STUDI MANICHEI E CATARI – Déodat Roché

Importante ed essenziale studio di D. Roché sui Manichei e Catari. Ne rinfreschiamo il ricordo. Stampato dalla Editrice Cambiamenti di Bologna nell’anno 2002.

Traduzione di Franco De Pascale.

INDICE 

Introduzione 

Bibliografia essenziale

Avvertenza

STUDI MANICHEI E CATARI

Prefazione

I. Introduzione: Iniziazione spirituale dei cristiani catari.

II. I documenti catari; l’origine manichea e le due principali Scuole del catarismo.

III. Sant’Agostino e i manichei del suo tempo.

IV. La Pistis-Sophia. Fede e Saggezza. Insegnamento del Cristo Risorto

…..La gnosi della Pistis-Sofia: prima parte

…..La gnosi della Pistis-Sofia: seconda parte

V. I catari e l’amore spirituale

….Testi manichei e catari .

VI. La dottrina dei catari sul problema del male e sulla Redenzione.

VII. Il Graal pirenaico: Catari e templari

VIII. Conclusione: I catari e i platonici della Scuola di Chartres

Appendici

Gnostici e manichei

Origine manichea del catarismo. I documenti

Origine manichea del catarismo. La storia

Note

Cronologia

Glossario

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Traduzione, Introduzione, Bibliografia e Avvertenza a cura di Franco De Pascale. Non potendo per lunghezza trascrivere la Introduzione, pensiamo possa interessare riportare invece l’ Avvertenza e le parole della quarta di copertina, ossia  una breve nota biografica dell’ Autore e una descrizione del contenuto del libro, sempre a cura di Franco De Pascale. La competenza, la meticolosità e l’attenzione in questo lavoro di studio e traduzione di Franco, sono riscontrabili nell’opera tutta ma vengono sottolineate e dimostrate nelle sue righe che di seguito trascriviamo:

“Nella nostra traduzione ci siamo attenuti ad un criterio conservativo, tentando di riprodurre – per quanto concesso dalle caratteristiche della nostra lingua – lo stile particolare dell’ Autore. Si tratta di uno stile non facile che richiede un lettore attento e diligente. Déodat Roché tratta il suo argomento, di natura storico-religiosa e filosofica, apportando una vasta documentazione di testi, di prove archeologiche, di riferimenti iconografici, ed espone le sue considerazioni in proposito con un stile asciutto e austero. Non si lascia mai tentare dalla <<venustà del periodare>> e offre con oggettività i risultati della sua ricerca alla libera riflessione dello studioso.

Abbiamo rispettato, in linea di massima, il tipo di trascrizione dei termini, tratti dalle lingue antiche, da lui adoperata, che non è quella generalmente usata nella letteratura specialistica, che del resto non è uniforme a questo proposito, spesso nemmeno nel caso di un singolo autore.

L’opera, pur non avendo scopo di divulgazione, si rivolge ad un pubblico in possesso di una cultura generale, non necessariamente specialistica, che non tratterebbe molto giovamento da un sistema di trascrizione filologicamente diatritico.

Come ausilio al lettore abbiamo posto in calce al libro una sommaria Cronologia ed un brevissimo Glossario di termini dei quali più che una spiegazione rigorosa – impossibile in un contesto ristretto – si propone un’interpretazione filosofica, inevitabilmente frutto di una riflessione e di una scelta personale.

Vogliamo in modo particolare ringraziare Marina Sagramora, che ha ispirato la traduzione della presente opera e l’ha sostenuta con i suoi consigli. Importanti sono stati per noi gli incontri nei quali è stato possibile affrontare con Lei alcuni aspetti relativi all’argomento trattato.

Desideriamo infine ringraziare nella persona di Olivier Cébe la Société du Souvenir et des Études Cathares, che ha voluto con grande disponibilità concedere l’autorizzazione alla pubblicazione della traduzione italiana dell’opera, e la casa editrice CambiaMenti che temerariamente si assume l’onere di presentare questa non facile opera agli studiosi italiani.”

F.D.P.

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Deodat Roché (1877-1978), luminosa figura di pensatore e grande erudito nel campo della storia delle religioni, discipline da lui coltivate con ardore lungo il percorso di una vita che giunse ad abbracciare un intero secolo, nacque ad Arques, piccolo paese pirenaico delle Hautes Corbierès, in quel Mezzogiorno della Francia che vide lo svolgersi dei tragici avvenimenti della Crociata contro gli Albigesi, che travolse la civiltà occitanica nel XIII° secolo.

In questi Studi manichei e catari – che, per la prima volta tradotti, vengono presentati al lettore italiano – egli riunì in una serie di saggi, scritti in uno stile austero e asciutto, il risultato di ricerche e di riflessioni durate decenni. Questa sua opera offre allo studioso una vasta messe di conoscenze che possono rivelarsi feconde non solo sul piano storico e filosofico, ma anche su quello della ricerca spirituale, orientandolo verso esperienze interiori decisive, capaci di risolvere gli enigmi tragici nei quai è immerso l’uomo attuale, il quale potrà superare ogni difficile prova con il coraggio interiore e con la forza folgorante di un risorto Pensiero Vivente. (fdp)

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SINGULTO AL MATTINO DISSOLTO (di M. Scaligero)

🪷

Singulto al mattino dissolto.

Per inattesa venerazione,

disceso di me nel profondo,

assorbito nel fondamento,

l’essere alla quiete abbandono.

D’esistere ormai inconsapevole,

congedo il tramare del mondo:

come foglia che cada

lieve vagante, discendo

verso l’invisibile centro.

Dolce dimenticanza

d’ogni computo anelare,

fiorisce inavvertita

l’assente contemplazione.

L’asceta è occhio che guarda,

senza sapere di sé.

Vacanza pura, specchio dell’immenso:

inesauribile

determinazione del nulla.

🪷

(Massimo Scaligero)

IL SOLE E IL LUPO

(I lupi Hati e suo fratello Skǫll inseguono rispettivamente Máni (la Luna) e Sól (il Sole).)

Le circostanze in cui si verifica un’eclissi inducono all’osservazione puramente esteriore di un fenomeno astronomico. Rudolf Steiner ha tuttavia indicato che ben altro vi si ricollega: «Quando l’uomo nordico dei tempi antichi voleva trovare spiegazioni a ciò che vedeva durante un’eclissi di sole (naturalmente all’epoca dell’antica chiaroveggenza si vedevano gli astri in una diversa maniera di come li si vede adesso attraverso un telescopio), sceglieva l’immagine del lupo che insegue il sole e che, avendolo raggiunto, ne provoca l’oscuramento.

Ciò si accordava con i fatti. …I materialisti di oggi dicono che si trattava di superstizione, che nessun lupo inseguiva il sole. …Per l’occultista, esiste una superstizione ben piú grave: quella di credere che a causare un’eclissi di sole sia la presenza della luna davanti al sole. Ciò è esatto per l’osservazione, cosí come era esatta la storia del lupo per l’osservazione astrale. La concezione astrale è persino piú giusta di quella che viene spiegata nei libri, poiché quest’ultima è ancora di piú soggetta all’errore».Steiner aggiunge che durante un’eclissi si verificano fenomeni anche nelle “sfere” e non soltanto nei movimenti spaziali dei corpi celesti. Egli spiega che le eclissi sono «fenomeni di transizione che si collocano tra il Cosmo puramente fisico e il Cosmo spirituale».

Sono fenomeni che “rinnegano” lo spirituale a vantaggio dell’esteriorità, dello spaziale. Lo spazio, cosí come crediamo di conoscerlo sulla terra, quale si presenta in forma di fenomeno legittimo della nostra esistenza terrestre, viene trasportato in qualche modo fino nel cosmo per mezzo delle eclissi. L’ombra, che si tratti di quella della luna o della terra, non esiste in realtà che nel mondo “elementare”, ma nel caso di un’eclissi, essa si condensa fino a rendersi visibile.Tutto ciò, secondo Steiner, ha una sua ragione di essere, una necessità. Occorrono valvole di sicurezza per tutto il negativo che ribolle nei pensieri e nella volontà dell’uomo; queste valvole sono rappresentate dalle eclissi, dall’assenza, piú o meno momentanea, della luce solare o lunare. Poiché il Male è stato permesso nel mondo dagli intenti divini, anche le eclissi sono state necessariamente comprese in questo disegno. Si potrebbe forse dire: al momento della concezione dell’Opera del mondo, la saggezza divina avrebbe potuto facilmente organizzare le cose in modo che non si verificassero delle eclissi. Sarebbe bastato che la luna si trovasse un po’ piú distante dalla terra, e il suo disco non avrebbe mai potuto coprire completamente quello del sole. Non vi sarebbero quindi state eclissi totali di sole. Ma, nello stesso tempo, l’uomo avrebbe dovuto essere costituito in maniera completamente diversa da come è. Per il fatto che si verificano le eclissi, la via dello spazio cosmico viene lasciata aperta agli spiriti delle Tenebre e del Male, e ciò nell’esatta misura ritenuta necessaria.

Elisabeth Vreede

E. Vreede, Le Ciel des Dieux, Triades 1973

Per gentile concessione de L’Archetipo – luglio 1999

 

Massimo Scaligero – Il Logos e i nuovi misteri. Il disincanto dell’apparire (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Il Logos e i nuovi misteri. Il disincanto dell’apparire

La via del Pensiero vivente è il tema centrale anche di questo testo di Massimo Scaligero. Il pensiero che è connesso alla vera libertà. Quanto si trova scritto qui, quindi, è idoneo ad introdurre e poi condurre lo sperimentatore motivato a una esperienza interiore. Un’esperienza reale, che può trasformarsi in liberazione dal pensiero celebrale [riflesso] – disincantando così l’apparire, il miraggio dell’illusoria esteriorità. Ci si muove in un processo inverso, quindi, rispetto all’ordinario – verso l’interiorità –, risalendo il pensiero fino a qualcosa d’altro – poiché “v’è un pensare che non è stato ancora pensato”. Quindi, anche qui, come in ogni altro testo di Scaligero, va sempre sottinteso [anche quando non sia espressamente richiamato] l’imprescindibile primato da attribuire alla disciplina interiore [la “concentrazione” e la “meditazione”], secondo i canoni proprio da lui indicati. Con tutto ciò che ne consegue.

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Da

Massimo Scaligero, il Logos e i nuovi misteri (Teseo, 1973)

pp. 47-48

La libertà è il momento del pensiero che muove secondo il proprio Principio, attuandolo però entro i limiti postigli dalla mediazione cerebrale, che lo isola bensì dall’anima antica, ma lo derealizza sul piano dialettico: onde non v ‘è libertà di cui l’uomo possa legittimamente parlare, prima della indipendenza del pensiero dalla mediazione cerebrale.

La libertà che l’uomo crede trovare fuori di sé, in eventi o strutture esteriori, non è che un miraggio, perché è sempre proiezione del vincolo della psiche: il vincolo che tende ad affermarsi come impulso libero, illegittimamente. Il cercatore della libertà deve scoprire che qualsiasi limite trovi ad essa fuori di sé, è un limite che gli è interno.

Libero può essere solo il pensiero, o lo Spirito: la libertà di un desiderio o di un istinto, è la vera prigionia dell’uomo. Il pensiero razionale non è libero, ma ha la possibilità della libertà: reca riflesso il potere sintetico originario, lo ha come momento d’indipendenza dalla relazione metafisica, ma simultaneamente come possibilità di indipendenza dalla relazione fisica, che suscita l’opposizione al metafisico. Esso però ignora tale possibilità, scambiando per normale condizione la menomazione riflessa. In sostanza esso si determina come opposizione alla scaturigine metafisica, ma, nella reificazione dell’alterità fisica, annienta il momento di libertà: ignora il moto originario della relazione, servendosi tuttavia di esso: attinge a un potere che gli rimane sconosciuto. In effetto è libero, ma non esce dalla mediazione cerebrale che lo asserve inconsciamente agli istinti, ossia alla naturaumano-animale.

La realtà costringe, la parvenza lascia liberi. L’uomo moderno, nel disconoscere la realtà metafisica, ha l’iniziale momento della libertà, ma non lo afferra, perché non lo afferra dove sorge: onde esso non coincide con il momento della realtà epperò della verità. Egli bensì volge le spalle alla realtà metafisica, ma, non conoscendo la dipendenza del pensiero dalla mediazione cerebrale, si lega alla realtà fisica, ossia alla parvenza della realtà. Questa non lo costringe, lo lascia libero, perché consente l’illimitatezza della soggettività: egli non afferra la libertà dove sorge, bensì dove si aliena, riflessamente correlata all’aspetto sensibile dell’apparire.

Perciò egli non può distinguere l’a p p a r i r e dal s e n s i bi l e. La vita degli istinti è correlata all’apparire. L’apparire sorge mediante il sensibile, ma non è sensibile esso stesso, essendo la proiezione della relazione originaria. Il vero Sovrasensibile è il disincantamento dell’apparire, o il superamento della condizione riflessa. La coscienza sensibile muove dalla relazione originaria, ma, nel suo limitarsi all’apparire, che lascia libero il suo essere soggettivo, non può non opporsi ad essa. Tuttavia l’uomo ha nella dimensione della libertà l’esigenza di un principio che non necèssiti, per essere, di sostegno fisico né metafisico, essendo in sé l’assoluto originario, capace di disincantamento dell’apparire, epperò di reale dominio fisico: di reale reintegrazione degli istinti. I quali dominano la psiche là dove il pensiero riflesso, credendosi libero, subisce la mediazione cerebrale. Invero, la libertà dell’uomo attuale, inconsapevole della propria interna dipendenza, è una libertà animale, in cui l’elemento animale subisce una corruzione, che l’animale medesimo non conosce.

Massimo Scaligero, il Logos e i nuovi misteri (Teseo, 1973) pp. 47-48

foto di PatrizioYoga su Pixaba

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per gentile concessione de

https://ilcipressobianco.it/chi-siamo/

 

L’ARCHETIPO-APRILE 2024

Anno XXIX n. 4

Aprile 2024

ORO E CELESTE FULGORE

💧

 VI E’ UN NOBILE DOLORE

CHE IMMETTE GERMOGLI DI ETERICA RUGIADA

FRA LE ORME DI UN ANTICO AMORE.

 

NEL GRIGIO TANGIBILE DOLORE :

INAVVERTITO ORO SI FORGIA

NELLA INCONCEPIBILE CERTEZZA

DEL SUBITANEO SPLENDERE NELL’ATTO DEL RISORGERE.

 

LA FOLGORE DELL’ORO CHE SI CREA

RINASCENDO QUALE CELESTE IRROMPERE :

INFRANGE LE ROCCE DEL MENTALE RATTRAPPITO

IMMETTENDO GLORIA.

 

AURA DELL’IMMENSITA’ CHE AIUTA E CHE RISANA

SOSTENENDO GLI UNIVERSI.

