Aprile 2014

L'ARCHETIPO – MAGGIO 2014

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 63

Socialità
L.I. Elliot Le anime perdute

Poesia
F. Di Lieto Tabor

Pubblicazioni
D. Righini Album della Natura

AcCORdo
M. Scaligero L’Ampio Arco d’Amore

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Ascesi
F. Giovi Tiriamo giú qualche muro

Considerazioni
A. Lombroni La grande mondezza

Spiritualità
R. Steiner Le Feste cristiane e la respirazione della Terra

Economia
T. Diluvi Neidhöhle – La maledizione dell’oro

Musica
Serenella L’ABC della Musica

Inviato speciale
A. di Furia Farli litigare è una libidine

Fratellanze
M. Scaligero Il Graal e la salvezza dell’Occidente

Invocazione
Eliano Il Sangue

Personaggi
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Il racconto
F. Di Lieto Come fu che bruciò la Biblioteca di Alessandria

Costume
Il cronista Naufragi

Visitatori
E. Tolliani Altri tempi

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
O. Tufelli Paestum

Arretrati

Link

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO,

OTOÑO MENDOCINO

otoño mendocino‏

E’ vero! Qui e’ primavera….e io posto una immagine autunnale! Ebbene si’. Dall’altra parte del mondo, nel paese di Veeraj, a Mendoza…….ora gli alberi sono cosi’………

Nel vecchio forum avevamo una sezione solo per le immagini. Ce ne inserimmo poche a dire il vero. Proviamo anche qui, a tenere un album di Eco, con le immagini che ci piacciono. Poche? Si spera bellissime, semplici e dirette come questa che mi ha appena inviato l’amico Giovanni Gullo. Grazie Veeraj!

IMMAGINI, SENZA CATEGORIA

LA VIA DEI NUOVI TEMPI

 I 5 esercizi

 

Questa redazione dei cinque esercizi fondamentali, che recava il titolo di “REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE secondo la moderna SCIENZA DELLO SPIRITO”, fu scritta da Massimo Scaligero e per molti anni diffusa come un opuscolo dattiloscritto, da lui direttamente dato ai suoi discepoli, durante i colloqui personali che avevano luogo al suo studio in Via Cadolini 7 a Roma.

Un amico di Roma, ne fece, di sua iniziativa, una stampa, sotto forma di  libretto al quale dette un nuovo titolo: “LA VIA DEI NUOVI TEMPI”. Purtroppo l’amico romano, ora defunto, che prese la benemerita iniziativa di far stampare l’opuscolo presso la “INDUSTRIA GRAFICA MODERNA – ROMA” , non vi fece figurare, per distrazione, il nome di Scaligero come autore dei suoi scritti, cosa della quale il Maestro si contrariò assai, venendo così a mancare il necessario riferimento spirituale alla fonte dell’insegnamento di cui Massimo era il portatore.

Le istruzioni di M. S.  riguardo alla stampa dell’invito di rivolgersi ad Alfredo Rubino, per domande e informazioni sulle dottrine trattate, furono comunque rispettate in entrambe le versioni, e cioè sia sul dattiloscritto che sullo stampato dell’ “I.G.M – ROMA”.

Lo scorso anno questa redazione degli esercizi, fatta da Massimo Scaligero, con Sua introduzione e Sue considerazioni, è apparsa anche sulla rivista L’ARCHETIPO, che ringraziamo per la collaborazione (http://www.larchetipo.com/2013/nov13/esercizi.pdf ).

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di

MASSIMO SCALIGERO 

I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia per ogni alterazione della vita psichica e per gli effetti di pratiche irregolari, orientali od occidentali.

La Scienza dello Spirito, di cui gli esercizi sono espressione, non è una religione, bensí un metodo di conoscenza, che dà modo al religioso, a qualunque fede appartenga, di ritrovare le fonti vive della propria religiosità, e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé i processi interiori da cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria verità.

1° – CONCENTRAZIONE – Consiste nel riattivare le forze originarie della coscienza mediante la convergenza volitiva del pensiero su un unico tema. Si rivolge il pensiero ad un determinato oggetto, il piú semplice possibile: si pone questo al centro dell’attenzione cosciente, richiamando altri pensieri che abbiano un nesso logico con esso.

La semplicità dell’oggetto, o del tema, è richiesta dal senso pratico dell’esercizio: che tende a potenziare, piuttosto che la coscienza dell’oggetto, la forza-pensiero messa in atto mediante esso.

L’esercizio conduce all’esperienza del potenziale sintetico del pensiero, indipendentedal significato dell’oggetto. È importante, per la riuscita di esso, l’illimitata attenzione, ossia l’evitare qualsiasi distrazione riguardo al tema: che deve permanere al centro della coscienza almeno cinque minuti. In seguito, questo tempo può essere aumentato, allorché si noterà un beneficio generale della vita interiore e di quella corporea, in conseguenza dell’esercizio.

È importante che questo sia compiuto senza sforzo cerebrale, ma solo per intensificato moto di pensiero.

2 ° – AZIONE PURA – È l’esercizio che dinamizza direttamente la volontà, attuando l’ascesi dell’agire per l’agire. Consiste nell’imporre a se stessi doveri quotidiani di poca o nessuna importanza, per esempio spostare una sedia, spolverare un mobile, predeterminandone il momento anche 24 ore prima. I moventi ordinari delle azioni scaturiscono per lo piú dalle relazioni sociali, dall’educazione, dalla professione ecc., raramente da iniziativa pura.

Si deve trovare nella giornata un minimo di tempo, pochi secondi, per compiere azioni volute di propria iniziativa. In quanto insignificanti, esse conseguono un fine piú profondo che le significanti: sollecitano direttamente il potenziale della volontà.

3° – EQUANIMITÀ – Consiste nel servirsi delle emozioni, per un intervento della volontà cosciente: questa, sia pure per attimi, sospende la reazione istintiva dovuta all’emozione. Si tratta di evitare all’anima la continua oscillazione tra il tripudio e l’abbattimento.

Chi crede che la propria spontaneità emotiva o il proprio sentimento artistico ne abbiano a soffrire, ignora la potenza interiore che consegue dal chiaro equilibrio del sentimento.

Dapprima non è possibile evitare gli intensi stati d’animo, quando sopraggiungono, ma è possibile esercitarsi a sospenderne per attimi la travolgenza, ritrovando al centro se stessi: indi lasciarli esprimere secondo la loro necessità.

Tale minimo controllo, con il tempo, conduce a una positiva autonomia rispetto ad essi: dà modo di assumere la loro forza senza esserne travolti.

Si può dire di possedere l’equanimità, quando si giunge a sentire come propri i dolori e le gioie degli altri, e come di altri i propri dolori, le proprie gioie.

4° – POSITIVITÀ – Per mezzo di questa qualità si giunge a vedere il bello e il buono degli esseri e delle cose, in quanto si prescinde dagli aspetti negativi.

Lo spirito di tale attitudine può essere lumeggiato da una leggenda persiana del Cristo: il Cristo vide un giorno un cane morto abbandonato per la via. Egli si fermò a contemplarlo, i discepoli che erano con Lui, invece, si scostarono presi da ribrezzo. Ciò vedendo, il Cristo esclamò: «Che bei denti aveva questo animale!» Persino in quella carogna, Egli sapeva trovare il bello.

Se, secondo tale spirito, si orienta l’anima, si scorgerà in ogni cosa, o essere, la qualità positiva, il meglio, proprio quando ciò riesce difficile.

Tale attitudine esercita una potente azione formatrice sull’anima e sul corpo, in quanto il buono e il bello di un essere sono la sua realtà: con la quale la nostra realtà entra in un accordo di profondità.

5°  SPREGIUDICATEZZA – Proseguendo nella disciplina, il discepolo si educa a non fondare il proprio giudizio esclusivamente sul passato. Deve poter trascurare, in talune circostanze, ciò che ha acquisito con l’esperienza: aprirsi senza pregiudizi a nuove esperienze o ad un diverso giudizio riguardo a cose già interpretate.

Egli si esercita a tale attitudine coscientemente. Se, per esempio, qualcuno gli dice che il campanile del Duomo veduto poc’anzi, si è spostato di 45 gradi, non deve dire súbito che ciò non è possibile: egli deve sempre sapersi riservare uno spiraglio aperto alla novità.

Chi rimane ancorato a giudizi definitivi, immobilizza la propria anima. Non vi è giudizio umano che, rispetto all’evoluzione dell’uomo, possa considerarsi definitivo. Il cercatore  deve poter essere ricettivo verso l’inaspettato: altrimenti si chiude alla verità, ossia a ciò che è oltre il limite dell’ordinario conoscere.

Occorre rendersi indipendenti dai giudizi già formati, per poter accogliere l’ignoto. Grazie a tale attitudine, il corpo fisico e l’anima vengono trasportati a uno stato di superiore luminosità.

EQUILIBRIO CREATIVO – Questo si costruisce gradualmente da sé, come prodotto dei cinque esercizi. Il discepolo deve concentrare la propria attenzione sulle qualità che ne risultano.

Se egli si impossessa di forze interiori, senza coltivare tali qualità, si troverà presto in difficoltà.

Le forze interiori si corrompono, diventando istinti distruttivi, in colui che non le congiunga con il principio superiore della coscienza.

Gli esercizi qui brevemente descritti sviluppano simultaneamente le forze e la loro connessione con l’Essenza-Logos dell’uomo. Essi derivano da un insegnamento che accompagna perennemente l’uomo, per realizzare in lui, attraverso i mutamenti e le evoluzioni, ciò che è originario.

Non v’è esperienza sovrasensibile, che possa conseguirsi con mezzi illeciti o non pertinenti, come droghe, allucinogeni, pratiche spiritistiche o di grossolana magia. L’autentica esperienza sovrasensibile esige un potenziamento delle forze superiori della coscienza, conseguibile soprattutto grazie a una rigorosa disciplina del pensiero, del sentimento e della volontà.

Questa disciplina non può essere l’escogitazione di un’acuta intelligenza umana, bensí l’espressione di una saggezza superumana. I cinque esercizi, malgrado la loro apparente semplicità, esprimono tale saggezza.

Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza ecc.: tali qualità vengono sviluppate di proposito, con impegno metodico e con il preciso intento della liberazione delle forze superiori dell’anima, che danno modo al discepolo di scindere, nella quotidiana pratica della vita, l’essenziale dall’illusorio: di vedere la realtà oltre la parvenza.

 

TECNICHE INTERIORI Le discipline dello Yoga non si addicono all’uomo occidentale. Lo Yoga, quale tecnica interiore propria ad un tipo umano ancora privo di autocoscienza razionale, ma dotato solo di coscienza sovrasensibile, oggi sviluppa le correnti astrali dell’anima, in opposizione alla corrente dell’Io, nella quale unicamente fluisce lo Spirito.

Nello Yoga lo Spirito viene contemplato come trascendente: non viene realizzato come principio della coscienza di veglia.

Parimenti, il potenziamento vitale dovuto alle tecniche respiratorie non si addice all’oc-cidentale, cui non è possibile – come del resto non è piú possibile neppure all’orientale la percezione interiore del respiro, onde il tentativo di tale potenziamento si rivela illusorio e consegue l’effetto opposto a quello atteso.

Ciò che l’antico Yoghi conseguiva mediante il respiro, l’occidentale moderno può conseguirlo mediante la percezione della forza insita nel pensiero, normalmente non cosciente ad esso.

LA VIA DEL PENSIEROLa via “occidentale” di cui sono espressione i cinque esercizi, include in sé e supera quella “orientale”: essa cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un’energica disciplina del pensare.

Ciò dipende anzitutto dal fatto che il pensare è l’attività mediante cui lo Spirito, come Io, ha immediatamente presa nella coscienza.

Inoltre il pensare ha una proprietà che le altre facoltà non hanno.

Ogni facoltà interiore muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se scaturisce da livelli superiori. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni.

V’è una attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il pensiero cosciente.

Un pensiero logico che sia veste cosciente di una verità, risuona, anche se non lo avverte, nei mondi superiori, come una reale forza.

La disciplina da noi indicata addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa.

Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le correnti superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario.

Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero.

Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro.

Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il potere di relazione da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la reale forza del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo, la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche: ciascuno dispone della logicanecessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità.

Ed è l’errore.

Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che, come forza, vive simultaneamente nel mentale e nel sopra-mentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero, finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione della corrente viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente”, o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi.

Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli accolga prima di una tale liberazione del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte.

LA VIA DEI NUOVI TEMPI _ Ecoantroposophia.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, , , ,

Quo vadis?

Bivio

 

Negli ultimi anni si sta assistendo al fiorire di molteplici discipline che tentano di conoscere, spiegare, curare e superare conflitti e malattie legate alla corrente ereditaria. L’ impressione è che, da un certo punto della storia in poi, tutta l’attenzione di studiosi, psicologi, ricercatori stia convergendo nel considerare effetti e cause di malattie da un punto di vista generazionale. E’ solo di qualche giorno fa la notizia che alcuni ricercatori hanno scoperto porzioni di DNA nelle quali sarebbero codificati traumi risalenti ad almeno tre generazioni antecedenti.

Per la scienza ufficiale, quindi, il problema risiede ancora e soltanto a livello genetico, mentre invece in altri campi si fa un gran parlare di una sorta di “inconscio famigliare” che trasmetterebbe, in una qualche forma, impulsi e deviazioni a livello trans-generazionale. Lo studio e la ricerca in tal senso stanno avendo una decisiva accelerazione negli ultimi decenni, nel tentativo di arrivare a codificare e curare nodi e conflitti che si riverberano sul piano fisico (con conseguenti malattie) ma anche su quello relazionale e lavorativo.

La spinta verso il miglioramento delle condizioni di vita o di un’ idea ancora molto confusa di benessere, è fortissima. A volte è possibile anche ravvisare l’ effettivo aiuto che la comprensione  e il superamento di certi blocchi, apportano alle persone. Si arriva, però,  anche a chiedersi fino a che punto il curare una personalità disfunzionale abbia un senso, dato che il problema a monte, che è l’asservimento della Forza primigenia al dato di natura, resta invariato e inconosciuto.

“Che senso ha conquistare il mondo, se poi si perde l’anima?”

Ci sono momenti in cui si arriva ad intuire che il modo usuale di guardare alle cose non basta più a spiegarne la complessa complessità che ci si rivela; che, in qualche modo, si cerca di tradurre (e tradire) certe intuizioni spiegandole in base ad una logica che fa acqua da tutte le parti, tentando di dar loro una parvenza di codificazione che non fa altro che snaturare la realtà intrinseca del problema stesso, evidenza che si ha sempre sotto gli occhi, incapaci di vederla e riconoscerla.

E’ un moto di disillusione continuo e perciò doloroso e critico che non può non atterrire per la vastità di quel che si presagisce esservi dietro, che non può non essere doloroso per quel tanto che all’ illusione ci aggrappiamo, per timore del baratro dell’ incertezza che comporta mollare tutti gli appigli, le forme usuali di una Forza di cui continuamente chiediamo al mondo di farsi carico, in nostra vece.

Alla fin fine facciamo tutto da soli, 10, 100, 1000 volte sempre lo stesso errore perché non osiamo ammettere che la libertà ci spaventa più delle catene. Liberi da cosa? Ma, soprattutto, liberi per cosa?

