Novembre 2019

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2019

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONTEMPLAZIONE: LA QUIETE CREATIVA (di Rastignac)

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Tutti gli esseri, non solo i ragionevoli, ma anche gli animali irragionevoli e la natura che è nelle piante e la terra che li produce aspirano alla contemplazione e tendono a questo fine: tutti lo raggiungono entro le possibilità offerte dalla loro natura.

Ogni azione tende alla contemplazione, tanto l’azione necessaria che fortemente attira la contemplazione verso le cose esterne, quanto quella detta ‘volontaria’ che l’attira meno ma che si compie egualmente per desiderio di contemplazione…

La natura, che alcuni dicono priva di rappresentazioni e di ragione, ha in sé contemplazione e produce quelle cose che produce mediante la contemplazione che, a quanto dicono, essa non ha.

Poiché la natura opera rimanendo immobile e, rimanendo immobile, è una ragione, essa è anche contemplazione.

Difatti le azioni pratiche, pur essendo conformi alla ragione, sono evidentemente diverse da essa: ché la ragione, in quanto è presente all’azione e vi presiede, non è l’azione.

Se dunque non è azione ma ragione, essa è contemplazione; e per ogni ragione v’è una ragione ultima che deriva dalla contemplazione ed è contemplazione nel senso di oggetto contemplato.

La ragione superiore varia col variar degli esseri ed è come l’anima, non come la natura, ma quella che è nella natura è la natura stessa.

Anche questa deriva da una contemplazione? Certamente, da una contemplazione; poiché anch’essa è simile a un essere che si contempla: è infatti il risultato di una contemplazione ed è in quanto un essere contempla.

Ma come essa contempla?

Essa non possiede la contemplazione che deriva da un pensiero discorsivo, da quel pensiero cioè che esamina ciò che contiene in sé.

E se essa è vita, perché non è anche ragione e potenza operante?

Forse perché ricercare vuol dire non possedere ancora?

Ora, poiché la natura possiede, essa, in quanto possiede, anche agisce.

Per lei, essere ciò che è, è lo stesso che agire; essa è contemplazione, e oggetto di contemplazione, poiché è ragione.

Ed in quanto è contemplazione, oggetto di contemplazione e ragione, e soltanto per questo, essa produce.

Così dimostriamo che la produzione è contemplazione; essa infatti è il risultato di una contemplazione che rimane pura contemplazione senza fare null’altro, ma produce perché è contemplazione.

(Enneadi III, 8, 1-3)

Rastignac

SCIENZA DELLO SPIRITO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUARTA PARTE.

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Se mèta dell’uomo è realizzare, come ho scritto nella terza parte di questo articolo, Autocoscienza, Libertà, e Amore, vi è da chiedersi perché si sia ancora così lontani – anche nelle comunità spirituali, persino in quella che Massimo Scaligero chiamava la Comunità Solare – dal realizzare, dall’attuare concretamente tali idealità. È evidente che se, come ammonisce più volte nelle sue opere Massimo Scaligero, «il Bene è l’idea che si attua, il Male è l’idea che non si attua», il non realizzarsi, il non attuarsi di tali idealità, è per l’uomo e per l’Universo il massimo dei mali.

Rispetto ad una tale realizzazione, rispetto ad un attuarsi di quelle idealità, cosicché l’Ascesi solare sia, come direbbe il nostro Giovan Battista Vico, «il farsi del vero, e l’inverarsi del fatto», «verum et factum convertuntur», due sono le forze in giuoco, forze che favoriscono o impediscono la suddetta realizzazione: il coraggio e la paura.

L’Amore, che è anche, e soprattutto, Philosophia, Amore della Sapienza, e Philalètheia, Amore della Verità, non può esistere senza il coraggio. Non vi è Amore senza coraggio: quindi coraggio di amare la Verità, coraggio di amare appassionatamente – come un autentico Fedele d’Amore –  la Sophia, la Sapienza Santa. Quindi volontà d’Amore, nutrita da un Amore di volontà. Il coraggio porta alla Conoscenza, mentre la paura paralizza la volontà, oscura, obnubila la coscienza, e porta a temere e odiare la Verità, a colludere con la menzogna. E se si ama la Verità, se si ama la Sophia, la Sapienza Santa, si lotta, si combatte per essa, non si concede quartiere alla menzogna: non le si concede tregua alcuna.

Per chi voglia essere un autentico Fedele d’Amore, Verità e Sapienza sono valori assoluti, incondizionati, e come tali non sono valori “negoziabili” – come usa dire oggi – non sono passibili di essere messi in discussione, essere oggetto di “trattative”, di “scambio”. E non ci si può piegare – a meno di perdere il rispetto di se stessi – ad una dogmatica “autorità”, la quale, esigendo un medievale, umiliante, sacrificium intellectus’, richiede cieca fede, e conformità a quanto essa proclama, ex cathedra, come pretesa ortodossia, essere vero, umilia la dignità dell’Uomo, che il Cielo e gli Dèi hanno creato per la Libertà e la Conoscenza. Per questo motivo, non è possibile tacere di fronte a determinate non verità che troviamo scritte nel libro di Orao, che sto esaminando.

Orao, stravolgendo tutto quanto risulta dall’indagine spirituale di Rudolf Steiner, e che questi espone in termini chiari, assolutamente non equivocabili, sostiene l’identità di una entità spirituale regolare come Jahve, o Jehova, con un’entità spirituale irregolare come Lucifero. Si tratta di una indebita, illegittima, affatto ingiustificata, con-fusione di due entità spirituali, che non solo sono diverse, ma che sono addirittura opposte: polarmente opposte.

Infatti, sempre nelle già conferenze che Rudolf Steiner tenne a Parigi nel 1906, trascritte da Édouard Schuré in Esoterismo CristianoLineamenti di una cosmogonia psicologica, trad. a c. di Bruno Roselli, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, a p. 175, possiamo leggere:

«Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o Logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Jehova, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega San Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza , come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo tre principî inseparabili e necessari alla sua evoluzione: Jehova, Lucifero, il Cristo».

E, a p. 179, Rudolf Steiner, quasi al termine di quella conferenza, afferma emblematicamente:

«Non è la rivelazione ma la verità che rende liberi: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Parole più chiare di queste, Rudolf Steiner non avrebbe potuto dirle, e le ha ripetute innumerevoli volte. Ma, ciò nonostante, in Orao, alle pp. 69-71 di Resurrezione, nel capitoletto Vita sulla Terra, largamente parafrasato dalla Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner – prendendosi tuttavia alcune frequenti  ‘libertà’, e compiendo notevoli ‘variazioni’ sul tema, al fine di ‘correggere’ quanto lo stesso Rudolf Steiner aveva scritto –, dopo aver parlato della separazione del Sole dalla Luna ancora congiunta alla Terra, leggiamo che:

«Il Sole continuò ad emanare la propria forza sulla Luna e sull’uomo dal di fuori, ossia continuò ad emanare le sue forze sul corpo fisico e sull’eterico, ma lasciò libera una parte di questi due corpi esponendola agli influssi provenienti dalla Luna. Qui esattamente può rintracciarsi l’inizio dell’azione luciferica sia in senso regolare che in senso irregolare. Gli influssi lunari dominati dal Lucifero regolare consistettero nella formazione del sistema nervoso, mentre gli irregolari in una specie di indurimento della vita immaginativa interiore che avrebbe sottratto l’uomo da ogni interiore rapporto con il Sole.

La ribellione di Lucifero, per stabilire la sua dimora sulla Luna, e il distacco dagli altri sei Elohim, determinò quella che viene definita «Guerra nei Cieli». Una entità del Sole, uno degli arti del Logos, si distaccava, iniziando la sua azione sulla Luna, agendo entro il corpo astrale dell’uomo in formazione, da qui mirando a cristallizzare in forma rigida ogni ulteriore germinazione conoscitiva nel terrestre […]

L’entità di Lucifero, trasferendosi dunque sulla Luna, era la sola rimasta a dominare questi due aspetti quando, attraverso la formazione della primissima sostanza-anima nell’essere umano, egli iniziò la sua azione di entità interiore del corpo astrale. Per un verso egli aiuta l’uomo ad aspirare alla luce solare, al mondo luminoso della spiritualità, per un altro tende a lunarizzare la parte solare, spirituale, trattenendolo dal suo portare verso la Terra l’esperienza solare, la sperimentazione dello spirito. Gli organi sensori, ordinatisi nel frattempo nel sistema nervoso, divennero appunto il veicolo, il percorso per l’azione luciferica. Lucifero agì nel corso evolutivo come l’accompagnatore dell’uomo alla soglia della luce, «il portatore di luce», il lucifero, ma anche come lo stimolatore alla riflessità stessa di questa luce, l’entità lunare inferiore che, attraverso la movenza sensoria, l’ombra della luce, mirava a concedere all’uomo la sua spiritualità – non quella degli Dei superiori, ma delle deità inferiori».   

Questa duplice azione, da Orao illegittimamente attribuita a Lucifero, nasce dalla indebita con-fusione che viene fatta dell’azione di Jahve–Jehova con quella di Lucifero, il quale, da Orao, come vedremo, viene erratamente  proclamato essere uno dei sette Elohim solari, che – sempre al dire di Orao – in quanto tale, si sarebbe ribellato agli altri sei Elohim, e al Logos, ed avrebbe trasferita la sua ‘dimora’ sulla Luna attuale. Vedremo come Rudolf Steiner dica esattamente il contrario di quanto afferma qui, e altrove, Orao. Infatti, questi, proseguendo nella sua personale esposizione, così scrive a p. 72 di Resurrezione:

«L’entità luciferica stessa aveva in tempi ancora anteriori promanato da sé entità luciferiche, che al tempo della ribellione nei Cieli rifiutarono tutte con essa l’azione del Sole e si trasferirono sulla Luna, abitando il cosiddetto «regno della Luna terrestre». Tali entità agivano dalla Luna sull’astralità dell’uomo in formazione sulla Terra, operando dall’interno di lui verso l’esterno, intenzionate però a dominare tutti i processi tendenti a mantenere la materia morbida e poco densificata».

Ora, dovremo esaminare bene molti aspetti – e dire cose per molti davvero non facili da intendere, nonché da accettare – per mostrare in cosa e perché Orao erri completamente, costruendo tutto un suo, assolutamente personale, sistema di idee e di immagini a partire da questa fallace, e falsa, identificazione di Jahve-Jehova e di Lucifero.

Ma il tema in questione – che dobbiamo affrontare con grande risoluzione, con la massima volontà di verità, e con ‘matematica’ precisione, anche a costo  di sovrabbondare, in maniera antologicamente pedante, con citazioni probanti – è di grande momento, perché, da una parte, questo tema, giustamente affrontato e chiarito, si mostrerà decisivo per la corretta attuazione della Ascesi Solare, per la Via del Pensiero Vivente e della Concentrazione, mentre, dall’altra, disvelerà la sottile connessione delle su riportate errate considerazioni cosmologiche e cosmogoniche di Orao con le altre sue, altrettanto errate, considerazioni riguardanti l’essenza e la missione dei Bodhisattva in generale, quella del Bodhisattva Maitreya in particolare, dell’Iniziazione cristiana, di quella rosicruciana, di quella graalica, come Orao vuole presentarle nei suoi scritti, e del tipo di ascesi, anomala, che, oggi, viene surrettiziamente proposta come ‘voie sustituée’, come unavia sostituita, per usare un’espressione degli esoteristi francesi, in luogo di quella donata da Rudolf Steiner, e portata avanti in Italia da Giovanni Colazza, prima, e da Massimo Scaligero poi.  

Massimo Scaligero, molte volte, nei suoi scritti e nelle sue comunicazioni orali, mostrò il rapporto dell’originario sacrificio dei Troni, del calore saturnio dal quale nacquero il nostro mondo e l’uomo, colla trasmutatricetrasmutatrice secondo un’Alchìmia umana e cosmica – forza d’Amore e di Compassione dell’originario calore saturnio, oggi novellamente rinascente nell’uomo. In particolare, giova riportare le parole, spesso citate da Massimo Scaligero, che Rudolf Steiner pronunciò a conclusione del ciclo di conferenze, ch’egli tenne a Praga dal 20 al 28 marzo 1911, intitolato Fisiologia Occulta, del quale abbiamo in italiano due  belle traduzioni.

Una venne pubblicata a Roma nel 1933 dalla Casa Editrice Arti Grafiche E. Calzone, tradotta dalla baronessa Emmelina de’ Renzis, che ne redasse anche la Prefazione, con l’Introduzione di Saro Giadice, eteronimo questo del figlio della baronessa de’ Renzis, il duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, entrambi discepoli diretti di Rudolf Steiner, e amici di Giovanni Colazza. Questa edizione mi è particolarmente cara, perché la copia che di essa  possiedo era quella appartenuta un tempo all’Avv. Alberto Luchini, grande amico di Massimo Scaligero, e seguace dell’Antroposofia. Questa copia è tutta fittamente commentata a matita in margine dal suo antico possessore. Subito dopo il mio incontro con Massimo Scaligero, nella tarda primavera del 1970, su suo consiglio, andai a parlare nella mia città con l’Avv. Alberto Luchini, allora già ultraottantenne, il quale mi accolse molto calorosamente, mi donò con dedica il suo libro su Radicofani, ultima opera da lui scritta, e, durante quella memorabile conversazione, fu lui a parlarmi, per primo, del Bodhisattva Maitreya. Dopo il colloquio con lui, chiesi chiarimenti e approfondimenti in tale proposito direttamente a Massimo Scaligero, il quale con le sue spiegazioni me ne fornì in abbondanza.

L’altra, eseguita sull’edizione tedesca del 1978, fu pubblicata a Milano nel 1981 dall’Editrice Antroposofica, tradotta da Willy Schwarz, medico antroposofo, goetheanista e dantista di notevole livello, nonché traduttore di varie opere di Steiner, da me conosciuto personalmente a Dornach in occasione di un viaggio alla Pasqua del 1984. Per praticità del lettore, citerò le parole di Rudolf Steiner da questa seconda edizione, essendo la bella e rara edizione del 1933 di difficile reperimento. Quel che ivi dice Rudolf Steiner è di importanza estrema per comprendere quell’Alchìmia umano-cosmica, alla quale fa riferimento Massimo Scaligero. Così leggiamo alle pp. 174-175:

«Ciò che l’organismo produce, quanto a processi interni di calore del nostro sangue, processi calorici che esso fa scaturire dall’insieme delle sue attività e che porta finalmente  ad espressione, quasi come un fiore di tutti gli altri processi, penetra su nella sfera dell’animico-spirituale, trasformandosi in attività animico-spirituale. E che cos’è la parte più bella dello spirituale-animico? Il suo aspetto più bello, più alto, è il fatto che, ad opera delle forze dell’anima umana, l’organico possa trasformarsi nell’animico stesso. Se tutto ciò che l’uomo può ricavare dall’attività del suo organismo terrestre, una volta mutato che sia in calore, viene da lui trasformato nel modo giusto, allora nella sfera dell’anima esso diviene compartecipazione, interesse per tutti gli altri esseri. Se, attraverso tutti processi dell’organismo, su fino al livello più alto, cioè fino ai processi di calore, penetriamo sino alla sfera in cui il calore del sangue viene utilizzato dall’anima per il suo proprio compito, scopriamo che tale compito consiste nell’interesse vivo per ogni essere, nella calda compartecipazione a tutto quanto ci circonda. In quanto la nostra vita interna ci porta su fino al calore, noi la estendiamo a tutta quanta l’esistenza terrestre; ci identifichiamo all’esistenza terrestre complessiva. Va preso atto della mirabile realtà che la saggezza cosmica ha scelto la via indiretta, attraverso tutta la nostra organizzazione, per conferirci da ultimo il calore che noi uomini siamo chiamati a trasformare col nostro io in viva compartecipazione all’esistenza di tutti gli altri esseri.

