Febbraio 2020

L’ARCHETIPO-MARZO 2020

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TREDICESIMA PARTE.

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In una delle redazioni dattiloscritte, compilate da Massimo Scaligero – ne formulò varie versioni, in epoche diverse, venendo incontro ad esigenze oggettive diverse – delle Regole essenziali per lo sviluppo interiore secondo la Scienza dello Spirito, egli descrive gli esercizi basilari con i quali si deve formare interiormente colui che aspira a realizzare l’Iniziazione ad una superiore vita spirituale e, di conseguenza, giungere alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. La percezione del Mondo Spirituale – delle forze, dei processi e delle entità spirituali – è cosa tutt’altro che semplice, e conosciamo la precisa distinzione che Rudolf Steiner fa tra il semplice ‘chiaroveggente’, che unicamente ‘vede’, non tutto ‘vede’, non necessariamente ‘comprende’ ciò che ‘vede’, e non necessariamente sa discernere l’autentica, oggettiva, ‘realtà’ spirituale dalla fallace ‘illusione’, in ciò che ‘vede’, e l’‘Iniziato’, che, invece, non solo lucidamente, e integralmente, ‘percepisce’, ma altresì ‘comprende’ la ‘realtà’ dello Spirito, ed è in grado di annientare inesorabilmente – è in grado di farlo sempre – ogni fonte di ‘illusione’, ossia ogni soggettiva fantasia, ogni menzogna, ogni illegittimo, invadente, influsso di avverse deità ostacolatrici in lui.

Parlando di questi esercizi, Massimo Scaligero sottolinea la necessità che il discepolo dell’Iniziazione giunga ad appropriarsi della capacità di distinguere la verità dall’errore, la realtà dall’illusione. Egli dà delle qualità risultanti dalla pratica di quegli esercizi fondamentali, non una immagine moralistica – come cercano di fare coloro che tentano di cattolicizzare il suo pensiero – bensì ‘conoscitiva’, ossia come scaturenti direttamente dall’‘atto’ del pensare intuitivo descritto nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, mediante essi il discepolo si distoglie dalla abituale acquiescenza passiva nei confronti del ‘fatto’ – abitudini mentali, reazioni emotive automatiche, emergenti pulsioni istintive – per elevarsi alla coscienza dell’‘atto’, che si invera nel processo dinamico del pensare e del percepire. Da questo punto di vista, la stessa Ascesi indicata da Rudolf Steiner nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, non è altro che Filosofia della Libertà applicata: è il prodotto, il risultato, dell’ ‘atto’ della ‘fantasia morale’, scaturente dal momento dinamico del ‘pensare intuitivo’. Questo, secondo l’esplicita dichiarazione di Rudolf Steiner stesso. Alle pp. 4-5 del suddetto opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero così si esprime:

«Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza, ecc.: tali qualità vanno sviluppate di proposito, con impegno metodico e con la precisa intenzione dell’azione liberatrice delle forze superiori dell’anima: quelle che dànno modo al discepolo di scindere l’essenziale dall’illusorio, di vedere la realtà oltre la parvenza.  

Attraverso il gradino del vedere interiore, il discepolo giunge a quello dell’udire spirituale. Trovandosi sul gradino del “v e d e r e”, gli occorre anzitutto imparare in quale rapporto le immagini delle cose stiano con queste: il conoscere vero. Egli penetrerebbe impreparato nella sfera delle esperienze astrali, se si abbandonasse alle iniziali percezioni interiori, senza forze di orientamento. Anche per questo gli occorre una guida, o un Guru (Maestro), che gli insegni fin dall’inizio come si concatenino le esperienze». 

E proprio qui è la questione fondamentale: distinguere l’essenziale dal non essenziale, la verità dalla menzogna, la realtà dall’illusione. Il ‘veggente’, di per sé, ‘percepisce’ sì questo o quel fatto, o evento, astrale o spirituale, ma – con le sue sole forze – non può mai sapere se quel che percepisce è autentica verità, realtà, oppure se non sia, invece, inganno, illusione, irrealtà, ossia menzogna. Inoltre, il ‘veggente’ potrebbe decidere di voler fare a meno di una ‘Guida’, e – in maniera insana e improvvida – di ergersi a ‘Maestro’. In questo caso, si ha una vera e propria ‘prevaricazione’, e si consegna inconsapevolmente – e perciò tanto più stupidamente – nelle mani delle avverse deità ostacolatrici. Le quali possono fornire all’incauto ‘veggente’ imponenti esperienze allucinatorie, ingenuamente credute ‘immaginative’, ed ispirare una illudente e menzognera ‘sapienza’, che avvelena poi l’anima del ‘veggente’, e quella di coloro che gli si affidano. Il ‘veggente’sive mas sive faemina, come dicevano i Romani – può giungere ad saturare l’anima di quelle ‘percezioni’ di carattere immaginoso, scambiate, appunto, per reali ‘immaginazioni’: può giungere ad una vera e propria ‘inflazione immaginativa’, e l’ego può, con estrema facilità, enfiarsi sino a livelli ‘stratosferici’.

In tale condizione – in una condizione francamente patologica: di patologia animica – può nascere nell’incauto veggente, che abbia tralignato dal retto e prescritto ‘Sentiero della Conoscenza’ una forma, dichiarata o meno, di avversione per la ‘Via del Pensiero’ e per la Concentrazione. Specialmente se il ‘veggente’ fai-da te – sive mas sive faeminanon ha una solida formazione scientifica e filosofica, ossia non ha una rigorosa formazione di pensiero, può muovendosi nell’ìnfida, e infìda, palude astrale – ove i peggiori inganni sono all’ordine del giorno – cadere nel visionarismo più medianico, e non accorgersene neppure. Il soggetto in questione può, lui  cieco, farsi ‘guida’ di altri ciechi, col prevedibile risultato che finiscano poi tutti nel primo baratro che si aprirà fatalmente sotto i loro piedi. Ad un tale soggetto – ma anche a coloro che ad esso si affidano – capiterà talvolta di ricevere ‘avvertimenti’ da coloro che invece hanno ‘Conoscenza’ certa, ma, nella loro egoica infatuazione, li spregeranno, e talvolta si ribelleranno con ira, reagendo rabbiosamente a tali generosi ‘avvertimenti’.  Evento avvenuto, e del quale – in taluni casi – sono stato testimone. Purtroppo.

Certo, la necessaria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica non è detto che il discepolo della Scienza dello Spirito se la debba fare, a fortiori, nella scienza ufficiale, e nella filosofia corrente – non ho alcun dubbio circa la ‘intelligentissima stupidità’ delle attuali corporazioni scientifiche, e genericamente universitarie, le quali, soprattutto negli ultimi decenni sono ridotte in uno stato pietoso – ma può benissimo farsela all’interno della stessa Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. Ma occorre essere – con grande rigore – profondamente leali nei confronti di essa, e senza farsi ‘sconti’ di sorta. Occorre lealtà, gratitudine verso i Maestri, e grandissimo rigore morale. Bisogna non ‘presumere’ di ‘completare’, di ‘correggere’ i Maestri, e ancor meno ‘sostituirsi’ ad essi. Esattamente in ciò consisterebbe la ‘prevaricazione’, il ‘tradimento’. Una volta avvenuto il ‘tralignamento’ conoscitivo, la ‘prevaricazione’, seguono, poi, sovente, conseguenze morali, che creano situazioni veramente problematiche: menzogne, tradimenti umani, distruzioni di amicizie, persecuzioni di persone, spergiuri, manipolazioni dell’altrui libertà, macchinazioni più o meno ‘machiavelliche’, il ritenere che – ‘a fin di bene’, naturalmente – si possano compiere le azioni più meschine e turpi.

Massimo Scaligero, alle pp. 6-7 del citato opuscolo, dopo aver parlato della posizione del discepolo dell’Iniziazione nei confronti del Maestro – il Guru della Tradizione orientale – nelle ‘Vie’ orientale, in quella yoghica, e in quella cristiano-gnostica, così si esprime nei confronti della ‘Via’ che meglio si adatta all’uomo moderno, che sino in fondo sia veramente ‘figlio di questo tempo’:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o “rosicruciana”: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘pensare’: senza il quale non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli.. si può dire che ogni livello ha le proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. Un pensiero logico che divenga coscientemente veste  di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da tale principio, la disciplina rosicruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario».

Naturalmente, i contenuti spirituali dei quali il pensiero logico diviene veste – e questa è l’arte del meditare, ed anche quella dello ‘studio’, in senso rosicuciano, ossia della elaborazione meditativa dei testi della Scienza dello Spirito – devono essere quelli ‘giusti’, ossia devono essere ‘verità’ di ordine autenticamente spirituale, provenienti da un autentico Maestro spirituale, e non parti soggettivi di una ‘veggenza visionaria’, o frutto di una elaborazione meramente ‘intellettuale’, o ‘dialettica’, o scaturire da ambigui afflati ‘mistici’, perché in tal caso si produce qualcosa di spiritualmente ‘irregolare’, di ‘patologico’: qualcosa che avvelena le anime. Come, del resto, abbiamo avuto modo di vedere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner, allorché egli descrive quanto avvenuto nell’Ottocento nelle lotte, nelle quali si trovò in mezzo Helena Petrovna Blavatsky, tra le confraternite occulte ‘di sinistra’ anglo-americane e quelle indiane, che portò lo scatenamento dello spiritismo e della medianità nel mondo, e a tutto quello che riguarda la falsificazione della funzione occulta di Jahvè e della Luna terrestre in rapporto famigerata ‘ottava sfera’ – operata in concordi forme diverse – da tali contrapposte confraternite occulte ‘di sinistra’. Ed abbiamo visto che qualcosa di troppo simile compie Orao in Resurrezione. Per questo, è tanto più necessario fondarsi sul rigoroso ‘metodo’ della ‘Via del Pensiero’ – che è la ‘Via’ dell’Io, ossia  la ‘Via’ dello Spirito oltre l’anima – portata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Per questo, è necessario essere leali, e fedeli, verso i Maestri, verso il loro insegnamento, che non deve essere alterato, o surrettiziamente ‘sostituito’. Infatti, scrive Massimo Scaligero, a p. 7, del citato opuscolo:

«Il Guru è, nella disciplina rosicruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, perché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del Pensiero Vivente».  

L’Iniziazione è un evento eterno. In ogni epoca essa è stata ‘Conoscenza’, capacità di percepire il Mondo Spirituale, i suoi processi, i suoi eventi, le sue entità. L’Iniziazione il discepolo la conquista, sacrificando il contingente per l’Incondizionato, l’effimero per l’Eterno. Ciò implica – anzi esige – la morte dell’ego, e l’annientamento radicalecompiuto senza misericordia veruna – di tutte le velleità, e di tutte le illusioni dell’ego. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero nell’Avvento dell’Uomo Interiore, da lui poi rielaborato come l’Uomo Interiore, «nello Spirito non si sta, nello spirito si è». Ossia, nell’esperienza spirituale – e, di conseguenza, nel cammino spirituale – non vi è nulla di ‘scontato’; in esso non si può ‘vivere di rendita’, perché lo Spirito è ‘atto’, non un mero ‘fatto’. L’azione spirituale è – sempre – un ‘atto eroico’: un vivere, o un rivivere, ogni volta, il volitivo annientamento di ogni legame con l’effimero, ogni volta, il sacrificio del contingente per l’Incondizionato, per l’Assoluto. Il venir meno a questo impegno, il volgere le spalle ad esso, è il ‘tradimento’. Lo scegliere le intelligentissime ‘strategie’ umane, le abili ‘macchinazioni’, le plausibili ‘menzogne’, invece della nuda semplicità dello Spirito, è la ‘prevaricazione’, è il ‘tradimento’. Siccome nella sfera dello Spirito non vi è nulla di ‘scontato’,  nulla di ‘automatico’, è possibilissimo ‘smarrire’ l’Iniziazione, e – peggio ancora –  giungere persino a ‘pervertire’ l’Iniziazione.

Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero avvertono – anzi perentoriamente ammoniscono – che in qualsiasi momento vi può essere, anche nell’Iniziato, un risorgere improvviso della natura inferiore, un subitaneo riattizzarsi delle più violente velleità dell’ego. Massimo Scaligero diceva: «Io posso tradire in qualsiasi momento», e non abbassava MAI la guardia nei confronti delle deità ostacolatrici. Sotto questo aspetto, l’Iniziato è un ‘lottatore contro la morte’, e ricordo come, in una riunione svoltasi a Roma, in Via Barrili, Massimo Scaligero pronunciasse, con grande forza, alzando la mano destra aperta, le potenti parole del Buddha Shakyamuni, riportate nel Majjhima Nikayo, «Oggi è da dare battaglia, forse domani non saremo più. Per noi non vi sia tregua contro la grande Armata della Morte», ossia: contro le schiere dell’Oscuro Signore.  

Il Mondo spirituale conosce Verità, e non menzogna; conosce umile ed eroica ‘azione pura’, e non tatticismi, macchinazioni, intrighi; conosce il coraggioso schierarsi per la Verità e la Giustizia, e non ‘compromessi’, ‘transazioni’; conosce incondizionata venerazione per la Verità e la Conoscenza, gratitudine e lealtà verso i Maestri, e non l’abile ‘inavvertito trasbordo ideologico’, la ‘prudentissima’, vilissima, denigrazione dei Maestri e del loro insegnamento, nonché la tacita, truffaldina, ‘sostituzione’ dell’originario, schietto, loro insegnamento, con ‘abili’, ‘intelligentissime’, ‘dottrine umane’, in realtà intelligentissime escogitazioni ‘umano-troppo umane’, che con l’autentico Mondo dello Spirito nullaassolutamente nulla – hanno a che fare. Questa è ‘prevaricazione’, e questo è ‘tradimento’. Chiunque ciò compia.

Dopo questa necessaria premessa generale, torniamo ad esaminare il testo di Orao. Dopo aver esaminato nella parte precedente il ‘metodo’ di Orao, e averlo dimostrato fondamentalmente errato, ed in aperta contraddizione con quello conoscitivamente fondato sulla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, dobbiamo ora esaminare i ‘contenuti’, ovvero i ‘risultati’ della ‘chiaroveggente’ indagine spirituale che Orao, sulla base del suo fallace ed illudente ‘metodo’, ha proclamato essere ‘verità certe’, le quali invece si dimostreranno – sempre alla luce della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner – illusioni, inganni, mortali menzogne. Anzitutto, come vedremo sùbito, vi sono in Orao, pesanti condizionamenti da parte della teologia cattolica, ossia da parte di quella teologia che, secondo Rudolf Steiner, è la principale responsabile del moderno materialismo scientifico ed etico. In Resurrezione – il primo dei due libri sinora pubblicati dall’editore Tilopa, e non sappiamo se ne seguiranno ancora altri – Orao, a p. 15, dove sottolineerò, come mio uso, in grassetto alcune affermazioni, così letteralmente scrive:

«Dopo le molte dispute teologiche sul primato della ragione sulla fede e della fede sulla ragione, proprio quando si delimitarono i confini conoscitivi alla ragione, allora si confermò che la fede era in grado, come unico stato di coscienza, di raggiungere una condizione essenziale: quella di credere l’uomo nato da sostanza spirituale (perché il Cristo si era fatto carne) e già albergante in sé la realtà del Cristo come scintilla conoscitiva».

A dire il vero la ‘fede’ – quale qui viene intesa – più che uno ‘stato di coscienza’, è uno ‘stato d’incoscienza’, perché la credenza – l’ho già scritto – non è, e non può essere ‘Conoscenza’. Tra l’altro, proprio contro la ‘Conoscenza’contro la ‘Gnosi’, contro ogni forma di ‘Gnosi’ – basilidiana, valentiniana, ofita, sethiana, manichea, o catara che fosse – si accanì la persecuzione più spietata, crudele, e omicida, della Chiesa cattolica d’Oriente e d’Occidente. Ed una delle ricorrenti accuse fatte a Rudolf Steiner, tra le altre molte, è appunto quella di essere uno ‘gnostico’, e di essere una ‘Gnosi’ viene accusata la stessa Antroposofia. All’essere umano, si giunse a strappare – nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell’869 – lo Spirito dalla costituzione occulta dell’uomo, tra l’altro contraddicendo Paolo di Tarso, che invece ne parla esplicitamente. Per la Chiesa, l’essere umano è, solo e unicamente, corpo e anima, lo spirito – il quale soltanto nell’uomo potrebbe conoscere lo Spirito, perché solo il simile conosce il simile – all’uomo viene ‘amministrato’, sacramentalmente, dalla gerarchia sacerdotale, che avrebbe – a suo proprio dire – il potere di mettere il ‘fedele’ – ossia colui che, avendo ‘fede’, crede incondizionatamente ai dogmi, ed obbedisce ordinatamente a ciò che dalla gerarchia ecclesiale gli viene comandato – in ‘comunione’ con lo Spirito, ma che si arrogherebbe altresì il potere di togliere tale ‘comunione’, quindi di ‘scomunicare’, a chi compia una hàiresis, una ‘scelta’ diversa, e non accetti i suoi dogmi, e non si uniformi ai suoi voleri.

Più sotto, sempre a p.15, Orao, fa una serie di considerazioni, una delle quali ho potuto leggere pure, in un noto social forum, più volte citata – non so quanto a proposito – da tale M., ma che ora è bene reinserire nel suo contesto:

«Il Logos è sempre stato e sempre sarà nell’uomo. Egli è l’uomo stesso e l’uomo si sperimenta come tale proprio perché già in sé percepisce l’essere di quella essenzialità».

Ora, naturalmente, io non dubito affatto che il Logos sia l’essenza dell’essere umano, che sia – secondo un felice neologismo tedesco coniato da Rudolf Steiner – la Ichheit, l’autentica ‘essenzialità dell’Io’ nel suo Io. Ma una cosa è che l’essere umano sia identico al Logos, e sicuramente lo è, e tutta un’altra cosa è ch’egli abbia coscienza di tale identità. Anzi, si può dire che tutto il male, e il soffrire umano, nascano proprio dal baratro che si è spalancato in lui tra ‘essere’, e ‘coscienza’. A dirla tutta, da millenni – salvo nobili quanto rare eccezioni – l’essere umano, soprattutto in Occidente, ma ormai sempre di più anche in Oriente, non ha proprio più nessuna coscienza di una tale identità. Certamente, l’Assoluto è alla base di ogni essere umano, ma lo è anche, senza eccezione veruna, di ogni essere non umano terrestre – pietra, pianta, animale – e lo è anche di ogni essere estraumano appartenente alle Gerarchie celesti – Angelo, Arcangelo, etc. – ed ognuno di questi esseri umani, non umani ed estraumani, nel profondo, è identico all’Assoluto, ma ‘esserlo’ non significa affatto automaticamente ‘saperlo’, ‘conoscerlo’. Uno dei vertici dell’esperienza spirituale è realizzare la coscienza della ‘Identità Suprema’, ma questa è mèta di arduo conseguimento. Nulla di scontato.

E poche righe dopo troviamo la parte citata da M. sul noto social forum :

«Solo delimitando le facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della fede, che è percezione pura dell’anima: così la ebbe il primo asceta cristiano, al quale ogni elemento della natura rispondeva che lui non era Dio, mentre l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo, perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo».  

A parte il poetico affabulante linguaggio di Orao, che per taluni può essere forse suggestivo e sommuovere una facile emotività, vi sono alcune osservazioni da fare circa ciò che qui viene affermato. Abbiamo già visto, che non si tratta affatto di «limitare le facoltà della ragione mentale e sensoria», bensì di portarle – abolendo i limiti nelle quali sono costrette dalla identificazione dell’essere interiore dell’uomo alla veste somatica – a piena espansione e sviluppo, a piena coscienza: sino a giungere a sperimentare coscientemente il loro ‘momento genetico’, il loro ‘momento dinamico’. Che al primo asceta cristiano – qui probabilmente Orao si riferisce ad una pagina autobiografica delle Confessioni di Agostino di Ippona, rievocante un periodo della sua vita tutt’altro che “ascetico”, e non proprio ancora molto “cristiano” – «ogni elemento della natura rispondesse che lui non era Dio», è fare della ‘letteratura’, non della ‘Scienza dello Spirito’. Così come rispetto all’affermazione del fatto che «che l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo», viene fatta altrettanta poetica affabulante ‘letteratura’, e non vi è in essa nulla di ‘scientifico’. Non ho mai trovato che Rudolf Steiner, o Massimo Scaligero usassero un tale ‘suggestivo’ linguaggio, anzi è più che evidente come essi lo evitassero di proposito.

Quanto al fatto che «l’anima sia divina in quanto fattura del divino», bisogna dire che qui l’affabulante poetico linguaggio è intenzionalmente vòlto ad evitare di esprimersi chiaramente – ossia in maniera da evitare di non dar luogo ad equivoci, esprimendosi troppo chiaramente – circa un punto molto dolente per chiunque risenta del pesante condizionamento da parte della teologia cattolica. Una delle accuse che la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, fa – giustificatamente dal suo punto di vista – è l’accusa di ‘panteismo’, ch’essa rivolge all’Antroposofia, ma anche a tutto l’esoterismo. Per la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, vi è un incolmabile abisso tra Dio e le ‘creature’ tutte, tra la ‘Trascendenza’ di Dio e la ‘contingenza’ delle suddette ‘creature’, e in particolare quella dell’uomo. Per la teologia cattolica, Dio ha ‘creato’ – così recita da sempre il Catechismo ecclesiale – il mondo e l’uomo dal ‘nulla’, mediante un atto gratuito ed arbitrario della sua volontà, per cui l’essere umano, nella sua immanenza, è quanto di più ‘contingente’, effimero e precario. Mentre, per la Scienza dello Spirito, per l’Antroposofia, ma anche per ogni autentico esoterismo, l’uomo è ‘emanato’ dall’Uno, e non ‘creato dal nulla’, e il mondo è, esso stesso, ‘emanazione’ dell’Uno, di Dio, e niente affatto ‘creato’, esso pure, dal ‘nulla’. A mio modo di vedere, ed ho avuto modo di scriverlo in passato, sarebbe oltremodo auspicabile che i ‘creati dal nulla’ evitassero di occuparsi delle cose degli ‘emanati dall’Uno’, e lasciassero in pace questi ultimi, ma – a giudicare dalla pervicace intolleranza di venti secoli – temo che la mia sia vana speranza. 

«Per l’uomo moderno, però, neppure tale conferma può essere sufficiente: la fede, nata dal limite conoscitivo della ragione, non può bastare, perché da essa egli si sperimenta escluso dalla partecipazione all’azione stessa del divino, oltre che in sé, nel Cosmo. Dalla fede semplice derivano due correnti non valide per l’esistenza dell’uomo odierno: il panteismo (vedere Dio senza discernimento in tutto, quindi abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto), o la deificazione della natura, del terrestre, del dato sensibile separato dalla controparte ideale e ideante di cui l’uomo è indissociabile mediatore (materialismo, pragmatismo, soggettivismo razionalistico). La ragione fece largo alla fede cosciente; la fede cosciente, ossia la persuasione di avere il Cristo in sé e di essere «persona» per il Cristo in sé, farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito e di conseguenza farà largo alla sperimentazione dal piano eterico dell’unità ed identificazione con l’Impulso-Cristo, vivente nel terrestre come nel Cosmo superiore, inconosciuto nell’anima, ma da là conoscibile e pulsante nel volere più profondo».

