero né volente né nolente, bensì beatamente incosciente, fu cosa buona, anzi ottima, che il tutto si fosse svolto così, perché se la faccenda fosse dipesa dagli ardenti slanci e dalla poca o punta saggezza del sottoscritto, sicuramente ne sarebbe scaturita solo una grande confusione, accompagnata da non pochi terrificanti guai, dei quali ero allora tanto abilissimo quanto insano e improvvido facitor.

Sicuramente il Cielo e i Numi, di certo alquanto più saggi di quel giovin adolescente entusiasta ch’io ero, avevano le idee ben chiare circa la mèta da farmi, volente o nolente, raggiungere, ed eziandio quale fosse il sentiero necessario per raggiungerla. Per cui i miei passi vennero condotti su sentieri che, nella mia spensierata inscienza, neppure mi sarei mai immaginato di dover percorrere. Mi ritrovai così a qualche decina di chilometri dalla mia città natale, in una tranquillotta borgata della campagna toscana, che allora contava sì e no (secondo me, più no che sì) mille anime. Occasione ne era stata il fatto che allʼIstituto Nazionale di Ottica sulla collina di Arcetri non avevano più aule sufficienti per la formazione degli allievi, il cui numero non faceva che crescere, e venne di conseguenza deciso di formare una sorta ʽdependenceʼ nella suddetta amena e pacifica borgata del contado toscano. Ivi, vi fu inviato, tra gli altri, anche mio fratello, a quel tempo ricercatore ad Arcetri in forza della mitica “Fondazione Ignazio Porro”, per impegnarsi a fondo nel campo della docenza.

Mio fratello ben conosceva la svolta che vi era stata nella mia vita, e la scelta di un nuovo sentiero spirituale nel quale, abbandonando le Vie dʼOriente da ambedue precedentemente seguite, intendevo asceticamente impegnarmi a fondo. Anzi, poiché lui stesso si era accostato alla Scienza dello Spirito, mi fece una proposta, che davvero ʽnon potevo rifiutareʼ: mi chiese di metter fine al mio spensierato girovagare, e di trasferirmi ad abitar secolui in quellʼamena borgata campagnola, dove avrei avuto tutto lʼagio e la calma necessaria per dedicarmi agli esercizi della Via, nonché allo ʽstudioʼ, ossia, more rosicruciano – alla elaborazione meditativa dei testi sacri della Scienza dello Spirito. Io, tutto contento di una cotale logistica soluzione, mi trasferii armi e bagagli a casa di mio fratello nella suddetta amena borgata del contado toscano.

Quello fu uno dei periodi più felici della mia vita. Avevo moltissimo tempo a disposizione, e me lo potevo gestire come meglio credevo. Dopo qualche mese, mio fratello mi fece una seconda proposta, la quale nel tempo si rivelò – essa pure – feconda di notevoli sviluppi di destino: visto che avevo molto tempo libero, mi chiese di iscrivermi ai corsi che si svolgevano nella scuola che allora si trovava ancora sotto lʼegida dellʼIstituto Nazionale di Ottica di Arcetri, fondato e diretto dal Prof. Vasco Ronchi, personalità scientifica di eccezione. Giacché mi avanzava abbastanza tempo, decisi di dedicarmi anche allo studio dellʼOttica, cosa che feci con molta passione. Soprattutto affrontai lo studio analitico e dettagliato di alcune opere del Prof. Vasco Ronchi, che riguardavano lʼOttica, intesa come Scienza della Visione, e non come un particolare ramo della fisica: concezione ch’io trovavo estremamente interessante. Il Prof. Ronchi aveva una vasta cultura umanistica, conosceva lingue antiche e moderne, conosceva bene la storia della scienza, ed aveva una preparazione filosofica di primʼordine. Era stato proposto ben sei volte come premio Nobel per la fisica.

Lʼandare in profondità nello studio dellʼopera di Ronchi mi tornò molto utile, proprio perché egli rappresentava, a livello scientifico, la posizione più avanzata e logicamente più rigorosa e consequenziale della ricerca sulla natura della percezione. Nei quattro anni nei quali rimasi prima come studente e poi come collaboratore nella ricerca e nella docenza in quella pacifica e sonnolenta borgata campagnola (ma molto anche negli anni successivi), mi dedicai con lena alla lettura intensiva del testo fondamentale del Prof. Vasco Ronchi, Sui fondamenti dellʼAcustica e dellʼOttica, edito allʼinterno della collana Pubblicazioni della Fondazione «Giorgio Ronchi», vol. 9, 1967, cm 17 x 24, 304 pp. con figure n.t., pubblicato a cura della prestigiosa casa fiorentina Leo Olschki, confrontandolo con le opere ʽfilosoficheʼ – o, per meglio dire, ʽfilosofaliʼ – di Rudolf Steiner, ossia La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e scienza, e la Filosofia della libertà

Tra i docenti con i quali ebbi a che fare, dai quali tutti ricevetti moltissimo per la mia formazione scientifica, voglio ricordare con particolare gratitudine lʼIng. Eddo Mario Bartoli, che mi fu ʽmaestroʼ in varie materie, soprattutto per la Matematica, con lezioni indimenticabili sullʼessenza del calcolo integro-differenziale, e per la Geometria della Radiazione Ottica, una delle materie che poi avrei insegnato per decenni. LʼIng. Bartoli, persona amabilissima del quale sia mio fratello che io divenimmo amicissimi sino a star sovente insieme, in maniera conviviale, come allegri commensali, aderiva convintamente alle teorie ronchiane sulla percezione, e nellʼinsegnamento univa un estremo rigore concettuale ad una capacità di semplificazione – e di esemplificazione – di materie scientifiche per molti di ardua comprensione e assimilazione. Il Prof. Ronchi e lʼIng. Bartoli mi fecero amare un mondo di pensieri di estremo rigore: un mondo di pensieri di una rara bellezza e di un nitore stellare.

Fu importante per me educarmi ad un cotale rigore di pensieri, che nulla avevano di collusione con quelle guaste sfere psichiche emotive e istintive, che che di solito ammalano la vita animica della maggior parte degli esseri umani. Molti umani sentirebbero addirittura di ʽnon vivereʼ se venissero separati da una tale avvilente dipendenza, da una simile abietta sudditanza rispetto a quella torbida e deforme ʽnatura inferioreʼ, alla quale essi sono talmente in maniera coatta identificati, da scambiare per propria ʽlibera spontaneitàʼ, quel che da quella infida ʽnaturaʼ viene loro coercitivamente imposto.

Quel che nella mia adolescenza mi aveva fatto innamorare – perdutissimamente innamorare, lo confesso – dellʼinsegnamento del Buddha Shakyamuni, per me eredità di antiche vite, era proprio la sua oggettiva, affatto apsichica, non emotiva, analisi della condizione umana, che al suo risvegliato ed equanime sguardo appariva essere una condizione di ʽebrezzaʼ, di vera e propria ʽubriacaturaʼ, di ʽstordimentoʼ, di ʽoblioʼ, di autentica ʽalienazioneʼ, di ʽagitazioneʼ, di ʽdis-trazioneʼ dalla essenziale natura dell’essere umano. Per il Buddha Shakyamuni una tale condizione umana è patologica, ed egli – seguendo la prassi della savia antica medicina indiana – di una sì esiziale malattia dà una severa e oggettiva diagnosi, ne individua le cause descrivendone con limpida chiarezza lʼetiologia, formula la prognosi della possibile guarigione nel caso che il paziente voglia seguire convintamente le indicazioni del terapeuta, e prescrive nel Nobile Ottuplice Sentiero la terapia che porterà, se fedelmente attuata, alla completa guarigione del malato.

Naturalmente, lʼessere umano dellʼantica civiltà indiana soffriva di un male meno esiziale, meno radicale, molto meno pericoloso, di quello che oggi soffre lʼuomo della presente, sempre più disumanizzante, moderna civiltà tecnologica. Lʼuomo attuale – data lʼestrema gravità del suo male, per di più da questi, nella maggior parte dei casi, neppure minimamente intuito – necessita di una terapia abupta, di una massiccia terapia dʼurto che affronti, senza concessioni o compromissioni ʽpietoseʼ, la condizione di un essere umano che, rispetto ad un uomo antico, orientale od occidentale, è sprofondato molto di più nellʼabisso antispirituale: abisso nel quale egli rischia di perdere senza ritorno la propria umanità. La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e la Via del Pensiero che, come filone aureo, ne scaturisce ad opera di Massimo Scaligero sono nel mondo attuale la necessaria terapia abrupta, la Via diretta allo Spirituale, e al contempo, appunto, il farmaco urgente per lʼuomo di questo tempo – per ogni uomo – per la guarigione dal male che lo affligge e che rischia di distruggerlo. Da questo punto di vista, non posso che rimandare a quanto scrisse con parole limpidissime, che non possono lasciare in proposito a nessuno dubbio veruno, Massimo Scaligero in Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 51: 

«Il pensiero diviene movimento puro dellʼIo, ove attui il proprio essere indipendente dai veicoli mediante cui si manifesta. Il fatto che il pensiero rimanga inconsciamente legato a tali veicoli – lʼorgano cerebrale e lʼoggetto pensato – spiega la sua difficoltà a intendere come in nessuna direzione debba cercare la l i b e r t à se non nel proprio puro movimento, e spiega di conseguenza le attuali retoriche della libertà. Lʼuso egoico della libertà, presumente il passaggio da una determinazione astratta alla sua realizzazione pratica, è sostanzialmente in funzione degli istinti, in quanto contrasta il rapporto della coscienza con le proprie forze di profondità. Il potere si manifesta con contenuto diverso, a seconda che risponda ad un controllo assunto oppure smarrito dallʼIo: dalla propria sfera esse operano positivamente per la coscienza, nella misura in cui questa realizzi la funzione dellʼIo, che le è propria, e non cerchi altrove ciò che, sul proprio piano, soltanto essa può attuare: lʼautonomia dal sistema nervoso, la reale libertà».

Queste parole dovrebbero essere ampiamente sufficienti per chi – come direbbe il Buddha Shakyamuni – abbia «poca polvere sugli occhi», ossia per chi veramente possa e voglia capire, ma la natura umana è oltremodo infingarda e possiede lʼastuzia dei millenni durante i quali essa è stata dominatrice incontrastata del poco consapevole essere umano. Poco consapevole perché lʼAutocoscienza, la reale autonomia della individuale coscienza umana, è il risultato finale di un lungo, tortuoso e sofferto processo: non è affatto qualcosa da cui, nella sua millenaria storia, lʼuomo sia potuto partire. Ma un tale uomo, non ancora realmente e pienamente autocosciente, viene portato con facilità ad eludere lo sforzo per un autentico risveglio spirituale attraverso una energica Ascesi del pensiero, e a cercare, invece, nel ʽsentireʼ un surrogato meno impegnativo, e più consolante, del faticoso sforzo dellʼimpegno che una volitiva Ascesi del Pensiero, senza fare sconti, imperiosamente esige. Si evita così di compiere lo sforzo di sollevarsi dal livello passivo dellʼanima a quello energicamente attivo dello Spirito. Su questo ʽsentireʼ, che viene sovente proposto – e in taluni casi persino apertamente contrapposto – come strumento di una sedicente ʽvia dellʼanimaʼ che dovrebbe sostituire lʼautentica ʽVia dello Spiritoʼ, molti si fanno alquante pericolose illusioni. Per questo motivo, voglio riportare quel che scrive, sempre nel citato Guarire con il pensiero, alle pp. 54-55, Massimo Scaligero come ʽterapiaʼ urgente per lʼessere umano che voglia guarire dal suo male radicale:

«La guarigione passa attraverso lo svincolamento del ritmo del sentire dal sistema nervoso: per solito ciò si verifica inconsciamente mediante processi di dolore, morale o fisico. In effetto, una coscienza indipendente dal sistema nervoso dovrebbe accogliere il sentimento, o lʼimpulso: allora sarebbe presente, in sostanza, il soggetto conoscitore: quello che normalmente manca, in quanto il contenuto senziente giunge ad esso, avendolo già coinvolto. Lʼuomo è quasi sempre il soggetto preso dal sentimento o dallʼimpulso, piuttosto che il soggetto sperimentatore e conoscitore.

Entrando nella rete nervosa, il contenuto reale del sentire viene alterato: nella psiche e nel corpo domina di esso la sensazione lesiva del piacere o del dolore: cioè la forma gradevole o sgradevole della reazione senziente, connessa alla «rappresentazione» del contenuto. Mediante un simile «rappresentare», contessuto come immediato con la sensazione fisica, lʼelemento soggettivo si estrinseca in piacere o dolore, riguardo a un contenuto interiore in realtà non conosciuto. Di esso infatti il soggetto ha solo la sua reazione secondo quel rappresentare: che, come si è osservato, è il segno del vincolo immediato della coscienza al sensibile: la brama. In effetto, il pensiero riflesso, condizionato dalla cerebralità, e la brama, si corrispondono mutuamente».

Oltre che rivolgersi al ʽsentire misticoʼ, per lʼuomo attuale che cerchi di evitare il sollevarsi dalla passività sognante dellʼanima allʼesperienza cosciente dello Spirito, la tentazione è quella di tentare le vie di un equivoco ʽmagismo della volontàʼ, attraverso le esperienze medianiche della magia cerimoniale, spacciata per Teurgia, o Magia Divina, o di una inevitabilmente sfaldata, ancor peggio che medianica, magia sessuale, spacciata questa, in maniera menzognera, per ʽTantrismoʼ, o addirittura per ʽAlchìmiaʼ. Un lucido pensare scientifico, nella sua oggettiva impersonalità, ha sicuramente un livello di coscienza ben superiore sia al ʽsentire misticoʼ, che ad un tale sfaldato ʽmagismo della volontàʼ i quali, inevitabilmente, oggi, non si sottraggono ad una torbida collusione con le zone torpidamente sognanti e dormienti dellʼanima. Non è alimentando o galvanizzando queste semicoscienti o totalmente incoscienti sfere di quest’ultima, che ci si sottrae ai limiti cogenti dellʼanima, che poi sono i limiti dellʼumana animalità bramosa. E questo lo affermò spesso, e apertis verbis, in scritti e conferenze, lo stesso Rudolf Steiner. Come dice Hegel, riportato da Rudolf Steiner nel primo capitolo della sua Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 21: «Il pensare fa sì che lʼanima, di cui anche lʼanimale è dotato, divenga spirito».

Devo ringraziare davvero gli anni passati a studiare lʼOttica come Scienza della Visione, così come essa veniva esposta dal Prof. Vasco Ronchi, sia per lʼaddestramento ad un pensare scientifico rigoroso che potei esigere da me, sia perché potei, attraverso un tale addestramento, compiere una sorta di distacco da una antica ʽanima asiaticaʼ, che mi era connaturata. Mi resi presto conto che, per esempio, le ʽformeʼ, di per sé mirabili, attraverso le quali nellʼantica India, lo Spirito si era espresso nei Veda, nelle Upanishad, così come nelle varie manifestazioni che nel corso di molti secoli il Buddhismo aveva assunto, quello Spirito oramai non lo incarnavano più, e all’uomo moderno, oggi, in quella forma, esse non possono donare più nulla. Mi resi conto che la vertiginosa esperienza dellʼAtman, o del Purusha, ossia dellʼIo Superiore, del quale parlano appunto le Upanishad, dovevano essere cercate e conquistate non più, come in antico, in una oramai impossibile trascendenza evadente lʼumano, bensì in una audace immanenza mai prima sperimentata dagli antichi asceti, e che la stessa corrente cosmica del Buddhanon le sue pur affascinanti, ma ormai esaurite, forme esteriori – oggi è congiunta con la coraggiosa esperienza, rigorosamente individuale, dellʼelemento sovraindividuale del Logos nel pensare, che si sperimenti indipendente da ogni mediazione. Sempre Massimo Scaligero, in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, nel primo capitolo, intitolato La Via Adamantina dʼOccidente, a p. 17, così scrive:

«Il sistema orientale che massimamente sembra sviluppare i temi di un magismo erotico, rispondente allʼesigenza del tipo umano attuale, in effetto manca dellʼelemento radicale imprescindibile alla situazione dellʼuomo caduto: il moto del freddo pensiero astratto che, scaturito come pensiero scientifico, cela in sé il potere di una dimensione trascendente, riconoscibile nel suo carattere di impersonalismo puro. Tale valore metafisico, presente nellʼesperienza scientifica occidentale, sfugge tuttavia allo scienziato come al filosofo. Nellʼaridità dellʼagnostico pensiero matematico, in effetto brilla una fredda luce, segno inavvertito di una invisibile luce di vita, più prossima alle nitide linee della geometria e della logica formale, che non alle tensioni della psiche yoghica o mistica. Tale pensiero, recato a coscienza e afferrato nella sua incorporeità, si rivela scaturente da una corrente di vita, la cui dynamis è appunto ciò che lo yoga tantrico chiama kundalini». 

Il Prof. Vasco Ronchi – che Massimo Scaligero conosceva bene, e che in un colloquio mi definì un «uomo coraggioso» – aveva una profonda onestà intellettuale, che lo portava a trarre le conclusioni più rigorose dalle esperienze scientifiche: sia da quelle sue proprie che da quelle altrui. Non sempre negli autori che coltivano discipline scientifiche, ho riscontrato altrettanto rigore e altrettanta onestà. Ciò portò il Ronchi a dover affrontare per decenni tutta una serie di polemiche per smascherare sia vari errori scientifici in buona fede, nati da una certa trascuratezza e faciloneria di metodo, sia, in altri casi, vere e proprie menzogne, provenienti nella fattispecie da forme di «ideologia», esposte con elaborata dialettica e spacciate mentitamente per «scienza». Lʼaver difeso coraggiosamente, a viso aperto, la verità scientifica contro le facilonerie dei pressappochisti e contro le menzogne ideologiche di una falsa scienza, è ciò che gli impedì di ricevere il premio Nobel per la fisica, malgrado che ad esso egli venisse candidato per ben sei volte. Nei suoi scritti, egli individuava con precisione chirurgica quelle che nelle pubblicazioni di vari autori egli chiamava «ipotesi clandestine», ossia non dichiarate premesse che di scientifico non avevano nulla, e che anzi riflettevano mere opinioni personali indimostrate, o posizioni «ideologiche», che si cercava di fare accettare dogmaticamente come assiomi evidenti. Di tali posizioni Ronchi dimostrava, ogni volta con una serrata argomentazione logica, lʼassurdità, la contraddittorietà dal punto di vista scientifico, e – oserei dire con spietatezza chirurgica – esponeva altresì quali oggettive, sperimentali, esperienze scientifiche apertamente smascheravano quelle disoneste, non dichiarate, «ipotesi clandestine». Ogni volta il suo rigore scientifico, lʼonestà intellettuale, il coraggio e la sua integrità morale, suscitavano in me grande ammirazione, ed erano per me un modello di quella impersonalità che dovevano avere ai miei occhi il pensare e, in generale, il conoscere di un sincero cercatore della Verità. 

Il Prof. Ronchi, nel suo lungo e coraggioso operare per una onesta scienza, ha sicuramente ben meritato dalla Verità. Quel che stupisce è, in molti casi, di non trovare di fronte alla Verità, nel campo spirituale che qui precipuamente ci interessa, altrettanto coraggio, altrettanta integrità e drittura morale, altrettanta consequenzialità sul piano di una ʽlogica dellʼessenzaʼ (come la chiamava Massimo Scaligero), che è pur sempre la logica del Logos, quanto e quanta ne dimostrò, costantemente e coerentemente, il Prof. Ronchi in un campo come quello della fisica, che non ha certo pretese di ʽmagistero spiritualeʼ, tanto meno ʽiniziaticoʼ ed ʽesotericoʼ.

Rudolf Steiner nei suoi scritti ʽfilosoficiʼ, o ʽfilosofaliʼ, descrive e dimostra come sia possibile seguire, con estremo rigore logico, uno sperimentale cammino conoscitivo, audacemente privo di ʽpre-suppostiʼ e a fortiori privo di ʽpre-giudiziʼ, e di conseguenza anche di volutamente non dichiarate, e quindi non oneste, ʽipotesi clandestineʼ. Questo perché lʼessere del pensare non necessita di ʽpre-suppostiʼ di sorta all’atto del proprio essere, ché unicamente il suo essere in atto è, dinamicamente, al contempo, ʽformaʼ, ʽattoʼ, e ʽsostanzaʼ del suo stesso essere, che, appunto, non ha necessità di alcun ʽsupportoʼ ad esso estraneo.

Altrettanta radicale empiria mostra Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, recante come sottotitolo eloquente Il mito della scienza e la via del pensiero, ove nel primo capitolo della prima parte, Il problema a cui si sfugge, pp. 9-16, e nel primo capitolo della seconda parte, La ricerca dellʼIo, pp. 155-161, descrive in maniera rigorosamente razionale il cammino per realizzare operativamente lʼesperienza cosciente, sovrarazionale ed estrarazionale, priva di ʽpre-suppostiʼ, dellʼatto puro del pensare vivente, poggiante unicamente su se stesso e non necessitante di ʽsupportiʼ di qualsivoglia specie. Una tale Via senza ʽappoggiʼasparśa, ʽsenza contattoʼ (come in qualche modo sperimenta chi, inoltrandosi in acque profonde, arriva ʽlà dove più non si toccaʼ) lʼavrebbe definita in India Gaudapada, uno dei padri del Vedânta – invita allʼatto di supremo coraggio del Bodhisattva, descritto dal Buddha Shakyamuni nel Laṅkâvatâra Sûtra, come lʼâśraya-paravrtti, ossia la «revulsione degli appoggi» o «rovesciamento dei supporti»: atto di fronte al quale fugge terrorizzato chi sia bramosamente preda del servaggio corporeo e della visione mondana, necessitante di illusorio appoggio. 

Lʼazione di rinunciare allʼillusorio appoggio è al contempo un atto di coraggio e di conoscenza. Solo da una tale conoscenza può scaturire un coraggio così autenticamente ʽrivoluzionarioʼ da poter esser legittimamente definito, nel senso etimologico del termine, ʽsovversivoʼ, ossia ʽribaltatoreʼ, ʽrovesciatoreʼ o ʽsovvertitore degli appoggiʼ. Giova, perciò, riportare ancora una volta – repetita immemoris saepe iuvant – le parole di Massimo Scaligero, già apparse su questo sovversivo e temerario blog, da lui scritte in Magia SacraUna via per la reintegrazione dell’uomo, Tilopa, Roma, 1966, p. 205, là dove così dice:

«Occorre educarsi a non aver paura di sprofondarsi in sé. Si deve tendere al coraggio di non necessitare di sostegno: di lasciare il sostegno su cui, senza saperlo, ancora ci si sostiene.

Ci si sostiene sempre. Ma a un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare a essere veramente vivi.

Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia ad essere.

Chi si appoggia, non può reggersi.

Chi vuole reggersi non ha capito».  

Questo audace scegliere di esser fondati su nullʼaltro che su se stessi, attuato attraverso una radicale «revulsione degli appoggi», implica quello che – per usare una immagine classica, molto fascinosa, del Chʼan cinese o dello Zen giapponese – può essere chiamato un «lasciare la presa», uno sciogliere, un decontrarre e distendere il crampo interiore che da tempo immemorabile avvince l’essere umano allʼirreale come ad un illusorio supporto. Ma non è il Chʼan cinese o lo Zen giapponese, per quanto seducenti essi appaiano agli occhi di molti, quelli che – oggi – possono aiutare lʼuomo attuale ad attuare questo «lasciare la presa», così come non possono più aiutare le forme e i metodi del Buddhismo storico, perché quelle forme e quei metodi oramai sono stati abbandonati dallʼimpulso vitale-spirituale che un tempo li animava. La corrente cosmica del Buddhismo originario – come mi disse in un colloquio Massimo Scaligero – oggi è congiunta con lʼimpulso e la forza del Logos, segretamente presente, come trascendenza immanente, nella forza e nellʼatto del pensiero che volitivamente pensa. Naturalmente, come non si tratta delle forme storiche, oramai disanimate, dell’antico Buddhismo, non si tratta neppure di quel ʽLogos teologicoʼ, che nelle confessioni sedicenti cristiane ha – salvo sempre più rare eccezioni – solo una spettrale immagine caricaturale. Ma questʼultimo punto è, come vedremo nel proseguo del presente studio, un limite tuttʼaltro che chiaro a coloro che nellʼAntroposofia vorrebbero surrettiziamente ʽsostituireʼ una egoicamente comoda ʽvia dellʼanimaʼ alla eroica ʽVia dello Spiritoʼ, alla impegnativa e faticosa ʽVia del Pensiero Viventeʼ.

La Verità non fa sconti a nessuno, e vuole essere amata in maniera assoluta, incondizionata, e unicitaria. La Verità vuole essere amata in maniera totale, esclusiva, con donazione integrale di sé, e non può concedere di essere accolta solo parzialmente, per così dire a rate o a fette, o accettata sub condicione, con espresse o inespresse riserve, ed opportuni accomodamenti che, in definitiva, lascino intatto il millenario dominio che la natura inferiore, manovrata da intelligenze antispirituali, ha sullʼuomo. Non si può condividere lʼamore per la Verità con quello per le non verità, che la contraddicono e la offendono: questo non sarebbe amore, ma tradimento e adulterio. Quando, il 28 dicembre 1912, per non aver voluto esser complice delle menzogne di Annie Besant e di Charles W. Leadbeater, ed onorare lealmente la Verità, Rudolf Steiner si separò dalla Società Teosofica di Adyar, e dai più fedeli discepoli della Scienza dello Spirito in Germania – Marie von Sivers, Michael Bauer e Carl Unger – venne fondata la prima Società Antroposofica, questa scelse come proprio motto il detto goethiano: «Die Weisheit ist nur in der Wahrheit», che nella lingua di Dante suonerebbe: «La Sapienza, la Sophia, è unicamente nella Verità».

Unicamente nella Verità, dunque, ossia nello Spirito, nel Logos, vi è Sapienza, e non nella menzognera dialettica, nella vuota retorica, nelle ʽveritàʼ di comodo, negli opportunistici accomodamenti per i quali – secondo una concezione della verità a ʽgeometria variabileʼ «a tempi diversi, e in situazioni diverse, si addicono e opportunamente convengono verità diverse». Ovvero, «ogni volta sarà scelto  e/o accettato come vero quel che sarà vantaggioso che sia ritenuto vero».  Il che agli occhi miei, e non solo miei, è ʽadulterioʼ e ʽprostituzioneʼ. Non permetteremo che lʼIside, la divina Sophia, venga profanata da indegne anime mercenarie, da sacrileghi trafficanti dellʼocculto, nonché da quegli astuti ʽinsinuantiʼ che vorrebbero, manoducendola inavvertitamente, trasbordare, con abile operazione ideologica e politica, quella che Massimo Scaligero chiamò la ʽComunità Solareʼ ad un transtiberino ʽpiù sicuro ovileʼ

Una semplice, e difficilissima, operazione interiore, che instancabilmente Massimo Scaligero ci indicava come assolutamente necessaria al ricercatore spirituale, è quella di separare spagiricamente la pura percezione oggettiva dalla indebita mescolanza del suo risuonare soggettivo come sensazione. A sua volta, la sensazione tende a generare una ancor più soggettiva rappresentazione, e ad evocare al contempo, come da una sorta di memoria automatica (una mneme animale la chiama nei suoi scritti Massimo Scaligero), tutta una serie contenuti emotivi ed istintivi, che si mescolano al soggettivo rappresentare alimentandolo e deformandolo ulteriormente. Nella disciplina della percezione pura e in quella del pensiero puro si opera energicamente alla estinzione di tutta questa malata produzione psichica. Lo Spirito opera ad una radicale de-soggettivizzazione dellʼanima. Una tale rettifica dei guasti dellʼanima ed una tale estinzione delle deformazioni della psiche soggettiva non sono certo amate da quelle intelligenze antispirituali, che da millenni dominano lʼessere umano attraverso la sua natura inferiore, e per questo dalle sue profondità incoscienti di questa istigano la poco consapevole anima umana a ribellarsi e a sottrarsi allʼazione dello Spirito, che vuole ordinare il caos umano. Varie sono le forme di elusione e di ribellione alle quali lʼanima umana può venire sobillata al fine chʼessa rimanga schiava e paga delle proprie catene. Si va dalla volgare, rozza, animalesca, reazione istintiva, allʼintellettualizzazione forbitamente dialettica, alle ideologie politiche, alla estetizzazione narcisistica, alla emotiva sentimentalità romantica, al moralismo, al misticismo religioso, alla ricerca della potenza magica, e a molto altro ancora. Poco importa, invero, allʼOscuro Signore se a tener avvinto, mani e piedi, lʼessere umano, e paralizzato il suo Io, siano robuste corde di canapa, o rozze catene dʼacciaio, o preziose, artisticamente decorate, catene dʼoro o dʼargento, o – in maniera ancor più sottilmente insidiosa – catene di profumati e inebrianti petali di rosa, purché egli rimanga schiavo e, possibilmente, giunga financo ad amare le proprie catene e le rassicuranti mura della sua prigione.

Rudolf Steiner, in tutti i suoi scritti, indica come còmpito cruciale per il discepolo dellʼIniziazione quello di sollevarsi dal passivo, soggettivo, livello dellʼanima, a quello oggettivo, attivo, pienamente cosciente dello Spirito, ed indica nella Scienza – naturalmente in quella onesta, seria, non in quella spesso dilettantesca che oramai ovunque circola, e non in quella ideologia scientista che, allora come oggi, taluni, in maniera disonesta quanto interessata, vorrebbero spacciare per autentica Scienza – una buona educatrice allʼoggettività spirituale. Di questʼaddestramento allʼoggettività scientifica egli ne fa una vera e propria forma di Ascesi noetica, mediante la quale lo Spirito, rieducandola, redime lʼanima dalla sua malata soggettività. A tale proposito, pagine esemplari le troviamo nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. a c. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 141-143:

«Nel mondo sensibile i fatti esercitano sempre la loro rettifica sul pensiero. Se mi faccio una falsa rappresentazione di un fenomeno fisico oppure della forma di una pianta, la realtà mi viene incontro e rettifica il mio pensare. Tutto è diverso, se considero il mio nesso con i campi superiori dellʼesistenza. Questi mi si rivelano soltanto se penetro nel loro mondo con un pensiero già rigorosamente disciplinato. Là il pensiero mi deve dare lʼimpulso giusto, sicuro, altrimenti non troverò la via adeguata, poiché le leggi spirituali che si esplicano in quei mondi non sono condensate fino alla condizione fisicosensibile e non esercitano quindi su di me la costrizione caratterizzata. Sarò in grado di seguire quelle leggi solo a patto che abbiano affinità con quelle che io stesso porto, come essere pensante. Qui devo essere io stesso la guida sicura. Chi persegue la conoscenza deve quindi rigorosamente disciplinare il proprio pensare. I suoi pensieri devono gradatamente perdere del tutto lʼabitudine di seguire il corso usuale. In tutto il loro andamento devono assumere il carattere interiore del mondo spirituale. Egli deve in questo senso potersi osservare e avere il dominio di sé. In lui un pensiero non deve tener dietro a un altro a capriccio, ma solo in modo conforme al rigoroso contenuto del mondo del pensiero. Il passaggio da un pensiero a un altro deve corrispondere alle severe leggi del pensiero. Quale pensatore, lʼuomo deve in un certo senso presentare uniʼmmagine costante di quelle leggi. Tutto quanto non deriva da quelle leggi deve essere da lui vietato al corso dei suoi pensieri. Se gli si affaccia un pensiero prediletto, deve respingerlo, qualora disturbi il corso ordinato della riflessione. Deve reprimerlo se un sentimento personale vuole imporre ai suoi pensieri una direzione che non sia loro inerente.

Platone esigeva da quelli che volevano far parte della sua scuola che prima studiassero matematica. La matematica infatti, con le sue leggi esatte che non si adeguano al corso quotidiano dei fenomeni sensibili, è una buona preparazione per chi cerca la conoscenza. Chi vuol progredire nella conoscenza deve liberarsi di ogni arbitrio personale, di ogni elemento disturbatore; si prepara al suo compito superando con la volontà ogni automatica attività arbitraria del pensare. Impara a seguire unicamente le esigenze del pensiero. Così deve imparare a procedere in tutta lʼattività pensante posta al servizio della conoscenza spirituale. La stessa vita del pensiero deve essere unʼimmagine delle conclusioni e dei puri giudizi matematici. Ovunque si trovi egli deve sforzarsi di pensare così. Fluiscono allora in lui le leggi del mondo spirituale che gli passano davanti senza lasciar traccia finché il suo pensare presenta il carattere abituale, confusionario. Un pensare ordinato lo conduce da sicuri punti di partenza alle verità più nascoste. Questi accenni non vanno però presi in senso unilaterale. Sebbene lo studio della matematica costituisca unʼottima disciplina del pensiero, si può arrivare a un pensare puro, sano e pieno di vita anche senza di essa».

Per questo, provai da sùbito così tanta simpatia per il consequenziale, logico, non istintivo, spregiudicato, assolutamente apsichico, rigoroso e al contempo intuitivo, pensare scientifico del Prof. Vasco Ronchi e dellʼIng. Eddo Mario Bartoli, pensare della cui disciplina, invero, io avevo alquanto bisogno. E mi resi rapidamente conto che lo Spirito, e il Logos, non vivono tanto nei pensati sullo Spirito e sul Logos, i quali in quanto meri pensati sono disseccati, morti, privi di autentica vita, quanto nel momento dinamico del pensiero, nel suo momento genetico, ossia nel volitivo atto del pensare – abbia esso o meno come oggetto pensato lo Spirito o il Logos – che determina se stesso in concetti e idee, oppure, che liberandosi di ogni forma e determinazione, si attua come informale o ʽvuotaʼ forma del suo estraformale essere. Invero, vi è maggiore presenza concreta dello Spirito e del Logos nel lampo del pensare scientifico nel momento in cui esso intuisce una legge matematica o fisica, che non in tutti i sentimentali pensati misticheggianti sullo Spirito e sul Logos, generati perlopiù da una psiche emotiva e istintiva, incapace come tale di affrancarsi dal limite corporeo, dalla mediazione del sistema nervoso, dal giogo della cerebralità. Ovvero, per quel che riguarda lʼasceta della Via dei Nuovi Tempi, vi è maggiore presenza dello Spirito e del Logos nel silente atto  della Concentrazione sul concetto di un insignificante turacciolo di sughero – presenza dello Spirito e del Logos che è concreta, totale, agente e immanente, come segreta, ignota, trascendenza, già sin dai primi momenti dellʼattuarsi della Concentrazione – che non in tutti glʼintelligentissimi e commossi discorsi, filosofici o sentimentali, sullo Spirito e sul Logos. Ma ciò è difficilmente accettabile per quanti, nell’àmbito della rosicruciana Scienza dello Spirito, tendono ad evitare il concreto impegno nella Via del Pensiero, cercando la maniera di sostituire alla faticosa, eroica, ʽVia dello Spiritoʼ, una più comoda, consolante, egoica, ʽvia dellʼanimaʼ

Indubbiamente, per chi voglia permanere nei limiti dellʼanima, ossia voglia non sollevarsi dal livello dellʼanima a quello dello Spirito, eppure desiderare seguire ugualmente un ʽcammino di conoscenzaʼ, possono presentarsi ʽesperienzeʼ dagli aspetti impressionanti, ʽesperienzeʼ la cui fenomenologia può rivestire talora caratteri di grandiosità e di sublimità, tali che a chi in esse sia coinvolto può far credere ad una loro ʽregolaritàʼ, ad una pretesa loro ʽoggettivitàʼ, ed esser, come tali, fonti di certezze in realtà solo apparenti. Se è per questo, anche i sogni possono presentare caratteri di grandiosità così vividi da superare in intensità le abituali percezioni sensorie allo stato di veglia, ma non per questo sogni, e come essi anche le visioni, e le allucinazioni, non restano produzioni soggettive dellʼanima, ed esser talvolta, per la loro natura ingannevole, motivo di molte pericolose illusioni, e persino di deformazioni dellʼanima, nonché causa di comportamenti sociali moralmente non esattamente commendevoli. La storia dellʼOccultismo degli ultimi due secoli è piena di simili aberrazioni, ed io stesso ho avuto modo di constatare vari casi del genere, tuttʼaltro che rari in questa epoca di pretesa asettica e anidra razionalità. Quando, poi, quelle esperienze visionarie vengono comunicate allʼinterno di cerchie a pretese ʽesotericheʼ, nelle quali non vi sia sufficiente senso critico, e talvolta neppure il necessario buon senso, agendo in maniera narcotica nei confronti di un anemico pensare di soggetti dalla debole autonomia, possono ingenerare in coloro che fideisticamente le accolgono stati di forte emotività, fallaci convinzioni, e persino pericolosi fanatismi.

La mancanza di senso critico, e talvolta persino del più elementare buon senso, unita ad una negligente ignoranza di documenti, di opere scritte perfettamente disponibili, e di ripetute comunicazioni orali, chiare ed esplicite, di Rudolf Steiner, può portare, allʼinterno di cerchie che si richiamerebbero – il condizionale in questo caso è d’obbligo – al suo insegnamento e a quello, ad esso strettamente collegato, di Massimo Scaligero, a situazioni veramente paradossali. In taluni casi si giunge non solo a contestare – apertamente o meno – la fondamentalità della Via del Pensiero, come Via ʽscientificaʼ, fondata unicamente su se stessa, priva di ʽpre-suppostiʼ e ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali, e il metodo di realizzazione che da essa scaturisce, ossia lʼempiria autodimostrativa della Concentrazione, ma addirittura si contrappongono – sempre apertamente o meno – i risultati di una personale, soggettiva, acritica, attività animica, non fondata sullʼesperienza cosciente del momento originario, dinamico, del pensare, ossia si contrappongono ʽpercezioniʼ – ma anche quelle dei sogni sono indubbiamente ʽpercezioniʼ, ma con ciò non sono certo Conoscenza, come non sono e non possono essere Scienzaʽesperienzeʼ o ʽvisioniʼ personali che, ripeto, possono presentarsi anche con caratteri di grandiosità, ma non per questo essere oggettivamente reali, alle comunicazioni di Rudolf Steiner, la cui certezza e oggettività veniva da lui controllata e severamente verificata sulla base dei metodi sicuri della Scienza dello Spirito, talvolta anche per lunghi anni, prima di essere trasmesse al mondo.

È accaduto persino che, di fronte ad esplicite ed inequivocabili comunicazioni di Rudolf Steiner, contraddicenti in maniera plateale personali ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ, ci si sia rifiutati di esaminarle, o siano state tenute in assoluto non cale, come non fossero mai state da lui pronunciate, o addirittura si è giunti, talvolta, alla calunniosa infamia di accusare il Lascito di Rudolf Steiner – senza avere in mano neppure un minimo straccio di prova – di aver addirittura falsificato la sua parola, là dove io, invece, avevo la prova provata, e scrupolosamente verificata, dellʼesatto contrario. Quando ci si concede, pensando di poterselo tranquillamente permettere, di scivolare su una china così obliqua, si può affermare – come direbbe, con la delicatezza che la contraddistingue, la mia stimata amica Fang-pai, nobile Figlia del Celeste Impero, Maestra del Dharma e di altre cose che taccio – che «si è smarrita o dimenticata lʼintenzione originaria», oppure che, in taluni casi, «non la si è mai avuta», o che sin dall’inizio «non la si è avuta pura, ossia non mescolata ad elementi ad essa estranei»

Mi tocca citare ancora una volta quel che dice il vecchio buon John Ronald Reuel Tolkien, il quale ne Il Signore degli anelli, con sin troppe scontate ragioni, afferma che: «il cuore degli uomini si corrompe facilmente»

Ora, se, pur non volendo o non osando superare i limiti ʽnaturaliʼ dellʼanima dominata dalla natura inferiore, e condizionati da ʽpre-messeʼ e ʽpre-suppostiʼ – frutti di ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali la cui realtà e consistenza non sʼintende porre in discussione e sottoporre coraggiosamente, per amore della Verità, ad una spregiudicata verifica ʽscientificaʼ – ci si avventura in esperienze estranormali, che si credono sovrasensibili, ci si espone a non pochi pericoli. Anzitutto a quello di scambiare per autentiche ʽesperienze sovrasensibiliʼ quelle che sono invece percezioni allucinatorie, di carattere palesemente medianico, provenienti dalla propria inconsapevole dipendenza dalla corporeità. In questo campo non si è mai troppo o abbastanza prudenti e diffidenti. È stato detto che «una diffidente prudenza è madre della Sapienza». A questo proposito, sono da ben meditare – ripetutamente e profondamente meditare – le parole che Rudolf Steiner pone come Appendice allʼedizione del 1918 del libro LʼIniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, trad. di Emmelina De Renzis, terza ediz. italiana, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1952, pp. 186-187: 

«Nello sperimentare visionario e nelle produzioni medianiche, l’uomo si pone completamente alle dipendenze del corpo. Egli elimina dalla sua vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà; e per ciò i contenuti animici e le produzioni animiche diventano semplici manifestazioni della vita corporea. Lo sperimentare visionario e la produzione medianica sono risultati del fatto, che in questo sperimentare e in questo produrre, l’uomo, con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quello che non sia nella vita abituale percettiva e volitiva. Nello sperimentare del soprasensibile, di cui si tratta in questo libro, l’evoluzione dello sperimentare animico procede in direzione opposta a quella dello sperimentare visionario e medianico. L’anima si rende progressivamente più indipendente dal corpo, di quello che non sia nella vita percettiva e volitiva. Essa arriva a quella indipendenza, che si può abbracciare nello sperimentare del pensiero puro, per darsi a una attività animica molto più vasta.

Per l’attività animica soprasensibile, di cui qui è parola, è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro. Perchè, in ultima analisi, questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile; però è tale, che per mezzo di essa non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel soprasensibile; ma è esso soltanto che si sperimenta in modo soprasensibile; non si sperimenta ancora niente altro di soprasensibile. E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione di quello sperimentare animico, che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante di potere sperimentare questa unione in modo giusto; perché appunto dalla comprensione di questa unione risplende la luce, che può anche recare una visione giusta della natura della conoscenza soprasensibile. Ma appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe, per la vera conoscenza del mondo soprasensibile, sopra una via sbagliata; essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee. Ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione proveniente per suo mezzo dal soprasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Se ricerchiamo il cosa, il come, e il perché, in una Comunità spirituale – e in particolare nella Comunità Solare, come la pensava e la voleva Massimo Scaligero – si giunga al fatto che taluni tralignino dallʼAureo Sentiero di Conoscenza indicato, scivolando per questo motivo in esperienze soggettive che non possono non rivelarsi patologiche, è inevitabile ricorrere ancora una volta ai metodi dellʼantica medicina indiana, che ci forniranno diagnosi, etiologia, e prognosi di una tale morbosa sindrome animica, anche se, poi, la terapia, oggi, dovrà inevitabilmente essere – come abbiamo visto – ben più ʽabruptaʼ, massiccia e radicale, una vera e propria ʽterapia iperintensivaʼ, di quanto lʼIlluminato, il nobile Asceta degli Shakya, il Gautama Buddha, non ritenesse necessario per un essere umano di 2600 anni fa, ancora immerso in un mondo ed in una società, pur nella decadenza dovuta al progressivo incedere dell’Età Oscura, del Kali Yuga, tutto sommato ancora maggiormente a misura dellʼUomo Spirituale rispetto a quello dellʼuomo attuale.

La diagnosi del male che affligge lʼimprovvido deviante è drammaticamente semplice: colui che traligna dallʼAureo Sentiero Spirituale, lo fa perché è in uno stato ʽstordimentoʼ, di ʽebrezzaʼ, di ʽfolliaʼ, di ʽignoranzaʼ, di ʽoffuscamentoʼ che gli fa smarrire la visione oggettiva delle cose. In sanscrito ʽsapienzaʼ è ʽvidyâʼ, parola che ha la stessa radice del latino ʽvideoʼ, ʽio vedoʼ, e di ʽvisioʼ, appunto ʽvisioneʼ, perché la ʽsapienzaʼ è vedere le cose, gli esseri, gli avvenimenti, la realtà, yathâbhûtaṃ, ʽcosì come essi sonoʼ, senza il filtro distorcente e offuscante della egoica soggettività. Di converso, la ʽignoranzaʼ, la ʽstoltezzaʼ è ʽavidyâʼ, ossia ʽnon visioneʼ, ossia incapacità di uscire dalla propria sognante e delirante soggettività, incapacità di vedere la realtà di ʽciò che èʼ, e lʼirrealtà di ciò che appare essere, ma non è. Se, da una parte, chi al mattino si sveglia, si accorge, è cosciente del risvegliarsi, e si scuote dai sogni, che realizza esser tali, cioè soggettivi ed illusori, dall’altra, chi si addormenta, al contrario, non si accorge del suo perdere coscienza, del suo sprofondare in una condizione che gli fa smarrire lʼoggettività del reale. Condizione ben descritta dal nostro Dante sin dai primi versi di quella Comoedia, che Giovanni Boccaccio volle chiamar ʽDivinaʼ. Così leggiamo nel primo canto dellʼInferno, versi 1-12:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. 

Questo tralignare dallʼAureo Sentiero è cosa che può capitare a chiunque percorra le vie dello Spirito, quale che sia il suo livello. Può riguardare, pressoché inevitabilmente, il novizio neofita; può riguardare il praticante avanzato; può riguardare, infine, lo stesso Iniziato. Su questo non cʼè da farsi illusione alcuna: finché lʼessere umano – quale che sia il suo livello spirituale – è in un corpo fisico, lʼattacco delle ostacolatrici forze antispirituali è incessante, e deve essere fronteggiato tutta la vita natural durante. Come mi disse decenni fa G., persona di elevato rango spirituale, per indicarmi lʼallarmata destità che di fronte alle ostacolatrici forze spirituali deve avere il praticante spirituale, il motto di Christian Rosenkreutz è: «Semper vigilans», ossia esser sempre come una sentinella, vigilante nelle pericolose ore della notte, senza concedersi tregua veruna, sempre allʼerta, senza concedersi negligenza, o distrazione, o sonno, ché di tali cedimenti sùbito approfitterebbe il nemico per aggredire e colpire lui e coloro che, col suo attento vigilare, egli dovrebbe difendere e proteggere. Vengono in mente le parole dellʼIlluminato ne Lʼorma della Disciplina (Dhammapada), Boringhieri, Torino, 1962, mirabilmente tradotte e commentate da quel matematico e asceta dal limpido pensiero che fu Eugenio Frola, troppo presto scomparso a soli 55 anni, che possiamo leggere nellʼAppamâdavaggo, nel Capitolo della vigilanza, a p. 19, ove è detto ai versi 21 e 25: «La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte: i vigilanti non muoiono, i negligenti sono come morti», e «Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un isola che i flutti non sommergeranno». E vengono in mente altresi le parole, sempre dellʼIlluminato, rievocate spesso da Massimo Scaligero in particolari riunioni, tratte da I discorsi di Gotamo Buddho del Majjhima Nikâyo, per la prima volta tradotti dal testo pâli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, terzo volume, Gius. Laterza & Figli, Bari, 1927, CXXXI, p. 279, chʼegli però citava in questʼaltra sua versione, più volte riportata su questo animoso blog : «Oggi è da dare battaglia! Forse domani non saremo più! Per noi non vi sia tregua contro la Grande Armata della Morte!». Dunque, il discepolo dellʼIniziazione è – deve essere – un ʽdistruttore del sonnoʼ e un ʽlottatore contro la morteʼ.

Naturalmente, il neofita, il praticante avanzato, e lʼIniziato hanno responsabilità ben diverse, e le conseguenze delle loro azioni, felici o infauste che siano, hanno ben diversa portata. Addirittura si può dire, che gli errori, numerosi e variati, che il novizio neofita in buona fede compie sono, ʽpedagogicamenteʼ, ʽpropedeuticamenteʼ e ʽdidatticamenteʼ, prevedibili e previsti, anzi, per così dire, ʽprogrammatiʼ sin dallʼesistenza prenatale dal nostro Io superiore, e in quanto tali tali necessari a chi con giusto entusiasmo intraprende la ʽViaʼ, ma che fatalmente non ha né saggezzaesperienza, le quali non sono il presupposto del Sentiero da lui non ancora percorso, bensì il risultato del suo faticoso procedere su di esso. Ma, appunto, proprio dai propri numerosi involontari e per così dire programmati errori lʼanimoso neofita trarrà sovente la saggezza e lʼesperienza che gli mancano, ma soprattutto lʼautoconoscenza, e questo rende quei necessari errori ʽpreziosiʼ, e sotto molti aspetti ʽfeliciʼ. Già per il praticante avanzato la richiesta dello Spirito si fa alquanto più esigente, e la tolleranza rispetto allʼerrore sempre più stretta. Questo perché il discepolo praticante a questo punto, è proceduto già di un più lungo tratto nel Sentiero della Conoscenza e, anche se non ancora Iniziato, ha molta maggiore saggezza ed esperienza rispetto al novizio neofita. Anche per lui taluni semplici ʽerroriʼ saranno previsti e fatali, e potranno insegnargli molto. Altri, invece, non saranno dei meri ʽerroriʼ nei quali si sia tratti dalla trama di un per noi inconsapevole destino, bensì saranno ʽscelteʼ ch’egli sa bene essere sbagliate, ma che, in qualche modo, egli comunque intende, magari per un tempo limitato, ʽpermettersiʼ, valutandone male la portata e gli effetti negativi sulla propria vita e su quella altrui. In questo caso, per il praticante avanzato, si può già parlare di un certo tralignamento, in quanto egli, nel suo agire, vien meno alla rigorosa coerenza logica – alla ʽlogicaʼ essenziale del Logos naturalmente, non certo a quella degl’intelligentissimi agguerriti dialettici –  rispetto a quel ch’egli ha intuito, e talvolta intensamente sperimentato, esser vero nei momenti di altezza e di profondità della sua Ascesi. Naturalmente, nel caso del discepolo praticante avanzato, come in quello del novizio neofita, vi è una aliquota di ignoranza, di non conoscenza, che limita – molto per il neofita, molto meno per il praticante avanzato – la responsabilità rispetto allʼerrore, o alla voluta, tralignante, scelta sbagliata. 

Infinitamente più grande, invece, è la responsabilità dellʼIniziato, perché le conseguenze delle sue azioni, attingendo egli direttamente allo Spirito, hanno una portata che si può definire addirittura illimitata. Certo, anche lʼIniziato, come ogni essere umano che dimori in un corpo fisico, può inavvertitamente e involontariamente sbagliare: per mancanza di informazioni, o di particolari, specifiche, conoscenze in un determinato campo, o per motivi di destino. Una tale possibilità è contemplata, ma non è questo, ossia lo sbagliare, il vero e proprio tralignare. Massimo Scaligero diceva, riferito a se stesso: «Io sbaglio trenta volte al giorno!». Al che io, a sentir ciò, – con un calcolo estremamente indulgente, lo confesso – mi dicevo: beh, allora io sbaglio almeno trecento volte al giorno! Ma, per lʼIniziato, ciò che è tragicamente grave, il problema vero, non è lo sbagliare, bensì la possibilità, sempre in agguato, di ʽtradireʼ. Perché una tale possibilità esiste, ed è correlata al mistero della libertà umana. Massimo Scaligero molte volte affermò che per ʽtradireʼ bisogna possedere lo Spirito, perché ʽtradireʼ è, sempre, ʽtradireʼ lo Spirito. Egli, Massimo Scaligero, – un Iniziato, un Maestro, che trascendeva di molte misure il semplice ʽumanoʼ – affermava: «Io posso tradire in qualsiasi momento!». Ma egli non tradì mai: di questo io sono scientificamente, conoscitivamente, e non fideisticamente, per ripetute verifiche attuate, testimone assolutamente certo.  

La differenza tra ʽerroreʼ e ʽtradimentoʼ è analoga a quella che vi è, in altro campo, tra ʽdannoʼ e ʽdoloʼ, ossia consiste in una certa ʽcoscienzaʼ e ʽvolontarietàʼ nellʼagire. Per esempio, nel ʽdoloʼ vi è la coscienza e la volontà di nuocere a qualcuno o a molti. Lʼerrante involontario, per immaturità, per inesperienza, per una qual certa ʽrozzezzaʼ – in questʼultima specialità, in vari decenni di metodici sforzi, io ho raggiunta una davvero poco invidiabile e ancor meno encomiabile eccellenza – può inconsapevolmente provocar danni notevoli, pentirsene a posteriori, e tentar poi di porre riparo, in qualche modo, ai guai eventualmente combinati, ma in lui non vi è mai volontà di nuocere. Nel ʽtradimentoʼ vi è cosciente e volontario ʽdoloʼ: chi in questo caso traligna, sa di compiere una azione ʽobliquaʼ, ʽnon rettaʼ e, di conseguenza, non leale, non onesta, ma egli pensa che una tale azione scientemente dolosa, solo lui, e non altri che lui, possa tranquillamente permettersela. In genere, si tratta di persona che indubbiamente è – e sa di essere – molto ʽintelligenteʼ, e ʽabileʼ, al punto di ritenersi ʽfurbaʼ, e di ritenere che certe norme etiche e regole morali – che dovrebbero esser valide e vigenti erga omnes – vadano benone, come diceva un secolo fa E. F., un mio non cattivo, ma certamente poco avveduto concittadino, «per i piccoli uomini e per i macachi». Ma non è così che le cose funzionano nella sfera autenticamente spirituale. Una tale callida, eticamente – non conoscitivamente, ovviamente – spregiudicata, ovverossia cinica, concezione è, sotto ogni punto di vista, un errore clamoroso. Nel Mondo Spirituale non vi spazio alcuno per i ʽfurbiʼ, per i ʽtroppo intelligentiʼ, per gli ʽabili manipolatoriʼ, per i ʽsimulatoriʼ, per gli ʽinsinuantiʼ, per i ʽpersuasori occultiʼ, per i ʽpoliticantiʼ, per gli ʽintrallazzatoriʼ, per i mascherati ʽtrasbordatori ideologiciʼ, per gli ʽipocritiʼ, per gli ʽopportunistiʼ, per i ʽcalunniatoriʼ, per i ʽladri razziatoriʼ di cose sacre altrui, per gli ʽarrivistiʼ, per gli ʽambiziosiʼ, per gli ʽusurpatoriʼ, per i ʽprevaricatoriʼ, per gli ʽarrogantiʼ, per i ʽmentitoriʼ: ovverossia, per tutti i ʽtraditoriʼ. Davvero una vasta, mala,  genia.

Qualificazioni assolutamente necessarie e sufficienti – come si direbbe in algebra e in geometria – per procedere sul Sentiero dellʼIniziazione sono la ʽsinceritàʼ, la ʽlealtàʼ, la ʽfedeltàʼ: esse sono la ʽtecnicaʼ fondamentale, la verace «Arte» dello Spirito. La Sapienza e la Forza vengono, con grande liberalità, ʽdonateʼ a chi – pur con i suoi molti difettoni e inadeguatezze contro i quali, ogni giorno, lotta faticosamente, e disperatamente – è sincero, leale, e fedele. Lo stesso coraggio, quello autentico – lo si costruisce, ogni giorno, con lʼAscesi, con la fedele, costante, pratica interiore. A questo proposito, potei udire una volta Massimo Scaligero affermare che: «il Logos è generosamente infinito, e infinitamente generoso!».

Coloro che, invece, si ritengono ʽintelligentissimiʼ, e particolarmente ʽfurbiʼ, in realtà sono, anche loro, fossero essi pure degli Iniziati, in uno stato di ʽignoranzaʼ, e sono giuocati più sottilmente – e ben più pericolosamente – da una inconosciuta natura inferiore, che li rende burattini illusi e obbedienti delle avverse potenze antispirituali. Questa ʽignoranzaʼ, questa ʽavidyâʼ, rende impossibile quella che il Buddha Shakyamuni, nel ʽNobile Ottuplice Sentieroʼ, in sanscrito âryâṣṭâṅgamârga, chiama la ʽretta visioneʼ, ʽsamyak-dṛṣṭiʼ, la quale soltanto rende possibile la ʽretta intenzioneʼ, ʽsamyak-saṃkalpaʼ, e la ʽretta azioneʼ, ʽsamyak-karmântaʼ. Per questo motivo, la mia stimata amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, parlando di chi – praticante avanzato o Iniziato che sia – traligna dal Sentiero, o lo tradisce, afferma ch’egli «ha smarrita o dimenticata lʼintenzione originaria».

Al benevolo e volenteroso lettore può sicuramente giovare leggere, e profondamente meditare, uno scritto di Massimo Scaligero, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità?, tradotto integralmente da chi qui scrive e apparso su questo temerario blog il 26 giugno 2015, all’interno di un articolo di Hugo de’ Paganis, intitolato L’Ascesi del Risveglio e l’Ottuplice Sentiero del Buddha Shakyamuni. In tale scritto, pubblicato in inglese nel 1957 sulla bella e importante rivista, East and West, dell’Is.M.E.O., l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente di Roma, Massimo Scaligero indica come la retta visione, la retta intenzione o retto giudizio, e la retta azione del Nobile Ottuplice Sentiero del Buddha per l’uomo moderno mutino l’antica forma, e rinascendooggi, in forma ancor più radicale, si rivelino momenti di un percorso attuale e necessario per chi segua la Via del Pensiero Vivente, la Via della Filosofia della Libertà.  

Il farsi giuocare dalla ʽignoranzaʼ, dalla ottenebrante ʽavidyâʼ, oscura la ʽretta visioneʼ, la visione oggettiva, yathâbhûtaṃ, ossia ʽcosì come sonoʼ, delle cose, degli esseri, degli eventi, e la sostituisce con il sogno o, talvolta, col delirio, dei parti della propria soggettività. Ciò vale per lʼuomo comune, per il profano, vale per il novizio neofita allʼinizio del Sentiero della Conoscenza, vale in misura maggiore per il praticante avanzato, e vale, in misura massima, soprattutto – potremmo dire drammaticamente e, in taluni casi, tragicamente – per lʼIniziato. Questʼultimo non è affatto automaticamente al riparo da pericoli nel suo procedere nella conoscenza spirituale, anzi egli vi è esposto molto di più che non il profano, o il neofita, o il praticante avanzato. Su questo punto, Rudolf Steiner nei suoi scritti è estremamente chiaro circa le pericolose illusioni alle quali si è esposti nel cammino interiore. Per esempio, nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. di Emmelina de Renzis ed Emma Battaglini, terza edizione rivista e aggiornata da W. Schwarz, Gius. Laterza & Figli, Bari, 1947, in un passo nel quale metteremo in evidenza alcuni punti importanti, alle pp. 283-284, possiamo leggere:

«Oltre a questa sorgente di illusioni ve n’è un’altra; questa si palesa quando si dà interpretazione errata alle impressioni che si ricevono. Nel mondo fisicosensibile un esempio tipico di tale illusione si può avere quando, seduti in ferrovia, si crede che gli alberi si muovano nella direzione opposta al treno, mentre invece siamo noi che ci muoviamo col treno. Tali errori nel mondo fisico-sensibile non sono sempre così facili a constatare, quanto quello molto semplice appunto descritto; nondimeno è evidente che in questo mondo l’uomo trova anche i mezzi per eliminare tali illusioni, purché tenga conto con sano criterio di tutti gli elementi che possono servire alla spiegazione del relativo fatto. Ma la cosa diventa diversa appena si penetra nelle sfere soprasensibili. Nel mondo sensibile l’illusione umana non può modificare la realtà stessa dei fatti, e perciò è possibile di rettificare l’illusione per mezzo di un esame spregiudicato di quelli. Ma nel mondo soprasensibile questa osservazione non è senz’altro possibile. Se un uomo vuole osservare un processo soprasensibile e si avvicina ad esso con criterio errato, introduce nel processo stesso un errore, per cui questo viene talmente intessuto con il fatto, che non è facile a tutta prima distinguere l’uno dall’altro. In tal caso l’errore non è più dell’uomo, né il fatto reale è al di fuori di esso, sibbene l’errore stesso è divenuto parte costitutiva del fatto esteriore; la realtà non può perciò essere rettificata semplicemente per mezzo dell’osservazione spregiudicata del fatto. Questo esempio c’indica una perenne sorgente d’illusioni e di fantasticherie per coloro che si avvicinano al mondo soprasensibile senza giusta preparazione». 

Questa deformazione della realtà oggettiva provocata dalla inconsapevole mescolanza della propria arbitraria soggettività nei processi della conoscenza spirituale è cosa da non sottovalutare minimamente, né essa è ostacolo che venga superato una volta per tutte, giacché nella sfera spirituale non esiste il ʽvivere di renditaʼ, ovvero si dà l’attivo ʽattoʼ di essere, e non il mero, passivo, ʽfattoʼ di esistere, talché il ricercatore spirituale, l’asceta operante, e in particolare lʼIniziato, divengono instancabili ʽlottatori contro la morteʼ, ʽlottatori contro il sonno della coscienzaʼ, ʽdemolitori inesorabili dei deliranti sogni della soggettivitàʼ. Infatti, sempre a p. 284, Rudolf Steiner mette in evidenza come «il discepolo acquista ormai la capacità di eliminare tutte le illusioni che provengono dalla colorazione che la propria natura ha conferito ai fenomeni cosmici soprasensibili». Se ciò non avviene, la situazione si fa severa, perché lʼinconsapevole colludere con la sfera dellʼignoranza, può generare non solo un improvviso riattizzarsi dellʼego, il cui travolgente emergere dalla natura inferiore, della quale è espressione, sembra avere il carattere della irresistibiltà, ma soprattutto la cosa può essere fonte di tutta una serie di pericolose illusioni, non riconosciute come tali, per cui chi di tali perniciose illusioni è prigioniero, non si accorge affatto di esser prigioniero, né sente di esser tale, anzi ritiene di aver raggiunto il nec plus ultra, lʼapice insuperabile della personale evoluzione spirituale. Anche su questo punto cruciale, nella sua Scienza Occulta, a p. 288, Rudolf Steiner si pronuncia in maniera da non lasciar dubbio alcuno a chi voglia sinceramente, lealmente, e coraggiosamente ʽconoscereʼ e, annientando ogni illusione, voglia andare a fondo alla cosa. Cedere alla ipnotica seduzione della natura inferiore, strumento delle avverse potenze antispirituali, è entrare in una sorta di ʽfollia spiritualeʼ – naturalmente inconsapevole – a causa della ʽignoranzaʼ, della accecante ʽavidyâʼ, perciò non riconosciuta, non vista, non scorta e non realizzata come tale. Infatti, nel punto citato, leggiamo:

«È importante il fatto, che quest’esperienza non dà al discepolo il senso di essere un prigioniero, anzi, egli crede di sperimentare qualcosa di affatto diverso. La figura evocata dal «Guardiano della Soglia» può essere tale, da produrre nell’anima di chi l’osserva l’impressione, di avere dinanzi a sè, nelle immagini che sorgono a questo gradino dell’evoluzione, l’intiero assieme di tutti i mondi, di essere insomma arrivato all’apice della conoscenza, e che non le occorra progredire più oltre. Invece di sentirsi prigioniero, il discepolo si sentirà in tal caso il ricco possessore di tutti i segreti cosmici. Non c’è da sorprendersi, che egli possa avere un’esperienza così contraria alla verità, ove si rifletta che, quando sperimenta a quel modo, il discepolo già si trova nel mondo animico-spirituale, e che una peculiarità di quest’ultimo è proprio quella, che gli eventi si presentano al contrario di come sono. In questo libro è stato già accennato a questo fatto, nelle osservazioni sulla vita dopo la morte».

