Febbraio 2018

L’ARCHETIPO-MARZO 2018

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

GIORDANO BRUNO, IL GUERRIERO DELL’IO (di F. Giovi)

18082017101647

Dalla sua morte sul rogo, a Roma, in Campo dei Fiori, l’altera figura di Giordano Bruno, che in nome della libertà respinge con il sacrificio supremo ogni compromissione, ha generato nei secoli – quasi che le fiamme del suo supplizio e impregnate dalla sua essenza si fossero riaccese di continuo nei petti umani – l’ideale riferimento per i singoli o i gruppi di pensatori che in ogni tempo successivo hanno tentato di dare al mondo idee nuove, perciò indipendenti dalla oppressione dei precedenti modelli: quelli che immancabilmente divengono poi i tiranni della società che ad essi deve conformarsi.

Ancora oggi chi ha sentito il nome di Bruno lo associa ad un individuo che seppe resistere a testa alta davanti all’ottusa potenza del potere costituito, sia esso secolare, ideale o religioso. Quasi nessuno conosce la sua opera e sa di quanto possiamo essergli debitori quando prendiamo consapevolezza dell’ultimo nato in casa nostra: l’Io. È difficile rendersi conto del contributo di Giordano Bruno nello sviluppo dell’autocoscienza. Del resto è incredibile la cecità degli uomini verso quello che credono di possedere come un semplice dato di fatto: sono malauguratamente troppi coloro i quali, nei confronti della coscienza desta e pensante, hanno la medesima impressione di chi, vedendo un vaso di pregiata fattura, pensasse ad esso come un capriccioso e casuale prodotto di forze naturali. Del resto la banalità che oggigiorno si stima essere in ogni cosa è il prodotto del pensiero banale, ossia del pensiero monco: il pensiero che collassa prima di pensare a fondo le cose e con ciò superando la parvenza di esse.

Ma torniamo a Bruno: il fatto importante della sua vita e della nostra evoluzione è stato lo spezzare i rigidi limiti della volta celeste, infranta la quale ciò che va concepito è l’infinità.

Oltre un secolo prima, già Nicolò Cusano aveva embrionalmente esposto questo terrificante concetto, ma a farlo valere con forza dirompente fu Bruno.

Secondo la concezione tolemaica (che spiritualmente vale ancora e che il sottoscritto ama con passione), il cosmo è formato da sette sfere planetarie e racchiuso dalle stelle fisse, dietro le quali va pensata la Divinità quale motore dell’universo.

In questa concezione il “cielo cristallino” chiude da fuori l’universo.

Il pensiero di spazio di Giordano Bruno si lanciò nella vertigine dell’Infinito-Illimitato. E ciò lo spinse a immaginare mondi molteplici, soli remotissimi, altri sistemi planetari.

Con la cosiddetta “rivoluzione copernicana” la Terra aveva già perduto la posizione centrale, fissa, intorno alla quale orbitava l’intero cosmo: Bruno radicalizzò la visione di Copernico estendendo anche al Sole un ruolo di stella tra altre innumerevoli stelle. Questa totale mancanza di centralità divenne, dai secoli seguenti ad oggi, un contenuto di coscienza.

Non si ha, di solito, contezza del substrato di smarrimento e terrore che si accompagnò a questa dissoluzione di limiti e certezze nell’abisso dell’infinità fisica.

I grandi come Copernico e Keplero furono rivoluzionari, ma per essi era ancora un presupposto indiscutibile il sistema planetario inteso come un’organica unità cosmica, un intero definito. Anzi, Keplero contestò“la fantasticheria sull’infinito” e confessò di provare un tenebroso brivido «al solo pensiero di trovarsi errante in uno smisurato Tutto al quale fossero contestati i confini».

In queste parole confessate dal poeta Arturo Onofri troviamo con chiarezza il sentimento di ogni uomo nei confronti della “perdita del centro”:

…Un tragico silenzio

ottunde la stanchezza che mi duole…

un mutismo irreale, antecedente

alla natività dei mondi,

scava abissi impossibili, i cui fondi

precipitosi, intimano alla mente

un nulla smisurato.