In seno alla missione della Terra il calore viene trasformato in sentimento. Questo è il senso del processo terrestre, il quale si realizza in quanto l’uomo è inserito in esso come organismo fisico. […] Ogni singola anima, dopo il passaggio per la porta della morte, si solleva ad un mondo spirituale, affidando il cadavere alle forze della Terra. Analogamente il cadavere della Terra verrà un giorno abbandonato alle forze cosmiche, dopo che esso ci avrà trasmesso il calore per la nostra compassione la quale sarà la base per ogni nostra attività animica superiore. Quel cadavere che sarà consegnato al sistema cosmico, come il singolo cadavere umano viene affidato al sistema terrestre, potrà scorgere (elevandosi al di sopra di se stesso) la somma di tutte le anime individuali umane, notevolmente perfezionate attraverso l’esistenza terrestre, in via di procedere verso nuovi livelli di esistenza, verso nuovi sistemi cosmici».  

Questa è quella Via della ‘Grande Compassione’ che, oggi, mediante il suo insegnamento, addita il Bodhisattva Maitreya – il quale ‘adombra’ e ‘ispira’ tutto l’insegnamento di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero –, e che additerà, altresì, un giorno, nella sua pienezza, a completamento della sua missione terrestre, come Buddha Maitreya. Nel Buddhismo Mahâyâna, è la Prajñâparamitâ, la ‘Sapienza Trascendente’, quella che genera la Mahâkaruna, la ‘Grande Compassione’. E questo era, secondo Massimo Scaligero, il segreto elemento cristico celato, occultato, nel Mahâyâna. Infatti, possiamo leggere in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, p. 41:

«Anche l’uomo più debole e più sopraffatto dagli istinti può, volendo, ricongiungersi, in relazione al proprio livello, con il filo della originaria Forza: l’impedimento più serio a questo è invero la mancanza di consapevolezza della propria debolezza. Lo sprezzo per il debole, per colui che erra, recita, tradisce, è esso stesso una debolezza: esso stesso sentimentalismo.

Chi fa suo il n o b i l e  s e n t i e r o del Buddha, non può ignorare la missione del Bodhisattva Maitreya, che è accompagnare gli uomini nella sfera della maya, prendendo parte alle loro debolezze e alle loro prove, per recare ad essi l’illuminazione nel mezzo della loro oscurità. Il futuro Buddha è invero il Bodhisattva della compassione. La via che il Buddha addita verso l’alta liberazione dell’uomo futuro, è appunto la compassione: che è espressione di debolezza, solo se è recitazione politica o mollezza etica, mentre, pura di recitazione e mollezza, è la vera forza dell’Io».

In quella che poi sarà l’ultima opera da lui scritta, pubblicata postuma, Massimo Scaligero ritornò su questo tema, ricollegando la trasformazione e la liberazione dell’uomo alla vicenda cosmica del divenire dei mondi. Così, tenendo presente la rievocazione che Massimo Scaligero fa del sacrificio dei Troni Spiriti della Volontà, ai Cherubini, Spiriti dell’Armonia, descritto da Rudolf Steiner nel quarto capitolo, L’evoluzione del mondo e dell’uomo ne La Scienza Occulta nelle sue linee generali, e nel ciclo di L’evoluzione secondo veridicità, cinque conferenze da lui tenute a Berlino, dal 31 ottobre al 5 dicembre 1911, sacrificio, il cui ardore dette origine al calore saturnio, possiamo leggere in Iside Sophia. La Dea Ignota, Edizioni Mediterranee, Roma, 1980, p. 103:

«Non v’è moto della volontà dell’uomo che, quale che sia il suo oggetto, non faccia occultamente appello a questo impeto di donazione che vince la prigionia dell’ego e perciò tende a realizzare il vero Io. Secondo l’insegnamento del Maestro dei nuovi tempi, ossia del Bodhisattva Maitreya, la cui luce s’irraggia nel mondo attraverso l’opera di Rudolf Steiner, il senso ultimo della vita è l’evoluzione dell’umano-terrestre sino alla capacità di fondare con le forze redente dell’Io il Cosmo dell’Amore. «L’uomo è la mèta delle Gerarchie». «Ciò che deve essere realizzato è l’uomo voluto dagli Dèi», Egli insegna. In realtà, l’uomo nasce dall’amore sacrificale divino, ma sulla Terra deve smarrire la coscienza di tale origine, per divenire un essere libero: viene portato a trarre la coscienza di sé dalla corporeità e ad accogliere gli impulsi che scaturiscono da ciò che in lui si oppone all’originario amore sacrificale: e tuttavia il volere continua ad avere la segreta tessitura di tale amore, inconsciamente, anche quando agisce in senso avverso ad esso».

Naturalmente, il fatto che un Bodhisattva, e il Maitreya è un Bodhisattva – il quale, come abbiamo visto nelle parti precedenti di questo studio, in quanto tale non è un’entità ‘umana’‘adombri’, ‘ispiri’, col suo essere spirituale, e con il suo insegnamento, Maestri, che sono individualità umane, come Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, non significa affatto, come non pochi hanno creduto un po’ semplicisticamente, che il primo di questi sia il Bodhisattva Maitreya, cosa del resto da lui stesso, come abbiamo veduto,  più volte esplicitamente negata.

In un importante testo di Rudolf Steiner che riunisce due importanti cicli di conferenze, dei quali purtroppo solo il secondo ciclo è stato tradotto in italiano, troviamo una serie di comunicazioni fondamentali dell’indagine spirituale di Rudolf Steiner. Si tratta del libro Menschheitsentwickelung und Christus-Erkenntnis, (Evoluzione dell’umanità e conoscenza del Christo), comprendente un primo ciclo, Theosophie und Rosenkreuzertum (Teosofia e Rosicrucianesimo), 14 conferenze tenute a Kassel dal 15 al 29 giugno 1907, ed un secondo ciclo, Das Johannes-Evangelium (Il Vangelo di Giovanni), 8 conferenze tenute a Basilea dal 16 al 25 novembre, GA-100, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1981. Il secondo ciclo di conferenze è stato tradotto da Maria Cianchi, e pubblicato dall’Editrice Antroposofica di Milano nel 2013.  

Ma procediamo per gradi. Nella dodicesima conferenza del primo ciclo, tenuta a Kassel il 27 giugno 1907, Rudolf Steiner descrive come nei primordi della Terra l’essere umano fosse androginico, e come dopo la scissione della Luna dalla Terra sia avvenuta la separazione dei sessi. Descrive poi – in vista di quella che è la missione, e la mèta, della Terra, ossia di trasformare il Cosmo della Saggezza nel Cosmo dell’Amore – l’azione degli Dèi, e l’azione di Jahve in particolare, fu quella di suscitare l’amore negli esseri umani. Questo si realizzò dapprima come amore tra consanguinei, essendo ancora l’essere umano legato ad una collettiva ‘coscienza di gruppo’, e poco individualizzato come coscienza dell’Io. Sarà poi la discesa del Logos Solare in Gesù di Nazareth a portare sempre più ad una rottura dei legami di sangue, a suscitare sempre di più l’individuale coscienza dell’Io, a suscitare altresì sempre più – indipendentemente dai sopravviventi legami di sangue – nell’essere umano l’amore di un individuo verso un altro individuo. Nella suddetta conferenza di Kassel, nella parte del libro, GA-100, non tradotta in italiano, Rudolf Steiner, a p. 153-154, dice:

«Questo amore originario (Urliebe) che prese nascita con la discesa delle anime nei corpi fisici, va così scemando nel corso dei tempi, s’insinuò nell’uomo nel momento che la Bibbia descrive così: «E Dio insufflò il respiro di vita nell’uomo ed egli divenne un’anima vivente». Ma un’altra cosa si produsse allora. In tal modo, l’uomo era diventato un’anima vivente, respirando per mezzo dei polmoni. L’aria ch’egli così inspirava era generatrice del sangue rosso, sangue rosso nel quale si esprime la natura dell’Io. Nella misura in cui il sangue è comune al gruppo, altrettanto lo è l’Io. Questo è il caso del giudaismo nel quale un popolo intero viene dominato da un’anima di gruppo. Ma sempre di più gli uomini tendono ad una maturità, emancipandosi dalla consanguineità. Con l’insufflazione del respiro all’uomo si installò il primo abbozzo di ematopoiesi. Ma non è che nel corso di lunghi periodi che l’uomo giunse alla maturità, che consisteva nell’agire sul proprio sangue in maniera da rendere possibile la sostituzione dell’altruismo all’amore originario. Rappresentatevi l’evoluzione dell’umanità come l’ho descritta: l’amore originario sparisce; l’amore tra persone apparentate – quello della madre per il figlio, ecc. – dovrebbe regredire. Il sangue non si estende abbastanza perché un legame d’amore possa abbracciare l’umanità tutta intera, e la potenza dell’Io, dell’egoismo andrà crescendo. Occorreva che un avvenimento si producesse suscitando, in luogo dell’amore originario un altro amore, un amore spirituale. Questo avvenimento è il Cristianesimo. Con l’apparizione del Cristianesimo, quel che si sarebbe prodotto senza di esso – la frammentazione dell’umanità in «uomini-atomi» (Mit dem Erscheinen des Christentums ist das hintangehalten worden, was sonst eingetreten wäre: das Auseinanderfallen der ganzen Menschheit zu einzelnen Menschenatomen) – è stata respinta. Gli uomini devono diventare sempre più individuali, questo è inscritto nell’evoluzione del sangue: ma ciò che è stato disperso in maniera naturale deve nuovamente essere riunito in maniera spirituale mediante la novella forza capace di agire al di fuori dell’amore legato al sangue. Questa è la forza del Cristianesimo. A partire da questo fatto il Mistero del Golgotha prende un significato fondamentale per l’evoluzione dell’umanità nella sua totalità. Se lo comprendiamo, comprendiamo pure il significato dell’espressione: Il sangue del Christo. È una cosa della quale non si può fare la sola esperienza esteriore, non potrebbe essere l’oggetto di ricerche esteriori, ma che occorre considerare come un fatto, come una realtà mistica. È per questo che, in piena coscienza, ho intitolato il mio libro non «Mistica del Cristianesimo», bensì «Il Cristianesimo quale fatto mistico».   

Ora, non saprei trovare migliore commento, migliore spiegazione, approfondimento, a quanto sopra detto delle parole stesse di Rudolf Steiner, che possiamo leggere, nella seconda parte del testo tedesco di tale sua opera, quella tradotta in italiano ed edita dalla Editrice Antroposofica, col titolo Evoluzione dell’Umanità e Conoscenza del Cristo. Il Vangelo di Giovanni – del suddetto volume della GA-100, ove, alle pp. 30-32, è detto:

«Il sangue è un succo molto peculiare», dice Goethe nel Faust. Il Dio della forma, Jahve, vi svolge un ruolo di particolare importanza. Dopo aver acquisito il dominio sul nuovo organo, il sangue, Jahve lo permeò delle proprie forze, trasformò le qualità aggressive dell’anima di coraggio nelle forze dell’amore e fece del sangue il portatore dell’Io.

All’inizio non tutti gli esseri umani avevano un proprio Io. In tutti i consanguinei, in coloro che conservavano il medesimo sangue mediante i matrimoni tra membri della stessa famiglia, agiva la medesima forza jahvetica, la forza-Io del medesimo Io. Un piccolo gruppo come questo aveva, dunque, un Io collettivo. Il singolo individuo stava a tutta la famiglia come un dito sta a tutto il corpo. All’inizio c’erano solo anime di gruppo. Il singolo percepiva se stesso solo come parte della stirpe. Finché il sangue rimase esente da mescolanze, finché i membri della stirpe si sposarono solo tra consanguinei, si sentì vivere lo stesso Io, oltre che nei contemporanei, anche nelle varie generazioni successive. L’Io, perciò, non era percepito come qualcosa di personale, ma come un elemento comune a tutti gli appartenenti alla stirpe. Come l’uomo ricorda tutte le esperienze vissute dalla nascita in poi, così gli uomini di quell’epoca ricordavano le azioni compiute dagli antenati consanguinei, e le ricordavano come se a compierle fossero stati loro stessi. […] Si è detto prima che Jahve aveva fatto del sangue il portatore fisico dell’Io. Egli compì ciò nel momento in cui diede forma al sangue. Jahve portò ad espressione la propria forza nella modalità della respirazione. L’uomo divenne jahvetico, perché fu Jahve a dargli il respiro. Vanno prese alla lettera le parole secondo le quali all’uomo, dotato ora dei presupposti necessari, venne insufflato l’alito vivente. «Jahve insufflò l’alito nell’uomo ed egli divenne un’anima vivente» (Genesi 2,7). Ma l’insufflazione dell’anima non avvenne ad un tratto; va intesa, invece, come un processo che andò svolgendosi in un arco di tempo molto lungo e che trasformò l’uomo in un essere che respira aria.

Diverso era sulla Luna il processo corrispondente a quello che sulla Terra si fonda sulla respirazione dell’aria. Mentre l’essere umano attuale inspira ed espira aria, venendo così ad avere in sé una forma di calore, i suoi antenati lunari, che erano costituiti da corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, inspiravano ed espiravano sostanza calorica o fuoco. Sulla Luna i predecessori dell’uomo erano esseri che respiravano il fuoco. La scienza dello spirito li chiama esseri del fuoco, ed esseri dell’aria gli uomini della Terra. Per la scienza dello spirito tutta la materia è solo l’espressione dello spirito. Insieme all’aria noi inspiriamo ed espiriamo anche lo spirito. L’aria è il corpo di Jahve come la carne è il corpo dell’uomo. La mitologia germanica ne serba il ricordo portandolo ad espressione nella figura di Wotan che cavalca il vento. Anche sulla Luna er alo spirito quello che veniva ispirato ed espirato.

Sulla Luna c’erano le stesse entità spirituali che vi sono ora sulla Terra. Sulla Luna queste entità vivevano nel fuoco; adesso, sulla Terra, sono divenuti Spiriti dell’aria. Nel corso dell’evoluzione cosmica, alcuni singoli esseri sono rimasti indietro, come accade a scuola, quando alcuni scolari vengono bocciati. Mentre le entità che avevano fatto del Sole la loro dimora si erano evolute più rapidamente, riuscendo così a passare dal grado di Spiriti del fuoco a quello di Spiriti dell’aria, una folta schiera di entità non era pervenuta a questo passaggio. Le prime entità, come forze spirituali, esplicano ora la loro azione sull’uomo dall’esterno, dal Sole e dalla Luna. L’uomo le accoglie in sé mediante il respiro. Tra gli esseri umani e questi Spiriti solari altamente evoluti vi sono delle entità spirituali che, pur avendo attinto sulla Luna un grado di sviluppo molto superiore a quello conseguito dagli uomini, non sono progrediti quanto gli Spiriti solari e il Dio Jahve. Anche se non erano ancora in grado di influenzare l’essere umano per mezzo della respirazione, erano tuttavia protesi ad esplicare un’azione su di lui; erano gli Spiriti del fuoco che non avevano compiuto per intero la loro evoluzione. Il loro elemento era il fuoco, e questo elemento era presente nell’uomo solo nel sangue. Di questo dovevano vivere.

