L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2025
Anno XXX n. 9
Settembre 2025


Anno XXX n. 9
Settembre 2025



(Adamo ed Eva: Preghiera-Incisione su ferro-1863)
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Molta sofferenza è intorno, molte prove, molto sacrificio: il rimedio è riversare amore secondo l’anima che si riempie di donazione di sé a ciò che è sacro e assoluto, secondo l’impegno della perennità. Spesso ho sentito dire da amici che venivano a chiedermi consiglio, che soffrivano perché “si sentivano soli”. Non avevo mai ben capito cosa significasse “sentirsi soli”, perché sempre, realizzando la solitudine interiore, anzi cercandola, mi ritrovavo con il mondo, con la vita interiore degli altri, per cui sentivo nella solitudine non un isolamento, ma una via ascetica alla comunione con la realtà effettiva degli esseri. Sentirmi solo è stata sempre per me una via alla beatitudine.
Ho molto analizzato ora il significato vero del “sentirsi soli”: è il principio di una necessità di riconoscersi incapaci di amare. È incapacità di poesia: poesia non come attività estetica, ma come spirito alitante e libero.Tutto il clima interiore del colloquio con l’altro deve essere poesia: uno sprofondarsi in un’armonia risanatrice. Ognuno è chiamato alla restaurazione dell’antica armonia, l’originario Eden dell’umana coppia, lo sposalizio cristico.
Viviamo ore in cui il mondo ci è di fronte con tutto il suo corrusco tessuto di forze e di brame: lotte etniche, guerre, fanatismi classisti, livellamento ugualitario ecc. Questo può essere messo in rapporto a un vacillamento di fede e di onore del combattente dello spirito: un impegno spirituale mancato conferisce alle forze ostacolatrici poteri legittimi sul mondo.
Oltre tutti i compromessi, superando i timori e le oscure limitazioni umane, occorre portare tutto l’apparire al suo termine, costringendolo a ciò di cui soprattutto ordinariamente si teme: portarlo a misurarsi con l’essere. L’epoca è difficile, ma eroica e santa. Occorre aprire il varco all’amore umano-sacro.
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(Massimo Scaligero-Luglio1969)
Per gentile concessione de L’ Archetipo
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Quella di Alan Turing* fu la storia di una grande tragedia della vita esteriore e di quella interiore.
Era una epoca agitata, che portava coloro che nelle profondità di se stessi avevano un impulso all’auto-superamento a ricercare in campi inesplorati, che spesso erano sentieri senza pietre miliari e deserti selvaggi, affrontati senza carte che permettessero di orientarsi. La ricerca – onesta sino alla disperazione – della conoscenza, dell’auto-superamento e della libertà ha i suoi martiri: uno fu Friedrich Nietzsche, un altro fu Alan Turing.
Tuling cercava una Via del pensiero, ma il suo destino non gli permise di giungervi e di percorrerla, e come Nietzsche si spezzò. Dovette fare l’esperienza del più arido pensiero, quello capace di scendere nel meccanicismo della materia morta, e dovette avere la forza di sopportare lo stato di morte del pensiero staccato dalla sua sorgente di vita.
Le sue ricerche, le sue invenzioni, furono poi afferrate dall’Avversario della Conoscenza e della Libertà, per generare la generale meccanicizzazione della vita umana, ma di questo Alan Turing non ebbe nessuna responsabilità: era nel destino del mondo e dell’umanità. Semmai la responsabilità l’ebbero – e tuttora l’hanno – le comunità spirituali che vengono meno alla loro missione, e coloro che, chiamati all’impegno ascetico nella concentrazione e nella meditazione – per pavidità, per fiacchezza, e volgarità d’animo, tradiscono e insozzano il mirabile dono ricevuto dagli Dèi.
Turing visse TUTTO il suo terribile destino, sino al sacrificio del suo tragico epilogo: è degno di tutto il rispetto, come chiunque adempia a quel che la vita gli chiede ed un inesorabile fato esige o permette.
Cadde, ma non fu vinto, perché combatté con le sole armi che gli furono permesse.
