L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2024
Anno XXIX n. 2
Febbraio 2024



Riportiamo qui le indicazioni per un primo approccio alla Concentrazione del pensiero – quindi il primo paragrafo per intero del libro di Scaligero. E poi, la prima parte del secondo, che contiene, in senso stretto, il metodo [la tecnica]. Non si aggiunge altro, per ora. La prosa dell’autore è piana, estremamente logica, rigorosa, priva di qualsiasi suggestione facile. Insomma il contrario di ogni modalità a cui, nell’ordinario, siamo abituati.
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Da Tecniche della concentrazione interiore, di Massimo Scaligero (Edizioni Mediterranee 1975), pp. 9-12; 13-15
I. L’identità sconosciuta
L’uomo conosce e in qualche modo domina il mondo, mediante il pensiero. La contraddizione è che egli non conosce né domina il pensiero. Il pensiero permane un mistero a se stesso. La filosofia, la psicologia, traggono alimento da esso, ma, da quando esistono, non mostrano di aver afferrato il senso del suo movimento, il contenuto ultimo del processo logico, del quale si giovano per le loro strutture dialettiche. Ritengono che il pensiero sia la dialettica, coincida con la dialettica: nasca e finisca come dialettica.
Ai fini del Sapere, l’oggettività esteriore sorge come sistema di valori nella coscienza umana, ma questa ignora di istituire il fondamento di quella e di determinare l’oggettività come concetto, prima della consapevolezza dialettica del concetto medesimo. Logicamente l’uomo sa che cosa è un concetto, ma ignora che cosa esso sia come forza e come nasca e quale il suo potere di compimento nel reale: che è più che il suo apparire dialettico e logico: il potere medesimo della Vita.
Anche se non esistesse il Materialismo, come metafisica del tempo presente, l’attitudine materialista, come incapacità del pensiero a conoscere se medesimo, non potrebbe non essere la misura dell’attuale coscienza: che, mediante il conoscere, decreta reale il mondo esteriore, e tuttavia lo crede esistente fuori del conoscerlo: mentre è il mondo che sorge dalla presenza dell’Io nel percepire e dalla simultanea correlazione con il pensiero.
Una delle prime esperienze del Sovrasensibile dà modo di scoprire che, se l’Io non si estrinsecasse corporeamente, sino a ≪ toccare ≫ il fisico, mediante gli organi dei sensi, non sorgerebbe percezione, né coscienza dell’Io: la percezione si presenterebbe come nell’animale, secondo reazione senziente impersonale, trascendente, propria a un Io di gruppo, non secondo reazione di un Io individuale, immanente. L’individuale, come presenza dell’Io nel percepire, è il segreto del pensiero, ma parimenti del superamento della natura umano-animale.
Il mondo fisico sta dinanzi all’osservatore, come una massiccia realtà: una realtà che invero appare preesistente all’osservazione, alla ricerca, a colui stesso che la contempla. Appare potente come e s s e r e, ma di una potenza che in realtà gli è conferita dall’intima essenza della coscienza, dove il pensiero è forza di correlazione e, come tale, uno con l’essenza del mondo. ≪ L’essere è ≫, è l’assenso del pensiero alienato, che simultaneamente assume e lascia dominante quella realtà: simbolo di un dominio non posseduto, anzi perduto, dell’Io.
Certo, egli non può attraversare un muro o non poggiare sulla terra per camminare: tuttavia, tale preesistenza materiale e la sua massiccia alterità, sono la correlazione dovuta al fatto che egli è inserito in una corporeità non dominata dal pensiero originario: corporeità costituita della stessa sostanza della massiccia alterità, suscitante il concetto della correlazione: ma il concetto alienato. La Materia invero nasce come realtà obiettiva, in conseguenza di una alienazione dello Spirito: segretamente però dominata dallo Spirito. Tali dominio e alienazione coesistono parimenti nel mentale umano. Se nel pensiero fosse in atto la forza originaria, il corpo non costituirebbe alterità al pensiero: sarebbe sua manifestazione. L’ i d e n t i t à, che si attua nel momento originario del pensiero, si realizzerebbe, con il suo illimitato potere, a ogni grado della coscienza, cioè a ogni grado della ≪ manifestazione ≫.
