Aprile 2022

L’ARCHETIPO-Maggio 2022

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

AMOR VERITATIS. PARTE QUINTA.

Le presenti considerazioni sono scritte a complemento – e in parte a chiarificazione – di quanto affermato nella parte quarta del presente studio circa la divulgazione sulla rete di internet delle registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero, nonché di vari suoi scritti sia stampati, sia autografi sotto la forma di diari o dattiloscritti. Ero partito dalla gentilezza di una mano amica, che mi aveva permesso di accedere ad una pagina, altrimenti per me inaccessibile, in quanto ʽbannatoʼ per aver reso note tutta una serie di azioni davvero poco laudabili, che si preferiva rimanessero ignote, di varie persone. Avevo in parte trascritto dalla pagina, che gentilmente la mano amica aveva messo a mia disposizione, quanto aveva scritto nellʼarticolo di apertura del numero di dicembre 2021 di una rivista romana, che afferma di richiamarsi al pensiero e allʼOpera di Massimo Scaligero, colui che per sdrammatizzare, umoristicamente scherzando, ho chiamato lʼInnominato, mettendo in evidenza nei miei commenti le discrepanze, le difformità, le incongruenze, le inesattezze presenti in quellʼarticolo di apertura della rivista romana, apparso alla fine dello scorso anno.

Ora, la stessa mano amica – che qui novellamente ringrazio di cuore – ha voluto mettere a mia disposizione un altro post, pubblicato sul medesimo notissimo social forum, lo scorso 5 aprile, dallo stesso personaggio, che – sempre umoristicamente scherzando – chiamerò lʼInnominabile. Lo chiamo così, non perché come lʼInnominato, egli non firmi i suoi scritti, bensì perché egli si firma sovente, qua e là, con una tale gran quantità di eteronimi, che dimostrano quanto sia feconda la sua fantasia: Apis, Ta-Merit, Unas, N.R. Ottaviano, Claudio Ottaviano, Eques a Floribus, Efesto, Sua Beatitudine +Tau Julianus, che è invero difficile scegliere tra questa pletora di pittoreschi eteronimi uno che gli si adatti pel discorso che qui deve essere intrapreso. Conciosiacosaché chi scrive ha optato per affibbiargliene uno lui, di sapore tutto sommato ʽneutroʼ, appunto quello di Innominabile per non confonderlo con lʼInnominato, col quale, del resto, egli vanta avere grande amicizia. Così egli potrà, in qualche modo, sentire aria di famiglia!

Anchʼegli, dunque, non si adonti dellʼeteronimo per lui scelto, perché – a ben pensarci – esso ben si conviene a chi, come lui, tra le sue molteplici dignificazioni e titoli – ierofantiche massoniche granmaestranze e patriarcali primazie – vanta anche il titolo martinista di Superiore Incognito – ovvero ʽsconosciuto’, il cui ʽnomeʼ, appunto, non è ʽcognitoʼ, quindi a fortiori ʽInnominabileʼ – e, come gli ricorderebbe la mia sapientissima amica Fang-pai, nobile Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, il Grande Lao-tsu, riferendosi allʼineffabile e innominabile carattere del Tao, afferma che: «Il Tao, di cui si può parlare, non è lʼeterno Tao, e il nome, che si può nominare, non è lʼeterno Nome».

Avviene che, nel suo post del 5 aprile, il nostro Innominabile decida di pronunciarsi, per la seconda volta, pubblicamente sul noto social forum, circa la questione che cʼinteressa, ossia: «In merito ad alcune registrazioni audio e ad alcuni scritti giovanili di Massimo Scaligero». Ora, in questo suo secondo post, anchʼegli fa tutta una serie di affermazioni che – perlomeno ad opinione di chi qui scrive – appaiono a dir poco inesatte, e risultando piuttosto discrepanti rispetto alla realtà, necessitano di correzione per ristabilire la verità, onde non venga da esse tratto in inganno il sincero, ma talvolta sprovveduto, ricercatore.

Egli, mettendoci pure una sorta di nota di personale sentimentale commozione al fin di apparire più suadente e credibile, così inizia lʼesposizione delle sue considerazioni:

«Sia in YouTube che in diversi altri siti del web (blog, pagine Facebook, gruppi Facebook etc.) sono presenti registrazioni audio relative a conferenze di Massimo Scaligero. Non entro nel merito dei motivi che hanno spinto alcuni amici a pubblicare queste cose e sono assolutamente certo della loro ottima fede e della bontà delle loro intenzioni: io stesso ho provato una grande emozione nel riascoltare la sua voce e immagino che lʼintento fosse quello di consentire, a coloro che non lo hanno conosciuto di persona, di entrare in maggior contatto personale con quel grandissimo Maestro spirituale che, per inciso, è stato anche il mio Maestro».

Emozione ostentata a parte, lʼInnominabile ci tiene moltissimo, per rendere convincente la sua narrazione, a far sapere, e lo ribadisce sempre di nuovo, ogni due per quattro, sul web, in vari social forum e in blog a lui collegati, che «quel grandissimo Maestro spirituale», ovverossia Massimo Scaligero, «per inciso, è stato anche il mio Maestro». Veramente a chi scrive non risulta affatto che Massimo Scaligero sia stato «per inciso, suo Maestro», anzi a chi scrive risulta con certezza chʼegli non lʼabbia maivisto,conosciuto, se non in foto dopo la sua dipartita. Del resto, – a parte la sua affabulante e immaginifica narrazione – egli non ne ha mai data nessuna prova. Questa sua conoscenza diretta, e, a suo dire, addirittura la ‘fabula’ di una sua – peraltro impossibile – quotidiana casalinga frequentazione, nei confronti di Massimo Scaligero, oramai viene messa fortemente in dubbio, quando non apertamente negata, anche da persone che per un tempo gli credevano, o perlomeno facevan le viste di credergli. Così come, del resto, egli non ha mai dato nessuna prova convincente di molte altre sue affermazioni, ossia di essere discendente di sangue del principe Leone Caetani di Sermoneta, idem del principe Raimondo di Sangro di San Severo, idem di Pasquale de Servis (di questʼultima discendenza, fossi in lui, io mi vanterei poco…), di essere il Capo dellʼOrdine Osirideo Egizio e quindi, come Gran Hierophante e Gran Maestro, legittimo successore nel medesimo di Giustiniano Lebano, e molte altre consimili divertenti amenità che – sempre per brevità – son costretto a trascurare, ma sulle quali, volendo, potrei a lungo annoiare il lettore. Ma, in fondo, queste immaginifiche pretese, a parte lo strappare un divertito sorriso, son cose di pochissima importanza, e di trascurabile incidenza. «Vanitas vanitatum, et omnia vanitas», come afferma la Scrittura. Per cui, transeamus…

Dopo questo preambolo, il nostro simpatico Innominabile, facendo una serie di considerazioni, ci tiene a precisare quanto segue:

«Tuttavia ritengo doveroso precisare alcune cose, peraltro recentemente ribadite (dicembre 2021) nella rivista Graal anche dallʼamico presidente della Fondazione Massimo Scaligero e propietario [sic, per proprietario] della casa editrice Tilopa che detiene tutti i diritti dʼautore sulle opere di Massimo».

In questa sua imprecisa ʽprecisazioneʼ, sono da rilevare alcune inesattezze. Anzitutto, io non credo – perlomeno a me non risulta, ma se mi dimostreranno il contrario, ne prenderò atto e farò volentieri pubblica ammenda, perché è alla Verità che noi dobbiamo sempre il massimo onore e la massima venerazione – che esista, nel preciso senso giuridico del termine, una ʽFondazione Massimo Scaligeroʼ. Esiste, certo, una Associazione Culturale “Fondazione Massimo Scaligero”, il che è una cosa, giuridicamente parlando, alquanto diversa, anche se il suo apparire con un cotal nome possa trarre in inganno, forse, i meno provveduti. Ed è pure inesatto dire che ʽlʼamico presidenteʼ di detta Associazione Culturale, ché solo tale essa è sino a prova contraria, nonché titolare della casa editrice Tilopa, detenga «tutti i diritti dʼautore sulle opere di Massimo», perché – come ho ampiamente dimostrato nella parte quarta del presente studio, e giova sempre ribadir la cosa ai volontari e non disinteressati ʽimmemoriʼ – che lʼInnominato detiene, ora, legalmente, i diritti dʼautore solo sulle opere che Massimo Scaligero stesso a suo tempo pubblicò, e sul materiale autografo dellʼepistolario, dei quaderni, o dei diari,  giunti effettivamente – non importa, qui, al momento, considerare come – effettivamente in suo possesso. Non su altro. Come già detto e ribadito, lettere, quaderni e diari, che Massimo Scaligero possa aver donato a qualcuno – per esempio a Marina Sagramora o al sottoscritto – sono possesso esclusivo di chi li abbia ricevuti, non di altri, e chi li abbia ricevuti può farne lecitamente lʼuso che crede più opportuno.

Dopodiché, il nostro immaginoso Innominabile si avventura temerariamente – e vedremo sùbito perché temerariamente – a darci una descrizione delle riunioni nelle quali Massimo Scaligero, rispondeva alle domande scritte, che gli erano poste:

«La storia di tali registrazioni è la seguente: Massimo svolgeva alcune incontri settimanali in via Barrili 12, a Monteverde Vecchio, in un locale messo a disposizione dalla cugina Bianca Maria Scabelloni e dal marito di lei, Romolo Benvenuti. Tali riunioni NON erano pubbliche: vi partecipavano discepoli di Massimo Scaligero o loro amici previa autorizzazione di Massimo stesso. Se si voleva portare qualcuno bisognava prima avvertire Massimo che comunque in genere dava sempre il suo assenso chiedendo però agli accompagnatori di garantire sulla riservatezza degli amici che essi invitavano alle riunioni. Durante tali riunioni Scaligero rispondeva a delle domande scritte formulate a penna su foglietti di carta dai partecipanti alla riunione e disposti su un tavolo. Massimo sceglieva due o tre di questi foglietti, li apriva, leggeva le domande ad alta voce e formulava le risposte, scegliendo con estrema accuratezza le parole da usare. Alla fine della riunione veniva effettuato un esercizio di concentrazione comune, quindi Massimo salutava tutti i presenti a uno ad uno, stringendo loro la mano e usciva dalla sala. In alcune occasioni era presente sul tavolo, dietro al quale Massimo parlava, un registratore magnetico (siamo negli anni ʽ70 dello scorso secolo) collegato ad un microfono».