Nel corso della sua evoluzione, dunque, l’uomo era posto tre gli Spiriti dell’aria che vivono nel suo respiro, gli Spiriti più elevati che lo compenetrano di spiritualità e gli Spiriti del fuoco che cercavano gli elementi del suo sangue. L’azione che questi Spiriti esplicano nel suo sangue è rivolta contro Jahve. L’opera di Jahve era volta a tenere uniti gli uomini in piccoli gruppi mediante l’amore; egli voleva compenetrarli del sentimento di reciproca appartenenza. Ma se fosse stato presente solo l’amore, gli uomini non sarebbero mai divenuti autonomi, si sarebbero dovuti sviluppare come, per così dire, degli automi dell’amore. Contro tale sviluppo diressero i loro attacchi gli Spiriti del fuoco, ottenendo come risultato la libertà personale dell’essere umano. I piccoli gruppi furono disuniti. Il solo interesse del Dio Jahve era quello di unire gli uomini con l’amore. Egli agiva nel sangue come Dio dell’amore vincolato al sangue. Diversa era l’azione esplicata dagli Spiriti del fuoco. Furono loro a recare all’uomo l’arte e la scienza; si chiamano anche spiriti luciferici. L’evoluzione umana prosegue sotto l’influenza di Lucifero, che apporta agli uomini libertà e sapere. Sotto la guida del Dio Jahve gli esseri umani dovevano essere uniti dal principio della fratellanza tra consanguinei. Verso Lucifero l’uomo è debitore dello sviluppo che lo ha condotto ad essere libero cittadino della Terra. Jahve aveva posto gli uomini nel paradiso dell’amore. Qui apparve lo Spirito del fuoco, il Serpente, nella figura che l’uomo aveva avuto nel passato quando respirava ancora il fuoco, e aprì gli occhi degli uomini su quanto era ancora rimasto della Luna. Quest’influenza luciferica fu percepita come una seduzione. Coloro che erano stati educati nelle scuole esoteriche, però, non considerarono questa illuminazione una seduzione. I grandi iniziati non hanno umiliato il serpente, lo hanno innalzato, come fece Mosè nel deserto (Mosè, 4, 21, 5-9).

Quel che si doveva rivelare nell’umanità, si è manifestato per lungo tempo come amore vincolato al sangue. Parallelamente ha agito lo spirito della saggezza, un principio che doveva preparare qualcosa di diverso. A poco a poco l’amore si estese dai gruppi ristretti a quelli più grandi, dalle famiglie ai popoli. Un caratteristico esempio di questo sviluppo è l popolo ebreo, il quale percepiva se stesso come un gruppo omogeneo e attribuiva a tutti gli altri il nome di Galilei, ossia persone non consanguinee. All’umanità doveva essere dato, oltre all’amore fondato sulla sanguineità, l’amore spirituale, quello che formerà la fratellanza che abbraccerà tutta la Terra. L’epoca in cui l’umanità fui tenuta insieme solo dall’amore parentale, va considerata solamente come un periodo di apprendistato per ciò che doveva venire in seguito. Anche l’azione luciferica, che consistette nel promuovere lo scioglimento dei vincoli restrittivi, è solo una preparazione all’opera di un Uno superiore che doveva venire. Il nome che la scuola esoterica cristiana dava a quest’Uno era quello di “Vero portatore di luce”, “Vero Lucifero”, il Cristo».

In effetti, la Galilea era per gli ebrei גְּלִיל הַגּוֹיִם , g’lil ha-goyím, ossia il Paese dei Gentili. Per gli ebrei, come per i primi cristiani, di stretta osservanza le ‘genti’, i ‘gentili’, erano i pagani. La Galilea era per gli ebrei ‘ortodossi’, un luogo dove genti e sangui diversi si erano mescolati. Per questo, nel Vangelo di Giovanni, 7, 50-52, leggiamo:

«Nicodemo (uno di loro, quello che di notte era venuto a lui) disse loro: La nostra legge giudica ella un uomo prima che sia stato udito e che si sappia quello che ha fatto?. Essi gli risposero: Sei anche tu di Galilea? Esamina, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta».  

Mi sembra che Rudolf Steiner si sia espresso in maniera emblematicamente chiara a proposito della assoluta non identità di Jahve e di Lucifero, anzi che abbia caratterizzato chiaramente la loro mutua opposizione, l’inevitabile lotta tra queste due entità polarmente opposte. Ma nel caso in cui si abbiano residui dubbi, voglio riportare – melius abundare quam deficere – altre parole di Rudolf Steiner. Nel già citato Elementi fondamentali dell’Esoterismo, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, (ove correggerò solo il genere di alcune parole sanscrite, e le metterò in evidenza in corsivo), alle pp. 192-194, leggiamo:

«Fu intenzionale, che gli uomini potessero acquisire la conoscenza. Ciò poté essere predisposto solo attraverso il karma primigenio. Il principio luciferico, gli adepti lunari, volevano far evolvere l’uomo sempre più verso la libertà e l’autonomia. Questo viene espresso in modo molto bello nella saga di Prometeo: Zeus non vuole che gli uomini ricevano il fuoco, ma Prometeo dà loro il fuoco, la capacità di evolversi raggiungendo altezze sempre maggiori. In tal modo egli condanna l’uomo al dolore. Ora egli deve attendere l’arrivo di un eroe solare, deve attendere che nella sesta epoca il principio dell’eroe solare renda l’uomo capace di evolversi oltre senza la conoscenza luciferica. Quelli che sono tanto progrediti quanto lo è Prometeo sono eroi solari.

Così abbiamo ottenuto un uomo duplice: uno che si è abbandonato al principio di Jehova di perfezionamento della Terra fisica, e poi l’uomo spirituale, che si evolve ulteriormente. Jehova e Lucifero sono impegnati in una lotta continua. Lucifero vuole trasformare tutto in conoscenza, in luce. Nel devachan l’uomo può maturare ancora un pochino uno di questi princìpi, quello di Lucifero. Egli può svilupparne di più, quanto di più rimane a lungo nel devachan. Egli deve attraversare tante incarnazioni quante sono necessarie, per sviluppare questo principio fino in fondo.

Quindi nel mondo esiste un principio di Jehova e un principio luciferico. Se il principio di Jehova venisse insegnato da solo, l’uomo diventerebbe succube della Terra. Facendo sparire del tutto dalla Terra le dottrine della reincarnazione e del karma, si riconquisterebbero tutte le monadi per Jehova e l’uomo fisico verrebbe lasciato alla Terra. A un pianeta pietrificato. Ma insegnando la reincarnazione e il karma si solleva l’umo, riconducendolo alla spiritualizzazione. Perciò il cristianesimo fece il compromesso più giusto: per un periodo non insegno la reincarnazione e il karma, bensì l’importanza dell’unica vita terrena affinché l’uomo si affezionasse alla Terra fin tanto che fosse stato pronto per un nuovo cristianesimo con la dottrina della reincarnazione e del karma, un cristianesimo che salva la Terra e porta nel devachan tutta la semina. Nel cristianesimo stesso lottano quindi oggi i due princìpi: uno senza la reincarnazione e il karma, l’altro con questa dottrina. Nella prima dottrina verrebbe tolto agli uomini tutto ciò che Lucifero poté provocare. Essi cadrebbero oggettivamente fuori della reincarnazione, voltando le spalle alla Terra; diverrebbero angeli peggiorati. La Terra andrebbe poi incontro alla decadenza. Se sulla Terra vincessero le schiere di Jehova, la Terra rimarrebbe indietro come una specie di Luna, come un corpo irrigidito. Allora verrebbe omesso il dovere della spiritualizzazione. La guerra nella Bhagavad Gita descrive la lotta fra Jehova e Lucifero e le loro schiere. Oggi potrebbe essere ancora possibile che vincesse il cristianesimo senza la dottrina della reincarnazione e del karma. Allora la Terra andrebbe perduta per il principio di Lucifero. L’intera Terra è ancora un campo di battaglia fra questi due princìpi. Il principio che conduce la Terra alla spiritualità è Lucifero. Per vivere conformemente a questo principio, bisogna prima affezionarsi alla Terra, bisogna discendere  sulla Terra. Lucifero è il principe che realizza il suo regno nel campo della scienza e dell’arte. Però egli non può discendere del tutto sulla Terra, non ha forze sufficienti per farlo. Completamente da solo, Lucifero non riuscirebbe affatto a condurre in alto quel che c’è sulla Terra. Per questo non basta la forza di un adepto lunare, ma serve anche quella di un adepto solare che accolga anche la vita che, fra gli uomini, non si manifesta nell’arte e nella scienza. Lucifero viene rappresentato nella figura del drago alato: in Ezechiele come di un toro alato.

Ora venne un eroe solare simile a quelli che sono giunti nell’epoca iperborea, e che Ezechiele descrisse come il leone alato. Questo eroe, che dà il secondo impulso, è Cristo, il leone della stirpe di Giuda. Il rappresentante dell’aquila verrà solo in futuro, e rappresenta il principio del Padre. Cristo è un eroe solare, una natura leonina, un pitri solare».

Portando avanti la sua esposizione, Rudolf Steiner, alle pp. 211-213, aggiunge:

«Quando si avvicina la seconda epoca della quarta ronda terrestre si separa il Sole, e nella terza epoca si separa la Luna. Tutto quello che prima era presente solo sul globo astrale si sviluppa fisicamente, però adesso è articolato in modo da poter accogliere le monadi nel suo corpo astrale che si purifica sempre più. Se l’uomo le avesse accolte prima, insieme alla monade avrebbe accolto in sé manas, buddhi e atma, sarebbe diventato molto saggio, ma la saggezza sarebbe stata una specie di saggezza sognante.

Inizialmente l’uomo non ha alcun potere sul corpo fisico e sul corpo eterico. Inizialmente ha poco potere anche sulle sue passioni provenienti dalla Luna; queste emergono di necessità fino al momento in cui l’uomo inizia la sua epoca terrestre. Se l’uomo avesse semplicemente accolto la monade nell’animalità affinata, non avrebbe potuto sbagliare. Sarebbe diventato come doveva essere nelle intenzioni di Jehova, che voleva dotarlo di tutta la saggezza, ma al tempo stesso configurarlo come una statua vivente. Qui subentrarono glie esseri che sulla Luna si erano evoluti più rapidamente, al di sopra della misura dell’evoluzione lunare: gli esseri luciferici. Lucifero è una potenza che ha per la saggezza un entusiasmo talmente veemente quanto lo è la sensualità per l’animale. L’avidità per lo sviluppo della saggezza: questo è Lucifero. Egli è dotato di tutte le cose che derivano dalla Luna. Se Lucifero avesse accolto l’evoluzione di per sé, sarebbe sorta una lotta fra Lucifero e gli antichi dèi.

L’aspirazione di Jehova era l’organizzazione della forma. Lucifero avrebbe potuto sviluppare nel materiale astrale la passione per la spiritualizzazione prematura. Ne sarebbe conseguita una violenta lotta fra gli spiriti di Jehova e le schiere di Lucifero. C’era il pericolo che grazie a Jehova alcuni diventassero statue viventi e altri, attraverso Lucifero, esseri spiritualizzati troppo presto. Affinché ci fosse la possibilità di trovare materiale per un pareggio, questo materiale bisognava trarlo da qualche altra parte. La loggia bianca, che era appunto all’inizio, per paralizzare la lotta tra Jehova e Lucifero dovette prendere il materiale da un altro pianeta. Questa materia era sostanzialmente diversa dalla materia astrale che era venuta dalla Luna, dalla materia kamica dell’animalità. C’era la possibilità di trasportare materia da altri pianeti: nuove passioni, meno veementi, tuttavia atte all’autonomia. Il nuovo materiale fu preso da Marte. Nella prima metà della nostra evoluzione planetaria fu dunque introdotto del materiale proveniente da Marte. Con l’introduzione del materiale astrale da Marte fu provocato un grandioso progresso.

La cultura esteriore sulla Terra fu data da una parte, impedendo l’indurimento, dall’altra impedendo la spiritualizzazione. Lucifero si avvalse del supporto di quel che fu dato dalle forze di Marte. L’elemento nuovo sulla Terra si designa come “Marte”. Così fu fino a metà dell’epoca atlantica. Qui si pose ancora una volta una nuova questione. L’uomo aveva accolto in sé la saggezza, ma, in seguito, alla saggezza da sola non sarebbe stato possibile venire a creare la forma. Per mezzo di Lucifero si sarebbe potuto assemblare il regno minerale, ma Lucifero non potrebbe dargli vita. L’uomo non avrebbe mai potuto dare la vita sotto l’influsso delle altre potenze. Perciò dovette venire un dio solare, un’entità più elevata di Lucifero. Entità di tal genere erano i pitri solari. Il più progredito di questi è il Cristo. Come Lucifero rappresenta l’elemento del manas, così il Cristo rappresenta l’elemento della buddhi.

I corpi astrali umani dovettero ricevere anche un terzo impulso. Questo fu portato da Mercurio. Cristo unisce il suo potere a quello di Lucifero. Ora, volendo trovare nelle altezze la via verso gli dèi, si ha bisogno del messaggero degli dèi, Mercurio. Egli è colui che, a partire dalla metà dell’epoca atlantica, preparò la via del Cristo, per poter entrare in seguito nei corpi astrali che hanno accolto l’elemento mercuriale».

Come si può evincere da quanto precedentemente esposto da Rudolf Steiner, non è affatto cosa semplice – né è lecito affrontarla semplicisticamente o con faciloneria – giungere a comprendere a fondo entità spirituali come Jahve e Lucifero, la loro rispettiva azione diversa e contrapposta, il loro diverso rapporto con l’impulso del Logos Solare, con l’impulso del Christo cosmico. Il completamento della descrizione – forzatamente parziale, perché moltissimo, negli anni, fu detto da Rudolf Steiner, e che troviamo disseminato nelle centinaia di volumi della sua immensa Opera Omnia – ci mostrerà, con assoluta certezza, l’errore compiuto da Orao nell’identificare entità spirituali radicalmente diverse, polarmente opposte, e cosmicamente antagoniste, reciprocamente avverse. Questo esigerà, prima di affrontare altri problemi, che io completi questa descrizione nella quinta parte di questo articolo, che vengano corretti errori che hanno effetti che non possono venire in alcun modo sottovalutati: effetti di una portata la quale, secondo la parola stessa di Rudolf Steiner, può rivelarsi oltremodo distruttiva per la vita dei singoli e della Comunità spirituale. La portata degli effetti di quei contenuti di pensiero errati, come mostreranno le parole di Massimo Scaligero, e di Rudolf Steiner, è alquanto più vasta sul piano spirituale di quanto molti, purtroppo, non sospettino.

Vorrei rassicurare il volenteroso lettore, che compirà la non lieve fatica di leggere queste pagine, antologicamente appesantite da molte, lunghe, e tuttavia necessarie, citazioni, che chi scrive rivolge il suo esame critico unicamente ai pensieri di Orao, presenti in opere che l’editore ha deciso di rendere pubbliche senza forse averle sufficientemente esaminate e soppesate, assolutamente non nei confronti della figura umana e spirituale della personalità ‘storica’ che si cela dietro tale nome, che chi scrive, per una molteplicità di ragioni, oggi come in passato, sinceramente non si permette di giudicare. L’esaminare tali pensieri ed opere scritte in maniera scientificamente critica – ossia, per dirla col grande Tacito, sine odio et sine amore – e mostrare, là ove lo si rinvenga, l’errore, a mio giudizio, fa parte di quella che Tommaso d’Aquino chiamava ‘correctio fraterna’, che sarebbe auspicabile prendesse sempre più piede, nelle questioni spirituali, e in quelle generalmente umane, al posto della sentimentale, fanatica, adorazione acritica, e della preconcetta, livida, spesso ingiuriosa, calunniosa, e altrettanto acritica avversione.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TERZA PARTE.