 

AVE INARRESTABILE PRESENZA

CHE ILLUMINA LE ALTEZZE

IN CUI L’IO RISPLENDE NELLA COMMOZIONE

DINANZI ALLA MAESTA’ DEL VERBO

CHE NEL SOLE RISORGENTE

RIEMPIE DI SACRITA’ L’AURORA.

 

FULGIDA E’ LA LUCE CHE SQUARCIA LE TENEBRE PIU’ FITTE

ATTRAVERSANDO ABISSALITA’ TELLURICHE

RESE IMMATERIALI E PERCORSE DAL FUOCO DI UN CANDORE IN CUI L’ANIMA SI INNALZA NEL CELESTE.

 

OVE L’ANTICO AMORE SI RINNOVA

NEL VIVENTE ALTARE DELLA VOLONTA’ COSCIENTE.

 

AVE POSSENTE SOTTILISSIMA MAESTA’ DEL NUOVO CONSACRARE.

 

OVE IL PENSARE GIUNGE A FARSI ATTO DI RESURREZIONE

LUNGO GLI INCREATI SENTIERI DEL PERENNEMENTE RINNOVATO CONTEMPLARE IL POTERE UNITIVO DEL CONNETTERE.

FRA I VERTICI SOLARI DELLE ESSENZE.

 

IL TEMPO SI FERMA DINANZI AL MISTERO DEL RISORGERE PERENNE.

 

PALPITI DI PURO ORO IMMATERIALE

SOSTENGONO LE ALI DELLA GLORIA

IN CUI LA VASTITA’ DELL’INAVVERTITO AMORE

SORPRENDE CHI LO ATTENDEVA

NEGLI APICI DELL’IMPOSSIBILE FUOCO NEI PENSIERI.

 

PURO SOTTILISSIMO ORO

STRIATO DI CELESTE FULGORE.

 

ED E’ SALVIFICA TEMPESTA

CHE LAVA E REINNALZA I CUORI.

 

PERCORRENDO I LUOGHI REALI

DELL’IMPOSSIBILE SCOLPIRE A NUOVO IL FATO

MEDIANTE LIBERA IMPREVISTA AUTORITA’ CREANTE

CONCESSA QUALE POSSIBILITA’ NEGLI APICI DEL SOLE LOGOS.

 

INAUDIBILI FRAGORI DI SOVRUMANE SOFFERTE TEMPESTE.

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 HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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La Via Assoluta: la Via per pochissimi.

Già nel primo incontro – al quale mi accompagnò l’amico L. – che ebbi con Massimo Scaligero a Roma, nel suo studio in Via Cadolini, a Monteverde, sul finire della primavera del 1970, egli mi donò sia il testo degli esercizi fondamentali, nella versione completa in tre tempi, così come questi venivano dati nei cosiddetti ‘Quaderni Esoterici’, nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner (ch’egli aveva fondata nel 1904 e che dovette essere, ufficialmente e ritualmente, chiusa nel 1914, a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, e delle ostilità che un tale evento faceva sorgere, sempre di più violente, in Germania e altrove, nei confronti del movimento antroposofico, e che poi fu riaperta, unicamente nella sua Prima Classe, nel 1924), sia il suo Trattato del Pensiero Vivente: doni che da allora custodisco come un prezioso personale tesoro, doni che una incommensurabile influenza hanno avuto, ed ancora hanno, sulla mia vita, e sulla mia personale pratica interiore. Posso affermare con assoluta convinzione – una volta di più – quanto sia vero quello che una cara amica, un’amica generosa e sapiente, mi disse: «Colui che ti fa incontrare un Iniziato, un Maestro, come Massimo Scaligero, è l’amico più grande della tua vita!». Nel mio caso, fu l’amico L., il quale, nel precedente agosto 1969, in lunghi, ripetuti, animosi, colloqui romani che avemmo in Via Flaminia, ove egli aveva il suo atelier di pittura, mi mostrò una ‘Via’ diversa da quelle vie orientali, che io allora appassionatamente seguivo, e che egli stesso aveva appassionatamente, seguito, anche tra altre, per qualche tempo, prima del suo incontro con Massimo Scaligero e con la ‘Via’ rosicruciana. Debito felicemente impagabile quello da me contratto nei confronti dell’amico L., e ancor più grande quello nei confronti di Massimo Scaligero.

L’indicazione ricevuta da Massimo Scaligero fu – ed era quella che avevo a lungo cercato, che in maniera urgente mi necessitava, e che da lui mi aspettavo – quella di passare risolutamente alla pratica interiore. Per chi veniva dalle ‘Vie’ orientali ciò era evidente: nello Yoga, nel Buddhismo, sia theravâda che mahâyâna, e soprattutto nel Ch’an cinese, o nello Zen giapponese, la ‘pratica’ realizzativa è tutto, e la poca, ancorché necessaria, teoria, è unicamente in funzione della realizzazione ascetica. Avevo già intrapresa, sin dai primi mesi del 1970, la pratica della Concentrazione secondo la Via dei Nuovi Tempi, ma di essa dovevo ancora chiarirmi molti aspetti operativi. A questa mia necessità provvide, con generosità, Massimo Scaligero, sia con la sua parola, nei frequenti incontri personali che avevamo, sia con i suoi scritti, che diligentemente studiavo, ma che soprattutto rigorosamente meditavo.

Di estrema importanza fu per me – e, dopo oltre cinque decenni, lo è ancor oggi – proprio il Trattato del Pensiero Vivente. Di esso mi colpirono soprattutto due cose. Anzitutto, il sottotitolo: «Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen». Su questo punto, la posizione di Massimo Scaligero era radicale, senza mediazione alcuna, e non concedeva compromesso di sorta. Questo non poteva non colpire chi, come me, veniva dalle ‘Vie’ orientali, alle quali avevo dato tutto me stesso. Si trattava – letteralmente – di ‘disfare’, di ‘deconfigurare’, completamente, quel che nella mia anima era già ‘fatto’, già ‘divenuto’, già ‘plasmato’, appunto ‘configurato’ secondo una mia precedente, antica, atavica, disposizione interiore ‘asiatica’, che dovevo, urgentemente, superare. Ma vedevo, con assoluta chiarezza, che ciò – per quanto per me difficile, estremamente ‘duro’ da accettare, e interiormente ‘costoso’ – era anche assolutamente necessario, anzi, appunto, assolutamente ‘urgente’.

La seconda cosa che mi colpì fu l’espressione, inserita nella breve Introduzione, premessa al primo capitolo del Trattato, nella quale Massimo Scaligero afferma che «Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi». Per un ricercatore spirituale, che veniva dalle ‘Vie’ orientali, la cosa non era certo motivo di grande stupore, anzi essa era un ottimo motivo per ritenere una cotal difficile ‘Via’ come veramente ‘autentica’, ‘seria’, nella sua austera severità. Possiamo anzi dire ch’essa è la ‘logica’ conseguenza – ‘logica’, naturalmente, secondo il Logos – di quanto è detto proprio nelle parole del sottotitolo: «Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen». E un andare ‘oltre’ i limiti della sempre raziocinante anima razionale-affettiva, un andare ‘oltre’ l’antichissima eredità di un’anima presa dal vitalismo animale, di un’anima istintiva, arrogante, oppure pavida, fiacca, avida di dipendenza, desiderosa di narcotiche illusioni, che permettano alla umana natura inferiore di rimanere, in maniera ‘reazionaria’, così com’essa è nella sua volgare dimensione, è cosa per molti addirittura inconcepibile. Mentre, per taluni altri, l’andare ‘oltre’ lo Yoga, ‘oltre’ lo Zen, che, ancor oggi, sembrano promettere, come un tempo, una ‘liberazione’ dai limiti umani, è anch’esso difficilmente concepibile. 

Il dubbio che una ‘Via’ di realizzazione spirituale, se ‘autentica’, proponga «un còmpito attuabile forse da pochissimi», è antichissimo. Tale dubbio si presentò anche al principe Siddhârtha, della nobile stirpe degli Śâkya, ossia al Gautama Buddha, allorché questi, sotto l’Albero della Bodhi, raggiunse l’Anuttara Samyag Sambodhi, l’Insuperata, Suprema, Compiuta, Perfetta Illuminazione. E, visto che spesso mi è stata sovente attribuita, con intenti offensivi e denigratori, la qualifica – che alle mie orecchie suona, comunque, come motivo di immeritata lusinga e lode – di essere ‘buddhista’, mi piace ricordare, provocatoriamente, un episodio, che riporta, tra vari autori, anche l’Alexandra David-Néel, ascetica personalità buddhista di grande valore, il ‘dubbio’ ch’ebbe lo stesso Illuminato circa la comprensione e l’accoglimento ch’avrebbe avuto il suo messaggio di ‘liberazione’ da parte di una umanità, sempre più coinvolta e presa nell’identificazione con le seducenti illusioni di un mondo apparente, la cui mâyâ giuoca il sempre meno consapevole essere umano. L’Alexandra David-Néel cita l’episodio nel suo Les enseignements secrets des bouddhistes tibétiains. La vue pénétrante, 2.me édition revue et augmentée, Adyar, Paris, 1961, alle pp. 13-16. Ne esisterebbe anche una traduzione italiana, a cura di Marisa Caramella, col titolo Gli insegnamenti segreti delle sette Buddiste Tibetane, con la Introduzione di Pietro Verni, pubblicata in prima edizione da Arcana Editrice, Roma, 1975, con successive riedizioni, ma la traduzione non mi sembra essere granché soddisfacente, e per il lettore, che conosca la lingua francese, è sicuramente preferibile leggere l’episodio nella lingua originale. Già l’interpolazione, del tutto arbitraria, della parola ‘sette’, presente nel titolo della traduzione italiana – inesistente nell’originale testo francese – suona decisamente sgradevole e, per un lettore inesperto, facilmente fuorviante, consiglierebbe di rivolgersi al testo originale, ma la qualità dello stile della scrittura di Alexandra David-Néel, che unisce – direbbe Blaise Pascal –  un ‘esprit de géometrie’ ad un ‘esprit de finesse’, dà al testo un pregio non trascurabile – come usa oggi dire: un ‘valore aggiunto’ – per chi conosca la lingua francese.

Alexandra David-Néel, nel suo bellissimo ed agile saggio, non cita la fonte dalla quale aveva tratto l’episodio che riferisce. Ella lo trae, in realtà, dal Sutta Piṭaka, ossia da quella parte del Canone Buddhista, di tradizione theravâda, che riporta i ‘discorsi’ del Buddha Śâkyamuni, e precisamente dal Majjhima Nikâya, la ‘raccolta dei testi di lunghezza media’, composta da 152 sutta. In uno di questi sutta, il XXVI, l’Ariyapariyesana Sutta, il Sutta della ‘Nobil Ricerca’, o Sutta del ‘Nobil Fine’, l’Illuminato narra, appunto, il dubbio, che gli era sovvenuto dopo il conseguimento di quella ch’Egli chiamò la «Eccelsa Mèta». In Italia, abbiamo avuto la fortuna di poter fruire di traduzioni di parti del Canone Buddhista, fatte da personalità di indubbio valore, personalità che avevano una convinta adesione alla visione del mondo buddhista, e che erano altresì impegnati asceticamente nel Nobile Ottuplice Sentiero, l’Ariya Aṭṭhaṅgika Magga, di realizzazione spirituale. Si è trattato di personalità che univano, felicemente, rigore scientifico, competenza linguistica, e profondità di pensiero. In modo particolare, mi piace ricordare il matematico piemontese Eugenio Frola, scomparso, purtroppo, troppo giovane, che tradusse tutto il Dȋgha Nikâya, i ‘discorsi lunghi’, in Canone Buddhista. Discorsi lunghi, I-II, Bari 1960-61, editi dall’Editore Laterza, in due volumi, di ben LXXII pp. di Introduzione, e 520 pp. di testo tradotto. Sempre di Eugenio Frola abbiamo una sua mirabile traduzione, con un suo notevole commento, del Dhammapâda, L’Orma della Disciplina, tratto dal Khuddaka Nikâya, dai ‘discorsi brevi’, pubblicato in una bella edizione da Boringhieri, Torino, 1968, di 223 pp. Massimo Scaligero me lo indicò come testo da meditare, particolarmente indicato e fruttuoso per il mio cammino interiore. Altra personalità di ottimo asceta traduttore fu Vincenzo Talamo, amico e allievo del Frola, del quale curò, a livello postumo, il prezioso lascito letterario. A Vincenzo Talamo dobbiamo la traduzione, in bella lingua italiana, dell’Iti Vuttaka e del Sutta Nipâta, tratti anch’essi dal Khuddaka Nikâya, e ripubblicati più volte, assieme alla traduzione e al commento di Eugenio Frola del Dhammapada, e anche in una recente edizione, nel 2019, dalla benemerita casa editrice Bollati Boringhieri. In questa edizione dei tre testi tratti dal Khuddaka Nikâya, Vincenzo Talamo ha aggiunto una Nota storica sulle dottrine indiane, all’interno della quale si trova una agile, ottima, sintesi, della Dottrina dell’Illuminato, cui ha aggiunto un utilissimo, ben fatto, Glossario. Più recentemente, è apparsa la traduzione di Vincenzo Talamo del Samyutta-Nikâya, dei ‘discorsi in gruppi’, o ‘miscellanei’, comprendente 2.889 discorsi (sutta) divisi in 56 sezioni, opera monumentale, anch’essa di ben 776 pagine, edita nel 1998 dalla altrettanto benemerica casa editrice romana Astrolabio-Ubaldini. 

Del Majjhima Nikâya, dei ‘discorsi medi’ del Canone Buddhista, abbiamo una bellissima traduzione nella lingua di Dante, eseguita con amorosa cura dal campano (era nato a Lagonegro nel 1871 e morto a Napoli nel 1957) Giuseppe De Lorenzo, anch’egli di rigorosa formazione scientifica (era geologo), filosofica (era un profondo conoscitore della filosofia di Arthur Schopenhauer), nonché di vasta competenza linguistica, sia per quel che riguarda le lingue moderne, sia per quelle antiche. In particolare, conosceva – come del resto, anche Eugenio Frola e Vincenzo Talamo – a fondo sia il sanscrito che il pâli, la lingua sacra dei testi della tradizione buddhista theravâda. Sua ultima fatica fu la traduzione e la pubblicazione de Gli ultimi giorni di Gotamo Buddho dal Mahâparinibbanânasutta del Canone Pâli, Bari, Gius. Laterza e Figli, 1948, di 99 pp., ove egli, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, nella chiusa della sua Introduzione, a p. 15, così dichiarò apertamente la sua meditata adesione e la sua profonda, serena, devozione verso l’Insegnamento, il Dhamma, dell’Illuminato:

«Chiudo questa introduzione, dichiarando il motivo, che mi ha mosso a fare il presente lavoro. Giunto al mio settantasettesimo anno d’età, in quest’ora così tragica dell’umanità sulla terra, ho voluto sollevare il mio spirito nella visione degli ultimi giorni del Maestro della Dottrina, la quale è stata per più di cinquant’anni il conforto della mia vita e sarà, mi auguro la consola zione della mia morte. Napoli, 24 aprile 1948».