Il concetto alienato al proprio contenuto originario, epperò smarrente l’identità superatrice della dualità, non può non avere come opposto a sé il proprio supporto corporeo, simbolo dell’alienazione, e tuttavia necessario all’iniziale superamento dell’alienazione: non può concepire l’attraversare il muro con tale essere corporeo o il non poggiare sulla terra per incedere in essa: può imaginarlo, ma come un irreale. E tuttavia in questo imaginare e l’embrionale inizio del superamento della dualità. La correlazione con la massiccia realtà del mondo, muterebbe, se il concetto della correlazione cessasse di essere alienato: l’osservatore non potrebbe attraversare con il corpo la materia fisica, il muro, o la roccia, ma ne intuirebbe la possibilità, in relazione a una restituibile potenza originaria del Pensiero. La correlazione attuale, come concetto, non gli viene imposta dal mondo, ma si svolge soltanto in lui: non gli giunge dall’esterno, movendo a lui dall’essere, ma muove da lui. L’essere che gli appare, è già la correlazione in atto.
Tutto lo sforzo dell’antico Yoga consisteva nell’afferrare come forza sopramentale la correlazione. Il moderno uomo razionale l’ha immanente ma non cosciente nell’esperienza matematica del mondo fisico. La correlazione si svolge in lui, secondo un’edificazione interiore del mondo, improntata ai limiti delle ≪ leggi di natura ≫, che non sono la natura, ma appunto la correlazione del pensiero alienato con il mondo. I limiti appaiono all’esterno, ma appartengono al pensiero correlato al percepire: appartengono a un rapporto di lui con il pensiero estraniato al proprio momento intuitivo. Momento originario in cui si attua una identità con l’essere, di cui l’indagatore moderno, malgrado il suo empirismo, non mostra di percepire l’esistenza. E l’identità per la quale non potrebbe esistere alterità.
La conquista cosciente di questa identità e il senso ultimo dell’esperienza terrestre dell’uomo, in quanto, realizzata la coscienza della terrestrità, può cessare la direzione della ≪ caduta ≫, aver inizio la riascesa. L’antico Yoga ha preparato occultamente questa possibilità: che può essere realizzata dall’uomo pervenuto allo stadio della completa immedesimazione nel fisico, ossia dall’uomo moderno: la cui autocoscienza si desta là dove l’identità dell’Io con il sensibile è compiuta. In questa identità, da cui sorgono il percepire e il pensiero, si esprime l’Io: da essa simultaneamente nasce l‘ego, la forza riflessa dell’Io avversa allo Spirito. La medesima identità e simultaneamente l’atto profondo, organico, dell’Io mediante la corporeità, e la forza dell’ego ignara della propria radice metafisica.
L’asceta moderno deve andare alla radice di questa identità, se vuole ritrovare l’Io: essere l’Io di cui di continuo pronuncia il nome.
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II. La concentrazione
Delle tre facoltà, pensare, sentire, volere, che l’uomo moderno ha unicamente riflesse dal fisico, una sola può essere da lui ripercorsa a ritroso sino alla radice metafisica: il pensare. Il sentire e il volere, ripercorsi, lo riportano comunque a una radice fisica, non perché la loro essenza non sia metafisica, ma perché questa viene estromessa dal loro risonare nell’anima secondo il vinco-lamento della coscienza pensante alla corporeità fisica. Il vincolamento dell’anima alla cerebralità, epperò alla corporeità fisica, riguarda il pensiero, non il sentimento né la volontà, che semplicemente subiscono le conseguenze di tale necessità del pensiero: la ≪ caduta ≫ del pensiero nella cerebralità, necessaria alla formazione della coscienza individuale e al processo inferiore della libertà. Il pensiero può ripercorrere il proprio processo: con ciò attua il proprio autentico movimento, il m o v i m e n t o p u r o, indipendente dalla cerebralità: restituisce al sentire e al volere le rispettive legittime connessioni metafisiche. Nella sfera sopramentale, pensare sentire volere costituiscono una unità, normalmente smarrita nella sfera mentale.