La lingua tedesca ha un termine specifico per designare certi momenti interiori: Weltschmerz, la sensazione che si prova quando l’ idea di mondo idealizzato crolla di fronte alla realtà. Le strutture e i  castelli in aria vengono distrutti, uno ad uno, senza pietà ma con un senso di compassione sottostante che è difficile comprendere appieno. Come certe parole dure di chi ha già attraversato il baratro, che sono un monito costante e scomodo a guardare oltre il dito che indica la luna.

Tanto vasti i Cieli, così profondi gli abissi. E siamo grandi, ancora troppo ingombranti, per contenere tale vastità.

SENZA CATEGORIA

SCIENZA DELLO SPIRITO E FALSO ESOTERISMO. La Via Solare e le false vie lunari.

r-s

Alcuni amici, e amiche, che seguono Ecoantroposophia, dopo avermi simpaticamente preso in giro a proposito degli effetti letterari provocati dalle mie insonni ore notturne, «pervase di dolcissima melanconia», mi hanno chiesto ulteriori notizie su quanto da me scritto nell’articolo Verità e illusione nella pratica interiore, e in particolare circa il ruolo per niente limpido esercitato dal Dr. Gérard Encausse, in arte Papus, e dal suo «Martinismo», in campo spirituale e non solo.

Premetto che, quando scrivo su un argomento, lo faccio solo dopo aver compiute le più severe verifiche su quanto vado affermando storicamente, e che non mi permetto mai di affermare cose per le quali io non possegga i documenti probanti. Nel caso di colloqui da me avuti con personalità varie per le quali porto testimonianza diretta, come di esperienza da me realmente vissuta, me ne rendo moralmente garante, e devo far presente che mi baso esclusivamente sui fatti,  non su congetture o affabulazioni, che tanto sono di moda in ambienti sedicenti «occultisti» o «esoterici». Inoltre è mia abitudine andare direttamente alle fonti, lette ed esaminate in lingua originale, e di considerare solo in un secondo tempo quanto riferito in testi diversi, i quali a loro volta ne citano altri, o riferito in traduzioni italiane che sovente si rivelano scientificamente imprecise o poco affidabili.

Nel caso di Papus e del suo preteso «Martinismo», possiedo una vasta documentazione di testi originali – in francese, in inglese, in tedesco, in spagnolo e in italiano – e di qualche migliaio di lettere, circolari più o meno riservate, testimonianze scritte. Nel su citato articolo, riportavo semplicemente affermazioni molto esplicite di Rudolf Steiner (del quale possiedo l’intera Opera Omnia), da me tradotte direttamente dal testo tedesco non edito in italiano, e di Massimo Scaligero, tratte da Lotta di Classe e Karma, opera tutt’altro che secondaria o minore, e per nulla legata a lontane e superate contingenze temporali, come qualche incauto potrebbe affermare.

Ma se dovessi citare tutta la documentazione, che mostra quanto sia spiritualmente e moralmente equivoca la figura di Papus, quanto acciarpata, improvvisata e approssimativa sia la sua «sapienza», narrare molti episodi sin troppo eloquenti della sua sciagurata vita, oltre che tediare il candido lettore e ad abusare della sua pazienza e benevolenza, non la finirei più. Col materiale documentario che ho, potrebbero essere scritti svariati volumi, dei quali attualmente non vedo la necessità, né tampoco ho voglia di assumermene la fatica. Del resto, ritengo che la verità sia di chi la cerca, di chi lotta per essa, di chi la conquista, di chi la venera, e di chi la ama. Non dei pigri, non dei pavidi, non dei falsi, non dei bugiardi, non degli opportunisti, non degli avventurieri e dei profittatori.

Tuttavia, due elementi devono essere messi in evidenza nella vita e nell’opera di Papus, elementi che hanno emblematicamente un valore generale. Questi elementi – al di là delle edulcorate e sciroppose dichiarazioni retoriche di altruismo, di fratellanza universale, di compassione e carità, di cristianesimo e cattolicesimo più o meno rivisto e corretto a seconda della bisogna, dichiarazioni che a me dànno visceralmente fastidio – riguardano lo scivolamento nella necromanzia e nella vera e propria magia nera da una parte, e dall’altra la collusione tra esoterismo e politica. La ricerca della potenza – ricerca che porta sempre all’inflazione dell’ego e allo scivolamento nella magia nera – e la collusione tra esoterismo e politica – ma dovrei dire: l’uso di forze magiche a finalità politiche – sono due gravi deviazioni che hanno portato a smarrire il sentiero spirituale a molti esoteristi: anche a certuni che passano per «maestri», ed hanno prodotto i peggiori disastri sia in campo spirituale che in campo sociale.  

Rudolf Steiner nella conferenza, non tradotta in italiano, tenuta a Berlino il 4 aprile 1916, e contenuta nel ciclo Gegenwärtiges und Vergangenes im Menschengeiste (Presente e passato nello spirito dell’uomo), pubblicato nella GA-167, parla esplicitamente alle pp. 90-91 sia dell’abuso magico che della collusione politica presenti nell’opera di Papus, e a p. 94 del suo preteso «Martinismo», e stigmatizza le fumisterie e le imposture del medesimo, operate dai «Papusianer», ossia dai seguaci fanatici di Papus. Steiner afferma che si dovrebbe difendere il nome del «Filosofo Sconosciuto» Louis-Claude de Saint-Martin e il suo tentativo al servizio della verità nel XVIII secolo.

Il tentativo di «accaparramento del suo nome» – Inanspruchnahme seines Namens, nel testo tedesco della citata conferenza – non desta veruna meraviglia, in quanto assistiamo da vari anni al tentativo di indebito accaparramento dei nomi di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero da parte di evoliani, kremmerziani, martinisti, gesuiti e cattolici tout court, nel quadro di quella manipolazione delle coscienze individuali e dei movimenti spirituali, che l’ultracattolico integralista brasiliano Plinio Correo de Oliveira, ispiratore e stratega assieme a P. Florindo Giantulli S.J. dell’Alleanza Cattolica, chiama «trasbordo ideologico inavvertito». Il tutto ad majorem gloriam Societatis Jesu et Romanae Ecclesiae, naturalmente. 

In effetti, se vi era qualcosa di contrario al pensiero e alle intenzioni dichiarate di Louis-Claude de Saint-Martin, è proprio la creazione di un «Ordine Martinista». Egli ricevette in una sola volta i tre gradi cohen del «Portico» da Baudry de Balzac tra il 1766 e il 1768 entrando così a far parte dell’Ordre des Chevaliers Maçons Elus Coëns de l’Univers, ed incontrò personalmente Martinès de Pasqually, suo Maestro, nel 1768. Nel febbraio del 1771 lasciò l’esercito e divienne segretario di Martinès de Pasqually a Bordeaux. Date le sue elevate predisposizioni spirituali, Saint-Martin percorrerà rapidamente i vari gradi dell’Ordine degli Eletti Cohen, venendo consacrato Réau-Croix, il più elevato grado dell’Ordine teurgico di Martinès, attorno al 17 aprile del 1772, poco prima che questi, nel mese di maggio di quell’anno partisse per Santo Domingo dove morì. In seguito, nel 1785, entrò a far parte del Rito Scozzese Rettificato, riforma in senso cohen della Stretta Osservanza Templare operata da Jean-Baptiste Willermoz, ma se ne allontanò ben presto, perché contrario alle pratiche medianico-sonnamboliche che questi, creando la Società degli Iniziati, aveva introdotto dietro suggestione dell’Agent Inconnu, ossia della canonichessa Marie-Louise de Monspey. Nel 1790, chiese per lettera che il suo nome venisse cancellato dai registri di tutti gli ordini massonici ai quali aveva appartenuto. Negli ultimi anni, dal 1786 sino al 1791, figurò solo di nome nei piedilista delle varie logge massoniche.

Saint-Martin non fondò mai nessun  Regime, nessun Rito, nessun Ordine massonico, e neppure nessun Ordine o Società di altro tipo. Egli fu un «mistico» nel senso migliore del termine: un mistico alla Meister Eckhart, alla Jakob Boehme, alla William Law, alla Jean Leade, ed un «teosofo» nel senso antico, ossia non blavatskiano del termine. Ad un certo punto, Saint-Martin si distaccò dalle vie attive della magia teurgica dell’Ordine degli Eletti Cohen, per orientarsi sempre di più verso una «via interiore» fatta di meditazione e preghiera. E come abbiamo visto, egli arrivò a diffidare della stessa Massoneria e dei suoi metodi, malgrado una sua breve appartenenza al Rito Scozzese Rettificato di Willermoz. E soprattutto non fondò mai alcun Ordine «Martinista». Il suo insegnamento fu esclusivamente scritto, attraverso i suoi libri, ed orale, per una ristretta cerchia di amici, ai quali trasmetteva direttamente – ed affermava che solo così la si poteva trasmettere – la sua conoscenza spirituale.

L’Ordine Martinista fu una personale «invenzione» di Papus, il Dr. Gérard Encausse, il quale non  era un Iniziato, non era un Maestro (neppure di se stesso…), non era un Mistico nel senso antico e saintmartiniano, e non era neppure un Mago sapiente: era semmai un «magazzo» da strapazzo, pittoresco, grottesco e un po’ burlesque. Il suo sapere nasceva da letture autodidatte: vaste e disordinate, le definirebbe il mio ottimo e sapiente amico C. Era un divulgatore e un volgarizzatore disordinato e non rigoroso, un pasticcione che finiva quasi sempre per involgarire quanto divulgava. E soprattutto, era un grande trappolone, un grande intrallazzatore esoterico e financo politico.

Per illustrare i due elementi pericolosi – necromanzia e magia nera da una parte, e collusione tra esoterismo o magia con la politica, dall’altra – voglio trascrivere, traducendolo dal francese, quanto scrive Dèodat Roché il quale, prima di incontrare l’Antroposofia e diventare discepolo personale di Rudolf Steiner, aveva appartenuto all’Ordine Martinista papusiano e alla Chiesa Gnostica, ambienti nei quali conobbe bene Superiori Incogniti martinisti come Sédir, Sisera, Rosabis, e altri, sicuramente persone più degne, sapienti e portatrici di una spiritualità più pura di quella del Dr. Gérard Encausse, alias Papus. Alle pp. 263-264 della sua opera L’Eglise Romaine et les Cathares Albigeois, Narbonne-Aude, 1957, Déodat Roché scrive:

«Del resto che cosa si manifesta in una seduta di necromanzia? Eliphas Levi aveva mostrato soprattutto che si poteva evocare una immagine astrale, ma Papus aveva fatto notare (Traité Méthodique de Science Occulte, p. 344), che «gli spiritisti sono stati scandalizzatissimi apprendendo che i principi superiori dell’uomo non hanno nulla a che vedere con le comunicazioni tra i vivi e i morti». Egli sottolineava esattamente: «Un’altra obbiezione è la seguente: Gli occultisti osano pretendere che l’essere umano si scinde in più entità dopo la morte e ciò che viene a comunicare non è l’essere intero, ma un frammento dell’essere – un guscio astrale!». È così che gli spiritisti credono sempre alla manifestazione degli “spiriti”, mentre questi spiriti sono ben al di là di tutte le manifestazioni spiritiche».

E nella nota 9, in calce a p.264, relativa a questa citazione, Déodat Roché aggiunge:

«Nella nostra opera sulla Survivance et l’immortalité de l’âme, abbiamo indicato con esattezza che cosa sia il fantasma, che può persistere per qualche tempo dopo la morte e che gli spiritisti prendono come manifestante sempre uno «Spirito», ossia un’anima».

A p. 275, Déodat Roché così scrive: «Tuttavia, l’opera del Dottor Encausse (Papus) era dapprima teorica. Egli dava una definizione abbastanza vaga della magia come «applicazione della volontà umana dinamizzata all’evoluzione rapida delle forze viventi della natura».

E aggiunge nella nota 2, sempre a p. 275:

«Tuttavia, io ero stato già urtato dall’importanza che Papus attribuiva ad Eliphas Levi (l’Abbé Constant) nel suo Trattato Elementare di Scienza Occulta, e ancor più perché egli dichiarava nella sua opera sulla magia che il suo lavoro «non aveva altro scopo che di servire da introduzione al rituale di magia di Eliphas Levi». Ora, senza accostare la questione della magia nera, cioè malefica, dobbiamo sottolineare che Eliphas Levi agì come necromante nella sua evocazione di Apollonio di Tiana e non ebbe una chiara visione. In effetti, egli dichiarò di aver visto il suo fantasma, ma di essere svenuto e senza percepire neppure quel che un sogno preciso gli avrebbe dato (vedi Dogme et Rituel de la Haute Magie, t.I, pp. 270 e segg., Garnier éditeur, 1861)».

A queste limpide considerazioni di Déodat Roché, vogliamo accostare, per l’evidente affinità che hanno, le parole di Rudolf Steiner, tratte dalla conferenza di Torquay del 18 agosto 1924, pubblicata in Das Initiaten-Bewußtsein, Die wahren und die falschen Wege der geistigen Forschung, GA-243 (abbiamo preferito ritradurre il testo, perché la traduzione, pubblicata in seconda edizione dall’editore romano Tilopa, risulta alquanto imperfetta e l’editore, inoltre, ha operato discutibili tagli chirurgici sul testo con dubbie finalità) da noi già citate nel precedente articolo:

«Potete trovare indicazioni molto problematiche e pericolosissime in questo senso negli scritti di Eliphas Levi, e anche in quelli di Encausse, che ha scritto sotto il nome di Papus. Trovate in essi indicazioni problematiche e assolutamente pericolose per realizzare quelle cose. Ma dobbiamo parlare qui dell’aspetto obbiettivo delle cose, dell’essenza delle cose, ed è per questo motivo che dobbiamo accostarle. Tutte queste cose conducono alla magia assolutamente nera, nella quale si lavora con lo spirituale celato nel terrestre».

Déodat Roché si era già espresso circa le pratiche irregolari di Papus nel libro Survivance et Immortalité de l’Ame, apparso nel 1955, ove nel capitoletto L’hermétisme et la science spirituelle moderne mette a confronto i metodi decadenti e spiritualmente irregolari dell’occultisme papusiano con la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. E in particolare alle pp. 222-223 dice:

«Nondimeno il Dr Encausse ritrovava, a lato delle dottrine antiche, la loro espressione pratica nella magia, basata su «influenza delle parole magiche conosciute dagli egiziani» ed è per questo ch’egli ha scritto un Trattato elementare di magia pratica. Ci si poteva così mettere in rapporto con le entità della natura, chiamate elementali, proprio perché la magia veniva definita come «L’applicazione della volontà umana all’evoluzione rapida delle forze della natura». Ora, era proprio della evocazione di quelle entità che si trattava a tutta prima. Ma quelle salamandre, quelle silfidi, quelle ninfe e quegli gnomi leggendari che così appaiono, non potevano essere semplici allucinazioni o addirittura entità psichiche create dal suono delle parole emesse? Le formule di scongiuro degli «spiriti degli elementi», che esprimono la volontà di vedere possono benissimo produrre quegli effetti.

