Michele

MOMENTO PRE-CEREBRALE DEL PENSIERO (di M. Scaligero)

Particolare Trittico di S. Michele – 1510 – Vienna – Kunsthstorsches Museum

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Disse Massimo Scaligero  durante una riunione negli anni ’70:

“Non siamo all’inferno, siamo in luogo in cui si apre un varco verso la zona vera della vita in quanto veramente si è capaci di affrontare il mistero della nascita e della morte.”

“C’è una forza che veramente ci libera, che veramente ci fa superare la barriera.  Ma non si tratta di una conoscenza, si tratta di una forza”.

“La Via è una Via eroica.”

“Noi sappiamo che il sistema ritmico, che è la chiave di questo passaggio, di questa riconquista dell’equilibrio dell’Io e del corpo astrale,  è quello in cui affiora il Logos; il sistema ritmico è quello in cui il Logos afferra il pensare e il volere dell’uomo.”

“Il pensare lo abbiamo nella testa ma è Luciferico. Il volere lo abbiamo nelle membra e nel sistema del ricambio ma è dominato da Arimane.”

“Il sistema ritmico come veicolo del Logos è la chiave di questo. Però al sistema ritmico non si arriva concentrandosi nel cuore o forzando la vita del sentire, perché la porta é chiusa.

Dove? Nella testa.

E’ nella testa che si combatte la battaglia. Perché  nella testa noi abbiamo la barriera del cervello.

La porta è chiusa e un detto iniziatico dice: <Entra, la porta è aperta e tu diventerai un vero uomo, ma se non entri da quella porta mai diventerai un vero uomo.>”

“Ora, quella via che noi seguiamo, è la via perché possiamo ristabilire il contatto con la sede mediana; e qui, per poter dare una indicazione pratica, stiamo parlando della via di Michele, perchè è Michele che apre la via dalla testa al cuore.

Se è aperta quella via allora è aperta la via al Logos.

Allora c’è il trasferimento del senso dell’Io nel sangue, allora si ha un sentire che è un sentire divino, che è il sentire della devozione, è la Iside-Sophia, che però non è contaminato da Lucifero, tuttavia è nel regno di Lucifero; ma Lucifero ubbidisce al Logos: se Lucifero è dominato dal Logos allora diventa un servitore del Logos.

Ed è questo il compito dell’uomo.”

 

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MOMENTO PRE-CEREBRALE DEL PENSIERO

Pochi autentici coraggiosi oggi sono capaci di sapere che il massimo male dell’uomo di questo tempo, è la mancata conoscenza della luce pre-cerebrale del pensiero, come via cosciente al Sovrasensibile: essendo irregolare la ripetizione di antiche vie, che non pativano il condizionamento della cerebralità e perciò non potevano esigere il suo superamento.

La dipendenza del pensiero logico-scientifico dall’esperienza sensibile, generante ogni volta un contenuto conseguito non dai sensi, ma mediante i sensi, e tuttavia ignorato come obiettiva struttura interiore: questa dipendenza, che quotidianamente nell’uomo moderno esprime leggi fisiche, ma contraddice le leggi della coscienza e pertanto assurge a Scienza, Cultura, visione del mondo, divenendo la fonte della nevrosi generale umana, è alimentata soprattutto dal fatto che i responsabili intellettuali, inspiegabilmente, mancano dell’impulso a conoscere il momento pre-cerebrale del proprio pensiero. Si può dire che l’organo cerebrale condiziona in essi talmente l’indagine, da renderla inconscia servitrice della corporeità, che è dire della vita istintiva. Nel mondo moderno, invero, la razionalità muove inevitabilmente condizionata dalla vita istintiva. Ciò dipende da assente coscienza della realtà extra-fisiologica, o pre-cerebrale, della razionalità. La Scienza, più che al servizio dell’uomo, è al servizio dell’uomo fisico, ossia della sua animalità.

L’espressione “luce del momento pre-cerebrale” della conoscenza, non è retorica: si riferisce a una forza reale. Questa in verità ogni volta si accende nell’atto del conoscere, come per esempio allorché lo scienziato intuisce una legge. Preoccupante è che l’intelletto in lui non avverta il proprio movimento, non si riconosca produttore della verità logica o matematica: ignori la propria realtà, che è la base della realtà che esso attribuisce alle cose.