Nei tempi remoti, Terra e uomo, in quanto creazione e mèta degli Dei, furono in assoluto al centro dell’universo, mentre intorno ad essi, quale periferia, si intrecciavano le gesta delle potenze universali. Occorre davvero rievocare nel pensiero e nel sentimento l’antica visione del cosmo per immergersi in essa, averne sensazione. Solo cosí avremo un barlume di quello che abbiamo perduto e cosí potremo anche prendere consapevolezza di quello che abbiamo conquistato.

Il tradizionalismo si è volto all’antico ma, irrigidendosi in ciò, esso ha rifiutato senza condizioni l’arido e detestabile mondo moderno: questo atteggiamento può essere comprensibile ma zoppica nella logica: infatti, a penetrarlo troviamo che esso è soprattutto romanticismo elevato a potenza.

E pigrizia: poiché le anime si sdraiano nella confortante luce degli splendidi tesori delle compiute spiritualità, ma non osano avventurarsi nel mistero del presente, ove la concezione promossa dalle forze propulsive di cui Bruno fu veicolo ci ha guidato al desto sguardo sensibile che si specchia in un mondo privo di Dei, in un cosmo fisico infinito.

Il problema – per molte anime la tragedia – si potrebbe racchiudere in una “semplice” domanda: a cosa può servirci un mondo spoglio e arido, un infinito senza un centro di valore?

Il mondo senza Dei e senza Spiriti è il mondo che può essere visto e contemplato con sguardo sveglio, netto e obiettivo: è il mondo in cui l’uomo può porsi sul primo gradino della destità non condizionato dallo Spirito universale, perciò in piena libertà individuale. In tale mondo senza centro, senza sostegno, l’uomo può essere lui stesso il centro del cosmo, purché intuisca che a ciò è stato eletto: a reggersi su se stesso.

Magari rendendosi conto che gli spiritualismi e gli idealismi appartengono alle certezze del passato: ora divenute le comode grucce per chi non sa stare in piedi.

Tant’è che attraverso la concezione matematica dell’idea dell’infinito, divenuta un mezzo di sperimentazione spirituale, Giordano Bruno giunse alla dottrina delle monadi, le quali costituiscono l’uomo e ogni altro fenomeno: attraverso le monadi che stanno alla base di tutti gli esseri, il divino è attivo e presente all’interno di ogni evento e non supporta da fuori l’esistenza del cosmo, come nella concezione aristotelica: il Deus ex machina.

Secondo quanto scrive il Dottore nel suo libro L’evoluzione della filosofia dai presocratici ai postkantiani, la dottrina delle monadi di Giordano Bruno è il riflesso della lotta combattuta dall’Io per la sua esistenza nell’epoca moderna. Quello che traspare di questa lotta è esprimibile con questa frase: Io sono una monade e una monade è increata e imperitura.

È da questo punto realizzato che, come ancora Onofri ci rivela nei suoi versi, possiamo contemplare a nuovo le sfere celesti, la nuova conoscenza dell’universo:

O musica di limpidi pianeti

che nel sangue dell’Io sdemoniato

articoli i tuoi cosmici segreti:

nella tua chiarità, che ci riscatta

dalla tenebra morta del passato,

la densità ritorna rarefatta.

.

Franco Giovi

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per gentile concessione de http://www.larchetipo.com/2014/set14/

ARTURO ONOFRI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’EROISMO DELLA CONCENTRAZIONE E L’ASCETA

Massimo Scaligero

L’Ascesi del Pensiero – lo abbiamo detto e ripetuto sino a non avere più né fiato né parole – è una Via eroica. Lo è perché essa va in rotta di collisione con il millenario dominio che la natura inferiore, afferrata e mossa da deità avverse, esercita da millenni, in maniera incontrastata, sull’uomo. La Via del Pensiero va in rotta di collisione anche nei confronti di tutta una tradizione antica, orientale e occidentale, che all’uomo attuale, caduto definitivamente nella prigionia somatica, difficilmente oggi può essere d’un qualche aiuto.