È certo che, per vedere realmente quegli esseri, occorre che ciò sia con gli occhi dell’anima e nel loro proprio regno. Del resto, essi non si lasciano penetrare se non da coloro che li amano, giacché soltanto l’amore dà la chiaroveggenza. […]

L’evocazione magica di un essere umano non è altro che una malia fascinatrice, envoûtement, che esercita una costrizione immorale sul corpo eterico di un’altra persona, e dispiace che Papus abbia dato esempi di questa stregoneria, con «talismani d’amore», o altre ricette o filtri raccolti nei grimoires del Medio Evo. Quanto all’evocazione dei morti, è una necromanzia poco attraente e pericolosa. Perché, dunque, Papus ha evocato alla corte di Russia «il fantasma del piissimo Alessando III», quando sapeva attraverso Fabre d’Olivet, citato nel suo Traité méthodique de Science Occulte (p. 935) che l’adepto può governare ed adoprare gli spiriti degli elementi, ma «non può esercitare la sua azione sullo Spirito immortale di nessun essere umano vivente o morto, poiché quegli spiriti sono tutti a ugual titolo scintille dell’essenza divina, e non sono soggetti ad alcuna dominazione estranea»? Il fantasma dello tzar non poteva reagire altro che secondo le sue anteriori abitudini di autocrazia. Fu indubbiamente Eliphas Levi (l’abbé Constant) che dette a Papus l’esempio di tale pratica nefasta, attraverso l’evocazione del fantasma di Apollonio di Tiana, ma Maître Philippe non faceva uso di quei procedimenti magici, che dinamizzano una volontà umana sempre più o meno egoista, egli si rimetteva all’amore del Christo, cioè alla volontà di Dio».

Gli eventi cui allude Déodat Roché che, ripetiamo, ben conobbe gli ambienti martinisti e l’opera di Papus, vengono decritti da Phlippe Encausse, figlio dello stesso Papus, e, se ben meditati, giustificano pienamente il duro giudizio di Rudolf Steiner sulla sua personalità e la sua opera. Infatti, così scrive Philippe Encausse alle pp. 14-16 della sua opera Le Maître Philippe de Lyon, Ėditions Traditionnelles, Paris, 1977:

«A proposito dell’incontro provvidenziale  tra Papus e M. Philippe, conviene precisare ch’esso fu dovuto in modo speciale a due persone che avevano attratto la sua attenzione sul Maestro. Vi fu dapprima il massaggiatore-magnetizzatore André Robert (che morì il 28 giugno 1895), tecnico di grande valore che Papus stimava particolarmente e col quale aveva solidi legami di amicizia. Vi fu poi una giovane vedova (nata Ignard d’Argence e nipote della Contessa de Waldner de Freundstein) la quale, con sua madre, aveva soggiornato all’Arbresle e ivi aveva fatto conoscenza con la famiglia Philippe. Mathilde Inard d’Argence, vedova Theuriet (1891) doveva in seguito (il 23 febbraio 1895), divenire la prima compagna di Gérard Encausse, così come del resto era stato formalmente predetto da Maître Philippe. Barlet (il suo vero nome era Albert Fauchet, 1838-1921), uno dei più eruditi e più noti occultisti della grande époque, fu uno dei testimoni di Papus.

Ammiratrice del Maestro, avendo assistito a certi fatti, che sapevano del miracoloso, Mathilde Theuriet non finiva più di fare elogi – e la si può comprendere – su Maître Philippe e spingeva Papus, ancora celibe, ad andare a vederlo… Ma, qui, lascio la parola a Louis Marchand (1881-1965), uno dei fedeli e devoti compagni di Papus (al quale fu presentato nel 1897) e che mi ha dato conoscenza del curioso seguente aneddoto, conosciuto soltanto da una minoranza di discepoli di Papus, e che gli venne riferito tale e quale da Paul Sédir stesso:

«Gérard Encausse mostrò dapprima diffidenza nei confronti di M. Philippe, questo sconosciuto misterioso del quale la sua fidanzata gli parlava continuamente! Saturo di Eliphas Levi, tutto pieno delle concezioni magiche, dei riti, delle società iniziatiche, egli oscuri intrighi gesuitici, o estremo-orientali, fierissimo di tenere in scacco l’adolescente Società Teosofica, aveva una certa paura di diventare il subordinato di qualcuno. Gérard Encausse aveva installato, nella sua mansarda della rue Strasbourg (presso la Gare de l’Est), un gabinetto magico polveroso e bric-à-brac, scrive Sédir. Un riflettore d’occasione gli serviva da specchio magico e una vecchia «cullier à pot» (era il nome che si dava alla sciabola d’abbordaggio d’altri tempi) era la sua spada magica. Egli adoperava la magia degli Zingari [Bohémiens, nel testo francese]. Egli si credeva, dunque, vittima di suggestioni telepatiche da parte del Maestro della sua fidanzata; questa opinione, aggiunge Sédir, prova quanto egli si ingannasse sul conto di questo Amico di Dio…

Provvisto d’una volontà forte, e con doti di magnetizzatore, Encausse aveva già ottenuto in magia alcuni fenomeni notevoli.

Egli si propose, quindi, di cacciare lo sconosciuto e di sottometterlo. Traccia il suo cerchio, brucia il profumo, prende uno di quei supporti in legno bianco che si usano per sostenere delle tavole, lo battezza alla zingara coi nomi e cognome della persona in questione, canta lo scongiuro,  e afferra la sua sciabola per, spezzando il pezzo di legno, vincere il suo sedicente stregone incantatore [envoûteur, nel testo francese]. Encausse era a quell’epoca in tutta la sua forza, un vero atleta… Alza il braccio, e la sua sciabola gli viene strappata dal pugno, mentre crolla piangendo. Era in quello stato – aggiunge Sédir, che mi raccontò ciò – quando arrivai una mezzora più tardi, come mia abitudine. Da allora, e fino al 1897, egli rimase silenzioso su M. Philippe».

Quella che è stata descritta è una vera e propria operazione di malefica bassa magia o di magia nera, condotta secondo le modalità oscure di una guasta magia da zingari. Non è certo teurgia, o magia divina, ma neppure quella che un sapiente Marsilio Ficino avrebbe chiamata magia naturale. E neppure quella che Massimo Scaligero chiama Magia Sacra, alla quale egli ha dedicato pure un suo libro. Di spirituale in tutto ciò non vi è proprio niente. Si può anzi dire che uno dei meriti che devono essere riconosciuti a Maître Philippe, che non fu mai martinista e non aveva in punta simpatia le società segrete, tanto care a Papus, fu proprio quello di averlo allontanato – almeno finché fu vivo – dalle forme devianti della magia cerimoniale.

Ed ora veniamo alla famosa operazione di necromanzia, operata da Papus alla corte della Tzar Nicola II, operazione compiuta in perfetta malafede da Papus, il quale sapeva benissimo che non veniva affatto evocata l’individualità spirituale di Alessandro III, cosa a lui impossibile, bensì il «guscio», o cadavere astrale del quale il padre di Nicola II si era liberato nel post-mortem. Papus stesso nel suo Traité Méthodique de Science Occulte afferma chiaramente che nelle evocazioni spiritiche e nelle sedute medianiche, nonché nelle performances rituali della magia cerimoniale, non intervengono affatto i «morti», bensì i prodotti della decomposizione animica e astrale, che il defunto lascia dietro di sé, e che nulla – proprio nulla – hanno a che vedere con la sua individualità spirituale. Gli antichi Egizi, Etruschi, Greci e Romani avevano pratiche spirituali proprio per allontanare e dissolvere questi prodotti della degenerescenza astrale, che se evocati e immessi nella realtà umana e sociale, operano come un  vero e proprio cancro, come una lue infettante, della quale è poi difficile liberarsi, come afferma pure esplicitamente Gustav Meyrink. Ma, malgrado ciò, Papus indulgeva alquanto – come molti martinisti – nelle pratiche spiritiche e frequentava spesso le sedute medianiche.

Ecco cosa scrive, sulla famosa evocazione necromantica, lo stesso Philippe Encausse in Sciences Occultes, ou 25 années d’occultisme occidental. Papus, sa vie son oeuvre, OCIA, Paris, 1949, ossia nella biografia da lui dedicata a suo padre, pp. 284-287:

«Il rimpianto Maurice Paléologue, dell’Accademia di Francia, che ha pubblicato i suoi ricordi di Ambasciatore di Francia nel paese degli Tzar, ha riferito una scena impressionante che si svolse di fronte a Nicola II e alla tzarina. Di essa Papus fu l’evocatore:

«La pratica delle scienze occulte è sempre stata in grande favore tra i Russi; dall’epoca di  Swedenborg della baronessa de Krüdener, tutti gli spiritisti e tutti gli illuminati, tutti i magnetizzatori e tutti gl’indovini, tutti i pontefici dell’esoterismo e della taumaturgia hanno trovato, sulle rive della Newa, un’accoglienza simpatica.

Nell’anno 1901, il rinnovatore dell’ermetismo francese, il mago Papus, che di suo vero nome si chiamava Dr. Encausse, era venuto a S. Pietroburgo, ove si era creato presto una clientela fervente. Lo si era rivisto a più riprese, negli anni seguenti, durante il soggiorno del suo grande amico, il terapeuta Philippe di Lione; l’Imperatore e l’Imperatrice lo onoravano di tutta la loro fiducia; l’ultima visita datava del febbraio 1906.

Ora, i giornali che di recente ci sono arrivati dalla Francia attraverso i paesi scandinavi, annunciano che Papus è morto il 25 ottobre.

Confesso che la notizia non ha preso la mia attenzione neppure per un istante; ma essa ha costernato, mi dicono, le persone che un tempo hanno conosciuto il «Maestro spirituale», come i suoi discepoli entusiasti lo chiamano tra di loro.

Mme R…, che è al tempo stesso una adepta dello spiritismo ed una devota di Rasputin, mi spiega questa costernazione con una strana profezia, che vale la pena di essere riferita: la morte di Papus non presagiva niente meno che la rovina prossima dello tzarismo. Ed ecco come.

All’inizio di ottobre del 1905, Papus fu fatto venire a S. Pietroburgo da alcuni dei suoi fedeli, di alto rango, i quali avevano gran bisogno delle sue luci nella terribile crisi che la Russia attraversava allora. I disastri di Manciuria avevano provocato, in tutti i punti dell’Impero, scompigli rivoluzionari, scioperi sanguinosi, scene di saccheggi, di massacri e d’incendi. L’Imperatore viveva in una crudele ansietà, non potendo risolversi a scegliere tra le opinioni contraddittorie e passionali, delle quali la sua famiglia, i suoi ministri, i suoi dignitari, i suoi generali, tutta la sua corte lo tormentavano quotinianamente senza tregua. Gli uni gli dimostravano ch’egli non aveva il diritto di rinunciare all’autocratismo ancestrale e lo esortavano a non esser debole di fronte ai rigori necessari di un’implacabile reazione; gli altri lo scongiuravano di tener conto delle esigenze dei tempi moderni e d’inaugurare lealmente il regime costituzionale.

Il giorno stesso in cui Papus sbarcava a S. Pietroburgo, una sommossa spandeva il terrore a Mosca, mentre che un misterioso sindacato proclamava lo sciopero generale delle ferrovie.

Il mago venne immediatamente convocato a Tzarskoie Selo. Dopo una rapida conversazione con l’Imperatore e l’Imperatrice, egli organizzò per l’indomani un rituale d’incantamento e di necromanzia. Al di fuori dei sovrani, una sola persona assisteva a quella liturgia segreta, un giovane aiutante di campo di Sua Maestà, il capitano Mandhyka, che è oggi generale-maggiore e governatore di Tiflis. Attraverso una condensazione intensa della volontà, attraverso una esaltazione prodigiosa del suo dinamismo fluidico, il «Maestro spirituale» riuscì ad evocare il fantasma del piissimo Tzar Alessandro III; alcuni segni indubitabili attestarono la presenza dello spettro invisibile.

Malgrado l’angoscia che gli stringeva il cuore, Nicola II domandò espressamente a suo padre se dovesse o no reagire contro la corrente del liberalismo che minacciava di trascinare la Russia. Il fantasma rispose:

Tu devi, costi quel che costi, schiacciare la Rivoluzione che comincia; ma essa rinascerà un giorno, e sarà tanto più violenta quanto la repressione di oggi avrà dovuto essere più rigorosa. Non importa! Coraggio, figlio mio! Non cessare di lottare!

Mentre che i sovrani meditavano con stupore questa opprimente predizione, Papus affermò che il suo potere magico gli permetteva di scongiurare la catastrofe predetta, ma l’efficienza del suo scongiuro sarebbe cessato non appena lui stesso non sarebbe stato più «sul piano fisico». Poi, solennemente, eseguì i riti di scongiuro.

Ora dall’ultimo 25 ottobre, il mago Papus non è più «sul piano fisico»; l’efficacia del suo scongiuro è abolita. Dunque, la Rivoluzione è vicina…»

Alcuni martinisti  vorrebbero mettere in dubbio la storicità di una tale evocazione necromantica, ma vengono smentiti dallo stesso Philippe Encausse, il quale sapeva bene quel che si diceva, là dove, a p. 290 dello stesso libro, così scrive:

«Papus conosceva sufficientemente l’uso delle forze astrali (vedere a tale proposito il suo Traité méthodique de Magie pratique, riedito nel 1949 da H. Dangles) per ottenere una manifestazione di quest’ordine. Io sono persuaso che la seduta, della quale riferisce M. Paléologue, ha avuto ben luogo e che lo Tzar abbia veramente comunicato con il suo defunto padre. Io ho avuto personalmente già occasione di assistere a diverse evocazioni serie e posso garantire che esse non ebbero nulla di risibile né di astratto. Il contatto con i morti è rarissimo ma ESISTE, questo è per lo meno il mio sentimento, ognuno essendo libero di avere la propria opinione personale a questo riguardo».       

Il candore di Philippe Encausse, a proposito della «realtà» di tali evocazioni, è addirittura disarmante per la sua ingenuità. Conosco bene le opere di Papus, avendole studiate negli originali francesi, e il «metodo» fondamentale del suo magismo – al di là delle dichiarazioni sentimentali più edulcorate – è in sostanza una via dell’allenamento e del potenziamento di quello che Massimo Scaligero chiama «corpo lunare», ossia delle forze più basse del corpo astrale caduto, e del «doppio ahrimanico». Quando si parla di «una condensazione intensa della volontà, attraverso una esaltazione prodigiosa del suo dinamismo fluidico», si tratta appunto di una galvanizzazione potente del doppio ahrimanico: in definitiva, un rafforzamento del nemico nell’uomo, un potenziamento ed una più decisa strutturazione del dominio dell’Ostile nell’uomo. Ossia, il disastro peggiore che possa verificarsi in un cammino spirituale. La medianità non è unicamente quella dello spiritista che fa ballare il tavolino a tre gambe – pratica alla quale indulgeva assai spesso e volentieri anche il Dr. Gérard Encausse, il mago Papus – ma anche quella di colui che si dà a pratiche magico-rituali proprie di una magia cerimoniale, la quale non è affatto una Teurgia o una Magia Divina.