L’attuale sperimentatore che si ritiene empirista, perché deliberatamente tiene a far coincidere la propria indagine con i processi sensibili, senza immettervi nulla di arbitrario, non avverte l’arbitrio grave nel quale incorre, venendo meno alle leggi dell’empiria, allorché nel quadro dei risultati ignora il pensiero che egli introduce come nucleo centrale del fenomeno o della legge, dando senso obiettivo ai dati dell’esperienza. Egli sub-consciamente teme di scoprire di essere il produttore del contenuto reale dei fenomeni, che è contenuto di pensiero, perché dai dati sensibili non può venire alcun contenuto che non sia attività ideale. Paventa di poter concepire i nessi non sensibili dei fenomeni: di sentirsi responsabile, come soggetto pensante, dell’identificazione della verità: che non è un’obiettività già esistente a cui il pensiero passivamente debba adeguarsi, ma qualcosa che il pensiero genera, in base ai dati sensibili. Teme soprattutto scoprire la zona in sé, in cui il momento cognitivo del sensibile e la vita dello Spirito sono un identico movimento.

L’uomo, per vie spontanee della natura fisio-psichica, non può vedere la luce pre-cerebrale, o l’essenza del pensiero: ma la logica stessa delle sue operazioni razionali, ove egli veramente acquisisse consapevolezza del processo che le rende conseguenti, lo porterebbe a quella essenza. In tale direzione però egli incontrerebbe una barriera nell’organo cerebrale necessario alla forma dialettica. È la barriera che attende da lui di essere conosciuta e superata mediante un atto volitivo, attingente allo stesso volere a cui egli fa appello per l’iniziale operazione cognitiva.

Se vuole veramente portare a compimento il proprio indagare, il moderno sperimentatore in effetto deve superare la propria natura cerebrale. Ove giunga a superarla, scopre che essa non gli consente la percezione della luce interiore dell’indagare, perché è obiettivamente dominata da un’entità che dalla sfera fisica ha il potere di ridurre al proprio livello tutta l’interiorità umana, “abitando” l’organo cerebrale. Per via di quest’organo, il corpo di luce dalla cui zona superiore sprizza ogni volta inizialmente libero il pensiero, viene di continuo sottratto alla visione dell’indagatore. Egli vede come realtà solo la materia, perché gli sfugge la luce eterica con cui incontra le cose, e parimenti il cosmo eterico extra-spaziale di continuo operante nelle forme spaziali viventi, tipicamente nella pianta: cosmo il cui processo si accende in lui ogni volta che volitivamente conosce.

Solo il sagace empirista, ossia l’empirista coerente, o consapevole, può capire che non è vero empirista, se non decide di vedere la luce del corpo eterico, che si accende ogni volta nel conoscere. Può vedere oltre le barriere della natura animale, o ahrimanica, perché in realtà le supera senza avvertirlo, ogni volta che consegue verità logiche o matematiche. Il non sapere ciò che pur fa, lo rende ciecamente dipendente dai risultati dell’indagine. In questi egli riconosce la verità e non nell’attività interiore di cui è stato capace, e che è il vero contenuto della Scienza.

Allorché sprizza la luce del momento pre-cerebrale, per attimi tutto l’uomo è in stato di verità, perché in quegli attimi l’Io domina il corpo astrale, l’eterico e il fisico, secondo ordine originario. La corrente evolutiva che può dare modo all’uomo di superare il limite animale e che taluni cercano romanticamente nella Tradizione, affiora negli sperimentatori capaci dell’atto superiore di volontà, grazie al quale possono contemplare il momento pre-cerebrale del conoscere. Essi percepiscono la polarità del volere opposta al pensare e tuttavia pronta a fluire nella corrente del pensare voluto.

Mediante la concentrazione, tali sperimentatori immettono nel pensiero la volontà e scoprono che la luce del conoscere è il fluire stesso dello Spirito al quale un tempo, in vite precedenti, andavano incontro mediante samadhi, o estasi. Tale fluire, intercettato oggi nell’uomo dall’organo cerebrale, si presenta come una corrente di vita paralizzata: come la luce del Sole oscurata dal frapporsi della Luna, quando si verifica l’eclissi. L’analogia è reale, perché all’eclissi della luce cosmica prodotta dall’organo cerebrale nell’uomo, risponde una sorta di tregenda degli istinti: qualcosa di simile a ciò che su un altro piano avviene sulla Terra durante l’eclissi totale del Sole: i demoni inferi si scatenano e tendono a sopraffare l’umano.