Mediante la conversione del pensiero, tale unità viene restituita. Il pensiero riacquisisce il potere dell’automovimento, in quanto venga concentrato su un tema semplice, facilmente dominabile. Non è il tema che importa, bensì il pensiero impegnato in esso: che e sempre l’identico pensiero, sia che pensi la sedia, sia che pensi l’Apocalisse. Inizialmente il tema deve essere un oggetto costruito dall’uomo, o un contenuto matematico, in quanto l’impersonale pensiero che ne e alla base, rivissuto, ha il potere di liberare il principio cosciente dalla psiche soggettiva, legata alla corporeità: dà la garanzia di non deviare nell’inconscio, o nel medianico, o nel mistico. Questo pensiero è il concetto, indipendente dall’oggetto medesimo. Il concetto, ricostituito, diviene, a conclusione dell’esercizio, oggetto di contemplazione.
I. Concentrazione. Il discepolo si concentra su un oggetto, del quale considera la forma, la sostanza, il colore, l’uso, ecc., la serie delle rappresentazioni che ne esauriscono la struttura fisica, sino a che al suo luogo rimanga il contenuto di pensiero. Questa operazione non deve impegnare l’attenzione cosciente del discepolo meno di cinque minuti: al termine di essa, l’oggetto deve essere dinanzi alla coscienza di lui come un simbolo, o un segno, o una sintesi, avente in sé indialetticamente tutto il contenuto di pensiero elaborato.
Questo e l’esercizio tipico della concentrazione, il cui processo, esigendo la cooperazione — sia pure momentanea — dei principi costitutivi dell’uomo, Io, anima, corpo sottile, corpo fisico, secondo gerarchia originaria, e fondamentale per lo sperimentatore moderno. Come esercizio tipico, esso è completo e può da solo, se rigorosamente praticato, condurre al reale equilibrio interiore e in seguito all’esperienza sopranormale.
L’importanza di questo esercizio consiste nella sua semplicità, che consente la massima intensità del pensiero cosciente. Il materiale chiamato alla costruzione di esso — rappresentazioni, ricordi, nozioni, forma discorsiva, ecc. — non è la forza-pensiero, ma ciò di cui questa normalmente si veste per esprimersi, senza mai lasciar afferrare se stessa.
L’esercizio tende a far affiorare nella coscienza questa i n a f f e r r a b i l e forza-pensiero.
Ci si porta del tutto entro l’oggetto, considerandolo in sé, secondo le determinazioni che esso contiene, correlate all’unità che il pensiero già in se possiede e perciò può ricostruire. Colui che crede di compiere un esercizio più aristocratico, pensando un simbolo sacro, o un deva, o un mantram, o un ≪ mistero ≫, non si avvede di non sfuggire alla propria personale natura, in quanto e già vincolato con il sentire subconscio al tema evocato: mentre può rendersi realmente indipendente dalla natura, ove muova con pensieri non imposti da questa, ma dalla impersonale obiettività del tema.
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Massimo Scaligero, Tecniche della concentrazione interiore (Edizioni Mediterranee 1975)