Massimo Scaligero mi parlò più volte – ma ne parlò anche in alcune riunioni – del fatto che esistono Ordini ed Organizzazioni le quali, pur usando talvolta una terminologia cristiana e umanitaria, sono in realtà organizzazioni dedite a coltivare un’ascesi del doppio ahrimanico e del corpo lunare. I metodi impiegati sono spesso anche, ma non solo, magico-cerimoniali. Me ne fece esplicitamente anche i nomi. Attraverso rituali, che comprendono l’uso di profumi, carmi, incantazioni, parole di potenza, l’adepto di tali vie nutre, rafforza, e specializza l’ente ahrimanico in lui. Colui che si dà incautamente a tali pratiche deviate diventa sempre più succube di entità, che animano un mondo di percezioni illusorie, e «donano» altrettanti illusori «poteri», che solleticano la vanità e l’inflazione dell’ego di colui che si apre spregiudicatamente al loro dominio. Costui viene sempre più asservito, pur illudendosi di essere potente e fruitore dell’illimitato soddisfacimento delle proprie brame. È un medium di più alto rango rispetto al volgare spiritista, ma nella sostanza anche lui è un medium, e per di più in una situazione ben più pericolosa, ma è incapace di rendersene minimamente conto.

Papus intrattenne rapporti stretti con le due figlie del Re Nikita del Montenegro, la Granduchessa Militza, sposa del Granduca Pietro Nicolaievich, e la Principessa Anastasia Romanovski, Duchessa di Leuchtenberg, sposa del Granduca Nicolas Nicolaievich. Philippe Encausse riporta un testo manoscritto di suo padre Gérard, riproducendolo nel suo libro Le Maître Philippe de Lyon, ove a p. 105 troviamo scritto:

«Ho cercato di far vedere che, vicino allo Tzar nel piccolo mondo che lo circonda, e che forma un contrasto completo con i Granduchi i cui atti vergognosi e crudeli hanno indignato l’Europa, si trovano alcune dolci e simpatiche figure di giovani principesse di sangue, ancora sconosciute al pubblico, giacché la loro vita è discreta e silenziosa. Ho segnalato tra le altre la Granduchessa Maria o «Militza», e il suo marito, il Granduca Pietro. Tutti e due sono dei «mistici» sinceri come la maggior parte degli Slavi».

Potremmo dilungarci alquanto sulle vicende del «Martinismo» papusiano in Russia, e mostrare con un fiume di citazioni documentate l’uso schiettamente politico che il nostro mago francese ne fece per portare la Russia nell’orbita politica francese, cosa che ebbe enormi conseguenze una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale. Tuttavia, avendo già allungato molto la stesura di questo articolo, e non volendo abusare della pazienza del benevolo lettore, sono costretto a rimandare ulteriori approfondimenti dell’argomento. Ma non rinunciamo a riportare quanto dice Rudolf Steiner a proposito delle due sorelle, figlie del Re Nikita del Montenegro, e sul mefitico ruolo delle nostre due «dolci» e «mistiche» aristocratiche sorelle.

Possiamo leggere nella conferenza di Rudolf Steiner, tenuta a Dornach il 2 febbraio 1921, che è possibile leggere nel volume Die Verantwortung des Menschen für die Weltentwickelung durch seinen geistigen Zusammenhang mit dem Erdplaneten und der Sternenwelt, GA 203, a p. 189, quel che l’ambasciatore francese alla corte di Russia Maurice Paléologue, affetto da una vera e propria forma di garrulità senile, riferisce nelle sue Memorie. Ossia, che in una grandiosa festa, tenuta il 22 luglio 1914 in onore del presidente francese Poincaré, «le due demoniache figlie del Re Nikita del Montenegro, Anastasia e Militza [die beiden dämonischen Menschen, Anastasia und Militza, die Töchter des Königs Nikita von Montenegro, nel testo tedesco]», affermarono:

«Sapete, stiamo vivendo giornate storiche, addirittura sacre [historische, ja heilige Tage durchleben, nel testo tedesco]? …Domani, durante la rassegna delle truppe, le fanfare militari suoneranno unicamente la «Marche Lorraine» e la «Sambre et Meuse». Oggi ho ricevuto, nella forma convenuta, un telegramma da mio padre. Egli mi annuncia, che prima della fine di questo mese scoppierà la guerra… Ah, quanto è eroe mio padre»…«Dell’Austria non rimarrà più niente… Voi vi riprenderete Alsazia e Lorena… I nostri eserciti si incontreranno a Berlino». E definisce le due sorelle «quelle due sciagurate donne [zwei solchen Unheilsfrauen, wie die Anastasia und die Militza, e afferma che «allora queste donne demoniache furono assolutamente profetesse [dann waren diese dämonischen Weiber durchaus Prophetinnen]».

In un’altra conferenza, tenuta a Stoccarda il 21 marzo 1921, e pubblicata nel volume Die geistigen Hintergründe des Ersten Weltkrieges. Kosmische und menschliche Geschichte. GA- 174b, Rudolf Steiner pronunciò le seguenti parole:

«Se si volesse poi studiare a fondo il problema degli istigatori della guerra, sarebbe difficile assolvere certe personalità delle quali ho già parlato. Come ho già detto, si deve attribuire  a Nikita del Montenegro  – non so s’egli sia innocente o meno – una gran parte delle colpe della guerra e lo si può riconoscere  dal fatto che già il 22 luglio 1914 le due figlie, queste – perdonate l’espressione – donne demoniache [die beiden Töchter, diese – verzeihen Sie den Ausdruck – dämonischen Frauen, ] a Pietroburgo, durante una festa particolarmente sontuosa, abbiano detto davanti a M. Paléologue, ambasciatore di Francia: «Viviamo in un’epoca storica; è appena arrivata una lettera di nostro padre, che dice che avremo la guerra tra pochi giorni. Sarà magnifico. Germania e Austria spariranno, ci daremo la mano a Berlino». Paléologue riferisce queste parole scritte con garrulità senile. Queste cose furono dette dalle due figlie di Re Nikita, Anastasia e Militza, all’ambasciatore di Francia a Pietroburgo il 22 luglio 1914: vi prego di notare la data. Anche questo è un fatto che va tenuto presente»

La collusione tra esoterismo magico e politica, portò tra l’altro all’assassinio di Rasputin da parte del martinista Principe Yussupov, e a molte altre conseguenze, che ora sarebbe lungo riferire. Tutto ciò non è azione spirituale. Il misticismo sentimentale, mescolato ad un basso magismo, alla ricerca dei «poteri», e di una chiaroveggenza soggettiva ed allucinatoria, porta ai peggiori disastri. Anche nella questione sociale. In un momento, nel quale correnti spirituali irregolari vogliono impadronirsi del patrimonio spirituale della Scienza dello Spirito, e accaparrarsi i nomi di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, queste due deviazioni – quella magico-medianica e quella della collusione politico-esoterica – devono essere ben conosciute dai sinceri cercatori spirituali e vinte. Da qui l’importanza della Via del Pensiero, della Concentrazione e della Filosofia della Libertà.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, , ,

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Terza Parte – seconda visione

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Tavola VII
Seconda visione della terza parte

Discesa dell’Io nel corpo fisico umano quale germinazione e nascita terrestre.

Si apre a quadrato la città di Dio:

da un lato, proveniente dalla sfera spirituale come volontà divina (finestra superiore irraggiante e con pergamena) il nucleo dell’Io (fenice della tav. VI) che ora è rappresentato dalla moltitudine delle persone (vite precedenti), che penetra con una tromba (fecondazione spirituale) nel quadrato e nelle parte sottostante, richiamando a sé la materia (monte verde), che viene irraggiata e fecondata dallo spirito nella materia (finestra rossa con nube frontale irraggiante).

 Al disopra di questa natalità due figure, con sembianze animali:

l’essere con la veste verde (Arimane) ha co-intessuto la figura umana nella mineralità (verde); l’altro (Lucifero) nell’anima (mani al petto).

Nell’armonia cosmica (santi con strumenti musicali) e umana, queste due entità cooperano nell’evoluzione.

È nell’arbitrio umano l’uso dello strumento (spada dietro l’entità Luciferica) volto al bene o al male.

Tavola VII

Tavola VII

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

 

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

 

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 1° parte )

 Mas

L’azione dei R+C inizia tramite l’iniziato che seguendo la scuola esoterica di Paolo, in Atene, sotto il nome di Dionigi Areopagita, istituisce una dottrina introduttiva ai nuovi Misteri.

Nei tempi moderni  la via dei R+C si differenzia di ogni altra perché può valere unicamente grazie all’atto del pensiero libero dell’individuo autocosciente. Essa può essere seguita da ognuno, quale che sia la sua fede e le sue condizioni di vita.

Tale via si differenzia sostanzialmente dalla Gnosi tradizionale, ma ne possiede il contenuto perenne, dandogli il senso a cui esso tende nei nuovi tempi, come al suo compimento.

Nella “via cristiana” il discepolo deve avere la forza di far vivere nell’anima ogni giorno, per mesi, per anni, i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni.

Qualunque evento avverso tenti di annichilire la sua anima, egli non si piega, grazie a forze che riesce ad accogliere mediante il sentimento. Per i R+C tali forze si esprimono mediante idee e immagini volitivamente destate. Ogni momento dell’ascesi cristiana può essere rivissuto dal R+C mediante attività ideale e contemplazione immaginativa.

Come è noto a chi medita secondo la Scienza dello Spirito, uno dei gradi della via cristiana è la Crocifissione. Il discepolo deve abituarsi a portare nel mondo il proprio corpo come si porterebbe un oggetto estraneo (es: una tavola). Il suo corpo deve divenirgli estraneo: egli deve portarlo fuori di casa e riportarlo, come un oggetto.

Nel grado ulteriore – “la morte mistica” – l’iniziato dice: “Io appartengo al mondo intero”: egli realizza un rapporto col mondo, analogo a quello del dito con la mano. Si sente inserito nel mondo che lo circonda, come se appartenesse ad esso.

Tenebre e dolore, male e sciagure divengono ora l’esperienza che egli accetta, perché sa che lo Spirito soffre nella trama della Terra. E’ la discesa negli Inferi per ripercorrere il percorso dello Spirito nella Terra. Allora il velario si squarcia ed egli vede.

Il grado successivo è la Sepoltura e la Resurrezione. L’iniziato è potuto giungere a tale maturità da dire: “ Io mi sono già abituato a considerare estraneo a me il corpo, ma ora considero tutte le forme e le cose del mondo a me così inerenti come il mio proprio corpo, il quale pure è stato formato da questi stessi materiali. Ogni fiore, ogni sasso, ogni cosa è così inerente a me come il mio corpo”.

Allora l’uomo “viene sepolto” nel terrestre. Necessariamente questo VI grado viene congiunto ad una nuova vita, per il fatto viene a sentirsi uno con lo spirito profondo del pianeta, con l’essere del Cristo: di Colui che già disse: “Chi mangia il il mio pane mi calca coi piedi!”.

La via R+C si differenzia da quella iniziatica “cristiana” non per il contenuto ma per il metodo.

Questo si fonda sull’animazione del pensare puro. Nessuno può vedere un circolo perfetto nella realtà. Come idea, invece, lo si può contemplare. In tal senso il metodo R+C porta all’essenziale rapporto dell’Io con il Cristo.

Nella disciplina R+C è eliminata la dipendenza del discepolo dal maestro. Questi non la esige, non ne ha bisogno. Mentre mediante libera intuizione il discepolo può riconoscere il maestro e alimentare in sé la fiducia e la devozione come virtù di rapporto e di trasmutazione.

Il discepolo deve abituarsi a quella forma di pensiero che fa derivare un pensiero dall’altro, secondo relazione pura. All’immaginare secondo contenuto sovrasensibile egli può giungere anche mediante determinate elevazioni dell’immaginazione.

Egli si educa a vedere dietro ogni forma lo spirito della Terra. Il pensiero puro e la libera immaginazione sono per il discepolo del Graal l’identico movimento. Così a lui viene insegnato:

Guarda il calice del fiore che accoglie il raggio solare: questo ridesta le pure forze riproduttive, sopite nella pianta. Perciò il raggio solare viene chiamato la sacra lancia d’amore. Ora guarda l’uomo: egli è più elevato della pianta, ha in sé gli stessi organi, però egli porta compenetrato da desideri e appetiti impuri ciò che la pianta ha in sé completamente puro e casto”.

Lo sviluppo futuro dell’evoluzione consisterà in ciò: l’uomo, avendo penetrato la vita dei sensi, avendo ritrovato lo spirituale nel sensibile, restaura la castità: egli riprodurrà mediante un nuovo organo – che sarà il il suo trasmutato organo di generazione – il suo proprio simile: egli genererà mediante la parola.

L’organo di riproduzione diverrà casto, libero da stimoli e appetiti, come il calice del fiore che in purità si volge alla “santa lancia d’amore”. Così l’uomo si rivolgerà allo spirituale raggio della sapienza e questo lo renderà atto alla procreazione di una nuova generazione dello spirito. L’organo di riproduzione sarà un giorno la laringe trasformata.

Il discepolo R+C viene rivolto a considerare questo: “La pianta, nonostante la sua minore elevatezza evolutiva, ha questo casto calice. L’uomo l’ha perduto. Egli evolvendo si è degradato sino agli appetiti più impuri”.

Dal raggio solare spiritualizzato egli dovrà farlo risorgere; deve sviluppare nella castità quanto, in tali condizioni, è opera del San Graal dell’avvenire. Da prima viene resa pura la funzione della natura: ciò prepara la sua trasmutazione avvenire.

Così facendo l’iniziato mira in alto al Grande Ideale (Pietra filosofale). Quanto l’intera umanità raggiunge con lenta evoluzione, l’iniziato deve vivere in sé molto prima, per aprire il varco.

Lapis philosophicus: come la pianta si costruisca l’organismo col carbonio, si osserva nel carbon fossile che è il cadavere della pianta. Il cadavere dell’uomo è calcare: infatti egli è con l’anima legato alla mineralità, onde la mineralità appare visibile. Grazie al ritmizzato e interiorizzato processo del respiro, l’uomo formerà in sé l’organo atto alla emanazione dell’ossigeno: egli diverrà in tutto il suo essere come la pianta (cfr. la meditazione della Rosacroce). Egli tratterrà in sé il carbonio, costruendosi con questo il proprio organismo, onde il corpo sarà sempre più simile a quello della pianta: allora esso può incontrare il “santo strale d’amore” (“Io sono” attuato).

*

Un grado della via R+C è la visione delle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo.

Quanto oggi si trova nell’organismo fisico dell’uomo, è andato gradatamente sorgendo da fuori di lui. Per es. le ghiandole, nella fase solare della Terra, crescevano fuori di lui come oggi, per esempio, i funghi. Quanto oggi è racchiuso entro la pelle, nel corpo umano, un tempo era fuori.

Così ogni arto – fisico, eterico, astrale – si trovava fuori dell’Io che perciò armonicamente li rapportava a sé e li permeava.

L’anima, come “Io sono” era immersa in seno alla divinità.

Tale era la divinità essenziale, o la perfezione originaria dell’Io.

Per intendere come una parte del macrocosmo si andò intensificando e restringendo sino a farsi struttura organica dell’essere dell’uomo, occorre meditare sul punto interiore-corporeo che nel tempo suggella tale processo come recludersi del divino nell’umano.