Nel suo oscuro combattere, egli elaborò le forze di un futuro incontro con la Via Solare, e di un suo coraggioso operare vittorioso per lo Spirito. Ma coloro che in questa vita hanno avuto il dono di incontrare la Via del Pensiero, e non la apprezzano, o voltano ad essa le spalle, o sfigurandola la deformano, o per turpe viltà e fiacchezza interiore la trascurano, essi sono sicuri che questo mirabile dono verrà riofferto in una nuova esistenza, o non verrà insegnato loro attraverso lo strazio del dolore e della disperazione ad apprezzare e a valutare quel dono che ad altri – incolpevoli – fu negato?
Lo Spirito ama chi audacemente si compromette. Il Logos ama ed è vicino a chi temerariamente si getta in prove di destino troppo grandi, e soccombe pur di tentare l’impresa di una trasformazione dell’umano, che così com’è non vale niente, né la vita senza la luce dello Spirito vale la pena di essere vissuta!
L’umano deve essere superato!
FdP
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ALAN TURING
Nascita: 23 giugno 1912
Morte: 7 giugno 1954
Alan Mathison Turing è passato alla storia come uno dei pionieri dello studio della logica dei computer e come uno dei primi ad interessarsi all` argomento dell’ intelligenza artificiale. Nato il 23 giugno 1912 a Londra ha ispirato i termini ormai d`uso comune nel campo dell’informatica come quelli di “Macchina di Turing” e di “Test di Turing”.
Più nello specifico, si può dire che come matematico ha applicato il concetto di algoritmo ai computer digitali e la sua ricerca nelle relazioni tra macchine e natura ha creato il campo dell`intelligenza artificiale.
Interessato soltanto alla matematica e alla scienza iniziò la sua carriera come matematico al King`s College alla Cambridge University nel 1931.
A scuola non aveva un gran successo, data la sua tendenza ad approfondire esclusivamente cose che lo interessassero sul serio. Solo la grandissima amicizia con Christopher Morcom, un brillante compagno di scuola apparentemente molto più promettente di lui gli permise di iniziare la sua carriera universitaria: l`amico, però, morì purtroppo di tubercolosi due anni dopo il loro incontro. Ma il segno che lasciò sull`animo dell`amico fu profondo e significativo, inducendo Turing a trovare dentro di sé la determinazione necessaria per continuare gli studi e la ricerca.
Dobbiamo quindi a Morcom moltissimo, se consideriamo che grazie al suo sostegno morale e al suo incitamento, indusse una grande mente come Turing a sviluppare le sue immense potenzialità. Tanto per fare un esempio, Turing arriverà a scoprire, cinque anni prima del matematico austriaco Gödel, che gli assiomi della matematica non potevano essere completi, un`intuizione che mise in crisi la convinzione che la matematica, in quanto scienza perfettamente razionale, fosse aliena da qualsiasi tipo di critica.
Si presentava comunque per Turing un compito veramente arduo: riuscire a provare se ci fosse o meno un modo per determinare se un certo teorema fosse esatto oppure no. Se questo fosse stato possibile, allora tutta la matematica si sarebbe potuta ridurre al semplice calcolo. Turing, secondo le sue abitudini, affrontò questo problema in mondo tutt`altro che convenzionale, riducendo le operazioni matematiche ai loro costituenti fondamentali. Operazioni tanto facili che potevano essere di fatto svolte da una macchina.
Trasferitosi alla Princeton University, dunque, il grande matematico iniziò ad esplorare quella che poi verrà definita come la “Macchina di Turing” la quale, in altri termini, non rappresenta altro che un primitivo e primordiale “prototipo” del moderno computer. L`intuizione geniale di Turing fu quella di “spezzare” l`istruzione da fornire alla macchina in una serie di altre semplici istruzioni, nella convinzione che si potesse sviluppare un algoritmo per ogni problema: un processo non dissimile da quello affrontato dai programmatori odierni.
Durante la seconda guerra mondiale Turing mise le sue capacità matematiche al servizio del “Department of Communications” inglese per decifrare i codici usati nelle comunicazioni tedesche, un compito particolarmente difficile in quanto i tedeschi avevano sviluppato un tipo di computer denominato “Enigma” che era capace di generare un codice che mutava costantemente. Durante questo periodo al “Department of Communications”, Turing ed i suoi compagni lavorarono con uno strumento chiamato “Colossus” che decifrava in modo veloce ed efficiente i codici tedeschi creati con “Enigma”. Si trattava, essenzialmente, di un insieme di servomotori e metallo, ma era il primo passo verso il computer digitale.