foto di Patrizio Yoga su Pixabay
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IL TERZO GIORNO
2. L’orientamento nello spazio terrestre.
Collegamento alla parte precedente
Poco dopo l’implantazione11 comincia la differenziazione all’interno dell’embrione. Sulla parte inferiore dell’embrioblasto si forma una radura dapprima a forma di fenditura; questa cresce fino ad uno spazio a forma di crescente lunare, la cavita amniotica. L’embrioblasto, che è appunto il tessuto primordiale dell’intero corpo successivo, giace come disco (disco embrionale) tra la maggiore cavità rotonda della blastula, che ora viene chiamata cavità del sacco vitellino e quella piccola cavità amniotica a forma di crescente lunare (vedi Tavole III e IV). Il corpo embrionale disciforme è ancora circolare. Ora però in un punto del medesimo si forma, vicino al bordo periferico di esso, una delicata condensazione piatta, la placca cordale. Questa contrassegna il capo dell’embrione e determina perciò al contempo l’asse corporeo. La posizione di quest’ultimo diviene visibile subito dopo come sottile striscia sulla parete inferiore dell’embrione. Finora, per l’embrione esisteva soltanto un sopra e un sotto. Mediante questa prima differenziazione, esso riceve tutto in una volta un davanti e un dietro, una sinistra ed una destra. La prima cosa che dunque viene conferita al giovane embrione umano per la sua forma terrena, è il suo orientamento nello spazio terrestre. Nella dualità di sopra-sotto l’uomo si orienta nei confronti di Cielo e Terra, in mezzo ai quali egli sta come un terzo elemento; il suo orientamento sulla Terra è quadripartito.
Nel corso dell’implantazione dell’embrione le cellule embrioblastiche, sino ad ora accalcate in un mucchio, si ordinano in un’unica disposizione disciforme (vedi tavola III, uno stadio intermedio tra le Fig. 1 e 2). Nel frattempo, poi, al di sotto sorge la scissura amniotica, sulla parte superiore si forma, mediante scissione cellulare, da quest’unico strato cellulare embrioblastico una seconda più sottile. Con ciò il disco embrionale viene bistratificato (vedi Tavola III, Fig. 2 e 3, come pure Tavola IV).

TAVOLA IV
Formazione della disposizione del Chorion e della vescica embrionale. Fig. 1: 12 giorni dopo la fecondazione. Ulteriore evoluzione di tutti gli strati; il coelom estraembrionale si dilata, è ancora permeato dal mesenchima (punteggiato finemente). Il sinciziotroboflasto viene sempre più pervaso da lacune blu, che conducono il sangue materno, e viene alimentato dal seno capillare della mucosa materna. Sch: coagulo di chiusura. Fig. 2: 13 giorni dopo la fecondazione. La parte esterna del vecchio arco della blastula è diventato il trofoblasto, che si forma come chorion, quella interna come parete del sacco vitellino; nel frattempo si espande potentemente il coelom estraembrionale C, che da ogni lato è separato da ogni lato del mesenchima (finemente punteggiato). Dal sacco vitellino DS si è distaccato l’exocoelciste E. I ectoderma, II endoderma; 1 sinciziotrofoblasto, 2 citotrofoblasto, 3 mesenchima del chorion, 4 gambo peduncolare, 5 mesenchima del sacco vitellino, nel quale si formano in seguito le isole sanguigne.Il coagulo di chiusura non può più essere scorto, l’epitelio uterino si stende senza cicatrici sul mistero che si sviluppa nell’interno. Il circoletto indicato da una freccetta mostra l’effettiva grandezza di quel che si scorge nella raffigurazione. – LO spessore dell’epitelio uterino diminuisce sempre più dalla Tavola III alla V, via via che aumenta l’età dell’embrione. La misura di ciò si lascia valutare, perché in realtà l’epitelio ha sempre lo stesso spessore (liberamente, secondo LANGMAN).
Il primo strato, quello inferiore, si chiama ectoderma, da esso provengono il sistema nervoso e gli organi dei sensi. Quello superiore, che proviene da quello inferiore tramite scissione, si chiama entoderma, e da esso provengono l’intestino e gli organi digestivi. Così come nella scissione cellulare i cromosomi si dispongono e si raddoppiano sul piano mediano tra i due emisferi cellulari, e poi le loro metà si allontanano una dall’altra, così vi è la prima raddoppiantesi disposizione cellulare dell’embrioblasto tra le cavità polari del sacco vitellino e dell’amnion. Anche queste metà un giorno si separeranno – esse un giorno si troveranno l’una di fronte all’altra come sistema dei nervi e sistema del ricambio, come testa e ventre. E chi disperde questa formazione? In questo allontanamento vive la stessa forza del processo della scissione cellulare, vale a dire la forza del Cielo penetrata nell’interno dell’embrione-Terra nel senso della rappresentazione più sopra riportata. Vediamo subito l’inizio di questo processo in ciò che segue. Parimenti, scaturendo dall’ectoderma, si forma ora un terzo strato cellulare, che si insinua tra il primo e il secondo. Esso è mosso sin dal suo primo sorgere ed è anche il plasmatore di tutti gli organi del movimento. Da esso nasce dapprima l’elemento più mosso, il sangue; poi in sostanza le membra, ossia i muscoli, ossa, tessuti connettivi. Questo terzo strato di chiama mesoderma.