Sùbito dopo, alle pp. 289-290, Rudolf Steiner mette in relazione lʼesigenza del superamento – conquistato mediante una rigorosa autoconoscenza – di ogni forma di ʽillusioneʼ con la duplice esperienza dellʼincontro col ʽpiccoloʼ e col ʽgrandeʼ Guardiano della Soglia, sì eliminare ogni sorgente di illusione, sia essa di origine sia luciferica che arimanica.

«La figura che l’uomo vede a tale gradino dell’evoluzione gli palesa un aspetto del «Guardiano della Soglia» diverso da quello con cui la prima volta si era presentato, poiché allora il discepolo poteva vedere in lui tutte le qualità possedute dal Sé abituale dell’uomo, per effetto dell’influenza delle forze di Lucifero. Orbene, durante il corso dell’evoluzione umana, per virtù dell’influenza di Lucifero, un’altra forza è penetrata nelle anime degli uomini, la forza detta di Arimane. Questa è la forza che impedisce all’uomo durante l’esistenza fisica di vedere le entità spirituali animiche del mondo esteriore nascoste dietro alla superficie del mondo sensibile. Quello che l’anima dell’uomo è divenuta sotto l’influenza di tale forza si manifesta nella figura, di cui l’immagine si presenta al discepolo durante l’esperienza descritta. L’uomo che si avvicina a questa esperienza con una preparazione sufficiente saprà darle il suo vero significato, e in tal caso gli si manifesta poco dopo un’altra figura, cioè, quella che si può chiamare il «grande Guardiano della Soglia», la quale lo ammonisce a non fermarsi, ma a lavorare energicamente per progredire più oltre. Questa figura desta chiaramente la coscienza, nell’uomo che l’osserva, che il mondo da lui conquistato diventa una realtà e non si trasforma in illusione, purché il lavoro venga giustamente proseguito. Se un uomo però che ha seguito una disciplina errata dovesse avvicinarsi a questa esperienza senza la necessaria preparazione, alla vista del grande «Guardiano della Soglia» egli si sentirebbe l’anima invasa da un sentimento, che si può qualificare come «di infinito terrore», di invincibile paura.

Come l’incontro col «piccolo Guardiano della Soglia» offre al discepolo l’occasione di verificare, se egli è al riparo dalle illusioni che potrebbero sorgere dall’intromissione della sua personalità nel mondo soprasensibile, così pure egli può mettersi alla prova, con le esperienze che conducono finalmente al «grande Guardiano della Soglia», per verificare se è capace di resistere alle illusioni, che derivano dalla seconda sorgente sopra descritta. Se sa resistere alla potente illusione, che gli presenta il mondo immaginativo da lui raggiunto come una ricca conquista, Mentre egli invece non è che un prigioniero, allora si troverà anche al riparo, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, dal pericolo di confondere l’apparenza con la realtà.

Come l’incontro col «piccolo Guardiano della Soglia» offre al discepolo l’occasione di verificare, se egli è al riparo dalle illusioni che potrebbero sorgere dall’intromissione della sua personalità nel mondo soprasensibile, così pure egli può mettersi alla prova, con le esperienze che conducono finalmente al «grande Guardiano della Soglia», per verificare se è capace di resistere alle illusioni, che derivano dalla seconda sorgente sopra descritta. Se sa resistere alla potente illusione, che gli presenta il mondo immaginativo da lui raggiunto come una ricca conquista, mentre egli invece non è che un prigioniero, allora si troverà anche al riparo, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, dal pericolo di confondere l’apparenza con la realtà.

Il «Guardiano della Soglia» assumerà, fino a un certo punto, una figura individuale per ogni singolo uomo. L’incontro con esso corrisponde appunto all’esperienza, per mezzo della quale il carattere personale dell’osservazione soprasensibile viene superato e vien data la possibilità di penetrare in una regione, in cui le esperienze sono libere da qualsiasi colorazione personale, e che è aperta ad ogni entità umana».

Di persone che hanno esperienze estranormali, talvolta impressionanti, che – in assoluta buona fede – credono essere oggettive esperienze spirituali, mentre sono solo un mondo di immagini soggettive, partorite da una vita animica che risente di un forte coinvolgimento rispetto alle dinamiche della corporeità, ne ho conosciute molte, e ne conosco tuttora. In taluni casi, tutto ciò rimane nellʼàmbito di una vita e di una convinzione personale, discutibile quanto si vuole, ma che in fin dei conti ha una influenza molto limitata o addirittura nulla sul mondo. Ho incontrato altresì persone, invece, le cui esperienze erano sane, spontanee, quindi non ricercate, frutto di una veggenza atavica, proveniente da vite passate, e non risultato di un qualsivoglia discepolato occulto, regolare o irregolare che fosse. Tali persone possono – ripeto: possono – aver ricevuto (non spetta a noi indagare il perché) speciali ʽdoniʼ dal Cielo e dai Numi, e per la loro semplicità e purezza dʼanimo, per la loro moralità, per il loro totale disinteresse personale, non sono portate ad abusare di tali celesti ʽdoniʼ. In momenti per me veramente difficili, e a volte tragici, della mia vita passabilmente agitata e convulsa, ebbi molto aiuto da alcune persone del genere, ed esse avranno sempre tutta la mia gratitudine e il mio più fervido sentimento fraterno.

Diverso, invece, è il caso di chi abbia tali esperienze in séguito ad un particolare discepolato occulto. Il Sentiero seguito può essere regolare o irregolare, e ciò comporta una notevole differenza nei risultati. Un Sentiero occulto irregolare non può produrre altro che risultati guasti, non può maturare altro che frutti velenosi, che intossicano lʼanima, ne oscurano la visione, e ne deformano gli organi. Ma anche nel regolare Sentiero occulto, nella ʽVia solareʼ non mancano i pericoli, come abbiamo visto, perché un tale Sentiero regolare deve – assolutamente deve – essere pure seguito  in maniera regolare. Il che non sempre avviene. Il Sentiero dellʼIniziazione può essere affatto esente da pericoli per chi lo percorra con ʽumiltàʼ – quella vera, non quella ipocrita e stucchevole, continuamente ostentata dai predicatori della ʽvia dellʼanimaʼ – ed abbiano autentica ʽsinceritàʼ, ʽretta intenzioneʼ, ʽlealtàʼ, nonché quella ʽfedeltàʼ alla Via, che, come abbiamo messo in evidenza più sopra, è la tecnica fondamentale, lʼArte vera dello Spirito. 

Nel caso in cui il regolare Sentiero dellʼIniziazione non venga rettamente e regolarmente seguito tenendo conto di tutte le indicazioni operative e le chiare avvertenze, che con generosa abbondanza – per esempio, nei più volti citati libri scritti, LʼIniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, e La Scienza Occulta nelle sue linee generali – e in innumerevoli cicli di conferenze da Rudolf Steiner – di ʽpericoliʼ ne sorgeranno di troppi. Altre, preziose e numerose, indicazioni operative il sincero ricercatore spirituale le può trovare negli scritti di Massimo Scaligero. In ambedue i casi, possediamo un vasto materiale col quale il discepolo può lavorare per molte vite. Ma vi sono molti ʽintelligentissimiʼ sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito – che invariabilmente si ritengono particolarmente ʽfurbiʼ e ʽnavigatiʼ – i quali fanno ʽarrangiamentiʼ, ʽpersonali variazioniʼ, alle suddette semplicissime, chiarissime, e soprattutto esplicite, indicazioni operative del Maestro dei Nuovi Tempi, nonché a quelle comunicate da Massimo Scaligero, e non di rado le suggeriscono, o addirittura le impongono, a propri ingenui e fidenti seguaci, allontanandoli così dal retto Sentiero. Rudolf Steiner è esplicito a proposito della natura illecita di cotali ʽarrangiamentiʼ e ʽpersonali variazioniʼ. Egli affermò sempreapertis verbis – che gli esercizi da lui indicati non erano affatto sue escogitazioni e invenzioni, bensì erano o esercizi antichi e fedelmente trasmessi per secoli allʼinterno della Fraternitas Rosae+Crucis, o direttamente comunicati dal Mondo Spirituale, così come comunicati sempre dal Mondo Spirituale furono gli stessi esercizi antichi. Ed aggiungeva che il discepolo deve – assolutamente ʽdeveʼ, non che ʽpuòʼ – eseguirli wortwörtlich, ossia ad litteram, senza permettersi variazione alcuna rispetto alle indicazioni prescritte. A volte – ne ho potuto per decenni constatare casi eclatanti, anche recentissimi – gli ʽintelligentissimi innovatoriʼ cercano di spacciare – mentendo e ben sapendo di mentire – le loro discutibili personali invenzioni per indicazioni autentiche di Rudolf Steiner o di Massimo Scaligero: la totale malafede di costoro è patente.

Si è non di rado presentato il caso che talune persone sulla base di tali ʽesperienzeʼ irregolari, di natura ambigua, quando non palesemente di origine medianica o patologica, contraddicenti in maniera totale ed evidente lʼinsegnamento sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, si sentissero ʽmissionateʼ a trasmettere il proprio insegnamento  allʼinterno della Comunità Solare, cercando di sostituirlo, abilmente o brutalmente, a quello dei Maestri, e a quello ʽregolareʼ, verificato, ed invariabilmente identico e conforme alla sana esperienza, innumerevoli volte sperimentata, di fedeli discepoli della Via. A chiunque guardi – con ʽocchio rischiaratoʼ, direbbe il Buddha Shakyamuni salta agli occhi come, ad un esame sereno ed equanime, un tale ʽmirabileʼ insegnamento, che si vorrebbe introdurre sostituendolo a quello regolare donatoci, confligga – sia nel metodo, sia nei risultati, sia infine nella maniera in cui viene trasmesso – con quello di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

Siffatte ʽrivelazioniʼ sono ʽirregolariʼ rispetto al metodo, in quanto non sono ottenute attraverso una lucida sperimentazione scientifica, scevra di ʽpre-suppostiʼ e ʽpre-giudiziʼ ideologici e soprattutto confessionali, basata sullʼesperienza del momento originario del pensiero poggiante unicamente su se stesso. Sono ʽirregolariʼ per quanto riguarda i risultati, in quanto le ʽrivelazioniʼ risultanti da tali ʽesperienzeʼ irregolari, di natura patologica, o visionaria, o medianica, contraddicono in maniera aperta – affermando lʼesatto contrario – i risultati della Scienza dello Spirito, ogni volta severamente verificati per anni, e solo dopo comunicati da Rudolf Steiner. Sono ʽirregolariʼ per quel che riguarda la maniera di trasmissione, in quanto essa agisce mediante un forte coinvolgimento emotivo, e in taluni casi istintivo, nei confronti di ascoltatori, ricettori passivi dallʼattenuato senso critico e dal pensiero poco o punto autonomo. Lʼautentica Scienza dello Spirito non agisce mai per via di suggestione, o sollecitando emozioni, o agendo magicamente sulla sfera della volontà. Essa non impone mai – se abilmente o brutalmente, poco importa – ʽrivelazioniʼ che debbano essere credute, bensì offre contenuti di pensiero che devono essere ripensati, verificati, profondamente meditati, rigorosamente sperimentati risalendo sino al momento originario del loro scaturire dal pensiero vivente.

A volte, nel caso di queste persone deiderose di assumere un ruolo magistrale e di trasmettere un proprio personale insegnamento, vi sono ʽpre-suppostiʼ non dichiarati, abilmente e accuratamente celati – vere e proprie ʽipotesi clandestineʼ, come le definirebbe il Prof. Vasco Ronchi – frutto di ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali, che si sanno essere in contrasto, nel metodo e nel merito, con la rosicruciana Scienza dello Spirito, con la rigorosa Via del Pensiero. Si preferisce che tali ʽpre-suppostiʼ rimangano celati, che le ʽipotesi clandestineʼ non vengano esaminate o poste in discussione, che le patenti ʽcontraddizioniʼ rispetto alle esplicite comunicazioni di Rudolf Steiner non vengano scorte e rilevate. Chi tentasse di farlo verrebbe accusato di presunzione, e invece di esaminare serenamente la consistenza delle obbiezioni sollevate, ci si sottrarrebbe con sdegno ad un tale esame, e si si procederebbe alla demolizione della credibilità del temerario, nonché gli si farebbe attorno terra bruciata, attuando nei suoi confronti uno spietato ostracismo. Valuti ognuno il più serenamente possibile quanto possa essere onesto, morale, e soprattutto leale nei confronti della Verità un tale modo di procedere.

Nel corso del presente studio – al quale le presenti considerazioni vogliono essere la premessa metodologia – sarà necessario esaminare alcuni temi – uno dei quali, nella misura in cui il Cielo e i Numi me ne concederanno le forze, sarà quello del Graal – rispetto ai quali sarà necessario e doveroso fare chiarezza su quanto provenga dalle comunicazioni, verificate rigorosamente esatte, della Scienza dello Spirito, provenienti dalle investigazioni di Rudolf Steiner, e quanto, invece, provenga da fonti diverse, confliggenti nel metodo e nel merito con le suddette comunicazioni. Un tale esame potrà creare non poche difficoltà a chi sia immerso in una sorta di sonno dogmatico, ovverossia a chi – in assoluta buona fede, sia ben chiaro – abbia accolto, senza preventivo esame e sulla base della sola fiducia, ʽrivelazioniʼ che, se non corrispondenti al vero, possono portare molto fuori strada, e in situazioni non poco pericolose.

Il più grande onore, la maggiore venerazione, sono e saranno per noi da tributar sempre e solo nei confronti della Verità, verso la quale è spiritualmente vitale mantenere una lealtà senza compromessi. E, come dice la mia amica Fang-pai, sapiente Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, è fondamentale «procedere sulla Via senza mai smarrire, o dimenticare, o peggio tradire la propria intenzione originaria, essendo anzi sempre fedeli ad essa a qualsiasi costo».

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. TREDICESIMA PARTE.

 

Pur senza chiedere il permesso del candido lettore – della cui tolleranza, mi rendo conto, spesso abuso – mi prendo la licenza di parlare, in una maniera che potrà apparire a tutta prima divagante, di un tratto curioso della mia vita, che un tempo mi appariva assai enigmatico, ma che trovò poi la sua ragion dʼessere alla luce di una serie di eventi nei quali il destino operò con caratteri di assoluta fatalità. È davvero il caso di dar ragione allo stravagante e simpaticissimo Oscar Wilde il quale affermò che: «La vita è lʼinsegnante più difficile. Prima ti fa lʼesame, e poi ti spiega la lezione». A tale proposito, mi ritornavano ogni volta in mente le parole, dapprima enigmatiche e poi illuminanti di Rudolf Steiner, il quale nella sua Filosofia della Libertà, nella ottima traduzione a cura di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 19, così si esprime:

«Che significato può avere per me il potere o non poter fare una cosa, quando dal motivo io fossi obbligato a farla? Ciò che importa anzitutto non è se io possa o no fare una cosa quando il motivo ha agito su di me, ma se esistano motivi tali da agire su di me con necessità costringente. Se io debbo volere una cosa mi è, in certi casi, del tutto indifferente che io possa poi farla o no. Quando, a causa del mio carattere e di circostanze esterne, mi venisse imposto un motivo che il mio pensiero riconoscesse come irragionevole, dovrei anzi essere contento di non poter fare quello che voglio».

Beh, la vita – senza chiedermi preventivamente nessun ʽconsenso informatoʼ – mi portò a dover fare lʼesatto contrario di quel che, in una maniera che a me appariva del tutto ragionevole e legittima, avrei desiderato. Mi sarebbe piaciuto fare il liceo classico, e venni invece mandato allo scientifico. Avrei voluto proseguire con gli studi nel campo dellʼOrientalistica – la mia passione erano: lingue orientali, storia, filosofie e religioni dellʼOriente – magari a Caʼ Foscari a Venezia o allʼIstituto Orientale di Napoli, ed invece mi ritrovai per quattro anni a studiare Ottica e Scienza della Visione in un borgo della campagna toscana, che aveva sì e no mille anime. Avrei voluto andare in Oriente, e perseguire colà, in un regime di felice, errante, spartana povertà, la ricerca di una Conoscenza liberatrice, la vidyā e la mukti dell’antichissima sapienza indiana, della quale ero innamoratissimo, e invece i Numi, più accorti e ben più savi di me, e soprattutto alquanto preoccupati di cotanta mia noncurante e lieta spensieratezza, mi fecero passare – qua in Occidente e non in Oriente – un periodo breve ma molto agitato dal punto di vista esteriore. Ma alla fine tutto ciò mi portò esattamente là dove dovevo arrivare. E capìi più tardi come tutto ciò fosse stato, in ogni suo singolo aspetto, assolutamente necessario. E, piano piano, intuii come tutto ciò corrispondesse realmente a qualcosa di ʽconosciutoʼ e di ʽvolutoʼ nellʼesistenza prenatale da parte del mio essere più profondo. Tale preordinato intreccio di situazioni e di eventi mi portò, nellʼagosto del 1969, ad incontrare L., il quale mi mostrò la Via e mi fece incontrare Massimo Scaligero: già questo basterebbe ed avanzerebbe, perché – come mi disse una amica sapiente – colui che ti fa conoscere Massimo Scaligero è certissimamente lʼamico più grande della tua vita! Ma anche tutta la serie deglʼincontri che si son succeduti poi nel corso di molti anni e decenni – importanti per il mio cammino nella Scienza dello Spirito, e decisivi per la mia stessa vita interiore ed eziandio per quella esteriore – sono scaturiti dal percorso attraverso varie esperienze che, lo ripeto, mi fu imposto dall’enigmatico destino, senza peraltro richiedermi mai verun preventivo ʽconsenso informatoʼ. Ma, ne devo convenire col simpaticissimo Oscar Wilde, la successiva ʽspiegazioneʼ è stata molto ʽconvincenteʼ e, devo dirlo, del tutto ʽsoddisfacenteʼ. Questo, anche rispetto a successivi e numerosi periodi della mia vita, anchʼessi notevolmente agitati, ma che, poi, hanno essi pure portato risultati insospettati e, devo proprio dirlo, per me davvero insperati. Si capirà in un successivo studio il perché dellʼesposizione delle presenti considerazioni, solo in apparenza di contenuto e valore personale. Il candido lettore abbia ancora un pochino di benevola pazienza.

Uno dei risultati maggiormente notevoli di questo mio, in apparenza stravagante e divagante percorso, fu lʼincontro con una amica di rango spirituale veramente alto, che si rivelò nei miei confronti una preziosa, leale, e infinitamente cara ʽcompagna dʼarmiʼ: per me essenziale per tutta una serie di rigorose distinzioni di valori, che dovetti operare sia nella mia ricerca interiore, che nelle conseguenti scelte esteriori. Ho già avuto occasione di raccontare su questo scomodo, e temerario blog, come ebbi modo dʼincontrare Hella Wiesberger per la prima volta a Dornach, ai primi di aprile del 1985, alla Rudolf Steiner Halde, a quel tempo ancora sede della Rudolf Steiner Nachlassverwaltung, ossia della benemerita Istituzione che curava il Lascito di Rudolf Steiner e quello della sua più grande e più stretta collaboratrice Marie Steiner. Il Lascito ha fatto per decenni opera sommamente meritoria col salvare l’eredità spirituale di Rudolf Steiner e della sua fedele compagna di vita e di lotta dal saccheggio, dalla deformazione, dalla voluta alterazione, dalla premeditata occultazione, dalla dispersione, dalla strumentalizzazione, che ne facevano Albert Steffen, Guenther Wachsmuth and Co., con metodi che Marie Steiner ebbe a definire da “gangsters”: metodi portati avanti dopo di loro per alquanti decenni, in perfetta malafede, da coloro che son poi succeduti allo Steffen nella direzione della Società Antroposofica Universale. Naturalmente, di quanto affermo ho le prove provate – anche cartacee – di come Marie Steiner, dopo esser stata emarginata e derubata, venisse sabotata, vilipesa, e calunniata nella maniera più ignobile e meschina. A tale proposito, Hella Wiesberger mi trasmise, sin dal nostro primo incontro, tutta una documentazione da lei stessa raccolta, con sopra pure i suoi personali commenti autografi: documentazione che parla un linguaggio che più chiaro non potrebbe essere, e che conservo come un piccolo aureo tesoro personale della nostra militante amicizia. Persino nel bollettino della sezione italiana della Società Antroposofica apparve decenni fa un attacco calunnioso dellʼallora presidente del Vorstand, appunto, ossia della Direzione dornacchiana della Società Antroposofica, Rudolf Grosse, contro Marie Steiner e Hans Werner Zbinden, il suo più stretto e fedele collaboratore. Più recentemente, si son potuti vedere critiche e attacchi alla figura stessa di Rudolf Steiner e alla sua Opera da parte di preminenti rappresentanti della direzione del Goetheanum, come il tedesco Bodo von Plato, apertamente colluso e in combutta con calunniatori al soldo della nota potenza straniera dʼOltretevere, come il livido e cinico teologo e storico svizzero Helmut Zander.

Non meraviglia che tali deprecabili eventi si siano verificati nella Istituzione alla quale Rudolf Steiner dedicò il suo generoso operare, e alla quale alla fine fu costretto – più che per il veleno propinatogli dalla ʽparte avversaʼ, per la inadeguatezza, la superficialità, la fatuità, la vanità, la pavidità, e in taluni, gravissimi casi, per veri e propri tradimenti di taluni antroposofi – a sacrificare la sua stessa vita. La cosa non meraviglia affatto, perché nella nostra amata Italia, oggetto di avversione e persecuzione, oltre che della superficialità, vanità, pavidità e stupidità, da parte di coloro che pur avevano ricevuto l’aristocratico dono della Scienza dello Spirito, l’inestimabile donazione celeste dellʼAntroposofia, furono, sia in vita che dopo la loro dipartita, prima Giovanni Colazza, e poi Massimo Scaligero. Ambedue furono, oltre che diffamati e perseguitati, anche vilmente traditi proprio da coloro che meno di tutti gli altri avrebbero dovuto. Anzi, proprio nel caso di Massimo Scaligero, dopo la sua dipartita, si ripeterono − come da lui profeticamente previsto in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, p. 38, ove scrive che: «Contro l’Impulso Solare di questa epoca, è prevista una serie di attacchi, da quelli frontali a quelli insidiosi e inconsci (ho persino accennato ad attacchi dall’interno medesimo della cittadella, ad opera degli zelatori discorsivi delle dottrine)» − con una dinamica in maniera stupefacente simile, la serie di eventi proditori e predatori che avvennero dopo la morte di Rudolf Steiner. Ma per il momento, de hoc satis. Avremo sicuramente occasione e modo di riparlarne.

***

La Scienza dello Spirito reca allʼattuale essere umano una conoscenza di sé – a rigore di termini, dovrei dire conoscenza della sua anima, perché è il , o lʼIo, colui che la conosce – la quale, oltre ad essere oltremodo preziosa, gli è assolutamente necessaria. Assolutamente necessaria, soprattutto sʼegli vuole inoltrarsi nellʼaspro sentiero dellʼIniziazione, se coraggiosamente vuole elevarsi allʼesperienza spirituale diretta, alla percezione immediata della realtà essenziale, occulta, non apparente, del mondo dello Spirito. La Via ad una tale vita spirituale più alta, in particolar modo per lʼuomo attuale, non è scevra di pericoli. In realtà, essa potrebbe essere affatto scevra di pericoli se, e solo se, il discepolo del sentiero occulto seguisse con geometrica esattezza, con algebrica precisione, la Via retta, diritta, senza veruna deviazione, senzʼalcun personale arbitrio, l’aureo Sentiero che gli viene indicato. Ma, per far ciò, occorre assolutamente avere un cuore puro. Purtroppo, come avverte il vecchio Tolkien, «il cuore degli uomini si corrompe facilmente». Occorre, inoltre, possedere una volontà coraggiosa, eroica, tenace, ostinata, risoluta, che si dimostri dura contro gli innumerevoli ostacoli che ne intralceranno il cammino, ossia dura contro queglʼinnumerevoli, troppi, ostacoli che tenderanno a fiaccarne e ad usurarne la forza. Ora, se un tale cuore puro non è ancora presente, è assolutamente necessario che lo si generi. Se una tale risoluta, dura, volontà non è ancora posseduta è assolutamente necessario chʼessa venga conquistata. Per generare un tale cuore puro, e conquistare la risoluta volontà necessaria alla realizzazione spirituale alla quale audacemente aspira, cioè allʼIniziazione, il discepolo deve possedere quella che Massimo Scaligero in Tecniche della concentrazione interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, nel XXII capitolo, Determinazione assoluta, pp. 152 e segg., pone come una esigenza imprescindibile. Ma una tale ʽdeterminazione assolutaʼ non è cosa che sʼimprovvisa: è essa stessa aspra conquista e risultato di una inflessibile, oserei dire ostinata, ascesi. Emblematiche sono le parole – in alcuni punti da me messe in evidenza – di Massimo Scaligero, che leggiamo alle pp. 158-161:

«Nello sperimentatore realmente moderno, il processo interiore dellʼAutocoscienza, sorta mediante la determinazione del pensiero nella sfera matematico-fisica, può assurgere, per via di trapassi dinamici mediati dalla logica dellʼelemento libero del pensiero, a processo trascendente. Al quale risponde lʼArchetipo cosmico: il Logos, che già ha operato lʼunione dellʼumano con il Superumano.

Lʼuomo volitivo, libero edificatore della propria coscienza, può dimostrare a se stesso, non dialetticamente, ma sperimentalmente, la realtà del Logos: la sua trascendenza, nella immanenza: il potere assoluto del Fondamento, che non può non essere intimo allʼIo. LʼIo ha in sé tutta la Forza: deve soltanto essere se stesso, per attuare secondo Essa la comunione con il mondo. […]

Il discepolo che coltivi lʼintento profondo, può conoscere il momento magico, di una lucidezza assoluta, rivelatore di tutta la Forza a venire. Per attimi egli può realizzare come forza della decisione pura la Memoria delle cose divine. È un moto dellʼIo che ancora non realizza il senso finale dellʼAscesi, ma ne intuisce il contenuto ultimo di trasmutazione: un atto che  a t t r a v e r s a  tutta la vita, giungendo sino al fisico, con la potenza di un istinto irresistibile: movendo dal puro Io.

Questo impulso dellʼIo, scocca istantaneo, dallo Spirituale alla corporeità, anche senza le discipline che gli abbiano ancora aperto il varco. È un momento di ricordo dellʼIo, che si apre il varco da sé, ma solo istantaneamente, essendogli ancora impossibile la continuità. Mediante la concentrazione, la continuità può essere iniziata dallʼanima, che afferri il senso dellʼAscesi indicata da quel momento trascendente: momento in realtà donato dal Mondo Spirituale.

È il momento di una decisione dellʼIo, di cui occorre percepire la forza unificante dal metafisico al fisico, per ricordarlo e fare di esso lʼintento profondo. Quello scoccare dellʼIo, infatti, svanirà: sia pure per ripresentarsi in altri momenti decisivi, come autoritaria Luce originaria, indicatrice dellʼintento dimenticato.

Riguardo a tale possibilità, quello che umanamente difetta è il potere del ricordo, della coerenza, della fedeltà. Questo momento dellʼIo, che può lasciarsi percepire dopo una estrema tensione della volontà, o del dolore, esige diventare d e t e r m i n a z i o n e   a s s o l u t a: esso tende a scomparire dopo aver irradiato la sua istantanea Luce: non può perdurare, perché lʼattuale costituzione dellʼuomo non è preparata a sostenerne la Potenza. Esso indica un còmpito, ma non può sussistere come impulso: la sua istantaneità può divenire continuità soltanto nellʼassunto ascetico. Il contenuto qualitativo dellʼascesi, la retta concentrazione, la retta meditazione, debbono essere presenza di quella direzione: lʼascesi che le corrisponde, non unʼascesi condizionata dalla natura. Lʼintento profondo deve quotidianamente costruire se stesso come intuito rinnovato della balenata direzione dellʼIo. Questo intento, ove perduri, è la misura del ritrovamento della Memoria delle cose divine, e dellʼAscesi che veramente le corrisponde, nell’attuale tempo».

A tale riguardo è bene che non ci si faccia illusione alcuna. Certo, vi sono molte persone che hanno nellʼanima tante belle qualità, ma tali qualità sono ʽnaturaʼ, persino ʽnatura spiritualeʼ, non sono – o non ancora sono – ʽspiritoʼ. Sono qualcosa di ʽereditatoʼ: dal proprio popolo, dalla stirpe familiare alla quale si appartiene, o possono essere anche ʽereditàʼ di antiche vite, perciò – ancora una volta – appunto, ʽnaturaʼ, non ʽspiritoʼ. Per essere ʽspiritoʼ, esse devono essere conquistaogni vòlta novella conquista – dellʼIo, e non eredità dellʼanima. Lʼeredità dellʼanima è ogni vòlta il meramente ʽesistenteʼ, il ʽpassatoʼ, il ʽdivenutoʼ, il già ʽfattoʼ, il già ʽprodottoʼ, il ʽcausatoʼ, lʼʽeffettoʼ effettuato, il ʽcondizionatoʼ, il meramente ʽcontingenteʼ, mentre solo e unicamente lo Spirito veramente ʽèʼ, e perciò solo esso è lʼeternamente ʽpresenteʼ, il ʽdiveniente mai divenutoʼ, lʼʽattoʼ perennemente attuantesi, il ʽcausanteʼ non causato, lʼeternamente ʽcreanteʼ, e mai creato, ossia: lʼIncondizionato, lʼAssoluto. Perché – come avverte lapidariamente Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore. Lineamenti dellʼesperienza sovrasensibile «nello Spirito non si sta, nello Spirito si è».

Per questo essenziale motivo, seguire la Via della Iniziazione è seguire una ʽVia eroicaʼ: la Via eroica contrapposta alla via egoica. Per lo stesso essenziale motivo, anzi a maggior ragione, voler percorrere il Sentiero della Conoscenza richiede coraggio, un coraggio a tutta prova: tutto il coraggio che il discepolo può generare in se stesso. Infatti, così leggiamo – cito, mettendone in evidenza alcuni punti, da una antica, bella, umile, spartana edizione, che proprio per questo mi è tanto più  cara – in Rudolf Steiner, L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1952, pp. 58-59:

«Per questo via lʼuomo si avvicina sempre più al momento in cui può effettuare i primi passi nellʼiniziazione; prima che ciò si verifichi occorre però ancora una cosa, di cui, forse, la necessità riuscirà dapprima poco evidente al discepolo dellʼoccultismo; più tardi la comprenderà.

Occorre, dunque, che lʼiniziando sia provvisto sotto un certo riguardo di un coraggio e di unʼintrepidità specialmente sviluppati. Il discepolo deve appunto cercare delle occasioni favorevoli per lo sviluppo di queste qualità. Nella disciplina occulta esse devono sistematicamente coltivate, ma la vita stessa, specialmente a questo riguardo, è una buona scuola occulta; forse la migliore. Affrontare serenamente un pericolo, cercare di superare le difficoltà senza sgomentarsi, – di questo deve essere capace il discepolo. Di fronte a un pericolo, egli deve immediatamente sviluppare il sentimento: «il mio timore non serve a niente, non devo avere affatto paura, ma pensare soltanto a ciò che vi è da fare». E deve educarsi a tal punto, che nelle occasioni che prima gli incutevano timore, gli riesca ormai impossibile «aver paura» o «perdere il coraggio», almeno come sentimento interiore. Lʼautoeducazione in questa direzione sviluppa nellʼuomo forze ben determinate, di cui ha bisogno se deve essere iniziato nei misteri superiori. Come lʼuomo fisico ha bisogno della forza nervosa per utilizzare i suoi sensi fisici, così lʼuomo animico ha bisogno di quella forza che si sviluppa in nature coraggiose e intrepide. – Chi penetra nei segreti superiori vede, cioè, delle cose, che le illusioni dei sensi tengono nascoste alla vista dellʼuomo ordinario. Difatti, sebbene i sensi fisici non ci permettono di vedere la verità superiore, essi, appunto per questo, sono anche i benefattori dellʼuomo, perché gli nascondono cose che lo spaventerebbero moltissimo e di cui egli, impreparato, non potrebbe sopportare la vista. Il discepolo deve essere temprato a sopportare tale vista. Egli perde nel mondo esteriore appoggi chʼerano dovuti al fatto di trovarsi imprigionato nellʼillusione, realmente e letteralmente succede, come se si richiamasse lʼattenzione di qualcuno su di un pericolo al quale già da molto tempo era esposto, ma senza saperlo: ora però che sa del pericolo, viene assalito dalla paura, sebbene il fatto di esserne a conoscenza non abbia aumentato il pericolo stesso».

La situazione paradossale dellʼattuale essere umano non iniziato, preso nella imprigionante rete dellʼillusione – della ʽmayaʼ, come la chiamano glʼindiani – è chʼegli teme, più di tutto, proprio quella conoscenza, che gli disvela lʼesistenza del pericolo. Egli – affetto comʼè da viltà conoscitiva – inconsciamente teme, e tenacemente avversa, una tale conoscenza del pericolo più del pericolo stesso, la cui esistenza non vuole vedere, e quanto più una tale conoscenza si fa consapevolmente presente al suo sguardo, tanto più nei confronti di essa crescono in lui tale paura e avversione: sino a diventare una parossistica forma di odio nei confronti di ogni conoscenza spirituale, e nei confronti dello Spirito stesso. Il paradosso, anzi la contraddittoria illogicità della situazione, sta tutta nel fatto che se vi è qualcosa che può diminuire il pericolo è proprio la ʽconoscenzaʼ. Solo essa è fonte di forza e di coraggio; solo essa ha una efficacia liberatrice. Per questo Rudolf Steiner aggiunge alle pp. 59-60:

«Le forze del mondo sono distruttrici e costruttrici; il destino degli esseri esteriori è di nascere e perire. Il savio deve osservare lʼazione di queste forze, il corso di questo destino. Il velo che si stende nella vita ordinaria davanti allʼocchio spirituale deve essere allontanato. Lʼuomo stesso però è contessuto con queste forze, con questo destino. Nella sua propria natura esistono forze distruttrici e costruttrici. Come le cose tutte si svelano allʼocchio spirituale del veggente, così pure gli si svela la sua anima di fronte a tale autoconoscenza il discepolo non deve smarrirsi, e, perché la forza non gli venga a mancare, occorre chʼegli ne sia provvisto ad esuberanza. Per riuscire in questo intento egli deve imparare a conservare la calma e la sicurezza interiore nelle condizioni difficili della vita; deve coltivare in sé una ferma fiducia nelle forze benefiche dellʼesistenza. […] Le ragioni su cui prima si basava non avranno ormai più valore. Se egli ha agito talora per vanità, ora si accorge quanto la vanità sia assolutamente futile per il savio; se ha agito talora per avidità, si avvede ormai che questa esercita unʼazione distruttrice; egli dovrà sviluppare dei moventi completamente nuovi per i suoi atti e i suoi pensieri, e per far questo deve appunto sviluppare coraggio e intrepidità.

Si tratta soprattutto di coltivare questo coraggio e questa intrepidità nelle profondità più intime della vita del pensiero».

Questʼopera di autoconoscenza, che costituisce la catarsi, lʼindispensabile purificazione e lʼassolutamente necessaria preparazione di ogni Iniziazione, è un capitolo cruciale, e per molti assai doloroso, inconcepibilmente, e irresponsabilmente, sottovalutato dalla quasi totalità dei sedicenti seguaci di un esoterismo, che il più delle volte si rivela essere – quando va bene – soltanto una mera posizione intellettuale, o una raffinata curiosità culturale, che porta un poʼ di colore nel grigiore di una vuota, ripetitiva, in-significante, profana, vita borghese, spesso addirittura piccolissimo-borghese. Molti credono che si tratti di una sorta di ʽconoscenza psicologicaʼ, come nel caso di quella grandissima, illudente, autentica frode che è la moderna psicanalisi o psicologia analitica freudiana, junghiana, adleriana, gestaltica, fenomenologica, umanistica, maslowiana, assagioliana, ecceteriana. La catartica autoconoscenza non è cosa affatto comoda, ed è – come ammonisce zio Arturo – una operazione interiore che «nella realtà delle cose va compiuta con tenacia, con abbandono di sé, senza misericordia, e, quando riesce, richiede molti, lunghi anni». Egli avverte altresì che la «morte iniziatica» alla quale conduce la catarsi, lʼautentica, non illusoria, non meramente intellettuale e psicologica, conoscenza di sé, «non è cosa da prendere a gabbo». Ossia, come direbbe il mio amato Dante, Inf., canto III, vv. 14-15:

«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta».

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Questa non breve premessa è necessaria per comprendere – ossia per intendere senza fraintendere – la dimensione autentica dellʼimpresa del Graal, che essa è – lo si tenga sempre ben presente – una impresa ʽeroicaʼ, e non un tema salottiero per piacevoli disquisizioni in tavole rotonde, o in conversazioni su canali telematici, o anche in talk-show televisivi o radiofonici, e soprattutto non è un tema che sia lecito strumentalizzare per inconfessati ma sin troppo evidenti scopi politici o confessionali, o addirittura ambedue gli scopi, magari sotto una menzognera maschera dalla facies ʽesotericaʼ e ancor meno è un tema che sia lecito banalizzare a livello di una sentimentale, stucchevole, dolciastra, favola da telenovela.

Nel campo della ricerca spirituale, per molti operanti è facilissimo errare, anche in buonissima fede, per il fatto di mancare di quello che nellʼOttuplice Sentiero del Buddha Shakyamuni rappresenta il primissimo, e assolutamente necessario, gradino, ossia il «retto pensare», la «retta visione», la quale esige – ripeto: esige – che lʼasceta deterga il proprio conoscere da ogni forma di soggettività, da ogni forma di guasta emotività, di subconscia istintività, di sregolato immaginoso visionarismo, di arbitrario fantasticare, per ʽvedereʼ – mediante un osservare oggettivo – le cose, gli esseri, i vari processi del reale, yathābhūtaṃ, ovvero «così come sono». Ad impedire una tale limpida, e oggettiva, visione dellʼessere e del reale, e a trascinare lʼessere umano nellʼattossicante gorgo della soggettività e delle correlative illusioni, dalle quali nascono le tre male figlie dellʼignoranza, della avidyā – letteralmente, della «non visione» – ossia brama, paura, e  avversione,  è una sorta di cieca, automatica, memoria animale, una mneme ostinata e insistente, costituita dalle vāsanā e dai saṃskāra, ossia dalle ʽtendenze innateʼ, che come ʽsemiʼ, provenienti da altre vite, poi nella presente germinano e si sviluppano, e dalle ʽconformazioniʼ, dalle ʽconfigurazioniʼ, irrigidite e cristallizzate, le quali nel conoscere, nel sentire, e nel volere, normalmente portano lʼessere umano ad obbligate reazioni automatiche, scambiate regolarmente per ʽspontaneitàʼ. Una cotale spontaneità, in realtà, è una frode menzognera, della quale lʼasceta deve energicamente liberarsi. Per cui è savio ascoltare il consiglio del caro zio Arturo, il quale citando Paolo di Tarso, scrive che: «Ciò che è vecchio convien che muoia»

Se non ci si libera di quella natura inferiore, che nellʼuomo funziona come una memoria automatica, che il soggetto conoscente nella sua passività scambia per ʽspontaneitàʼ del suo autentico originario essere, tutto il conoscere ne viene condizionato, tutto il conoscere ne viene colorato e deformato come da un filtro che si interpone tra il soggetto conoscente stesso e lʼessere reale. La ʽpercezioneʼ dellʼessere non è ʽpuraʼ, non è libera dagli arbitrii della deformante soggettività: essa è sempre ʽcolorataʼ da una indebita interferenza emotiva, e ʽinquinataʼ e ʽalterataʼ da una inavvertita intrusione istintiva. Per cui, il primo còmpito dellʼasceta è quello di ʽdetergereʼ il proprio conoscere – il percepire e il pensare – da ogni forma di soggettività, eliminando ogni colorazione e alterazione che possano provenire dalla indebita intruzione della sfera emotiva e di quella istintiva nel percepire e nel pensare. Tali sfere emotiva e istintiva – espressioni di una inferiore natura dominata da forze antispirituali – sono per loro essenza ʽreazionarieʼ, e come tali si oppongono ostinatamente ad ogni forma di rinnovamento della vita dellʼanima, ed avvelenano altresì tale vita dellʼanima con i prodotti di cadaverica decomposizione di ciò che un tempo fu vivente. Ciò che nel passato fu vivente, e che si ripresenta e vuole agire nel tempo attuale, ha natura spettralmente fantasmatica, ed opera con distruttiva forza paralizzante e ʽmortificanteʼ, o ʽmortiferaʼ, su ciò che in maniera vivente ha in sé i germi di una realtà futura. Mentre il ʽpensare puroʼ e la ʽpercezione puraʼ attuano con il reale essere la relazione autentica, oggettiva, priva di colorazioni e dʼinquinanti deformazioni emotive e istintive. Di una tale ʽpuraʼ, oggettiva, impersonale, relazione con lʼessere accenna Rudolf Steiner nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. a c. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, nel capitolo Lʼentità dellʼuomo, p. 20:

«Le seguenti parole di Goethe contrassegnano mirabilmente il punto di partenza di una delle vie che conducono a conoscere la natura dell’uomo: «Non appena si accorge degli oggetti attorno a lui, l’uomo li considera in relazione a se stesso; e con ragione, poiché tutto il suo destino dipende dal fatto che essi gli piacciano o no, lo attraggano o lo respingano, gli giovino o gli nuocciano. Questo modo del tutto naturale di guardare e giudicare le cose sembra essere altrettanto facile quanto necessario, eppure espone l’uomo a mille errori che spesso lo umiliano e gli amareggiano la vita. Un compito ben più difficile si assumono quelli che, mossi da un vivace impulso di conoscenza, aspirano ad osservare gli oggetti della natura in sé e nei loro reciproci rapporti, poiché ben presto lamentano la mancanza della norma che è loro di aiuto quando, come uomini, osservano le cose in relazione a se stessi. Manca loro la norma del piacere e dispiacere, dell’attrazione e repulsione, dell’utile e dannoso. A tutto ciò devono interamente rinunciare; quali esseri indifferenti e per cosi dire divini, devono cercare e investigare quel che è e non quel che piace. Così, né la bellezza né l’utilità delle piante devono commuovere il vero botanico; egli ha da investigare la loro struttura, il loro rapporto col restante regno vegetale; come il sole le ha fatte spuntare e le illumina tutte, così egli le deve guardare e abbracciar tutte con sguardo equanime e tranquillo, traendo la norma delle sue cognizioni, i dati del suo giudizio non da se stesso, ma dalla cerchia delle cose osservate». 

Questo superamento conoscitivo della deformante soggettività è quanto Massimo Scaligero stesso mise in evidenza ne La Via della Volontà Solare, Fenomenologia dellʼUomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Roma-Napoli, s.d. ma 1962, p. 36, ove scrive:

«È notevole però come in un simile equivoco non incorresse, per esempio Goethe allorché contemplò la natura, guardandola con quello «sguardo puro» con cui avrebbe potuto guardarla un tempo un maestro Ch՚an, grazie ad un altro tipo di correlazione».

Ora, per i più è molto difficile liberarsi e disfarsi delle suddette ʽtendenze innateʼ, delle vāsanā, e delle ʽconformazioniʼ, o ʽconfigurazioniʼ, ossia dei saṃskāra, che ci provengono da antiche vite, dalla ereditarietà biologica e animica della stirpe cui apparteniamo, dai condizionamenti, familiari, educativi, sociali, addirittura religiosi nonché delle esperienze vissute, perché tutto ciò normalmente va a incidere, come su una tabula rasa, su una coscienza estremamente passiva a livello pensante, le cui ʽconvinzioniʼ, perlopiù, non nascono da cosciente e attiva elaborazione conoscitiva, bensì sono quanto viene imposto dalla sfera emotiva e da quella istintiva. E se i condizionamenti deformanti di una tale distorcente soggettività vengono indebitamente portati all՚interno della concezione che il discepolo si fa della Scienza dello Spirito, dell՚Antroposofia, ne può risultare solo l՚incomprensione più grande del messaggio che Rudolf Steiner ha portato al mondo, e addirittura – come, appunto, rilevò profeticamente sin dal 1972 Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – una sorda opposizione, nonché a celati o aperti attacchi «allʼinterno medesimo della cittadella». Ora, se con tali condizionamenti – soprattutto sotto l՚influenza di quelli confessionali – si affrontano temi e contenuti quant՚altri mai sacri e delicati come quelli della Iniziazione cristiana, della Iniziazione rosicruciana, e quello del San Graal, ne scaturiranno di necessità i più grandi disastri, ed una serie di ʽsincere menzogneʼ, che possono avvelenare le anime di coloro che, in maniera insana e improvvida, in buona fede, ma senza alcun senso critico, ingenuamente si aprono all՚accoglimento di problematiche e improbabili ʽrivelazioniʼ. E il tentare di svegliare gli entusiasti persuasi di tali ʽrivelazioniʼ può suscitare rabbiose reazioni di feroce avversione. Da questo punto di vista, il mito della Caverna di Platone, nella Repubblica, è emblematicamente istruttivo di quanto sia diffusa, attiva, e rabbiosa la misologia, ossia l՚avversione alla ragione, che è sempre avversione al Logos

Vi è oggi nel mondo un elemento mortifero che, mescolandosi alla vita spirituale del mondo attuale, tende a paralizzarne l՚elemento vitale-spirituale, acciocché questo non porti ad un futuro luminoso e ad una palingenesi spirituale radicale dell՚individuo e della società, ma piuttosto favorisca l՚affermarsi di una esiziale forza mummificante ed il perdurare di una sostanza spirituale cadaverica, per un impossibile ritorno ad un passato che non c՚è più, e che, in quella forma, non può e non deve ritornare. Massimo Scaligero, già nella sua prima opera dedicata alla Via del Pensiero, in Iniziazione e Tradizione, Edizioni “Tilopa”, Roma, s.d. ma 1956, riportando un insegnamento del Maestro dei Nuovi Tempi, così scrive a p. 25:

«Nell’uomo sono l’uno accanto all’altro il passato e la possibilità dell’avvenire. Nella natura, in quanto minerale e vegetale, è solo il passato: l’elemento che nell’uomo opera come avvenire già nel presente, è quella che ha in sé l’essenza della libertà. Essenza che manca alla natura. Dell’elemento invisibile e sovrasensibile che è in lui, l’uomo deve aspettarsi la reincarnazione in una ventura esistenza terrena, né può aspettarsela riguardo al suo corpo fisico e a quello etereo che sono perituri: così l’avvenire della Terra non può derivare dai suoi regni minerale e vegetale. Solo se saremo capaci d’inserire nella Terra qualcosa ch’essa non possiede, potrà sorgere una Terra futura. Ora, ciò che non esiste spontaneamente sulla Terra sono soprattutto i pensieri operanti dell’uomo che possano vivere e tessere indipendentemente dal suo organismo naturale e dalle sue attuali condizioni di equilibrio. Se l’uomo fa sorgere questi pensieri autonomi, dona avvenire alla Terra. Ma a ciò occorre che egli li abbia questi pensieri autonomi, perchè tutti i pensieri che egli si forma sull’elemento perituro della conoscenza naturale odierna, sono pensieri riflessi, non realtà. Quando l’uomo si abbandona a questi pensieri, non fa che ripetere il passato, vive nei cadaveri del Divino; ma se egli vivifica i suoi pensieri, egli si unisce con la propria essenza spirituale, egli attua una nuova Comunione con il Divino che compenetra il mondo e di questo assicura la resurrezione che è la sua resurrezione».

Ora, quel che vi fu di vivente e di positivo nel mondo antico, e in particolar modo nella romanità antica, si presenta, oggi, in una degenerata forma spettrale in varie manifestazioni del mondo moderno, ma soprattutto in quelle della Chiesa cattolica. Su questo punto Rudolf Steiner pronunciò parole estremamente chiare quanto inascoltate, che proprio nella cerchia dei seguaci della Scienza dello Spirito suscitano sovente una forte opposizione, proprio perché vanno a colpire quegli strati subrazionali, sognanti o dormienti, di una irrazionale natura inferiore, reazionaria e nemica di quell՚elemento spirituale, che solo potrebbe trasformarla e trasfigurarla. Misoneismo, avversione al nuovo, e misologismo, avversione alla ragione e al Logos, sono le caratteristiche di questa interiore e inferiore natura reazionaria. Infatti, così si espresse Rudolf Steiner nella prima conferenza di Die soziale Grundforderung unserer Zeit. In geänderter Zeitlage, GA-186, Zwölf Vorträge, gehalten in Dornach und Bern vom 29. November bis 21. Dezember 1918, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1. Auflage 1963, tradotta in italiano a cura di Beniamino Lievers, col titolo Esigenze sociali dei tempi nuovi, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, pp. 23-24:

«Che lo spettro del romanesimo potesse acquistare unʼinfluenza così profonda, deriva appunto dal fatto che sostanzialmente nel pensiero umano il pensare secondo la concezione dellʼAntico Testamento non è ancora superato. Il cristianesimo in effetti non è che agli inizi. Il cristianesimo non è ancora riuscito a compenetrare effettivamente gli animi. A questo fine ha già fatto quel che era necessario la Chiesa romana che, per quanto riguarda la teologia, è completamente soggetta allʼinfluenza dello spettro romano. Come ho già spesso accennato, la Chiesa romana ha più contribuito a tenere lontana dalle anime e dai cuori umani lʼimmagine del Cristo, piuttosto che ad introdurvela. Questo perché le rappresentazioni, utilizzate nellʼambito della Chiesa romana, per afferrare il Cristo, corrispondono in tutto alla struttura sociale e politica dellʼantico Impero romano. Anche se gli uomini non lo sanno, tuttavia questo fatto agisce nei loro istinti.

Le rapresentazioni che vigevano nellʼAntico Testamento e che hanno trovato la loro secolarizzazione nel romanesimo – anche se è diametralmente opposto allʼebraismo tuttavia è in campo secolare quello che lʼebraismo è spiritualmente – quelle rappresentazioni sono penetrate nel nostro presente per il tramite del romanesimo e vi agiscono spiritualmente. Secondo la sua vera origine, bisogna cercare nellʼuomo questo pensiero non ancora cristianizzato dellʼAntico Testamento. Bisogna trovare risposta alla domanda: «Da quali forze deriva proprio questo modo di pensare, quale si manifesta nel pensare dellʼAntico testamento?».

Questo pensare dipende da quel che può essere ereditato di generazione in generazione col sangue. La capacità di pensare conformemente allʼindirizzo di pensiero dellʼAntico Testamento viene ereditata, succedendosi gli uomini, nel sangue. Ciò che ereditiamo, quanto a capacità, dai nostri progenitori, semplicemente per il fatto di essere nati, per il fatto di essere passati per lo stato embrionale prima della nostra nascita, quanto dunque ereditiamo come forze del pensare, quanto vive nel sangue, è il pensare dellʼAntico Testamento. Infatti il nostro pensiero si suddivide in due parti distinte. Lʼuna è rappresentata dal pensiero che abbiamo per mezzo della nostra evoluzione fino alla nascita, vale a dire il pensiero che ereditiamo dai nostri padri e dalle nostre madri. Siamo in grado di pensare come si pensava secondo lʼAntico Testamento perché siamo stati embrioni. Importante del popolo ebraico antico è che nel mondo, che si attraversa fra la nascita e la morte, esso non ha voluto imparare nulla oltre alle capacità che si ricevono per il fatto di essere stati embrioni fino al momento della nascita. Si potrà comprendere il pensare secondo lʼAntico Testamento soltanto se lo si interpreta nel modo seguente: si tratta del pensare che abbiamo in forza del fatto che siamo stati embrioni.

Il pensiero che vi si aggiunge è quello che poi acquistiamo dopo il periodo embrionale, nel corso dellʼevoluzione umana. Per certe esisgenze esteriori, l’uomo acquisisce bensì ogni genere di esperienze, ma ciò non lo porta ad una reale trasformazione del pensare; ancor oggi il pensiero dellʼAntico Testamento agisce quindi molto più di quanto si creda».

Per cui, se non ci si libera dell՚impronta configurante che ha sull՚anima umana l՚azione spettrale della Chiesa cattolica, è fatale per l՚asceta e per il ricercatore spirituale equivocare i contenuti della saga del Graal e di conseguenza fallire l՚iniziatica impresa eroica allusa nelle figurazioni e negli eventi della leggenda di Parzifal. Già in passato l՚azione della nota potenza straniera d՚Oltretevere operò a svuotare l՚epopea del Graal di ogni suo contenuto iniziatico. Per esempio, così avvenne nel XIII secolo coi poemi, Lancillotto, Perceval o il racconto del Santo Graal, di Chrétien de Troyes, poeta al servizio dei Conti di Fiandra, e dei Conti dello Champagne, nonché di dame e principesse della corte di Francia, operò una ʽortopedicaʼ cattolicizzazione della leggenda, suscitando per cotanto scempio i più aspri rimproveri di Wolfram von Eschenbach, il cui Parzival – così come il Willehalm, e l՚incompiuto Titurel – è tutto fuor che cattolicamente ortodosso, ed è autenticamente iniziatico. Avrò modo, in futuro, di tornare su queste questioni. Ma anche in tempi più recenti si son visti vari e ripetuti tentativi di ʽortopedizzareʼ l՚epopea del Graal in senso di volta in volta pagano, o celtico, o islamico, ma soprattutto in senso cattolico, con deprecabili quanto scontate strumentalizzazioni da parte di fazioni politiche eversive. Ciò obbligò Massimo Scaligero ad aggiungere a La Tradizione Solare, Teseo, Roma, s.d. ma 1971, una necessaria Appendice, alle pp. 215-217, nelle quali usa parole di fuoco per denunciare una tale indegna strumentalizzazione, affermando, inoltre, a p. 216, che:

«Oltre qualsiasi interpretazione di parte, di destra o di sinistra, la simbologia del Graal permane intoccabile come un riferimento assoluto, come un՚alta speranza speranza di ritrovamento del valore dell՚uomo. L՚impresa dello Spirito, adombrata nelle simbologie solari, è invero l՚impresa della più alta moralità: che non patisce contaminazioni attivistiche o politiche, ponendosi come un՚ istanza di essenziale concordia umana, al di sopra delle parti e dei loro conflitti».

Una tale alterazione della concezione dell՚impresa del Graal, e la conseguente strumentalizzazione in senso politico e confessionale, è avvenuta purtroppo anche in talune cerchie – non in tutte, naturalmente, e non ovunque, per fortuna – che si richiamano a vario titolo al nome, all՚opera, e all՚insegnamento di Massimo Scaligero. Ciò rende oggi urgente e necessaria un՚azione di rettifica delle alterazioni avvenute – non sempre attuate in buona fede – in modo che il ricercatore dello Spirito possa formarsi liberamente, senza subire suggestioni fuorvianti, un suo personale, ponderato, giudizio autonomo, e compiere in maniera pienamente consapevole una scelta responsabile rispetto alla Via di realizzazione spirituale. Per questo motivo, viene pubblicato, sul presente blog, un primo contributo ad una tale opera di chiarificazione e rettificazione. Il candido lettore si accorgerà facilmente come i contenuti qui presentati – i quali provengono tutti rigorosamente solo dalle comunicazioni di Rudolf Steiner – sono alquanto diversi e spesso addirittura diametralmente opposti, sia nella concezione d՚insieme, sia nei singoli particolari, rispetto a quanto affermato da altra fonte, a mio modo di vedere, non coerente con l՚insegnamento del Rudolf Steiner e con quello di Massimo Scaligero. A questo primo contributo ne seguiranno altri. Sicuramente, questi ʽcontributiʼ susciteranno – come già avvenuto in passato – aspre polemiche e, in taluni casi, rabbiose opposizioni, giunte tavolta alle minacce, alla diffamazione e al volgare insulto nei confronti di chi qui scrive. Ma ciò non sarà mai un valido motivo per astenersi dal testimoniare in favore della Verità, perché è alla Verità e non ad altro, che deve essere reso leale omaggio e il massimo onore. Del resto, quanto verrà detto per quel che riguarda i contenuti del tema che ci sta a cuore,  occorre sottolineare esplicitamente ancora una volta, a scanso di spiacevoli ed interessati equivoci, che tali contenuti non sono affatto escogitazione od opinione di chi qui scrive, bensì sono comunicazioni di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero. Di ciò il lettore può essere assolutamente certo, perché su questo punto sono sempre stato intransigente sia con me che con gli altri. Ma procediamo col primo di questi contributi.

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Come ho già avuto modo altrove di raccontare, fu nel 1985 che incontrai per la prima volta alla Rudolf Steiner Halde, allora ancora sede della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia del ʽLascitoʼ, la mia amica Hella Wiesberger. Tra noi vi fu da sùbito reciproca simpatia, nonché la nascita di una sorta di ʽfratellanza d՚armiʼ spirituale. Dovendo in quegli anni andare spesso, per motivi professionali, a Basilea in Svizzera, e a Friburgo in Germania, i nostri incontri furono frequenti. La Wiesberger mi aveva preso a ben volere, mi trattava con grande familiarità, ed ogni tanto mi faceva qualche dono sempre molto gradito. Fu in occasione di uno di questi incontri che, approssimandosi il Natale, Hella volle farmi un regalo che si rivelò di estrema importanza per me. Mi regalò la riproduzione del bozzetto di un trittico, dal profondo valore spirituale e simbolico, eseguito da una discepola molto speciale di Rudolf Steiner. Questa discepola, valente artista, si chiamava Anna May-Rychter, e il trittico aveva come titolo quello, estremamente suggestivo, di «Gral». Lʼautrice aveva partecipato alle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Neuchatel, nelle quali il Dottore parlò del mistero di Christian Rosenkreutz, ed il dipinto fu realizzato seguendo fedelmente le indicazioni e le spiegazioni delle varie figure di Rudolf Steiner. Il che conferisce un valore molto particolare al dipinto stesso. Hella Wiesberger accompagnò il dono con una sorta di esergesi orale, nella quale mi illustrò, secondo le comunicazioni di Rudolf Steiner, il significato complessivo del dipinto, addentrandosi pure in molti particolari del medesimo. Per me fu come l՚aprirsi di un mondo nuovo, anche perché in quel periodo Hella Wiesberger stava curando ed andava pubblicando tutto il materiale della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, in modo particolare quello della seconda Sezione, quella cultico-conoscitiva, ossia il materiale della ʽMystica Aeternaʼ, del quale mi illustrò la relazione profonda col graalico trittico «Gral», dipinto da Anna May-Rychter. Il dipinto venne esposto dal 5 febbraio al 15 marzo 1918 – quindi nel corso della prima guerra mondiale – a Monaco di Baviera alla galleria d’arte Das Reich, una creazione di Alexander von Bernus, grande amico di Rudolf Steiner.

Il dipinto ha una esplicita connotazione fortemente ʽcainitaʼ, come del resto aveva la stessa ʽMystica Aeternaʼ. Il dipinto originale, eseguito su tre distinte tavole, era stato concepito per essere esposto prima nel Johannesbaum, la cui costruzione originariamente era stata prevista proprio a Monaco di Baviera, ma che non poté realizzarsi per la drastica opposizione delle locali autorità per meschini motivi confessionali. Avrebbe poi dovuto essere esposto nel primo Goetheanum, ma ancora una volta il confessionale ʽodium theologicumʼ della nota potenza straniera d՚Oltretevere, ed eziandio quello della mai troppo esecrata compagnia, a San Silvestro del 1922, mandò in cenere l՚edificio prima ancora che la sua costruzione venisse ultimata: fu un delitto esplicitamente annunciato! Il dipinto seguì poi le vicende, notevolmente agitate, che si svolsero dopo la morte di Rudolf Steiner nella Società Antroposofica, ed infine finì ad Amburgo ospitato nelle sede della locale Scuola Waldorf, ove purtroppo andò distrutto nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, nel corso dei bombardamenti inglesi sulla città anseatica.

Per fortuna, la nipote di Anna May-Rychter, la Dott.ssa Margarethe Hauschka-Stavenhagen aveva conservato il bozzetto del trittico, e nel 1975, cinque anni prima della sua dipartita, lo rese pubblico sull’organo ufficiale della Società Antroposofica. Vedi: Margarethe Hauschka, Das Triptychon ‘Gral’ von Anna May, in Das Goetheanum, 15. Juni 1975, Nr. 24, S. 187-190, articolo nel quale, tuttavia la riproduzione fotografica era in bianco e nero. È lo stesso bozzetto che viene riprodotto a colori su questo animoso blog.

Dopo che Hella Wiesberger me lo donò, io volli mostrarlo ad una persona di Roma, che ritenevo potesse comprenderlo e apprezzarlo, ma mi sbagliavo clamorosamente. La vista del medesimo suscitò nella suddetta persona un moto immediato di avversione e di ripulsa, allora per me tanto incomprensibile nella sua violenza quanto immotivato. In séguito, compresi sin troppo bene il perché di una tale avversione, che peraltro mi sembrò esser ancor più immotivata ed ingiusta.

Viene qui pubblicata eziandio la presentazione del dipinto stesso redatta, seguendo le indicazioni di Rudolf Steiner, in occasione della presentazione del trittico a Monaco. Nel presente articolo non mi è possibile dire tutto quello che su di esso potrebbe essere detto. Del resto il tema è per sua natura inesauribile, e va affrontato meditativamente nel silenzio sacro della solitaria esperienza interiore. Ma qualcos’altro potrà, tuttavia, essere detto in un altro studio, che seguirà lʼattuale: è una promessa che faccio al candido lettore, che avuto la pazienza di seguire le tredici parti, lungo le quali si sono svolte le presenti considerazioni.

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IL TRITTICO «GRAAL»

di Anna May, Monaco

Aggiungiamo questa descrizione, che a suo tempo fu data – tuttavia soltanto a grandi linee, al Glaspalast a Monaco, allorché il quadro venne là esposto. Essa rimase nellʼufficio della giuria nel caso di un acquisto o di una richiesta.

Il Trittico «GRAAL»

«Da Salomone a Christian Rosenkreutz attraverso il Golgotha».

Alcune correnti spirituali e fisiche (quella dellʼoro della sapienza e quella del sangue) si uniscono allʼumanità : allʼinterno delle medesime sorgono le grandi individualità come Abramo, Isacco, Mosè, il Buddha, lʼevangelista Giovanni, Paolo.

Pernio di questa storia dellʼumanità è il Mistero del Golgotha. «Graal» è la Parola per lʼuomo, nella misura in cui egli cerchi rapporto con tale evento. La leggenda dice che il Graal sarebbe stato ricavato dalla pietra che Lucifero perdette dalla sua corona nella sua caduta. Salomone lo ricevette dalla Regina di Saba (parte sinistra del Trittico).

Esso divenne poi la coppa dellʼUltima Cena, nella quale Giuseppe dʼArimathea avrebbe raccolto il sacro sangue (parte centrale del Trittico).

