DEL MEDITARE ( di F. Giovi)

Il meditante, superato il periodo delle difficoltà più grossolane, inizia a sperimentare due mondi, anche quando ancora ne ha scarsa consapevolezza.
E non sono cose granché segrete: una rumoreggiante giornata nel mondo esteriore e ed una manciata di minuti, spero ripetuta, in un mondo opposto, silenzioso e inabituale.
Quest’ultimo sembra così poco famigliare che viene, anche per molto tempo, confuso con la navetta dell’esercizio: del resto, salvo casi eccezionali nella vita, il mondo interiore è irraggiungibile senza la disciplina interiore.
 Lo so che le teste dure lo negano, In realtà capiscono ben poco di ciò che essi stessi negano poiché è solo reazione contro tutto ciò che è fuori dal piccolo sé stesso (ir)razionalistico, quello che è sostenuto dal cieco furore dell’istinto: iudicium sine intellectu.
Ma ciò non riguarda il tema. Ed è estraneo al mondo interiore.
Il mondo esteriore, quello che appare solido, certo e compatto, quale lo percepiamo e l’intendiamo, è tutt’altro che reale, piuttosto è anima travolta, asfaltata.
La corporeità percepita è solo mediatrice sensoria: colori, suoni, temperatura, liscio e scabroso, durezza e morbidezza, odori, ecc. ci giungono attraverso le vie dei sensi, che hanno un rapporto con l’esteriore come il tubo in cui fluisce l’acqua che gli scorre dentro.
Chi o cosa percepisce tutto questo? La coscienza, che, per così dire, viene colpita passivamente o bombardata.
Il pensiero, i concetti, che fluiscono dall’Ignoto, organizzano (nell’uomo normale) tutto ciò che in forme definite e concluse ci appare come il mondo che conosciamo.
Sembra una burla ben riuscita: dall’esterno un quid che non conosciamo cosa sia in sé, dall’interno una attività a cui siamo ben poco presenti e che ignoriamo da dove venga.
E abbiamo il coraggio di chiamare questo duplice inconosciuto “il mondo che conosciamo”!
Semmai una cosa è certa: che l’incontro tra gli sconosciuti sembra avvenire nella nostra coscienza: da essi nasce la rappresentazione. Non è poi sbagliato affermare che il (nostro) mondo è rappresentazione. E’ un’affermazione che la negazione, la cancellazione che interviene nel sonno, conferma.
Anche da questo punto di vista si può avvertire quanto possa essere (per noi) eccezionale la produzione di una rappresentazione completamente  volontaria.
Formare una rappresentazione che non sia un prodotto passivo, intervenuto sulla scena della coscienza senza la nostra regia, è la prima azione vera che sia possibile all’uomo in quanto dotato da tutti gli elementi che dovrebbero comporlo. Tutto quello che discende dal già fatto, scusatemi tanto, ma in sede conoscitiva è essenzialmente una sciocchezza.
Nel nostro tentativo di entronauti, appena usciti dal porticciolo del fuori, avvertiamo quasi subito che non ci siamo infilati in un “cul de sac” ma che davanti a noi si apre un mare sempre più vasto: realtà stranissima: più limitiamo noi stessi, più lo spazio si dilata.
La coscienza, sempre piena di robe come un ripostiglio stipato, magicamente si svuota, si fa più chiara, illimpidisce. La cacofonia continua dei rumori svanisce nel silenzio.
Vi sono gradi di silenzio: il più elementare viene chiamato mentale ed è connesso con l’esercizio della rappresentazione voluta, ma quando l’immagine assume una speciale mobilità e autonomia voluta senza sforzo, essa ed il silenzio che l’avvolge dinamicamente sembrano svincolarsi e assumere una specie di potenza propria, anzi sono veste di una potenza libera da sedi particolari: di solito essa  viene condotto al cuore oppure può succedere l’eccezionale: che una luce trasmutatoria scenda dall’alto nell’anima e nel corpo.
Comunque, in entrambi i casi, che sono temporanei, l’essere cosciente può assaggiare (sperimentare) qualcosa dell’infinito vivente e avvertire cosa sia la liberazione nel flusso dello Spirito.
Liberata dall’anima personale, sciolta dallo spettro della illusoria corporeità, la coscienza avverte il sentimento della Libertà ed il sentimento della Vita. Essi irraggiano in tutto l’uomo (ben oltre quella che continuamente deduciamo come morto riflesso).
In un mondo che permane ma più chiaro, illimpidito, fattosi cristallo, è il primo alito di forza e di vita che possiamo sperimentare o, per usare i termini della tradizione religiosa occidentale, avvertiamo l’alito delle Virtù che emanano dal paradiso. Il loro “nulla” riempie tutto, le forme ed i vuoti tra le forme. Da tale nulla che illumina come un sole, il cuore si alimenta, si avverte che è ora il centro di ogni cosa.
Il contrappasso consiste, per la coscienza ed il suo sentire il vero, in una maggiore difficoltà ad indossare le vesti di scena sul palcoscenico del mondo ordinario che si avverte insufficiente e talvolta insussistente.
Ciò fu esperienza anche per giganti del pensiero a cui però il destino, tragicamente, non recò le giuste conoscenze di ascesi, e non evento raro, si rivelò per essi fatale.
Del resto, quale acqua di questa terra può dissetare, da quel momento, l’anima di chi riesce ad attingere anche a una sola goccia della rugiada dei Cieli?

L’ARCHETIPO-Maggio 2022

Anno XXVII n. 5

Maggio 2022

AMOR VERITATIS. PARTE QUINTA.

Le presenti considerazioni sono scritte a complemento – e in parte a chiarificazione – di quanto affermato nella parte quarta del presente studio circa la divulgazione sulla rete di internet delle registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero, nonché di vari suoi scritti sia stampati, sia autografi sotto la forma di diari o dattiloscritti. Ero partito dalla gentilezza di una mano amica, che mi aveva permesso di accedere ad una pagina, altrimenti per me inaccessibile, in quanto ʽbannatoʼ per aver reso note tutta una serie di azioni davvero poco laudabili, che si preferiva rimanessero ignote, di varie persone. Avevo in parte trascritto dalla pagina, che gentilmente la mano amica aveva messo a mia disposizione, quanto aveva scritto nellʼarticolo di apertura del numero di dicembre 2021 di una rivista romana, che afferma di richiamarsi al pensiero e allʼOpera di Massimo Scaligero, colui che per sdrammatizzare, umoristicamente scherzando, ho chiamato lʼInnominato, mettendo in evidenza nei miei commenti le discrepanze, le difformità, le incongruenze, le inesattezze presenti in quellʼarticolo di apertura della rivista romana, apparso alla fine dello scorso anno.

Ora, la stessa mano amica – che qui novellamente ringrazio di cuore – ha voluto mettere a mia disposizione un altro post, pubblicato sul medesimo notissimo social forum, lo scorso 5 aprile, dallo stesso personaggio, che – sempre umoristicamente scherzando – chiamerò lʼInnominabile. Lo chiamo così, non perché come lʼInnominato, egli non firmi i suoi scritti, bensì perché egli si firma sovente, qua e là, con una tale gran quantità di eteronimi, che dimostrano quanto sia feconda la sua fantasia: Apis, Ta-Merit, Unas, N.R. Ottaviano, Claudio Ottaviano, Eques a Floribus, Efesto, Sua Beatitudine +Tau Julianus, che è invero difficile scegliere tra questa pletora di pittoreschi eteronimi uno che gli si adatti pel discorso che qui deve essere intrapreso. Conciosiacosaché chi scrive ha optato per affibbiargliene uno lui, di sapore tutto sommato ʽneutroʼ, appunto quello di Innominabile per non confonderlo con lʼInnominato, col quale, del resto, egli vanta avere grande amicizia. Così egli potrà, in qualche modo, sentire aria di famiglia!

Anchʼegli, dunque, non si adonti dellʼeteronimo per lui scelto, perché – a ben pensarci – esso ben si conviene a chi, come lui, tra le sue molteplici dignificazioni e titoli – ierofantiche massoniche granmaestranze e patriarcali primazie – vanta anche il titolo martinista di Superiore Incognito – ovvero ʽsconosciuto’, il cui ʽnomeʼ, appunto, non è ʽcognitoʼ, quindi a fortiori ʽInnominabileʼ – e, come gli ricorderebbe la mia sapientissima amica Fang-pai, nobile Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, il Grande Lao-tsu, riferendosi allʼineffabile e innominabile carattere del Tao, afferma che: «Il Tao, di cui si può parlare, non è lʼeterno Tao, e il nome, che si può nominare, non è lʼeterno Nome».

Avviene che, nel suo post del 5 aprile, il nostro Innominabile decida di pronunciarsi, per la seconda volta, pubblicamente sul noto social forum, circa la questione che cʼinteressa, ossia: «In merito ad alcune registrazioni audio e ad alcuni scritti giovanili di Massimo Scaligero». Ora, in questo suo secondo post, anchʼegli fa tutta una serie di affermazioni che – perlomeno ad opinione di chi qui scrive – appaiono a dir poco inesatte, e risultando piuttosto discrepanti rispetto alla realtà, necessitano di correzione per ristabilire la verità, onde non venga da esse tratto in inganno il sincero, ma talvolta sprovveduto, ricercatore.

Egli, mettendoci pure una sorta di nota di personale sentimentale commozione al fin di apparire più suadente e credibile, così inizia lʼesposizione delle sue considerazioni:

«Sia in YouTube che in diversi altri siti del web (blog, pagine Facebook, gruppi Facebook etc.) sono presenti registrazioni audio relative a conferenze di Massimo Scaligero. Non entro nel merito dei motivi che hanno spinto alcuni amici a pubblicare queste cose e sono assolutamente certo della loro ottima fede e della bontà delle loro intenzioni: io stesso ho provato una grande emozione nel riascoltare la sua voce e immagino che lʼintento fosse quello di consentire, a coloro che non lo hanno conosciuto di persona, di entrare in maggior contatto personale con quel grandissimo Maestro spirituale che, per inciso, è stato anche il mio Maestro».

Emozione ostentata a parte, lʼInnominabile ci tiene moltissimo, per rendere convincente la sua narrazione, a far sapere, e lo ribadisce sempre di nuovo, ogni due per quattro, sul web, in vari social forum e in blog a lui collegati, che «quel grandissimo Maestro spirituale», ovverossia Massimo Scaligero, «per inciso, è stato anche il mio Maestro». Veramente a chi scrive non risulta affatto che Massimo Scaligero sia stato «per inciso, suo Maestro», anzi a chi scrive risulta con certezza chʼegli non lʼabbia maivisto,conosciuto, se non in foto dopo la sua dipartita. Del resto, – a parte la sua affabulante e immaginifica narrazione – egli non ne ha mai data nessuna prova. Questa sua conoscenza diretta, e, a suo dire, addirittura la ‘fabula’ di una sua – peraltro impossibile – quotidiana casalinga frequentazione, nei confronti di Massimo Scaligero, oramai viene messa fortemente in dubbio, quando non apertamente negata, anche da persone che per un tempo gli credevano, o perlomeno facevan le viste di credergli. Così come, del resto, egli non ha mai dato nessuna prova convincente di molte altre sue affermazioni, ossia di essere discendente di sangue del principe Leone Caetani di Sermoneta, idem del principe Raimondo di Sangro di San Severo, idem di Pasquale de Servis (di questʼultima discendenza, fossi in lui, io mi vanterei poco…), di essere il Capo dellʼOrdine Osirideo Egizio e quindi, come Gran Hierophante e Gran Maestro, legittimo successore nel medesimo di Giustiniano Lebano, e molte altre consimili divertenti amenità che – sempre per brevità – son costretto a trascurare, ma sulle quali, volendo, potrei a lungo annoiare il lettore. Ma, in fondo, queste immaginifiche pretese, a parte lo strappare un divertito sorriso, son cose di pochissima importanza, e di trascurabile incidenza. «Vanitas vanitatum, et omnia vanitas», come afferma la Scrittura. Per cui, transeamus…

Dopo questo preambolo, il nostro simpatico Innominabile, facendo una serie di considerazioni, ci tiene a precisare quanto segue:

«Tuttavia ritengo doveroso precisare alcune cose, peraltro recentemente ribadite (dicembre 2021) nella rivista Graal anche dallʼamico presidente della Fondazione Massimo Scaligero e propietario [sic, per proprietario] della casa editrice Tilopa che detiene tutti i diritti dʼautore sulle opere di Massimo».

In questa sua imprecisa ʽprecisazioneʼ, sono da rilevare alcune inesattezze. Anzitutto, io non credo – perlomeno a me non risulta, ma se mi dimostreranno il contrario, ne prenderò atto e farò volentieri pubblica ammenda, perché è alla Verità che noi dobbiamo sempre il massimo onore e la massima venerazione – che esista, nel preciso senso giuridico del termine, una ʽFondazione Massimo Scaligeroʼ. Esiste, certo, una Associazione Culturale “Fondazione Massimo Scaligero”, il che è una cosa, giuridicamente parlando, alquanto diversa, anche se il suo apparire con un cotal nome possa trarre in inganno, forse, i meno provveduti. Ed è pure inesatto dire che ʽlʼamico presidenteʼ di detta Associazione Culturale, ché solo tale essa è sino a prova contraria, nonché titolare della casa editrice Tilopa, detenga «tutti i diritti dʼautore sulle opere di Massimo», perché – come ho ampiamente dimostrato nella parte quarta del presente studio, e giova sempre ribadir la cosa ai volontari e non disinteressati ʽimmemoriʼ – che lʼInnominato detiene, ora, legalmente, i diritti dʼautore solo sulle opere che Massimo Scaligero stesso a suo tempo pubblicò, e sul materiale autografo dellʼepistolario, dei quaderni, o dei diari,  giunti effettivamente – non importa, qui, al momento, considerare come – effettivamente in suo possesso. Non su altro. Come già detto e ribadito, lettere, quaderni e diari, che Massimo Scaligero possa aver donato a qualcuno – per esempio a Marina Sagramora o al sottoscritto – sono possesso esclusivo di chi li abbia ricevuti, non di altri, e chi li abbia ricevuti può farne lecitamente lʼuso che crede più opportuno.

Dopodiché, il nostro immaginoso Innominabile si avventura temerariamente – e vedremo sùbito perché temerariamente – a darci una descrizione delle riunioni nelle quali Massimo Scaligero, rispondeva alle domande scritte, che gli erano poste:

«La storia di tali registrazioni è la seguente: Massimo svolgeva alcune incontri settimanali in via Barrili 12, a Monteverde Vecchio, in un locale messo a disposizione dalla cugina Bianca Maria Scabelloni e dal marito di lei, Romolo Benvenuti. Tali riunioni NON erano pubbliche: vi partecipavano discepoli di Massimo Scaligero o loro amici previa autorizzazione di Massimo stesso. Se si voleva portare qualcuno bisognava prima avvertire Massimo che comunque in genere dava sempre il suo assenso chiedendo però agli accompagnatori di garantire sulla riservatezza degli amici che essi invitavano alle riunioni. Durante tali riunioni Scaligero rispondeva a delle domande scritte formulate a penna su foglietti di carta dai partecipanti alla riunione e disposti su un tavolo. Massimo sceglieva due o tre di questi foglietti, li apriva, leggeva le domande ad alta voce e formulava le risposte, scegliendo con estrema accuratezza le parole da usare. Alla fine della riunione veniva effettuato un esercizio di concentrazione comune, quindi Massimo salutava tutti i presenti a uno ad uno, stringendo loro la mano e usciva dalla sala. In alcune occasioni era presente sul tavolo, dietro al quale Massimo parlava, un registratore magnetico (siamo negli anni ʽ70 dello scorso secolo) collegato ad un microfono».

Anche in questa fantasiosa descrizione vi sono numerose inesattezze. Il locale dove si svolgevano le riunioni non era stato affatto «messo a disposizione da Bianca Maria Scabelloni e dal marito di lei, Romolo Benvenuti», perché era un appartamento che apparteneva ad Amleto Scabelloni, cugino di Massimo Scaligero, e che abitava altrove, appartamento nel quale vi era, tra l’altro, lʼufficio legale di Avvocato di Marianna Scabelloni, sorella di Amleto e Bianca Maria Scabelloni, come annunciava la targa in ottone, che per legge era in bella vista sulla porta del locale. Dello svolgimento della riunione, tenuta da Massimo Scaligero, poi, il nostro fantasioso Innominabile ha dato, in tempi diversi, versioni diverse, tra loro contraddittorie, alcune delle quali davvero inverosimili. Avendole il sottoscritto, in quanto testimone oculare diretto, via via sempre smentite, ed avendo la descrizione, che il sottoscritto ne faceva, ricevuto pubblica conferma anche da altri partecipanti a quelle riunioni, lʼInnominabile ha fatto, in corso d’opera, varie correzioni di rotta nella loro descrizione, inventando particolari sempre nuovi e diversi, ma sempre altrettanto fantasiosi. In realtà, Massimo Scaligero leggeva sempre tutti i biglietti – non solo due o tre, come egli afferma – con le domande e poi cercava di rispondere a tutte, non solo a due o tre. Non corrisponde affatto a verità – ossia è assolutamente falso – che, come l’Innominabile afferma, «In alcune occasioni era presente sul tavolo, dietro al quale Massimo parlava, un registratore magnetico (siamo negli anni ʽ70 dello scorso secolo) collegato ad un microfono». Il registratore – un grosso magnetofono Geloso gestito dalla mia cara amica M., che tuttora conserva tutte le registrazioni originali delle riuioni e può testimoniare in proposito – non era affatto sul tavolo, davanti a Massimo Scaligero, bensì era nello stanzino (un piccolo bagno) adiacente alla stanza ove Massimo Scaligero teneva la riunione, e venivano registrate tutteproprio tuttele riunioni, non solo «in alcune occasioni». Come non corrisponde affatto a verità – ossia è assolutamente falso – che «Alla fine della riunione veniva effettuato un esercizio di concentrazione comune», infatti dallʼascolto delle stesse registrazioni si sente chiaramente come le persone presenti, appena Massimo Scaligero aveva finito di pronunciare lʼultima frase, si alzassero sùbito rumorosamente e ripiegassero le sedie di legno, sulle quali prima sedevano, appoggiandole lungo i muri della stanza. Del resto, che le cose avvenissero proprio in questa maniera lo hanno testimoniato in passato, e possono benissimo testimoniarlo ancor oggi, varie persone che a quelle riunioni parteciparono, ad alcune delle quali chi qui scrive non è affatto simpatico, eppure a suo tempo esse vollero confermare pubblicamente, malgrado l’antipatia provata, la descrizione che, già anni fa, chi scrive ne aveva fatta. Mi sembra che quanto sin qui detto dimostri chiaramente – una volta di più – come il nostro facondo affabulatore, in realtà non abbia mai partecipato a nessuna di quelle riunioni bisettimanali, così come non ha mai, del resto, conosciuto o incontrato di persona Massimo Scaligero.

A questo punto il nostro bravo Innominabile prosegue con alcune avventate affermazioni, che sono rigorosamente una fiaba, ossia del tutto gratuite, ovvero false, del tipo:

«Infatti alcuni zelanti amici avevano chiesto a Massimo se le sue parole potessero essere registrate a beneficio di quegli amici che, per motivi di forza maggiore, non potevano essere presenti alle riunioni. Massimo diede il proprio assenso ma a due condizioni:

  1. che tali registrazioni fossero messe a disposizione UNICAMENTE degli amici (così Scaligero definiva i suoi discepoli) che non avevano potuto partecipare allʼincontro.
  2. che IN NESSUN CASO tali registrazioni venissero trasmesse a radio, televisioni o giornali.

Appare dunque piuttosto evidente, utilizzando quella che Rudolf Steiner definiva “una sana logica”, che Scaligero non avrebbe certamente gradito che tali registrazioni venissero pubblicate nel Web e liberamente fruibili da tutti decontestualizzando le sue risposte da affermazioni precedenti e spesso incomplete perché la registrazione si interrompe e mancano le conclusioni successive o le premesse enunciate da Massimo dopo e prima di quanto è udibile nella registrazione».