Scopo vero della concentrazione profonda è ritrovare la luce pre-cerebrale del pensiero: questa luce diviene tanto più intensa e in sé potente, quanto più in essa fluisca l’impersonale volere. Ritrovare la luce del pensiero, mediante la concentrazione, significa realizzare come potenza il conoscere, per il quale l’organo cerebrale è dato come un mezzo. Ma occorre, a un dato momento, prescindere da tale mezzo: non si tratta di sapere, o di conoscere intellettualistico (questo, se mai, può costituire solo impedimento), ma di percezione del contenuto pre-dialettico, o pre-cerebrale, del conoscere. Per esempio, si può ridestare il momento intuitivo di una legge o di un fenomeno, sì da farlo nuovamente balenare nella coscienza, indi riprodurlo indipendentemente dalla sua determinata veste dialettica: sino a contemplarlo come imagine, o segno, o simbolo. Giova insistere e riposare in tale contemplazione.

Si può giungere direttamente a riprodurre il contenuto dinamico di un concetto, o di una tesi, senza necessità di ricostruire il processo formale, anche se la ricostruzione esatta del processo formale è una preliminare sana disciplina, che ogni tanto giova ripristinare. Si può avere l’esperienza diretta della luce. Questo però occorre, per così dire, meritarlo. Si è al livello in cui il potere interiore può essere accordato solo dal Mondo Spirituale, pur rispondendo a un’operazione della individuale decisione autocosciente. In realtà ogni conquista sovrasensibile autentica è sempre un dono decretato dai Maestri invisibili: esige però l’iniziale determinazione individuale, il coraggio della personale intrapresa.

Attraverso tali operazioni esoteriche, lo sperimentatore entra in contatto nella sfera pre-cerebrale con un’Entità cosmica che domina con legittima autorità la vita interiore dell’uomo dell’attuale tempo. È l’Entità che reca all’uomo un nuovo rapporto con il Divino, rispondente alla mutata condizione interiore di lui, ossia al muovere di lui da un’autocoscienza libera, indipendente dall’antico “Dio-Padre”, spirituale legislatore, ispiratore della tradizionale religiosità e sacralità. L’autocoscienza formatasi sulla base dell’intelletto razionale, mediato dalla cerebralità, può ritrovare il suo rapporto con il Sovrasensibile, grazie all’entità rappresentata nella Gnosi e nel mito come Arcangelo Michele. Per recare all’uomo moderno la connessione attuale con l’intelligenza cosmica e la perennità del Logos, tale entità deve in un certo senso contraddire il rapporto trascorso dell’uomo con il Logos, mediato dal Lucifero celeste: un rapporto che si fondava sul sentimento e sull’ispirazione trascendente, e che non può dire più nulla all’uomo cerebrale del presente tempo. Nell’uomo intellettualmente cerebrale oggi si scatena, in forma ancora confusa, la libertà, la possibilità della nuova connessione con il Divino.

Proprio grazie al prevalere dell’impulso intellettualistico, tuttavia, nel retroscena immediato del divenire umano, si verifica un allarmante fenomeno. Della corrente del Logos recata da Michele all’uomo cerebrale, si può impossessare l’Entità che domina l’uomo fisico mediante il sistema nervoso, in quanto egli manca di coscienza del momento pre-cerebrale del pensiero. La libertà di lui nasce compromessa: la “vera luce”, la nuova, l’autentica, non più luciferica, non viene conosciuta da lui.

Ahrimane domina, obbliga l’uomo: Michele non può dominarlo. Michele non può operare se non mediante l’uomo che attui la propria libertà e gli vada incontro, superando il limite cerebrale: non può obbligare l’uomo. La sua corrente cosmica fluisce verso l’uomo, come potere del Logos tendente ad incarnarsi nell’Io di lui e in particolare nella volontà cosciente, cioè realmente libera. Sino a ieri la potenza del Logos fluiva nel sentire dei puri devoti ed esplodeva oggettiva e imperiosa nei miracoli della fede, a condizione di escludere l’autocoscienza pensante: aveva un tale potere di accensione delle forze originarie del sangue, che giungeva a possedere spiritualmente l’essere fisico, squassandolo, illuminandolo e distruggendolo. Il Santo o il mistico poteva vincere Ahrimane, ma non era il suo Io a vincere: lucifericamente, ossia passivamente, egli doveva dar modo al Logos di agire attraverso lui.