Anche in questa fantasiosa descrizione vi sono numerose inesattezze. Il locale dove si svolgevano le riunioni non era stato affatto «messo a disposizione da Bianca Maria Scabelloni e dal marito di lei, Romolo Benvenuti», perché era un appartamento che apparteneva ad Amleto Scabelloni, cugino di Massimo Scaligero, e che abitava altrove, appartamento nel quale vi era, tra l’altro, lʼufficio legale di Avvocato di Marianna Scabelloni, sorella di Amleto e Bianca Maria Scabelloni, come annunciava la targa in ottone, che per legge era in bella vista sulla porta del locale. Dello svolgimento della riunione, tenuta da Massimo Scaligero, poi, il nostro fantasioso Innominabile ha dato, in tempi diversi, versioni diverse, tra loro contraddittorie, alcune delle quali davvero inverosimili. Avendole il sottoscritto, in quanto testimone oculare diretto, via via sempre smentite, ed avendo la descrizione, che il sottoscritto ne faceva, ricevuto pubblica conferma anche da altri partecipanti a quelle riunioni, lʼInnominabile ha fatto, in corso d’opera, varie correzioni di rotta nella loro descrizione, inventando particolari sempre nuovi e diversi, ma sempre altrettanto fantasiosi. In realtà, Massimo Scaligero leggeva sempre tutti i biglietti – non solo due o tre, come egli afferma – con le domande e poi cercava di rispondere a tutte, non solo a due o tre. Non corrisponde affatto a verità – ossia è assolutamente falso – che, come l’Innominabile afferma, «In alcune occasioni era presente sul tavolo, dietro al quale Massimo parlava, un registratore magnetico (siamo negli anni ʽ70 dello scorso secolo) collegato ad un microfono». Il registratore – un grosso magnetofono Geloso gestito dalla mia cara amica M., che tuttora conserva tutte le registrazioni originali delle riuioni e può testimoniare in proposito – non era affatto sul tavolo, davanti a Massimo Scaligero, bensì era nello stanzino (un piccolo bagno) adiacente alla stanza ove Massimo Scaligero teneva la riunione, e venivano registrate tutteproprio tuttele riunioni, non solo «in alcune occasioni». Come non corrisponde affatto a verità – ossia è assolutamente falso – che «Alla fine della riunione veniva effettuato un esercizio di concentrazione comune», infatti dallʼascolto delle stesse registrazioni si sente chiaramente come le persone presenti, appena Massimo Scaligero aveva finito di pronunciare lʼultima frase, si alzassero sùbito rumorosamente e ripiegassero le sedie di legno, sulle quali prima sedevano, appoggiandole lungo i muri della stanza. Del resto, che le cose avvenissero proprio in questa maniera lo hanno testimoniato in passato, e possono benissimo testimoniarlo ancor oggi, varie persone che a quelle riunioni parteciparono, ad alcune delle quali chi qui scrive non è affatto simpatico, eppure a suo tempo esse vollero confermare pubblicamente, malgrado l’antipatia provata, la descrizione che, già anni fa, chi scrive ne aveva fatta. Mi sembra che quanto sin qui detto dimostri chiaramente – una volta di più – come il nostro facondo affabulatore, in realtà non abbia mai partecipato a nessuna di quelle riunioni bisettimanali, così come non ha mai, del resto, conosciuto o incontrato di persona Massimo Scaligero.

A questo punto il nostro bravo Innominabile prosegue con alcune avventate affermazioni, che sono rigorosamente una fiaba, ossia del tutto gratuite, ovvero false, del tipo:

«Infatti alcuni zelanti amici avevano chiesto a Massimo se le sue parole potessero essere registrate a beneficio di quegli amici che, per motivi di forza maggiore, non potevano essere presenti alle riunioni. Massimo diede il proprio assenso ma a due condizioni:

  1. che tali registrazioni fossero messe a disposizione UNICAMENTE degli amici (così Scaligero definiva i suoi discepoli) che non avevano potuto partecipare allʼincontro.
  2. che IN NESSUN CASO tali registrazioni venissero trasmesse a radio, televisioni o giornali.

Appare dunque piuttosto evidente, utilizzando quella che Rudolf Steiner definiva “una sana logica”, che Scaligero non avrebbe certamente gradito che tali registrazioni venissero pubblicate nel Web e liberamente fruibili da tutti decontestualizzando le sue risposte da affermazioni precedenti e spesso incomplete perché la registrazione si interrompe e mancano le conclusioni successive o le premesse enunciate da Massimo dopo e prima di quanto è udibile nella registrazione».

Non è vero che «alcuni zelanti amici avevano chiesto a Massimo se le sue parole potessero essere registrate a beneficio di quegli amici che, per motivi di forza maggiore, non potevano essere presenti alle riunioni». Costoro – non sto, naturalmente, parlando della mia amica M. – per registrare le riunioni, non chiesero nessun permesso: con grande scorrettezza, lo fecero e basta. Come non è affatto vero che, una volta richiesto, «Massimo diede il proprio assenso». Egli era contrario alla cosa, ma quando – praticamente negli ultimi anni – ne venne a conoscenza, lasciò, a malincuore, che venisse fatto come costoro volevano, anche perché essi avrebbero comunque continuato a farlo. Del resto, molte di quelle improvvisate, talvolta imperfette, registrazioni – non quelle più professionali, gestite da M. – già giravano in varie parti dʼItalia e anche fuori Italia, né vi era oramai più modo di impedirlo, ed esse erano finite persino anche in mani di persone che non seguivano affatto la Scienza dello Spirito, come potei constatare personalmente. Inoltre, non è affatto vero che tali registrazioni «decontestualizzassero le sue risposte da affermazioni precedenti e spesso incomplete, perché la registrazione si interrompe e mancano le conclusioni successive o le premesse enunciate da Massimo dopo e prima di quanto è udibile nella registrazione», poiché al contrario tutte le registrazioni che ho avuto modo di ascoltare – e sono moltissime – sono assolutamente complete e perfettamente udibili, nella loro integralità, dallʼinizio alla fine, come completo ed esaustivo è in esse sempre il discorso che Massimo Scaligero faceva. Lasciamo perdere, poi, le stanche e stantie elucubrazioni dialettiche – fatte di vuoto e di scontata routine verbale – a proposito della necessità del lavoro interiore per intendere i libri scritti di Massimo Scaligero, cosa che fa unʼimpressione discretamente comica, visto che lʼInnominabile, nei suoi libri e in scritti on-line, fa un gran minestrone, o una macedonia, di esercizi dalla provenienza più varia, rivisti e corretti da lui, yoghici, tantrici, kabbalistici, celtico-germanici, e persino discutibili esercizi che Julius Evola – che fu sempre un malevolo avversario dell’Antroposofia, e di Rudolf Steiner, che calunniò e derise nelle sue opere, così come in un punto de Il cammino del cinabro derise l’Opera di Massimo Scaligero – in UR aveva pubblicato sotto lo pseudonimo di Arvo (che lʼInnominabile, malgrado ogni prova filologica contraria, si ostina ancor oggi ad affermare beatamente essere il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina Sonnino de Renzis). Abbiamo trovato – e debitamente salvato e protocollato – persino tutta una serie di esercizi di invenzione dell’Innominabile, tra i quali anche alcuni alquanto problematici esercizi respiratori, che lo stesso Innominabile, anni fa, prescrisse, scrivendo col suo pseudonimo di Ta-Merit nella zona riservata di un blog di un gruppo massonico di frangia, sedicente ʽegizioʼ,  prima di esserne allontanato e ritualmente ʽbruciato tra le colonneʼ, almeno stando a quel che mi comunicò per iscritto uno dei suoi partecipanti.

Nella questione delle registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero, le cose sono andate un poʼ come nel caso dei cicli di conferenze di Rudolf Steiner, il quale avrebbe preferito, e lo scrisse apertamente, che circolassero solo i suoi libri scritti, ma che dovette arrendersi al fatto che, contro la sua volontà, andassero a giro trascrizioni imperfette, incomplete e piene di errori, fatte da discepoli che spesso erano sì persone di buona volontà, ma poco abili e poco accorte, trascrizioni che, per ingenuità e poca vigilanza, non di rado finivano prima nelle mani di avversari della Scienza dello Spirito, che in quelle di suoi seguaci. Fu giusto, allora, che con competente professionalità, della cosa si occupasse Marie von Sivers, divenuta poi nel 1915 Marie Steiner, così come è stato giusto che le registrazioni di Massimo Scaligero venissero fatte con altrettanta competente professionalità dalla mia amica M., una delle sue più fedeli discepole, che sulla cosa mi ha ampiamente più volte ragguagliato. 

A questo punto, bisogna dire che fa proprio una impressione davvero piuttosto curiosa il fatto che sia proprio lʼInnominabile a farsi rigorista paladino dei diritti legali – ripeto, legali – dellʼInnominato, chʼegli dichiara a gran voce essere suo grande amico, mentre appare esser egli stesso niente affatto rigoroso, anzi alquanto inesatto, errato, per non dire falso e fuorviante, nel suo affermare che:

«Alcuni amici, con i quali ho discusso di tali argomenti, mi hanno fatto notare che “i tempi sono cambiati” ma le modalità di trasmissione degli insegnamenti spirituali non sono mai soggette a cambiamenti e in assenza di Massimo e delle due persone (ormai scomparse da molti anni) che egli aveva disegnato [sic, proprio così scrive: disegnato, in luogo di designato] in qualche modo come suoi successori, ovvero Bianca Maria Scabelloni e Alfredo Rubino, NESSUNO può arrogarsi il diritto di parlare in suo nome, dunque credo che sarebbe opportuno rispettare la sua volontà che è quella che ho esposto sopra e che è stata rammentata, come ho in precedenza spiegato, da chi detiene i diritti dʼautore sullʼopera di Scaligero».

In effetti, dopo la dipartita di Massimo Scaligero, i tempi sono sì cambiati, certamente, ma in molto peggio. Vi è stato chi – a Roma, ma anche altrove – si è diligentemente impegnato a demolire – pedetemptim, ʽun passetto per voltaʼ, detto alla latina – lʼOpera di Massimo Scaligero, e persino la sua figura umana e spirituale. E i risultati di una cotale mala opera, a chi voglia esser ben sveglio, sono sin troppo visibili ed eloquenti. Che Massimo Scaligero fosse ben cosciente di ciò, e che – a parte pochissime eccezioni – non si facesse illusione alcuna circa la tenuta del milieu ʽscaligeropolitanoʼ romano, è dimostrato da quel che egli una volta personalmente a me disse: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», così come pure disse a diversi di noi : «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, qua a Roma sarà tutto finito!». Ogni volta fu, per me, un tuffo al cuore. Comunque, non è affatto vero, ossia è falso, che Massimo Scaligero abbia designato (e non disegnato, come scrive in maniera buffa e dislessica lʼInnominabile) alcune persone «come suoi successori». Egli, volutamente, non lo fece, per il semplice fatto che nessuno, a Roma o altrove, ne sarebbe stato allʼaltezza. Nessuno, dopo di lui, avrebbe potuto essere indicato come Maestro nel senso iniziatico più forte del termine. Indicò soltanto – spiegherò sùbito come – Alfredo Rubino, forse il suo più fedele discepolo, come punto di riferimento, come orientatore, per le riunioni romane. E solo lui egli indicò come orientatore, e nessun altro.