Tutto questo discorso di Orao potrà, forse, anche suggestionare e illudere chi scambi l’oscurità per profondità, e preferisca abbandonarsi passivamente all’ambigua, e comoda, emotività senziente. Invece per chi voglia pensare coraggiosamente, lucidamente, e spregiudicatamente, ossia senza ‘presupposti confessionali’ o ‘teologici’, tutto questo discorso è basato, e addirittura letteralmente infarcito, di menzogne. Nelle poco cristiche confessioni ‘cristiane’, storicamente, la ‘fede’ è nata non dal «limite conoscitivo della ragione», perché, anzi, proprio le Chiese ‘cristiane’ hanno lottato ferocemente contro la ‘ragione’, attuando ogni forma di repressione violenta di essa, e di ogni forma di libertà di pensiero. Il ‘panteismo’ non è affatto nato dalla «semplice fede»: anch’esso è stato vittima del più feroce ‘odium theologicum’, e combattuto violentemente con ogni mezzo. Gnostici, Manichei, e Catari, proclamavano il primato della ‘ragione’ sulla semplice ‘fede’, e invitavano apertamente a non ‘credere’ sino a quando la ‘ragione’ non avesse compreso, e confermato, quanto veniva annunciato come verità. Nel medioevo, spesso, il termine greco ‘Logos’ veniva tradotto in latino con ‘Ratio’, ossia con ‘Ragione’, e a Padova vi è, decorato da bellissime pitture angeliche, il ‘Palazzo della Ragione’. Del resto, se non fosse così, perché mai i Rosacroce avrebbero chiamato il Mondo Spirituale superiore, estraformale, devachan superiore, arupa devachan, ‘Mondo Celeste’, o ‘Mondo della Ragione’, come si può leggere nella Saggezza dei Rosacroce, ed anche in altre cicli di conferenze, di Rudolf Steiner?!  

«La ragione» non «fece largo alla fede cosciente»: essa fu repressa, e spietatamente perseguitata dalle poco cristiche chiese ‘cristiane’, le quali per un pavor metaphysicus, per un incoercibile terrore di fronte all’incandescenza dissolvitrice dello Spirito, annientatore di tutto ciò che è, in quanto natura caduta, ‘maceria spirituale’, hanno rinunciato alla ‘Gnosi’ salvivica, hanno rinunciato a ‘conoscere’, e la decaduta ‘fede’ è stata la consacrazione della voluta, pavida, impotenza dell’anima, che si chiude alla travolgenza trasformatrice, trasmutatrice, dello Spirito. Non solo si è divenuti spiritualmente ‘ciechi’, ma si è altresì preteso dalla gerarchia ecclesiastica, che tutti lo divenissero: si è preteso che ciò che tale gerarchia sacerdotale aveva, per viltà e corruzione, rinunciato a ‘conoscere’, anche gli altri non dovessero ‘conoscere’. Ma è scritto: «Conoscerete la Verità, e la Verità vi farà liberi».

Che, poi, affermare il ‘panteismo’ – o, in buona sostanza, l’‘emanazionismo’ gnostico, che concepisce l’uomo ‘consustanziale’ all’Assoluto – agisca «abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto», non è solo un grossolano errore di pensiero, bensì è una spudorata menzogna, tipica della teologia cattolica, che vede nella salvifica ‘Conoscenza’, frutto del ‘pensiero folgorante’, o ‘vivente’, che annientando la mâyâ illudente, ricongiunge l’uomo con l’Assoluto, un atto di ‘superbia’, di ‘disobbedienza’, di ‘ribellione’, di ‘arroganza’, di ‘lesa maestà’ nei confronti del Dio, troppo antromorficamente concepito come regale sovrano, il quale – a suo insindacabile arbitrio – ‘crea dal nulla’ e gli esseri umani, e il mondo. Semmai, è proprio il ‘creazionismo’ – come affermavano Gnostici, Manichei, e Catari – a delegittimare l’essere umano, ledendo la sua dignità e libertà, e a rendere Dio responsabile del male nel mondo. Basta leggere le opere di Déodat Roché – in particolare Studi manichei e catari – o quelle di René Nelli, o le stesse scritture catare, le poche e fortunosamente scampate ai roghi, per rendesene conto.  

In realtà, proprio perché l’essere umano è ‘emanato’ dall’Uno, è ‘consustanziale’ all’Assoluto, che – come ha affermato, e scritto, molte volte Massimo Scaligero – permane comunque alla base del suo essere, egli può, e deve, per usare un’espressione dantesca, ‘indiarsi’. Proprio perché egli – un ‘dio caduto’ – è di natura ‘divina’, l’uomo può, e deve, ritornare al Divino, reintegrarsi nello smarrito ‘stato primordiale’, ritrovare la perduta sovrumana grandezza dell’Uomo Cosmico, da lui obliata onde il Divino si manifestasse anche come Autocoscienza, Libertà, e Amore. Dopo la  καταστροφή, katastrophé, la ‘distruzione’, il ‘ruinare in basso’, la sfracellante ‘caduta’ primordiale nella frantumazione della illusoria molteplicità, l’uomo può, infine, attuare la ἐπιστροφή, epistrophé, il ‘risollevamento’, il ‘tornare in alto’, la ‘conversione’ di direzione, onde si attua il ‘ritorno alla Sorgente’, il ‘ritorno all’Uno’, come lo chiamavano Plotino in Occidente, e Laotse in Oriente. Ossia tutto il contrario di quanto afferma Orao.   

Se poi un ricercatore spirituale va leggersi le opere di un Meister Eckhart – che soltanto la morte salvò dalla condanna nel processo che l’Inquisizione dell’eretica pravità gli aveva intestato ad Avignone – o le opere di un San Giovanni della Croce, il quale ebbe – egli pure – persecuzioni, contrasti accesi, e subì carcerazioni, e diffamazioni, può intuire perché Rudolf Steiner apprezzasse così tanto il loro pensiero, sino a tenere una importante conferenza sul pensiero di quest’ultimo, le cui posizioni spirituali egli dimostra essere identiche a quelle del ‘panteismo’ dell’Antroposofia. Vi sono stati persino studiosi che hanno trovato difficile distinguere pensiero e ascesi di Meister Eckhart dal platonismo di Plotino, o dall’Advaita Vedânta di Shankara, e pensiero e ascesi di San Giovanni della Croce dallo Yogashastra di Patañjali. Per Orao, la Sapienza del Mondo Classico d’Occidente, e quella d’Oriente, semplicemente non esistono.

Su questo temerario blog, venne pubblicato, il 23 aprile 2015, un articolo di chi scrive, intitolato Il “prometeico” idealismo magico di Rudolf Steiner, nel quale venne riprodotto un testo – inedito in italiano – nel quale, una volta di più, risulta in maniera inequivocabile il pensiero di Rudolf Steiner circa l’Assoluto, il Divino, e il suo rapporto col mondo. Trovo utile riproporlo qui, in modo che il lettore possa farsi un’idea autonoma su come e cosa egli pensava circa il rapporto tra Dio e l’uomo, Dio e il mondo:

«Professione di fede dell’idealismo empirico.

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione. 

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Chiunque conosca, per poco che sia, la storia davvero poco edificante delle confessioni ‘cristiane’, sa appunto come «la ragione» non fece affatto «largo alla fede cosciente». La ‘ragione’, rosicrucianamente intesa, non ha alcun bisogno di limitarsi e far spazio a quella che qui Orao chiama «la fede cosciente», la quale – a suo dire –   a sua volta «farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito». La ‘ragione’ ha unicamente bisogno di sperimentarsi – facendo a meno di ogni presupposto: soprattutto di ordine teologico e confessionale – integralmente, ossia di sperimentarsi come ‘pensiero-folgore’, come ‘pensiero vivente’. Per realizzare questo essa non ha alcun bisogno di riconoscersi ed  aderire a nessuna confessione religiosa, tantomeno cattolica. Ed è il cammino conoscitivo stesso di Rudolf Steiner a dimostrare che le cose stanno esattamente così. Ma il Sentiero della Conoscenza, prima sperimentato, e poi indicato da Rudolf Steiner, porta l’uomo ad ‘indiarsi’, a ‘ricongiungersi’ con l’Uno Unissimo, a sperimentarsi come ‘Uomo Universale’, e sperimentare coscientemente la ‘Identità Suprema’ con l’Assoluto. Questo è inaccettabile per la teologia cattolica. E questo è un aspetto che Orao si guarda bene persino dallo sfiorare, ma che è ben presente in tutta l’Opera di Massimo Scaligero.

A questo punto, è possibile intendere l’opposizione, a volte sorda e dissimulata, a volte più esplicita e virulenta, di taluni nei confronti di una radicale ‘Via del Pensiero’, e la loro denigrazione della assoluta fondamentale centralità della ‘Concentrazione’, anch’essa, nella sua radicalità concepita – l’espressione è, naturalmente, di Massimo Scaligero – come ‘atto assoluto’,  come ‘ekagrata assoluto’, come ‘Via a sé sufficiente’. Contro una tale coraggiosa concezione dell’Ascesi si sono diretti gli strali di coloro che vedono nella ‘Via del Pensiero’ il pericolo di diventare una ‘via del sublime egoismo’, secondo la loro ingenerosa espressione. In fondo, l’impostazione di costoro è esattamente quella di Orao, che tuttavia, in verità, si esprime alquanto più ‘prudentemente’, ed alla concezione di Orao, con ogni evidenza essi si ispirano, il che li porta a indicare la necessità di una ‘Via’ diversa da quella indicata, con sin troppo chiare parole, da Massimo Scaligero, che poi è quella di Rudolf Steiner: il filo aureo della ‘Via’ rosicruciana e antroposofica. 

Ma la ‘via’ diversa, indicata da Orao, si basa, appunto su di una concezione, come abbiamo visto, e come constateremo ulteriormente, dal punto di vista scientifico tutt’altro che scevra di ‘presupposti’, anzi inficiata dai ‘presupposti’ più discutibili, soprattutto ‘confessionali’, e, dal punto di vista spirituale, contraddicente – malgrado ogni ‘prudente’ dissimulazione – sia dal punto di vista ‘dottrinario’ che ‘pratico’, ossia dell’Ascesi realizzativa, l’insegnamento di Rudolf Steiner, e quello di Massimo Scaligero stesso. In particolare – ne abbiamo dati al lettore numerosi esempi documentati – dal punto di vista cosmologico e cosmogonico, Orao ‘sostituisce’ – e la cosa può sfuggire facilmente ad un lettore che non sia attentissimo, o che sia emotivamente commosso e suggestionato dall’affabulante, narcotizzante, ‘mistico’ linguaggio di Orao – all’insegnamento di Rudolf Steiner, il suo proprio, frutto della sua personale ‘chiaroveggenza’ soggettiva, la quale, a causa dei troppi, sistematici, ed evidenti, risultati errati, inevitabilmente si è costretti a definire ‘visionaria’. Abbiamo visto che cosa – addirittura con parole dure – Rudolf Steiner dice di una tale ‘chiaroveggenza visionaria’: sia dal punto di vista dei ‘contenuti’, che dal punto di vista ‘morale’.

Ora, la ‘via’ diversa, che in Resurrezione propone Orao, è la conseguenza ‘logica’ – ma dovrei dire, più esattamente, la conseguenza ‘illogica’  – di tale errata ‘chiaroveggenza visionaria’. Ed abbiamo visto quale estrema importanza Rudolf Steiner e Massimo Scaligero diano, dal punto di vista spirituale, al pensiero logico, e al suo risuonare – anche se inavvertito dalla coscienza che si muove sul piano fisico – nei mondi superiori. Abbiamo visto altresì come i frutti di una errata ‘chiaroveggenza visionaria’ non siano paragonabili ad un semplice errore di calcolo algebrico, o ad una errata dimostrazione geometrica, sempre facilmente risolvibili – proprio da un adeguato pensiero logico – sul piano fisico stesso, senza veruna conseguenza spirituale. Mentre, l’errore compiuto da un simile visionario ‘veggente’ crea sul piano astrale, e su quello spirituale, un ‘essere’, che non può affatto venire ignorato, un ‘essere’ col quale si devono fare i conti, un ‘essere’ che,  quale malefico, e venefico, ‘ente di menzogna’ agisce come avversario ostacolante,  e che deve essere energicamente combattuto, e spazzato via. Per esempio, uno di questi veramente malefici errori lo leggiamo a p. 72, di Resurrezione di Orao, dove a chiare lettere si ripete – una volta di più – la falsa dottrina circa la Luna terrestre, oggettivamente identificata alla famigerata ‘ottava sfera’, come nella Blavatsky e nei suoi avversari, per di più aggravata da un ulteriore, ancor più grave, errore che è la menzognera, sacrilega e blasfema, identificazione di Jahve-Jehova con Lucifero. Infatti, a quella pagina, ancora una volta, leggiamo:

«L’entità luciferica stessa aveva in tempi ancora anteriori promanato da sé entità luciferiche, che al tempo della ribellione nei Cieli rifiutarono tutte con essa l’azione del Sole e si trasferirono sulla Luna, abitando il cosiddetto «regno della Luna terrestre». Tali entità agivano dalla Luna sull’astralità dell’uomo in formazione sulla Terra, operando dall’interno di lui verso l’esterno, intenzionate però a dominare tutti i processi tendenti a mantenere la materia morbida e poco densificata».

E, invece, come scrive Rudolf Steiner nel quarto capitolo della sua Scienza Occulta, Jahve fu l’Eloah o Eloha solare, il quale sacrificalmente scelse per sé come ‘dimora’ la Luna terrestre per combattere gl’impulsi luciferici presenti sulla Terra. Fu proprio l’azione di Jahve dalla Luna, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, ad impedire – riflettendo dalla Luna le forze del Sole, le forze del Logos, come sintesi dei sei Elohim rimasti sul Sole – la ‘mummificazione’ della forma umana, che sempre più avrebbe impedito alle anime umane d’incarnarsi sulla Terra, e quindi permise di mantenere ‘plastica’ la corporeità dell’uomo. In particolare, l’azione di Jahve operò a sottrarre la sfera generativa all’azione di Lucifero, col rimanere tale l’azione procreativa nell’incoscienza della volontà organica profonda. E fu sempre Jahve – come mostra Rudolf Steiner nelle conferenze, tenute ad Amburgo nel 1910, sul Vangelo di Giovanni – a promuovere l’amore umano, prima tra consanguinei nella famiglia, poi nella stirpe, e nel popolo. Ora, su un così enorme, e ben grossolano, errore conoscitivo, che si protrae, e si ripete, per tutto il libro Resurrezione, si basa la ‘proposta operativa’ di Orao. E che, purtroppo, io non mi sbagli in questo esame di tale opera, è mostrato da quanto Orao, ‘correggendo’, e ‘completando’, l’insegnamento Rudolf Steiner, scrive a p. 80 di Resurrezione :

«L’uomo e la donna, indicati per primi nella storia evolutiva quali archetipi della funzione riproduttiva, diverranno in un lontano avvenire anche gli artefici della soluzione liberatoria di questo mistero, adoperando proprio le forze di coscienza  attivate in sé dal Cristo che, per libera e santificata decisione autonoma, vorranno nel loro volere più profondo, fin nella fisicità della struttura del sistema del ricambio, quale soggetto di amore in loro. Gli Iniziati di Vulcano, riuniti ad altri uomini meno evoluti, tradirono i misteri aderenti alle Verità più alte, loro rivelati dalle celesti entità, e connessi col mistero della procreazione quale rito congiunto con la potenzialità conoscitiva per il futuro sviluppo dell’uomo sulla Terra.

Fu da quel momento che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva: il sangue non fece scorrere più in sé le qualità animiche dell’uomo, ma l’intensità di passioni e desideri sfrenati, interiorizzati dall’azione di Lucifero, e questo contenuto irregolare portò alla solidificazione sempre più mineralizzata del sistema osseo, proprio attraverso la fisicizzazione del respiro. Il sangue recò la sua movenza fino a interferire sul respiro, che era rimasto, ad opera delle entità superiori, attività del corpo eterico, l’unica di questo corpo non aderente al fisico. In precedenza l’uomo l’uomo inspirava la sostanza delle entità cosmiche ed emanava un respiro che cooperava alla crescita della struttura del Cosmo: l’entrata dell’azione di Lucifero legò per un minimo tale aerità alla solidificazione del corpo ed il respiro fu condizionato, attraverso la veicolazione degli impulsi del sangue, alle diverse situazioni del corpo astrale.

Solo mediante l’Impulso-Cristo nell’Io potrà essere posto nuovamente ordine fra queste tre funzioni, aerificando le ossa, eterizzando il sangue, impulsando dall’Io la coscienza-Cristo nel corpo eterico del proprio essere, attraverso la nuova coscienza d’amore ed il nuovo amore per la conoscenza dello spirituale nell’uomo. Ma questo còmpito sarà affidato unicamente al misterioso congiungimento androginico dell’uomo con la donna».

Tutto questo discorso di Orao, che ‘pretende’, e ‘presume’, di ‘correggere’, di ‘completare’, e financo tacitamente ‘sostituire’ l’insegnamento di Rudolf Steiner, in vista della ‘novella Iniziazione’, che vuole proporre, è rigorosamente errato e falso. Per far ciò, Orao altera non poco le comunicazioni date da Rudolf Steiner nella Cronaca dell’Akasha, e in Scienza Occulta. Anzitutto, ‘mescola’, volutamente ‘con-fonde’, eventi che ebbero luogo nell’antica Lemuria, con quelli che accaddero in Atlantide: eventi che si produssero non solo in epoche diverse, ma sotto l’influenza di entità spirituali diverse. In realtà,  non è vero che «fu da quel momento [ossia: solo dopo il tradimento dei Misteri di Vulcano in Atlantide, come si evince da quel che scrive Orao] che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva», perché tale funzione procreativa venne già tolta alla coscienza dell’uomo, a causa della ‘seduzione luciferica’, già al tempo dell’antica Lemuria, mentre il tradimento dei Misteri di Vulcano avvenne, appunto in Atlantide a causa della successiva seduzione arimanica, e non di quella luciferica. L’evento più rilevante, al quale Orao allude, fu la conseguenza del tradimento dei Misteri di Vulcano, e provocò, come extrema ratio, la distruzione del continente di Atlantide. Ecco alcuni passi significativi a tale proposito. In Cronaca dell’Akasha, trad. di Lina Schwarz, quarta edizione riveduta, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1953, alle pp. 25-27, leggiamo:  

«Grazie a questi fatti si produssero, all’epoca della terza sottorazza, quelle fiorenti comunità che ci vengono descritte nella letteratura teosofica. E le esperienze personali che si andavano facendo, trovavano appoggio da parte di coloro che erano iniziati nelle leggi eterne dell’evoluzione spirituale.

Gli stessi potentissimi re ricevevano l’iniziazione, affinché la capacità personale avesse in essa un sostegno completo. Pel suo valore personale l’uomo a poco a poco si rende atto all’iniziazione; egli deve, prima, sviluppare le proprie forze, da sotto in su, perché poi gli possa venir conferita l’illuminazione dall’alto. Così ebbero origine i re e le guide iniziate degli Atlanti. Un potere immenso stava nelle loro mani; e immensa era pure la venerazione che veniva loro tributata. Ma in questo fatto si nascondeva anche il germe della decadenza e della rovina. Lo sviluppo della memoria condusse all’esaltazione della personalità; l’uomo volle essere esaltato per la sua potenza personale, e quanto più la sua potenza aumentava, tanto più egli voleva sfruttarla a scopi personali. L’ambizione, che si era sviluppata, divenne egoismo, e quest’ultimo condusse all’abuso della forza. Se pensiamo al potere che gli Atlanti avevano acquistato col dominio sulla forza vitale, comprenderemo come l’abusarne dovesse condurre a gravissime conseguenze. Un ampio potere sulle forze della natura poteva venir messo così al servizio dell’egoismo.

Ciò avvenne, pienamente, nella quarta sottorazza, nei Turani primitivi. Questi uomini, avendo appreso a dominare tali forze, se ne servirono spesso per soddisfare le proprie brame egoistiche. Ma, adoperate cosi, queste forze si distruggono per i loro vicendevoli effetti. È come se in una persona i piedi volessero a tutti i costi avanzare, mentre il resto del corpo volesse retrocedere.

Tali rovinosi effetti poterono essere arrestati soltanto pel fatto che una forza superiore si sviluppò nell’uomo: la forza del pensiero. Il pensiero logico domina e frena i desideri personali egoistici.

L’origine del pensiero logico è da ricercarsi nella quinta sottorazza, quella dei Protosemiti. Gli uomini cominciarono ad arrivare più in là del semplice ricordo del passato e a confrontare tra loro le diverse esperienze. Si sviluppò la facoltà del giudizio, la quale regolò i desideri e le passioni. Si cominciò a calcolare e a combinare; s’iniziò il lavorio del pensiero. Se prima gli uomini si abbandonavano a ogni desiderio, ora soltanto cominciarono a chiedere se il pensiero lo approvasse o no.

Mentre gli uomini della quarta sottorazza cercavano violentemente la soddisfazione delle loro passioni, quelli della quinta cominciarono a porgere ascolto ad una voce interiore. E questa voce interiore mette un argine alle passioni, anche se non riesce a distruggere le pretese della personalità egoistica». 

Un discorso ancora più esplicito da parte di Rudolf Steiner lo possiamo leggere ne La Scienza occulta nelle sue linee generali, traduzione dalla 4a edizione tedesca di E. de Renzis e E. Battaglini, con Prefazione di Arturo Onofri,  Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, marzo 1932, pp. 170-173:

«Verso la metà dell’evoluzione atlantea il male si sviluppò gradatamente nell’umanità; i segreti degl’iniziati dovettero esser nascosti con molta cura, perché non ne avessero conoscenza gli uomini, i quali non avevano purificato il loro corpo astrale dall’errore, per mezzo di una preparazione adatta. Se essi avessero potuto penetrare con lo sguardo fino a quelle conoscenze occulte, a quelle leggi, a mezzo delle quali le entità superiori dirigono le forze della natura, se ne sarebbero serviti per soddisfare i loro desideri e le loro passioni malsane. Il pericolo era tanto maggiore, in quanto che gli nomini, come abbiam detto, erano entrati in contatto con degli esseri spirituali inferiori, i quali non potevano partecipare alla regolare evoluzione della Terra, e perciò la ostacolavano. Questi spiriti influirono sugli uomini in modo da ispirar loro dei desideri veramente contrari al bene dell’umanità. Orbene, gli nomini avevano però ancora la capacità di disporre delle forze della crescenza e della riproduzione della natura animale e della natura umana. Le tentazioni di quegli esseri spirituali inferiori ebbero forza di sedurre non soltanto gli nomini ordinari, ma anche degl’iniziati, i quali si servirono così delle forze supersensibili, di cui abbiamo parlato, per scopi contrari all’evoluzione dell’umanità; si associarono con tal fine anche altri uomini che non erano iniziati, e che si valevano dei segreti delle forze supersensibili della natura per scopi molto bassi; ne risultò una grande corruzione nell’umanità. Il male si andò estendendo. Le forze della crescenza e della procreazione, quando sono strappate dalla Terra-madre e vengono utilizzate isolatamente, sono in occulto rapporto con altre determinate forze che agiscono nell’aria e nell’acqua; perciò a mezzo delle azioni umane vennero scatenate dalle forze naturali straordinariamente potenti e dannose, che determinarono gradatamente la distruzione della regione atlantea, per mezzo di catastrofi dovute all’aria e all’acqua. […] Un influsso particolarmente sfavorevole venne esercitato dalla divulgazione illecita del segreto di Vulcano, poiché lo sguardo dei seguaci di quel culto era diretto in particolar modo verso le vicende terrestri. Quella divulgazione assoggettò l’umanità a degli esseri spirituali, i quali, per causa della loro passata evoluzione, si opponevano a tutto ciò che proveniva dal mondo spirituale sviluppatosi dalla separazione della Terra dal Sole. Conformemente a questa loro tendenza essi agirono appunto su quell’elemento che si era sviluppato nell’uomo per virtù delle percezioni che egli aveva del mondo sensibile, dietro al quale sta nascosto il mondo spirituale. Tali esseri acquistarono ormai su molti abitanti umani della Terra grande influenza che si fece sentire particolarmente nel fatto, che gli uomini andarono sempre più perdendo il senso delle realtà spirituali. […] Dopo la metà dell’evoluzione atlantea esercitarono influenza nel campo dell’evoluzione umana alcuni esseri, i quali tendevano a spingere l’uomo nella vita del mondo fisico sensibile in modo non spirituale. Questa loro influenza ebbe tale forza che l’uomo, invece di vedere il mondo nel suo vero aspetto, scorgeva delle immagini illusorie e dei fantasmi, e non era esposto soltanto all’influsso luciferico, ma anche all’influsso di questi altri esseri, alla guida dei quali può essere dato il nome di Arimane, perché così fu chiamato più tardi dalla civiltà persiana (Mefistofele è la stessa entità). A cagione di questo influsso l’uomo venne a trovarsi anche dopo la morte soggetto a forze, che lo facevano apparire come un essere completamente dedicato alle condizioni terrestri materiali. La chiara visione dei processi del mondo spirituale venne gradatamente tolta all’uomo; egli dovette sentirsi sottoposto alle forze di Arimane e allontanato in certo qual modo da ogni comunicazione col mondo spirituale».