Occorre riferirsi alla parte interiore della fronte, la radice del naso: questo punto dà a conoscere come un quid di preciso che era “fuori” dell’uomo, è ora “dentro” di lui.

Se mediante la meditazione si penetra in quest’organo, internandovisi profondamente con la coscienza (ciò implica ben più che un semplice concentrarsi in tale punto), allora si comincia a conoscere la parte dell’universo invisibile che gli corrisponde. Così è per la laringe, per il cuore ecc. Ciò non è un mero concentrarsi in sé stessi: questo non approderà a nulla, anzi pregiudicherà l’esperienza.

Per la preparazione della Pietra Filosofale: il carbonio ne è il simbolo esteriore. Solo allora esso diverrà Pietra Filosofale: quando l’uomo saprà produrlo da sé col suo acquietato processo di respirazione. L’istruzione a ciò è segreta. Se la si rendesse pubblica, gli uomini nel loro egoismo, si servirebbero di questo alto mistero per soddisfare le loro brame interiori.

(continua)

Appunti e pensieri da R. Steiner. - Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

SUL SENSO DI FIDUCIA IN SE STESSI (di Savitri)

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Aggiungo queste ultime mie considerazioni alle impressioni che in me sono state suscitate dalla lettura del meraviglioso racconto di Anatole France che abbiamo pubblicato ieri (https://www.ecoantroposophia.it/2014/04/sci…-della-madonna/).

Si ripropone, tra le altre cose, la questione della … malattia della volontà, ossia della non corrispondenza tra ciò che si intuisce vero e la conseguente azione di vita, relazione evidentemente già imperfetta nella vita del pensiero.
Uno dei tanti aspetti che personalmente ho ravvisato per la mia esperienza è l’attenzione centrale rivolta in maggior parte al risultato e alla aspettativa, piuttosto che all’essere, al movimento del pensiero in sè.
Possiamo chiamare questa attenzione – all’essere, al movimento del pensiero in sè – anche amore, dedizione e quanto altro.

Riteniamo di “spendere” per la vita del pensiero il sufficiente per ottenere di conseguenza il bene, il buono, il bello… dei segni e delle prove… delle conferme, delle rassicurazioni.

La paura in sè, se se ne diventa consapevoli, è misura della importanza dei fenomeni e in un certo senso necessaria, per risalire poi alla paura dell’ego quando questo deve consegnare e non vuole, la direzione all’Io, perchè deve cedere tutti i suoi supporti ordinari e sicuri; “risalire” è condizione necessaria per poter modificare e dirigere in bene la realtà, prima che questa, come karma e maya solamente, possa sopraffare e aver ragione dell’uomo.

Sempre secondo la mia esperienza personale, ultimamente, tra lavoro, salute, realtà mia e dei miei familiari, mi sono accorta di essere completamente impotente secondo i vecchi canoni di intervento che conoscevo. La sensazione immediata è quella della realtà che non si lascia, non vuole farsi manipolare, come in passato, mentre in me intravedo l’idea giusta e la sua luce.

Così non mi resta che stare attenta al messaggio forte che il mondo mi sta mandando, rimettere in discussione la mia eventuale contestazione e ribellione, resistenza in merito, quindi quella parte di me che non ha lasciato completamente la presa e che crede di agire libera da condizionamenti, che crede di tendere sempre al giusto.

Quando riusciremo veramente ad essere nudi, solo allora si avrà tutta la forza e la leggerezza per procedere sicuri verso la meta, stando attenti allora però a non sentirsi invece indegni per essere nel mondo, molto facilmente e frequentemente, poco importanti e addirittura insignificanti e perdenti, indegni e incapaci di qualsiasi cosa…

Sarà una situazione di libertà totale ed estrema – nessun appoggio solito nè nessun suggerimento – per poter decidere la nostra giusta azione…

SCIENZA DELLO SPIRITO, , ,

Il GIOCOLIERE DELLA MADONNA

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Al tempo di re Luigi viveva in Francia un povero giocoliere di Compiègne, a nome Barnaba, che andava di città in città dando prova di forza e di destrezza. Nei giorni di fiera stendeva sulla pubblica piazza un vecchio tappeto tutto logoro, e, dopo aver attirato i bambini con delle piacevoli ciarle prese pari pari dal repertorio di un antico saltimbanco, senza mai cambiarvi nulla, assumeva pose tutt’altro che naturali sostenendo un piatto di stagno in equilibrio sul naso. La folla da principio lo guardava con indifferenza, ma quando a capo di sotto, poggiandosi sulle mani, gettava in aria e riacchiappava con i piedi sei palle di rame luccicanti al sole, oppure, rovesciandosi all’indietro fino a toccare con la nuca i calcagni, dava al suo corpo la forma di cerchio perfetto e giocava, in codesta posizione, con dodici coltelli, un mormorio di ammirazione si levava tra il pubblico, e sul tappeto piovevano monete.

Con tutto ciò, come succede alla maggior parte di quelli che vivono del proprio ingegno, Barnaba di Compiègne stentava a vivere. E, per di piú, non poteva lavorare quanto avrebbe voluto. Come ad un albero, se vuol dare fiori e frutti, cosí a lui, per sfoggiare la sua abilità, occorreva il calore del sole e la luce del giorno. D’inverno, infatti, pareva una pianta nuda di foglie e quasi morta. La terra gelata era dura per il giocoliere. E, come la cicala, nella cattiva stagione soffriva fame e freddo. Ma siccome aveva un cuore semplice, sopportava con pazienza i suoi mali. Non aveva mai riflettuto sulle origini della ricchezza, né sull’ineguaglianza delle condizioni umane. Contava fermamente sul fatto che se questo mondo è cattivo l’altro non può essere che buono, e una tale speranza bastava per sostenerlo. Era un uomo dabbene, timorato di Dio e devotissimo alla Madonna, alla quale rivolgeva sempre questa preghiera: “Signora, prendete cura della mia vita finché a Dio piaccia che io muoia, e, quando sarò morto, fatemi avere le gioie del paradiso”.

Una sera, dopo una giornata di pioggia, mentre se ne andava triste e curvo, senza aver cenato, portando sotto il braccio le sue palle e i suoi coltelli nascosti nel vecchio tappeto, cercando qualche granaio per dormire, vide sulla strada un monaco che faceva il suo stesso cammino, e lo salutò cortesemente. Siccome camminavano dello stesso passo cominciarono a scambiarsi delle idee.

«Compagno – disse il monaco – qual è il vostro nome, e come mai siete vestito di verde? Recitate forse in teatro?».

«No, padre – rispose l’altro – mi chiamo Barnaba e faccio il giocoliere. Sarebbe la piú bella vita del mondo se si arrivasse a mangiare tutti i giorni».
«Amico Barnaba – riprese il monaco – state attento a ciò che dite. Non c’è vita piú bella di quella monastica, perché è un inno perenne al Signore».

«Padre, so bene che il vostro stato non si può paragonare al mio, e, per quanto vi sia del merito a ballare reggendo sulla punta del naso un bastone con sopra una moneta in equilibrio, questo merito non si avvicina al vostro. Mi piacerebbe molto abbracciare la vita monastica».

«Amico Barnaba, venite con me e vi farò entrare nel monastero dove sono priore».

Fu cosí che Barnaba si fece monaco. Nel monastero dove fu ricevuto, i religiosi gareggiavano nell’esaltare il culto della Madonna, e ognuno impiegava, nel servirla, quanto sapere e quanta maestria aveva ricevuto in dono da Dio. Il priore, da parte sua, componeva libri che trattavano le virtú della Madre di Dio; fra Maurizio copiava, con mano maestra, questi trattati su fogli di pergamena; frate Alessandro vi dipingeva delle fini miniature: vi si vedeva la Regina del Cielo assisa sul trono di Salomone, ai piedi del quale vegliavano quattro leoni; intorno alla sua testa aureolata volteggiavano sette colombe, i sette doni dello Spirito Santo: timore, pietà, scienza, fortezza, consiglio, intelletto e sapienza. Le erano compagne sei vergini dai capelli d’oro: l’Umiltà, la Prudenza, la Ritiratezza, la Riverenza, la Castità e l’Obbedienza. Si poteva inoltre ammirare nel libro il Pozzo delle acque vive, la Fontana, il Giglio, la Luna, il Sole, il Giardino Chiuso dei quali parla la Cantica, la Porta del Cielo e la Città di Dio, altrettante immagini della Vergine.

Fra Marbodio era similmente uno dei piú teneri figli della Madonna. Incideva senza posa immagini di pietra, tanto da avere la barba, le sopracciglia e i capelli bianchi di polvere e gli occhi sempre gonfi e lacrimosi. Ma era pieno di gioia e di forza anche in tarda età, e la Regina del paradiso proteggeva chiaramente la vecchiaia del suo figlio. Marbodio la rappresentava assisa su un trono, la fronte cinta di un’aureola di perle.

Davanti a simile gara di lodi e a tanta bella raccolta di opere, Barnaba si lamentava della propria ignoranza e della propria dabbenaggine: «Ahimè – sospirava passeggiando solo solo nel piccolo giardino senza ombra del monastero – sono proprio disgraziato per non potere, come i miei fratelli, lodare degnamente la santissima Madre di Dio, alla quale ho consacrato l’affetto del mio cuore. Ahimè! Sono un uomo rozzo e senza arte, e non posso fare, per servire la mia Signora, né sermoni edificanti, né delicate pitture, né statue perfettamente modellate!»

Gemeva in questo modo e si abbandonava alla tristezza. Una sera che i padri si ricreavano conversando, sentí uno di loro raccontare la storia di un religioso che non sapeva recitare altro che l’Ave Maria. Egli veniva disprezzato per la sua ignoranza, ma quando morí dalla sua bocca uscirono cinque rose in onore delle cinque lettere del nome di Maria: si mostrò cosí la sua santità.

Dopo aver sentito questo racconto, accadde che Barnaba non si lamentava piú. Il mattino correva felice alla cappella e vi rimaneva un’ora da solo. Vi ritornava dopo mangiato, badando che la cappella fosse deserta, e vi passava molta parte del tempo che gli altri monaci consacravano alle arti. Una condotta cosí strana risvegliò la curiosità dei monaci. Nella comunità ci si chiedeva perché fra Barnaba si segregasse cosí frequentemente dagli altri. Il priore, che ha il compito di nulla ignorare sulla condotta dei religiosi, prese la decisione di spiare Barnaba durante le sue solitudini.

Un giorno che quegli era chiuso, secondo il solito, in cappella, il priore, accompagnato da due anziani del monastero, andò a spiare, attraverso le fessure della porta, quello che succedeva nell’interno. Vide Barnaba che, davanti all’altare della Madonna, testa in basso e piedi in alto, faceva il giocoliere con sei palle di rame e dodici coltelli. Eseguiva, in onore della santa Madre di Dio, i numeri che gli avevano fruttato le lodi maggiori. Non comprendendo che quest’uomo semplice metteva cosí talento e sapere a servizio della Madonna, i due anziani gridarono al sacrilegio. Il priore sapeva che Barnaba aveva l’anima innocente, ma lo credette impazzito. Si preparavano tutti e tre a portarlo via dalla cappella con la forza, quando videro che la Santa Vergine scendeva i gradini dell’altare e asciugava, con un lembo del manto azzurro, il sudore grondante dalla fronte del suo giocoliere.

Allora il priore, prosternando il viso contro la pietra, recitò queste parole:

«Beati i semplici, poiché essi vedranno Dio!»

«Amen!» risposero gli anziani, baciando la terra.

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Anatole France

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per gentile concessione de
www.larchetipo.com/1998/mar98/racconto.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO

QUASI UN TESTAMENTO

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Sono stanco. Di che? Di battere e ribattere all’infinito lo stesso chiodo. Su cosa? La risposta è facile: sulla concentrazione.

Essa non è il “controllo del pensiero”, e già questa distinzione sembra non entrare in tante anime.

Se aggiungo a ciò quella che sembra diventata una eresia – che dovrei stampare in maiuscolo – ossia che la concentrazione è la disciplina che va su diritta dal fondamento del pensiero comune sino allo scopo più elevato raggiungibile per l’uomo contemporaneo e che, addirittura, l’alternativa è inesistente, o almeno c’è il rischio di retrocessione per l’umano, trovo una quasi perfetta muraglia di neo primitivi, talvolta di buona cultura o docenti universitari (di cui scrive preveggentemente Massimo Scaligero) a cui è sufficiente sentire cose splendide.

Come per ogni anima primitiva, questa razza trova ad ogni piè sospinto, idoli da adorare, sperando che tali figure protomosaiche permettano l’attraversamento del proprio mar rosso.

Detto questo, osservo in me, viaggiando a ritroso nel tempo, molti errori tra cui, forse il più importante è stato il trascinare avanti delle cose che ebbero una funzione quando, sostenuto da entusiasmo e da indicazioni di Scaligero, mi posi come punto di riferimento per dare forma operativa a quello che divenne il “gruppo di Trieste”.

Scaligero, bontà sua, mi scrisse che considerava questo come qualcosa di “importanza europea” e, vista la nostra naturale litigiosità tematica, non economizzava su consigli umanamente difficili, orientati almeno sulla “concordia discors”.

Parecchi anni dopo – brutta cosa l’invidia – si formò un secondo gruppo, dipendente dal fiume in piena che Romolo Benvenuti stava diventando, gruppo labile e dipendente dall’emotività dell’oratore e dai continui riferimenti ai segreti segretissimi che avrebbe – prima o poi – rivelato. Ci andai e rammento l’imbarazzo che provai per il povero Romolo, che conoscevo dai tempi del Novalis, quando con fluida sobrietà illustrava agli ascoltatori le cosmiche metamorfosi degli stati preterrestri.

Altra delusione mi arrivò dalla signora Benvenuti, anch’essa conosciuta, positivamente, ben prima della dipartita di Scaligero.

Nell’ultimo colloquio che ebbi con lei – civile e cortese – la comunicatività era allo zero, anzi ebbi l’impressione d’avere di fronte una persona chiusa e guardinga.

Avrei potuto sbagliarmi, per ragioni di autocritica, ma poi ciò mi fu confermato da altre quattro persone, assai diverse e con diverse sensibilità. Ciò senza mettere nel conto l’esperienza di altri conoscenti che, riportando fiduciosamente alla autorità della signora, evidenti errori apparsi sugli editoriali della Rivista che, a torto, mezza Italia considerava di tutti i discepoli di Scaligero, si rivelò, a prescindere dalla realtà e dalla logica talmente “cosa loro” che, in breve i colloqui (ed il bon ton), iniziati nella fiducia e nel rispetto degenerarono in alte grida – urla – e accuse da ambo le parti.

Raro – sbalorditivo – esempio di faziosità e pregiudiziale difesa verso i predoni dei documenti di Scaligero, cecità di “gestione” di casi umani (vi ricordate della tragedia di Elettra?) e scorrettezze nei confronti del cugino erano fatti certi che chiusero questa pagina.

Certo, a Roma ricordo figure adamantine, come, ad esempio, Amleto Scabelloni e Alfredo Rubino. Ma Amleto non si pose mai come guida e, ragionevolmente Alfredo, come un mite ma incrollabile Arjuna, svolse per il resto della vita, con amore e rigore, la missione di ricordare la Via del Pensiero.