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Vi è un detto di Aristotele, divenuto famoso nella sua versione latina, che io da sempre ho amato tantissimo. Quel detto del grande Stagirita afferma che: «Amicus Plato, sed magis amica veritas!», ovvero: «Platone mi è amico, ma più amica mi è la verità».

Un detto simile, nella anonima Vita Aristotelis Marciana, è attribuito anche a Platone che, a sua volta, si riferisce al suo amico e maestro Socrate con le parole: amicus Socrates, sed magis amica veritas. Un’espressione analoga si ritrova tramandata nel Fedone, ove nella traduzione latina, leggiamo: «Socrates quidam parum curandus, et veritas plurimum», il che significa: Di Socrate ci si deve occupare un po’, ma della verità molto di più. Platone, Fedone, 91c.

Mentre, Aristotele, da parte sua, così si era espresso: «Pur essendoci care entrambe le cose [gli amici e la verità] è dovere morale preferire la verità». Aristotele, Etica nichomachea, I, 4, 1096a 16. Quindi, Aristotele, nonostante apprezzasse sommamente l’amicizia, per amore della verità, non avrebbe mai rinunciato a criticare quelle dottrine che la mettessero in dubbio.

E se andiamo a leggere quel che Aristotele dice nella Metafisica, IV, 7, 1011b,  trad. di Antonio Russo, troviamo: «È falso, infatti, dire che l’essere non è o che il non essere è; è vero che l’essere è e che il non essere non è. Di guisa che anche colui il quale afferma che una cosa è oppure che una cosa non è, dirà la verità, oppure errerà», Aristotele, vol. I, Mondadori, I Classici del Pensiero, Milano, 2008, p. 771.

Nel Medioevo, Tommaso d’Aquino riprese le affermazioni di Aristotele affermando che «Veritas est adaequatio rei et intellectus», ossia che la verità è l’adeguazione, l’esatta corrispondenza tra la realtà e l’intelletto. Tommaso d’Aquino, La Somma contro i Gentili: Libro primo e secondo, Edizioni Studio Domenicano, 2000 p.46. Anche nella sua Summa Theologica, Quaes. XVI, Art. 1, 3, Tommaso d’Aquino afferma che «veritas est adaequatio rei et intellectus», 

In India, da millenni, il culto della Verità è il dovere, la legge, il dharma, la regola suprema e insuperata, come afferma il detto: satyân nâsti paro dharmah̟, – era il motto dei Mahârâja di Varanasi, adottato poi, a fine Ottocento, dalla Società Teosofica della Blavatsky – che afferma che «non v’è dharma, e principio religioso, più grande di quello di aderire alla Verità». Perché, comunque, come dichiarano i Veda, «La Verità trionferà».

Rudolf Steiner, nella sua Filosofia della Libertà, Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo, alla quale dette come sottotitolo Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, chiamò la prima metà – quella relativa alla teoria della conoscenzaLa scienza della libertà. Nel secondo capitolo, L’azione umana cosciente, a p. 24 dell’edizione del 1966, tradotta da Dante Vigevani, in totale armonia con lo Stagirita e l’Aquinate, ma anche con Goethe, così scrive:

«La storia della vita dello spirito è una continua ricerca dell’unità fra noi e il mondo. Religione, arte, scienza perseguono ugualmente questo scopo. Il credente cerca nella rivelazione di cui Dio lo fa partecipe la soluzione degli enigmi universali che gli vengono posti dal suo io, insoddisfatto del semplice mondo dell’apparenza. L’artista cerca di imprimere nella materia le idee del suo io, per riconciliare col mondo esteriore ciò che vive nel proprio intimo. Anch’egli si sente insoddisfatto del solo mondo dell’apparenza, e dentro ad esso cerca di versare quel di più che si cela nel suo io. Il pensatore cerca le leggi dei fenomeni, vuole compenetrare pensando ciò che osservando sperimenta. Soltanto quando siamo riusciti a fare del contenuto del mondo il contenuto del nostro pensiero, ritroviamo il nesso dal quale noi stessi ci eravamo disciolti. Vedremo più avanti che questo scopo si può raggiungere soltanto se il compito dello scienziato viene compreso molto più profondamente di quel che spesso non avvenga».

Ora, l’Antroposofia è ‘scienza’: Scienza dello Spirito. Scienza, non religione, non misticismo. E la scienza è verità: è conoscenza pensante della realtà, non passiva sentimentalità. Su questo punto, Rudolf Steiner è assolutamente chiaro. Infatti, nel primo capitolo, Carattere della Scienza Occulta della sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice antroposofica, Milano. 1969, alle pp. 31-33, possiamo leggere:

«Il senso da noi attribuito alla parola  «occulto» potrà venire rettamente inteso, tenendo presente ciò che Goethe intendeva esprimere, quando accennava ai «manifesti misteri» dei fenomeni del mondo. Quello che di tali fenomeni rimane «occulto», non manifesto, ove li si consideri soltanto mediante i sensi e l’intelletto ad essi legato, viene qui considerato oggetto della conoscenza soprasensibile. […] In questo senso si parla qui di una conoscenza «scientifica» di fenomeni non sensibili; e di questi fenomeni l’attività pensante dell’uomo vuole occuparsi, come nell’altro caso, essa si occupa dei fenomeni che sono l’oggetto della scienza naturale. La scienza occulta vuole liberare l’indagine scientifica e l’attitudine scientifica (che nel suo campo si limitano si rapporti e ai processi dei fatti sensibili) da questo loro abituale campo di applicazione, pur conservandone le caratteristiche generali di pensiero. Essa si propone di trattare di cose non sensibili allo stesso modo con cui la scienza naturale tratta di quelle sensibili. Mentre la scienza naturale si limita, con i suoi metodi e i suoi procedimenti di pensiero, alla sfera sensibile, la scienza occulta considera il lavoro dell’anima intorno alla natura come una specie di auto-educazione dell’anima, e vuole applicare alla sfera non sensibile ciò che risulta da tale auto-educazione. Essa vuole procedere in modo da non trattare dei fenomeni sensibili come tali, ma del contenuto non-sensibile del mondo allo stesso modo in cui lo scienziato naturalista tratta del contenuto sensibile. Essa conserva del procedimento scientifico l’atteggiamento animico entro tale procedimento, cioè proprio quello per cui la conoscenza della natura diventa scienza. Perciò essa può definirsi «scienza».[…] 

L’elemento animico non vive in quello che l’uomo conosce della natura, bensì nel processo del conoscere. L’anima sperimenta se stessa nel proprio applicarsi alla natura. In questa sua attività essa si conquista in modo vivente qualcosa che va oltre il sapere della natura, cioè uno sviluppo di se stessa sperimentato nella conoscenza della natura. La scienza occulta vuole esplicare quello sviluppo dell’anima in dominii che stanno oltre i limiti della sola natura. Il cultore della scienza occulta non misconosce affatto il valore della scienza naturale, anzi lo riconosce più completamente dello stesso scienziato naturalista. Egli sa che non è possibile fondare una scienza, senza i procedimenti rigorosi della scienza moderna; ma gli è pure noto che questa severa mentalità scientifica, una volta conquistata penetrando nello spirito del pensare scientifico, può venire serbata dalla forza dell’anima ed applicata ad altri dominii».

Subito dopo, alle pp. 32-33, Rudolf Steiner, rispondendo ad una comprensibile obbiezione, pronuncia severe parole ammonitrici, che – come le precedenti – andrebbero ben meditate da parte di chiunque voglia inoltrarsi nella diretta indagine spirituale, e voglia altresì porgere ad altri i risultati di tale propria indagine spirituale:

«È vero peraltro che, così facendo si verifica qualcosa che può lasciare perplessi. Nello studio della natura, l’anima viene guidata molto più strettamente dall’oggetto osservato di quanto non avvenga nei fenomeni non sensibili. In quest’ultimo caso essa deve possedere in misura maggiore, e per impulsi puramente interiori, la facoltà di attenersi all’essenza della mentalità scientifica. Siccome molti credono, che ciò sia possibile soltanto sulla scorta dei fenomeni naturali, essi decidono arbitrariamente che, non appena si abbandoni tale scorta, l’anima debba brancolare nel vuoto con il suo processo scientifico. Ma chi ragiona così non si è reso conto dell’essenza del procedimento scientifico, e forma il proprio giudizio in base alle deviazioni che necessariamente scaturiscono da un non abbastanza solido pensare scientifico diretto ai fenomeni naturali, e malgrado l’anima voglia avventurarsi all’osservazione della sfera non sensibile. In questo caso naturalmente nascono molte chiacchiere non scientifiche intorno ai fenomeni soprasensibili; ma non già perché, per loro natura, non se ne possa trattare in modo scientifico, bensì perché, nel singolo caso in questione, faceva difetto la auto-educazione acquistata mediante l’osservazione della natura.

Chi vuole parlare di scienza occulta deve quindi avere un vigile senso per tutto ciò che di confuso nasce quando ci si occupa dei «manifesti misteri» del mondo, senza una mentalità scientifica». 

La posizione di Rudolf Steiner è chiaramente, e risolutamente, ‘scientifica’; il suo atteggiamento è energicamente ‘anti-mistico’. Infatti, già nelle Osservazioni preliminari alla quarta edizione tedesca, che è del giugno 1913, alle pp. 19-20, così scrive:

«L’autore ha cercato di mostrare che questo sperimentare, sebbene venga acquisito per virtù di mezzi e di vie assolutamente interiori, non ha però un significato soggettivo per il singolo uomo che l’acquista. Dovrebbe risultare da questa descrizione che la singolarità e la peculiarità personale vengono eliminate dentro l’anima, e che si arriva ad uno sperimentare che è del medesimo genere per ogni uomo, la cui evoluzione si svolga in modo giusto attraverso le sue esperienze soggettive. Soltanto quando la «conoscenza dei mondi sovrasensibili» viene da noi concepita con questo carattere, siamo capaci di distinguerla da tutte le esperienze semplicemente di mistica soggettiva ecc. – Di tale misticismo si può dire veramente che più o meno esso è una vicenda soggettiva che riguarda il mistico stesso. La disciplina scientifico-spirituale dell’anima, come qui viene intesa, aspira invece a esperienze obiettive che appunto perciò hanno un valore evidente generale, sebbene la loro verità venga riconosciuta del tutto interiormente».

Per rendere comprensibile quanto dice Rudolf Steiner a proposito del carattere ‘scientifico’, oggettivo, universale, dei risultati dell’indagine spirituale da lui stesso svolta, basti prendere ad esempio la matematica, i cui contenuti aritmetici, geometrici, e algebrici, vengono conquistati, e giungono ad esistenza, nell’individuale attività pensante dell’anima, ma i risultati di una tale attività non hanno affatto carattere soggettivo, e personale, né vengono condizionati dalla individuale ‘colorazione’ psichica e caratteriologica del matematico, anzi hanno valore universale: fuori di ogni collocazione spaziale, e temporale. Se, su un singolo punto, due matematici sono in disaccordo, uno dei due sicuramente sbaglia. Analogamente, all’interno dell’indagine sovrasensibile, se due ricercatori spirituali giungono a risultati divergenti, uno dei due ricercatori – per i motivi metodologici dei quali parlava più sopra Rudolf Steinersicuramente sbaglia, ma le conseguenze spirituali di un tale errore, come avremo modo di constatare dalle parole stesse di Rudolf Steiner, sono ben più gravi che non nel caso di un teorema geometrico, o di un calcolo algebrico, che, sul piano fisico, è pur sempre facilmente verificabile, e correggibile.   

Questa lunga premessa conoscitiva, e soprattutto metodologica, è assolutamente necessaria per bene intendere – e non fraintendere – quanto sarà necessario, nonché doveroso, dire a proposito di quello che è – a mio modesto giudizio – il punto più scabroso e controverso della suddettaopera di Orao. Infatti, quel che possiamo leggere in Resurrezione, va apertamente in rotta di collisione con tutto quanto comunica Rudolf Steiner, come frutto delle sue ‘scientifiche’ investigazioni spirituali. Non si tratta di un evento osservato da punti di vista diversi, e quindi generante prospettive diverse. Si tratta di affermazioni logicamente contrarie; affermazioni dal contenuto opposto, perciò escludentisi reciprocamente: secondo una logica dei contrari, non una logica dei distinti. Ma veniamo al capitolo Formazione degli stati di coscienza, all’ultimo paragrafo del capitoletto Ancora vita sulla Luna, ove, a p. 66, leggiamo:

«Il Sole divenne la nuova dimora degli Dei affinché questi potessero non solo seguire in senso ascensionale la storia dell’evoluzione del mondo, ma anche evolvere essi stessi fino ai gradi loro assegnati. Una loro ulteriore evoluzione richiedeva una nuova dimora: questa fu offerta dal Sole, una volta purificatosi dalle forze della Luna e della Terra distaccatasi. Da fuori, dal Sole, le Gerarchie superiori continuarono ad agire sulla formazione-Terra. A questo momento corrisponde esattamente il distacco del settimo Elohim, Yahweh, che scelse invece la sua dimora sulla Luna. Qui la storia cosmica attraversò un gravissimo pericolo che dalla Terra interessò anche i Cieli».  

Subito dopo questo paragrafo, alle pp. 66-68, vi è un capitoletto intitolato Lucifero. In esso vi sono una gran quantità di affermazioni, assolutamente non condivisibili dal punto di vista dell’antroposofica Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, il quale a proposito della tesi sostenuta da Orao, si esprime in maniera chiarissima, e assolutamente inequivocabile, in senso contrario alle affermazioni di Orao. Ma affrontiamo subito il primo paragrafo di questo controverso capitoletto:

«La conseguenza della scissione del Sole fu determinante per tutta la storia dell’evoluzione cosmica: si interruppe la comunione fra gli esseri superiori e le creature del mondo circostante, le quali da una superiore condizione di vita, andarono incontro ad una difficile situazione, al pericolo di un arresto progressivo del percorso evolutivo, in quanto le forze della Luna isolate dal Sole rendevano impossibile alla Terra di divenire l’attuale pianeta. Smisurati impulsi all’animalità – sviluppatisi durante il terzo giro solare – avrebbero preso il sopravvento sulla natura inferiore dell’uomo ed ogni ulteriore progresso si sarebbe arrestato a questo punto. Sopraggiunsero allora altri eventi cosmici che riattivarono e guidarono l’evoluzione in una direzione del tutto diversa. Il grande progenitore umano, il Logos, comunicava direttamente con il Cosmo in formazione mediante i sette Elohim – entità sovrumane agenti dal Sole come arti della sostanza cristica, quasi la sua settemplice sostanza, trasmettente al terrestre l’immensa donazione dell’essenza sovrumana, perché dall’inizio dei tempi essa fosse germinalmente inserita nella potenzialità-uomo».