La ‘seduzione’ luciferica ebbe luogo nell’antica Lemuria, e non in Atlantide, come afferma Orao, e gli effetti sull’anima umana provocarono nella natura lo scatenamento delle forze del fuoco che portarono alla distruzione di quel continente. Nell’epoca atlantidea, invece, ebbe luogo la ‘seduzione’ arimanica, la penetrazione delle forze arimaniche nell’uomo, che operarono alla corruzione delle forze vitali legate alla crescita e alla riproduzione. L’azione di ‘seduzione’ arimanica portò al tradimento dei Misteri di Vulcano, e alla distruzione di Atlantide per lo scatenamento nella natura delle forze legate agli elementi aria e acqua. Le ‘percezioni’ di Orao, scaturenti dalla sua ‘chiaroveggenza’ sono errate, e false. Il suo ‘pretendere’, il suo ‘presumere’ di ‘correggere’, ‘completare’, ‘sostituire’ quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi, porta Orao, e chi si affida alla sua ‘veggenza’ a smarrirsi in sentieri pericolosi: persino alla ‘presunzione’ di poter dare una novella ‘via iniziatica’ la quale, essendo basata su una tale ambigua ‘veggenza’, partorisce menzogne sul piano conoscitivo, e deragliamenti morali sul piano pratico, sul piano operativo dell’Ascesi. Come vedremo nel proseguo del presente studio.     

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

ISIDE SOPHIA-SEDICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

 

SEDICESIMA LETTERA

Luglio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

LA LUNA 

Ora, dopo la conclusione della descrizione dei Pianeti superiori – Saturno, Giove, Marte e Sole – dovremo esplorare le attività dei Pianeti inferiori: Mercurio, Venere e Luna. Dovremo entrare in un mondo abbastanza diverso da quello dei Pianeti superiori e delle loro attività, proprio come il Mondo Animico dell’essere umano è interamente diverso dalla regione dei suoi princìpi corporei. La Luna è la “più vicina” oggi alla nostra coscienza animica, perciò cominceremo con lei.

La Luna

Nelle Lettere Undicesima Tredicesima abbiamo menzionato l’idea del movimento in forma di lemniscata sia dei movimenti del Sole che della Terra. Secondo quest’idea, anche il cammino della Luna appare abbastanza diverso da quello dato dal punto di vista copernicano. Esso appare come una linea serpentina lungo la  lemniscata Sole-Terra; comunque, pensare i movimenti della Luna – così come quelli del Sole e della Terra – come quelli aventi luogo su certe linee nello spazio dell’Universo, ci guiderebbe soltanto ad un’altra astratta prospettiva dell’Universo.

A meno che non impariamo ad immaginare i tragitti dei corpi celesti come confini degli organi viventi di quell’Essere il cui corpo è l’Universo, possiamo sperimentare l’Universo come un’Entità che opera in tutti i regni della natura.

Per esempio, il movimento a forma di lemniscata del Sole e della Terra può risvegliare in noi l’impressione che questa lemniscata abbia una certa somiglianza con il sistema circolatorio del sangue del corpo umano.

Questa è una realtà. La  “corrente sanguigna” spirituale dell’Essere del nostro Sistema Solare causa il movimento del Sole e della Luna in forma di lemniscata. Naturalmente possiamo obiettare che la circolazione del sangue umano non costituisca una semplice lemniscata. È più complicata di quella. Ma nemmeno la lemniscata Sole-Terra è così semplice come può apparire a prima vista. Per esempio, ci sono movimenti portati in relazione ad essa che fanno sì che il corpo del Sole, durante l’anno, appaia in un cerchio.

In maniera simile dovremmo guardare il movimento della Luna. Il diagramma che segue ci aiuterà a riconoscere il suo carattere essenziale. La lemniscata tratteggiata esterna indica allora qual è il limite dell’invisibile, e tuttavia spiritualmente reale, corpo lemniscatico della Luna.

Quindici giorni più tardi vi sarebbe la Luna Nuova. Questa è l’epoca in cui la Luna sta tra la Terra e il Sole. Naturalmente nel frattempo il Sole e la Terra si sono spostati nella posizione (b). Ora, come possiamo vedere nel diagramma, la lemniscata della Luna si è contratta sino alla forma che viene indicata dalla lemniscata tratteggiata e interna.

Andando verso la successiva Luna Piena, questa forma a lemniscata del percorso della Luna si espanderebbe di nuovo e crescerebbe lentamente al di là della misura della lemniscata Terra-Sole. Possiamo osservare così un’espansione una contrazione continue del corpo lemniscatico della Luna in relazione alle sue fasi.

È una sorta di attività respiratoria che è molto caratteristica per la Luna, e che illumina le sue tendenze essenziali nei vari regni della natura.

 Corrispondono aisimboli, da sinistra a destra: Sole, Terra, Luna

Corrispondono ai simboli, da sinistra a destra: Sole, Terra, Luna

Possiamo volgere ora la nostra attenzione a quest’attività respiratoria della Luna. In Lettere precedenti abbiamo delineato le attività contraddittorie del Sole e della Terra. Abbiamo descritto il Sole come un “buco” nell’Universo la cui attività giunge lontano fuori nello spazio cosmico e aspira, per così dire, la sostanza astrale dai margini dello Zodiaco verso il centro. Tra la regione Stellare dello Zodiaco e il “buco” del Sole vi sono i Pianeti superiori e specialmente la Terra. Essi sono le pietre miliari della condensazione di questa sostanza astrale nella materia. La culminazione di questa attività condensante ha luogo sulla Terra. Poi di nuovo nello spazio tra la Terra e il Sole, ove troviamo i Pianeti inferiori, ha luogo la dissoluzione ed eterizzazione della materia. Così l’attività aspirante del Sole è la causa indiretta della materializzazione della sostanza astrale, ed è poi infine il foro attraverso il quale la materia viene dissolta e riportata indietro alla sua origine eterica dopo che la natura dei Pianeti superiori e quella della Terra hanno operato un’impronta su di essa.

La Luna sta tra queste attività del Sole e della Terra. Il diagramma ci mostra che, all’epoca della Luna Piena, la Luna e il suo corpo lemniscatico sono fortemente connessi alla regione dello spazio che è preposta al processo di materializzazione “dietro” la Terra, poiché il corpo lemniscatico della Luna è esteso molto oltre la sfera in cui ha luogo l’attività dissolvente ed eterizzante tra la Terra e il Sole. All’epoca della Luna Piena, dobbiamo così presumere che la Luna abbia una tendenza creatrice di materia. All’epoca della Luna Nuova il corpo della Luna e la sua lemniscata sono all’interno di quella sfera di eterizzazione tra la Terra e il Sole, e dobbiamo presumere un’attività maggiormente dissolvente ed eterizzante. In mezzo, grosso modo all’epoca del Primo e dell’Ultimo Quarto, essa dev’essere neutralizzata o trasmutata da un’attività all’altra.

Perciò, possiamo concepire la Luna come la grande “tessitrice” cosmica, che tesse le sostanze cosmiche nell’esistenza terrestre e le riprende nuovamente nel Cosmo come Immaginazioni eterizzate delle dissolte forme terrene.

Possiamo trovare questa ritmica attività tessitrice delle forze della Luna ovunque nella natura e nell’umanità. La sua attività creatrice di materia è stata tracciata scientificamente mediante esperimenti. Già nel secolo scorso [n.d.C.: nell’Ottocento] uno scienziato, che da allora è stato dimenticato, provò la creazione della materia. Il suo nome era Herzeele. Pochi anni fa uno scienziato, il Dr. Hauschka, trasse quest’idea dall’oblio. In esperimenti accuratamente predisposti, in relazione alla germinazione dei semi delle piante egli provò che ha luogo un aumento di materia che può essere pesato e misurato. Egli scoprì che ciò avviene all’epoca della Luna Piena. Con lo stesso metodo scoprì che una diminuzione di materia si manifesta in relazione con la Luna Nuova. Abbiamo qui la conferma della conclusione cui eravamo giunti allorché avevamo alzato gli occhi alla cangiante lemniscata della Luna, che appare intessuta nelle attività del Sole e della Terra come una sorta di fattore equilibrante.

Possiamo ora capire perché la falce della Luna crescente sia stata sperimentata da alcuni veggenti come l’immagine della coppa sempre alimentante del Santo Graal e la parte oscura della faccia della Luna, il cui profilo può essere pallidamente riconosciuto immediatamente dopo la Luna Nuova, come l’immagine dell’Ostia Santa che discende come sorgente di salute eterna. Verso l’epoca della Luna Nuova la coppa si svuota e poi è già pronta a ricevere nuovamente le forze dell’Ostia Santa ch’essa riversa sulla Terra durante il periodo della Luna crescente. Così la storia del Graal, della Sacra Coppa sostentatrice, non è semplicemente una bella fantasia. È una realtà.

 (Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DODICESIMA PARTE.

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Quella di attenersi sempre, saldamente e risolutamente, alla provvida indicazione che sin dal 1985 mi dette Hella Wiesberger – mia generosa amica, sapiente mèntore, e leale compagna d’armi spirituale – all’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla sovrumana Opera di Rudolf Steiner, di ‘sich zurückziehen’, ossia di ‘ritrarsi’‘tirarsi indietro’‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera stessa del Maestro dei Nuovi Tempi, nel tempo è divenuta per me una ‘divisa interiore’, una ‘regola aurea’, e cerco di non discostarmi mai da essa. La stessa cosa vale, per me, rigorosamente, anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero.

Ma ciò non è per una sorta di cristallizzato ‘conformismo antroposofico’, o ‘scaligeropolitano’, come a volte mi piace dire, celiando un po’, e ispirandomi all’ottimo amico C.: ‘conformismo’ del quale non saprei davvero che farmene. È, piuttosto, per una precisa posizione conoscitiva, che discende del tutto naturalmente dalla ‘logica’‘logica dell’essenza’, come la chiamava Massimo Scaligero, ossia ‘logica’ del Logos – che sta alla base di tutta la Scienza dello Spirito. E chi abbia sperimentato una volta – meglio se più volte – vividamente il coincidere, senza residui, nell’‘atto’ del pensare volitivo, dell’‘essere’ con il ‘momento dinamico’, col ‘processo genetico’ del pensiero, non ha dubbi su quanto sia essenziale ripercorrere fedelmente i pensieri, le connessioni viventi di pensieri, che Rudolf Steiner ha – «con suo immenso sacrifico», Massimo Scaligero dixit‘incantato’ in umane parole.

Si tratta, non tanto di commentare, glossare, studiare in maniera universitaria, ossia intellettuale, l’Opera di Rudolf Steiner – e, sempre per me, la stessissima cosa vale eziandio nei confronti della sacralità dell’Opera di Massimo Scaligero – quanto di ripercorrere volitivamente, attentissimamente, con intenso concentrato pensare la serie dei pensieri di Rudolf Steiner – e di Massimo Scaligero, naturalmente – sino a che la volitiva intensità pensante non consumi, ‘ardendola’, la veste verbale o rappresentativa di quei pensati, e si attui – come lo definirebbero gli asceti shivaiti della Scuola del Trika in Kashmir – il ‘folgorante dischiudimento’ del momento originario del pensare. Questa è la ‘Via’ assoluta, la ‘Via’ senza presupposti, Asparśa, ossia ‘senza appoggi’, ‘ senza sostegni’, la ‘Via’ non ordinaria, quella più difficile, quella meno accetta, e la più temuta dalla pusillanime natura inferiore. Ma è anche la ‘Via’, l’unica, della ‘certezza assoluta’, la radicale sterminatrice delle illusioni, delle false percezioni, delle inconsapevoli, vanitose, presunzioni. Perciò, la ‘Via’ del ‘coraggio assoluto’, dell’autentico ‘coraggio’: quello che Massimo Scaligero chiamava il «coraggio dell’impossibile»

Questa audace ‘Via’ troviamo riflessa – come in una mirabile anticipante prefigurazione – in alcuni aforismi degli Shivasutra, sui quali scrisse parole chiare Raniero Gnoli, allievo di Giuseppe Tucci, amico e discepolo di Massimo Scaligero. Egli in Testi dello Śivaismo, Introduzione, traduzione e note di Raniero Gnoli, Boringhieri, Torino, 1962, p. 14, così limpidamente scrive:

«Alcuni di questi sûtra sono specialmente importanti e ricchi di eco, soprattutto per gli sviluppi che hanno, in progresso di tempo, subìto i concetti in essi brevemente ed enigmaticamente accennati. Tra questi mi piace ricordare i due sûtra 1, 5 (“Il Tremendo è sforzo”) e 1, 12 (“Gli stadi della meditazione yoghica sono stupore”). Il primo già contiene in embrione il concetto dell’io, del pensiero pensante come sforzo, tensione, movimento, ricerca, elaborato dalla posteriore scuola del Riconoscimento. Nel secondo troviamo adombrato il concetto di camatkâra o dell’esperienza religiosa e estetica come meraviglia, stupore – meraviglia e stupore dovuti alla rottura del mondo empirico ed alla intrusione improvvisa di un’altra dimensione della realtà, – che fa il suo definitivo ingresso nel pensiero dell’India con Uptaladeva ed Abhinavagupta».

Un altro testo shivaita importante, tradotto e commentato nella sua bella Introduzione da Raniero Gnoli nel medesimo libro, nel quale vi è una lampeggiante prefigurazione dell’essere dell’Io, dell’azione libera dell’Io, e dell’esperienza del Pensiero Vivente, sono Le Spanda Kârikâ, Le Stanze o Le Strofe del movimento,  ed ivi Raniero Gnoli così scrive alle pp. 15-16:

«Spanda significa, in sanscrito, movimento, vibrazione, energia. Le Spanda Kârikâ sono, in questo senso, le stanze del movimento. Secondo Vasugupta e il suo discepolo Kallaṭa la realtà ultima delle cose non è immota e cristallina coscienza – essere, intelligenza, e beatitudine – come volevano le scuole del Vedânta, ma movimento, energia, forza incessante, non segregata dal mondo ma piuttosto il principio attivo fonte delle innumerevoli creazioni e dissoluzioni, cosmiche e individuali. Movimento e vibrazione nel momento teoretico e meditativo, lo spanda, nel momento religioso e devozionale, si identifica con Śiva, il dio tremendo e dissolvitore della mitologia indù. Questi due momenti – quello teorico e quello religioso – come di solito accade nel pensiero dell’India non sono in contrasto vicendevole né rappresentano l’uno il superamento dell’altro, ma si alternano equanimemente nella mente del devoto. Questo movimento si identifica con la coscienza, col sé, è la stessa forza del sé, da cui tutto dipende e su cui tutto riposa. Non identificabile in nessun pensiero – esso sarebbe automaticamente pensato, dunque morto, limitato – lo spanda è piuttosto il principio dove nasce e dove insieme si spegne questo o quel pensiero, il punto di connessione ideale, mai pensato, ma pensante, che collega due pensieri, due immagini tra loro. «Quella realtà – dice Kallaṭa – dalla quale, mentre uno è mentalmente tutto occupato su un dato oggetto, nasce improvvisamente un altro pensiero, è, secondo noi, lo schiudersi, la causa del pensiero stesso. Tale realtà, senonché, dev’essere scorta dallo yoghin da se stesso, sperimentata come quella che pervade interiormente due pensieri». Ma se questa realtà è piena e perfetta, libera ed autosufficiente, come mai da essa nascono i vari pensieri limitati, le cosiddette  rappresentazioni mentali, che stanno all’origine della trasmigrazione e quindi del dolore? La manifestazione del pensiero pensato non è dovuta – risponde questa scuola – a nessuna causa estrinseca ma alla volontà stessa di Śiva, della coscienza, del movimento, che liberamente, di per se stessa si offusca, come liberamente, di per se stessa si illumina. Questa sua attività gratuita è, com’è noto, chiamata, con un termine famoso nel pensiero dell’India, la sua magia, la sua mâyâ».

Tra gli audaci asceti pensatori del Kashmir della Scuola dello Spanda, del ‘Movimento’, del Trika, della ‘Triade’, o della Pratyabhijñā, del ‘Riconoscimento’, nel IX-X secolo della nostra èra, in India comincia ad emergere una dimensione ‘nuova’, ancora ignota ad una antica spiritualità brahmanica, tutta vòlta alla statica contemplazione del Trascendente, ossia comincia ad emergere – è ancora solo una ‘prefigurazione’, tuttavia già mirabile e possente – l’azione dell’Io, che si appressa a farsi immanente, a realizzarsi non solo come trascendente ‘coscienza sovrasensibile’, ma come immanente ‘autocoscienza’, solo su se stessa fondata, e su nient’altro; un Io attuantesi non solo come ‘liberazione’ dai vincoli della trasmigrazione, ma soprattutto come ‘libertà’: libertà assoluta di un essere che non ha ‘presupposti’, né ‘appoggi’, o ‘supporti’, se non la perenne, libera da qualsivoglia vincolo, attuazione del suo stesso essere, non recluso in nessuna forma, non appoggiantesi su nulla, perché, come scrive Raniero Gnoli, a p. 16, «Questa realtà del movimento o dell’energia» – la ‘potenza’, la śakti, della libera volontà – «è la stessa forza dell’io, che tutto brucia e dissolve».

Tutto ciò dimostra, una vòlta di più, che «lo Spirito soffia dove vuole» (Giovanni, 3, 8), e che non vi è affatto bisogno di partire da un obbligatorio presupposto confessionale, ‘evangelico’, per scoprire e realizzare il momento vivente del conoscere, il Pensiero Vivente, l’essere originario – al contempo trascendente e immanente, dell’Io. La Scienza dello Spirito è sì di essenza ‘cristica’, in senso ‘cosmico’ naturalmente, ma non certo ‘cristiana’ in senso confessionale, e ancor meno in senso cattolico. E se fosse rimasto ancora qualche sopravvivente dubbio, basterebbe considerare la guerra che le confessioni sedicenti cristiane, e molto poco cristiche, la Chiesa cattolica in testa, hanno fatto per oltre un secolo all’Antroposofia: in taluni casi anche con intenti omicidi. La Scienza dello Spirito non necessita di ‘presupposti’ di sorta, non necessita di precostituiti punti di partenza, di appoggi di nessun tipo. Certo una cotale audace disposizione dell’anima può far paurafar paura alla natura inferiore, alla quale torpidamente il poco consapevole uomo moderno si identifica – ma tale paura è, appunto, soltanto un ‘pensato’, scaturente da un poco consapevole pensare, il quale dopo averlo generato, smette di pensare, e lo prende come presupposto per il proprio soggettivo, decomposto, sentire: un ben illusorio presupposto. Forse, non sarebbe fuori luogo che i ricercatori dello Spirito, meditassero – voglio, per un momento, essere anch’io ‘evangelico’ – che è scritto, Luca, 9, 20: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra dove posare il capo». Il che non è poi molto diverso dalla folgorante esperienza della ‘Śûnyatâ’, della ‘Vacuità’ di Nâgârjuna, di Aryadeva,  del Buddhismo Mahâyâna.   

Massimo Scaligero fa molteplici riferimenti a questa idea-forza di ‘assenza di presupposti’, di ‘rinuncia agli appoggi’, alla ‘âśraya-paravritti’, alla ‘revulsione dei supporti’, ‘atto supremo’ che caratterizza l’azione dei Bodhisattva, sia nel libro La Via della volontà solare, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Napoli, 1962, nel quale vi dedica tutto l’VIII capitolo, Il vuoto e la quiete delle Gerarchie, pp. 275-296, e in un articolo sulla bella e importante rivista dell’IsMEO, East and West, New Series, Vol. 11, N. 4, 1961, pp. 249- 257, The Doctrine of the «Void» and the Logic of the Essence,  in inglese;  apparso, poi, nel 1973-1974 in Vie della Tradizione, anno III, Vol. III, 11-12, e anno IV, Vol. IV, 13, in italiano col titolo La dottrina del “vuoto” e dell’essenza, ripubblicato anche dalla nostra Marina Sagramora su L’Archetipo, febbraio-marzo-aprile-maggio 2002. Ma una parola particolarmente incisiva – oserei dire addirittura ‘tranciante’ –, di sapore ‘Ch’an’ o ‘Zen’, Massimo Scaligero la scrive in Magia Sacra, Tilopa, Roma, 1966, p. 205, dove così dice:

«Occorre educarsi a non aver paura di sprofondarsi in sé. Si deve tendere al coraggio di non necessitare di sostegno: di lasciare il sostegno su cui, senza saperlo, ancora ci si sostiene.

Ci si sostiene sempre. Ma a un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare a essere veramente vivi.

Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia ad essere.

Chi si appoggia, non può reggersi.

Chi vuole reggersi non ha capito».  

Questo ‘rovesciamento degli appoggi’, questa ‘revulsione dei supporti’, è un ‘atto’ decisamente ‘rivoluzionario’ nei confronti di quella tirannica natura inferiore, dominata e mossa da deità avverse all’uomo, che tiene da millenni in abietto servaggio l’essere umano. Un atto di ‘coraggio’, che sfida temerariamente il ferreo dominio che gli Ostacolatori, da millenni, hanno sull’uomo. Ma non sempre – anzi, quasi mai – l’essere umano ha un tale ‘coraggio dell’impossibile’. Ed è logico, perché un tale straordinario ‘coraggio’ non è un dato ‘naturale’, ché la natura ha tutto l’interesse che l’uomo un tale ‘coraggio’ non l’abbia affatto. Le avverse deità ostacolatrici considerano gli esseri umani ‘bestiame utile agli dèi’, e non hanno affatto piacere di ‘perdere capi di bestiame’. Infatti, quel così singolare ‘coraggio’ va costruito con l’Ascesi dell’Io, non è punto una qualità spontanea, e ‘naturale’ dell’anima. L’Ascesi dell’Io, ossia l’Ascesi dello Spirito oltre l’anima, è indubbiamente una ‘Via’ difficile, aspra, dura, ed ‘eroica’. Per cui vi è, forte, la tentazione di sostituire la scomoda ‘Via’ eroica con una più comoda ‘via’ egoica. E, nella ricerca di ‘sostegni’, ‘appoggi’, o ‘nidi’, ‘tane’, od ‘ovili’, o ‘chiese’, si cerca di sostituire la ‘Via del Pensiero’ con una ‘via dell’anima’, nella quale sia richiesta ‘fede’, la quale deve ‘ridimenzionare’, ‘limitare’, ‘diminuire’ il pensiero: discorso estremamente pericoloso, questo. 

Mi è capitato di leggere di recente, lo scorso gennaio, su un noto social forum, quel che scriveva un tale M., che cita – non so quanto a proposito – una frase di Orao, ch’egli evidentemente ammira, tratta dal libro Resurrezione, la Luce dei nuovi Misteri, p. 15, ove è detto:  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Detta nei termini riportati da M., l’affermazione è assurda, perché la ‘fede’ è credenza, e la credenza non è  certo ‘Conoscenza’. È molto meglio sapere di non sapere, che credere. Questo già gli Gnostici lo avevano intuito e realizzato, e sottolineavano la superiorità della Gnòsis, della Conoscenza, che è del Pneuma, dello Spirito, sulla Pistìs, sulla fede, che è della psiche, dell’anima. Certamente, la facoltà razionale deve essere superata, ma non certo ‘delimitandola’, bensì portandola ad essere sino in fondo quel che essa è, e deve essere. La razionalità dell’uomo attuale è insufficientemente razionale, ma non è certo diminuendola ‘kantianamente’, per far spazio alla ‘fede’, che essa viene superata. Il limitare razionalità ed esperienza sensibile per far spazio alla ‘fede’ è il dogma assiomatico di tutta la teologia scolastica cattolica: tomista, scotista, occamista, suarezista, etc., sino a quella dei tempi attuali: nulla a che vedere con la posizione conoscitiva della Scienza dello Spirito.