Massimo Scaligero aveva redatto un testamento – che poi ʽqualcunoʼ ha fatto tempestivamente sparire – di quelle che erano le sue ultime volontà, che avrebbero dovuto essere rispettate nella maniera più esatta e diligente. Tale testamento, Massimo Scaligero lo lesse nel suo studio romano, in Via Cadolini 7, in presenza di quattro persone, Marina Sagramora, Alfredo Rubino, sua cugina lʼAvv. Marianna Scabelloni, e Francesca Pellicciari, cognata di Peppino Federici, discepolo di Giovanni Colazza, e amico personale di Marie Steiner. Tutte persone da me ben conosciute e mie amiche, le quali, da me interrogate, mi hanno confermato il contenuto esplicito delle sue ultime volontà, espresse nel testamento. Fondamentali erano due punti: primo, Massimo Scaligero stabilì che dopo la propria morte i diritti di autore delle sue opere sarebbero dovuti spettare a sua moglie Concetta Olivieri – detta Tina – e dopo la di lei dipartita, sarebbero dovuti passare integralmente a Marina Sagramora; secondo, egli indicava il suo fedele discepolo ed amico Alfredo Rubinoe nessun altro – come orientatore e punto di riferimento per il regolare svolgimento delle riunioni a Roma, e quantʼaltro fosse relativo alla ʽViaʼ. Alfredo Rubino, discepolo praticante molto avanzato e uomo leale, integro, equilibrato, era senzʼaltro la scelta migliore che Massimo Scaligero potesse fare, come orientatore dopo la propria dipartita, et pour cause.

La volontà di Massimo Scaligero, volontà la cui esistenza mi è stata apertamente testimoniata, in maniera assolutamente concorde, da coloro che avevano ascoltato dalla sua stessa voce quanto era contenuto nel testamento, non fu per nulla rispettata. La notte tra il 25 e il 26 gennaio 1980, ossia la notte stessa della dipartita di Massimo Scaligero, ʽqualcunoʼ penetrò nello studio di Via Cadolini, cambiò il cilindro della serratura, compiendo chiaramente un  atto illegale, in quanto lo studio era intestato a Marina Sagramora, e il nome di lei era chiaramente scritto sulla porta. Alle 07.00 del mattino del 26 gennaio, Marina Sagramora si precipitò in Via Cadolini, ma la sua chiave non poté entrare nella serratura, il cui cilindro era stato ʽtempestivamenteʼ, e ʽopportunamenteʼ, sostituito. Chi fu a compiere questa effrazione? Mistero! O forse no. Dallo studio di Via Cadolini sparirono sùbito molte cose e molti documenti, tra questi anche il testamento, che testimoniava le ultime volontà di Massimo Scaligero. Chi fu ad impadronirsi e a far sparire il testamento di Massimo Scaligero? Mistero! O forse no. Nei giorni successivi furono asportate anche molte altre cose, anche cose appartenenti a Marina Sagramora. Tutto ciò dimostra, a mio modo di vedere, lʼesistenza di un sommo cinico disprezzo per la volontà e la persona stessa di Massimo Scaligero.

Naturalmente, una azione del genere non può essere stata eseguita in maniera improvvisata, né tampoco essere frutto della decisione estemporanea di unʼunica persona. Con ogni evidenza, una cotal mala intrapresa era stata occultamente decisa, pianificata, preparata sin nei particolari, già da molto tempo, ovvero – giusto per essere assolutamente chiari – se ʽqualcunoʼ compì lʼeffrazione notturna, costui lo fece, con ogni certezza, unicamente su sollecitazione e ed esplicita richiesta di ʽqualcun altroʼ, il quale, dal suo punto di vista, deve aver visto la ʽassoluta necessitàʼ di un atto così anomalo per realizzare un ʽfineʼ ben preciso. Ovviamente, dal punto di vista di questo ʽqualcun altroʼ,  si trattava di un ʽaltoʼ, ʽnobileʼ, e ʽirrinunciabile fineʼ. E, sicuramente, questo ʽqualcun altroʼ, oltre che avere il potere di decidere una azione effrattiva così estrema ed anomala, doveva pure avere ben il potere di saper giustificare dialetticamente una cotale azione, nonché esporre in maniera convincente unʼazione del genere a ʽqualcunoʼ, ossia a colui che avrebbe dovuto eseguirla, persuadendolo e coinvolgendolo in maniera emotiva. Chi saranno stati questo ʽqualcunoʼ e questo ʽqualcun altroʼ? Mistero! O, ancora una volta, forse no

La ʽfilosofiaʼ – ma forse dovrei dire la ʽdogmatica ideologiaʼ – che sta dietro ad una simile infame e perversa azione, dietro a questo genere di azioni, è sempre la medesima, ossia che «il fine giustifica i mezzi». E, di nuovo deve venir ripetuto, con un banale copia-incolla – rursum repetita iuvant – di quanto già scritto nella parte quarta del presente studio, ossia che come dicevano, in tempi lontani, in Cina, Maestri del Tao come Lao-tzu e Lü-tzu, e come riaffermano, in tempi più recenti, Massimo Scaligero, e, di nuovo, la mia amica Fang-pai, ella pure, nobile Figlia del Celeste Impero, nonché sapiente Maestra del Dharma: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto». Il lettore potrà sincerarsi di cosa pensasse Massimo Scaligero di un così disinvolto e spregiudicato (spregiudicato in senso morale, non in senso conoscitivo, sia ben chiaro), leggendo e meditando quanto egli scrisse a tal proposito nel libro Reincarnazione e Karma, in una citazione riportata nella parte quarta del presente studio.

Quanto sin qui esposto mostra ad usura quanto possano valere – perlomeno da un punto di vista morale e spirituale – le peregrine considerazioni legalitarie del nostro Innominabile. Allʼesposizione sul noto social forum delle suddette sue considerazioni, è seguita poi tutta una serie di commenti, che dibattevano tesi contrapposte, talvolta nella polemica scadenti alquanto di livello. Ma, tra i vari commenti, uno vale la pena di essere riportato, quello di Shanti Di Lieto Uchiyama, per le riflessioni equilibrate che fa, commento nel quale metterò in evidenza alcuni passaggi:

«Se non ricordo male, mi risulta che la Rivista Graal su cui è scritto in merito alle registrazioni in questione, sia nata proprio per pubblicare (e poi vendere, nemmeno a buon mercato, anche se capisco i costi editoriali) il contenuto di tali registrazioni del Seminario Solare, trascritto dalla redazione della stessa e dai suoi collaboratori. Quindi il contenuto di tali seminari è stato reso pubblico (a pagamento) e senza che i lettori potessero ascoltare la voce di Massimo Scaligero, che tocca nel profondo anche noi che non lʼabbiamo conosciuto di persona. Il dono di ritrovare i contenuti già letti e resi pubblici, con lʼaggiunta preziosa dellʼascolto della voce del Maestro, è di sicuro qualcosa di straordinario. Comunque sono decenni che tali registrazioni sono state fatte ascoltare a migliaia di persone presso la sede di via Pindemonte. Molti di coloro che vi sono andati non erano discepoli di Massimo e molti non hanno nemmeno mai seguito la via da lui indicata né lʼantroposofia. Alcuni che ho conosciuto avevano idee e percorsi ben diversi ma affermavano di trarne un gran beneficio e di attendere con trepidazione quegli ascolti quindicinali del Sabato. Di conseguenza chiudere il recinto decenni dopo che i buoi sono scappati mi sembra cosa ardua.

Per quanto riguarda gli scritti giovanili, lettere e corrispondenza sotto forma di diari, quando si è consapevoli che si trattava di un Massimo Scaligero che ancora doveva fare un percorso, si possono leggere con enorme gratitudine ugualmente. Infatti vi si trova già, seppur non ancora del tutto sbocciato, il fiore aureo della sua grandezza. Sono un dono incommensurabile anche quelli e nulla tolgono, a mio avviso, all’opera del Maestro nel suo insieme né alla diffusione della stessa».

Una sola osservazione – una semplice precisazione cronologica – vorrei fare a quanto ha scritto Shanti Di Lieto Uchiyama. Le agende sulle quali Massimo Scaligero scriveva, a moʼ di diario, i suoi pensieri, le sue riflessioni, i contenuti di sue meditazioni e della sua ascesi, erano vecchie agende, chʼegli usava come quaderni per la sua scrittura, in quanto erano fatti di carta di alta qualità, che anche dopo decenni conservavano tale buona qualità. Le date delle pagine di quelle agende, in realtà, non corrispondono alla cronologia effettiva della scrittura di Massimo Scaligero. Ciò lo si evince facilmente da due fatti. In ciò che scrive nel Diario, che Marina Sagramora va pubblicando una volta al mese sulla rivista LʼArchetipo, ed un’altra persona quotidianamente sul noto social forum in questione, Massimo Scaligero aveva già chiaramente abbandonato, da diversi anni, le tradizionalistiche posizioni a-cristiane di René Guénon e quelle anti-cristiane di Julius Evola, e manifesta una bhakti, anzi una parabhakti, per dirla con Swami Vivekananda, ossia una ʽsuprema devozioneʼ, nel senso più elevato e cosciente del termine, di tipo apertamente ʽcristicoʼ e ʽrosicrucianoʼ. Inoltre – e qui posso portare a testimonianza personale la mia diretta esperienza – Romolo Benvenuti, che possedeva il suddetto Diario, avendolo egli ereditato dal suo Autore con tanto di dedica, volle negli anni novanta dello scorso secolo ed anche in séguito, in relazione a particolari eventi della mia vita, e come ausilio per la mia ascesi, dettarmi alcune parti del Diario, mentre molte altre mi furono fatte copiare. Ora in una di quelle pagine – una pagina non ancora pubblicata,  ma che, appunto, Romolo Benvenuti volle farmi copiare – Massimo Scaligero appose la data del 27 marzo 1944, quindi ben sette anni dopo il 1937, anno di pubblicazione dellʼagenda, in un periodo nel quale egli già da anni era discepolo di Giovanni Colazza, e in una età già matura, non più proprio ʽgiovanileʼ, come invece affermano in maniera interessata sia lʼInnominato che lʼInnominabile. Questo smentisce platelamente quanto affermato sia dall’Innominato, che dall’Innominabile, suo ʽamicoʼ.  