Dopo questo contributo fondamentale allo sforzo bellico, finita la guerra continuò a lavorare per il “National Physical Laboratory” (NPL), proseguendo la ricerca nel campo dei computer digitali. Lavorò nello sviluppo all`”Automatic Computing Engine” (ACE), uno dei primi tentativi nel creare un vero computer digitale. Fu in questo periodo che iniziò ad esplorare la relazione tra i computer e la natura. Scrisse un articolo dal titolo “Intelligent Machinery”, pubblicato poi nel 1969. Fu questa una delle prime volte in cui sia stato presentato il concetto di “intelligenza artificiale”. Turing, infatti, era dell`idea che si potessero creare macchine che fossero capaci di simulare i processi del cervello umano, sorretto dalla convinzione che non ci sia nulla, in teoria, che un cervello artificiale non possa fare, esattamente come quello umano (in questo aiutato anche dai progressi che si andavano ottenendo nella riproduzione di “simulacri” umanoidi, con la telecamera o il magnetofono, rispettivamente “protesi” di rinforzo per l`occhio e la voce).
Turing, insomma, era dell`idea che si potesse raggiungere la chimera di un`intelligenza davvero artificiale seguendo gli schemi del cervello umano. A questo proposito, scrisse nel 1950 un articolo in cui descriveva quello che attualmente è conosciuto come il “Test di Turing”. Questo test, una sorta di esperimento mentale (dato che nel periodo in cui Turing scriveva non vi erano ancora i mezzi per attuarlo), prevede che una persona, chiusa in una stanza e senza avere alcuna conoscenza dell`interlocutore con cui sta parlando, dialoghi sia con un altro essere umano che con una macchina intelligente. Se il soggetto in questione non riuscisse a distinguere l`uno dall`altra, allora si potrebbe dire che la macchina, in qualche modo, è intelligente.
Turing lasciò il National Physical Laboratory prima del completamento dell`”Automatic Computing Engine” e si trasferì alla University of Manchester dove lavorò alla realizzazione del Manchester Automatic Digital Machine (MADAM), con il sogno non tanto segreto di poter vedere, a lungo termine, la chimera dell`intelligenza artificiale finalmente realizzata.
Personalità fortemente tormentata (anche a causa di una omosessualità vissuta con estremo disagio), dalle mille contraddizioni e capace di stranezze e bizzarrie inverosimili, Turing morì suicida, appena quarantenne, il 7 giugno 1954.
A 60 anni dalla morte è uscito al cinema un film biografico dal titolo “The imitation game”, che narra la vita di Alan Turing e di come progettò il sistema per decifrare i codici segreti dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

AL POPOLO TEDESCO E AL MONDO CIVILE (1)
(1) – Questo appello dello Steiner che noi ospitiamo, ringraziando l’illustre A. d’aver scelto La Vita Italiana per renderlo noto anche in Italia, è rivolto anche al popolo dell’ Austria Tedesca. Esso rappresenta la manifestazione della volontà dei numerosi firmatari. Parlano in questo appello collettivamente personalità della Germania, dell’ Austria Tedesca, e della Svizzera al popolo Tedesco. I firmatari confidano che si possa superare per mezzo di un germanismo rinnovato il minaccioso pericolo di una invadente catastrofe mondiale che pende oggi sulla società umana. Per lo stesso scopo circola nella popolazione di lingua tedesca un libro dello Steiner dal titolo: « I punti sostanziali della questione sociale».