La vittoria sul male umano, ossia la vittoria sull’ottenebrante egoismo, sulla malattia, e sulla morte, sul dolore, è tutta nel superamento della millenaria condizione di ‘ignoranza’ – di quella che in India viene chiamata avidyâ, alla lettera: ‘non visione’ – che l’uomo patisce, costringendolo ad una ottundente degradazione. Tale vittoria è frutto della ‘folgorante Conoscenza’, dell’‘Illuminazione’, del ‘Risveglio’ dal narcotico tramortimento, conseguenza della caduta del pensiero nella condizione di morte del cadaverico pensiero riflesso. Non è certamente raggiunto  «solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria» la quale, al dire di Orao, fa in modo che «avanza la fede, che è percezione pura dell’anima». Invece, è solo resuscitando dallo stato di morte, di letargico sonno, il pensare, sino a divenir coscienti del ‘momento dinamico’, dell’‘atto’ generatore del pensare, sino a contemplare, nella sua folgorante interezza, il processo vivente del pensiero, e solo divenendo coscienti dell’interezza del ‘processo genetico’, ‘produttivo’, del percepire, che si realizza il ‘Risveglio’, la ‘Illuminazione’ dello Spirito – lo Spirito oltre l’anima – la ‘percezione pura’ che è atto cosciente dello Spirito, e non dell’anima. Che le cose siano così è quel che mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, pp. 25-26, nel Capitolo 8, ove è detto:

«Il vero pensare è l’essenza che integra l’apparire e perciò di ogni fatto è il contenuto interiore che lo completa, togliendolo alla contingenza e all’esteriore grossolanità. È il pensare che, indipendentemente dalla necessità razionale, in quanto abbia in sé tutta la razionalità, non dialettizza, ma tocca le cose. Non cade nell’argomentare, ma immediatamente ha l’essere, penetrando la realtà di ciò a cui si volge: non ha bisogno di perdersi in pensieri, perché la sua percezione è diretta. Accosta il mondo e lo palpa: lo ha».

Questa improvvida scelta di sostituire una ben problematica ‘via dell’anima’ alla ‘Via del Pensiero’, ossia alla ‘Via’ nella quale lo Spirito, in quanto Io, agisce sullo Spirito, direttamente, mediante lo Spirito, ossia mediante il pensiero, porta facilmente – a causa della soggettività, e della variabile emotività, dell’anima – a pretendere, tacitamente, di ‘completare’ quel che si ‘crede’ mancare in Rudolf Steiner, e in Massimo Scaligero, e porta altresì a presumere, sempre tacitamente, di ‘correggere’ quel che si ‘crede’ essere errato in Rudolf Steiner e Massimo Scaligero. Ma, appunto si tratta di soggettiva ‘credenza’, non di ‘Conoscenza’, e soprattutto non di ‘Scienza’: ossia non di Scienza dello Spirito, non di Antroposofia

Il benevolo, e molto paziente, lettore, a questo punto mi perdoni una piccola, pedante, digressione filologica, che tuttavia è necessaria, perché è bene intendere – e non fraintendere – il significato di alcune parole, che non vogliono assolutamente avere ‘colorazione’ emotiva di nessun tipo, soprattutto non di dispregio o di avversione, ma vogliono solo caratterizzare oggettivamente alcuni fatti. 

Questa ‘pretensione’ – secondo il dettato della Enciclopedia Treccani, pretensióne, viene dal latino tardo praetensio –onis, sostantivo derivato da praetendĕre «pretendere», e descrive il fatto di pretendere, nelle varie accezioni del verbo, e quindi sinonimo spesso del più comune pretesa. In particolare, definisce l’azione o l’atteggiamento di chi pretende di avere cose a cui non ha pieno diritto o di far cose superiori alle proprie forze, e la stima eccessiva di sé, delle proprie capacità o possibilità. In particolare la pretensione è ‘ambizione di apparire di qualità o livello superiore’ –, e questa ‘presunzione’ – sempre secondo la Enciclopedia Treccani, il termine preṡunzióne, dal latino praesumptio –onis, sostantivo derivato da praesumĕre «presumere», il cui participio passato è praesumptus, ed è argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati, fiducia eccessiva nelle proprie capacità, alta ed esagerata opinione di sé, con riferimento a un comportamento particolare e determinato, o con riferimento a un atteggiamento abituale, a un difetto costante – portano Orao a scontrarsi nel metodo, ossia nel come sono state conseguite quelle pretese conoscenze, che si sono poi rivelate errate al massimo grado, e nel merito, ossia nelle affermazioni che, ad un esame obbiettivo, risultano poi essere il contrario di quanto afferma Rudolf Steiner. Come documenterò.

Affrontiamo sùbito la questione del metodo, ossia del come Orao ha ottenuto le sue ‘percezioni’. È evidente, ad un esame obbiettivo, come Orao si basi prevalentemente sulla propria ‘chiaroveggenza’, e non tanto, o non solo, e non del tutto, sulle comunicazioni che di fatti spirituali Rudolf Steiner ha prima conquistato, attraverso titaniche lotte interiori, e poi ci ha portato in dono in forma di pensiero. Che ciò sia realmente avvenuto è dimostrato, in maniera lampante, dalla contradittorietà dei risultati della ‘chiaroveggente’ indagine di Orao rispetto a quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi. Rudolf Steiner esclude in maniera categorica che i risultati di indagini spirituali – correttamente condotte e rigorosamente esaminate – di autentici chiaroveggenti possano essere tra loro divergenti, che possano in qualche modo reciprocamente contraddirsi. Abbiamo visto con quanto scrupolo scientifico Rudolf Steiner conducesse le sue indagini spirituali, con quanto rigore egli controllasse, talvolta per lunghi anni, i risultati delle sue ‘percezioni’. Ed abbiamo visto quale alto valore egli desse alla propria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica. Orao, che tale formazione scientifica e filosofica, in maniera evidente, non aveva, si allontana assai dal metodo di Rudolf Steiner, e soprattutto non ottempera ad una prima assolutamente imprescindibile, condizione che sta alla base di ogni autentica indagine occulta. L’aver trascurata questa imprescindibile istanza – apertamente dichiarata essenziale, come vedremo sùbito, dal Maestro dei Nuovi Tempi – ha portato Orao alquanto fuori strada. Questa condizione è esposta, in maniera in equivocabile da Rudolf Steiner nel ciclo L’occultismo dei Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2001, contenuto in GA-109, dove nella seconda conferenza, tenuta a Budapest il 4 giugno 1909, così dice alle pp. 19-20:  

«Prima di iniziare la vera e propria esposizione, vorrei parlare di un problema di straordinaria importanza. Perché occorre occuparsi di pensieri e di nozioni scientifico-spirituali prima di poter noi stessi sperimentare qualcosa nel mondo spirituale? Qualcuno potrebbe obbiettare: è ben vero che ci vengono comunicati risultati di un’indagine chiaroveggente; io stesso però non sono ancora in grado di guardare nel mondo spirituale. Non sarebbe allora meglio che i risultati dell’indagine chiaroveggente non ci venissero comunicati e che ci venisse soltanto detto come poterci sviluppare fino a diventare noi stessi chiaroveggenti? In tal caso ciascuno di noi potrebbe poi da sé percorrere un’intera evoluzione.

Chi sia estraneo all’indagine occulta potrebbe certo credere che sarebbe bene non parlare già prima di cose e fatti soprasensibili. Nel mondo spirituale esiste però una legge ben precisa il cui significato cercheremo ora di ullustrare con un esempio. Supponiamo che in un certo anno un veggente regolarmente istruito abbia osservato qualcosa nel mondo spirituale. Supponiamo che dopo dieci o vent’anni un altro veggente altrettanto bene istruito osservi la medesima cosa, nulla avendo appreso dei risultati del primo veggente. Se lo si credesse possibile, ci si sbaglierebbe di molto, perché un fatto del mondo spirituale che sia stato una volta scoperto da un veggente o da una scuola occulta, non potrà una seconda volta essere investigato, se chi vuole investigarlo non abbia prima ricevuto notizia che era già stato investigato. Se dunque nel 1900 un veggente ha investigato un fatto occulto, e nel 1950 un altro veggente è in grado di osservare il medesimo fatto, potrà farlo soltanto se avrà appreso che prima di lui un altro lo aveva già scoperto e investigato. Ossia nel mondo spirituale realtà già note in precedenza possono venir osservate solo qualora ci si decida a riceverne comunicazione e le si impari a conoscere nel modo corrente. È la legge sulla quale nel mondo spirituale e per tutti i tempi è fondata la fraternità universale. È impossibile entrare in una qualche regione, se prima non ci si sia legati con ciò che già era stato investigato e osservato in passato dai fratelli più anziani dell’umanità. Nel mondo spirituale si ha cura che nessuno diventi per così dire un isolato e possa dire: io non mi occupo di tutto quanto esiste già e faccio indagini solo per me. Tutti i fatti che oggi vengono comunicati dalla scienza dello spirito, non potrebbero venir percepiti neppure dai veggenti più evoluti e progrediti, se prima questi non ne avessero già avuto notizia. Poiché le cose stanno così, poiché è necessario riallacciarsi a ciò che è già stato investigato, per questo anche il movimento antroposofico dovette essere fondato in questa forma».

Negli anni ottanta del passato secolo, circa trentacinque anni fa, avevo intrapreso a tradurre le conferenze di Rudolf Steiner sul Quinto Vangelo. A Dornach, alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito, avevo comprato l’originale testo tedesco in una edizione bellissima, con la Prefazione di Marie Steiner. Ero già andato un po’ avanti nella suddetta traduzione, che cercavo di fare con grande entusiasmo, molto impegno e amore, allorché, andando una volta a Roma, ne parlai con M., pensando che fosse un evento importante, soprattutto per la nostra Comunità spirituale, che una tale opera di Rudolf Steiner venisse pubblicata in Italia. Alla mia proposta furono fatte molte obbiezioni riguardo alla delicatezza del contenuto di quel ciclo di conferenze. Feci presente, che quel ciclo era già stato pubblicato in tedesco, e tradotto eziandio in francese e in inglese. Con una serie di ragionamenti, che mi sembravano ben motivati – soprattutto per il fatto che una tale pubblicazione era stata voluta fortemente, ed esplicitamente, da Marie Steiner, che per giunta, come ho detto più sopra, ne aveva redatta la Prefazione, cosa che feci presente – riscìi a persuadere M. che una tale pubblicazione era cosa buona e importante per la Comunità Solare. Il tempo che, una volta uscito dalla casa di M., arrivassi a casa del mio amico L., che benignamente mi ospitava, ed ecco che mi telefona sùbito l’editore della più volte nominata rivista romana, il quale così mi disse: «Mi ha incaricato M. di dirti di smettere immediatamente di tradurre il Quinto Vangelo: quella pubblicazione sarebbe un tradimento dei Misteri!». Ad una tale apodittica affermazione – che, tra l’altro, era lesiva della mia libertà – non potei opporre altro che una tale pubblicazione era stata fortemente voluta da Marie Steiner stessa. Al che il suddetto editore mi rispose, seccato: «Ma chi è quella donna?!». Al che non potei obbiettare altro, che non ci restava che aspettare che quel libro venisse pubblicato incompleto – infatti delle diciotto originali conferenze del testo tedesco ne vennero tradotte e pubblicate solo sette – e magari mal tradotto dai membri della Società Antroposofica ufficiale, come poi, in effetti, puntualmente avvenne, così vi sarebbe stato motivo di lamentarsi dell’incompletezza, e della imperfezione, della loro traduzione. La stessa situazione si ripresentò allorché intrapresi la traduzione, in vista di una eventuale pubblicazione, dei ‘Quaderni Esoterici’: in quella occasione mi furono opposti i medesimi capziosi ragionamenti, e i risultati furono, anche in tal caso, identici. Naturalmente, mi rendo personalmente moralmente garante della veridicità di questo mio racconto.

A quell’epoca, sia pure molto contrariato da una tale denegazione, non riuscìi a vedere altre motivazioni al loro rifiuto ad una tale pubblicazione, se non una concezione antiquata, superata, e in pratica addirittura inutile, del ‘segreto’. Solo dopo decenni, e dopo molte amare esperienze, mi son reso conto che vi erano anche ‘altre’, non dichiarate, motivazioni, e finalità. Da una parte, la ‘pretensione’ di ‘completare’ un’Opera come quella di Rudolf Steiner, basandosi sulla propria ‘chiaroveggenza’, e dall’altra, la ‘presunzione’ di poter ‘correggere’, sempre sulla base della propria, personale, oltremodo soggettiva, e fallace, ‘chiaroveggenza’, quelli che son stati ritenuti ‘errori’ di Rudolf Steiner. Per non parlare del ‘presumere’ e ‘pretendere’ di ‘correggere’, ‘completare’ la stessa Opera di Massimo Scaligero. Naturalmente, veniva usata allora, e viene usata tuttora, a tale riguardo, moltissima ‘prudenza’, e si è estremamente ‘cauti’ nel parlare di un simile spinoso problema, in vista dell’attuazione dell’ormai da me più volte dibattuto ‘inavvertito trasbordo ideologico’

Ma tornando a trattare della posizione veramente peculiare di Orao, riprendiamo la trascrizione di quanto Rudolf Steiner dice, alle pp. 20-21, della citata seconda conferenza de L’occultismo dei Rosacroce:

«In un tempo relativamente breve molti diventeranno chiaroveggenti, ma potrebbero vedere nel mondo spirituale solo qualche inezia, e non la verità, se non potessero conoscere tutto ciò che di essenziale vi è già stato investigato. Prima bisogna apprendere le verità che la scienza dello spirito presenta, e solo dopo le si potrà percepire. Anche il veggente dunque deve prima imparare a conoscere ciò che è già stato investigato, e poi potrà osservare i fatti, grazie a una scrupolosa disciplina. Possiamo dire: una volta che le entità spirituali abbiano fecondato per una prima veggenza un’anima umana, avvenuta questa unica verginale fecondazione, è necessario poi che altri, prima di avere il diritto di conseguire e osservare qualcosa di simile, rivolgano lo sguardo a ciò che quella prima anima ha già raggiunto.

Questa legge costituisce un fondamento quanto mai intimo per una universale fraternità, per una fraternità vera fra gli uomini. Così il patrimonio della saggezza è passato di epoca in epoca attraverso le scuole occulte ed è stato fedelmente custodito dai maestri. Anche noi dobbiamo contribuire a conservare questo tesoro e, se vogliamo ascendere a regioni superiori del mondo spirituale, dobbiamo mantenerci in rapporto di fraternità con coloro che hanno già raggiunto un certo grado di evoluzione occulta. La legge morale a cui sul piano fisico si aspira, è dunque nel mondo dello spirito una legge di natura».  

È questo, in realtà, il motivo profondo dell’invito, della provvida indicazione, di Hella Wiesberger a suscitare nell’anima quell’atteggiamento interiore di ‘sich zurückziehen’, di quel ‘ritrarsi’, di quel ‘tirarsi indietro’, ‘farsi da parte’, ‘cancellarsi’, per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato Solare, del Maestro dei Nuovi Tempi. Questo è il motivo vero di quella ‘devota venerazione’, che si traduceva in un atteggiamento interiore di ‘umile modestia’, da parte di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Alfred Meebold, di Giovanni Colazza, e infine di Massimo Scaligero. Essi erano tutte elevate personalità spirituali, discepoli progrediti della Via dell’Iniziazione, eppure essi non hanno mai esposto, ostentato, i risultati di una loro percezione spirituale, che pure avevano vasta e profonda. Da questo punto di vista, l’agire di Orao costituisce un errore, perché è una ‘prevaricazione’ rispetto a quanto più sopra affermava Rudolf Steiner. Il non aver ottemperato a questa esigenza fondamentale, e l’aver trascurato il corretto ‘studio’, rosicrucianamente inteso, spiegano le errate, ingannevoli, percezioni di Orao, il suo cadere in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, che ha prodotto non autentiche ‘imaginazioni’, bensì illusorie fantasie, e rappresentazioni menzognere.

Mi si potrebbe obbiettare che un tempo molte opere di Rudolf Steiner non erano state pubblicate dall’Editrice Antroposofica e da altre case editrici. Ma una simile obbiezione non tiene conto del fatto che nelle sedi dei gruppi antroposofici in Italia esisteva una vasta collezione di cicli di conferenze di Rudolf Steiner tradotte, battute a macchina, e rilegate. In alcuni casi si trattava di una collezione se non completa, però così vasta da rappresentare una nutrita biblioteca. Ho in mio possesso un catalogo delle opere di Rudolf Steiner presenti nelle biblioteche dei vari gruppi antroposofici, pubblicato dalla Società Antroposofica in Italia, come bollettino per i Soci. Questo catalogo di 49 pagine fu redatto già negli anni sessanta dall’Avv. Caio Sallustio Crispo, che dopo la morte di Giovanni Colazza, e di Mario Viezzoli, che a Colazza era succeduto, diresse per un periodo il Gruppo Novalis, che aveva allora sede in Via Tevere 39, a Roma, nei pressi di Porta Pia. Dal suddetto catalogo risulta che la biblioteca del Gruppo Novalis era una delle più ricche di opere di Rudolf Steiner, sia stampate, che dattiloscritte. Nulla di più facile sarebbe stato per Orao dell’attingere alla ben fornita biblioteca di tale Gruppo, del quale per molti decenni fu capogruppo, e fiduciario per la Società Antroposofica, Romolo Benvenuti, e per molti anni, bibliotecario, il mio amico L. Con ogni evidenza, Orao preferiva attingere alla propria personale, estremamente soggettiva, ‘veggenza’, e non confrontare i risultati cosìottenuti con le comunicazioni di Rudolf Steiner, perfettamente accessibili. 

Quanto viene esposto da Orao in Resurrezione e Madre ha un carattere tale che nei confronti di molti vengono fatte, insistentemente, ripetute e forti pressioni, affinché il contenuto di tale ‘mirabile rivelazione’ venga ‘accettato’. ‘Accettato’ per ‘fede’, a differenza di quanto comunicato da Rudolf Steiner, il quale dà un preciso metodo di conoscenza e di verifica, mentre Orao assolutamente no. E quanto esposto da Orao deve’ essere ‘accettato’, anche se contraddice platealmente quanto comunicato da Rudolf Steiner, mentre, al contempo, viene dichiarato essere ‘pedante’, e addirittura ‘meschino’, chi osi sottoporre a verifica, ed inviti altri a verificare essi pure, le contraddittorie affermazioni di Orao. Ma accettare di ‘rinunciare’ a conoscere, e dover accettare per ‘fede’, ‘fede cieca’ sulla base di una ‘mistica’ autorità, è cosa che ripugna ad un essere libero, e deve essere fermamente respinta. Inoltre, quella di ‘sostituirsi’ a Rudolf Steiner, di ‘completare’ – per più compiendo enormi, dimostrati, inescusabili, errori – l’Opera di Rudolf Steiner, di ‘correggere’ pretesi errori nella sua Opera, il fare lo stesso nei confronti della figura e dell’Opera di Massimo Scaligero, non è soltanto ‘pretensione’, e ‘presunzione’, ma è addirittura, a livello spirituale, vera e propria ‘prevaricazione’. A cosa possa portare il deviare dal corretto sentiero conoscitivo, per fidarsi unicamente ‘percezioni’ della propria ‘visionaria veggenza’, è mostrato da quanto dice Rudolf Steiner nel più volte citato Filosofia e Antroposofia, pp. 115-117 :

«Colui che vuol credere ciecamente, accogliendo tutte le comunicazioni introno ai mondi superiori sulla sola autorità di un altro, sceglie una strada comoda, ma che cela in sé un pericolo. Invece di conquistarsi i fatti, di elaborarli col proprio pensiero, accetta il sapere di un altro, quel che un altro a veduto, rinunciando al proprio lavoro di pensiero, all’esame, alla riflessione. Piò accadere che un uomo, il quale si abbandoni così alla cieca fede, perda se stesso e non sappia più distinguere il vero e la menzogna. Nulla è più adatto a promuovere la mendacia, quanto una certa chiaroveggenza puramente visionaria, non sostenuta né controllata dal pensiero. Anche un altro difetto può essere favorito: un certo orgoglio, una certa superbia, che può arrivare sino alla megalomania, ed è tanto più pericolosa in quanto non lo si osserva. L’uomo si ritiene qualcosa di superiore, perché vede questa o quella cosa che altri non vede; giura sulle proprie visioni con assoluta sicurezza, non tollera obiezioni, e non si accorge quanto egli sia vicino alla megalomania. Ci sono persone che credono alle cose più folli, quando le ritengono comunicate dal piano astrale; cose che non si sognerebbero mai di credere, se gliele dicesse un uomo sul piano fisico, ma che «bevono», con credulità da schiavi, quando siano comunicate dal piano astrale. Chi scarti questa credulità, non potrà più essere preda di ogni inganno e ciarlataneria; invece ne cadrà vittima chi non sviluppi in sé la tendenza ad esaminare ogni cosa, e non voglia formarsi, con sforza proprio, una convinzione. Non si devono prendere le cose alla leggera; bisogna riconoscere che formarsi una convinzione fa parte dei più sacri còmpiti umani; in tal caso non si risparmierà fatica, si lavorerà sul serio, e non ci si limiterà ad ascoltare per sete di sensazioni. Le comunicazioni dei mondi spirituali sono necessarie, e ne abbiamo ormai molte, ma bisogna stabilire in sé il giusto atteggiamento e le giuste rappresentazioni di fronte ad esse».   

In Rudolf Steiner e in Massimo Scaligero ho sempre visto con grande chiarezza la loro rinuncia completa ad ogni forma di suggestione, di accattivante persuasione, di azione sulla sentimentale emotività di chi di persona, o attraverso la lettura delle loro opere, si accostava loro. In Massimo Scaligero non vi era traccia alcuna di quell’equivoco “magnetismo”, che tanti “maestri” dell’occulto volentieri usano. In lui, certamente, si avvertiva, e potente, la forza, si sentiva l’elemento luminoso, irradiante, ‘sattvico’, del ‘sovramentale’, che diveniva – per osmosi vitale-spirituale – chiarezza, e intensità di coscienza, in chi lo accostava. Ma non mai visto in lui tentativo veruno di ‘convincere’, di ‘stupire’, o di manipolare, o piegare l’altrui volontà: assolutamente mai. Egli lasciava sempre assolutamente libere le persone. E mai, né in Rudolf Steiner, né in Massimo Scaligero, ho rinvenuto il tentativo aperto o celato, di fare appello alla sentimentalità, ai moti meno coscienti, subrazionali, dell’anima: come sin troppo spesso avviene in àmbito confessionale. Semmai, in loro vi era il costante richiamo allo sforzo interiore, all’intenso impegno volitivo, al coraggio di voler andare oltre i limiti personali, al combattere l’ignave, turpe, inerzia interiore, alla radicale indipendenza, dal “si dice”, dalla ‘pubblica opinione’, profana o esoterica, a demolire quella ‘immane potenza del convenzionale’, che asserve i più, a cercare sempre la ‘via più difficile’, a non adagiarsi mai su quanto già conseguito. In loro vi era l’invito alla ‘generosità morale’, a non mai ‘vivere spiritualmente di rendita’, a non mai passivamente ‘stare’, ma sempre attivamente ‘essere’. Per questo, in Filosofia e Antroposofia, alle pp. 117-119, Rudolf Steiner, in chiusura della sua conferenza, invita – una volta di più – all’energico sforzo di pensiero:

«Tutto ciò non vuol essere una predica, ma è stato detto con ragioni fondate. Perciò, forse, il seguire queste considerazioni è già stato di per sé uno strenuo lavoro di pensiero. Infatti, io cerco sempre, anche nei miei metodi, di tenere quella via che devo considerare giusta per noi. Molti vogliono prediche piene di unzione: io vi rinuncio; cerco d’esporre le cose in modo che possano rivestirsi di vere forme di pensiero. Quando, come oggi, si espongono fatti del piano fisico, ciò richiede talvolta un lavoro mentale alquanto difficile; poiché quei fatti non sono altrettanto sensazionali e nemmeno piacevoli come le comunicazioni dei mondi superiori; sono però estremamente importanti. E ne riconoscerete tutta la portata, dicendovi: «Se ha realmente da verificarsi quel che dovrà verificarsi, cioè che nelle incarnazioni avvenire un numero sufficiente di uomini si ricordi dell’incarnazione attuale, occorre che ciò venga preparato sin d’ora». Se dunque sviluppate la vostra facoltà di giudizio, diverrete candidati a ricordare l’attuale incarnazione nella prossima. Rendetevi capaci di comprendere il mondo, coi vostri pensieri; perché qualunque cosa possiate vedere chiaroveggentemente per via di visioni, non vi servirà per ricordarci l’incarnazione attuale. Ma l’antroposofia esiste appunto per preparare un numero sufficiente di uomini ad essere capaci di guardare per forza propria all’incarnazione attuale. Il riuscire o no ad aggiungere la capacità chiaroveggente allo studio dell’antroposofia sta nel karma del singolo; per karma, molti tra voi non riusciranno forse in questa loro incarnazione a penetrare il mondo chiaroveggentemente; ma per tutti coloro che si assimilano quel che, rivestito di forme di pensiero, viene esposto nella vera scienza dello spirito, ne godranno i frutti nell’incarnazione prossima; poiché appunto si saranno appropriate le basi per questo. L’uomo può, per così dire, essere un chiaroveggente senza saperlo; se studia giustamente l’antroposofia, possiede la chiaroveggenza, e può aspettare finché il suo karma gli permetta anche di vedere le cose spirituali». 