Non è vero che «alcuni zelanti amici avevano chiesto a Massimo se le sue parole potessero essere registrate a beneficio di quegli amici che, per motivi di forza maggiore, non potevano essere presenti alle riunioni». Costoro – non sto, naturalmente, parlando della mia amica M. – per registrare le riunioni, non chiesero nessun permesso: con grande scorrettezza, lo fecero e basta. Come non è affatto vero che, una volta richiesto, «Massimo diede il proprio assenso». Egli era contrario alla cosa, ma quando – praticamente negli ultimi anni – ne venne a conoscenza, lasciò, a malincuore, che venisse fatto come costoro volevano, anche perché essi avrebbero comunque continuato a farlo. Del resto, molte di quelle improvvisate, talvolta imperfette, registrazioni – non quelle più professionali, gestite da M. – già giravano in varie parti dʼItalia e anche fuori Italia, né vi era oramai più modo di impedirlo, ed esse erano finite persino anche in mani di persone che non seguivano affatto la Scienza dello Spirito, come potei constatare personalmente. Inoltre, non è affatto vero che tali registrazioni «decontestualizzassero le sue risposte da affermazioni precedenti e spesso incomplete, perché la registrazione si interrompe e mancano le conclusioni successive o le premesse enunciate da Massimo dopo e prima di quanto è udibile nella registrazione», poiché al contrario tutte le registrazioni che ho avuto modo di ascoltare – e sono moltissime – sono assolutamente complete e perfettamente udibili, nella loro integralità, dallʼinizio alla fine, come completo ed esaustivo è in esse sempre il discorso che Massimo Scaligero faceva. Lasciamo perdere, poi, le stanche e stantie elucubrazioni dialettiche – fatte di vuoto e di scontata routine verbale – a proposito della necessità del lavoro interiore per intendere i libri scritti di Massimo Scaligero, cosa che fa unʼimpressione discretamente comica, visto che lʼInnominabile, nei suoi libri e in scritti on-line, fa un gran minestrone, o una macedonia, di esercizi dalla provenienza più varia, rivisti e corretti da lui, yoghici, tantrici, kabbalistici, celtico-germanici, e persino discutibili esercizi che Julius Evola – che fu sempre un malevolo avversario dell’Antroposofia, e di Rudolf Steiner, che calunniò e derise nelle sue opere, così come in un punto de Il cammino del cinabro derise l’Opera di Massimo Scaligero – in UR aveva pubblicato sotto lo pseudonimo di Arvo (che lʼInnominabile, malgrado ogni prova filologica contraria, si ostina ancor oggi ad affermare beatamente essere il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina Sonnino de Renzis). Abbiamo trovato – e debitamente salvato e protocollato – persino tutta una serie di esercizi di invenzione dell’Innominabile, tra i quali anche alcuni alquanto problematici esercizi respiratori, che lo stesso Innominabile, anni fa, prescrisse, scrivendo col suo pseudonimo di Ta-Merit nella zona riservata di un blog di un gruppo massonico di frangia, sedicente ʽegizioʼ,  prima di esserne allontanato e ritualmente ʽbruciato tra le colonneʼ, almeno stando a quel che mi comunicò per iscritto uno dei suoi partecipanti.

Nella questione delle registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero, le cose sono andate un poʼ come nel caso dei cicli di conferenze di Rudolf Steiner, il quale avrebbe preferito, e lo scrisse apertamente, che circolassero solo i suoi libri scritti, ma che dovette arrendersi al fatto che, contro la sua volontà, andassero a giro trascrizioni imperfette, incomplete e piene di errori, fatte da discepoli che spesso erano sì persone di buona volontà, ma poco abili e poco accorte, trascrizioni che, per ingenuità e poca vigilanza, non di rado finivano prima nelle mani di avversari della Scienza dello Spirito, che in quelle di suoi seguaci. Fu giusto, allora, che con competente professionalità, della cosa si occupasse Marie von Sivers, divenuta poi nel 1915 Marie Steiner, così come è stato giusto che le registrazioni di Massimo Scaligero venissero fatte con altrettanta competente professionalità dalla mia amica M., una delle sue più fedeli discepole, che sulla cosa mi ha ampiamente più volte ragguagliato. 

A questo punto, bisogna dire che fa proprio una impressione davvero piuttosto curiosa il fatto che sia proprio lʼInnominabile a farsi rigorista paladino dei diritti legali – ripeto, legali – dellʼInnominato, chʼegli dichiara a gran voce essere suo grande amico, mentre appare esser egli stesso niente affatto rigoroso, anzi alquanto inesatto, errato, per non dire falso e fuorviante, nel suo affermare che:

«Alcuni amici, con i quali ho discusso di tali argomenti, mi hanno fatto notare che “i tempi sono cambiati” ma le modalità di trasmissione degli insegnamenti spirituali non sono mai soggette a cambiamenti e in assenza di Massimo e delle due persone (ormai scomparse da molti anni) che egli aveva disegnato [sic, proprio così scrive: disegnato, in luogo di designato] in qualche modo come suoi successori, ovvero Bianca Maria Scabelloni e Alfredo Rubino, NESSUNO può arrogarsi il diritto di parlare in suo nome, dunque credo che sarebbe opportuno rispettare la sua volontà che è quella che ho esposto sopra e che è stata rammentata, come ho in precedenza spiegato, da chi detiene i diritti dʼautore sullʼopera di Scaligero».

In effetti, dopo la dipartita di Massimo Scaligero, i tempi sono sì cambiati, certamente, ma in molto peggio. Vi è stato chi – a Roma, ma anche altrove – si è diligentemente impegnato a demolire – pedetemptim, ʽun passetto per voltaʼ, detto alla latina – lʼOpera di Massimo Scaligero, e persino la sua figura umana e spirituale. E i risultati di una cotale mala opera, a chi voglia esser ben sveglio, sono sin troppo visibili ed eloquenti. Che Massimo Scaligero fosse ben cosciente di ciò, e che – a parte pochissime eccezioni – non si facesse illusione alcuna circa la tenuta del milieu ʽscaligeropolitanoʼ romano, è dimostrato da quel che egli una volta personalmente a me disse: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», così come pure disse a diversi di noi : «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, qua a Roma sarà tutto finito!». Ogni volta fu, per me, un tuffo al cuore. Comunque, non è affatto vero, ossia è falso, che Massimo Scaligero abbia designato (e non disegnato, come scrive in maniera buffa e dislessica lʼInnominabile) alcune persone «come suoi successori». Egli, volutamente, non lo fece, per il semplice fatto che nessuno, a Roma o altrove, ne sarebbe stato allʼaltezza. Nessuno, dopo di lui, avrebbe potuto essere indicato come Maestro nel senso iniziatico più forte del termine. Indicò soltanto – spiegherò sùbito come – Alfredo Rubino, forse il suo più fedele discepolo, come punto di riferimento, come orientatore, per le riunioni romane. E solo lui egli indicò come orientatore, e nessun altro.

Massimo Scaligero aveva redatto un testamento – che poi ʽqualcunoʼ ha fatto tempestivamente sparire – di quelle che erano le sue ultime volontà, che avrebbero dovuto essere rispettate nella maniera più esatta e diligente. Tale testamento, Massimo Scaligero lo lesse nel suo studio romano, in Via Cadolini 7, in presenza di quattro persone, Marina Sagramora, Alfredo Rubino, sua cugina lʼAvv. Marianna Scabelloni, e Francesca Pellicciari, cognata di Peppino Federici, discepolo di Giovanni Colazza, e amico personale di Marie Steiner. Tutte persone da me ben conosciute e mie amiche, le quali, da me interrogate, mi hanno confermato il contenuto esplicito delle sue ultime volontà, espresse nel testamento. Fondamentali erano due punti: primo, Massimo Scaligero stabilì che dopo la propria morte i diritti di autore delle sue opere sarebbero dovuti spettare a sua moglie Concetta Olivieri – detta Tina – e dopo la di lei dipartita, sarebbero dovuti passare integralmente a Marina Sagramora; secondo, egli indicava il suo fedele discepolo ed amico Alfredo Rubinoe nessun altro – come orientatore e punto di riferimento per il regolare svolgimento delle riunioni a Roma, e quantʼaltro fosse relativo alla ʽViaʼ. Alfredo Rubino, discepolo praticante molto avanzato e uomo leale, integro, equilibrato, era senzʼaltro la scelta migliore che Massimo Scaligero potesse fare, come orientatore dopo la propria dipartita, et pour cause.

La volontà di Massimo Scaligero, volontà la cui esistenza mi è stata apertamente testimoniata, in maniera assolutamente concorde, da coloro che avevano ascoltato dalla sua stessa voce quanto era contenuto nel testamento, non fu per nulla rispettata. La notte tra il 25 e il 26 gennaio 1980, ossia la notte stessa della dipartita di Massimo Scaligero, ʽqualcunoʼ penetrò nello studio di Via Cadolini, cambiò il cilindro della serratura, compiendo chiaramente un  atto illegale, in quanto lo studio era intestato a Marina Sagramora, e il nome di lei era chiaramente scritto sulla porta. Alle 07.00 del mattino del 26 gennaio, Marina Sagramora si precipitò in Via Cadolini, ma la sua chiave non poté entrare nella serratura, il cui cilindro era stato ʽtempestivamenteʼ, e ʽopportunamenteʼ, sostituito. Chi fu a compiere questa effrazione? Mistero! O forse no. Dallo studio di Via Cadolini sparirono sùbito molte cose e molti documenti, tra questi anche il testamento, che testimoniava le ultime volontà di Massimo Scaligero. Chi fu ad impadronirsi e a far sparire il testamento di Massimo Scaligero? Mistero! O forse no. Nei giorni successivi furono asportate anche molte altre cose, anche cose appartenenti a Marina Sagramora. Tutto ciò dimostra, a mio modo di vedere, lʼesistenza di un sommo cinico disprezzo per la volontà e la persona stessa di Massimo Scaligero.

Naturalmente, una azione del genere non può essere stata eseguita in maniera improvvisata, né tampoco essere frutto della decisione estemporanea di unʼunica persona. Con ogni evidenza, una cotal mala intrapresa era stata occultamente decisa, pianificata, preparata sin nei particolari, già da molto tempo, ovvero – giusto per essere assolutamente chiari – se ʽqualcunoʼ compì lʼeffrazione notturna, costui lo fece, con ogni certezza, unicamente su sollecitazione e ed esplicita richiesta di ʽqualcun altroʼ, il quale, dal suo punto di vista, deve aver visto la ʽassoluta necessitàʼ di un atto così anomalo per realizzare un ʽfineʼ ben preciso. Ovviamente, dal punto di vista di questo ʽqualcun altroʼ,  si trattava di un ʽaltoʼ, ʽnobileʼ, e ʽirrinunciabile fineʼ. E, sicuramente, questo ʽqualcun altroʼ, oltre che avere il potere di decidere una azione effrattiva così estrema ed anomala, doveva pure avere ben il potere di saper giustificare dialetticamente una cotale azione, nonché esporre in maniera convincente unʼazione del genere a ʽqualcunoʼ, ossia a colui che avrebbe dovuto eseguirla, persuadendolo e coinvolgendolo in maniera emotiva. Chi saranno stati questo ʽqualcunoʼ e questo ʽqualcun altroʼ? Mistero! O, ancora una volta, forse no

La ʽfilosofiaʼ – ma forse dovrei dire la ʽdogmatica ideologiaʼ – che sta dietro ad una simile infame e perversa azione, dietro a questo genere di azioni, è sempre la medesima, ossia che «il fine giustifica i mezzi». E, di nuovo deve venir ripetuto, con un banale copia-incolla – rursum repetita iuvant – di quanto già scritto nella parte quarta del presente studio, ossia che come dicevano, in tempi lontani, in Cina, Maestri del Tao come Lao-tzu e Lü-tzu, e come riaffermano, in tempi più recenti, Massimo Scaligero, e, di nuovo, la mia amica Fang-pai, ella pure, nobile Figlia del Celeste Impero, nonché sapiente Maestra del Dharma: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto». Il lettore potrà sincerarsi di cosa pensasse Massimo Scaligero di un così disinvolto e spregiudicato (spregiudicato in senso morale, non in senso conoscitivo, sia ben chiaro), leggendo e meditando quanto egli scrisse a tal proposito nel libro Reincarnazione e Karma, in una citazione riportata nella parte quarta del presente studio.

Quanto sin qui esposto mostra ad usura quanto possano valere – perlomeno da un punto di vista morale e spirituale – le peregrine considerazioni legalitarie del nostro Innominabile. Allʼesposizione sul noto social forum delle suddette sue considerazioni, è seguita poi tutta una serie di commenti, che dibattevano tesi contrapposte, talvolta nella polemica scadenti alquanto di livello. Ma, tra i vari commenti, uno vale la pena di essere riportato, quello di Shanti Di Lieto Uchiyama, per le riflessioni equilibrate che fa, commento nel quale metterò in evidenza alcuni passaggi:

«Se non ricordo male, mi risulta che la Rivista Graal su cui è scritto in merito alle registrazioni in questione, sia nata proprio per pubblicare (e poi vendere, nemmeno a buon mercato, anche se capisco i costi editoriali) il contenuto di tali registrazioni del Seminario Solare, trascritto dalla redazione della stessa e dai suoi collaboratori. Quindi il contenuto di tali seminari è stato reso pubblico (a pagamento) e senza che i lettori potessero ascoltare la voce di Massimo Scaligero, che tocca nel profondo anche noi che non lʼabbiamo conosciuto di persona. Il dono di ritrovare i contenuti già letti e resi pubblici, con lʼaggiunta preziosa dellʼascolto della voce del Maestro, è di sicuro qualcosa di straordinario. Comunque sono decenni che tali registrazioni sono state fatte ascoltare a migliaia di persone presso la sede di via Pindemonte. Molti di coloro che vi sono andati non erano discepoli di Massimo e molti non hanno nemmeno mai seguito la via da lui indicata né lʼantroposofia. Alcuni che ho conosciuto avevano idee e percorsi ben diversi ma affermavano di trarne un gran beneficio e di attendere con trepidazione quegli ascolti quindicinali del Sabato. Di conseguenza chiudere il recinto decenni dopo che i buoi sono scappati mi sembra cosa ardua.

Per quanto riguarda gli scritti giovanili, lettere e corrispondenza sotto forma di diari, quando si è consapevoli che si trattava di un Massimo Scaligero che ancora doveva fare un percorso, si possono leggere con enorme gratitudine ugualmente. Infatti vi si trova già, seppur non ancora del tutto sbocciato, il fiore aureo della sua grandezza. Sono un dono incommensurabile anche quelli e nulla tolgono, a mio avviso, all’opera del Maestro nel suo insieme né alla diffusione della stessa».

Una sola osservazione – una semplice precisazione cronologica – vorrei fare a quanto ha scritto Shanti Di Lieto Uchiyama. Le agende sulle quali Massimo Scaligero scriveva, a moʼ di diario, i suoi pensieri, le sue riflessioni, i contenuti di sue meditazioni e della sua ascesi, erano vecchie agende, chʼegli usava come quaderni per la sua scrittura, in quanto erano fatti di carta di alta qualità, che anche dopo decenni conservavano tale buona qualità. Le date delle pagine di quelle agende, in realtà, non corrispondono alla cronologia effettiva della scrittura di Massimo Scaligero. Ciò lo si evince facilmente da due fatti. In ciò che scrive nel Diario, che Marina Sagramora va pubblicando una volta al mese sulla rivista LʼArchetipo, ed un’altra persona quotidianamente sul noto social forum in questione, Massimo Scaligero aveva già chiaramente abbandonato, da diversi anni, le tradizionalistiche posizioni a-cristiane di René Guénon e quelle anti-cristiane di Julius Evola, e manifesta una bhakti, anzi una parabhakti, per dirla con Swami Vivekananda, ossia una ʽsuprema devozioneʼ, nel senso più elevato e cosciente del termine, di tipo apertamente ʽcristicoʼ e ʽrosicrucianoʼ. Inoltre – e qui posso portare a testimonianza personale la mia diretta esperienza – Romolo Benvenuti, che possedeva il suddetto Diario, avendolo egli ereditato dal suo Autore con tanto di dedica, volle negli anni novanta dello scorso secolo ed anche in séguito, in relazione a particolari eventi della mia vita, e come ausilio per la mia ascesi, dettarmi alcune parti del Diario, mentre molte altre mi furono fatte copiare. Ora in una di quelle pagine – una pagina non ancora pubblicata,  ma che, appunto, Romolo Benvenuti volle farmi copiare – Massimo Scaligero appose la data del 27 marzo 1944, quindi ben sette anni dopo il 1937, anno di pubblicazione dellʼagenda, in un periodo nel quale egli già da anni era discepolo di Giovanni Colazza, e in una età già matura, non più proprio ʽgiovanileʼ, come invece affermano in maniera interessata sia lʼInnominato che lʼInnominabile. Questo smentisce platelamente quanto affermato sia dall’Innominato, che dall’Innominabile, suo ʽamicoʼ.  

In un suo successivo commento, Shanti Di Lieto Uchiyama porta una autorevole conferma, da nessuno sinora smentita, al fatto che il testamento di Massimo Scaligero sia effettivamente esistito e che poi – a mio modo di vedere – ʽprovvidenzialmenteʼ e ʽopportunamenteʼ sia stato fatto sparire. Infatti, ella scrive:

«Del resto il testamento di Massimo che Romolo aveva visto non fu trovato alla morte di Massimo, è andato perduto misteriosamente». 

In effetti, un poʼ troppo misteriosamente è andata perduta una cosa così sacra e importante come il testamento di Massimo Scaligero. Di sicuro, una cosa così sacra avrebbe dovuto essere custodita devotamente con ogni diligenza. Magari, sino a quella notte ben custodita lo era stata pure. Ora, non è che un documento come quello abbia le gambe, e vada a giro da solo, di notte, e sparisca, ʽmisteriosamenteʼ, di sua personale iniziativa. La sparizione di un documento come quello, che di propria iniziativa non saprebbe proprio dove andare, va in qualche modo ʽaiutataʼ, ʽmisteriosamente aiutataʼ. Forse, un tale testamento disturbava le mire e i piani di ʽqualcunoʼ, e quindi era opportuno e bene che non se ne trovasse più traccia, se non nella memoria fedele delle persone alle quali lo stesso Massimo Scaligero lo aveva mostrato e letto? Mistero! O, forse, anche no. E quel ʽqualcunoʼ che ha ʽaiutatoʼ il testamento a scomparire ʽmisteriosissimamenteʼ, e quel ʽqualcun altroʼ che ha ispirato, voluto, progettato, e pianificato una sì provvidenziale, e invero tempestiva, ʽmisteriosaʼ sparizione, chi mai saranno? Ancora ʽmisteroʼ! Non si sa! O, forse, anche sì! 

Il nostro simpatico, e decisamente molto estroso, Innominabile, che dichiara di essere rigorosamente ligio ad una espressa ʽvolontàʼ di Massimo Scaligero – sempre che diamo credito allʼinverificabile dire dellʼInnominato, suo amico, nel citato articolo sulla rivista romana – per la qual cosa egli è, a parole, molto critico circa il veicolare delicati ed intimi contenuti spirituali in «condotti inappropriati», come quelli della moderna tecnologia digitale, radiotelevisiva, e cinematografica, che «potrebbero intorbidare anche lʼacqua più limpida», come afferma lʼInnominato. Come già rilevato nella precedente quarta parte del presente studio, chi scrive potrebbe – il condizionale è dʼobbligo – forse, anche essere, in linea di principio, parzialmente dʼaccordo. Certo che il suo agire non mostra gran coerenza con questo assunto, anzi si direbbe che lʼInnominabile, con grande contraddittoria discrepanza, ʽami predicar molto bene, e razzolare assai maleʼ, il che non manca di farci alquanto ʽperplimereʼ.

Andando a percorrere la telematica rete, capita frequentemente di trovare, postate dellʼInnominabile, citazioni dalle opere di Rudolf Steiner, e da quelle di Massimo Scaligero, ambedue queste sì a fortiori pubblicate fuori contesto – fuori da ogni contesto – messe alla portata del primo curioso che vada a ʽbracareʼ (come usano dire nella Città del Fiore) in internet. Citazioni delle quali lʼavventurato lettore, in genere, non conosce, né può conoscere, la parte ad essa antecedente, né tampoco quella conseguente. Ora, dal punto di vista del suo amico Innominato, quel notissimo social forum, non è affatto che sia proprio uno dei migliori «condotti appropriati» nel quale riversare le limpide acque della Sapienza Celeste, anzi! Sul medesimo social foruma mio giudizio, con unʼazione di pessimo gusto – l’Innominabile pubblicò le foto sia della tessera rosa della Società Antroposofica Universale, sia la tessera blu della Prima Classe della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Quando entrò nella Prima Classe della Società Antroposofica, egli fece una promessa sacra di tenere rigorosamente riservati i contenuti della medesima, ma nonostante ciò, egli pubblicò sul suddetto social forum un mantram riservato della Scuola (il tutto, ovviamente, è stato debitamente protocollato e archiviato), dimostrando con quale serietà accogliesse e in quale considerazione egli tenesse i contenuti sacrali della Scuola di Michele. Di mantram dati da Rudolf Steiner lʼInnominabile su internet ne ha pubblicati parecchini (come sopra, tutto protocollato e archiviato), immettendoli così, a detta del suo amico Innominato, in «condotti inappropriati, che potrebbero intorbidare anche lʼacqua più limpida».