La monumentale traduzione del Majjhima Nikâya gli richiese lunghi anni di fatiche, e si concluse nel 1926, ma il risultato di tale gigantesca fatica fu veramente eccezionale, sia per l’accuratezza della traduzione, sia per la resa letteraria, a volte altamente poetica, della medesima. Massimo Scaligero amava molto quella traduzione, al punto di lodarmela più volte nei nostri colloqui. Da giovane, egli ne fece – me lo disse lui stesso – a lungo un operativo uso ascetico per la meditazione. La traduzione de I discorsi di Gotamo Buddho, iniziata con la collaborazione del suo amico viennese Karl Eugen Neumann (il quale morì, cinquantenne, al completamento del primo dei tre volumi), iniziata nel 1916, si protrasse sino ad essere completata con la pubblicazione dell’intera opera nel 1927. Massimo Scaligero stimava molto Giuseppe De Lorenzo, che conobbe anche di persona, al punto di parlarne, con ammirazione e rispetto, anche dal punto di vista ascetico, persino in una di quelle riunioni riservate, che si svolgevano in Via Barrili, a Monteverde, la trascrizione delle quali appare, periodicamente, pubblicata nella rivista romana Graal, sotto la rubrica, curata dall’amica M.D.C., di ‘Seminario solare’

Per questo motivo, mi sembra importante trascrivere dal primo volume de I Discorsi di Gotamo Buddho del Majjhima Nikâyo, per la prima volta tradotti dal testo Pâli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, Primo Volume, Bari Gius. Laterza & Figli, 1916, pp. 248-251, le parole pronunciate dall’Illuminato sùbito dopo il conseguimento della ‘Eccelsa Mèta’, della ‘Insuperata, Compiuta, Perfetta Illuminazione’:

«Ed ora la chiara certezza a me si schiuse:

Per sempre ora son redento,

L’ultima vita è questa,

E non v’è mai ritorno.

Allora mi venne, o monaci, il pensiero: ‘Trovato ho io ora questa verità, la profonda, difficile a scoprire, difficile a percepire, tranquilla, preziosa, intima, inescogitabile, accessibile solo ai savi. Ma la gente cerca il piacere, ama il piacere, pregia il piacere. Ora la gente cercante il piacere, amante il piacere, pregiante il piacere, una tale cosa, come il rapporto di causa ed effetto, l’origine da cause, sarà appena intelligibile; ed anche quest’altra cosa appena intenderà: lo svanire di ogni distinzione, il distacco da ogni attaccamento, l’esaurirsi della sete di vivere, il rivolgimento, la dissoluzione, l’estinzione. Se io quindi espongo la verità e gli altri non mi intendono, me ne verrà certo amarezza e pena’. E spontanei, voi monaci, mi si presentarono questi versi, mai prima sentiti:

Quel che con intimo sforzo ho trovato

Or palesare è interamente vano:

Agli uomini, che d’odio ardono e brama,

Non convien davvero tale dottrina.

Dottrina, che risale la corrente,

Ch’è interna ed è profonda ed è nascosta:

Essa resta invisibile ai bramosi,

Nella più fitta tenebra ravvolta.  

Così riflettendo, o monaci, inclinava l’animo mio a rinserrarsi, non ad esporre la dottrina. Allora, voi monaci, Brahmâ Sahampati si avvide della mia riflessione e si dolse: ‘Si perderà il mondo, ahimè, miseramente si perderà, se l’animo del Compiuto, Santo, perfetto Svegliato, inclina a rinserrarsi, non ad esporre la dottrina!’. Allora, voi monaci, Brahmâ Sahampati disparve dal mondo di Brahmâ, quasi così rapidamente come un uomo forte stende il suo braccio o piega il suo braccio disteso, ed apparve innanzi a me. E Brahmâ Sahampati, monaci, nudatasi una spalla, congiunse le mani verso di me e parlò quindi così:

‘Voglia il Sublime, o Signore, esporre la dottrina, voglia il Benvenuto esporre la dottrina! Vi sono esseri di più nobile specie: senza aver udito la dottrina essi si perdono; essi intenderanno la dottrina’.

Ciò disse, o monaci, Brahmâ Sahampati; […]

Per sollecitazione di Brahmâ dunque, o monaci, e per compassione degli esseri io guardai con lo svegliato occhio nel mondo. Ed io vidi, voi monaci, guardando con lo svegliato occhio nel mondo, esseri di nobile specie e di specie volgare, acuti di mente ed ottusi di mente, bene dotati e male dotati, svelti a comprendere, e molti, che stimano cattiva l’esaltazione di un altro mondo. […]

Ed io replicai allora, voi monaci, a Brahmâ Sahampati con la strofa:

Dell’immortalità s’apran le porte:

Chi ha orecchi per udire venga ed oda.

Repulsione intuendo io non volevo

L’alta dottrina palesar, Brahmâ’.

Allora, o monaci, disse Brahmâ Sahampati: ‘Il Sublime ha consentito ad esporre la dottrina’, mi salutò riverentemente, girò verso destra e sparve di là».

Dubbi non piccoli, dubbi non molto diversi da quelli che ebbe, 2600 anni fa, in India, il Sublime, il Buddha Śâkyamuni, li ebbe anche il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner, circa la comprensione che avrebbe incontrato la nuovissima ‘Via’, ch’egli era chiamato a portare nel mondo. Prima della svolta del nuovo secolo, prima del passaggio tra Ottocento e Novecento, egli aveva cercato di portare nel mondo una ‘Via’ di Conoscenza, indicata nelle forme più rigorose della scienza e della filosofia. Partendo poco più che ventenne – era nato nel 1861 – cominciò a scrivere opere come le introduzioni alle Opere scientifiche di Goethe (1883-1897), la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo (1886), Verità e scienza (1892), la Filosofia della libertà (1894), Federico Nietzsche, un lottatore contro il suo tempo (1895), la Concezione goethiana del mondo (1897), e poi – oramai alle soglie della prima guerra mondiale – i due volumi degli Enigmi della Filosofia (1914), cercando di fecondare il mondo della scienza, della filosofia e della cultura del XIX secolo e del nascente XX secolo. Per una ventina d’anni, egli cercò di portare avanti coraggiosamente – ma dovrei, forse, dire, temerariamente – l’impresa di vincere il drago del materialismo moderno, con «l’entrare nella pelle del drago», come gli disse Colui che fu il suo Maestro, indicandogli l’audace còmpito della sua missione spirituale.

Questa audace lotta del prima giovane e poi maturo Rudolf Steiner nei confronti della sempre più dilagante influenza del ‘drago’ del materialismo scientifico, filosofico, storico, sociale, e – com’egli fece osservare negli anni del suo pubblico magistero spirituale – persino religioso, fu una dura lotta, ‘per la vita e per la morte’, dello Spirito nell’arena della società e della cultura dell’epoca. Per descrivere al meglio questa sua coraggiosa azione, non posso che ripetere, trascrivendolo, quanto già scrissi in questo temerario blog, il 6 gennaio 2020, in Verità ed errore nell’indagine spirituale: sue conseguenze per la vita spirituale degl’individui, e delle comunità spirituali, del mondo. Settima parte:

«Una descrizione poetizzata, ma interessante, e importante, perché basata su comunicazioni fattegli direttamente da Rudolf Steiner, è quanto scrisse Édouard Schuré nella sua Introduzione alla bella edizione italiana de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, traduzione di Ida Levi Bachi, Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, 1932, nella quale, alle pp. 14-15, a proposito dell’incontro col Maestro, così scrive:

«Fu a diciannove anni che l’aspirante ai Misteri incontrò la sua guida – il Maestro – da lungo presentito. […]

Il maestro di Rudolf Steiner era uno di quegli uomini potenti che vivono, sconosciuti dal mondo, sotto la maschera di un stato civile qualunque, per compiere una missione conosciuta soltanto dai pari loro nella confraternita dei maestri rinunciatori. Non agiscono apertamente sugli avvenimenti umani. L’incognito è la condizione della loro forza, ma la loro azione non è perciò meno efficace. Poiché suscitano, preparano e dirigono coloro che agiranno agli occhi di tutti. […] Ma come cominciare questo compito immenso e temerario? Come vincere o meglio domare e convertire il grande nemico, la scienza materialistica di oggi somigliante a un drago formidabile, armato di tutte le scaglie e disteso sul suo immenso tesoro? Come domare il gran drago della scienza moderna e attaccarlo al carro della verità spirituale?».

La risposta ad una cotale domanda cruciale non poteva essere certo desunta dal misticismo religioso, o dalle tradizioni degli Ordini Occulti, oramai sempre più decadenti. La risposta data a Rudolf Steiner dal suo innominato Maestro, fu di un’audacia così temeraria da superare persino l’immagine taoista e ch’an del mitico e fascinoso ‘cavalcare la tigre’. E quella risposta fu l’indicazione di un còmpito di una mai prima udita, e insuperata, radicalità. Così Édouard Schuré evoca, alle pp. 19-20, l’indicazione del severo impegno, dell’audace missione, che il Maestro additò al giovanissimo Rudolf Steiner:

«Seguendo i suoi studi, Rudolf Steiner si ricordò della parola del suo maestro: «Per vincere il drago, bisogna entrare nella sua pelle». Penetrando nella corazza del materialismo contemporaneo, si era impadronito delle sue armi».     

Questa immagine della lotta contro il drago venne ripresa dal poeta Arturo Onofri, autore peraltro di un’opera poetica intitolata Vincere il drago!, nella bella Prefazione ch’egli – dichiarandosi con essa apertamente discepolo di Rudolf Steiner dell’Antroposofia – volle anteporre alla traduzione italiana della Scienza Occulta nelle sue linee generali di Rudolf Steiner, eseguita da Emmelina de’ Renzis ed Emma Battaglini, e pubblicata nel 1924 a Bari da Gius. Laterza e Figli Editori, ove sin dalle prime parole, a p. VI, è detto:

«Tra le più alte personalità spirituali che negli ultimi decenni sono apparse in armi contro il drago del materialismo moderno, primeggia in armonia e potenza interiori la personalità di Rudolf Steiner, la cui opera capitale si presenta qui, primamente tradotta, ai lettori italiani».

Che l’immagine usata da Édouard Schuré non fosse affatto una sua personale letteraria fantasia, bensì che essa fosse autentica e provenisse direttamente da Rudolf Steiner e, prima di lui, dalla ignota personalità che gli fu Maestro, è garantita dalla testimonianza di Marie Steiner, sua instancabile, fedele, e coraggiosa compagna d’armi spirituale in mille battaglie, la quale, nel 1947, così scrisse nella sua Prefazione alle conferenze, tenute a Lugano il 16 e 19 settembre 1911, Der Christus-Impuls im historichen Werdegang – L’Impulso-Christo nel divenire storico, ora in Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’ Umanità, GA-130, Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 12-13:

«Rudolf Steiner si impose in piena coscienza il compito di sollevare a se stesso tutte le obbiezioni che i materialisti critici potessero essere in grado di opporre alle rivelazioni dello spirito, badando inflessibilmente a non discostarsi mai da questa linea. Per definire questo comportamento egli usò la seguente espressione: infilarsi nella pelle del drago drago Das nannte er in die Haut des Drachen hineinkriechen. Questa ardua lotta gli appariva un dovere, perché, se così non fosse stato, non si sarebbe arrogato il diritto di combattere fino infondo a favore dell’umanità quella difficile battaglia che è la vittoria dello spirito sull’astratta intellettualità».

Ora, ci si può chiedere quale fu l’accoglienza che trovò il ‘messaggio’ spirituale che Rudolf Steiner portò nel mondo culturale, filosofico, scientifico, sociale della seconda metà del XIX secolo. Purtroppo, esso non fu minimamente compreso, e non ebbe affatto l’accoglienza che il suo valore meritava, e che l’urgenza – urgenza tragica, come dimostreranno i tragici eventi del successivo XX secolo – esigeva. Egli si rivolse, anche personalmente, a quelle personalità, le quali – in quanto autentici ‘figli del loro tempo’ – erano quelle che, per intelligenza, per maturità degli organi dell’anima, maggiormente avrebbero potuto, ed anche dovuto, accogliere il ‘messaggio’ che veniva loro portato. Eppure, proprio esse si dimostrarono ‘chiuse’ – talvolta, tragicamente, le più ‘chiuse’ – alla ricezione del ‘messaggio’ spirituale che, generosamente, veniva portato loro incontro. Alcune di quelle personalità erano altamente stimate, e sommamente care a Rudolf Steiner, ma tra esse egli trovò amicizia, affetto ed anche aiuto umano, ma non ‘comprensione’ per il ‘messaggio’, autenticamente rivoluzionario a livello spirituale, che veniva portato loro incontro.

Rudolf Steiner non fu ‘compreso’ da Karl Julius Schröer, che pure lo introdusse agli studi goethiani. Non fu ‘compreso’ da Joseph Kürschner che pure gli affidò la cura e l’edizione delle opere scientifiche di Goethe. Non fu ‘compreso’ dal teologo cistercense Laurenz Müller, né dall’amica di questi Maria Eugenia delle Grazie, che animavano una importante cerchia culturale della Vienna dell’epoca. Non fu ‘compreso’ dalla sua amica Rosa Mayreder, con la quale egli parlò a lungo dei temi della sua Filosofia della Libertà. Non fu minimamente ‘compreso’ da Bernhard Suphan, che dirigeva l’Archivio Goethiano a Weimar, ove Rudolf Steiner lavorò per lunghi anni. Non lo ‘comprese’ neppure Hermann Grimm, anch’egli profondo studioso dell’opera letteraria di Goethe, del quale scrisse una importante biografia. Meno di tutti lo ‘comprese’ lo scienziato, Ernst Haeckel, biologo di grande valore, ma per il suo materialismo darwiniano di stretta osservanza, totalmente chiuso ad ogni forma di trascendenza. Quanto fosse ‘chiuso’ lo stesso ambiente scientifico della seconda metà del XIX secolo nei confronti del ‘messaggio’, al contempo rigorosamente scientifico e spirituale, portato da Rudolf Steiner, lo possiamo leggere in Rudolf Steiner, La mia vita, trad. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, pp. 258-259, nel quale riferisce, prima nel capitolo XXIII, poi nel capitolo XXIV, la risposta che un fisico gli dette a proposito delle idee di Goethe circa la natura della luce:

«Nell’ultimo decennio del secolo scorso parlai una volta, a Francoforte sul Meno, della concezione naturalistica di Goethe. Nell’introduzione dissi che avrei parlato soltanto delle vedute di Goethe sulla vita, poiché le sue idee sulla luce e sui colori sono tali che nella fisica contemporanea non c’è possibilità di costruire un ponte verso quelle idee. Per me, però, ero costretto a vedere in questa impossibilità un sintomo di estrema importanza per l’orientamento spirituale dell’epoca.