Certamente, la ‘Via’ proposta, con parole inequivocabili, da Rudolf Steiner, e riproposta, in maniera altrettanto inequivocabile, da Massimo Scaligero è un ‘Sentiero’ oltremodo esigente, aspro, duro, e difficile da percorrere. Sicuramente – per il momento, almeno – non è un ‘Sentiero’ per tutti, e forse neppure per molti, perché non tutti, anzi molto pochi, cercano la Conoscenza. La Scienza dello Spirito – ricordava spesso Massimo Scaligero – non ha nulla da dire a chi è pago della propria limitata, relativa, verità, che non è l’assoluta Verità. La Scienza dello Spirito risponde, ma non ‘sollecita’, non ‘insinua’, non ‘insuffla’, con abile e consumata retorica, e suggestione emotiva, domande nelle anime umane: risponde solo alle sincere domande che sorgono spontaneamente dal cuore dei singoli esseri umani. Per chi senta il bisogno di un conforto religioso – ed è cosa perfettamente lecita e degna – vi sono le varie confessioni religiose, cristiane e non cristiane. Ma chi segue una determinata confessione religiosa non deve pretendere di ridurre l’Antroposofia, la Scienza dello Spirito, al proprio livello, e soprattutto non deve cercare di farlo in maniera surrettizia, in maniera ‘insinuante’ – come avrebbero detto gli esoteristi del Settecento – perché l’Antroposofia non è una religione, ma una Scienza. E, come ho avuto modo di ribadire più volte, una Scienza, che tale voglia essere, per essere compiutamente ‘scientifica’ deve basarsi unicamente sull’esperienza, cioè sulla percezione e sul pensiero, facendo a meno di qualsiasi tipo di presupposti: religiosi, in primis, compresi. La Scienza dello Spirito, intensificandoli, porta a completo sviluppo, a piena coscienza, percezione e pensiero, trasformandoli in ‘percezione pura’ e in ‘pensiero puro’. Quindi è un totale non senso, per chi segua la ‘Via dell’Io’, ossia la ‘Via dello Spirito’, e non una mistica ‘via dell’anima’, quanto scrive Orao – almeno come riportato pure da M. su un noto social forum – che  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Infatti, lo stesso Rudolf Steiner, nelle Linee generali dei principi della Società Antroposofica, fondata da Marie Steiner, Michael Bauer, e Carl Unger, nel 1913, dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, così scrisse a p. 3:

«Niente deve restare più estraneo agli sforzi della Società quanto un’attività ostile o favorevole ad un qualsivoglia orientamento religioso, poiché il suo scopo è la ricerca spirituale e non la diffusione di una qualunque fede, cosicché ogni propaganda religiosa non fa parte dei suoi compiti».

Circa la questione del ‘metodo’ seguito da Orao, appare chiaro come la causa degli enormi errori, che sono stato costretto a rilevare nei suoi scritti, sia nel volersi basare sulla propria ‘chiaroveggenza’, non collegata con la fonte prima della Scienza dello Spirito, ‘chiaroveggenza’ non controllata, non verificata coi metodi scientificamente severi, ed esatti, indicati da Rudolf Steiner. Il voler prescindere dalle comunicazioni spirituali del Maestro dei Nuovi Tempi e, in taluni casi, ‘prevaricando’, volerlo ‘completare’, e il pretendere addirittura di ‘correggere’, o in taluni casi ‘sostituirsi’ a lui, il ‘non ritrarsi’ – per usare la sapiente espressione di Hella Wiesberger – per far parlare l’Opera, è causa dello scivolamento di Orao in un incontrollato sperimentare animico, in un ambiguo  sperimentare soggettivo, che non può non essere definito fallace, ingannevole, ‘veggenza visionaria’. Ora, se il ‘metodo’ è errato – ed ho dimostrato, sulla base di quanto afferma Rudolf Steiner, che esso è radicalmente errato – i risultati di cotale ‘chiaroveggenza’ non possono non essere pessimi, e non possono non agire distruttivamente nella vita animica e spirituale degli individui e della Comunità spirituale. Come vedremo nel proseguo di questo mio studio.     

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. UNDICESIMA PARTE.

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Negli incontri che ebbi con Hella Wiesberger – incontri che iniziarono nell’aprile del 1985, e che si protrassero sino al novembre del 2013,  quando andai a trovarla per l’ultima volta assieme all’eleusino amico Trittolemo, circa un anno prima che lei passasse la Soglia – due furono gli argomenti principali affrontati e sviluppati nei nostri incontri. In relazione alla doverosa fedeltà a Rudolf Steiner, alla missione ch’egli, a prezzo della sua stessa vita, ha compiuto sulla Terra, per Hella Wiesberger fondamentali erano questi due punti: il mettere al centro la ‘Via del Pensiero’, così come essa viene indicata ed esposta nella Filosofia della Libertà, e nelle altre opere ‘filosofiche’, ed un preciso atteggiamento nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner.

Più volte, Hella Wiesberger mi ricordò – e ne ho accennato in parti precedenti del presente studio – come lo studio assiduo, lo studio meditativo, ‘rituale’, non intellettuale, di una, ma anche di ognuna di esse, di tre opere scritte di Rudolf Steiner, come Teosofia, Iniziazione, e Scienza Occulta, rappresenti per il discepolo dell’Iniziazione, una Via, un Sentiero di Conoscenza, cui dedicarsi con continuità per tutta la vita. Ognuna di quelle tre opere, singolarmente, ma ovviamente anche insieme, è un Sentiero percorribile con devozione, con fedeltà, al quale il discepolo può consacrarsi, per l’intera vita, con tutte le sue forze. Tre Sentieri diversi per venire incontro a tre diverse tipologie di anime. Ma, da questo punto di vista, la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, costituisce – secondo quel che mi disse Hella Wiesberger – una ‘Via’ ancora superiore alle altre tre: la ‘Via’ che più si addiceva ad una personalità spirituale eccezionale come Marie Steiner. Una volta di più, voglio sottolineare la radicalità e la centralità della ‘Via del Pensiero’ esposta nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, egli stesso così scrive nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, che in questo caso amo citare dall’edizione del 1932, quella che fece fare a Massimo Scaligero la svolta decisiva della sua vita interiore, pubblicata a Bari da Giuseppe Laterza e Figli, pp. 225-226:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per se vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».  

Pochi hanno, poi, riflettuto sulle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Prefazione alla terza edizione della sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 11-12, parole che dimostrano il suo profondo rispetto per la scienza – per la reale scienza, non per quel dilettantismo che sovente, allora come oggi, indisturbato impera – dimostrano altresì la sua scientifica metodicità nella sperimentazione spirituale diretta, il suo antimisticismo, il suo costante richiamarsi all’esperienza vivente del pensiero, alla Filosofia della Libertà:   

«L’autore di questo libro non descrive nulla di cui non possa testimoniare per esperienza propria, per quella specie di esperienza che può esser fatta in questo campo. Perciò egli esporrà unicamente cose che in questo senso ha sperimentate lui stesso.

 Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno esser conquistati con sforzo. A ciò si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono venir sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso.

Il libro non può essere giudicato secondo i criteri della scienza usuale, se il punto di vista per un tale giudizio non si desume dal libro stesso. Se però il critico adotta questo punto di vista, vedrà che l’esposizione non è mai in contrasto con i veri metodi scientifici. L’autore sa di non aver voluto, nemmeno con una sola parola, entrare in conflitto con la sua coscienziosità scientifica.

Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

Che questa sia la ‘Via Regia’ – come la definirebbero due miei amici di elevato rango spirituale, seguaci di una antichissima ‘Via’, ma che stimavano al più alto grado Massimo Scaligero, e che ora sono nei ‘Campi Elisi’ – è cosa per me assolutamente certa. Questa – e non altra – è la ‘Via delle Vie’, la ‘Via Aurea’, portataci in dono dal Maestro dei Nuovi Tempi, smarrita da molti suoi inadeguati discepoli, la ‘Via’ da molti indegni, sedicenti  ‘seguaci’ deformata, tradita e sfigurata, la ‘Via’ ritrovata e rimessa al centro del Sentiero iniziatico da Massimo Scaligero. Questa è, inoltre, la ‘Via’ dell’assoluta certezza interiore – l’unica – di fronte a quella inesauribile fonte di errori, illusioni, inganni e autoinganni, smarrimenti, dis-trazioni, deviazioni, suggestioni, infatuazioni, seduzioni, fanatismi, che è la natura inferiore, che il ricercatore della conoscenza spirituale si trova sul suo cammino come generatrice intralci e ostacoli, che tendono a paralizzare l’impresa spirituale, e talvolta a distruggere o pervertire l’incauto che alla sua mefitica, venefica, fonte si abbeveri.

L’aurea ‘Via del Pensiero’, per chi, con cuore puro e volontà risoluta, la percorra è la ‘Via del sublime eroismo’, e non – come, con troppa facile disinvoltura affabulano, taluni che staccano dal contesto, e dall’intenzione, frasi di Massimo Scaligero – la ‘via del sublime egoismo’. Che la ‘Via del Pensiero’ sia una ‘Via’ assolutamente completa, non necessitante di presupposti di nessun tipo, e soprattutto non di tipo mistico o confessionale, ch’essa sia una ‘Via’ a sé sufficiente risulta, con adamantina chiarezza dalle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Seconda aggiunta alla seconda edizione del 1918, della sua Filosofia della Libertà, pp. 216-218:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri venga richiesta da tale pensare sperimentato. Esso richiede di non venir rinnegato nel processo conoscitivo come esperienza poggiante su se medesima, e di non vedersi contestata la facoltà di sperimentare, insieme con la percezione, anche la realtà, in luogo di dover cercare quest’ultima soltanto in un mondo giacente al di fuori di questa esperienza, in un mondo chiuso da disserrare, di fronte al quale l’attività pensante dell’uomo avrebbe un valore puramente soggettivo.

Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente a vivere nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue pure che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre a ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo percettivo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «filosofia della libertà» è la base filosofica di tali miei scritti posteriori. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Esattamente cinquant’anni fa, l’amico L., colui che pochi mesi dopo mi fece incontrare personalmente Massimo Scaligero, in una lettera – che conservo come un dono del Cielo, e un caro cimelio – mi scrisse  un pensiero, trasmessogli da Massimo Scaligero perché me lo comunicasse, una breve frase che per me è un prezioso tema di meditazione, ed una mirabile sintesi dell’essenza della ‘Via del Pensiero’, e di conseguenza della stessa Scienza dello Spirito. Essa così diceva:

«La Via è dominare in modo cosciente il momento dinamico del pensiero, che dà a se stesso la forma di concetto e nella percezione diviene oggetto».

La meditazione di questo pensiero, racchiudente in poche parole, come ho detto e lo ribadisco, l’essenza aurea della ‘Via’, può portare molto lontano l’ardito praticante interiore, che si dedichi con tutte le sue forze alla realizzazione del momento originario del pensiero, alla realizzazione del pensiero vivente. Ma un tale pensiero – vissuto, asceticamente attuato, e non solo meramente ‘capito’ – può essere anche la ‘pietra di saggio’ per distinguere l’autentica, oggettiva, percezione spirituale, dagli ambigui risultati della ‘chiaroveggenza visionaria’, della quale ci stiamo occupando nell’esame del libro Resurrezione di Orao.

Negli ultimi incontri ‘rituali’ di meditazione insieme, che alcuni di noi avevamo periodicamente con Massimo Scaligero, ma anche negli incontri più allargati, che poi sono stati trascritti dall’amica M. come Seminario solare, egli insisteva ripetutamente su quello ch’egli chiamava ‘realismo eterico’, o ‘realismo del pensare’, o ‘realismo christico’, e lo contrapponeva non solo al realismo primitivo del materialismo storico-dialettico, o al realismo positivista dell’ideologia scientista, o a quello economico, ma anche a quello proponentesi come ‘spiritualista’religioso o mistico che fosse – sino a quello di gran parte del sedicente ‘esoterismo’ circolante, e infine anche al ‘realismo antroposofico’ di tanti seguaci della Scienza dello Spirito, che non riescono a superare il dualismo tra ‘pensare’ ed ‘essere’, che già 2500 anni fa, in Italia, i Pitagorici e gli Eleati, e in India, gli asceti dello Yoga, e i seguaci del Buddha Shakyamuni, avevano superato.

Il difficile, arduo, aspro, cammino della ‘Via del Pensiero’ vuole condurre l’audace sperimentatore alla lucida, cosciente, esperienza del ‘momento genetico’ sia del pensiero che della percezione: ‘momento genetico’, o ‘momento dinamico’, che nell’essenza è identico sia nel pensiero che nella percezione. Non vi è altra possibilità di superamento del ‘realismo’. Si tratta di passare dalla passiva, tramortita, coscienza del ‘fatto’, all’attiva, dinamica, ben ‘sveglia’, coscienza dell’ ‘atto’. Questo sia nell’esperienza sensibile che in quella sovrasensibile. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ si può essere in presenza di percezioni che, come ‘fatto’, si impongono magari anche con caratteri di grandiosità, ma non si è coscienti del momento ‘dinamico’, del momento ‘genetico’, ‘formativo’, della percezione stessa. Ma anche nel sogno si è nell’identica situazione: le immagini del sogno possono presentarsi appunto con caratteri di grandiosità, ma esse sorgono da una ignota scaturigine, e non si è punto coscienti  della loro ‘genesi’. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ non si è liberi, come non si è liberi nel sogno: si assiste passivi al fatto compiuto, ma non si è coscienti del suo compiersi. Nella Filosofia della Libertà è detto a chiare lettere che non può essere libera un’azione, se chi la compie non è cosciente delle cause che lo spingono all’azione: se egli non è il cosciente, attivo, e libero, autore e creatore dei motivi della propria azione.

Da questo punto di vista, deve essere fatta una certa differenza tra ‘chiaroveggenza atavica’ e ‘chiaroveggenza visionaria’. Al livello attuale della sua evoluzione, il formarsi della percezione sensibile, e quella del sogno, non sono coscienti. Essi si presentano all’uomo come un ‘fatto’ del quale egli non è cosciente del loro ‘farsi’, rispetto al quale loro compiersi in fieri. Ma questo appartiene ancor oggi alla spontaneità dell’evoluzione naturale dell’uomo. Solo chi si inoltra concretamente nel Sentiero iniziatico arriva a superare quella incoscienza. Ma anche la ‘chiaroveggenza atavica’ – entro certi limiti – può trovarsi esattamente nella medesima situazione. Persone che in altre vite hanno fatto un percorso spirituale o che, per particolari motivi, ricevono dal Cielo e dai Numi, particolari ‘doni’, possono possedere una elevata ‘veggenza spontanea’. Tali persone, per un loro peculiare destino, e se posseggono un cuore puro, una elevata moralità, coi loro ‘doni’ possono aiutare a volte altre persone in momenti difficili. A volte il Cielo e i Numi, vedendo la temerarietà di qualche loro animoso combattente, che spesso può finire in guai spiacevoli e in situazioni veramente pericolose, possono decidere di aiutarlo, proprio attraverso persone di questo genere. Alcuni anni fa, a me pure è capitato di ricevere più volte un simile prezioso aiuto i situazioni difficili ed estreme, e ne sono grato al Cielo e a quelle persone. Lo stesso Rudolf Steiner accenna all’esistenza di tali personalità, e della loro possibilità di essere dei benefici ‘aiutatori’, sia nel libro L’Iniziazione che nella Scienza Occulta.

A questo punto, non sarà senza importanza riportare quanto, a tale proposito, scrive Rudolf Steiner in L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, traduzione di Emmelina de Renzis, Gius. Laterza e Figli, 1926, pp. 70-71 – proprio nel capitolo dedicato all’Iniziazione, e alle ‘prove’ dell’anima – così scrive:

«Occorre però far notare che vi sono delle persone capaci di eseguire tali azioni incoscientemente, sebbene non abbiano seguito nessuna disciplina occulta. Tali «aiutatori del mondo e dell’umanità» attraversano la vita benedicendo e beneficando; a loro, per ragioni che qui non è il caso di spiegare, sono state concesse delle doti che sembrano soprannaturali. Ciò che li distingue dal discepolo dell’occultismo è il fatto, che quest’ultimo agisce coscientemente, con piena visione dell’intiero insieme; egli consegue, per mezzo appunto della disciplina, ciò che ai primi è stato donato dalle potenze superiori per il bene del mondo. Questi uomini benedetti da Dio meritano sincera venerazione, ma non per questo il lavoro della disciplina dovrà essere considerato come superfluo».

Nella ‘spontanea veggenza atavica’ vi è la possibilità dell’errore, non la necessità automatica, ossia non la certezza dell’errore. Se le persone che dal Cielo hanno ricevuto simili mirabili ‘doni’ hanno un cuore puro, elevata moralità, e sono disinteressate, difficilmente errano. Personalmente, ho incontrato, e scrupolosamente verificato, innumerevoli volte che, invece, errano molto di più, scivolando in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, molti occultisti, e addirittura molti seguaci della Scienza dello Spirito, i quali per presunzione, vanità, ambizione, ‘maestrite acuta’, immoralità, scivolano facilmente, e inavvertitamente, nella più medianica, allucinatoria  ‘chiaroveggenza visionaria’. Le persone, cui alludevo più sopra, spesso per ragioni morali – in gran parte condivisibilissime – diffidano dagli ambienti occultistici, e se ne tengono ben lontani, e difficilmente errano nelle loro ‘percezioni’, anche se originate da facoltà ‘ataviche’. Come dar loro torto, vedendo gl’indegni spettacoli ai quali dànno luogo, molti, troppi, occultisti, sedicenti ‘maestri’, ‘ierofanti’, e sedicenti ‘iniziati’!

Ma al di là di queste particolari personalità – molto rare quando siano autentiche, e ancor più rare da incontrarsi – le quali per destino hanno ricevuto dal Cielo i loro ‘doni’,  il discepolo dell’Iniziazione non potrà basarsi altro che sullo sviluppo cosciente delle forze interiori col seguire una rigorosa Ascesi del Pensiero. Questo oggi – a causa di una ancor maggiore caduta del pensiero umano nell’astrazione, nella cerebralità – è ancor più necessario di un secolo fa, allorché Rudolf Steiner parlava ad un tipo umano meno irrigidito, meno fisicizzato, di quanto lo sia oggi l’essere umano recluso in un mondo sempre più meccanico, sempre più ossessivamente tecnologico, in definitiva sempre più arimanico. Ed oggi, ancor più che non ai tempi di Rudolf Steiner, è necessario – assolutamente necessario – scorgere tutti i pericoli insiti in una ‘chiaroveggenza visionaria’, frutto dei uno scivolamento, avvertito o inconsapevole, in una medianica dipendenza dalla natura corporea. Dipendenza che può benissimo fornire al compiaciuto incauto visioni grandiose e poteri vari: appunto medianici. Che, poi, si pagheranno molto cari. Ma già oltre un secolo fa, Rudolf Steiner parlava a tale proposito, come abbiamo visto, un linguaggio estremamente chiaro, che può da taluni essere volutamente trascurato, o dimenticato, ma non equivocato. Infatti sempre in Filosofia e Antroposofia, più volte citato in questo studio, leggiamo alle pp. 110-112 :

«Così dobbiamo renderci conto che chi compenetra col pensiero i fatti del mondo spirituale, può anche comunicarli in modo che chi abbia acquistato i pensieri qui, sul piano fisico, possa applicare gli stessi pensieri anche a quanto viene comunicato dai mondi superiori. Allora può comprenderlo. Ognuno deve riconoscere che la cosa più importante non è ricevere comunicazioni dai mondi superiori, ma il modo come si ricevono; un modo rispondente alle condizioni terrene. Ognuno deve badare a che le comunicazioni dei mondi superiori non gli vengano trasmesse diversamente. Certo, è comodo limitarsi a credere a quel che viene comunicato; ma è molto dannoso. Chi vuol semplicemente credere, è come chi si contenta di farsi raccontare che esiste un lume, mentre ha bisogno di avere il lume per illuminare la sua stanza; per questo occorre avere il lume; non basta la sola credenza. Così è importante afferrare prima di tutto la forma del pensare solido, coscienzioso, per ricevere prima attraverso questa forma le comunicazioni del mondo spirituale. Queste possono essere ottenute solo da chi possiede la chiaroveggenza, ma, una volta ottenute, possono essere comprese da ognuno che le accolga nel modo giusto.

Se si pensa così, tutti i pericoli che altrimenti possono andar congiunti all’indagine spirituale, saranno eliminati. I pericoli sorgono non appena qualcuno sviluppa facoltà chiaroveggenti senza arricchire al tempo stesso la sua mente e la sua conoscenza coi mezzi del pensiero. Molti sono avidi di carpire ad ogni costo notizie al mondo spirituale, senza procedere con ogni cura a sviluppare conoscitivamente quel ch’è necessario conquistare sul piano fisico. Non c’è Dio che possa afferrare il mondo in pensieri, se non s’incarna sulla Terra fisica. Potrà afferrare il mondo in altra forma; ma per afferrarlo in questa forma, deve incarnarsi sulla Terra. Se pensiamo a ciò, potremo comprendere che sviluppare facoltà senza adoperarle nel modo giusto porta con sé gravi pericoli. Chi sviluppa una certa chiaroveggenza visionaria e non l’adopera nel modo giusto, in quanto si trattiene sul piano astrale senza essere capace di trasportare le sue esperienze giù sul piano fisico, si espone al pericolo che tra le sue visioni e il piano fisico si spalanchi un abisso».   

Prima di proseguire a trascrivere quanto Rudolf Steiner dice in questa sua, al massimo grado preziosa, conferenza, vorrei sottolineare come nel libro di Orao si esiga un ‘credere’, una ‘fede’, come passo preliminare al cammino iniziatico. O meglio come condizione preliminare al cammino sedicente ‘iniziatico’, che Orao propone. E ciò sin dalle prime parole del libro Resurrezione, dove – come abbiamo visto – già a p. 7, è detto:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Ciò – e anche questo lo abbiamo visto e documentato – è contraddetto non solo dalle parole di Rudolf Steiner, che nella sua infanzia e nella sua adolescenza non aveva ricevuto affatto una educazione religiosa, ma anzitutto, e soprattutto, dalla sua stessa vita, visto ch’egli, nel suo cammino iniziatico, come lui stesso affermò, non partì affatto dai Vangeli, ma dalla Scienza, dalla Filosofia, dall’esperienza del momento originario del pensiero sperimentato, percorrendo nell’anima, vivendola come evento interiore, la ‘teoria della conoscenza’. Come ogni vera Scienza, la Scienza dello Spirito è ‘priva di presupposti’, compresi quelli mistici, religiosi, o confessionali.  