In ciò Massimo era ed è presente: cinquemila pagine in ventotto libri: “Non v’è stato nostro libro che non sia stato scritto in funzione della Via del Pensiero”.

Questo, a mio parere – intendo lo studio attivo delle sue opere – che giunge a gradi illuminativi e va oltre, incontrando il vivente del suo pensiero in univoca attività, credo sia stato seguito da pochissimi, suppongo assai poco nelle conventicole che si formarono.

Inutile indorare la pillola: chi si pose come “continuatore”, un po’ qua e un po’ là, usurpò semplicemente uno “status” impossibile, mai trasmesso né in verticale né in orizzontale. Tentazioni (in parte soddisfatte) che mai passarono per le anime migliori.

Del resto, pure a Dornach, tempo prima della prematura scomparsa del Dottore, il sig. Steffen era stato forse un malvivente?

Poi, lo scrivo serenamente, per tanti decise il karma personale.

Sembra ci sia interesse a mostrare come i “poveri ragazzi” si raccolsero intorno a Mimma…mentre si tace dei tanti che se ne andarono portando con sé il Pensiero di Massimo Scaligero e che non tornarono tra le rovine.

Se, misurandosi col proprio animo, i miei svariati detrattori, giudicheranno come ignobili contraffazioni quanto ho detto, nemmeno immaginano quale sia il livello di distacco e disinteresse da cui scrivo. Del resto sono tante le persone che possono confermare le poche cose che ho riassunto.

Il senso di questa nota non si ferma al passato (sebbene il passato sia attivo anche ora, nel presente).

Vorrei riportare qui una minima parte di una lettera a cui villanamente non ho ancora risposto a causa del mio stato di salute.

Non vedo l’interlocutore da secoli e, in parte, conosco il suo eclettismo. Credo abbia percorso molte vie. Ciò nonostante egli scrive: “… mai, lo affermo con forza e convinzione, ho potuto trovare qualcosa che si avvicini, anche lontanamente, per potenza, intensità, elevazione, luminosità, alla Concentrazione correttamente eseguita (Massimo a parer mio soprattutto nel “Manuale” è chiarissimo) ed è giusto quanto tu affermi (ma lo affermava anche il Nostro Maestro) Essa dovrebbe iniziare proprio laddove si presuppone che essa finisca!…”

In una condizione intermedia – non voluta – in cui possedevo di mio solo la coscienza, ho contemplato più volte i pensieri del mio interlocutore, in cui si riaffacciavano non lodi o esperienze ma il concetto, assai semplice, espresso in parentesi: “Massimo a parer mio soprattutto nel Manuale è chiarissimo”.

Era divenuto il nucleo, a cui lentamente ogni altro concetto si collegava. Così, in trasparente sintesi, vedevo molte cose, tra le quali il mio errore di portare avanti per una infinità di decenni le mie goffe difese e spiegazioni nei confronti del filo aureo e originale che Scaligero ci ha per lungo tempo donato.

E’ vero: il Manuale (e non solo) è chiarissimo…purché ci sia volontà di comprendere oltre la propria caratterologia o, viceversa proprio non si voglia per strani interessi che, nel tempo, mi vennero riferiti e che non desidero neppure considerare.

No, cari amici, bene che vada credo almeno ingenuo, nella Scienza Sacra, difendere da sotto ciò che sta sopra. E, da questo punto di vista, mi scuso con tutti voi e mi ritiro.

Il Pensiero di Massimo incontra individualmente teste e cuori e come e quando lo decide Lui. Il resto è raglio asinino che fomenta ridicole scaramucce tra comparse.

Sono affezionato ad Eco, per cui la mia presenza non mancherà, ma in maniera diversa, così (forse) farò contenti anche i…santi.

Statemi bene.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RISORGERE

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L’Azione Interiore è il semplice, immenso compito di questa epoca.

Il ruolo che la Scienza dello Spirito ha rivelato all’uomo, se da una parte ha stimolato in lui da principio un sentimento di gioia e libertà, dall’altra alimenta l’antica ansia e timore nei confronti dello sconosciuto e dell’Assoluto. Questo non per  colpa umana ma in virtù della malattia animica allorquando l’uomo è chiamato in prima fase operativa dell’attuale epoca, a riconsiderare il suo “sentire” per riscattarlo e renderlo mediatore lungo il periglioso viaggio verso l’autocoscienza. Ed è proprio in questo stesso disorientamento la chiave di volta, dove cercare il terreno mancante per poggiare e percorrere i primi passi verso la conquista del Mistero dell’Archetipo umano.

Questo disorientamento ha generato il grande malinteso nell’ uomo che, autoaccusandosi di aridità di cuore proprio in questa epoca in cui la deificazione del materialismo ha afferrato tutti i possibili risvolti umani, si dirige – per cercare un contrappeso e una salvazione – verso un opposto spiritualismo il quale però, beffardamente, allontana l’uomo da coLui che unicamente può agire per riequilibrare e operare verso la Meta: il suo Io.

Mancando l’Io, l’uomo sarà assente proprio quando e là dove egli è chiamato a essere il protagonista per la realizzazione dell’Amore, il protagonista del suo incontro e unione col Cristo.
L’ansia e il timore lo portano a considerare solo la meta, a porre in ultimo piano tutto il resto e quindi poi a non ottemperare le fasi intermedie necessarie da percorrere, a partire dalla prima, quella del pensare riflesso o caduto: la perfezione spirituale rimane un miraggio, mutilata e ammalata nel suo volere e nel suo sentire, privati questi dell’Azione della Luce, per credere luce vera il suo riflesso.

Sulla carta, lo scienziato spirituale ha tutto il sapere ma non riesce a farne operativamente il suo affanno quotidiano, in questo rendendo palese anche la malattia del volere.
Dunque l’atteggiamento spiritualista vorrebbe accecare l’ineluttabilità della missione terrena e quello materialista vorrebbe annullare e sostituirsi al nostro impulso verso il ricongiungimento col Divino.

Le indicazioni di Rudolf Steiner arrivano a stimolare l’uomo, arrestatosi nel suo realismo ingenuo e nella sua fede antica da prendere a scatola chiusa, consegnando nelle sue mani la speranza concreta della conquista dell’Immortalità. L’uomo però permane ancora nello stupore e incantamento della rivelazione e non riesce ad attivare il suo Io, credendolo solo un soggetto ricevente, impossibilitato quindi ad essere l’azionatore del suo venire a Essere e divenire. Tutto il comune sentire e tutto il comune volere non faranno però aumentare di un passo il compito dell’Io, perchè quelli sognanti e profondamente addormentati, cavalli privi del proprio auriga, il quale solo può tenerli sulla giusta Via.

L’uomo crede ancora che il suo Io sia l’attore su una scena al di fuori di lui, in un sogno dove, eroe al suo posto, vince le battaglie, si immola alla causa, e si dirige verso il lieto fine, ciò credendo bastante alla realizzazione del sogno: ma il misticismo era giusto ieri e l’amore del Padre provvede all’armonia dei corpi nel sonno e dopo la morte… Ora il cordone ombelicale con i mondi spirituali sappiamo che si è reciso, per permettere all’uomo l’esercizio della sua autocoscienza nella sua vita di veglia.

La possibilità che nella parte dell’uomo deputata al pensare, dove si è potenzialmente possibilitati, al contrario delle altre due, a esercitare una azione cosciente, perchè si è svegli, è la grande indicazione che ci consegna il Maestro dei Nuovi Tempi. Spetta all’uomo agire per rendere il suo pensiero puro: liberarlo dai sensi è facoltà di ogni uomo, nessun Maestro può farlo per nostro conto.
Col volere volto a questa nobile attività sarà possibile riscattare il sentire e restituire all’uomo il suo cuore nuovo.

La purezza del pensiero non è infantile divieto di avere pensieri impuri, bensì volontà ferrea e dedita esclusivamente alla contemplazione della sua purezza, ossia continuità di dedizione e devozione nella permanenza di ciò che la grazia ci ha donato al fine di operare insieme alle gerarchie nella vita dell’universo; dedizione e devozione nei confronti di quell’Indicibile e potenziale percepibile Verità che si è offerta all’umanità per la sua redenzione. Il germe dell’Io è posto in noi affinchè si attivi nel sentire e nel volere e non perchè dorma in essi e possa essere pasto delle fiere in agguato.

L’azione vera è quella dell’Io per l’Io, ciò che solo può generare e creare il buono, il giusto e il bello in questa epoca attuale dell’uomo: l’estrinsecazione e controparte visibile della sua germinale azione interiore. Esautorato l’Io, o rinunciando all’investitura, qualsiasi grazia divina e risveglio spontaneo, che permettono momentaneamente una visione e percezione del Divino, non renderanno l’uomo esente oppure Angelo della Decima gerarchia ad Honorem.

Il risveglio da quella che può essere chiamata una sorta di paralisi – perchè ci vediamo in un sogno lucido liberi e combattivi ma in verità non ci destiamo mai – è possibile solo per l’azione del pensiero redento, reso puro dall’ascesi e possibilitato così a reintegrare l’anima nostra nel suo ruolo di accoglienza dell’Io che così, nel suo regno del Cuore ora illuminato, potrà, insieme al suo Creatore, partecipare del Pensare universale.

Guardare troppo lontano ci cancella l’opera presente e rende scoraggiati di fronte alla grandezza della meta. Il nostro continuo fallire e cadere lungo la strada alla fine ci rende privi anche di quell’impulso genuino, ma fondato sul senziente, proprio perchè ignaro o omissivo nel suo ricongiungimento al pensiero puro. Presto la freddezza e l’indifferenza (a causa delle delusioni, per aver attinto solo ai sentimenti genuini ma spurghi della loro origine) prenderanno il posto dell’entusiasmo infantile e impetuoso, cambiando l’esuberante giovane anima in larva umana pigramente immersa nella sub natura: anche i regni della natura in questa maniera sono al di sopra dell’uomo, almeno essi “sono” ferrei e ligi al loro finalismo.

Questo potrebbe essere il destino del volere, per ignorare –  l’uomo – il ruolo della sua “terrestrità “, della sua mineralità (imprigionanti la forza della Folgore), passaggio cruciale di questa epoca, per ignorare il riscatto dell’anima attraverso l’esercizio del pensare puro e il giusto travaso della generata forza nell’azione nel mondo.

La vera umilà non consiste unicamente nel riconoscersi quali si è, ossia limitati nell’umano e quindi imperfetti; la vera umiltà è nel riconoscimento della possibilità di intraprendere il primo passo, compito dell’attuale epoca, ossia la penetrazione “nel cuore delle tenebre” per trovarvi il Suo Splendore, la vera Luce capace di risolvere l’eterno vizio dipendente dell’uomo, la dualità, perchè solo la Luce può illuminare e indicare il proprio cammino del Cuore.

Aggiungere al proprio anelito anche la rinuncia della brama del risultato, e tutto investire nella donazione di sè per voler “essere” un tutto dedito al divino è realizzare anche la perfetta umiltà.
E’ lasciarsi toccare e investire, pur non essendone degni, di quel divino e vero amore che attraverso il nostro farci strumento può realizzare il Cristo in noi.

Una madre di fronte alla presa di coscienza della sua maternità, davanti alla visione di suo figlio, è completamente invasa dall’amore e dalla dedizione assoluta, dalla meraviglia per questo grande mistero che si compie per suo tramite e la sua sarà una adorazione continua di questo grande dono.

Tutto il resto sarà frutto di quest’amore: una madre non sentirà mai la fatica per immolarsi, piuttosto parteciperà di tutti i dolori e offrirà la sua sofferenza e tutta sè stessa solo per la felicità e il bene del figlio.
Questo amore sorge per la sua maternità, all’arrivo del figlio, alla presa di coscienza di questo grande evento.

Se potessimo iniziare da qui, ora che siamo adulti e pronti per l’Io – come la venuta del Cristo è venuto a testimoniarci – senza sognare più quei miti, com’era giusto da bambini, e vederci solo vincitori e premiati senza ancora nemmeno essere giunti a vedere il campo di battaglia! Se potessimo umilmente volgerci indietro e poi comprendere che bisogna ricominciare e andare avanti, ma questa volta presenti e autori del divenire umano, questo ci porterebbe davvero a riconoscere la terra nella sua sacralità intrisa del sangue del Cristo, che attende proprio l’Uomo vero che la ricrei riconoscendola parte ineluttabile del suo destino. Questo sarebbe davvero riconoscere il Cristo e la sua venuta e mutare il sentimento religioso in reale amore.

Perciò il Centro è la via, nella nostra croce: nelle tenebre della nostra interiorità possiamo scoprire lo splendore della Luce per incontrare lo splendore del Logos Divino, come è venuto a dimostrarci incarnandosi, morendo per noi e rimanendo con noi tutti i giorni, nel “cuore della Terra”, nelle tenebre del nostro cuore, per risorgere di nuovo insieme all’Uomo.

Ave verum Corpus
natum de Maria Virgine,
vere passum, immolatum
in cruce pro homine.

Cujus latus perforatum
unda fluxit et sanguine,
esto nobis praegustatum
in mortis examine.

Ave, o vero corpo,
nato da Maria Vergine,
che veramente patì e fu immolato
sulla croce per l’uomo,

dal cui fianco squarciato
sgorgarono acqua e sangue:
fa’ che noi possiamo gustarti
nella prova suprema della morte.

.

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PLENILUNIO DI PASQUA

 plenilunio di Pasqua

.

*

Antifona di Resurrezione

annunzia la luna

in tutta la sua forma

e il suo volume.

 

Occorre che tu sappia,

o morte,

che questa luce dilatata

effonde sul creato

una pioggia di alleluia.

 

Si schiuderà stanotte

la pietra inamovibile.

 

Dal vuoto sepolcro

si leveranno voli di colombe.

 

E Angeli, Angeli, annunzieranno

che il soave Cristo è Risorto.

.

.

(Anna Marinelli)

 

ARTE, PASQUA, POESIA

VERITA’ E ILLUSIONE NELLA PRATICA INTERIORE

rudolf_steiner

Nelle mie ore di notturna insonnia, pervase di dolcissima malinconia, mi do talvolta a peregrinare nell’infida palude della telematica rete, ove è possibile rinvenire di tutto, di più e di ogni. E non è che quel che si rinviene in rete sia sempre – anzi quasi mai – cosa da infonder nel cuore letizia e giubilo. Per quanto, poi, uno ritenga di aver raggiunto il punto di non doversi oramai stupire più di nulla, e pensi che si sia già da tempo toccato il fondo, succede poi che ci si vada a scontrare con novità che lasciano trasecolati e senza fiato. Soprattutto ci si rende amaramente conto, una volta di più, che invero non vi è mai fine al peggio.