In un suo successivo commento, Shanti Di Lieto Uchiyama porta una autorevole conferma, da nessuno sinora smentita, al fatto che il testamento di Massimo Scaligero sia effettivamente esistito e che poi – a mio modo di vedere – ʽprovvidenzialmenteʼ e ʽopportunamenteʼ sia stato fatto sparire. Infatti, ella scrive:

«Del resto il testamento di Massimo che Romolo aveva visto non fu trovato alla morte di Massimo, è andato perduto misteriosamente». 

In effetti, un poʼ troppo misteriosamente è andata perduta una cosa così sacra e importante come il testamento di Massimo Scaligero. Di sicuro, una cosa così sacra avrebbe dovuto essere custodita devotamente con ogni diligenza. Magari, sino a quella notte ben custodita lo era stata pure. Ora, non è che un documento come quello abbia le gambe, e vada a giro da solo, di notte, e sparisca, ʽmisteriosamenteʼ, di sua personale iniziativa. La sparizione di un documento come quello, che di propria iniziativa non saprebbe proprio dove andare, va in qualche modo ʽaiutataʼ, ʽmisteriosamente aiutataʼ. Forse, un tale testamento disturbava le mire e i piani di ʽqualcunoʼ, e quindi era opportuno e bene che non se ne trovasse più traccia, se non nella memoria fedele delle persone alle quali lo stesso Massimo Scaligero lo aveva mostrato e letto? Mistero! O, forse, anche no. E quel ʽqualcunoʼ che ha ʽaiutatoʼ il testamento a scomparire ʽmisteriosissimamenteʼ, e quel ʽqualcun altroʼ che ha ispirato, voluto, progettato, e pianificato una sì provvidenziale, e invero tempestiva, ʽmisteriosaʼ sparizione, chi mai saranno? Ancora ʽmisteroʼ! Non si sa! O, forse, anche sì! 

Il nostro simpatico, e decisamente molto estroso, Innominabile, che dichiara di essere rigorosamente ligio ad una espressa ʽvolontàʼ di Massimo Scaligero – sempre che diamo credito allʼinverificabile dire dellʼInnominato, suo amico, nel citato articolo sulla rivista romana – per la qual cosa egli è, a parole, molto critico circa il veicolare delicati ed intimi contenuti spirituali in «condotti inappropriati», come quelli della moderna tecnologia digitale, radiotelevisiva, e cinematografica, che «potrebbero intorbidare anche lʼacqua più limpida», come afferma lʼInnominato. Come già rilevato nella precedente quarta parte del presente studio, chi scrive potrebbe – il condizionale è dʼobbligo – forse, anche essere, in linea di principio, parzialmente dʼaccordo. Certo che il suo agire non mostra gran coerenza con questo assunto, anzi si direbbe che lʼInnominabile, con grande contraddittoria discrepanza, ʽami predicar molto bene, e razzolare assai maleʼ, il che non manca di farci alquanto ʽperplimereʼ.

Andando a percorrere la telematica rete, capita frequentemente di trovare, postate dellʼInnominabile, citazioni dalle opere di Rudolf Steiner, e da quelle di Massimo Scaligero, ambedue queste sì a fortiori pubblicate fuori contesto – fuori da ogni contesto – messe alla portata del primo curioso che vada a ʽbracareʼ (come usano dire nella Città del Fiore) in internet. Citazioni delle quali lʼavventurato lettore, in genere, non conosce, né può conoscere, la parte ad essa antecedente, né tampoco quella conseguente. Ora, dal punto di vista del suo amico Innominato, quel notissimo social forum, non è affatto che sia proprio uno dei migliori «condotti appropriati» nel quale riversare le limpide acque della Sapienza Celeste, anzi! Sul medesimo social foruma mio giudizio, con unʼazione di pessimo gusto – l’Innominabile pubblicò le foto sia della tessera rosa della Società Antroposofica Universale, sia la tessera blu della Prima Classe della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Quando entrò nella Prima Classe della Società Antroposofica, egli fece una promessa sacra di tenere rigorosamente riservati i contenuti della medesima, ma nonostante ciò, egli pubblicò sul suddetto social forum un mantram riservato della Scuola (il tutto, ovviamente, è stato debitamente protocollato e archiviato), dimostrando con quale serietà accogliesse e in quale considerazione egli tenesse i contenuti sacrali della Scuola di Michele. Di mantram dati da Rudolf Steiner lʼInnominabile su internet ne ha pubblicati parecchini (come sopra, tutto protocollato e archiviato), immettendoli così, a detta del suo amico Innominato, in «condotti inappropriati, che potrebbero intorbidare anche lʼacqua più limpida».

Per non parlare, poi, dei video nei quali egli sproloquia di Scienza dello Spirito, e di quella ʽMystica Aeternaʼ, che Rudolf Steiner nel 1914 aveva ritualmente chiusa, sigillata, e mai più riaperta, ma della quale, tuttavia, lʼInnominabile si dichiara Erede legittimo e Capo. Video, nei quali egli insegna, persino eseguendolo personalmente davanti ai videospettatori, un suo personale rifacimento magico-tantrico-evoliano della Concentrazione, spacciandolo per un esercizio dato – a suo dire – da Rudolf Steiner tramite il duca Giovanni Colonna di Cesarò, da lui falsissimamente identificato con lʼArvo del Gruppo di UR, mentre è dimostrato, persino in una pubblicazione delle Edizioni Mediterranee, curata da Gianfranco de Turris della Fondazione Evola, essere Arvo lo stesso Julius Evola. E lasciamo perdere la pubblicazione da parte sua di ʽglifiʼ magici della più che perversa Fraternitas Saturni, e di Franz Bardon (tutto protocollato e archiviato), dallʼInnominabile  in maniera  veramente incosciente pubblicati sul detto social forum, e da lui spacciati per materiale teurgico dellʼArcana Arcanorum del massonico Rito di Misraim. Come si può vedere, nei «condotti inappropriati» di internet, lʼInnominabile immette in gran copia, indebitamente mescolandole, sia acque impure e liquamose, sia acque pure che inevitabilmente «sʼintorbideranno» nella inquinante mescolanza con quelle infette, fetide e impure

Il nostro ineffabile Innominabile non si è minimamente posto, poi, nessun problema nel partecipare, per anni, a tutta una serie di convegni romani, con cadenza semestrale, nei quali tutta una serie di oratori, tra i quali egli stesso, intervenivano a vario titolo non solo parlando – con esiti vari, peraltro – di Massimo Scaligero, del suo insegnamento, delle discipline interiori da lui indicate, bensì ascoltando pure, ogni volta, una registrazione integrale di una delle riunioni chʼegli teneva bisettimanalmente a Roma, a Monteverde Vecchio, in Via Barrili. A tali convegni romani, ad entrata libera, poteva andare ad ascoltare chiunque, anche gente non sinceramente interessata alla figura di Massimo Scaligero, o dichiaramente ostili ad essa. Dai filmati stessi, poi apparsi sulla piattaforma internet di Youtube, vi ho potuto riconoscere chiaramente alcuni antroposofi calunniatori della figura di Massimo Scaligero e persino alcuni ʽinsinuantiʼ, cattolici integralisti, legati agli ambienti di Alleanza Cattolica, acerrima nemica della Scienza dello Spirito, dellʼAntroposofia, di Rudolf Steiner e dello stesso Massimo Scaligero, ed altra consimile gente. Il livello deglʼinterventi dei vari oratori era dei più vari: alcuni eccellenti, su altri preferisco non pronunziarmi. Quanto aglʼinterventi del nostro Innominabile, beh!, lasciamo perdere…

Questi convegni romani sulla figura di Massimo Scaligero sono andati semestralmente avanti per alcuni anni, sino a che la situazione di emergenza, imposta in maniera autoritaria e violenta dai vari governi, da nessuno eletti, succedutisi per la metodica distruzione della nostra amata Italia, non ne hanno di fatto impedito lo svolgimento. Su questi convegni, su questo tipo di «condotti inappropriati», né lʼInnominato, né tanto meno lʼInnominabile che, del resto, partecipò attivamente a tutti, pronunziarono mai verbo. Non dissero mai bèo! 

Né tampoco lʼInnominabile si fece, per anni, minimamente problema a scrivere, sotto vari eteronimi, le sue sciocchezze sulla forse anche troppo tollerante rivista LʼArchetipo, sciocchezze, pure invenzioni, e persino sfacciate menzogne sulla figura di Rudolf Steiner e la sua Opera, che chi scrive ha dovuto prendersi la pena di smascherare – puntualmente documentando tutto – e  severamente correggere, per ristabilire la verità.

Solo quando su LʼArchetipo cominciarono ad essere pubblicate, con cadenza mensile, ed in una forma più che degna, le pagine di un Diario, che Massimo Scaligero aveva lasciato in eredità, con tanto di dedica, a Romolo Benvenuti – e su ʽcomeʼ tale Diario di Massimo Scaligero, cosi su ʽcomeʼ i Quaderni di ʽOraoʼ, siano giunti in possesso dellʼInnominato, soprattutto tenendo conto di molte cose che personalmente mi disse Romolo Benvenuti circa lo spregiudicato modo di agire dell’Innominato stesso, avrei moltissimo da ʽeccepireʼ, tanto per usare una parola gentile – lʼInnominato ha sentito la necessità di pubblicare la sua agrodolce ʽdiffidaʼ (perché, al di là dei discorsi dialettici che la condiscono, tale, in realtà, essa è…) nei confronti de LʼArchetipo stesso, e soprattutto nei confronti di chi dirige tale benemerita rivista, che poi è la persona che Massimo Scaligero aveva più cara al mondo, e che mai avrebbe voluto o permesso che fosse ferita. Non stupisce il fatto che – vista lʼesplicita presa di posizione (leggi: ʽdiffidaʼ) apparsa sulla rivista romana – lʼInnominabile si è sùbito disciplinatamente, ma anche ʽopportunamenteʼ, allineato, mostrando altresì un certo malo ʽzeloʼ, alla posizione presa dallʼInnominato, da lui elogiato e presentato come suo grande amico. Liberissimo, ovviamente, lʼInnominabile di fare le scelte che al suo criterio appaiano come le più vantaggiose, e, soprattutto, le più ʽopportuneʼ, così come altrettanto libero è lo scrivente, e chiunque altro veramente pensi, di trarre da tali sue scelte, come da sue molte discutibilisse azioni, su di lui, unʼopinione a proposito delle sue scelte, delle sue azioni,  davvero poco lunsinghiera. 