Qualche tempo dopo ebbi un colloquio con un fisico, eminente nel suo campo, che si occupava anche intensamente delle idee di Goethe sulla natura; i nostri colloqui raggiunsero il loro culmine in queste sue parole: «L’idea di Goethe sui colori è tale che la fisica non sa che cosa farne»; ed io… ammutolii [und daß ich — verstummte.].

E quante cose, a quel tempo, affermavano che quanto era per me verità era tale che i pensieri dell’epoca «non sapevano che cosa farne».

E questa domanda diventò per me un’esperienza dell’anima: «Bisogna ammutolire? [Und die Frage wurde Erlebnis: muß man verstummen?]».   

Rudolf Steiner così scrisse in alcuni appunti biografici, da lui redatti a Barr, nel settembre del 1907, quando era ospite del francese Édouard Schuré, ora ripubblicati in una arricchita seconda edizione, in Rudolf Steiner – Marie Steiner-von Sivers Briefwechsel und Dokumente 1901 – 1925. Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, Dornach, GA 262, p. 18 :

«Bei alledem konnte von einer öffentlichen Hervorkehrung der okkulten Ideen keine Rede sein. Und die hinter mir stehenden okkulten Mächte gaben mir nur den einen Rat: «Alles in dem Kleide der idealistischen Philosophie».

«In generale, non poteva assolutamente essere questione di una pubblica presentazione delle idee occulte. E le Potenze occulte che stavano dietro di me mi dettero soltanto un unico consiglio: «Tutto nella veste della filosofia idealistica».

L’essersi occupato della figura tragica di Friedrich Nietzsche, portò Rudolf Steiner a scontrarsi con una associazione, di importazione americana, che si muoveva su un piano di slavato e scipito dilettantismo filosofico, con pretese di riforma etica. Proprio l’aver egli esposto, secondo obbiettività, il valore oggettivo della visione del mondo di Nietzsche, lo portò ad essere bollato come un pericolosissimo pensatore. Ed in un certo senso, il pensiero di Rudolf Steiner era sommamente ‘pericoloso’ per la torpida e conformista mediocrità piccolissimo-borghese, che allora dilagava nella Germania guglielmina.  Ecco com’egli descrive, alle pp. 20-21 nel suo scritto per Schuré, del settembre 1907, alle pp. 19-20 del citato Briefwechsel etc., la soffocante situazione culturale di fine Ottocento in Germania:     

«Ich galt nun eine Zeit lang als unbedingtester «Nietzscheaner». –

Damals wurde die «Gesellschaft für ethische Kultur» in Deutschland gegründet. Diese Gesellschaft wollte eine Moral mit völliger Indifferenz gegen alle Weltanschauung. Ein völliges Luftgebäude und eine Bildungsgefahr. Ich schrieb gegen diese Gründung einen scharfen Artikel in der Wochenschrift «Die Zukunft». Die Folge waren scharfe Entgegnungen. Und meine vorangegangene Beschäftigung mit Nietzsche führte herbei, dass eine Broschüre gegen mich erschien:

«Nietzsche-Narren».

Der okkulte Standpunkt verlangt: «Keine unnötige Polemik» und «Vermeide, wo du es kannst, dich zu verteidigen».

«Ora, per un certo periodo, io venni considerato essere, nella maniera più incondizionata, un «nieztschiano».

Venne fondata allora in Germania la «Società per la Cultura Etica». questa Società voleva una morale con piena indifferenza nei confronti di ogni concezione del mondo. Un assoluto castello in aria ed un pericolo culturale. Io scrissi contro questa fondazione un tagliente articolo  nella rivista «Die Zukunft». Le conseguenze furono aspre contrapposizioni. E l’essermi occupato in precedenza di Nietzsche portò al fatto che apparve contro di me una brochure:

«Pazzi nietzschiani».

Il punto di vista occulto richiede: «Nessuna inutile polemica» e «Evita, ove puoi farlo, di difenderti».

Ciò può far intuire la profonda ‘solitudine’, la ‘disillusione’ o, se vogliamo, la ‘delusione’ vissute da Rudolf Steiner, delle quali egli parla in molte pagine de La mia vita, di fronte alla indifferenza, alla incomprensione, alla irrispondenza, che il mondo culturale dell’epoca mostrava nei confronti del ‘messaggio’ spirituale ch’egli portava. Ciò spiega, altresì, perché ad un certo punto egli – superati oramai i quarant’anni di età – a Berlino, si rivolse, in un certo senso fu ‘costretto’ a rivolgersi, ai teosofi, coi quali, anni prima, nel suo periodo viennese, era stato in forte, aspra, polemica. Sapeva di avere di fronte – mi si passi la brutta parola – un ‘materiale umano’ animicamente molto meno ‘maturo’, intellettualmente meno ‘profondo’, umanamente molto più ‘semplice’ e ‘ingenuo’, eppure i teosofi berlinesi dimostrarono di essere anche gli unici sinceramente ‘aperti’ ad una ricerca spirituale, desiderosi di accogliere una ‘Conoscenza’ riguardante il mondo spirituale.

Anche Rudolf Steiner, dunque, conobbe – come il Buddha Śakyamuni, seicento anni circa prima della nostra èra – il ‘dubbio’ riguardante il ‘se’ ed il ‘come’ il ‘messaggio’ spirituale del quale, per sua precipua ‘missione’, era il portatore, sarebbe stato accolto. Ed un tale ‘dubbio’ – come egli stesso, in momenti per lui tragici, apertamente affermò con parole drammatiche – gli si sarebbe ripresentato dinanzi all’anima, verso la fine della sua vita, a causa della inadeguatezza, della profonda immaturità, della faciloneria, della superficialità, della incomprensione, della presunzione, della latitanza, ed in taluni casi, del tradimento degli stessi antroposofi, i quali, in molti casi, già allora, e ancor più dopo la sua prematura dipartita, fecero – e tuttora fanno – di tutto, di più, e di ogni, per snaturare, banalizzare, attenuare, tamponare, diluire, e spegnere la dirompenza spirituale del suo rivoluzionario ‘messaggio’.

In una lettera, la numero 20, scritta da Monaco, il lunedì 9 gennaio 1905, alla sua fedele collaboratrice, all’allora ancora Marie von Sivers, in séguito divenuta, come sua consorte, Marie Steiner, la fedele compagna della sua vita, a Berlino, egli, con parole che più taglienti, esplicite, e ‘dure’, non potrebbero essere, così si espresse, alla p. 86 del su citato Briefwechsel etc.:

«In den Köpfen der sogenannten Theosophen wird sich noch einmal aller Materialismus unseres Zeitalters am krassesten spiegeln. Weil die theosophische Gesinnung selbst eine so hohe ist, werden diejenigen, die nicht ganz von ihr ergriffen werden, gerade die schlimmsten Materialisten werden. An den Theosophen werden wir wohl noch viel böseres zu erleben haben, als an denen, die nicht von der theosophischen Lehre berührt worden sind. Die theosophische Lehre als Dogmatik, nicht als Leben aufgenommen, kann gerade in materialistische Abgründe führen. Wir müssen das nur verstehen. […] Das sind Erwägungen, denen der Okkultist immer wieder nachhängen muss, wenn er daran denken soll, die hohe Weisheit der heiligen Meister in das Publikum zu streuen. Das ist seine große Verantwortlichkeit. Das ist es, was uns die Brüder immer entgegenhalten, die im Okkultismus konservativ bleiben und die Methode des Geheimhaltens auch ferner pflegen wollen. – Und kein Tag vergeht, an dem die Meister nicht die Mahnung deutlich ertönen lassen: «Seid vorsichtig, bedenkt die Unreife eures Zeitalters. Ihr habt Kinder vor euch, und es ist euer Schicksal, dass ihr Kindern die hohen Geheimlehren mitteilen müsst. Seid gewärtig, dass ihr durch eure Worte Bösewichter erzieht.» Ich kann Dir nur sagen, wenn der Meister mich nicht zu überzeugen gewusst hätte, dass trotz alledem die Theosophie unserem Zeitalter notwendig ist: ich hätte auch nach 1901 nur philosophische Bücher geschrieben und literarisch und philosophisch gesprochen».

«Nelle teste dei cosiddetti teosofi tutto il materialismo della nostra epoca si rifletterà un giorno nella forma più grossolana. Dato che la riflessione teosofica è di per sé così elevata, quelli che non ne sono interamente afferrati diverranno proprio i peggiori materialisti. Ci accadrà di sperimentare nei teosofi cose senz’altro anche molto più malvagie [noch viel böseren] che non in coloro i quali non siano stati toccati dall’insegnamento teosofico. L’insegnamento teosofico recepito come dogmatismo, e non come vita, può condurre direttamente nei baratri del materialismo. Noi dobbiamo unicamente comprendere ciò […] Queste sono considerazioni, alle quali bisogna che l’occultista si dedichi continuamente, se deve pensare a diffondere in mezzo al pubblico l’elevata saggezza dei santi Maestri. Questa è la sua grande responsabilità. È questo ciò che sempre ci contrappongo i fratelli che nell’Occultismo rimangono conservatori, e vogliono continuare a seguire il metodo della segretezza. – E non passa giorno che i Maestri non facciano risonare con chiarezza l’ammonizione: «Siate prudenti, riflettete sull’immaturità della vostra epoca. Avete dei bambini di fronte a voi, ed è vostro destino che a dei bambini dobbiate comunicare le elevate dottrine occulte. Fate attenzione a non allevare dei farabutti con le vostre parole [Seid gewärtig, dass ihr durch eure Worte Bösewichter erzieht]». Posso soltanto dirti che, se il Maestro non fosse riuscito a convincermi che, malgrado tutto, la teosofia è necessaria alla nostra epoca, anche dopo il 1901 avrei scritto solamente libri filosofici, e parlato di letteratura e filosofia».

Una volta iniziata la sua opera di comunicazione dei risultati della sua indagine spirituale, sia all’interno di quella che, inizialmente, allora in Germania era la ancor ristretta cerchia ‘teosofica’, trasformatasi, dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, in ‘antroposofica’, con una partecipazione sempre più vasta, sia nelle conferenze pubbliche, sia in quelle per i soci della ‘Società’, Rudolf Steiner dovette sperimentare, spesso, troppo spesso, come in coloro ai quali egli si rivolgeva donando con generosità la Scienza dello Spirito, vi fosse molta immaturità, e molta, moltissima, incomprensione. Certamente, vi furono anche personalità – ed è giusto porlo in adeguato rilievo – non solo assetate di Conoscenza spirituale, le quali si impegnarono con intensa dedizione nella pratica interiore della Concentrazione, della Meditazione, dell’Ascesi volitiva, e di tutti gli esercizi ch’egli comunicava, personalità elette, spiritualmente ‘mature’, come Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, Sophie Stinde, Pauline von Kalkreuth, Adolf Arenson, Carl Unger, Michael Bauer, ed altre in Germania, o in Italia personalità come Giovanni Colazza, Emmelina de’ Renzis, suo figlio Giovanni Colonna di Cesarò, Lina Schwarz, Angelica d’Antuni Del Drago, solo per fare alcuni nomi fra molti altri, ma vi furono anche, purtroppo, anche altre personalità, meno ‘mature’, talvolta anche poco ‘serie’, per cui mentre, agl’inizi della sua opera di Istruttore spirituale, egli donava coraggiosamente – quasi temerariamente – contenuti elevati, particolarmente ‘delicati’, nel tempo, avendo fatte non poche amare esperienze, divenne sempre più prudente nell’affrontare certi determinati temi.  

L’esperienza fatta – esperienza evidentemente ‘deludente’ e ‘disilludente’ –  da Rudolf Steiner a proposito della immaturità, spesso della superficialità, della mancanza di serietà di molti che avrebbero dovuto accogliere il prezioso ‘messaggio’ spirituale offerto loro, costrinse Rudolf Steiner a modificare alcune pagine del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, e della stessa Scienza Occulta nelle sue linee generali. Di questo fatto parlò più volte Massimo Scaligero in alcune riunioni delle quali esistono le registrazioni probanti, ma potei verificare la cosa io stesso sulle prime edizioni del libro Iniziazione in tedesco e in francese, nonché sulle prime edizioni tedesca, francese e italiana della Scienza Occulta, che nel tempo, con una ricerca tutt’altro che facile,  riuscii a procurami.

Come appunto osservò nelle suddette riunioni Massimo Scaligero, in passi che ebbi modo di meditare più volte e a lungo, Rudolf Steiner modificò quei passi del libro Iniziazione, nei quali parlava del ‘fuoco di kundalini’, tolse completamente un lungo paragrafo del V Capitolo della sua Scienza Occulta, e ne modificò altri, avendo verificato a quali pericolosi equivoci potevano portare in anime immature, superficiali, poco serie, certe sue audaci comunicazioni relative alla ‘ispirazione’ e alla ‘intuizione’, contenute in quel capitolo. Qualcosa di simile sperimentò Massimo Scaligero, come potei constatare, confrontando personalmente l’edizione dell’Avvento dell’Uomo Interiore, che è del 1959, edita dalla casa editrice fiorentina Sansoni, con L’Uomo Interiore, pubblicato, nel 1976, dalle romane Edizioni Mediterranee, nel quale egli tolse un intero, importante paragrafo, e ne modificò molti altri, evidentemente per l’esperienza fatta circa la mala comprensione, nonché l’errato uso di certe conoscenze che anime impreparate, alla ricerca di pretesti per i propri ‘deragliamenti’, potevano farne, e che effettivamente ne fecero, e tuttora ne fanno. In maniera più che giustificata – e duole molto doverlo constatare e il dirlo – sia a Rudolf Steiner, sia a Massimo Scaligero sorsero, come nel principe Siddhârtha Gautama, il Buddha Śakyamuni, dopo l’Illuminazione, alquanti, dolorosi, ‘dubbi’, a proposito dell’incomprensione, e il distorto uso che il loro generoso Insegnamento, l’aurea Scienza dello Spirito, avrebbe incontrato in anime immature, o talvolta, purtroppo, anche in anime distorte dalla malafede, dall’abuso, dalla vanità, dalla superficialità, dall’ambizione, dall’avversione, e dalla menzogna. Come taluni recenti ‘casi’, una volta di più e una volta di troppo, hanno dimostrato.

Ma se Rudolf Steiner sperimentò quella che potremmo chiamare – riprendendo una espressione del nostro Giuseppe Mazzini – la «tempesta del dubbio» di fronte alla fatale inadeguatezza dell’elemento umano al quale egli doveva rivolgersi, allorché dovette prendere la decisione di collegarsi con le cerchie ‘teosofiche’, allora presenti in Germania, ‘dubbi’ ancora maggiori, tragicamente molto più giustificati, e, per lui, ancor più dolorosi e angoscianti, dovette sperimentarli, durante la prima guerra mondiale, e soprattutto negli anni dopo di essa, proprio a causa della inadeguatezza, della superficialità, della fatuità dell’elemento ‘umano-troppo umano’, che abbondava nella cerchia ‘antroposofica’, alla quale egli, con una generosità senza pari, aveva donato preziosi contenuti di un’aurea Sapienza, che venne molto poco ‘compresa’, e ancor meno ‘apprezzata’.   