Come avviene in particolare la formazione del mesoderma? Nell’ectoderma la massa cellulare protoplasmatica si trova in movimento e da ogni parte fluisce dalla periferia dell’embrione al centro e alla linea mediana posteriore. Ivi le cellule s’incontrano, si gonfiano un po’ insieme, scivolano poi però all’interno della placca embrionale, ed ora, in quanto strato intermedio tra ectoderma ed entoderma, dapprima migrano nuovamente alla periferia, piegano poi in avanti e si dirigono alla placca cordale, ove il movimento termina (vedi Fig. 7). In luogo della linea mediana posteriore, ove all’interno scompaiono le cellule migranti, nasce dapprima una stria (stria primitiva), poi attraverso il rigonfiarsi d’ambo i lati dell’ectoderma si forma, mediante rigonfiamento del davanti, una scanalatura (scanalatura primitiva), sulla sua terminazione anteriore, all’incirca al centro del disco embrionale, il nodo primitivo.

Figura 7. Rappresentazione schematica di un disco embrionale durante il sorgere del canale primitivo 1, del nodo primitivo 2 e della placca cordale 3. Si vede dalla cavità amniotica all’ectoderma. Le masse cellulari a1, b1 e c1 migrano verso la scanalatura primitiva, lì penetrano in profondità e scorrono ulteriormente come strato intermedio a2, b2 e c2 (mesoderma, invisibile all’osservatore, perciò punteggiato). Da b1-b2 si forma la disposizione della colonna vertebrale (nella Tavola V si trova una rappresentazione schematica di questo processo di ripiegamento in sezione).
Questo è il punto di svolta per un particolare piede cellulare che viene dal davanti, che qui in egual maniera penetra all’interno dell’embrione, poi però proprio alla linea centrale tende in avanti in direzione della placca cordale. Da questa corda centrale sorge presto un bastone rotondo, «cartilagineo», la chorda dorsalis, che forma la base per la colonna vertebrale. Durante questo evento l’embrione cresce fortemente, in modo particolare la sua parte anteriore, ed ora ha assunto una forma piuttosto allungata, leggermente appuntita all’indietro.
Tutto il materiale afferrato dal movimento scorre via dall’ectoderma e si dirige come fluido strato intermedio alla placca dorsale. Ad eccezione della migrazione cellulare assiale, tutte le correnti cellulari sfociano nella regione della placca dorsale, ove giungono a quiete. In tale luogo pochi giorni dopo sorge, da questo materiale dello strato intermedio, dal mesoderma, la prima disposizione del cuore. Dall’ectoderma, dal quale originano le correnti, sorge la prima disposizione del cervello.
Ma lasciamo adesso parlare la Genesi:
E DIO DISSE:
SI RACCOLGA L’ACQUA SOTTO IL CIELO
IN UN LUOGO, CHE APPAIA ASCIUTTO.
E FU COSÌ.
E DIO CHIAMÒ L’ASCIUTTO TERRA,
E LA RACCOLTA DELLE ACQUE CHIAMÒ MARE.
E DIO VIDE CHE CIÒ ERA BUONO.