Capita di leggere – ed anche se è ogni volta sempre la stessa solfa, ogni volta mi stupisco – da parte di coloro che vorrebbero indirizzare i cercatori della Via dello Spirito ad una più «umana» (anche troppo umana, se è per questo) «via dell’anima», che vogliano distoglierli da una «pericolosissima», ancorché nobile, Via del Pensiero, la quale – negli ultimi mesi, secondo il volgarissimo costume yankee oramai ovunque invalso, ce l’hanno petulantemente ripetuto in tutte le salse in blog, in social network e in talk-shows – può facilmente trasformarsi in una «via del sublime egoismo». Perché mai rischiare di diventare «sublimemente egoisti», osando percorrere temerariamente una Via dello Spirito, quando è possibile procedere, comodamente e con tutti i comfort, lungo una via dell’anima che – a loro dire – col tempo e con la paglia, mercè i quali sulle nostre balze appenniniche maturan le sorbe ed eziandio la canaglia, farebbe sì che si perverrebbe felicemente all’esperienza spirituale? Una sì mirabile «via sostituita» – surrettiziamente sostituita – viene illustrata con tutti i «morbidi» artifici retorici, che edificano, commuovono e consolano i cuori delle anime belle, e rassicurano gli imbelli, i pigri e i vili. Ma si tratta di una volgarissima, ancorché abilissima, truffa.

Non si dice che il pericolo vero, il pericolo assolutamente concreto,  non è quello di diventare, attraverso una intensa e fervida pratica della Via del Pensiero «sublimemente egoisti», bensì –  per coloro che evitano l’impegno risoluto nella pratica della Concentrazione e cercano comode «alternative» alla asciutta rudezza della Via del Pensiero – quello di non cessare di essere volgarmente o sentimentalmente egoisti, per il fatto che si continua beatamente a rimanere impastati nel fango di una natura inferiore, dalla quale non si esce di certo con le edificanti e morbide consolazioni di una pretesa via dell’anima. Semmai è osando, audacemente osando, percorrere la Via dello Spirito – il quale è un «fuoco che consuma», che «arde», «dissolve» ed «estingue» la natura inferiore – che si cessa di essere volgarmente o intellettualmente o sentimentalmente esseri egoici. Anzi si può dire che scopo precipuo delle suddette comode e «umane» – invero sin troppo umane – vie dell’anima, sia proprio quello di illudere il cercatore circa un conseguimento spirituale attraverso l’anima, e non attraverso l’energica, e audace, azione dello Spirito su se stesso.

Oggi vi è una profusione di proposte estremamente allettanti per l’ego. Vi sono le vie dell’azione dell’anima sul corpo, quelle dell’azione del corpo sull’anima, le vie dell’azione dell’anima sull’anima (col potenziare e sublimare emozioni ed istinti, che nell’uomo attuale sono sin troppo potenti), le vie intellettuali nelle quali ci si infarcisce di disseccata erudizione, le vie magiche, quelle mistiche, e quelle che fanno un fritto misto – totani, calamari e gamberi, direbbe il mio ottimo amico C. – di tutte le precedenti. Così il ricercatore, sincero ma eccessivamente fiducioso e ingenuo – viene prima avviato su un binario di scambio, poi di lì su un binario morto sul quale, una volta staccata la locomotiva,  potrà indefinitamente stazionare. In attesa dell’arrivo degli Apaches Chiricahuas che faran di loro scempio, direbbe sempre umoristicamente il mio ottimo amico C.  Viene data l’illusione di fare qualcosa di spirituale attraverso l’anima, mentre in realtà si procede alla inavvertita paralisi delle forze spirituali. E si arriva sino alla denigrazione dell’Ascesi del Pensiero, alla derisione e alla diffamazione degli animosi e appassionati praticanti della medesima.

Il grande Johann Gottlieb Fichte – che ho avuto il dispiacere, mesi fa, di vedere ingiustamente infamato online da chi del suo pensiero evidentemente poco conosceva e nulla capiva – sosteneva che «è più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna, piuttosto un vivente Io che pensa». E, purtroppo, accade di avere sempre nuove conferme di una tale sconfortante diagnosi del grande filosofo dell’idealismo dell’Io trascendentale.

Capita così di leggere – nelle su riferite melanconiche ore di dolcissima insonnia – che vi è chi sostiene che si illuderebbe assai chi pensasse che a qualcosa servirebbe fare – che so – per esempio dieci concentrazioni al giorno, come si ostina invece da sempre a sostenere instancabilmente  – ringhiando e ululando – un marimontano lupaccio tergestino, mio caro amico (tra lupi, diversamente che tra cristiani, ci si vuole bene…). Perché dunque darsi pena di fare così tante faticose concentrazioni, quando ne basterebbe giusto una di un cinque minuti, ma anche meno, di una qualche intensità, accompagnata dalla pigra lettura di una mezza paginetta di Filosofia della libertà? E così facendo e procedendo – oh stupore, oh meraviglia! – si giungerebbe in presenza delle celesti Intelligenze delle Gerarchie. Naturalmente – anche questo viene abilmente sostenuto – l’Iniziazione verrebbe dalle prove della vita, intelligentemente e impavidamente affrontate. A me – malfidato lupaccio appenninico – risulterebbe invece che, a chi non pensa, le esperienze della vita con le sue «prove» (impavidamente affrontate, naturalmente…) non insegnino proprio un bel niente, e che per quanto si proceda a ripetute bastonature di un asino, non per questo esso cresce in sapienza. L’esperienza, di per sé, non insegna nulla a nessuno, così come nulla insegnano di per sé gli accadimenti nello scenario dell’anima.

L’uomo è un Io, che ha un’anima, in un corpo. Quindi l’essere umano, così come non è un corpo, neppure è un’anima. L’uomo può e deve conoscere e afferrarsi come Io nell’Io, il quale non è un pezzo di lava sulla Luna, bensì la stessa concretezza dell’essere. Perché l’essere è atto, non fatto. E l’Io è in quanto compie l’atto di essere, perché questo atto non è che si compia da solo, impersonalmente, come il variare del tempo meteorologico nella attuale  materialistica scienza della natura. E l’Io è, veramente è, quando compie l’atto di essere. Massimo Scaligero affermava spesso aforisticamente che «non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io». Cioè all’Io non è sufficiente il mero esistere, in quanto l’Io non è un oggetto, una mera cosa, una cosa fra le cose. L’Io è soggetto: soggetto agente, e non – come l’anima – un oggetto passivamente paziente. E l’Io è attivo nel pensare volitivo, non  nel sentire, il quale è oggetto di conoscenza: non conoscenza esso stesso. Nulla è meno ingannevole del sentire non penetrato dal pensare attivo. Il pensare può attivamente afferrare e conoscere la propria stessa attività pensante, e può attivamente afferrare e conoscere la passività del sentire. Mentre il sentire non può conoscere né afferrare se stesso, così come l’anima – della quale il sentire è parte – non può conoscere se stessa.

L’Io nella passiva identificazione con l’anima, non conosce, perché si conosce unicamente ciò che è possibile porsi di fronte obbiettivamente come oggetto di conoscenza, non ciò che involgendoci in una passiva e sognante immedesimazione, ci porta ad uno stato di alienazione nel quale l’Io smarrisce il potere di identità con sé. Per questo le «esperienze» della vita, che possono essere oggetto di conoscenza per il pensare, di per sé nulla insegnano a chi non pensa: perché sono conosciute, o possibile oggetto di conoscenza, non conoscenza esse stesse. Il Maestro dei Nuovi Tempi così ammonisce nella sua  Filosofia della libertà: «Con quale diritto considerate voi il mondo completo senza il pensare?». Ugualmente si potrebbe chiedere: con quale diritto venga considerata realtà l’esperienza, senza un Io sveglio e attivo che compenetra l’esperienza con l’attività pensante, che è tutt’altro che pervadere l’esperienza stessa con la passività senziente, il che è l’equivoco fondamentale delle comode vie dell’anima, la quale vorrebbe passivamente sentire, quel che invece l’Io deve volitivamente conoscere.

Un’ esperienza, o le prove della vita, o le «prove» dell’Iniziazione, significano e ed agiscono diversamente a seconda dello stato di coscienza dello sperimentatore, perché sperimentare di per sé non vuol dire conoscere. Così come il calore agendo – è un’immagine tratta dalla sapienza ermetica – scioglie la cera ma indurisce l’uovo. Ed è un allusivo ed antico adagio etrusco quello che, parlando di talune inintelligenti teste, afferma che «l’òva più tu le còci, e più le rassodano!» e, nel medesimo eloquente spirito circa l’«utilità» purificatrice delle esperienze per le suddette inintelligenti e pigre teste, un altro adagio etrusco ribadisce che «a lavar le teste a ll’asini, ci si rimette i’ ranno e i’ sapone!».

Può darsi che l’Ascesi del Pensiero sia per molti dura e faticosa, o non si dimostri suadente e allettante per l’inferiore natura, la quale non ama affatto essere disturbata nel suo torpido sonno. Può darsi che la Via dell’Io spaventi molti, o che questi non la trovino gradevole o consolante, e che di conseguenza, per una sorta di «invidia metafisica», vorrebbero che quel che loro non possono, o non vogliono, realizzare, neanche altri devono osare realizzare, o anche solo tentare di realizzare. Per cui dichiarano essere l’Ascesi del Pensiero una via astratta, e per chi percorra le vie dell’anima, tutto sommato inutile, perché le esperienze della vita sono alla bisogna più che sufficienti. Questa ingenerosa e plebea pretesa è tipica della ottusa pavidità piccolo borghese. Solo le parole che Fichte pose a conclusione della sua Premessa a La missione del dotto sono, a mio parere, adeguata ed eloquente risposta:

«Mentre nell’ambito dell’esperienza comune si pensa oggigiorno forse più ampiamente e rettamente di prima, la maggior parte della gente perde completamente la strada e diventa cieca non appena debba salire anche solo di una spanna al di sopra di quel piano. E se è impossibile di riaccendere in questi tali la scintilla geniale ormai spenta, è bene lasciarli tranquillamente nella loro cerchia, dove sono utili e necessari, e dove hanno pure il loro valore. Quando tuttavia essi si mettano a pretendere di ridurre alla loro misura tutto ciò che non riescono a raggiungere, e se per esempio esigano che ogni cosa che si stampa debba avere il carattere del libro di cucina o dell’abaco o del regolamento di servizio, e considerino privo di utilità tutto ciò che non può essere impiegato in tale maniera, allora essi hanno completamente torto. 

Che gli ideali non siano materia corrente e dimostrabile nel mondo dei fatti lo sappiamo anche noi come loro, se non forse meglio.  Riteniamo tuttavia che il mondo dei fatti debba venir giudicato sul metro degli ideali, e corrispondentemente modificato da coloro che sentono in sé la forza di farlo. Posto che essi di ciò non possano convincersi, perderanno comunque poco di ciò che sono, e l’umanità ancor meno. Dimostreranno in tal modo soltanto che la nobilitazione dell’umanità non dipende da loro. Questa continuerà a procedere per la una via, quanto ad essi, voglia la benevola natura guidarli, dar loro ogni volta a tempo debito la pioggia e il sereno, e concedere loro un buon cibo e una tranquilla circolazione degli umori, nonché saggi pensieri!».

Oggi la confusione delle lingue è grande, quindi giova ricordare agl’immemori alcune verità scomode per i pigri, spiacevoli per le ingenue anime belle che si pascono di sentimentali illusioni, e odiose per i mistificatori spirituali. Massimo Scaligero ha parole dure nei confronti di talune forme decadenti di spiritualità, che sempre di nuovo vengono riproposte da fonti interessate, per intorbidare, inquinare, avvelenare le acque della Sapienza Celeste. Per esempio, a p. 60 di Lotta di classe e karma, così scrive:

«Tra le forme del ripullulare di impulsi morti dello Spirito, riattizzati dalle forze avverse alla presenza attuale dello Spirito nella vicenda terrestre, va indicato il sedicente Esoterismo Cristiano, rifacentesi alla Kabbala, all’Esichasmo, al Martinismo e a residui gnostici: il cui còmpito è distogliere l’attuale ricercatore dal contenuto vivente del Cristianesimo, ossia dall’esperienza consapevole del Logos, qale è richiesta dalla struttura attuale del suo conoscere. Il fine è far ignorare lo Spirito dove direttamente si esprime nella coscienza, come moto interiore del conoscere, onde divenga impossibile riferire l’attività della coscienza razionale alla sua scaturigine, ossia al potere del Logos. Priva di tale riferimento, l’attività razionale viene di continuo alterata e tradotta in una produzione demonica, il contenuto della presente civiltà. In verità, il Materialismo si alimenta delle forze che il malaticcio Spiritualismo riesce a corrompere, assumendo come spirituali le soggettive sensazioni mistiche emotive e dello Yoga, ignorando la vera attività libera dal corpo e perciò capace di dominare il corpo, di lasciar agire in purezza le potenze del corpo: questa attività è il pensiero nel momento che precede il suo riflettersi, il momento intemporale del Logos».

Più oltre, Massimo Scaligero, ritorna sul tema alle pp. 132-133 dello stesso libro:

«Nel mondo moderno, si possono riconoscere tre correnti di cultura che parimenti hanno impedito la conoscenza della trama sovrasensibile della vicenda umana, acciocché l’uomo non uscisse dal guscio decrepito dell’antico mondo: il Materialismo, il Cattolicesimo, il falso Esoterismo: tre forze che alla sperficie sembrano tra loro avverse, ma in profondità perseguono lo stesso fine: impedire la nascita dell’autocoscienza con l’impedire la conoscenza del karma, togliere all’uomo la possibilità della correlazione consapevole con lo Spirito: con le forze che urgono dal mondo prenatale e tramano gli eventi della sua esistenza.

Che la correlazione sia riconosciuta da minoranze spirituali sconosciute e da isolati individui liberi, è indubbiamente positivo, ma va sottolineato che l’epoca attuale, come epoca dell’anima cosciente, è quella in cui una simile conoscenza dovrebbe entrare nella cultura, sì da operare come forza di consapevolezza della Società. I problemi dell’epoca lo esigono».

Infine, con parole ancora più dure, Massimo Scaligero affronta il problema della distruttività del falso esoterismo, scrivendo a p. 163:

«Dal procedimento di una tale regressione verso l’anima di gruppo animale e della importanza della conoscenza del karma, l’uomo di questo tempo non viene certo avvertito dall’Esoterismo eccentrico e tradizionalista, il cui còmpito è impedirgli di comprendere come lo Spirito possa essere ricongiunto con i problemi concreti della civiltà: evitargli la via della conoscenza, mediante un potere di persuasione indubbiamente giustificato dall’apparato dottrinario. Non v’è ricercatore del presente tempo, che non assuma la sua responsabilità, allorché dà credito a taluni maestri innegabilmente provveduti di dialettismo esoterico, o a taluni altri rimasticatori delle loro dottrine eppur presumenti essere portatori di misteriosi filoni della Gnosi: dietro la cui parvenza di conoscenza ermetico-alchemica, non si coglie per ultimo se non un’arte della giaculatoria e della mistica inerzia. Oggi, gli ingenui o i pigri non dovrebbero dimenticare che l’errore non è quello patente o definibile, ma quello che incede nascosto in un sistema di verità: questo sistema di verità è in definitiva inservibile, perché ha soltanto lo scopo di avallare la non-verità che vi è immessa».