Vorrei assicurare il benevolo lettore che quanto è stato scritto nel numero precedente, nonché in questo medesimo del presente studio, non scaturisce da antipatia, o volontà di denigrare, ma soltanto dalla volontà di ristabilire la verità, quella verità che veniva così abilmente occultata, ma anche palesemente alterata, e che rischiava di venire smarrita. E se, in taluni punti da chi scrive sono stati usati toni umoristici, non si voleva né si vuole con questo mancare minimamente di rispetto alle persone. Infatti, l’umorismo, e un po’ di socratica ironia, sono state usate al solo scopo di attenuar la tensione nellʼaffrontare una situazione di per sé già molto drammatica, per non dire tragica. Da chi scrive si è cercato, pur nel necessario pugnar vivace, di tener sommo conto del monito della Bhagavad Gita, VII, 11, che invita il combattente per la Verità e la Giustizia ad agire secondo il modello divino e secondo il monito del Supremo Signore che in essa dice: balam balavatâmâsmi kâmarâgavivarjitam, ossia ʽdei forti Io Son la forza libera di brama e di passioneʼ. A tale ideale – quello di agire a partire dallʼIo, dall’Io Sono, ossia dallo Spirito oltre lʼanima – che è ciò che costantemente con la sua parola e col suo esempio ci indicò Massimo Scaligero come esigenza imprescindibile dellʼAscesi della Via Solare, della Via dei Nuovi Tempi – chi scrive cerca, e cercherà sempre, con ogni sua forza di essere e rimanere fedele. Quod bonum, nobis felix, faustum, fortunatumque semper sit!

SCIENZA DELLO SPIRITO

AMOR VERITATIS. PARTE QUARTA.

Recentemente, chi scrive ha avuto modo di leggere quanto apparso in internet su un notissimo social forum in alcuni post, normalmente a me inaccessibili in quanto ʽbannatoʼ – come oggi usa dire da parte dei ʽnavigatoriʼ della mediatica ʽreteʼ – da colui che aveva pubblicato i suddetti post. Su tale noto social forum, ed anche altrove, chi scrive ha avuto lʼonore di esser ʽbannatoʼ da varie persone, nonché coperto dʼinsulti, pubblicamente diffamato, e persino minacciato per aver disvelato e documentato varie scomode verità, che si intendeva tener ben celate, nonché menzogne ed azioni non proprio ʽcommendevoliʼ, la cui conoscenza, resa pubblica, avrebbe oltremodo imbarazzato chi indossava una ingannevole maschera per nascondere un volto davvero poco raccomandabile. Ma, nel caso qui in questione, il ʽbandoʼ è stato facilmente superato grazie al provvido ausilio di mano amica – che qui vivamente ringrazio – la quale ha voluto trasmettermi quanto ivi pubblicato, chiedendomi che cosa mai io ne pensassi in quanto la lettura aveva avuto per lei lʼeffetto di renderla alquanto perplessa. In effetti, detta lettura ha avuto lʼeffetto di ʽperplimereʼ – come direbbero coloro che si sforzano di parlare in maniera particolarmente involuta e difficile – non poco anche chi qui scrive.

Ma siccome testi sapienti ci invitano a cercare e rinvenire elementi positivi in ogni evento, in ogni manifestazione, trasformando tutto, persino eventuali difficoltà e stridenti difformità e contraddizioni, in preziose occasioni di lavoro interiore e di conoscenza, mi son messo diligentemente in cerca del positivo e devo dire chʼessa si è rivelata oltremodo interessante, e soprattutto fruttuosa. Prima di tutto, mi son ben letto più volte quanto pubblicato il 3 febbraio scorso sul detto social forum, ove appaiono le foto di quanto venne a sua volta pubblicato in maniera anonima su una rivista romana, che vorrebbe richiamarsi al pensiero di Massimo Scaligero, da parte di colui che su questo animoso e temerario blog uso, da svariati anni, chiamare lʼInnominato. Lo chiamo, scherzosamente, così perché costui non firma mai i lunghi e concettuosi articoli di apertura dei vari numeri della rivista, nei quali ho avuto spesso occasione di rilevare non pochi elementi ʽperplimentiʼ o ʽperplettentiʼ, che dir si voglia.

In tale articolo di apertura della suddetta rivista romana, intitolato «Ai lettori» e apparso nel dicembre dello scorso anno, lʼInnominato comincia con lʼesporre tutta una serie di norme legali in materia di diritti dʼautore, circa le quali non vi sarebbe, sia chiaro, in linea generale, nulla da obbiettare se non alcune peculiarità, che lʼautore del suddetto articolo si guarda bene dal mettere in evidenza. Per esempio, egli afferma che:

«… spetta allʼautore dellʼopera, ovvero a chi lʼabbia in seguito acquisito nei modi consentiti dalla legge, il diritto di pubblicare e riprodurre, in qualsiasi forma, lʼopera stessa, inclusa la corrisponenza epistolare». 

Ciò è inesatto. Per quanto riguarda la corrispondenza epistolare, lʼInnominato può legalmente pretendere una legittima proprietà del diritto dʼautore unicamente per la parte di corrispondenza effettivamente in suo possesso, nel caso in cui essa sia stata realmente acquisita «nei modi consentiti dalla legge», come egli stesso scrive. Ma le lettere, e quantʼaltro possa essere considerato corrispondenza, è per legge possesso di chi le riceve, il quale ha il diritto di farne – a suo libito – lʼuso, se si vuole anche criticabile, che costui meglio crede. E, questo, lʼInnominato lo sa benissimo, ma si guarda bene dal farlo presente.

Infatti, tanto per citare un caso concreto, Massimo Scaligero trascriveva ogni anno, a moʼ di diario, suoi pensieri e considerazioni interiori di natura ascetica, su vecchie agende, e alla fine di ogni anno li consegnava ad Alfredo Rubino, del quale Massimo Scaligero si fidava in maniera esclusiva, affinché questi li facesse pervenire in maniera sicura nelle mani di Marina Sagramora. Questa era la volontà certa ed esplicita di Massimo Scaligero, e di tale volontà mi sono più volte sincerato interrogando personalmente Alfredo Rubino, il quale ogni volta del fatto mi ha dato ampia, identica, conferma. So che, a suo tempo, lʼInnominato li richiese – anzi li volle perentoriamente esigere – da chi, per volontà di Massimo Scaligero, aveva ricevuto quei ʽdiariʼ, accampando – a suo dire – diritti di esclusivo possesso sui medesimi, nonché quelli di una loro eventuale pubblicazione. Ma si trattò di un mero bluff e, giustamente, la consegna di quei preziosi ʽdiariʼ – richiesti, peraltro, in modi che la mia amica Fang-pai, Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, giudicherebbe, sin troppo caritatevolmente, ʽinappropriatiʼ, tanto erano poco ʽurbaniʼ – giustamente fu rifiutata. Io stesso ho delle lettere di Massimo Scaligero, da lui indirizzatemi in anni ormai lontani della mia giovinezza, ed esse sono mio esclusivo possesso, e posso farne lʼuso che giudico più opportuno e giusto. Checché ne dica o ne pensi lʼInnominato, le cose stanno esattamente così, ed anche questo egli lo sa benissimo.

Poi lʼInnominato aggiunge, dando una interpretazione pro domo sua, ossia affatto personale, partigiana e palesemente ʽinteressataʼ, di un articolo della medesima legge:

«Va precisato che la mera cessione di uno o più esemplari dellʼopera «non importa la trasmissione del diritto di pubblicazione e riproduzione (v. art. 109, legge cit.)», onde a coloro a cui Massimo Scaligero avesse donato o lasciato a qualsiasi titolo propri quaderni, diari, scritti in genere, non hanno perciò solo acquisito il diritto di pubblicarli e riprodurli».

Naturalmente, anche ciò è inesatto, anzi è proprio un palese bluff la parte dellʼaffermazione dellʼInnominato enunciante la sua personalissima, e contestabilissima deduzione e interpretazione della legge, ossia che:

«… onde coloro a cui Massimo Scaligero avesse donato o lasciato a qualsiasi titolo propri quaderni, diari, scritti a qualsiasi titolo, non hanno perciò solo acquisito il diritto di pubblicarli e riprodurli».

Nessuno, infatti, contesta che se Massimo Scaligero mi avesse donato uno dei suoi libri pubblicati – e me ne ha donati tantissimi – non per questo io avrei acquisito il diritto di pubblicarli a mia volta. Ma per quel che riguarda la donazione da parte sua di lettere, scritti autografi, o diari, le cose non stanno affatto come sostiene lʼInnominato, con la sua affatto ʽpartigianaʼ interpretazione della legge.

Dopo un cotal exploit di indubbia abile sapienza giuridica, lʼInnominato estensore dellʼarticolo di fondo apparso nel numero di dicembre della rivista romana, passa a fare – dandone, col suo consueto stile, più volte una fredda ed una calda, e viceversa – alcune apparenti, a mio modo di vedere molto infide, ʽgeneroseʼ concessioni, con lo scrivere:

«Fatta questa doverosa premessa, va detto che lʼAssociazione non ha alcuna pregiudiziale preclusione a concedere il diritto di pubblicazione e di riproduzione degli scritti di Massimo Scaligero a chi volesse con serietà e responsabilità contribuire al còmpito che la Tilopa edizioni e la rivista Graal si sono assunto. Tuttavia, è necessario che siano rispettate due ineludibili condizioni: la prima è che la pubblicazione e la riproduzione di questi scritti avvengano nel rispetto della legge sul diritto dʼautore e di quello dellʼeditore, posto che: «Occorre partire dallʼobbedienza alle leggi, per meritare di trasformarle»; la seconda è che la pubblicazione e la riproduzione avvengano con mezzi e in forme confacenti ai contenuti veicolati dallʼAutore, ciò che esclude in radice che possano effettuarsi a mezzo della rete internet. E ciò andrebbe esteso ad ogni contenuto analogo a quelli di cui si tratta, anche se di altri Autori pubblicati da Tilopa».

Anche su questo, in linea di principio, non vi sarebbe nulla da eccepire, tanto più che qui lʼInnominato vuol farsi forte di una citazione di Massimo Scaligero tratta da Il pensiero come anti-materia, Perseo, Roma, 1978, p. 120. Certo, il discorso è formalmente corretto, ma chi conosca quanto lo stesso Massimo Scaligero abbia lottato per una intera vita contro ciò che si presenta formalmente e dialetticamente corretto, pur essendo vuoto di contenuto, o addirittura rivestente un celato contenuto che invece è il contrario della verità – nellʼultimo, mensile, incontro rituale di meditazione, da me varie volte evocato su questo blog, il 25 gennaio 1980, ossia poche ore prima che ci lasciasse, egli ci fece ben avvertiti che «Arimane mente anche dicendo la verità» – non può farsi così ingenuamente ingannare da un tale sin troppo facile sofisma. Viviamo in un paese nel quale son spesso correnti due particolari azioni: in primo luogo, lʼeludere la legge compiendo azioni illegali e riprovevoli, avendo cura di tenerle ben celate, e, in secondo luogo, il servirsi della stessa legge come copertura e persino strumento di eventuali azioni illegali e riprovevoli compiute. questo, naturalmente, detto in linea generale, per così dire, in ʽvia di principioʼ, senza attribuzione veruna al caso specifico che qui ci riguarda. 