Allorché questo sangue del Christo in un lontano futuro sarà penetrato sin nella parte più interna della Terra, esso diventerà anche lʼuomo completamente cristificato, il Parzifal del futuro, si risveglierà dalla coppa del Graal come da una bara, e riunirà tutte le religioni e le precedenti filosofie in un vivente sapere cristico. Poi anche Michael avrà incatenato il drago, e la «Donna» dellʼApocalisse porterà di nuovo in sé il Sole ed avrà la Luna sotto i piedi, cioè la Terra avrà riportata la vittoria sullʼelemento materiale.

La parte superiore del Trittico Graal rappresenta il Mondo Spirituale (oro); le superiori teste più grandi: gli Spiriti del Tempo (Archai), che tendondosi le mani attraverso ampie epoche, si alternano. A loro sostegno, gli Spiriti dei Popoli (Arcangeli).

Sotto di loro, volgenti lo sguardo in basso agli uomini, gli Angeloi, ossia gli Angeli. La parte inferiore, cioè le due Colonne, rappresenta la corrente del sangue, che scorre attraverso lʼumanità, e che in collegamento con lo Spirituale (oro) incarna le alte Guide, che dirigono lʼevoluzione dellʼumanità. A sinistra, dallʼalto verso il basso «Melchisedek», il grande Iniziato solare, che porta pane e vino ad Abramo, sotto Abramo ed Isacco, sotto Giacobbe e la scala celeste. Sotto (a sinistra della croce) Mosè nella posizione, come se vedesse il roveto ardente.

Queste individualità sono quelle che stanno come pietre miliari per la preparazione del sangue nel popolo ebraico, per formare il corpo del Christo.

Le tre parti del Trittico

la parte superiore media sopra il Golgotha : il Graal – la Pietra, che cadde dalla corona di Lucifero nella lotta in Cielo.

Immagine di sinistra : la Regina di Saba lo ha portato tra varie preziosità al Re Salomone. In séguito il Christo elargisce dalla Coppa del Graal lʼUltima Cena, e Giuseppe dʼArimathea vi raccoglie il sacro sangue sul Golgotha, che compenetra la Terra e viene accolto dalle Madri, le tre forze terrene, pensare, sentire e volere. Col Christo, lo Spirito del Sole, discesero sulla Terra Entità spirituali, le quali lavorano questa, cosicché il sangue penetri profondamente in essa e la cristifichi.

Immagine di destra : mostra il  Cristianesimo esoterico, rinnovato, risvegliantesi dalla Coppa del Graal come dalla bara di cristallo che viene diretto da Christian Rosenkreutz; attorno a lui (al centro) i sette santi Rishi come rappresentanti dei primordiali Misteri planetari atlantidei. 

A destra e a sinistra : uniti a questi i rappresentanti delle cinque epoche di evoluzione o epoche di civiltà postatlantiche, la antica indiana, l’antica persiana (Zarathustra), quella egizio-caldaica (Hermete), quella greco-latina (Socrate, Platone, Agostino) e come rappresentante della nostra epoca la Pulzella dʼOrléans.

In alto a sinistra della parte centrale : la più grande individualità prima dellʼEvento del Chrsto, il Buddha, al di sotto nella corrente del sangue: un Iniziato precristiano con gli occhi chiusi, cioè non ancora iniziato in uno stato cosciente.

In alto a destra della parte centrale : dopo lʼEvento del Christo : Giovanni lʼEvangelista, con la sfera terrestra, che significa : il Christo sulla croce gli affidò sua Madre, la Terra. Sotto, un Iniziato nel senso cristico con gli occhi aperti, cosciente.

A lato della parte centrale, in basso a destra : Paolo (non io, ma il Christo in me) come contraltare a Mosè (Ehjeh asher ehjeh – Io sono lʼIo Sono).

Nella inferiore corrente sanguigna : la «bestia» incatenata da Michael, al di sopra la «Donna», che reca il Sole in sé e la Luna sotto i piedi, cioè alla fine dellʼevoluzione terrestre si riuniscono le forze solari con le forze lunari, cioè la Terra sarà completamente cristificata.

Lʼambiente per questa raffigurazione venne indicato dal Dr. Steiner nel seguente modo:

Un ampio ambiente in legno, a forma di nicchia, sotto con una sorta di elemento come un ampio altare. Il tutto splendente, ma corroso blu-indaco. Nella rotondità sopra lo zodiaco, le costellazioni ma circondate da figure immaginative come una nebbia dorata, nella quale rilucono le stelle.

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Da quanto esposto, risulta chiaro che, secondo Rudolf Steiner, il Graal è il senso della Terra, ossia quello della sua trasformazione da «Cosmo della Saggezza» in «Cosmo dell’Amore». Infatti, così egli scrive nel VI capitolo, Presente e futuro dell’evoluzione cosmica e umana, della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, trad. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista e aggiornata da W. Schwarz, Gius. Laterza e Figli, Bari, 1947, pp. 309-311:

«La Terra è la discendente dell’antica Luna, e quest’ultima si è costituita, con tutto ciò che le apparteneva, come «Cosmo della Sapienza». Orbene, la Terra segna l’inizio di un’evoluzione per mezzo di cui una nuova forza verrà introdotta in questa saggezza; essa conduce l’uomo a sentirsi cittadino indipendente di un mondo spirituale. Ciò dipende dal fatto, che il suo «Io» viene formato dagli Spiriti della Forma, durante il periodo terrestre, al modo stesso come il suo corpo fisico venne elaborato su Saturno dagli Spiriti della Volontà, il suo corpo vitale sul Sole dagli Spiriti della Saggezza, e il suo corpo astrale sulla Luna dagli Spiriti del Movimento. Dalla collaborazione degli Spiriti della Volontà, della Sapienza e del Movimento nasce ciò che si manifesta come Saggezza. Per opera di queste tre categorie di Spiriti, gli esseri e i processi della Terra possono armonizzarsi in saggezza con gli altri es-seri del loro mondo. L’uomo riceve il suo «Io» indipendente dagli Spiriti della Forma; questo Io si armonizzerà nell’avvenire con gli esseri della Terra, di Giove, di Venere e di Vulcano a mezzo di quella forza che s’introduce nella saggezza durante il periodo terrestre. È questa la forza dell’amore. Questa forza dell’amore deve nascere nell’umanità terrestre e il «Cosmo della saggezza» deve svilupparsi in «Cosmo di amore». Tutto ciò che l’Io può sviluppare in sé deve trasformarsi in amore. Quale universale «archetipo dell’amore» si presenta con la sua rivelazione il sublime Essere solare, che è stato caratterizzato nella descrizione dell’evoluzione del Cristo. […] Ciò che si è andato preparando come saggezza su Saturno, il Sole e la Luna, agisce nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale dell’uomo e si manifesta come «Saggezza del Mondo»; nell’Io però s’interiorizza. A partire dallo stato terrestre, «la saggezza del mondo esteriore» diventa saggezza interiore nell’uomo; e quando si è in tal modo interiorizzata diventa il germe dell’amore. La saggezza è condizione necessaria per l’amore; l’amore è il frutto della saggezza rinata nell’Io». 

Alcune pagine prima, Rudolf Steiner per la prima volta nella Scienza Occulta parla  della della novella, moderna, Via dell’Iniziazione rosicruciana come della Via del Graal. Infatti, così egli scrive alle pp. 303-308:

«La «sapienza occulta», che esercita in tal modo la sua azione sull’umanità, e sempre maggiormente l’eserciterà, si può chiamare simbolicamente la conoscenza del «Graal». Chi impara a penetrare la profonda essenza di questo simbolo, quale viene raccontato nella storia e nella leggenda, si accorge che esso rappresenta in modo significativo la natura di ciò che abbiamo chiamato la conoscenza della nuova iniziazione, con il mistero del Cristo al centro. Gli iniziati moderni possono essere perciò chiamati «iniziati del Graal». Quella via verso i mondi soprasensibili, di cui abbiamo descritto in questo libro i primi gradini, conduce alla «scienza del Graal». Tale conoscenza ha la peculiarità, che i fatti a cui allude possono essere investigati soltanto dopo l’acquisto dei mezzi necessari, quali sono indicati in questo libro. Quando però i fatti sono stati investigati, essi possono essere compresi appunto per mezzo delle forze animiche sviluppatesi nel quinto periodo; e veramente diventerà più evidente che tali forze troveranno ognora maggiore sempre più soddisfazione in quelle conoscenze. Nel tempi in cui ora viviamo, quelle conoscenze devono essere accolte nella coscienza generale più largamente di quanto non lo fossero nel passato, ed è da tale punto di vista appunto che sono stati comunicati  gl’insegnamenti contenuti in questo libro. A misura che l’evoluzione dell’umanità assimilerà le conoscenze del Graal, l’impulso dato dall’avvento del Cristo acquisterà maggior forza e significato; la parte esteriore dell’evoluzione cristiana andrà sempre più associata a quella «interiore».  Tutto ciò che può essere conosciuto intorno ai mondi superiori, nei riguardi del mistero del Cristo, a mezzo dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione, penetrerà sempre meglio nella vita intellettiva, sentimentale e volitiva dell’uomo. La «sapienza occulta del Graal» diverrà manifesta, e come forza interiore compenetrerà sempre più le manifestazioni della vita umana. […]

Si vede dunque come la «conoscenza del Graal» c’insegni il più alto ideale dell’evoluzione umana che all’uomo sia dato concepire; quella spiritualizzazione, cioè, che egli conquista per forza propria, e che si palesa infine come il risultato armonico, che egli ha potuto stabilire, durante il quinto e il sesto periodo dell’evoluzione attuale, fra le forze da lui acquistate del sentimento e dell’intelletto e le conoscenze dei mondi soprasensibili».  

Voglio concludere questa ancora una volta troppo lunga trattazione, trascrivendo alcuni stralci di quanto dice Massimo Scaligero a conclusione del sopra citato Iniziazione e Tradizione alle pp. 42-45, poiché quanto ivi dice è veramente una mirabile sintesi del tema che siamo andati svolgendo: tema al quale egli aveva consacrato l’intera sua vita e tutte le sue forze:

«I Maestri della Iniziazione hanno potuto comunicare ciò nei seguenti termini: «Quello che novellamente è nato nell’umanità, il mistero dell’Io Superiore, viene custodito da una segreta comunità. La continuità del Mistero che novamente si appressa all’anima dell’uomo là dove essa può trovare il suo intimo principio non riducibile alla natura, si esprime con un simbolo: la Coppa di cui si servì il Cristo la sera dell’ultima cena e nella quale vennero poi raccolte stille del Suo sangue da Giuseppe d’Arimatea». Secondo la leggenda, la sacra Coppa venne portata dagli Angeli in Occidente e qui venne eretto per essa un tempio dove i fratelli della Rosa-Croce divennero custodi del suo contenuto, ossia custodi dell’essenza del Dio che, vincendo la morte, suscita la nuova nascita dell’Io. Il Mistero del Dio novellamente nato, oltre il dominio della morte, attende inconosciuto l’uomo che sappia svincolarsi dall’incantesimo della esistenza esteriore. È il Mistero del San Graal: che si pone come la via attuale della Iniziazione. L’evangelista Giovanni poté dire: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». E poté annunciare che «il Verbo si è fatto carne». Tuttavia, ciò che questo significa non può essere ritrovato attraverso nessuna parola scritta o parlata, ma solo grazie a un rapporto radicale con quello che realmente, come evento cosmico, si è verificato con il Sacrificio del Golgotha e che è appena riflesso nei Vangeli. […]

Soltanto una conoscenza sovrasensibile, indipendente dalla disanimata eco delle antiche iniziazioni – che erano semplicemente restaurazioni sempre più deboli di una illuminazione che si andava perdendo e ormai è definitivamente perduta sia in Oriente che in Occidente – e portata agli uomini da uno dei custodi della Saggezza primordiale, può far intravvedere la direzione verso tale via. Egli [sc. Rudolf Steiner] l’ha veramente mostrata. E questa nostra sintesi deriva dal suo insegnamento: al quale possiamo rimandare il lettore che intenda attingere alla fonte diretta.

Viene insegnato da tale Maestro come «Colui che era alprincipio con Dio» sia nato di nuovo nell’Essere che, vincendo la morte, ha impresso nel segreto della sostanza minerale dell’uomo fisico la potenza della Resurrezione. Ormai il còmpito dell’iniziato è far affiorare in sé, per il veicolo del pensare liberato, il principio interiore, indipendente dalla natura e dalla terra, per via del quale unicamente ci si può riconnettere con il proprio Maestro: principio della individualità integrale, che perciò può compiere l’Operatio Solis. Esso può visitare interiora terrae e suscitare la virtù adamantina, il potere che risolve la mineralità della «pietra nera».
È la Via del Diamante-folgore o Via del San Graal. […]

Al principio era il Mistero dell’Io Superiore umano: esso permase come segreto della «pietra fulgurea» perduta prima da Lucifero e poi ancora da Adamo. Perciò nella Rocca del Graal è custodito il Mistero dell’Io imperituro dell’uomo. Coloro ai quali è possibile contemplare questo Mistero, sanno che per giungere al centro spirituale originario, debbono affrontare l’enigma dell’esperienza cruciale che suggella il segreto della trasmutazione del male e della morte, attraverso la «questione» risolutiva che l’Io pone alla sua essenza perenne, affermandosi già in ciò come un affiorare dell’Io superiore medesimo. […]

L’impresa del Graal è più che mai innanzi alla decisione dell’uomo, per il suo essere o per il suo non-essere: l’enigma del Graal è attuale ed è la possibilità di liberazione dell’avvenire. La questione del Graal deve essere posta dall’iniziato, dal ricercatore di quel centro spirituale per il quale soltanto si dissolvono le parvenze e l’errore del mondo. La via del Graal è ancora oggi sconosciuta, ma può essere ritrovata, se l’attaccamento alla parvenza terrestre e ad ogni sua proiezione dottrinaria
spiritualistica e tradizionale, non ha del tutto spento lo slancio verso l’imperituro, l’amore per l’infinito, la volontà di liberazione». 

Quod bonum, felix, faustumque sit!

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. DODICESIMA PARTE.

Dopo una non breve assenza, Hugo ritorna ad affrontare il tema centrale di questo studio in più puntate. Difficoltà varie – sue e di alcune persone care – ed eziandio altri eventi, hanno impedito che quanto maturato in lunghe ricerche venisse ad avere la possibilità di essere qui pubblicato. Ma nulla avviene a caso, e il periodo trascorso ha permesso una ulteriore maturazione dei pensieri. Ciò fa sperare nellʼindulgenza del benevolo lettore.

***

Elemento centrale della Esoterische Schule, della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner nel 1904 è il Sentiero della Conoscenza, del quale egli parla nel capitolo finale del libro Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, apparso nella sua prima edizione tedesca proprio nel 1904, e da allora tradotto molte volte anche nella nostra lingua. Una bella traduzione di quel libro fondamentale è quella di Iva Levi Bachi, molte volte ripubblicata dalla milanese Editrice Antroposofica. In quel capitolo finale Rudolf Steiner dà la trama di pensiero del Sentiero della Conoscenza, ossia del percorso che deve condurre il discepolo dalla illusoria conoscenza sensibile allʼautentica Gnosis, alla folgorante Conoscenza sovrasensibile: Conoscenza che è visione trasformatrice, trasfiguratrice e trasmutatrice dellʼintero essere umano.

Senza una intensa pratica interiore, lʼintera Scienza dello Spirito è un non senso: rischia di diventare o una grigia teoria, che ingolfa la memoria, o un misticismo sentimentale, o un eccentrico estetismo intellettuale. E precisamente questa fu ed è la tragedia del movimento antroposofico. Rudolf Steiner, con molta amarezza, più volte, mise in evidenza come molti antroposofi allora leggessero – e tuttora leggono – un libro come la sopra citata Teosofia come si legge un libro di cucina, mentre dovrebbe essere un libro ʽrisvegliatoreʼ, ossia la lettura di un tale libro dovrebbe essere un ʽRitoʼ sacro, un intenso esercizio interiore, capace di trasformare radicalmente lʼanima del lettore meditante. E aggiunse che se gli antroposofi avessero usato in cotal modo i libri da lui scritti – soprattutto Teosofia, Iniziazione, La Scienza Occulta, egli si sarebbe risparmiato la fatica di tenere migliaia di conferenze. Perché i contenuti di quelle conferenze sarebbero stati conquista interiore ed esperienza diretta degli asceti interiormente attivi e operanti. Ma così – nobili eccezioni a parte – non fu, e purtroppo ancor oggi non è, e questa, appunto, come sopra detto, fu ed è la tragedia del movimento e della Società Antroposofica. È tragico che in Germania, in ambienti esoterici seri, con feroce sarcasmo, si parli della Società Antroposofica come di «eine okkulte Gesellschaft ohne Okkultisten», ossia, detto nella lingua del nostro Dante l’attuale Società Antroposofica è una società occulta senza occultisti

Un discorso a parte va fatto a proposito della Scuola Esoterica da lui fondata e strutturata nelle tre Classi, delle quali ho avuto modo di parlare più volte su questo animoso e temerario blog. In essa, soprattutto nella prima Scuola Esoterica, che visse ed operò tra il 1904 e il 1914, appartennero alcune centinaia di discepoli occulti che si erano rivolti al Maestro chiedendogli una direzione spirituale, discepoli che operarono in silenzio a percorrere lʼarduo sentiero che conduce alla Iniziazione ad una superiore vita spirituale. A parte Marie Steiner, la fedele compagna e collaboratrice del Maestro, voglio ricordare soltanto Martina von Limburger in Germania, e Giovanni Colazza in Italia: figure luminose che, appunto in silenzio e riservatezza, portarono avanti lʼascesi indicata loro da Rudolf Steiner, e che ci hanno altresì trasmesso un prezioso lascito operativo. Lascito scaturito da una pratica interiore effettivamente eseguita, praticamente attuata, e non meramente letta nei libri o semplicemente immaginata.

All’interno della seconda Classe della suddetta Scuola Esoterica – la Classe culticoconoscitiva, in séguito conosciuta anche come ʻMystica Aeternaʼ – Rudolf Steiner donò la Leggenda del Tempio o Leggenda Aurea come tema centrale sul quale doveva incessantemente esercitarsi il meditare di coloro che erano stati accolti come membri della seconda Classe. I contenuti dellʼintera Scuola Esoterica furono preservati – e difesi dalla azione emarginatrice e disgregatrice della dirigenza della Società Antroposofica, messa in atto soprattutto ad opera di Albert Steffen e di Guenther Wachsmuth – dalla Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia dal ʽLascitoʼ di Rudolf Steiner, e dobbiamo alla dedizione sacrificale, alla competenza sia interiore che professionale, al lavoro pluridecennale di Hella Wiesberger, alla quale va tutta la nostra gratitudine e il nostro amore, il fatto che oggi i contenuti della prima Scuola Esoterica siano giunti sino a noi e messi a disposizione del libero ricercatore spirituale. La pubblicazione di tale aureo patrimonio della Scuola Esoterica non fu affatto una arbitraria, e – al dire dei suoi detrattori – discutibile decisione di Hella Wiesberger – come in maniera insana e improvvida ha scritto in maniera oltremodo ingiusta e offensiva su un noto social forum N.R. Ottaviano – ma una precisa volontà di Marie Steiner, avallata dalla stessa parola di Rudolf Steiner, e testimoniata da sue disposizioni testamentarie scritte. Lei, ancora vivente, dovette addirittura difendersi da velenosi e calunniosi attacchi da parte di vari membri della ipersteffenianizzata Società Antroposofica allorché, negli ultimi anni di una vita tutta dedita a servire con amore – e a salvare – lʼOpera di Rudolf Steiner, curò la pubblicazione dei primi tre ʽQuaderni Esotericiʼ (lʼultimo dei quali uscì postumo), che costituirono poi il primo nucleo della successiva pubblicazione del lascito esoterico di Rudolf Steiner. Tali primi ʽQuaderniʼ furono sùbito tradotti una prima volta in italiano ad opera di Mario Viezzoli, che succedé a Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis, ed io ne possiedo una copia con sopra gli appunti e le correzioni di mano di Massimo Scaligero, che custodisco come un piccolo prezioso tesoro. Quei ʽQuaderniʼ, poi completati con altro materiale, furono in séguito ritradotti in italiano più volte, anche tenendo conto delle osservazioni e correzioni di Massimo Scaligero, lʼultima versione dei quali ad opera di alcuni amici sotto la direzione di Romolo Benvenuti, che diresse per decenni il Gruppo Novalis dopo Giovanni Colazza, Mario Viezzoli, Caio Sallustio Crispo.

Il testo della Leggenda del Tempio ci è giunto in varie versioni, tutte di mano di Rudolf Steiner. La parte riportata nel presente articolo si trova nel volume 265 dellʼOpera Omnia del Dottore. Una parte di quel volume – il GA-265 dellʼedizione tedesca – è stato parzialmente tradotto ed in séguito pubblicato dalla milanese Editrice Antroposofica. Per vari motivi, che per il momento non intendo approfondire, tale edizione non è soddisfacente – sia perché manca larga parte della importante  introduzione storico-documentaria curata da Hella Wiesberger, sia per taluni grossolani fraintendimenti presenti nella traduzione pubblicata – per cui ho preferito tradurre a mia volta dallʼoriginale tedesco la parte che riporto nella presente puntata di questo mio studio. La parte che riguarda la versione della Leggenda del Tempio che ho scelto di tradurre, si trova alle pp. 365-368 della GA-265, che in tedesco ha titolo Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987. La traduzione è stata eseguita nella forma più letterale possibile – anche a costo di sacrificare la «venustà del periodare», per usare una espressione del caro «zio» Arturo – per tema di tradire il pensiero, che ne costituisce l’essenza.  

«La leggenda del Tempio.

«La parte significante simbolicamente lʼevoluzione dell’umanità»,

come essa veniva comunicata nel primo Grado.

Testo secondo il manoscritto originale di Rudolf Steiner.

All’inizio dellʼevoluzione terrestre uno tra gli Spiriti di Luce o Elohim discese dalla regione solare in quella terrestre e si congiunse con Eva, la madre primordiale del vivente. Da questa unione sorse Caino, il primo degli uomini terreni. In seguito, un altro spirito della classe degli Elohim, Jahve o Jehova, plasmò Adamo; e dalla unione di Adamo con Eva sorse Abele, il fratellastro di Caino. La diversità dellʼorigine di Caino e Abele (generazione sessuale e asessuale) provocò il contrasto tra Caino e Abele. E Caino colpì Abele. Abele era andato in rovina a causa della generazione sessuale, Caino a causa della caduta morale della vita nel mondo spirituale. Al posto di Abele, Jehova dette in sostituzione alla coppia come figlio Seth. Da Caino e Seth provengono due diversi tipi umani. I discendenti di Seth potevano guardare nel Mondo Spiritale in particolari (sognanti) stati di coscienza. I discendenti di Caino persero completamente questa visione. Essi dovettero, nel corso delle generazioni, elaborare la riconquista delle facoltà spirituali attraverso la graduale educazione delle forze umane terrestri.

Uno dei discendenti di Abele-Seth fu il sapiente Salomone. Egli aveva ancora ereditato il dono della chiaroveggenza sognante; aveva ricevuto questo dono, come predisposizione in un grado eccezionale; così accadde che la sua sapienza divenne così vastamente famosa, che di lui si racconta che possedesse un trono dʼoro e dʼavorio (oro e avorio come simboli della sapienza).

Dalla stirpe di Caino provennero uomini che, nel corso del tempo, sempre più si resero atti allʼevoluzione ascendente delle forze umani terrestri. Uno di questi uomini fu Lamech, il custode dei libri-T, nei quali venne riprodotta la sapienza primordiale nella misura in cui ciò fu possibile mediante forze umane terrestri, cosicché questi libri sono inintellegibili agli uomini non iniziati. Un altro discendente dell’umanità cainita è Tubalcain, che nella lavorazione dei metalli progredì talmente da poter plasmare artisticamente i metalli in strumenti musicali. E, come contemporaneo di Salomone visse Hiram Abif o Adoniram, della stirpe di Caino, il quale con la sua Arte era talmente progredito, che questa confinava in maniera immediata con la visione dei mondi superiori, e per lui vi era appunto appena un sottile diaframma da abbattere nei confronti della Iniziazione.

Il sapiente Salomone ideò il progetto di un Tempio, che nelle sue forme avrebbe dovuto portare simbolicamente ad espressione l’evoluzione dellʼumanità. Mediante la sua sapienza sognante, egli poté ideare i pensieri di questo Tempio in tutti i suoi singoli particolari, ma gli mancava la conoscenza delle forze terrestri per la sua effettiva edificazione, la quale doveva essere conquistata unicamente attraverso l’educazione delle forze terrestri nella stirpe di Caino. Perciò Salomone si alleò con Hiram Abif. Ora questi costruì il Tempio che esprimeva simbolicamente lʼevoluzione dell’umanità.

La fama di Salomone era giunta sino alla Regina di Saba, Balkis. Questa si recò un giorno alla corte di Salomone per sposarlo. Le vennero mostrate tutte le magnificenze della corte di Salomone ed anche il possente Tempio. Ella non poteva concepire, per le rappresentazioni che sino ad allora ella si era conquistata, come un architetto avente a disposizione unicamente forze terrestri, avesse potuto realizzare un qualcosa del genere. Ella aveva appunto saputo che la guida degli operai aveva potuto dirigere contemporaneamente sufficienti schiere di operai attraverso il possesso di ataviche forze magiche. Ella ottenne di poter vedere l ̓ architetto per lei degno in modo così raro. Non appena egli la incontrò, il suo sguardo fece su di lei una impressione eccezionalmente profonda. Poi dovette mostrarle, chʼegli guidasse gli operai attraverso semplici relazioni umane. Prese il martello, salì su di un colle, e ad un suo segno con il martello si appressarono grandi schiere di operai. La Regina di Saba notò come potevano essere sviluppate forze umane di cotale importanza. Sùbito dopo la Regina si recò con la sua nutrice (nutrice sta per persona profetica) di fronte alle porte della città. Qui incontrarono Hiram Abif. Nel momento in cui le due donne scorsero lʼarchitetto, lʼuccello Had-Had dallʼaria volò sul braccio della Regina di Saba.

La profetica nutrice spiegò ciò col fatto che la Regina di Saba era destinata non a Salomone bensì a Hiram Abif. Da quel momento in poi, la Regina sempre di più non pensò ad altro che a poter sciogliere il fidanzamento con Salomone. Si racconta poi come al Re, in uno stato di ebrezza, dal dito venisse levato lʼanello di fidanzamento, cosicché la Regina potesse ora esser considerata la sposa destinata a Hiram Abif. (Alla base di questo tratto della leggenda vi è il fatto che nella Regina di Saba deve vedersi lʼantica Sapienza Stellare, la quale fino a quellʼepoca era stata congiunta con le antiche forze ataviche, che vengono simboleggiate in Salomone. Le leggende occulte nei simboli di personaggi femminili esprimono la Sapienza, che può disposarsi con la parte maschile dellʼanima. Con lʼepoca di Salomone è cominciata lʼèra in cui questa Sapienza deve passare dalle antiche forme ataviche alle forze dellʼIo terreno riconquistate. Lʼ«anello» è sempre il simbolo dellʼ«Io». Salomone viene pensato come ancora in possesso di un io non pienamente terrestre, bensì di un io  che è tale  soltanto nel riflesso dellʼ«Io superiore» dellʼangelo nellʼatavica coscienza chiaroveggente di sogno. La «ubriacatura» incdica che questo Io viene nuovamente perduto allʼinterno delle forze animiche semicoscienti, mediante le quali era stato conquistato. Solo Hiram è in possesso di un «Io» umano-reale).

Da questo momento una violenta gelosia afferra Salomone nei confronti del suo Architetto. Fu facile perciò per tre compagni traditori trovare ascolto presso il Re per un’azione tramite la quale essi volevano rovinare Hiram Abif. Essi sono suoi nemici, giacché dovettero venir da lui respinti allorché pretesero il Grado e la Parola di Maestro, per le quali non erano maturi.

Ora, questi tre compagni traditori decisero di rovinare a Hiram Abif l’opera, ch’egli voleva eseguire a coronamento del suo lavorare alla corte di Salomone. Era la fusione del «mare di bronzo». Si trattava della fusione prodotta ad arte, a partire dai sette metalli fondamentali (piombo, rame, stagno, mercurio, ferro, argento, oro), sì da essere perfettamente trasparente. La cosa venne eseguita sino alla fusione finale, che doveva essere eseguita di fronte alla corte riunita – di fronte pure alla Regina di Saba – fusione mediante la quale la sostanza ancora torbida doveva essere cangiata sino a perfetta trasparenza. Ora, i tre compagni traditori mescolarono qualcosa di non corretto nella fusione, cosicché questa, invece di illimpidirsi, sprigionò scintille di fuoco. Hiram Abif cercò di placare il fuoco con lʼacqua . Non vi riuscì, anzi le fiamme divamparono da tutte le parti. Ma Hiram Abif udì uscire dalle fiamme e dalla massa rifulgente una voce: «Gettati nelle fiamme; tu sei invulnerabile». Egli si gettò nelle fiamme, e scorse sùbito che la sua via conduceva al centro della Terra. A metà strada incontrò il suo antenato Tubalcain. Questi lo guidò al centro della Terra, ove si trovava il suo grande avo Caino, nello stato in cui questi era prima della colpa. Qui Hiram Abif ricevette la spiegazione del fatto che l’energico sviluppo delle forze umane terrestri alla fine conduce al sommo della Iniziazione, e che l’Iniziazione ottenuta su questa via avrebbe dovuto subentrare nel corso della Terra in luogo della visione dei figli di Abele-Seth, che sarebbe scomparsa. La forza donatrice di coraggio, che Hiram Abif ricevé da Caino, simbolicamente viene espressa dicendo che Hiram ricevé da Caino un nuovo martello, con il quale egli ritornò alla superficie della Terra, toccò il Mare di Bronzo, e tramite ciò riuscì a provocare la sua perfetta trasparenza. (Mediante questa simbologia viene dato quel che nella corretta meditazione solleva l’entità interiore dell’evoluzione umana sulla Terra allʼImaginazione. Il Mare di bronzo può essere considerato come il simbolo di ciò che lʼuomo sarebbe diventato se non avessero preso posto nell’anima le tre forze traditrici: dubbio, superstizione, illusione del sé personale. Mediante queste tre forze lʼevoluzione dellʼumanità sulla Terra è giunta allʼepoca lemurica al divampare del fuoco, che non poté essere sedato mediante lʼevoluzione acquea nellʼepoca atlantica. Piuttosto, deve aver luogo una evoluzione delle forze umane terrestri tale, che nellʼanima venga reintegrata la condizione originaria, che era presente in Caino prima del fratricidio. Di fronte alle forze terrestri, possono conservarsi non le sognanti forze animiche dei fratelli di Abele-Seth, bensì quelle dei discendenti di Caino che giungono allo sviluppo pienamente reale dellʼIo).

Una ulteriore trascrizione della Leggenda del Tempio secondo un manoscritto originale di Rudolf Steiner.

(Manca la prima parte)

Da quel momento Salomone sʼinfiammò di gelosia nei confronti del suo Architetto. Si trovarono perciò ad appoggiarlo tre compagni traditori, i quali nella loro ambizione avrebbero voluto ottenere dallʼArchitetto la Parola e il Grado di Maestro, che questi non aveva potuto concedere loro, perché a ciò essi non erano maturi. Essi decisero allora di vendicarsi nel modo seguente.

Hiram Abif doveva eseguire a coronamento dei suoi lavori alla corte di Salomone il cosiddetto Mare di Bronzo. Questo doveva essere una fusione metallica prodigiosa, nella quale erano fusi tutti i metalli della Terra in proporzioni tali da risultarne una splendida armonia. Tutto era stato predisposto da Hiram Abif sino allʼultimo atto. Questo doveva essere eseguito durante una festa particolare. Lʼintera corte si era radunata per lʼavvenimento, e vi era pure la Regina di Saba. I tre compagni traditori, in un momento decisivo, mescolarono un elemento errato nella fusione; ed accadde che il tutto non giunse ad unʼarmonica conclusione, dalla fusione si spigionarono delle fiamme. Hiram Abif tentò di placare le fiamme con lʼacqua. Ma dalla fusione si elevarono spaventose masse fiammeggianti. Tutti quelli che si erano radunati fuggirono. Ma Hiram Abif udì sortir dalle fiamme una voce, che gli disse: «Non temere, gettati nelle fiamme; tu sei invulnerabile». Egli si lanciò nelle fiamme. Si accorse sùbito che il suo volo conduceva al centro della Terra. A metà cammino incontrò Tubalcain, che lo condusse dal suo avo Caino, al centro della Terra. Caino era nella forma precedente alla sua caduta peccaminosa. Questi dette a Hiram Abif un nuovo simbolo-T, e gli disse di ripetere con esso la fusione, una volta tornato alla superficie della Terra. E che da lui sarebbe sorta una stirpe, la quale avrebbe vinto i figli di Adamo sulla Terra, ed avrebbe di nuovo introdotto il grande culto del Fuoco, riconducendo così lʼumanità alla divina Parola Creatrice.

Anche in questa leggenda vi è un significato profondo. Prima che l҆ʼuomo discendesse dal grembo della Divinità nellʼincarnazione terrestre, egli era in un regno spirituale che poteva percepire. Egli udiva la divina Parola Creatrice. Egli si incarnò in masse metalliche, che allora erano ancora allo stato fluido nel fuoco. Prima che ciò avvenisse, non avrebbero potuto avvicinarglisi i tre compagni traditori: dubbio, superstizione, e illusione del sé personale. Non avrebbe potuto dubitare del Mondo Spirituale, appunto perché questo era attorno a lui. Non avrebbe potuto cadere nella superstizione, perché egli vedeva lo spirituale nella sua vera forma. La superstizione consiste nella rappresentazione dello spirituale sotto falsa forma. Lʼillusione del sé personale non avrebbe potuto afferrarlo, poiché egli si sapeva nella spiritualità universale; non ne era ancora tagliato fuori con la sua reclusione nel corpo. Se questi tre compagni traditori non avessero potuto morderlo al calcagno, il suo corpo sarebbe diventato un puro, armonico, tramite con la materia. Essi mischiarono lʼimpurità, che gli fece obliare la Parola Creatrice divino-spirituale. Attraverso ciò la fusione venne distrutta. Quindi, il viaggio di Hiram Abif al centro della Terra rappresenta il procedere dellʼuomo sul sentiero occulto. Attraverso questo, lʼumanità ottiene nuovamente il possesso del T, della divina Parola Creatrice, la natura umana (Caino) conosce come essa fosse prima della caduta, e come possa nuovamente renderla pura».

Da tutto quanto abbiamo visto sinora, possiamo constatare come, alla luce della Scienza dello Spirito, vi sia una radicale contrapposizione tra la visione spirituale del mondo propria della ‘stirpe jahvetico-abelita’ e quella propria, invece, della ‘stirpe dei Figli del Fuoco’, ossia della ‘stirpe cainita’. Questa contrapposizione, che – dal punto di vista della Scienza dello Spirito – potremmo goethianamente definire ‘polare’, naturalmente, nell’evoluzione dell’uomo e del cosmo ha avuta la sua ragion d’essere. Il che, tuttavia, non la rende, ancor oggi, meno aspra, pur nella sua giustificata necessità.

Al fine di rendere meno impervia la comprensione di una tale ‘polare contrapposizione’, e, di conseguenza, aiutare l’intuizione del libero ricercatore che, sola, può far penetrare, in totale autonomia, il ‘mistero’ dal quale tale aspra contrapposizione scaturisce, giova forse richiamare – una volta di più – le immagini del ‘mito’ del ‘Concilio degli Dèi’. Ora, secondo tale ‘mito’ – ‘mito’ vero, pur nella poeticità delle sue immagini – l’Assoluto Divino pose, all’origine dei tempi – dei ‘nostri tempi’, naturalmente, ché nell’Assoluto tempo non v’è – alle Celesti Gerarchie un còmpito da esse difficilmente attuabile e realizzabile: portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Còmpito invero arduo per esse, giacché esse stesse libere non erano affatto, essendovi, al principio, in esse solo ‘necessità’, sia pure ‘metafisica’, e non libertà.

Più volte Massimo Scaligero, rievocando in incontri e riunioni tale primordiale ‘Concilio degli Dèi’, mise in evidenza come le Gerarchie divino-spirituali, e le Entità ad esse appartenenti, fossero, a vari gradi, ‘manifestazione’, immediata e necessitante, dell’Assoluto Divino, del quale esse erano e sono emanazione ed espressione. In quanto tali, esse, di per sé, non hanno autonomia rispetto all’Assoluto del quale sono, appunto, la manifestazione: sono legate all’essere, come ad una ‘funzione’ alla quale non possono – per ora – sottrarsi. Ad esempio gli Spiriti della Sapienza o della Saggezza non si può dire che abbiano ‘Sapienza’, bensì che essi sono ‘Sapienza’, e non possono, per ora, sottrarsi a tale loro immediato essere, per essere diversamente da come attualmente sono. E così gli Spiriti del Coraggio, dell’Armonia, e persino gli Spiriti dell’Amore. Le Entità divino-spirituali, in special modo quelle più elevate, hanno sì ‘coscienza sovrasensibile’‘onnipotenza’, assoluta ‘bontà’ e ‘moralità’, ma non conoscono, e non hanno ‘Autocoscienza’‘Libertà’, e ‘Amore’.

Così come tali elevate Gerarchie divino-spirituali, anche le Entità Avverse – gli Ostacolatori – non sono affatto libere. Le Entità Ostacolatrici svolgono, esse pure, un ‘còmpito’, una ‘funzione’ alla quale – per così dire – sono ‘assegnate’‘costrette’, ‘comandate’, senza potersi a tale cogente condizione minimamente sottrarre. Gli Spiriti dell’Ostacolo svolgono la loro assegnata ‘funzione’ in maniera inesorabile, con l’impersonale ‘necessità’ delle forze della Natura.

L’unica possibilità, in quell’esiodeo ‘Concilio degli Dèi’, che le celesti Gerarchie ebbero di attuare il còmpito loro assegnato dall’Assoluto, e di portare quindi ad esistenza la libertà, era di ‘creare’, ossia da se medesime ‘generare’‘emanare’,  un primordiale ‘Uomo Cosmico’, al quale tutte le suddette Gerarchie donassero, come effettivamente avvenne, parte della loro ‘essenza’, e che, quindi, di esse tutte egli fosse  una mirabile ‘sintesi’. L’Uomo Primordiale – l’Adàm Kadmòn della Kabbalàh israelitica e cristiana – possedeva in sé ‘sapienza’‘potenza’, e ‘moralità’ esattamente come le Celesti Gerarchie – gli ‘Eoni’ di quell’antica Gnosi, tanto calunniata, soprattutto quella abbagliante culminazione ch’essa ebbe in Mani, Gnosi caricaturalmente sfigurata, violentemente avversata, sanguinosamente perseguitata dai Padri delle poco ‘cristiche’, ortodosse, Chiese cristiane – delle quali l’Uomo Primordiale era ‘emanazione’, ma come esse, appunto, egli non era, né poteva essere – perlomeno, non sùbitonon immediatamente, o non ancora – autocosciente e libero. Una conoscenza sovrasensibile, un atto morale, sorgevano in lui con la necessità immediata propria dei processi della Natura: così come nell’uomo oggi sorgono fame, sete, sonno, e tutta la serie immediata delle emozioni e degli istinti. L’Uomo primordiale era, in certo qual modo, un ‘automa spirituale’, e tale sarebbe eternamente rimasto – come un pupazzo, un burattino, o una marionetta, appeso a fili a lui ignoti, e meccanicamente, seppur sottilmente, mosso da agenti a lui esterni – finché fosse rimasto nel seno di quelle Celesti Gerarchie che, emanandolo, lo avevano generato. Ma, come scrive Massimo Scaligero in Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 61, parlando dell’ineludibile còmpito che l’uomo ha di realizzare la più radicale autonomia,  la più incondizionata libertà, così ammonisce:

«L’autonomia profonda di simili forze è ciò che il principio cosciente, mediante il pensiero, dovrebbe realizzare come propria autonomia sul piano della coscienza di veglia. La dipendenza in effetto è, per il pensiero, la contraddizione con le Forze originarie. Giustamente, un tempo veniva insegnato che «Delude gli Dèi, colui che vuole dipendere dagli Dèi».

Perché l’Uomo è la mèta delle Gerarchie – come avverte Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche – e non viceversa.  In questo senso, la posizione dell’Uomo è ‘suprema’, e ‘suprema’ è la sua dignità. In questo sta, nellʼessenza, la differenza tra la lunare jahvetica stirpe abelita, e la stirpe cainita, scaturita dallʼEloah o Eloha solare.

Per cui, l’Uomo Primordiale, l’Adàm Kadmòn, dovette venire ‘isolato’‘escluso’, e per così dire ‘espulso’ da quella ‘comunione’ con le Gerarchie, e con l’Assoluto, che costituisce – come ricorda Massimo Scaligero ne La Via della Volontà Solare, Fenomenologia dell’Uomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Roma, 1962, pp. 275-296 – quella ‘Quiete delle Gerarchie’ di cui parlava, nel Medioevo, la platonica Scuola di Chartres, e che Giovanni Colazza chiamava, con un’espressione di sapore estremo-orientale, taoista o chán, il ‘Riposo Divino’. Naturalmente, ‘fuori’ dell’Assoluto‘fuori’ dello Spirito, ossia ‘fuori’ dell’Uno, dell’Essere, a rigor di termini, niente è. Perché – come ammonisce Parmenide di Èlea nel suo Περί ΦύσεωςPerí Phýseos, nel suo De Rerum Natura – l’Essere ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, è, e non è possibile che non sia, mentre il non-essere ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, non è, ed è necessario che non sia.

Quindi, a rigor di termini, solo apparentementeillusoriamente, l’Uomo Primordiale poteva essere ‘escluso’ dalla comunione con l’Infinito, con l’Assoluto. L’Uno, essendo ‘unico’, non può avere ‘fuori’ di sé né ‘altro’, né ‘altri’. Per cui la ‘unicità’ dell’Uno Unissimo – come veniva concepito nella Accademia Platonica d’Atene, perlomeno sino a che essa non venne soppressa nel 529 dall’infamissimo, intollerante, sacrilego e assassino, imperatore Giustiniano, violento persecutore dell’Ellenismo, del culto di Iside a Philae in Egitto, dei Manichei – non viene distrutta dal sorgere delle ‘apparenze’, le quali sono soltanto un illusorio ex-sistere, un mero diveniente ‘esistere’, non un autentico permanente ‘essere’. Tale illusorio apparire incontestabilmente ‘esiste’, ma non ‘è’Est et non est, avrebbe detto, nel XIII secolo, in Occitania, il sapientissimo Maestro cataro Bartolomeo di Carcassona, o Giovanni di Lugio, anche lui cataro, autore del Liber de duobus principis, fortunosamente sfuggito alla furia distruttiva della Santa Inquisizione dell’eretica pravità, e ritrovato nel 1939 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, per una sorta di ironia del destino, dal R.P. Antoine Dondaine, domenicano, e la stessa cosa, nell’VIII secolo della nostra èra, avrebbe affermato Śaṅkarâcârya, Maestro dell’Advaita Vedânta, il quale affermava che la Mahâ Mâyâ, la ‘grande illusione’‘è, e non è’.

Il còmpito di ‘espellere’ l’Uomo Primordiale dalla comunione immediata con l’Assoluto, il farlo ‘cadere’ nella dionisiaca frantumazione dell’apparente molteplicità, sino ad ‘isolarlo’ – gradualmente nel corso di molti millenni – completamente nell’unidimensionale visione sensibile, fu ‘affidato’ a ‘Spiriti dell’Ostacolo’, i quali vennero – essi pure – ‘esclusi’ dalla ‘Quiete delle Gerarchie’, dal ‘Riposo Divino’. Giunto al totale ed esclusivo isolamento nell’apparente sfera sensibile, l’essere umano non avrebbe più ricevuto ‘ispirazioni’‘oracoli’‘comandamenti’ dagli Dèi, ed avrebbe dovuto ‘scegliere’ da se stesso, in totale autonomia con le sole proprie forze, a proprio rischio e pericolo, attraverso il doloroso e faticoso, oltremodo accidentato, aspro sentiero dell’errore e dell’esperienza, la propria ‘via’.

Ma, pur isolato in tale mondo di illusorie apparenze, e imprigionato, a causa della offuscante ‘ignoranza’ in lui generata dagli ‘Spiriti dell’Ostacolo’, sempre più negli astringenti vincoli corporei di una inferiore natura, un tale uomo è pur sempre fondato sull’Assoluto – e non potrebbe essere diversamente – e ad un tale Assoluto, al Divino, comunque base del suo essere, egli può sempre fare liberamente appello. Ed è questo ciò che gli Dèi si attendono da lui: ch’egli esca da una sorta minorità spirituale, da una ‘irresponsabile infanzia divina’, e finalmente ‘voglia’, liberamente – ossia non obbligato, non sollecitato, bensì in totale autonomia – ‘voglia’ il proprio stesso volere e il fine, l’oggetto, di tale suo autonomo volere. Vi è un momento in cui cessano le ‘rivelazioni’, che dal mondo divino hanno accompagnato l’uomo nel suo progressivo discendere verso il fondo dell’abisso, nel quale lo attendeva la suprema prova dell’abbandono, del silenzio, della solitudine, del gelo, e della morte. A tale proposito, Massimo Scaligero ha parole di assoluta, inattenuata, radicalità, parole che non lasciano spazio alcuno a dubbi, o ad accomodanti ‘adattamenti’. Infatti, in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, nel primo capitolo, La Via adamantina d’Occidente, pp. 10-11, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza l’originaria natura. Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando ancora egli traeva le sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita degli stati trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La Madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente».

Ma la discesa dell’Adàm Kadmòn, dell’Uomo Primordiale, sin giù nel baratro dell’individuazione e della frantumazione, sin giù nell’abisso della più tenebrosa solitudine, è qualcosa che è avvenuto con una certa gradualità. Nel suo discendere in tale tenebroso e divorante baratro, che potremmo con Virgilio, – Aeneis, I, 118,  Adparent rari nantes in gurgite vasto, Appaiono pochi naufraghi nuotanti nel vasto gorgo. Aeneis VI, 295-297, Hinc via Tartarei quae fert Acherontis ad undas. Turbidus hic caeno vastaque voragine gurges / aestuat atque omnem Cocyto eructat harenam. Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte. Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia. – chiamare “gurge”, o “voragine”, l’essere umano è stato accompagnato da Deità “regolari”, contrastanti l’opera oscuratrice e disgregatrice delle Entità “ostacolatrici”. Questa azione viene esemplarmente descritta – con parole che sarebbe savio meditare profondamente e a lungo – da Massimo Scaligero in Kundalini d’Occidente. Il centro umano della potenza, Edizioni Mediterranee, Roma, 1980, pp. 21-22:

«Secondo il mito, Jehova, accogliendo l’uomo nel Paradiso terrestre, sostanzialmente tende ad impedire che egli acquisisca la conoscenza. Jehova tende a dominare, o a guidare l’uomo, in modo che senza traumi, o senza libertà, egli giunga a realizzare lo Spirito. Lucifero invece ha interesse a donare allʼuomo la conoscenza come esperienza senziente, perciò lo spinge verso la libertà, ancor prima che egli disponga di forze morali per usarla giustamente. Come entità celeste caduta, Lucifero tende a riconquistare il rango perduto, servendosi dellʼuomo. Agisce come intermediario tra l’uomo e il Divino: aiuta l’uomo, ma al tempo stesso ha bisogno, come Jehova, di dominarlo. Perciò lʼuomo, mentre necessita dell’aiuto di Lucifero, ha bisogno altresì di sottrarsi al suo assoluto dominio, proprio mediante l’uso cosciente della forza da Lui inoculatagli. Attraverso l’uomo, Lucifero in definitiva tende a ritrovare il Cristo, per redimersi. Ma l’uomo che si liberi, può diventare lui l’intermediario verace tra Lucifero ed il Cristo: mediante libertà superando Jehova, ma superando anche Lucifero. Questo è il segreto. Christus Lucifer verus. Senza la redenzione dell’uomo, non può esservi redenzione di Lucifero. Infatti, ove sulla Terra l’uomo riconosca il Cristo, troverà, dopo la morte, quale divinità superiore orientatrice, Lucifero, riemergente alla sua funzione celeste».

Questa condizione dell’essere umano esiliato dalla patria spirituale, apparentemente ‘abbandonato’ da quegli Dèi, che pur lo hanno generato, viene anch’essa descritta in maniera radicale, tale da non dar luogo ad equivoci di sorta  da Massimo Scaligero in un’opera fondamentale come L’Uomo Interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976 – alla quale purtroppo, nella ristampa del 2012, è stato ‘tagliato’, secondo una ben discutibile, totalmente arbitraria, ma non casuale, scelta, il sottotitolo, Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, e parte della sintesi descrittiva del contenuto del volume, scritta direttamente dall’Autore, nella quarta di copertina – ove alle pp. 204-207, possiamo leggere parole di un realismo assoluto, tali da togliere ogni residua illusione circa la possibilità di indugiare nel ‘sogno’ di una Tradizione oramai irrimediabilmente perduta, e quella di una mistica ‘via dell’anima’, che permetta di evitare lo sforzo e l’impegno nella lotta spirituale per l’essere o il non essere dell’uomo:  

«L’epoca di tale comunione spontanea con lo Spirituale si conclude con il periodo che nel mondo risponde alla protostoria mediterranea: è il periodo in cui la « conoscenza » non è più comunione diretta, ma « visione imaginativa », che più tardi si rifletterà nel mito: questo a sua volta avrà la sua sensibilizzazione nella poesia cosmogonica e nell’epos, mentre si verifica il compimento di un processo millenario: una sorta di distacco (il termine ha valore puramente allusivo, ossia relativo a un modo di essere dello Spirituale) del mondo animico o psichico, dal dominio sovrasensibile: una perdita di rapporto dell’« umano » riguardo al « divino », che non può non essere – per l’umano – regresso, o caduta, in uno stato inferiore. In séguito a tale evento, che si verifica attraverso lunghi decorsi di tempo, o epoche, l’uomo è costretto a elaborare il suo conoscere entro i limiti della individualità psichica, la cui massima possibilità comincia con essere la capacità razionale.

Lo Spirituale con cui prima la personalità dell’uomo costituiva un tutto e dal quale traeva motivo di elevazione, limitandosi ad essere impersonalmente conferme alla sua legge, diviene ora – dal punto di vista della « caduta » dell’uomo – mondo esteriore. Vedendolo ormai separato da sé e non più essendone posseduto ed ispirato, l’uomo in sostanza non lo vede: lo riduce alla sua attuale limitata visione, è costretto a rivolgersi ad esso come ad oggetto – d’indagine, cosi che di esso via via non rimarranno se non il nome ed il concetto: sul piano religioso, la vuota forma rituale, e, nell’anima umana. L’inconscio impulso a riferirsi a un potere fatale o provvidenziale, che continui ad agire invece dell’Io personale nascente. […]

Si è veduto, però, come la necessità di trarre la coscienza dell’Io da un livello inferiore, in quanto condizionato dalla esteriorità sensibile, pur apparendo una caduta, in definitiva abbia come obiettivo il compimento dello « stato umano ». L’uomo tende a ricostruire la vita spirituale all’interno della individualità, con i mezzi che la coscienza, costretta a trarre il senso di sé dal mondo finito, va via creandosi, per recare luce là dove l’antica spiritualità si è fatta natura. È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio essendovi al principio solo necessità, sia pure metafisica. Ma tra lo stato d’illuminazione originaria e la possibilità d’illuminazione cosciente, v’è una fase di oscuramento: lunga, per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare la trascendenza entro se stessa. Sarà inevitabile che la ricerca patisca i limiti dell’astrattezza e da questa si faccia in varie forme deviare. Ma, a un dato momento, essa può scoprire di poter evocare al livello della individuazione e come superamento del finito la « forza interiore originaria »: può riconoscere quel principio Logos che in un determinato punto del tempo ha operato nel terrestre la rettifìcazione invisibile: non conosciuta, che potrà essere conosciuta: che sorge come possibilità di libertà.

L’uomo può ridestare in sé la luce originaria – quella che « risplende nelle tenebre » – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafìsica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e dalla natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può realizzare nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda la possibilità dell’uomo di ritrovare, mediante spirito eroico e conoscenza, l’Io originario perduto.

Il processo di distacco, come si è accennato, implica da prima un oscuramento e una perdita: con le sole forze della individualità, da quel momento, l’uomo deve cominciare a guardare il tema dell’essere. Chiuso nei limiti egoici, egli tenderà a evocare in sé il Divino: tenderà a questo anche attraverso fasi di inconsapevolezza; ma il Divino agirà sempre in lui sotto forma di questo impulso all’auto-superamento, mentre echi e reviviscenze dell’antica comunione con il Sopra-mondo lo assisteranno lungo il cammino, operando attraverso la funzione mediatrice di Santi e di Mistici e grazie ad una residua apertura del « sentire » umano: sino al momento – l’attuale – in cui cessa del tutto la risonanza, sia pure emotiva, del Sovrasensibile nellʼanima umana: ché ogni « sentire » è ormai contessuto con la natura fisico-sensibile.

La solitudine del mondo sensibile è ora il limite dell’uomo, ma anche l’àmbito della possibilità del suo risorgere: condizione che, pertanto, riguarda l’uomo in generale, ma in particolare l’« individuo » più recente, che, nel suo agnosticismo, essendo più indipendente, dall’antica esperienza sovrasensibile, si può considerare il più evoluto: più prossimo alla possibilità della risalita, o della reintegrazione cosciente, ma perciò stesso, per la sua autonomia rispetto ad ogni tema trascendente, più chiuso ai richiami dell’esperienza liberatrice.

Al tipo di uomo capace di attraversare il processo della individuazione e di percorrerne le tappe, i mezzi che si offrono per portare a· compimento l’opera sono da prima il pensiero e i sensi: soltanto con questi egli può muovere alla conoscenza del mondo e organizzare la sua vita. È l’esperienza dell’Occidente, dalla quale nasce la civiltà meccanica e materialistica. In tale civiltà si riflettono obiettivamente i caratteri del pensiero che l’ha prodotta: pensiero matematico, scientifìco, nettamente individuato, ma disanimato: pensiero astratto, ormai chiuso ad ogni forma di fede, ma appunto per questo recante una indipendenza che è già una dimensione spirituale, mai prima conosciuta e che, positivamente assunta, secondo Scienza dello Spirito, può resuscitare nell’anima l’essenza sovrasensibile come forza cosciente».

Un caro amico, nostro sodale, lʼeleusinio Trittolemo, in una nostra conversazione avvenuta mesi fa, si stupì dellʼaffermazione circa la non libertà degli Esseri delle Gerarchie Celesti, anche di quelle più elevate. Naturalmente lʼaffermazione non era mia, ché io riportavo, con la massima fedeltà, quanto più volte esposto da Massimo Scaligero in varie riunioni nelle quali egli evocava – come in una sorta di mito esiodeo – quel ʽConcilio degli Dèiʼ nel quale, ai primordi della immemorabile storia dellʼuomo e del Cosmo venne deciso di portare ad esistenza nellʼUniverso la libertà. Ma lʼaffermazione della non libertà delle Gerarchie Celesti la possiamo leggere – con parole che più chiare non potrebbero essere – in Rudolf Steiner, per esempio nel ciclo di conferenze Geistige Hierarchien und ihre Widerspiegelung in der physischen Welt. Tierkreis, Planeten, Kosmos, GA-110, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1991, edizione curata da Hella Wiesberger con la collaborazione del Dr. G.A. Balaster, tenuto a Düsseldorf dal 12 al 18 aprile 1909, con risposte a domande dei partecipanti nei giorni 21 e 22 aprile 1909, traduzione e prima edizione italiana di Lina Schwarz, Fratelli Bocca, Milano, 1940, riveduta da Iberto Bavastro e pubblicata dalla Editrice Antroposofica, Milano, 1972. Ora, basta leggere quel che dice Rudolf Steiner nellʼultima conferenza, quella del 18 aprile 1909, che cito dallʼedizione della Editrice Antroposofica, dalla quale stralcio, mettendone in rilievo alcuni punti, – ma andrebbe letta e ben meditata tutta – quanto è scritto alle pp. 148-149 e segg.:

«Abbiamo dato così un rapido sguardo al divenire del nostro sistema solare e ci siamo chiesti: quale posizione ha dunque realmente lʼuomo di fronte alle entità delle gerarchie superiori che in sostanza furono i suoi predecessori umani? Possiamo cominciare dai più elevati, da serafini, cherubini, troni, e appunto col caratterizzarli potremo farci un giusto concetto dellʼuomo. Se ci innalzassimo al di là dei serafini entreremmo nel campo della Divina Trinità. Qual è dunque la speciale caratteristica dei serafini, dei cherubini, dei troni, chʼessi soli posseggono sopra le altre entità del mondo? Hanno ciò che si è chiamato «la visione immediata della Divinità». Essi possiedono fin dal principio quello che lʼuomo deve conquistarsi a poco a poco. Noi uomini diciamo che dobbiamo prendere le mosse dal nostro punto attuale, per raggiungere sempre più elevati poteri di conoscenza, di volontà ecc.; e questo modo ci avvicina sempre più alla Divinità. Essa ci sarà presente sempre più. Noi evolviamo verso ciò che per noi è ancora coperto da un velo, verso la Divinità. La differenza tra i serafini, i cherubini e i troni, e lʼuomo è che fin dal primo inizio della nostra evoluzione queste supreme entità delle gerarchie spirituali circondano immediatamente la Divinità, la Trinità Divina, e ne godono la visione sin dal principio. Esse possono già quello a cui lʼuomo deve pervenire. È dunque dʼimmensa importanza sapere che quelle entità, quando cominciano a esistere, vedono Dio, e mentre vivono continuamente contemplano la Divinità. Quanto esse operano, quanto fanno, è suscitato dalla loro visione di Dio; Dio agisce attraverso esse. Non sarebbe loro possibile fare diversamente, non sarebbe loro mai possibile agire diversamente da come agiscono, perché la visione divina è una forza tanto possente, agisce su di loro in tal modo, che esse con immediata sicurezza, con immediato impulso, eseguiscono gli ordini della Divinità. Ponderare, giudicare, tutto ciò non esiste nelle schiere di quelle entità; non vʼè che la visione degli ordini divini e il conseguente immediato impulso a tradurre in atto quanto si è loro palesato. Vedono così la Divinità nella sua forma originaria e vera, la Divinità quale è. Esse si vedono solo come le esecutrici del volere e della saggezza divina. Così è per la gerarchia suprema».

È evidente che in tale conoscenza diretta, senza mediazione alcuna, e in tale immediatezza esecutiva della volontà, non vi è spazio veruno per la libertà. Non vi è separazione alcuna, nessuna successione temporale, tra potenza e atto, tra conoscenza e volontà, tra percezione e azione. Si può dire che vi sia una immedesimazione identificativa con la Divinità, che diviene fulminea simultaneità nel volere. Ma non molto diversa è la condizione degli Esseri delle Gerarchie, sottoposte come seconda Gerarchia a quella suprema di Serafini, Cherubini e Troni. Infatti, sùbito dopo, a p. 150, possiamo leggere:

«Se scendiamo alla successiva gerarchia, a quelle entità che chiamiamo dominazioni, virtù e potestà, o anche spiriti della saggezza del movimento e della forma, dobbiamo dire: esse non hanno più così direttamente la visione della Divinità, non vedono più Dio nella sua forma immediata quale Egli è, ma nelle sue rivelazioni in cui Egli (se così si può dire) si rivela per mezzo della sua faccia, della sua fisionomia. Naturalmente è loro impossibile non riconoscere che quella è la Divinità; hanno anche loro un impulso immediato di seguire le rivelazioni della Divinità, come è per serafini, cherubini e troni. L’impulso non è più tanto possente, ma è ancora immediato. Per serafini cherubini e troni sarebbe impossibile dire che essi potrebbero non eseguire ciò che vedono essere prescritto da Dio; sarebbe impossibile a motivo della loro prossimità a Dio. Ma sarebbe pure assolutamente escluso che le dominazioni, le virtù e le potestà intraprendessero qualcosa che non fosse voluto dalla Divinità stessa».

Dopo di che, Rudolf Steiner passa a descrivere lʼorigine del Male. Anzi, potremmo dire: lʼorigine prevista, voluta, programmata, organizzata del Male, e la sua funzione nel divenire dell’Universo. E che questo sia un punto cruciale, decisamente difficile da concepire ed accettare per i più, si evince dalle stesse parole di Rudolf Steiner, che così si esprime, sempre a p. 150: «Affinché lʼevoluzione potesse progredire. Dovette perciò avvenire un fatto del tutto particolare. Qui entriamo in un campo che fu sempre di difficile comprensione per gli uomini, anche per coloro che erano progrediti fino a un certo grado nella saggezza dei misteri». In effetti quella dellʼorigine del Male, della sua temporanea funzione nell’evoluzione del uomo e del Cosmo, della sua trasmutazione in un più grande Bene, è il punto centrale dei Misteri Manichei, che tanta esiziale opposizione trovò nella storia dellʼesteriore Cristianesimo ecclesiale sia cattolico, che ortodosso, e protestante.