Nella massa cellulare-plasmatica del mesoderma scorrente come acqua vivente riconosciamo l’«acqua sotto il Cielo». Essa si raccoglie «in un luogo12», la regione della placca cordale. Lì, ove defluisce la corrente, l’«asciutto» diviene visibile, la prima disposizione del cervello. Nell’«asciutto» riconosciamo la sostanza nervosa primordiale; essa diviene la «Terra» per il primo sviluppo embrionale. Lì, ove fluisce il mesoderma, nasce il cuore. Nel cuore sfoceranno in seguito tutte le correnti sanguigne del corpo, perciò nel luogo della «raccolta» delle «acque» mesodermali, nello spazio del cuore, può essere visto il «mare». L’«acqua» stessa è il rappresentante del sangue. Ancora non è nato alcun sangue, ma il mesoderma, che più tardi formerà l’intero sistema del circolo sanguigno incluso quello del cuore, esegue alla sua nascita una sorta di movimento ritmico, che ricorda il successivo movimento sanguigno. In maniera archetipica esso presenta la sua immagine della funzione posteriore. Tuttavia questo primo «fluire» è un processo affatto lento, un poco del tipo dello scorrere dei succhi delle piante.
Nella parola «raccogliere» vi è uno scorrere concentrato. E poiché anche questo impulso opererà ulteriormente attraverso l’ulteriore evoluzione, questa parola ci indica il futuro circolo venoso e scorgiamo ovunque il raccogliere e il forare insieme di tutti i futuri circoli sanguigni che fluiscono al cuore. Nella parola «raccolta» il movimento giunge a quiete. Ma è una quiete agitata, la quiete della quale appunto il sangue è capace. È il presagio per la quiete del sangue nel cuore durante la diastole. In queste due parole «raccogliere» e «raccolta» vive il pensiero del sangue scorrente, che nel cuore giunge ad una sorta di quiete. Abbiamo di fronte a noi la prima diastole13 del futuro cuore in un momento nel quale né sangue né cuore sono formati. Già all’interno del tessuto primordiale vive la funzione dei successivi organi. Per il sangue il movimento concentrato delle masse mesodermali, per il cuore la congestione del medesimo nel «luogo» – makòm. Makòm porta dapprima il movimento alla quiete. È interessante considerare il significato delle parole che cominciano con la stessa coppia di consonanti come la parola makòm («luogo»), e che perciò sono interiormente affini con questa: luogo consacrato, ciò che è santificato, luogo di rifugio, asilo, cavità, profondità; assemblea; speranza, fiducia; martello, scaturigine, sorgente, punto d’inizio. Tutte queste parole si addicono alla caratterizzazione del cuore e risultano collettivamente un’ampia descrizione della funzione del cuore. Anche il cuore come sorgente e punto d’avvio di un ulteriore movimento del sangue sta all’interno della parola, anche se sino ad ora viene descritto il decorso del movimento del sangue soltanto fino alla sua raccolta. Di passaggio, inoltre, venga [ora] menzionata la parola che l’ebreo adopera per il cuore. Essa suona Lev e significa pure coraggio, sentimento, pensiero, sapere, interiorità, centro. Appartiene ad un gruppo di termini nel quale vi sono parole col significato di fiamma, leone ed anche splendore. Perciò si ha quasi tutto insieme quel che può essere riferito al cuore. Lev descrive il cuore secondo il suo lato animico-spirituale, makòn secondo quello organico-fisiologico. La Genesi descrive l’aspetto corporeo, giacché l’elemento animico-spirituale è ancora intessuto dentro alla corrente formatrice organica.