Di ciò, oramai, non vi è più di che stupirsi, ché purtroppo fa parte di un mal costume corrente in molti ambienti, non solo in Italia. Dovrebbe stupire – ed invece, purtroppo, la cosa non stupisce più chi abbia occhi per ʽvedereʼ – come tale mal costume sia abbondantemente presente in ambienti che si dicono ʽspiritualistiʼ, siano essi religiosi od esoterici. In oltre cinquantʼanni di Scienza dello Spirito, nonché in precedenti anni passati seguendo Vie orientali, chi scrive può dire di averne viste davvero di tutti i colori: menzogne, furti eseguiti con destrezza e compiuti direttamente o fatti compiere su commissione, comportamenti omertosi e spergiuri in aule di tribunale attuati per coprire persone e gravi fatti delittuosi, persino terroristici, forme di ʽpirateriaʼ elettronica violando come hacker siti internet altrui, indebita appropriazione e sparizione di documenti che dimostrerebbero il buon diritto altrui, indebita appropriazione di fondi di Enti o Istituzioni pubblici, persino lo scassinare una porta e il sostituire il cilindro della chiave di uno studio, e via dicendo. Anche questo, naturalmente, sia ben chiaro, ripetuto in linea generale, per così dire, in ʽvia di principioʼ, a mo’ di esempio di casi correnti, senza attribuzione alcuna al caso specifico che qui consideriamo. Un tale deprecabile mal costume – giova ribadirlo – purtroppo si è verificato anche nellʼambiente di coloro che il mio amico C., coraggioso e valente asceta dʼaltra dottrina, mio grande amico, e compagno d’armi di tante aspre battaglie, chiama, con simpatico umorismo, ʽscaligeropolitanoʼ. Naturalmente, gli autori di comportamenti così poco encomiabili, son sempre pronti a giustificare, con abile formale dialettica, con una alluvione di argomenti ʽvalidiʼ, come tutto ciò, in definitiva, sia stato compiuto in nome di un eccellente fine più alto. Ma come dicevano, in tempi lontani, in Cina, Maestri del Tao come Lao-tzu e Lü-tzu, e come riaffermano, in tempi più recenti, Massimo Scaligero, e, di nuovo, la mia amica Fang-pai, ella pure, nobile Figlia del Celeste Impero, nonché sapiente Maestra del Dharma: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto».

Su di un tale disinvolto machiavellico sofisma, Massimo Scaligero si espresse più volte – sia per iscritto che oralmente – con parole veramente di fuoco. Per esempio, in Reincarnazione e Karma: Il ritorno sulla Terra come legge di equilibrio, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 193-195, egli così scrisse:

«Un principio della strategia della menzogna oggi dominante il mondo, secondo una direzione anti-karmica, e perciò sollecitante le forze del karma più severamente pareggiatrici, cioè demolitrici delle strutture che sono alla base della menzogna, è la persuasione che «il fine giustifica i mezzi». A questa massima va opposta quella del saggio cinese Lutzu: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto»: massima conforme alla realtà obiettiva del mondo, cioè alla sua struttura morale, e perciò alla dinamica delle leggi del karma.

Non esiste un fine che giustifica i mezzi, perché ciò che, secondo tale presunzione, sembra un fine, in realtà non è tale: non sta dopo, ma prima. Un valore che nel suo contenuto primo non ha il potere di suscitare le proprie necessarie mediazioni, per tradursi in realtà, non può essere un ideale verso cui si procede, bensì un presupposto a cui ci si subordina, senza possibilità di giudizio libero, perché non viene da una scelta cosciente, bensì dal dominio di quel che preventivamente si preferisce. Ciò che si preferisce senza coscienza critica, scaturisce sempre – salvo rare eccezioni – dalla natura animale. Il giusto fine esclude il mezzo ingiusto: quando esige tale mezzo, è un fine falso, cioè un falso ideale, perché gli è giocoforza attingere al livello a cui realmente appartiene, allʼanima senziente, dominata dalla natura animale. Se il fine fosse giusto apparterrebbe al livello della chiara coscienza, alla cui altezza è illimitata la serie dei mezzi pertinenti, cioè giusti, possibili ad una libera scelta. Il più desolato equivoco morale è legato alla norma «il fine giustifica i mezzi», perché muove dalla presunzione che il fine sia giusto e non il presupposto ingannevole, lʼillusoria persuasione, il pregiudizio, la superstizione, il credo fanatico, lʼidolo mentale, l’ossessione ideologico-nevrotica, il contenuto psicotico.

Allorché un risultato apparentemente positivo viene conseguito con mezzi illeciti, è inevitabile che la sua struttura sia precaria, perché manca di interna architettura di forze. Le autentiche forze architettoniche sono sempre forze morali».

È noto come la cinica norma machiavellica, affermante che «il fine giustifica i mezzi», sia stata fatta sua dalla mai troppo infamata Compagnia – come la epitetava il pitagorico Giulio Parise, amico sin dalla sua gioventù di Massimo Scaligero – sia come principio teologico giustificante che come metodo di azione efficace: il tutto ad maiorem Romanae Ecclesiae gloriam, naturalmente. Si conosce bene quanto i militi della suddetta mai troppo esecrata Compagnia abbiano operato, adoprando i mezzi più sozzi e subdoli per infangare la figura di Rudolf Steiner, ostacolare la diffusione del suo pensiero, e distruggerne lʼOpera. Ho già avuto modo scriverne diffusivamente su questo temerario blog. Ben sapendo di dire il falso, come ho ampiamente documentato, essi scrissero che Rudolf Steiner aveva studiato in seminario, che era un prete spretato, e durante la seconda guerra mondiale, con lʼItalia occupata dalle truppe germaniche, i militi della suddetta non certo molto stimabile Compagnia, chiesero al comando germanico la messa al bando e la distruzione delle opere di Rudolf Steiner, asserendo – sempre mentendo sapendo di mentire – chʼegli fosse di sangue ebraico. Conosco questa vicenda – e ne do, assumendomene tutta la responsabilità, aperta testimonianza – dallʼavermene parlato lo stesso Massimo Scaligero, il quale mi descrisse quanto, con coraggio ed indubbia abilità, a mio giudizio, egli allora fece, con una azione ad hoc, per scongiurare una simile iattura. A ciò potrei aggiungere la spietata persecuzione «antigraalica» attuata – servendosi appunto degli strumenti della legge – da militi di sì nefasta Compagnia nei confronti dello stesso Massimo Scaligero.

E, visto che stiamo trattando di vicende editoriali, è arcinoto negli ambienti occulti come proprio la perfida azione della machiavellica Compagnia, nel 1958, riuscì – usando mezzi assolutamente legali – a portare al fallimento ed alla chiusura la benemerita casa dei Fratelli Bocca Editori, che tanti libri di Rudolf Steiner aveva pubblicato e diffuso in Italia. Anche questa triste vicenda, oltre che dal mio amico L., mi fu ampiamente più volte descritta, sin dai primi incontri, da Massimo Scaligero. Chiunque può vedere quanto potesse esser ʽnobileʼ il fine che quei diligenti militi si proponevano di conseguire, impadronendosi delle azioni di detta casa editrice, ritirando dalle librerie le copie delle opere di Rudolf Steiner, e portando al fallimento una storica e tanto benemerita casa editrice.

Il metodo è sempre quello di impadronirsi di beni materiali per attuare i propri moralmente discutibili fini, non certo ʽnobiliʼ e ʽspiritualiʼ. Perché, in definitiva, come diceva il santo vescovo e martire Cipriano dʼAntiochia, di fronte a cotanta gesuitica spregiudicatezza, si deve concludere che:

«Terribile contraddizione: chiamano beni ciò che serve loro a far del male».

Mentre, nellʼAntico Testamento, (Isaia, 5.20), il profeta così stigmatizza gli abili e illudenti malvagi:

«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro».

Del resto, non molto diversamente agirono nel secolo scorso Albert Steffen, e il suo degno ʽcompagno di merendeʼ, Guenther Wachsmuth, allorché nella loro campagna di aggressione e di denigrazione di Marie Steiner, arrivarono a scippare, oltre al conto in banca – con metodi che Marie Steiner stessa definì da ʽgangstersʼ –, anche la casa editrice Philosophisch-Anthroposophischer Verlag, da lei fondata e finanziata, il tutto allo scopo di attuare anchʼessi un abile ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, usando, alla bisogna, anche i mezzi legali.

Colpiscono non poche, davvero inquietanti, analogie con quanto è successo dopo la dipartita di Massimo Scaligero. Su questo temerario blog, chi scrive ha avuto modo di illustrare a lungo contenuti e metodi di un altrettanto esiziale ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, e lʼaver fatto ciò ha scatenato sul noto social forum e altrove – del resto non poteva esser diversamente, date le premesse – contro il sottoscritto una canea di accuse, di insulti, di minacce, e di esternazioni, in taluni casi veramente divertenti, per quanto erano comiche e circensi. Ma tantʼè, tutto come da previsioni. Anzi sarebbe stato preoccupante se così non fosse stato. Naturalmente, anche qui, ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ a parte, stiamo facendo un discorso generale – in linea di principio, come più sopra scritto – senza attribuzioni specifiche, altrimenti chi scrive dovrebbe tenere ben altro tono e ben altro discorso, ed esser molto meno gentile. 

Quanto alla seconda condizione, ʽgenerosamenteʼ (si fa per dire…) posta dallʼInnominato, ossia che:

«… la seconda è che la pubblicazione e la riproduzione avvengano con mezzi e informe confacenti ai contenuti veicolati dallʼAutore, ciò che esclude in radice che possano effettuarsi a mezzo della rete internet. E ciò andrebbe esteso ad ogni contenuto analogo a quelli di cui si tratta, anche se di altri Autori pubblicati da Tilopa»,

vi sarebbe, di per sé, poco da eccepire, trattandosi di una legittima scelta – giusta o sbagliata che sia – che un editore è liberissimo di fare su ciò egli stesso pubblica. Ma, è evidente che una tale scelta non può riguardare altri che lui e per quel che è di sua competenza. Se, per ipotetico caso, mi pungesse vaghezza di pubblicare le lettere di Massimo Scaligero da me ricevute, o altri suoi manoscritti in mio possesso, su internet, o in altro modo, tale decisione – giusta o sbagliata ch’essa sia – non potrebbe competere altro che a me, ed io solo ne porterei la responsabilità morale, cosa molto diversa dalla liceità legale. 