Il tempo presente è caratterizzato dall’esigenza che l’Io incarni il Logos. I secoli recenti hanno preparato l’uomo razionale-positivista, capace di realizzare a tale livello l’autocoscienza. Solo l’autocoscienza, infatti, ha la possibilità di esprimere per la prima volta direttamente la propria originaria luce, il principio che non le è esteriore, né trascendente, perché essa nel volersi lo realizza.

Ciò che sembra un regresso, il Materialismo, in realtà è la prova che l’uomo moderno deve attraversare, vincolando la coscienza al sistema nervoso e perciò alla cerebralità, per acquisire definitivamente indipendenza dall’antica psiche dominata dal sangue e dalla razza: per avere un’esperienza del reale, unicamente mediata dai sensi e dalla razionalità: un’esperienza di cui l’Io assuma la responsabilità dal più elementare livello terrestre. Un Io capace di tale discesa nella terrestrità, reca in sé la forza di riconoscere il Logos: avverte che può esprimerlo, se esprime la propria essenza. In seguito potrà riprendere il dominio del sangue.

L’Io individuale, che un tempo era l’ostacolo all’Universale, oggi è il punto di partenza per l’esperienza dell’Universale: quanto più puramente sia individuale, cioè se stesso, libero di psiche, tanto più essenzialmente attua l’Universale.

Ma l’Io individuale inizialmente non può non essere cerebrale: gli è inevitabile preliminarmente la dipendenza dal sistema nervoso. Non può nulla sul sangue, in cui rigurgitano gli istinti e si agitano le passioni, che regolarmente sommergono ogni volta il sistema intellettuale della cerebralità. L’Io, mediante il sistema dei nervi, deve sviluppare un proprio potere individuale, grazie al quale riprendere il dominio cosciente del sangue: superando perciò la mediazione nervosa che gli è inizialmente necessaria. Deve superare l’inganno del supporto nervoso, perché il suo vero supporto è il sangue: non deve soggiacere alla psiche illegittimamente condizionata dal sistema nervoso; a sua volta dominato dal sangue, cioè dagli istinti.

L’arte è l’autocoscienza che sia capace di sorreggersi sul proprio fondamento interiore, indipendente dal sistema nervoso e in particolare dall’organo cerebrale, a cui deve solo la formazione del suo elemento individuale. L’autocoscienza che realizzi la propria liberazione – secondo una direzione inversa a quella dell’attuale Cultura, codificante la dipendenza dell’Io dal sistema nervoso e perciò dagli istinti – riprende il dominio del sangue, in quanto supera la mediazione cerebrale: ritrova la giusta cooperazione con il cuore.

L’esperienza di luce del cuore, che un tempo veniva realizzata dal mistico, o dal bhakta, o dall’orante realmente devoto, ormai è possibile unicamente grazie alla corrente superiore della volontà, che nel veicolo del pensiero muova consapevolmente oltre la barriera cerebrale. È questa volontà che ridesta l’originario potere di vita della Luce nel sangue.

In quanto Michele opera mediante le forze del cuore, ha bisogno soprattutto di incontrare l’uomo ai confini del mentale, là dove l’intelletto è capace di superare coscientemente la barriera cerebrale, cioè il limite ahrimanico. Per aprire la via al cuore, la corrente di Michele investe l’uomo nella testa, là dove egli, mediante volontà, può attingere il momento pre-dialettico del pensiero. Solo un moto libero della volontà può dare modo all’uomo di andare incontro alla corrente di Michele. Tale volontà tuttavia egli può mettere in moto unicamente nel veicolo del pensiero. La funzione del pensiero non ha in definitiva altro senso: divenire corrente della volontà. In tale corrente è presente la luce di Michele, nella quale è presente la folgore del Logos.