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da “La Vita Italiana”
RASSEGNA MENSILE DI POLITICA
Fascicolo luglio/agosto 1919
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Il popolo tedesco riteneva assicurata per tempo illimitato la compagine dell’Impero che da un mezzo secolo aveva edificato. Nell’Agosto 1914 all’inizio della catastrofe bellica esso reputava che questo edificio fosse incrollabile. Oggi non può contemplarne che i frantumi. Dopo un’esperienza siffatta deve svilupparsi la riflessione, poiché questa esperienza ha dimostrato, che l’opinione di un mezzo secolo, e in special modo le idee dominanti durante gli anni di guerra, sono state un errore che ha esercitato tragica azione. Dove risiedono le cause di questo fatale errore? Questo quesito deve spingere le anime dei componenti il popolo tedesco alla riflessione. Attualmente esiste o no la forza per siffatta riflessione? Da ciò dipende la possibilità di vita del popolo tedesco. Il suo avvenire dipende dalia sua capacità di porsi con serietà il quesito: come sono caduto in questo errore? Se oggi esso si pone questo quesito, allora risplenderà in lui la conoscenza, che un mezzo secolo fa egli ha fondato un Impero, ma ha trascurato d’imporre a questo Impero un compito che scaturisse dal contenuto essenziale della popolazione tedesca.
L’Impero venne fondato. I primi tempi della sua esistenza furono dedicati al riordinamento delle sue interiori possibilità di vita, in ordine alle esigenze delle antiche tradizioni e delle nuove necessità che di anno in anno si palesavano. Più tardi venne posto cura al rafforzamento e all’ingrandimento della potenza sua esteriore, fondata su forze materiali. Vennero prese al contempo misure riguardanti le esigenze sociali dell’opera moderna, in cui venne bensì tenuto conto di molte cose che al momento risultavano necessarie, ma alle quali mancava tuttavia uno scopo grande, che avrebbe dovuto risultare da una conoscenza delle forze evolutive verso le quali la nuova umanità deve dirigersi.
L’Impero venne così posto in relazione col Mondo, senza che gli venisse imposto uno scopo essenziale che ne giustificasse l’esistenza. Lo svolgimento della catastrofe bellica ha dolorosamente rivelato questo errore. Fino allo scoppio della guerra il mondo non tedesco, niente aveva potuto vedere nel contegno dell’Impero che destasse l’opinione che i governanti di questo Impero compissero una missione storico-mondiale, che non è lecito respingere. Il fatto di non poter trovare segno di siffatta missione in questi governanti ha necessariamente creato nel mondo non tedesco quell’opinione, la quale, secondo le persone veramente perspicaci sarebbe appunto la causa più profonda del disastro tedesco.
Di immensa importanza per il popolo tedesco si è un giudizio imparziale di siffatto stato di cose. Nell’avversità si è fatta strada la conoscenza di ciò che negli ultimi 50 anni non si era palesato. Al posto della ristretta visione delle esigenze attuali più incalzanti deve subentrare ora una larga corrente di concezioni della vita che si sforzi di riconoscere con forza di pensiero le forze evolutive dell’umanità moderna, e che a questa si dedichi con coraggiosa volontà, Deve terminare l’indirizzo meschino che tende a neutralizzare come idealisti poco pratici tutti coloro che dirigono il loro sguardo verso queste forze evolutive. Deve terminare l’arroganza e l’orgoglio di coloro che credono di essere pratici e che nondimeno, per la meschinità del loro giudizio, camuffato da praticità, hanno provocato il disastro. Va tenuto conto di ciò che hanno da dire coloro che sono accusati di essere idealisti, ma che in realtà sono i veri pratici della necessità dell’evoluzione dei nuovi tempi.
I “pratici” di ogni direzione hanno bensì visto da molto tempo il sorgere di esigenze affatto nuove dell’umanità. Ma essi volevano dar soddisfazione a queste esigenze contenendole nel limite di abitudini antiche di pensiero e di antiche istituzioni. L’economia della vita dei nuovi tempi ha prodotto le esigenze. Dare soddisfazione a queste per mezzo di iniziative private sembrò impossibile. Il passaggio dal lavoro privato a quello collettivo s’impose come una necessità a una classe di uomini in singole regioni, e venne attuato là, dove in ordine alla sua concezione della vita, a quella classe di uomini è sembrato vantaggioso attuarla.
Un passaggio radicale di tutto il lavoro individuale a lavoro collettivo diventò lo scopo di un’altra classe, che per mezzo dell’evoluzione della nuova vita economica non ha interesse alla conservazione degli scopi privati.
Tutte le tendenze fino ad ora presentatesi nei riguardi nelle nuove esigenze dell’umanità hanno un fondamento comune. Esse spingono all’associazione dei privati e per raggiungere questo scopo vien fatto assegnamento sulle Comunità (Stati, Comuni) che dovrebbero diventarne assuntrici, mentre queste Comunità derivano da premesse che niente hanno da fare con le nuove esigenze.