L’opera di Orao, in larga parte di questo suo scritto, è una rielaborazione, spesso una mera parafrasi, pressoché letterale, della Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner, parafrasi  alla quale Orao ha aggiunte alcune sue personali “considerazioni”, non distinte da quanto comunicato da Rudolf Steiner in quella sua opera. Ma. per rendersi conto della avvenuta alterazione del testo di Rudolf Steiner, è necessario ritrascrivere il testo originale, prendendolo dalla Cronaca dell’Akasha, trad. a c. di Lina Schwarz, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1940-1953, che è, con ogni verosimiglianza, l’edizione utilizzata da Orao, del resto – rispetto al punto che ci interessa – assolutamente concordante con la successiva ripubblicazione fattane dall’Editrice Antroposofica in una serie di successive edizioni che arrivano sino al 2012. Nell’edizione dei Fratelli Bocca, alle pp. 176-177, l’intero paragrafo suona così:

«La conseguenza della scissione del Sole fu una radicale rivoluzione nell’evoluzione dell’uomo e degli altri esseri; questi caddero, in certo qual modo, da una forma superiore di vita, in una inferiore; e ciò fu inevitabile, dacché la comunione diretta con quegli esseri superiori andò perduta per loro. La loro evoluzione avrebbe dovuto arrestarsi in una via senza uscita, se non fossero sopraggiunti altri avvenimenti cosmici che riattivarono il progresso e condussero l’evoluzione in una direzione del tutto diversa. Con le forze che sono attualmente concentrate nella Luna isolata, e che allora si trovavano ancora entro la Terra, un ulteriore progresso sarebbe stato impossibile. Con queste forze non sarebbe potuto sorgere l’umanità attuale, bensì soltanto una specie di esseri nei quali gli affetti: ira, odio, ecc., sviluppatisi entro il terzo grande giro lunare, sarebbero aumentati smisuratamente verso l’animalità».

Ho messo in evidenza in grassetto, nel testo di Orao e in quello di Rudolf Steiner, le parole di significato esattamente opposto. Per scrupolo doveroso, nonché per amore devoto, nei confronti della Verità, sono andato a controllare l’originale testo tedesco di Aus der Akasha-Chronik, herausgegeben von Marie Steiner, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1986, p. 208, e l’intera frase in tedesco suona così:

«Mit diesen Kräften hätte nicht die gegenwärtige Menschheit, sondern nur eine Wesensart entstehen können, bei der die während des dritten großen Kreislaufes, des Mondendaseins, entwickelten Affekte, Zorn, Haß und so weiter sich bis ins maßlose Tierische gesteigert hätten».

Ora, siccome è assolutamente certo che, in tedesco, Kreislauf des Mondensein significhi alla lettera: giro, o cerchio, dell’esistenza lunare, e non solare, è evidente che in questo punto, tutt’altro che secondario, della sua operaOrao ha inteso “correggere” Rudolf Steiner, e lo farà ancor più, e in maniera ancor più grave, nel proseguo del capitoletto intitolato Lucifero. Ma guardiamo subito che cosa, a p. 67, Orao giunge ad affermare – in aperta, e totale, contraddizione con tutta l’opera di Rudolf Steiner – circa la pretesa identità, che – a suo dire – vi sarebbe tra Lucifero e Jahvè, o Jehova:

«Quando il Sole si scisse, queste entità si trasferirono sul Sole e da lì agivano sul terrestre, ancora permeato dalla Luna. Nel momento in cui anche le forze lunari dovettero staccarsi dalla Terra, uno dei sette Elohim, Yahweh, si ribellò, rifiutando di lasciare il dominio della Luna, anzi pretendendo di lasciar permeare parte di queste forze il terrestre. Egli portava in sé forze solari capaci di trasmigrare fra Luna e Terra, fra Luna e Sole, per questo quale entità regolare, presiedeva a tutto l’evolversi dei regni della natura, fino allo stadio prima della condensazione terrestre, e tale funzione mantenne per sé. Inoltre scelse quale campo d’azione entro l’uomo l’ultimo corpo che egli aveva formato: l’astrale».

Ora, di fronte a simili affermazioni, come non ricordar le parole che Dante rivolge a Virgilio:

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; / aiutami da lei, famoso saggio, / ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi. (Inf. I, vv. 89-90).

In effetti, una cotanta drastica affermazione dantescamente fa veramente «tremar le vene e i polsi», soprattutto ricordando le ultime parole della rosicruciana Fama Fraternitatis, in Allgemeine und general Reformation, Cassel, Wessel,  apparsa in Germania nel 1614, che termina appunto con le emblematiche parole: Sub umbra alarum tuarum, Jehova, ovverossia: All’ombra delle tue ali Jehova. La Fama Fraternitatis, sempre nel XVII secolo, venne tradotta in inglese dal rosicruciano Eugenius Philalethes, il ‘Nobile o Ben Nato Amante della Verità’  ossia il gallese Thomas Vaughan, col titolo The Fama Fraternitatis, or a Discovery of the Fraternity of the Most Noble Order of the Rosy Cross, translated from German by Thomas Vaughan in 1652. Il Vaughan, del quale possiedo tutta l’opera, è per noi importante perché fu il primo che intitolò un libro – il suo primo scritto – Anthroposophia Theomagica, pubblicato nel 1650, nel quale appare per la prima volta nel titolo il termine Antroposofia, ideato più di un secolo prima da Enrico Cornelio Agrippa, il grande discepolo dell’abate Tritemio.

Il motto rosicruciano riprende le parole del Salmo 16 della Vulgata di Girolamo, il 17 della Bibbia ebraica e di quella valdese, che, ai versi 8-9, in latino dice: A resistentibus dexterae tuae custodi me. Sub umbra alarum tuarum protege me, a facie impiorum qui me afflixerunt, parole che il Diodati così traduce: Guardami come la pupilla dell’occhio, nascondimi sotto l’ombra delle tue ale, d’innanzi agli empi che mi disertano. Ombra, che allude alla occulta, spirituale, ‘invisibilità’ dell’Ordine, o Fraternitas, dei Rosacroce.

Se, poi, andiamo a leggere quel che comunica Rudolf Steiner nella terza conferenza, La missione della Terra, del ciclo di Amburgo su Il Vangelo di Giovanni, Trad. di Willy Schwarz, L’editrice Scientifica, Milano, 1956, alle pp. 45-46, troviamo qualcosa di estremamente diverso, anzi di assolutamente opposto a quanto afferma Orao:

«Come l’uomo abita la Terra e si appropria gradualmente dell’amore, così il Sole è abitato da altre entità superiori, perché il Sole ha raggiunto un grad superiore dell’esistenza. L’uomo è abitante della Terra; cioè un essere che deve appropriarsi l’amore durante l’esistenza terrestre. Un abitante del Sole, al tempo nostro, significa un essere capace di accendere l’amore, di effonderlo. Gli abitanti della Terra non saprebbero sviluppare amore, né accoglierlo, se gli abitanti del Sole non inviassero loro la matura saggezza, insieme ai raggi della luce. In quanto la luce solare affluisce sulla Terra, qui si sviluppa l’amore: questa è una verità del tutto reale. Le entità tanto elevate da poter irradiare l’amore hanno eletto il Sole a loro dimora.

Quando fu compiuta l’evoluzione lunare, esistevano sette entità siffatte evolute al punto da saper irradiare amore; e qui sfioriamo un profondo mistero, che la scienza dello spirito ci svela. All’inizio dell’evoluzione terrestre esisteva l’uomo ancora bambino, che doveva accogliere l’amore ed era pronto ad accogliere l’io; d’altra parte, nello stesso momento, abbiamo il Sole, che si era scisso dalla Terra per salire ad un’esistenza superiore. Sul Sole potevano svolgere la loro attività sette Spiriti di Luce principali, ch’erano al tempo stesso gli Spiriti donatori dell’amore.. solo sei di loro presero dimora sul Sole; e ciò che affluisce nella luce solare fisica contiene in sé le forze spirituali d’amore, appunto si quei sei Spiriti di Luce: i sei Elohim, che troviamo menzionati nella Bibbia. Uno dei sette, invece,  si separò dagli altri, per il bene dell’umanità, ed elesse a propria dimora  non il Sole, ma la Luna; e quest’uno degli Spiriti di Luce, che rinunziò volontariamente all’esistenza solare e si prescelse la Luna, non è altri che colui che l’Antico Testamento chiama Jahve o Jehova. Quell’uno che prese dimora sulla Luna fece fluire appunto dalla Luna sulla Terra la saggezza matura, preparando così l’avvento dell’amore. Ed ora, fate attenzione a questo mistero che sta dietro alle cose».

Questo testo di Rudolf Steiner – nel quale ho fatto solo alcune piccole correzioni ortografiche (le maiuscole un po’ trascurate in tipografia dal proto), ed ove ho messo in evidenza in grassetto quel che mi premeva rilevare – dice, in maniera evidente, l’esatto contrario di quanto affermato da Orao nella citazione da me sopra riportata. Quelle che leggiamo nel suo libro Resurrezione sono parole chiare, che non possono in alcun modo essere equivocate. Infatti, nel proseguo della citazione sopra riportata, parlando di Lucifero, da Orao identificato con Jahve, alle pp. 67-68, leggiamo:

«Quasi si innamorò dell’affettività di cui l’uomo avrebbe potuto disporre, di ogni impulso che l’uomo avrebbe potuto sprigionare verso i suoi simili: forze dell’anima futura, di cui all’uomo avevano fatto dono gradualmente, da Saturno in poi, le Gerarchie superiori ed in modo speciale gli Spiriti della Forma che, attraverso la prima condensazione fisica, avevano stabilito il primo collegamento fra il corpo fisico e l’astrale. Lucifero, o Yahweh, abbandonato nella luna a tutta prima isolata, traspose queste residue forze lunari entro il terrestre in formazione e qui assunse il dominio dell’astrale umano, del primo corpo sottoposto nell’uomo alla direzione dell’Io-Cristo. Recava in sé, quale entità solare, l’impulso all’indipendenza, all’autonomia: egli era stato l’Elohim intessuto della libertà solare, della luce infinitamente erompente come riflessità della vera luce del mondo, quindi dalle forze della Luna continuò ad emanare la sua azione regolare per il complesso sviluppo del mondo. Ma quando, precipitato dai Cieli sulla Terra, prese dimora nell’astrale umano, ne appannò la lucentezza stellare, catturando questa per sé, in cambio promettendo all’uomo, diveniente sempre più consapevole, il dono dell’indipendenza, della libertà, del suo aspirare al cielo, della sua nostalgia del divino mondo perduto, in séguito al suo essere stato esiliato dalle sedi superne. Lucifero diede all’uomo tutto quanto potesse separalo dall’azione dell’Io autonomo, divinizzato dal nucleo-Cristo che lo animava e lo rendeva agente nella struttura superiore umana».

Anzitutto, è da sottolineare il fatto che, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, né Lucifero, né Jahve, sono liberi. Infatti, come ebbi modo – basandomi rigorosamente sulle comunicazioni di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero – di scrivere in articoli passati, nei quali parlavo della figura luminosa e tragica di Prometeo, e del prometeico idealismo magico di Rudolf Steiner, il còmpito e lo scopo che l’Assoluto assegnò alle Gerarchie nel ‘Concilio degli Dèi’ fu proprio quello di portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Quella libertà che gli Dèi stessi non possedevano, fu il motivo della creazione dell’Uomo. L’Uomo, Mèta delle Gerarchie – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime antroposofiche – è colui che realizzerà, e porterà ad esistenza Autocoscienza, Libertà, e Amore. Gli Dèi attendono – nostalgicamente attendono – dall’Uomo, ch’egli prima realizzi, e poi porti loro in dono Autocoscienza, Libertà, e Amore. Infatti, si ama perché si vuole amare, non perché si è costretti ad amare, o perché non se ne può fare a meno. Si ama veramente, perché si è liberi, perché liberamente si vuole amare. Ma si è veramente, e non illusoriamente, liberi, solo e unicamente se si è autocoscienti. Gli Dèi hanno Coscienza sovrasensibile, ed illimitata Sapienza, ma non hanno Autocoscienza: questa l’attendono dalla realizzazione della quale l’Uomo sarà autore. Gli Dèi hanno infinita Potenza, ma non sono liberi: attendono la libertà dalla realizzazione che l’Uomo saprà inverare: realizzazione che non è fatale. Deità altissime come i Serafini sono ardenti d’Amore, amano, ma non liberamente: essi sono amore, ma non sono liberi di amare o non amare. Solo l’Uomo è virtualmente, potenzialmente, libero: sta a lui inverare, realizzare, effettivamente la libertà. In questo, vale l’ammonizione di Massimo Scaligero: il Bene è l’idea che si attua, il Male è l’idea che non si attua.

Jahve è la Legge: la Legge – la Torah – che Mosè ricevette sul Sinai e che dette come regola assoluta al popolo ebraico. Ogni qualvolta gli ebrei trasgredivano i Dieci Comandamenti, e i 613 Precetti della Legge, trascritta nel Pentateuco, nei cinque libri della Torah mosaica, l’ira di Jahve si abbatteva fulminea e vendicatrice sul popolo ebraico. Jahve è la Legge dell’Antico Testamento, non la libertà. Lucifero, a sua volta, è la ribellione, ma non è la libertà: egli è istigatore alla libertà nell’uomo, ma non è libero lui stesso. Lucifero, come Ostacolatore dell’uomo, esegue un còmpito che gli è stato assegnato, e al quale non può sottrarsi: un còmpito, una funzione, alla quale egli è costretto, e che svolge con l’impersonalità delle forze della natura, in maniera tutt’altro che libera. Jahve e Lucifero sono forze antagoniste, forze contrarie, che svolgono nell’economia spirituale dell’Universo, il ruolo loro assegnato in funzione della possibile – non fatale – realizzazione della libertà da parte dell’Uomo. Sono entità e forze polarmente antagoniste, entità tra loro fatalmente, e tragicamente nemiche; non la stessa forza, e non la stessa entità spirituale.  

Quello di Orao è un errore ben grave, e tenuto conto che la sua affermazione è una delle idee principali, attorno alla quale ruota l’intero suo libro, le conseguenze conoscitive e morali, che ne può trarre un attento ricercatore spirituale, come vedremo dalle parole stesse di Rudolf Steiner, non possono essere altro che drammatiche e tragiche. Ma voglio proseguire la trascrizione della citazione, tratta dalla terza conferenza sul Vangelo di Giovanni, che avevo più sopra interrotta:

«La notte appartiene alla Luna e molto di più le apparteneva in quel tempo antico, quando l’uomo non poteva ancora ricevere dal Sole la forza dell’amore, quando non era ancora in grado di riceverla nella luce diretta. Allora riceveva nella luce lunare la forza riflessa della matura saggezza. Questa gli affluiva con la Luna ci riflette di notte la forza del Sole; la sua luce è la stessa che promana dal Sole. Così Jahve nel tempo antico rifletteva la forza della saggezza matura, la forza dei sei Elohim, infondendola nottetempo negli uomini addormentati e preparandoli a saper sviluppare più tardi, a poco a poco, la forza dell’amore anche durante la coscienza diurna di veglia. […] Durante la notte, il corpo astrale e l’io sono fuori del corpo fisico e dell’eterico; l’io si trova interamente nel mondo astrale, mentre il corpo astrale è appena immerso da fuori entro il corpo fisico, ma in modo che essenzialmente si trova tuttavia adagiato nell’elemento divino-spirituale. In queste condizioni il Sole non può agire direttamente sul corpo astrale dell’uomo per accendere in esso la forza dell’amore; agisce invece la Lina che riflette la luce solare, per mezzo di Jahve. La Luna è il simbolo di Jahve e il Sole non è altro che il simbolo del Logos, il quale è la somma degli altri sei Elohim. Questa figura [HdP: qui Steiner allude alla figura a p.47 del testo] disegno c jpgsulla quale potrete  studiare e meditare, vuole soltanto alludere simbolicamente a questi rapporti. E se vi concentrerete i vostri pensieri, scorgerete i profondi misteri che vi sono rappresentati: come, cioè, per lungo tempo Jahve abbia coltivato l’amore entro la coscienza notturna, a insaputa di questo. Così l’uomo è preparato a poter sentire, a poco a poco, il Logos stesso, e la forza del suo amore».