E così, infatti, leggiamo poco dopo a p. 151-152:

«Nel periodo intermedio tra lʼevoluzione di Giove e quella di Marte (tra lʼantico Sole e lʼantica Luna), a un certo numero di entità appartenenti alla sfera delle virtù [Dynameis] fu dato lʼordine, se mi è lecito esprimermi così, d’intervenire in modo da porre ostacoli al processo evolutivo invece di favorirlo. Questo fatto è quello che abbiamo imparato a conoscere come la lotta nei cieli. Dunque fu come introdotta nellʼevoluzione lʼopera di certe virtù a cui era stato impartito quel comando; le gerarchie imperanti dovettero infatti dirsi: «Mai potrebbe avvenire ciò che deve avverarsi, se la via continuasse a procedere diritta. Mète più alte devono esser raggiunte!» […]

Poniamo che la Divinità avesse lasciato lʼevoluzione quale essa era fin dopo Giove; certo gli uomini avrebbero potuto svilupparsi bene; ma, ponendo ostacoli sulla via dellʼevoluzione, lʼumanità poteva divenire anche più forte. Per il bene dellʼumanità si doveva dare quel comando a certe virtù; queste non erano malvagie; non occorre concepirle come virtù malefiche; si può dire persino chʼesse si sacrificarono opponendosi quali ostacoli al processo evolutivo. Queste virtù si possono perciò chiamare le Divinità degli ostacoli, nel più vasto senso della parola. Sono infatti le Divinità degli ostacoli; degli ostacoli che furono posti sulla via dellʼevoluzione. Da questo punto in poi fu data la possibilità a tutto quanto si verificò nellʼavvenire. Queste virtù così comandate non erano ancora cattive per se stesse; erano al contrario le grandi forze promotrici dellʼevoluzione, in quanto contrastavano lʼevoluzione normale. Ma appunto perché la contrastarono, furono le generatrici del male; ché, in seguito a ciò, a poco a poco nacque il male»

Poi, Rudolf Steiner espone come questa azione comandata dallʼAssoluto alle Virtù, alle Dynameis, e perciò da esse recepita in modo tuttʼaltro che libero, abbia poi agito in maniera “seduttiva” su una parte delle entità angeliche della terza Gerarchia, che sullʼantica Luna attraversavano il grado umano, generando appunto il Male. Una parte di queste entità angeliche recepirono lʼazione “seduttiva”, mentre una parte non lʼaccolsero. Ma, a p. 153, Rudolf Steiner ribadisce: «Ma le azioni delle virtù erano ben fondate nel piano cosmico-divino: dobbiamo sempre tenerlo presente». Per cui è da ben riflettere quanto abbia potuto essere “libera” lʼazione di quelle entità angeliche, sia di quelle che subirono la “seduzione” delle Virtù-Dynameis, sia di quelle che unendosi alle entità solari la rifiutarono. Che, in qualche modo, vi sia stata scelta, è certo, ma – appunto – quanto libera? Si è liberi se si conoscono i motivi-impulsi delle proprie azioni, ossia se li si compenetrano con un pensare autocosciente che sia realmente indipendente da quelle azioni e da quei motivi e impulsi. Si è realmente e totalmente liberi, se si è i creatori mediante vivente pensare ideante dei motivi delle proprie azioni. Ma ciò, allora non era ancora possibile, in quanto l’Io autocosciente non era ancora nato. Certamente, vi era un Io in quelle entità angeliche, ma non autocosciente, non fondato su se stesso, non “autore” del proprio conoscere e del proprio agire. La conseguenza di questo coartante processo cosmico di evoluzione è quanto Rudolf Steiner aggiunge a p. 153:

«Tutto ciò fece sì che durante lʼevoluzione terrestre vi fossero uomini-angeli più avanzati e altri rimasti indietro. Gli uomini-angeli più avanzati si accostarono allʼuomo allʼepoca lemurica, quando egli divenne maturo per ricevere il germe dellʼio umano, e rimisero al suo arbitrio il salire subito nei mondi spirituali, non occupandosi più di quanto, dallʼepoca lunare, si era frammischiato al corso regolare dellʼevoluzione cosmica. Furono gli esseri che allora erano rimasti indietro, e che chiamiamo entità luciferiche, quelle che vennero a influenzare il corpo astrale dellʼuomo (allʼio non potevano accostarsi), e innestarono nel corpo astrale tutte le conseguenze della lotta nei cieli.. mentre dunque le virtù erano state comandate a provocare la lotta nei Cieli, erano state create Divinità degli ostacoli, le conseguenze delle loro azioni sʼinsinuarono ora nel corpo astrale umano, e qui ebbero un significato diverso; qui significano la possibilità dellʼerrore e la possibilità del male. Oramai lʼuomo aveva acquistato la possibilità dellʼerrore e la possibilità del male, ma al tempo stesso anche la possibilità dʼinnalzarsi per forza propria al di sopra dellʼerrore e al di sopra del male».

Può forse stupire – e lʼeleusinio amico Trittolemo nella nostra conversazione di mesi fa in effetti se ne stupì assai – che le Celesti Gerarchie abbiano sì coscienza sovrasensibile, illimitata sapienza e travolgente potenza, ma non conoscano autocoscienza e libertà, eppure proprio così è. In questo, la sapienza indiana – sia il Sanatana Dharma hindù, che il Saddharma buddhista, che il Jainismo di Mahavira – concordano assolutamente con quanto afferma la Scienza dello Spirito, ossia che la condizione umana è suprema, potendo egli liberamente realizzare lʼAssoluto, lʼIncondizionato, mentre gli stessi Dèi – gli esseri delle Celesti Gerarchie, per conoscere il mondo in concetti e sperimentare la libertà, devono incarnarsi sulla Terra come uomini, o attendere che un giorno lʼUomo, liberatosi da ogni condizione limitante, si faccia emanatore della libertà, e addirittura – come scrive Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore – liberatore di altri mondi. Questo è la ragione precipua per cui – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche lʼUomo è la mèta delle Gerarchie. E non viceversa. Ma, poiché a molti spiritualisti, anche a seguaci della Scienza dello Spirito, la cosa risulta di difficilissima comprensione – ed in effetti, essa lo è sempre stata, altrimenti il Manicheismo non sarebbe sorto, e non sarebbe stato così spietatamente perseguitato – giova riportare le esplicite, inequivocabili parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che più chiare non potrebbero essere. Anche a costo di esser pedantemente antologico, trascrivo quanto Rudolf Steiner afferma a p. 154:

«Vediamo così che sotto un certo riguardo soltanto per il fatto che le virtù ricevettero quellʼordine, fu data allʼuomo la possibilità di raggiungere per forza propria la mèta che neppure i più elevati serafini potevano raggiungere per forza propria. Questo è lʼessenziale. Serafini, cherubini e troni non possono assolutamente agire altrimenti che seguendo direttamente gli impulsi dati dalla Divinità. Nemmeno le dominazioni e tutta la seconda gerarchia possono agire diversamente. Delle virtù una parte ricevette il comando di opporsi allʼevoluzione; dunque anche le virtù, che per così dire si frapposero come ostacolo sulla via dellʼevoluzione, non potevano fare altro che che seguire i comandi divini. Anche in quello che si potrebbe chiamare lʼorigine del male, anche in ciò eseguiscono il volere divino. Facendosi serve del male, compiono il volere divino il quale, attraverso il male, vuole sviluppare il più forte bene. Se discendiamo ora alle entità che chiamiamo potestà, anchʼesse, da sé non avrebbero potuto divenire «cattive» per forza propria; neppure gli spiriti della personalità e neppure gli spiriti del fuoco. Quando questi infatti erano uomini sul Sole, le virtù non avevano ancora ricevuto quel comando, e non esisteva ancora la possibilità di diventare cattivi. I primi che ebbero la possibilità di diventare cattivi, furono gli angeli, perché questa possibilità cominciò ad esistere soltanto a partire dallʼevoluzione lunare. Fu allora, tra lʼevoluzione del Sole e quella della Luna, che si svolse la lotta celeste. Una parte degli angeli rifiutò questa possibilità, non si lasciò per così dire sedurre dalle forze che dovevano introdurre degli ostacoli, e serbarono fedeltà allʼantica natura. Così fino agli angeli, e ancora in una parte di essi, troviamo entità delle gerarchie spirituali che non possono assolutamente far altro che seguire il volere divino, per le quali non vi è possibilità di derogare dal volere divino. Questo è lʼessenziale».

Risulta chiaro, da quanto esposto da Rudolf Steiner, come nella scala delle Gerarchie neppure le più alte – anzi soprattutto le più alte – non conoscano né attuino la libertà, che rimane per esse, per lo meno attualmente, un mistero. Quanto alla Gerarchia degli Angeli veri e propri – quella che sta immediatamente al di sopra del grado umano – una parte rimase fedele allʼantico rapporto col Divino – rapporto di assoluta conformità al volere divino, non certo di libertà – mentre unʼaltra accolse in sé lʼazione di ostacolante opposizione degli Spiriti del Movimento, o Virtù-Dynameis. Ma è evidente che anche questa parte della schiera angelica dovette “scegliere” di accogliere una tale azione oppositrice, altrimenti lʼintero piano divino in funzione dellʼuomo e della sua attuazione della libertà sarebbe fallito. In altre opere, infatti, Rudolf Steiner afferma che questi Angeli, per così dire “deviati”, avevano lʼimpulso ad essere “istigatori” della libertà, e non erano essi stessi liberi. Si può dire che la loro “ribellione” fosse stata programmata e voluta dal Divino stesso, al fine di permettere allʼuomo di compiere lui stesso, e non loro, lʼesperienza della libertà. In realtà, sia gli Angeli “fedeli”, sia quelli “ribelli”, obbedivano, sia pure in maniera diversa, al comando divino. Infatti, se leggiamo quanto scritto nel paragrafo successivo, sempre a p. 155, la cosa apparirà immediatamente chiara:

«Giungiamo ora a due categorie di entità: anzitutto agli angeli che si sono precipitati nella corrente prodotta dalle virtù durante la lotta nei cieli; sono quelli che, a cagione delle loro azioni seguenti, chiamiamo esseri luciferici. In seguito, durante lʼevoluzione terrestre, queste entità si accostarono al corpo astrale dellʼuomo e gli diedero la possibilità del male, ma insieme anche quella di svilupparsi per propria libera forza. In tutta la scala delle gerarchie troviamo così la possibilità della libertà [si noti bene la possibilità della libertà, non ancora la libertà] solo in una parte degli angeli e negli uomini. Per così dire nella schiera degli angeli comincia la possibilità della libertà, ma solo nellʼuomo essa si sviluppa del tutto e nel giusto modo».

Ora, per non prolungare eccessivamente, abusando ulteriormente della paziente e diligente buona volontà del candido lettore, la presente esposizione, mi limiterò – abbreviando a malincuore – a riportare solo alcune delle parole più rilevanti, connesse col nostro tema, di Rudolf Steiner, che possiamo leggere alle pp. 160-161:

«Abbiamo dunque nellʼuomo un membro delle nostre gerarchie e lo vediamo differire grandemente dagli altri. Vediamo come la condizione dellʼuomo sia diversa da quella dei serafini, cherubini e troni, diversa dalle dominazioni, virtù e potestà, diversa anche da quella degli spiriti della personalità o principati, degli spiriti del fuoco o arcangeli, e di una parte degli angeli. Se si guarda al futuro lʼuomo può dirsi: io sono chiamato a cercare nella mia più profondainteriorità tutto quello che mi spinge allʼazione, e non nella vista della Divinità, come i serafini. […]

Con ciò vediamo pure come in realtà lʼevoluzione universale non si ripeta semplicemente, ma accolga in sé del nuovo, perché unʼumanità quale la vive lʼuomo non era ancora mai esistita, né fra gli angeli, né fra gli arcangeli, né fra i principati. Tocca allʼuomo compiere una missione completamente nuova nel mondo, la missione che abbiamo ora caratterizzata. Per compierla è disceso nel mondo terreno, e come libero aiutatore è sorto nel mondo il Cristo, non come un Dio che agisce dallʼalto, ma come il primogenito fra molti.

Solo così comprendiamo tutta la dignità e lʼimportanza dellʼuomo tra i membri delle nostre gerarchie, e guardando verso lo splendore e la grandezza delle gerarchie superiori, possiamo dirci: Siano esse pur grandi, siano esse pur sagge e buone tanto da non poter mai deviare dalla retta via, grande è pure la missione dellʼuomo, poiché egli deve portare nel mondo la libertà, e con la libertà quello che si chiama amore, nel vero senso della parola. Senza libertà, lʼamore è infatti impossibile. Un essere che sia incondizionatamente costretto a seguire un impulso, lo segue senzʼaltro; ma per un essere che può anche agire in modo diverso, vi può essere una sola forza motrice: lʼamore. Libertà e amore sono due poli tra loro connessi».

La realizzazione dellʼimpulso alla Conoscenza e alla Libertà è stata nei millenni la caratteristica della stirpe cainita, e non avrebbe mai potuto realizzarsi a partire dalla stirpe abelita, la cui caratteristica fondamentale è stata non la Conoscenza ma la fede nella Rivelazione, non la Libertà ma la Legge, conformità a quanto emanava da Jahve-Jehova, ossia dallʼEloha o Eloah che scelse come sua sede la Luna. Tuttavia, ambedue glʼimpulsi sono stati necessari alla realizzazione di quel còmpito che lʼAssoluto volle dare agli Dèi, ossia agli esseri delle Gerarchie Celesti. Le note del presente studio sono state altresì redatte e pubblicate per rettificare idee pericolosamente errate – come mostrato su questo temerario blog in un mio precedente studio – circa la cosmologia della Scienza dello Spirito in generale, e in particolare lʼerrata identificazione di Lucifero con lʼEloha lunare Jahve-Jehova, apparse in una serie di libri pubblicati da una casa editrice romana sotto lʼeteronimo di Orao. Tali idee errate possono avere conseguenze esiziali per il ricercatore spirituale, che acriticamente le accolga come vere, e generare dubbi paralizzatori della volontà, nonché una immagine caricaturale dello Spirituale, una superstizione che agisce in maniera distruttiva nellʼanima del ricercatore spirituale e nel mondo, e che deve essere respinta, perché il Maestro dei Nuovi Tempi così si esprime in Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, nel capitolo Il sentiero della conoscenza, p. 149:

«Svaniscono i dubbi che ancora potevano sorgere in lui riguardo allo spirito, poiché dubitare può soltanto chi sia ingannato dalle cose sul conto dello spirito che opera in esse. Poiché il «discepolo della saggezza» può comunicare con lo spirito stesso, scompare in lui anche ogni falsa immagine che se nʼera fatta prima. La falsa immagine in cui ci si rappresenta lo spirito è superstizione. Lʼiniziato è al di sopra di ogni superstizione, perché conosce quale sia il vero aspetto dello spirito. Lʼaffrancamento dai pregiudizi della persona, del dubbio e della superstizione è il contrassegno di chi, sul «sentiero della conoscenza», sia salito al grado di discepolo».

***

La tredicesima parte concluderà questo lungo studio, ed il lettore verrà ricompensato della sua pazienza da una piccola “sorpresa”, che spero sarà gradita.

 

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. UNDICESIMA PARTE.

Quella che Rudolf Steiner chiama ‘Leggenda del Tempio’ o ‘Leggenda Aurea’ è un capitolo di estrema importanza della Scienza dello Spirito, ed un contenuto di meditazione tra i più profondi che siano mai stati donati al ricercatore spirituale. Sin dai primi anni del suo magistero pubblico di Istruttore spirituale – sùbito dopo la svolta tra il secolo XIX e il XX – egli ne parlò e la espose ripetutamente all’interno della ‘Esoterische Schule’, di quella ‘Scuola Esoterica’, ch’egli volle formare all’interno della cerchia prima teosofica e poi – dopo la rottura con Mrs. Annie Besant e il distacco dalla Società Teosofica di Adyar, fondata nel 1875 da Helena Petrovna Blavatsky – antroposofica. Ne parlò più volte nella prima Sezione della ‘Scuola Esoterica’, soprattutto in preparazione di quella che avrebbe dovuto essere l’istituzione ‘cultico-conoscitiva’, ossia della seconda e terza Sezione della ‘Scuola’ stessa, le quali costituivano la cosiddetta ‘Mystica Aeterna’, della quale ho già avuto modo di scrivere su questo animoso e temerario blog.

L’importanza di tale ‘Leggenda’ sta nel mostrare in maniera evidente la radicale differenza, la polarità oppositiva, tra due diverse e, appunto, opposte modalità di accostamento alla ‘Conoscenza’. Ossia, la differenza tra un ‘passivo accoglimento’ della ‘Conoscenza’, come Saggezza sperimentata in uno stato di coscienza sognante, ‘rivelata’ dall’«Alto», e precisamente dall’Eloha, Reggente della Luna, Jahve o Jehova, come nel caso di Abele-Seth, e la ‘attiva volitiva conquista’ di una ‘Conoscenza’, come Sapienza conquistata in maniera cosciente, elaborata dal «basso», con forze puramente umane, accese in Caino e nella sua stirpe dall’Eloha solare, che nella leggenda delle origini si era congiunto con Eva, la Madre dei viventi.

Abbiamo visto, nelle parti precedenti del presente studio, come la ‘missione’ dell’uomo sia quella d’inverare Autocoscienza, Libertà e Amore, e questo può realizzare unicamente un uomo che – secondo l’eloquente espressione di Rudolf Steiner – «si regga sulle sue gambe», e che quindi non dipenda, deludentemente, dagli Dèi che lo hanno generato, ma che si scelga e si costruisca da solo la propria Via, il proprio destino, e sia l’autonomo intuitore e creatore dei motivi delle proprie azioni, dei propri ideali. Tali ideali egli perseguirà, non perché obbedirà a ‘verità rivelate’ e a ‘comandamenti divini’, trasmessi da una qualsivoglia confessione religiosa, bensì in libertà e per amore: con slancio, entusiasmo, uniti a consapevolezza della Mèta – di quella che il Buddha Shakyamuni chiamava la “Eccelsa Mèta” – e pertinace volontà. Quindi intensa, ben ‘sveglia’, volitiva, attivamente conquistata, percezione cosciente della realtà, e non una percezione sognante – che può anche avere caratteri di grandiosità – non una passiva recezione di una saggezza ‘concessa’ da Entità sovrumane, che all’uomo tutto posson dare, fuorché la Libertà ed una Autocoscienza autonoma, fondata esclusivamente su se stessa, e non su di loro. E talvolta – come ammoniva la Sapienza ellenica – l’uomo deve guardarsi dalla ‘invidia’ e dalla ‘gelosia’ degli Dèi. Questa la differenza radicale tra la visione spirituale del mondo ‘cainita’ e quella ‘abelita’.

Quella che, ora, viene qui proposta è l’esposizione della ‘Leggenda del Tempio’, che Rudolf Steiner fece all’interno della ristretta cerchia della sua Scuola Esoterica, in particolar modo all’interno della ‘Sezione cultico-conoscitiva’, ossia della ‘Mystica Aeterna’. La versione qui proposta è inedita in italiano, ed è stata tradotta dal sottoscritto. Per scrupolo di esattezza e di fedeltà nei confronti di contenuti così delicati, cosciente della mia abilità men che mediocre nella lingua tedesca, ho voluto far rivedere la traduzione da me eseguita al mio ‘eleusinio’ amico ‘Trittolemo, che qui vivamente ringrazio, e al quale devo altresì la trasmissione del testo originale tedesco della versione della ‘Leggenda del Tempio’, che qui viene presentata. Come scrive J. Emmanuel Zeylmans van Emmichoven in Die Erkraftung des Herzens, Verlag des Ita Wegman Institut, Stuttgart, 2009, p 118: 

«Questa Leggenda del Tempio risale al tardo Medioevo, e fu per secoli patrimonio d’insegnamento occulto della Frammassoneria, sino agli inizi del XIX secolo allorché venne pubblicata. Nel già menzionato libro Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, GA-265, Dornach, 1987 [Per la storia e dai contenuti della sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914], e già in un precedente volume, Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, GA-93, 3. Aufl., Dornach, 1991 [La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica di misteri passati e futuri dell’evoluzione dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica], il Rudolf Stener Archiv ha riunito tutto quello che nel Rudolf Steiner Nachlass e anche altrove si può trovare in relazione a questo tema. Se si studia questo ingente materiale (si tratta quasi di 900 pagine), si può facilmente dimenticare, che non si tratta di documenti da studiare, bensì di contenuti da esercitare. Il molto sapere esteriore, del quale ci si può impadronire attraverso questi libri, non è affatto di aiuto per un discepolato occulto, anzi è piuttosto di ostacolo, perché stimola l’intelletto, invece di mettere in movimento il processo immaginativo.

Nel caso della Leggenda del Tempio, che qui viene riprodotta in una versione, che è stata tramandata da Maria Röschl, si può stabilire la differenza tra stimolazione dell’intelletto (lo «studiare») e lo stesso «esercitare».

***

«La leggenda del Tempio 
All’inizio dell’evoluzione terrestre uno degli Spiriti del Fuoco del regno solare si congiunse con Eva, la Madre primordiale di tutti i viventi, e generò con lei Caino. Jehova creò Adamo. Questi si congiunse con Eva e sorse Abele. Tra Caino e Abele operò una contrapposizione, giacché  Caino, come figlio di uno Spirito del Fuoco, aveva saltato l’evoluzione lunare, mentre Abele portava in sé tutti i gradini dell’evoluzione. Caino era agricoltore, si conquistava i frutti della terra. Abele era pastore, badava agli animali che gli erano dati. Allorché ambedue ebbero presentato a Jehova il loro sacrificio ricavato dal loro lavoro, il sacrificio di Abele venne accettato, non però quello di Caino, il fumo del suo sacrificio venne rigettato. Perciò Caino uccise Abele.

Al posto di Abele, Jehova dette alla coppia di genitori, Adamo ed Eva, Seth, che aveva la stessa natura di Abele.

I discendenti di Abele-Seth erano i portatori della chiaroveggenza, sperimentata immaginativamente, non così quelli di Caino. Questi volsero le loro forze all’elaborazione della terra e alla formazione dell’umanità. Così Enoch insegnò agli uomini l’arte di lavorare le pietre e di erigere case, di organizzare la convivenza sociale. Methusael ideò le lettere dell’alfabeto e scrisse i libri del Tao, che Lamech conservò. Questi libri contenevano in una forma incomprensibile ai non-iniziati la Sapienza primordiale dell’umanità. Jubal inventò gli strumenti musicali, Tubalcain aveva insegnato la lavorazione dei metalli e del bronzo.

***

Il re Salomone aveva sviluppato i doni dei suoi antenati [sc. di Abele-Seth] in grado particolarmente elevato attraverso la sua elevata saggezza e la sua forza di veggenza, egli poteva sapere esattamente come dovesse apparire il Tempio ch’egli voleva edificare – in quanto opera terrestre a lui era però impossibile costruirlo. A ciò gli occorreva l’aiuto di un figlio di Caino, e lo trovò nell’architetto Hiram Abif o Adoniram di Tiro. Questi venne ed eseguì il progetto del Tempio di Salomone. 

La fama della saggezza e della ricchezza e potenza di Salomone era penetrata così lontano, che la regina di Saba concepì il desiderio, di vederlo. Così ella venne e scorse Salomone sedere sul suo trono, che era un capolavoro d’oro ed avorio. Su questo trono, sedendo immobile nella più preziosa veste, egli apparve apparve alla Regina di Saba stessa come una inanimata opera d’arte, cosicché ella si avvicinò e soltanto al toccarlo scoprì, ch’era vivo, e non era affatto un idolo. Le venne mostrato tutta la magnificenza e la ricchezza di Salomone, e allorché conobbe la sua saggezza, ella gli si promise in sposa.

Allorché venne condotta nel Tempio, ella si stupì di quest’opera e ottenne di vedere l’architetto. Venne chiamato Hiram. Questi fece una profonda impressione su di lei, che si rafforzò ancor più, allorché egli mediante il semplice sollevare il suo martello schierò tutti gli operai attorno a sé. La Regina di Saba, la rappresentante della sapienza stellare e dell’anima dell’umanità, sentì che lei e Hiram si appartenevano reciprocamente, e rifletté a come potesse sciogliere il suo fidanzamento con Salomone.

Allorché un giorno ella uscì davanti alle porte della città con la sua nutrice, discese improvvisamente il sacro uccello Had-Had. In quel momento Hiram le incontrò. La profetica nutrice indicò ciò come il fatto che i due erano reciprocamente destinati per fato. Presto la Regina di Saba riuscì a prendere dal dito di Salomone l’anello di fidanzamento, mentre questi era ubriaco.

Hiram Abif aveva nella costruzione del Tempio tre compagni, che esigevano da lui il grado di Maestro. Tuttavia essi avevano mostrato la propria inabilità, tagliando troppo corta una insostituibile trave per la costruzione del Tempio. Hiram poté mutare questa sventura in bene, per il fatto che egli attraverso le sue forze particolari aveva potuto allungare la trave nella giusta lunghezza. Perciò egli rifiutò ai compagni il grado di Maestro. Essi meditarono per vendetta come poter rovinare Hiram Abif. Salomone sapeva del pericolo che incombeva sul suo Architetto, ma divenendo sempre più geloso della Regina di Saba, non fece nulla per proteggere Hiram.

***

Il completamento della costruzione del Tempio doveva essere coronato mediante un’opera, nella quale Hiram Abif pensava di riconciliare la tensione e l’inimicizia dei figli di Caino e di quelli di Abele. Questa era «il Mare di Bronzo», la cui fusione metallica  dei sette metalli (piombo, stagno, ferro, oro, rame, mercurio e argento) doveva essere mischiata all’acqua, il metallo della Terra, così che la fusione finita doveva essere completamente trasparente. Questa fusione venne compiuta sino all’ultima fase, la quale come momento culminante della festa in presenza dell’intera corte e della Regina di Saba doveva essere compiuta come coronamento conclusivo dell’opera di Hiram. La corte era riunita. Allora i tre compagni traditori, che avevano il còmpito di completare l’ultima parte, aggiunsero l’acqua in maniera errata, invece di diventare trasparente, la fusione esplose in fiamme devastanti. Il fiume di fuoco si riversò sul luogo, la corte fuggì, e Hiram Abif dovette vedere annientata la sua opera.

***

Allora egli udì una voce chiamare dalle fiamme: «Non temere! Gettati nel fuoco, tu sei invulnerabile!». Egli si gettò nelle fiamme e raggiunse, guidato dal suo antenato Tubalcain, il centro della Terra, là egli scorse il suo avo primevo Caino, il primo uomo terrrestre. Questi gli dette il Triangolo d’Oro con la Parola di Maestro. A metà strada verso l’alto, Tubalcain gli consegnò un martello e gli prescrisse di toccare con quello la fusione del Mare di Bronzo. Ritornato sulla superficie terrestre, Hiram Abif toccò col martello di Tubalcain la sua opera distrutta, e la fusione risorse nella completa trasparenza della sua perfezione.

***

Hiram volle vedere la sua opera, il Tempio, per l’ultima volta, e vi si recò di notte. Là gli si erano appostati i falsi compagni. Il primo lo colpì presso ad una porta sulla tempia sinistra, cosicché il sangue si riversò fin sulla spalla. Hiram si diresse alla seconda porta per abbandonare il Tempio. Là gli inflisse il secondo compagno un colpo sulla tempia destra, sì che il sangue scorse fin sulla spalla. Si diresse alla terza porta. Là lo colse sulla fronte il colpo del terzo compagno, cosicché stramazzò. I compagni fuggirono. Egli si trascinò ancora fin presso ad un pozzo, nel quale gettò il Triangolo d’Oro. Poi spirò. I tre compagni seppellirono il suo cadavere. 

Così la Parola di Maestro con Hiram Abif era andata perduta, i compagni non l’avevano ricevuta. Ai sapienti era noto, che dalla tomba di un Iniziato cresceva un albero di acacia. Essi decisero di tacere durante la ricerca della salma di Hiram. La prima parola che venisse allora pronunciata, avrebbe dovuto essere la nuova Parola di Maestro. Allorché, dopo molto penare, venne trovato il cadavere, in quell’istante ad uno di loro sfuggì la parola: Mach-ben-ach, che significa: «lo spirituale-animico si è separato dal fisico-corporeo», «il figlio terrestre del dolore». Questa fu accolta come nuova Parola di Maestro.

Venne cercato poi il Triangolo d’Oro e fu trovato nel pozzo. Sul triangolo fu posta una pietra cubica con i dieci comandamenti, e così venne segretamente murata nel Tempio.

*** 

Hiram Abif rinacque come Lazzaro e così divenne colui, che per primo fu iniziato dal Christo. Con lui venne istituita la corrente del centro, che stava tra la corrente di Caino e quella di Abele. La corrente di Caino nel corso dei tempi trovò i suoi principali rappresentanti nella F. (corrente della Frammassoneria), mentre l’abelismo trovò la sua espressione nella corrente sacerdotale, della chiesa (cattolica). Ambedue le correnti rimasero reciprocamente fortemente nemiche. Solo una volta esse si riunirono in concordia: nel loro odio contro la corrente del centro. Il risultato di questa concorde unione di ambedue le correnti, altrimenti nemiche, fu la distruzione del Johannesbaum (Goetheanum)».

Si può notare come, in chiusura della sopra riportata versione della “leggenda”, quella trasmessaci da Maria Röschl, Rudolf Steiner metta in relazione la stessa Leggenda del Tempio con il Goetheanum, e addirittura proprio con le due correnti – pur ancor sempre tra loro nemiche – che si sarebbero messe insieme e alleate per la distruzione del Goetheanum stesso, avvenuta nella tragica notte di San Silvestro del 1922. In effetti, si deve considerare che, oggi, sia la corrente ‘abelita’, che quella ‘cainita’, presentano aspetti sia positivi che negativi. Ovvero, detto più chiaramente, e con un riferimento storico più attuale, a partire da ambedue le correnti originarie, che hanno attraversato la storia dell’umanità, si sono generate correnti figlieprogredienti e positive, e correnti ‘figliastre’ regredienti e negative.

Partendo dalla descrizione di un’esperienza spirituale avuta dal giovanissimo Rudolf Steiner, descritta da Hella Wiesberger in Rudolf Steiners Lebenswerk in seiner Wirklichkeit ist sein Lebensgang, un profondo studio – una disamina che è un vero e proprio saggio esaustivo – apparso nella bellissima e importante rivista del Lascito’ di Rudolf Steiner, e precisamente nei numeri 49/50 (Pasqua 1975) e 51/52 (S. Michele 1975), dei Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtausgabe, Veröffentlichungen aus dem Archiv der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, tradotto in italiano da Stefano Pederiva, e pubblicato dalla Editrice Antroposofica di Milano, nel 1984, col titolo L’opera di Rudolf Steiner nella sua realtà è la sua vita, ma che, per mio personale esercizio, preferisco ritradurre, troviamo la chiave per la comprensione di una simile nefasta e nefanda ‘alleanza, attuata dalle correnti involutive e degenerescenti delle suddette due correnti ‘abelitae ‘cainita, la quale, prima, nel secolo XIX, portò all’assassinio di Kaspar Hauser, e di conseguenza al fallimento della sua ‘graalica missione in Europa centrale, e, poi, nel XX secolo, alla distruzione del Goetheanum, nonché al tentativo di brutale ‘eradicazione della Scienza dello Spirito dalla faccia della Terra e dall’evoluzione spirituale dell’uomo. Nella prima parte del suo studio, Die drei Jahre 1879 bis 1882 als eigentliche Geburts-Zeit der anthroposophischen Geisteswissenschaft, ossia I tre anni dal 1879 al 1882 come periodo di nascita della Scienza dello Spirito antroposofica, in un capitoletto, Der biographische Entstehungsmoment der Zeit-Erkenntnisovvero Il momento biografico del sorgere della conoscenza del tempo, pp. 15-23, e nel successivo Die Zeit-Erkenntnis als «Grundnerv» des anthroposophischen Forschungsanfange, La conoscenza del tempo come «nerbo fondamentale» del principio della ricerca antroposofica, pp. 24-28, Hella Wiesberger mette in evidenza quanto sia fondamentale l’esperienza del giovanissimo Rudolf Steiner riguardante la doppia corrente del tempo per tutta la futura concezione antroposofica ch’egli porterà nel mondo, allorché assumerà la funzione pubblica di Istruttore di coloro che anelavano ad una concreta e scientifica visione spirituale del mondo, e all’Iniziazione.

Secondo la visione rosicruciana–  e, nel prosieguo, vedremo anche manicheadel tempo, vi è una doppia corrente di questo: una progrediente ed evolvente dal passato verso il futuro, ed un’altra regrediente ed involvente, in senso inverso, dal futuro verso il passato. A questa esperienza, direttamente vissuta dal Dottore già nella sua adolescenza, allude Édouard Schuré, come viene riportato in Beiträge zur Rudolf Steiner-Gesamtausgabe, Nr. 42/Estate 1973, ove – secondo la traduzione più letterale possibile che ne faccio –  leggiamo:

«Von dieser Doppelbewegung hatte der junge Steiner seit seinem 18. Jahre ein unmittelbares Gefühl», ossia, traducendo alla lettera: «Di questo doppio movimento il giovane Rudolf Steiner ebbe, nel suo 18° anno, un sentimento immediato».

Di questa percezione peculiare – che era ben più di un semplice sentimento, sia pure profondo, di come afferma qui Schuré – contemplata nell’esperienza spirituale diretta, parlò Rudolf Steiner in uno scritto ch’egli redasse proprio per Édouard Schuré, il quale in seguito con ogni evidenza vi attinse, mentre era suo ospite nel 1907 a Barr, in Alsazia. Questo documento autografo di Rudolf Steiner venne pubblicato dal Lascito sia nella citata rivista «Beiträge zur Rudolf Steiner-Gesamtausgabe», Nr. 13/Pasqua 1965, che in Rudolf Steiner — Marie Steiner-von Sivers. Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-Nr. 262, ossia nell’ Epistolario tra il Dottore e la sua fedele collaboratrice, Marie Steiner. In quel prezioso documento, infatti, possiamo leggere: 

«In dieser Zeit fiel und das gehört schon zu den äußeren okkulten Einflüssen die völlige Klarheit über die Vorstellung der Zeit. Diese Erkenntnis stand mit den Studien in keinem Zusammenhang und wurde ganz aus dem okkulten Leben her dirigiert. Es war die Erkenntnis, daß es eine mit der vorwärtsgehenden interferierende rückwärtsgehende Evolution gibt – die okkult-astrale. Diese Erkenntnis ist die Bedingung für das geistige Schauen». 

«In questo periodo, – e ciò appartiene già alle influenze occulte esteriori – cadeva la piena chiarezza circa la rappresentazione del tempo. Questa conoscenza non stava in alcun rapporto con gli studi e venne diretta completamente a partire dalla vita occulta. Era la conoscenza, che con una evoluzione progrediente vi è una interferente evoluzione regrediente – quella occulto-astrale. Questa conoscenza è la condizione per la visione spirituale».

Lo stesso Rudolf Steiner – come osserva sempre Hella Wiesberger a p. 15 del suo studio – parlò di questa esperienza spirituale del tempo in una conferenza biografica, ch’egli tenne a Berlino, all’epoca del suo distacco dalla Società Teosofica di Adyar, retta da Mrs. Annie Besant, il 4 febbraio 1913. Ivi, egli racconta : «[…] wie er von jener Meisterpersönlichkeit, der er in Wien zwischen seine Jahre begegnete, eingeführt wurde in jene «eigenartigen Strömungen, die durch die okkulte Welt gehen, die man nur erkennen kann, wenn man eine aufwärts- und eine abwärtsgehende Doppelströmung ins Auge faßt»

cioè:

«[…] come egli venisse introdotto da quella personalità, dal Maestro, ch’egli aveva incontrato tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno, «nelle peculiari correnti, che attraversano il mondo occulto, e che si possono riconoscere unicamente se con lo sguardo si coglie la doppia corrente, una ascendente e una discendente».

E che in questo caso si tratti proprio della doppia corrente del tempo – osserva Hella Wiesberger – risulta chiaramente dagli appunti che Rudolf Steiner aveva scritto in preparazione di quella conferenza berlinese. Infatti, nei suoi taccuini, egli scrive: «Doppelstrom der Zeit», «Doppelströmung des Werdens», ossia, «doppio flusso del tempo», e «doppia corrente del divenire».

Questa doppia corrente del tempo – ascendente e discendente – contemplata da un punto di vista cosmogonico, mostra l’esistenza di una tragica dualità, ossia di una necessitante, cogente, non libera, polarità che si verifica nel divenire del Cosmo tra evoluzione e involuzione. 

Il mistero, l’enigma, della dualità che vi è tra evoluzione e involuzione, che si manifesta – sia cosmologicamente che cosmogonicamente, nelle due contrapposte correnti del tempo: quella progrediente dal passato al futuro, e quella regrediente dal futuro verso il passato – in un cosmo nel quale vi è necessità, ma non ancora libertà, sta tutto nella legge costringente che stabilisce come sia impossibile che alcune entità spiritualmente si elevino, senza che altre sprofondino. Ossia, affinché alcune entità evolvano e progrediscano spiritualmente – in un Cosmo nel quale ancora non esiste libertà – è necessario, per ora inevitabile, ineluttabile, che altre entità involvano e regrediscano spiritualmente. In un Cosmo in cui domina la Legge, e nel quale ancora non son sorte Autocoscienza, Libertà e Amore, è appunto inevitabile, fatalità inesorabile, che il ravvivarsi della Lucerenda più dense le Tenebre, che tanto più si addensano quanto più la Luce, liberandosene e respingendole, vieppiù intensamente risplende.

Per questo motivo, possiamo scorgere come nel corso del tempo, dalla stessa corrente ‘sacerdotale’, ‘abelita’, sia potuta sorgere, evolutivamente, una mirabile Mistica cristiana come quella medievale renana, in Germania, con personalità come Meister Eckhart, Johannes Tauler, Heinrich Suso, pur provenienti da quell’Ordine domenicano in origine sorto per la distruzione del Cristianesimo cataro, nonché di ogni altra ‘eretica pravità’, santi come Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi, per citare solo alcuni nomi tra moltissimi. E possiamo, altresì, scorgere come, sempre nel volgere dei secoli – anche considerando soltanto quelli della nostra èra – dalla corrente ‘cainita’, ‘hiramitica’, siano potuto sorgere l’Ermetismo alessandrino, una personalità abbagliante come la sapiente filosofa neoplatonica, Iniziata, Epopta, e Ierofantide, Ipazia d’Alessandria, figlia del matematico Teone, la stessa tradizione alchemica dei ‘philosophi per ignem’, ossia i ‘filosofi mediante il fuoco ermetico’, con personalità come Arnaldo da VillanovaRaimondo Lullo, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Paracelso, Alexander Sethon, Michele Sendivoglio, detto, come il precedente, il ‘Cosmopolita’, per giungere alla tradizione ‘rosicruciana’ con Heinrich Kunrath, Adriano di Mynsicht, conosciuto come ‘Madathanus’, Michele Maier, in Germania, Robert Fludd, Thomas Vaughan, detto ‘Eugenio Filalete’, Ireneo Filalete, in Inghilterra, Federico Gualdi, Francesco Maria Santinelli, in Italia e nel XVIII secolo, Sincerus Renatus, il principe Raimondo di Sangro, il Conte di Cagliostro, il Conte di Saint-Germain. manifestazione dello stesso Christian Rosenkreutz.

Si ebbe persino il caso di personalità che pur appartenendo in origine ad Ordini religiosi, provenienti della stirpe ‘sacerdotale’, e quindi ‘abelita’, trovarono la connessione con la ‘cainita’ tradizione ermetico-alchemica, divenendo addirittura – come si dice in tale tradizione – dei ‘Maestri dell’Arte’, come nel caso di Giovanni Tritemio abate mitrato prima del monastero benedettino di Sponheim e poi di quello di Würtzburg, e Maestro del mio amato Enrico Cornelio Agrippa, l’autore del De occulta philosophia, vero ‘corpus philosophicum’ di tutta la sapienza ermetico-alchemica e kabbalistica dell’epoca, o nel caso di Basilio Valentino, anch’egli monaco benedettino del monastero di Erfurt, autore del Currus Triumphalis Antimonii, ovvero Il Carro trionfale dell’antimonio, dell’Azoth, e di altre mirabili opere, tenute tutte in somma stima dai ‘Maestri dell’Arte’.

Ma accanto a queste due correnti ‘evolventi’, ‘positive’, ‘progredienti’, sono presenti ed agenti altre due correnti, sempre più degenerescenti – ‘abelita’ l’una e ‘cainita’ l’altra – che si palesano come ‘involventi’, ‘negative’, ‘regredienti’. La corrente ‘abelita’ degenerata si manifesta principalmente nella Chiesa, nella quale vive – come afferma esplicitamente Rudolf Steiner – lo ‘spettro’ dell’antica romanità, non più vivente, e tuttavia recante nel morente mondo attuale il suo decadente impulso che, in forma irrigidita, cristallizzata, mummificata, si mescola come un veleno mortifero ad un nuovo mondo sorgente, per paralizzarne le forze, e possibilmente farne abortire la nascita. Rudolf Steiner caratterizza tale decadente impulso come quello che vuole «narcotizzare e distruggere nell’umanità l’anima cosciente». Perché per essa gli esseri umani han da esser tremule ‘pecorelle’, inscienti e irresponsabili, da condurre dai lor ‘pastori’ ad un sedicente ‘sicuro ovile’, ed esse devono essere anima e corpo, ma non spirito. L’elemento spirituale deve essere loro amministrato – e giuridicamente regolato secondo un diritto canonico che, appunto, non è altro che lo ‘spettro’ del non più vivente antico diritto romano – secondo una prassi sacramentale, della quale la gerarchia ecclesiastica si riserva il monopolio. Solo i sacramenti, da loro amministrati in regime di privativa e monopolio, possono – a loro dire – mettere l’uomo in comunione con lo Spirito, ma da questa comunione la Chiesa si riserva il diritto e il potere scomunicare i disobbedienti, i dissenzienti, gli ‘eretici’, ossia coloro che fanno una scelta, hàiresis, diversa da quella da lei stessa giuridicamente proclamata valida e costringente. Ciò ha portato allo sterminio degli Gnostici, dei Manichei, dei Catari, alla distruzione quasi totale della loro vasta letteratura, alla distruzione dell’Ordine dei Templari, agli innumerevoli ‘eretici’, morti martiri sui roghi, dopo gli orrori di indescrivibili torture. La forma estrema, addirittura parossistica di tale impulso di dominio temporale, sempre più mondano della Chiesa, lo si può osservare in tutto ciò che caratterizza la storia e la spregiudicata azione della Societas Jesu negli ultimi cinquecento anni.

L’involvente e degenerata corrente ‘cainita’, a sua volta, col decorso sempre più accelerato del Kali Yuga, della ‘età oscura’, si è manifestata nella decadenza di Ordini e Fratellanze occulte, a volte deviate anch’esse, come la Chiesa, in senso sempre più mondano, giungendo talvolta a degenerare in militante agnosticismo e materialismo, altre volte, invece, deviate in direzione di una ricerca di una oscura potenza magica, posta al servizio di un egoismo individuale o di gruppo. In ambedue i casi – come direbbe la mia sapiente amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma – «si è smarrita o dimenticata l’intenzione originaria». In tali casi, si può parlare non di semplice decadenza, bensì di un vero e proprio tradimento, del rovesciamento in senso antispirituale delle forze dell’Iniziazione, sino a trasformarsi progressivamente in una vera e propria ‘controiniziazione’. Di una tale degenerazione in senso agnostico e materialistico, oppure in senso magico ed egoistico, non si può certo far colpa all’impulso ‘cainita’ originario, che era ottimo, ma solo alla corrente involutiva di esso, che ha attuato l’inverarsi dell’adagio che dice: «corruptio optimi pessima», ossia che non vi è niente di peggio che il pervertimento e la corruzione di ciò che è migliore.

Quindi la differenziazione delle due diverse correnti – una evolutiva e un’altra involutiva – che si manifesta nelle due stirpi, ‘cainita’ e ‘abelita’, a sua volta ha dato luogo ad una ulteriore differenziazione all’interno delle suddette stirpi – secondo quel duplice movimento ascendente e discendente, o progrediente e regrediente, del tempo, del quale parlava Hella Wiesberger nel suo studio su Rudolf Steiner – ossia ambedue le stirpi in parte evolvono e in parte involvono. E questo per quella inesorabile legge secondo la quale l’ascensione e la purificazione verso il Bene e la Luce di alcuni, comporta la discesa e la degradazione verso il Male e la Tenebra di altri. L’avanzare veloce di alcuni ha come controparte il ritardatario rallentare e rimanere ‘indietro’, di altri. Ciò avviene perché il purificarsi è un liberarsi dal Male e dalla Tenebra, non è ancora – per ora – una trasformazione del Male in Bene, e della Tenebra in Luce. Rudolf Steiner descrive questo duplice movimento di ‘evoluzione-involuzione’, per esempio, là dove nel IV capitolo della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1978, intitolato L’evoluzione del mondo e l’uomo, parlando della differenziazione che si attua sull’Antico Sole, alle pp. 145-146, troviamo scritto:

«Per caratterizzare il corso ulteriore dell’evoluzione solare, dobbiamo richiamare l’attenzione sopra un fatto del divenire cosmico che è della massima importanza: quello cioè che, nel corso di un’epoca, non tutti gli esseri raggiungono la mèta della loro evoluzione; ve ne sono alcuni che restano indietro. Così, durante l’evoluzione saturnia, non tutti gli spiriti della personalità raggiunsero effettivamente lo stadio umano loro destinato nel modo sopradescritto; così pure non tutti i corpi fisici umani sviluppati su Saturno raggiunsero il grado di maturità adatto per essere capaci sul Sole di divenire veicolo di un corpo vitale indipendente. Ne viene come conseguenza che vi sono sul Sole degli esseri e delle forme che non sono adatte alle condizioni solari; essi devono ora ricuperare durante l’evoluzione solare ciò che hanno trascurato spiritualmente di fare su Saturno. Durante l’epoca solare si può quindi osservare spiritualmente che quando gli spiriti della saggezza cominciavano a far affluire il corpo vitale, il corpo del Sole in certo qual modo si offusca. Lo compenetrano delle formazioni che in realtà apparterrebbero ancora a Saturno; sono formazioni di calore che non hanno la capacità di condensarsi in aria nel modo giusto. Sono gli esseri umani che, rimasti indietro al gradino di Saturno non possono diventare il veicolo di un corpo vitale normalmente costituito».

Qui sta tutto il ‘mistero’ di ciò che ha portato ad esistenza nel mondo l’egoismo, e – come conseguenza – l’errore, la malattia, la morte e il male. Ma senza l’egoismo non vi sarebbe stata nessuna possibilità che l’uomo riuscisse nell’impresa di portare ad esistenza la libertà. Infatti le Entità spirituali che avevano generato, emanandolo dal proprio seno, l’essere umano potevano ‘educarlo’, o – servendosi di Spiriti dell’Ostacolo – ‘istigarlo’ alla libertà, non donargli la libertà. Infatti, la libertà può essere unicamente autonoma conquista, non un dono. Del resto, quelle Entità spirituali – sia regolari che irregolari – non potevano donargli una libertà che, in realtà, esse non possedevano e che si aspettavano da lui. Infatti, nemo dat quod non habet, ossia: nessuno può donare ad altri quel ch’egli stesso non possiede. Infatti, se tali Entità spirituali avessero posseduto Autocoscienza, Libertà, e Amore, non avrebbero avuto alcun bisogno di creare, emanandolo da se stesse, l’essere umano. L’uomo doveva passare dall’esperienza cruciale dell’egoismo. Il duplice aspetto dell’egoismo viene messo in luce da Rudolf Steiner nella nona conferenza de Die Theosophie des Rosenkreutzers, GA-99, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1962, pubblicata in italiano col titolo La Saggezza dei Rosacroce, trad. di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1959, pp. 95-96, ma che – data la delicatezza del tema e di talune espressioni in esso usate – preferisco ritradurre dal testo tedesco originale del Dottore. Infatti, a p. 97, leggiamo:

«Legoismo è qualcosa che ha due lati, uno eccellente [vortrefflich] e uno riprovevole [verwerflich]. Se, allora su Saturno e sui pianeti successivi non fosse stata piantata sempre di nuovo lessenza [Wesenheit] dell’egoismo, l’uomo mai sarebbe diventato un essere indipendente, capace di dire «Io» a se stesso. A partire dall’epoca di Saturno venne inoculata nella corporeità umana la quantità di forza che fa dell’uomo un essere indipendente, diverso da qualsiasi altro. Per questo dovettero operare gli spiriti dell’egoismo, gli Asura. Prescindendo da piccole differenze, ve ne sono di due tipi. Un tipo è quello di coloro che hanno sviluppato l’egoismo in maniera nobile e indipendente, che si è elevato sempre di più nella formazione del senso della libertà: questa è l’eccellente indipendenza [vortreffliche Selbständigkeit] dell’egoismo. Questi spiriti hanno guidato l’umanità lungo tutti i successivi pianeti. Essi sono gli educatori dell’uomo all’indipendenza [Selbständigkeit].

Ora vi sono su ogni pianeta anche spiriti tali, che sono rimasti indietro nell’evoluzione. Essi sono spiriti stazionari, non vollero progredire oltre [sie wollten nicht weiter]. Da questo fatto riconoscete una legge: allorché ciò che vi è di più eccellente [das Vortrefflichste] cade, quando compie il «grande peccato» di non seguire l’evoluzione, allora esso diventa addirittura ciò che vi è di peggiore [gerade das Schlechteste]. Il nobile senso della libertà viene trasformato nel suo contrario, nel più riprovevole abominio [Verwerflichkeit]. Questi sono gli Spiriti della Tentazione [Geister der Versuchung] – di difficile valutazione [schwer zu Betracht kommenden] – che inducono al riprovevole egoismo. Ancor oggi, questi malvagi spiriti di Saturno sono nel nostro ambiente. Tutto ciò che è malvagio trae forza da questi spiriti».

Questo è il prezzo – un prezzo invero ben elevato – che l’uomo paga per realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore: per attuare la missione che l’Assoluto dette agli Dèi, e per realizzarsi – secondo la parola di Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche – come «mèta delle Gerarchie». Questo perché tutte le entità dell’immensa scala dellessere sono appunto ‘legati’ a un tale ‘essere’, ossia esse ‘devono’ essere quello che sono, e – per ora – non possono essere né agire diversamente. Mentre l’uomo può essere non solo ‘libero’, ma anche agire come ‘liberatore’, perché come lapidariamente afferma Friedrich Schiller – citato da Peter Selg in Natura della volontà umana, in Rivista Antroposofia, Anno LXVI, N.1, Gennaio-Febbraio 2011, Editrice Antroposofica, Milano, p. 25 – «Tutti gli esseri devono qualcosa, mentre l’uomo è lunico essere che vuole», per cui – giustamente osserva sùbito dopo Peter Selg: «Si potrebbe dire che tutti gli esseri sono creature, mentre luomo è un creatore». Ossia, come scrive Massimo Scaligero nell’ottavo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, p. 27:

«Luomo deve farsi. Egli non è passivo ricettore dellesperienza terrestre, ma cooperatore del suo compiersi: che esige il tramutarsi di lui da creatura dipendente dalla natura a essere libero: i cui stati danimo non siano il giuoco della natura in lui, ma la presenza agitante dello spirito. Onde egli realizzi nella natura il proprio stato: la sopranatura.

Egli deve passare da creatura a essere che crea secondo il proprio principio, il Logos, ogni creatura vincolata alla condizione terrestre attendendo da lui la propria liberazione».

Ed è inevitabile richiamarsi ad una affermazione di Johann Gottlieb Fichte, tratta dal suo scritto Contributo per rettificare i giudizi del pubblico sulla Rivoluzione francese, 1793, che Rudolf Steiner amava citare spesso, che dice: «Luomo può ciò che egli deve; e se dice: Io non posso’, segno è che non vuole». Infatti, a coloro che obbiettavano che affrontare e soddisfare le alquanto esigenti richieste interiori poste nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, Rudolf Steiner rispondeva: «Uno non deve dire: non posso’, deve dire ‘non voglio». Ovvero – come direbbe la mia sapientissima amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma – «Là dove vi è una volontà, là vi è una Via»: una Via eroica, appunto. E la Via della Scienza dello Spirito indicata da Rudolf Steiner, da Giovanni Colazza, da Massimo Scaligero è – lo è radicalmente – una Via eroica.

Ma non solo gli esseri vincolati alla condizione terrestre – ossia le creature che si sono sacrificate, legandosi ai regni minerale, vegetale e animale della natura, affinché l’uomo potesse compiere l’esperienza della libertà – bensì tutte le Entità spirituali regolari ed irregolari attendono che l’uomo realizzi, conquistandola, la libertà e agisca, poi, come liberatore nei loro confronti. Per la stessa antica concezione indiana – sia brahmanica che buddhista – la posizione dell’essere umano, con la sua duplice natura mortale e immortale, è ‘suprema’, e gli Dèi medesimi, se vogliono conseguire ciò che in India vien chiamata mukti, o moksha, la liberazione, devono rinunciare al loro rango divino e incarnarsi sulla Terra come uomini: rinuncia, incarnazione, e umanazione, che – secondo l’insegnamento di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligeropochi tra i Numi hanno osato compiere: le altre Deità una tale liberazione la attendono dall’uomo liberatore di se stesso e di loro. Nel nostro Rinascimento, Pico della Mirandola, nel suo De hominis dignitate, pone anche lui, e per gli stessi motivi, la posizione dell’essere umano nella creazione e nel Cosmo come ‘suprema’.

La liberazione di tutti gli esseri, su qualunque gradino siano nella scala dell’essere – siano essi superiori o inferiori all’uomo, regolari o irregolari – è il più audace – addirittura nobilmente temerario – ideale del Buddhismo Mahâyâna e del Manicheismo. Nel Mahâyâna è l’ideale del Bodhisattva che conseguita la Prajñâpâramitâ, ossia la perfezione della Sapienza Trascendente, ma operando con Mahâkaruṇâ, con lIllimitata Compassione, decide di non accedere al Nirvâṇa, di rimanere nel Saṃsâra, ossia nel mondo dell’illusoria relatività, dominato da quella Mâyâ illudente e condizionante, la quale s’impone allessere umano poco consapevole, facendolo soffrire perché come scrive Massimo Scaligero nel decimo capitolo del su citato Trattato del Pensiero Vivente, p. 35:

«È il mondo che sfugge ancor più quando si crede di amare o di soffrire, o di bramare o di odiare, perché sono gli stati danimo e gli istinti in cui l’astrattezza del mondo, ossia la sua irrealtà, si è fatta potenza interiore, sete della vita riflessamente rappresentata e pensata: che è dire assunta nella sua inversione. Onde si crede di amare ciò che è limagine della continua perdita di una segreta capacità di amare, e si odia ciò che non risponde all’elemento di brama di questo illusorio amore».  

Il Bodhisattva fa voto solenne di non entrare nel Nirvâṇa, e di agire, invece, con ogni sua forza all’altrui salvezza: «sino a che l’ultimo granello di sabbia del Gange, l’ultimo filo d’erba, tutti gli esseri senzienti, sapienti o ignoranti, intelligenti o stolti, buoni o malvagi che siano, nessun escluso, non abbiano raggiunto l’Illuminazione». A sua volta, il Manicheismo ha, come suo più audace ideale, quello di superare la dualità tra Spirito e Materia, tra Luce e Tenebra, tra Bene e Male: trasformando la Materia in Spirito, la Tenebra in Luce, il Male in un più grande Bene. Per cui l’asceta dei nuovi tempi, nella preghiera autenticamente christica, non chiederà più: ‘liberaci da Male’, consapevole che del Male del quale egli si libera, altri ne saranno preda, bensì conquisterà Saggezza e Forza per la spiritualizzazione del Male stesso dentro la propria anima, operando altresì sacrificalmente a liberare di un tale schiacciante peso coloro che ne sono oppressi.

Abbiamo visto come Rudolf Steiner, nella versione della Leggenda del Tempio qui da me tradotta, parli della figura di Hiram, rinato in Lazzaro-Giovanni, come quella di colui che per primo venne iniziato dal Christo – e come di colui attraverso il quale venne costituita quella ‘corrente del centro’, che sta in una posizione intermedia tra la corrente cainita e quella abelita, conciliando così le due polarità contrapposte. In tal modo, nella Via rosicruciana che ne scaturisce, viene superato il dualismo tra fede e scienza, tra libertà e necessità, tra mondo esteriore e mondo interiore, tra conoscenza e moralità, e prepara al quel superamento e trasmutazione del Male in Bene, che si realizza radicalmente nella Via del Graal: come Massimo Scaligero ha indicato col suo insegnamento, e realizzato nella sua vita. In prosieguo di questo studio, verrà approfondito e completato questo tema, mettendolo sempre più in relazione col Mistero del Golgotha, con la ‘Via rosicruciana’ e con la ‘Via del Graal’.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. DECIMA PARTE.

Mi scuso doverosamente col benevolo lettore per la mia lunga latitanza da questo temerario blog, latitanza determinata da serie di ragioni indipendenti dalla mia volontà. Tuttavia, come potrà vedere il lettore, questo periodo non è stato infecondo, anzi il lavoro svolto potrà dare interessanti futuri risultati, che non mi sembrano trascurabili. Riprendo quindi la trattazione del tema, che mi sta a cuore.  

  ***

Da tutto quanto abbiamo visto sinora, possiamo constatare come, alla luce della Scienza dello Spirito, vi sia una radicale contrapposizione tra la visione spirituale del mondo propria della ‘stirpe jahvetico-abelita’ e quella propria, invece, della ‘stirpe dei Figli del Fuoco’, ossia della ‘stirpe cainita’. Questa contrapposizione, che – dal punto di vista della Scienza dello Spirito – potremmo goethianamente definire ‘polare’, naturalmente, nell’evoluzione dell’uomo e del cosmo ha avuta la sua ragion d’essere. Il che, tuttavia, non la rende, ancor oggi, meno aspra, pur nella sua giustificata necessità.

Al fin di rendere meno impervia la comprensione di una tale ‘polare contrapposizione’, e, di conseguenza, aiutare l’intuizione del libero ricercatore che, sola, può far penetrare, in totale autonomia, il ‘mistero’ dal quale tale aspra contrapposizione scaturisce, giova forse richiamare – una volta di più – le immagini del ‘mito’ del ‘Concilio degli Dèi’. Ora, secondo tale ‘mito’ – ‘mito’ vero, pur nella poeticità delle sue immagini – l’Assoluto Divino pose, all’origine dei tempi – dei ‘nostri tempi’, naturalmente, ché nell’Assoluto tempo non v’è – alle Celesti Gerarchie un còmpito da esse difficilmente attuabile e realizzabile: portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Còmpito invero arduo per esse, giacché esse stesse libere non erano affatto, essendovi in esse solo ‘necessità’, sia pure ‘metafisica’, e non libertà.

Più volte Massimo Scaligero, rievocando in incontri e riunioni tale primordiale ‘Concilio degli Dèi’, mise in evidenza come le Gerarchie divino-spirituali, e le Entità ad esse appartenenti, fossero, a vari gradi, ‘manifestazione’, immediata e necessitante, dell’Assoluto Divino, del quale esse erano e sono emanazione ed espressione. In quanto tali, esse, di per sé, non hanno autonomia rispetto all’Assoluto del quale sono, appunto, la manifestazione: sono legate all’essere, come ad una ‘funzione’ alla quale non possono – per ora – sottrarsi. Ad esempio gli Spiriti della Sapienza o della Saggezza non si può dire che abbiano ‘Sapienza’, bensì che essi sono ‘Sapienza’, e non possono, per ora, sottrarsi a tale loro immediato essere, per essere diversamente da come attualmente sono. E così gli Spiriti del Coraggio, dell’Armonia, e persino gli Spiriti dell’Amore. Le Entità divino-spirituali, in special modo quelle più elevate, hanno sì ‘coscienza sovrasensibile’‘onnipotenza’, assoluta ‘bontà’ e ‘moralità’, ma non conoscono, e non hanno ‘Autocoscienza’‘Libertà’, e ‘Amore’.

Così come tali elevate Gerarchie divino-spirituali, anche le Entità Avverse – gli Ostacolatori – non sono affatto libere. Le Entità Ostacolatrici svolgono, esse pure, un ‘còmpito’, una ‘funzione’ alla quale – per così dire – sono ‘assegnate’‘costrette’, senza potersi a tale cogente condizione minimamente sottrarre. Gli Spiriti dell’Ostacolo svolgono la loro assegnata ‘funzione’ in maniera inesorabile, con l’impersonale ‘necessità’ delle forze della Natura.

L’unica possibilità, in quell’esiodeo ‘Concilio degli Dèi’, che le celesti Gerarchie ebbero di attuare il còmpito loro assegnato dall’Assoluto, e di portare quindi ad esistenza la libertà, era di ‘creare’, ossia da se medesime ‘generare’‘emanare’, non ‘creare dal nulla’, un primordiale ‘Uomo Cosmico’, al quale tutte le suddette Gerarchie donassero, come effettivamente avvenne, parte della loro ‘essenza’, e che, quindi, di esse tutte egli fosse  una mirabile ‘sintesi’. L’Uomo Primordiale – l’Adàm Kadmòn della Kabbalàh israelitica e cristiana – possedeva in sé ‘sapienza’‘potenza’, e ‘moralità’ esattamente come le Celesti Gerarchie – gli ‘Eoni’ di quell’antica Gnosi, tanto calunniata, soprattutto quella abbagliante culminazione ch’essa ebbe in Mani, Gnosi caricaturalmente sfigurata e violentemente avversata dai Padri delle poco ‘cristiche’, ortodosse, Chiese cristiane – delle quali l’Uomo Primordiale era ‘emanazione’, ma come esse, appunto, egli non era, né poteva essere – perlomeno, non sùbito, non immediatamente, o non ancora – autocosciente e libero. Una conoscenza sovrasensibile, un atto morale, sorgevano in lui con la necessità immediata propria dei processi della Natura: così come nell’uomo oggi sorgono fame, sete, sonno, e tutta la serie immediata delle emozioni e degli istinti. L’Uomo primordiale era, in certo qual modo, un ‘automa spirituale’, e tale sarebbe eternamente rimasto – come un pupazzo, o una marionetta, appeso a fili a lui ignoti, e meccanicamente, seppur sottilmente, mosso da agenti a lui esterni – finché fosse rimasto nel seno di quelle Celesti Gerarchie che, emanandolo, lo avevano generato. Ma, come scrive Massimo Scaligero in Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 61, parlando dell’ineludibile còmpito che l’uomo ha di realizzare la più radicale autonomia,  la più incondizionata libertà, così ammonisce:

«L’autonomia profonda di simili forze è ciò che il principio cosciente, mediante il pensiero, dovrebbe realizzare come propria autonomia sul piano della coscienza di veglia. La dipendenza in effetto è, per il pensiero, la contraddizione con le Forze originarie. Giustamente, un tempo veniva insegnato che «Delude gli Dèi, colui che vuole dipendere dagli Dèi».

Perché l’Uomo è la mèta delle Gerarchie – come avverte Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche – e non viceversa.  In questo senso, la posizione dell’Uomo è ‘suprema’, e ‘suprema’ è la sua dignità.

Per cui, l’Uomo Primordiale, l’Adàm Kadmòn, dovette venire ‘isolato’‘escluso’, e per così dire ‘espulso’ da quella ‘comunione’ con le Gerarchie, e con l’Assoluto, che costituisce – come ricorda Massimo Scaligero ne La Via della Volontà Solare, Fenomenologia dell’Uomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Roma, 1962, pp. 275-296 – quella ‘Quiete delle Gerarchie’ di cui parlava, nel Medioevo, la platonica Scuola di Chartres, e che Giovanni Colazza chiamava, con un’espressione di sapore estremo-orientale, taoista o chán, il ‘Riposo Divino’. Naturalmente, ‘fuori’ dell’Assoluto‘fuori’ dello Spirito, ossia ‘fuori’ dell’Uno, dell’Essere, a rigor di termini, niente è. Perché – come ammonisce Parmenide di Èlea nel suo Περί ΦύσεωςPerí Phýseos, nel suo De Rerum Natura – l’Essere 

ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, 

è, e non è possibile che non sia,

mentre 

il non-essere ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι,

non è, ed è necessario che non sia.