Vi è da sottolineare il fatto che, tutto sommato, l’attività di Istruttore Spirituale, che Rudolf Steiner poté svolgere prima all’interno della Società Teosofica in Germania, poi – dopo la separazione dalla centrale di Adyar, oramai affatto dominata, in maniera irrimediabile, dal dogmatismo visionario e settario di Annie Besant e di Charles Leadbeater – nella neonata Società Antroposofica, prima della tragedia della prima guerra mondiale, trovò, pur con qualche limite e difficoltà, molta maggior accoglienza e rispondenza, e fu spiritualmente ben più feconda rispetto a quel accadde dopo la guerra mondiale. Allorché egli – su esplicito invito del suo Maestro, il quale lo dovette «convincere» (l’espressione è di Rudolf Steiner), superando la sua comprensibile, confessata, ‘riluttanza’ – si collegò con la piccola cerchia teosofica, che a Berlino si riuniva nella accogliente casa dei conti Sophie e Cay Brockdorf. Inizialmente, la cerchia teosofica tedesca era composta solo da un centinaio di persone, ma l’attività di Rudolf Steiner la fece crescere, in pochissimi anni, sino a circa 2500 persone. Che l’ambiente fosse molto più sano rispetto a quel che fu dopo la prima guerra mondiale, ambiente che ebbe sì una vasta espansione numerica, ma anche un problematico peggioramento qualitativo, è dimostrato – e questo è confermato da molte affermazioni documentate dello stesso Rudolf Steiner – dal fatto che i ‘teosofi’, divenuti poi ‘antroposofi’, pre-bellici, si impegnavano molto di più nella rigorosa formazione interiore, nella pratica degli esercizi, nella Concentrazione, nella Meditazione, condotte secondo l’Ascesi del Pensiero, indicata dal Maestro dei Nuovi Tempi, rispetto a quel che avvenne in séguito. Per non parlare, poi, dell’attuale disastrosa situazione nella quale la pratica interiore degli esercizi, data da Rudolf Steiner, viene negletta, dichiarata non necessaria, e in non pochi casi – da me verificati personalmente sia in Italia che in Svizzera – colpevolmente calunniata come ‘pericolosa’. Come accennato in un precedente articolo, di questa paradossale, contraddittoria, avversione di molti, anzi, purtroppo, della quasi totalità degli antroposofi verso la pratica interiore, e soprattutto nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione, ebbi modo di parlarne con Hella Wiesberger sin dal primissimo incontro, ch’ebbi con lei nella primavera del 1985.

Nella cerchia, ancora relativamente ristretta, ‘teosofico-antroposofica’ del periodo 1900-1914 – quindi antecedente allo scoppio della devastante guerra, che profondamente mutò il volto dell’Europa e del mondo – di circa 2500 membri iscritti, circa 800 furono accolti nella ‘Esoterische Schule’, ossia in quella Scuola Esoterica nella quale si entrava unicamente su invito personale di Rudolf Steiner. Coloro che venivano accolti nella ‘Scuola’ instauravano un rapporto personale molto stretto con Rudolf Steiner, ricevevano da lui esercizi e mantram, talvolta personalizzati, dovevano tenere un diario giornaliero nel quale annotavano esercizi e letture eseguiti, diario che ogni quindici giorni facevano leggere direttamente a Rudolf Steiner, o a due suoi fidati sostituti, delegati a questo delicato còmpito. Ciò è documentato dalle lettere che i discepoli della ‘Scuola’ inviavano al Maestro, chiedendogli consigli, e dalle risposte che da lui ricevevano. Oltre a questo stretto rapporto personale tra Maestro e discepolo, coloro che venivano accolti nella ‘Scuola’ partecipavano a quelle ‘lezioni esoteriche’‘esoterische Stunden’, letteralmente ‘ore esoteriche’ – che Rudolf Steiner teneva. Una notevole parte di questi discepoli della ‘Scuola Esoterica’, di quella che fu chiamata ‘prima Sezione’, ben 600, furono accolti nella cerchia della ‘Mystica Aeterna’, nella quale veniva praticato una forma di ‘culto conoscitivo’, la ‘seconda Sezione’ che doveva ‘mostrare’, artisticamente ‘dimostrare’, in forma ‘simbolica’, in forma ‘sensibile’, le verità della rosicruciana Scienza dello Spirito. Questa ‘seconda Sezione’‘erkenntniskultische Abteilung’, ossia ‘Sezione del culto conoscitivo’ – della Scuola Esoterica praticava quella che Rudolf Steiner denominò ‘Misraim Dienst’, ossia ‘Liturgia o Culto Misraimita’.

Le regole all’interno della ‘Scuola’ erano estremamente severe e, per così dire, ‘stringenti’: la riservatezza delle ‘istruzioni’ ricevute veniva osservata rigorosamente in tutte le sue ‘Sezioni’. Oggi, possediamo un vasto materiale documentario sulle attività che si svolgevano nelle tre ‘Sezioni’ della ‘Scuola’ – alla terza ‘Sezione’, secondo la testimonianza di  Adolf Arenson ed Emil Leinhas, appartennero soltanto dodici membri. Il materiale della ‘Scuola Esoterica’, giunto sino a noi, è stato pubblicato, con amorosa cura e profonda competenza professionale, da Hella Wiesberger, del ‘Lascito’ – la più che benemerita ‘Nachlassverwaltung’ di Dornach, salvatrice dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – di Rudolf Steiner e di Marie Steiner. La decisione della pubblicazione di tale prezioso materiale fu presa dalla stessa Marie Steiner, proprio a causa delle involuzioni e delle degenerazioni subite dal movimento antroposofico, nonché a causa degli abusi, delle profanazioni, operate soprattutto da parte di alcuni membri del corpo dirigente, il Vorstand, della Società Antroposofica, sia prima che dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Vi è stato chi, un Innominabile, in maniera insana e improvvida, con infinita, sciocca, presunzione, ha rimproverato a Marie Steiner, e di conseguenza anche a Hella Wiesberger, la pubblicazione di tale materiale, che – a suo dire – avrebbe dovuto rimanere ‘riservato’ ad una ristretta cerchia ‘operativa’. Costui è arrivato addirittura a scrivere, su un noto social forum, che Marie Steiner avrebbe dovuto rendere conto della decisione di tale pubblicazione di fronte ai 42 Giudici del ‘Tribunale di Osiride’. Costui,  irriconoscendo l’autenticamente ‘iniziatico’, ignora o non tiene conto, che tutto ciò che lei fece, lo fece per volontà e in nome di Rudolf Steiner. Infatti, già nel primo testamento, da lui redatto a Berlino, il 19 marzo 1907, pubblicato nel già sopra citato Briefwechsel/Epistolario, nel documento 55, a p.175 dell’edizione tedesca, leggiamo:

«Nach meinem Tode soll Fräulein Marie von Sivers das Recht haben, in meinem Namen zu verfügen. Was sie thut, soll in meinem Namen getan sein.[…]

Marie von Sivers selbst wird aber immer bei mir sein. Unsere Einigung bleibt unerlöslich.

Dr. Rudolf Steiner»,

ovvero:

«Dopo la mia morte la signorina Marie von Sivers deve avere il diritto di decidere in mio nome. Ciò che Ella farà, deve essere fatto in mio nome. […]

Tuttavia Marie von Sivers stessa sarà sempre con me. La nostra unione rimane indissolubile.

Dr. Rudolf Steiner».

Se è vero che l’Antroposofia, e lo stesso suo fondatore e donatore, Rudolf Steiner, dovettero subire pesanti attacchi nel mondo della cultura, e – malgrado l’assoluta estraneità del movimento spirituale antroposofico nei confronti della politica – anche in campo sociale e politico, soprattutto col sopravvenire della prima guerra mondiale, bisogna riconoscere che i peggiori attacchi, i più ingiusti e indebiti, Rudolf Steiner li ebbe da quella ch’egli stesso chiamò la «opposizione interna»: la più sleale, la più insidiosa. Vi fu l’aperto tradimento di Édouard Schuré, al quale sia Rudolf Steiner che Marie Steiner tantissimo avevano, generosamente, donato in ogni campo. Su questo tradimento avrò forse modo di ritornare in futuro, con una abbondante documentazione probante. Per ora, mi limiterò a dire soltanto ch’egli, allo scoppiare del conflitto mondiale, fu totalmente preso da una accesa follia sciovinista, fece le accuse più ingiuste e false ad ambedue, giungendo persino a scrivere una violenta lettera a Marie Steiner, la lettura della quale le procurò un dolore così indicibile da farla stramazzare svenuta al suolo, e rimanere come morta per tre giorni. Nel 1923, a Stoccarda, poi, fu inaugurato un andazzo, il cosiddetto ‘Stuttgarter System’, il ‘metodo di Stoccarda’, con la pretesa di ‘gestire’ il Maestro, da loro giudicato essere ‘poco pratico’, e nel quale si giunse a contestare persino la sua funzione magistrale di Istruttore spirituale, andazzo, peraltro, a quanto mi risulta, a cento anni da quel fatale 1923, a cento anni dalla ‘Fondazione di Natale’, tuttora sciaguratamente vigente a Dornach. Ma perché e di che stupirsi, se lo stesso Massimo Scaligero trovò – egli ancora vivente – chi, considerandolo poco ‘pratico’, pretendeva ‘gestirlo’, anche ‘mentendogli’, o addirittura, da parte di taluni sconsiderati ambiziosi, cercando di prendere il suo posto. O, dopo la sua dipartita, voler ‘correggere’ il suo Insegnamento, anche alterando i suoi scritti, cercando di attuare – come tentato da parte dell’Innominato – con una sottile, machiavellica, operazione, a pro’ di una Potenza Straniera d’Oltretevere, un esiziale ‘trasbordo ideologico inavvertito’ dalle nefaste conseguenze per quella ‘Comunità Solare’, alla quale Massimo Scaligero aveva dedicato tutto se stesso, tutto sacrificando, con estrema abnegazione e dedizione, persino la sua stessa salute, sino alle ultime ore della sua vita. 

Come poteva Rudolf Steiner non nutrire angosciosi ‘dubbi’ se, per l’azione vigliacca e sleale della «opposizione interna» nei propri confronti, la quale ostacolava lui stesso, ed accusava di tutto Marie Steiner, con ogni pretesto e in ogni maniera, si vide costretto a chiedere, nel 1916 – per proteggerla – a lei, che con slancio e totale abnegazione aveva collaborato con lui, sin dai primissimi tempi, nel fondare e nell’edificare l’intero movimento spirituale antroposofico, di ritirarsi dalla direzione della prima Società Antroposofica, che nel 1912-1913 aveva preso il posto, dopo il distacco dalla centrale di Adyar, della precedente Società Teosofica.  Ma i ‘dubbi’ del Maestro dei Nuovi Tempi divennero ben più grandi allorché, dopo l’immane tragedia dell’incendio del primo Goetheanum, per tutto il 1923, di fronte alla ‘incomprensione’, alla ‘non vigilanza’, alla ‘irresponsabilità’, alla ‘superficialità’, alla ‘fiacchezza’, alla ‘ignavia’, di larga parte degli stessi antroposofi – non tutti, naturalmente, ma tragicamente molti, anzi sicuramente troppi – Rudolf Steiner si chiese continuamente, durante tutto il 1923, se egli non dovesse distaccarsi completamente dalla Società Antroposofica, lasciandola al suo destino, ritirarsi in un villaggio svizzero, fondare un Ordine Iniziatico ‘streng geschlossen’, ossia ‘rigorosamente chiuso’. Anche su questo vi è una abbondante documentazione, sulla quale in futuro avrò modo, penso, di ritornare.  

Hella Wiesberger, è stata autrice – sicuramente la migliore e sicuramente anche la più completa: altri ‘biografi’ si sono limitati, spesso, a ‘saccheggiare’ il frutto delle sue fatiche – di tre importanti biografie di Marie Steiner, l’ultima delle quali, appena stampata, nel 1988, volle donarmi con dedica. Il libro porta il titolo Marie Steiner-von Sivers. Ein Leben für die Anthroposophie. Eine biographische Dokumentation von Hella Wiesberger, apparso in Rudolf Steiner Studien, Veröffentlichungen der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Band I, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1988, 524 pp. Il libro, il cui titolo in italiano suonerebbe Marie Steiner-von Sivers. Una vita per l’Antroposofia. Una documentazione biografica di H.W., nel Cap. VIII, Die beiden letzten gemeinsamen Wirkenjahre, Gli ultimi due anni di operare comune, nel capitoletto Einsatz für die Neubildung der Anthroposophiscen Gesellschaft, Impegno per la rifondazione della Società Antroposofica, a proposito degli attacchi che l’Antroposofia e il suo Fondatore sempre maggiormente subirono in Germania – si giunse persino a Monaco e ad Elberfeld ad attentare, ‘manu militari’, alla sua stessa vita – e della colpevole fiacchezza ed ignavia di molti antroposofi, alle pp. 475-476, leggiamo:

«Le creazioni che ne risultarono ebbero non per effetto soltanto quello di svegliare l’interesse del pubblico nei confronti l’Antroposofia, ma in egual modo quello di mobilitare gli avversari di Rudolf Steiner. Questi non si sentì, per quel che riguardava la sua persona e la causa ch’egli sosteneva, sufficientemente difeso dalla Società Antroposofica, come riteneva di poter sperare. Ebbe allora a domandarsi se, nell’interesse del movimento antroposofico del quale egli era responsabile, non sarebbe necessario ritirarsi dalla Società, visto che si imputavano sempre personalmente a lui gli errori che questa commetteva. Sul fondo di questa situazione tesa avvenne l’incendio del primo Goetheanum. […]

Riguardo a quel che Rudolf Steiner considerava necessario per la Società [sc., Antroposofica], non di meno egli non si sentiva veramente compreso, in maniera tale che si chiedeva sempre se egli non dovesse comunque ritirarsi. Marie Steiner, che si sentiva nel ruolo della madre della figlia chiamata «Società», insisté perché egli non abbandonasse la Società, la quale non saprebbe esistere senza di lui. È ciò che ella rivelò in un colloquio privato, aggiungendo che questo passo costituiva per lei un pesante fardello, giacché esso era costato la vita a Rudolf Steiner».

Nella nota 175, a p. 516, relativa a questo passaggio, Hella Wiesberger precisa:

«Da un colloquio personale con Febe Baratto-Arenson che ne ha riferito all’editrice del presente volume».