Non che in testi sacri, come i Veda, le Upanishad, la Bhagavadgita, o nei testi del Buddhismo Theravada, o Mahayana, o Vajrayana, o nel Taoismo, non vi siano profonde verità di valore eterno, ma l’uomo attuale – ossia l’uomo cerebrale, intellettualizzato, e in definitiva “intelligentemente” animale – ne è tagliato fuori, e allo stato attuale delle cose non può granché giovarsene. La ragione di ciò la mette bene in evidenza, senza minimamente edulcorarla, Massimo Scaligero già nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, là dove dice:

«Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere».

Difficilmente – per non dire che è affatto impossibile – l’uomo attuale, cosciente unicamente a livello del mentale astratto – unica dimensione nella quale può muovere liberamente, e illusoriamente, il suo pensiero morto – per fare solo qualche esempio, può penetrare testi, di mirabile bellezza e profondità, della tradizione hindù come la Brihadaranyakopanishad di Yajñavalkya, o il Drigdrishyaviveka del grandissimo Shankara, o della tradizione buddhista mahayana come il Prajñaparamitahridayasutra o Sutra del Cuore, o il Vajracheddikasutra, o Sutra del Tagliatore di Diamanti, che l’orientalista Raniero Gnoli (grande amico di Massimo Scaligero) traduce anche come La Fenditrice del Fulmine, perché il pensiero astratto, riflesso, non può penetrare minimamente realtà come il Brahman, dell’Induismo, o la Shunyata, ossia la Vacuità, del Buddhismo Mahayana.

L’uomo attuale, innamorato della tradizione orientale, non si rende affatto conto ch’egli pensa concetti metafisici come il Brahman, o la Vacuità, o il Tao, esattamente con lo stesso pensare riflesso, astratto e disanimato col quale egli pensa una sedia o una forchetta. Ei non muta certo di livello solo perché invece di pensare la prosaica ma utilissima forchetta, pensa invece eccelse realtà metafisiche. Ma l’uomo attuale, ingannato dall’infida natura alla quale è identificato, difficilmente si rende conto e si arrende ad una tale evidenza.

E lo stesso vale per la tradizione di sapienza del nostro Occidente. Giusto per fare solo qualche esempio, chi è che possa, oggi, fare l’esperienza del sovrasensibile Mondo delle Idee del quale parlava Platone, o di quella unione tra l’Intelletto possibile e l’Intelletto agente della quale parlava Aristotele, e che nel nostro Medioevo venne cantato con lirici accenti d’Amore da Guido Cavalcanti, da Dante Alighieri e da tutti i Fedeli d’Amore? Chi è che possa – ripeto: oggi – avere concreta esperienza interiore delle realtà che stanno dietro ai miti dell’antica tradizione misterica, o dei testi della tradizione ermetico-alchemica, o di quella rosicruciana?

Bando alle sentimentali, mistiche e poetiche illusioni, e guardiamo coraggiosamente in faccia la cruda realtà. La situazione conoscitiva dell’uomo attuale è tragica, e a nulla vale evitare di guardarla: non farebbe che peggiorare la sua situazione, sino a renderla irrecuperabile. Innumerevoli volte Massimo Scaligero ripete, nella sua aurea opera, come l’attuale pensare cerebrale sia ormai anemico, disanimato, astratto, riflesso, senza interiore realtà, e capace solo di cogliere ombre menzognere e non autentiche realtà. E meno che meno la realtà spirituale. In effetti, l’uomo, tramortito nella sua identificazione con la natura somatica è sì cosciente del pensato, ossia dell’oggetto del pensiero, ma è del tutto incosciente dell’atto stesso del pensare. Ossia egli è cosciente del mero effetto di una causa a lui perfettamente ignota. E questo – con buona pace della superstizione psicanalitica – è l’unico inconscio del quale sia lecito parlare. L’essere umano, dunque, è sì cosciente (spesso poco anche questo…) del fatto, ossia del pensato disanimato, ma non è punto cosciente dell’atto del pensare: la sua è una conoscenza monca, tagliata fuori dalla sostanza della vita che potrebbe conoscere s’egli fosse cosciente dell’atto pensante stesso. Ossia annientando l’inconscio. Ed è quanto afferma, sempre nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. Il pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza».