Quel che Orao scrive, diviene una pre-condizione inaccettabile per chi si accosti alla Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, provenendo dalle ‘Vie’ orientali, dallo Yoga, dall’Induismo, dallo Zen, dal Buddhismo, dal Taoismo, o dalle ‘Vie’ iniziatiche occidentali, che si rifacciano al Mondo Classico, alle ‘Vie’ orfiche, pitagoriche, ermetiche, platoniche, o alle ‘Vie’ kabbalistiche. Ma non così la pensava, evidentemente, Massimo Scaligero – che proveniva da ‘Vie’ orientali, e da una visione del mondo ‘pagana’ – il quale in una delle versioni dattiloscritte da lui redatte delle:

REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE

Secondo la moderna

SCIENZA DELLO SPIRITO

Così scrive sin dall’incipit :

«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.

La Scienza dello Spirito di cui gli esercizi sono espressione non è una religione bensì un metodo di conoscenza , che dà modo al religioso, cristiano o buddhista o islamico ecc., di ritrovare le fonti vive della propria religiosità e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé sperimentalmente i processi interiori in cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria presente verità».

Determinate distorsioni della verità, che ho avuto il penoso còmpito di evidenziare e documentare – mi è stata rivolta persino l’accusa di essere “pedante”, accusa che molto volentieri accetto come un involontario elogio – sono il frutto di una irregolare vita dell’anima, la conseguenza inevitabile di un ‘metodo’ e di ‘pratiche’, che non sono quelle indicate da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero come azioni interiori scaturenti, in maniera rigorosa e coerente, dalla rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente. Distorsioni della verità, e fallaci ‘visioni’ scaturenti da una fallace ‘veggenza visionaria’, hanno come causa sempre una dipendenza diretta o indiretta della vita dell’anima dalla natura corporea, come mostra chiaramente Rudolf Steiner nella precedentemente citata Appendice del 1918 al libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. E, proprio in quella Appendice, Rudolf Steiner dà come unico criterio di certezza e di verità nella percezione spirituale l’esperienza del pensiero puro, ossia l’esperienza del dinamico momento genetico del pensare, attivo al di fuori e indipendentemente da qualsiasi coinvolgimento corporeo, momento di quel ‘pensiero-folgore’, presente in maniera identica, al contempo, nella formazione del concetto nel pensare e nella generazione del percepito nell’atto del percepire. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nell’explicit del citato opuscolo dattiloscritto:

«Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro. Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il p o t e r e  d i  r e a l i z z a z i o n e da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica. Con la relazione stabilita dall’esterno.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la r e a l e  f o r z a  del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche; ciascuno dispone della logica necessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità. Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che come forza vive simultaneamente nel mentale e nel sopramentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente” o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi. Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli scelga prima di una tale l i b e r a z i o n e  del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte».   

Una volta di più è necessario ribadire che l’Antroposofia, in quanto rosicruciana Scienza dello Spirito, non parte da nessun documento religioso. Su questo Rudolf Steiner è quanto mai esplicito. Vale la pena riportare, per abbondare nella misura a beneficio del risveglio di molti addormentati – usiamo per una volta un’espressione kantiana – in un ‘sonno dogmatico’, un passo del ciclo L’occultismo dei Rosacroce, 10 conferenze tenute a Budapest dal 3 al 12 giugno 1909, ciclo contenuto nella GA-109, tradotto in italiano da Iberto Bavastro, e pubblicato dall’Editrice Antroposofica a Milano nel 2001. Nella quarta conferenza, del 6 giugno 1909, alle pp. 41-42 leggiamo:

«Vorrei essere compreso bene: l’occultista non giura su alcun documento o autorità; per lui solo i fatti del mondo spirituale sono decisivi; i documenti però ridiventano poi per lui preziosi in modo imparziale. La scienza dello spirito non è edificata su alcun documento religioso, ma direttamente sull’indagine dei fatti spirituali. Il fondamento della scienza dello spirito è l’indagine oggettiva; se poi i documenti religiosi contengono anch’essi fatti simili, a maggior ragione l’occultista potrà nel modo giusto riconoscerne il valore».  

Naturalmente, questo principio metodico fondamentale della Scienza dello Spirito, vale nei confronti dei documenti di tutte le religioni, e non solo di quelli della Cristianità. Vi è però una differenza: i Veda, le Upanishad, i Sutra del Tripitaka buddhista, sia mahayana che theravada, l’Yi King, il Tao Teh King, i classici del Taoismo, del Confucianesimo, sono stati trasmessi pressoché intatti nel corso di vari millenni, non alterati dalla faziosità partigiana, che nelle confessioni cristiane è giunta ad alterare. modificare e, a volte sopprimere, molte parti del Nuovo Testamento, Vangeli compresi. Le confessioni cristiane, sedicenti ortodosse, hanno agito con furia distruttiva, in molti casi addirittura con furia omicida, non solo nei confronti delle antiche Religioni e dei Misteri del Mondo Classico, definiti dispregiativamente ‘pagani’, ma anche nei confronti dello Gnosticismo, del Manicheismo, dell’Arianesimo, del Bogomilismo, del Catarismo, sino a giungere a sopprimere pressoché tutta la letteratura di quelle correnti spirituali, oltre che a bruciare sui roghi i loro seguaci. Ma torniamo a quel che Rudolf Steiner dice in Filosofia e Antroposofia, dove alle pp.112-115, egli getta ulteriore luce su quanto di illusorio, ingannevole, fallace, vi è nella ‘veggenza visionaria’, fa ben comprendere l’origine di molti errori:

«Supponiamo che qualcuno abbia visioni importantissime, appartenenti al piano astrale, e supponiamo pure ch’esse siano una realtà (poiché possono essere una realtà anche le visioni del chiaroveggente che non è un pensatore). Ma tra quest’uomo e ciò che sta dietro il piano fisico, si spalanca un abisso. Dietro il piano fisico, come di là da una cortina, sta il vero e proprio mondo spirituale: il piano fisico è Maja. Ora colui che è chiaroveggente visionario non è in grado di far sparire il piano fisico; quest’ultimo sparisce solo per chi è in grado di eliminarlo coi mezzi del pensiero. Solo così si penetra di là dal piano fisico; sicché solo con la chiaroveggenza pensante si può comprendere il mondo spirituale, nascosto dal piano fisico. L’abisso si spalanca qui, e il piano fisico sussiste come Maja. L’impossibilità di attraversarlo dipende dal fatto che il cervello non è in grado di togliersi di mezzo.

Chi abbia imparato a pensare giustamente, non impiega direttamente il suo cervello per pensare. L’attività del pensiero lavora intorno al cervello, ma non lo adopera direttamente. Sarebbe un assurdo voler affermare che il cervello pensa. […] Dunque, non è il cervello quel che pensa. E se non si è monisti o materialisti, nel senso moderno della parola, è anche facile rendersene conto. L’attività pensante non ha affatto bisogno, a tutta prima, di adoperare il cervello come suo strumento. Dove il pensiero diventa puro, il cervello non è chiamato a collaborare. Lo è soltanto dove si formano immagini del mondo sensibile. Se vi rappresentate un circolo disegnato col gesso, lo fate attraverso il cervello; ma se pensate un circolo, scevro di elementi sensibili, il circolo stesso è l’elemento attivo che prima conforma il cervello. Se l’uomo possiede una chiaroveggenza visionaria, egli rimane nel suo corpo eterico e non raggiunge nemmeno il cervello fisico; perciò non può mai varcare l’abisso. Perché appunto qui l’immagine chiaroveggente si collega con quel che sta dietro il piano fisico.

Chi sdegna di lavorare col pensiero, sviluppa facoltà che non afferrano il loro oggetto, che non penetrano veramente nel mondo spirituale. E ne nasce, come conseguenza, un disaccordo tra quel che l’uomo sviluppa continuamente nel suo corpo eterico, e quel ch’egli è come uomo; ne nasce una continua disarmonia, in quanto il cervello non si adegua alle facoltà chiaroveggenti. Il cervello di quell’uomo è grossolano, perché egli non si è curato di affinarlo e nobilitarlo per mezzo del pensiero. È grossolano; contiene qualcosa che presenta all’uomo degli ostacoli per cui egli non può penetrare con le sue visioni fino alla vera realtà spirituale; sicché, invece di avvicinarsi alla verità, egli se ne allontana, e così perde ogni possiblità di giudicare i fatti spirituali. Un uomo siffatto potrà vedere forse molte cose, ma non avrà mai la garanzia ch’esse corrispondano alla realtà. Un giudizio può averlo soltanto chi sia capace si distinguere tra visione e realtà. Né può chi non abbia il discernimento che si acquista unicamente con il lavoro sul piano fisico. Se si disdegna il faticoso lavoro di pensiero, arduo a conquistarsi, si ondeggerà sempre nel vuoto.

Questo dobbiamo imprimerci nell’anima. Allora non potranno più accadere le cose che altrimenti sempre si ripetono, e cioè che taluni, sviluppando in sé una chiaroveggenza visionaria, erigono una barriera tra sé e il mondo reale, e poi vivono nelle loro fantasie, ch’è quanto dire non sapersi più orientare nel mondo fisico e non essere perfettamente in senno. La chiaroveggenza puramente visionaria conduce facilmente a ciò. Il senno va conquistato lavorando nel solo modo atto a svilupparlo, cioè mediante il pensiero nel piano fisico».

Rudolf Steiner non avrebbe potuto più chiaramente, e inequivocabilmente, descrivere l’origine, e la natura delle ‘erranze visionarie’ di Orao. Massimo Scaligero, come potei constatare di persona, aveva una robusta formazione scientifica e filosofica, e sulla vastità, illimitata profondità, esattezza, e rigore della sua percezione spirituale non ho mai avuto alcun dubbio, avendomene egli date innumerevoli prove e conferme. Mentre la stessa cosa non si può proprio dire di Orao, nelle cui opere, Resurrezione e Madre, abbondano inesattezze, clamorosi errori, aperte contraddizioni tra quanto in tali scritti viene apoditticamente ex cathedra ed ex tripode dogmaticamente affermato, e quanto comunica Rudolf Steiner, cosa che, invece, non ho mai riscontrato in Massimo Scaligero: né nella sua opera scritta, né nelle sue comunicazioni orali fatte in incontri personali o in cerchie più allargate. In quel che scrive Orao non ritrovo né esattezza, né scientificità, e neppure un pensiero essenzialmente ‘logico’

Quanto sia importante, invece, e addirittura indispensabile, per chi è chiamato ad esporre risultati di una propria, autonoma, facoltà di ‘percezione spirituale’, una severa educazione sulla base di una rigorosa formazione scientifica – cosa alla quale il benevolo lettore è pregato di portare adeguata attenzione, essendo un fatto per niente da sottovalutare – risulta, per esempio, da quanto scrive Rudolf Steiner nell’Introduzione al libro Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 16-17:

«L’erudizione e la cultura scientifica non sono condizioni necessarie al dischiudersi di questo “senso superiore”. Esso può aprirsi tanto nell’uomo semplice quanto nel dotto. Anzi, ciò che ai nostri tempi per lo più si considera come la “sola” scienza, può spesso essere piuttosto d’intralcio che di aiuto. Per sua natura, essa ammette come “realtà” unicamente quel che cade sotto i sensi ordinari. Per quanto grandi siano i suoi meriti riguardo al riconoscimento di tale realtà, quando dichiara valido per ogni sapere umano quel che è necessario e salutare per il suo dominio, essa crea una quantità di preconcetti che precludono l’accesso alle verità superiori. […]

Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

Ma vi è un punto che devo rilevare, a proposito degli scritti di Orao che sono stati pubblicati, un punto che per me ha una importanza veramente decisiva. Il secondo argomento fondamentale dei ripetuti colloqui tra Hella Wiesberger e me – il secondo argomento al quale accennavo all’inizio di questa undicesima parte del presente studio – è quello di un ‘atteggiamento particolare’ da tenere costantemente nei confronti  della figura e dell’Opera spirituale di Rudolf Steiner. Hella Wieberger mi parlava di atteggiamento di devota modestia nei confronti di tale grandiosa Opera, di un ‘ritrarsi’, di un ‘tirarsi indietro’ – in tedesco ‘sich zurückziehen’ – per far ‘parlare’ l’Opera stessa di Rudolf Steiner. È quell’atteggiamento di ‘devota venerazione’ nei confronti della Verità e della Conoscenza, del quale parla Rudolf Steiner sin dalle prime pagine del libro Iniziazione, e che spinge il discepolo dell’Iniziazione a voler ‘servire’ l’Opera che ‘incarna’, o ‘veicola’ tale Verità e Conoscenza. È lo stesso atteggiamento di ‘devota venerazione’ che visibilmente traspariva quando il Maestro dei Nuovi Tempi parlava dei Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti, dei Maestri della Rosacroce. Questa ‘devota venerazione’, assieme all’amore per la Verità, costituisce quella che è la autentica ‘moralità dello Spirito’

Vi sono vari esempi luminosi di questa ‘devota venerazione’ che si attua, e si manifesta, attraverso quel ‘ritrarsi’ per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato dei Nuovi Tempi. Un primo luminoso – oserei dire addirittura ‘abbagliante’ – esempio è proprio Marie Steiner, la fedele compagna e la più stretta collaboratrice di Rudolf Steiner. Di lei Rudolf Steiner disse a Tatiana Kisseleff, che «non si poteva scrivere una biografia, perché Marie Steiner era un ‘essere cosmico’. Al massimo si poteva stendere una cronaca degli eventi esteriori della sua vita». Ebbene, lei che – secondo la testimonianza di Adolf Arenson – nella Mystica Aeterna «‘operava’», al dire di Rudolf Steiner «all’altare d’Oriente con una ‘funzione cosmicamente giustificata’», si cancellò come personalità per ‘servire’, ‘curare’, ‘proteggere’ devotamente l’Opera dell’Iniziato Solare. Io posseggo tutte le opere di Marie Steiner, nelle quali ella si fa ‘ancella’ fedele e devota della di lui Opera. Ma mai – ripeto: mai – lei propone frutti della sua personale ‘veggenza’, che pure aveva – ne ho varie testimonianze nelle biografie di lei che posseggo – vastissima e profonda. I suoi scritti sono introduzioni alle opere di Rudolf Steiner, oppure propri componimenti poetici, molto belli peraltro, o considerazioni sulla letteratura e l’arte della sua epoca, o considerazioni sulle vicende felici o dolorose del movimento antroposofico. Mai Marie Steiner dette insegnamenti, esercizi, o pratiche, che non fossero quelli che Rudolf Steiner aveva donato al mondo. E proprio sulla difesa dell’Opera di Rudolf Steiner contro il saccheggio e la deformazione che ne facevano Albert Steffen, Guenther Wachsmuth, ed altri, ella dimostrò di essere una lottatrice formidabile.  

Un altro esempio è quello di Michael Bauer, discepolo tra i più fedeli e progrediti di Rudolf Steiner. Egli, che pure aveva avuto grandiose esperienze spirituali, nei suoi scritti – anche di lui ho le opere – mai parla dei risultati della sua ‘veggenza’, ma – sempre e solo – fa parlare l’Opera di Rudolf Steiner. Altro esempio ancora, è quello di Giovanni Colazza: sicuramente il più avanzato, intimo, e caro, dei discepoli che Rudolf Steiner aveva in Italia. Eppure, anche lui, che era un autentico Iniziato e un Maestro, mai volle parlare dei risultati della sua veggente indagine spirituale, o dette un insegnamento che non provenisse da Rudolf Steiner. Giovanni Colazza nelle conferenze tenute a Roma nel Gruppo Novalis nell’inverno del 1945, nelle quali fece l’esegesi del libro Iniziazione, disse sùbito, esplicitamente, che lui avrebbe dato sempre e solo quello che Rudolf Steiner aveva indicato come insegnamento, esercizi, e pratiche interiori. Vale la pena di riportare direttamente dal dattiloscritto originale della trascrizione di quelle conferenze – quanto è stato pubblicato, decenni dopo la sua dipartita, dalla romana casa editrice Tilopa, ha subito pesanti e, a mio avviso, molto discutibili, interventi redazionali da parte dell’editore – quanto Giovanni Colazza disse già nella prima conferenza, quella del 4 gennaio 1945:

«Io seguirò più o meno il libro, ma naturalmente, in quasi diciotto anni di ulteriore attività, il Dottore ha dato molto, specialmente su certi punti, che serve di schiarimento e di integrazione a questo libro; aggiungerò poi altri insegnamenti del Dottore che si trovano sulla stessa direzione e che sono estremamente utili per ottenere dei reali risultati.

Naturalmente se io espongo queste cose in modo personale, tengo a dire che non ci metto niente di mio, vale a dire niente che il Dottore non abbia detto; di questo potete essere sicuri, in quanto su questo punto sono sempre stato intransigente con me stesso e con gli altri».

E lo studio delle conferenze che di lui son giunte sino a noi, conferma pienamente questa sua severità e rigore, questa sua ‘intransigenza’, nel ‘ritrarsi’, nel ‘tirarsi indietro’, per far parlare l’Opera di Rudolf Steiner.   

Lo stesso rigore lo possiamo constatare nell’Opera di Massimo Scaligero. Egli più volte disse che la sua Opera era ‘prima’ e ‘dopo’ quella di Rudolf Steiner: ‘prima’, perché voleva essere la ‘chiave’ per penetrare nell’essenza della Scienza dello Spirito, la ‘Via del Pensiero’ recataci da Rudolf Steiner, ossia la ‘chiave’ per ritrovare quel filone aureo del suo insegnamento che molti antroposofi hanno smarrito per superficialità, incuria, inadeguatezza, sentimentalità, intellettualismo, vanità, tradimento; ‘dopo’, perché voleva essere la ‘chiave’ della fedeltà all’aureo insegnamento, la fedeltà, appunto, alla ‘Via di Michele’, alla ‘Via del Pensiero Vivente’, alla ‘Via’ della concreta realizzazione, attraverso gli esercizi, la costante pratica della Concentrazione, della Meditazione secondo il canone della liberazione del pensiero, la fedeltà alla Filosofia della Libertà. Ma mai, veramente mai, nella trentina di libri ch’egli pubblicò, volle ‘sostituirsi’ al Maestro dei Nuovi Tempi, ‘correggere’ le comunicazioni,  ‘completare’ i risultati delle investigazioni spirituali, di Rudolf Steiner. Mai, veramente mai, egli – che pure aveva una illimitata capacità di penetrante percezione spirituale, e ne ebbi molte prove – portò risultati della sua pur eccezionale ‘veggenza’ spirituale, e meno che mai egli insegnò qualcosa che fosse in contraddizione, o anche semplicemente ‘diverso’ da quello che insegnava Rudolf Steiner. Come, invece, fa Orao nei suoi scritti, Resurrezione e Madre. Mai, e poi mai, ho trovato negli scritti di Massimo Scaligero errori, menzogne, fumisterie, affabulazioni, finzioni, o imposture, come invece ho dovuto rilevare, e documentare, molte volte nei suddetti scritti di Orao

Prendendo come criterio di discriminazione spirituale quell’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla grandiosità della rivelazione di Rudolf Steiner – atteggiamento interiore che non esclude punto, anzi esige un ben sveglio senso critico, grande coraggio conoscitivo, e coerenza di fronte alla Verità – che mi indicava Hella Wiesberger, e che si traduce in quel ‘sich zurückziehen’, in quel ‘ritrarsi’, ‘tirarsi indietro’, ‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera del Maestro dei Nuovi tempi, che è la verace moralità dello Spirito, è inevitabile concludere che l’atteggiamento, la  disposizione dell’anima di Orao, nei suoi scritti, nel suo presumere – compiendo enormi errori, e giungendo sino alla falsificazione, e all’impostura – di ‘correggere errori’ sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, di ‘completare’ un’Opera ‘carente’, e sotto certi aspetti – a suo dire – ‘superata’, sia molto lontano da quello proprio, invece, di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Giovanni Colazza, dello stesso Massimo Scaligero. Vedremo, nel proseguo del presente studio, a quali risultati veramente ‘stupefacenti’ conduca una tale – sit venia verbo – ‘presunzione’, e come le ‘rivelazioni’ della sua peculiare ‘chiaroveggenza’ vadano direttamente in rotta di collisione con le comunicazioni di Rudolf Steiner, che le smentiscono clamorosamente.   

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

IL PING PONG DELL’ANIMA

Risultato immagini per cenerentola che pulisce casa

Cari amici,

se non vi dispiace, mi permetto di guardare da vicino uno tra gli aspetti tormentosi che accompagnano l’operatore interiore nella sua giornaliera vicenda d’asceta.

Una situazione che purtroppo può accompagnarlo per tempi lunghi e può ripresentarsi in qualunque momento in cui la dedizione profonda o, semplicemente, l’attenzione assoluta cede per un’infinità di fattori.

Chi si è già, in qualche modo, impratichito con l’esercizio della concentrazione – vale per tutte le discipline: tutte implicando la concentrazione – osserva a proprio scorno che essa viene quasi continuamente interrotta da un fenomeno che sembra addirittura legato ad una forma di necessità umana: ha un carattere che appare precipuo alla nostra natura.

Badate che non alludo alle interruzioni, come dire, grossolane, come quelle la cui causa è esterna e nemmeno a quelle interiori come i ben conosciuti “pensieri estranei” o il dialogo sottotraccia che potrebbe continuare (continua) anche quando la parte superiore della coscienza percorre il sentiero dei pensieri chiaramente voluti.

Infatti, come con una radio di poca qualità, molti e per molto tempo nemmeno si avvedono che permane sullo sfondo un brusio continuo. Anche per questo ho più volte rimarcato come vi siano gradi di silenzio, ben oltre una forma generica di silenzio mentale. In tale senso vi sono “silenzi” così diversi che potremmo usare per essi la parola: stati. Condizioni o stati di silenzio parenti forse, ma non fratelli.

E’ giustificato dal retto sforzo non disperdere l’attenzione su tutte queste cose, anzi è il segreto semplice per superarle: polarizzare la coscienza cosciente solo sull’immagine o il tema o qualsiasi cosa possa essere, a patto che sia pensiero afferrato e costantemente voluto.

Come ha vigorosamente sottolineato un lettore piuttosto esperto, non si pone problema su cosa l’attenzione si concentra: non occorre che sia un’immagine fedelmente riprodotta o un tema razionale (è forse razionale pensare che “ogni pietra ha la sua folgore”?). In effetti, l’oggetto di pensiero deve possedere due sole caratteristiche: a) che sia pensiero e non una sua impronta psicofisica, b) che sia la scusa per il risveglio di una volontà sconosciuta.

Chi sperimenta questa volontà sperimenta immediatamente il “più che sentire” ed il “più che pensare” e sa che ciò che l’uomo, seppure spiritualista tiene in gran conto, è una gran massa di sciocchezze o per dirla più finemente, è un tessuto di maya, possedendo anch’essa vari gradini di potenza.

Un intermezzo: sento un fastidioso fischio alle orecchie che mi conduce a dirette o indirette critiche perché viene sempre posto in prima linea il pensiero e la volontà, quasi impedendo che la povera Cenerentola-sentire vada al ballo del Principe.

Mi chiedo: si legge quello che è stato scritto e ripetuto alla nausea?

Il sentire racchiude la più alta forma di conoscenza e percezione interiore. Il comune sentimento no. Esso è piuttosto la baldracca che vive rapinando l’anima nostra.

E’ assai facile estrarre qualche riga da 18 volumi e 6.000 conferenze del Dottore per affermare il contrario.