Nel Cap. IX della suddetta biografia, intitolato Die Jahre nach Rudolf Steiners Tod, Gli anni dopo la morte di Rudolf Steiner, a p. 490, Hella Wiesberger scrive:

«Marie Steiner era stata rigorosamente addestrata (streng geschult) da Rudolf Steiner a non farsi mai, e da nessuna evenienza, distogliere dal lavoro. Fu così ch’ella continuò, in maniera instancabile il suo compito durante i 23 anni che le restavano da vivere, ed operò per l’edificazione del Teatro dei Misteri (Mysterientheater) e per la pubblicazione delle opere complete di Rudolf Steiner, così come è stato già documentato nei rispettivi capitoli. Ambedue le attività furono progressivamente coronate di successo e di riconoscimento. per contro i suoi rapporti con la Società divennero dolorosi. Rudolf Steiner non aveva lasciato alcuna disposizione relativa alla futura direzione della Società, addirittura ad una espressa domanda della Dott.ssa Ita Wegman, egli non aveva dato nessuna risposta. fu così che scoppiarono immediatamente conflitti a proposito della questione della sua successione e del suo lascito letterario. A proposito di quest’ultima questione, negli anni dal 1904 al 1914, egli aveva stabilito che Marie von Sivers era autorizzata a decidere secondo il proprio criterio. E allorché, dopo lo scoppio della guerra mondiale, nell’estate del 1914, egli precisò nuovamente questa sua volontà lo fece nei seguenti termini:

«È mia volontà che la continuazione dei doveri che mi riguardano nei confronti della Società Antroposofica mediante la Signorina Marie von Sivers avvenga in maniera tale che ella possa decidere liberamente della scelta delle persone di fiducia destinate a stare al suo fianco.

Dr. Rudolf Steiner

Dornach bei Basel,

22 agosto 1914».

In un articolo apparso nel Nr. 70 – Ostern [Pasqua] 1981 della rivista della Anthroposophische Vereinigung in der Schweiz – Associazione Antroposofica in Svizzera, ossia l’associazione fondata da quegli amici di Marie Steiner, i quali, separandosi per coerenza morale dalla ufficiale, oramai irreversibilmente degenerata, Società Antroposofica Universale, vollero esserle fedeli a viso aperto, fedeli a lei e allo stesso Rudolf Steiner, fedeli a loro due e all’essere angelico Anthroposophia, perché fedeli alla Verità, e combattere di conseguenza il ‘nuovo corso’ inaugurato, in maniera insana e  improvvida, con uno sfacciato tradimento spirituale, da Albert Steffen e dal suo degno ‘compagno di merende’ Guenther Wachmuth – rivista recante il nome di Mitteilungen aus der anthroposophischen Bewegung, il Dr. Ernst Lippold, da me personalmente ben conosciuto, e del quale fui anche, più volte, fraternamente accolto come suo ospite nella sveva Freiburg im Breisgau, articolo recante il titolo Rudolf Steiner: «Selbst mein Name wird sie nicht Schützen!», ossia Rudolf Steiner: «Neppure il mio stesso nome la proteggerà», pp. 3-14, così scrive:

«A molti membri più giovano può non essere noto, che Rudolf Steiner, dopo il Convegno di Natale del 1923 [dunque esattamente 100 anni fa] rivolse a taluni membri nei quali aveva fiducia come A. Arenson, il Dr. C. Unger, K. e C. Walter, A. Samweber, E. Leinhas, A. Steffen [ma costui volle poi scientemente tradire sia la fiducia a lui concessa sia il còmpito affidatogli] ed anche un membro giovanile come il Dr. E. Pfeiffer, rivolse una energica preghiera, di essere fedeli aiutatori e protettori di Marie Steiner, una volta che egli non sarebbe più in vita. Ella a causa del compito a lei trasmesso sarebbe stata addirittura aggredita moltissimo; ma, così egli aggiunse in maniera consolante: «Essi si infrangeranno su di lei!». In modo particolare A. Steffen [il quale, appunto, tradirà il còmpito affidatogli] parlò prima del 1940 [ossia prima ch’egli iniziasse apertamente la vergognosa opera di diffamazione e di persecuzione nei confronti di Marie Steiner] parlò spesso ad amici come di un cçmpito lasciatogli in eredità (vedi Mitt. 52/1972). Arenson padre una volta, sentendo grande apprensione, obbiettò a Rudolf Steiner: «Ma, Dottore, lei porta i l Suo nome!». Rudolf Steiner rispose: «Il mio stesso nome non la proteggerà!».  

Non si può servire due diversi padroni, afferma il Vangelo, ossia non si può servire contemporaneamente la Verità e la menzogna, e per chiunque voglia seguire sinceramente lo Spirito è evidente che è alla Verità, che noi dobbiamo il massimo onore, la più elevata e profonda venerazione, e la più assoluta fedeltà. Quella venerazione che per Rudolf Steiner, sin dalle prime parole del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, GA-10, costituisce il «Sentiero della venerazione nei confronti della Verità e della Conoscenza», condizione essenziale, e imprescindibile, per chi voglia – veramente voglia, e non solo sentimentalmente desiderirealizzare asceticamente, ossia realmente, concretamente, e non  dialetticamente, non con vuote parole, lo Spirito.  

La dialettica – qualsiasi dialettica, sia essa materialista, o spiritualista, religiosa o esoterica, compresa, anzi soprattutto, la dialettica ‘antroposofica’ – è sempre menzogna, menzogna proveniente dall’Oscuro Signore, menzogna che illudendo appare e non è, perché dietro le vuote parole, che fingono – mentendo – un contenuto, quest’ultimo non è presente, e la sua assenza è la menzogna arimanica. Giovanni Colazza, un autentico Iniziato, un autentico Istruttore Spirituale, un fedele discepolo di Rudolf Steiner, affermava che ciò che, in realtà, ci separa dalla percezione del Mondo Spirituale è il muro di menzogna, che abbiamo davanti, che erigiamo noi stessi, di fronte al nostro sguardo interiore. Se lo abbattessimo, il Mondo Spirituale – afferma Giovanni Colazza si riverserebbe potentemente in noi. Ma è esattamente questo abbattimento del muro di menzogna ciò che noi, più di tutto, temiamo.

Massimo Scaligero, ne La Logica contro l’uomo, chiama questo elemento radicalmente ostacolatore rispetto alla diretta esperienza spirituale pavor metaphysicus, ossia la paura, il terrore di quell’elemento spirituale, che va oltre il fisico, oltre ciò che è meramente ‘naturale’, ossia parte di quella ‘natura’, da millenni dominata da quelle Deità Ostacolatrici, alle quali Massimo Scaligero dedica un intero capitolo della sua opera Dallo Yoga alla Rosacroce. L’affrontare questa paura – la paura di conoscere l’elemento spirituale puro, poggiante unicamente su se stesso, la cui conoscenza esige – assolutamente esige – che il discepolo abbandoni coraggiosamente ogni illusorio appoggio, perché, come insegna Massimo Scaligero, «Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi. Chi vuole reggersi, non ha capito», è la prova suprema, che il discepolo dell’Iniziazione deve – obbligatoriamente deve – affrontare alla Soglia del Mondo Spirituale, ove vigila il severo Guardiano della Soglia. La menzogna e la paura sono ciò che in noi, in tutti noi, respinge il Mondo Spirituale.

Il Buddhismo Mahâyâna chiama l’atto conoscitivo di supremo coraggio del Bodhisattva âśrayaparâvṛtti, ossia la ‘revulsione dei supporti’, il ‘rovesciamento dei supporti’, ossia la coraggiosa rinuncia a tutti quegli illusori appoggi che legano bramosamente l’essere umano ad una recalcitrante, addolorante, fatalmente deludente, irrealtà, della quale, in genere, solo dopo la morte egli ne vedrà, dolorosamente, il dissolvimento. Ma che il discepolo dell’Iniziazione può voler coraggiosamente dissolvere, dislegandosi dal suo infero, costringente, ipnotizzante, magnetismo.

Sono essenze e forze tra loro antagoniste, il coraggio e la paura. Così come sono essenze e forze reciprocamente antagoniste la Verità e la menzogna. Questo reciproco antagonismo tra coraggio e Verità da una parte, e menzogna e paura dall’altra, è la ragione profonda per la quale – come insegna il Vangelonon si possono servire due padroni. Ed è un profondo, cruciale, decisivo, insegnamento della Scienza dello Spirito – dell’eterna Scienza dello Spirito, che nell’Antroposofia ha avuto una delle sue espressioni – che la paura, oltre ad essere un deficit di volontà, è – consapevolmente o meno – una forma di avversione, o, comunque, genera od  è generata da avversione, e nel caso del pavor metaphysicus, della paura – o come la chiama il Buddha Śakyamuni nel Majjhima Nikaya – del ‘terrore-spavento’, è una forma di avversione, di odio nei confronti dello stesso Mondo Spirituale. Questo odio, questa avversione, che difficilmente l’essere umano confessa a se stesso, è ciò che edifica quel muro di menzogna che ci nasconde il Mondo Spirituale, che ci separa dal Mondo Spirituale. Rudolf Steiner, in opere scritte come Ein Weg zur Selbsterkenntnis des Menschen. In acht Meditationen, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso. In Otto meditazioni, GA-16, del 1912, e in Die Schwelle der geistigen Welt. Aphoristische Ausführungen, GA-17, del 1913, La Soglia del Mondo Spirituale. Considerazioni aforistiche, su questa palese, ma spesso inconsapevole, nascosta profondamente nell’incosciente, segreta identità tra paura-terrore e avversione-odio, è estremamente chiaro, ma in genere quelle son pagine non ricercate, non amate, non meditate da coloro che si definiscono ‘antroposofi’. La ragione profonda per la quale la quasi totalità di coloro che si definiscono ‘antroposofi’ evitano la pratica interiore, l’impegnarsi seriamente nella Concentrazione, nella Via del Pensiero, è tutta – proprio tutta e sola – nel ‘terrore-spavento’ di fronte alla travolgenza del Mondo Spirituale. A sua volta, questo ‘terrore-spavento’ genera – oltre all’inconscia avversione e al non confessato odio nei confronti del Mondo Spirituale, anche forte antipatia, acerba avversione, accanito e persistente odio nei confronti di chi cerca di consacrarsi alla più intensa pratica della Via del Pensiero, degli esercizi, e soprattutto della Concentrazione. Avversione che, abbastanza esplicitamente è stata rivolta, prima a Giovanni Colazza, e poi ancor di più nei confronti di Massimo Scaligero.

Il ‘terrore-spavento’, generato e, a sua volta generante avversione, la quale, sin troppo facilmente, sfocia nel ‘tradimento’. E, ancor vivo, Rudolf Steiner dovette sperimentare l’amarezza di questo ‘tradimento’ da parte di suoi discepoli. Voglio qui accennare – e, se sarà necessario e se ne presenterà l’occasione, forse un giorno vi ritornerò sopra più diffusamente – soltanto a due – tra altri – di questi ‘casi’ di ‘tradimento’. Uno portò al fallimento di un ‘tentativo’ riferito in una breve pubblicazione privata del Lascito di Rudolf Steiner, intitolata Ein durch Rudolf Steiner gegebener Zukunftsimpuls, und was zunächst geworden ist, Ansprache, gehalten in Berlin am 15. Dezember 1911Herausgegeben durch Marie Steiner, 1947, ovvero Un impulso dato da Rudolf Steiner e che cosa a tutta prima ne è divenuto. Allocuzione tenuta a Berlino il 15 dicembre 1911, edito da Marie Steiner, 1947. Questo ‘tentativo’ – secondo quanto ne riferì la stessa Marie Steiner – fu per l’esattezza il secondo che, per volontà del Mondo Spirituale, Rudolf Steiner doveva realizzare come quella che avrebbe dovuto manifestarsi come una ‘prova’ – nel senso iniziatico del termine – di ‘maturità’ dell’umanità da parte di alcune personalità che di essa se ne facevano coscienti ‘rappresentanti’ nei confronti dello stesso Mondo Spirituale.

Questo ‘tentativo’ aveva portato – per iniziativa e volontà del Mondo Spirituale – alla ‘Istituzione’ (Stiftung, fu il termine usato da Rudolf Steiner nel descriverlo), nel dicembre del 1911, di un ristrettissimo gruppo di persone ‘qualificate’, le quali avrebbero dovuto ‘lavorare’ sotto l’egida, l’ispirazione e la protezione di Christian Rosenkreutz. Questa, naturalmente, non è affatto una mia gratuita affermazione (il Cielo e i Numi me ne guardino!), ma dello stesso Rudolf Steiner. Le parole precise di Rudolf Steiner furono:

«Il primo punto che devo comunicarvi, è che sotto l’immediato protettorato di quell’individualità, che noi designiamo sotto con il nome ch’egli ebbe per due incarnazioni nel mondo esteriore, che sotto il protettorato di questa individualità, Christian Rosenkreutz, deve essere ‘istituita’, o portata in vita, quella che deve avere il nome provvisorio di ‘Gesellschaft für theosophische Art und Kunst’‘Società per il Metodo e l’Arte teosofica’. Questo nome non è definitivo, ma un nome definitivo verrà introdotto allorché la prima preparazione potrà essere realizzata per portare questo lavoro nel mondo».

Senza entrare in troppi particolari, ché ciò porterebbe il discorso ad essere troppo lungo e, in parte ci alllontanerebbe dallo scopo di queste note, dirò che fecero parte di questa ‘Stiftung’, di questa ‘Istituzione’, come ‘Curatrice’, l’allora Marie von Sivers, divenuta poi, Marie Steiner, per l’architettura, il Dr. Felix Peipers, per la musica, Adolf Arenson; per la pittura, Hermann Linde, come ‘Conservatrice’, Sophie Stinde,  come ‘Custode del Sigillo’, Alice Sprengel, e come ‘Segretario’, il Dr. Carl Unger. Fu proprio la ‘Sigillatrice’, la ‘Custode del Sigillo’, Alice Sprengel, a compiere un aperto, sfacciato, ‘tradimento’, sia sul piano umano che sul piano spirituale, le cui conseguenze, oggi, sarebbero difficili da valutare in tutta la loro portata. 

Nella sua foga di consumare sino in fondo il suo crimine spirituale, e a bere sino alla feccia il calice del suo sporco ‘tradimento’, la ‘Sigillatrice’ Alice Sprengel, non solo si scagliò violentemente contro Rudolf Steiner, che non aveva acconsentito a soddisfare le sue folli ambizioni, ma addirittura – tradendo tutti i suoi più sacri giuramenti – consegnò del materiale rituale riservato della Mystica Aeterna ai peggiori nemici, ai più mortali nemici, di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia. Ciò portò Rudolf Steiner ad introdurre alcuni mutamenti nelle invocazioni rituali per ‘proteggere’ la sostanza sacrale della Mystica Aeterna. I successivi ‘scivolamenti’ della Sprengel la condussero alle più che equivoche ‘esperienze’ e ‘sperimentazioni’ erotiche che ebbero luogo nella disinibita ‘Colonia’ sessuale del ‘libero amore’ a Monte Verità, nei pressi di Ascona, nel Ticino svizzero. I traditori dello Spirito finisco sempre a mescolare, in maniera pateticamente banale e piccolissimo-borghese, alla ricerca di una ‘via della potenza’, che soddisfi le brame del loro ego stratosferico, mediocri ambizioni personali, magia cerimoniale, e magia sessuale. Come, del resto, dimostrano – in varie parti d’Europa – alcune attuali sozze ‘profanazioni’ dei contenuti sacrali della Mystica Aeterna del Maestro dei Nuovi Tempi, mescolate ad un tantrismo d’accatto, a forme «sporche e deviate», come le definì decenni fa un Maestro dell’Arte Ermetica, di pratiche sessuali, spacciate in maniera menzognera per ‘alchimia’. Come scriveva il caro zio Arturo: Experto crede Ruperto!