Quindi, a rigor di termini, solo apparentementeillusoriamente, l’Uomo Primordiale poteva essere ‘escluso’ dalla comunione con l’Infinito, con l’Assoluto. L’Uno, essendo ‘unico’, non può avere ‘fuori’ di sé né ‘altro’, né ‘altri’. Per cui la ‘unicità’ dell’Uno Unissimo – come veniva concepito nella Accademia Platonica d’Atene, perlomeno sino a che essa non venne soppressa nel 529 dall’infamissimo, intollerante, sacrilego e assassino, imperatore Giustiniano, violento persecutore dell’Ellenismo, del culto di Iside a Philae in Egitto, dei Manichei – non viene distrutta dal sorgere delle ‘apparenze’, le quali sono soltanto un illusorio ex-sistere, un mero ‘esistere’, non un autentico ‘essere’. Tale illusorio apparire incontestabilmente ‘esiste’, ma non ‘è’Est et non est, avrebbe detto, nel XIII secolo, in Occitania, il sapientissimo Maestro cataro Bartolomeo di Carcassona, o Giovanni di Lugio, anche lui cataro, autore del Liber de duobus principis, fortunosamente sfuggito alla furia distruttiva della Santa Inquisizione dell’eretica pravità, e ritrovato nel 1939 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, per una sorta di ironia del destino, dal R.P. Antoine Dondaine, domenicano, e la stessa cosa, nell’VIII secolo della nostra èra, avrebbe affermato Śaṅkarâcârya, Maestro dell’Advaita Vedânta, il quale affermava che la Mahâ Mâyâ, la ‘grande illusione’‘è, e non è’.

Il còmpito di ‘espellere’ l’Uomo Primordiale dalla comunione immediata con l’Assoluto, il farlo ‘cadere’ nella dionisiaca frantumazione dell’apparente molteplicità, sino ad ‘isolarlo’ – gradualmente nel corso di molti millenni – completamente nell’unidimensionale visione sensibile, fu ‘affidato’ a ‘Spiriti dell’Ostacolo’, i quali vennero – essi pure – ‘esclusi’ dalla ‘Quiete delle Gerarchie’, dal ‘Riposo Divino’. Giunto al totale ed esclusivo isolamento nell’apparente sfera sensibile, l’essere umano non avrebbe più ricevuto ‘ispirazioni’‘oracoli’‘comandamenti’ dagli Dèi, ed avrebbe dovuto ‘scegliere’ da se stesso, in totale autonomia con le sole proprie forze, a proprio rischio e pericolo, attraverso il doloroso e faticoso, oltremodo accidentato, sentiero dell’errore e dell’esperienza, la propria ‘via’.

Ma, pur isolato in tale mondo di illusorie apparenze, e imprigionato, a causa della offuscante ‘ignoranza’ in lui generata dagli ‘Spiriti dell’Ostacolo’, sempre più negli astringenti vincoli corporei di una inferiore natura, un tale uomo è pur sempre fondato sull’Assoluto – e non potrebbe essere diversamente – e ad un tale Assoluto, al Divino, comunque base del suo essere, egli può sempre fare liberamente appello. Ed è questo ciò che gli Dèi si attendono da lui: ch’egli esca da una sorta minorità spirituale, da una ‘irresponsabile infanzia divina’, e finalmente ‘voglia’, liberamente – ossia non obbligato, non sollecitato, bensì in totale autonomia – ‘voglia’ il proprio stesso volere e il fine, l’oggetto, di tale suo autonomo volere. Vi è un momento in cui cessano le ‘rivelazioni’, che dal mondo divino hanno accompagnato l’uomo nel suo progressivo discendere verso il fondo dell’abisso, nel quale lo attendeva la suprema prova dell’abbandono, del silenzio, della solitudine, del gelo, e della morte. A tale proposito, Massimo Scaligero ha parole di assoluta, inattenuata, radicalità, parole che non lasciano spazio alcuno a dubbi, o ad accomodanti ‘adattamenti’. Infatti, in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, nel primo capitolo, La Via adamantina d’Occidente, pp. 10-11, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza l’originaria natura. Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando ancora egli traeva le sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita degli stati trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La Madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente».

Ma la discesa dell’Adàm Kadmòn, dell’Uomo Primordiale, sin giù nel baratro dell’individuazione e della frantumazione, sin giù nell’abisso della più tenebrosa solitudine, è qualcosa che è avvenuto con una certa gradualità. Nel suo discendere in tale tenebroso e divorante baratro, che potremmo con Virgilio, – in Aeneis, I, 118, 

«Adparent rari nantes in gurgite vasto»,

«Appaiono pochi naufraghi nuotanti nel vasto gorgo»,

e in Aeneis VI, 295-297,

«Hinc via Tartarei quae fert Acherontis ad undas. Turbidus hic caeno vastaque voragine gurges / aestuat atque omnem Cocyto eructat harenam.»,

«Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte. Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia» 

chiamare “gurge”, o “voragine”, l’essere umano è stato accompagnato da Deità “regolari”, contrastanti l’opera oscuratrice e disgregatrice delle Entità “ostacolatrici”. Questa azione viene esemplarmente descritta – con parole che sarebbe savio meditare profondamente e a lungo – da Massimo Scaligero in Kundalini d’Occidente. Il centro umano della potenza, Edizioni Mediterranee, Roma, 1980, pp. 21-22:

«Secondo il mito, Jehova, accogliendo l’uomo nel Paradiso terrestre, sostanzialmente tende ad impedire che egli acquisisca la conoscenza. Jehova tende a dominare, o a guidare l’uomo, in modo che senza traumi, o senza libertà, egli giunga a realizzare lo Spirito. Lucifero invece ha interesse a donare all’uomo la conoscenza come esperienza senziente, perciò lo spinge verso la libertà, ancor prima che egli disponga di forze morali per usarla giustamente. Come entità celeste caduta, Lucifero tende a riconquistare il rango perduto, servendosi dell’uomo. Agisce come intermediario tra l’uomo e il Divino: aiuta l’uomo, ma al tempo stesso ha bisogno, come Jehova, di dominarlo. Perciò l’uomo, mentre necessita dell’aiuto di Lucifero, ha bisogno altresì di sottrarsi al suo assoluto dominio, proprio mediante l’uso cosciente della forza da Lui inoculatagli. Attraverso l’uomo, Lucifero in definitiva tende a ritrovare il Cristo, per redimersi. Ma l’uomo che si liberi, può diventare lui l’intermediario verace tra Lucifero ed il Cristo: mediante libertà superando Jehova, ma superando anche Lucifero. Questo è il segreto. Christus Lucifer verus. Senza la redenzione dell’uomo, non può esservi redenzione di Lucifero. Infatti, ove sulla Terra l’uomo riconosca il Cristo, troverà, dopo la morte, quale divinità superiore orientatrice, Lucifero, riemergente alla sua funzione celeste».

Questa condizione dell’essere umano esiliato dalla patria spirituale, apparentemente ‘abbandonato’ da quegli Dèi, che pur lo hanno generato, viene anch’essa descritta in maniera radicale, tale da non dar luogo ad equivoci di sorta  da Massimo Scaligero in un’opera fondamentale come L’Uomo Interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976 – alla quale purtroppo, nella ristampa del 2012, è stato ‘tagliato’, secondo una ben discutibile, totalmente arbitraria, scelta, il sottotitolo, Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, e parte della sintesi descrittiva del contenuto del volume, scritta direttamente dall’Autore, ossia dallo stesso Massimo Scaligero, nella quarta di copertina – ove alle pp. 204-207, possiamo leggere parole di un realismo assoluto, tali da togliere ogni residua illusione circa la possibilità di indugiare nel ‘sogno’ di una Tradizione oramai irrimediabilmente perduta, e quella di una mistica ‘via dell’anima’, che permetta di evitare lo sforzo e l’impegno nella lotta spirituale per l’essere o il non essere dell’uomo:  

«L’epoca di tale comunione spontanea con lo Spirituale si conclude con il periodo che nel mondo risponde alla protostoria mediterranea: è il periodo in cui la « conoscenza » non è più comunione diretta, ma « visione imaginativa », che più tardi si rifletterà nel mito: questo a sua volta avrà la sua sensibilizzazione nella poesia cosmogonica e nell’epos, mentre si verifica il compimento di un processo millenario: una sorta di distacco (il termine ha valore puramente allusivo, ossia relativo a un modo di essere dello Spirituale) del mondo animico o psichico, dal dominio sovrasensibile: una perdita di rapporto dell’« umano » riguardo al « divino », che non può non essere – per l’umano – regresso, o caduta, in uno stato inferiore. In séguito a tale evento, che si verifica attraverso lunghi decorsi di tempo, o epoche, l’uomo è costretto a elaborare il suo conoscere entro i limiti della individualità psichica, la cui massima possibilità comincia con essere la capacità razionale.

Lo Spirituale con cui prima la personalità dell’uomo costituiva un tutto e dal quale traeva motivo di elevazione, limitandosi ad essere impersonalmente conforme alla sua legge, diviene ora – dal punto di vista della « caduta » dell’uomo – mondo esteriore. Vedendolo ormai separato da sé e non più essendone posseduto ed ispirato, l’uomo in sostanza non lo vede: lo riduce alla sua attuale limitata visione, è costretto a rivolgersi ad esso come ad oggetto – d’indagine, così che di esso via via non rimarranno se non il nome ed il concetto: sul piano religioso, la vuota forma rituale, e, nell’anima umana, l’inconscio impulso a riferirsi a un potere fatale o provvidenziale, che continui ad agire invece dell’Io personale nascente. […]

Si è veduto, però, come la necessità di trarre la coscienza dell’Io da un livello inferiore, in quanto condizionato dalla esteriorità sensibile, pur apparendo una caduta, in definitiva abbia come obiettivo il compimento dello « stato umano ». L’uomo tende a ricostruire la vita spirituale all’interno della individualità, con i mezzi che la coscienza, costretta a trarre il senso di sé dal mondo finito, va via via creandosi, per recare luce là dove l’antica spiritualità si è fatta natura. È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio essendovi al principio solo necessità, sia pure metafisica. Ma tra lo stato d’illuminazione originaria e la possibilità d’illuminazione cosciente, v’è una fase di oscuramento: lunga, per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare la trascendenza entro se stessa. Sarà inevitabile che la ricerca patisca i limiti dell’astrattezza e da questa si faccia in varie forme deviare. Ma, a un dato momento, essa può scoprire di poter evocare al livello della individuazione e come superamento del finito la « forza interiore originaria »: può riconoscere quel principio Logos che in un determinato punto del tempo ha operato nel terrestre la rettifìcazione invisibile: non conosciuta, che potrà essere conosciuta: che sorge come possibilità di libertà.

L’uomo può ridestare in sé la luce originaria – quella che « risplende nelle tenebre » – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafìsica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e dalla natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può realizzare nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda la possibilità dell’uomo di ritrovare, mediante spirito eroico e conoscenza, l’Io originario perduto.

Il processo di distacco, come si è accennato, implica da prima un oscuramento e una perdita: con le sole forze della individualità, da quel momento, l’uomo deve cominciare a guardare il tema dell’essere. Chiuso nei limiti egoici, egli tenderà a evocare in sé il Divino: tenderà a questo anche attraverso fasi di inconsapevolezza; ma il Divino agirà sempre in lui sotto forma di questo impulso all’auto-superamento, mentre echi e reviviscenze dell’antica comunione con il Sopra-mondo lo assisteranno lungo il cammino, operando attraverso la funzione mediatrice di Santi e di Mistici e grazie ad una residua apertura del « sentire » umano: sino al momento – l’attuale – in cui cessa del tutto la risonanza, sia pure emotiva, del Sovrasensibile nell’anima umana: ché ogni « sentire » è ormai contessuto con la natura fisico-sensibile.

La solitudine del mondo sensibile è ora il limite dell’uomo, ma anche l’àmbito della possibilità del suo risorgere: condizione che, pertanto, riguarda l’uomo in generale, ma in particolare l’« individuo » più recente, che, nel suo agnosticismo, essendo più indipendente dall’antica esperienza sovrasensibile, si può considerare il più evoluto: più prossimo alla possibilità della risalita, o della reintegrazione cosciente, ma perciò stesso, per la sua autonomia rispetto ad ogni tema trascendente, più chiuso ai richiami dell’esperienza liberatrice.

Al tipo di uomo capace di attraversare il processo della individuazione e di percorrerne le tappe, i mezzi che si offrono per portare a compimento l’opera sono da prima il pensiero e i sensi: soltanto con questi egli può muovere alla conoscenza del mondo e organizzare la sua vita. È l’esperienza dell’Occidente, dalla quale nasce la civiltà meccanica e materialistica. In tale civiltà si riflettono obiettivamente i caratteri del pensiero che l’ha prodotta: pensiero matematico, scientifìco, nettamente individuato, ma disanimato: pensiero astratto, ormai chiuso ad ogni forma di fede, ma appunto per questo recante una indipendenza che è già una dimensione spirituale, mai prima conosciuta e che, positivamente assunta, secondo Scienza dello Spirito, può resuscitare nell’anima l’essenza sovrasensibile come forza cosciente». 

Ora, se l’uomo deve uscire da una millenaria infanzia e minorità spirituale, egli ‘deve’ – necessariamente ‘deve’ – affrancarsi dalla ‘tutela’ obbligata e costringente delle Deità ‘regolari’ che lo hanno generato, così come dall’azione stimolatrice, ma anche distruttrice, delle ‘irregolari’ Deità ostacolatrici, le quali, del resto – come abbiamo più sopra rilevato sulla base delle comunicazioni della Scienza dello Spirito – non hanno certo ‘scelto’, ossia assunto ‘liberamente’, di loro ‘autonoma iniziativa’, tale ruolo al contempo distruttivamente stimolante e ostacolante della libera volontà umana. In effetti, tali ‘irregolari’ Spiriti dell’Ostacolo a tale incomodo ruolo sono stati ‘missionati’, ossia ‘comandati’ e ‘costretti’, senza possibilità alcuna di sottrarvisi, da ‘regolari’ Deità superiori, anch’esse non libere, e anch’esse attendenti dall’uomo la sua autonoma conquista della libertà, e il ‘dono’ ch’egli di essa farebbe a Deità ‘regolari’ e ‘irregolari’: realizzando così la missione da esse ricevuta dall’Assoluto.

Questo ritrovare mediante folgorante Conoscenza, mediante ‘Gnosis’, l’Essere Primordiale, l’Assoluto, è ciò che rende liberi dalla ‘Legge’, dal Nòmos, dai condizionanti e costringenti legami di sangue, che fanno dell’individuo un esemplare, come tanti altri, della collettiva ‘anima di gruppo’ , che discende lungo le generazioni. L’antico israelita sentiva di appartenere, mediante il sangue, alla discendenza del padre Abramo, di essere un rappresentante della stirpe più che un Io individuato. Nella comunione con l’ente della stirpe con tutti coloro che erano usciti “dal seno di Abramo”, sentiva di essere pervaso dal Dio della stirpe, da Jahve-Jehova, e sentiva che per essere spiritualmente in regola doveva obbedire alla Torah, al Nòmos, alla Legge di Mosè, il Nomotèta, il Legislatore d’Israele. Non vi era per l’antico israelita problema o necessità di libertà, di autocoscienza individuale su sé fondata, di esperienza dell’Io sono: era richiesta unicamente l’obbedienza alla Legge, la cui trasgressione suscitava l’ira del Dio, di Jahve-Jehova, e quella degli uomini, preposti come giudici, gli shofetîm, alla punizione della trasgressione.

Nel Vangelo di Giovanni assistiamo alla contrapposizione tra la Legge mosaica, cui si sentono ancora legati i discendenti di Abramo, e l’impulso – veramente rivoluzionario – che sollecita alla Conoscenza, alla libertà, al fondarsi con l’autocoscienza individuale sullIo sono. Già alla fine del Prologo, nel testo originario, ai vv. 15-18, nell’originale testo greco, leggiamo:

Ἰωάννης μαρτυρεῖ περὶ αὐτοῦ καὶ κέκραγεν λέγων, Οὗτος ἦν ὃν εἶπον· Ὁ ὀπίσω μου ἐρχόμενοςἔμπροσθέν μου γέγονεν, ὅτι πρῶτός μου ἦν· ὅτι ἐκ τοῦ πληρώματος αὐτοῦ ἡμεῖς πάντες ἐλάβομεν, καὶ χάριν ἀντὶ χάριτος· ὅτι ὁ νόμος διὰ Μωυσέως ἐδόθη, ἡ χάρις καὶ ἡ ἀλήθεια διὰ Ἰησοῦ Χριστοῦ ἐγένετο, θεὸν οὐδεὶς ἑώρακεν πώποτε· μονογενὴς θεὸς ὁ ὢν εἰς τὸν κόλπον τοῦ πατρὸς ἐκεῖνος ἐξηγήσατο.

Che nella traduzione, la Riveduta, condotta sul testo cinque-seicentesco del valdese riformato Giovanni Diodati (1576-1649), del valdese Giovanni Luzzi, così suonano:

Giovanni gli ha resa testimonianza ed ha esclamato, dicendo: Era di questo che io dicevo: Colui che vien dietro a me mi ha preceduto, perché era prima di me. Infatti, è della sua pienezza che noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia sopra grazia. Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità son venute per mezzo di Gesù Cristo. Nessuno ha mai veduto Iddio; l’unigenito Figliuolo, che è nel seno del Padre, è quel che l’ha fatto conoscere.

Ma la contrapposizione più aperta e drammatica tra il mondo mosaico e jahvetico della Legge e quello ‘gnostico’ della Conoscenza e della libertà lo troviamo nell’ottavo capitolo del Vangelo di Giovanni, ove, ai vv. 32-33, leggiamo:

Ἔλεγεν οὖν ὁ Ἰησοῦς πρὸς τοὺς πεπιστευκότας αὐτῷ Ἰουδαίους· Ἐὰν ὑμεῖς μείνητε ἐν τῷ λόγῳ τῷ ἐμῷ, ἀληθῶς μαθηταί μού ἐστε, καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς.

ἀπεκρίθησαν ⸂πρὸς αὐτόν⸃· Σπέρμα Ἀβραάμ ἐσμεν καὶ οὐδενὶ δεδουλεύκαμεν πώποτε· πῶς σὺ λέγεις ὅτι Ἐλεύθεροι γενήσεσθε;

Che nella traduzione dei primi del Novecento del valdese Giovanni Luzzi, diventa:

Gesù allora prese a dire a que’ Giudei che aveano creduto in lui: Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi.

Essi gli risposero: Noi siamo progenie d’Abramo, e non siamo mai stati schiavi di alcuno; come puoi tu dire: Voi diverrete liberi?

E, poco oltre, ai vv. 57-58, è scritto:

εἶπον οὖν οἱ Ἰουδαῖοι πρὸς αὐτόν· Πεντήκοντα ἔτη οὔπω ἔχεις καὶ Ἀβραὰμ ἑώρακας;

εἶπεν ⸀αὐτοῖς Ἰησοῦς· Ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, πρὶν Ἀβραὰμ γενέσθαι ἐγὼ εἰμί.

Ossia,

I Giudei gli dissero: Tu non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo?

Gesù disse loro: In verità, in verità vi dico: Prima che Abramo fosse nato, Io Sono.

Il sorgere dell’essere umano come individualità autocosciente e libera, implica il definitivo liberarsi dalla obbligante ‘tutela’ esercitata dalle Deità che lo hanno originariamente emanato e generato, il non voler dipendere più da quelle ‘rivelazioni’, e dalle correlative mediazioni rituali, dalle costringenti imposizioni della mosaica e jahvetica ‘Legge’, prescrittagli dall’esterno, con le quali tali Deità generatrici lo hanno accompagnato lungo il graduale processo di progressivo accecamento della sua immediata percezione sovrasensibile – che era, appunto, un gratuito ‘dono’ degli Dèi, e non autonoma conquista dell’uomo, altrimenti egli, se ne fosse stato realmente autore e signore, non l’avrebbe mai smarrita, come ricorda sempre Massimo Scaligero – nonché nella sempre più accelerantesi paurosa discesa nell’oscuro baratro dell’individuazione e della disperante solitudine, che tanto atterriva l’antico uomo delle civiltà tradizionali, ed ancor oggi atterrisce, e al contempo attrae, molti che temono – abyssus abyssum invocat, recita il biblico Salmo 41 di Davide, re d’Israele – l’istanza radicale di doversi reggere unicamente sulla propria essenza originaria, sull’Io, abbandonando l’illusorio appoggio su una precaria e infida ‘natura’, da molti millenni dominio e pastura di Deità ostacolatrici, e vedono cotale discesa nel baratro secondo la dantesca e virgiliana immagine di Giovanni Pascoli, Sotto il velame. Saggio di un’interpretazione generale del poema sacro, seconda edizione, Nicola Zanichelli, Bologna, 1912, pp. 76-77:

«Noi profondiamo nel miro gurge; e sentiamo il freddo e la vertigine dell’abisso. Noi scendiamo nel cupo del pensiero dantesco per la prima volta dopo sei secoli». 

Ma, oggi non è più concesso all’uomo di evitar la prova, ad affrontar la quale oramai si è soli, senza più appoggio, ausilio, e indicazione da parte dei Numi, i quali – come abbiam visto – liberi non sono, e anzi proprio dall’uomo, ‘loro mèta’, essi attendono liberazione. In questa lotta per uscir dalla ‘selva selvaggia aspra e forte’, affrontare ‘l’alto passo’, per affrontare il quale Dante ‘uscì de la volgare schiera’, il cercatore di libertà e salvezza è – come il divino Poeta – solo e come lui, in Inferno, II, 1-6, non può concedersi riposo e scoraggiamento:

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra 
da le fatiche loro; e io sol uno                                          

m’apparecchiava a sostener la guerra 
sì del cammino e sì de la pietate, 
che ritrarrà la mente che non erra.  

Questa, ovviamente, è una impresa estrema, un andare a ‘calcare la soglia della morte’, e non è una mera questione di studio razionale o di cultura intellettuale, come oggi molti son usi a ridurre l’esoterismo e la Via dell’Iniziazione. Perché come sin troppo chiaramente avverte quel paganaccio mio concittadino, Arturo Reghini, in Parole sacre e di passo, Atanòr, Todi, 1922, pp. 161-162, rifacendosi agli Antichi Misteri del Mondo Classico: «Non basta udire queste cose per apprenderle, dice Apuleio, occorre accostarsi al limite della morte, calcare la soglia di Proserpina; e questa, non è impresa da pigliare a gabbo; è un poco più rischiosa che sfogliare volumi ed eseguire degli scavi». E, infatti, per affrontare una cotale suprema impresa, non si può procedere ad uno sperimentalismo selvaggio, provando a casaccio, disordinatamente, quel che capita, o addirittura quel che attrae e piace, perché cliniche psichiatriche, cimiteri, e l’Ade sono pieni di disperati che su un tale periglioso sentiero hanno perso la salute, la ragione e sovente anche la vita. Conciosiacosaché io prenderei sul serio – molto sul serio – l’avvertimento e il savio consiglio del mio polemicissimo concittadino, che, parafrasando il periodare dantesco, a p. 192, così scrive:

«Anche la preliminare purificazione interiore, in pratica, non si effettua senza una esperta guida. Occorre a Dante la sapienza di Virgilio, che di servo lo trae a libertade, e lo conduce sino alla catarsi del paradiso terrestre da cui esce rinnovellato di novella fronda, puro e disposto a salire alle stelle; ed occorre poi altrettanta sapienza per arrivare a dislegare l’anima sua da ogni nube di mortalità. Questa è la funzione dell’Hermes Psicopompo, di Tot Trismegisto. Occorre dunque un maestro e benché la selva sia oggi non meno aspra, selvaggia e forte di quanto fosse al tempo di Dante, pure noi riteniamo che il pellegrino che vi si smarrisca possa e debba ancor oggi rinvenirvi il suo Virgilio».

Quindi grande ventura è per il ricercatore spirituale incontrare la Scienza dello Spirito, un Maestro che, col suo provvido insegnamento, faccia da Virgilio allo smarrito ‘pellegrino d’Amore’. Tale è oggi l’insegnamento di Rudolf Steiner e quello di Massimo Scaligero. Tale fu per me – ancor più grande ventura – l’aver incontrato al termine della mia agitata e affannata adolescenza Massimo Scaligero, e l’avermi egli mostrato l’Aureo Sentiero, inconosciuto o smarrito dai più negli ambienti antroposofici, e persino da molti ‘scaligeropolitani’, ossia quella Via del Pensiero Vivente, quella Via della Concentrazione Assoluta, che è l’autentico ‘manifesto mistero’ dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi. Per questo, nel mio cuore a lui – e solo a lui – come in Inferno, II, 139-142, io dissi:

«Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestro».

Questa la radicale e tragica situazione dell’uomo, oramai giunto al ‘cimento supremo’, allo scontro finale di quella lotta nella quale si deciderà del suo essere o del suo non essere, una lotta per la vita o la morte. E un ritornare indietro, tornare ad una sorta di innocente, incolpevole, irresponsabile ‘infanzia divina’, per lui davvero non v’è, poiché, come abbiamo visto, Massimo Scaligero ammonisce: «Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere». E quella sarebbe una impresa vana perché quei riesumati stati di coscienza non potrebbero essere quel che furono in antico, non sarebbero altrettanto innocenti: sarebbero solo una caricatura deforme e demoniaca dei medesimi.

Ma l’uomo è chiamato al coraggio, alla realizzazione di se stesso, ad esser lui, e non altri, autore e signore del suo stesso destino. A realizzar ciò, non dovranno nutrire l’uomo effimere irrealtà e vane illusioni, «ma sapienza, amore e virtute» (Inf., I,104), realizzando così Autoscienza, Libertà e Amore, e giungere infine a contemplare «la divina podestate, la somma sapienza e ’l primo amore» (Inf., III, 5-6), ossia quell’«L’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par., XXXIII, v. 145), ultimo verso di quella Comoedia”, che Giovanni Boccaccio volle chiamar “Divina”.

Ora, la posizione ‘cainita’ dell’uomo di totale indipendenza, e di assoluta autonomia, di individuale responsabilità del proprio destino, fu espressa con assoluta chiarezza da Rudolf Steiner già nelle prime, giovanili, opere filosofiche, che io amo chiamar ‘filosofali’, in particolare in Einleitungen zu Goethes Naturwissenschaftlichen Schriften, zugleich eine Grundlegung der Geisteswissenschaft (Anthroposophie), GA-1, Rudolf Steiner Verlag, 1987, Dornach, Schweiz. Infatti così possiamo leggere in Introduzione agli Scritti Scientifici di Goethe, Per una Fondazione della Scienza dello Spirito (Antroposofia), Editrice Antroposofica, Milano, 2008, pp. 104-105, ne Le opere scientifiche di Goethe, che preferisco citare nella bella edizione dei Fratelli Bocca, Milano, 1944, p. 84:

«Ogni uomo che pensi rettamente, dovrebbere respingere una felicità che gli venisse pôrta da una qualche potenza esteriore, non potendo sentire come tale una felicità offertagli come dono immeritato. Un creatore che avesse intrapresa la creazione dell’uomo pensando di dargli addirittura in dono la felicità, avrebbe fatto meglio a lasciarlo increato. Se quanto l’uomo compie viene sempre crudelmente distrutto, ciò aumenta la sua dignità; ché, in tal caso, egli deve sempre di nuovo creare e produrre, e la sua felicità sta nell’essere attivo, sta in ciò ch’egli stesso può compiere. La felicità donata, è pari alla verità rivelata. Degno dell’uomo, però, è solo il cercare la verità da sé, senz’esser guidato né dall’esperienza né dalla rivelazione. Quando ciò sarà una volta pienamente riconosciuto, le religioni rivelate avranno esaurito il loro còmpito. Allora l’uomo non potrà più nemmen volere che Dio gli si riveli o gli largisca in dono le sue benedizioni. Vorrà conoscere per virtù del suo proprio pensiero e fondare la sua felicità per forza propria. Se qualche potenza superiore guidi i nostri destini verso il bene o verso il male, non ci riguarda; noi stessi dobbiamo prescriverci la via da percorrere. L’idea più elevata di Dio resta pur sempre quella che considera essersi Egli totalmente ritirato dal mondo, dopo aver creato l’uomo, abbandonando questi interamente a se stesso.

Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo».

Questa è la posizione al contempo austera, audace, addirittura ‘rivoluzionaria’ della Scienza dello Spirito, tale che esige dal sincero ricercatore spirituale il coraggio di fare a meno di grucce’, ‘stampelle’, ‘appoggi’, di rifugiarsi nel ‘sicuro ovile’ (sicuro, si fa per dire…) delle Chiese, e delle petites chapelles, ossia delle grandi e potenti Chiese istituzionalizzate, sedicenti detentrici di una discutibilissima ‘ortodossia’, e delle varie chiesuole, a pretese ‘esoteriche’, sedicenti detentrici di una ‘Gnosi’, che nel migliore dei casi è solo letteraria. Chi abbia veramente sete d’Incondizionato, di Assoluto, oggi, vede quanto sia profonda – sia detto con tollerante sopportazione – la decadenza irreversibile dei cosiddetti Ordini ‘tradizionali’, un tempo gloriosi, ma la cui funzione – ripeto, oggi – è esaurita e superata. In effetti, sulla Via dell’Aucoscienza e della Libertà, non si può chiedere ad un rituale – sia pure antico e venerando – quel che non si è capaci, o non si vuole, o si teme chiedere al proprio pensare e al proprio volere. Una tale decadenza, anzi una totale degenerazione ha colpito anche le varie Società spiritualistiche, compresa quella antroposofica. Si può affermare – ed è una constatazione molto dolorosa – che proprio l’istituzione creata da Rudolf Steiner ha raggiunto nel tempo livelli che non hanno uguali. La storia del movimento antroposofico – come ebbi a dire nel 1985 a Hella Wiesberger nel nostro primo incontro – è la tragedia spirituale del XX secolo, come lo è altresì del nostro. 

Giova, perciò, ricordare le severe parole di Massimo Scaligero, nel capitolo 20 del suo Trattato del Pensiero Vivente, Tilopa, Roma, 1979, p. 62, ove parlando della forza-folgore del Pensiero Vivente, così scrive

«Nessun determinato pensiero reca quella forza e tutti scaturiscono da essa: onde la verità non può appartenere ad alcun pensato – e di conseguenza a nessuna dottrina, o scuola, o accademia, o corrente spiritualistica – ma al pensiero nel quale viva la forza onde nascono le verità e le dottrine. Che non è più l’ordinario pensiero.

La verità è appunto questa forza, non le dottrine che la dialettificano, onde nessun conoscere la verità è la verità, ma solo il conoscere in quanto espressione di tale forza: non il conoscere che si persegua per il sapere, ma quello a cui si subordini ogni sapere. Il vero sapere è il pensare che sappia essere pensiero: puro conoscere».

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

VERITÀ SU RUDOLF STEINER E MASSIMO SCALIGERO CONTRO LE MENZOGNE SU DI LORO E L’ANTROPOSOFIA. TERZA PARTE: L’AUTENTICO VOLTO DELLA SCUOLA ESOTERICA E DELLA “MYSTICA AETERNA”.

Marie St.

Prima di entrare nel vivo delle oltremodo discutibili affermazioni di Efesto/N.R. Ottaviano a proposito della pretesa “natura massonica”, da lui ripetutamente affermata, della Mystica Aeterna, nonché di una favoleggiata “segreta sopravvivenza” di questa, devo ulteriormente puntualizzare la questione dell’identità di “Arvo”, che scrisse vari articoli non solo nei fascicoli originari di UR-KRUR, tanto per intendersi, quelli degli anni venti dello scorso secolo, ma anche nelle successive edizioni, curate da Julius Evola, e da lui pubblicate prima nel 1955 presso i Fratelli Bocca, poi dal 1971 presso le romane Edizioni Mediterranee. Una gentile mano amica mi ha passato quanto, altrimenti a me inaccessibile, sul noto social forum N.R. Ottaviano ha scritto per contestare, deridendomi, l’identificazione da me ampiamente dimostrata di Arvo con lo stesso Julius Evola. Tra l’altro, lo fa citando un libro di Renato Del Ponte, prendendo il titolo della sua opera,  Evola e il magico “Gruppo di Ur”. Studi e documenti per servire alla storia di Ur-Krur, Borzano, Albinea, SeaR Edizioni, 1994, dal mio stesso articolo, e, copiando male, ha confuso nella sua citazione Borzano, amena e pacifica borgata nel comune di Albinea, in provincia di Reggio Emilia, con l’altoatesina Bolzano, arrivando ad affermare a chi gli chiedeva, obbiettando sul social forum, perché Bolzano e non Borzano (come, in verità, doveva essere scritto), che «Bolzano era la città della sede della casa editrice». Chiunque può constatare in internet che ciò non corrisponde affatto a verità. Ma, come ho dimostrato ampiamente, Renato Del Ponte, del quale conosco la correttezza, si sbagliava. Ora, costui, il mio avversario, pensa di rispondere agli argomenti provati e documentati con insulti, ingiurie, calunnie, e denigrazioni, e persino con gratuite, non richieste, “diagnosi professionali”. Personalmente, la cosa mi diverte moltissimo, e s’egli pure a cotal giuoco altrettanto ci si diverte, che continui pure! Ma, costui mi scusi, io non scenderò sino a quell’infimo, e infame, suo basso livello, e mi limiterò – a parte l’usare una garbata e divertita ironia a proposito delle sue mirabolanti, ripetutamente ostentate “grandi hierophanie”, delle sue plurime “granmaestranze”, delle sue “incognite iniziatrici superiorità”, delle sue egizio-yohannite  “patriarcali ecclesiastico-gnostiche primazìe” – a portare argomenti e documentate prove alla mia disamina.

Arvo non può in alcun modo essere il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina de’ Renzis, non solo per quanto risulta dall’analisi dello stile e dei contenuti degli scritti a firma Arvo nei fascicoli originari della rivista diretta da Julius Evola, e dalle coeve testimonianze di Mario Fille e Cesare Accomanni, amici di Evola, nonché da quanto riportato dallo studio premesso da Gianfranco de Turris, che non può certo essere accusato di non conoscere vita e opere di Julius Evola, all’edizione italiana di Zam Bothiva, Asia Mysteriosa, pubblicato dalle romane Edizioni Mediterranee, ma anche dal fatto che il nostro duca morì nel 1940, mentre nelle edizioni successive di Introduzione alla Magia, a cura del “Gruppo di Ur, Fratelli Bocca Editori, Roma, 1955, e Edizioni Mediterranee, Roma, 1971, compaiono, a firma Arvo, articoli nuovi rispetto all’edizione degli anni venti, che non possono essere scritti pubblicati postumi di Giovanni Colonna di Cesarò, perché, a parte sempre lo stile e i contenuti, lo escludono sia la natura chiaramente “evoliana” dei loro contenuti, sia la citazione di testi di vari autori, apparsi dopo la morte del duca.

Infatti, nel secondo volume delle due riedizioni evoliane postbelliche, troviamo Arvo, Vivificazione dei «segni» e delle «prese», ediz. del 1955, pp. 124-134, ediz. 1971, pp. 118-128, ove leggiamo:

«Questi [sc. Gustav Meyrink], del resto, nel suo romanzo «Der weisse Domenikaner» parla esattamente  dei «segni» e delle «prese» massoniche per rendere vivente il corpo, più o meno nei termini del Kerning», e aggiunge a piè di pagina, riferendosi al romanzo di Meyrink, Il domenicano bianco: «Tradotto anche in italiano, edizioni Bocca, Milano, 1944. È un libro che raccomando».

Ora, a parte il fatto che nel 1944, anno di pubblicazione del libro in questione, il duca Colonna di Cesarò era morto già da quattro anni, quindi era cronologicamente impossibile che potesse citare quel libro, apparso dopo la sua scomparsa, è ben noto come il traduttore di esso, e l’autore della nota citata, fosse proprio Julius Evola.

Ma vi è un altro articolo, sempre a firma Arvo, che per altrettanto evidenti motivi cronologici, oltre che per lo stile e i contenuti tipicamente evoliani e non antroposofici, è impossibile che sia stato scritto dal duca Colonna di Cesarò. Alle pp. 162-172, ediz. 1955, e pp.147-156, ediz. 1971, Arvo, L’etnologia e i “pericoli dell’anima”, che è una approfondita, molto interessante, recensione, che discute un’opera di Ernesto De Marino, Il mondo magico, Torino, Einaudi, pubblicata nel 1948, e che a fortiori non poteva certo esser nota al nostro duca, defunto già da ben otto anni.  

Tutto ciò dimostra, una volta di più, oltre che l’incompetenza esoterica (siamo sempre tra gli educati eufemismi…), anche tutta la profana ignoranza del nostro “mistagogico Hierophante”.  

***

Rudolf Steiner, negli ultimi due decenni dell’Ottocento, e nei primi decenni del Novecento, si assunse la missione e la responsabilità di portare in Occidente una Via iniziatica per l’epoca dell’anima cosciente. Lo fece perché l’urgenza dei tempi richiedeva – anzi tragicamente esigeva – che nell’epoca del dilagante materialismo, che aveva rotto ogni argine e barriera, venisse portata all’essere umano, che rischiava di perdere lo stato umano, e di sprofondare nel subumano, una Via per liberarsi dalla prigionia della materia, e risalire i gradini di quella “scala”, ch’egli aveva percorso, discendendo, con la sua “caduta”, da una paradisiaca condizione primordiale di sovrumana grandezza, sin giù all’attuale stato di abietto servaggio ad una natura umano-animale.

L’impresa ch’egli affrontò era veramente eroica: impresa addirittura temeraria, se il suo ignoto Maestro gli disse che per vincere il drago del materialismo moderno, avrebbe dovuto “entrare nella pelle del drago”, e vincerlo dall’interno: qualcosa di ancor più temerario e radicale del taoistico “cavalcare la tigre”! Impresa ardimentosa, decisamente “cainita”, quella di Rudolf Steiner, che non volle attingere ad una “rivelazione” dall’Alto, ad una “Theosophia” nel senso più antico e nobile del termine, bensì volle, basandosi su forze umane, elaborate “dal basso”, conquistare una Conoscenza che fosse, appunto, “rosicrucianamente”, una “Anthroposophia”.  

All’epoca di Rudolf Steiner ancora sussistevano, ed erano vitali, in Oriente antiche Vie pure e luminose. Vi erano in India, in Tibet, in Cina, in Corea, in Giappone, Maestri ancora degni di tal nome, ma tali Vie – pur ammirevoli e venerande – nulla possono, oggi, nei confronti dello sprofondamento nel materialismo della civiltà umana, il quale partendo dall’Occidente sta divorando a gran velocità anche tutte le antiche culture tradizionali d’Oriente. Quelle antiche Vie, oggi, non aiutano: non aiutano più. O possono aiutare ben pochi. Per i più, esse sono come un farmaco scaduto, che abbia perso la sua efficacia terapeutica, o come un’arte terapeutica non in grado di affrontare un nuovo devastante morbo, in precedenza ad essa sconosciuto. Il pericolo, tutt’altro che remoto purtroppo, è che il corrotto Occidente, con il proprio intellettualismo dialettico e la sua ossessiva demonìa economica, giunga a deformare, a sfigurare, a degradare quelle antiche, nobili, Vie allo Spirito, e che niente di Sacro oramai venga più risparmiato.

Del resto, non è che in Occidente le Vie spirituali siano messe molto meglio che in Oriente. Senza dilungarmi in una descrizione che si dimostrerebbe per molti, oltre che sconcertante, anche estremamente dolorosa, sarà sufficiente osservare – guardando con freddo realismo in faccia una realtà sin troppo tragica – quanto è accaduto nel movimento spirituale antroposofico, fuori e dentro la Società Antroposofica: sia prima che dopo la morte di Rudolf Steiner. Quanto ho affrontato nella disamina svolta nelle due parti precedenti di questo mio studio, e che proseguiremo nella presente terza parte, è solo uno, sia pure estremamente emblematico, tra molti, troppi, altri casi esemplari, e – per chi ben conosca la storia del movimento antroposofico – neppure tra i peggiori, pur nella sua scandalosa spettacolarità, e nei suoi aspetti a volte comicamente circensi. Pur esiziale che esso sia, devo dire che ve ne sono stati molti altri, di gran lunga più pericolosi, la cui portata distruttiva è stata molto più vasta e prolungata nel tempo. Ma proprio per il fatto di essere un caso emblematico, e poiché esso tocca argomenti estremamente sensibili della Scienza dello Spirito, in particolar modo quello della Scuola Esoterica, e della Sezione cultica, la Mystica Aeterna, di quest’ultima, è giusto, oltre che necessario, condurre sino in fondo la disamina intrapresa. Alla fine di questa disamina, il lettore se ne farà l’opinione che riterrà più corretta, o più conforme alla realtà dei fatti, a seconda della sua volontà di verità, o di sincera ricerca della Conoscenza.

La Scuola Esoterica venne fondata da Rudolf Steiner come prima SezioneAbteilung – o ClasseKlasse – nel 1904, mentre la seconda e terza Sezione, costituenti nel loro insieme la Mystica Aeterna, la Sezione culticosimbolica, articolata a sua volta in due distinte Classi, rispettivamente la prima in tre gradi, e la seconda in altri sei gradi, venne fondata nel 1906. Nella prima Sezione o Classe della Scuola Esoterica l’accento era posto principalmente sulla formazione ascetica individuale, okkulte Schulung, che si sviluppava in un rapporto diretto tra il Maestro e il discepolo, e sull’insegnamento relativo ad essa, che si svolgeva in quelle che furono chiamate in tedesco esoterische Stunden, ossia “ore” o “lezioni esoteriche”. Nella Mystica Aeterna, invece, l’accento era posto su una serie di “azioni cultiche” collettive, che si svolgevano in un ambiente simbolico mediante cerimonie, che avevano un carattere “rappresentativo” – così le definì Rudolf Steiner – delle stesse verità spirituali che il discepolo aveva già accolto dai testi scritti di Antroposofia, dalle conferenze pubbliche, e in quelle riservate ai soci della Società Teosofica prima, e Società Antroposofica (quella del 1913) dopo, di Rudolf Steiner, e nelle “lezioni” da lui tenute all’interno della Scuola Esoterica. Nei primi tre gradi della Mystica Aeterna, della Seconda Classe della Scuola Esoterica, vi  era largo spazio a tali cerimonie simboliche, mentre nella Terza classe di essa, vi era una progressiva diminuzione del lato cerimoniale, e un’accentuazione progressiva dell’insegnamento, e della pratica meditativa. Tutto ciò fu oggetto di ripetuti colloqui tra Hella Wiesberger, che all’interno del “Lascito” curava l’intera edizione dei testi della “Scuola Esoterica”, e il sottoscritto. Colloqui, come ho già avuto modo di far presente, per me molto illuminanti.

Tutte e tre le Sezioni, o Classi, della Scuola Esoterica – compresa la Mystica Aeternavennero sciolte da Rudolf Steiner nel 1914 allo scoppio della prima guerra mondiale. Questo particolare non è affatto solo il sottoscritto a dirlo, bensì è lo stesso Rudolf Steiner ad affermarlo in scritti, in colloqui, conferenze, e ad attuarlo mediante ben precise azioni. Una di queste azioni fu lo stracciare – come atto simbolico di chiusura della Mystica Aeterna – le patenti che Rudolf Steiner e Marie von Sivers, divenuta poi, nel 1915, Marie Steiner, avevano ricevuto allorché, per l’istituzione della stessa Mystica Aeterna, essi si erano collegati con la corrente di John Yarker. Nessuna delle tre Classi fu mai riaperta da Rudolf Steiner nella forma ch’esse avevano nella Scuola Esoterica prima del conflitto mondiale scoppiato nel 1914.

Affermare che Rudolf Steiner – malgrado le sue esplicite dichiarazioni, orali e scritte, di aver sciolta e mai più riaperta la Mystica Aeterna, dichiarazioni confermate oralmente e per iscritto dalla sua collaboratrice e compagna, Marie Steiner – abbia, invece, “segretamente” fatta proseguire la Sezione cultico-simbolica, e le relative cerimonie, è avere la presunzione sacrilega di accusare  di disonestà, di simulazione, di mendacio lo stesso Rudolf Steiner, il quale, agendo così, avrebbe mentito persino ai suoi stessi discepoli, oltre che al mondo! È avere la presunzione sacrilega di accusare di complicitàdisonestà e mendacio pure Marie Steiner – colei che in un colloquio Jakob Streit mi definì essere una “Regina della Verità”, nemica giurata di ogni “simulazione”, di ogni “diplomazia”, di ogni “strategia politica”! Francamente, mi è più facile convincermi che menta – spudoratamente menta  – chi, senza prova veruna, afferma che Rudolf Steiner abbia fatto proseguire, dopo il 1914, segretamente, fuori della Società Antroposofica, e per di più, al dire del nostro “mistico Hierophante”, in àmbito “massonico egizio”, la Mystica Aeterna. Questa “fiaba” il nostro Efesto/N.R. Ottaviano può andare a raccontarla agl’infanti, agli sprovveduti, agl’ingenui, agl’ignoranti, a coloro che non conoscono l’Opera di Rudolf Steiner, che non conoscono la storia del movimento antroposofico, e quella dell’esoterismo, che non si sono mai preccupati di ricercarne i documenti e le testimonianze vive. Ma chi abbia fatto le sue promesse sacre e i suoi giuramenti alle Potenze Spirituali che stanno dietro la reale Scuola Esoterica, e dietro l’autentico movimento spirituale antroposofico, chi abbia fatto sua la causa dell’Essere Angelico Anthroposophia, e sia leale verso tale Essere, non si “berrà” mai una menzogna del genere!

Dopo il Convegno di Natale del 1923, Rudolf Steiner riaprì – o meglio detto: tentò di riaprire – unicamente la prima Classe della Scuola Esoterica. E lo fece cambiando radicalmente forma e contenuti della Prima Classe, ed anche il tipo di accesso ad essa. A partire dal febbraio del 1924, egli fece le prime 19 “lezioni”, poi – constatata l’inadeguatezza, e la cronica mancanza di serietà di molti partecipanti, e infine visto quello che fu un vero e proprio tradimento, avvenuto nell’agosto del 1924 – Rudolf Steiner interruppe la sua donazione, si limitò a fare a Dornach sei “lezioni di ricapitolazione” nel settembre 1924, e non donò più niente della Scuola Esoterica. Quelle che avrebbero dovute essere la seconda e la terza Classe, ossia la rinascita in forma nuova, e non la semplice ripetizione dell’antica forma cultico-simbolica, non vennero MAI – ripeto MAI – da lui riaperte. E tutti i documenti lo dimostrano. Chi affermi il contrario, andando contro, appunto, l’intera documentazione scritta, e le testimonianze orali e scritte dei partecipanti, mente sapendo di mentire, ed è un impostore.

A tagliare la testa al toro, circa la questione della definitiva chiusura della Sezione cultico-simbolica, ossia della Mystica Aeterna, è l’esplicita parola di Marie Steiner, da me riportata già in un articolo su questo stesso blog, apparso il 15 marzo 2017, dal titolo Smascherare le false apparenze – Abbattere la menzogna, dal quale riporto le seguenti righe: 

«Ora, acciocché, ancora una volta, qualcuno non pensi che questo perfido lupaccio [sc. il sottoscritto] si stia inventando qualcosa, riporto quanto scrisse Marie Steiner-von Sivers in un suo articolo coraggioso – in Germania erano già cominciate l’era del potere nazionalsocialista e le persecuzioni nei confronti dell’Antroposofia – apparso col titolo War Rudolf Steiner Freimaurer? – ossia: Rudolf Steiner era massone? – nella rivista Anthroposophie. Zeitschrift für freies Geistesleben, 16. Jg. Buch 3, April-Juni 1934, Stuttgart, edita da C.S. Picht, suo amico fedelissimo dei momenti difficili e difficilissimi. Questo articolo fu riprodotto dalla mia amica Hella Wieberger, nel volume della GA-265, Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntiskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, dedicato alla storia della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, ove a p. 114, si può leggere:

«Als der Krieg ausgebrochen war, im August 1914, erklärte Rudolf Steiner den so begründeten Arbeitskreis, der unter dem Namen «Mystica aeterna» sich zusammengeschlossen hatte, für aufgehoben und zerriß als Zeichen dafür das darauf bezügliche Dokument. Nie ist man in dieser Weise wieder zusammengekommen».

Il rilievo in corsivo è di Marie Steiner. Il testo, tradotto nell’italica lingua, dice:

«Allorché scoppiò la guerra, nell’agosto del 1914, Rudolf Steiner dichiarò abolita la cerchia di lavoro [cultica], che si era riunita sotto il nome di «Mystica aeterna», e come segno di ciò stracciò il relativo documento. non ci si è mai più riuniti nuovamente in tale maniera».

Ho avuto occasione di ascoltare – mercé la benevola mediazione di persona amica – come, in alcuni video trasmessi su un noto social forum, Efesto/N.R. Ottaviano affermi, come ho scritto già nella seconda parte di questa disamina, che la Mystica Aeterna sarebbe – a suo dire – una «massoneria fortemente antroposofizzata», o una «antroposofia massonizzata». Questa è, per usare, ancora una vòlta, un’espressione decente, una “spiritosa invenzione”, ovvero è una “fiaba” che può essere raccontata agl’infanti; è – per usare un’espressione dello stesso Rudolf Steiner – affermare una cosa risibile con la maschera della serietà.

Ora, il volenteroso ricercatore spirituale italiano, che non conosca la lingua tedesca, ha non poca difficoltà a documentarsi sulla Scuola Esoterica di Rudolf Steiner: sia a proposito dei suoi contenuti che della sua storia. In italiano sono apparsi solo due testi, che non sono l’esatta traduzione, fedele e integrale, come avrebbe dovuto avvenire, dei rispettivi volumi in lingua tedesca.

Il primo volume apparso è Storia e Contenuti della Prima Sezione della Scuola Esoterica 1904-1914, Editrice Antroposofica, Milano, 2014, di 244 pp., traduzione parziale dall’O.O. 264, a cura di Maria Cianci per la parte di Rudolf Steiner e di Stefano Pederiva per la parte di Hella Wiesberger, dell’opera, Zur Geschichte und aus den Inhalten der ersten Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, GA-264, che nella bellissima edizione della Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, è di ben 476 pp., con grande ricchezza sia di testi di Rudolf Steiner, che di documentazione storica, e di competenti commenti esplicativi della curatrice dell’intero lascito esoterico del Dottor Steiner, Hella Wiesberger.

Il secondo volume è Dai Contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica dal 1904 al 1914, Editrice Antroposofica, Milano, 2017, traduzione anch’essa solo parziale, a cura di Laura Vanelli, di 430 pp., dall’O.O. 265, del volume tedesco, Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterische Schule 1904-1914, GA265, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, 526 pp. L’edizione italiana, inoltre, non è felice sia perché è piena di grossolani errori di traduzione, di fraintendimenti, anche gravi, nonché di specifici errori d’interpretazione da parte chi aveva intrapresa la fatica della traduzione di un sì difficile testo, sia perché in tale edizione italiana manca quasi interamente la parte storica introduttiva della curatrice dell’opera, Hella Wiesberger, sia perché mancano altresì molti dei suoi ampi commenti esplicativi.

Ora, è su questa edizione italiana dell’O.O. 265, mal tradotta – come avrò modo di mostrare in altro momento – e soprattutto incompleta, che Efesto/N.R. Ottaviano si basa per narrare agl’infanti la sua “fiaba” di una continuazione “segretissima”, ed “estremamente elitaria”, dai “contenuti misteriosi”, e soprattutto, a suo dire, a “carattere massonico”, della Mystica Aeterna, che ora avrebbe come suo dirigente – l’unico, sempre a suo dire, come nel video posto in rete sul citato noto social forum, autorizzato a “svelarne”, per scarni accenni, qualcosina – lo stesso Efesto/N.R. Ottaviano, unico testimone di se stesso e della sua “fiabesca” affermazione, mentre tutti i documenti presenti nell’edizione tedesca – che io ebbi donata personalmente da Hella Wiesberger già nell’aprile del 1988 – affermano, invece, che Rudolf Steiner chiuse “ritualmente”, sigillandola “occultamente”, la Sezione cultico-conoscitiva, e non la riaprì né nella sua prima forma, – a causa dei tradimenti, avvenuti nel 1924, che documenterò, come più sopra detto, in altra sede – in una forma nuova.

La Mystica Aeterna, in qualsivoglia sua forma, oggi è quella che in Occultismo si chiama una “via ostruita”, e come tale non resuscitabile, e chi affermi il contrario coscientemente mente, sapendo ben di mentire, mentre chi ne insceni la “resurrezione” – tra l’altro con rituali incompleti, perché determinate parti del rituale che solout traditur – Rudolf Steiner eseguiva, non furono, volutamente, MAI messe per iscritto – è un impostore. Nei testi pubblicati talune parti del rituale sono sostituite da numerose righe di puntini, che evidenziano le volute lacune del testo.

Quella di inscenare una sorta di “revival” della Mystica Aeterna è cosa già avvenuta in passato: per esempio, vi fu ad Amburgo il tentativo – dovrei dire : la sacrilega profanazione – perpetrata da Lothar-Arno Wilke, sulle modalità e i contenuti della quale fui abbondantemente informato ed edotto da Hella Wiesberger, e da “altri”, che per ora preferisco tacere. Anche di ciò avrò modo di parlare in altra sede. La fine orribile dello stesso Lothar-Arno Wilke, e di taluni suoi “assecli”, dopo tale “tentativo”, dovrebbe essere piuttosto “istruttiva” nei confronti di coloro che pensano di poter liberamente, e impunemente, “affabulare” sui contenuti sacri della Scienza dello Spirito, e della sua Scuola Esoterica, Mystica Aeterna compresa.

Che la Mystica Aeterna fosse una sorta di “massoneria antroposofizzata”, o di “antroposofia massonizzata”, che – al dire di Efesto/N.R. Ottaviano – Rudolf Steiner avrebbe fondato all’interno della massoneria “egizia”, è quanto, per iscritto, Rudolf Steiner negò decisamente. L’Ordine Massonico – qualunque cosa, in bene o in male, si voglia pensare di esso – è una cosa ben precisa: è un Ordine iniziatico (o almeno pretende, sempre a ragione o a torto che sia, di esser tale) che ha strutture precise, forme precise, una metodica precisa, che sono diverse ed estranee rispetto all’Antroposofia. L’Ordine Massonico è (o vorrebbe essere), come nel caso dei Misteri dell’Antichità Classica, una “società segreta” o, meglio detto, una società pubblica che detiene, o ritiene (sempre a ragione o a torto che sia) di detenere, un “segreto iniziatico”. Questo non è affatto il caso dell’Antroposofia. E, soprattutto, non lo è dopo il Convegno di Natale del 1923, nel quale Rudolf Steiner si assunse la responsabilità di unire il movimento spirituale antroposofico alla Società Antroposofica. Ciò risulta con estrema chiarezza dai “Principi” e dagli “Statuti” da lui stesso redatti in occasione di tale Convegno. Ma leggiamo che cosa lo stesso Rudolf Steiner scrive ne La mia vita, traduzione di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, pp. 343-346., ove metterò in grassetto alcune parti, per meglio evidenziarle:

«Alcuni anni dopo l’inizio della mia attività nella Società Teosofica, da una certa parte, venne offerta a Marie von Sivers [la futura Marie Steiner] e a me la direzione di una società come se ne sono conservate alcune che mantenevano l’antico simbolismo e le cerimonie di culto nelle quali era incorporata la «sapienza antica». Io non avevo mai pensato, nemmeno lontanamente, di svolgere la mia attività nel senso di una società di tal genere; ogni contenuto antroposofico deve scaturire per necessità interiore scaturire dalle proprie sorgenti di conoscenza e di verità, e da questa mèta non bisogna deviare nemmeno in minima parte. […] Nulla, assolutamente nulla, ho preso da questa società, se non la legittimazione puramente formale di istituire io stesso, in collegamento storico, un’attività rituale-simbolica.

Tutto ciò che formava il contenuto del «rito» in questa istituzione [sc. nella Mystica Aeterna] da me organizzata non si appoggiava ad alcuna tradizione. In possesso dell’autorizzazione formale, venne coltivato esclusivamente quello che presentava la conoscenza antroposofica in forma d’immagine, di simbolo; e anche questo è avvenuto perché fra i soci ve n’era il bisogno. Accanto all’elaborazione delle idee, nella cui veste il contenuto della conoscenza dello spirito veniva dato, si aspirava a qualcosa che parlasse in modo immediato al sentimento. A questo bisogno volevo venire incontro. […]

Con ciò non venne creata una società segreta: a chi entrava a far parte della mia istituzione veniva detto con assoluta chiarezza che non entrava in un ordine, ma che, partecipando a cerimonie rituali, avrebbe potuto vivere una specie di dimostrazione, in forma sensibile, delle conoscenze spirituali. Se alcune di queste cerimonie si svolgevano in quelle stesse forme nelle quali, negli ordini tradizionali, i membri vengono accolti o fatti salire a gradi più alti, ciò non aveva il significato d’introdurre in un ordine, ma soltanto quello di render percepibili, per mezzo d’immagini sensibili, il progressivo avanzare spirituale delle esperienze dell’anima. […]

È comprensibile che nel venire a conoscenza di un’istituzione come questa ora descritta, subentrino dei malintesi. Molti ritengono più importante il fatto esteriore di far parte di un’istituzione simile che non il contenuto che in essa viene loro dato; avvenne così che alcuni dei partecipanti alla mia istituzione ne parlavano come se fossero divenuti membri di un ordine. Non sapevano fare questa differenza: che, senza che essi appartenessero ad un ordine, venivano loro mostrate cose che di solito vengon date soltanto nella cerchia di un ordine.

Avvenne appunto che, anche in questo campo, noi ci staccammo dalle antiche tradizioni. Il lavoro venne svolto così come deve essere svolto quando il contenuto spirituale viene investigato in modo diretto, secondo le esigenze dell’esperienza animica pienamente meditata.

Il fatto che più tardi, da attestati che Marie von Sivers ed io avevamo firmato, riallacciandoci all’istituzione storica di Yarker, si prese pretesto per ogni sorta di calunnie contro di noi, equivale a trattare una cosa risibile con la maschera della serietà. Le nostre firme furono apposte a delle «formule», conformemente all’uso. E nell’istante stesso in cui sottoscrivevamo, io dicevo con assoluta chiarezza: «Tutto questo è formalità; l’istituzione da me costituita non prenderà nulla dall’istituzione Yarker». […]

Questa istituzione, che trasmetteva il contenuto spirituale in un simbolismo di culto, fu una cosa benefica per molti di coloro che, nell’àmbito della Società Antroposofica, vi parteciparono, poiché qui, come in ogni altro campo dell’attività antroposofica, era escluso tutto ciò che esorbitasse dalla coscienza pienamente sveglia e chiara. Pensare ad un abuso in senso magico o ad influenze suggestive di qualsiasi genere era del tutto fuori luogo; i soci ricevevano qui lo stesso contenuto, che altrimenti faceva appello in forma d’idee alla loro comprensione intellettiva, anche in una forma che permetteva all’anima di aderirvi in percezione immediata; e questo era a sua volta per molti un aiuto onde penetrare più a fondo nella formazione delle idee. Con l’inizio della guerra la possibilità di coltivare ulteriormente questa istituzione venne a mancare, poiché, sebbene nulla avesse in sé di una società segreta, essa sarebbe stata considerata tale. Dopo la metà dell’anno 1914, perciò, la sezione di culto simbolico entro il movimento antroposofico, entrò in letargo».

Quanto qui Rudolf Steiner descrive – con una chiarezza che in misura maggiore da lui non avrebbe potuta esser messa in atto – è l’esatto contrario di quanto di quanto, in forma scritta e in video diffusi in rete, afferma Efesto/N.R. Ottaviano. Ossia dimostra che è falso, falsissimo, che Rudolf Steiner abbia fondato la Mystica Aeterna all’interno della Massoneria “egizia”; che è falso, falsissimo, il fatto che chi entrava nella Mystica Aeterna entrasse in un Ordine iniziatico, e tantomeno che entrasse nell’Ordine massonico; che è falso, falsissimo, che Rudolf Steiner nel 1914 abbia fatto continuare segretamente la Mystica Aeterna, come Ordine o Obbedienza Massonica – come ha più volte affermato, dando versioni diverse e tra loro contraddittorie, Efesto/N.R. Ottaviano – da parte di Gustav Meyrink (che in realtà Rudolf Steiner, come abbiamo visto, incontrò una sola volta nel 1917 al lago Starnberg, in Baviera, e che non era affatto suo discepolo, anzi piuttosto ostile all’Antroposofia), o da parte di Alexander von Bernus, il quale, pur grande amico di Rudolf Steiner, non entrò mai nella Società Antroposofica. Nel presente studio, spiegherò, e documenterò in maniera particolareggiata, perché la “fiaba” della “continuazione” della Mystica Aeterna in Norvegia, in Svezia, in Germania, o altrove, sia quella simulazione, da Efesto/N.R. Ottaviano, ed altri nel mondo proclamata a gran voce come realtà verace ed autentica, che negli Antichi Misteri del Mondo Classico veniva, tecnicamente, denominata “mistificazione”, ossia una abile o maldestra, ma sacrilega sempre, imitazione di forme sacrali, priva di qualsiasi autentico contenuto spirituale. Se Rudolf Steiner avesse veramente voluto far risorgere in una qualsiasi forma la Mystica Aeternae non lo fece – l’avrebbe certamente affidata a Marie Steinervon Sivers, la quale pure, dopo la dipartita, avrebbe avuto l’autorità e la qualificazione necessaria per farla risorgere, così come affidò la Prima Classe ad Ita Wegman, ma  né lui né lei lo fecero, come dimostrerò, e soprattutto documenterò, e ne vedremo anche il perché, ma certamente non l’avrebbe affidata a Gustav Meyrink, a ad Alexander von Bernus, che pure era da lui molto stimato.

Se guardiamo a quel che fece come opera sacrificale Rudolf Steiner nel Convegno di Natale del 1923, nel quale, tramite la sua stessa persona, egli unì il movimento spirituale antroposofico, in sostanza la Scuola Esoterica e quanto ad essa atteneva, con la Società Antroposofica, per la nascita della Società Antroposofica Universale, si può cogliere quanto egli fosse contrario a concepire tutto quanto riguardasse l’Antroposofia come uno dei vari Ordini iniziatici, così come essi venivano concepiti in antico, e come ne esistevano vari un tempo e ancora ne esitono, o come una qualsivoglia Società segreta. A tale proposito, egli si pronunciò esplicitamente – come non confacentesi più all’epoca dell’anima cosciente, nonché alla concezione morale scaturente dalla sua Filosofia della Libertàcontro la concezione di una struttura iniziatica a carattere “segreto”. E ciò risulta chiarissimo nella stesura ch’egli fece dei “Princìpi”, che precedono gli Statuti della rifondata Società Antroposofica. Infatti, in Rudolf Steiner, Die Konstitution der Allgemeinen Anthroposophischen Gesellschaft und der Freien Hochschule für Geisteswissenschaft. Der Wiederaufbau des Goetheanum. 1924-1925. Aufsätze und Mitteilungen, Vorträge und Ansprachen,  Dokumente Januar 1924 bis März 1925, La costituzione della Società Antroposofica Universale e la Libera Università di Scienza dello Spirito. La ricostruzione del Goetheanum.1924-1925. Articoli e comunicazioni, conferenze e allocuzioni, documenti dal gennaio 1924 al marzo 1925. GA-260a, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, edizione a cura di Hella Wiesberger, pp. 30-32, dopo aver enunciato nel primo articolo che:

«1. La Società Antroposofica vuole essere un’unione di uomini che intendono coltivare, nel singolo individuo e nella società umana, la vita dell’anima, sulla base di una vera conoscenza del mondo spirituale»,

1. Die Anthroposophische Gesellschaft soll eine Vereinigung von Menschen sein, die das seelische Leben im einzelnen Menschen und in der menschlichen Gesellschaft auf der Grundlage einer wahren Erkenntnis der geistigen Welt pflegen wollen.

nell’articolo 4, enuncia che:

«4. La Società Antroposofica non è una società segreta ma una società completamente pubblica. Può diventarne membro, senza distinzione di nazione, di condizione sociale, di religione, di convinzioni scientifiche o artistiche, chiunque consideri giustificata l’esistenza di una istituzione come è il Goetheanum, a Dornach, quale Libera Università di Scienza dello Spirito. La Società respinge ogni atteggiamento settario. Non considera la politica come facente parte dei suoi compiti».