Possiamo controllare in diretta come stanno le cose: se, con silente coscienza e senza pregiudiziali osserviamo il sentire, vediamo subito che questo si raccoglie nella sfera toracica, dove è sempre tessuto insieme ad attività corporee.

Già questa mistione oppone la sua natura allo spirituale che principia nell’entità umana in ciò che si manifesta come attività pensante cosciente: è il suo minimo livello. Sotto il quale si agitano ed agiscono le forze della natura, cioè quanto di minerale, vegetale e animale l’uomo reca in sé.

L’ordinario sentimento è assolutamente passivo: viene colpito dagli eventi (esteriori o interiori) e indebitamente scarica sull’io troppo debole piacere e dispiacere, brame inappagate o godute.

L’ordinario sentimento vive nel crepuscolo del sogno: è purtroppo del tutto “normale” che l’anima che rifugge il risveglio preferisca riferirsi alla comodità della coscienza sognante: così essa “sente” eternamente solo se stessa: la destità comporta oneri pesanti che, detto senza critica, non sono poi tanti in vena di sopportare.

Il sentire potrebbe essere una via diretta?: teoricamente sì, ma si dovrebbe parlare di un sentire talmente intenso e attivo da contenere un elemento sovraindividuale che, in genere, ha cessato da tempo di fluire nell’uomo moderno.

Il sentire può essere educato senza il passaggio per la forca caudina della liberazione del pensiero? Anche questo è possibile se venisse educato fino a divenire una struttura unitaria di devozione e venerazione, cioè del tutto “religioso” e anche in questo caso sarebbe facile e realmente pericoloso uno sbilanciamento della coscienza se solo troppo incline verso tale direzione.

Se a qualcuno interessa il “piacere dello spirituale”, può trovarlo da ogni parte. In rete vi sono diverse realtà che appagano tale inclinazione.

So per certo che molti lettori (lettori!) di Eco leggono, appunto, il nostro sito proprio perché non segue quell’andazzo. Qualcuno mi ha persino telefonato perché veggentemente preoccupato che non accadano cose simili. Se Eco perdesse la sua fisionomia si inabisserebbe nel mare magnum dell’insignificanza. Chi lo desidera, prenda tutti i placebo che vuole in altri lidi.

Ora ritorno al filo dell’argomento: si parlava di interruzioni, le quali come si sa, recano danno all’opera dell’asceta meditante.

Con l’insistenza, la pratica e la santa pazienza, queste vengono cacciate o lasciate indietro…ma ne rimane una che è forse la più difficile a essere superata e vinta.

E’ il potente magnete della corporeità: l’operatore si lancia nella inusuale sfera dove il pensare contempla il pensiero, cioè dove tutta l’attività è “solo” pensiero.

Condizionati come siamo dal nostro abituale essere “corpi pensanti”, il mondo in cui il pensiero pensa il pensiero è un ambito alieno, come lo è il mondo acqueo di profondità per colui che si immerge. Questo è un paragone che regge: succede che ci manca l’aria e si sale.

Così per il meditante che brama, dopo poco, di sentirsi nella corporeità.

E inizia l’andirivieni tra pensiero indipendente e il senso corporeo: ci si autopalleggia un po’ qua e un po’ là.

Superare questa situazione chiede qualcosa di più dell’esercizio corretto: occorre osare uno slancio, una dedizione che superi davvero quello che, con troppa facilità, chiamiamo limiti personali.

Ed è anche l’esoterica prova del nove. Prima di questo superamento potremmo anche essere bravi e buoni ma saremmo solo il meglio della nostra natura.

E’ il momento espresso bene dal latino: Sic nos, non nobis. COSI’ FACCIAMO MA NON PER NOI STESSI.

E’ straordinariamente vero ciò che Scaligero dice spesso, ossia che occorre la forza più forte:

essa appartiene ancora alla persona, eppure senza la massima forza sarebbe impossibile anche solo tentare lo svincolamento dalle categorie corporee: occorre che un soggetto venga lasciato e un soggetto non si arresti nell’opera: una operazione desta, chirurgica, totale: una lotta di vita che non vuole morire contro il cristallino canone di ciò che nell’umano è più che umano.

Una guerra che si svolge nella quiete.

Volgersi indietro è la salina, infeconda sorte della femmina di Lot, andare avanti è perdere l’esistenza per essere l’essenza che del “me” non ha alcun bisogno.

Ora le operazioni ulteriori giustificano se stesse secondo lo Spirito…ed il resto solo appare per quanto era sempre stato: per l’appunto, appare.

SCIENZA DELLO SPIRITO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DECIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Abbiamo visto quali enormi, fatali, addirittura esiziali, errori, sia conoscitivi che morali, scaturiscano da una ‘chiaroveggenza’ atavica, visionaria, istintiva, la quale non può mai essere, a causa della sua passività, fonte e soggetto dell’atto conoscitivo del pensare. Semmai, è essa a necessitare urgentemente di divenire oggetto di una cosciente, volitiva, indipendente attività del pensare. Ed è tale manifestazione di una ‘con-fusa’ mescolanza di percezione, sensazione, emotività, istintività, e falsi ‘pensati’, suggeriti da una apparente spontaneità propria della natura inferiore, ad avere urgente necessità di una energica e indipendente attività pensante, che attraverso la cosciente, lucida, formazione di concetti – tratti, come insegna la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, dal proprio mondo ideale, e non dalla percezione stessa – e ad aver bisogno di venire restituita alla dimensione ad essa dovuta, fuori della quale una tale mistura, spacciata per ‘percezione spirituale’, è intossicante menzogna. Ma, come ho detto nelle precedenti pagine di questo studio, una volta che, con tutta chiarezza, sono stati individuati quali siano gli errori – che ad uno sguardo attento, e spregiudicato, risultano essere oggettivamente, vere e proprie menzogne – presenti, come ho ampiamente documentato, sin dalle prime pagine del libro Resurrezione di Orao, è urgente, oltre che necessario, ricercare, e rendersi conto, del come e del perché possano sorgere in un’anima simili errori: tutta l’impostazione della Via dell’Iniziazione ne dipende.

Grandissimo aiuto ad una tale necessaria chiarificazione ci giunge dal citato aureo libretto, Filosofia e Antroposofia, tradotto da Lina Schwarz, ed edito sin dal 1938, da “La Prora” di Milano, come primo testo della collana «Conosci te stesso», Quaderni di Scienza dello Spirito a cura di Rinaldo Küfferle, Nuova Serie, nel quale Rudolf Steiner, rispondendo ad una possibile obbiezione – che, come suo costume, egli stesso si fa, anticipando quelle di eventuali avversari della Scienza dello Spirito – alle pp. 95-99, così dice con parole che in parte metterò in particolare evidenza:

«Con tutto ciò, potreste anche obiettare che, se le comunicazioni dal mondo spirituale non sono viste da sé, si può sempre dubitare del loro valore. Ma ora poniamo accanto ai due che abbiamo messo dinanzi poc’anzi [scil. ossia il chiaroveggente spontaneo o atavico, e il chiaroveggente pensatore], un terzo, che non sia affatto chiaroveggente, ma al quale siano stati solo comunicati certi risultati dell’indagine spirituale acquistati per via del pensiero (cioè della chiaroveggenza accompagnata dal pensiero). Egli li accoglie e li comprende come ragionevoli, come fatti del mondo spirituale. L’uno, il pensatore veggente, li possiede; ma chiunque li abbia compresi con la sua ragione, li possiede pure, sebbene non ne sia cosciente. Non occorre affatto essere chiaroveggenti per avere in sé il pieno valore di quanto si è ricevuto come comunicazione. C’è una differenza tra il possedere qualcosa e l’essere coscienti di quel che si ha. Supponiamo, ad esempio, di aver fatto un’eredità e di non averne avuto ancora nessuna notizia; ciò nonostante, il valore dell’eredità fatta esiste già oggi per noi. Anche se non ne siamo ancora venuti a conoscenza, la possediamo ugualmente. Così è colui che apprende i fatti del mondo spirituale per mezzo dell’antroposofia; se li ha compresi con la sua ragione, egli li possiede già, e non ha che da attendere il momento nel quale ne diverrà cosciente. Ciò si mostra soprattutto dopo la morte. Possiamo chiederci, usando un’espressione spicciola per meglio chiarirci la cosa: «Dopo la morte, è più utile all’uomo aver veduto chiaroveggentemente i fatti spirituali senza lavoro di pensiero, oppure l’aver ricevuto la comunicazione antroposofica di quei fatti anche senza veggenza propria?».

È facile credere che, per la vita dopo la morte, la chiaroveggenza sia una preparazione migliore che non il semplice accogliere la comunicazione dei fatti spirituali. Eppure non è così. Dopo la morte, ben poco serve all’uomo ciò ch’egli ha veduto solo chiaroveggentemente; invece ha sùbito una realtà, non appena comincia a divenire cosciente delle comunicazioni spirituali che ha ricevute durante la vita, se le ha comprese con la sua ragione. Dopo la morte, ha valore appunto quel che si è compreso durante la vita; sia stato visto chiaroveggentemente o no. Anche il più profondo iniziato, capace di vedere tutto il mondo spirituale per mezzo della sua chiaroveggenza, non aumenta con ciò il suo valore dopo la morte, se non è stato in grado di esprimere quei fatti in concetti umani. Dopo la morte, possono servigli soltanto le cose che quaggiù egli possiede in concetti. Sono i semi per la vita dopo la morte. Naturalmente, chi è chiaroveggente e insieme pensatore si può avvantaggiare di quanto vede chiaroveggentemente. Ma due che non siano pensatori, dei quali l’uno sia chiaroveggente e l’altro senta solo raccontare ciò che l’altro vede, si trovano, dopo la morte, nell’identica situazione, poiché nella vita dopo la morte possiamo portare con noi solo quel che ci siamo conquistati quaggiù con l’ausilio del pensiero esercitato. È quest’ultimo che là germoglia come un seme; non già quel che troviamo nelle sfere in cui, dopo la morte, entriamo. Quanto riceviamo dai mondi superiori non ci viene regalato gratuitamente affinché ci divenga più comoda la via per abbandonare il piano fisico, ma ci viene dato perché lo convertiamo in moneta di questa Terra; e solo quel tanto che abbiamo convertito in moneta di questa Terra ci serve dopo la morte».

Dopodiché, Rudolf Steiner descrive, con geometrica precisione, quelli che sono i lati ambigui, equivoci, fonti di innumerevoli illusioni, propri della ‘veggenza visionaria’, di quella veggenza che non è stata sottoposta al vaglio severo della rigorosa coscienza pensante. Una volta di più, è necessario dire che, a tale riguardo, a nessuno, proprio a nessuno, possono esser fatti sconti di sorta, proprio perché altrimenti si espone noi stessi e gli altri, oltre che alle più svariate illusioni, e a situazioni animiche decisamente patologiche, a pericoli notevoli, circa i quali la storia dell’occultismo degli ultimi secoli fornisce, per chi voglia vedere e non illudersi, numerosi, plateali, esempi. E così, alle pp. 99-101, così Rudolf Steiner prosegue con parole ammonitrici, che l’attuale ricercatore spirituale farebbe bene a tenere sempre presenti, e a mai dimenticarle:

«Ma anche quaggiù sul piano fisico c’è una differenza tra il chiaroveggente visionario ch’è pensatore, e quello che non lo è. Certo, è bello e interessante guardare nei mondi spirituali; ma esiste egualmente una differenza tra il vederli solo per via di visioni e il comprenderli per mezzo del pensiero, anche prescindendo dal fatto che, se queste cose non si penetrano col pensiero, non si è mai protetti da inganni e illusioni. (Né c’è altro mezzo contro le illusioni che pensare chiaramente quanto si è veduto). Inoltre, tutto quello che vede un chiaroveggente visionario, così com’egli lo vede, è sempre compenetrato di elementi del piano fisico. Avete mai sentito descrivere un angelo altrimenti che con elementi tolti dal piano fisico? Lo si descrive con le ali, come le hanno gli uccelli; con un torso, come lo hanno gli uomini sul piano fisico, ecc. naturalmente, il modo come sono composte queste immagini, di cui parla il chiaroveggente visionario, non esiste sul piano fisico; ma i loro elementi sono ricavati dal mondo fisico. Quanto dunque ci appare in forme, in immagini tolte dal mondo fisico, non appartiene al mondo spirituale, ma è solo un «simboleggiamento» del mondo spirituale con mezzi del mondo fisico.

Ne ho parlato chiaramente nel mio libro La Scienza Occulta, dicendo che la chiaroveggenza odierna, quantunque debba prima sviluppare l’immaginazione, non deve arrestarsi ad essa, ma giungere ad eliminare da quel che si vede anche l’ultimo residuo di elementi terreni.

E qui, quando si toglie di mezzo ogni residuo terrestre, si presenta davvero un certo pericolo per il chiaroveggente. Quando, ad esempio, vedendo un angelo, egli ne elimina ogni residuo terrestre, c’è il pericolo che non veda più nulla. Se elimina tutte le immagini fisiche con cui lo simboleggia, corre il rischio di non vedere più nulla. E ciò che lo preserva dal perdere totalmente la cosa, quando sale davvero nel mondo spirituale, è il seme che può germogliare dal pensiero. Sono i pensieri che dànno allora la sostanza per afferrare quel che esiste nel mondo spirituale. E noi acquistiamo veramente la facoltà di vivere nel mondo spirituale, quando afferriamo qui, sulla Terra, qualcosa che non è più compenetrato di elementi sensibili, e che pure esiste sul piano fisico. E sono unicamente i pensieri.. nel mondo spirituale non possiamo portare null’altro che i pensieri; ad esempio di un circolo disegnato non ci è lecito portar con noi il gesso, ma solo l’idea del circolo. Coi pensieri ci si può elevare nel mondo spirituale, ma dell’immagine non ci è permesso di portare nulla».

Qui è da ricordare un punto fondamentale del quinto capitolo della Filosofia della Libertà, La conoscenza del mondo, ove a p. 72 dell’edizione del 1966, ottimamente tradotta da Dante Vigevani, e ripubblicata, anche recentemente, dall’Editrice  Antroposofica di Milano, nella quale Rudolf Steiner introduce, per la prima volta nella storia della conoscenza umana, un nuovo, rivoluzionario, concetto di ‘realtà’, ossia quello della realtà non come antecedente, bensì come ‘risultato’ dell’atto conoscitivo, mediante il quale il soggetto conoscente, ossia l’Io, ‘con-crea’ il mondo:

«Con che diritto considerate voi il mondo come completo, senza il pensare? Non produce forse il mondo, colla stessa necessità, il pensare nella testa dell’uomo e i fiori sulla pianta? Piantate un seme nel terreno: getterà una radice e un fusto, svilupperà foglie e fiori. Ponete la pianta di fronte a voi stessi: essa si unisce nella vostra anima con un determinato concetto. Perché questo concetto apparterrebbe all’intera pianta meno delle foglie e dei fiori? Voi dite che le foglie e i fiori esistono anche senza un soggetto percipiente, mentre il concetto appare soltanto quando l’uomo si contrappone alla pianta. Verissimo. Ma anche le foglie e i fiori si formano nella pianta solo quando vi sia della terra in cui collocare il seme, e vi siano luce e aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. Proprio così si forma il concetto della pianta, quando una coscienza pensante si accosta alla pianta».

Questo concetto di ‘realtà’, come ‘produzione’ del soggetto conoscente, e come ‘risultato’ dell’‘atto’ che ‘realizza’ l’unione di percezione e concetto nella coscienza ad opera del pensare fu ciò che mi colpì – come una folgorazione – sin dalla prima volta che lessi la Filosofia della Libertà, e mi è stato per cinque decenni l’idea-forza orientatrice di tutta la pratica realizzativa, che mi sono sforzato di perseguire nella ‘Via del Pensiero’. Mi fu sùbito chiaro che quel che Rudolf Steiner afferma nella citazione riportata, vale sì per l’esperienza sensibile, ma anche – e soprattutto – per l’esperienza sovrasensibile. Ed è il non rendersi conto di questo punto cruciale della Scienza dello Spirito – punto che non affatto è una mera questione filosofica di ‘teoria della conoscenza’, ma il fondamento operativo di tutto il prometeico ‘idealismo  magico’ che sta alla base dell’Antroposofia – a portare coloro che si affidano alla veggenza atavica a smarrirsi nei labirinti dell’illusione, e ad affondare nelle paludi della medianica degradazione morale. Sempre a p. 72 della sua Filosofia della Libertà, Rudolf Steiner così prosegue:

«È del tutto arbitrario considerare come una totalità, come un intero, la somma di tutto ciò che di una cosa apprendiamo dalla semplice percezione, e di considerare quel che risulta dall’attività pensante come qualcosa di aggiunto, che non abbia nulla a che fare con la cosa stessa».

E, poco oltre, a p. 73, egli descrive addirittura quale sia l’autentico ‘atto conoscitivo’ nell’esperienza spirituale, umana o non umana: la si potrebbe definire addirittura un’autentica ‘teoria angelica della conoscenza’:

«Parimenti non è permesso di prendere la somma dei vari elementi percepiti per la cosa stessa. Potrebbe benissimo darsi che uno spirito fosse in grado di accogliere il concetto, contemporaneamente e unitamente alla percezione. Ad un simile spirito non potrebbe neppure venire in mente di considerare il concetto come non appartenente alla cosa. Dovrebbe attribuirgli un’esistenza collegata inseparabilmente con la cosa».

Ma proseguiamo a leggere, alle pp. 101-103, quel che Rudolf Steiner espone nella conferenza che costituisce la seconda parte del libretto Filosofia e Antroposofia. Egli descrive la differenza che vi è tra l’esperienza che ha il veggente atavico, visionario, non pensatore, e l’esperienza ‘ritardata nel tempo’ che, invece, ha dello spirituale sovrasensibile colui che percorra la ‘Via del Pensiero’:

«Ed ora posso descrivere ancora più precisamente il processo soggettivo esposto dianzi. Poniamo di nuovo che qualcuno veda un ostensorio. Poniamo che il semplice chiaroveggente lo veda in a, mentre il chiaroveggente pensatore lo veda soltanto in b.

a ———— b

Il pensatore diventa cosciente dell’immagine solo più tardi, quando giunge in b; ma per questo fatto riceve l’immagine al tempo stesso col pensiero, e può compenetrarla di pensieri. E nel momento in cui il chiaroveggente pensatore compenetra l’immagine di pensieri, per il chiaroveggente visionario essa diventa nera e indistinta, al punto b. Sicché il semplice chiaroveggente non è mai in grado di collegare il pensiero con le immagini, e non ha mai il senso di esser stato presente col proprio Io alla sua esperienza.

Sono fatti che portano a penetrare molto intimamente la cosa e sui quali è importante rifletter bene, poiché conducono a riconoscere quanto sia importante sviluppare il proprio pensiero e superare quell’inerzia che si rifiuta di acquistare il sapere, la conoscenza. È mille volte meglio aver da prima afferrato per la via del pensiero le rappresentazioni antroposofiche e soltanto in seguito, – prima o dopo, a seconda del proprio karma – divenir capaci di salire da sé nei mondi spirituali, che veder prima, senza compenetrarle col pensiero, le verità sovrasensibili che vengono comunicate. È mille volte meglio conoscere l’antroposofia e non possedere ancora alcuna chiaroveggenza, che vedere immagini e non aver la possibilità di compenetrare anche col pensiero le cose vedute, poiché la mancanza di una tale possibilità genera incertezza».

Naturalmente, è assolutamente necessario che i pensieri, ai quali ci si rivolge per illuminare le esperienze della ‘veggenza spirituale’, siano veri, e non falsi, ossia che corrispondano ad autentiche realtà oggettive, e non a irreali illusioni soggettive. Da qui, la grandissima responsabilità di comunicare conoscenze spirituali, risultati di esatte investigazioni, solo dopo averle vagliate, esaminate, e più volte verificate con quella scientifica metodicità dimostrata da Rudolf Steiner in tutta la sua opera scritta o orale, metodicità della quale, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, egli parlava a Friedrich Rittelmeyer. Dopo aver dovuto constatare nel libro Resurrezione di Orao tutta una serie di errori gravissimi relativi ad elevate entità delle Gerarchie spirituali, nonché su oggettivi dati della cosmologia, ed aver persino dovuto constatare l’insincerità di una aperta impostura, la menzognera alterazione del pensiero e dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – ed abbiamo esaminate sin qui soltanto poche pagine, e pochi paragrafi, di Resurrezione – francamente, non è possibile riconoscere in tale testo quei caratteri di verità, di oggettività, di autenticità, di scientificità che son propri, invece, di tutta l’Opera di Rudolf Steiner. Abbiamo visto come Rudolf Steiner indichi la pericolosità dei risultati di una errata, deviata, chiaroveggenza visionaria. Pericolosità non solo per lo stesso veggente visionario, ma anche per l’azione distruttiva che tali contenuti esercitano sulle anime di coloro che, non facendo uso del loro sano raziocinio, del loro sano buon senso, li accolgono acriticamente con mistica fede sentimentale. I risultati di una errata e deviata veggenza visionaria agiscono, nel mondo astrale e in quello spirituale, oggettivamente come entità ostacolatrici anche nei confronti degli autentici ricercatori spirituali: entità che, come dice Rudolf Steiner, devono essere aspramente combattute, e vinte.  E, sempre nelle pagine di Filosofia e Antroposofia, vediamo che vengono indicati grandi limiti morali inerenti all’ostentazione di una cotale veggenza visionaria. Addirittura, alle pp.103-104, con parole insolitamente durissime, Rudolf Steiner stigmatizza i limiti morali di una tale veggenza visionaria:

«Si può esprimere la cosa ancora più esattamente, dicendo: al tempo nostro vi sono pensatori molto acuti che comprendono razionalmente la concezione antroposofica; e appunto questi hanno talvolta tanta difficoltà per arrivare alla chiaroveggenza. Perché? Coloro che non sono acuti pensatori riescono con relativa facilità a raggiungere una chiaroveggenza visionaria, e diventano allora facilmente arroganti verso i pensatori; mentre questi hanno difficoltà per divenir chiaroveggenti. Ecco lo scoglio dove si manifesta una certa superbia mascherata. Nulla suscita la superbia, quanto la chiaroveggenza non illuminata dal pensiero; e questa è così particolarmente pericolosa, perché generalmente la persona in questione ignora d’essere presuntuosa, anzi si crede molto umile. Non sa nemmeno giudicare quale immensa presunzione sia quella di disprezzare lo sforzo conoscitivo dell’uomo, e di dare il massimo valore a certe ispirazioni. In questa tendenza sta nascosto e mascherato un orgoglio mostruoso».

A questo punto, alle pp. 103-107, Rudolf Steiner dice qualcosa di estremo interesse per chi, con ardore e abnegazione, si dedica alla ‘Via del Pensiero’: ‘Via’, che non può essere – come ammonisce Laotsu – la via ordinaria, e che, indubbiamente, invece, è una ‘Via’ essenziale, scarnaaspra, dura, faticosa, ovvero, come la definisce il mio amico C., valoroso asceta daltra dottrina, e compagno d’armi di mille battaglie, una Via molto ‘achea’, ‘dorica’, ‘spartana’, ossia una ‘Via eroica’«attuabile forse da pochissimi», come ammonisce, nel Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Ma la questione da risolvere ora è questa: «Perché appunto a certi pensatori riesce così difficile – come insegna l’esperienza – diventare chiaroveggenti?». Ciò sta in rapporto con un fatto importante. Il pensiero logico, la facoltà umana del giudizio, del discernimento, che appunto il pensatore sviluppa, produce una trasformazione ben determinata  di tutta le struttura del cervello. Lo strumento fisico viene trasformato dal pensare acuto. L’indagine fisica sa ben poco di ciò, ma un cervello che sia stato adoperato da un pensatore acquista una struttura diversa da quello appartenuto a un non pensatore. Il fatto di essere chiaroveggenti trasforma poco il cervello. Chi non pensa ha un cervello dalle circonvoluzioni molto complicate: il pensatore acuto invece ha un cervello particolarmente semplice, senza grandi complicazioni. Il pensare si esprime appunto nella semplificazione delle circonvoluzioni del cervello. Il pensiero acuto è quello che può abbracciare l’insieme; non quello che dirige la propria attività all’analisi. Da ciò la maggiore semplicità nelle circonvoluzioni cerebrali del pensatore. […] Avviene dunque, come ho detto, una trasformazione dello strumento del pensiero.; e questa trasformazione dello strumento del pensiero dev’essere prodotta dall’attività del pensiero. Nessuno nasce con tutte le facoltà che acquisterà più tardi; avrà le disposizioni, ma le facoltà deve prima svilupparle; sicché, dopo una vita di pensiero, il cervello sarà diventato diverso da quel ch’era prima.