E questo ci porta direttamente al punto di uscita dalla ferrea prigione della riflessità, che ci reclude nella natura somatica e animale. Perché non si diviene coscienti dell’atto del pensare, aggiungendo ai pensati altri pensieri, bensì attraverso la pratica interiore, ossia attraverso la Concentrazione. E, sempre Massimo Scaligero così scrive nel seconda di copertina interna dell’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Sansoni, Firenze, 1959, in quella che, a mio avviso, è una delle più belle – veramente mirabile – sintesi della Via del pensiero:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’Uomo. Viene indicata una «via spirituale» che mentre è di là delle tradizioni, attinge ad un segreto e imperituro insegnamento,: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’Occidente. La Luce sorge ormai dall’Occidente per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza sovrasensibile descritta in questo volume, già contiene in sé quanto di essenziale agì nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen, nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere solo dallo svincolamento del moderno pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo del «soprannaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

Ciò mostra come le luminose esperienze interiori dell’Oriente – così come quelle dell’autentico Occidente interiore – non sono perse se non per l’astratto pensiero riflesso, ma che esse risorgono nuovamente per l’asceta che realizzi la resurrezione del Pensiero Vivente dalla tomba della conoscenza morta. Ovvero che compia il Rito della Concentrazione.

Nell’Ascesi del Pensiero si compiono atti di pensiero, e si ripetono volitivamente tali atti sino a che la corrente della volontà non fluisca potente nell’atto stesso. Normalmente non si è coscienti di tale atto genetico del pensare – senza il quale non esisterebbe neppure il pur pallido pensato – perché troppo debole, sfrangiata, anemica, allentata è la volontà nel pensare. E non lo è, perché la volontà è letteralmente “sbracata” – a Roma direbbero “abbioccata” – e affogata nella corporea vitalità animale.

Per questo la pratica della Concentrazione è un Ascesi eroica: perché essa deve lottare tenacemente, senza veruna misericordia, contro una natura animale, nei confronti della quale è imperioso e vitale strappare la volontà, che vi è identificata in un comatoso stato di tramortimento. Ma se una tale Ascesi è eroica, ciò non significa affatto che eroico sia automaticamente anche l’asceta. Anzi all’inizio della Via – diamo nuovamente bando a pericolose illusioni – egli non lo è per niente, e semmai dovrà diventarlo strada facendo. Ma, come usa dire, «regnum regnare docet», «il regno insegna al regnante il regnare», ossia le cose le si apprendono realmente, solo «facendole», ovvero operando concretamente: smuovendo la volontà, praticando e non filosofando.

Ora, lottare contro una natura inferiore, astuta e, da molti millenni, dominatrice, non è cosa semplice, né indolore. Ciò implica una pratica indefessa, ininterrotta, tenace, fedele, che si protrae , anche se non lo si avverte, sui tempi lunghissimi: per mesi, anni, decenni, per tutta la vita. Giovanni Colazza, nelle sue conferenze al Gruppo Novalis, nell’inverno 1944-1945, sul libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner, osserva che il discepolo deve giungere ad «amare» di per se stessa, senza aspettative egoiche, la disciplina interiore, e perdere un po’ il senso del tempo che passa. Il quale, davvero, non passa invano.

Ogni giornata della pratica interiore deve essere considerata come l’unica a disposizione per la interiore pratica realizzatrice. Ed ogni singolo esercizio di Concentrazione deve essere considerato come unico: come quello che, se ad esso doniamo l’interezza della nostra forza interiore, ci può portare alla concreta esperienza spirituale. Massimo Scaligero più volte ha esplicitamente affermato che non sono particolari esercizi, aristocratici e complicati, quelli che possono portarci all’Iniziazione, ma l’esercizio – magari quello meno accetto e più faticoso e avversato per la nostra natura, ossia la Concentrazione – nel quale, malgrado ogni ostacolo, si sia capaci di mobilitare e metere in atto tutta intera la nostra forza di volontà.