Come si può vedere, Rudolf Steiner non parla mai, come invece fa Orao, di una azione di ‘ribellione’, e non parla affatto di una ostacolatrice ‘opposizione’,  di Jahve nei confronti degli altri sei Elohim, e del Logos solare, anzi parla esplicitamente di un grandioso,  più volte millenario millenario, ‘sacrificio’ nel caso del suo scegliere come dimora l’attuale Luna, distaccata dalla Terra: ‘sacrificio’ compiuto proprio per contrastare le conseguenze della ‘seduzione’ luciferica, la quale comportò l’espulsione dell’uomo dalla paradisiaca condizione dell’Eden, e la sua progressiva discesa nella sempre più densa materialità terrestre. Su questo punto, Rudolf Steiner è assolutamente esplicito. Del resto, Rudolf Steiner, nel corso delle sue conferenze, molte volte collegò esplicitamente il nome di Jahve col nascente Io umano. Infatti,  nella di Das christliche Mysterium, Il Mistero Cristiano, GA-97, 3. Auflage, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1998, nella conferenza Das Vaterunser, Il Padre Nostro, tenuta a Karlsruhe, il 4 Febbraio 1907, a p. 106, leggiamo: 

«La scienza occulta ebraica ha chiamato questo Io il nome inesprimibile di Dio. «Jahve» non significa altro che «Io sono». Qualsiasi interpretazione una scienza esteriore possa dare, in verità esso significa «Io sono» – il quarto arto dell’entità umana».

Se andiamo a leggere le conferenze che Rudolf Steiner tenne a Parigi nel 1906, e trascritte da Édouard Schuré, pubblicate in italiano – ammoderno, secondo l’uso attuale, soltanto l’ortografia di alcuni nomi e di alcune espressioni – col titolo di Esoterismo Cristiano, Lineamenti di una cosmogonia psicologica, trad. a c. di Bruno Roselli, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 24-25, troviamo:

«Ogni corpo non è, in verità, che un frammento, una particella di un altro corpo, ma l’io dell’uomo non appartiene che a lui stesso. Io sono io: ecco tutto ciò che egli può dire. È ciò che gli altri chiamano tu; è ciò che non si può confondere con null’altro nell’universo. È per mezzo di questo io inesprimibile e incomunicabile, che l’uomo si eleva al di sopra di tutti gli esseri terrestri, di tutta la creazione, ed è attraverso di esso ch’egli comunica con l’Io infinito, con Dio. Ecco perché nel santuario occulto degli ebrei l’officiante diceva, in certi giorni, al gran sacerdote: Shem hammephoràsh?, ciò che significa: «qual è il suo nome?» (il nome di Dio) – e il gran sacerdote rispondeva: I H V H (iod, , vau, ), o più brevemente iev oppure iof, ciò che significa: Dio, la natura e l’uomo, ovvero: l’inesprimibile io umano e divino».

Mentre, a p. 42, possiamo leggere:

«Gli dei non hanno altro interesse che l’amore degli uomini. Quando Lucifero, sotto forma di serpente, vuole indurre l’uomo a ricercare la scienza, Jehova vi si oppone. Ma Lucifero è un dio decaduto, che non potrà risalire che attraverso l’uomo, ispirandogli il desiderio d’una conoscenza personale; egli si oppone alla volontà di Dio, che aveva creato l’uomo «a propria immagine».

La rosacroce spiega il còmpito di Lucifero nel mondo. Vi torneremo in seguito, limitandoci ora a rilevare questa massima dell’ordine: «Oh uomo, pensa che attraverso te passa una corrente che sale e una corrente che discende».

Nella quattordicesima di queste conferenze parigine, Rudolf Steiner chiarifica ulteriormente, e in maniera preziosa, anche rispetto a quanto leggiamo nella sua Scienza Occulta, il quadro di quel che avvenne nelle origini e, come vedremo, in totale opposizione a quanto scrive Orao. Alle pp. 172-175, le parole di Rudolf Steiner ci comunicano che:  

«Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dall’attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; erano rispetto a lui quel che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e se l’evoluzione della Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore di quell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi sullo specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei proprî pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Jehova.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono degli allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Jehova erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la mèta sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei della natura di Jehova avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per quegli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei jahvetici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto lungo tempo che Jehova.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III,5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee-madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quello di avere coscienza di sé, di scegliere e d’esser libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Jehova, sarebbe rimasto impersonale».

Mi sembra chiaro come Rudolf Steiner, non solo non identifichi affatto l’individualità spirituale di Jahve-Jehova con quella di Lucifero, ma che addirittura le ponga in polare contrapposizione, come ponga, macrocosmicamente e microcosmicamente, in totale opposizione l’agire, l’operare, di Jahve-Jehova e quello di Lucifero. Nessun testo dell’opera, orale o scritta, di Rudolf Steiner giustifica minimamente, a tale proposito, le ripetute affermazioni di Orao di una tale errata, totalmente ingiustificata e falsa, identificazione tra Jahve-Jehova e Lucifero. Una tale illegittima identificazione non è affatto, come avremo modo di vedere nella quarta parte di questo mio studio, senza conseguenze spirituali, che non possono non essere estremamente negative, addirittura esiziali.  

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SECONDA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Incontrai la Scienza dello Spirito nell’agosto del 1969, attraverso l’amico L., il quale, poi, nel 1970, mi fece incontrare Massimo Scaligero. Io venivo dalle Vie orientali – lo Yoga classico, il Buddhismo Mahâyâna, il Chan e lo Zen – e ciò fu occasione di impegnative, accanite, lunghe discussioni con l’amico L., il quale conosceva bene l’Oriente, dal quale si era poi distaccato per cercare un Via “occidentale”, ricerca che lo portò poi ad incontrare la Scienza dello Spirito, e a collegarsi con Massimo Scaligero.

Nelle discussioni che L. ed io avemmo in quell’agitato e accaldato agosto del 1969, egli non fece mai verbo alcuno di una richiesta fideistica, non parlammo mai di religione, né nominò mai il Cristianesimo, né quanto a questo poteva collegarsi. Mi parlò esplicitamente, ed unicamente, della Via del Pensiero Vivente, di una Via scientificamente sperimentale, e sperimentabile da chiunque volesse impegnarsi nell’arduo sentiero della pratica interiore della Concentrazione. Nell’autunno di quell’anno egli ebbe poi modo di passare nella mia Città e, non trovandomi, poiché non mi aveva avvisato della sua venuta, lasciò a casa di un caro amico, che benevolmente mi ospitava nel mio errabondo vagabondare, e mi faceva da “cassetta postale”, due libri di Massimo Scaligero: Rivoluzione. Discorso ai giovani, e La logica contro l’uomo. Questi due libri furono, poi, decisivi per la mia scelta definitiva della Via, e per la successiva mia impostazione nel seguire la Via. In quei libri non vi è nessuna richiesta di un atto fideistico, o religioso, solo la richiesta del coraggio di sperimentare l’empiria rigorosa di una Via radicale, autenticamente rivoluzionaria: l’esperienza del Pensiero Vivente, la Via Regia della Concentrazione.

Anche quando, verso la fine della primavera del 1970, L. mi fece conoscere personalmente Massimo Scaligero, questi non mi chiese atti di fede di nessun tipo, anzi mi disse apertamente: «Tu non ti devi fidare di nessuno. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi: tu devi verificare tutto, verificare ogni affermazione che ti venga fatta». Anche Massimo Scaligero non mi parlò affatto del Cristianesimo, anzi mi invitò ad approfondire il Buddhismo Mahâyâna: in modo particolare la figura e il pensiero di Nâgârjuna, che mi disse essere stato «uno dei primi della Via del Pensiero, come la concepiamo noi». La figura del Christo – il Christo Cosmico, non quello dei teologi – l’avrei poi scoperta da solo, strada facendo: nessuno me l’aveva imposta. Ma sin dall’adolescenza, ho nettamente separata la Sua figura da qualsiasi connessione con le Chiese, e le Confessioni “cristiane”, le quali di christico veramente nulla hanno. In opere fondamentali di Rudolf Steiner come Teosofia, o L’Iniziazione, o I gradi della conoscenza superiore, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, o La soglia del mondo spirituale e, a fortiori, nelle sue opere “filosofiche”, il Christo non viene neppure menzionato: il che non significa affatto che tutte quelle opere sopranominate non siano “christiche”, anzi! Per cui ho sempre diffidato di quanti volevamo impormi la loro “autorità”, ed esigevano da me ‘atti di fede’, che io non ero, e non sarò mai, disposto a concedere. A questa radicale impostazione di scientificità e di empiria ho cercato, e cercherò sempre, di rimanere fedele. E questo proprio perché la Via del Pensiero è Scienza dello Spirito, è Anthroposophia – ossia Sapienza conquistata a partire da forze umane – e non Teologia, Rivelazione dall’Alto, Fede, Mistica del sentire. Personalmente, non ho nulla contro chi, per un suo legittimo e rispettabilissimo bisogno interiore, si rivolge con fede alla Religione, alla Mistica o voglia seguire le liturgie delle varie Chiese: è una scelta personale, rispettabilissima, che riguarda unicamente quel singolo individuo e che, come tale, in quell’àmbito deve rimanere, ma una tale via non deve essere confusa con la Scienza dello Spirito, la quale in quanto “scienza” è oggettiva, indipendente dai singoli individui, ha valore universale, e non è personale, individuale, soggettiva. Né tantomeno è lecito imporla a chi voglia percorrere la scientifica e rosicruciana Via del Pensiero, ossia a chi voglia coltivare la Scienza dello Spirito nello spirito della Filosofia della Libertà. Di questo è bene che il lettore tenga conto nell’affrontare la disamina che faccio del libro di Orao.

Ora, riprendiamo, completandola, la citazione che si trova a p. 7 di Resurrezione, in parte riportata nella prima parte di questo articolo, ove si può leggere [Hdp: irilievi sono miei] quanto segue:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristica ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre». 

‘Che i Vangeli siano il primo e l’ultimo testo – addirittura necessario – per chi si avvii verso l’attività autocosciente’ può essere una rispettabilissima opinione personale di Orao, ma, appunto, una sua opinione, e, in quanto tale, personale, soggettiva, e contestabile, perché lo stesso Rudolf Steiner non partì dal Cristianesimo, e dallo studio dei Vangeli. Egli partì dalla scienza positivistica del suo tempo, dalla teoria della conoscenza in filosofia, dallo studio delle opere scientifiche di Goethe, dalle esperienze di Goethe nel campo della morfologia vegetale e animale, dall’ottica e dalla sua teoria dei colori. Partì dalla concezione goethiana del mondo, dal fenomeno puro, dal fenomeno primordiale, e ne trasse le tutte le radicali, necessarie, conseguenze – alle quali neppure lo stesso Goethe, che evitò, non volle mai pensare sul pensare, osò arrivare – che lo  condussero al monismo del pensare, all’individualismo etico, all’idealismo magico, sino alla Filosofia della Libertà. Egli partì dall’esperienza interiormente vissuta, sperimentata, lucidamente esaminata e controllata, del momento originario del pensiero: partì dalla più rigorosa ascesi del pensiero, il quale poteva essere ripercorso dal disanimato momento riflesso risalendo su sino alla sua scaturigine: là dove esso è Pensiero-Folgore, Pensiero Vivente. Egli partì da questa radicale esperienza interiore: non dalla fede, non dai Vangeli. Infatti, sempre nella sua prima conferenza sul Vangelo di Luca, L’Editrice Scientifica, Milano, 1956, pp. 12-13, leggiamo:

«Dobbiamo sempre di nuovo affermare decisamente che l’antroposofia o scienza dello spirito poggia esclusivamente sulle indagini degli iniziati, e che né il vangelo di Giovanni né gli altri vangeli sono le fonti della sua conoscenza. Fonte della conoscenza antroposofica è solo ciò che oggi è possibile investigare senza alcun documento storico. Poi si potrà accostarsi ai documenti storici e cercare di confrontarli con i risultati delle indagini spirituali. Ciò che l’indagine spirituale può scoprire oggi – e sempre – intorno all’evento del Cristo, noi lo ritroviamo espresso in modo grandioso nel vangelo di Giovanni. Ecco perché questo vangelo ci è così immensamente prezioso: perché ci mostra che un individuo sapeva come scrive anche oggi chi è iniziato ai mondi spirituali. Da tempi remoti giunge a noi la medesima voce che può farsi sentire oggi. Anche per gli altri vangeli, incluso quello di Luca, si può dire circa la stessa cosa. Le immagini che Luca ci descrive non sono per noi la fonte della conoscenza dei mondi spirituali; fonte di conoscenza è per noi quanto l’ascesa ai mondi spirituali ci offre di per se stessa. E quando parliamo dell’evento del Cristo, fonte di conoscenza è per noi quel grande quadro di immaginazioni che ci si presenta quando volgiamo lo sguardo ai fatti che stanno all’inizio della nostra èra. Confrontiamo poi quello che ci si palesa in tal modo con le immagini descritte nel vangelo di Luca. Questo ciclo di conferenze ci mostrerà il rapporto fra le immaginazioni che l’uomo attuale può conseguire e le descrizioni del vangelo di Luca .

È infatti vero che per l’indagine spirituale estesa agli eventi del passato vi è una fonte, la quale non risiede nei documenti esteriori. La scienza dello spirito non ha le sue fonti né negli scavi fatti in terra, né nei documenti conservati negli archivi, né nelle cronache di storici più o meno ispirati. Fonte della scienza dello spirito è quello che siamo in grado di leggere noi stessi nella cronaca imperitura, nella cosiddetta cronaca dell’Akascia. Vi è la possibilità di conoscere ciò che è avvenuto, senza alcun documento esteriore».

Proseguendo la lettura di Resurrezione di Orao, troviamo poi un’altra ‘particolare’ affermazione, che coinvolge direttamente la figura dello stesso Rudolf Steiner: un’affermazione sulla quale è bene fare chiarezza, poiché nell’àmbito della Società Antroposofica prima, e in alcune cerchie di discepoli di Massimo Scaligero poi, sono sorte non poche – inverificate, quanto ingiustificate – ‘leggende’, che nel tempo si sono rivelate alquanto tenaci. Ma leggiamo quanto è scritto in un paragrafo, alle pp. 9-10, nel quale metto in evidenza alcune parole:

«Questa è una delle ragioni conclusive per cui lo Steiner, nell’ultimo discorso ai suoi discepoli, congiunge il tema di Lazzaro-Giovanni con quello di Michele; proprio nella solennità di Michele rammenta per l’ultima volta la facoltà resurrezionale ormai posta nell’uomo, indica il lascito ai discepoli presenti e futuri, addita nell’inno finale a Michele il suo rituale di gratitudine al mondo spirituale, in qualità di Bodhisattva e preannunciatore del ritorno del Cristo eterico, iniziatore della nuova Iniziazione per la futura Pentecoste, proprio come accadde in Betania, ove il Cristo rende grazie al Padre appena constata che Lazzaro si solleva dal sepolcro».