Per non parlare, poi, dei video nei quali egli sproloquia di Scienza dello Spirito, e di quella ʽMystica Aeternaʼ, che Rudolf Steiner nel 1914 aveva ritualmente chiusa, sigillata, e mai più riaperta, ma della quale, tuttavia, lʼInnominabile si dichiara Erede legittimo e Capo. Video, nei quali egli insegna, persino eseguendolo personalmente davanti ai videospettatori, un suo personale rifacimento magico-tantrico-evoliano della Concentrazione, spacciandolo per un esercizio dato – a suo dire – da Rudolf Steiner tramite il duca Giovanni Colonna di Cesarò, da lui falsissimamente identificato con lʼArvo del Gruppo di UR, mentre è dimostrato, persino in una pubblicazione delle Edizioni Mediterranee, curata da Gianfranco de Turris della Fondazione Evola, essere Arvo lo stesso Julius Evola. E lasciamo perdere la pubblicazione da parte sua di ʽglifiʼ magici della più che perversa Fraternitas Saturni, e di Franz Bardon (tutto protocollato e archiviato), dallʼInnominabile  in maniera  veramente incosciente pubblicati sul detto social forum, e da lui spacciati per materiale teurgico dellʼArcana Arcanorum del massonico Rito di Misraim. Come si può vedere, nei «condotti inappropriati» di internet, lʼInnominabile immette in gran copia, indebitamente mescolandole, sia acque impure e liquamose, sia acque pure che inevitabilmente «sʼintorbideranno» nella inquinante mescolanza con quelle infette, fetide e impure

Il nostro ineffabile Innominabile non si è minimamente posto, poi, nessun problema nel partecipare, per anni, a tutta una serie di convegni romani, con cadenza semestrale, nei quali tutta una serie di oratori, tra i quali egli stesso, intervenivano a vario titolo non solo parlando – con esiti vari, peraltro – di Massimo Scaligero, del suo insegnamento, delle discipline interiori da lui indicate, bensì ascoltando pure, ogni volta, una registrazione integrale di una delle riunioni chʼegli teneva bisettimanalmente a Roma, a Monteverde Vecchio, in Via Barrili. A tali convegni romani, ad entrata libera, poteva andare ad ascoltare chiunque, anche gente non sinceramente interessata alla figura di Massimo Scaligero, o dichiaramente ostili ad essa. Dai filmati stessi, poi apparsi sulla piattaforma internet di Youtube, vi ho potuto riconoscere chiaramente alcuni antroposofi calunniatori della figura di Massimo Scaligero e persino alcuni ʽinsinuantiʼ, cattolici integralisti, legati agli ambienti di Alleanza Cattolica, acerrima nemica della Scienza dello Spirito, dellʼAntroposofia, di Rudolf Steiner e dello stesso Massimo Scaligero, ed altra consimile gente. Il livello deglʼinterventi dei vari oratori era dei più vari: alcuni eccellenti, su altri preferisco non pronunziarmi. Quanto aglʼinterventi del nostro Innominabile, beh!, lasciamo perdere…

Questi convegni romani sulla figura di Massimo Scaligero sono andati semestralmente avanti per alcuni anni, sino a che la situazione di emergenza, imposta in maniera autoritaria e violenta dai vari governi, da nessuno eletti, succedutisi per la metodica distruzione della nostra amata Italia, non ne hanno di fatto impedito lo svolgimento. Su questi convegni, su questo tipo di «condotti inappropriati», né lʼInnominato, né tanto meno lʼInnominabile che, del resto, partecipò attivamente a tutti, pronunziarono mai verbo. Non dissero mai bèo! 

Né tampoco lʼInnominabile si fece, per anni, minimamente problema a scrivere, sotto vari eteronimi, le sue sciocchezze sulla forse anche troppo tollerante rivista LʼArchetipo, sciocchezze, pure invenzioni, e persino sfacciate menzogne sulla figura di Rudolf Steiner e la sua Opera, che chi scrive ha dovuto prendersi la pena di smascherare – puntualmente documentando tutto – e  severamente correggere, per ristabilire la verità.

Solo quando su LʼArchetipo cominciarono ad essere pubblicate, con cadenza mensile, ed in una forma più che degna, le pagine di un Diario, che Massimo Scaligero aveva lasciato in eredità, con tanto di dedica, a Romolo Benvenuti – e su ʽcomeʼ tale Diario di Massimo Scaligero, cosi su ʽcomeʼ i Quaderni di ʽOraoʼ, siano giunti in possesso dellʼInnominato, soprattutto tenendo conto di molte cose che personalmente mi disse Romolo Benvenuti circa lo spregiudicato modo di agire dell’Innominato stesso, avrei moltissimo da ʽeccepireʼ, tanto per usare una parola gentile – lʼInnominato ha sentito la necessità di pubblicare la sua agrodolce ʽdiffidaʼ (perché, al di là dei discorsi dialettici che la condiscono, tale, in realtà, essa è…) nei confronti de LʼArchetipo stesso, e soprattutto nei confronti di chi dirige tale benemerita rivista, che poi è la persona che Massimo Scaligero aveva più cara al mondo, e che mai avrebbe voluto o permesso che fosse ferita. Non stupisce il fatto che – vista lʼesplicita presa di posizione (leggi: ʽdiffidaʼ) apparsa sulla rivista romana – lʼInnominabile si è sùbito disciplinatamente, ma anche ʽopportunamenteʼ, allineato, mostrando altresì un certo malo ʽzeloʼ, alla posizione presa dallʼInnominato, da lui elogiato e presentato come suo grande amico. Liberissimo, ovviamente, lʼInnominabile di fare le scelte che al suo criterio appaiano come le più vantaggiose, e, soprattutto, le più ʽopportuneʼ, così come altrettanto libero è lo scrivente, e chiunque altro veramente pensi, di trarre da tali sue scelte, come da sue molte discutibilisse azioni, su di lui, unʼopinione a proposito delle sue scelte, delle sue azioni,  davvero poco lunsinghiera. 

Vorrei assicurare il benevolo lettore che quanto è stato scritto nel numero precedente, nonché in questo medesimo del presente studio, non scaturisce da antipatia, o volontà di denigrare, ma soltanto dalla volontà di ristabilire la verità, quella verità che veniva così abilmente occultata, ma anche palesemente alterata, e che rischiava di venire smarrita. E se, in taluni punti da chi scrive sono stati usati toni umoristici, non si voleva né si vuole con questo mancare minimamente di rispetto alle persone. Infatti, l’umorismo, e un po’ di socratica ironia, sono state usate al solo scopo di attenuar la tensione nellʼaffrontare una situazione di per sé già molto drammatica, per non dire tragica. Da chi scrive si è cercato, pur nel necessario pugnar vivace, di tener sommo conto del monito della Bhagavad Gita, VII, 11, che invita il combattente per la Verità e la Giustizia ad agire secondo il modello divino e secondo il monito del Supremo Signore che in essa dice: balam balavatâmâsmi kâmarâgavivarjitam, ossia ʽdei forti Io Son la forza libera di brama e di passioneʼ. A tale ideale – quello di agire a partire dallʼIo, dall’Io Sono, ossia dallo Spirito oltre lʼanima – che è ciò che costantemente con la sua parola e col suo esempio ci indicò Massimo Scaligero come esigenza imprescindibile dellʼAscesi della Via Solare, della Via dei Nuovi Tempi – chi scrive cerca, e cercherà sempre, con ogni sua forza di essere e rimanere fedele. Quod bonum, nobis felix, faustum, fortunatumque semper sit!

AMOR VERITATIS. PARTE QUARTA.

Recentemente, chi scrive ha avuto modo di leggere quanto apparso in internet su un notissimo social forum in alcuni post, normalmente a me inaccessibili in quanto ʽbannatoʼ – come oggi usa dire da parte dei ʽnavigatoriʼ della mediatica ʽreteʼ – da colui che aveva pubblicato i suddetti post. Su tale noto social forum, ed anche altrove, chi scrive ha avuto lʼonore di esser ʽbannatoʼ da varie persone, nonché coperto dʼinsulti, pubblicamente diffamato, e persino minacciato per aver disvelato e documentato varie scomode verità, che si intendeva tener ben celate, nonché menzogne ed azioni non proprio ʽcommendevoliʼ, la cui conoscenza, resa pubblica, avrebbe oltremodo imbarazzato chi indossava una ingannevole maschera per nascondere un volto davvero poco raccomandabile. Ma, nel caso qui in questione, il ʽbandoʼ è stato facilmente superato grazie al provvido ausilio di mano amica – che qui vivamente ringrazio – la quale ha voluto trasmettermi quanto ivi pubblicato, chiedendomi che cosa mai io ne pensassi in quanto la lettura aveva avuto per lei lʼeffetto di renderla alquanto perplessa. In effetti, detta lettura ha avuto lʼeffetto di ʽperplimereʼ – come direbbero coloro che si sforzano di parlare in maniera particolarmente involuta e difficile – non poco anche chi qui scrive.

Ma siccome testi sapienti ci invitano a cercare e rinvenire elementi positivi in ogni evento, in ogni manifestazione, trasformando tutto, persino eventuali difficoltà e stridenti difformità e contraddizioni, in preziose occasioni di lavoro interiore e di conoscenza, mi son messo diligentemente in cerca del positivo e devo dire chʼessa si è rivelata oltremodo interessante, e soprattutto fruttuosa. Prima di tutto, mi son ben letto più volte quanto pubblicato il 3 febbraio scorso sul detto social forum, ove appaiono le foto di quanto venne a sua volta pubblicato in maniera anonima su una rivista romana, che vorrebbe richiamarsi al pensiero di Massimo Scaligero, da parte di colui che su questo animoso e temerario blog uso, da svariati anni, chiamare lʼInnominato. Lo chiamo, scherzosamente, così perché costui non firma mai i lunghi e concettuosi articoli di apertura dei vari numeri della rivista, nei quali ho avuto spesso occasione di rilevare non pochi elementi ʽperplimentiʼ o ʽperplettentiʼ, che dir si voglia.

In tale articolo di apertura della suddetta rivista romana, intitolato «Ai lettori» e apparso nel dicembre dello scorso anno, lʼInnominato comincia con lʼesporre tutta una serie di norme legali in materia di diritti dʼautore, circa le quali non vi sarebbe, sia chiaro, in linea generale, nulla da obbiettare se non alcune peculiarità, che lʼautore del suddetto articolo si guarda bene dal mettere in evidenza. Per esempio, egli afferma che:

«… spetta allʼautore dellʼopera, ovvero a chi lʼabbia in seguito acquisito nei modi consentiti dalla legge, il diritto di pubblicare e riprodurre, in qualsiasi forma, lʼopera stessa, inclusa la corrisponenza epistolare». 

Ciò è inesatto. Per quanto riguarda la corrispondenza epistolare, lʼInnominato può legalmente pretendere una legittima proprietà del diritto dʼautore unicamente per la parte di corrispondenza effettivamente in suo possesso, nel caso in cui essa sia stata realmente acquisita «nei modi consentiti dalla legge», come egli stesso scrive. Ma le lettere, e quantʼaltro possa essere considerato corrispondenza, è per legge possesso di chi le riceve, il quale ha il diritto di farne – a suo libito – lʼuso, se si vuole anche criticabile, che costui meglio crede. E, questo, lʼInnominato lo sa benissimo, ma si guarda bene dal farlo presente.

Infatti, tanto per citare un caso concreto, Massimo Scaligero trascriveva ogni anno, a moʼ di diario, suoi pensieri e considerazioni interiori di natura ascetica, su vecchie agende, e alla fine di ogni anno li consegnava ad Alfredo Rubino, del quale Massimo Scaligero si fidava in maniera esclusiva, affinché questi li facesse pervenire in maniera sicura nelle mani di Marina Sagramora. Questa era la volontà certa ed esplicita di Massimo Scaligero, e di tale volontà mi sono più volte sincerato interrogando personalmente Alfredo Rubino, il quale ogni volta del fatto mi ha dato ampia, identica, conferma. So che, a suo tempo, lʼInnominato li richiese – anzi li volle perentoriamente esigere – da chi, per volontà di Massimo Scaligero, aveva ricevuto quei ʽdiariʼ, accampando – a suo dire – diritti di esclusivo possesso sui medesimi, nonché quelli di una loro eventuale pubblicazione. Ma si trattò di un mero bluff e, giustamente, la consegna di quei preziosi ʽdiariʼ – richiesti, peraltro, in modi che la mia amica Fang-pai, Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, giudicherebbe, sin troppo caritatevolmente, ʽinappropriatiʼ, tanto erano poco ʽurbaniʼ – giustamente fu rifiutata. Io stesso ho delle lettere di Massimo Scaligero, da lui indirizzatemi in anni ormai lontani della mia giovinezza, ed esse sono mio esclusivo possesso, e posso farne lʼuso che giudico più opportuno e giusto. Checché ne dica o ne pensi lʼInnominato, le cose stanno esattamente così, ed anche questo egli lo sa benissimo.

Poi lʼInnominato aggiunge, dando una interpretazione pro domo sua, ossia affatto personale, partigiana e palesemente ʽinteressataʼ, di un articolo della medesima legge:

«Va precisato che la mera cessione di uno o più esemplari dellʼopera «non importa la trasmissione del diritto di pubblicazione e riproduzione (v. art. 109, legge cit.)», onde a coloro a cui Massimo Scaligero avesse donato o lasciato a qualsiasi titolo propri quaderni, diari, scritti in genere, non hanno perciò solo acquisito il diritto di pubblicarli e riprodurli».

Naturalmente, anche ciò è inesatto, anzi è proprio un palese bluff la parte dellʼaffermazione dellʼInnominato enunciante la sua personalissima, e contestabilissima deduzione e interpretazione della legge, ossia che:

«… onde coloro a cui Massimo Scaligero avesse donato o lasciato a qualsiasi titolo propri quaderni, diari, scritti a qualsiasi titolo, non hanno perciò solo acquisito il diritto di pubblicarli e riprodurli».

Nessuno, infatti, contesta che se Massimo Scaligero mi avesse donato uno dei suoi libri pubblicati – e me ne ha donati tantissimi – non per questo io avrei acquisito il diritto di pubblicarli a mia volta. Ma per quel che riguarda la donazione da parte sua di lettere, scritti autografi, o diari, le cose non stanno affatto come sostiene lʼInnominato, con la sua affatto ʽpartigianaʼ interpretazione della legge.

Dopo un cotal exploit di indubbia abile sapienza giuridica, lʼInnominato estensore dellʼarticolo di fondo apparso nel numero di dicembre della rivista romana, passa a fare – dandone, col suo consueto stile, più volte una fredda ed una calda, e viceversa – alcune apparenti, a mio modo di vedere molto infide, ʽgeneroseʼ concessioni, con lo scrivere:

«Fatta questa doverosa premessa, va detto che lʼAssociazione non ha alcuna pregiudiziale preclusione a concedere il diritto di pubblicazione e di riproduzione degli scritti di Massimo Scaligero a chi volesse con serietà e responsabilità contribuire al còmpito che la Tilopa edizioni e la rivista Graal si sono assunto. Tuttavia, è necessario che siano rispettate due ineludibili condizioni: la prima è che la pubblicazione e la riproduzione di questi scritti avvengano nel rispetto della legge sul diritto dʼautore e di quello dellʼeditore, posto che: «Occorre partire dallʼobbedienza alle leggi, per meritare di trasformarle»; la seconda è che la pubblicazione e la riproduzione avvengano con mezzi e in forme confacenti ai contenuti veicolati dallʼAutore, ciò che esclude in radice che possano effettuarsi a mezzo della rete internet. E ciò andrebbe esteso ad ogni contenuto analogo a quelli di cui si tratta, anche se di altri Autori pubblicati da Tilopa».

Anche su questo, in linea di principio, non vi sarebbe nulla da eccepire, tanto più che qui lʼInnominato vuol farsi forte di una citazione di Massimo Scaligero tratta da Il pensiero come anti-materia, Perseo, Roma, 1978, p. 120. Certo, il discorso è formalmente corretto, ma chi conosca quanto lo stesso Massimo Scaligero abbia lottato per una intera vita contro ciò che si presenta formalmente e dialetticamente corretto, pur essendo vuoto di contenuto, o addirittura rivestente un celato contenuto che invece è il contrario della verità – nellʼultimo, mensile, incontro rituale di meditazione, da me varie volte evocato su questo blog, il 25 gennaio 1980, ossia poche ore prima che ci lasciasse, egli ci fece ben avvertiti che «Arimane mente anche dicendo la verità» – non può farsi così ingenuamente ingannare da un tale sin troppo facile sofisma. Viviamo in un paese nel quale son spesso correnti due particolari azioni: in primo luogo, lʼeludere la legge compiendo azioni illegali e riprovevoli, avendo cura di tenerle ben celate, e, in secondo luogo, il servirsi della stessa legge come copertura e persino strumento di eventuali azioni illegali e riprovevoli compiute. questo, naturalmente, detto in linea generale, per così dire, in ʽvia di principioʼ, senza attribuzione veruna al caso specifico che qui ci riguarda. 

Di ciò, oramai, non vi è più di che stupirsi, ché purtroppo fa parte di un mal costume corrente in molti ambienti, non solo in Italia. Dovrebbe stupire – ed invece, purtroppo, la cosa non stupisce più chi abbia occhi per ʽvedereʼ – come tale mal costume sia abbondantemente presente in ambienti che si dicono ʽspiritualistiʼ, siano essi religiosi od esoterici. In oltre cinquantʼanni di Scienza dello Spirito, nonché in precedenti anni passati seguendo Vie orientali, chi scrive può dire di averne viste davvero di tutti i colori: menzogne, furti eseguiti con destrezza e compiuti direttamente o fatti compiere su commissione, comportamenti omertosi e spergiuri in aule di tribunale attuati per coprire persone e gravi fatti delittuosi, persino terroristici, forme di ʽpirateriaʼ elettronica violando come hacker siti internet altrui, indebita appropriazione e sparizione di documenti che dimostrerebbero il buon diritto altrui, indebita appropriazione di fondi di Enti o Istituzioni pubblici, persino lo scassinare una porta e il sostituire il cilindro della chiave di uno studio, e via dicendo. Anche questo, naturalmente, sia ben chiaro, ripetuto in linea generale, per così dire, in ʽvia di principioʼ, a mo’ di esempio di casi correnti, senza attribuzione alcuna al caso specifico che qui consideriamo. Un tale deprecabile mal costume – giova ribadirlo – purtroppo si è verificato anche nellʼambiente di coloro che il mio amico C., coraggioso e valente asceta dʼaltra dottrina, mio grande amico, e compagno d’armi di tante aspre battaglie, chiama, con simpatico umorismo, ʽscaligeropolitanoʼ. Naturalmente, gli autori di comportamenti così poco encomiabili, son sempre pronti a giustificare, con abile formale dialettica, con una alluvione di argomenti ʽvalidiʼ, come tutto ciò, in definitiva, sia stato compiuto in nome di un eccellente fine più alto. Ma come dicevano, in tempi lontani, in Cina, Maestri del Tao come Lao-tzu e Lü-tzu, e come riaffermano, in tempi più recenti, Massimo Scaligero, e, di nuovo, la mia amica Fang-pai, ella pure, nobile Figlia del Celeste Impero, nonché sapiente Maestra del Dharma: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto».

Su di un tale disinvolto machiavellico sofisma, Massimo Scaligero si espresse più volte – sia per iscritto che oralmente – con parole veramente di fuoco. Per esempio, in Reincarnazione e Karma: Il ritorno sulla Terra come legge di equilibrio, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 193-195, egli così scrisse:

«Un principio della strategia della menzogna oggi dominante il mondo, secondo una direzione anti-karmica, e perciò sollecitante le forze del karma più severamente pareggiatrici, cioè demolitrici delle strutture che sono alla base della menzogna, è la persuasione che «il fine giustifica i mezzi». A questa massima va opposta quella del saggio cinese Lutzu: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto»: massima conforme alla realtà obiettiva del mondo, cioè alla sua struttura morale, e perciò alla dinamica delle leggi del karma.