Indi, il nostro Innominato autore dellʼarticolo apparso sulla rivista romana, prosegue con una precisazione – una sorta di ostativo ʽconsiglio che non si può rifiutareʼdato, sempre a suo dire naturalmente, dallo stesso Massimo Scaligero – precisazione nella quale egli specifica quali forme di pubblicazione siano, a suo modo di vedere, da evitare:

«Lo stesso Massimo Scaligero aveva reso avvertiti coloro che più gli erano intimi che mai avrebbero dovuto divulgare contenuti scientifico-spirituali attraverso mezzi quali radio o televisione. Non si tratta di una anacronistica opposizione alle innovazioni della tecnica, ma della coerenza richiesta a chi, volendo farsi cultore della Scienza dello Spirito, non può non percepire con chiarezza lʼintima contraddizione del mezzo rispetto al contenuto che intende rendere noto ad altri. Pure chi sia mosso dalle più elevate intenzioni, potrà facilmente comprendere come anche lʼacqua più limpida possa intorbidare se fatta scorrere in condotti inappropriati».

Che dire? Si tratta, con tutta evidenza di una valutazione, e di una conseguente scelta – basata, a suo dire, su una indicazione di Massimo Scaligero – che compete esclusivamente allʼInnominato, e che – viste le sue precedenti considerazioni legali – non possono legare altri che lui, appunto lui e non altri. Chi qui scrive si guarda bene dal contestare la liceità legale di una cotale sua più che legittima scelta. Ma, se si osservano le cose e i fatti non da un punto di vista formale e legale, bensì da un punto di vista sostanziale, ossia da un punto di vista schiettamente etico e spirituale, ci sarebbero alcune considerazioni da fare.

Ovvero, se è verissimo che, come scrive lʼInnominato – e non si adonti costui dellʼepiteto scherzoso per lui da me umoristicamente scelto, ché ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, nella sua tragica grandezza, lʼInnominato è una figura bellissima, per la quale nutro grandissima simpatia – «Pure chi sia mosso dalle più elevate intenzioni, potrà facilmente comprendere come anche lʼacqua più limpida possa intorbidare se fatta scorrere in condotti inappropriati», è pur altrettanto vero, purtroppo, anche il contrario. Ossia, come in condotti «appropriati» possano scorrere acque molto torbide e liquami schifosi: la storia di venti secoli delle confessioni sedicenti cristiane, molto poco cristiche, e soprattutto la lunga storia della potenza straniera dʼOltretevere, mostrano, ad abundantiam, come sovente il Vangelo sia servito come conduttura e veicolo di qualcosa, che non era affatto unʼ«acqua di vita», come la definisce il Signore nel quarto capitolo del Vangelo di Giovanni, cap. 4, vv. 10-15, nel suo discorso alla fortunata samaritana. Meglio, in questa sede, non entrare in particolari, ché non mi voglio guastare il buon umore.

Per cui, lʼInnominato non si dolga pel fatto che, avendo egli sollevato questioni di legale correttezza editoriale, che il sottoscritto non ha alcuna intenzione di contestare, gli vengano rivolte alcune osservazioni su come la Tilopa talvolta ha svolto il còmpito chʼessa si è voluta assumere. Sul presente blog, chi scrive in passato ha dovuto rilevare alcune azioni, le quali dal punto di vista sostanziale, e non meramente formale e legale, sono apparse profondamente scorrette, suscitando, non solo al sottoscritto ma anche a non pochi altri, alquanti dubbi e perplessità. Voglio qui citare solo alcuni di questi casi, fra molti altri che, per brevità, sono costretto a trascurare. Rispetto allʼedizione originale del libro di Massimo Scaligero, Manuale pratico della Meditazione, Teseo, Roma, s.d. ma 1973, le edizioni più recenti appaiono aver subito interventi piuttosto discutibili con sostituzioni di parole, che cambiano il senso del discorso, e quant’altro. Nelle ultime edizioni de Lʼuomo interiore, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, a Roma, nel 2012, manca il sottotitolo, invero importante, Lineamenti dellʼesperienza sovrasensibile, presente nellʼedizione originale, pubblicata sempre dalle Edizioni Mediterranee nel 1976, e manca altresì, nella quarta di copertina, gran parte della sintesi del libro che, come era suo costume, e come pure è evidente a chiunque, era stata scritta dallo stesso Massimo Scaligero. Per non dire il grande stupore che suscitò in molti la evidente manipolazione di un testo di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, ripubblicato in seconda edizione, nel 2012, dalle Mediterranee, con lʼarbitraria interpolazione nel testo – a mio modo di vedere, cosa oltremodo scorretta – di un intero capitolo, al dire dell’Innominato ʽineditoʼ, ma in origine ʽprevistoʼ dall’Autore, che in realtà era – come ho potuto dimostrare, anche fotograficamente, sul presente blog – un opuscolo commemorativo che Massimo Scaligero aveva scritto, come gesto conciliativo per estinguere precendenti annose e aspre polemiche, su richiesta di sua sorella Adelina, “Luciana Virio”, dopo la morte del marito, l’esoterista ultracattolico Paolo Marchetti “Virio”, le cui sedicenti alchemiche pratiche operative «a due vasi», alle quali egli era stato iniziato dal patrizio fiorentino, il conte Umberto Alberti “Erim” di Catenaia, erano, a dir poco, oltremodo scabrose. Su questo blog, a suo tempo, chi scrive ebbe modo di documentare – anche pubblicando foto eloquenti – tale arbitraria interpolazione. Sempre in Dallo Yoga alla Rosacroce, nell’anonima Introduzione – non firmata, ma sicuramente attribuibile all’Innominato – vi sarebbero da contestare molte ʽimprecisioniʼ – in taluni casi, a mio giudizio, volute – su dati storici, alcuni dei quali riguardanti persino il sottoscritto a proposito, per esempio, della nascita, della formazione e dellʼorientamento della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero nella mia città. Ma anche in conferenze di Rudolf Steiner – anche questo fu dimostrato dal sottoscritto nel blog che ospita i suoi fastidiosi articoli – lʼInnominato ebbe modo di interpolare ʽcreativamenteʼ, per esempio in Edouard Schuré, L’Iniziazione dei Rosacroce, testo che in realtà era di Rudolf Steiner, ed aveva il titolo originario di Esoterismo Cristiano, già edito nel 1940 dai Fratelli Bocca, nella onesta traduzione di Bruno Roselli, testo al quale lo Schuré fece solo lʼIntroduzione, frasi inesistenti nel testo tedesco pubblicato a Dornach dalla Rudolf Steiner Verlag e in francese a Parigi da Triades. Vi sarebbero molte altre cose da riportare e da eccepire, non meno importanti, che per brevità son costretto a tralasciare.

Che cosa direbbe di un tale modo piuttosto disinvolto – che purtroppo invale sempre più in molti àmbiti, sacri e profani – di trattare la sua Opera, e la sua stessa persona, Massimo Scaligero, il quale fece sempre dell’onestà più rigorosa e della correttezza assoluta la pratica costante della sua vita? È sufficiente, a tale proposito, ascoltare quanto egli stesso dice nella registrazione di una riunione in Via Barrili, tenuta il 18 marzo 1978 – registrazione questa, altrimenti a me inaccessibile, trasmessami dalla stessa mano amica che qui, di nuovo, vivamente ringrazio – riunione nella quale egli usò parole molto forti contro il mal costume di inquinare il patrimonio sacrale della Sapienza Celeste, di alterarne i testi, di manipolar persone e situazioni, di far deviare i cercatori dello Spirito dal retto sentiero, e – aggiungo io – di attuare un esiziale ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ: 

«Ci troviamo nei guai se non abbiamo la conoscenza, e se non si capisce che la vera conoscenza viene da una linea onesta. Se uno scopre che cʼè qualcuno che fa il maestro, e poi taglia i pezzi, cambia i testi, li manipola, e in maniera da manovrare le persone, questo non è onesto. E quando abbiamo scoperto questo, abbiamo cominciato a dire «basta» con questi esseri, perché la vera caratteristica del Maestro spirituale è la terribile onestà, la formidabile onestà, la correttezza assoluta, il non voler influenzare nessuno, ma aiutare la nascita dell’essere libero, non voler entrare nella sfera sacra di un altro, ma dargli modo di conoscere e di agire da quella sfera come un essere libero».

Certo, allʼInnominato, come attuale possessore dei diritti dʼautore sullʼopera di Massimo Scaligero, è lecito legalmente attuare la politica editoriale che preferisce, perché la legge gliene dà ampia facoltà. Formalmente, non si può obbiettar nulla circa la liceità legale – ripeto, legale – di un tale comportamento, ma se si guardano le cose da un punto di vista meno borghese e filisteo, e più sostanziale, ossia etico e spirituale, le cose appaiono, e sono, molto diverse. Questo, per mostrare come non sempre quella che scorre in «condotti appropriati» – per usare una espressione dellʼInnominato – sia unʼacqua limpidissima.

Ora – voglio qui esprimere alcune mie personalissime valutazioni e considerazioni, non obbligatoriamente condivisibili – tenendo conto di quanto lʼInnominato disse, apertis verbis e davanti ad una testimone, che se volesse potrebbe benissimo confermare la cosa, nelle uniche due visite chʼegli fece a casa mia, nel 1996 e nel 1997, circa quello chʼegli realmente pensava di Massimo Scaligero, del suo modo di vivere, della sua intelligenza, della sua Ascesi, della Via del Pensiero da lui indicata, del suo rapporto col Logos, e con il Graal, tutte cose chʼegli in Massimo Scaligero allora criticò con aspre e ingiuste parole, chi qui scrive reputa – questa è una sua personale valutazione, purtroppo ai sui occhi supportata da molti fatti ed evidenze – che lʼInnominato giudichi tuttora addirittura ʽprovvidenzialeʼ l’aver egli potuto ottenere – non importa qui come – la proprietà legale dei diritti dʼautore sulle opere di Massimo Scaligero, proprio ai fini di attuare un da me più volte citato ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ in favore della nota potenza straniera dʼOltretevere. Questa è almeno la personalissima, e – se vi vuole – contestabilissima, opinione di chi qui scrive. Si dirà che sono prevenuto, e devo confessare di esserlo moltissimo, perlomeno attualmente. Un tempo non lo ero affatto, anzi – essendo ancora allʼoscuro di molti fatti da me conosciuti solo in séguito – lo reputavo un ʽamicoʼ, e in molte occasioni, a suo tempo, lo difesi lottando acerbamente con le unghie e coi denti. Poi la cruda e spietata realtà dei fatti – ed anche i provvidi avvertimenti di una persona che negli anni novanta dello scorso secolo mi aprì completamente e definitivamente gli occhi – mi rese consapevole chʼegli ʽamicoʼ non mi era affatto, e che – glielo riconosco – egli perseguiva, a suo modo, un non palese, ben celato, non confessato, ʽidealismoʼ, che però non era, e non potrà mai essere, il mio, bensì un altro, inconciliabile con la Scienza dello Spirito, con l’Anthroposophia di Rudolf Steiner, e con la Via del Pensiero di Massimo Scaligero, ʽidealismoʼ che, nei suoi programmi di attuazione, lo collegava con le finalità della suddetta potenza straniera dʼOltretevere, che dellʼAnthroposophia di Rudolf Steiner e della ʽViaʼ di Massimo Scaligero vuole, e metodicamente persegue da oltre un secolo, lʼannientamento totale. Si dirà che queste mie crude considerazioni siano fortemente ʽprevenuteʼ ed ʽestremisticheʼ – non ho veruna difficoltà ad ammetterlo – ma sinora nessuno mi ha mai portato convincenti ragioni del fatto che io sarei in errore. Se qualcuno mi dimostrasse – concretamente, ossia con fatti accertati, non solo dialetticamente mi dimostrasse, ripeto, che sbaglio  ne sarei felicissimo, mi darei da solo pubblicamente del somaro, e potrei ridere allegramente di me stesso. Purtroppo, rebus nunc sic stantibus, così non è, e dubito fortemente che in un prossimo futuro vi saranno cambiamenti in proposito.