Ora, anzitutto, se, per amor di precisione, andiamo a leggere il testo del Vangelo di Giovanni nella Sacra Bibbia, tradotta nel Seicento da Giovanni Diodati, da noi citata già nella prima parte di questo articolo, al Cap. 11, vv. 38-45, ove è giusto mettere in evidenza, per la loro estrema importanza, alcune frasi, che mostrano una diversa dinamica degli eventi, rispetto alla descrizione di Orao, possiamo leggere:

«Laonde Gesù, fremendo di nuovo in se stesso, venne al monumento; or quello era una grotta, e v’era una pietra disposta sopra. E Gesù disse: Togliete via la pietra. Ma Marta, la sorella del morto, disse: Signore, egli pute di già; perciocché egli è morto già da quattro giorni. Gesù le disse: Non t’ho detto che se tu credi, tu vedrai la gloria di Dio? Essi dunque tolsero via da pietra dal luogo ove il morto giaceva. E Gesù, levati in alto gli occhi, disse: Padre, io ti ringrazio che tu mi hai esaudito. Or ben sapeva io che tu sempre mi esaudisci; ma io ho detto ciò per la moltitudine qui presente, acciocché credano che tu mi hai mandato. E detto questo, gridò con gran voce: Lazzaro, vieni fuori. E il morto usci, avendo le mani e i piedi fasciati, e la faccia involta in uno sciugatoio. Gesù disse loro: Scioglietelo, e lasciatelo andare.

Laonde molti de’ Giudei che eran venuti a Maria, vedute tutte le cose che Gesù avea fatte, credettero in lui».

Dal testo del Vangelo di Giovanni, dunque, risulta chiaro che – contrariamente a quanto scrive Orao nella su riportata citazione – Il Christo prima ringrazia il Padre, e solo dopo chiama Lazzaro fuori dalla tomba. A tale proposito il testo greco del Vangelo di Giovanni non lascia dubbi: καὶ ταῦτα εἶπων φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω. Le varie Bibbie da me consultate – sia le varie cattoliche, sia quelle valdesi (sempre esattissime queste) tradotte in italiano, a distanza di secoli, da Giovanni Diodati o da Giovanni Luzzi – traducono, tutte, concordemente alla stessissima maniera. Dico questo perché nel testo di Orao, già nelle prime pagine del primo capitolo, intitolato Il Mistero Cristiano, sono numerose le inesattezze, le quali dànno poi luogo, da parte del lettore, ad “interpretazioni”, nonché a “deduzioni”, che si reggono su basi fragilissime, e che non possono, e non devono, essere ignorate, anzi esigono di essere esaminate e confrontate con quanto afferma la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner.

Nella citazione di Orao, che sto esaminando, vi è poi l’affermazione essere Rudolf Steiner un Bodhisattva, e viene identificato nel corso dell’intera opera col Bodhisattva Maitreya, il quale 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shâkyamuni si realizzerà come Buddha Maitreya, adempiendo, e completando, così la sua più volte millenaria missione in seno all’umanità. Un Bodhisattva, nel Dharma buddhista, è un essere che, nel corso di molte vite, opera nel mondo alla salvazione di tutti gli esseri senzienti, e in particolare degli esseri umani. Egli porta avanti la sua opera salvatrice sino a quando, nel corso della sua ultima vita terrena, consegue l’Anuttara Samyag Sambodhi, ovvero l’insuperata, perfetta, Illuminazione, e diviene così un Buddha, un ‘Risvegliato’, un ‘Illuminato’. Conseguita la buddhità, egli non rinascerà mai più in una vita terrena, in una vita ‘umana’, e continuerà ad agire spiritualmente, per esseri umani e non, da una sfera trascendente.

Il Buddhismo Mahâyâna, a questo proposito, è particolarmente ricco d’insegnamenti, che dovrebbero essere conosciuti da chi segue la Via rosicruciana della Scienza dello Spirito, l’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha conquistato e portato nel mondo. Secondo le dottrine del  Mahâyâna, del ‘Grande Veicolo’, un Buddha – dopo la sua estinzione nel Parinirvâna – continua ad agire per la salvezza degli esseri umani, anzi di tutti gli esseri senzienti, creando una ‘Terra Pura’, chiamata in sanscrito Sukhâvatî, in cinese净土 Jìng tǔ, in giapponese, Jōdo, che significano appunto  ‘Terra Pura’, in tibetano  bde ba can, pronunciato devacèn, appunto il Devachan della Scienza dello Spirito.

Massimo Scaligero, in molti suoi incontri, parlò della natura christica del Mahâyâna, e addirittura dell’influsso, positivo, che su di esso ebbero alcuni Iniziati cristiani giunti, già in epoca medievale, in Cina, ove ebbero modo di inserire elementi luminosi di evoluzione christica in quella forma elevata di Buddhismo. E, nel corso delle mie ricerche storiche, ho avuto modo di trovare numerose tracce, ed eloquenti indizi, di una presenza in Asia Centrale, e soprattutto in Cina, della sapiente azione di questi Iniziati: azione i cui effetti si sono prolungati per molti secoli, addirittura per quasi un millennio. Ho trovato abbondanti prove della presenza di comunità cristiane nestoriane, e manichee, della loro fraterna collaborazione con comunità buddhiste mahâyâna e vajrayâna, taoiste, e confuciane, in un mirabile clima di reciproca tolleranza. In effetti si può vedere, per esempio, come una forma estremamente popolare di pratica religiosa sia proprio quella della buddhistica Jìngtǔzōng, o della ‘Scuola della Terra Pura’, basata sulla dottrina dell’Illimitata Compassione, e sulla venerazione del Buddha solare Amitâbha, ‘Infinita Luce’, o Amitâyus, ‘Infinita Vita’, al quale vengono dati i caratteri che in Occidente vengono attribuiti al Logos Solare, e del Bodhisattva Avalokiteshvara, il ‘Signore Compassionevole che guarda in basso’, che in Cina assume aspetto femminile come la ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn, e in Giappone come Kwannon, raffigurata esattamente come lo è in Occidente la divina Vergine-Madre, la Iside Sophia, con tanto di fanciullo in braccio. Si può facilmente verificare come in questa Scuola la pratica della invocazione del Buddha Amitâbha sia, tecnicamente, praticamente identica a quella della preghiera del cuore della Ortodossia greco-slava, che Massimo Scaligero descrive in Meditazione e Miracolo. Ed è un particolare notevole che proprio il mantram del Bodhisattva Avalokiteshvara, della ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn  – conosciutissimo e veneratissimo in tutto l’Oriente buddhista, ov’è tuttora estremamente popolare – sia uno dei mantram che Rudolf Steiner dava ai suoi discepoli nella Scuola Esoterica.

Ora, senza entrare nella complessa – invero profondissima – dottrina mahâyânica della natura dei Bodhisattva, बोधिसत्त्व, ‘Esseri di Illuminazione’, ‘Essenza di Illuminazione’, esaminiamo, sia pure per sommi capi, quel che la Scienza dello Spirito ci comunica circa la natura dei Bodhisattva, e in particolare circa il Bodhisattva Maitreya. Per chiarire natura di questi ‘Esseri d’Illuminazione’, prendiamo le mosse da quel che Rudolf Steiner, nel corso del tempo, attraverso le sue progredienti indagini spirituali, ebbe modo di comunicare a cerchie, dapprima piuttosto ristrette, e poi sempre più ampie, di discepoli della Scienza dello Spirito. In una ‘lezione’ della Scuola Esoterica, e precisamente nella sesta ‘lezione’ da lui tenuta il 1° ottobre 1905, all’interno del ciclo Grundlemente der Esoterik, GA-93a, tradotto in italiano col titolo Elementi fondamentali dell’esoterismo, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, ove  alle pp. 53-54, Rudolf Steiner comincia a descrivere l’essenza dei Bodhisattva. Faccio solo un paio di correzioni alla traduzione di Laura Vanelli, perché in sanscrito i termini bodhi, ‘Illuminazione’, e buddhi, nell’Antroposofia ‘Spirito Vitale’, sono di genere femminile, e non maschile:

«Una volta l’uomo era perfetto, e lo diventerà di nuovo. Ma c’è una grande differenza, fra quel che era e quel che sarà. Ciò che si trova all’esterno attorno a lui in futuro diventerà una proprietà spirituale. Ciò che egli ha acquisito sulla Terra, in futuro sarà facoltà umana di essere creativamente attivo. Allora questa sarà la sua più intima essenza. Uno che abbia accolto tutte le esperienze terrene in modo da sapere di ogni cosa come essa possa essere realizzata, e quindi sia diventato un creatore, viene chiamato bodhisattva, cioè un uomo che ha accolto in sé a sufficienza la bodhi, la buddhi della Terra. Allora è maturo per agire a partire dagli impulsi più interiori. I sapienti della Terra non sono ancora bodhisattva. Anche per un sapiente ci sono sempre ancora cose con le quali egli non riesce ancora a raccapezzarsi. Solo quando ha accolto tutto il sapere della Terra per riuscire a creare, egli è un bodhisattva. Buddha, Zarathustra, per esempio erano bodhisattva».

E quel che Rudolf Steiner, alle pagine 54-55, quando ancora si uniformava alla terminologia allora in uso nella Società Teosofica, terminologia dalla quale in séguito si libererà, per plasmarne una conforme alla visione del mondo rosicruciana e antroposofica, aggiunge subito dopo è di estrema importanza, e ci aiuterà a formarci gradualmente una migliore rappresentazione dell’essenza di un Bodhisattva:

«Quando un uomo si evolve ulteriormente, in modo da non essere solo creatore sulla Terra, ma da vere forze che vanno oltre la Terra, è libero di scegliere se utilizzare queste forze oppure se continuare ad agire sulla Terra. Allora da altri mondi può portare qualcosa sulla Terra. Ci fu un tempo così, prima che l’uomo cominciasse ad incarnarsi, nell’ultimo terzo dell’epoca lemurica. L’uomo aveva formato il corpo fisico, il corpo eterico e quello astrale. Queste parti del suo essere le ha portate con sé dalle precedenti evoluzioni della Terra. Il due impulsi successivi, il kama e il manas, non li avrebbe potuti trovare sulla Terra; essi non fanno parte della catena evolutiva della Terra. Il primo impulso nuovo (kama) si poteva trovare come forza solo su Marte. Esso si aggiunse poco prima che l’uomo si incarnasse. Il secondo impulso (manas) venne da Mercurio durante il quinto periodo dell’epoca atlantica, presso i paleo-semiti. Questi nuovi stimoli dovettero essere portati sulla Terra da altri pianeti per mezzo di esseri ancora superiori, i nirmanakaya, Da Marte essi portarono in aggiunta il kama, da Mercurio il manas. I nirmanakaya sono di un grado più elevati dei bodhisattva. Questi possono regolare la continua evoluzione; ma non possono immettere qualcosa di estraneo, lo possono fare solo i nirmanakaya. Ad un gradino ancora più elevato dei nirmanakaya si trovano quegli esseri che vengono chiamati pitri. Pitri = padri. Perché i nirmanakaya possono certamente immettere qualcosa di estraneo nell’evoluzione, ma non possono sacrificare se stessi, sacrificarsi come sostanza, in modo da poter produrre un nuovo ciclo sul prossimo pianeta. Possono farlo i pitri, che si sono formati sulla Luna e che ora sono arrivati oltre; essi sono diventati l’impulso all’evoluzione terrestre. Quando l’uomo avrà attraversato tutto, sarà in grado di diventare un pitri. Il grado successivo, ancora più elevato, sono gli dèi veri e propri.

Così abbiamo dunque sette gradi di esseri: primi gli dèi, secondi i pitri, terzi i nirmanakaya, quarti i bodhisattva, quinti gli uomini puri, sesti gli uomini, settimi gli esseri elementari».

Rudolf Steiner, nel tempo, parlò sempre più approfonditamente natura ed essenza dei Bodhisattva. Anzitutto parlò di essi come di ‘Maestri’ (Meister), e precisò con espressioni solenni e parole estremamente elevate, che il numero dei Bodhisattva era di dodici che, nel loro insieme, formano la ‘Loggia Bianca’ (Weisse Loge), la quale «nella concezione cristiana verrebbe designata come Spirito Santo», come lo «Spirito dei Bodhisattva» (Geist der Bodhisattvas), il «Grande Istruttore» (Großer Lehrer), la «Sorgente della Sapienza Primordiale» (Quelle der Urweiheit), la «la Sapienza universale personificata del nostro mondo», (personifizierte Allweisheit unserer Welt): vedi le sue comunicazioni nella conferenza, tenuta a Vienna, Von Buddha zu Christus, del 14 giugno 1909, nella conferenza tenuta a Berlino il 25 ottobre 1909 sulla Sfera dei Bodhisattva, in Der Christus-Impuls und die Entwickelung des Ich-Bewußtseins, GA-116, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 5. Durchgesehene und erweiterte Auflage, 2006, tradotta in italiano col titolo L’Impulso-Cristo e la coscienza dell’Io, Tilopa, 1994.

In quest’ultima opera, uno dei suoi più belli ed importanti cicli di conferenze, di Rudolf Steiner dice molte cose circa la natura dei Bodhisattva, che non è possibile riportare integralmente in un articolo come questo: tanto varrebbe trascrivere l’intera sua conferenza. Tuttavia, sono importanti alcune sue puntualizzazioni, che solo poche volte furono oggetto di comunicazione da parte sua, circa il mondo al quale appartiene questo ‘Essere di Illuminazione’, il Bodhisattva. Così leggiamo alle pp. 21-22 dell’edizione italiana:

«Nel suo cammino attraverso la vita, l’uomo va dalla nascita, o anche dal concepimento, fino alla morte, poi da questa ad una nuova nascita. Nel procedere verso la nuova nascita egli attraversa, dopo la morte, dapprima il mondo astrale, poi quello che chiamiamo la zona inferiore del mondo devachanico ed infine la sua zona superiore. Se vogliamo usare espressioni occidentali, chiamiamo il piano fisico «piccolo mondo» o «mondo dell’intelletto», l’astrale «mondo degli elementi» [HdP: per l’esattezza, il testo originale tedesco dice: die Welt des Elementarischen, e allude al “mondo elementare”, o degli “elementari”, e non “degli elementi”], il Devachan inferiore «mondo celeste» e quello superiore «mondo della ragione». Dato che lo spirito europeo solo gradualmente progredisce nello sforzo di trovare nella lingua espressioni adeguate a determinate realtà, ciò che è al di là del mondo devachanico – con un’espressione dalla coloritura religiosa – è stato chiamato «mondo della Provvidenza» (i.e. piano della Buddhi). Ciò che si trova ancora oltre, l’antica chiaroveggenza poteva abbracciarlo con lo sguardo ed antiche tradizioni potevano tramandarlo all’umanità; le lingue europee tuttavia non potevano dargli un nome, perché solo oggi il veggente può nuovamente elevarsi ad un tale piano. Al di sopra del «mondo della Provvidenza» v’è quindi un mondo per il quale le lingue europee, onestamente e giustamente, non vi può essere ancora il nome. Questo mondo esiste realmente, ma sta di fatto che il pensiero non è ancora sufficientemente progredito per poterlo caratterizzare: non si può, infatti, trovare un nome qualsiasi per ciò che in Oriente viene solitamente chiamato Nirvana e che si pone al di sopra del «mondo della Provvidenza».