4. Die Anthroposophische Gesellschaft ist keine Geheimgesellschaft, sondern eine durchaus öffentliche. Ihr Mitglied kann jedermann ohne Unterschied der Nation, des Standes, der Religion, der wissenschaftlichen oder künstlerischen Überzeugung werden, der in dem Bestand einer solchen Institution, wie sie das Goetheanum in Dornach als Freie Hochschule für Geisteswissenschaft ist, etwas Berechtigtes sieht. Die Gesellschaft lehnt jedes sektiererische Bestreben ab. Die Politik betrachtet sie nicht als in ihren Aufgaben liegend.

«5. La Società Antroposofica vede un centro della sua attività nella Libera Università per la scienza spirituale di Dornach. Questa consterà di tre classi. In essa, dietro loro domanda di ammissione, vengono accolti i membri della Società, dopo che essi vi saranno stati iscritti per un periodo di tempo da stabilire dalla Direzione del Goetheanum. Essi pervengono in tal modo nella prima classe della Libera Università per la scienza spirituale. L’ammissione alla seconda classe, e rispettivamente alla terza classe, avviene solo in quanto coloro che chiedono di esservi ammessi, vengono trovati idonei dalla Direzione del Goetheanum».

5. Die Anthroposophische Gesellschaft sieht ein Zentrum ihres Wirkens in der Freien Hochschule für Geisteswissenschaft in Dornach. Diese wird in drei Klassen bestehen. In dieselbe werden auf ihre Bewerbung hin aufgenommen die Mitglieder der Gesellschaft, nachdem sie eine durch die Leitung des Goetheanums zu bestimmende Zeit die Mitgliedschaft innehatten. Sie gelangen dadurch in die erste Klasse der Freien Hochschule für Geisteswissenschaft. Die Aufnahme in die zweite, beziehungsweise in die dritte Klasse erfolgt, wenn die um dieselbe Ansuchenden von der Leitung des Goetheanums als geeignet befunden werden.

«8. Tutte le pubblicazioni della Società saranno pubbliche, nel modo in cui lo sono quelle di altre Società pubbliche (pubblicamente vengono descritte, e verranno pure ulteriormente rese pubbliche, le condizioni in base alle quali si giunge alla formazione occulta). A tale criterio di pubblicità non faranno eccezione nemmeno le pubblicazioni della Libera Università per la scienza spirituale; tuttavia la Direzione della Scuola conserva per sé il diritto di contestare preliminarmente qualsiasi giudizio su questi scritti, che non sia fondato sull’iniziazione dalla quale questi promanano. In questo senso essa non autorizzerà alcun giudizio che non sia fondato su studi preparatori adeguati così come è consuetudine nel mondo scientifico riconosciuto. […]».

8. Alle Publikationen der Gesellschaft werden öffentlich in der Art wie diejenigen anderer öffentlicher Gesellschaften sein ( öffentlich sind auch die Bedingungen, unter denen man zur Schulung kommt, geschildert worden und werden auch weiter veröffentlicht werden). Von dieser Öffentlichkeit werden auch die Publikationen der Freien Hochschule für Geisteswissenschaft keine Ausnahme machen; doch nimmt die Leitung der Schule für sich in Anspruch, daß sie von vorneherein jedem Urteile über diese Schriften die Berechtigung bestreitet, das nicht die Schulung gestützt ist, aus der sie hervorgegangen sind. Sie wird in diesem Sinne keinem Urteil Berechtigung zuerkennen, das nicht auf entsprechende Vorstudien gestützt ist, wie das ja auch sonst in der anerkannten wissenschaftlichen Welt üblich ist. […]

Da questi punti dei “Principi”, scritti in occasione della “fondazione”, o “rifondazione”, della Società Antroposofica come Società Antroposofica Universale al Convegno di Natale del 1923, risulta chiaro come Rudolf Steiner fosse estremamente contrario ad operare spiritualmente in strutture – un tempo giustificate, ma che pure, nell’epoca dell’anima cosciente, sotto la reggenza di Michele, avevano fatto il loro tempo – come “società segrete”, od “Ordini occulti” – di tipo massonico o meno – “streng geschlossen” ossia “rigorosamente chiusi”, e rigidamente organizzati secondo una disciplina gerarchica “piramidale”. Una tale esteriore disciplina gerarchica può, forse, esser necessaria per talune individualità non ancora mature per una “Via dell’anima cosciente”, per una “Via dell’Io”, ma sicuramente nulla ha a che vedere – né come “forme” né come “contenuti” – con la rosicruciana Scienza dello Spirito, con l’Antroposofia.

Chi segua l’immediata “Via del Pensiero”, così come Rudolf Steiner l’ha delineata e data in Filosofia della Libertà, ed in opere consimili, e si basi per il suo cammino spirituale sull’esperienza diretta del momento originario del pensare nella Concentrazione, sulla fantasia morale propria dell’individualismo etico, e non su dottrine “rivelate” già fatte, su dogmi ancorché venerandi, tramandati per millenni sin dalla più remota antichità, non ha affatto bisogno di appoggiarsi – e tanto meno di subordinarvisi – ad Ordini, o Società segrete, ed alla loro visione della realtà spirituale, che  in definitiva, oggi, inevitabilmente, è una forma di “realismo metafisico”, superato proprio dal “monismo del pensare” sul quale si basa la diretta esperienza spirituale conoscitiva della Filosofia della Libertà. Ma anche per coloro che non sono ancora pronti e maturi per una “Via” così esigente come la “Via del Pensiero”, che è la “Via Immediata”, la “Via Assoluta”, ossia una “Via” dell’esperienza diretta, senza “mediazioni”, che fa a meno di “presupposti” e “appoggi” di qualsiasi sorta – mi rendo conto che essa, come afferma Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, è attualmente una “Via” attuabile, forse, da pochissimi – l’Antroposofia offre una “Via” spirituale più mediata, più facilmente percorribile da molti, una “Via” che ha il non trascurabile vantaggio  di esser “maturante” per coloro che ancora non son pronti per la “Via Assoluta”. Ma anche in questa “Via” antroposofica “più mediata”, “meno abrupta”, non vi è davvero alcun bisogno di integrarsi in un Ordine sedicente iniziatico, in una Società “segreta”: essa è un “Sentiero di Conoscenza” che, gradualmente, può portare chi lo percorra alla “Via Assoluta”, alla “Via Immediata”.

Tali Ordini e Società sedicenti “iniziatici”, oggi, sono tutti – quando va bene – in profonda decadenza, quando invece non siano addirittura qualcosa di ostacolante, di narcotizzante, di paralizzante per chi con audacia, e volontà d’incondizionato, voglia, come l’Ulisse dantesco, “divenir del mondo esperto”, e “seguir virtute e conoscenza”. L’epoca di tali Ordini, Società, Organizzazioni sedicenti “iniziatiche” è, già da tempo, trascorsa, e la loro oramai funzione esaurita. In cotali cerchie spesso dilaga la mediocrità più agglutinata – “conglomerated mediocrity”, la chiamava sarcasticamente George Orwell – e lascia spazio e occasioni di prevaricare agli ambiziosi, ai mestatori, agli opportunisti, agli arrivisti, ai ciarlatani, e agl’impostori d’ogni tipo, specie e razza.  

Vi è una conferenza di Rudolf Steiner, che a tale proposito può rivelarsi veramente “illuminante”, anche se per nulla “consolante” per quanti sono alla ricerca di comodi narcotici spirituali, e di soporifere illusioni, o che intendono, disonestamente, agire in maniera manipolatoria sulle anime altrui. Si tratta della quarta conferenza da lui tenuta a Berlino il 4 aprile 1916, dal titolo «Zeichen, Griff und Wort», ossia «segno, toccamento e parola», compresa nel ciclo Gegenwärtiges und Vergangenes im Menschengeiste, Zwölf Vorträge, gehalten in Berlin vom 13. Februar bis 30. Mai 1916, Passato e presente nello spirito umano, dodici conferenze tenute a Berlino dal 13 febbraio sino al 30 maggio 1916, GA-167,  1. Auflage (Zyklus 42) Berlin 1920, 2. Auflage (Gesamtausgabe) Dornach 1962, a cura di Robert Friedenthal e Wolfram Groddeck, Rudolf Steiner-Nachlaßverwaltung, Dornach.

Nella conferenza che c’interessa, pp. 81-104, parlando di tre elementi simbolici, fondamentali del linguaggio latomistico, il “segno”, la “parola sacra” e quella di “passo”, e il “toccamento” o, come in un linguaggio più arcaico veniva chiamata un tempo quest’ultimo, la “griffa”, che oggi qualsiasi libero muratore deve conoscere per poter frequentare una qualsivoglia loggia, a seconda del “grado” al quale gli venga concesso l’accesso, il pur tollerantissimo Rudolf Steiner chiaramente spiega come quel che nella prassi della trasmissione di tali elementi simbolici a chi viene iniziato – è il caso qui di parlare di “iniziazione virtuale”, e non di “Iniziazione reale” nel senso forte del termine – oggi non sia più in armonia con le esigenze spirituali dell’epoca dell’anima cosciente, e come ciò possa, in taluni casi, essere adoperato per scopi tutt’altro che nobili e disinteressati da parte di coloro che, oggi, spesso, usano, tali antiche confraternite per illeciti e oscuri fini antispirituali. Riporto quanto Rudolf Steiner dice alle pp. 87-89, perché ciò è particolarmente “istruttivo”, soprattutto nel caso del nostro “mistagogico hierophantico Istruttore”, e mostra quanto siano “sottili” – è proprio il caso di usare questa espressione dell’Occultismo – le deviazioni spirituali alle quali una tale “prassi”, scorrettamente messa in atto, per fini non certo disinteressati, nonché gli effetti devastanti ch’essa può avere, e che sovente essa ha. Così leggiamo:

«Ma il linguaggio complicato dei gesti in «segno, toccamento e parola», così come esso si è diffuso nelle fratellanze occulte, non poteva più essere comunicato agli uomini dal XIV, XV secolo, in maniera che essi presentassero ancora qualcosa della realtà. Dunque le confraternite continuano ad esistere come nella quarta epoca, nella quale i tre gradi si succedevano l’un l’altro tra altre cose simboliche, dando alle persone segno, toccamento e parola. Esse continuano ad esistere. Ma negli ultimi secoli proseguono ad esistere tra anime diversamente conformate. Rimanendo tra le cose più elementari, si trasmettevano anche  segno, toccamento e parola. Ma le persone non potevano più ricollegare niente con segno, toccamento e parola, perché non potevano più render presenti a se stessi ciò che ad essi corrisponde nel corpo eterico, che è adatto all’anima dell’uomo. Ciò era qualcosa di puramente esteriore; giacché nella quarta epoca postatlantica essenzialmente nell’uomo veniva sviluppata l’anima razionale affettiva. Ora l’anima cosciente comincia ad afferrare gli esseri umani, cioè l’essere umano cominciò a fare affidamento sul suo intelletto, legato al cervello fisico. Quel che si può chiamare sensibilità del corpo eterico si ritrasse. Ma che cosa ne prende il posto? Vi chiedo di ascoltare con molta attenzione quello che ora deve accadere.

Pensate dunque: le confraternite occulte proseguono in questa quinta epoca postatlantica. Si fondano o si proseguono confraternite occulte, in cui si accolgono persone al quali si fanno conoscere i corrispondenti simboli. Queste persone imparano dunque certi segni per il fatto che essi mettono il loro corpo in una certa posizione significante quel segno; imparano certi toccamenti per il fatto che afferrano la mano dell’altro in una certa maniera, che non è quella abituale. Imparano a pronunciare certe parole, che provocano una certa mobilità del corpo eterico. Dunque, alcune persone apprendono segno, toccamento e parola dal quindicesimo, sedicesimo secolo. Esse sono così conformate in modo tale che operi l’anima cosciente. Nella quale tuttavia non possono entrare segno toccamento e parola, perché per essa rimangono simboli esteriori, qualcosa di totalmente esteriore. Ma non pensiate che queste cose, segno, toccamento e parola, allorché essi vengono tramandati ad un uomo, non agiscano sul corpo eterico dell’uomo! Essi agiscono. L’uomo con segno, toccamento e parola accoglie quel che ad essi è collegato. Si istruisce dunque una quantità di uomini in segno, toccamento e parola, si apporta al loro subcosciente qualcosa di cui essi non hanno coscienza. Quel che ora vi ho descritto è proprio quello che, evidentemente, soprattutto, non si dovrebbe fare, bensì si dovrebbe procedere sulla via che viene offerta dall’evoluzione umana. Quindi bisogna dapprima rimanere in qualche modo all’interno del movimento scientifico-spirituale, e solo dopo un po’ di tempo, dopo che si sia rimasti del tempo all’interno del movimento scientifico-spirituale, si può essere condotti a ricevere segno, toccamento e parola. Allora si è preparati a vedere qualcosa di conosciuto, qualcosa che almeno si è compreso. Di regola questo non viene fatto nelle confraternite occulte. Nelle confraternite occulte le persone, senza che prima abbiano imparato a conoscere qualsivoglia cosa di Scienza dello Spirito o di Occultismo, vengono iniziate nel primo grado. Ad esse vengono tramandati segno, toccamento e parola, ed anche altri simboli, e poiché esse non hanno appreso niente in precedenza del Mondo Spirituale, si agisce sul loro subcosciente, su ciò che non è collegato con la loro coscienza.

Aber die kompliziertere Gebärdensprache in «Zeichen, Griff und Wort», wie sie verbreitet ist innerhalb der geheimen Verbrüderungen, die konnte man seit dem vierzehnten, fünfzehnten Jahrhundert nicht mehr den Menschen so beibringen, daß sie noch etwas von der Realität spürten. Also es entwickeln sich fort die Verbrüderungen, wie sie in der vierten nachatlantischen Zeit bestanden haben, in denen man in drei aufeinanderfolgenden Graden unter anderen symbolischen Dingen den Leuten Zeichen, Griff und Wort beibrachte. Die setzten sich fort. Aber sie setzten sich fort unter anders gearteten Seelen in den letzten Jahrhunderten. Man brachte auch da – bleiben wir bei diesem Elementarsten stehen — Zeichen, Griff und Wort bei. Aber die Leute konnten nichts mehr verbinden mit Zeichen, Griff und Wort, weil sie nicht mehr sich vergegenwärtigen konnten das Entsprechende im Ätherleib, das der Seele des Menschen angemessen ist. Es war etwas Äußerliches; denn in dem vierten nachatlantischen Zeitraum war im wesentlichen im Menschen entwickelt die Gemüts- oder Verstandesseele. Jetzt begann die Bewußtseinsseele den Menschen zu ergreifen, das heißt der Mensch begann, auf seinen an das physische Gehirn gebundenen Verstand angewiesen zu sein. Dasjenige, was man nennen kann: Sensitivität des Ätherleibes, trat zurück. Was aber tritt jetzt auf? Ich bitte Sie ganz genau sich anzuhören, was jetzt auftreten muß.

Denken Sie sich also: Es wird fortgesetzt die okkulte Verbrüderung in diesen fünften nachatlantischen Zeitraum herein. Man begründet weiter oder setzt fort okkulte Verbrüderungen, in die man Menschen aufnimmt, die man bekannt macht mit den entsprechenden Symbolen. Diese Menschen lernen also gewisse Zeichen dadurch, daß sie ihren Leib in eine gewisse Stellung bringen, was ein Zeichen bedeutet. Sie lernen gewisse Griffe dadurch, daß sie die Hand des anderen in einer gewissen Weise ergreifen, die nicht die gewöhnliche ist. Sie lernen gewisse Worte aussprechen, welche eine ganz bestimmte Regsamkeit des Ätherleibes bedeuten, und anderes. Ich will nur dieses Elementare erwähnen. Also Menschen lernen Zeichen, Griff und Wort seit dem fünfzehnten, sechzehnten Jahrhundert. Sie sind jetzt so geartet, daß ihre Bewußtseinsseele wirkt. In die wirkt aber Zeichen, Griff und Wort nicht herein, für die bleibt es ein äußerliches Zeichen, etwas ganz Äußerliches. Aber glauben Sie nun nicht, daß die Dinge, die Zeichen, Griff und Wort sind, wenn sie dem Menschen überliefert werden, nicht wirken auf den Ätherleib des Menschen! Sie wirken. Der Mensch nimmt auf mit Zeichen, Griff und Wort dasjenige, was einmal mit Zeichen, Griff und Wort verbunden ist. Man unterrichtet also eine Anzahl von Menschen in Zeichen, Griff und Wort, bringt ihrem Unterbewußten dadurch etwas bei, was sie nicht im Bewußtsein haben. Das dürfte man selbstverständlich überhaupt nicht machen, was ich jetzt beschrieben habe, sondern man müßte auf dem Wege vorgehen, der geboten ist durch die Entwickelung des Menschen. Und der besteht darin, daß man durch den Verstand des Menschen geht, so daß man also dasjenige, was der Verstand begreifen kann, was der Verstand erlernen kann, zuerst an den Menschen heranbringt: und das ist der Inhalt der Geisteswissenschaft. Dieser Inhalt der Geisteswissenschaft muß zuerst begriffen werden. An den muß man zuerst sich heranmachen. Man muß also zuerst irgendwie drinnenstehen in der geisteswissenschaftlichen Bewegung, und erst nach einiger Zeit, nachdem man in der geisteswissenschaftlichen Bewegung drinnengestanden hat, kann man dazu geführt werden, Zeichen, Griff und Wort zu empfangen. Denn man ist dann vorbereitet, etwas Bekanntes darin zu sehen, was man wenigstens verstanden hat. Das wird in den okkulten Verbrüderungen in der Regel nicht gemacht. In den okkulten Verbrüderungen werden die Leute einfach, ohne vorher irgendwie Geisteswissenschaft oder Okkultismus gelernt zu haben, aufgenommen in den ersten Grad. Es wird ihnen Zeichen, Griff und Wort und noch manches andere an Symbolen überliefert, und man wirkt, weil sie vorher nicht etwas gelernt haben von der geistigen Welt, auf ihr Unterbewußtes, auf dasjenige, was nicht mit ihrem Bewußtsein zusammenhängt.  

«Qual è la conseguenza di ciò? La conseguenza è che, in maniera assolutamente evidente, se si vuole, si possono utilizzare le persone per realizzare con gli strumenti adatti ogni genere di macchinazioni. Giacché se voi elaborate il corpo eterico senza che l’essere umano lo sappia, voi eliminate quelle forze ch’egli altrimenti avrebbe nel suo intelletto, se non date all’intelletto quel che oggi deve essere la Scienza dello Spirito. Voi le eliminate, e rendete quelle confraternite uno strumento per coloro, che vogliono realizzare i loro piani, i loro scopi. […] E coloro che che così vengono «preparati», vengono resi strumenti per portare la cosa nel mondo. Allora basta soltanto esser disonesti e scorretti nella maniera corrispondente, per raggiungere tutto ciò che è possibile su questa via, allorché ci si siano preparati dapprima gli strumenti adatti».

Was ist die Folge davon? Die Folge davon ist, daß man, wenn man will, die Leute zu gefügigen Werkzeugen für allerlei Pläne machen kann, ganz selbstverständlich. Denn wenn Sie den Ätherleib bearbeiten, ohne daß der Mensch es weiß, so schalten Sie dieselben Kräfte, die er sonst in seinem Verstände hätte, aus, wenn Sie nicht dann dem Verstände etwas geben, was heute Geisteswissenschaft sein muß. Die schalten Sie aus, und Sie machen dann solche Brüderschaften zu einem Werkzeug für diejenigen, die ihre Pläne, ihre Ziele verfolgen wollen. […]Und diejenigen, die also präpariert sind, werden sich zu Instrumenten machen, um das in die Welt hinauszutragen. Man braucht dann nur in der entsprechenden Weise unehrlich und unrechtschaffen zu sein, dann kann man alles mögliche auf diesem Wege erreichen dadurch, daß man sich zunächst Instrumente schafft.

La parola esplicita di Rudolf Steiner mostra, in maniera inequivocabile, quanto egli fosse contrario a che la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia, venisse riportata e ridotta ai contenuti e ai metodi tradizionali delle antiche confraternite iniziatiche. Durante e dopo la prima guerra mondiale, Rudolf Steiner indicò, e talvolta stigmatizzò con parole severe, l’uso irregolare, attuato per finalità non spirituali, in talune confraternite iniziatiche, di forze occulte da parte di certi gruppi di potere. Ciò, certamente, non è avvenuto dappertutto, tuttavia – soprattutto nel mondo anglosassone, ma non solo – è avvenuto, e non sarebbe mai dovuto avvenire.

Il problema è che nelle cerimonie simboliche si agisce, mediante i simboli e i riti, sul corpo eterico del partecipante al rito; si smuovono potenti forze nel corpo eterico e in quello astrale, nell’anima senziente e in quella razionaleaffettiva, ma di regola tale azione non è accompagnata – come invece avveniva nella quarta epoca postatlantica, nell’epoca greco-romana, attraverso lo sviluppo della coscienza dell’io nell’anima razionale-affettiva – da una percezione cosciente di tale azione nell’anima cosciente. Mentre essa vivecoscientemente vive – nell’elaborazione pensante dei contenuti della Scienza dello Spirito. L’anima cosciente non solo è consapevole dei pensieri pensati, ch’essa percepisce nel proprio scenario interiore, ma può volitivamente divenir sempre più cosciente soprattutto del momento genetico di tali pensati, ossia divenir cosciente del pensare stesso che li genera. E questo va radicalmente al di là di tutto quanto il mondo antico, in passato, in Oriente e in Occidente, abbia mai potuto sperimentare e conoscere. Questa la differenza sostanziale tra i “metodi” delle antiche “Vie” – il cui contenuto di verità e di eternità qui non viene da me minimamente posto in questione – e la “Via Assoluta”, la “Via Immediata” – ossia, senza “mediazioni”, senza “appoggi”, senza “sostegni” – la “Via del Pensiero Folgore”.

E così prosegue Rudolf Steiner nella medesima conferenza, alle pp. 89-91:

«Ed ora – le cose, davvero, provengono tutte dalla reale conoscenza – chi sa come la quinta era postatlantica si differenzi dalla quarta era postatlantica – e questo presso di noi viene sempre detto e ridetto – , costui sa altresì perché deve essere così, che dapprima deve essere presente la conoscenza della Scienza dello Spirito, e solo dopo può esser data una introduzione nel simbolismo. Là esso viene realmente inteso in maniera onesta con un movimento scientifico-spirituale, viene intrapreso in maniera evidente questo procedere. Giacché chi non abbia conosciuto non fosse null’altro che quel che vi è nella mia «Teosofia» o nella «Scienza Occulta», ed ha cercato di comprenderle, costui non potrà ricevere mai danno alcuno da una qualsivoglia trasmissione di simboli.   

Ma ora vediamo, nella misura massima, come nei paesi britannici il simbolismo non sia preceduto da un insegnamento che lo spieghi in alcun modo. Spiegare non significa dire: questo simbolo significa questo, e quest’altro significa quest’altro, giacché così puoi mostrare a chiunque qualsiasi cosa, bensì l’insegnamento dovrebbe essere tale che prima si disvelino i misteri a partire dal corso della dell’evoluzione della Terra e dell’umanità, e poi da ciò se ne lasci scaturire il simbolismo. Ma là [sc. nei paesi britannici] non avviene così. Là, i simboli vengono meramente offerti, appunto, e non vengono offerti semplicemente solo in questo modo, i simboli vengono offerti anche in un altro modo, non procedendosi in quella letteratura come per esempio fa la nostra Scienza dello Spirito, bensì si procede in modo tale che tutto sia effettivamente dato simbolicamente.

Per molti aspetti, proprio l’abuso più mostruoso con questa letteratura occulta è avvenuto in Francia attraverso Eliphas Levi, i cui libri «Dogma e Rituale dell’Alta Magia», «Chiave per la magia superiore», contengono certamente grandi verità accanto a errori molto pericolosi, ma presentate in modo che non le si possano seguire con l’intelletto, come nella nostra Scienza dello Spirito, ma devono essere accolte in una maniera simbolica. Leggete Eliphas Levi! Ora lo potete fare senza alcun pericolo, poiché siete sufficientemente preparati. Leggete di Eliphas Levi «Dogma e Rituale dell’Alta Magia», poi  vedrete come  lì l’intero metodo del simbolismo è diverso. Sì, miei cari amici, quando si istruiscono le persone, come fa Eliphas Levi nel suo «Dogma e Rituale dell’Alta Magia», in nient’altro che simboli, allora fondamentalmente li si possiede, se si vuole, per tutto ciò di cui si abbia bisogno, per cosa li si voglia usare. 

Dopo Eliphas Levi, la cosa è stata ancora peggiore  con il Dr. Encausse, con Papus, che ha avuto un’influenza così devastante, distruttiva, sulla corte di S. Pietroburgo, ov’egli venne e rimase sempre di nuovo per giocarvi per decine d’anni un ruolo politico estremamente funesto. In Papus – come costui chiama se stesso – trovate alcuni segreti occulti portati all’umanità in maniera fatalmente pericolosa, così che coloro che fanno agire su di sé Papus, non appena hanno superato i primi elementi, si aggrappano, con ferreo fanatismo, a ciò che Papus dà loro. Non si tratta di confutare Papus, perché, per quanto paradossale possa sembrare, vorrei dire che la cosa peggiore è che ci sono molte cose giustissime proprio in Papus. È il modo e la maniera in cui vengono comunicate che è enormemente pericolosa: persone deboli instillano nelle loro anime ciò che v’è nei libri di Papus, cioè, esse preparano a porre il loro intelletto in un sonno completo e ad  essere usarti per qualunque cosa li si possano usare. Ma tali persone, nel presente hanno una certa influenza. Chi se ne sia accostato ed abbia avuto l’occasione di conoscere tali cose, sa che Papus ha ovunque una grande influenza. Io ho potuto seguire questa influenza in Boemia, in Austria. In Germania la sua influenza è molto minore, pur tuttavia essa era sino ad un certo momento assolutamente presente. Ma, in modo particolare, egli ha avuto una enorme influenza in Russia. Inoltre, questa influenza di Papus viene ottenuta attraverso una certa disonestà, che è collegata con l’intera faccenda».

Und nun — nicht wahr, die Dinge folgen ja alle aus der wirklichen Erkenntnis —, wer das weiß, wie sich der fünfte nachatlantische Zeitraum vom vierten nachatlantischen Zeitraum unterscheidet — und das wird bei uns immer wieder und wiederum gesagt —, der weiß eben, warum es so sein muß, daß zuerst Bekanntschaft mit der Geisteswissenschaft vorhanden sein muß und dann erst Einführung in die Symbolik gegeben werden kann. Da, wo es wirklich ehrlich gemeint wird mit einer geisteswissenschaftlichen Bewegung, wird selbstverständlich dieser Gang eingehalten. Denn derjenige, der auch nur dasjenige kennen gelernt hat, was zum Beispiel in meiner «Theosophie» oder in der «Geheimwissenschaft» steht und versucht hat, es zu begreifen, der wird niemals einen Schaden durch irgendwelche Überlieferung von Symbolen nehmen können.

Nun sehen wir aber gerade in ausgesprochenstem Maße, daß in britischen Ländern der Symbolik gar nicht ein Unterricht vorangeht, der sie in irgendeiner Weise erklären würde. Erklären heißt nicht, daß man sagt: Dieses Symbol bedeutet das, und dieses Symbol bedeutet das, denn da kann man jedem jedes Zeug vormachen, sondern der Unterricht müßte so geartet sein, daß man zunächst aus dem Gang der Erden- und Menschheitsentwickelung die Geheimnisse enthüllt und dann daraus die Symbolik entstehen läßt. So ist das dort nicht, sondern da werden die Symbole einfach geboten, ja, sie werden nicht nur einfach geboten auf diese Weise, sondern es werden sogar die Symbole noch auf andere Weise geboten, indem man in der Literatur auch nicht so vorgeht, wie unsere Geisteswissenschaft zum Beispiel vorgeht, sondern indem man in der Literatur so vorgeht, daß man eigentlich alles symbolisch gibt.

In vieler Beziehung ist schon der ungeheuerste Unfug mit dieser okkulten Literatur geschehen in Frankreich durch Eliphas Levi, dessen Bücher «Dogma und Ritual der höheren Magie», dessen «Schlüssel der höheren Magie» ja gewiß große Wahrheiten neben sehr gefährlichen Irrtümern enthalten, die aber so geartet sind, daß alles nicht mit dem Verstände so zu verfolgen ist, wie bei unserer Geisteswissenschaft, sondern in einer symbolischen Art aufgenommen werden muß. Lesen Sie Eliphas Levi! Jetzt können Sie ihn lesen ganz ohne Gefahr, selbstverständlich, weil Sie genügend vorbereitet sind. Lesen Sie von Eliphas Levi «Dogma und Ritual der höheren Magie», dann werden Sie sehen, wie dort die ganze Methode der Symbolik anders ist. Ja, meine lieben Freunde, wenn man so wie Eliphas Levi in seinem «Dogma und Ritual der höheren Magie» die Menschen unterrichtet in lauter Symbolen, dann hat man sie im Grunde genommen, wenn man das will, zu allem, wozu man sie braucht, wozu man sie brauchen will.

Noch schlimmer ist die Sache nach Eliphas Levi geworden durch den Dr. Encausse, durch Papus, der einen so verheerenden, verhängnisvollen Einfluß gewonnen hat auf den Petersburger Hof, wo er sich immer wieder und wieder aufgehalten hat, um dort seit Jahrzehnten eine sehr verhängnisvolle politische Rolle zu spielen. Da finden Sie bei Papus — so nennt er sich — geradezu in einer verhängnisvoll gefährlichen Art gewisse okkulte Geheimnisse an die Menschheit herangebracht, so daß diejenigen, die Papus auf sich wirken lassen, mit einem eisernen Fanatismus, sobald sie einmal über die Elemente hinausgekommen sind, festhalten an dem, was ihnen Papus gibt. Es handelt sich nicht darum, Papus zu widerlegen, denn, ich möchte sagen, so paradox es klingt: das ist das Schlimmste, daß sehr viele, sehr richtige Dinge gerade in Papus stehen. Aber die Art und Weise, wie sie den Menschen gegeben werden, das ist das ungeheuer Gefährliche: schwachen Menschen einträufeln dasjenige in die Seele, was in Papus’ Büchern steht, das heißt, sie dazu präparieren, ihren Verstand zu einem vollständigen Schläfer zu machen und sie zu allem zu gebrauchen, wozu man sie gebrauchen will. Solche Menschen haben aber in der Gegenwart einen gewissen Einfluß. Wer mehr herumgekommen ist und Gelegenheit hat, solche Dinge zu kennen, der weiß, daß Papus überall einen großen Einfluß hat. Ich konnte diesen Einfluß verfolgen durch Böhmen hindurch, durch Österreich hindurch. In Deutschland ist sein Einfluß ein viel geringerer, aber sein Einfluß war auch bis zu einem gewissen Zeitpunkte durchaus vorhanden. Aber insbesondere hat er einen ungeheuren Einfluß in Rußland. Es wird noch dazu dieser Einfluß von Papus erreicht durch eine gewisse Unehrlichkeit, die mit der ganzen Sache verbunden ist.

Ora, fa una certa impressione – una impressione non certo gradevole – vedere come il nostro intraprendente Efesto/N.R. Ottaviano si richiami all’insegnamento di Papus, come dichiari addirittura di essere stato amico e discepolo occulto di Philippe Encausse, figlio di Gérard Encausse, alias Papus – che, secondo me, per tutta una serie di ottimi motivi, egli non ha mai conosciuto – e come addirittura abbia più volte scritto, che a farsi “iniziare” all’Ordine Martinista dal suddetto figlio di Papus sarebbe stato consigliato e indirizzato, ancora una vòlta solo a suo dire, addirittura da Massimo Scaligero stesso – affermazione che è una menzogna di più – il che non solo è assolutamente impossibile, vista la pessima opinione che questi aveva dell’Ordine Martinista, creatura posticcia, confusionaria, e dai risvolti abbastanza oscuri e problematici, ma è altresì una ragione in più per dubitare fortemente che costui abbia mai conosciuto, o anche solo incontrato, Massimo Scaligero. In verità, Rudolf Steiner usò costantemente parole di fuoco nei confronti di Papus, dei suoi scritti, del suo esoterismo. Per esempio, nella stessa conferenza, così leggiamo a p. 94:

«Ora ho detto: avviene anche una ipocrisia con il diffondersi della corrente spirituale che emana da Encausse, da Papus; perché le persone si definiscono «martinisti». Si deve veramente proteggere l’onesto “Filosofo Sconosciuto” [sc. Louis-Claude de Saint-Martin, detto nel XVIII secolo “le Philosophe Inconnu” ] con il suo onesto anelito alla verità, e con ciò ch’egli ha cercato di fare al servizio del diciottesimo secolo, come era necessario al servizio del diciottesimo secolo, contro l’utilizzo del suo nome da parte dei papusiani di oggi».

Nun sagte ich: eine Heuchelei geschieht auch mit der Verbreitung der Geistesströmung, die von Encausse, von Papus, ausgeht; denn die Leute nennen sich «Martinisten». Man muß den ehrlichen «Unbekannten Philosophen» wahrhaftig in Schutz nehmen mit seinem ehrlichen Wahrheitstreben und mit demjenigen, was er versuchte, im Dienste des achtzehnten Jahrhunderts so zu tun, wie es notwendig war im Dienste des achtzehnten Jahrhunderts, gegen die Inanspruchnahme seines Namens durch die Papusianer von heute. 

Un elemento decisivo per giudicare una personalità come il Dr. Gérard Encausse, in occultismo Papus, lo troviamo nel libro di Sergej O. Prokofieff-Christian Lazaridès, Der Fall Tomberg, Anthroposophie oder Jesuitismus. Il caso Tomberg. Antroposofia o Gesuitismo Zweite, stark erweiterte Auflage, Selbstverlag des Verfasser, Freiburger Graphische Betriebe, 1996, ove a p. 163, viene riportato un importante episodio della vita di Rudolf Steiner, avvenuto nel 1907, nonché un duro giudizio su Eliphas Levi e Papus, da lui pronunciato il 18 agosto 1924, testimoniato nella stessa Opera Omnia, nel ciclo Initiatenbewusstsein, Die wahren und die falschen Wege der geistigen Forschung, Elf Vorträge, gehalten in Torquay vom 11. bis 22. August 1924, die 6. Auflage besorgte Walter Kugler, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 2004, p. 154, tradotto come Coscienza d’Iniziato, Verità ed errore nell’investigazione spirituale, Prefazione di Marie Steiner, Trad. di Emmelina de Renzis, Gius. Laterza & Figli Editori, Bari, 1931, e quindi reperibile in italiano, pp. 147-148. Così leggiamo nel testo di Sergej O. Prokofieff-Christian Lazaridès:

«La più recente biografia di Papus riferisce il seguente episodio: nel febbraio 1907, Rudolf Steiner venne a Praga. Là egli ebbe, prima dell’inizio della sua conferenza, un colloquio con una cerchia di partecipanti. In quell’occasione Milos Maixner gli chiese: «E riguardo a Papus?». Al che Rudolf Steiner rispose con un gesto di riprovazione: «Per quel che riguarda Papus – è meglio che non diciamo parola alcuna su di lui». Poiché, tuttavia, vi erano in sala alcuni papusiani visibilmente stupiti di questa risposta, Rudolf Steiner proseguì: «L’insegnamento dato da Papus è dannoso e pericoloso». – «In che senso?», cli chiese Maixner. Al che egli gli rispose: «Egli è separato dalla magia nera unicamente da un muro sottile quanto una tela di ragno». Alle obbiezioni di Maixner, che Papus aveva sempre messo in guardia riguardo al pericolo di pratiche magiche, Rudolf Steiner  contrappose che non lo si deve giudicare in base alla sua dottrina, «bensì lo si deve giudicare in base agli effetti della sua intera opera», che «sono insani (désastreux)».

Quel che Rudolf Steiner a Praga espresse ancora con una certa prudenza, egli lo espose in séguito, nell’agosto del 1924, con piena chiarezza. Secondo quel che ivi disse, gli scritti e le pratiche occulte di Levi e Papus conducono direttamente nella magia nera: «Tutti questi preparativi magici mirano allo scopo di far sì, che queste forze, che risiedono nelle radiazioni di calore e di luce dell’uomo arrivino ad affermarsi. E potete leggere in proposito delle istruzioni veramente molto rischiose e pericolose negli scritti di Eliphas Levy e anche in quelli di Encausse, che ha scritto sotto il nome di Papus. Vi troverete delle istruzioni molto rischiose e pericolose in questo campo. Ma qui dobbiamo considerare l’aspetto obbiettivo di queste cose, la natura di esse, e dobbiamo perciò parlarne. Tutte queste cose conducono allora direttamente alla magia nera, in cui si lavora con lo spirituale che è nascosto nel terrestre».

Come documentazione a beneficio del volenteroso lettore, riporto il testo tedesco del passo della conferenza di Rudolf Steiner, tratto da InitiatenbewusstseinCoscienza d’Iniziato, GA-243, p. 154:

Alle diese magischen Vorbereitungen haben den Zweck, es dazu zu bringen, daß diese Kräfte, die in den Wärme- und Lichtausstrahlungen des Menschen liegen, zur Geltung kommen. Und Sie können ja recht bedenkliche und recht gefährliche Anleitungen dazu lesen in den Schriften von Eliphas Levi, auch in denjenigen von Encausse, der unter dem Namen Papus geschrieben hat. Da finden Sie bedenkliche und durchaus gefährliche Anleitungen zu solchen Dingen. Aber wir haben hier über das Objektive dieser Dinge, über das Wesen dieser Dinge zu sprechen und müssen sie daher berühren. Alle diese Dinge führen dann hin zur direkten schwarzen Magie, wo mit dem im Irdischen verborgenen Geistigen gearbeitet wird.

Tra l’altro, il libro di Prokofieff-Lazaridès nella nota 9 alla Prima Appendice, a p. 271, fa riferimento ad un’opera francese dalla quale son state tratte varie notizie, di Marie-Sophie André-Christophe Beaufils, Papus : Biographie, la Belle époque de l’occultisme, Berg International, Paris, 1995, che mi fu donata dal mio terribilissimo amico C., fedele compagno d’armi spirituale di molte battaglie. Il suddetto libro è assai istruttivo, ed altresì ricco di saporite descrizioni, circa le molte sudiciette porcheriuole e birbanterie compiute da Papus – intrallazzi, macchinazioni politiche, messinscene, imposture, affabulazioni, plagi, manipolazioni di testi, medianità, spiritismo, evocazioni magiche necromantiche, rapporti con loschi individui, uso di forze magiche per colpire nemici, e molto altro ancora – e la figura del Papus, spacciato da molti per il “Balzac dell’Occultismo”, non ne viene fuori punto “edificante”. Ma anche il figlio di Papus, Philippe Encausse, che Efesto/N.R. Ottaviano, pur non avendolo mai conosciuto e incontrato, spaccia per “Grande Iniziato”, al quale – sempre e solo a suo dire – egli sarebbe stato indirizzato da Massimo Scaligero per venire da lui iniziato (sic!), nella descrizione fattane nel suddetto libro appare in tutta la sua limitatezza e mediocrità.   

Ora, il nostro Efesto/N.R. Ottaviano, sempre indaffarato in molteplici mistagogie, dichiara di essere, tra molte altre prestigiose cariche e dignità iniziatiche, – tutte ‘all self-styled’, direbbero gli anglofoni – anche Superiore Incognito Iniziatore, nonché il Gran Maestro di un Ordine Martinista Egizio IsiacoOsirideo. Ma una così prestigiosa carica, il suo ammannire la “luce” dei suoi insegnamenti, e la sua alta dottrina, al popolo catecumeno in estatico suo ascolto, nonché il fatto di prescrivere, pubblicamente, “al colto e all’inclita”, su un noto social forum e su riviste online, esercizi occulti sedicenti “martinisti” basati sulle fasi lunari, ed altre “pratiche varie”, d’incerta (si fa per dire…) origine, insomma tutto il suo mirabile “magistero”, è cosa che, per le sue contraddizioni, suscita alquanti dubbi e non poca perplessità. Tutto ciò è francamente inconciliabile con la sua appartenenza alla Classe Esoterica della Società Antroposofica Universale. Chi entra nella Classe Esoterica assume esplicitamente alcuni impegni sacri davanti alla Potenza di Michele: quello di praticare fedelmente, senza deformarli, gli esercizi dati da Rudolf Steiner; quello di non bere alcolici; di tenere riservati gli insegnamenti della Classe; quello di non seguire pratiche di esoterismi diversi, alternativi, inconciliabili, dati da scuole occulte diverse, e di non appartenere ad esse.

Una gentile mano amica mi ha fatto pervenire quanto pubblicato da Efesto/N.R. Ottaviano sul detto e ridetto noto social forum, pagina altrimenti a me non accessibile, ovvero alcune fotografie nelle quali il nostro iniziatico “Istruttore” allegramente pasteggia in trattoria, innalzando in varie occasioni il calice ricolmo di generoso vino in onore di Bacco/Dioniso; in altri post, sempre giuntimi da cortese mano amica, che cordialmente ringrazio, egli pubblica un mantram riservato della Classe Esoterica; comunica in post e video esercizi e pratiche di scuole esoteriche “martiniste”, o “kabbaliste”, diverse, o antitetiche, che nulla hanno a che vedere con l’Antroposofia e la Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Fu lui stesso a pubblicare – di nuovo un sentito grazie alla mano amica – sul detto social forum la foto della sua tessera blu di appartenenza alla “Classe” della Società Antroposofica, quella “ufficiale”, firmata da Manfred Schmidt-Brabant (l’allora Presidente della Società Antroposofica, sul quale preferisco tacere circa quel che era: sia come che individuo che come autore di poco commendevoli azioni), esibizione che mi parve essere una volgare forma di vanitoso esibizionismo.  

Ora, quale sia il leale, e soprattutto onesto, comportamento di chi abbia fatto le solenni promesse entrando nella Prima Classe della Scuola Esoterica, lo si può leggere e soprattutto intendere con la massima chiarezza possibile e desiderabile dalle parole di colei che fu la fedele compagna, nonché la più stretta collaboratrice di Rudolf Steiner, Marie Steiner, riportate in Marie Steiner, Briefe und Dokumentevornehmlich aus ihrem Lebensjahr. Zu ihrem 33. Todestag, herausgegeben von der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Privatdruck der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Dornach, 1981, ovvero Marie Steiner, Lettere e documenti, in particolar modo dal suo ultimo anno di vita. Per il 33° anniversario della morte, opera stampata privatamente dal Lascito di Rudolf Steiner, in una bella edizione curata dalla infaticabile e competente Hella Wiesberger. Nella sesta parte di quest’opera, Einige Richtungweisende Briefe in spirituellen Fragen, Alcune lettere orientative in questioni spirituali, nell’eloquente capitolo Über falsche Mystik und persönliche Ambitionen bei der Vertretung der Anthroposophie, Circa il falso misticismo e le personali ambizioni nella rappresentanza dell’Antroposofia, vi è una lettera di Marie Steiner, da lei scritta da Haus Hansi, a Dornach, il 25 marzo 1936 e indirizzata a tale signorina von Dumpff, tedesca baltica dell’Estonia, ove, alle  pp. 321-322, Marie Steiner scrive:

«I doveri, che il discepolo della Classe [Esoterica] assume su di sé, sono i seguenti: Chi cerca di essere accolto nella Classe, si impegna, essendo rappresentante della Società, a non lanciare mai nel mondo iniziative proprie sotto il nome e la copertura dell’Antroposofia, senza essersi inteso con la Direzione del Goetheanum.

Egli si impegna a non appartenere a nessun altra corrente esoterica, e se vuole dedicarsi ad un altro esoterismo, allora egli deve farlo fuori della Classe, e non può più appartenere a questa».  

***

Ed ora veniamo, ad una questione ancor più grave, davvero capitale: quella della menzogna, dell’impostura di una sopravvivenza autentica e regolare della Sezione cultico-simbolica della Scuola Esoterica, ossia della Mistica Aeterna, con le sue due Classi: la prima in tre gradi, e la seconda in sei gradi. Di questa Mystica Aeterna, di una sua pretesa, autentica, regolare, segretamente voluta – al dire del nostro “mistagogico Istruttore” – dallo stesso Rudolf Steiner, sopravvivenza della quale, egli, Efesto/N.R. Ottaviano, sarebbe non solo “erede”, ma – avendo egli affermato pubblicamente in un video sul più volte citato social forum che unicamente chi dirige un Ordine iniziatico, per sua natura “segreto”, può lecitamente rivelarne, per sua benigna degnazione e concessione, “qualcosina” – anche il “Capo”. In pratica, egli si pone allo stesso livello di Rudolf Steiner. La mia sapientisisma amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero, direbbe – anzi dice – che costui manca di “pietà filiale” nei confronti di Rudolf Steiner, e fa osservare, delicatamente, che il suo “pre-sumere” di esser di cotanto alta dignità, tale da pretendere di voler dirigere questa e altre “strutture esoteriche”, è qualcosa di “inappropriato”, qualcosa contro il Dharma, contro il Tao.   

Se vi era una persona che aveva, secondo quel che dichiarò più volte Rudolf Steiner, tutte le qualificazioni necessarie, sì che tutto quel ch’ella avrebbe fatto, avrebbe dovuto essere considerato come da lui stesso voluto, deciso e attuato, e quindi ciò anche in merito ad una eventuale riapertura della Mystica Aeterna e, di conseguenza, “officiarne” il rituale simbolico, questa era eslusivamente Marie Steiner. Si può vedere la considerazione somma nella quale Rudolf Steiner la teneva già nel primo testamento ch’egli fece in suo favore, riprodotto in fac-simile nel citato volume dell’Epistolario, ossia  Rudolf Steiner – Marie Steiner-von Sivers. Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-262, p. 175:

«Erstes Testament, vom 19. Februar 1907, vor der Reise nach Wien. (Das letzte Testament wurde am 18. März 1915 erstellt.)

Nach meinem Tode soll Fräulein Marie von Sivers dal Recht haben, in meinem Namen zu verfügen. Was sie so thut, soll in menem Namengethan sein. […] Sie selbst soll meinen Tod als im Sinne höherer Mächte ansehen und ihn ja nicht alse in Rätsel ansehen. Die Dinge haben einen Zusammenhang, den man ehren mus, auch wenn ma ihn noch nicht versteht. Marie von Sivers selbst wird aber immer bei mir sein. Unsere Einigung bleibt unlöslich.

Dr. Rudolf Steiner

Berlin, 19. Februar 1907».

«Primo testamento, del 19 febbraio 1907, prima del viaggio a Vienna. (L’ultimo testamento venne redatto il 18 marzo 1915).

Dopo la mia morte la signorina Marie von Sivers deve avere il diritto di decidere in mio nome. Quel che lei fa, deve essere fatto in mio nome. […] Ella stessa dovrebbe considerare la mia morte come nel senso delle Potenze Superiori, e appunto non considerarla come un enigma. Le cose hanno una connessione, che deve essere venerata, anche se ancora non la si comprende. Marie von Sivers stessa, tuttavia, sarà sempre accanto a me. La nostra unione rimane indissolubile.

Dr. Rudolf Steiner

Berlino, 19 febbraio 1907».

E sette anni dopo, in un’altra disposizione testamentaria – documento n° 117 a p. 294, con fac-simile a p. 295, del GA-262 – leggiamo:

«Es ist mein Wille, dass die Fortführung der mir obliegenden Pflichten gegenüber der Anthroposophischen Gesellschaft nach meinem Tode durch Fräulein Marie von Sivers geschieht, so dass diese sich frei die ihr zur Seite stehenden Vertrauenspersonen bestimmt. Dr. Rudolf Steiner Dornach bei Basel, 22. August 1914».

«È mia volontà che il proseguimento dei doveri a me spettanti nei confronti della Società Antroposofica dopo la mia morte avvenga tramite la signorina Marie von Sivers, cosicché questa decida liberamente quali siano le persone di fiducia accanto a lei. Dott. Rudolf Steiner Dornach presso Basilea, 22 agosto 1914».

Nell’ultima biografia che Hella Wiesberger dedicò a Marie Steiner – Marie Steiner-von Sivers. Ein Leben für die Antroposophie. Eine biographische Dokumentation von Hella WiesbergerMarie Steiner-von Sivers. Una vita per l’Antroposofia. Una documentazione biografica di Hella Wiesberger, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1988, pp. 524 – nella Seconda Parte, intitolata Zusammenarbeit in der Esoterik, Collaborazione nell’Esoterismo, pp. 217-222, vi è la descrizione del profondissimo rapporto spirituale di lei con Rudolf Steiner sin nelle questioni più delicate dell’esoterismo. Il tema è talmente importante che sarà necessario ritornarci  con uno studio speciale su questo ardimentoso blog. Dopo una parte iniziale intitolata Erste Schülerin Rudolf Steiners, Prima discepola [esoterica] di Rudolf Steiner, vi è una parte importante per il nostro attuale tema, Mitgründerin und Mitleiterin der erkenntniskultischen Anteilung von Rudolf Steiners Schule 1904 bis 1914, ossia Cofondatrice e codirettrice della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner dal 1904 al 1914, pp. 218-219, ove possiamo leggere:

«La partecipazione di Marie von Sivers alla fondazione e alla direzione di questa Sezione Esoterica è documentata nel volume «Storia e contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914» (GA-265). Il ruolo particolare, addirittura unico, in questo contesto contesto le fu attribuito da Rudolf Steiner, risulta per esempio da un suo appunto […]. Un appartenente a questa cerchia lo ha testimoniato nel modo seguente:  

«Al vertice, come Capo di questa Scuola e come mediatore delle realtà spirituali, vi era Rudolf Steiner; al suo fianco, in qualità di compagna e collaboratrice, Marie Steiner.

A titolo indicativo venga qui accennata un’esperienza riguardo alla quale considero che – vista la mia età avanzata – sia mio dovere comunicarla; oggi vi sono soltanto pochi sopravvissuti che furono testimoni di quella scena.

In occasione della cerimonia di un grado superiore, ove soltanto un piccolissimo numero di partecipanti poterono assistere, da Rudolf Steiner stesso fu annunciato che la collaborazione di Marie von Sivers era da considerarsi nel senso pienamente giustificato – non soltanto in un senso simbolico come per tutti noi altri. E addirittura in un senso tale, che veniva indicata una realtà che va al di là della morte e della nascita» (sottolineato dall’editore), Adolf Arenson, Lettera aperta ai membri della Società Antroposofica, Ottobre, 1926.

Un altro appartenente [un olandese] a questa cerchia le [sc. a Marie Steiner] scrisse in séguito una volta:

«Con gratitudine mi ricordo dei molti anni che io ho potuto vivere sotto lo splendore, che emanava dalla nostra così amata e altamente venerata Guida. Con gratitudine e venerazione mi ricordo di quel che Voi eravate, ed ancora siete  per noi. Come fosse accaduto ieri, mi sta dinanzi l’immagine del mio primo incontro con Voi… In maniera altrettanto chiara sta dinanzi ai miei occhi il momento, in cui dal Dottore e da Voi venni innalzato al quarto Grado», J.H. Peelen (lettera senza data), vedi Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, GA-265».  

Da tutto ciò risulta chiaramente non soltanto l’elevatezza spirituale di Marie Steiner, bensì anche la responsabilità e la capacità di decidere che Rudolf Steiner le aveva affidato, facoltà di decidere ed agire in suo nome, anche in rapporto all’eventuale riapertura della II e III Classe, ossia della Sezione culticosimbolica della Scuola Esoterica.

Dopo la morte di Rudolf Steiner, personalità come Albert Steffen, Günther Wachsmuth, la stessa Ita Wegman, conoscendo la responsabilità e la facoltà di decidere in suo nome da lei ricevuta dal Dottore, si rivolsero a Marie Steiner chiedendole di riaprire la Mystica Aeterna, onde venissero nuovamente eseguite le vecchie cerimonie simboliche della Sezione cultico-simbolica, ma lei si rifiutò decisamente di farlo. Ciò è chiaramente testimoniato in uno studio di Rolf Speckner, Die Erweiterung ins Rituelle hinein, Zur Entwicklung der Freien Hochschule für Geisteswissenschaft nach Rudolf Steiners Tod, apparso in  die Drei, Zeitschrift für Anthroposophie in Wissenschaft, Kunst und sozialem Leben. 6/2020, pp. 13-26. Non posso trascrivere in questo articolo, già troppo lungo, tutto quanto riporta Rolf Speckner nel suo documentatissimo interessante studio, ma in sostanza egli conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto già scritto nella presente disamina. Eventualmente ritornerò sulla questione in un altro mio studio o nei commenti a quello presente. Riporto soltanto, traendolo dal suddetto articolo, p. 25, quel che Marie Steiner scrisse a Jürgen von Grones, in risposta alle capziose obbiezioni di quest’ultimo:

«La risposta migliore la dà il fatto che ho già comunicato in precedenza, circa ciò che appunto si temeva […] che essendomi stato chiesto dal Presidente e dal Segretario della Presidenza esoterica di ripristinare l’antico esoterismo [sc. le cerimonie cultiche della Mystica Aeterna], e che, tenuto conto della grande immaturità che vi è a giro, mi son guardata bene dal farlo».

Die beste Antwort gibt jene Tatsache, die ich vorhin mitgeteilt habe, daß ich, von der man ja dieses befürchtet […] vom Vorsitzenden und Schriftführer des esoterischen Vorstandes aufgefordert worden bin, die alte Esoterik wieder aufzunehmen, und daß ich im Hinblick auf die große Unreife, die sich rundherum darbot, mich wohl gehütet habe, es zu tun.

A questo punto, sulla base dell’ampia documentazione esposta nella presente disamina, mi pare evidente quanto sia “inappropriata” – per usare la sin troppo delicata espressione della mia sapientissima amica Fang-pai – da parte di Efesto/N.R. Ottaviano, e di altri. il “pre-sumere” di avere una continuità con la Mystica Aeterna, che Rudolf Steiner “chiuse” e “sigillò” nel 1914, e che eventualmente solo Marie Steiner avrebbe potuto “riaprire”, rifiutandosi però sempre di farlo, nonché la – per me sacrilega – “pretesa” di celebrare riti e cerimonie, per di più spacciandole per una forma di “massoneria egizia”, che la Sezione cultico-simbolica, secondo l’esplicita parola di Rudolf Steiner, mai ha avuto. Una tale “pre-sunzione” e “pretensione” sono sintomo eloquente proprio di quella “immaturità” – altra espressione davvero sin troppo delicata e gentile – che decise Marie Steiner a non farne di niente. Tale via, come detto più volte nella presente disamina, è una via occulta “ostruita”, e come tale non più percorribile. Tanto più che i rituali che circolano sono un maldestro e rozzo “collage” di parti incomplete dei rituali della Mystica Aeterna, ai quali – come mi spiegava Hella Wiesberger, e come ho potuto constatare visionandoli personalmente – sono stati aggiunti “pezzi” del rituale della Christengemeinschft, del rituale religioso non confessionale usato dal corpo docente delle Scuole Waldorf,  e con elementi di ritualità massonica di varia origine, comunque estranei all’Antroposofia.

Ora, si pone un duplice problema. Con la sua “spre-giudicata” operazione in “salsa massonica”, col suo papusiano “Martinismo Egizio Isiaco-Osirideo”, con la sua “Chiesa Gnostica Egizia Apostolica Yohannita”, e con i suoi molteplici trasgressivi “dionisiaci” comportamenti, Efesto/N.R. Ottaviano va ampiamente in rotta di collisione coi principi della Classe Esoterica, all’entrata nella quale egli ha pur fatto delle promesse sacre di fronte alla Potenza di Michele. Mentre il dichiarare di far parte – anzi, come da lui apertamente affermato in un video sul noto social forum, di esserne il solo Capo, unico autorizzato a rivelarne, con alquanto sussiego e degnazione,  “qualcosina” al mondo profano – di un organismo, strutturato nella forma di “logge massoniche”, organismo da lui stesso dichiarato “segreto”, è cosa che lo espone ai rigori della Legge Anselmi sulle società segrete (Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 27 del 28-01-1982). Non credo proprio che il Grande Oriente d’Italia, la maggiore Obbedienza massonica nella Terra d’Ausonia, del quale Efesto/N.R. Ottaviano dichiara pubblicamente di far parte – addirittura, se è vero quanto mi vien riferito da fonti varie (il condizionale, in questi casi, è d’obbligo), come Maestro Venerabile di un’officina massonica veneta, la R.L. Maat la Saggezza Trionfante, n° 1233, all’Oriente di Abano Terme, in provincia di Padova – gradisca molto, dopo i molti guai ch’esso ha passato a causa delle tristi vicende della P2 di Licio Gelli, una siffatta, al contempo indebita e imbarazzante, pubblicità. Il fatto grave è che queste cose dànno armi veramente pericolose ai nemici dell’Antroposofia, e soprattutto all’integralismo cattolico, che non mancherebbe certo di farne uso contro di essa. Se poi, invece, alla “dirigenza” della Società Antroposofica Universale, alla sua “ufficiale” Classe Esoterica, e al Grande Oriente d’Italia il “mistagogico Hierophante”, ossia il sin troppo affaccendato Efesto/N.R. Ottaviano, o chiunque si celi dietro tali pseudonimi, piace tanto così com’è, che problema c’è? Ma che se lo tenessero pure caro! Certo, per chi è uno spirito libero, per chi ama sinceramente l’Antroposofiaama un pensiero ed una morale coerenti, vi è di che rimanere alquanto perplessi…     

 

 

 

SENZA CATEGORIA

VERITÀ SU RUDOLF STEINER E MASSIMO SCALIGERO CONTRO LE MENZOGNE SU DI LORO E L’ANTROPOSOFIA. SECONDA PARTE: LA SCUOLA ESOTERICA E LA “MYSTICA AETERNA”.

rudolf_steiner

Dopo aver necessariamente fatto un po’ penare, e un po’ forse anche annoiato, gli amici lettori con la questione di Arvo – purtroppo era necessario farlo, perché un conto è seguire indicazioni sulla Concentrazione attribuite a Colonna di Cesarò, nel caso in cui queste fossero state autenticamente sue, mentre un tutt’altro conto è seguire le equivoche prescrizioni fisiologiche e psichiche, partenti dalla corporeità, date da Julius Evola, come è stato accertato, ossia da colui che si celava in realtà dietro l’eteronimo di Arvo – è il momento di passare ad esaminare alcune affermazioni toccanti la Scienza dello Spirito, fatte da colui che, al dire di amici, si celerebbe sotto lo pseudonimo di N.R. Ottaviano. È necessario farlo, perché egli dice di essere a “capo di una Struttura Esoterica” (in realtà costui ne avrebbe messe su molte, e di tutte si sarebbe posto a capo…) e quindi, egli si pone come “Istruttore” nei confronti di coloro che cercano una Via che li dovrebbe portare (in questo caso, il condizionale è d’obbligo…) all’Iniziazione ad una più alta vita spirituale.

Se un cotanto “Istruttore” dà a chi a lui si rivolge, per riceverne orientamento, delle non verità, delle controverità, ossia quelle che spiritualmente sono menzogne, queste avvelenano le anime, e se un tale ambiguo “Istruttore”“direttive operative”, ossia delle “pratiche” da lui inventate, affinché esse siano eseguite dai suoi fidenti discepoli, la situazione si può fare, in taluni casi, veramente severa. Un caso del genere è, come abbiamo potuto constatare nella prima parte della presente disanima, quello della descrizione delle sedicenti “quattro fasi” della Concentrazione, descrizione nella quale l’archetipo datone da Rudolf Steiner, e con ancora maggior chiarezza ulteriormente esplicitato da Massimo Scaligero, viene proditoriamente alterato con l’immissione di una “pratica immaginifica” – ossia fantasiosa, e non certo immaginativa nel senso della Scienza dello Spirito – data da Arvo/Evola che coinvolge la corporeità neuromuscolare e la respirazione, e con in più la successiva alterazione in senso tantrico della descrizione, contenuta nei “Quaderni Esoterici”, dei movimenti eterici del terzo tempo dell’esercizio del controllo o dominio del pensiero. In realtà, il corpo e le sue funzioni – nervose, muscolari e respiratorie – devono essere letteralmente dimenticati: sino a non essere più, nel caso ottimale, neppure percepiti dal praticante. Ma quello che qui il nostro “Istruttore occulto” consiglia è l’esatto contrario di ciò, e Massimo Scaligero lo smentisce nelle sue opere, come abbiamo potuto vedere, per esempio, in Yoga, Meditazione, Magia. Una tale alterazione, specialmente nel caso di un “novizio”, ossia di un principiante che con fiducia accosti la Via, può avere un effetto disastroso, deviante, e su anime deboli addirittura esiziale. Nella Scuola Esoterica, infatti, Rudolf Steiner afferma che un discepolo non puònon gli è permessoinventare o cambiare gli esercizi dati nella Scuola dai Maestri della Saggezza e dell’Armonia delle Sensazioni, e – tramite questi ultimi – dalle Entità divino-spirituali delle Gerarchie Celesti.

Il “pre-sumere” di poter far ciò, è molto di più di un ingenuo, involontario, errore: è una colpa grave. Tra errore e colpa vi è la differenza che vi è tra danno e dolo: il danno, infatti, come pure l’errore, per quanto deprecabile, può essere involontario, non intenzionale, mentre il dolo, come la colpa, implica proprio intenzionalità e, di conseguenza, coscienza e responsabilità nell’azione voluta. Nello specifico caso in questione, essendo ben chiara la parola scritta di Rudolf Steiner, ed eziandio quella di Massimo Scaligero, il cambiare surrettiziamente l’esercizio, e l’affermare – facendone così ricadere la colpa su quest’ultimo – che tale forma è stata data e consigliata dallo stesso Massimo Scaligero, e addirittura prescritta come cogente nel caso di esercizi di Concentrazione eseguiti da più amici riuniti, si è di fronte ad un atto di “pre-sunzione”, unita, questa, ad una davvero sconcertante sopravvalutazione di se stessi e delle proprie capacità.