Non esiste un fine che giustifica i mezzi, perché ciò che, secondo tale presunzione, sembra un fine, in realtà non è tale: non sta dopo, ma prima. Un valore che nel suo contenuto primo non ha il potere di suscitare le proprie necessarie mediazioni, per tradursi in realtà, non può essere un ideale verso cui si procede, bensì un presupposto a cui ci si subordina, senza possibilità di giudizio libero, perché non viene da una scelta cosciente, bensì dal dominio di quel che preventivamente si preferisce. Ciò che si preferisce senza coscienza critica, scaturisce sempre – salvo rare eccezioni – dalla natura animale. Il giusto fine esclude il mezzo ingiusto: quando esige tale mezzo, è un fine falso, cioè un falso ideale, perché gli è giocoforza attingere al livello a cui realmente appartiene, allʼanima senziente, dominata dalla natura animale. Se il fine fosse giusto apparterrebbe al livello della chiara coscienza, alla cui altezza è illimitata la serie dei mezzi pertinenti, cioè giusti, possibili ad una libera scelta. Il più desolato equivoco morale è legato alla norma «il fine giustifica i mezzi», perché muove dalla presunzione che il fine sia giusto e non il presupposto ingannevole, lʼillusoria persuasione, il pregiudizio, la superstizione, il credo fanatico, lʼidolo mentale, l’ossessione ideologico-nevrotica, il contenuto psicotico.

Allorché un risultato apparentemente positivo viene conseguito con mezzi illeciti, è inevitabile che la sua struttura sia precaria, perché manca di interna architettura di forze. Le autentiche forze architettoniche sono sempre forze morali».

È noto come la cinica norma machiavellica, affermante che «il fine giustifica i mezzi», sia stata fatta sua dalla mai troppo infamata Compagnia – come la epitetava il pitagorico Giulio Parise, amico sin dalla sua gioventù di Massimo Scaligero – sia come principio teologico giustificante che come metodo di azione efficace: il tutto ad maiorem Romanae Ecclesiae gloriam, naturalmente. Si conosce bene quanto i militi della suddetta mai troppo esecrata Compagnia abbiano operato, adoprando i mezzi più sozzi e subdoli per infangare la figura di Rudolf Steiner, ostacolare la diffusione del suo pensiero, e distruggerne lʼOpera. Ho già avuto modo scriverne diffusivamente su questo temerario blog. Ben sapendo di dire il falso, come ho ampiamente documentato, essi scrissero che Rudolf Steiner aveva studiato in seminario, che era un prete spretato, e durante la seconda guerra mondiale, con lʼItalia occupata dalle truppe germaniche, i militi della suddetta non certo molto stimabile Compagnia, chiesero al comando germanico la messa al bando e la distruzione delle opere di Rudolf Steiner, asserendo – sempre mentendo sapendo di mentire – chʼegli fosse di sangue ebraico. Conosco questa vicenda – e ne do, assumendomene tutta la responsabilità, aperta testimonianza – dallʼavermene parlato lo stesso Massimo Scaligero, il quale mi descrisse quanto, con coraggio ed indubbia abilità, a mio giudizio, egli allora fece, con una azione ad hoc, per scongiurare una simile iattura. A ciò potrei aggiungere la spietata persecuzione «antigraalica» attuata – servendosi appunto degli strumenti della legge – da militi di sì nefasta Compagnia nei confronti dello stesso Massimo Scaligero.

E, visto che stiamo trattando di vicende editoriali, è arcinoto negli ambienti occulti come proprio la perfida azione della machiavellica Compagnia, nel 1958, riuscì – usando mezzi assolutamente legali – a portare al fallimento ed alla chiusura la benemerita casa dei Fratelli Bocca Editori, che tanti libri di Rudolf Steiner aveva pubblicato e diffuso in Italia. Anche questa triste vicenda, oltre che dal mio amico L., mi fu ampiamente più volte descritta, sin dai primi incontri, da Massimo Scaligero. Chiunque può vedere quanto potesse esser ʽnobileʼ il fine che quei diligenti militi si proponevano di conseguire, impadronendosi delle azioni di detta casa editrice, ritirando dalle librerie le copie delle opere di Rudolf Steiner, e portando al fallimento una storica e tanto benemerita casa editrice.

Il metodo è sempre quello di impadronirsi di beni materiali per attuare i propri moralmente discutibili fini, non certo ʽnobiliʼ e ʽspiritualiʼ. Perché, in definitiva, come diceva il santo vescovo e martire Cipriano dʼAntiochia, di fronte a cotanta gesuitica spregiudicatezza, si deve concludere che:

«Terribile contraddizione: chiamano beni ciò che serve loro a far del male».

Mentre, nellʼAntico Testamento, (Isaia, 5.20), il profeta così stigmatizza gli abili e illudenti malvagi:

«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro».

Del resto, non molto diversamente agirono nel secolo scorso Albert Steffen, e il suo degno ʽcompagno di merendeʼ, Guenther Wachsmuth, allorché nella loro campagna di aggressione e di denigrazione di Marie Steiner, arrivarono a scippare, oltre al conto in banca – con metodi che Marie Steiner stessa definì da ʽgangstersʼ –, anche la casa editrice Philosophisch-Anthroposophischer Verlag, da lei fondata e finanziata, il tutto allo scopo di attuare anchʼessi un abile ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, usando, alla bisogna, anche i mezzi legali.

Colpiscono non poche, davvero inquietanti, analogie con quanto è successo dopo la dipartita di Massimo Scaligero. Su questo temerario blog, chi scrive ha avuto modo di illustrare a lungo contenuti e metodi di un altrettanto esiziale ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, e lʼaver fatto ciò ha scatenato sul noto social forum e altrove – del resto non poteva esser diversamente, date le premesse – contro il sottoscritto una canea di accuse, di insulti, di minacce, e di esternazioni, in taluni casi veramente divertenti, per quanto erano comiche e circensi. Ma tantʼè, tutto come da previsioni. Anzi sarebbe stato preoccupante se così non fosse stato. Naturalmente, anche qui, ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ a parte, stiamo facendo un discorso generale – in linea di principio, come più sopra scritto – senza attribuzioni specifiche, altrimenti chi scrive dovrebbe tenere ben altro tono e ben altro discorso, ed esser molto meno gentile. 

Quanto alla seconda condizione, ʽgenerosamenteʼ (si fa per dire…) posta dallʼInnominato, ossia che:

«… la seconda è che la pubblicazione e la riproduzione avvengano con mezzi e informe confacenti ai contenuti veicolati dallʼAutore, ciò che esclude in radice che possano effettuarsi a mezzo della rete internet. E ciò andrebbe esteso ad ogni contenuto analogo a quelli di cui si tratta, anche se di altri Autori pubblicati da Tilopa»,

vi sarebbe, di per sé, poco da eccepire, trattandosi di una legittima scelta – giusta o sbagliata che sia – che un editore è liberissimo di fare su ciò egli stesso pubblica. Ma, è evidente che una tale scelta non può riguardare altri che lui e per quel che è di sua competenza. Se, per ipotetico caso, mi pungesse vaghezza di pubblicare le lettere di Massimo Scaligero da me ricevute, o altri suoi manoscritti in mio possesso, su internet, o in altro modo, tale decisione – giusta o sbagliata ch’essa sia – non potrebbe competere altro che a me, ed io solo ne porterei la responsabilità morale, cosa molto diversa dalla liceità legale. 

Indi, il nostro Innominato autore dellʼarticolo apparso sulla rivista romana, prosegue con una precisazione – una sorta di ostativo ʽconsiglio che non si può rifiutareʼdato, sempre a suo dire naturalmente, dallo stesso Massimo Scaligero – precisazione nella quale egli specifica quali forme di pubblicazione siano, a suo modo di vedere, da evitare:

«Lo stesso Massimo Scaligero aveva reso avvertiti coloro che più gli erano intimi che mai avrebbero dovuto divulgare contenuti scientifico-spirituali attraverso mezzi quali radio o televisione. Non si tratta di una anacronistica opposizione alle innovazioni della tecnica, ma della coerenza richiesta a chi, volendo farsi cultore della Scienza dello Spirito, non può non percepire con chiarezza lʼintima contraddizione del mezzo rispetto al contenuto che intende rendere noto ad altri. Pure chi sia mosso dalle più elevate intenzioni, potrà facilmente comprendere come anche lʼacqua più limpida possa intorbidare se fatta scorrere in condotti inappropriati».

Che dire? Si tratta, con tutta evidenza di una valutazione, e di una conseguente scelta – basata, a suo dire, su una indicazione di Massimo Scaligero – che compete esclusivamente allʼInnominato, e che – viste le sue precedenti considerazioni legali – non possono legare altri che lui, appunto lui e non altri. Chi qui scrive si guarda bene dal contestare la liceità legale di una cotale sua più che legittima scelta. Ma, se si osservano le cose e i fatti non da un punto di vista formale e legale, bensì da un punto di vista sostanziale, ossia da un punto di vista schiettamente etico e spirituale, ci sarebbero alcune considerazioni da fare.

Ovvero, se è verissimo che, come scrive lʼInnominato – e non si adonti costui dellʼepiteto scherzoso per lui da me umoristicamente scelto, ché ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, nella sua tragica grandezza, lʼInnominato è una figura bellissima, per la quale nutro grandissima simpatia – «Pure chi sia mosso dalle più elevate intenzioni, potrà facilmente comprendere come anche lʼacqua più limpida possa intorbidare se fatta scorrere in condotti inappropriati», è pur altrettanto vero, purtroppo, anche il contrario. Ossia, come in condotti «appropriati» possano scorrere acque molto torbide e liquami schifosi: la storia di venti secoli delle confessioni sedicenti cristiane, molto poco cristiche, e soprattutto la lunga storia della potenza straniera dʼOltretevere, mostrano, ad abundantiam, come sovente il Vangelo sia servito come conduttura e veicolo di qualcosa, che non era affatto unʼ«acqua di vita», come la definisce il Signore nel quarto capitolo del Vangelo di Giovanni, cap. 4, vv. 10-15, nel suo discorso alla fortunata samaritana. Meglio, in questa sede, non entrare in particolari, ché non mi voglio guastare il buon umore.

Per cui, lʼInnominato non si dolga pel fatto che, avendo egli sollevato questioni di legale correttezza editoriale, che il sottoscritto non ha alcuna intenzione di contestare, gli vengano rivolte alcune osservazioni su come la Tilopa talvolta ha svolto il còmpito chʼessa si è voluta assumere. Sul presente blog, chi scrive in passato ha dovuto rilevare alcune azioni, le quali dal punto di vista sostanziale, e non meramente formale e legale, sono apparse profondamente scorrette, suscitando, non solo al sottoscritto ma anche a non pochi altri, alquanti dubbi e perplessità. Voglio qui citare solo alcuni di questi casi, fra molti altri che, per brevità, sono costretto a trascurare. Rispetto allʼedizione originale del libro di Massimo Scaligero, Manuale pratico della Meditazione, Teseo, Roma, s.d. ma 1973, le edizioni più recenti appaiono aver subito interventi piuttosto discutibili con sostituzioni di parole, che cambiano il senso del discorso, e quant’altro. Nelle ultime edizioni de Lʼuomo interiore, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, a Roma, nel 2012, manca il sottotitolo, invero importante, Lineamenti dellʼesperienza sovrasensibile, presente nellʼedizione originale, pubblicata sempre dalle Edizioni Mediterranee nel 1976, e manca altresì, nella quarta di copertina, gran parte della sintesi del libro che, come era suo costume, e come pure è evidente a chiunque, era stata scritta dallo stesso Massimo Scaligero. Per non dire il grande stupore che suscitò in molti la evidente manipolazione di un testo di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, ripubblicato in seconda edizione, nel 2012, dalle Mediterranee, con lʼarbitraria interpolazione nel testo – a mio modo di vedere, cosa oltremodo scorretta – di un intero capitolo, al dire dell’Innominato ʽineditoʼ, ma in origine ʽprevistoʼ dall’Autore, che in realtà era – come ho potuto dimostrare, anche fotograficamente, sul presente blog – un opuscolo commemorativo che Massimo Scaligero aveva scritto, come gesto conciliativo per estinguere precendenti annose e aspre polemiche, su richiesta di sua sorella Adelina, “Luciana Virio”, dopo la morte del marito, l’esoterista ultracattolico Paolo Marchetti “Virio”, le cui sedicenti alchemiche pratiche operative «a due vasi», alle quali egli era stato iniziato dal patrizio fiorentino, il conte Umberto Alberti “Erim” di Catenaia, erano, a dir poco, oltremodo scabrose. Su questo blog, a suo tempo, chi scrive ebbe modo di documentare – anche pubblicando foto eloquenti – tale arbitraria interpolazione. Sempre in Dallo Yoga alla Rosacroce, nell’anonima Introduzione – non firmata, ma sicuramente attribuibile all’Innominato – vi sarebbero da contestare molte ʽimprecisioniʼ – in taluni casi, a mio giudizio, volute – su dati storici, alcuni dei quali riguardanti persino il sottoscritto a proposito, per esempio, della nascita, della formazione e dellʼorientamento della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero nella mia città. Ma anche in conferenze di Rudolf Steiner – anche questo fu dimostrato dal sottoscritto nel blog che ospita i suoi fastidiosi articoli – lʼInnominato ebbe modo di interpolare ʽcreativamenteʼ, per esempio in Edouard Schuré, L’Iniziazione dei Rosacroce, testo che in realtà era di Rudolf Steiner, ed aveva il titolo originario di Esoterismo Cristiano, già edito nel 1940 dai Fratelli Bocca, nella onesta traduzione di Bruno Roselli, testo al quale lo Schuré fece solo lʼIntroduzione, frasi inesistenti nel testo tedesco pubblicato a Dornach dalla Rudolf Steiner Verlag e in francese a Parigi da Triades. Vi sarebbero molte altre cose da riportare e da eccepire, non meno importanti, che per brevità son costretto a tralasciare.

Che cosa direbbe di un tale modo piuttosto disinvolto – che purtroppo invale sempre più in molti àmbiti, sacri e profani – di trattare la sua Opera, e la sua stessa persona, Massimo Scaligero, il quale fece sempre dell’onestà più rigorosa e della correttezza assoluta la pratica costante della sua vita? È sufficiente, a tale proposito, ascoltare quanto egli stesso dice nella registrazione di una riunione in Via Barrili, tenuta il 18 marzo 1978 – registrazione questa, altrimenti a me inaccessibile, trasmessami dalla stessa mano amica che qui, di nuovo, vivamente ringrazio – riunione nella quale egli usò parole molto forti contro il mal costume di inquinare il patrimonio sacrale della Sapienza Celeste, di alterarne i testi, di manipolar persone e situazioni, di far deviare i cercatori dello Spirito dal retto sentiero, e – aggiungo io – di attuare un esiziale ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ: 

«Ci troviamo nei guai se non abbiamo la conoscenza, e se non si capisce che la vera conoscenza viene da una linea onesta. Se uno scopre che cʼè qualcuno che fa il maestro, e poi taglia i pezzi, cambia i testi, li manipola, e in maniera da manovrare le persone, questo non è onesto. E quando abbiamo scoperto questo, abbiamo cominciato a dire «basta» con questi esseri, perché la vera caratteristica del Maestro spirituale è la terribile onestà, la formidabile onestà, la correttezza assoluta, il non voler influenzare nessuno, ma aiutare la nascita dell’essere libero, non voler entrare nella sfera sacra di un altro, ma dargli modo di conoscere e di agire da quella sfera come un essere libero».

Certo, allʼInnominato, come attuale possessore dei diritti dʼautore sullʼopera di Massimo Scaligero, è lecito legalmente attuare la politica editoriale che preferisce, perché la legge gliene dà ampia facoltà. Formalmente, non si può obbiettar nulla circa la liceità legale – ripeto, legale – di un tale comportamento, ma se si guardano le cose da un punto di vista meno borghese e filisteo, e più sostanziale, ossia etico e spirituale, le cose appaiono, e sono, molto diverse. Questo, per mostrare come non sempre quella che scorre in «condotti appropriati» – per usare una espressione dellʼInnominato – sia unʼacqua limpidissima.

Ora – voglio qui esprimere alcune mie personalissime valutazioni e considerazioni, non obbligatoriamente condivisibili – tenendo conto di quanto lʼInnominato disse, apertis verbis e davanti ad una testimone, che se volesse potrebbe benissimo confermare la cosa, nelle uniche due visite chʼegli fece a casa mia, nel 1996 e nel 1997, circa quello chʼegli realmente pensava di Massimo Scaligero, del suo modo di vivere, della sua intelligenza, della sua Ascesi, della Via del Pensiero da lui indicata, del suo rapporto col Logos, e con il Graal, tutte cose chʼegli in Massimo Scaligero allora criticò con aspre e ingiuste parole, chi qui scrive reputa – questa è una sua personale valutazione, purtroppo ai sui occhi supportata da molti fatti ed evidenze – che lʼInnominato giudichi tuttora addirittura ʽprovvidenzialeʼ l’aver egli potuto ottenere – non importa qui come – la proprietà legale dei diritti dʼautore sulle opere di Massimo Scaligero, proprio ai fini di attuare un da me più volte citato ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ in favore della nota potenza straniera dʼOltretevere. Questa è almeno la personalissima, e – se vi vuole – contestabilissima, opinione di chi qui scrive. Si dirà che sono prevenuto, e devo confessare di esserlo moltissimo, perlomeno attualmente. Un tempo non lo ero affatto, anzi – essendo ancora allʼoscuro di molti fatti da me conosciuti solo in séguito – lo reputavo un ʽamicoʼ, e in molte occasioni, a suo tempo, lo difesi lottando acerbamente con le unghie e coi denti. Poi la cruda e spietata realtà dei fatti – ed anche i provvidi avvertimenti di una persona che negli anni novanta dello scorso secolo mi aprì completamente e definitivamente gli occhi – mi rese consapevole chʼegli ʽamicoʼ non mi era affatto, e che – glielo riconosco – egli perseguiva, a suo modo, un non palese, ben celato, non confessato, ʽidealismoʼ, che però non era, e non potrà mai essere, il mio, bensì un altro, inconciliabile con la Scienza dello Spirito, con l’Anthroposophia di Rudolf Steiner, e con la Via del Pensiero di Massimo Scaligero, ʽidealismoʼ che, nei suoi programmi di attuazione, lo collegava con le finalità della suddetta potenza straniera dʼOltretevere, che dellʼAnthroposophia di Rudolf Steiner e della ʽViaʼ di Massimo Scaligero vuole, e metodicamente persegue da oltre un secolo, lʼannientamento totale. Si dirà che queste mie crude considerazioni siano fortemente ʽprevenuteʼ ed ʽestremisticheʼ – non ho veruna difficoltà ad ammetterlo – ma sinora nessuno mi ha mai portato convincenti ragioni del fatto che io sarei in errore. Se qualcuno mi dimostrasse – concretamente, ossia con fatti accertati, non solo dialetticamente mi dimostrasse, ripeto, che sbaglio  ne sarei felicissimo, mi darei da solo pubblicamente del somaro, e potrei ridere allegramente di me stesso. Purtroppo, rebus nunc sic stantibus, così non è, e dubito fortemente che in un prossimo futuro vi saranno cambiamenti in proposito.

LʼInnominato termina lʼarticolo di apertura del numero dello scorso dicembre della rivista romana con considerazioni che vorrebbero apparire esser un appello ad una maggiore responsabilità da parte di coloro che si riconoscono nel pensiero e nellʼOpera di Massimo Scaligero, e conclude con una frase dal sapore dolciastro:

«Questi chiarimenti vorrebbero invitare ad una maggiore responsabilità tutti coloro che hanno avuto la preziosa occasione di trovare nella vita un punto di tangenza con Massimo Scaligero e la sua opera. LʼAssociazione vorrebbe continuare ad astenersi dallʼintraprendere iniziative che, pur fondate sul piano giuridico, finirebbero per compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili e perciò richiedenti un comportamento eticamente ed esotericamente adeguato.

A.C. Fondazione Massimo Scaligero».