Vien fatto assegnamento anche su Comunità più moderne (per esempio le cooperative) che non sono sorte completamente nel senso di queste nuove esigenze, ma che sono plasmate sulle vecchie forme provenienti da antiche abitudini di pensiero trasmesseci.
La verità si è che nessuna comunità, formata nel senso di queste antiche abitudini di pensare, può adottare ciò che si vorrebbe che essa adottasse. Le forze dell’epoca spingono alla conoscenza di una struttura sociale dell’umanità, che dovrebbe tener conto di tutt’altro di ciò di cui comunemente viene oggi tenuto conto. Le comunità sociali si sono fino ad ora formate in maggior parte per virtù degli istinti sociali dell’umanità; penetrarne le forze con piena coscienza sarà il compito del tempo.
L’organismo sociale è costituito come quello naturale. E così come l’organismo naturale deve provvedere al pensiero per mezzo della testa e non per mezzo del polmone, così pure è necessario che l’organismo sociale sia distribuito in sistemi, di cui nessuno possa addossarsi il compito dell’altro, ma ognuno, valendosi della propria indipendenza, debba collaborare in unione con gli altri.
La vita economica può prosperare soltanto quando si forma come membro indipendente dell’organismo sociale, in ordine alle proprie forze e alle proprie leggi, e quando non porta disordine nella sua compagine per il fatto di lasciarsi assorbire da un organo, quello politicamente attivo, dell’organismo sociale. Questo organo politicamente operoso deve piuttosto sussistere pienamente indipendente a lato di quello economico, così come nell’organismo naturale il sistema respiratorio sta accanto al sistema cerebrale. Una loro benefica collaborazione non può venir raggiunta se ai due organi vien provveduto da un’unica direzione legislativa e amministrativa, occorre che ognuno di essi abbia una legislazione e amministrazione propria in vitale cooperazione. Perchè il sistema politico distrugge l’economia, se ne assume la direzione, e il sistema economico perde le sue forze vitali, se vuol diventare politico.
A questi due organi dell’organismo sociale deve aggiungersene un terzo, formato con piena indipendenza dalle proprie possibilità di vita, ossia, quello della produzione spirituale; a questo terzo organo compete anche la parte spirituale dei due altri campi, parte che deve esser loro fornita da questo terzo organo, che è provvisto di proprie norme naturali e di propria amministrazione; questa parte però non può venir amministrata dagli altri due organi, nè su di essa possono questi esercitare altra influenza di quella che reciprocamente viene esercitata fra organismi, i quali l’uno accanto all’altro siano membri di un organismo naturale collettivo.
Già oggi si può fondare ed edificare scientificamente in tutti i suoi dettagli ciò che qui è stato detto sulle necessità dell’organismo sociale. In queste osservazioni non si possono tracciare che delle direttive generali per coloro che vogliono uniformarsi a queste necessità.
La fondazione dell’Impero Tedesco si verificò in un momento in cui queste necessità si affacciarono all’umanità moderna. Il suo governo non ha compreso che occorreva imporre un compito all’Impero con netta visione di questa necessità. Questa visione gli avrebbe dato non soltanto una giusta compagine interiore; ma avrebbe anche data una direzione giustificata alla sua politica esteriore. Con una politica siffatta il popolo tedesco avrebbe potuto convivere con i popoli non tedeschi.
Orbene, dalla sventura ha dovuto maturarsi il senno. Si dovrebbe sviluppare la volontà per la realizzazione dell’eventuale organismo sociale. Al mondo esteriore non dovrebbe presentarsi già una Germania, che non è più, ma un sistema spirituale politico ed economico che nei suoi rappresentanti come delegazioni indipendenti, dovrebbe voler trattare con coloro, dai quali è stata abbattuta, quella Germania che per via della confusione dai tre sistemi era diventata una compagine sociale impossibile.
In ispirito sentiamo già i Pratici che si preoccupano della complicazione di ciò che qui è stato detto, che trovano incomodo perfino di pensare alla cooperazione di tre corporazioni, perchè non desiderano saper niente delle vere esigenze della vita, ma vogliono formare tutto secondo le comode esigenze del loro pensiero. Deve risultare chiaro che: o ci si dovrà adattare col proprio pensiero alle esigenze della Realtà, o non si avrà imparato niente dalla sventura, e ciò che già è successo andrà aumentando all’infinito.