 Il fatto è che il nostro corpo eterico, che dobbiamo liberare dal nostro cervello fisico perché possa prodursi la coscienza chiaroveggente viene di nuovo incatenato al cervello fisico. Questo lavoro del pensiero collega strettamente il corpo eterico al cervello.. se l’uomo, pel suo karma, non ha anche le forze per liberarlo di nuovo al momento giusto, può darsi che in quella incarnazione non gli sia possibile raggiungere gran che in fatto di chiaroveggenza; ciò dipende dal karma. Supponiamo che, per karma, egli sia stato un acuto pensatore in un’incarnazione precedente; in tal caso il suo pensiero non unirà ora tanto strettamente il suo corpo eterico al cervello, sì ch’egli riuscirà relativamente presto a liberare il corpo eterico e, poiché i pensieri sono i migliori semi per l’ascesa ai mondi superiori, sarà in grado d’investigare nel modo più sottile i segreti del mondo spirituale. Ma naturalmente dovrà prima riuscire a liberare di nuovo il corpo eterico dal cervello. Invece, se il corpo eterico nel cesellare, per così dire, il cervello fisico con le facoltà pensanti, vi si è talmente impigliato da rimanerne esaurito, allora può darsi che, per karma, quell’uomo debba aspettare molto tempo prima di poterlo nuovamente liberare. Quando però riuscirà a salire nei mondi spiirtuali, egli sarà passato davvero per il punto del pensiero logico e allora nulla andrà perduto per lui di quel che avrà conquistato, e nessuno glielo potrà togliere. Ciò è infinitamente importante ed essenziale; altrimenti la chiaroveggenza può sempre andar perduta.

Vi faccio osservare ancora una volta che voi tutti foste chiaroveggenti in tempi passati. E perché attualmente non possedete più la facoltà della chiaroveggenza? Perché allora non eravate collegati e uniti con l’esistenza terrestre, ma eravate «rapiti» nel mondo spirituale; e non avete portato giù quei mondi superiori fino alle vostre facoltà umane, perché la chiaroveggenza visionaria si fondava sull’estasi». 

La situazione drammatica dell’uomo in questa epoca è determinata dal fatto che, dalla fine del Kali Yuga, dell’Età Oscura, i corpi eterici degli esseri umani vanno lentamente, e progressivamente, allentandosi, sganciandosi, dallo stretto legame che per millenni hanno avuto con i rispettivi corpi fisici. Ma questo evento non è affatto, come taluni troppo affrettatamente cocludono e pensano, un fatto di per sé automaticamente  positivo, e salutare, perché se questo allentamento rispetto al fisico non è accompagnato da un adeguato livello di coscienza, della vitalità spirituale delle emergenti facoltà s’impadroniscono, e vampiricamente si nutrono, avverse deità ostacolatrici – luciferiche, arimaniche, asuriche – le quali concupiscono deviare la coscienza umana verso la medianità, verso una chiaroveggenza visionaria, verso uno spettrale mondo di illusioni. Gli strumenti da essi usati, per giungere alla corruzione delle forze dell’anima cosciente, sono, da un lato, lo sprofondamento sempre più coinvolgente nel consumante, interiormente erodente, apparire materiale, ossia in un ‘materialismo etico’, fatto di lavoro logorante, arrivismo economico e politico, ‘dis-trazione’ televisiva e telematica, falsa e ottenebrante ‘cultura’, evasione tramite droghe et similia, e dall’altro, l’occultismo e l’esoterismo alterati e deviati, la medianità, lo spiritismo, il channeling, la new-age, il misticismo sentimentale, la magia cerimoniale, la magia sessuale, l’adulterata e falsificata ‘alchìmia’, ossia un ‘materialismo magico’ spacciato per spiritualismo.  

Ma, come usavano dire gli Antichi, ‘corruptio optimi pessima’, ossia il massimo bene, profanato, degradato, sfigurato, deformato, diventa il peggiore dei mali. Quasi due millenni di storia del Cristianesimo confessionale lo dimostrano, una volta di più, ad abundantiam. E la massima tragedia spirituale del XX secolo è stata – a mio modo di vedere – il tradimento del dono che il Cielo e i Numi avevano fatto all’umanità con la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia recata dal Maestro dei Nuovi tempi: tradimento dapprima di alcuni pochi, che poi ha causato la latitanza, la diserzione, la dispersione, l’infiacchimento, l’accidia, la vanità, il traviamento di molti, e successivamente la banalizzazione, la culturalizzazione, la spettacolarizzazione, e addirittura in taluni casi la pagliaccesca caricatura di contenuti sacri. Proseguendo nella degradazione, si è avuta la sostituzione degli originari contenuti autentici con ‘altri’ di matrice confessionale, e infine la commistione, nonché l’infeudamento, dei contenuti autentici con quelli di vie palesemente antispirituali. Si è giunti persino, nell’àmbito della stessa dirigenza della Società Antroposofica Generale, da parte di personalità preminenti della medesima, all’aperta, calunniosa, critica della figura umana e morale di Rudolf Steiner, e di molti aspetti del suo insegnamento. Tutte cose ben documentate, e documentabili: perfettamente accessibili a chiunque voglia coraggiosamente conoscere, e non vegetare, dormendo, in turpe ozio. Ma la stessa strategia – peraltro in forma ancor più sottile, e indubbiamente più abile e perfidamente infida – è stata messa in atto anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero, che pur aveva dedicato la vita a rimettere al centro il filone aureo dell’insegnamento antroposofico e rosicruciano di Rudolf Steiner, e a rettificare le conseguenze dei tradimenti e delle inadeguatezze emerse nel movimento spirituale antroposofico. Anche nei suoi confronti sono state pronunciate e scritte – proprio da coloro che meno di tutti avrebbero dovuto farlo – parole di ingiusta, ingiustificata, calunniosa e falsa, critica sul suo insegnamento, sulla sua figura umana, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua moralità. E anche nei suoi confronti è stata tentata una surrettizia, non apertamente dichiarata ‘sostituzione di contenuti’, nell’àmbito del più volte ricordato – e famigerato – ‘trasbordo ideologico inavvertito’. Anche questo, sin troppo facilmente documentabile.

Il paragrafo che si trova a p. 90 nel libro Resurrezione di Orao, e che si è dimostrato essere una palese impostura, perché – come abbiamo visto e documentato –  non si trova affatto ne La conoscenza della costituzione umana come base della pedagogia, testo tradotto da Lina Schwarz, pubblicato a Roma, nel 1947, dalla Editrice Cultura Moderna, e ripubblicato in seconda edizione dalla Editrice Antroposofica di Milano, come traduzione della GA-293 tedesca, col titolo Arte dell’educazione. I° – Antropologia, né – a quel che a me risulti da una diligente e puntigliosa ricerca sui testi originali – in nessun’altra opera di Rudolf Steiner, non è affatto un quid di isolato, qualcosa di casuale, ‘incastonato’ senza riferimenti, o collegamenti, senza una ragione, in un discorso più ampio. Tutt’altro: è un discorso funzionale al proporre – e ciò viene fatto in maniera abbastanza esplicita – una ‘nuova via iniziatica’. Per comodità del lettore – repetita juvant – riproduco quel passo qui di séguito:

«Nell’opera La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, lo Steiner rivela che: «durante il congiungimento fisico l’uomo può sperimentare il contatto diretto con la prima Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini», ed ancora più avanti «il congiungimento fisico rappresenta nell’umano l’atto unico in cui non esiste più dualità per l’uomo, ma si attua eccezionalmente la completa unità fra la natura superiore e natura inferiore dell’uomo». Occorre quindi, ancora al presente, tenere in una certa considerazione tale esperienza per il significato che questa può mantenere al grado di evoluzione terrestre, ossia quale momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti e quale momento, per l’uomo e la donna, entro cui attuare l’atto resurrettivo della natura corporea da parte della natura superiore».

Ora, l’esperienza da «tenere in una certa considerazione», alla quale nel passo citato allude Orao, quella esperienza che dovrebbe costituire un «momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti», sarebbe – al dire di Orao – l’attuazione di una «via graalica», di una «via iniziatica della coppia», ed in effetti l’intero capitolo del libro Resurrezione, dal quale è tratta la citazione, e che si estende da p. 81 a p. 102, si intitola La ricerca del Graal, mentre il successivo capitolo, da p. 103 a p.130, porta il nome I gradi della Iniziazione graalica. Naturalmente, non metto affatto in dubbio che il percorrere la ‘Via del Graal’ sia esperienza suprema, e che lo sia per coloro che aspirano a realizzare l’Androgine Celeste, e quindi soprattutto per quella che una persona mia amica chiamò la ‘Coppia Superumana’, ma è necessario – assolutamente necessario – che la ‘Via del Graal’, ossia l’esperienza indicata con quel sacro nome sia quella autentica, e che, chi ne parla, tale autentica ‘Via’ l’abbia effettivamente percorsa, e concretamente realizzata.  Perché, come veniva detto dagli Antichi Sapienti: «Nemo dat quod non habet», ossia nessuno può dare quel che non ha realizzato, quel che non possiede, quel che non ha conquistato. Altrimenti si arriva a quella sacrilega ‘parodia’ dei Sacri Misteri, che Greci e Romani chiamavano, con severo disprezzo, ‘mistificazione’, e della quale in questi ultimi anni vediamo molteplici esempi. Ora, al di là dei contenuti esposti – sui quali vi sarebbe, vi è, e vi sarà, moltissimo da eccepire, e moltissimo da scrivere – vi sono alquante cose riguardanti la forma e il merito di una tale “esposizione” circa le quali non è possibile, né tampoco giusto e lecito, tacere. E non tacerò. Perciò, neque amore et sine odio, sine ira et studio, parlerò, esponendo, con la maggiore oggettività possibile, quanto risulterà ad un imparziale esame.

Tempo fa – per la precisione il 27 dicembre dell’ormai trascorso anno – mi è capitato di leggere sulla pagina di un gruppo chiuso, che su un social forum vuole occuparsi, o dice di occuparsi, di Scienza dello Spirito, l’affermazione stupefacente – per lo meno, per me, essa è oltremodo stupefacente – che Orao «ci piaccia o no, nel volume Resurrezione ha descritto, per la prima volta nella Storia a quanto mi risulta, la via iniziatica della Coppia, con le sue varie tappe…». Cosa che a me non risulta punto essere affermazione veritiera. Anzi, è dimostrabile che vero proprio il contrario. Certo, nel libro si parla molto, ed anche con forti accenti emotivi emotivi, del Graal e della Coppia graalica, ma la ‘via’ indicata, il ‘sentiero’ descritto non sono affatto quelli indicati dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e non sono la ‘Via del Graal’ indicata da Massimo Scaligero. Sono qualcosa di molto, moltissimo, diverso.

Che io non mi sbagli affatto in questa mia conclusione, che il mio non sia un punto di vista mio personale, che il mio non sia per niente un giudizio ‘affrettato’‘soggettivo’ e – come mi potrebbe, polemicamente, essere imputato dalla parte avversa – ‘presuntuoso’, risulta proprio dalle affermazioni, che son state fatte più volte da taluni all’interno della Comunità Solare, secondo le quali la Via del Pensiero di Massimo Scaligero sarebbe «una via incompleta e superata», e che «in Massimo Scaligero manca il Cristo, manca il Graal», che la ‘Via’ di Massimo Scaligero sarebbe «antica, orientale, yoghica, buddhista, niente affatto cristiana», nonché che vi sarebbe stato «un Iniziato molto più grande di Massimo Scaligero, un Iniziato che aveva portato al mondo la ‘Via del Cristo’, e la ‘Via del Graal’». Circa quella che – a quel che udii – sarebbe la novella, iniziatica, ‘Via del Cristo’, mi venne data, già ventiquattro anni fa, una sommaria descrizione delle varie tappe di una contemplazione, in forma d’immagini, del Mistero del Golgotha, cosa che mi ricordava moltissimo la Via crucis della vecchia pratica cattolica, ossia quanto di più lontano si possa immaginare dal metodo, dai contenuti e dal clima stesso – rosicruciano e antroposofico – della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e quanto di più lontano dalla Via del Pensiero rimessa al centro della medesima da Massimo Scaligero. In buona sostanza, si trattava di una forma di ‘misticismo’ a forte coloritura confessionale, e di un ‘occultismo cattolico’, come ve ne sono a giro nel mondo molteplici e svariati esempi. Invece, sulla questione della “rivelazione”, che questo Iniziato avrebbe portato per la prima volta al mondo – che, sempre a quel che mi veniva detto, sarebbe stato molto più grande di Massimo Scaligero – le persone, a quel tempo, si mostravano alquanto più reticenti: quasi temessero di tradire il Grande Arcano. Ma, ora, con la pubblicazione dei due volumi di Orao, Resurrezione e Madre (oltre ai quali non saprei dire se ne verranno pubblicati altri), quale sia la misteriosa ‘Via del Graal’ portata nel mondo per la prima volta da questo «Iniziato molto più grande di Massimo Scaligero», oramai è palese, e palese è altresì di quale natura essa sia.   

Naturalmente, l’affermazione che non Massimo Scaligero, bensì la personalità che si celerebbe dietro l’eteronimo di Orao, avrebbe portato concretamente nel mondo, «per la prima volta», la ‘Via del Graal’, la ‘Via della Coppia iniziatica’, e che solo Orao avrebbe portato nella Comunità Solare quell’«elemento christico del Logos», che – a quanto mi fu detto esplicitamente – mancherebbe gravemente in Massimo Scaligero, non è punto mia, ma ben di coloro la fecero, apertis verbis, in più occasioni, per cui non fa meraviglia che si sia poi deciso di pubblicare gli scritti di Orao, che sto esaminando.

Altrettanto naturalmente, non mi aspetto affatto che venga confermata, mettendola per iscritto, una tale paradossale, estrema, compromettente, affermazione circa l’incompletezza, e altresì circa il suo esser superata, della ‘Via del Pensiero Vivente’ di Massimo Scaligero, che – al dire di taluni che strumentalizzano frasi delle opere di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, staccate dal contesto – potrebbe diventare per il temerario ricercatore spirituale «una via del sublime egoismo».  Da una tale «opinione» non solo è lecito, ma addirittura savio e salutare dissentire fortemente. Vedremo perché.   

Pertanto, non mi stupii affatto allora, né tampoco me ne stupisco oggi, e anzi  proprio oggi ben me ne spiego il perché, allorché, pochi anni dopo, mi trovai a leggere nel numero 81-82 della rivista romana – quelle parole le ripropongo, volutamente, ogni tanto, per ricordarle agli ‘immemori’, che con ‘opportuni accomodamenti’ trovano modo di ‘obliare’, e far dimenticare altrui, una scomoda verità – che: «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», a correzione della quale viene proposta, e contrapposta, come ‘farmaco’ risanatore, una poco salutare, veterotestamentaria, «circoncisione eterica». Ma, in greco antico, la parola φάρμακον, phármakon, ha molteplici interessanti significati, tra i quali non solo quelli di «rimedio medicinale», «droga», «filtro», ma altresì quelli di «veleno», «sostanza tossica», mentre il termine φαρμακός, pharmakòs, aveva persino il significato di ‘espiatoria vittima sacrificale’, di ‘capro espiatorio’, ‘espiaculum culpae’, non solo in determinati rituali ellenici di sacrifici umani, ma anche in quelle che furono le veterotestamentarie ‘guerre teocratiche’, e nelle sanguinose, e plurisecolari, ‘crociate’ antiereticali della Chiesa cattolica. Il che è, francamente, molto inquietante, ed eziandio cosa che, per chi non avesse ardente vocazione al martirio, consiglierebbe estrema prudenza.

Anzitutto, è necessario rispondere alla, volutamente ‘dis-orientante’, affermazione essere la ‘Via del Pensiero’, indicata da Massimo Scaligero una «via incompleta e superata», e all’affermazione, altrettanto errata, e – a mio modo di vedere – anch’essa volutamente ‘dis-orientante’, che «l’esperienza del pensiero-puro libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», della quale ho avuto modo spesso di scrivere su questo temerario blog. La migliore risposta la dà proprio lo stesso Rudolf Steiner  in quelle pagine della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, che furono lette da Massimo Scaligero in quella fatidica primavera del 1940: pagine che determinarono una svolta radicale e definitiva in lui, il riconoscimento della grandezza spirituale di Rudolf Steiner, il suo collegamento con Giovanni Colazza, e la consacrazione totale della sua vita alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’autentica Anthroposophia. Ecco che cosa scrive in quelle memorabili pagine – 276-279 dell’edizione del 1969 – il Maestro dei Nuovi Tempi:

«Per chiarire questo punto bisogna riflettere che il pensare umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo soprasensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto in relazione al mondo dei sensi, e perciò giudica incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo soprasensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando in tal modo gli insegnamenti dell’indagine occulta, ci si abitua ad un pensare che non attinge alle percezioni dei sensi; si impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero vien contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre veramente si pensa ci si trova già nel campo di un vivente mondo soprasensibile. Ci si dice: «Vi è in me qualcosa che forma un organismo di pensiero, ma io sono tutt’uno con quel “qualcosa”». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici, quando osserviamo con i sensi. L’osservatore del mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta che egli sia abbastanza spregiudicato per poter dire ugualmente a se stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo di pensiero». Vi è però una differenza nei sentimenti di fronte a ciò che l’osservatore del mondo sensibile esteriore ha nell’occhio, e ciò che di essenziale si annunzia nel pensare libero dai sensi. Il primo osservatore si sente esterno alla rosa, mentre chi si abbandona al pensare libero dai sensi ne sente l’essenza che gli si rivela come dentro si sé, si sente tutt’uno con essa. Chi più o meno coscientemente da valore di essenza soltanto a ciò che gli sta di fronte come oggetto esteriore, non potrà avere che una cosa di per sé esistente possa rivelarsi a lui anche per il fatto che egli si senta tutt’uno con essa. Per discernere la verità a questo riguardo, occorre poter avere la seguente esperienza interiore. Bisogna imparare a distinguere fra le associazioni di idee volontariamente create, e quelle sperimentate in noi quando la nostra volontà è messa a tacere. Nell’ultimo caso si può dire: «Io rimango completamente tranquillo in me stesso, non provoco nessuna concatenazione di idee, mi abbandono a ciò che “pensa in me”». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha il diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato rosso, o percepisco un determinato profumo». Non vi è nessuna contraddizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei propri pensieri dagli insegnamenti dell’indagatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’indagatore dello spirito desti nei suoi uditori o lettori dei pensieri che questi devono attingere anzitutto in se stessi; chi invece descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».   

Queste furono le parole decisive che, nella primavera del 1940, Massimo Scaligero lesse nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner, e che lo spinsero ad un cambiamento radicale della propria ascesi e della propria visione del mondo. Parole che lo decisero alla scelta definitiva della rosicruciana Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. A questa ‘Via completa’, a questa ‘Via insuperata’, indicata dal Maestro dei Nuovi Tempi, ‘Via’ ch’egli aveva cercato appassionatamente per decenni, volle consacrarsi Massimo Scaligero con ogni sua forza. Questa è l’aurea ‘Via Regia’ – come me la definirono due Iniziati, che ora sono nei Campi Elisi, e che moltissimo ammiravano Massimo Scaligero – ‘Via’ ch’egli ci indicò sino alle ultime ore della sua vita: sino a quell’ultimo colloquio che, come l’ultimo venerdì di ogni mese, veniva seguìto dal Rito della meditazione: incontro che alcuni amici avemmo, esattamente quarant’anni fa, quella fatidica sera del 25 gennaio 1980. La ‘Via’ alla quale, in quell’indimenticabile estremo incontro, egli ci chiese esplicitamente – a me e a coloro che quella sera erano con me – di «rimanere sempre fedeli». Forsan et haec olim meminisse iuvabit: forse un giorno gioverà ricordare anche queste cose (VirgilioEneide, I, 203).

Massimo Scaligero, che molto aveva cercato spiritualmente, e sino ad allora inutilmente, una risposta nelle Vie orientali, e in quelle del mondo ‘tradizionalista’, descrisse l’apparente ‘casualità’ di quell’evento, così carico di destino, in Dallo Yoga alla Rosacroce, Teseo, Roma, 1972, pp. 65-67:

«Questa risposta mi doveva venire dalla direzione che meno supponevo. A un dato momento, ero entrato nella persuasione che solo attingendo a me stesso avrei avuto la risposta: perciò comincia a organizzare un metodo a mio uso e consumo: cominciai una descrizione delle esperienze, in modo da poter in qualche modo farle entrare nella veste del pensiero e giungere così minimamente a obiettivarle: pensavo che, di notazione in notazione quotidiana, avrei piano piano tracciato qualcosa  di riconoscibile, come mettendo insieme dei caratteri, per poter leggere ciò che essi volevano unitamente significare. Cominciai così, di pari passo con lo sperimentare interiore, a riempire pagine e pagine, quaderni di appunti, descrizioni e interpretazioni, cercando di percepire un filo unitario: mi avvidi ben presto che tale filo esisteva e talora riuscivo a intravvederlo, ma esigeva ulteriore paziente lavoro.

Così avvenne che un giorno avessi la risposta dalla direzione che meno mi aspettavo. Era un pomeriggio di primavera e stavo seduto su una comoda sedia per leggere qualcosa di semplice – giornale o rivista – prima di rimettermi al lavoro, quando, mancandomi un qualsiasi foglio o libro di leggera lettura, allungai una mano verso un reparto della mia libreria in cui raccoglievo i volumi di scarso interesse o di frivola lettura, e ne trassi La Scienza occulta di Rudolf Steiner. L’opera mi era stata donata dall’amico prof. Gislero Flesch, psicologo e criminologo, in un momento in cui egli si andava disfacendo, per un trasloco, dei libri non direttamente connessi con il suo ordine di studi.

Trassi dunque dalla libreria La Scienza occulta, proprio per leggere qualcosa di semplice come una favoletta o un racconto sensazionale, dato che non avevo altro sotto mano. Aprii a caso il libro verso la metà e il mio occhio andò su una frase che immediatamente mi colpì: mi parve dirmi qualcosa di molto familiare: lessi e rilessi il periodo, lo meditai alquanto, e l’impressione di trovarmi dinanzi a qualcosa di essenziale gradualmente si accrebbe in me. Lessi ciò che veniva prima di quel punto e quello che veniva dopo, e mano a mano avevo la certezza di trovarmi dinanzi a quello che mi attendevo da tempo. [..]

Ricordo che quel giorno, chiudendo il libro, ebbi per la prima volta l’idea che dietro la figura e l’opera di Rudolf Steiner si celasse la personalità del Maestro che molti affannosamente cercano in Oriente o nei recessi della Tradizione».

Siccome, ancora una volta, «le carte son piene», è necessario rimandare al proseguimento di questo studio, l’esame approfondito della seconda affermazione: quella riguardante l’avere solo Orao portato concretamente nel mondo, «per la prima volta», la ‘Via del Graal’, la ‘Via della Coppia iniziatica’. Un simile esame mostrerà tutta l’infondatezza di tale temeraria affermazione, e mostrerà soprattutto come quella descritta da Orao in Resurrezione non sia affatto quella ‘Via del Graal’, quella ‘Scienza del Graal’, che indicano Rudolf Steiner e Massimo Scaligero: perché non lo sia, e  perché non lo possa essere.

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO
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