A suscitare la volontà dell’intrapresa della pratica della Concentrazione, la migliore spinta, l’impulso più radicale e potente è – come abbiamo detto altrove – è la disperazione. L’agire «senza speranza né timore» è, per usare un linguaggio “geometrico”, una condizione assolutamente necessaria, ma di per sé potrebbe – anche se in realtà lo dovrebbenon rivelarsi sufficiente. Perché è difficile tener dèsta questa lucida disperazione, contro la quale giuoca contro la lunghezza della lotta, senza tempi umanamente prevedibili, e giuocano pure i ripetuti periodi di aridità interiore e, più che la stanchezza, la routine, e le abitudini.

Massimo Scaligero definiva le abitudini le rughe dell’anima. Routine e abitudini appannano la vivezza della memoria interiore, e fatalmente sfrangiano e allentano la tensione della volontà. Un aiuto sono le prove della vita, le situazioni di pericolo nelle quali può accadere di incorrere nel procedere del cammino interiore. Ciò è pacifico, per non dire addirittura scontato. Ma data l’imprevedibilità del darsi di prove e colpi del destino – ancorché paradossalmente auspicabili per il discepolo dell’Iniziazione – è bene trovare dentro di sé, e non fuori di sé, un antidoto efficace allo smarrimento della memoria del còmpito interiore, liberamente assunto nei momenti di lucida e intensa disperazione.

Un tale antidoto è l’operare nell’Ascesi in uno stato di mobilitazione permanente: un lottare senza tregua. Si tratta, sostanzialmente, di non accontentarsi mai, ma di esigere gradualmente sempre di più dalla propria volontà. Sino ad un incalzare la natura inferiore, e cercare di andare oltre quel limite che un tempo ci fermava, e cercare di superarlo.

Ciò, naturalmente, costa sforzo, e molta fatica. Alfredo Rubino – il quale, oltre che un discepolo veramente fedele di Massimo Scaligero, fu anche un autentico praticante interiore, ingiustamente calunniato proprio da coloro che meno avrebbero dovuto – soleva dire, che l’Ascesi è vera quando la natura inferiore comincia a gemere e a dissolversi sotto l’imperiosa pressione dello Spirito, e che l’esercizio interiore comincia ad essere veramente efficace, proprio quando in noi la natura inferiore astutamente suggerirebbe di cessarlo, perché «hai fatto abbastanza».

Sempre Alfredo Rubino metteva in evidenza come, nella Via interiore, «rimanere fermi è andare indietro», e come sia necessario chiedere sempre di più alla nostra volontà ascetica: saviamente e gradualmente, ma anche coraggiosamente ogni volta fare un po’ di più. Sino ad osare in particolari momenti – adeguatamente preparati – il tutto per tutto.

Per fare un paragone, un nuotatore che in un fiume impetuoso non lotti nuotando contro la corrente, da essa viene portato indietro. Già per rimanere immobili in un punto della corrente occorre nuotare energicamente. Se, poi, si vuole addirittura risalire la corrente è necessario nuotare ancor più energicamente, o – secondo un’immagine Zen, cara a Massimo Scaligero – essere capaci del “salto del carpione”, di un guizzo col quale si vada oltre se stessi, e i propri illusori, ma ben costringenti, limiti.

Questo osare l’inosabile, questo incalzare senza tregua la riottosa e recalcitrante natura, questo interiore lottare senza tregua, questo mantenere la volontà in costante, permanente mobilitazione, è – a mio avviso – ciò che mantiene viva la lucida e dinamica disperazione. A sua volta, la radicale lucida disperazione impedisce il cadere nella routine, nella spenta abitudine, e avviva l’ardore della volontà.

Senza questo ardore e questa disperazione l’Ascesi, oggi, in un mondo che velocemente erode le forze interiori, va poco lontano. Occorre nei confronti della Concentrazione – mi si passi l’ossìmoro – essere freddamente ardenti e ardentemente gelidi: occorre innamorarsi della Concentrazione, e farla, ripetendola instancabilmente. Occorre non porsi limiti nella pratica della Concentrazione, e voler gradualmente superare i limiti – che sono i limiti della natura personale – nel praticarla: sia di tempo nell’esecuzione che di frequenza di essa.