Vi fu un terzo ‘tentativo’, una terza ‘prova’, voluta dal Mondo Spirituale, della ‘maturità’ spirituale dell’umanità, ‘prova’, che avrebbe dovuto essere superata attraverso alcuni ‘rappresentanti’ dell’umanità a ciò chiamati, ‘prova’, fallita la quale, il Mondo Spirituale avrebbe inviato – come necessario ‘correttivo’catastrofi, tragedie, e sempre più dure condizioni esteriori. Il Mondo Spirituale fa di regola – dicono Rudolf Steiner e Marie Steiner, e la cosa mi fu confermata personalmente da Massimo Scaligero in alcuni colloqui – tre successivi tentativi, ogni volta in tono minore, falliti i quali catastrofi e immani tragedie, causate dalla conclamata immaturità dell’umanità e dei suoi vocati ‘rappresentanti’ si rivelano inevitabili. Purtroppo, ciò è esattamente quanto è accaduto col non accoglimento da parte della Società Antroposofica Universale del ‘Convegno di Natale’ del 1923 – esattamente cento anni fa – del suo successivo ritiro della sostanza spirituale di esso da parte del Mondo Spirituale, della dilagante inadeguatezza di molti partecipanti della cosiddetta prima ‘Classe Esoterica’, e del successivo sfacciato tradimento, avvenuto nell’agosto del 1924, a Londra, ove vi fu chi, volutamente, scientemente, consegnò materiale riservato della suddetta Classe Esoterica a nemici dichiarati della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, al fine di paralizzarne totalmente l’efficacia operativa. Essendosi il presente articolo già troppo dilungato, son costretto a rimandare ad una successiva occasione la descrizione dettagliata di questo terzo tragico evento proditorio, che costrinse Rudolf Steiner, da una parte ad adottare misure spirituali ‘magiche’ per proteggere, per quanto possibile, il materiale donato, e a bloccare ogni ulteriore trasmissione di contenuti strettamente ‘esoterici’, rimanendo così la ‘Classe’ mutila di ulteriore ‘cibo spirituale’, essendone stato trasmesso appena un decimo di quello in origine previsto. Quel che poi accadde nella ‘Società’, dopo la sua dipartita, dette il colpo di grazia, all’Angelico Essere Vivente dell’Anthroposophia. Su questo tema – che a chi abbia sensibilità interiore, fa letteralmente sanguinare il cuore – ritorneremo, visto l’abbondante materiale documentario, che nei decenni sono riuscito a raccogliere, studiare, e soprattutto meditare. Ci vorrà molto inusuale coraggio per moti sedicenti ‘antroposofi’ nel voler conoscere, affrontare, con spirito di verità un sì doloroso tema, mentre per loro sarebbe molto più gradevole una comoda, deresponsabilizzante, volontaria ‘ignoranza’, che giustificherebbe ogni fiacca latitanza, diserzione, disimpegno, non solo rispetto ad un lottare per l’essere o il non essere dell’angelica Anthroposophia nel mondo, ma anche rispetto alla vita ed alla morte dell’essere umano, che Deità distruttrici vorrebbero deumanizzare, facendolo precipitare in un demoniaco stato subumano, come avvertì il Maestro dei Nuovi Tempi nell’ultima comunicazione, apparsa qualche giorno la sua dipartita, nelle Massime Antroposofiche.

Quindi, più che giustificati i dubbi e le iniziali esitazioni di Rudolf Steiner, circa l’accoglimento che avrebbe avuto il suo portare il messaggio della Scienza dello Spirito nel mondo.

Qualcosa di simile possiamo leggere in parole scritte da chi – coraggiosamente, temerariamente , tutto sacrificando, sino alle ultime ore del suo apparire terreno – volle salvare del nucleo aureo della donazione di Rudolf Steiner. Infatti leggiamo in Massimo Scaligero, La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero. Tilopa, Roma, s.d., ma 1967, Cap, I, Il problema a cui si sfugge, pp. 15-16.

«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente codifichi l’estraniamento al proprio principio.

Ciò che urge come mutamento nel pensare viene ostacolato proprio da coloro che oggi appaiono specialisti dell’indagine del processo pensante e della conoscenza. Il pensiero, perdendo la possibilità di accordarsi con la propria scaturigine, cessa di essere il motivo di un agire libero anche nel campo dell’indagine riguardante la propria attività.

Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata individualmente, in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».

Questo estremo, disperato, coraggio è oggi richiestoassolutamente richiesto – per affrontare la Via Assoluta. Ritornerò su questo tema. È una promessa sacra! 

PRIMAVERA (di M. Scaligero)

🌼

Il mio cuore palpita e brilla come una fiamma,

le mie membra spargono letizia,

la mia carne pare una rosa fiorita,

.

la mia vita oscura pare sciogliersi;

veggio con amore la luce del giorno,

e dico: passano le ore cantando!

.

O dolce primavera, io ti rivedo beato,

ti rivedo, con i tuoi begli occhi azzurrini

e, con il tuo scettro fiorito

.

e i tuoi uccelli che s’involano gorgheggiando

per i campi, e le foreste vergini;

ma con dolore penso: anche tu primavera morirai!

🌾

(22 marzo 1914 – La Pietra e la Folgore)

LA REALTA’ ASCETICA DI MASSIMO SCALIGERO (di D. Stranieri)

Massimo Scaligero a 20 anni

⚜️

Non sappiamo se il filosofo Massimo Scaligero (pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni) abbia mai visitato Sant’Agata del Bianco (RC). O se egli, intimo spiritualista, abbia mai intuito il soffio vitale della nostra montagna. Di certo, il padre e lo zio conoscevano bene il centro aspromontano, poiché vi erano nati e avevano vissuto nella residenza signorile di cui rimane ancora uno splendido portale in pietra, quasi rasente la piazza del paese.

 

Targa apposta a lato del portone

Targa apposta a lato del portone

Ma nella biografia di Scaligero (pseudonimo che assunse sul finire degli anni Venti) ricorre spesso la definizione di “oriundo calabrese”, poiché egli nacque a Veroli, poco distante da Frosinone, il 17 settembre 1906. Il padre Giuseppe, un uomo d’affari, era costretto a continui spostamenti, e cosí, per il giovane, la figura di riferimento divenne lo zio Pietro Sgabelloni (apprezzato giornalista de Il Giornale d’Italia) nella cui casa, a Roma, fu ben presto amorevolmente accolto.

 

 

 

 

Nel volume Dallo Yoga alla Rosacroce [Ed. Mediterranee, Roma, 2012] lo stesso filosofo ricorda come, a 12 anni, frequentasse affascinato lo studio dello zio: «Il sospetto che il succo ultimo delle ascesi orientali fosse risorto in Occidente, come potenza del tipico pensiero logico, affiorò in me sin da quando fanciullo potevo essere testimone di lunghe conversazioni sul sovrasensibile, sul magico, sull’occulto, nel­l’ambito familiare in cui vivevo presso mio zio, Pietro Sgabelloni, studioso di dottrine esoteriche, asceticamente adamantino come un “patriarca” Zen, umanista e poeta, a cui dovetti la mia prima formazione interiore. Mi era sufficiente ascoltare quei discorsi, senza capirvi molto, ma avendo la sensazione della grandiosità del loro contenuto dalla ricchezza di sentimento e d’immaginazione di cui erano capaci quei cercatori».

 

Massimo Scaligero a 20 anni

Massimo Scaligero a 20 anni

Anche Gabriele D’Annunzio era molto legato a Pietro Sgabelloni (basti pensare che ne Il Giornale d’Italia del 5 maggio 1938 è riportato un autografo con dedica del poeta “al costante ed animoso amico”). Ma non solo. Leggendo i versi del giovane Massimo, D’Annunzio affermò pubblicamente: «Ecco il futuro vate d’Italia».

 

«La ricca e qualitativa biblioteca di mio zio Pietro – annoterà il filosofo – era per me un mondo di magiche meraviglie …di volta in volta mi forniva lui i libri, secondo gradualità di contenuto in relazione alla mia età. Cosí ben presto sorse il mio contatto con Nietzsche, che divenne il mio autore preferito: Feuchtersleben e Ramacharaka rimanevano gli ispiratori della disciplina interiore, ma da Nietzsche attingevo una visione del mondo ed il senso del valore ultimo della cultura».

Julius Evola

Julius Evola

Nella primavera del 1930, Massimo conosce Julius Evola. Nel volume Testimonianze su Evola (E. Mediterranee, 1985). Gianfranco de Turris riporta le parole di Scaligero: «Bussai alla porta del penultimo piano di Corso Vittorio 197 e mi aprí un personaggio giovanile, alto, longilineo, indubbiamente piú annoso di me: il suo sguardo era tra buddhico e olimpico, il suo portamento calmissimo. Avendo súbito intuito il senso della mia visita, ossia nessuno scopo, Evola prontamente mi venne incontro con genuina simpatia, e questa simpatia fu la forza di connessione estradialettica ed estradottrinaria che mi congiunse a lui per anni.  …Immediatamente, ricordo, ci uní il tema della montagna e delle impressioni interiori dell’ascesa, del silenzio e della solitudine delle vette».

Negli anni, i seguaci di Scaligero evidenzieranno piú volte che in una prima fase egli sostenne gli aspetti positivi del fascismo, svolgendo la sua attività nel campo puramente culturale e spirituale (precisando, tra l’altro, che “è sempre stato poverissimo”).

Dopo la guerra, il filosofo non si occupò mai di politica (ricordiamo che fu anche imprigionato a Regina Coeli dalla Polizia Militare Alleata, alla fine del secondo conflitto mondiale, durante il quale, tuttavia, salvò la vita a degli ebrei). Inoltre, a chi lo minacciava di pubblicare i suoi scritti giovanili rispondeva: «Siete degli imbalsamatori».

Nel libro I Redenti, gli intellettuali che vissero due volte [Casa Editrice Corbaccio, 2005], Mirella Serri accenna a Massimo Scaligero come a uno dei protagonisti del dibattito antisemita che si svolse nel 1942 sul settimanale Roma fascista. Ma, proprio agli inizi degli anni ‘40 (dopo aver anche corretto il suo cognome all’anagrafe in Scabelloni), per Scaligero fu chiaro il senso della perenne ricerca spirituale, della cosiddetta via del pensiero. Difatti, in modo fulminante e grandioso, trovò nel libro La scienza occulta di Rudolf Steiner tutto ciò che aveva pensato e inseguito da sempre.

Da quel preciso momento (primi anni Quaranta), pur se afflitto dalla tubercolosi, egli intese la sua vita come una missione intellettuale improntata sulla lezione di Steiner (“Maestro di nuovi tempi”).

Nel 1950 divenne redattore capo della rivista East and West dell’IsMEO (oggi IsIAO) ed un anno piú tardi, dopo aver aderito alla Società Antroposofica, insieme a Giovanni Colazza (amato discepolo di Rudolf Steiner) definirà la creazione della “Prima classe della Scuola esoterica” in Italia.

 

Massimo Scaligero 3

Massimo Scaligero negli ultimi anni

Tra gli anni ‘60 e ‘80, il filosofo darà alle stampe decine di libri, affinerà la sua visione ascetica della realtà e sarà protagonista di lezioni ed incontri che richiameranno un consistente numero di seguaci. Il lavoro e la meditazione non gli consentiranno di spostarsi piú da Roma.

Eppure in questo pensatore segnato da una cosí profonda vocazione esoterica c’era sempre qualcuno che intuiva un nonsoché di ancestrale. Il fratello Carlo L. Sgabelloni, ad esempio ha sottolineato che non era una qualità secondaria della sua personalità “il saper vedere, sempre, l’aspetto comico della vita; qualità che gli veniva per “li rami” della famiglia paterna, fiorita in terra di Calabria” (precisamente a Sant’Agata del Bianco) [www.larchetipo.com/2000/dic00/testimonianze.htm].

E finanche il giorno prima di morire si narra che, in una trattoria, strinse commosso un giovane cameriere calabrese che lo aveva servito e, non avendo nulla da potergli regalare, gli donò l’unica cosa di cui era provvisto: un ombrello.

La mattina seguente fu trovato piegato tra i suoi adorati scritti. Era il 26 gennaio dell’anno 1980.

Domenico Stranieri

per gentile concessione de L’Archetipo https://www.larchetipo.com/2022/03/testimonianze/la-realta-ascetica-di-massimo-scaligero/

 

IL FIORE DI LUCE ( di Savitri )

⚜️

Ti attendo

mentre il pennello della mia anima 

dipinge il Tuo sguardo, la Tua carezza,

 il suono del Tuo cuore.

Nel chiarore della sera le ombre

 vorrebbero far muovere falsamente

le Tue labbra, ma io veglio.

Verrà il mattino per togliere

il panno che copre la tela

e stare con Te faccia a faccia.

Nel silenzio della notte d’angoscia, 

dalla stanchezza del tempo,

nel dolore del mio specchio

 attendo lo Spirito del quadro.

– Prima che io nascessi 

Signore tu mi conosci – 

a Te il dono di Me 

quando la Luce dell’Alba

la mia luce incontra.

Sorge dal cuore della terra

del Tuo sangue fertile,

 della Tua acqua intrisa,

il frutto sacro,

il Fiore di Luce

che dona ai mondi respiro

 e all’uomo vita vera.

⚜️

(Cena di Emmaus, dettaglio del volto di Cristo, 1606,  Caravaggio)

SUL BUONISMO E LA NOSTRA PREZIOSISSIMA PERSONALITA’ (di F. Giovi)

Pollo Super Pesante Rosso - Agro Re'

Raccogliere  attenzione e interesse per le Opere del Dottore e di Massimo: permettere loro di passare dalla testa al cuore, fare un minimo (almeno) di concentrazione o controllo del pensiero e mandare a quel paese le ‘notizie’ che alimentano la zona dell’anima che si nutre voracemente e a nostro danno di timori e incertezze.

Ecco che allora si potranno contemplare i fatti peggiori e persino il dolore con una serenità difficilmente alterabile. Perciò occorre una lunga preparazione ‘atletica’…

Qualora una persona comprendesse anche solo logicamente le indicazioni fondanti di una Scienza dello Spirito, possiederebbe un principio di un percorso interiore fattibile e sperimentabile, che proprio nella realtà della sua essenza non ha alcun punto di somiglianza o contatto con quanto gira nelle numerosissime sette che, per identità comune, sorgono come funghi, traendo una vita effimera dalla decomposizione di organismi morti.