La Terra non nasce attiva, bensì al principio quiescente. Attraverso ciò viene a manifestazione il fatto che l’acqua agitata l’abbandona. Prima, l’elemento agitato e quello quiescente formano un’unità in questo dominio. Ora essi vengono separati, come un tempo vennero separati Luce e Tenebre. Ma l’acqua che si raccoglie in un luogo costituisce anche la via dal movimento alla quiete. E dell’«asciutto» vien detto che esso diviene «visibile». Ora, tuttavia, nella parola teraeh (divenir visibile, apparire) è racchiuso inoltre un altro significato, vale a dire quello del contrapposto guardarsi e perciò del vedere, del mirare. L’asciutto, il terrestre, comincia a divenire organo di senso; comincia dunque fuori della sua quiete, a considerare processi di movimenti che avvengono ed entra perciò in un rapporto percipiente con questi. La Parola creatrice dà a ciò che è mosso la tendenza alla quiete, a ciò che è quiescente la tendenza al movimento. Un elemento riceve il seme dell’altro. Con ciò riconosciamo l’autentica polarità di questi esseri neocreati: terra e mare. Essi si contrappongono ancora. Il mosso tende al quiescente, il quiescente fa avvicinare ciò che è mosso come percezione. Perciò questo necessiterà di un nuovo atto di creazione, che una polarità possa trapassare nell’altra secondo l’archetipo del Giorno, che attraverso la Sera penetra sin nelle profondità della Notte, e quello della Notte, che attraverso il Mattino tocca il Giorno. Poi l’Acqua riceverà la facoltà della riflessione speculare, della vitrea quiete, e la Terra il dono di far crescere piante in se stessa e così muoversi interiormente. E allorché il sangue nascente nell’organismo si è separato dalla sostanza nervosa, il sangue riceve la facoltà della quiete diastolica nel cuore, il sistema nervoso nondimeno la facoltà di farsi muovere dal pensiero.
11«Implantazione» dell’embrione nella mucosa uterina. Usuale è anche l’espressione nidazione, annidamento.
12Secondo Lutero: «in luoghi particolari». Nel testo ebraico vi è la parola makòm: luogo, al singolare.
13Diastole= dilatazione del cuore (riempimento sanguigno), sistole=contrazione del cuore (svuotamento sanguigno).
(Continua)
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Le discipline interiori: in genere possono sembrare anche assai diverse, e molti saltano da questa a quella cercando invano la più adatta o la più facile, ma potremmo paragonarle a case costruite secondo concezioni costruttive ed estetiche differenti. Sostanzialmente identiche in quanto a funzioni primarie.
La funzione primaria dell’esercizio interiore è di consumare il pensiero dialettico ma non evitando il pensiero razionale: anzi volendolo con tale intensa dedizione da renderlo veicolo di una corrente superiore che è più-che-pensiero: il Volere non dedicato alla corporeità sensibile e come tale puro ed extracorporeo.
La percezione del più-che-pensiero nel luogo della caverna cranica è percezione dell’organo eterico.
Esso apre la strada verso il Centro (simbolizzato dal cuore) da cui irraggia la potenza di ‘sentire’ il pensare delle Gerarchie, operanti in noi e nel cosmo (svincolati dalla testa fisica, la capacità di avviarsi lungo la via del Cuore è la base della possibilità d’incontro con il Logos eterico).
Inoltre, come ho già accennato ad un amico, l’asse verticale della Volontà pre-corporea (fuoco di kundalini) vivifica l’attività di tutti gli organi sovrasensibili (chakras).
Per giungere a tanto la concentrazione è del tutto sufficiente, purché essa non s’arresti al suo primissimo gradino: tendere l’essere psico-fisico con cui dapprima ci si identifica, sudando – sopracciglia aggrottate e occhi doloranti – per mantenere ‘davanti’ una scivolosa fotocopia interiore di un oggetto sensibile.
Situazione non scandalosa, perché dapprima non si sa volere senza sensazioni, ma che, con vigorosa e ripetuta disciplina, dovrebbe venir superata in tempi ragionevoli.
Ho caratterizzato il primo goffo tentativo in questo modo, poiché l’opposta alternativa è quella pessima che è pure la più strombazzata; si trova persino sui settimanali o mensili salutistici e sportivi, e non credo valga la pena parlarne: il suo fine essendo il raggiungimento delle condizioni di vacche al pascolo imbottite di Valium.