Naturalmente, non si può non concordare con un sì lodevole invito «ad una maggiore responsabilità». Ma, proprio per questo, appunto, un simile appello morale dovrebbe valere erga omnes e, va da sé, in primis per chi lo propone. In questi oltre quarantadue anni dalla dipartita di Massimo Scaligero sono accadute molte cose tragiche, estremamente dolorose, allʼinterno della Comunità Solare, come la chiamava lo stesso Massimo Scaligero. Molti, compreso lʼInnominato, facendosi un esame di coscienza, dovrebbero chiedersi se con la loro azione, palese o celata, non abbiano contribuito poco o molto alle difficoltà che in tale Comunità spirituale negli ultimi quattro decenni sono sorte, e se con la loro azione non abbiano anchʼessi determinato molti tragici esiti, che nel tempo si sono verificati. Questo è un problema che esula completamente da una valutazione meramente legale della questione riguardante il diritto dʼautore, al quale sembra proprio che lʼInnominato dialetticamente voglia ridurre gran parte del problema nel citato articolo. E proprio «un comportamento eticamente ed esotericamente adeguato» richiederebbe che ci si astenesse – a meno che non si perseguano altri non chiari, e non dichiarati, fini – dallʼusare nei confronti di sinceri appartenenti alla Comunità Solare, che dovrebbero essere considerati ʽfratelliʼ, e soprattutto nei confronti della persona alla quale Massimo Scaligero dedicò il libro Graal e molti altri suoi libri, un dolciastro linguaggio, completamente fuori luogo, che a taluni potrebbe apparire forse anche vagamente ostativo e minatorio, con lasciar intendere che esisterebbe la possibilità di «intraprendere iniziative che, pur fondate sul piano giuridico, finirebbero per compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili».

Ora, questo bel discorso dellʼInnominato è – tanto per usare una locuzione sportiva – davvero un po’ troppo ʽfuori tempo massimoʼ, visto che sono decenni che registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero vengono ascoltate ogni quindici giorni a Roma nella sede di Via Pindemonte, ove si svolgono da oltre trent’anni le riunioni del Gruppo Novalis, e le riunioni tenute un tempo da Alfredo Rubino, e sono decenni che vedo tali registrazioni girare di mano in mano, finendo non poche volte anche in mani indebite. Sono decenni che le registrazioni di Massimo Scaligero, intere o parziali, appaiono in internet, e vengono scaricate da chiuque voglia. Sono decenni che le opere scritte di Massimo Scaligero – sia quelle da tempo esaurite, sia quelle di più recente pubblicazione – sono state digitalizzate in maniera eccellente o anche in forme più scadenti, e si trovano su vari siti in internet. In questi ultimi anni, si sono svolti a Roma alcuni convegni, ai quali partecipavano, peraltro, eziandio ʽamiciʼ dellʼInnominato (alcuni dei quali, fossi io lui, direi: da certi ʽamiciʼ ben mi guardi Iddio…) – convegni nei quali sono state ascoltate anche registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero

Quanto alla ʽnon confacenzaʼ del fatto che intimi contenuti spirituali siano veicolati attraverso la radio, la televisione o la ʽreteʼ elettronica di internet, si potrebbe, in parte e in linea di principio, essere, forse, d’accordo, se non fosse che l’urgenza e la ʽnequizia dei tempiʼ a situazioni straordinarie impongano oggi, spesso, di usare, in mancanza di altri più adeguati ed efficaci, degli strumenti, di per sé neutri, straordinari. Ma, allora, sposando, sia pure in via ipotetica e parzialmente, il punto di vista dell’Innominato sulla questione, stupisce assai vedere come nel cast tecnico di produzione di un film – circa la qualità del quale, come su alcune altre analoghe ʽiniziativeʼ del genere, chi scrive preferisce tacere – sulla figura di Massimo Scaligero compaia proprio la figlia artista, sceneggiatrice e cineasta dellʼInnominato, e il fatto che colui che ha ideato, voluto, sponsorizzato, e potremmo dire ʽprodottoʼ, un tale film sia chi, forse più di tutti, alla radio, in televisione, su internet, diffonde registrazioni, foto, interi libri digitalizzati, ed eziandio giornaliere riproduzioni sul noto social forum di quel Diario. Invece, la pubblicazione di quel Diario, che viene fatta una sola volta al mese – in forme peraltro più che degne – sulla rivista LʼArchetipo, curata da Marina Sagramora, svolge una funzione molto positiva, ed oserei dire, necessaria, nella continuità logica e ascetica con quanto Massimo Scaligero aveva scritto nella serie degli altri Diari, che le aveva donato e fatto recapitare tramite Alfredo Rubino. Non è, per caso, che sia proprio il fatto che quel Diario venga pubblicato su LʼArchetipo che disturba? Su tutto ciò, per decenni, lʼInnominato sino ad oggi ha sempre perfettamente taciuto, quindi perché proprio ora? Così come ha sempre altrettanto perfettamente taciuto, e tace tuttora, sulla pericolosa strumentalizzazione politica e pseudoesoterica in pessima fede, che del nome e dellʼOpera di Massimo Scaligero viene perpetrata, su siti internet e su fogli vari, da parte di ambienti appartenenti ad ideologie molto problematiche e ad esoterismi alquanto deviati, fortemente antagonisti rispetto alla Scienza dello Spirito e alla Via del Pensiero, i quali, tuttavia, oltre a mettere, cinicamente strumentalizzandole su pubblicazioni, convegni e siti web, figure come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero sullo stesso piano e alla medesima stregua di Julius Evola, René Guénon, Giuliano Kremmerz, Georges I. Gurdjieff, e Aleister Crowley, spesso le deridono pure, suscitando lʼingiusto giudizio del mondo su loro: soprattutto su Massimo Scaligero.

Certo che – a mio modo di vedere – se si vuole davvero evitare di «compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili», ci dovrebbe astenere dal fare inopportuni ʽpronunciamentiʼ, che la mia sapiente amica Fang-pai definirebbe sin troppo educatamente ʽinappropriatiʼ, e che possono ferire la persona che mai Massimo Scaligero vorrebbe venisse ferita, e che possono davvero ostacolare, dividere e paralizzare quella Comunità Solare, alla formazione e alla cura della quale egli si dedicò, senza mai risparmiarsi, sino agli ultimi attimi della sua vita terrena. Voglio proprio sperare che non si voglia questo!

LIEVISSIMO CURARE

2/17992

LIEVISSIMO CURARE

 

 LA VOLONTA’  DERAGLIA NEL PARLOTTIO PROFONDO.

OVE LA MENTE SI INCOLLA AL GRAN GRAVARE.

SETE DI VITA CHE E’  VOLERE  :  IMPASTA NELLA ROCCIA IL CONCEPIRE.

ED E’  LA BLASFEMIA CHE INCEDE FRA I DESERTI.

MENTRE LI CREA VI INCEDE E LI PROPAGA.

 

MASSE DI CEREBRALITA’  MOSSE DALLA SETE.

 

MASSE DI CEREBRALITA’ CHE MENTRE RUMINA PAROLE  :

DETESTA OGNI SINTESI INTUITIVA ED OGNI CIELO.

 

ED E’  IL DENSO VUOTO IN CUI L’ETERICO SI SPEGNE.

VENATURE DI CARNEA ROCCIA CEREBRALE.

 

MA TALE PARALISI BARCOLLA E CEDE

IN QUANTO E’ ATTRAVERSATA DALL’UNIRE.

 

IN QUANTO LA SINTESI ATTRAVERSA QUELLA PIETRA  :

NE VIVE E NE DISVELA E NE URTA IL BALBETTARE.

 

E’ LAMPO ED E’ FUOCO CHE SI ACCENDE.

 

MENTRE RIASCENDE IL LIEVISSIMO CURARE.

 

E L’IMPOSSIBILE TOCCO DELL’IDEA FOLGORA GLI INFERNI.

 

ORO DELL’ATTUARSI LOGICO DEL VIVERE NEI CIELI.

 

ETERICO DELL’ORO NELL’ARGENTO.

 

LAMA IMMATERIALE CHE SBRICIOLA LE ROCCE.

E CHE SI ACCENDE.

 

NELL’ALTO DISPIEGARSI DEL CUORE INTELLIGENTE.

 

VI E’ SPAZIO PEI DESTINI DEL VIVENTE SACRO.

 

IN LOGOS.

 

FRA ALI DI FOLGORI ARCANGELICHE CONCESSE

CHE IRRORANO DI IMPETO LUCENTE L’ADUNARE.

 

 HELIOS FK AZIONE SOLARE

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L’ARCHETIPO- APRILE 2022

Anno XXVII n. 4

Aprile 2022

In questo numero:

AMOR VERITATIS. PARTE TERZA.

Vi è, attualmente, tra i cultori della Scienza dello Spirito, ed anche tra molti appartenenti alla ʽComunità Solareʼ – adopero volutamente questa espressione con la quale Massimo Scaligero volle chiamare la Comunità spirituale di coloro che dovrebbero consacrarsi alla ʽVia del Pensieroʼ, ossia alla più fervida pratica interiore della Concentrazione, della Meditazione secondo il canone rosicruciano – una paradossale sottovalutazione della funzione del pensare nella ʽViaʼ di realizzazione spirituale. Sottovalutazione paradossale – come paradossale è il doverlo ancora rilevare, ancor oggi, oltre quarantadue anni dalla sua dipartita – dopo tutto quanto Massimo Scaligero riversò in libri e articoli, in scritti e in lettere, di Aurea Sapienza. Sottovalutazione paradossale – e colpa non scusabile – dopo tutto quanto Massimo Scaligero espose, in maniera chiara e limpida, in incontri personali e in riunioni, sino a non aver egli più né fiato né parole per quante volte, in innumerevoli forme sempre diverse e, ogni volta, sempre vive, instancabilmente ripeté, sino allo sfinimento, lʼimportanza fondamentale del pensare nella ʽViaʼ iniziatica dei Nuovi Tempi.

Importanza fondamentale, anzi – dovrei dire per maggior chiarezza ed esattezza – ʽfondanteʼ, quella del pensare, perché solo e unicamente il pensare può dare salde fondamenta per lʼedificazione di un edificio spirituale, che possa reggere le tempeste che si abbatteranno –  e con sicurezza esse si abbatteranno – sul discepolo che, con tutto se stesso, si voglia consacrare alla realizzazione della Iniziazione ad una più alta Conoscenza, ad una più alta vita spirituale. Del resto, tempestetempeste terribili e devastanti –  si sono già abbattute, e si abbatteranno siucuramente in futuro, sulla Comunità spirituale, sulla Comunità Solare. Per rendersi conto del fatto che così debba essere, basterebbe leggere dalla La Sacra Bibbia, versione riveduta nel 1924, del testo originale tradotto dal lucchese Giovanni Diodati nel 1607, da parte di Giovanni Luzzi della Facoltà Teologica Valdese di Roma, il Vangelo, ove in Matteo, 7, 24-27, dal Signore vien detto:

«Perciò chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato ad un uomo avveduto che ha edificata la sua casa sopra la roccia. E la pioggia è caduta, e son venuti i torrenti, e i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma ella non è caduta, perché era fondata sulla roccia.

E chiunque ode queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato ad un uomo stolto che ha edificata la sua casa sulla rena. E la pioggia è caduta, e son venuti i torrenti, e i venti hanno soffiato ed hanno fatto impeto contro quella casa; ed ella è caduta, e la sua ruina è stata grande».

Qualcosa di analogo lo possiamo scorgere in quella che nel Buddhismo Mahâyana, nel Daśabhûmikasûtra, nel Sutra delle Dieci Terre (una sezione dellʼAvataṃsakasûtra, o Sûtra della Ghirlanda di Fiori, che descrive le dieci tappe, o stadi, bhûmi, del procedere di un Arya Bodhisattva), dall’Illuminato Asceta degli Shakya viene chiamata ʽacintya sthânaʼ, ossia la ʽincrollabileʼ, la ʽinconcepibile dimoraʼ. Dal Buddha Shakyamuni la ʽdimoraʼ del Bodhisattva viene definita ʽinconcepibileʼ, perché nel suo procedere – procedere compassionevole in quanto egli vuol portare alla salvezza, alla Liberazione, e all᾿Illuminazione tutti gli esseri – il Bodhisattva ha realizzato la ʽGnosiʼ, la folgorante comprensione sovraconcettuale della ʽvacuitàʼ, essenza della Sapienza Trascendente, la Prajñâpâramitâ, dalla quale soltanto nasce la Illimitata Compassione, la Mahâkaruṇâ. Di fronte all᾿idea della ʽvacuitàʼ molti ricercatori arretrano spaventati, perché non la comprendono, anzi, neppure giungono a concepirla, o anche solo vagamente a intuirla. Forse costoro dovrebbero riflettere a quello che il Signore – in Matteo, 8, 19-20, risponde ad uno scriba:

«Allora uno scriba, accostatosi, gli disse: Maestro, io ti seguirò dovunque tu vada. E Gesù gli disse: Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figliuol dell’uomo non ha dove posare il capo».

Questo perché l᾿Io sono non si appoggia su niente, mentre può sorreggere tutto. E – repetita inscientibus semper iuvant, ossia: le cose ripetute giovan sempre agl’ignoranti – una volta di più, occorre porre davanti allo sguardo interiore le già più volte citate parole di Massimo Scaligero, scritte in Magia Sacra. Una via per la reintegrazione dell᾿uomo, Tilopa, Roma, s.d. ma 1966, p. 205: «Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi. Chi vuole reggersi, non ha capito»

Quella di sottovalutare la funzione del pensare, e di conseguenza quella di negligere, o addirittura evitare il fattivo, volitivo, intenso, sicuramente faticoso, impegno ascetico nella ʽVia del Pensieroʼ, nella fervida pratica interiore, viene ad essere – e non è affatto un giuoco di parole – una forma di irresponsabile ʽspensieratezzaʼ, che oggi, data la gravità dei tempi presenti, e di quelli ancora più difficili che verranno, nessuno si può permettere: nessuno, oramai, dovrebbe mai più permettersi.

Certo, la rosicruciana ʽVia del Pensieroʼ è una ʽViaʼ oltremodo esigente, ed il percorrerla è procedere su un aspro sentiero, irto di ostacoli, di difficoltà. Ma occorre non dimenticare mai – come non lo dimentica mai il Bodhisattva che ha fatto voto di salvare tutti gli esseri senzienti – che la vita di miliardi di persone è ben più difficile, ben più dolorosa, e a volte ben più insopportabilmente straziante, di quella di tanti sedicenti ʽspiritualistiʼ dall’insufficiente coraggio, dal troppo tiepido amore per lo Spirito, dalla troppo fiacca volontà, e dalla troppo grande comodità interiore, e non dimenticare mai, inoltre, che a quei miliardi di esseri umani dal destino è stata negata quella ʽLuceʼ spirituale, che a noi, invece, fu largamente donata, e non sempre da noi nel suo pieno, alto, valore adeguatamente apprezzata e venerata. Anzi vediamo che, ogni giorno che il Cielo manda, miliardi di persone – ed è ben doloroso doverlo constatare – affrontano – ancorché privi della ʽLuceʼ a noi donata – la vita, le sue tragedie, le sue difficoltà, privazioni e prove dolorose, con più coraggio, con più saggezza, con più generosità, con più lealtà, con più gratitudine, con più solidarietà e autentica umanità verso i propri simili di tanti sedicenti ʽspiritualistiʼ. Quel che costantemente, con la parola e con l’esempio, insegnò Massimo Scaligero è che «non si può seguire lo Spirito, ed essere borghesi nell’anima». Ossia. non si può vivere ʽal risparmioʼ, essere ʽavariʼ nell’impegno interiore, procedere in maniera ignave, evitando i pericoli, con la vile ʽprudenzaʼ dei pavidi. Ché vivere a ʽal risparmioʼ non è certo ʽvivereʼ. Pericoli – anche estremi – che, lo si voglia o no, incombono comunque, pericoli che non verranno affatto evitati mediante paura e viltà, le quali non solo non proteggono, ma indeboliscono ulteriormente, e addirittura espongono, sconsideratamente,  a maggiori pericoli.

Eppure, per non dimenticare la centralità del ʽpensareʼ, del ʽpensare puroʼ, di quel ʽpensare libero dai sensiʼ, che con troppa disinvolta ʽpre-sunzioneʼ è stato dichiarato essere una «esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica» e questa categorica, dogmatica, ʽpre-suntuosaʼ, affermazione è sicurissimamente un attacco allo Spirito, un vero e proprio attacco al Graal –  centralità che ha, e deve avere, nella ʽVia dellʼIniziazioneʼ dei Nuovi Tempi, basterebbe rileggere, e più volte ben meditare, quanto Rudolf Steiner scrive nel quinto capitolo, La conoscenza dei mondi superiori. (Dellʼiniziazione), de La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista da W. Schwarz, Gius. Laterza e Figli, Bari, 1947, pp. 249-251:

«Per chiarire questo punto bisogna riflettere che il pensiero umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato, poiché il pensiero contiene un’essenza interiore, la quale è in rapporto con il mondo soprasensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto, perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto per il mondo dei sensi, e giudica perciò incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo soprasensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero, che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando continuamente in tal modo gl’insegnamenti dell’investigazione occulta ci si abitua a pensieri che non sono tratti dalle percezioni dei sensi; s’impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero viene contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il loro nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre si pensa ci si trova nel campo di una forza soprasensibile vivente. L’uomo dice a sé stesso: «Vi è, in me come un organismo formato di pensiero; Io sono però tutt’uno con esso». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili che noi osserviamo con i sensi fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici. L’osservatore dei mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela, per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta ch’egli sia spregiudicato per poter dire ugualmente a sé stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo formato di pensiero». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato colore, o percepisco un determinato profumo. 

… Non vi è nessuna contraddizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei propri pensieri dagl’insegnamenti dell’investigatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’investigatore dello spirito desti nel suo uditore o lettore dei pensieri, che questo deve attingere anzitutto in sé stesso, mentre colui il quale descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».

Massimo Scaligero, in colloqui che periodicamente avevamo nel suo studio in Via Cadolini a Roma, alcune volte volle rievocare quel ʽmagicoʼ momento, carico di destino, nel quale – era una primavera dei primi Anni Quaranta del secolo scorso – egli aprì ʽcasualmenteʼ – ma per un occultista, ovviamente, il ʽcasoʼ non esiste – la Scienza Occulta di Rudolf Steiner esattamente nel punto nel quale erano scritte le parole sopra riportate. Una volta, volle addirittura indicarci le pagine dellʼedizione di Laterza, del 1932, che, in quei memorabili momenti, egli ebbe la ʽfeliceʼ ventura di leggere. Questi furono i pensieri che fecero sì chʼegli, per la prima volta, riconoscesse la grandezza spirituale di Rudolf Steiner, ossia che lo riconoscesse come il «Maestro dei Nuovi Tempi», e che sulla base di un tale autonomo riconoscimento del ʽMaestroʼ e della ʽViaʼ, che così inaspettatamente gli si apriva, decidesse di abbandonare i sentieri dellʼOriente e della Tradizione, da lui in precedenza seguiti, e di consacrarsi completamente alla Scienza dello Spirito, alla rosicruciana Anthroposophia, da lui in precedenza misconosciuta, criticata, e avversata.

Egli stesso volle descrivere quello che potremmo chiamare lʼ«incontro» per antonomasia quello decisivo – che significò la svolta radicale nella sua vita e nella sua ascesi in risposta al suo interrogare il Cielo e il destino. Così possiamo leggere nella edizione originale, quella non arbitrariamente alterata, curata da Massimo Scaligero stesso, di Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, pp. 66-67:

«Così avvenne che un giorno io avessi la risposta dalla direzione che meno mi aspettavo. Era un pomeriggio di primavera e stavo seduto su una comoda sedia per leggere qualcosa di semplice – giornale o rivista – prima di rimettermi al lavoro, quando, mancandomi un qualsivoglia foglio o libro di leggera lettura, allungai la mano verso un reparto della libreria in cui raccoglievo i volumi di scarso interesse o di frivola lettura e ne trassi La Scienza occulta di Rudolf Steiner.

… Trassi dunque dalla libreria La Scienza occulta, proprio per leggere qualcosa di semplice come una favoletta o un racconto sensazionale, dato che non avevo altro sotto mano. Aprii a caso il libro verso a metà e il mio occhio andò su una frase che immediatamente mi colpì: mi parve dirmi qualcosa di molto familiare: lessi e rilessi il periodo, lo meditai alquanto, e lʼimpressione di trovarmi dinanzi a qualcosa di essenziale gradualmente si accrebbe in me. Lessi ciò che veniva prima di quel punto e quello che veniva dopo, e mano a mano avevo la certezza di trovarmi dinanzi a quello che mi attendevo da tempo. Sulla scorta di UR, avevo bensì già letto e apprezzato volumi dello Steiner come Iniziazione e Coscienza dʼiniziato, ma in quanto seguivo fedelmente Evola e Guénon, avevo accettato da questi autori una critica severa riguardo allʼinsegnamento dello Steiner. Da anni conosco serie di ricercatori che, in base a tale critica, hanno rifiutato lʼAntroposofia di Rudolf Steiner: non conosco nessuno che, dopo aver accettato tale critica, abbia poi avuto la forza di ricredersi e di riconoscere nello Steiner, per a u t o n o m a  revisione critica, qualcosa di più che un Maestro, il Maestro.