La lotta vera per il dominio dell’uomo si svolge là dove il pensiero umano ha radici nel suo originario impulso cosmico. Ciò che l’uomo di questo tempo soffre nella psiche e nel sistema nervoso è la conseguenza di questa lotta, per ora dominata dal nemico dell’uomo, salvo naturalmente il caso delle rare personalità sacrificalmente osservanti la via di Michele, la direzione del Logos solare. Là dove la luce pre- cerebrale fluisce dalla potenza di Michele all’uomo, questi normalmente non è ancora desto: dovrebbe invece, logicamente, essere desto, consapevole. Almeno le comunità spiritualiste dovrebbero coltivare l’esigenza di tale consapevolezza: ma la dialettica limita la loro visione riguardo alla missione dello Spirito del Tempo, l’“Antico dei giorni” della Bhagavadgita, Michele. Non riescono a scorgere l’Arcangelo del Tempo.

In sostanza avviene che l’Entità ahrimanica, più vigile che l’uomo, ai confini della cerebralità, può appropriarsi della luce cosmica del pensiero destinata da Michele all’uomo, prima che questi la faccia propria, salvo appunto i rari casi accennati. Lo sviluppo spirituale dell’uomo consiste nella sua possibilità di scoprire come venga privato della fonte del pensiero con cui pensa, e ingannevolmente orientato.

La via interiore può essere veridicamente indicata dal Maestro che solo al mondo conosce il Mistero di Michele e per primo lo ha rivelato all’umanità, compreso appena da rari discepoli. Discepolo vero è colui che riesce a identificare l,insegnamento di tale Maestro, o la chiave attuale di esso. Lo abbiamo sempre indicato come Maestro, anche quando talora abbiamo consapevolmente rinunciato a dire il suo nome, per dare modo al lettore di essere libero di riconoscerlo da sé. E tuttavia lo abbiamo nominato sempre. Coloro che riescono a leggere senza prevenzioni, possono riconoscere facilmente come noi esprimiamo in ogni capitolo della nostra opera il rapporto con Rudolf Steiner, chiamandolo il “Maestro dei nuovi tempi”: il maestro più irriconosciuto, persino dai suoi, perciò il vero.

L’Entità ahrimanica trova facile il compito d’impossessarsi della luce pre-cerebrale del pensiero, soprattutto per il fatto che l’umana anima razionale, attualmente condizionata dalla cerebralità, presume essere interprete dei contenuti spirituali, pur permanendo nella zona della obsolescenza dello Spirito, cioè senza minimamente percepire lo Spirituale, del quale ha solo la dialettica, o l’enfasi sentimentale.

Tale insufficienza spirituale, propria all’anima dialettica dell’attuale cultura, dà modo ad Ahrimane di spadroneggiare al limite cerebrale. Solo superando questo limite, l’uomo potrebbe incontrare direttamente la luce di Michele, contemplare il potere cosmico del Logos di cui Michele è portatore. Ahrimane invece s’impossessa agevolmente dell’intelligenza cosmica fluente verso la cerebralità umana e la elabora come propria sostanza, dando all’uomo cerebrale l’escreato dialettico già pronto e logico, accettabile perché non richiedente il moto originario del pensiero e soddisfacente gli istinti, pienamente accordandosi con la natura animale dell’uomo. Le dottrine materialiste, che sembrano venire dal mentale umano, sono in realtà l’elaborato delle entità che si esprimono compiutamente nel processo delle forme terrestri animali e dominano l’uomo mediante il sistema nervoso.

In definitiva, oggi, Ahrimane, ai confini del suo dominio fisico, illegittimamente riesce a impossessarsi del pensiero nel momento del suo farsi cerebrale e lo trasforma in propria struttura, dissimulandone l’illegittimità, col far sì che essa appaia rispondente ai canoni umani della teoretica, della logica, della meccanica, e a tale livello ai canoni etici e religiosi, come a tutti i sistemi sociali che hanno il còmpito di eliminare la libertà individuale.

Il Materialismo è già un pensato di Ahrimane: i suoi interpreti non hanno che da assumere lo stato del pensiero qual è: riflesso dalla cerebralità. In questa sfera non sono confutabili, perché tutti i processi base della percezione e del pensiero si svolgono realmente quale i fisiologi e i moderni gnoseologi dimostrano. Il momento cerebrale del pensiero e il suo incontro con il dato percettivo dei sensi sono condizionati dalla struttura fisiologica dell’uomo e perciò hanno carattere soggettivo. Ma non esisterebbero scienze del mondo fisico, se l’uomo non fosse capace ogni volta di superare il limite soggettivo, scoprendo leggi e principi obiettivi. Purtroppo, egli non è scientificamente consapevole di tale superamento: perché la conquista di simile consapevolezza è un’esperienza dello Spirito, che egli non riesce a scorgere, essendo affissato ai risultati esteriori delle sue operazioni interiori.