Nessuno è veramente “eroe” all’inizio di questo arduo Sentiero, ma tutti – se vogliono, se “disperatamente” vogliono – possono diventarlo lungo questo impervio cammino. Gli Dèi rispondono ai coraggiosi, ai disperati, ai consacrati. Che poi sono – o strada facendo lo diventano – le stesse persone. Poiché non vi è limite che non possa essere superato, non vi è limite che non sia limite di pensiero e del quale non possa essere immaginatolo svincolamento e voluto il superamento. Occorre volere, intensamente volere, volere oltre ogni limite raggiunto, perché si può volere – come mi insegnò Massimo Scaligero – anche oltre i limiti del karma. E la Concentrazione è il veicolo aureo di tale audace, anzi temerario, volere. Temerario perché il discepolo dell’Iniziazione non lotta contro complessi psicologici, o limiti ideologici et similia, ma contro avverse deità distruttive, che vogliono asservire l’uomo o distruggerlo.

Si dirà, forse, che diciamo sempre le stesse cose. Ciò è senz’altro vero, ma purtroppo è vero perché – per usare l’espressione sportiva di un caro amico, veterano della pratica interiore – «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», e si teme che l’Ascesi funzioni davvero – perché è verissimo che, se praticata con energia e sincerità, essa agisce potentemente – e si teme, vilissimamente, di dover essere quell’Io che trasformerebbe radicalmente la nostra vita e il nostro esistere. E poiché segretamente il praticante conosce essere la Concentrazione il veicolo più potente della volontà dell’Io, allora spesso essa viene fatta al risparmio, “rimandando” l’incontro, o lo scontro con il limite. Ci si tiene – prudentemente – al di qua del limite, e si evita di raggiungerlo. Il coraggio, l’eroismo dell’Ascesi è voler incontrare – costi quel che costi – tale limite nella Concentrazione, ed operare coraggiosamente, con tenace volontà consacrata, a superarlo. 

Mi raccontava il mio amico C., temibile lupaccio e asceta d’altra dottrina, che una persona di rango spirituale, molti anni fa, gli comunicava che oramai la maggior parte della gioventù (ma non solo quella…) «era nel miglior dei casi razionalista, ed aveva la volontà smarmellata» e che «una Via spirituale deve trasformare il discepolo in un miles spirituale», ed è giusto perché, mitriacamente, «vita est militia sacra super terram». Oggi vi è nel mondo una lotta per l’uomo o per la sua distruzione: una lotta che non consente di essere neutrali. L’eroismo è voler essere l’Io: è volere illimitatamente nella Concentrazione, consacrando la forza all’essere originario dell’Io.

SCIENZA DELLO SPIRITO

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Secondo Giorno – P. 1

Copgenesi

IL SECONDO GIORNO

1. L’agire della Luce e della Tenebra

Un artista, che voglia iniziare un opera, pensa al suo compimento. Il suo sforzo è quello di condurre l’idea che porta in sé alla manifestazione esteriore attraverso tutti i gradi dello sviluppo. Così come all’artista la concezione evoca davanti all’anima l’opera compiuta, così per il poeta della Genesi l’immagine dell’uomo vive già nel primo pensiero creativo degli Elohim. Di gradino in gradino essa viene condotta, attraverso sempre nuovi impulsi, alla sua più eccelsa elevazione. Se nella Genesi viene dato un impulso, esso agisce ulteriormente, anche allorché ne sopraggiunge un altro. Esso non viene sostituito dall’intervento di uno nuovo, come potrebbe apparire a tutta prima, bensì il nuovo impulso coopera con tutto ciò che lo precede nel divenire evolutivo, fino a che l’intero coro degli impulsi divini non completa l’immagine dell’uomo. Così agiscono ulteriormente le forze del «Cielo» che agiscono verso l’esterno e quelle della «Terra» vivente nell’interno, le forze della «Luce» e quelle delle «Tenebre», che s’incontrano a partire da quelle polari e primordiali; agisce tohu va-bohu, agiscono l’Abisso tehom e il calore della cova aleggiante spiritualmente, operano il «Giorno»  e la «Notte», la  «Sera» e il «Mattino». E quando non solo si prende conoscenza di tutte queste forze polari, ma si tenta di sperimentare il loro contenuto interno, ad uno può sopraggiungere la sensazione di un pulsare vivente, che inizia nella prima Parola bereschith e che muove attraverso tutte le immagini dell’intera creazione, fino a sorgere nella manifestazione esteriore nel corpo umano creato come battito cardiaco. Ora, dopo che ha avuto luogo l’incontro del seme e dell’ovocellula nella forma descritta, il movimento delle code seminali è giunto gradualmente alla quiete, l’ovocellula sino ad ora mossa dall’esterno comincia a muoversi internamente. L’impalcatura fluidamente granulosa del nucleo cellulare comincia a solidificarsi in diversi punti e si forma un gomitolo di formazioni filiformi (vedi Fig. 5).