Capii dunque dʼun tratto che forse mi attendeva un lavoro nuovo di verifica dei valori sui quali mi ero sino ad allora appoggiato. Mi sprofondai nella lettura della Scienza occulta, per avere conferma di una precisa impressione interiore: di pagina in pagina cominciai a riconoscere il paesaggio a me familiare: da quella esposizione però balzava un significato, come la relazione interna, o lʼessenza, che dava senso al tutto: la idea di cui la serie delle imagini era il linguaggio o lʼalfabeto: e tale significato, nel libro medesimo, rimandava a un metodo di conoscenza, il contatto con il quale cominciò parimenti per me essere come un  r i c o n o s c e r e, o un  r i c o r d a r e, qualcosa che già avevo realizzato con i miei mezzi, facendo dello yoga il mio yoga.

Ricordo che quel giorno, chiudendo il libro, ebbi per la prima volta lʼidea che dietro la figura e lʼopera di Rudolf Steiner si celasse la personalità del Maestro che molti affannosamente cercano in Oriente o nei recessi della Tradizione».

Dunque, la vissuta esperienza interiore che allora Massimo Scaligero ebbe nel leggere le pagine nelle quali Rudolf Steiner parla – indicandola apertamente come decisiva per lʼintero cammino iniziatico del discepolo dellʼIniziazione – del «pensiero puro», del «pensiero libero dai sensi», fu tuttʼaltro che una «esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», come – in maniera davvero insana e improvvida – fu scritto. Anzi, essa fu una esperienza frutto e culminazione di una  ʽdeliberata ascesiʼ, di una ʽascesiʼ di una intensità per molti difficilmente immaginabile, e, come tale, essa fu unʼesperienza supremamente ʽcoscienteʼ, che portò Massimo Scaligero alla scelta di consacrare, oltre i limiti dell’ego, l’intera sua vita alla realizzazione della ʽVia del Pensiero Viventeʼ, e – quando gli fu chiesto dallʼAlto – alla generosa, sacrificale, opera di orientamento, e indicazione di tale ʽViaʼ nei confronti dei sinceri ricercatori dello Spirito.

Ascesi Solare alla quale Massimo Scaligero – dopo lʼ«incontro» e il «riconoscimento» della figura spirituale di Rudolf Steiner – consacrò, con una dedizione ed una abnegazione senza pari, lʼintera sua vita, sino ai suoi ultimi istanti, fu tuttʼaltro che «una via incompleta e superata», come – in maniera altrettanto insana e improvvida, e persino insolente – fu esplicitamente detto, ventisei anni fa, a me personalmente, in casa mia, e davanti ad una testimone, da chi meno di tutti avrebbe dovuto, non fosse altro che per debito di gratitudine verso il Maestro. Quella Ascesi Solare fu, per parafrasare una mirabile espressione del Śûraṅgamasûtra, uno dei più bei Sûtra del Mahâyâna, il ʽGrande Veicoloʼ dei Bodhisattva, un «procedere eroico», una «marcia eroica». Un tale «procedere eroico» portò Massimo Scaligero allʼincontro con il Logos in totale indipendenza da tutte forme confessionali vigenti, soprattutto da quelle promananti dalla nota potenza straniera dʼOltretevere che, nel suo materialismo spirituale – mi si passi l’ossìmoro – vorrebbe realizzare, come esplicitamente dichiarò Rudolf Steiner, la paralisi, l’oscuramento e la morte dell’anima cosciente, la distruzione totale della Scienza dello Spirito, e a tal fine, oramai da oltre un secolo, con ogni mezzo illecito, immorale e criminale, instancabilmente si adopra.

Sin nellʼultimo incontro, chʼegli ebbe con alcuni di noi – era la sera 25 gennaio 1980, nel quale, come ogni ultimo venerdì del mese, dalla nostra città venivamo a Roma per il Rito della meditazione con lui – Massimo Scaligero affrontò, come faceva con insistenza negli ultimi anni, il tema del ʽrealismoʼ, che come ʽrealismo materialisticoʼ, ʽscientificoʼ, ʽeconomicoʼ, ʽreligiosoʼ, ʽmetafisicoʼ, persino ʽantroposoficoʼ, vede la realtà come esistente in sé, fuori dellʼatto del conoscere, fuori del quale, invece, nulla è vero, nulla è reale. Egli mostrò come tale ʽrealismoʼ sia la più potente arma antispirituale mediante la quale lʼOscuro Signore domina lʼessere umano, obnubilando la sua coscienza, paralizzandone la volontà, corrompendone la natura, cercando di trascinarlo definitivamente nel subumano. Ad un tale inferiore, antispirituale, ʽrealismoʼ, Massimo Scaligero opponeva un superiore, autenticamente spirituale, ʽrealismo del pensareʼ, il ʽrealismo etericoʼ, chʼegli chiamava anche ʽrealismo christicoʼ, o ʽrealismo del Logosʼ: nulla a che vedere con quel fideismo confessionale, che, nella sua dimensione di impotenza conoscitiva, ne è la pavida, rinunciataria, caricaturale, negazione. Che, persino in un campo che si pretende ʽreligiosoʼ, le cose stiano esattamente così è quanto afferma Rudolf Steiner nella VI conferenza,  La legge del destino – tenuta a Monaco il 30 maggio 1907  – de La Saggezza dei Rosacroce, trad. italiana a c. di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1973, pp. 67-68:

«Il materialismo ha agito sin nella religione. Non sono forse materialisti coloro che «credono» a un mondo spirituale, ma non vogliono conoscerlo? Questo è materialismo religioso, materialismo che desidererebbe veder svolgere davanti agli occhi il mistero della creazione in sei giorni, proprio come la grande evoluzione del mondo è descritta nella Bibbia, lo stesso materialismo che parla del Cristo Gesù come di una «personalità storica», senza badare al mistero del Golgota. il materialismo della scienza è soltanto una conseguenza del materialismo religioso; non esisterebbe se la vita religiosa non fosse impregnata di materialismo. Chi oggi non si sforza di approfondire il fenomeno religioso, contribuisce a produrre il materialismo nella scienza».

Ed oggi, la mondanissima compromissione della confessione, sedicente ʽcristianaʼ, facente capo alla suddetta nota potenza straniera d’Oltretevere, nel suo ʽrealismo sociologicoʼ, ʽpoliticoʼ, ʽpsicologicoʼ, ʽeconomicoʼ, è scesa a forme di ʽmaterialismo religiosoʼ persino più basse, persino più volgari e gravi di quelle prospettate da Rudolf Steiner in quella conferenza e in molte altre, ch’egli terrà negli anni successivi. In quellʼultimo incontro – egli ci lasciò poche ore dopo – opponendosi ad ogni forma di ʽrealismo antispiritualeʼ, pur mascherato dietro mille forme dialettiche, Massimo Scaligero chiese a quelli di noi, che quella sera eravamo presenti nel suo studio, apertamente di essere e rimanere rigorosamente fedeli a questo ʽrealismo del pensareʼ, alla esperienza ascetica  cioè non speculativa o filosofica, ma meditativa – del momento eterico del concetto.

Questo ʽrealismo del pensareʼ portava, inevitabilmente, come istanza ultima della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, a sfociare in quello che Novalis avrebbe chiamato «idealismo magico», secondo il quale: «tutto è nel pensiero, e nulla è fuori del pensiero», per cui «il pensiero, essendo unica realtà, è una prigione dalla quale non si può fuggire, perché non ha mura». Rudolf Steiner nel V capitolo, La conoscenza del mondo, della Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 71-72:

«La ragione per cui il pensare viene di solito trascurato nella considerazione delle cose, l’abbiamo esposta precedentemente (cfr. pag. 36 e seguenti). Essa consiste nella circostanza che noi dirigiamo la nostra attenzione soltanto sull’oggetto intorno al quale pensiamo, e non contemporaneamente anche sul nostro pensare. La coscienza primitiva tratta perciò il pensare come qualcosa che non ha nulla a che fare con le cose, ma ne rimane interamente in disparte, e in disparte fa le sue considerazioni sul mondo. L’immagine che il pensatore si forma dei fenomeni del mondo, non ha valore come qualcosa che appartiene alle cose, ma che esiste soltanto nella testa dell’uomo; il mondo è completo anche senza questa immagine. Il mondo è lì, completo in tutte le sue sostanze e forze; e di questo mondo completo in sé, l’uomo si fa un’immagine. Ma a chi pensa così, bisogna domandare: «Con che diritto considerate voi completo il mondo, senza il pensare?».

Massimo Scaligero, nell’ormai lontano 1970, mi inviò attraverso la lettera di L.  l’amico che mi fece l’inestimabile dono (un debito per me inestinguibile) di farmi conoscere la ʽVia del Pensieroʼ, e il Maestro  questo pensiero, che mi ha accompagnato per decenni come un aureo tema di meditazione, e che per me è la sintesi dell’«idealismo magico», che sta alla base della Filosofia della Libertà:

«La Via è dominare in maniera cosciente il momento dinamico del pensiero, che dà a se stesso la forma di concetto e nella percezione diviene oggetto».

Questa, del resto, fu la culminazione alla quale giunse lʼAscesi del Mahâyâna nella scuola Yogâcâra: la dottrina della Vijñaptimâtratâ, la dottrina della ʽsola coscienzaʼ. Del resto, Massimo Scaligero stesso ci fece più volte presente come il sorgere, oltre le forme del Buddhismo più antico, del Mahâyâna, delle realizzazioni ascetiche della śûnyatâ, della ʽvacuitàʼ, della scuola Madhyamaka di Nâgârjuna, della Vijñaptimâtratâ, della ʽsola coscienzaʼ, della scuola Yogâcâra dei fratelli Asaṅga e Vasubandhu, fosse un evento christico, conseguenza dell’evento del Golgotha, realizzazioni che nulla avevano a che fare con le forme di quel cristianesimo confessionale, che sempre di più andrà involvendo nelle forme degenerescenti del cattolicesimo. Naturalmente, si tratta del ʽpensiero-folgoreʼ, non del mero filosofico pensiero riflesso, ossia si tratta del ʽpensiero viventeʼ, che Massimo Scaligero ci ha instancabilmente indicato – e lo fece altresì in quelle ultime memorabili ore della sua vita – chiedendo a noi, esplicitamente, di rimanere fedeli a questa ʽViaʼ: appunto, a questa ʽViaʼ, e non a unʼaltra

Potrà forse stupire qualche lettore questo mio ripetuto nominare lʼAscesi, temerariamente audace, del Mahâyâna, di scuole come quella del ʽCammino di Mezzoʼ, del Mâdhyamakamarga di Nâgârjuna, quella della ʽpratica dello yogaʼ, dello Yogâcâra di Asaṅga. Ora, la biografia tramandata di Asaṅga riferisce come, in seguito ad un gesto di commossa compassione, gli si fosse manifestato il Bodhisattva – e futuro Buddha Maitreya, il quale lo condusse nel cielo di Tuṣita, ove lo illuminò con le dottrine del Vijñânavâda, ʽdella coscienzaʼ, del Vijñaptivâda, ʽdel contenuto della coscienzaʼ, o vijñaptimâtra, della ʽsola coscienzaʼ, o cittamâtra, della ʽsola menteʼ. A questo proposito, è veramente prezioso quanto scrive Massimo Scaligero nellʼVIII capitolo, Il vuoto e la quiete delle Gerarchie, de La Via della Volontà Solare, Fenomenonolgia dellʼUomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Napoli, 1962, pp. 282-283:

«Il ricercatore può ravvisare nella storia spirituale dell’Oriente, a partire dallʼEra Cristiana, il senso univoco delle diverse correnti metafisiche, soprattutto nel Buddhismo, da quando il grande Nâgârjuna, prendendo le mosse dal pratitya samutpada dissolve il mondo delle parvenze nel “vuoto”, che è ugualmente di là da e s s e r e  e  n o ne s s e r e , ma in pari tempo in tale direzione indica il pensiero come funzione capace di liberarsi dellʼattività concettuale in cui ordinariamente si determina, in realtà non viene negato nulla del Buddhismo delle origini: si può dire anzi che esso venga svolto in forme di conoscenza possibili appunto per la presenza di un impulso ulteriore che è la volitiva via verso lʼautocoscienza, riconoscibile anche quando si accende il grande contrasto dialettico tra il Buddhismo e le principaliscuole dellʼInduismo.
È evidente che tale elemento interiore nuovo converge verso la conoscenza del “vuoto” e si collega con il Terzo Veicolo, o Veicolo Adamantino: è la vocazione di Vasubandhu e Asanga. Secondo la loro biografia scritta da Paramârtha, i tre fratelli Asanga, Vasubandhu, Virincivasta, appartenevano inizialmente alla scuola Sarvastivâdin, che è il realismo del Piccolo Veicolo, ma questa dottrina non era sufficiente ad Asanga, che si elevò per virtù della meditazione al cielo Tushita, ove ricevette dal Buddha Maitreya lʼinsegnamento che poi espose negli scritti consacrati alla dottrina del «nullʼaltro che coscienza» (vijñaptimâtra)».

La sottovalutazione della funzione del pensare allʼinterno della ʽComunità Spiritualeʼ, della ʽComunità Solareʼ, è una forma di superficiale e sciocca ʽspensieratezzaʼ, che può avere conseguenze molto gravi. È una ʽspensieratezzaʼ irresponsabile, che denota lʼappannarsi della lucidità della coscienza e lo sfrangiarsi della tensione della volontà nei confronti dello Spirituale. In tempi così calamitosi, come quelli che stiamo vivendo, in tempi che potrebbero rivelarsi ʽfataliʼ, per lʼuomo, e persino ʽfatali senza ritornoʼ, sarebbe necessario scuotersi, con celere urgenza, dal torpido, e troppo comodo, narcotico sonno che stordisce, obnubila, fiacca, imborghesisce quelli che – per decisione prenatale – dovrebbero essere i ʽguerrieri dello Spiritoʼ, i ʽcombattenti della Schiera di Micheleʼ.

Non si tratta affatto di una mera questione ʽteoreticaʼ, ʽgnoseologicaʼ, ʽfilosoficaʼ, ovverossia di una mera ʽconvinzione intellettualeʼ, una delle tante, troppe, soggettive ʽopinioniʼ, delle quali è da sempre infetto il mondo. Anzi, il nostro ʽintelligentissimoʼ, e, ovviamente, tanto ʽilluminatoʼ, mondo moderno ha persino creato una apposita ʽprofessioneʼ, lautamente retribuita dal ʽpotereʼ: quella degli ʽopinionistiʼʽopinion-makersʼ, ossia ʽfacitori d’opinioniʼ, li chiamano anglofoni ed anglomani – accreditati ed unici autorizzati, che sui giornali, alla radio, in televisione, e in internet, spadroneggiano e, con aria di compunta serietà, si fanno ʽpersuasori occultiʼ – mai nomen fu più eloquente e rivelatore omen – ed ʽeducatoriʼ, abili ʽmanipolatoriʼ delle ingenue, impreparate, incolte, menti delle – ai loro occhi, naturalmente – inintelligenti, stupidissime, masse. Si tratta, invece, di una questione ʽvitaleʼ della Scienza dello Spirito: ʽvitaleʼ per la vita dellʼanima, la quale – senza una salda e sicura base conoscitiva, corrompendosi – facilmente può essere trascinata nel fallace mondo delle soggettive illusioni, delle morbose visioni, della più insidiosa, menzognera e tossica medianità. 

Più volte, su questo animoso blog, è stato messo in evidenza che avere cosiddette ʽpercezioniʼ, o ʽvisioniʼ, pretese ʽspiritualiʼ, di per sé non significa proprio nulla, perché ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ possono sì essere autentiche, ossia corrispondenti ad obbiettiva realtà, ma spessissimo – molto più frequentemente di quel che molti ingenui ʽrealistiʼ, poco o per nulla pensanti, neppure minimamente sospettano – sono solo sogni, o morbose allucinazioni, patologiche manifestazioni psichiche in conseguenza di alterati stati corporei, di stati medianici di coscienza, anzi dʼincoscienza, provenienti da una equivoca ʽtrascendenza dal bassoʼ. Come ebbi umoristicamente a scrivere anni fa – quis vetat ridendo dicere verum? – con gente che ha ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ, ossia gente sicuramente in ottima fede, ma che ʽingenuamenteʼ e ʽrealisticamenteʼ credono, con assoluta sincerità, in maniera totalmente acritica, alle più improbabili e infondate ʽesperienzeʼ, ci posso riempire treni interi, bagagliaio e posti in piedi  compresi.

Che soltanto attraverso lʼesperienza cosciente del pensare, unicamente su sé fondato, sia possibile raggiungere una totale, assoluta, certezza, e che soltanto su tale cosciente esperienza sia possibile dare base sicura, fondamento incrollabile alla Scienza dello Spirito, e non sul misticismo del sentimento, o sulle soggettive percezioni visionarie, che son sempre in qualche misura medianiche, è quanto Rudolf Steiner apertamente afferma nella sua Filosofia della Libertà, già nella Prefazione alla seconda edizione, del 1918, ove, nella limpida ed esatta traduzione di Dante Vigevani, alle pp. 9-10, leggiamo:

«Quando, a suo tempo, scrissi il libro, mi limitai a non dire più di quanto nel senso più stretto sia in relazione con le due questioni sopra indicate. E se qualcuno dovesse stupirsi di non trovare ancora in questo libro nessun accenno al campo dell’esperienza spirituale di cui ho trattato in scritti miei più recenti,voglia considerare che, a quel tempo, non intendevo dare una descrizione dei risultati che si ottengono con l’indagine spirituale, ma soltanto costruire le fondamenta sulle quali tali risultati possano appoggiarsi. Questa Filosofia della libertà non contiene nessuno di quegli speciali risultati, così come non contiene, nessun particolare risultato, delle scienze naturali; ma di ciò che essa contiene non potrà, a parer mio, fare a meno chi aspiri alla certezza in questo genere di conoscenze».

E nel III capitolo, Il pensiero al servizio della comprensione del mondo, alle pp. 38-39, indica una esperienza interiore del pensare – nella sua interezza e massima intensità sperimentabile unicamente da chi si consacri totalmente alla pratica della Concentrazione – che sola può essere fondamento ad ogni altra esperienza, e dare assoluta certezza alla Conoscenza:

«Ma per chiunque abbia la capacità di osservare il pensare – e con un po’ di buona volontà questa capacità può averla ogni uomo normalmente organizzato – tale osservazione è la più straordinariamente importante di quante egli ne possa fare. Poiché qui l’uomo osserva qualcosa che egli stesso produce: non si trova di fronte ad un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività. Egli sa come sorge quello che osserva, vede i nessi e i rapporti. Vien conquistato così un punto fisso, dal quale si può con fondata speranza muovere verso la spiegazione di tutti gli altri fenomeni del mondo.

Il sentimento di possedere questo punto fisso indusse il fondatore della filosofia moderna, Renato Cartesio, a basare tutta la conoscenza umana sulla frase: «Io penso, dunque sono». Ogni altra cosa, ogni altro divenire, è là senza di me, non so se come verità, o come illusione o sogno. Una sola cosa io so in modo del tutto sicuro, in quanto io stesso la porto a sicura esistenza: il mio pensare … La più semplice affermazione che posso fare riguardo ad una cosa è che essa è, che esiste. Come questa esistenza si debba poi determinare più esattamente, al primo momento non posso dirlo per nessuna cosa che appaia all’orizzonte della mia esperienza. Bisogna prima, per ogni oggetto, esaminare i rapporti che esso ha con altri, per poter determinare in che senso si può parlare della sua esistenza. Un processo sperimentato può essere una somma di percezioni, ma può anche essere un sogno o un’allucinazione. In breve, non posso dire in quale senso esso esista. Questo, potrò anche non dedurlo dal processo, ma lo sperimenterò quando lo considererò in rapporto ad altre cose. Ma anche allora non potrò in fondo sapere se non in quale rapporto esso sta con queste cose. Il mio cercare arriva su terreno solido soltanto quando riesco a trovare un oggetto per il quale io possa ricavare il senso della sua esistenza dall’oggetto medesimo. Ma tale sono io stesso come essere pensante, in quanto do alla mia esistenza il contenuto preciso e poggiante in sé dell’attività pensante. Da qui posso io ora partire, e domandare: «Esistono le altre cose nello stesso senso o in un altro?».