L’uomo è capace di qualcosa di quotidiano, essenziale, di familiare, mirabile, che tuttavia non avverte: è capace di superare il limite soggettivo mediante il concetto, l’idea, l’universale del pensiero, ma può anche, mediante disciplina interiore afferrare il momento pensante del pensiero. Questo momento si sottrae all’azione di Ahrimane: da tale livello l’uomo può dominare Ahrimane, può superare l’umano- animale. Perciò, dallo Spirito, gli è dato il pensiero: ma egli deve conoscere che cosa è veramente il pensiero.

Lo sperimentatore può attingere a un elemento adamantino, immortale, incorporeo, di continuo affiorante, sconosciuto, nel concetto. Gli occorre scoprire che cosa di nuovo è entrato nella storia dell’uomo con il concetto. Se sa farlo affiorare, sino al suo darsi cosciente, può conoscere il primo moto del Logos in lui, anche se ignora il nome del Logos: può incontrare in sé l’universale che congiunge l’umano al Divino, l’indicazione trascendente di Michele, l’idea come forza pura, sperimentabile.

Il concetto è il darsi dello Spirituale che ovunque preesiste al sensibile, o al contenuto a cui corrisponde: il darsi dello Spirituale che l’uomo non avverte, onde crede che il concetto gli sorga come sintesi di rappresentazioni. Questa sintesi è bensì vera, ma, se egli la sperimenta con rigore cosciente, scopre che è la forma di cui si veste in lui l’essenza della cosa contemplata, esistendo prima di questa. Il concetto è la forma intellettuale di cui il Logos si veste nella coscienza umana, perché tale coscienza liberamente possa ricongiungerla con le cose, restituendo l’unità del mondo.

L’uomo antico aveva, ad esempio, la rappresentazione del cavallo: vedeva diversi cavalli, ma la loro anima di gruppo, l’entità unitaria, la percepiva nel Sovrasensibile, come una divinità. Così il fiume, il bosco, il monte, ecc.: di ogni ente egli percepiva la deità in alto: non gli necessitava il concetto. L’evento nuovo è che l’uomo moderno conquista l’universale sovrasensibile come concetto che egli stesso produce: egli sperimenta un universale mentale, che a torto crede filosoficamente sia una sintesi soggettiva tratta dal sensibile. Questo universale che si presenta identico ossia uno con il pensiero, muove sempre, come in antico, dal Sovrasensibile: ora è il trascendente che si fa immanente, fluendo nel pensiero, così identico ad esso,che l’uomo crede sia la sintesi intellettuale compiuta da lui, perché ad esso arriva mediante questa sintesi. Una tale sintesi, invero, è necessaria, è sacrosanta, è il primo moto dell’uomo verso la libertà, verso il Logos: anzi, è il primo moto del Logos in lui.

Nel primo momento dialettico legato alle rappresentazioni, il concetto è invero una sintesi astratta, condizionata dai mezzi sensibili e sovrasensibili mediante cui si forma, ma tale sintesi non sarebbe essa stessa possibile, se una dynamis interna con l’impeto della verità non la guidasse: una dynamis che dialetticamente la esige, in quanto già la possiede pre- dialetticamente. L’elemento adamantino del concetto è il potere micheliano fluente come forza superiore del volere umano: perché il concetto non si dà, se non è voluto. Deve essere deciso dallo sperimentatore l’atto di volizione del concetto: il cui elemento adamantino invero non si dona gratuitamente, in quanto nasce cosciente nel volere, che mediante pensiero lo vuole. E questo è il senso della concentrazione: muovere con il pensiero nella zona della libertà voluta, o della volontà libera.