Un uomo, dicevo, tra la morte ed una nuova nascita, ascende al Devachan superiore, o «mondo della ragione». Di lì riesce ad intravedere mondi superiori nei quali egli stesso non giunge: vede che vi operano esseri più alti di lui. Mentre l’uomo trascorre la sua vita nei mondi che vanno dal piano fisico a quello del Devachan, è normale per un Bodhisattva ascendere fino al piano della Buddhi, al piano che in Europa chiamiamo «mondo della Provvidenza». Questa è una parola adatta, poiché il suo compito è guidare il mondo, provvidenzialmente, da un’epoca all’altra. Che cosa succede quando un Bodhisattva attraversa un’incarnazione, come nel caso di Gotama Buddha?

Avendo raggiunto un determinato gradino, il Bodhisattva ascende al piano successivo, al piano del Nirvana. Là è la sua sfera successiva. Con ciò abbiamo caratterizzato la natura di questi esseri, che successivamente diventano dei Buddha per ascendere al piano del Nirvana. Tutto ciò che lavora nell’interiorità dell’uomo, che lo permea, vive in una sfera che si estende verso l’alto, fino al piano del Nirvana. Dall’altro lato opera, fin entro la natura umana, un’entità come il Cristo. Dall’altro lato Egli opera anche fin dentro i mondi nei quali ascendono i Bodhisattva quando lasciano la regione dell’umanità, per apprendere essi stessi quel che devono insegnare agli uomini. È lì che viene loro incontro, dall’altro lato, provenendo dall’alto, l’entità del Cristo. Essi sono, così i discepoli del Cristo. Dodici Bodhisattva circondano un’entità come il Cristo; e non sono più di dodici perché, una volta completata la loro missione, abbiamo esaurito il tempo dell’essere terreno.

Il Cristo è stato fisicamente presente una sola volta ed ha così sperimentato ciò che costituisce discesa, permanenza sulla Terra ed ascesa. Egli proviene dall’altro lato ed è quell’Essere che si pone in mezzo ai Bodhisattva, che lì attingono ciò che devono immettere sulla Terra. Così gli esseri bodhisattvici, tra due incarnazioni, ascendono fino al piano della Buddhi, e fino a questo piano si protende Quegli che viene loro incontro in modo del tutto cosciente, come maestro: l’entità del Cristo. […]

Al Cristo appartengono i dodici Bodhisattva che devono preparare e continuare ad amplificare ciò che Egli, il Cristo, ha immesso come il più grande impulso nello sviluppo della nostra civiltà. A questo punto riusciamo a vedere i dodici ed in mezzo a loro il tredicesimo. Con ciò siamo ascesi alla sfera dei Bodhisattva e penetrati in un cerchio di dodici stelle con il Sole in mezzo: questo Sole le illumina e riscalda, è la fonte di una vita che esse, a loro volta, devono far fluire sulla Terra. Come si presenta sulla Terra l’immagine di ciò che avviene lassù?

Di questa immagine proiettata sulla Terra possiamo dire: il Cristo vissuto sulla Terra ha portato cotanto impulso all’evoluzione terrena; i Bodhisattva avevano il compito di preparare l’umanità a questo impulso e, inoltre, di amplificare il dono del Cristo nell’evoluzione terrena. Ciò si presenta sulla Terra come un’immagine del Cristo al centro dello sviluppo terreno, i Bodhisattva come suoi precursori e successori, con il compito di avvicinare l’umanità al suo operare.

Un certo numero di Bodhisattva doveva così svolgere tra l’umanità un’opera di preparazione, affinché essa divenisse matura per accogliere il Cristo. Ora, l’umanità, divenuta matura per accogliere il Cristo in sé, non è altrettanto matura per riconoscere, sentire e volere tutto ciò che il Cristo è. E tanti Bodhisattva sono stati necessari per preparare la venuta del Cristo, quanti ora sono indispensabili per recare all’umanità ciò che, mediante il Cristo, doveva penetrare in essa. Nel Cristo, infatti è contenuto così tanto che forze e facoltà degli uomini devono crescere sempre di più per poterlo comprendere interamente. Con le attuali facoltà Egli è comprensibile solo in minima parte. Facoltà superiori sorgeranno nell’umanità e con ogni nuova facoltà vedremo il Cristo in una nuova luce. E solo quando l’ultimo dei Bodhisattva appartenenti al Cristo avrà svolto la sua opera, l’umanità potrà percepire che cosa sia il Cristo; allora essa sarà animata da una volontà il cui il Cristo stesso vivrà. Il Cristo penetrerà negli esseri umani attraverso il pensare, il sentire, il volere: l’umanità sarà l’impronta esteriore del Cristo sulla Terra».

Quanto all’essenza stessa dei Bodhisattva, Rudolf Steiner rivela che essi non sono uomini, che furono uomini, ma che essi hanno superato, lasciato dietro di sé il grado umano, da loro sperimentato sull’Antica Luna, ossia sull’Antica Luna essi sperimentarono la chiara coscienza dell’Io, così come noi, in altre, e ben diverse, e più difficili, condizioni la sperimentiamo oggi sulla nostra Terra. Rudolf Steiner, nelle sue comunicazioni, rivela che come il Christo, in quanto Logos Solare, è la “sintesi” dei sette Elohim solari, così lo Spirito Santo è la “sintesi” dei dodici Bodhisattva. Ed esprime il rapporto tra il Logos Solare e lo Spirito Santo, quindi anche tra il Christo e i dodici Bodhisattva, nella meravigliosa immagine – una autentica immaginazione occulta – che troviamo nella conferenza da lui tenuta a Monaco il 9 gennaio 1912, che ha per titolo Io cosmico e Io umano. Entità sovrasensibili microcosmiche. La natura del Cristo, e che fa parte del già citato ciclo Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’umanità, GA-130, purtroppo solo parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 119-120:

«Da quanto è stato detto, si può rilevare che non è tanto semplice comprendere l’evoluzione del Cristo  entro la Terra, poiché in certo modo è giustificata l’obiezione secondo cui spiriti particolari, spiriti luciferici, conducono a principi più elevati, benché microcosmici. Nel passato lo espressi in questo modo: Il Cristo è come un punto centrale, dove l’essere agisce tramite la propria azione, dove l’essere agisce attraverso ciò che è realmente. Attorno al Cristo stanno seduti i dodici bodhisattva del mondo, irradiati da quanto il Cristo emana, i quali innalzano a più alti princìpi quanto ricevono, nel senso di una elaborazione della saggezza. A tal proposito s’incorre in molti errori riguardo all’entità del Cristo, se non si ha ben chiaro che si tratta bensì del quarto principio del Cristo [HdP: il principio dell’Io], ma del quarto principio macrocosmico e che, pur essendovi la possibilità che si sviluppino princìpi più elevati, questi sono soltanto princìpi microcosmici, di entità non pienamente evolute sull’antica Luna, di esseri che per la loro natura sono superiori all’uomo essendosi evoluti già durante l’evoluzione lunare, dove hanno sviluppato quanto l’uomo deve ancora sviluppare sulla Terra».

Per molti anni, poi, Rudolf Steiner parlò del Bodhisattva che succedette al principe Siddhartha Gautama, allorché questi divenne il Buddha Shakyamuni, ossia del Bodhisattva Maitreya. Ora, sarebbe troppo lungo riportare in un articolo come questo tutto quanto Rudolf Steiner comunica disperso nella sua immensa opera, edita e inedita, sul Bodhisattva Maitreya, sul futuro Buddha Maitreya. Tuttavia, è da sottolineare la concordanza della comunicazione, in più occasioni, fatta da Rudolf Steiner con la tradizione buddhista, ossia che 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shakyamuni, il Bodhisattva Maitreya si sarebbe realizzato anche lui come Buddha, ed avrebbe insegnato l’Illimitata Compassione. Rudolf Steiner parla, altresì, in molte conferenze, della manifestazione ‘umana’, o meglio della ‘manifestazione nell’umano’ del Bodhisattva Maitreya, ossia di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni, che nel primo secolo avanti Christo annunciò profeticamente l’incarnazione del Logos Solare, dell’atteso Messia del popolo ebraico, e che per il suo annuncio, e il suo insegnamento, morì martire dell’intolleranza della casta gelosa custode di una esanime e cristallizzata ortodossia ebraica.  

Nel caso dei Bodhisattva è giusto parlare di ‘manifestazione nell’umano, e non di vera e propria ‘incarnazione’, perché il Bodhisattva, come entità spirituale, nelle varie sue vite terrene, pervade – ossia si ‘incorpora’, per fare una precisa distinzione, più volte sottolineata dalla stessa Marie Steiner – l’umano solo fino al corpo eterico, mentre si ‘incarna’ completamente nel corpo fisico unicamente nell’ultima vita terrena, nella quale egli è destinato a divenire un Buddha. Non sempre gli antroposofi hanno saputo cogliere la distinzione tra ‘incorporazione’ e vera e propria ‘incarnazione’, così come non sempre hanno saputo distinguere tra la ‘ispirazione’ che un’entità spirituale qualsiasi, e nel nostro caso il Bodhisattva, opera nei confronti di una o più individualità umane, le quali coscientemente si fanno portatrici dell’influenza, e dell’insegnamento, di quella entità spirituale, e nel caso specifico che ci interessa, del Bodhisattva.

Rudolf Steiner, nelle sue ‘lezioni’ nell’àmbito della prima Scuola Esoterica, più volte affermò che quella o quell’altra ‘lezionenon stava sotto la sua responsabilità, e che attraverso lui parlavano i ‘Maestri della saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti’, dei quali egli parlava sempre con infinita venerazione, e in particolare il Maestro Gesù, ossia Zarathustra, o Mani, o Christian Rosenkreutz, o lo stesso Bodhisattva Maitreya. Ma l’incapacità di distinguere tra ‘ispirazione’, ‘incorporazione’, e vera e propria ‘incarnazione’, ha portato molti antroposofi, ed anche alcuni amici della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero, a ritenere che Rudolf Steiner fosse il Bodhisattva Maitreya. Cosa che – stando a quanto è stato più sopra riportato, sia pure in forma forzatamente sommaria, circa la natura e l’essenza dei Bodhisattva, e conoscendo la storia umano-cosmica di Rudolf Steiner – è da escludere. Hella Wiesberger – sempre estremamente rigorosa e asciutta nel suo pensare e parlare – in vari colloqui con me, per indicare l’ispirazione che Rudolf Steiner riceveva in particolari momenti da Zarathustra, dal Bodhisattva Maitreya, o da altre elevate individualità spirituali, usò la calzante espressione ‘adombriert’, ossia ‘adombrato’.

Rudolf Steiner parlò più volte del ‘portatore umano’, ossia dell’individualità che veniva pervasa sino al corpo eterico da parte dell’incorporantesi Bodhisattva Maitreya, ossia dell’individualità di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni. Ne parlò in modo particolare, tra l’altro, nella conferenza, tenuta a Berna, del 10 settembre 1911, all’interno del ciclo sul Vangelo di Matteo. Poiché, già allora, cominciavano fraintendimenti da parte di vari antroposofi, i quali lo ritenevano essere Jeshu Ben Pandira, e il Bodhisattva Maitreya, Rudolf Steiner – al fine di tagliar corto con simili ciance, da lui definite ‘Spekulationen’ – affermò chiaramente a coloro che lo interrogavano: «Ich bin es nicht!», ossia «Non lo sono!». E vi è, a tale proposito, una testimonianza preziosa: quella di Günther Wagner (1842-1930). Questi era il fondatore della fabbrica dei prodotti Pelikan, e sin dal 1895 aveva aderito alla Società Teosofica di H. P. Blavatsky. Appena Rudolf Steiner divenne segretario della Sezione Tedesca, Günther Wagner si collegò con lui, e fu uno dei primi ad aderire alla sua Scuola Esoterica. Rudolf Steiner lo definiva ‘Senior’ della Società Teosofica, poi Antroposofica, e lo teneva in grande stima. Quindi la sua testimonianza ha per noi particolare valore. Egli testimoniò apertamente il fatto che Rudolf Steiner gli disse di non essere lui stesso il Bodhisattva Maitreya, «dass er selber nicht der Bodhisattwa sei». Abbiamo, altresì, la testimonianza di Walter Vegelahn, stenografo di molte sue conferenze, il quale ci ha trasmessa la dichiarazione di Rudolf Steiner che «es habe seine Individualität mit Jeshu ben Pandira nichts zu tun», ovvero che «la sua individualità non aveva nulla a che fare con Jeshu Ben Pandira». Un’ulteriore, importante testimonianza l’abbiamo da Friedrich Rittelmeyer, il fondatore della Christengemeinschaft, ossia della Comunità dei Cristiani, al quale Rudolf Steiner, nell’estate del 1921, comunicò circa l’azione del Bodhisattva Maitreya – comunicazione da Rittelmeyer riportata in un manoscritto diffuso come dattiloscritto, e recante il titolo di Gespräche mit Rudolf Steiner, Colloqui con Rudolf Steiner – che «Wenn wir noch 15 Jahre leben, können wir etwas davon erleben …», ovvero che «Se vivremo ancora quindici anni, ne potremo venire a conoscere qualcosa». Documentazione a proposito di questo spinoso problema, che per decenni ha prococato accese discussioni nel milieu antroposofico di lingua tedesca, è possibile reperrla in Der Europäer Jg. 14 / Nr. 12 / Oktober 2010. Il problema è di enorme importanza e sarà necessario ritornarci sopra più approfonditamente, meno di sfuggita, come sono costretto ora a fare in questo articolo. Appare evidente come da queste documentate testimonianze – oltre che dallo studio dell’opera di Rudolf Steiner –  la conclusione che l’affermazione di Orao circa l’identificazione di Rudolf Steiner con Jeshu Ben Pandira, e col Bodhisattva Maitreya, risulta errata.

Altri, ben più grandi, e gravi, problemi, sollevati dallo scritto di Orao, che sto esaminando, verranno affrontati nella terza parte di questo articolo. Ma, sin da ora, occorre aver sempre ben presente che, se l’Antroposofia è Scienza dello Spirito, non si può ‘venire a patti’ riguardo al rispetto – anzi, alla doverosa devozione, alla quale non è lecito a nessuno venir meno – nei confronti della Verità, e che non si possono avallare ‘leggende’, ‘sogni’, e ‘fiabe’, che purtroppo, in maniera parassitaria, illegittimamente, abbondano in molti ambienti esoterici, compresi quelli antroposofici e, non ultimi, i quelli di discepoli di Massimo Scaligero. Con la mia limitata esperienza spirituale diretta, naturalmente, io non sono in grado di verificare e dire (adesso, ma l’esperienza interiore, nel tempo, col lavoro diligente degli esercizi e dello studio, dis bene juvantibus, è in crescita) se tutto quel che afferma Rudolf Steiner sia vero o meno. Tuttavia sono benissimo in grado di dire se Rudolf Steiner abbia detto o meno una certa cosa. Se quel che affermano vari, più o meno ‘autorevoli’, autori, concordi o meno con quel che comunica, sulla base della sua rigorosa investigazione spirituale, Rudolf Steiner. Se, in taluni casi, gli vengano attribuite parole da lui mai prounciate. Se, addirittura, in opere citate da  tali ‘autorevoli’ autori  non vi sia affatto traccia, come avremo modo di constatare, di quel che essi affermano aver detto Rudolf Steiner.  

 

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2019

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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