La mia sapientissima amica Fang-pai, esaminati vari scritti del suddetto “mistagogico Istruttore”, ha espresso il fondato giudizio che, a modo di vedere di lei, il nostro “presuntore” manca di , hsiao, ossia di quella che nel mondo cinese è considerata la virtù più elevata: la “pietà filiale”. Nel mondo cinese tradizionale – quello non ancora guastato dalla demonìa politica ed economica occidentale – la “pietà filiale” è al centro di quella che si potrebbe chiamare una “etica dei ruoli”, basata sulla gratitudine e il rispetto dei figli verso i genitori, degli allievi in qualsiasi campo verso i propri istruttori, dei giovani verso tutti i più anziani, dei viventi verso gli antenati di sangue e/o di spirito, dei sottoposti verso le legittime autorità, dei sudditi verso il Figlio del Cielo, ossia l’Imperatore. Tale sentimento “filiale”, in maniera particolare, viene sentito fortissimamente nei confronti dei Maestri, di coloro che ci trasmettono la “Sapienza”, e il “Tao”, ossia la “Via trascendente”: quella che unisce in vari modi e gradi l’uomo al Cosmo, e al Divino. Una cotale “pre-sunzione” in tutta l’Asia centro-orientale, sia essa induista, buddhista, taoista, o confuciana, viene vista con orrore: come un elemento caotizzante e disgregante di quell’armonia che fa del mondo un Cosmo ordinato. Nel mondo elleno-romano, tale virtus era la εὐσέβεια, eusèbeia, la pietas, come quella del troiano Enea, e la forza ad essa avversa era la ὕβϱιςhýbris, la presunzione, l’arroganza, la tracotanza, che suscitava la giusta collera degli Dèi. In forma novella, nell’epoca dell’anima cosciente, tale pietas risorge nella venerazione verso la verità e la conoscenza nel discepolo dell’Iniziazione, nella gratitudine nei confronti dei Maestri che tale conoscenza ci trasmettono, nel rigoroso rispetto del loro insegnamento.

Allorché, poi, un presunto, sedicente “Istruttore spirituale”, che dichiara persino di essere a capo di una Chiesa Gnostica Apostolica Egizio Yohannita – parlando in un post sul noto social forum della dell’evento della Trasfigurazione del Christo, che chiunque può andarsi a leggere nei Vangeli sinottici di Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8 e Luca 9,28-36, confonde l’apostolo Giovanni, fratello di Giacomo, e figlio di Zebedeo, con l’Autore del Quarto Vangelo, ossia con Lazzaro-Giovanni, dimostra non solo di non conoscere i Vangeli, ma soprattutto di non conoscere l’Antroposofia, e in particolare la Cristologia di Rudolf Steiner. Infatti, costui, il 16 luglio scorso, così scrive:

«L’interpretazione esoterica di tali versi ci conduce verso un’univoca conclusione: il deposito ESTERIORE della Chiesa del Christos/Logos è stato affidato a Pietro, colui che prima il gallo cantasse tre volte aveva già rinnegato il Signore: le Sue parole non alludevano soltanto alla morte che Pietro avrebbe subito ma al destino inglorioso della Chiesa esterna che altri hanno vestito e portato dove Pietro non sarebbe mai voluto andare. Giovanni, il discepolo prediletto, l’unico rimasto completamente sveglio durante la trasfigurazione del Signore sul monte Tabor, colui al quale il Christos/Logos sulla croce ha affidato Sua madre la Divina Sophia con le parole “figlio questa è tua madre, madre questo è tuo figlio” è l’unico tra i discepoli a non essere morto di morte violenta essendo deceduto a Patmos ad oltre cento anni d’età. A lui venne affidato il deposito interno ed esoterico dell’Ecclesia del Christos/Logos».

Tra l’altro, sarebbe opportuno che il Primate/Patriarca della suddetta Chiesa Gnostica etc., si leggesse meglio il Vangelo ove in Luca è detto che sia Pietro, che Giacomo e Giovanni, “erano gravati di sonno”. E sarebbe opportuno che il nostro “Istruttore occulto”, nonché Primate di una Chiesa Gnostica, si studiasse un manuale di Storia del Cristianesimo, così eviterebbe di scrivere l’immane sciocchezza, frutto di pura ignoranza, della morte dell’evangelista Giovanni a Patmos. Giovanni, che era stato esiliato a Patmos, ove verso l’anno 95 scrisse l’Apocalisse, dall’imperatore Domiziano, alla morte di questo venne liberato dall’esilio dal nuovo imperatore, il tollerantissimo Nerva, e poté tornare ad Efeso ove visse ancora diversi anni, ed ove si spense, ut traditur, all’età 104 anni. Infatti, Policrate di Efeso, diretto discepolo suo, scrive: «Giovanni, che si era chinato sul petto del Signore, che fu sacerdote e portò il petalon [sc., nel mondo ebraico, il petalon era la piastra d’oro, portata sul petto, tipica dell’Ordine sacerdotale], che fu testimone e maestro, è morto ad Efeso» (riportato in Eusebio, Historia Ecclesiastica, III, 31, 3).

Anche come Primate e Patriarca della suddetta Chiesa Gnostica, il nostro “mistagogico Istruttore” compie un terrificante quanto madornale errore, facendo scempio sia della logica, che dell’Antica Gnosi e dell’Antroposofia anche in questo caso, glielo concedo volentieri, per pura ignoranza, sans arrière pensée – allorché, cercando di contestare le motivate e documentate obbiezioni, che io rivolgo a quanto Orao scrive in Resurrezione, La Luce dei Nuovi Misteri, Graal, Quaderno 1, Tilopa, Roma, 2017 – ove nel capitoletto Lucifero del capitolo intitolato Formazione degli stati di coscienza, pp. 66-68 e passim, contro tutta la Scienza dello Spirito e l’insegnamento di Rudolf Steiner, troviamo scritto essere l’Eloha lunare JahveJehova in realtà l’entità ostacolatrice Lucifero – egli va affermando, in maniera ignorante ed irresponsabile, invece, essere Jahve-Jehova non l’Eloha di Venere, ossia Lucifero, bensì il “Signore dell’Oscuro Pensiero”, come veniva chiamato nell’antica Persia, il suo antagonista, Angra Mainyush, ossia Ahrimane, ch’egli per di più identifica con lo Jaldabaoth dell’Antica Gnosi Cristiana, il che è una gigantesca sciocchezza. Sarebbe bene che il suddetto Primate e Patriarca si studiasse bene le opere di Jacques MatterÉmile Amélineau, Ernesto Buonaiuti, Jean Doresse, Kurt Rudolph, Hans Jonas, Luigi Moraldi – per citare solo qualche nome a caso – sulla Antica Gnosi, e magari anche le opere di Rudolf Steiner, se ne trova il tempo e la voglia: ne trarrebbe non poco giovamento. 

Ma vi è di più – qualcosa di ben più grave – là dove egli proclama all’universo mondo l’identità di Lazzaro-Giovanni con lo stesso Rudolf Steiner. Infatti – e ringrazio la mano amica che mi ha trasmesso il testo in questione – il nostro “mistagogico Istruttore”, interloquendo sul medesimo social forum con Mario Iannarelli, così scrive:

«Dalla rivelazione del Maestro dei nuovi tempi e dei Suoi discepoli e continuatori sappiamo che l’individualità Giovanni/Lazzaro aveva precedentemente vissuto sulla terra in Hiram Abif, il costruttore del Tempio di Salomone e fondatore della Scienza Muratoria. Sappiamo anche che Giovanni/Lazzaro è di nuovo comparso sulla terra come Christian Rosenkreuz e come Conte di Saint-Germain, l’Iniziatore alla Libera Muratoria di Raimondo di Sangro, Principe di San Severo che nel 1747 fondò la Libera Muratoria Egizia. Di quella individualità Hiram Abif/Giovanni-Lazzaro/ Christian Rosenkreuz/Conte di Saint-Germain nel 1909, durante una conferenza per i membri della Scuola Esoterica (OO n.264) il Maestro dei nuovi tempi, Rudolf Steiner dice: “In questo momento tale individualità risulta essere incarnata sulla terra ed attiva nella sua opera di insegnamento”. A chi non dispone di veggenza le armi della sana logica fanno agevolmente comprendere CHI nel 1909 potesse incarnare tale individualità. Tale individualità già vivente in Giovanni-Lazzaro e nel 1909 nel Maestro dei nuovi tempi affidò il Culto Conoscitivo religioso a Friedrich Rittelmeyer nella Christengemeinschaft ed il Culto Conoscitivo Massonico ad Alexander von Bernus nel Misraim Dienst. Tali comunità rappresentano, assieme alla Via Solare incarnata da Massimo Scaligero, la più pura espressione della Antropos-Sophia e della Chiesa Giovannita».

Anzitutto, inviterei il nostro “occulto Istruttore” ad essere meno trasandato nel citare, per di più sbagliando, le fonti bibliografiche in appoggio alle sue fantasiose affermazioni. Infatti, quella che dovrebbe eventualmente citare non è – come lui varie volte scrive nei suoi post, e come afferma altresì ripetutamente nei video che pubblica in internet – l’O.O. 264, che riguarda la storia e i contenuti della prima Sezione della Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner nel 1904, bensì l’O.O. 265, il cui titolo tedesco, tradotto nella lingua di Dante, suona: Per la storia e dai contenuti della Sezione conoscitivo-cultica della Scuola Esoterica 1904-1914. La data, inserita sin nel titolo del libro, ha la sua rilevante importanza in quanto delimita cronologicamente il periodo di esistenza di tale Sezione cultica, la quale – checché affermi N.R. Ottaviano – fu ritualmente, interamente, e definitivamente chiusa da Rudolf Steiner, e da lui mai più riaperta: né nella sua primitiva né in una novella forma, come tutti i documenti della sua storia ampiamente dimostrano.

Ora, lasciando perdere, per ora, alcune questioni storiche, del tipo se il principe Raimondo di Sangro sia stato iniziato o meno alla Libera Muratoria direttamente dal Conte di Saint-Germain, e rimandando ad una successiva trattazione se sia verità o menzogna che Rudolf Steiner abbia affidato «il Culto Conoscitivo Massonico [sic!, che, invece, come vedremo, massonico non era affatto] ad Alexander von Bernus nel Misraim Dienst», è evidente che, qui, il nostro ineffabile “Istruttore occulto” fa delle vere e proprie illazioni – delle sacrileghe illazioni – suggerendo l’identità di Rudolf Steiner con Christian Rosenkreutz. Infatti, così arriva costui a scrivere:

«Dunque, vediamo di fare un po’ di ordine. Senza nulla voler togliere all’ottimo Mario Iannarelli ed al suo interessante libro sull’argomento mi pare scontato che Giovanni e Lazzaro fossero la stessa persona e la sbarra voleva essere un trattino poiché l’identità di Giovanni l’evangelista come Lazzaro è stata indicata da Steiner in molte conferenze. Relativamente a Hiram/ Giovanni (Lazzaro) / Rosenkreuz/ S. Germain ciò è attestato dalla OO n.264 [sic, per O.O. 265] e perciò non può essere negato a meno di non voler contraddire Steiner. Il fatto che nel 1909 in piena attività di formazione della Scuola Esoterica egli abbia affermato che tale individualità era incarnata ed operante lascia pensare che tale individualità dovesse essere proprio lo stesso Steiner. Viceversa non esiste alcun cenno nell’OO relativamente a Aristotele/ Tommaso. Le sole affermazioni in proposito sono state riportate da alcuni discepoli del Dottore ma lui non ha mai detto nulla del genere nelle sue conferenze. So bene che Mimma [Benvenuti] affermava che Steiner fosse stato Aristotele e Tommaso ma ciò non escluderebbe il discorso precedente e a quanto mi risulta Mimma non aveva mai letto l’OO n.264 [sic, per O.O. 265] . A differenza di me lei era certo una veggente ma io ho il dovere di ragionare secondo logica e non secondo fede e la logica mi dice che quanto è desumibile dalla OO n.264 fila perfettamente. Con Massimo non ho mai parlato di questo argomento, perciò non ho altri elementi se non quelli che ho citato prima».

L’affermazione del nostro “mistagogico Istruttore” a proposito di Aristotele e Tommaso d’Aquino è, a dir poco, temeraria, sia perché dubito fortemente ch’egli possegga l’intera Opera Omnia di Rudolf Steiner, che, vivaddio, io posseggo (edita e inedita) in tedesco da molti anni – in particolare il volume GA-265 in questione, donatomi, appena pubblicato, da Hella Wiesberger, persona d’indubbio rango spirituale, nonché asceta d’acciaio, ch’egli in un suo articolo poco elegantemente, e con mal celato disprezzo, gratifica dell’epìteto di “cameriera di Marie Steiner”, e altrove tratta come mera “segretaria di un iniziato”, peraltro, malgrado egli affermi il contrario, da lui mai conosciuta – ma quel che, ovviamente, Rudolf Steiner non afferma in nessun volume dell’Opera Omnia, non è detto che non lo si ritrovi altrove: per esempio, in un volume che raccoglie documenti autentici di Rudolf Steiner riguardanti sia Marie Steiner che Ita Wegman, volume che io possiedo sin dagli anni ottanta del secolo scorso. E non è affatto detto che quel che il nostro “Istruttore occulto”, in maniera evidente, non ha, altri, magari con immensi sacrifici, non si siano preoccupati da decenni di cercare, e di conseguenza riuscire a procurarsi. A quanto mi risulta, di Mimma Benvenuti non si può dire ch’ella abbia mai affermato, o anche solo accennato all’identità di Rudolf Steiner con Aristotele e Tommaso d’Aquino. Né mai lo stesso Massimo Scaligero si pronunciò, neppure una sola vòlta, in tal senso.

Ma la cosa è certa perché si trova in documenti riportati in un’opera, Margarete und Erich KirchnerBockholt, Die Menschheitsaufgabe Rudolf Steiners und Ita Wegman, che porta la dizione “Privatdruck für die Mitglieder der Anthroposophischen Gesellschaft”, ossia “pubblicazione riservata” a causa della sua delicatezza, data solo ad personam, con scritto nome e cognome di essa e numero della copia (la mia porta il numero 4284), stampata dal Philosophisch-Antroposophischer Verlag, Dornach, 1976, 2a ediz. 1981. Nel capitolo Aristoteles und Alexander, pp. 40-47, e nel capitolo Aristoteles und Plato, pp. 48-54, nel capitolo Thomas von Aquino und Reginald von Piperno, pp. 70-75, di tale opera sono riprodotte non solo le comunicazioni orali di Rudolf Steiner, ma anche molti documenti suoi autografi in facsimile, che non lasciano sussistere dubbio alcuno in proposito. In modo particolare, nel capitolo Gralszeit, ossia Epoca graalica, pp. 63-69, come pure da capitoli successivi della stessa opera, da quanto riportato in non pochi cicli di conferenze del Dottore, si evince chiaramente come le individualità in questione, ossia quelle di Ita Wegman, di Marie Steiner-von Sivers, e quella dello stesso Rudolf Steiner, non fossero incarnate sulla Terra all’epoca del Mistero del Golgotha. Quindi, rispetto alla supposta, e improvvidamente proclamata, identità tra l’individualità di Rudolf Steiner e quella di Lazzaro-Giovanni, come direbbero gl’ispanici, entonces nada, ossia non se ne fa di niente. Inoltre, ebbi modo di parlare della cosa in alcuni colloqui, per me ogni volta illuminanti, con Hella Wieberger, che nel secolo scorso ebbi modo di incontrare con una certa frequenza, nonché di corrispondere con lei per lettera, e di rivedere, anche negli ultimi anni della sua operosa vita, dopo la svolta del millennio. Elementi decisivi, a tale proposito possono ricavarsi, dalle due edizioni dell’opera Rudolf Steiner Marie Steiner-von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901 – 1925. Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, ossia dalle due edizioni dell’Epistolario tra il Dottore e Marie Steiner, ambedue curate da Hella Wiesberger, nonché dalla grande e bellissima biografia, da quest’ultima scritta su Marie Steiner-von Sivers. Ein Leben für die Anthroposophie, Eine biographische Dokumentation in Briefen und Dokumenten, Zeugnissen von Rudolf Steiner, Maria Strauch, Edouard Schuré und anderen, dargestellt von Hella Wiesberger. Mit Zahlreichen Abbildungen und Faksimile-Wiedergaben, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1988, di ben 525 pagine, che dalla stessa autrice mi fu donata, con dedica, appena uscita dai torchi, e che conservo come un caro ricordo della mia amica ed amata compagna d’armi spirituale.

Rimango, invece, stupito dall’enormità della sciocchezza scritta – oggettivamente una vera e propria menzogna – e ripetutamente affermata in scritti e video su un noto social forum, da parte del nostro “iniziatico Istruttore” (nonché da Mario Iannarelli in suoi scritti), e frutto di sue “razionali” (si fa per dire…) elucubrazioni, circa l’identità tra Rudolf Steiner con l’individualità di GiovanniLazzaro e di Christian Rosenkreutz. Costui, ossia il nostro “Istruttore”, che confessa apertamente di non essere veggente, e di conseguenza neppure di essere un Iniziato, o un Illuminato, fa una mera illazione, basata su quella che a lui sembra essere una “deduzione logica”. Ma è proprio questo che Rudolf Steiner afferma apertamente, e più volte, in diverse occasioni, che nella Scienza dello Spirito non è mai lecito fare. Infatti, il Dottor Steiner dichiara sì innumerevoli volte, che per investigare le realtà spirituali è necessaria la veggenza spirituale, mentre per comprendere le comunicazioni fatte dall’Iniziato è sufficiente la sana logica, ma egli afferma pure che tramite mero procedimento logico – ossia col mero pensiero riflesso e dialettico – è errato cercare di “dedurre” ulteriori realtà spirituali, e che non è mai lecito servirsi di “logiche” speculazioni per fare affermazioni, non provenienti dalle comunicazioni veggenti di un Iniziato, su realtà spirituali sulle quali, pur incapaci di percepirle, si abbia la “pre-sunzione” di pronunciarsi. Tali “speculazioni”, in special modo sulle vite passate di varie personalità, delle quali si parla con tanta, sciocca, leggerezza, furono definite da Rudolf Steiner una autentica “peste”.

Su quanto inutili, stupide, menzognere, insane, e patologiche siano tali presuntuose illazioni e speculazioni, voglio riportare le parole di Marie Steiner – la cui opere, curate da Hella Wiesberger, ho tutte negli originali tedeschi – Zur Einführung. Aus «Erinnerungsworte» von Marie Steiner (zur 1. Auflage 1926), ripubblicato in Nachrichten der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Nr. 23, Dornach, Weinachten 1968, pp. 7-8, ossia Introduzione alla prima edizione 1926. Da «Parole di rammemorazione», da lei scritta  e premessa alle conferenze di Rudolf Steiner ora pubblicate nel terzo volume di Considerazioni esoteriche su nessi karmici, Ed. Antroposofica, Milano, 1997:

«Ma ciò che Rudolf Steiner non permetteva, era di arzigogolare combinazioni e ipotesi, e di riempire le lacune con la fantasia, nella cosiddetta investigazione spirituale. Egli chiamava ciò non serio; e questo lo muoveva a sacro sdegno. Con calde parole egli pregava gli ascoltatori di non accostarsi al contenuto delle conferenze sul karma con animo curioso e avido di sensazioni. Ciò che importa sono le concatenazioni, il modo come si getta luce sui fatti, spiegandoli e facendoli apparire nella loro necessaria coerenza. Soprattutto deve tacere l’elemento personale; non potrebbe sorgere altro che gravissimo danno dall’accostarsi allo studio delle questioni karmiche spinti da motivi personali, da interessi personali o di gruppo. Egli non si peritava di dire che sarebbe “una peste”, se cose siffatte venissero portate in giro in maniera personale o con speciali ragioni. Il Maestro esoterico aggrava il suo karma con quello dei discepoli. Noi dovremmo riflettere profondamente su questa questione».

«Doch was Rudolf Steiner nicht gestattete, waren Kombinationen, Hypothesen oder lückenausfüllende Phantasie bei sogenannter geistiger Forschung. Das nannte er unernst. Und darüber konnte er heilig zürnen. Eindringlich bat er die Zuhörer, sich nur ja nicht mit sensationshungriger Neugierde dem Inhalte der Karma-Vorträge seelisch zu nähern. Auf die Zusammenhänge käme es an, auf die Art, wie Licht fällt auf Tatsachen, sie erklärt und in ihrer notwendigen Folgerichtigkeit erscheinen lässt. Vor allem müsse das Persönliche schweigen; wenn aus persönlichen Motiven, mit persönlichen oder Gruppen-Interessen an das Studium von Karma-Fragen herangetreten würde, könne nur das grösste Unheil entstehen. Ja, er scheute sich nicht zu sagen, dass, wenn in sensationeller oder Absichten verfolgender Art solches herumgetragen würde, es «eine Pest» wäre. Der esoterische Lehrer belastet sein Karma mit dem seiner Schüler. Wie hätten über diese Frage tief nachzudenken».

Curioso fenomeno davvero quello di colui che, dopo aver confessato di essere incapace di percezione spirituale diretta, si pone a Capo di una miriade di organizzazioni occulte, di un vero e proprio network esoterico, e si impanca ad “Istruttore spirituale”, e diffonde on-line “dottrine”, “esercizi” e “pratiche”, rivolgendosi a persone ch’egli neppure conosce, e che forse, anzi in molti casi, probabilmente, neppure mai conoscerà!

Ma la fantasiosa e fallace identificazione – una sciocca, superficiale, fisima, che in anime impreparate e poco consapevoli si trasmuta in velenosa menzogna – tra Rudolf Steiner e Christian Rosenkreutz, oltre per le su esposte considerazioni di “metodo”, cade per la smentita che ne fa lo stesso Rudolf Steiner, infatti nel su citato libro di Margarete ed Erich Bockholt vi è un capitolo, pp. 55-62, intitolato Zwischen Tod und neuer Geburt, ossia Tra morte e nuova nascita, ed un capitolo successivo, pp. 63-69, intitolato Gralszeit, Epoca graalica, dal quale risulta – vengono riportate le comunicazioni di Rudolf Steiner ed anche il facsimile di suoi scritti autografi – chiarissimamnete come egli non fosse incarnato sulla Terra al tempo del Mistero del Golgotha, a differenza di Lazzaro-Giovanni.

***

Una questione molto – veramente molto – più delicata riguarda, poi, la prima Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner nel 1904, e da lui, poi, all’inizio della prima guerra mondiale – sciolta in tutte le sue sezioni e parti nel 1914. Il discorso sulla Scuola Esoterica è veramente delicato perché la storia di essa ha dato luogo a molteplici profanazioni, a tradimenti, ed oggi persino a vere e proprie imposture.

Cominciamo con quanto il nostro “mistagogico Istruttore”, che alcuni amici mi dicono scriverebbe eziandio con lo pseudonimo di “Efesto”, in un articolo intitolato Rudolf Steiner e Alexander von Bernus. Su alcuni aspetti della sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica, apparso nella rubrica Il Maestro e l’Opera, sul numero di dicembre 2019 della rivista online L’Archetipo. L’autore del detto articolo, che mi dicono potrebbe essere davvero una stessa persona che celantesi sotto ambedue gli pseudonimi, Efesto e N.R. Ottaviano, fa una serie di affermazioni che è facile dimostrare esser esse tutte rigorosamente false. Infatti, parlando della Sezione conoscitivo-cultica della Scuola Esoterica, ossia della cosiddetta “Mystica Aeterna”,  egli così scrive a p. 36:

«Poco però si conosce, nonostante le numerose pubblicazioni sull’argomento – la maggior parte delle quali sono state anche tradotte in italiano dalla casa editrice antroposofica – sul cosiddetto “culto cognitivo” creato da Rudolf Steiner e denominato anche Misraim Dienst (Servizio a [sic!] Misraim) o Mystica Aeterna.

Questa ristretta cerchia, comprendente un piccolissimo numero di persone, si sviluppò inizialmente all’interno della “Massoneria egizia degli alti gradi” in modo assolutamente indipendente dalla Società Antroposofica Universale (che Steiner fondò diversi anni dopo la creazione del culto cognitivo) e che sopravvive tuttora».

Rudolf Steiner non sviluppò affatto la Mystica Aeterna, come qui e altrove afferma Efesto-N.R. Ottaviano, all’interno della Massoneria Egizia degli Alti Gradi, perché essa nacque, si sviluppò, e rimase sempre e solo all’interno della Scuola Esoterica, che non era affatto – ed è Rudolf Steiner stesso, come abbiamo visto ed ulteriormente vedremo, ad affermarlo per iscritto – un Ordine, e tantomeno un Ordine MassonicoNon è affatto vero che si trattava di una ristrettissima cerchia, di un “piccolissimo numero di persone”, perché nel periodo di massima espansione in Germania e paesi limitrofi, della Società Teosofica prima, e della Società Antroposofica – quella fondata il 28 dicembre 1912, diretta da Marie Steiner, Michael Bauer e Carl Unger, nella quale Rudolf Steiner non solo non rivestì mai veruna carica, ma non era neppure iscritto, svolgendo nei confronti di essa unicamente un’attività di consigliere e conferenziere – poi, il numero dei soci arrivò ad essere di circa 3000 membri. Di questi, circa 800 appartenevano – come “discepoli occulti” che avevano un diretto rapporto iniziatico con Rudolf Steiner, riconosciuto da loro come Maestro – alla sua Esoterische Schule, alla rosicruciana Scuola Esoterica. Circa 600 di questi, oltre che alla prima Classe o Sezione della Scuola Esoterica, appartennero alla seconda Classe, o Sezione conoscitivo-cultica, formante la “Mystica Aeterna”: davvero non pochi, sia percentualmente che in assoluto, se si pensa al fatto che essa durò solo dal 1906 al 1914, mentre alla morte di Massimo Scaligero, nel gennaio del 1980 dopo decenni di intensa, alacre attività, i discepoli diretti in tutta Italia erano solo poche centinaia, e tra essi sicuramente non vi era, mi dicono, il vulcanico “Efesto”.

Evidentemente, il nostro “vulcanico Istruttore” giuoca sulla differenza tra la Società Antroposofica del 1913, diretta da Marie Steiner, Carl Unger e Michael Bauer, all’interno della quale già vi era la Scuola Esoterica con le sue tre Sezioni, e la Società Antroposofica Universale, fondata, questa, o meglio rifondata, da Rudolf Steiner col Convegno di Natale del 1923: un anno dopo l’incendio del Goetheanum, avvenuto la notte di San Silvestro del 1922. Efesto sa benissimo di mentire e di barare, giocando sulle date. Lo fa, cercando di negare la natura antroposofica della Mystica Aeterna, e di accreditare, di converso, una pretesa “natura massonica” ch’essa non ha mai avuto. Ed è falso, falsissimo, che la Mystica Aeterna sopravviva ancora, perché – come vedremo dai testi che citerò – essa venne ritualmente, solennemente sciolta, e occultamente “sigillata”,  in Germania e altrove, da Rudolf Steiner e da lui mai più riaperta. Come ho già avuto modo di rilevare, quella della Mystica Aeterna, oggi, è una “via ostruita”. Quel che oggi ne viene presentato al mondo, e per di più sotto “veste massonica”, in varie parti di Europa – ne ho vari documenti probanti – è una sceneggiata ad uso degli ingenui e degli sprovveduti, ossia è una vera e propria impostura. Come avremo modo di constatare.

Ch’egli, il nostro vulcanico “Istruttore”, per far baluginare, anche in senso cronologico, una sorta di “primogenitura” della “Mystica Aeterna”, da lui spacciata per “Massoneria Egizia”, mistifichi sulle date, lo si può vedere là dove, dopo aver parlato del «il pensiero, che inverandosi e divenendo “pensiero libero dai sensi”, consente all’investigatore di entrare in contatto con i mondi superiori», così aggiunge a p. 37:

«Ciò non astrattamente, ma attraverso una serie di esercizi animico-spirituali che Steiner fornì in modo dettagliato prima ai membri del culto cognitivo, poi a quelli della cosiddetta “Classe Esoterica”, che nelle intenzioni del Maestro doveva essere articolata in tre classi, ma che, per una serie di circostanze, rimase circoscritta unicamente alla prima».

Ciò è rigorosamente falso, falsissimo, perché gli esercizi dettagliati per il conseguimento della conoscenza dei Mondi Spirituali furono dati da Rudolf Steiner prestissimo, già a partire dalla sua adesione alla Società Teosofica, nel 1902, come testimoniano le conferenze per i soci di detta Società, e soprattutto come testimoniano gli articoli da lui scritti, a partire dal 1903, e pubblicati sino al 1908 sulla rivista Luzifer prima, e poi LuziferGnosis, articoli che furono raccolti poi in due libri: una parte dal loro Autore in Wie erlangt man Erkenntnisse der höheren Welten, tradotto in italiano col titolo L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, e un’altra da Marie Steiner in Die Stufen der der höheren Erkenntnis, I gradi della conoscenza superiore. Questi due libri, che vanno molto nel dettaglio, sono testi affatto pubblici, che chiunque può leggere, e – senza necessità veruna di aderire ad una qualsivoglia Organizzazione, od Ordine Occulto – praticare sino a giungere, in maniera autonoma, all’esperienza spirituale diretta. Un altro libro, scritto già nel 1909, Die Geheimwissenschaft im Umriss, e come i precedenti tradotto innumerevoli volte in inglese, francese, ed eziandio numerose vòlte in italiano col titolo La Scienza Occulta nelle sue linee generali, Laterza, Bari, 1924, 1932, 1947, e poi dal 1969, molte altre vòlte dalla benemerita Editrice Antroposofica di Milano, nel suo quinto capitolo, La conoscenza dei mondi superiori (Dell’iniziazione), che nella prima edizione milanese, quella del 1969, va da p. 243 a p. 321 – ben 78 pagine – non contiene il minimo accenno alla necessità di aderire ad una qualsivoglia Organizzazione, Società o Ordine iniziatico. E non lo fa neppure in Teosofia, Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, che è del 1904, e nemmeno non lo fa in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, del 1912, o ne La soglia del mondo spirituale, del 1913. Queste due ultime opere apparvero in lingua italiana, nella precisa traduzione di Emmelina de Renzis, nel volume Verso i mondi spirituali, Gius. Laterza & Figli Editori, Bari, 1928, e Tilopa, Roma 2002. In nessuna di quelle opere si parla, neppure per accenni, della necessità di collegarsi con qualsivoglia Ordine o Società Iniziatica.

In tutti questi libri, la disciplina occulta viene esposta in maniera particolareggiata, tanto ch’essa potrebbe essere seguita anche unicamente basandosi sui propri sforzi, e in relativa solitudine. E anche in molti cicli di conferenze sia pubbliche, sia in quelle riservate ai membri della cerchia teosofico-antroposofica, non si parla mai di un necessario collegamento con uno specifico organismo iniziatico, per seguire il sentiero dell’Iniziazione. Chiaramente, coloro che divenivano discepoli direttamente collegati con Rudolf Steiner, da essi considerato Maestro, ricevevano esercizi, mantram, temi di meditazione, e particolari “comunicazioni” durante le “lezioni esoteriche”, e ciò era di grande importanza. Ma, se analizza il materiale dei vari gradi della Mystica Aeterna, ci si accorge che a parte la rituaria cultica, ed una esposizione del significato della Leggenda del Tempio – sulla quale veniva data una meditazione – e degli strumenti simbolici, non venivano prescritti particolari esercizi, ché, appartenendo i partecipanti alla Scuola Esoterica, ne avevano già ricevuti in abbondanza. Certamente, parole, gesti, e atti svolti nelle cerimonie simboliche, erano un importante tema di meditazione per coloro che erano ammessi ad esse. Ma la stessa Leggenda Aurea, la Leggenda del Tempio, erano state già ampiamente esposte e commentate nella Prima Classe, alla quale tutti i membri della Mystica Aeterna obbligatoriamente appartenevano, da Rudolf Steiner, che ne faceva approfondita esegesi, e sulla quale ritornò numerose vòlte.

Un’altra serie di palesi non verità, di dimostrabili menzogne, le troviamo in ciò che Efesto, sempre a p. 37, scrive a proposito dei rapporti di Rudolf Steiner con Helena Petrovna Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica. Infatti, costui scrive:

«Per il Maestro dei Nuovi Tempi, inoltre, fu anche molto importante (di là da alcuni limiti che tale personalità possedeva) l’incontro con Helena Petrovna Blavatsky [sic!], fondatrice della Società Teosofica. Steiner entrò in grande familiarità con la veggente russa, fino a diventare il segretario generale della Società Teosofica tedesca. L’incontro con la Blavatsky gli permise di approfondire lo studio della spiritualità orientale, soprattutto il buddhismo e l’induismo, penetrando nella dottrina del karma e della reincarnazione, in quella dei “corpi sottili” e dei centri energetici, o “chakra”. Rudolf Steiner fu sempre grato a Madame Blavatsky, nonostante alcuni aspetti piuttosto “stravaganti” del metodo d’investigazione spirituale utilizzato dalla nobildonna russa, frutto probabilmente di una sua certa predisposizione medianico-lunare, peraltro frequente in alcune tipologie femminili. Egli le riconobbe sempre serietà e competenza in campo spirituale, anche se egli non poteva non essere consapevole di sovrastarla enormemente in grandezza. La fondatrice della società teosofica apparteneva anch’essa alla libera muratoria: venne iniziata al 66° grado del Rito Egizio di Memphis da Giuseppe Garibaldi alla vigilia della battaglia di Mentana, alla quale la coraggiosa nobildonna russa, che nutriva una enorme venerazione per il Generale, partecipò. È verosimile, se non assolutamente certo, che Steiner venne a conoscenza della Massoneria egizia grazie a lei».

È falso, falsissimo, che Rudolf Steiner abbia mai incontrato Madame Blavatsky, che abbia avuto familiarità con lei, che abbia da lei appreso e approfondito le dottrine orientali, le dottrine del karma, della reincarnazione, dei “corpi sottili”, dei “chakra”, che sono organi spirituali, e non “centri energetici”. È falso, falsissimo, che Madame Blavatsky sia stata iniziata da Giuseppe Garibaldi al 66° grado del Rito Egizio di Memphis – che nella nomenclatura di Étienne Marconis de Nègre, fondatore del Rito Orientale di Memphis, porta la denominazione di “Sublime Kavi” – così come è falso, falsissimo, che Rudolf Steiner sia venuto a conoscenza grazie alla Blavatsky della “Massoneria Egizia”.  Sfido l’immaginifico “Efesto” a dimostrare, ovviamente documentadole e non solo enunciandole, le sue alquanto fantasiose affermazioni, il quale così continua:

«Occorre dire subito che a tale società aderì anche la compagna di vita di Steiner, Marie von Sivers, e proprio grazie ai suoi quaderni di appunti è stata possibile la pubblicazione del testo Dai contenuti della Sezione Cultico-Conoscitiva della Scuola Esoterica dal 1904 al 1914 (Editrice antroposofica, Milano 2017) pubblicato in lingua tedesca esattamente trent’anni prima (1987) a cura di Hella Wiesberger, già responsabile del Lascito Rudolf Steiner ed esecutrice testamentaria di Marie Von [sic, per von!] Sivers Steiner».

È falso, falsissimo, che sia stato possibile ricostruire, e poi pubblicare, i testi della Mystica Aeterna «grazie ai quaderni di appunti» di Marie Steiner, dando in tal modo al candido lettore di Efesto una impressione di lacunosa frammentarietà di tali testi, i quali, invece, sarebbero posseduti nella loro integralità – a suo dire, naturalmente – dal nostro “mistagogico Istruttore”, perché oltre alle trascrizioni di Marie Steiner, vi sono i testi autografi di Rudolf Steiner, e l’intera documentazione di Emil Leinhas, stretto collaboratore di Rudolf Steiner e di Marie Steiner. Ed è inesatto che all’epoca della pubblicazione del volume 265 – e non 264, come si ostina a scrivere un po’ dovunque costui –  della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia del Dottore, Hella Wiesberger – che Efesto, sicuramente, non ha mai conosciuta – fosse la responsabile della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia del “Lascito”, perché di tale Sodalizio, fondato da Marie Steiner prima della sua dipartita, fu presidente prima Hans Werner Zbinden, e poi, dopo la scomparsa di Zbinden, Gian Andrea Balastèr, docente di Fisica ed ex-rettore del Politecnico di Winterthur (da me ben conosciuto), i quali ne condividevano la responsabilità col Vorstand, ossia con la Direzione del suddetto Sodalizio. Ed è falso, falsissimo, che Hella Wiesberger fosse l’esecutrice testamentaria di Marie Steiner, visto che, alla dipartita di questa la Wiesberger, era ancora giovanissima: aveva, infatti, solo 28 anni, essendo nata a Monaco di Baviera il 20 ottobre 1920, ed era “approdata” da pochissimo a Dornach, in terra svizzera. Probabilmente, avrò modo di scrivere nuovamente sulla sua figura di discepola fedele della Scienza dello Spirito, asceta luminosa, e storica competente.

Assolutamente sciocche, e calunniatorie nei confronti di Hella Wiesberger, sono le annotazioni che Efesto fa in un ulteriore paragrafo della medesima pagina 37, ossia:

«Per amore di verità, devo anche dire che la decisione della Signora Wiesberger di rendere pubblici i rituali della Mystica Aeterna non mi trova assolutamente concorde (anche perché essi sono largamente incompleti, semplicemente perché la curatrice della predetta opera non li possedeva, in quanto non è sufficiente accudire devotamente un grande Iniziato per divenire lui stesso Iniziato) e credo anche di poter affermare con una certa sicurezza che Steiner non avrebbe gradito una cosa del genere. Ma è anche vero che viviamo in un’epoca in cui tutto deve essere svelato e messo a disposizione dei seri cercatori, per questo a mia volta metterò a disposizione dei lettori dell’Archetipo la mia esperienza ultratrentennale di studio su questo complesso argomento. Diciamo comunque che la signora Wiesberger (un’ottima persona che incontrai più volte negli anni ’90 dello scorso secolo) non fece mai parte della Mystica Aeterna né di alcuna cerchia massonica, a differenza di alcuni importantissimi esponenti della Società Antroposofica Universale, che però non hanno voluto rivelare, fino a che erano in vita, la loro appartenenza a quella cerchia: rispetto la loro volontà e la comprendo, ben conoscendo attitudini e mentalità imperanti negli ambienti esoterici».

È falso, falsissimo, sottilmente calunnioso, quanto afferma Efesto a tale proposito. Anzitutto, perché la decisione di pubblicare l’intero lascito della Scuola Esoterica non fu affatto presa dalla “Signora Wiesberger” – come qui la chiama Efesto – bensì dalla stessa Marie Steiner, e questo risulta dai documenti di fondazione della Rudolf SteinerNachlassverwaltung, ovvero del Lascito di Rudolf Steiner, redatti dalla stessa Signora Steiner, che io possiedo in originale, donatimi nell’aprile del 1985, già in occasione del nostro primo incontro, proprio da Hella Wiesberger, e che posso produrre in qualsiasi momento. Fu Marie Steiner stessa a volere – di fronte alla decadenza, ed ai tradimenti, della Società Antroposofica Universale, caduta nelle mani di figure oscure e criminali della “cricca” di Steffen e Wachsmuth – la Signora Steiner definì, in lettere in mio possesso, certe azioni: “metodi da gangsters” – la pubblicazione dell’intero lascito della Scuola Esoterica, oltre che delle opere di Rudolf Steiner, vergognosamente saccheggiate, e deformate da Albert Steffen e complici. Infatti, fu la Signora Steiner a curare personalmente la pubblicazione dei tre volumetti dal titolo Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, stampati a Dornach, rispettivamente, il primo nel 1947 e 1949, il secondo nel 1948 e 1949, mentre il terzo uscì postumo nel 1951, e divenuti noti in Italia come i “Quaderni Esoterici”.  

Nella Società Antroposofica era allora in atto un duplice processo: da una parte, di emarginazione di Marie Steiner, e di coloro che nei suoi confronti si rivelarono essere amici fedeli; dall’altra, quella che fu, giustamente, chiamata in tedesco “eine akute Ästhetisierung” – un processo di “estetizzazione acuta” – e di “intellettualizzazione” dell’Antroposofia, con la sostituzione progressiva dei contenuti originari donati da Rudolf Steiner con quelli partoriti dalla vanità di Albert Steffen, dalla sua brama di potere, dal suo protagonismo: in ciò secondato dai suoi fanatici seguaci, nonché dall’opportunismo di molti altri, dirigenti o meno, all’interno della Società Antroposofica. Ciò portò alla critica più violenta nei confronti della “Via” operativa di realizzazione spirituale mediante gli esercizi, e all’aperto sabotaggio all’interno della Società Antroposofica dei suddetti “Quaderni Esoterici”. I “Quaderni” in séguito vennero ripubblicati, in forma ancora più ricca dal punto di vista dei contenuti operativi, per la prima vòlta nel 1968 a cura di Günther Schubert, stretto collaboratore di Marie Steiner, e Hella Wiesberger, la quale nei decenni successivi continuò a lavorare instancabilmente alla pubblicazione – secondo la dichiarata volontà della Signora Steiner – dell’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, oltre che al resto dell’Opera di lui. Ed ecco cosa scrive Hella Wiesberger nella Postfazione, alle pp. 165-166, dell’edizione da lei curata di Rudolf Steiner, Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», ossia dei citati “Quaderni Esoterici”, pubblicati anche in italiano dall’Editrice Antroposofica in una traduzione che, purtroppo, per vari motivi, non si può certo dire “felice”, per cui ho preferito ritradurre il paragrafo in questione, e citare l’originale tedesco :

«Nell’anno 1947, 33 anni dopo lo scioglimento causato dalla prima guerra mondiale e due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Marie Steiner iniziò, su preghiera dei soci della Società Antroposofica, a  pubblicare i contenuti fondamentali della Scuola Esoterica, per contrapporre qualcosa del metodo iniziatico di Rudolf Steiner alle numerose pubblicazioni relative a pratiche di  discepolato orientale (Yoga e altre): «Allora, vista l’esistenza di prudenti consigli dati personalmente da Rudolf Steiner, volli provvedere al fatto di dare qualcosa che provenisse dalla corrente rosicruciana, più corrispondente nell’epoca attuale dei decadenti metodi tibetani e indiani… Ritengo che qualcosa del genere sarebbe necessario soprattutto in Germania, come antidoto alle ricette tibetane e americane sulla respirazione …», (M. Steiner, lettera del 1° febbraio 1948). Un primo quaderno apparve nel 1947, un secondo nel 1948 e un terzo, da Marie Steiner curato fino a poco tempo prima della morte, nel 1951. Con questi tre quaderni, grazie a Marie Steiner, vennero pubblicati gli esercizi fondamentali,  soprattutto quelli universalmente assegnati nella Scuola Esoterica. In questa nuova edizione, la sua redazione è stata solo, di quando in quando, integrata e un po’ raggruppata».

«Im Jahre 1947, 33 Jahre nach dem Aufhören der Esoterischen Schule durch den Ersten Weltkrieg und zwei Jahre nach der Beendigung des Zweiten Weltkrieges, ging Marie Steiner daran, auf Bitten von Mitgliedern der Anthroposophischen Gesellschaft, die wesentlichsten Inhalte aus der Esoterischen Schule zu veröffentlichen, um den damals zahlreich in Erscheinung tretenden Publikationen östlicher Schulungspraktiken (Yoga u. a.) etwas aus der europäischen Schulungsmethode Rudolf Steiners entgegenzusetzen: «Nun wollte ich durch das Vorhandensein solcher vorsichtigen und von Dr. Steiner persönlich gegebenen Ratschläge dafür sorgen, daß aus der Rosenkreuzer Strömung heraus etwas gegeben werden kann, was der Zeit mehr entspricht als die tibetanischen und indischen dekadenten Methoden . . . Ich denke mir, daß man besonders in Deutschland so etwas brauchen würde als Gegenstück zu den tibetanischen und amerikanischen Atmungsrezepten», (Marie Steiner, Brief vom 1. Februar 1948.) Ein erstes Heft erschien 1947, ein zweites 1948 und ein drittes Heft, an dessen Gestaltung sie noch kurz vor ihrem Tode arbeitete, erschien im Jahre 1951. Da mit diesen drei Heften die wesentlichsten, vor allem innerhalb der Esoterischen Schule allgemein gegebenen Übungen durch Marie Steiner veröffentlicht waren, wurde die von ihr vorgenommene Zusammenstellung in dieser Neuausgabe lediglich durch einiges Ergänzende erweitert und etwas umgruppiert».

Non è affatto credibile la “fiaba”, raccontata da Efesto, di “alcuni importantissimi esponenti della Società Antroposofica Universale” appartenenti ad una supposta sopravvivenza della Mystica Aeterna, della quale – a suo stesso dire – farebbe parte eziandio il nostro Efesto. Ma proseguiamo nella disamina dell’articolo di Efesto, il quale, alle pp. 37-39, fa delle affermazioni false, falsissime, almeno dal punto di vista della verità storica, per non parlare di quella spirituale, su John Yarker, ch’egli dipinge come «amico intimo» di Rudolf Steiner, e come “segretario” della Società Teosofica in Inghilterra:

«Entrando nel merito dell’argomento di questo articolo, come sanno gli storici della Massoneria, Giuseppe Garibaldi, a Napoli [sic!, in realtà da anni, date le sue precarie condizioni di salute, non si muoveva da Caprera] nel 1881, riuscì a unificare i due riti massonici di Memphis e Misraim in un unico Rito denominato appunto “Rito unito di Memphis e Misraim”. […] Il Gran Maestro della Gran Bretagna era un amico personale [sic!] di Rudolf Steiner, ovvero John Yarker, titolare di una patente di 95° grado del Memphis rilasciatagli nel 1872 da Seymur [sic!, per Harry J. Seymour], sovrano Gran Maestro del Memphis degli Stati Uniti. Yarker era anche il segretario della Società Teosofica per l’Inghilterra. Nel 1902 [sic!] lo stesso Yarker venne nominato Gran Jerofante Universale del Rito Unito, dopo la morte di Garibaldi, evento quest’ultimo occorso nel 1882 e seguito da un periodo piuttosto confuso, anche grazie alle vicende causate dalle mistificazioni anti massoniche operate da Leo Taxil. Yarker era in stretti rapporti con H.P. Blavatsky, la quale, come abbiamo visto, era a sua volta legatissima al Generale. Tra queste due ultime personalità esisteva una profonda comunione spirituale, basata sull’assoluto rispetto reciproco e su di un vero e proprio amore fraterno».

Falso, falsissimo, che John Yarker fosse il segretario della Società Teosofica in Inghilterra. È bensì vero che Yarker si conobbe personalmente con Madame Blavatsky, ma da lei egli fu nominato semplicemente “membro onorario” della Società Teosofica, e non “segretario” della stessa in Inghilterra, il che è una cosa completamente diversa. Da parte sua, John Yarker concesse ad Helena Petrovna Blavatsky, il 24 novembre 1877, il grado di “Princesse Couronnée”, che è il più elevato grado di “adozione”, ossia della forma particolare della suo Rito Antico e Primitivo, del Rito di Misraim e Memphis, dedicata alle donne. Falso, falsissimo, che Rudolf Steiner e John Yarker fossero “amici personali”. In realtà, essi non si incontrarono mai, né risulta che vi sia stato mai alcun rapporto epistolare tra loro. È perlomeno inesatto, che John Yarker fosse stato nominato solo nel 1902 Gran Hierophante Generale del Rito Orientale di Memphis, visto che sin dal 1881 egli si proclamava tale dell’Antico e Primitivo Rito Orientale della Massoneria, ossia appunto del Rito di Memphis e Misraim. Ma il nostro facondo affabulatore Efesto arriva a scrivere addirittura che: 

«Rudolf Steiner ricevette dallo Yarker [falso!, in realtà la ricevette da Theodor Reuss] una patente di 96° grado del Rito Unito di Memphis e Misraim, insieme alla richiesta [falso!], da parte del nuovo Gran Jerofante, di svolgere un’azione di rettificazione spirituale all’interno di quella obbedienza massonica. Non era in definitiva Steiner ad avere bisogno della Massoneria, bensì la Massoneria ad avere bisogno di lui!».

E sulla base di questa “spiritosa invenzione” – sempre per usare un’espressione decente – Efesto racconta, pour épater le bourgeois, la “fiaba” di una frequentazione da parte di Rudolf Steiner delle logge di Rito Egizio. Ecco che cosa costui ha la sfrontata temerarietà di scrivere a p. 39:

«Il primo atto della collaborazione tra Yarker e Steiner furono alcune conferenze tenute dal Maestro a beneficio degli appartenenti al Rito egizio. Il Maestro dei nuovi tempi si mise al lavoro con l’abnegazione e l’entusiasmo che gli erano propri, e soprattutto tra il 1904 e il 1909, ma anche successivamente, Egli deliziò [sic!] i massoni tedeschi [sic! falso!] con alcune bellissime conferenze che sono state poi raccolte nei due volumi tradotti in italiano con il titolo La leggenda del Tempio e Natura e scopo [sic!, per scopi] della Massoneria (Opera Omnia N° 93, Editrice Antroposofica), e nel volume tradotto in italiano con il titolo Elementi Fondamentali dell’Esoterismo (Opera Omnia N° 93a)».

Tutto ciò è falso, falsissimo, perché mai, ripeto mai, Rudolf Steiner mise piede in una “loggia egizia”, già per il semplice motivo che in Germania le suddette “logge egizie” erano state organizzate e dirette da Theodor Reuss, individuo di pessima moralità, totalmente inaffidabile, col quale Rudolf Steiner ebbe un brevissimo contatto unicamente in occasione della cerimonia del rilascio –  appunto da parte di Reuss, e non di Yarker – della “patente”, che lo autorizzava a formare la propria cerchia della Mystica Aeterna, la quale non venne mai – ripeto mai – messa in un qualsivoglia rapporto col sedicente “Rito egizio”, che Reuss dirigeva in Germania. A tale proposito, vi è tutta una documentazione che dimostra come lo stesso Reuss scrivesse frequentemente a Rudolf Steiner e all’allora Marie von Sivers, lamentandosi di non avere ricevuto mai, neppure una sola vòlta, una qualsivoglia risposta alle sue ripetute lettere. A Rudolf Steiner interessava unicamente un collegamento indiretto con John Yarker, che, tuttavia, personalmente non incontrò mai. Le “conferenze”, raccolte nell’O.O. 93, cui allude Efesto nel suo articolo, non furono tenute affatto per «per deliziare i massoni tedeschi» nelle loro tornate di loggia, bensì furono “lezioni” da lui tenute ai suoi discepoli nella Società Teosofica, all’interno della prima Sezione della Scuola Esoterica, in vista della futura, eventuale, formazione di una Sezione cultica, che come Mystica Aeterna nacque effettivamente solo nel corso del 1906. Quanto ai contenuti dell’O.O. 93a, ossia del volume dal titolo Grundelemente der Esoterik, Elementi fondamentali dell’Esoterismo, tradotto in maniera non sempre felice, e pubblicato dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2018, si tratta, anche in questo caso di “lezioni” tenute da Rudolf Steiner ad una serie ristretta di discepoli, che avevano delle responsabilità all’interno dell’allora Società Teosofica tedesca, e in tutto il libro la parola “massoneria”, in 298 pagine, non compare neppure una sola volta. Ma l’immaginifico Efesto, imperterrito, a p. 40, così continua: 

«Ora, durante tali conferenze e nei lavori di alcune officine del Rito egizio, Steiner conobbe un giovane e brillante poeta, nonché precocissimo studioso dell’alchimia e della spagiria: il barone tedesco Alexander von Bernus. Nonostante la giovane età, von Bernus faceva già parte di diversi cenacoli occulti: oltre che della Massoneria egizia egli faceva anche parte del Rito scozzese antico ed accettato, nonché della Societas Rosicruciana in Anglia fondata da Robert Wentworth Little. Degli stessi contesti faceva parte il grande scrittore ed esoterista Gustav Meyrink». 

Falso, falsissimo, pura invenzione, che Rudolf Steiner facesse la conoscenza di Alexander von Bernus «nel corso di tali conferenze e nei lavori di alcune officine del Rito egizio». Falso, falsissimo, pura invenzione, il fatto che il giovanissimo Alexander von Bernus facesse parte, oltre che della Massoneria “egizia”, anche del Rito Scozzese Antico Accettato, che – tra l’altro – per Statuto, non accetta la “doppia appartenenza” dei propri adepti ad altri Riti massonici. Falso, falsissimo, che il von Bernus facesse parte altresì della Societas Rosicruciana in Anglia, la quale – allora, come oggi del resto, sempre per Statuto – accetta nel proprio seno al massimo 144 Maestri Massoni,  regolarmente appartenenti, attivi e quotizzanti, alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Del resto, non vi è prova alcuna che Alexander von Bernus si sia mai fatto iniziare in una loggia di una qualsiasi Obbedienza massonica allora presente in Germania o altrove.

Tutto il discorso di Efesto, circa la partecipazione di Alexander von Bernus alle «conferenze e nei lavori di alcune officine del Rito egizio», naufraga miseramente sulla banale circostanza che questi conobbe Rudolf Steiner soltanto nell’autunno del 1910, e non prima. Quindi molti anni dopo le “lezioni” del 1904 e del 1905, che furono tenute per i membri della Scuola Esoterica, e niente affatto nelle «logge del Rito Egizio» di Theodor Reuss, col quale  – a parte il brevissimo contatto in occasione della cerimonia del rilascio della “patente”, e dei “diplomi”, che, in séguito, nel 1914, Rudolf Steiner e Marie von Sivers stracciarono come “segno” di chiusura della Sezione cultico-simbolica – non volle avere, né prima né dopo, assolutamente nulla a che fare. E non sono unicamente io ad affermare ciò, perché così possiamo leggere nella biografia del poeta bavarese, pubblicata su Anthrowiki:

«In questi anni Alexander von Bernus iniziò con i primi tentativi alchimistici. Nell’autunno del 1910. Egli incontrò a Monaco Rudolf Steiner. L’incontro fu caratterizzato da reciproca simpatia e, intorno al 1911, von Bernus entrò nella Società Teosofica. Von Bernus rispettava e ammirava Steiner senza riserve, ma in seguito fu estremamente critico nei confronti degli antroposofi e della Società Antroposofica».

«In diesen Jahren begann Alexander von Bernus mit ersten alchemistischen Versuchen. Im Herbst 1910 begegnete er in München Rudolf Steiner. Die Begegnung war von beiderseitiger Sympathie geprägt, und um 1911 trat von Bernus in die  Theosophische Gesellschaft ein. Von Bernus achtete und bewunderte Steiner rückhaltlos, stand aber später den Anthroposophen und der Antroposophische Gesellschaft äußerst kritisch gegenüber».

Una ulteriore, e a fortiori decisiva, testimonianza dell’incontro di Alexander von Bernus con Rudolf Steiner avvenuto soltanto nel 1910, e non prima, fatto che rende assolutamente inattendibile la fantasiosa “ricostruzione” fatta da Efesto, la ricaviamo direttamente dalla nota biografica pubblicata sul sito della Soluna – e non Solunat, come scrive Efesto – ossia dei continuatori ed eredi dell’opera spagirico-terapeutica dell’alchimista bavarese, nella quale possiamo leggere:

«AMICIZIA CON RUDOLF STEINER. Alexander von Bernus incontrò Rudolf Steiner per la prima volta nel 1910 a Monaco. La reciproca simpatia si trasformò in una mutua profonda e stimolante amicizia, fino alla morte di Rudolf Steiner nel 1925. – Rudolf Steiner fornì numerosi articoli sulla rivista trimestrale “Das Reich” [sc., “Il Regno”], edita da Alexander von Bernus».

«FREUNDSCHAFT MIT RUDOLF STEINER. Alexander von Bernus begegnete Rudolf Steiner zum ersten Mal 1910 in München. Die gegenseitige Sympathie entwickelte sich zu einer tiefen und beidseitig anregenden Freundschaft, bis zum Tod von Rudolf Steiner im Jahre 1925. — Rudolf Steiner lieferte zahlreiche Artikel in der von Alexander von Bernus herausgegebenen Vierteljahresschrift „Das Reich“».   

Altra “fiaba”, tendente ad accreditare presso un ingenuo lettore, che non abbia accesso diretto alle fonti, oltre che una pretesa “competenza esoterica”, ed anche una particolare “attendibilità” dal punto di vista storico, del nostro Efesto, è quanto egli riferisce circa un’assidua frequentazione di Gustav Meyrink nei confronti di Rudolf Steinera suo dire – mediata da Alexander von Bernus. Infatti, così leggiamo sempre a p. 40:

«Secondo quanto mi è stato personalmente riferito dalla vedova del barone von Bernus, la signora Isa Oberlander [sic!, per Isolde “Isa” Oberländer], da me incontrata nel 1990, un terzo personaggio era spesso presente agli incontri tra Steiner e von Bernus: si tratta del grande scrittore e occultista Gustav Meyrink (autore di alcune celebri opere quali Il Golem, La faccia Verde, L’angelo della finestra di occidente) e del quale L’Archetipo si è già occupato in passato. Meyrink procurò al barone alcune rarissime opere di alchimia, scritte da Paracelso, Arnaldo da Villanova, Raimondo Lullo e Cornelio Agrippa. Tali opere ebbero certo i loro effetti nell’agile e profondo intelletto del von Bernus, come si può chiaramente intendere dalla lettura della sua Alchimia e Medicina (Edizioni Mediterranee, Roma), ove egli si mostra assai padrone della reale conoscenza alchemico-spagirica».

In realtà, Rudolf Steiner incontrò Gustav Meyrink solo una vòlta: allorché gli fece visita, andando a trovarlo alla sua casa sul lago Starnberg, né mai più si rividero. È dubbio per molti studiosi il fatto se Meyrink abbia mai ascoltato, anche una sola vòlta, una conferenza di Rudolf Steiner, o se ne abbia solo sentito parlare, o se, più semplicemente, ne abbia letto delle trascrizioni. Del resto, per quanto riguarda Meyrink, l’unico che parla di un favorevole rapporto di Meyrink nei confronti di Rudolf Steiner, dopo il loro incontro al lago Starnberg, a quel che mi risulta, è Piero Cammerinesi, il quale tuttavia non riporta fonti documentarie che testimonino un cotal radicale mutamento, e non ho trovato da nessuna parte altri riscontri di un tale mutamento di atteggiamento di Meyrink nei confronti del fondatore dell’Antroposofia. Se così fosse, e la cosa venisse provata, sarei il primo ad esserne felice. Ma, per ora almeno, l’attestazione di Efesto – per me, ma non solo per me – è da considerarsi un fiabesco parto della sua fertile fantasia.

Così si espresse Rudolf Steiner sul romanziere occultista, nel ciclo Gegenwärtiges und Vergangenes im Menschengeiste, Elemento passato e presente nello spirito umano, GA-167, Verlag der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Dornach, 1962, nel corso di una conferenza da lui tenuta il 13 aprile del 1916 a Berlino, p. 137, intitolata Die Uroffenbarung der Menschheit, La rivelazione primordiale dell’umanità:

«Voi avete oggi uno scrittore che può operare in cerchie più vaste, da una parte perché sa rendersi interessante di fronte alla gente, dato che in lui si trovano certe aperture verso il Mondo Spirituale di eccezionale ampiezza. Molte cose penetrano per suo tramite, solo che in lui tutto viene deformato, reso caricaturale, ma forse è proprio questo a renderlo interessante a molte persone dei giorni nostri. È grazie a ciò ch’egli ha l’opportunità di agire su questa gente, dato che dipinge, per così dire, in modo futurista, non da pittore, ma da scrittore. Se leggete Il Golem di Gustav Meyrink avrete dinanzi a voi qualcosa di cui si può soltanto affermare: qui irrompe veramente una corrente di vita spirituale, ma deformata e caricaturale in forme che possono essere più di danno che d’aiuto per chi non è ben saldo. Ma ciò si presenta come un fenomeno legato all’epoca. Si fa strada una corrente del Mondo Spirituale che vive nel breve ma ottimo racconto, Il Cardinale Napellus. Proprio ne Il Cardinale Napellus troverete certe conoscenze che l’uomo ha in modo meraviglioso circa alcuni peculiari giuochi della Cronaca dell’Akasha. E ciò, oltretutto, descritto senza quella arida e selvaggia vena futurista che risalta nel Golem. Qui trovate veramente – e tali manifestazioni si potrebbero contare a più non posso ai giorni nostri – che il Mondo Spirituale vuole farsi avanti. E appartiene semplicemente alla serietà a cui oggi siamo chiamati a comprendere questo lato della serietà, che porta ad un’apertura della nostra anima, del nostro cuore, della nostra testa alle correnti del mondo spirituale». 

«Da haben Sie heute einen Schriftsteller, der in weiteren Kreisen wirken kann, auf der einen Seite, weil er wirklich den Leuten interessant sein kann, weil sich ihm bis zu ganz außerordentlichen Weiten gewisse Zugänge zur geistigen Welt öffnen. Es strömt vieles in ihn ein, es wird in ihm nur alles verzerrt, karikiert, aber dadurch vielleicht gerade interessant für sehr viele Leute der Gegenwart. Und dadurch hat er die Möglichkeit, auf diese Leute zu wirken, denn er schildert geradezu futuristisch, nicht als Maler, sondern als Schriftsteller. Wenn Sie den «Golem» von Gustav Meyrink lesen, so haben Sie darin etwas, von dem man nur sagen kann: Gewaltsam bricht herein ein Strom des geistigen Lebens, aber verzerrt, karikiert, in Formen, wo es mehr schaden als nützen kann für denjenigen, der nicht fest steht. Aber es kommt als Zeitphänomen hinzu. Es bricht herein ein Strom von geistiger Welt, der fortlebt in der kleinen, ausgezeichneten Erzählung «Der Kardinal Napellus». Gerade in diesem «Kardinal Napellus» finden Sie gewisse Erkenntnisse, die der Mann hat von dem eigentümlichen Spielen der Akasha-Chronik und so weiter, in einer wunderbaren Weise. Das ist sogar ohne all die wüste, wilde Futuristik geschildert, die in dem «Golem» zutage tritt. Da finden Sie wirklich — und solche Erscheinungen könnte man viele und viele in der gegenwärtigen Zeit aufzählen —, die geistige Welt will herein. Und es gehört einfach zu dem Ernst, zu dem wir heute aufgefordert werden, daß man Verständnis gewinnt auch für diese Seite des Ernstes, der da führt zu einem Öffnen unserer Seele, unseres Herzens, unseres Kopfes gegenüber den Strömungen der geistigen Welt».

Non si può certo dire che Gustav Meyrink ricambiasse il giudizio, tutto sommato, al contempo, malgrado talune riserve, obbiettivo e generoso, del fondatore dell’Antroposofia. Infatti, egli lo derise – in una maniera che io trovo meschina (ed io sono un sincero ammiratore di Meyrink) – nella grottesca satira, ch’egli ne fece, nel 1913, in Meine Qualen und Wonnen im Jenseits, Miei tormenti e gioie nell’Aldilà, ove ritrae Rudolf Steiner come il Dottor Schmuser, spregiativo termine germanico che si usa per un adulatore, per un leccapiedi:

«Stavo ancora vagando per i prati quando la vista di una meravigliosa fata Morgana spazzò via il resto del mio scontento. Era il riflesso preciso di un evento terrestre, solo ancora più edificante, se fosse possibile: Il dottor Schmuser, l’incorreggibile profeta-in-ordinario e fondatore della società teosofico-antroposofica-rosicruciano-pneumatoterapeutica stava facendo la sua passeggiata igienica nelle nuvole, correggendo con una mano le bozze degli archivi Akashici che il caposquadra delle opere cosmiche aveva affidato a lui, mentre agitava instancabilmente l’altra per salutare gli dei. Dietro di lui vi era la sua guardia d’onore: dodici anziane signore squisitamente benestanti. Ancora una volta mi resi conto che guidava i fedeli; presumibilmente li stava scortando al nirvana…».