In questo volere fluisce il potere con cui l’uomo costruisce la sua Civiltà e la sua Cultura, sostanzialmente realizzando il quantum che può accogliere dal Logos: sia che l’abbia, come avveniva in antico, trascendente e rivelato, sia che l’abbia, come è necessario nei tempi moderni, quale conquista del pensiero realizzato volitivamente, in momenti eccezionali, attraverso rare menti geniali, oltre quel limite soggettivo al quale si sono arrestate le filosofie occidentali, idealistiche e materialistiche. Il quantum del Logos non è tutto il Logos, ma solo ciò che di esso l’uomo può sostenere, senza venirne folgorato.

È inevitabile che il pensiero sia conosciuto dapprima condizionato dai veicoli psico-fisiologici, mediante cui si esprime, ma questo non è ancora il vero pensiero: che non può essere neppure la proiezione idealistica della sua possibilità teoretica meramente rappresentata, ma non uscente dalla sfera della soggettività. Il vero pensiero è quello che lascia intuire se stesso in quella zona pura in cui esso muove indipendente dai veicoli psico-fisiologici e dialettici: deve essere sperimentato nella zona in cui nasce dal “cosmico nulla”, cioè dal non umano, dal non antropomorfico, cioè dove ritrova in sé il Divino.

Massimo Scaligero

da “KUNDALINI D’OCCIDENTE”  il centro umano della potenza

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PREGHIERA A S. MICHELE ( poesia di Rosaria Di Donato)

Ida Di Pierdomenico in alta montagna con il suo gregge di pecore – 1972 – A Cusciano di Montorio al Vomano- (Te) – Abruzzo. Foto di Nicola Jobbe

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A questa roccia benedetta

con il mio gregge giungo

e il cumulo depongo di antiche pene

o san michele che squarci le tenebre

principe degli angeli

accogli la mia prece

e i doni che ti porgo benedici

se pur umili e semplici

vengo dagli alti monti pel tratturo

che fino al mare giunge in piano

e come vele ho immaginato le tue ali

lungo il viaggio a proteggermi

non sarei qui se la tua spada

non avesse il varco aperto tra i perigli

non sarei qui riconoscente a offrire

povere parole e latte e cacio e le mie cioce

consunte come vita che le stagioni

insegue a suon di zufolo o zampogna

o ciaramella son pastore

e il gregge guido tra scampanii di luce

san michele che difendi il mondo dai demòni

a te m’inchino e prego che m‘aiuti

contro la malasorte l’infermità l’invidia

che il serpe antico sparge senza tregua

ferocemente barbaramente intorno.

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AUTUNNO, TEMPO DI CENERE

 van-gogh-vigneto-rosso

Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano e del mondo, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione che sta per piombarci addosso modificando non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più vicina al nocciolo interiore?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.

Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto quasi centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.

Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci fanno sapere che l’estate è fuggita via.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.

Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.

Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.

Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.

Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.

Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!

Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.

Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.

Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!

Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.

Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.

Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?

Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.

Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.

Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

PS: scusate se – del tutto intenzionalmente – non accenno a Michele. Chi vuole mediti o legga quello che il Dottore ha scritto in merito. Il coro di “pensieri micaeliti”, “intelligenze dei cuori”, le esortazioni ad “afferrare con coraggio la spada di Michele”, insomma la litania annuale di pie esortazioni, paiono solo parole con l’abito di festa. Col sottofondo di devozione cattolica sconfinante nella superstizione che quasi sempre è la sua deriva.

Per chi volesse, più seriamente, avvicinarsi ad un ambito che lambisce qualcosa di reale nel merito di tale Essere, consiglio di pensare i pensieri che si snodano con la lettura della “Tradizione solare” di Massimo Scaligero. Pensare pensieri, signori miei: le genuflessioni sentimentali, figlie di una ottusa decadenza, valgono meno di niente.  

IL PENSARE DEL CUORE

Mich

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Ci viene raccontato dal drammaturgo greco Eschilo, che per aver donato all’uomo il fuoco, Prometeo viene incatenato alle rocce del Caucaso dal padre degli dei Giove.

Esseri, impietositi dal suo stato, gli fanno visita in quel deserto e gli chiedono perché mai sia stato punito in modo tanto severo. Prometeo risponde che il fuoco che egli ha donato all’umanità, ha portato l’uomo a un decisivo salto di coscienza: lo ha reso “internamente spirituale”.

Eschilo, che descrive la scena, crea questo nuovo concetto che prima di allora non esisteva nella lingua greca.