 

 

 

 

 

 

 

Figura 5: Scissione cellulare (mitosi). Da sinistra a destra: interfase (cellula quiescente), profase (inizio della scissione cellulare: ammorbidimento del nucleo cellulare, disposizione polare dei centrioli), anafase (migrazione dei cromosomi sui centrioli), telofase (formazione dei nuclei cellulari, restrizione del corpo cellulare), fase di ricostruzione ovverosia trapasso in una nuova interfase.

Queste diventano sempre più evidenti e presto riconoscibili all’occhio del ricercatore tramite il microscopio come filamenti singoli, denominati cromosomi, mentre la membrana del nucleo cellulare si dissolve gradualmente. In conseguenza di ciò, i cromosomi penetrano nel citoplasma e si diffondono proprio in esso. Nel frattempo è iniziata la formazione del cosiddetto fuso. Nel citoplasma dell’ovocellula vi sono ora due pallidi granellini puntiformi, circondati da una delicata corona di raggi. Essi derivano dallo spermatozoo che è penetrato al momento della fecondazione. I cosiddetti centrioli tendono ad allontanarsi l’uno dall’altro e si spostano in due direzioni opposte alla periferia del globo cellulare, ove poi si trovano l’uno di fronte all’altro come due poli. Essi devono ora essere considerati come due piccoli soli, i cui sottilissimi raggi di citoplasma si incontrano attraverso il piano che passa per il centro cellulare e producono nel complesso la forma di un fuso. I cromosomi si ordinano ora in questo piano, si scindono per la lunghezza e dopo un certo tempo le due metà tendono ad allontanarsi reciprocamente in direzione dei centrioli polarmente disposti. Contemporaneamente il corpo cellulare si allaccia in quel piano mediano, finché da una cellula non ne sono nate due. Poi si estinguono i raggi del fuso. Le metà cromosomiche si addensano di nuovo in un gomitolo, la loro struttura si dissolve sino alla completa irriconoscibilità e le loro sostanze formano ora i nuclei delle cellule figlie. I centrioli migrano al centro delle due cellule, si dividono e si dispongono ognuno come una minuscola stella doppia accanto al nucleo neoformato. In questo ora si raddoppia la sostanza cromosomica e dopo un certo periodo di riposo le cellule figlie possono di nuovo cominciare a dividersi. Queste ultime hanno quindi, al contrario dell’ovocellula, i loro propri centrioli; questi sono, quindi, anche i discendenti delle prime cellule derivanti dal materiale seminale. Perciò i centrioli in ogni cellula, quando presenti, sono i discendenti della sostanza maschile. Essi ordinano e rendono possibili, durante l’intera vita, le scissioni cellulari. – Con ciò viene descritta la prima suddivisione cellulare. Essa introduce l’evoluzione dell’embrione. E tutte le innumerevoli suddivisioni cellulari, che seguono questa prima, si compongono secondo le medesime leggi.