E, poco oltre, a p. 40, per chi abbia sguardo acuto, e – ancora una volta – voglia sinceramente intendere, e non volutamente fraintendere, Rudolf Steiner indica lʼ«atto» interiore che, nella Concentrazione profonda, realizza la «contemplazione», lʼ«osservazione», la «percezione pura» del pensare stesso :

«Quello che con la natura è impossibile – il creare prima di conoscere – col pensare noi lo facciamo. Se volessimo aspettare di conoscere il pensare prima di pensare, non arriveremmo mai a pensare. Dobbiamo risolutamente pensare per poter poi, per mezzo dell’osservazione di ciò che noi stessi abbiamo fatto, arrivare alla conoscenza di esso. Per l’osservazione del pensare dobbiamo noi stessi creare prima un oggetto. Per l’esistenza di tutti gli altri oggetti è stato invece provveduto senza la nostra cooperazione».

Che poi è lʼesperienza ascetica da compiersi volitivamente, liberamente, e non imposta dalla natura, che Massimo Scaligero indica nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, III ediz., Tilopa, Roma, 1979, ove nel capitolo VII, pp. 21-23, ove scrive:

«Il pensiero pensante può essere obiettivato, così come per ora ordinariamente si giunge ad obiettivare il pensiero astratto. Questa operazione è la concentrazione del pensiero mediante un tema. Occorre sul filo stesso del procedimento del pensiero avvertire la necessità logica dell’ascesi pensante. 

… Lʼobiettivazione del pensiero pensante, o del pensiero in quanto sintesi dinamica, comporta il sorgere dellʼIo fuori delle condizioni della riflessità. Ma è già lʼazione dellʼIo. Per essere, ora esso non ha bisogno di riflettersi nellʼastrattezza che lo riduce al sensibile: comincia a vivere in quanto ha come supporto il moto sintetico del pensiero, in cui lʼastrattezza è dissolta.

Nella meditazione, o nella concentrazione, non coinvolto nel sensibile, lʼIo vede esterno a sé il pensare, ma, parimenti, non viene coinvolto dal sensibile, in quanto può vedere obiettivamente il pensiero: comincia a essere indipendente dalle condizioni della natura, la quale normalmente per via del pensiero può astringerlo a sé.

LʼIo può volersi nell’esistere, secondo libertà: può creare oltre il già creato, in quanto comincia a conoscere terrenamente un vivere che prima gli era estraneo: un vivere oltre quel passato che obbliga lʼuomo sotto forma di natura, tradizione, cultura, ed è errore se diviene condizione dell’esistere, fuori del principio dell’Io da cui sostanzialmente origina.

LʼIo può vedere il pensare libero nella sua oggetti vita: il pensare che pensa il mondo, onde può penetrare il segreto del mondo. Normalmente, lʼaderire dell’uomo al mondo dei sensi non è un penetrarlo, ma un essere afferrato dalle correnti della natura.

Innanzi allʼIo libero, il mondo dei sensi sorge come mondo sovrasensibile, perché penetrato nel fondamento: quello che erroneamente si cerca oltre il conoscere, fuori dellʼIo».

Questa è ʽVia oltre lo Yoga, oltre lo Zenʼ, insuperata, e superatrice di ogni antica ʽViaʼ, che Massimo Scaligero, dopo il riconoscimento della figura di Rudolf Steiner come Maestro dei Nuovi Tempi, con tutto se stesso  praticò durante tutta la sua vita,  la realizzò con una Ascesi senza uguali, e incitò noi a realizzarla a nostra volta. Questa, veramente, è – malgrado quel che, in casa mia e davanti ad una testimone, fu detto da chi maniera sciocca, presuntuosa, calunniosa e insolente, accusò Massimo Scaligero di essere ʽorientaleʼ, ʽyoghicoʼ, ʽbuddhistaʼ, di ʽmancare di rapporto con il Logosʼ, ʽcon il Graalʼ – e, non solo lo è, ma lo sarà sempre,  la «Via perfetta», la «Via completa» e «insuperata», che due vecchi Iniziati  – asceti di altra dottrina, a me infinitamente cari, che moltissimo ammiravano Massimo Scaligero, e che ora sono nei Campi Elisi – definirono essere la «Via Regia», la «Via Numero Uno», la «Via senza supporti», la «Via senza appoggi», la «Via senza mediazioni», la «Via diretta».

Naturalmente, questo «risolutamente pensare» è un «atto» della volontà che va a colpire, come un maglio pesante, la reazionaria natura inferiore, avida di statica e passiva inerzia, dellʼessere umano, e quindi per nulla gradito a tale ìnfida e infìda natura, da troppi millenni dominata da avverse potenze antispirituali. Non vi è da farsi illusione alcuna: questo attivo «atto» della volontà, che contrasta, e tende a dissolvere, la passiva, statica inerzia di questa asservita e asservente natura, costa moltissima fatica, e richiede – esige – grandi sforzi, instancabilmente ripetuti, e tenacia, volontà risoluta di persistere in tali ripetuti sforzi per tempi talvolta molto lunghi.

Chi si consacra, con dedizione totale, con sacrificale abnegazione, alla costante pratica della Concentrazione«lʼesercizio a sé sufficiente» lo definiva Massimo Scaligero – affrontando ricorrenti, frequenti, e per nulla gratificanti, periodi di aridità, che possono essere ogni volta non brevi, porta avanti una durissima lotta interiore contro la decadente, traditrice natura, lotta che va condotta con energia, senza sentimentalismi, senza misericordia, senza mai abbassare la guardia. Gli esseri umani che non cercano la liberazione dai lacci di questa natura, che si adeguano al degradante e abietto servaggio verso di essa, sono – come dicono in Oriente – «bestiame utile agli Dèi distruttori», i quali, ovviamente, non hanno affatto piacere a perdere «capi di bestiame»

Lʼantica, infida natura inferiore, reazionaria nemica di ogni mutamento della condizione di abietto servaggio dellʼuomo, ha facile giuoco nel tentare di persuadere molti a desistere anche solo dal tentare la difficile, aspra, faticosa ʽVia del Pensiero Viventeʼ: unica possibilità di liberazione e non ve n’è un’altra – dalla schiavitù rispetto al tirannico dominio, che su gli esseri umani, tramite la natura inferiore, hanno le antispirituali avverse potenze ostacolatrici. La millenaria ʽabitudineʼ dellʼanima – ché nullʼaltro è se non una tenace, ostinata, ottusa, ʽabitudineʼ, della quale sarebbe savio disfarsi prima possibilea rimettersi passivamente alle dinamiche della vicenda corporea, a far della ʽpsicheʼ, ossia della parte dellʼanima coinvoltà nella vicenda somatica, un impotente epifenomeno della vita corporea, fa sì che facilmente lʼessere umano si faccia convincere a scegliere un mero, e ben scadente, illusorio, ʽsurrogatoʼ della autentica ʽViaʼ spirituale. La ʽcomodità interioreʼ – che Marie Steiner, la fedele ʽcompagna dʼarmiʼ spirituale di Rudolf Steiner, definiva, assieme allʼambizione, al sentimentalismo mistico, come uno dei peggiori nemici dello Spirito – fa sovente preferire ad una scomoda ʽVia eroicaʼ una più comoda, torpida, ʽvia egoicaʼ, nella quale – permanendo lʼabietto servaggio – si possa tranquillamente continuare a ʽdormireʼ, e a ʽsognareʼ. I ʽsogniʼ, certamente, possono anche essere bellissimi, e presentarsi con caratteri di impressionante grandiosità, ed essere, proprio per questo motivo, pericolosamente illudenti. 

In taluni casi, poi, comodità interiore, sentimentalità mistica, e ambizione, possono presentarsi tra loro unite in una sciagurata, empia, ʽalleanzaʼ, e questa loro ʽalleanzaʼ porta – presentandosene lʼoccasione – allʼemergere prepotente di una egoica volontà di autoaffermazione, ad una violenta brama di potere, di incontrastato dominio, che a sua volta può portare tragicamente al disastro – come più volte è avvenuto già un secolo fa, ma anche in anni più recenti – intere Comunità spirituali. Lʼincapacità – o la non volontà – di sollevarsi dal soggettivo, passivo, poco cosciente, sognante, livello dellʼanima a quello oggettivo, attivo, pienamente autocosciente, sveglio dellʼIo, dello Spirito, è la causa del sottrarsi, spesso camuffato, al faticoso, risoluto, impegno nella ʽVia del Pensieroʼ, nella intensiva pratica della Concentrazione

Quando, poi, egoica autoaffermazione, divorante brama di potere personale, scaturite da comodità interiore, sentimentalità mistica, e ambizione, crescono sino a dar luogo ad una sorta di sciagurata ʽinflazione dellʼegoʼ, in taluni casi, può verificarsi una corruzione tale delle forze dellʼanima, che – malgrado ogni forma di autoillusione, anzi proprio a causa di essa – può manifestare inaspettate, pericolose, forme di cinismo e di malvagità. Un tale ʽegoʼ enfiato può sentirsi legittimato – spacciando la cosa come una forma di ʽfantasia moraleʼ – ad azioni niente affatto ʽpuliteʼ, ma giustificate – a loro dire – da un preteso ʽnobile fineʼ, dimenticando che Massimo Scaligero, citando il sapiente cinese Lü-tzu, affermava che «lʼignobile mezzo ingiusto perverte il fine che si pretende esser nobile e giusto».

A chi, poi, pur preso da quelle tre male figlie della inferiorecorrotta e corruttricenatura, sempre dominata e mossa da antispirituali avverse potenze ostacolatrici, voglia esercitar ʽspiritual magisterioʼ, e nella condizione di chi, evitando o persino avversando la radicale ʽVia del Pensieroʼ, si dia anima e corpo – è proprio il caso di dir così – come ad un sostitutivo ʽsurrogatoʼ, ad una passiva, semicosciente, sognante ʽvia dellʼanimaʼ, non sovvengano sempre le disiate ʽvisioniʼ e ʽcelesti rivelazioniʼ, vi è la tentazione – come, purtroppo, si è dovuto spesso obbiettivamente constatare – di ʽaffabulareʼ, ossia di ʽinventareʼ, di ʽimmaginareʼ, di ʽmentireʼ, sostituendo al ʽVeroʼ – alla ʽVeritàʼ, in quelle condizioni, non sperimentata, né sperimentabile – quel che si ritiene ʽverosimileʼ: ossia mera apparenza del ʽVeroʼ: e, in quanto tale, comunque menzogna.

Conciosiacosaché dalla soggettiva ʽillusioneʼ si scivola sciaguratamente nella ʽsuperstizioneʼ, e nella sfacciata ʽciarlataneriaʼ. E se qualcuno si permettesse di far notare le inevitabili incongruenze, le palesi, stridenti, contraddizioni, le assurdità, le non verità che scaturiscono da un cotal indegno modo di procedere, allora si scatenerebbe la più violenta avversione nei confronti di chi, volendo unicamente difendere la ʽVeritàʼ, avesse l’ardire di sollevar dubbi circa l’ambiguo, preteso, ʽspiritual magisterioʼ e sugli ʽerroriʼ che da esso fossero scaturiti. Si accuserebbe lʼincauto, il temerario suscitator di dubbi, di ʽspudorata presunzioneʼ, di ʽirriverenzaʼ, di ʽmeschinitàʼ, di ʽesser mosso da oscuri finiʼ, di ʽseminar discordiaʼ, di ʽessere paranoicoʼ, ʽmalatoʼ, di ʽesser posseduto dagli Ostacolatoriʼ, ʽbisognoso di severa correzioneʼ, e gli si farebbe attorno ʽterra bruciataʼ, lo si calunnierebbe, lo si infamerebbe nel peggiore dei modi. Il tutto, naturalmente, ʽa fin di beneʼ, in definitiva per il ʽsuo stesso beneʼ, e per quel ʽbene di tuttiʼ, ʽbeneʼ da costui – sempre a loro dire, ovviamente – messo in serio pericolo. Evenienze queste – provocate tutte da una soggettiva deviazione dall’autentico Sentiero della Conoscenza, dall’aver smarrita, o dimenticata, o addirittura mai veramente avuta, ʽl’intenzione originariaʼ come direbbe, con la delicatezza che la caratterizza, la mia sapiente amica Fang-pai: evenienze dalle conseguenze tragiche, purtroppo, sin troppo spesso viste. 

Prima di andare avanti, prima di immergerci nella visione della ʽViaʼ data da Rudolf Steiner. e rimessa al centro da Massimo Scaligero, prima di esporre – per quel che le poche e deboli forze del qui scrivente consentono – attingendo al tesoro di Aurea Sapienza comunicato da Rudolf Steiner, quanto di più delicato vi è dei contenuti della Scienza dello Spirito, ossia ciò che riguarda il  ʽMisteroʼ – inteso proprio nel senso ʽmistericoʼ – del Graal, è bene provvedere prima a ripulire il terreno da quanto indebitamente, insozzandolo, vi è penetrato. Prima di accingersi a principiar la Grande Opera, è necessario, assolutissimamente obbligatorio, come direbbero gli Elleni, far come Ercole, l’antico Eroe Solare, ossia ʽripulir le stalle di Augiaʼ. È quel che, appunto, necessariamente faremo nel proseguo del presente studio. 

SULLE DISCIPLINE INTERIORI

(La concentrazione – Marina Sagramora)

Le discipline interiori: in genere possono sembrare anche assai diverse, e molti saltano da questa a quella cercando invano la più adatta o la più facile, ma potremmo paragonarle a case costruite secondo concezioni costruttive ed estetiche differenti. Sostanzialmente identiche in quanto a funzioni primarie.

La funzione primaria dell’esercizio interiore è di consumare il pensiero dialettico ma non evitando il pensiero razionale: anzi volendolo con tale intensa dedizione da renderlo veicolo di una corrente superiore che è più-che-pensiero: il Volere non dedicato alla corporeità sensibile e come tale puro ed extracorporeo.

La percezione del più-che-pensiero nel luogo della caverna cranica è percezione dell’organo eterico.

Esso apre la strada verso il Centro (simbolizzato dal cuore) da cui irraggia la potenza di ‘sentire’ il pensare delle Gerarchie, operanti in noi e nel cosmo (svincolati dalla testa fisica, la capacità di avviarsi lungo la via del Cuore è la base della possibilità d’incontro con il Logos eterico).

Inoltre, come ho già accennato ad un amico, l’asse verticale della Volontà pre-corporea (fuoco di kundalini) vivifica l’attività di tutti gli organi sovrasensibili (chakras).

Per giungere a tanto la concentrazione è del tutto sufficiente, purché essa non s’arresti al suo primissimo gradino: tendere l’essere psico-fisico con cui dapprima ci si identifica, sudando – sopracciglia aggrottate e occhi doloranti – per mantenere ‘davanti’ una scivolosa fotocopia interiore di un oggetto sensibile.

Situazione non scandalosa, perché dapprima non si sa volere senza sensazioni, ma che, con vigorosa e ripetuta disciplina, dovrebbe venir superata in tempi ragionevoli.

Ho caratterizzato il primo goffo tentativo in questo modo, poiché l’opposta alternativa è quella pessima che è pure la più strombazzata; si trova persino sui settimanali o mensili salutistici e sportivi, e non credo valga la pena parlarne: il suo fine essendo il raggiungimento delle condizioni di vacche al pascolo imbottite di Valium.

Nel particolare, essendo tutti diversi, nel corpo, nell’anima e nella biografia, la Scienza dello Spirito ci offre una vasta quantità di discipline che possono completare, favorire o persino risolvere, in particolari momenti della vita, difficoltà e limiti interiori: sono di grande potenza, ad esempio, l’esercizio della Rosacroce, le meditazioni sui quattro elementi, le discipline principali della Scuola Esoterica, la Costruzione del Tempio formulata nelle Lezioni della prima Classe (XI lezione)… ma anche esercizi più defilati come quello della forma della propria pelle (Tecniche della concentrazione interiore, XXXVII esercizio), da farsi appena svegli, può cambiarti la vita, e altri ancora.

Va pure detto che molti esercizi possono, in situazioni interiori poco o nulla predeterminabili, presentarsi come Portali attraverso cui si accede ai tanti mondi (o “modalità dell’essere”) extrasensibili:  sono esperienze la cui natura si incide duraturamente nel tessuto intimo dell’anima.

E in taluni casi, decisi non da noi ma dalle Potenze che ci guidano invisibilmente,  esse ti portano incontro ai Maestri e al Santuario che irradia su tutto l’Occidente: situazioni rare, giacché l’uomo assai difficilmente possiede (per più di qualche attimo) le qualità richieste.

 

Non a caso Massimo insisteva spesso sul tenore di santità richiesto per l’Opera Solare. Lui non lo chiedeva a nessuno, ma lo esponeva come un fatto oggettivo.

Del resto qualunque via, anche la più lunga e difficile, come dice il vecchio adagio cinese, non può non iniziare che dal primo passo. Evitarlo in tutti i modi che l’umana intelligenza riesce ad escogitare, porta al danno e, nel migliore dei casi, allo spreco di una vita.

Il primo passo non può consistere in un atteggiamento, ma in un esercizio chiaro e regolato da un canone. La concentrazione (sono serenamente stufo di ripeterlo) è la via più diretta e concreta; nella retta concentrazione l’anima non può barare o sognare qualità che ancora non possiede.

Inizia come ricostruzione di un oggetto semplice, banale: di questo, evocato nell’anima, usando parole sub-vocaliche, oppure parole e immagini, oppure (più difficile) solo immagini, si fa un riassunto come fosse una descrizione da compitino di terza elementare, o come una breve “voce” enciclopedica (attenzione: l’esattezza rispondente al sensibile dei pensieri non ha importanza, mentre è assolutamente importante la rigorosa connessione tra i pensieri, la predeterminazione e la totale attenzione dell’anima nel decorso voluto).

La connessione voluta, le immagini volute devono possedere il loro significato, mai automatico, mentre è stolto e sbagliato tendere alla riproduzione esatta del sensibile: per la logica dell’esercizio ciò non ha senso. Già in questa fase dell’esercizio è possibile, per eccesso di dedizione al percorso, ‘staccare’ il pensiero dal personale-sensibile, dal soggetto ordinario e giungere all’esperienza del pensiero che pensa in noi, dunque all’iniziale percezione della sua obiettiva dynamis.

Comunque fa parte dell’evoluzione dell’esercizio consumare la ricostruzione dell’oggetto per volgere tutte le forze al suo puro costrutto formale: l’insistenza illimitata (e non interrotta) verso esso diviene ciò che affiora come sostanzialità reale: il flusso del volere.

Dunque è del tutto ‘naturale’ che, dopo anni e anni di concentrazione, ci si liberi dalla struttura dialettica dell’esercizio mirando direttamente alla concentrazione più essenziale. Purché il silenzio ne sia cornice e venga mantenuta, sia pure per tempi molto brevi, la totale attenzione non interrotta sull’oggetto di pensiero contemplato.

 

E’ anche possibile che nel tempo si possano ridurre i tempi dell’esercizio, perché, di solito, se la precedente disciplina era corretta, così vanno le cose. Io consiglierei soltanto di riprendere qualche volta tutto l’esercizio (capire bene il concetto di “noia” per l’anima): la ricostruzione dell’oggetto rimane una sicura pietra di paragone per l’anima che muove i passi successivi. Importante sarebbe non mollare la dedizione immessa qualsiasi cosa non accada: con forza e pazienza.

 

L’ARCHETIPO-MARZO 2022

Anno XXVII n. 3

Marzo 2022

AMOR VERITATIS. PARTE SECONDA.

Spesso ho ripensato e meditato le parole con le quali Baruch Spinoza, che mai fece compromessi di sorta nei confronti della Verità, e lo dimostrò conducendo, in dignitosa spartana povertà, una vita ascetica tutta consacrata alla ricerca di essa, chiude la sua Ethica more geometrico demonstrata, opera da me molto amata per il nitore stellare dei suoi pensieri, assolutamente estranei agli scomposti moti della umana psiche emotiva e istintiva, con alcune frasi che fanno intuire la non comune qualificazione spirituale e l’elevatezza della sua anima. Nei suoi pensieri ritrovo quella qualità, al contempo razionale e intuitiva, che sin dalla mia giovinezza ho amato nell’insegnamento, come ho avuto modo di ricordare, del Prof. Vasco Ronchi e dell’Ing. Eddo Mario Bartoli, i miei ʽmaestriʼ nella Scienza della Visione, nell’Ottica. Le parole con le quali l’ascetico pensatore olandese chiude la sua Ethica opera che Rudolf Steiner dava ad alcuni discepoli come testo da usare meditativamente per un volitivo rafforzamento del pensare cosciente le possiamo leggere, tradotte nella lingua di Dante, o in Bento de Spinoza, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, traduzione a cura di Sossio Giametta, Presentazione di Giorgio Colli, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, o in Baruch Spinoza, Etica dimostrata con metodo geometrico, a cura di Emilia Giancotti, Editori Riuniti, Roma, 2004, dalla cui p. 318, ho scelto di trarre la citazione del passo in questione:

«La via che ho mostrato condurre a questo, pur se appare molto difficile, può tuttavia esser trovata. E d’altra parte, deve essere difficile ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere infatti che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse esser trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».