Che cosa intende con “internamente spirituale”? Prometeo si prende il merito di aver fatto in modo che la facoltà spirituale pensante, che prima veniva donata all’uomo da “fuori”, ora diventi interna all’uomo.

Nei più antichi poemi epici viene raccontato che l’uomo, posto di fronte ad importanti decisioni, veniva ispirato dalle divinità e seguiva il loro volere.

Con il dono del primo germe del fuoco-pensiero, l’essere umano diviene capace di operazioni spirituali autonome, può prendere egli stesso le sue decisioni e risponderne.

Prometeo ha reso l’uomo potenzialmente “signore della propria ragione”.

Ma il salto di coscienza che rende l’uomo autonomo nel mondo sensibile, allo stesso tempo oscura la sua coscienza superiore e lo allontana dagli dei e dal mondo spirituale: avviene la cacciata dal paradiso descritta nell’Antico Testamento.

Da allora, questa nuova facoltà che vive nell’uomo, si evolve a poco a poco in due forme diverse: come intelligenza analitica e come intelligenza creativa.

L’intelligenza analitica, facendo un salto ai giorni nostri, si presenta vincitrice su tutti i fronti; tutte le scoperte della scienza e della tecnica provengono prevalentemente da questo tipo di pensare. Negli ultimi decenni, però, è diventato sempre più chiaro che la dimensione prometeica del pensare umano, l’elemento creativo intuitivo, quello che viene impiegato nella creazione artistica, ha in sé potenzialità immense che vorrebbero venir riconosciute e portate nella vita.

I tempi chiedono, con sempre maggior insistenza, la liberazione di Prometeo dalle catene, nel significato più vasto del termine, perché questa liberazione possa dare all’uomo la possibilità di affiancare al pensare intellettuale, indagatore di una realtà materiale, anche un pensare puro, vivente, capace di sostenere se stesso nella conoscenza e nell’indagine spirituale.

Con la “spiritualizzazione del pensiero” abbiamo a che fare con qualcosa di nuovo.

Non si tratta semplicemente di contrapporre un nuovo pensiero a quello vecchio, bensì di scoprire un pensiero capace di far risorgere il mondo dalla pesantezza terrena.

L’uomo deve portare a coscienza il fatto che qualunque percezione gli stia dinnanzi deve trasformarsi in pensiero per poter essere colta dal pensare.

Il percorso del pensare, partito dal dono di Prometeo, nell’essere umano ha continuato la sua metamorfosi in una evoluzione spirituale continua.

Rudolf Steiner ci dice che con l’avvento dell’epoca di Michele (1879) inizia la possibilità del “pensare del cuore” o pensare secondo Michele.

I cuori iniziano ad avere pensieri!

Che cos’è il pensare del cuore?

La relazione tra la mente e il cuore dell’uomo è un mistero delicato e la difficoltà a comprenderla è estrema. Normalmente si dice che con il cuore sentiamo una gioia o un dolore, cuore e sentimento li sentiamo molto imparentati tra loro, ora però si tratta di un sentire affinato che diviene organo di percezione di un pensiero più vivo, più forte, di un pensiero compenetrato di volontà.

Si potrebbe dire che si tratta di un sentire che pensa e di un pensiero che sente e credo che questa esperienza, per chi sta facendo un percorso spirituale, sia più comune di quanto si immagini.

Dalle molte caratterizzazioni del pensare micheliano, fatte dal dottor Steiner, si può iniziare a trovare anche in noi un inizio di questo pensiero nuovo.

In fondo, per entrare veramente nell’Antroposofia ( non solo in maniera intellettuale) c’è bisogno che il pensare venga sostenuto da un sentire divenuto più vasto, impersonale: un organo di percezione capace di “sentire” in sé la risonanza della verità.

Per il nuovo rapporto che viene così a costituirsi con Michele, il Principe del pensare del cuore, R.Steiner, in una delle sue conferenze, utilizza una meravigliosa immagine.

Nello sforzo di raggiungere questo pensiero fortificato dalla volontà e sostenuto da un sentire nuovo, gli uomini possono chiedere aiuto a Michael e allora…..”è come se allungassero le mani spirituali a Michele, dal basso verso l’alto per afferrare le mani tese di Michele dall’alto in basso. Infatti così può essere creato il ponte tra gli uomini e gli dei”. (O.O. 219, 17.12.1922).

 

 

 

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