Seguiamo in maniera ancora più precisa la via degli spermium e dei loro discendenti, i centrioli. Dalla cerchia circostante arrivano sull’ovocellula due o tre milioni di spermatozoi, come vengono anche chiamati gli spermium, e dànno ad essa la forza di rotazione nella maniera descritta. (Incidentalmente: SHETTLES, nella sua ricerca, fa girare l’ovocellula altrettante volte quante la Terra gira attorno al suo asse in vent’anni, nel tempo dunque del quale l’uomo ha bisogno per passare dalla nascita al suo completo sviluppo). Uno spermium penetra ora attraverso la zona pellucida e s’inoltra nel corpo dell’ovocellula (un istantaneo notevole ispessimento della zona pellucida impedisce l’ingresso di ulteriori cellule seminali), nel quale la sua testa si gonfia e si separa dalla coda (vedi Tavola I in basso).  La testa si arrotonda e si espande a grandezza del nucleo dell’ovocellula femminile, dal quale ormai non può più essere differenziato morfologicamente. Il tratto di collegamento tra la testa dello spermium e la coda si chiama collo. In questa parte vi sono le ulne organiche del movimento della cellula. Dal lato più anteriore di questa parte del collo, dal cosiddetto disco di testa originano i centrioli. Col distacco della coda, pure il materiale dei centrioli si distacca, diventa sferico e si divide subito in due parti. Nascono così i centrioli. Questi migrano negli angoli dei nuclei cellulari maschile e femminile che si toccano, e che ora si fondono l’uno con l’altro. Con ciò è formato il primo zigoto e può iniziare la prima scissione (cellulare).

Le cellule seminali hanno stimolato dall’esterno il movimento dell’ovocellula. I centrioli, discendenti dalle cellule staminali, rendono possibili i processi di movimento all’interno dell’ovocellula. Ma di che tipo sono questi? I centrioli migrano in direzioni opposte, e quanto più si allontanano uno dall’altro, tanto più fortemente essi cominciano ad «irradiare»; intorno ad essi si forma, come già descritto, una corona a forma di sole di sottili raggi di plasma, la cosiddetta radianza polare. Ma tra di loro si forma uno spazio, delimitato e riempito dai loro raggi, il fuso (radianza polare e fuso sono due strutture del citoplasma un po’ diverse l’una dall’altra, che vengono provocate ambedue dai centrioli). Si scorge, dunque, che ai centrioli è inerente la medesima segnatura che noi chiamiamo ha-schamajim: essi anelano all’ambiente circostante e riflettono, verso il centro, un correlato di Luce. Ma poiché ora le forze celesti di ha-schamajim si sviluppano qui all’interno della sostanzialità terrestre, esse respingono tale sostanzialità e si forma (così) uno spazio. In ciò si riflette un che di luminoso (Lichtartiges), il fuso. La Luce origina sempre da ha-schamajim – e laddove essa appare, dona le forze della sua sorgente. Gli spermatozoi sono dei correlati dell’azione cosmica della Luce; se vengono in contatto con l’ovocellula, le donano le forze della loro propria sorgente, ha-schamajim. Nell’elemento organico queste forze scaturiscono dai centrioli (vedi nota a p. 346)

Al centro di questo spazio neoformato sorge una membrana di separazione e comincia la suddivisione cellulare. Troveremo sempre che, laddove le forze della Luce si riflettono da ha-schamajim, sorge qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era. Troveremo un atto di creazione ogni qual volta avviene questa irradiazione di Luce, sia nel Macrocosmo che nel Microcosmo. Qui vi è l’elemento nuovo: che da una cellula ne nascano due. Lo spazio creato viene suddiviso e con questo fatto l’embrione, nel senso dell’idea complessiva, viene mutato e gli viene data forma. Ed ora ascoltiamo risuonare, come primo presagio, le parole della Genesi :  «E Dio disse: vi sia una distesa in mezzo alle acque». In luogo di «distesa», rakia, si può dire pure «vôlta», «estensione». E poi viene affermato: «e questa sia una separazione tra le acque»; o più precisamente: «e questa divida in mezzo tra acque e acque». Si forma allora in mezzo al fuso la membrana separatrice e l’immagine scompare. La scissione cellulare è terminata. I centrioli si spengono e sono di nuovo al centro, sùbito accanto ai nuclei cellulari e fino a che nuovamente essi non si spengono in tutte le cellule neoformate sempre di nuovo udiamo, lievi, le Parole: «Vi sia una distesa in mezzo alle acque, e vi sia una separazione tra le acque». Sorge così a poco a poco la morula.

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA
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