In altre parole, la continuità tra “sacro” e “profano” non c’è, non esiste.

Il profano sono le chiacchiere, non importa se tratte da buona o cattiva fede: puoi chiacchierare sul tempo, sui fiori, sulle nubi e sull’antroposofia, e nulla cambia, né in te né fuori di te. Se all’opposto in seguito a una robusta disciplina da te stesso esercitata sulle forze dell’anima giungi alla soglia del silenzio, questa ‘elementare’ condizione cosa ha lasciato dietro di sé? Tutti i chiacchiericci del mondo e tutte le targhette identificative con cui i più adorano fregiarsi e magari sfregiarsi.

Il mondo così fisso come appare è già una illusione potente, ingannatrice, ma l’uomo sembra voler tessere ulteriori illusioni: accelerare la propria caduta. Egli è certamente strattonato da possenti nemici, ma è anche troppo comodo: si delega tutto – colpe ed errori – sempre ad altro-da-sé. Quanto è diverso l’uomo della Filosofia della Libertà, di fronte al quale il superuomo di Nietzsche e l’individuo assoluto di Evola sono come vagiti! Almeno la polizia zarista e alcuni anarchici, per opposte valutazioni, compresero qualcosa della ‘pericolosità’ di quel libro.

In tale senso anche l’antroposofia, quando essa appaia solo come riflessa in un truogolo di parole, può diventare soltanto un’illusione aggiunta o, se si preferisce, il manipolato mezzo per dare forma encomiabile al caos dell’anima: come è successo e sta succedendo in molte contrade depositarie di tracce di Spirito. Vi dico francamente: la stessa abusata definizione è alquanto stucchevole, impregnata di tante rovine e tradimenti: non io ma il Dottore si espresse in maniera tale da dire che avrebbe cambiato volentieri il termine, anche ogni giorno, se ciò fosse stato possibile in pratica.

 

Nel tempo si diventa sazi e stanchi di quello che si vede e si sente e si legge di un certo mondo che vuole definirsi antroposofico: costituito da fazioni e faziosità, eterni battibecchi, dissimulate lotte per giungere a inutili e ridicole posizioni di potere, sovente (questa è la novità contemporanea) persino digiune delle più elementari nozioni dei contenuti di base e soprattutto privo del sentimento del Sacro che non è un semplice sentimento: insomma una sorta di babelica caciara simil-politica da far sfigurare Montecitorio nelle sue peggiori giornate.

 

E, per rendere ripugnante tutto questo, l’imbellettatura dei poveri resti col surrogato adultero della bontà: il buonismo.

I cretini dissertanti di oggi sparirebbero impauriti davanti ai caratteri delle personalità di ieri: Lina Schwarz, l’ing. Gentilli, il dott. Colazza, Alfred Meebold (che era di casa), Maria Cassini ecc. Quelli ti fulminavano se osavi un nesso concettuale peregrino o una parola sbagliata, chi con una certa violenza (Meebold), chi con la severità del silenzio (Colazza). Scrivo di ciò non per esaltare il buon tempo antico ma perché sembra invalso, in questo mondo di apparenze, il giudizio sul carattere di questo o quello confondendolo con lo Spirito. L’operatore vero, liberandosi dall’identificazione alle proprie caratteristiche psico-fisiche, si serve di esse allo stesso modo come la capacità di vedere usa l’occhio.

A questo riguardo, quando lessi su “Dallo Yoga alla Rosacroce” il trattamento che Bonabitacola riservava ai visitatori, sorrisi di cuore.

Nel momento in cui incontrai la prima persona in cui fluiva copioso un nesso autentico con lo spirituale, costui mi trattò malissimo. Poi, ricomposte le penne e imbrigliato a malapena l’orgoglio, chiesi sempre più spesso il permesso di fargli visita: erano bastonate su tutto, inframmezzate da parole dure e occhiate di disprezzo. Venivo sistematicamente messo alla prova, e l’alternativa era la porta. Non sono un mite naturale: lo avrei strangolato… ma era anche Spirito che mi parlava attraverso la sua straordinaria spontaneità: ciò che la mia anima cercava nonostante me stesso.

Più lottavo per salvare i ‘miei valori’ più egli falciava senza pietà ogni mia certezza: fu uno dei più fertili periodi della mia vita. Senza carinerie e buone maniere. Sono necessari questi percorsi estremi? Probabilmente non lo sono, ma ci vorrà pure qualcosa che permetta di superare l’incantesimo della propria, preziosissima personalità che, a guardarla o sfiorarla, starnazza come un pollo, perennemente offesa da tutto ciò che le sembra diverso dal suo nulla.

 

Proprio in questa zona, fragile e incerta, prosperano le sette o i gruppi settari che, coccolando alcune morbidezze della personalità, ti fregano l’anima: le tecniche di plagio sono sempre le stesse: love bombing, brain washing ecc.

Il fine? Penosamente e banalmente universale: il piacere del dominio, il sesso e i soldi.

Qualcuno esagera per moltissimo tempo e, come D. S., va in galera. Altri fortunosamente la evitano perché l’umiliazione e la vergogna d’esser stati gabbati alla grande impedisce la denuncia (del resto, come osservava Ernst Jünger, v’è una oscura complicità tra vittima e carnefice).

Non mi scandalizza per nulla quello che suscita in altri turbamento. Le possibili ‘infiltrazioni’ avvengono in quel genere di gruppi cui accennavo nelle precedenti righe, ma la Scienza dello Spirito resta intangibile. Fortunatamente e purtroppo.

Tutti i possibili problemi si riassumono in un punto solo: l’uomo.

 

Non la rappresentazione generica o ideale di esso ma l’uomo concreto, cioè voi, io, i nostri amici e tutti gli altri. Non metto a caso alcuni aggettivi: tempo fa, indicando ad un lettore la palestra o il dojo come contributi alla soluzione di un problema, avevo scritto che l’adesione ad un corso era, di fatto, subordinata ad allenatori ovviamente esperti ma anche dotati di “serietà, dedizione e disciplina”, perché la differenza fondamentale tra il pessimo ed il migliore sta in chi possiede o meno tali qualità che non restano dentro ma determinano l’atmosfera morale e pratica dell’ambiente circostante.

Sono esperienze che tutti possono fare: si visiti una palestra piena di gente forte e un’altra di gente debole e svogliata e si osservi di quale stoffa sia l’allenatore responsabile della prima e della seconda. E magari è facile scoprire che il migliore è uno aspro e brontolone, mentre l’ambiente peggiore è diretto da un tipo buono come il krapfen alla crema (la stupidità di valutare l’estrinsecazione caratteriologica!).

Ciò vale anche per la Scienza dello Spirito: sono le qualità o potenze interiori che l’uomo concreto spende con essa a farla rivivere che contano: le vostre, le mie, ecc. La capacità di coerenza logica (checché ne dicano gli sciocchi, il pensiero è, dapprima, l’unico universale che accomuna gli uomini oltre ogni differenza personale: la lunghezza e larghezza misurata di un tavolo è la stessa per tutti: è la prima comunione possibile a portata di mano oltre ogni singola mònade sentimentale), di sincerità con se stessi (devozione alla verità), di fatica coraggiosamente sostenuta, di umiltà intellettuale e altro ancora sono le componenti dell’uomo “normalmente organizzato” cui il Dottore si rivolge nella Filosofia della Libertà.

 

Sembra complicato ma non lo è: ciò che appare manchevole può essere sviluppato se non si evita il lavoro e la fatica di pensare. «Solamente non bisogna far confusione fra l’“avere immagini mentali” e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare».

Per pensare occorre voler pensare. La concentrazione insegna il pensare voluto.

Si attiva il pensare voluto quando sia temporaneamente dominata la corrente istintiva che subordina ordinariamente il pensare. Le esperienze interiori conseguenti al riallineamento dell’organizzazione umana permettono la meditazione e la contemplazione che, se ripetute con costanza sino ad apici di intensità, portano lo sperimentatore dalla condizione della comprensione alla percezione dei contenuti ove questi si esprimono come realtà. La realtà della Scienza dello Spirito si situa là dove Pensiero e Vita coincidono.

La realtà dell’Insegnamento e dei suoi ispiratori esiste e si giustifica in quel mondo, vastissimo e complesso, che nella terminologia viene chiamato ‘eterico’, il cui carattere, per analogia con il sensibile, è confrontabile con le differenze esistenti tra un uomo vivo e cosciente e un cadavere.

Non c’è antroposofia o scienza dell’occulto o gnosi che non abiti in quel mondo, e tutto quello che non sia corretta emanazione (in pensieri, immagini e parole) di quel mondo è solo imitazione o impostura.

Dunque, come è sempre stato, i contenuti spirituali si difendono da soli. Potete esserne certi:  allora si continui a lavorare dando il meglio di sé, evocando i sentimenti più sacri di cui ci si sente capaci e fuori da questo sacrario spendersi a onorare i debiti che il mondo ci pone di continuo. Magari con qualche sorriso: che non guasta ma risana.

L’ARCHETIPO-MARZO 2024

Anno XXIX n. 3

Marzo 2024

In questo numero:

Massimo Scaligero – Segreti dello spazio e del tempo. La transitoria visione del mondo (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Segreti dello spazio e del tempo. La transitoria visione del mondo

Un altro testo essenziale di Massimo Scaligero, da riprendere e meditare nel corso del tempo, a varie riprese. Poiché il Pensiero vivo qui campeggia. Non c’è dunque bisogno si aggiungere altro, se non il consueto richiamo alla sottintesa []imprescindibile] necessità della pratica interiore – la concentrazione e la meditazione – secondo le indicazioni date dallo stesso Scaligero.

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Da Segreti dello spazio e del tempo, di Massimo Scaligero  (Tilopa, 1964)

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Chi può penetrare lo spazio, incontrare il fluire del tempo? Soltanto chi non s’illuda di liberarsi delle condizioni sensibili portandosi oltre uno spazio e un tempo ritenuti reali perché misurabili: la realtà del tempo e dello spazio essendo l’immisurabile. Che si attinge superando non determinate forme del misurare, bensì il misurare stesso, in quanto si sappia come e perché sorga: e che cosa voglia lo spirito col racchiudere nella misura la sostanza del suo eterno favolare. La cui verità soltanto giustifica il misurare: la transitoria visione di ciò che supernamente sono lo spazio e il tempo.

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pp. 7-9

1.

Il mondo è il mondo che appare, perché nell’apparire rimane ignoto. Preserva il suo silenzio, preserva la sua solitudine, con l’apparire. L’orgia dei fragori e dei tumulti del mondo è la barriera più sicura al segreto silenzio che è la veste della divinità del mondo. Tuttavia esso si nasconde, perché possa essere ritrovato. Si nasconde nel lasciar cogliere la sua veste spaziotemporale. La sua inafferrabilità è il suo farsi afferrare in termini di spazio e di tempo: che riguardano l’uomo, non il mondo. Nel lasciarsi assumere come appare, nel lasciarsi misurare e dialettizzare, il mondo di continuo ritorna nel suo segreto: come se l’astratto pensiero, la matematica e la fisica che lo interpretano, fossero di tale segreto la custodia che impedisce di penetrarlo. E’ il segreto del pensiero che pensa il mondo senza sapere di pensarlo: consacrando come vero del mondo ciò che il mondo non è, formando lo spazio e il tempo dal tessuto pensante con cui li pensa a lui esteriori e necessari: misurabili. La misura spazio-temporale è infatti quella che ogni volta cessa di valere per l’uomo che pensa, o sogna, o crea, o conosce il mistero della morte. Per lui la molteplicità diviene ciò che non è mai esistito come autonoma obiettività: ciò che non appare mai privo della interna continuità, e perciò non condizionata da misurazione: ogni misura essendovi contenuta e trascesa.

2.

Se il mondo non si presentasse nella veste della molteplicità, bensì uno ed essenziale, l’uomo non avrebbe bisogno di stabilire l’immediato rapporto tra ente ed ente, non sarebbe sollecitato a concepire connessioni di spazio e di tempo, perché in un unico punto avrebbe intero il mondo. Tale è l’aiuto del tempo e dello spazio: che l’uomo si accorga come nel concepirli già è sulla via di ritrovare il valore non-spaziale e non-temporale delle cose. Nel concepirli già li dissolve in idea, senza tuttavia saperlo: colloca le cose sensibili che ha innanzi a sé, in un àmbito ideale che non ha la forza di vedere come tale. Egli concepisce spazio e tempo non per giustificare la molteplicità, bensì per restituirla a sue sintesi profonde tessute dello spazio e del tempo che quella meramente riflette. In verità l’uomo che pensa, rappresentandosi il mondo nello spazio e nel tempo, già lo trae fuori di essi: infatti, tutto lo spazio che egli concepisce è nel suo pensiero, così come tutto il tempo che egli misura. Non ha bisogno di essere grande come lo spazio che concepisce, né di vivere tutto il tempo che evoca.

3.

Colui che pensa ha sempre il sentimento che la relazione vera tra gli enti fisici sia in altro grado che quello della mineralità in cui li incontra. Incontrati a questo livello, essi appaiono estranei l’uno all’altro, la loro singolarità essendo la loro reciproca opposizione. La relazione più profonda è soltanto presentita, non veduta, onde la relazione più immediata, quella veduta, tende a sostituirsi ad essa: la numerabilità. Soltanto l’incapacità a cogliere la relazione profonda degli enti esige il numerare come primo modo di superare la reciproca estraneità degli oggetti del mondo. E’ il modo esatto, come primo movimento verso la verità delle cose: rimanere nel quale è errore. La matematica e la fisica sono vere come mezzo per identificare nella sua negazione l’elemento vivente del mondo. Il mondo frantumato, molteplicizzato e rivestente la veste della frantumazione, ha nella matematica e nella fisica la sua immediata interpretazione. Ma, in quanto immediata, provvisoria. La numerazione è la temporanea forma di ricollegamento della molteplicità, non l’unità ritrovata. Quando la matematica e la fisica, vere sul loro piano e nella loro astratta funzione, vengono assunte come la verità, sono l’errore. La misurazione e la fenomenologia fisica di un oggetto non sono l’oggetto: anzi, ciò che l’oggetto nell’essenza non è. Anche quando l’arte del numerare si affina sino a divenire calcolo sublime, è sempre l’arte dei primitivi che dinanzi alle cose sanno soltanto contare e, vincolati alla interpretazione numerica del molteplice, non accedono alla sua realtà, ignorando le sintesi innumerali possibili al pensiero indipendente dai numeri. Numerare le cose, stabilire equivalenze, tradurre i processi fisici in termini matematici, significa muoversi nella eliminata vita delle cose e convertire in valori la loro morte: movimento del pensiero alienantesi della propria vita e costruente della propria morte l’esteriore relazione: logica, matematica, fisico-chimica. Proiettabile nella meccanicità.

 

Massimo Scaligero, Segreti dello spazio e del tempo (Tilopa, 1964)

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L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2024

Anno XXIX n. 2

Febbraio 2024