Del resto, Gustav Meyrink sempre più volle riconoscersi nella visione buddhista del mondo e del cammino spirituale, Testimoni ne sono un suo scritto Der Buddha ist meine Zuflucht , Buddha è il mio rifugio, del 1908, traduzione italiana a c. di Agnese Silvestri Giorgi, pubblicata nel 1920 nella raccolta Il baraccone delle figure di cera per la collana Scrittori italiani e stranieri di G. Carabba. del 1920, e la sua conversione ufficiale, avvenuta nel 1927, ma preparata appunto già da molti anni, dal Protestantesimo al Buddhismo Mahayana, come testimoniano tutte le sue biografie. Con queste premesse, riesce difficile dare credito a colui che si celerebbe dietro gli pseudonimi di N.R. Ottaviano e/o Efesto, circa il fatto che Rudolf Steiner, prima di morire avrebbe affidata – il condizionale è d’obbligo – la Mystica Aeterna anche ad una personalità, interessante quanto si vuole, ma tutto sommato ostile, come Gustav Meyrink, oltre che ad Alexander von Bernus, come mi è capitato più vòlte di leggere in quel che scrive il nostro Efesto. A tal proposito vedi la biografia di Theodor Harmsen, Der magische Schriftsteller Gustav Meyrink. Seine Freunde und sein Werk, Amsterdam, In de Pelikaan, 2008, 322 pp., e quella di Hartmut Binder: Gustav Meyrink. Ein Leben im Bann der Magie, Vitalis Verlag, Prag 2009, 784 pp., la recensione del libro di Hartmut Binder, Fesselnde Biographie von Gustav Meyrink, fatta sulla rivista antroposofica tedesca Die Drei, n° 11, 2010, pp. 82-84, da Tomáš Zdražil, il quale scrive: 

«Si può affermare in maniera relativamente univoca che la valutazione di Steiner da parte di Meyrink fu negativa. Almeno due volte Meyrink tentò di ridicolizzare letterariamente  Steiner. Cfr. la figura di Ezechiele ne La faccia verde, Lipsia, 1917», 

«Relativ eindeutig lässt sich sagen, dass Meyrinks Einschätzung von Steiner negativ war. Mindestens zweimal hat Meyrink versucht, Steiner literarisch lächerlich zu machen. Vgl. die Figur des Hesekiel in: Das grüne Gesicht, Leipzig 1917».

Molto interessante, a tale proposito, è anche la tesi universitaria di Eva Markvartová, Alchemistische Züge in den Romanen von Gustav Meyrink. Alchemistic features in the novels of Gustav Meyrink, Univerzita Karlova v Praze Filozofická fakulta. Ústav germánských studií Filologie – Germánské jazyky a literatury, 2010, 228 pp. 

Falso, falsissimo, quanto scrive Efesto nel suo articolo, a p. 41, ossia che : «Dopo qualche tempo Meyrink venne ammesso al culto cognitivo, continuando a rimanere in grande familiarità con Steiner che egli, come tutti, chiamava semplicemente “Herr Doktor” [sic!], fino al 1925, anno della scomparsa terrena del grande Iniziato austriaco, lavorando assieme a lui all’interno della Mystica Aeterna. La stima di Steiner nei confronti di Meyrink è anche testimoniata dalle affermazioni fatte dal Dottore nella conferenza di Berlino del 13 aprile 1916, nella quale egli afferma che le tematiche grottesche utilizzate da Meyrink nei suoi romanzi hanno lo scopo di trasmettere dei contenuti spirituali al lettore e sono il frutto della diretta visione [sic!] dell’Akasha posseduta dello scrittore praghese».

Falso, interamente falso, falsissimo, quanto costui scrive alle pp. 41-42: «È da sottolineare come, nel momento in cui Steiner decise di fondare la società antroposofica, Egli abbia scoraggiato sia von Bernus che Meyrink dall’entrarne a far parte. «Voi mi servite fuori», disse loro. Su tale argomento Isa von Bernus mi fornì la seguente spiegazione: «Nella Sua veggenza, il Dottor Steiner sapeva già che l’esperimento della Società Antroposofica sarebbe fallito a causa dell’incomprensione del senso profondo della sua dottrina e dell’ignavia della maggior parte dei suoi collaboratori. A parte Christian Morgenstern, Elisabeth Vreede, Walter Johannes Stein, Marie Steiner, Ita Wegman e ovviamente il dottor Giovanni Colazza, che però risiedeva in Italia e con il quale mio marito continuò ad essere in contatto fino alla sua morte [sic!], gli altri seguaci di Steiner erano delle brave persone ma niente di più. Nessuno di loro era veramente un occultista, e questo il Dottore lo sapeva bene. Per questo egli volle che mio marito [sic!] e Gustav Meyrink [sic!] rimanessero ad occuparsi unicamente della Mystica Aeterna, affinché l’insegnamento esoterico e rituale di Steiner, l’autentico insegnamento proveniente dalla Fama Fraternitatis Rosae+Crucis [sic!], non si estinguesse».

A parte il fatto che la Fama Fraternitatis Rosae Crucis è unicamente il titolo di un opuscolo scritto dal giovanissimo Valentin Andreae, e non il nome della Fraternitas Rosae Crucis (come, invece, costui scrive da anni), ossia di un opuscolo di poche pagine, pubblicato anonimamente a Kassel nel 1614, così come la Confessio Fraternitatis nel 1615, e Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz nel 1616, l’intero paragrafo è solo una “fiaba”, parto di una fantasia sbrigliata quanto sfrontata. Christian Morgenstern era morto a Merano il 31 marzo 1914, Walter Johannes Stein era ancora molto giovane, e i suoi comportamenti non proprio commendevoli, dopo la morte di Rudolf Steiner, nei confronti di Marie Steiner non depongono a favore della sua maturità spirituale. È evidente che il nostro Efesto tira a indovinare, e non sa nulla di chi fossero gli appartenenti alla “Cerchia dei Dodici” attorno al Dottor Steiner. Ma, visto l’uso “inappropriato” – direbbe la mia sapientissima amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero –che Efesto potrebbe fare di una cotale conoscenza, forse è bene ch’egli nulla ne sappia.

Ora, non la finirei più se dovessi riportare, e confutare, tutti gli errori e le menzogne contenuti nell’articolo di Efesto, ma lo spazio concessomi, nonché il timore di abusar troppo della pazienza del candido lettore, me lo vietano. Tuttavia, siccome talune affermazioni di Efesto contraddicono platealmente i fondamenti della Scienza dello Spirito, non rinuncio a riportare un brano particolare, che troviamo a p. 44, del quale metterò in evidenza in grassetto alcuni punti:

«Possiamo a ragione sostenere che i primi tre gradi o prima sezione della Mystica Aeterna avevano lo scopo di far realizzare ai propri adepti la coscienza immaginativa, la seconda sezione (gradi 4,5,6) doveva far realizzare pienamente la conoscenza ispirativa e gli ultimi tre gradi (terza sezione) dovevano consentire il pieno sviluppo della coscienza intuitiva. Tutto ciò, si badi, avveniva (e avviene) [sic!] non tramite un astratto sistema speculativo, morale e filosofico, come avviene di norma nell’attuale Massoneria, bensì attraverso un’autentica operatività interiore codificata dallo stesso Steiner. Nei primi tre gradi veniva inoltre dato maggior peso alle azioni culturali [sic!, per azioni cultiche!], e perciò veniva accettato un maggior numero di membri, mentre i sei gradi successivi erano costituiti unicamente da pochissimi membri».

Tutto ciò è pura fantasia, ossia falso, falsissimo, non fosse altro perché l’operatività interiore era già stata abbondantemente data da Rudolf Steiner nelle sue opere scritte, nelle conferenze pubbliche e in quelle per i soci, nelle prescrizioni individuali e nelle “lezioni” per i membri della Scuola Esoterica. La Mystica Aeterna, il Misraim Dienst – che, forse , sarebbe meglio tradurre con Culto o Liturgia Misraimita – era solo un insieme di cerimonie, che avevano, secondo Rudolf Steiner, un «carattere rappresentativo» dei contenuti conoscitivi, che i partecipanti già possedevano in forma di concetti e di idee. Questo non sono io a dirlo, ma è lo stesso Rudolf Steiner che lo afferma. Come vedremo più sotto.

Altra colossale menzogna è quanto, nella medesima p. 44, l’ineffabile Efesto scrive:

«In analogia a ciò, come ben sanno gli studiosi di Antroposofia, Steiner, nell’ambito della rifondazione della Società antroposofica avvenuta dopo l’incendio del Goetheanum, aveva progettato che la Scuola esoterica (oggi denominata “Classe esoterica”) venisse appunto articolata in tre classi, ciascuna delle quali, in linea generale, corrispondeva alla rispettiva sezione della Mystica Aeterna [sic!, ma la Mystica Aeterna di Classi ne aveva due e non tre!], ma come abbiamo già detto l’articolazione della scuola esoterica, in seno alla Società Antroposofica Universale, si arrestò soltanto alla prima classe, anche a causa della prematura morte del Dottore avvenuta nel 1925. Inoltre diversi contenuti della Mystica Aeterna furono introdotti da Steiner nella Christengemeischaft (Comunità dei cristiani), fondata dal Dottore nel 1920».

Ancora una vòlta, ciò che afferma Efesto non corrisponde per nulla alla realtà dei fatti. Con il Convegno di Natale del 1923, Rudolf Steiner unì il “movimento spirituale”, ossia la Scuola Esoterica, da lui “rifondata” su basi nuove, con la “Società”, in quella che venne a chiamarsi Società Antroposofica Universale. La Scuola Esoterica, dopo la chiusura di tutte e tre – checché ne dica Efesto/N.R. Ottaviano, o chiunque si celi sotto tali pseudonimi – le Sezioni o Classi, avvenuta nel 1914 allo scoppio della prima guerra mondiale, venne “ricreata” ex novo, ed unita alla Freie Hochschule o Libera Università sedente al Goetheanum: per essa valeva, come nella precedente “Scuola”, il principio “aristocratico” dell’Esoterismo, mentre per la “Società” doveva valere il principio “democratico”. Della Scuola Esoterica venne aperta, nel febbraio del 1924, soltanto la Prima Classe, riplasmata da Rudolf Steiner in una forma completamente nuova, ed affidata ad Ita Wegman, da lui chiamata “la mia mano”. La Seconda Classe, nella quale avrebbe dovuto risorgere, in forma completamente trasformata, la Seconda Sezione dell’antica “Scuola”, ossia quella che, prima del 1914, comprendeva i primi tre gradi della Mistica Aeterna, avrebbe dovuto essere riaperta da Rudolf Steiner nel settembre del 1924, ed essere affidata alla direzione di Marie Steiner, da lui definita “il mio cuore”, mentre la terza Sezione o Classe avrebbe dovuto essere diretta da lui stesso. Il mancato accoglimento da parte della rinata Società Antroposofica della “Fondazione di Natale”, la mancanza di serietà e la inadeguatezza di molti partecipanti alla Prima Classe, dalla partecipazione alla quale dal febbraio al giugno del 1924 Rudolf Steiner dovette allontanare ben 19 persone, e un vero e proprio tradimento, perpetrato nell’agosto dello stesso anno, fecero sì che il Dottor Steiner, decidesse di non proseguire l’esposizione delle “lezioni esoteriche”, non andando oltre la diciannovesima, facendone solo altre sei di “ricapitolazione” nel settembre del 1924, e decidendo di non riaprire la Seconda Classe.

Infine, per dar sfoggio ad una sua pretesa “competenza storica”, il nostro Efesto, quasi in chiusura del suo già pasticciatissimo articolo, scrivendo a p. 44, così prosegue, infilzando a casaccio uno dietro l’altro una serie di nomi:

«Nel culto conoscitivo della Mystica Aeterna il Dottore cooptò, oltre Marie Steiner e Alexander von Bernus, anche altri brillanti suoi discepoli: Christian Morgestern, Elisabeth Vreede, Gunter [sic!, per Günther] Schubert, Walter Johannes Stein, Sophie Stinde, Karl Stockmeyer, Michael Peets, Wolfgang Müller, Gottfried Heber. A questo primo gruppo si aggiunsero successivamente altri fratelli, tra cui, come abbiamo detto in precedenza, Gustav Meyrink. Diversi massoni del Memphis e Misraim, tra cui John Yarker, venivano ammessi ai lavori dei primi tre gradi come auditori».

Sicuramente Gustav Meyrink non fece mai parte della Mystica Aeterna, né John Yarker venne mai ammesso «come uditore» ai «lavori» di essa. A quell’epoca, John Yarker, oramai molto anziano, non si muoveva più da molti anni da Withington, un sobborgo della Grande Manchester, ove passò quasi tutta la vita, e non si vede proprio come abbia potuto partecipare ai «lavori» – come li chiama Efesto, usando una terminologia massonica, estranea all’Antroposofia – della Sezione Cultica della Scuola Esoterica. Del resto, risulta chiarissimamente da tutta la documentazione storica pubblicata da Hella Wiesberger nel volume della GA-265, sulla Mystica Aeterna, non tradotta, e quindi non presente nell’edizione italiana di tale volume, come i membri del Rito di Memphis-Misraim, che in Germania faceva capo al discusso Theodor Reuss, non venivano ammessi ipso facto, secondo l’uso massonico, neppure come visitatori, alle cerimonie del culto conoscitivo. Le persone dovevano possedere un grado certo di evoluzione interiore, e dovevano dimostrare di averlo. Infatti, così scriveva Rudolf Steiner ad A. Wilhem Sellin in una lettera del 15 agosto 1906, in GA-265,  p. 67 e pp. 69-70:

«Esisteva in Germania un «Ordine di Memphis-Misraim» che pretendeva di agire nel senso indicato. Quell’Ordine diceva di essere una organizzazione massonica. «Lavorava» alcuni «Gradi» dei quali i primi tre sono conformi a quelli della massoneria riconosciuta. Le mie aspirazioni occulte non hanno assolutamente nulla a che vedere con questa massoneria «riconosciuta». Esse non possono e non vogliono intromettersi nel loro dominio. La massoneria non ha la minima ragione d’interessarsi in qualsivoglia maniera a queste aspirazioni. […]

Nun gab es in Deutschland einen sogenannten «Memphis- und Misraim-Orden», der vorgab so zu wirken, wie es in der angegebenen Richtung liegt. Dieser Orden bezeichnete sich als freimaurerische Organisation. Und er «bearbeitete» «Grade», von denen die drei ersten mit der anerkannten Freimaurerei übereinstimmten. Mit dieser «anerkannten» Freimaurerei haben meine okkulten Bestrebungen zunächst nicht das geringste zu tun. Sie können und wollen ihr nicht ins Gehege kommen. Die Freimaurerei hat nicht den geringsten Grund, sich irgendwie zunächst mit diesen Bestrebungen zu befassen. […]

Ciò che accade nelle «Logge» che sono state costituite non può essere conosciuto altro che da coloro che ne fanno parte. Da parte mia non posso dire che poche cose. Ma ciò è obbiettivamente del tutto sufficiente. Primo: in nome di Reuss non è stato mai citato in queste logge. Secondo: nessuno di coloro che vi ho introdotto può presentare un diploma proveniente da Reuss. Terzo: non è mai accaduto nulla che possa nuocere alla lealtà nei confronti della massoneria. Quarto: ciascuno è stato informato della situazione della nostra causa in rapporto alla massoneria. E infine, quinto, all’interno delle nostre Logge ci sono soltanto teosofi. Se antichi membri dell’Ordine in questione volessero entrare da noi, essi dovrebbero dimostrare ch’essi sono in possesso dei gradi, e non soltanto perché hanno pagato una tassa e detengono un diploma, bensì che li posseggono «interiormente».

Was nun vorgeht in den «Logen», die konstituiert worden sind, das kann natürlich nur erfahren, wer ihr Mitglied ist. Ich selbst kann darüber nur einiges Wenige sagen. Aber dies ist objektiv ganz genügend. Erstens ist der Name Reuß in diesen Logen nie genannt worden. Zweitens kann niemand von mir Eingeführter ein Diplom aufweisen, das von Reuß herrührte. Drittens ist nie etwas geschehen, was irgendwie die Loyalität gegenüber der Freimaurerei verletzte. Viertens ist jeder über das Verhältnis der Sache zur Maurerei aufgeklärt worden. Endlich fünftens: sind innerhalb unserer «Logen» nur Theosophen. Wollten ehemalige Mitglieder des genannten Ordens bei uns eintreten, so müßten sie nachweisen, daß sie die Grade nicht nur tax- und diplommäßig zu Recht tragen, sondern daß sie sie «innerlich» haben. 

È evidente, una vòlta di più, che la parola – parola scritta, si badi bene – di Rudolf Steiner fa miseramente crollare il tentativo di Efesto/N.R. Ottaviano, o di chiunque si celi dietro tali nomi, di spacciare la Mystica Aeterna, ossia quanto si svolgeva nelle cerimonie simboliche all’interno della Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica – la quale con un Ordine massonico non aveva, e non voleva avere nulla, assolutamente nulla, a che fare – per una «antroposofia massonizzata», o per una «massoneria fortemente antroposofizzata».

SENZA CATEGORIA

VERITÀ SU RUDOLF STEINER E MASSIMO SCALIGERO CONTRO LE MENZOGNE SU DI LORO E L’ANTROPOSOFIA. PRIMA PARTE: LA CONCENTRAZIONE.

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Recentemente, sono apparsi su un noto social forum alcuni contributi, sotto forma di post e di video, a dir poco molto problematici, in quanto diffondono sulla Scienza dello Spirito, sul pensiero e sull’azione di Rudolf Steiner, ma anche sul pensiero e l’opera di Massimo Scaligero, affermazioni che sono il contrario della verità, ossia sono delle palesi e documentabili menzogne. Alcuni amici, che mi hanno fatto conoscere, mettendomeli a disposizione, tali problematici contenuti, ritengono che non si possa tacere di fronte a tali sfacciate menzogne, e di conseguenza mi hanno spinto a comprommettermi, ad uscire in campo aperto, a pronunciarmi a tale proposito. Questi amici hanno ritenuto che fosse da parte mia un preciso dovere.

Quando, prima nel luglio del 1971 da Massimo Scaligero, e poi nel novembre del 1985 da Hella Wiesberger e dagli altri membri della Rudolf Steiner Nachlassverwaltung, ossia del Lascito di Rudolf Steiner, tra i quali il presidente del medesimo, Gian Andrea Balastèr, venni accolto nella Classe Esoterica di Rudolf Steiner – l’unica che io riconosca come autenticamente tale – presi l’impegno sacro davanti alla potenza di Michele non solo di fare mia la causa e il destino dell’Essere Angelico Antroposofia, di degnamente rappresentarlo col pensare, il sentire, il volere e l’agire, davanti al mondo, ma altresì di impegnarmi a dire e a difendere sempre la verità, a controllare e verificare – sempre e il più diligentemente possibilese sia vero o meno quello che io od altri presentiamo al mondo come verità. E un tale impegno sacrale non ènon lo deve essere – trascurabile o disertabile. Proprio una tale opportunistica negligenza e diserzione di fronte ai molti, troppi, tradimenti, e alle menzogne, sorte soprattutto dopo la morte di Rudolf Steiner, ha portato all’attuale disastrosa situazione della Società Antroposofica e del movimento spirituale antroposofico. Le ultime, recentissime menzogne apparse su tale social forum rischiano di essere un ulteriore vulnus, una ulteriore offesa, una ulteriore mortale ferita, uno dei “colpi di grazia” inferti ad un movimento antroposofico, che da troppo tempo ha smarrito l’impulso originario e si è largamente snaturato.

Dunque, è doveroso non tacere. Che un tale necessario smascherare la patente menzogna possa portare a molti feroci attacchi, come già avvenuto in passato, anche recente, verso il sottoscritto, è cosa che perlopiù mi lascia del tutto indifferente, e, anzi, viste la fonte e la forma di tali attacchi, addirittura talvolta la cosa mi diverte non poco. In generale, per principio, non rispondo a simili attacchi – calunnie, minacce, ingiurie volgari – e per quanto possibile continuerò a non farlo. Ma gli attacchi, aperti o subdoli, alla Scienza dello Spirito, il mentire sul pensiero e l’opera di Rudolf Steiner e su quella di Massimo Scaligero, è cosa che certamente non verrà lasciata senza risposta. Perché, tra gli impegni sacri assunti nell’essere accolto nella Classe Esoterica, vi è quello di difendere l’Essere Angelico Antroposofia e la Verità.

Alcuni amici mi hanno comunicato, per esempio, quanto da una persona che mi dicono si celerebbe sotto uno pseudonimo – N.R. Ottaviano – nomen che richiama echi lontani nella storia dell’esoterismo in Italia, è stato pubblicato sul suddetto social forum a proposito di una modalità di esecuzione dell’esercizio di Concentrazione – il quale è qualcosa di più, e in parte di diverso, rispetto al semplice esercizio del controllo del pensiero, ossia il primo dei cinque esercizi di base – modalità che, a suo dire, Massimo Scaligero avrebbe dato e fatto praticare. Ora tale modalità di esecuzione della Concentrazione è una pura invenzione dell’autore di quel problematico post, autore che si propone apertamente come “Istruttore occulto”, e contraddice platealmente quanto Massimo Scaligero stesso apertamente afferma sia nelle sue opere scritte, sia nei suoi discorsi tenuti nelle riunioni, delle quali io possiedo gran copia di registrazioni. Inoltre, in quanto costui scrive vi sono tutta una serie di errori storici, che sono frutto di pura ignoranza: come avrò modo di documentare su questo temerario blog.

Prima di affrontare la disamina di come da costui venga presentato l’esercizio della Concentrazione – in una modalità che, come ho appena detto, contraddice apertamente le esplicite indicazioni orali e scritte di Massimo Scaligero – è bene ricordare l’intransigenza di Rudolf Steiner sulla questione della Verità. Infatti in Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, undicesima conferenza, tenuta a Stoccarda, 20 luglio 1919, GA-192, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, p. 257, possiamo leggere:

«Io prego ora di confrontare tutto ciò con la verità di quanto è avvenuto, e si vedrà in quale misura si possa mentire. […]

Anche questi fatti devono venir considerati come un fenomeno storico; esso si manifesta nella circostanza che in un movimento, il quale vorrebbe lavorare secondo lo spirito, può venir coltivata al massimo anche la menzogna. È assolutamente necessario che da parte nostra venga oggi coltivato nel modo più rigido il senso per la verità. […] Oggi non si può che chiamare menzogna la menzogna, anche se la menzogna appare in un posto dal quale in astratto e in teoria si dice che ivi si cerca la verità. Sia che nascano in campo confessionale, sia in ambienti che cercano una concezione del mondo, oggi le menzogne, soprattutto quelle alle quali si possono contrapporre i fatti, devono venir bollate a fuoco, altrimenti non andremo avanti. Lo spirito della menzogna, lo spirito dell’inganno è infatti il maggior nemico del vero progresso spirituale».

Queste le parole del Maestro dei Nuovi Tempi, di Rudolf Steiner. Ma, già alcune pagine prima, pp. 254-255, egli, con parole che oggi suonano ben amare, così si esprime:

«Pensiamo alle menzogne che sono state dette negli ultimi cinque o sei anni fino ad ora in merito ai grandi problemi del mondo. Tutto testimonia per il senso del mondo attuale, tendente alla menzogna. Proprio qui, nell’àmbito della nostra Società, si dovette sempre ricordare quanto sia necessario acquisire nel modo più completo il senso per la vera realtà. Quando si iniziò a lavorare nel senso del movimento antroposofico, nel movimento stesso vi erano molte persone provenienti da condizioni precedenti che sempre volentieri correggevano la verità. Proprio in movimenti come è quello antroposofico si vede quanto si preferiscano coltivare gli antichi errori piuttosto che le nuove virtù. Scivolar via sulla verità in tal modo è qualcosa per cui si formò una speciale tendenza. Spesso era difficile, proprio nell’àmbito della Società Antroposofica, di immettere qualcosa che semplicemente consisteva nel chiamare menzogna una menzogna. quando succedeva che nella Società si facessero avanti persone per dire qualcosa che non era vero, si aveva sempre la tendenza di scusarle, oppure di presentare la menzogna in modo che si potessero rilevare le buone intenzioni sotto il non vero.

Invece è proprio necessario di dire non vero al non vero».

Ora, quando dopo la separazione dalla anglo-indiana Società Teosofica di Adyar, causata dal tentativo di Annie Besant e Chrìarles W. Leadbeater di spacciare l’ancora fanciullo Jiddu Krishnamurti, “Alcione”, per il venturo Buddha Maitreya, e il Christo, venne fondata la Società Antroposofica, fu scelto come “motto” di quest’ultima il detto di Goethe: «Die Weisheit ist nur in der Wahrheit», ossia: «La Saggezza è soltanto nella Verità». Quindi Saggezza e Sapienza – la Celeste, la Divina Sophia – è nella Verità, e non nella tacita complicità, non nella “diplomazia”, negli opportunistici accomodamenti in stile “politico”, o nell’accondiscendenza, nei confronti della menzogna. Rudolf Steiner – e, con lui, Giovanni Colazza e Massimo Scaligero – affermavano che si può, e si deve, essere compassionevoli e indulgenti nei confronti delle umane debolezze, mentre nei confronti dell’ambizione, della vanità, e della menzogna, si deve sempre essere inesorabili nel combatterle.

Ora, da molti anni, ad ogni piè sospinto, l’autore del suddetto post propone “comunicazioni” specialissime, “rivelazioni”, e “pratiche iniziatiche”, che Massimo Scaligero – per peculiare ed arcano “privilegio” – a lui, e solo a lui, avrebbe concesso. Tra queste “rivelazioni”, vi è la modalità da tale autore, per sua “gentile concessione”, “generosamente” comunicata su quel social forum, ed anche altrove, a proposito della Concentrazione, da eseguirsi sia nella forma dell’ascesi individuale solitaria che in comune con altri. Indipendentemente dalla palese falsità del contenuto di tale “pratica”, circa la quale vedremo cosa dice Massimo Scaligero, ch’egli chiama sempre più insistentemente “il mio Maestro”, vi è, paradossalmente da chiedersi s’egli abbia mai conosciuto personalmente Massimo Scaligero: malgrado tutte le sue insistenti allegazioni, il dubbio ch’egli non l’abbia mai conosciuto sorge spontaneo, ed è più che legittimo.

Affrontiamo la disamina della descrizione della Concentrazione, che l’autore del suddetto post ha pubblicato più volte sul noto social forum, sia con scritti sia con video, e che egli attribuisce esplicitamente a Massimo Scaligero, il quale, a suo dire naturalmente, gliel’avrebbe trasmessa – essendo lui ancora adolescente – e fatta praticare in riunioni rituali con varie persone. Di ciò – a quanto mi risulta, e non credo di sbagliarmi – egli verrebbe ad essere – sempre a suo dire – il solo testimone. Di ciò ho avuto modo di parlare con varie persone, che parteciparono, come io stesso del resto, per anni a riunioni di meditazione con Massimo Scaligero, e tutte hanno smentito tale modalità. Recentemente, ho anche avuto una lunga conversazione telefonica con un amico di Trieste, che conosco sin dagli anni settanta dello scorso secolo, discepolo di lunga data di Massimo Scaligero, ed egli stesso ha decisamente smentito tale modalità di esecuzione della Concentrazione. Questo, a mio modesto parere, rende poco credibile la partecipazione del nostro “mistagogico autore” a tali riunioni rituali con Massimo Scaligero. Nel caso in cui mi sbagliassi – ma me lo si deve dimostrare – prometto che mi batterò il petto con compunzione, ed ammetterò volentieri pubblicamente il mio errore. Ma non credo proprio che costui riuscirà a dimostrami che erro.

Anzitutto, nella descrizione ch’egli fa della Concentrazione, e ch’egli attribuisce esplicitamente, oralmente in video e per iscritto, a Massimo Scaligero, e non ad una propria elaborazione personale – e sarebbe già cosa grave ed oltremodo discutibile – vi sono delle incongruenze che è opportuno rilevare. Infatti, egli così letteralmente scrive:

«Fase Uno (preparatoria) : Rilasciamento-Silenzio

Il meditante assume la c.d. “posizione del Faraone”: seduto con la schiena dritta, le mani poggiate a piatto sulle ginocchia, il capo lievemente inclinato, gli occhi chiusi o semichiusi, la lingua appoggiata sulla parte superiore del palato. Il meditante inizia dunque a prendere coscienza del respiro, ovvero si limita ad osservare, a prendere coscienza, del respiro, ovvero dell’aria che entra ed esce dalle narici. Quindi, iniziando dal capo, egli immagina che tutti i suoi muscoli siano rilassati e distesi. Il meditante immagina di sottrarre ogni forza dai suoi muscoli, dall’alto (capo) verso il basso, fino a giungere ai piedi. Per rafforzare tale processo egli può utilizzare l’immagine di un blocco di ghiaccio che posto su una stufa arroventata si scioglie in acqua. Quindi egli dice a se stesso: “tutti i miei muscoli sono distesi. Io sono completamente disteso, io sono calmo, disteso, profondamente in me. Tutto in me è calma, pace infinita. Io sono libero, sono calmo”. Il meditante percepirà in tal modo uno stato di profonda quiete corporea ed animica e tale sensazione di quiete potrà essere ulteriormente rafforzata con alcune immagini plastiche e viventi:

calma, come in una tomba lontana, profonda, abbandonata

calma, come sul fondo di un trasparente lago alpino

calma, come in una notte siderea

calma, come in una città addormentata e deserta in un caldo e assolato pomeriggio estivo.

Questa tecnica è descritta in “UR” vol. I 1927 nell’articolo a firma “ARVO” alias il duca Giovanni Colonna di Cesarò, discepolo diretto di Rudolf Steiner. Massimo suggeriva di ricorrere a questa fase preparatoria allo scopo di sgomberare la mente dalle impressioni, emozioni, sentimenti, etc. della giornata. Tale fase preparatoria diventa ASSOLUTAMENTE indispensabile nel caso di incontri rituali».

L’autore di questa problematica descrizione della Concentrazione è incorso, probabilmente in maniera involontaria, in un grossolano errore storico. Infatti, l’Arvo del “Gruppo di Ur” non era affatto il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina de’ Renzis, discepolo di Rudolf Steiner e, come la madre, traduttore – con l’eteronimo “Saro Giadice” – di varie opere di Rudolf Steiner. Arvo, infatti, era proprio Julius Evola, e questo risulta anche dall’analisi dei testi nei quali lo stesso Evola fa riferimento al movimento Neugeist germanico, diverso e in contrasto con l’Antroposofia di Rudolf Steiner. Probabilmente, il nostro autore ha ricavato tale erronea identificazione dal libro di Renato Del Ponte, Evola e il magico Gruppo di UR, Borzano, SeaR, 1994. Ma Renato Del Ponte si sbagliava. Infatti, già negli anni venti e trenta del Novecento era noto, sia in Italia che in Francia, che Arvo era lo stesso Evola. Ne è testimonianza un libro francese, Zam Bothiva, Asia Mysteriosa, testo edito, a Parigi nel 1929, dalla “Fraternité des Polaires”, fondata da due amici di Julius Evola, Mario Fille e Cesare Accomani. Ora, nel libro viene rivelato apertamente come Arvo sia lo stesso Evola, il quale non ha mai smentito tale attribuzione. Altra prova ne è il fatto, che alcuni articoli di Arvo, non pubblicati in UR-KRUR degli anni venti, apparvero nell’edizione edita dai Fratelli Bocca nel 1955, quando Giovanni Colonna di Cesarò era morto già nel 1940. La stessa cosa fu confermata in un articolo di “Aurelio Perenne” – che Renato Del Ponte ritiene essere il kremmerziano Piero Fenili, amico e frequentatore del barone romano di origine siciliana – sulla rivista “Politica Romana” negli anni novanta dello scorso secolo.

Ora, fare precedere l’esercizio della Concentrazione da una discutibile “pratica” evoliana è cosa che la mia amica Fang-pai, sapiente figlia del Celeste Impero, definirebbe educatamente, e caritatevolmente, “inappropriata”. Infatti, la Concentrazione deve essere praticata in totale indipendenza da qualsiasi condizione fisiologica, sia essa corporea, sia essa psichica. La Concentrazione, venga essa praticata in solitudine o con altri compagni di ascesi, non ha e non deve aver bisogno di preventive pratiche di “rilassamento” corporeo e di “distensione” psichica. Su questo Massimo Scaligero, in scritti e in riunioni comuni, fu sempre estremamente chiaro, ossia sul fatto che la Concentrazione va eseguita senza alcun preliminare: quale che sia la condizione fisica o psichica. Anzi, a volte la difficoltà può essere motivo di più energica esecuzione di essa, e di più meritoria vittoria sugli ostacoli. Quindi non solo, quanto consigliano Arvo-Evola ed il nostro “mistagogico autore”, che si propone apertamente come “Istruttore occulto”, ossia come “Maestro”non è affatto una condizione assolutamente indispensabile nella pratica individuale e comune, ma addirittura è cosa è assolutamente e doverosamente da evitare. Ma su quello che Massimo Scaligero scrive contro simili pratiche fisio-psichiche, spacciate come preliminari necessari alla pratica della Concentrazione solitaria e comune, ritornerò – con adeguate citazioni – più sotto in questa mia stessa disamina.

Quanto alle riunioni nelle quali Massimo Scaligero parlava il mercoledì e il sabato, anche in questo caso sono patenti le incongruenze nelle affermazioni del nostro autore. In un articolo da me pubblicato su Ecoantroposophia l’11 Gen, 2014, intitolato “Verità contro menzogna”, riportai e commentai quanto egli aveva esposto come descrizione di quelle riunioni di Massimo Scaligero. Trascrivo fedelmente:

«[Il nostro autore] dà una descrizione alquanto errata delle riunioni che Massimo Scaligero teneva a Via Barrili 12 a Monteverde, dapprima solo al sabato e, poi da metà degli anni settanta, due volte a settimana, il mercoledì e il sabato, dimostrando di non avervi mai partecipato. Da come il nostro affabulatore descrive lo svolgimento di quelle riunioni, chi vi ha partecipato capisce subito ch’egli non vi è mai stato presente: neppure una volta. Infatti, così prosegue nella sua «commossa» evocazione della scomparsa del nostro amico [Alfredo Rubino]:

«La conferma dell’enorme stima e della totale fiducia che Massimo nutriva nei Suoi riguardi si ebbe dopo la morte terrena del Maestro, di cui sta per ricorrere il 34° anniversario, dal momento che Massimo, nelle Sue ultime volontà lasciò ad Alfredo il compito di dirigere quelli incontri bisettimanali (il mercoledì ed il sabato pomeriggio) che Massimo conduceva per amici e discepoli a Monteverde Vecchio. Si trattava di riunioni molto particolari: Massimo arrivava, si sedeva dietro un tavolo e leggeva, a volte accompagnando la lettura con brevi commenti, Opere di Steiner o Sue medesime. Quindi, da un recipiente posto sul tavolo, estraeva a caso, uno o due biglietti, preparati in precedenza: erano domande scritte dai Discepoli o dagli Amici di Massimo, che, guarda caso, erano sempre straordinariamente correlate con il discorso immediatamente prima fatto da Massimo. Alfredo lasciò immutato lo stile di questi incontri riuscendo peraltro a ricreare perfettamente la profonda atmosfera Spirituale che si percepiva quando Massimo era vivo». […]

Massimo Scaligero svolgeva quelle due riunioni sempre alla stessa maniera: entrava nel silenzio totale dei presenti, faceva un gesto di saluto con un ampio gesto della mano destra, si sedeva, e leggeva tutte le domande scritte che erano state poste sul tavolo. Ma in quelle due riunioni mai egli lesse o commentò opere di Rudolf Steiner o proprie. Mai in anni e anni. Non estraeva le domande a caso ‘da un recipiente’, che su quel tavolo non è mai esistito, bensì le raccoglieva dal tavolo dove erano poste direttamente, oppure da una antica copia di un libro nel quale chi domandava a volte, ma non sempre, le poneva. Non ne leggeva una a caso, bensì nel silenzio meditativo le leggeva tutte, e poi cominciando da una le commentava tutte, intessendole e connettendole l’una con l’altra. Oltretutto vi è la testimonianza delle integrali registrazioni delle riunioni di Massimo ad attestare questa nostra affermazione.

È vero che Alfredo Rubino, per volontà di Massimo Scaligero, proseguì quelle due riunioni del mercoledì e del sabato, ma anche allora non esisté nessun recipiente nel quale le domande venivano poste. Semmai è da osservare che fu Alfredo ad introdurre la lettura di un testo di Massimo Scaligero ed uno di Rudolf Steiner nelle riunioni del mercoledì e del sabato».

E l’articolo venne onestamente commentato, malgrado la sua dichiarata antipatia nei suoi confronti, da un avversario di Hugo de’ Paganis, e gliene rendo atto, in questi termini:

«Buon giorno.
Chi frequenta un poco Eco sa bene che il sottoscritto, per più di un motivo, non è certo un “simpatizzante” di Hugo de Paganis.
Ma la verità prima di tutto, soprattutto delle “equazioni personali”: ed avendo partecipato per otto indimenticabili anni alle riunioni di Via Barrili devo sottoscrivere in pieno quanto Hugo scrive relativamente ad esse. Si svolgevano ESATTAMENTE nel modo descritto nell’articolo e non in quello raccontato dal collezionista di certificazioni “iniziatiche”. ( Fra l’altro amo e conosco quasi palmo a palmo la Ciociaria i suoi boschi, le sue acque, i suoi lupi, orsi, aquile, e conosco molti ambientalisti ed antiambientalisti locali ,compresi incredibili politicanti “alla Razzi-Crozza”. ma nessun “esoterista ciociaro ” )
E se le cose stanno come dice Hugo in merito a falsificatori e a “iereofanti egizi”, credo che non sia questione di “web” ma di ………CIM e ASL».

Tutto ciò ha fatto sorgere, ancor più, alquanti legittimi dubbi, e non solo a me, circa la partecipazione dell’autore della su riportata descrizione, come del post sulla Concentrazione, alle riunioni nelle quali Massimo Scaligero rispondeva alle domande. Egli parlava da una cattedra sulla quale era disteso un panno blu scuro, non vi era alcun recipiente di vetro – come invece è stato recentemente da lui affermato sul noto social forum – nel quale venivano poste le domande scritte, e alla fine della riunione non veniva svolta alcuna Concentrazione. Prova ne è – e lo si sente benissimo dalle registrazioni delle riunioni – che, appena Massimo Scaligero finiva di parlare, le persone si alzavano sùbito dalle sedie di legno in maniera notevolmente rumorosa. Quindi Massimo Scaligero passava e stringeva la mano a tutti – proprio a tutti – i presenti. Questo era lo svolgimento delle riunioni. Potrei citare molti amici – non pochi di essi sono tuttora presenti sul detto social forum – i quali possono tranquillamente confermare questa mia versione conforme ai fatti, e penso anche non pochi altri, che proprio miei amici non sono, ma che rispetto, i quali, se sono onesti e sinceri, possono, volendo, confermare le mie parole.

Nell’arbitraria e fallace esposizione in quattro parti dell’esercizio della Concentrazione – modalità falsamente attribuita a Massimo Scaligero – diffusa in internet in forma scritta, e anche tramite alcuni video, viene dunque proposta una modalità di esecuzione che, nella prima fase, prevede una pratica psico-fisiologica di rilassamento corporeo e di distensione psichica, come preliminare all’esercizio di Concentrazione stessa, con tanto di pratica respiratoria. Tale pratica viene addirittura – al dire di chi l’ha proposta on-line – tassativamente prescritta come indispensabile in tutti gl’incontri nei quali la Concentrazione venga eseguita assieme ad altri. Infatti, come abbiam visto più sopra, costui così scrive:

«Massimo [Scaligero] suggeriva di ricorrere a questa fase preparatoria allo scopo di sgomberare la mente dalle impressioni, emozioni, sentimenti, etc. della giornata. Tale fase preparatoria diventa ASSOLUTAMENTE indispensabile nel caso di incontri rituali».

Tutto ciò è in aperto contrasto con tutto quanto Massimo Scaligero ha sempre – in forma scritta nelle sue opere, e in forma orale nei suoi incontri, dei quali possiedo, appunto, registrazioni in gran copia – indicato, con parole che più chiare e definitive non potevano essere, per la pratica individuale e comune della Concentrazione. Non solo da lui veniva negata la necessità di tale pratica suggerita da costui, ma addirittura apertamente sconsigliava, come controproducenti, ogni tecnica di rilassamento corporeo e di distensione psichica. E se vi è qualcosa ch’egli giudicava pericolosa era proprio ogni forma di pratica respiratoria, che nell’uomo moderno lega ancor più l’interiorità del praticante al sistema nervoso e a quello muscolare. Ciò è esattamente il contrario di quanto si propone la Via del Pensiero con la pratica del “controllo del pensiero”, ossia dei primo dei cinque esercizi “ausiliari” (chiamati Nebenübungen, nel testo tedesco dei cosiddetti “Quaderni Esoterici” ). Mai – ripeto mai – nelle circa centomila pagine della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, che possiedo integralmente, viene prescritta, o anche solo accennata, una pratica quale quella comunicata dal nostro problematico “Istruttore occulto”. E mai – ripeto mai – in tutta l’Opera di Massimo Scaligero viene prescritta, indicata, o anche solo fuggevolmente accennata, una “pratica” del genere. Che Massimo Scaligero l’abbia indicata è – a mio modesto modo di vedere – rigorosamente una “fiaba”. Ma vediamo che cosa Massimo Scaligero scrive in Yoga, Meditazione, Magia, Teseo, Roma, s.d., ma 1971, nel quinto capitolo, intitolato Quiete metafisica, ove, alle pp. 33-34, è detto:

«La liberazione del pensiero dalla cerebralità affranca le forze dell’anima dalla necessità della divergenza istintiva, e in taluni momenti può portare il sistema nervoso a uno stato di quiete: a quello medesimo che esso realizza nel sonno, allorché esclude la coscienza. La quiete è un evento puramente interiore, anche se sembra prodursi nella corporeità. La quiete interiore ha in sé la condizione per la realizzazione della quiete fisica, ma il rapporto non è reversibile. In realtà il corpo, come puro essere fisico, è in stato di profonda quiete: è la psiche, con le sue tensioni sul sistema dei nervi, la turbatrice di tale quiete.

È erroneo chiedere alla corporeità fisica la distensione interiore. Indubbiamente è possibile mediante sedativi agire sul sistema nervoso e renderlo inerte, ma la calma che ne consegue è effimera. Tuttavia, anche quando si ricorre a procedimenti più sani, propizianti la quiete per via corporea, tale quiete, se i produce attinge comunque al principio che può donarla inesauribilmente, avendola in sé: in sostanza essa può essere impedita soltanto da un processo fisico che, sollecitato per via interiore, presuma costituirle fondamento. È tuttavia vero che il corpo fisico, una volta reso alla sua quiete, la restituisce come profonda quiete interiore.

La distensione vera appartiene al sistema nervoso: ma in quanto gli derivi da immobilità interiore. Il principio della distensione va ritrovato fuori del sensibile. Il sistema muscolare per il suo riposo necèssita semplicemente di immobilità fisica, ma tale immobilità non riposa, se non è immobile il sistema nervoso. […]

Il rilasciamento del sistema nervoso è opera del pensiero che giunga a svincolarsi dall’organo cerebrale. Lasciato consciamente alla propria costituzionale alterità, l’organo cerebrale consegue la sua basale immobilità: tende alla sua originaria possibilità di mediare lo Spirito. L’immobilità si trasmette a tutto il sistema dei nervi, come possibilità di autonomo funzionamento, non interferente nelle funzioni della psiche.

La cosiddetta relaxation, suggerita da moderni metodi di disciplina psicosomatica, è la via verso forme più sottili di tensione nervosa, perché lega la psiche all’imagine del corpo rilasciato, che non può realmente attingere a sé, ossia rilasciarsi, se è prevenuto da tale imagine. Non si può agire sul sistema nervoso, facendo leva sul medesimo. La via della distensione corporea è l’autonomia del pensiero, che dà modo all’organo cerebrale di attuare la propria immobilità in sé. Le forme della contemplazione interiore sono vere soltanto se realizzano una simile condizione, ossia la cessazione dell’influenza della cerebralità sullo stato di coscienza».

Ora, non vi è chi non veda come quanto indicato da Massimo Scaligero è l’esatto contrario di quanto affermato dal nostro “mistagogico Istruttore”. La “pratica” indicata da quest’ultimo è persino come metodo totalmente sbagliata, in quanto chiede preventivamente ad una condizione corporea e psichica quella calma, la quale semmai sarà – anche cronologicamente, oltre che essenzialmente – l’effetto posteriore della Concentrazione. La Concentrazione non ha nulla prima di sé neppure cronologicamente: essa comincia sùbito con un deciso atto di volontà pensante, quale che sia la condizione della psiche o del corpo: senza presupposti o condizioni di sorta. Quanto consiglia il nostro affabulante “Istruttore” porta non a distaccarsi dal sistema nervoso e, più in generale, dalla corporeità, bensì a legarsi maggiormente al sistema nervoso, e ad affondare vieppiù nella corporeità: questa, come insegna Massimo Scaligero, è la via della nevrosi e della medianità. Come evidenzia altresì pure Rudolf Steiner nell’Appendice del 1918 al libro L’Iniziazione, Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, moltissime volte ripubblicato dalla Editrice Antroposofica di Milano.

Il nostro “mistagogico Istruttore” afferma di aver riportato fedelmente quanto prescritto da Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, ma quanto da lui scritto è contraddetto proprio da quest’ultimi. Infatti, così scrive costui nella sua oltremodo problematica descrizione della Concentrazione:

«Fase Tre: Concentrazione Profonda

ll meditante consegue la sintesi finale dell’esercizio di concentrazione che gli starà davanti obbiettivamente. Si tratta, in realtà, di vedere davanti a se un “quid” che simboleggia la Forza- Pensiero evocata dal meditante cogliendo così e di conseguenza percependolo, il Pensiero nell’atto precedente, pre-dialettico, al suo formarsi. Tale “quid”, tale “segno-simbolo” può essere utilmente rappresentato da un punto luminoso localizzato internamente, all’altezza della radice del naso, nel punto in cui le sopracciglia si avvicinano tra loro. A tale immagine va simultaneamente evocata la sensazione interiore di FERMEZZA. Quindi da tale punto luminoso si diparte una corrente luminosa che percorre la colonna vertebrale arrestandosi a livello del coccige: a tale immagine va accompagnata la sensazione interiore di SICUREZZA. Il meditante mantiene la contemplazione del segno-simbolo in uno stato di purità silenziosa: purità che simboleggia l’assoluta indipendenza dell’Io dall’anima».

La descrizione che ne dà Rudolf Steiner nei cosiddetti “Quaderni Esoterici” è alquanto diversa. Ve ne sono varie traduzioni. Ho quella fatta da Alfred Meebold ai primi del Novecento, quella fatta eseguire da Romolo Benvenuti, ed ho quella dattiloscritta che mi donò Massimo Scaligero già in occasione del nostro primo incontro nella primavera del 1970. Trascrivo da quest’ultima quanto Rudolf Steiner prescrive dopo la conclusione dell’esercizio stesso, quello del controllo del pensiero:

«Questo esercizio va fatto giorno per giorno, almeno per un mese. Si può prendere ogni giorno un pensiero nuovo, ma si può anche soffermarsi per parecchi giorni sul medesimo. Dopo fatto quanto sopra, si cerchi, in un secondo tempo, di portarsi a piena coscienza quell’interiore sentimento di fermezza e di sicurezza che, osservando attentamente la propria anima, noteremo ben presto. Si concluda poi (terzo tempo), l’esercizio, concentrando la propria coscienza sopra un punto situato alquanto aldi sopra della radice del naso in mezzo agli occhi, e, da lì scendere nel mezzo della schiena lungo la spina dorsale, riversando il sentimento conquistato in quelle parti del corpo collegandolo con le parole: fermezza e sicurezza».

Se guardiamo la traduzione che Massimo Scaligero stesso fece delle Regole iniziatiche, nella redazione del 1912, e da lui pubblicata alle pp. 144-152 della edizione originale del Manuale pratico della Meditazione, Teseo, Roma, edizione che preferisco, visto che nelle ultime l’attuale editore gianicolense si è permesso di attuare in taluni punti una sorta di discutibile “redazione creativa”, cambiando parole e quant’altro, possiamo leggere:

«Alla fine dell’esercizio (II tempo), si cerchi di portare a piena consapevolezza il sentimento di interiore fermezza e sicurezza, che con attenzione più sottile si potrà presto notare nella propria anima: lo si concentri in un punto alquanto all’interno alla fronte, tra le sopracciglia. Si concluda (III tempo) con l’imaginare una linea movente direttamente da questo punto verso la nuca e scendente lungo il solco mediano della schiena (dal cervello alla colonna vertebrale), come se si volesse riversare tale sentimento in tale parte del corpo».

La redazione del testo tedesco riporta la versione del 1906, e dice letteralmente:

«Am Ende einer solchen Übung versuche man, das innere Gefühl von Festigkeit und Sicherheit, das man bei subtiler Aufmerksamkeit auf die eigene Seele bald bemerken wird, sich voll zum Bewußtsein zu bringen, und dann beschließe man die Übungen dadurch, daß. man an sein Haupt und an die Mitte des Rückens (Hirn und Rückenmark) denkt, so wie wenn man jenes Gefühl in diesen Körperteil hineingießen wollte».

È evidente che nel testo originario si tratta di percepire un sentimento, e non di “evocare” o “immaginare” un punto luminoso. Ed è altresì evidente dal testo di Rusdolf Steiner, che la corrente eterica va dal punto tra gli occhi alla nuca, e da qui sino in mezzo alla schiena, e non di “immaginare” una linea luminosa che arriva – in stile “tantrico” – dal punto sito in mezzo agli occhi giù al coccige. Del resto io possiedo i disegni – datimi da Romolo Benvenuti – dei movimenti del III tempo degli esercizi, disegni fatti eseguire da Giovanni Colazza, e trasmessi sino a noi. Quelli che abbiamo letto più sopra – mi pare evidente – sono degli “sviluppi creativi” del nostro fantasioso “Istruttore occulto”, e non quanto prescritto da Rudolf Steiner. Questi avverte nei “Quaderni Esoterici”, che gli esercizi devono essere eseguiti dal praticante wortwörtlich, ossia ad litteram, alla lettera, così come sono prescritti: senza intelligentissimi “sviluppi creativi”. Tali esercizi – lo afferma molte volte Rudolf Steiner – non sono escogitazione “umana”, neppure da parte dello stesso Rudolf Steiner: essi sono dati dalle Gerarchie divino-spirituali attraverso i Maestri invisibili. Lo afferma lo stesso Rudolf Steiner molte volte nelle esoterischen Stunden, ossia nelle “lezioni” della sua prima Scuola Esoterica. Ora, siccome il nostro “Istruttore occulto” si è premurato di avvertire i suoi lettori, che non essendo egli chiaroveggente, a «differenza di Mimma Benvenuti» (così scrive egli stesso), e che quindi non poteva basarsi altro che sul proprio pensiero logico e non sulle rivelazioni di quest’ultima, non si vede proprio come egli si possa permettere di porsi a Capo – come afferma egli stesso – di una “struttura esoterica”, e di insegnare, portando cotali “sviluppi creativi” a quanto indicano Iniziati come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero.

Da quanto risulta da questa mia disamina di quel costui afferma, ed ad ogni occasione ripete, sorgono – così sembra a me, e non solo a me – numerosi legittimi dubbi circa le sue insistenti affermazioni di conoscenza intima di Massimo Scaligero, di frequentazione delle sue riunioni, ed eziandio anche della conoscenza e della corretta comprensione della Via da lui mostrata.

È proprio vero che non si finisce mai di meravigliarsi, e che – come affermava Eraclìto di Efeso «se non ti aspetterai l’inaspettato, non giungerai alla verità». Tra le molte – invero troppe – “comunicazioni”, che mi hanno destato sommo stupore e meraviglia, vi sono alcune affermazioni del nostro “mistagogico Istruttore” circa alcune questioni e dati essenziali della Scienza dello Spirito. Tralasciando le sue allegate “attestazioni” di diretto discepolato con Massimo Scaligero, e di frequentazione quotidiana, lui vivente, della sua casa – cosa che, non solo a me, bensì a molti che Massimo Scaligero hanno ben conosciuto, appare oltre modo dubbia (per usare un gentile eufemismo) – e delle “descrizioni dal vivo” di riunioni con Massimo Scaligero, che a chi lo abbia realmente frequentato appaiono ancor più problematiche e dubbie (sempre per usare un educato eufemismo), non può non suscitare divertito stupore il fatto che uno che afferma di essere il Gran Hierophante dell’Antiquus Ordo Aegypti, ossia dell’Ordine Osirideo Egizio, Gran Maestro del Rito Rettificato di Misraim e Memphis, Gran Maestro dell’Ordine Martinista Egizio Isiaco-Osirideo, Primate di una Chiesa Gnostica Apostolica Egizio Yohannita, e quant’altro, poi su dati fondamentali della Scienza dello Spirito, e addirittura del testo dei Vangeli, compia errori madornali, dica delle enormi sciocchezze che hanno come scusante unicamente la sua grande ignoranza, sans arrière pensée, delle reali questioni iniziatiche.

Ma prima di entrare in medias res circa le sue più che problematiche “affermazioni” riguardanti contenuti sacri della Scienza dello Spirito, voglio toccare alcune questioni per così dire “storiche” visto ch’egli, congiuntamente con un suo sodale, con “esternazioni” che la mia sapientissima amica Fang-pai, figlia del Celeste Impero, con un’espressione gentile ed educata, trova “inappropriate”, esternazioni apparse sul detto social forum, che mi hanno oltremodo divertito. Riproduco qui di séguito le suddette “esternazioni” di costui  e del suo sodale riguardanti la vexata quaestio dell’identificazione che, sulla scorta di un errore di Renato Del Ponte, essi fanno – sbagliando, come dimostrerò – dell’Arvo del Gruppo di Ur col duca Giovanni Colonna di Cesarò, e poi farò le mie osservazioni. Tralascio unicamente alcune poco educate espressioni di volgari ingiurie nei confronti del sottoscritto, che la mia sapientissima amica Fang-pai mi invita, compassionevolmente, a non trascrivere:

«Di differente è [sc. rispetto all’esercizio della Concentrazione] vi era unicamente la fase uno, preparatoria, nella quale è illustrata una tecnica descritta nel primo volume di “UR” da “Arvo” al secolo Giovanni Colonna di Cesarò discepolo diretto di Rudolf Steiner. Incredibilmente il De Pascale afferma, in uno dei post in cui mi ha attaccato, che “Arvo” non fosse Colonna di Cesarò, bensì Julius Evola! Si tratta davvero di un errore grossolano dal momento che è noto a tutti coloro che si occupano seriamente di esoterismo che Evola firmava i suoi articoli nella Rivista UR con gli eteronimi di “EA” e di “IAGLA”. Del resto se il benevolo lettore confronterà gli articoli di “ARVO” pubblicati in UR con quelli di “EA” e “IAGLA” li troverà diversissimi per stile e contenuto! Che “ARVO” fosse il duca Giovanni Colonna di Cesarò, ministro delle Poste nel primo governo Mussolini, figlio di Emmelina De Renzis, una delle prime discepole italiane di Steiner e discepolo di Steiner a sua volta, mi fu confermato oltre che da Massimo da moltissime altre persone: Mimma Scabelloni, cugina e continuatrice dell’opera di Scaligero, suo fratello Amleto, suo marito Romolo Benvenuti, la sorella di Massimo, Adelina, moglie dell’esoterista Paolo M. Virio, l’illustre orientalista Mario Bussagli, Enzo Erra, Pio Filippani, grande orientalista ed esoterista e infine dallo zio di mio padre Romolo Cota che aveva conosciuto il Colonna di Cesarò personalmente. A sciogliere ogni dubbio sulla identità di Arvo è lo stesso Renato Del Ponte, il maggiore biografo di Evola che nella sua pregiata opera “Evola e il magico Gruppo di Ur” ed.Sear, Bolzano [sic!] 1994, afferma a chiare lettere che il duca Colonna di Cesarò firmava i suoi articoli nel gruppo di Ur con l’eteronimo di “Arvo” o di “Krur”.Allora chi ha ragione? […]  Ma è ben noto che nel mondo antroposofico i fondamentali dell’esoterismo sono spesso sconosciuti! La tecnica descritta da Arvo nel primo volume del Gruppo di UR fu suggerita a me e ad altri amici da Massimo allo scopo di “acquietare la mente ancora piena delle impressioni della giornata” PRIMA di iniziare l’esercizio di concentrazione».

Quanto vado scrivendo nella presente disamina non è affatto vòlto ad attaccare N.R. Ottaviano, o colui che, mi dicono, si celerebbe in internet dietro tale pseudonimo, ma unicamente a difendere l’obbiettiva verità storica e spirituale riguardante l’Antroposofia e la sua Via di realizzazione, contro – questo sì – le menzogne che la deturpano e la distorcono in maniera caricaturale. Se avessi veramente voluto attaccare la persona, e con tutto quello che so di lui sarebbe stato facilissimo farlo, avrei usato ben altri strumenti e ben altro linguaggio, e per il mio contraddittore la faccenda si sarebbe rivelata pessima. Al massimo, per alleggerire la tensione inevitabile alla esposizione della presente disamina, mi permetto ogni tanto una lieve, garbata, scherzosa ironia circa le sue pretese magistrali e i mirabolanti titoli iniziatici dei più diversi Ordini occulti, ch’egli ostenta. Per quel che riguarda l’obbiezione ch’ei mi rivolge, vi è da osservare che gli eteronimi usati da Julius Evola non sono solo quelli da lui citati. Infatti, sono Ea, Iagla, Agarda, e – non me ne voglia il mio avversario – anche Arvo. Gli eteronimi del duca Giovanni Colonna di Cesarò, invece erano, in Ur, Krur, e allorché, dopo la rottura di Evola con Reghini e Parise, Krur divenne il nome della nuova rivista, egli assunse l’eteronimo di Breno. La notizia riportata da Renato Del Ponte è errata. Quanto al fatto che il nostro “Istruttore occulto” abbia ricevuto “conferma” di tale identificazione da tutta una serie di “illustri esoteristi” – e citare come pezze d’appoggio personaggi veramente equivoci come Adelina “Luciana Virio” Scabelloni, e Paolo “Virio” Marchetti, il cui perverso occultismo magico-sessuale, di stampo cattolico, Amleto Scabelloni, in un colloquio che avemmo nei trascorsi anni ottanta, mi caratterizzò, con feroce sarcasmo, come “bafomettiano”, è al contempo scandaloso e comico – da parte mia è legittimo, e ben comprensibile, vedere la cosa come oltremodo dubbia, essendo tutte quelle personalità defunte da molto tempo, e solo testimone delle proprie affermazioni, al solito, è unicamente il nostro “mistagogico Hierophante”.

Ma a smentire l’identificazione di Arvo con Colonna di Cesarò non sono solo io, ma è il libro, apparso contemporaneamente alle annate originali di UR, Zam Bothiva, Asia Mysteriosa, che cita varie volte Evola, e nella seconda edizione, da me posseduta, apparsa negli anni trenta del secolo scorso, vi è esplicitamente affermata tale identificazione con Evola. Siccome tale testo non è di facilissimo reperimento, e la lingua francese non è da molti posseduta, posso fare riferimento alla traduzione italiana di tale libro, eseguita sulla prima edizione francese, e soprattutto alla Presentazione di Gianfranco de Turris, a Zam Bothiva, Asia Mysteriosa, La Confraternita dei Polari e l’Oracolo di Forza Astrale, a c. di Gianfranco de Turris e Marco Zagni, traduzione di Marco Zagni, Edizioni Arkeios, Roma, 2013. Nella Presentazione ricca di dati e notizie, che copre le pp. 7-16, di Gianfranco de Turris, viene chiarito che dietro l’eteronimo di Zam Bothiva vi sia l’occultista, amico di Julius Evola, Cesare Accomani, che aveva ricevuto l’Oracolo da Mario Fille a partire dal quale venne fondato il gruppo esoterico o Confraternita dei Polari, che si riuniva a Montmartre, a Parigi, in casa di Accomani.

Ora, Gianfranco de Turris – che di tutto potrebbe essere accusato fuorché di non conoscere l’opera di Evola – afferma apertamente che Cesare Accomani – secondo quanto scrive Evola nell’edizione di UR del 1955 – ebbe contatto con Evola nel 1928, ma da riferimenti bibliografici si può far risalire addirittura un contatto di Accomani con Arturo Reghini nel 1926. Per non dilungare troppo questo articolo riporto per ora solo una citazione di de Turris, tratta dalla sua Presentazione a p. 9:

«In Asia Mysteriosa nella Appendice “I Polari” c’è una indicazione di data: “nel giugno e luglio 1929….”. Il libro uscì dunque nella seconda metà di quell’anno. Ecco un’altra conferma che quando Julius Evola parlò diffusamente della faccenda ne scrisse per esperienza diretta e non per aver letto il libro. Che l’articolo, di cui si è appena fatto cenno, “sopra un oracolo aritmetico e sopra i retroscena della coscienza” a firma “Arvo” apparso su Krur n. 2, febbraio 1929, p. 40-47, sia di Evola non possono esservi dubbi: a parte lo stile, fa riferimento ad un episodio che si ritroverà identico in Asia Mysteriosa da un’ottica opposta».

A p. 10, de Turris aggiunge:

«Evola/Arvo definisce l’Oracolo una tecnica di “assoluta meccanicità e impersonalità”, anche se, precisa, “sulla portata delle risposte non abbiamo elementi per poterci pronunciare con sicurezza».

Ora, io non ce lo vedo proprio Giovanni Colonna di Cesarò ad interessarsi ed usare un metodo occulto così equivoco, chiaramente medianico, i cui risultati nel tempo dettero eloquenti risultati disastrosi proprio nella Confraternita dei Polari, fondata a Parigi su tale Oracolo.

Infine, mi sia permessa un’osservazione circa quanto affermato dal nostro “mistagogico Istruttore”, ossia esser stato lo zio di suo padre, dunque il suo prozio, Romolo Cota – al solito, unicamente a suo dire – discepolo di Giovanni Colazza, e addirittura suo allievo nella Facoltà di Medicina. Ora, Giovanni Colazza non ha mai insegnato nella Facoltà di Medicina, e il nome di tale prozio del Nostro non risulta mai in nessuna delle liste dei discepoli di Colazza che io ho nel mio archivio – ben 113 nomi nella lista più nutrita – per cui, mi voglia perdonare il mio avversario, ma mi è davvero molto difficile credere alle sue attestazioni.

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