Nel particolare, essendo tutti diversi, nel corpo, nell’anima e nella biografia, la Scienza dello Spirito ci offre una vasta quantità di discipline che possono completare, favorire o persino risolvere, in particolari momenti della vita, difficoltà e limiti interiori: sono di grande potenza, ad esempio, l’esercizio della Rosacroce, le meditazioni sui quattro elementi, le discipline principali della Scuola Esoterica, la Costruzione del Tempio formulata nelle Lezioni della prima Classe (XI lezione)… ma anche esercizi più defilati come quello della forma della propria pelle (Tecniche della concentrazione interiore, XXXVII esercizio), da farsi appena svegli, può cambiarti la vita, e altri ancora.
Va pure detto che molti esercizi possono, in situazioni interiori poco o nulla predeterminabili, presentarsi come Portali attraverso cui si accede ai tanti mondi (o “modalità dell’essere”) extrasensibili: sono esperienze la cui natura si incide duraturamente nel tessuto intimo dell’anima.
E in taluni casi, decisi non da noi ma dalle Potenze che ci guidano invisibilmente, esse ti portano incontro ai Maestri e al Santuario che irradia su tutto l’Occidente: situazioni rare, giacché l’uomo assai difficilmente possiede (per più di qualche attimo) le qualità richieste.
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Non a caso Massimo insisteva spesso sul tenore di santità richiesto per l’Opera Solare. Lui non lo chiedeva a nessuno, ma lo esponeva come un fatto oggettivo.
Del resto qualunque via, anche la più lunga e difficile, come dice il vecchio adagio cinese, non può non iniziare che dal primo passo. Evitarlo in tutti i modi che l’umana intelligenza riesce ad escogitare, porta al danno e, nel migliore dei casi, allo spreco di una vita.
Il primo passo non può consistere in un atteggiamento, ma in un esercizio chiaro e regolato da un canone. La concentrazione (sono serenamente stufo di ripeterlo) è la via più diretta e concreta; nella retta concentrazione l’anima non può barare o sognare qualità che ancora non possiede.
Inizia come ricostruzione di un oggetto semplice, banale: di questo, evocato nell’anima, usando parole sub-vocaliche, oppure parole e immagini, oppure (più difficile) solo immagini, si fa un riassunto come fosse una descrizione da compitino di terza elementare, o come una breve “voce” enciclopedica (attenzione: l’esattezza rispondente al sensibile dei pensieri non ha importanza, mentre è assolutamente importante la rigorosa connessione tra i pensieri, la predeterminazione e la totale attenzione dell’anima nel decorso voluto).
La connessione voluta, le immagini volute devono possedere il loro significato, mai automatico, mentre è stolto e sbagliato tendere alla riproduzione esatta del sensibile: per la logica dell’esercizio ciò non ha senso. Già in questa fase dell’esercizio è possibile, per eccesso di dedizione al percorso, ‘staccare’ il pensiero dal personale-sensibile, dal soggetto ordinario e giungere all’esperienza del pensiero che pensa in noi, dunque all’iniziale percezione della sua obiettiva dynamis.
Comunque fa parte dell’evoluzione dell’esercizio consumare la ricostruzione dell’oggetto per volgere tutte le forze al suo puro costrutto formale: l’insistenza illimitata (e non interrotta) verso esso diviene ciò che affiora come sostanzialità reale: il flusso del volere.
Dunque è del tutto ‘naturale’ che, dopo anni e anni di concentrazione, ci si liberi dalla struttura dialettica dell’esercizio mirando direttamente alla concentrazione più essenziale. Purché il silenzio ne sia cornice e venga mantenuta, sia pure per tempi molto brevi, la totale attenzione non interrotta sull’oggetto di pensiero contemplato.
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E’ anche possibile che nel tempo si possano ridurre i tempi dell’esercizio, perché, di solito, se la precedente disciplina era corretta, così vanno le cose. Io consiglierei soltanto di riprendere qualche volta tutto l’esercizio (capire bene il concetto di “noia” per l’anima): la ricostruzione dell’oggetto rimane una sicura pietra di paragone per l’anima che muove i passi successivi. Importante sarebbe non mollare la dedizione immessa qualsiasi cosa non accada: con forza e pazienza.