La pavidità di fronte alla richiesta radicale dello Spirito di donarsi con tutto se stessi – in libertà e per amore – alla Via del Pensiero Vivente, la fiacchezza della volontà, l’ingenuità e la sentimentalità facilmente aprono il varco ad irretimenti in situazioni nelle quali si smarrisce il retto sentiero, e talvolta si cade preda di Forze Avverse. Le quali il più delle volte hanno facile giuoco del poco consapevole essere umano, e con grande disinvoltura si servono persino dei suoi più nobili e legittimi sentimenti, come di ogni altra sua debolezza del resto, per portarlo a sicura perdizione. Un altro adagio, con i tipici anacoluti del loro vetusto parlare, dei sapientissimi Etruschi afferma, che «chi si fa pecora, viene il lupo e se lo mangia», e aggiungevano che «per i bischeri non c’è paradiso».

Per illustrare più precisamente a quali incresciose situazioni può indurre la gioconda spensieratezza del poco consapevole discepolo dello Spirito, e quali spregiudicati mezzi adoperino le Forze Avverse per portare a perdizione l’essere umano, è bene riportare quanto dice Rudolf Steiner in una conferenza, non tradotta in italiano, tenuta a Berlino il 4 aprile 1916, ove il Dottore parla degli abusi che vengono compiuti in varie Fratellanze ed Ordini Occulti, con la presentazione ai cercatori spirituali, in forma fascinosa e accattivante, di contenuti simbolici e dottrinali nei quali verità e menzogna sono abilmente intessuti:

«Sotto molti aspetti lo scandalo più inaudito è avvenuto in Francia, per quel che riguarda questa letteratura occulta, da parte di Eliphas Levi, i cui libri: Dogma e Rituale dell’Alta Magia e La Chiave dei Grandi Misteri contengono certe grandi verità a lato di errori estremamente pericolosi, ma presentate in maniera tale che non le si possa seguire con l’intelligenza, come la nostra Scienza dello Spirito, bensì simbolicamente. Leggete Eliphas Levi! Ora voi potete farlo senza pericolo, poiché siete sufficientemente preparati. Leggete, dunque, questo primo libro, Dogma e Rituale dell’Alta Magia, e vedrete che il metodo del simbolismo in esso è diverso. Sì, insegnare unicamente mediante simboli è, se lo si vuole, avere gli uditori in mano, per realizzare ciò per cui si ha bisogno di loro, ciò per cui li si vuole utilizzare.

Dopo Eliphas Levi, fu ancora peggio col Dottor Encausse, alias Papus, il quale ebbe una influenza così distruttiva, così nefasta, alla corte di S.Pietroburgo ove egli ritornò sempre per decine d’anno per giocarvi un ruolo politico funesto. Papus reca all’umanità, in maniera estremamente pericolosa, certi segreti occulti, e coloro che sono sotto la sua influenza si aggrappano con un fanatismo d’acciaio a tutto quello che Papus dà loro. Non si tratta di contraddire Papus, giacché per paradossale che sia, ed è la cosa peggiore, vi sono in lui molte cose giuste. È la maniera in cui queste vengono comunicate che è eccessivamente pericolosa. Queste cose instillano, goccia a goccia,  nelle anime deboli ciò che si trova nei libri di Papus, dunque le preparano al sonno totale del loro pensiero e della loro ragione, allo scopo di utilizzarle secondo i bisogni. Questo tipo di uomo ha ora una certa influenza. Chi si è accostato ed ha avuto l’occasione di conoscere questi fatti, sa che Papus gode ovunque di una grande influenza. Ho potuto seguire questa influenza in Boemia, in Austria, in Germania ove essa è minore, tuttavia esiste. È soprattutto in Russia che essa fu immensa e conquistata grazie ad una certa disonestà legata all’insieme della cosa.

Vedete, l’insegnamento di Jakob Boehme, del quale abbiamo parlato spesso, venne introdotto in Francia dal «Filosofo Sconosciuto», che era Louis-Claude de Saint-Martin, e reso in una lingua elegantissima, cosicché questo insegnamento di Jakob Boehme venne ritradotto in tedesco a partire dall’opera di Saint-Martin, e fu allora molto più leggibile. Si sa che i testi di Jakob Boehme sono quasi illeggibili. […]

Dicevo che, per il fatto che con la propaganda fatta attorno alla corrente spirituale di Encausse-Papus, sorse una impostura, giacché esistono persone che chiamano se stessi «Martinisti», è necessario proteggere meglio il nome del «Filosofo Sconosciuto» e il suo sforzo onesto verso la verità, e con esso, ciò ch’egli cercò di fare al servizio del XVIII secolo, contro l’accaparramento del suo nome da parte dei fedeli di Papus».

Questo mettere in guardia i sinceri ricercatori spirituali rispetto alle ambigue fascinazioni promananti dalle opere di Eliphas Levi e di Papus, sarà una costante nell’opera di Rudolf Steiner, il quale per es. in una conferenza del 18 agosto 1924 – dunque nel penultimo mese della sua attività di conferenziere – tenuta a Torquay, in Inghilterra, ribadirà come gli scritti e le pratiche occulte di Eliphas Levi e Papus conducano direttamente alla magia nera:

«Potete trovare indicazioni molto problematiche e pericolosissime in questo senso negli scritti di Eliphas Levi, e anche in quelli di Encausse, che ha scritto sotto il nome di Papus. Trovate in essi indicazioni problematiche e assolutamente pericolose per realizzare quelle cose. Ma dobbiamo parlare qui dell’aspetto obbiettivo delle cose, dell’essenza delle cose, ed è per questo motivo che dobbiamo accostarle. Tutte queste cose conducono alla magia assolutamente nera, nella quale si lavora con lo spirituale celato nel terrestre».

L’attenzione che Rudolf Steiner portò sull’opera di Papus e sul suo «Martinismo» apocrifo è antica. Infatti, è noto come il Dottore, nel febbraio del 1907, sia venuto a Praga, ove prima dell’inizio di una conferenza si intrattenne con un gruppo di partecipanti. In tale occasione Milos Maixner gli chiese: «Che ne pensa di Papus?». Rudolf Steiner rispose facendo un gesto, che mostrava quanta poca stima avesse di lui, e disse: «Riguardo a Papus, non vogliamo dire una parola!». Ma siccome in sala erano presenti alcuni «papusiani», i quali rimasero oltremodo sorpresi da una risposta così tagliente e drastica, Rudolf Steiner proseguì, e disse: «L’insegnamento dato da Papus è nocivo e pericoloso». E poiché Milos Maixner gliene chiedeva il perché, Steiner rispose: «Perché il suo insegnamento non è separato dalla magia nera che da un muro fatto di tele di ragno».  E aggiunse che si doveva giudicare Papus, non dalla sua dottrina, «bensì dagli effetti di tutta la sua opera, che erano disastrosi».

E giusto per sentire una voce «diversa», vogliamo riportare quanto scrisse nel 1926 Arturo Reghini, che aveva avuto modo di conoscere il martinismo dall’interno, nella nota (66) a p. CII della sua Introduzione alla sua traduzione del De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, traduzione che è sua anche portò il nome di Fidi. Nel suo studio, Enrico Cornelio Agrippa e la Magia, Reghini così scrive:

«Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare  a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Avendo avuto modo di fare ampie verifiche in proposito, riterrei che sarebbe oltremodo savio prendere sul serio le mordaci parole del polemicissimo pitagorico fiorentino. Soprattutto a motivo del carattere apertamente cattolico, sia pure sui generis, dell’opera di Eliphas Levi e di Papus. Molti esoteristi, compresi molti antroposofi, sentono una struggente nostalgia del materno e stritolante abbraccio della Chiesa Cattolica. Recentemente ve ne sono stati eloquenti quanto inquietanti esempi. È possibile vedere altresì le più improbabili commistioni indebite, che dovrebbero ripugnare a chiunque abbia un sano senso della verità. Per cui si mescola l’insegnamento di Rudolf Steiner e quello di Massimo Scaligero a quello di Kremmerz e alle sue più che problematiche pratiche magico-sessuali, a Franz Bardon, ad Aleister Crowley, e a quant’altro. Ma soprattutto alla Chiesa Cattolica. Per cui abbiamo a profusione – e si affannano a scrivere sul web – cattomassoni, cattokremmerziani, cattomartinisti, cattoantroposofi, e persino cattocattolici, che vogliono essere più realisti del re e più papisti del papa. Abbiamo avuto l’occasione di leggere con divertito stupore l’esaltazione, da parte di antroposofi e sedicenti discepoli di Massimo Scaligero, della Compagnia di Gesù e commosse espressioni di giubilo per l’elevazione al soglio pontificio di un papa gesuita.

Perché tutto ciò? Per la semplice ragione che la passività dell’emotività mistica, presente nell’atavica «anima asiatica» di tutti noi, consona e trova più comodo reagire con la mucillaginosa sentimentalità, piuttosto che impegnarsi in un intenso, faticoso, lavoro di Concentrazione, e di asciutto pensiero volitivo, che non sono graditi né accetti all’infida natura inferiore, la quale ne teme il potere dissolvente. Da qui le deviazioni sentimentali e misticheggianti di coloro che proclamano l’assoluta necessità di una via dell’anima, e fortemente sconsigliano la scarna rudezza della pura Via del Pensiero e la faticosità della Concentrazione. Da qui le deviazioni magheggianti di coloro che, non conoscendo volontà vera – quella fluente nell’atto pensante – cercano un tonico per la loro fiacca volontà nell’appartenenza ad organizzazioni massoniche, martinistiche, o a chiese gnostiche, i cui oramai pittoreschi rituali e gli altisonanti gradi soddisfano l’ego stratosferico e la brama di ricamate sciarpe colorate, che chiunque può farsi approntare a modico prezzo da una qualsiasi sarta teatrale.

Ancora una volta occorre dire chiaramente che la scelta è tra la Via Solare dell’autocoscienza e la via lunare della medianità, tra la Via della Libertà e quella dell’abietto servaggio alle Potenze Avverse, tra la Via della Sapienza e della Conoscenza, e la via dell’ignoranza e delle illusioni, che portano solo all’abisso e all’autodistruzione. Ognuno sceglie come crede giusto, o come desidera, o come trova comodo, o anche opportuno. Poi ognuno sarà o diverrà degno della scelta che avrà fatto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ ORTO DEI GETSEMANI

Lo scintillio di lontane stelle un’indifferente
luce gettava alla curva della strada.
La strada aggirava il Monte degli Ulivi,
giù, sotto di lei, scorreva il Cedron.

Il prato a metà s’interrompeva.
Dietro cominciava la Via Lattea.
Canuti, argentei ulivi tentavano
nell’aria passi verso la lontananza.

In fondo c’era un orto, un podere.
Lasciati i discepoli di là dal muro,
disse loro: «L’anima è triste fino alla morte,
rimanete qui e vegliate con me. »

E rinunciò senza resistenza,
come a cose ricevute in prestito,
all’onnipotenza e al miracolo,
e fu allora come i mortali, come noi.

Lo spazio della notte ora pareva
il paese dell’annientamento e dell’inesistenza.
La distesa dell’universo disabitata,
e soltanto l’orto un luogo capace di vita.

E guardando quei neri sprofondi,
vuoti, senza principio e fine,
perché quel calice di morte via da lui passasse
in un sudore di sangue pregò il padre suo.

Lenito dalla preghiera lo spasimo mortale,
tornò al di là della siepe. Per terra
i discepoli, vinti dal sonno,
giacevano nell’erba lungo la strada.

Li destò: «Il Signore vi ha scelti a vivere
nei miei giorni, ed eccovi crollati come massi.
L’ora del figlio dell’uomo è venuta.
Egli si darà in mano ai peccatori. »

E aveva appena parlato che, chissà da dove,
ecco una folla di servi, una turba di schiavi,
luci, spade e, davanti a tutti, Giuda
col bacio del tradimento sulle labbra.

Pietro tenne testa con la spada agli sgherri
e un orecchio a uno di loro mozzò.
Ma sente: «Non col ferro si risolve la contesa,
rimetti a posto la tua spada, uomo.

Pensi davvero che il padre mio di legioni alate
qui, a miriadi, non m’avrebbe armato?
E allora, incapaci di torcermi un capello,
i nemici si sarebbero dispersi senza lasciar traccia.

Ma il libro della vita è giunto alla pagina
più preziosa d’ogni cosa sacra;
Ora deve compiersi ciò che fu scritto,
lascia dunque che si compia. Amen.

Il corso dei secoli, lo vedi, è come una parabola
e può prendere fuoco in piena corsa.
In nome della sua terribile grandezza
scenderò nella bara fra volontari tormenti.
Scenderò nella bara e il terzo giorno risorgerò;
e, come le zattere discendono i fiumi,
in giudizio da me, come chiatte in carovana,
affluiranno i secoli dall’oscurità.»

(B. P.)

ARTE, PASQUA, POESIA

MAGDALENA

È appena notte ed ecco qui il mio demone,
l’espiazione per il mio passato.
Vengono e il cuore mi succhiano
i ricordi della dissolutezza,
quando, schiava dei capricci maschili,
ero una stolida ossessa
e la strada era il mio asilo.

Rimangono pochi minuti,
poi verrà un silenzio di sepolcro.
Ma prima che i minuti trascorrano,
la mia vita, arrivata all’orlo,
come un vaso d’alabastro
infrango dinanzi a te.

Oh, dove mai sarei adesso,
Maestro mio e mio Salvatore,
se durante le notti accanto al tavolo
non mi aspettasse l’eternità,
come un nuovo cliente, adescato
da me nella rete del mestiere.

Ma spiega cosa vuol dire peccato
e morte e inferno, e fiamma e zolfo,
quando sotto gli occhi di tutti,
con te, come un pollone a un tronco,
mi sono congiunta nella mia angoscia senza fine.

Quando, Gesù, poggiati
i tuoi piedi alle mie ginocchia,
apprendo forse ad abbracciare
la trave quadrangolare della croce
e, nello smarrimento dei sensi, sul tuo corpo
mi precipito preparandoti al seppellimento.
maddalena piedi capelli

Prima delle feste la gente fa le pulizie.
In disparte da tutto il tramestio,
io lavo con l’unguento dell’anfora
i tuoi purissimi piedi.

Frugo e non trovo i sandali.
Non vedo nulla per le lagrime.
Sugli occhi in un velo mi sono ricadute
le ciocche dei capelli disciolti.

Sul lembo della sottana ho posto i tuoi piedi,
li ho bagnati di lagrime, Gesù,
ho intrecciato intorno a loro il filo di perle,
nei capelli li ho nascosti come in un burnus.

Vedo il futuro così nitidamente
come se tu l’avessi fermato.
Mi sento adesso di presagire
con fatidica chiaroveggenza di sibilla.

Domani cadrà la tenda nel tempio,
ci raccoglieremo in gruppo appartati,
e vacillerà la terra sotto i piedi
mossa forse a pietà di me.

Si ricomporranno le file della scorta,
e cominceranno a muoversi i cavalieri.
Come tromba d’aria, sopra la testa
verso i cieli si tenderà questa croce.

Mi getterò ai piedi della crocifissione,
mi gelerà il cuore, mi morderò le labbra.
A troppi per un amplesso le braccia
tu allargherai alle estremità della croce.

Per chi al mondo tanta ampiezza,
tanto tormento e così grande forza?
Tante anime e vite sono al mondo?
Tanti i luoghi abitati e i fiumi e i boschi?

Ma trascorreranno tre giorni tali
e getteranno in tanto vuoto,
che in questo terribile frattempo
io potrò attingere la resurrezione.

(B. P.)

ARTE, PASQUA, POESIA
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