LʼInnominato termina lʼarticolo di apertura del numero dello scorso dicembre della rivista romana con considerazioni che vorrebbero apparire esser un appello ad una maggiore responsabilità da parte di coloro che si riconoscono nel pensiero e nellʼOpera di Massimo Scaligero, e conclude con una frase dal sapore dolciastro:

«Questi chiarimenti vorrebbero invitare ad una maggiore responsabilità tutti coloro che hanno avuto la preziosa occasione di trovare nella vita un punto di tangenza con Massimo Scaligero e la sua opera. LʼAssociazione vorrebbe continuare ad astenersi dallʼintraprendere iniziative che, pur fondate sul piano giuridico, finirebbero per compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili e perciò richiedenti un comportamento eticamente ed esotericamente adeguato.

A.C. Fondazione Massimo Scaligero».

Naturalmente, non si può non concordare con un sì lodevole invito «ad una maggiore responsabilità». Ma, proprio per questo, appunto, un simile appello morale dovrebbe valere erga omnes e, va da sé, in primis per chi lo propone. In questi oltre quarantadue anni dalla dipartita di Massimo Scaligero sono accadute molte cose tragiche, estremamente dolorose, allʼinterno della Comunità Solare, come la chiamava lo stesso Massimo Scaligero. Molti, compreso lʼInnominato, facendosi un esame di coscienza, dovrebbero chiedersi se con la loro azione, palese o celata, non abbiano contribuito poco o molto alle difficoltà che in tale Comunità spirituale negli ultimi quattro decenni sono sorte, e se con la loro azione non abbiano anchʼessi determinato molti tragici esiti, che nel tempo si sono verificati. Questo è un problema che esula completamente da una valutazione meramente legale della questione riguardante il diritto dʼautore, al quale sembra proprio che lʼInnominato dialetticamente voglia ridurre gran parte del problema nel citato articolo. E proprio «un comportamento eticamente ed esotericamente adeguato» richiederebbe che ci si astenesse – a meno che non si perseguano altri non chiari, e non dichiarati, fini – dallʼusare nei confronti di sinceri appartenenti alla Comunità Solare, che dovrebbero essere considerati ʽfratelliʼ, e soprattutto nei confronti della persona alla quale Massimo Scaligero dedicò il libro Graal e molti altri suoi libri, un dolciastro linguaggio, completamente fuori luogo, che a taluni potrebbe apparire forse anche vagamente ostativo e minatorio, con lasciar intendere che esisterebbe la possibilità di «intraprendere iniziative che, pur fondate sul piano giuridico, finirebbero per compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili».

Ora, questo bel discorso dellʼInnominato è – tanto per usare una locuzione sportiva – davvero un po’ troppo ʽfuori tempo massimoʼ, visto che sono decenni che registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero vengono ascoltate ogni quindici giorni a Roma nella sede di Via Pindemonte, ove si svolgono da oltre trent’anni le riunioni del Gruppo Novalis, e le riunioni tenute un tempo da Alfredo Rubino, e sono decenni che vedo tali registrazioni girare di mano in mano, finendo non poche volte anche in mani indebite. Sono decenni che le registrazioni di Massimo Scaligero, intere o parziali, appaiono in internet, e vengono scaricate da chiuque voglia. Sono decenni che le opere scritte di Massimo Scaligero – sia quelle da tempo esaurite, sia quelle di più recente pubblicazione – sono state digitalizzate in maniera eccellente o anche in forme più scadenti, e si trovano su vari siti in internet. In questi ultimi anni, si sono svolti a Roma alcuni convegni, ai quali partecipavano, peraltro, eziandio ʽamiciʼ dellʼInnominato (alcuni dei quali, fossi io lui, direi: da certi ʽamiciʼ ben mi guardi Iddio…) – convegni nei quali sono state ascoltate anche registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero

Quanto alla ʽnon confacenzaʼ del fatto che intimi contenuti spirituali siano veicolati attraverso la radio, la televisione o la ʽreteʼ elettronica di internet, si potrebbe, in parte e in linea di principio, essere, forse, d’accordo, se non fosse che l’urgenza e la ʽnequizia dei tempiʼ a situazioni straordinarie impongano oggi, spesso, di usare, in mancanza di altri più adeguati ed efficaci, degli strumenti, di per sé neutri, straordinari. Ma, allora, sposando, sia pure in via ipotetica e parzialmente, il punto di vista dell’Innominato sulla questione, stupisce assai vedere come nel cast tecnico di produzione di un film – circa la qualità del quale, come su alcune altre analoghe ʽiniziativeʼ del genere, chi scrive preferisce tacere – sulla figura di Massimo Scaligero compaia proprio la figlia artista, sceneggiatrice e cineasta dellʼInnominato, e il fatto che colui che ha ideato, voluto, sponsorizzato, e potremmo dire ʽprodottoʼ, un tale film sia chi, forse più di tutti, alla radio, in televisione, su internet, diffonde registrazioni, foto, interi libri digitalizzati, ed eziandio giornaliere riproduzioni sul noto social forum di quel Diario. Invece, la pubblicazione di quel Diario, che viene fatta una sola volta al mese – in forme peraltro più che degne – sulla rivista LʼArchetipo, curata da Marina Sagramora, svolge una funzione molto positiva, ed oserei dire, necessaria, nella continuità logica e ascetica con quanto Massimo Scaligero aveva scritto nella serie degli altri Diari, che le aveva donato e fatto recapitare tramite Alfredo Rubino. Non è, per caso, che sia proprio il fatto che quel Diario venga pubblicato su LʼArchetipo che disturba? Su tutto ciò, per decenni, lʼInnominato sino ad oggi ha sempre perfettamente taciuto, quindi perché proprio ora? Così come ha sempre altrettanto perfettamente taciuto, e tace tuttora, sulla pericolosa strumentalizzazione politica e pseudoesoterica in pessima fede, che del nome e dellʼOpera di Massimo Scaligero viene perpetrata, su siti internet e su fogli vari, da parte di ambienti appartenenti ad ideologie molto problematiche e ad esoterismi alquanto deviati, fortemente antagonisti rispetto alla Scienza dello Spirito e alla Via del Pensiero, i quali, tuttavia, oltre a mettere, cinicamente strumentalizzandole su pubblicazioni, convegni e siti web, figure come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero sullo stesso piano e alla medesima stregua di Julius Evola, René Guénon, Giuliano Kremmerz, Georges I. Gurdjieff, e Aleister Crowley, spesso le deridono pure, suscitando lʼingiusto giudizio del mondo su loro: soprattutto su Massimo Scaligero.

Certo che – a mio modo di vedere – se si vuole davvero evitare di «compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili», ci dovrebbe astenere dal fare inopportuni ʽpronunciamentiʼ, che la mia sapiente amica Fang-pai definirebbe sin troppo educatamente ʽinappropriatiʼ, e che possono ferire la persona che mai Massimo Scaligero vorrebbe venisse ferita, e che possono davvero ostacolare, dividere e paralizzare quella Comunità Solare, alla formazione e alla cura della quale egli si dedicò, senza mai risparmiarsi, sino agli ultimi attimi della sua vita terrena. Voglio proprio sperare che non si voglia questo!

SCIENZA DELLO SPIRITO

LIEVISSIMO CURARE

2/17992

LIEVISSIMO CURARE

 

 LA VOLONTA’  DERAGLIA NEL PARLOTTIO PROFONDO.

OVE LA MENTE SI INCOLLA AL GRAN GRAVARE.

SETE DI VITA CHE E’  VOLERE  :  IMPASTA NELLA ROCCIA IL CONCEPIRE.

ED E’  LA BLASFEMIA CHE INCEDE FRA I DESERTI.

MENTRE LI CREA VI INCEDE E LI PROPAGA.

 

MASSE DI CEREBRALITA’  MOSSE DALLA SETE.

 

MASSE DI CEREBRALITA’ CHE MENTRE RUMINA PAROLE  :

DETESTA OGNI SINTESI INTUITIVA ED OGNI CIELO.

 

ED E’  IL DENSO VUOTO IN CUI L’ETERICO SI SPEGNE.

VENATURE DI CARNEA ROCCIA CEREBRALE.

 

MA TALE PARALISI BARCOLLA E CEDE

IN QUANTO E’ ATTRAVERSATA DALL’UNIRE.

 

IN QUANTO LA SINTESI ATTRAVERSA QUELLA PIETRA  :

NE VIVE E NE DISVELA E NE URTA IL BALBETTARE.

 

E’ LAMPO ED E’ FUOCO CHE SI ACCENDE.

 

MENTRE RIASCENDE IL LIEVISSIMO CURARE.

 

E L’IMPOSSIBILE TOCCO DELL’IDEA FOLGORA GLI INFERNI.

 

ORO DELL’ATTUARSI LOGICO DEL VIVERE NEI CIELI.

 

ETERICO DELL’ORO NELL’ARGENTO.

 

LAMA IMMATERIALE CHE SBRICIOLA LE ROCCE.

E CHE SI ACCENDE.

 

NELL’ALTO DISPIEGARSI DEL CUORE INTELLIGENTE.

 

VI E’ SPAZIO PEI DESTINI DEL VIVENTE SACRO.

 

IN LOGOS.

 

FRA ALI DI FOLGORI ARCANGELICHE CONCESSE

CHE IRRORANO DI IMPETO LUCENTE L’ADUNARE.

 

 HELIOS FK AZIONE SOLARE

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