R. Steiner
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www.liberaconoscenza.it

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Non c’è nessun errore nel “desiderare di realizzare lo Spirituale”. Magari l’essere umano ne fosse capace!
Come più volte ci indicò Massimo Scaligero, si tratta di dare al desiderio un oggetto divino: solo il Divino, l’Assoluto, è degno di essere desiderato. E aggiungeva, che il sentire sbaglia sempre quando non sente il Divino.
Realisticamente, dobbiamo essere coscienti che a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito, l’anima deve essere educata. Anzi: “rieducata” attraverso una vera e propria fisioterapia dell’anima.
Perché il lungo servaggio nella prigionia corporea l’ha resa largamente inerte e sorda al richiamo dello Spirito, del Divino.
Altrimenti sarebbe semplice: conoscere intellettualmente la verità, sarebbe al tempo stesso realizzarla. Il che non è, perché proprio a causa del servaggio dell’anima, il pensiero intellettuale è morto pensiero riflesso. E senza una fervida ed energica disciplina della Concentrazione il pensiero non esce dal suo stato di morte, e l’anima dal suo paralizzante servaggio.
È la Concentrazione che educa l’anima a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito.
Non vi è altra Via. La Via del Pensiero è la Via vera: l’unica. La Via Regia!
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L’amore non ha bisogno di vincere, perché è. È nell’anima, nell’anima è il suo segreto: si può anche non vedere questo segreto. Ma si può attingere ad esso, quando l’illusione umana non è piú capace di suscitare quel surrogato dell’amore che chiama amore. Quando questa illusione non è piú capace di dare contenuto alla vita, allora si attinge al segreto punto della vita, alla scaturigine dell’amore.
Lampo profondo, scotente la vita, pensiero-luce, invocazione che è parola-luce creatrice oltre la soglia della vita, in una sfera di turbini e potenze inumane: questo è il regno sacro del cuore, ove attingere alla grazia delle essenze perenni, ove sentire il valore eterno della vita, incontrare il fluire del tempo nell’eternità, il tessuto segreto d’amore di tutte le cose create, l’intatta sostanzialità da cui ogni cosa in origine nacque, ritrovare il senso della bellezza e della realtà dell’Universo.
Quello che è iscritto nelle stelle risuona nel cuore profondo, si apre il varco nel buio o nel giuoco delle forme create: è vivo e infiammato e possente in quanto indicibile, ma è vicino.
L’idea pura, il disegno divino che traluce nell’anima come potenza di destino, diverrà umana realtà quando le coscienze saranno pronte.
È l’idea di fedeltà e di eternità, o di unità restauratrice, della originaria coppia umana.
L’universo si nutre del puro accordo d’amore: la forza piú alta, la piú gioiosa speranza di salvazione. Occorre aprire la strada alla novella fioritura del Sacro Amore, aprire il varco al suo erompere nell’umano, preparare gli animi perché l’evento risuoni nel cosmo, cosí come il cosmo attende. Questo sentire è la luce aurea che s’intensifica dalla luce adamantina originaria, o luce bianca del Grande Centro, o dell’ “Albero di Vita”, l’etere che contiene tutta la forza, la somma che solo l’Amore cosmico può recare in sé come unità. È il sentire in cui il Volere dei Troni s’incontra con gli Spiriti dell’Armonia e con la corrente altissima dei Serafini. È l’amore che comincia a creare sulla Terra in nome del Logos.
Al suo interno è il mistero della reintegrazione: il suo calore deve operare nel corpo animico sino al fisico, per la trasmutazione della forza delle correnti che un giorno saranno chiamate alla generazione angelica.
L’impresa è urgente e richiesta: occorre destarsi e operare, perché i tempi sono maturi. Il richiamo del Graal vincerà ogni altro richiamo umano.
“Il morso del Drago non si cicatrizza se non per virtú della bevanda della Sacra Coppa”.
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(Massimo Scaligero-Febbraio1969)
Per gentile concessione de L’ Archetipo
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