L’affermazione conclusiva dell’Ethica che nell’originale latino di Spinoza suona «sed omnia praeclara tam difficilia quam rara sunt», e che ricorda il detto di Cicerone, nel De Amicitia, «Et quidem omnia praeclara rara» a me richiama alla mente le parole iniziali che Massimo Scaligero pose al principio del Trattato del Pensiero Vivente:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo».

La «rarità» di una esperienza così «eccellente» come quella del «terzo genere di conoscenza», cui allude qui Spinoza, ossia di quella sovrarazionale conoscenza intuitiva, che fa percepire (non meramente sapere) le cose, gli esseri, gli eventi «sub specie aeternitatis», e il conseguente «amore intellettuale di Dio», che da sì elevata, sperimentata, conoscenza necessariamente scaturisce, nasce tutta dalla adialetticità di tale esperienza, che va esperita ʽvivendoʼ – come li aveva ʽvissutiʼ lo stesso Spinoza i pensieri dell’Ethica sino ad averli lampeggianti nell’anima, e questo è molto «difficile» e «raro», soprattutto per l’inerzia e l’ignavia della reazionaria natura inferiore, che da millenni domina l’essere umano, oltre che per la frequente immaturità dell’anima di lui. Non diverso, ma ancora più esigente e «difficile», e di conseguenza ancor più «raro» conseguimento, è il còmpito che pone al ricercatore interiore, come istanza assoluta, Massimo Scaligero sempre nella stessa pagina iniziale del Trattato:

«Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa».

Spinoza mostra come la difficoltà che molti incontrano sia quella di liberarsi di quella ch’egli chiama «conoscenza inadeguata», ossia di una conoscenza irrazionale, istintiva, fantasiosa, immaginifica, che può produrre solo «idee false», «inadeguate», non corrispondenti alla realtà, e quindi incerte, fonti di errori e di infelicità. Mentre l’«idea adeguata», l’«idea vera», al contrario, è corrispondente alla realtà, e, per tale ragione, essa è certa, fonte di verità e di felicità. Non solo, ma la verità in quanto «idea adeguata» smaschera e dissolve le idee inadeguate, le idee false, l’errore e la menzogna. Infatti, Spinoza, in Etica, II parte, proposizione XLIII, nello Scolio ad essa relativo, a p. 158, dichiara, con una frase divenuta celebre, che: «Come la luce manifesta stessa e le tenebre, la verità è norma di stessa e del falso». Mentre la «conoscenza inadeguata», produttrice di «idee false», frutto dell’«immaginazione», genera false certezze. Infatti, in Etica, II parte, proposizione XLIX, Scolio, a p.164, leggiamo:

«D’altra parte, sopra abbiamo dimostrato che la falsità consiste soltanto nella privazione che le idee mutilate e confuse implicano. L’idea falsa, in quanto è falsa, non implica certezza. Quando, dunque, abbiamo detto che l’uomo resta tranquillo nel falso e non dubita di esso, non abbiamo per questo detto che egli è certo, ma soltanto che non dubita o che si acquieta nel falso, perché non si danno cause che facciano che la sua immaginazione fluttui o che la facciano dubitare».

Nel suo Tractatus Theologico-Politicus, nella Praefatio al medesimo, Spinoza mostra come la «conoscenza inadeguata», dando luogo ad «idee false», frutto di una scomposta e sregolata «immaginazione», genera false certezze anche nel campo religioso, suscitando fanatismo e pericolose passioni. Le persecuzioni, l’ostracismo, e addirittura un tentativo di assassinio, subiti da Spinoza, dimostrano ad abundantiam quanto giusta fosse la visione dell’ascetico filosofo olandese. Fanatismo e passioni, nate da «conoscenza inadeguata», da «idee false», da «immaginazione», portano sin troppo facilmente ad una degenerazione, che trasforma l’antica religione in vera e propria superstizione, la quale «estingue il lume dell’intelletto», evincendolo, da una religione vera.

Qualcosa di affatto analogo, come avremo modo di vedere nel corso del presente studio, viene sovente a manifestarsi in àmbito ʽesotericoʼ, perché per l’uomo attuale, sempre più profondamente affondato nella materia, sempre più dipendente dall’esperienza sensoria e dall’astratta intellettualità cerebrale, è oltremodo ʽdifficileʼ e ʽraroʼ accostare quella impresa ʽeccellenteʼ – come la potrebbe definire, oggi, Spinoza – di trascendere il pensiero riflesso, sperimentare il ʽpensiero libero dai sensiʼ, che Rudolf Steiner descrive nel quinto capitolo – La conoscenza dei mondi superiori (Dell’Iniziazione) della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, di giungere ad inverare il ʽpensiero-folgoreʼ, la trascendenza dell’universale Pensiero Vivente, segretamente immanente nell’individuale pensiero umano, indicata costantemente, e instancabilmente, da Massimo Scaligero in tutta la sua opera. Il non consacrarsi a questa impresa ʽeccellenteʼ in un’epoca estremamente pericolosa come quella che dal Cielo e dai Numi ci è stato dato in sorte di vivere – da parte di coloro che per destino hanno avuto il dono aristocratico e il privilegio raro di venire a contatto con la Scienza dello Spirito, con la ʽVia Solareʼ, ha portato al sorgere, all’interno delle Comunità spirituali, e in particolare di quella che Massimo Scaligero volle chiamare la ʽComunità Solareʼ, di ʽidee inadeguateʼ, di ʽidee falseʼ, frutto di ʽfantasiaʼ sregolata, di mera ʽimmaginazioneʼ soggettiva, e tutto ciò ha portato in non pochi casi a far degenerare quello che in era un mirabile dono celeste in volgare superstizione, ossia ha portato ad aprire il varco a deformazioni, a sacrileghe profanazioni, a calunniose diffamazioni, a indecenti strumentalizzazioni a fini di vanità personale, o a inconfessabili, ma facilmente intuibili, finalità politiche o confessionali, talvolta coincidenti. La Scienza dello Spirito – sia come metodo che come contenuto è quanto di più lontano si possa pensare da ogni forma di superstizione. Ciò viene ribadito in mille maniere da Rudolf Steiner, il quale, per limitarci ad un’unica citazione, così si esprime in Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile dell’uomo e del destino umano, trad. di Iva Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 148:-149:

«Nei momenti della conoscenza spirituale, la sua vita personale [sc. di quella del discepolo del Sentiero della Conoscenza] non esiste più se non come simbolo cosciente dell’eterno. Svaniscono i dubbi che ancora potevano sorgere in lui riguardo allo spirito, poiché dubitare può soltanto chi sia ingannato dalle cose sul conto dello spirito che opera in esse. E poiché il «discepolo della sapienza» può comunicare collo spirito stesso, scompare in lui ogni falsa immagine che egli se n’era fatta prima. La falsa immagine in cui ci si rappresenta lo spirito è superstizione. L’iniziato è al di sopra di ogni superstizione, perché conosce quale sia il vero aspetto dello spirito. L’affrancamento dai pregiudizi della persona, del dubbio e della superstizione è il contrassegno di chi, sul «sentiero della conoscenza» è salito sino al grado di discepolo».

Come più volte da me affermato su questo animoso blog, Massimo Scaligero volle portare una parola di verità circa la strumentalizzazione – strumentalizzazione attuata, a mio modo di vedere, in perfetta malafede di alcuni temi sacri della Scienza dello Spirito da parte di varie cerchie per motivi ideologici, politici, ed eziandio confessionali. Egli scrisse quelle parole di verità esattamente 51 anni fa, ma non è che da allora la situazione sia granché cambiata, se non in molto peggio. Quel che scrisse allora alla chiusa di uno dei suoi libri, egli volle poi farlo stampare anche come estratto, affinché potesse circolare più agevolmente. Tale estratto portava nel frontespizio il seguente titolo, non presente nell’Appendice, posta in chiusura del libro, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione. Appendice dal volume La Tradizione Solare di Massimo Scaligero, Teseo Roma, 1971.

In quel breve scritto, Massimo Scaligero evidenzia – usando parole di estrema severità – come una tale strumentalizzazione dei contenuti sacri della Sapienza Celeste, che a partire da Rudolf Steiner si è manifestata nella Scienza dello Spirito antroposofica, sia una illecita profanazione: soprattutto riguardo al tema del Graal, che più di altri ha subito una violenza totalmente ingiustificata. Con parole accorte, ma al contempo taglienti, egli individua varie ʽcentraliʼ responsabili di una tale spregiudicata, interessata e disonesta strumentalizzazione del tema del Graal, ma – come avremo modo di vedere – nel tempo, una cotale mala opra si è poi estesa allʼintera Scienza dello Spirito. Anzitutto si è avuta una strumentalizzazione da parte di ambienti politico-esoterici che si rifacevano al cosiddetto ʽtradizionalismoʼ guenoniano, ma ancor più a quello evoliano.

In ambienti guenoniani si è tentato, con grande sfoggio di erudizione dialettica, di accreditare una pretesa origine islamica della saga del Graal. Fece scalpore quanto scrisse il francese Pierre-Édouard Ponsoye, amico e discepolo di René Guénon, nel suo libro L’Islam et le Graal, redatto nel 1957, fatto per decenni oggetto di glosse, commenti, dotte recensioni, e persino, in taluni casi, di regolari lezioni universitarie. Ma gli ambienti guenoniani, in genere, si tengono lontani dalla politica, e agiscono, sullʼesempio dello stesso René Guénon, perlopiù allʼinterno di ambienti di europei convertiti allʼIslam, in particolare ascritti a qualche tariqah dellʼesoterismo musulmano, ossia nelle cerchie ʽsuficheʼ, oppure allʼinterno di logge massoniche, che cercano di convertire alla ortodossia del verbo guenoniano, o anche, sebbene più raramente, allʼinterno di cerchie dedite ad un più che problematico e cattolicissimo ʽesoterismo cristianoʼ. Ma – lo ripeto – generalmente i guenoniani evitano il coinvolgimento politico, e si buttano nella intensa coltivazione di una vasta quanto anidra erudizione filologica a sfondo esoterico.

La loro opposizione a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito è tanto esplicita quanto preconcetta, a partire da quanto scrisse in maniera ingiusta e diffamatoria René Guénon in Le Théosophisme. Histoire d’une pseudoreligion, pubblicata in prima edizione da Desclée de Brouwer & Cie, Paris, 1928. Tale opposizione a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito è, ripeto, esplicita, così come lo è, da parte dei guenoniani, quella nei confronti di Massimo Scaligero, che fu fatto oggetto di un capitolo di un libro, pubblicato postumo, di René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, più volte tradotto, anche recentemente, in italiano, nel quale l’islamizzato esoterista di Blois polemizzava nei confronti di uno studio che Massimo Scaligero aveva pubblicato, in più puntate, col titolo di Esoterismo Moderno, la cui prima parte era intitolata L’opera e il pensiero di René Guénon, sulla rivista Imperium, anno I, N. 1, maggio 1950. Avendo letto, e ben meditato, molte volte, sin dagli anni settanta dello scorso secolo, sia lo scritto di Massimo Scaligero che le critiche che gli rivolge René Guénon, devo dire che a questʼultimo sfuggì davvero lʼessenziale, per cui non solo le sue critiche – a mio modo di vedere – non coglievano affatto nel segno, ma addirittura, a causa di una sorta di deformazione interiore che gli distorceva la visione, egli equivocò tutto ciò che riguardava lʼinsegnamento di Rudolf Steiner, così come equivocò le indicazioni operative di Massimo Scaligero, dimostrando la sua totale incomprensione della loro posizione spirituale.

Ben più rilevante, e sotto molti aspetti dalle conseguenze ben più tragiche, è la strumentalizzazione e la tentata snaturazione del tema del Graal, operata da Julius Evola, e da coloro che al suo pensiero in vario modo si ispiravano, e che tuttora in forme spesso contraddittorie – ad esso ancor oggi si ispirano. La collusione e la compromissione dei seguaci del pensatore tradizionalista romano con la ʽpoliticaʼ con la peggiore e più sporca, manipolata, e manipolatrice ʽpoliticaʼ ha portato ad immani tragedie, ed anche a numerosi lutti. Quando Massimo Scaligero scrisse Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, nel 1971, Evola era ancora ben vivo. Infatti morirà lʼ11 giugno 1974. Ma Julius Evola già negli anni Trenta del trascorso secolo aveva voluto accostare il tema del Graal, tentando di dimostrare una pretesa origine ʽpaganaʼ, a suo dire celtica e germanica, della saga del Graal, cercando altresì di accreditare un contenuto ʽpoliticoʼ del mito – sempre secondo lui di natura ʽghibellinaʼ per giustificare le sue teorie a proposito di una sorta di ʽImperialismo Paganoʼ, oggetto di un suo discusso libro, che già negli anni Venti dello scorso secolo dette luogo a feroci polemiche. Veniamo così alla pubblicazione de Il mistero del Graal, I ed., Laterza, Bari, 1937, il cui testo Evola rivide e completò nella II ed., Ceschina, Milano, 1962, e poi ancora riveduta e ampliata nella III ed., Edizioni Mediterranee, Roma, 1972, sino alla IV ed. corretta con unʼAppendice e una Bibliografia, Edizioni Mediterranee, Roma, 1994, ristampata nuovamente nel 1996, giungendo infine alla V ed. corretta, Edizioni Mediterranee, Roma, 1997.

Per il suo ghibellino ed imperiale ʽpaganesimoʼ, Julius Evola è ferocemente avverso al Cristianesimo, anche se – devo dirlo – piuttosto ʽteneroʼ nei confronti di un certo cattolicesimo. Ovviamente, anchʼegli, come René Guénon, si contrappone duramente a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito, giungendo in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, prima ediz. Torino, Bocca, 1932, a forme veramente indegne di volgare sarcasmo e derisione nei confronti del Maestro. Ma ciò non gli impedì di saccheggiare a suo libito lʼopera del fondatore dellʼAntroposofia, di far passare per propri molti contenuti di Rudolf Steiner, e persino di pubblicare come roba propria, nel III volume della II (1955) e della III edizione (1971) di UR, apparse rispettivamente con i titoli di Introduzione alla Magia quale scienza dell’Io, e di Introduzione alla Magia, la descrizione degli esercizi fondamentali cosiddetti ʽausiliariʼ, alla lettera ʽcollateraliʼ, Nebenübungen, ma in realtà tutt’altro che ʽsecondariʼ tratti dai cosiddetti Quaderni Esoterici, Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», GA-245, Indicazioni per un discepolato esoterico. Dai contenuti della «Scuola Esoterica», O.O. 245, pubblicati per la prima volta in tedesco, alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, per volontà di Marie Steiner.

Conoscendo tutta una serie di retroscena e di aneddoti, dei quali lo stesso Massimo Scaligero volle, attraverso una particolareggiata narrazione, farmi partecipe, è veramente difficile – almeno per me – accogliere come cosa seria, e azione compiuta in buona fede, quanto Julius Evola scrive in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo. Analisi critica delle principali correnti verso il «sovrasensibile», Quarta edizione riveduta e ampliata, Edizioni Mediterranee, Roma, 1990, nel capitolo Critica dellʼantroposofia, p. 103. Lo stesso infelice, e a mio modo di vedere poco onesto passo, riappare tal quale nella cosiddetta «Quarta edizione corretta», con un saggio introduttivo di Hans Thomas Hakl, Edizioni Mediterranee, 2008, pp. 106-107:

«Sappiamo bene, perché ne abbiamo fatto noi stessi la divertente esperienza, che vi sono dei discepoli dello Steiner i quali, nel riguardo di tutto il sistema, quando esso non trova nessun riscontro in quellʼinsegnamento [sc. quello tradizionalista], hanno la sfacciataggine di ribattere chiedendo chi ci dice che il loro Maestro non abbia visto più a fondo di tutti i «grandi Iniziati» che lo hanno preceduto, così come un altro seguace ha presentato le sue elucubrazioni parasteineriane come qualcosa che va “di dello Yoga, dello Zen”, della Tradizione: a tal segno giunge lʼinfatuazione antroposofica».

È evidente dalla citazione, tratta dalla prima edizione del Trattato del Pensiero Vivente, Luciano Feriani Editore, Milano, 1961, avente come sottotitolo Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, che Julius Evola rivolge il suo attacco non solo contro Rudolf Steiner, ma anche contro lo stesso Massimo Scaligero, ossia per essere del tutto chiari egli rivolge il suo attacco non solo alla rosicruciana Scienza dello Spirito, allʼAntroposofia in generale, ma proprio alla Filosofia della Libertà e alla Via del Pensiero Vivente, che ne sono il «cuore». È il caso di dire che all’aggressivo e beffardo critico di Steiner e di Scaligero, esattamente come nel caso di Guénon, per una analoga, distorcente, deformazione interiore, era completamente sfuggito l’essenziale ed aveva equivocato tutto. Nellʼàmbito del presente studio, non ho modo di approfondire la questione di quanto quella indicata da Evola nelle sue opere sia una via irregolare al sovrasensibile, disamina che forzatamente dovrà essere rimandata ad un eventuale successivo studio, ma fin da ora è evidente la totale mancanza di qualificazione del tradizionalista romano rispetto al tema sacrale del Graal.

Cosa pensasse Massimo Scaligero circa la non validità dal punto di vista spirituale ed iniziatico, ossia circa lʼinsufficienza e lʼinadeguatezza della ʽviaʼ indicata e seguita da Evola, – e, cosa ancor più grave, circa quanto tale ʽviaʼ venga travisata da coloro che al suo pensiero e al suo esempio vorrebbero oggi richiamarsi, o che ad esso, a vario titolo, nominalisticamente, dicono di richiamarsi – lo si può scorgere in quel chʼegli scrive, con parole chiare e severe, in Dioniso, suo contributo al libro collettaneo Testimonianze su Evola, a cura di Gianfranco de Turris, prima ediz. 1973, seconda edizione riveduta e ampliata, Edizioni Mediterranee, Roma, 1983, p. 189:

«Julius Evola addita una direzione che, per essere creativa in senso esoterico, esige essere separata dalla sua fenomenologia, ossia dalla sua maya, dallʼethos che ne risulta in senso sociale, politico: soprattutto da questo. Certe mescolanze tradiscono lʼassunto spirituale: i peggiori disastri vengono sempre dalla collusione del Sacro con il profano. Una simile separazione, proprio per lʼassunto di una discriminazione del subtile a spisso, riguarda la direzione karmica di Evola. Il futuro cosmico-spirituale di lui si può metafisicamente scorgere: esso sarà determinato da quanta indipendenza egli abbia realizzato dalle opere scritte: sarà decisiva la possibilità che egli non si sia identificato con la propria espressione dottrinaria, ossia con ciò che è il mitico e mistico mondo dei suoi seguaci».

Quel che fa una impressione davvero notevole e, devo dire, alquanto strana, è vedere come alla cosiddetta «Quarta edizione corretta» di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, pubblicata dalla nota casa editrice romana, abbiano collaborato tutta una serie di personaggi dagli ambigui interessi, i quali, nella loro abbondante produzione letteraria e giornalistica, nei loro scritti, in video pubblicati su vari siti telematici, congiungono in una confliggente, equivoca, commistione, che rischia di essere teratologica, posizioni tra loro inconciliabili: scrittori che cercano di mescolare a forza Julius Evola con Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, tacendo la più che stridente contraddizione che il pensiero di questi ultimi ha rispetto alle idee del tradizionalista romano, o intellettuali impegnati in reazionarie ideologie politiche passatiste, o ultracattolici integralisti dalle forti simpatie monarchiche filoasburgiche, filoborboniche, e antitaliane, che sognano romanticamente un impossibile ritorno ad un Ancien Régime pre-1789, al fin di realizzare una novella ʽSanta Alleanzaʼ tra il trono e altare, nonché il ritorno in Roma del Papa-Re a governar felicemente risorti Stati della Chiesa, e magari perché no? anche la rinascita dell’asburgico Sacro Romano Impero, e del Granducato di Toscana, cercando di aggiogare al loro carro monarchico e clericale anche il paganissimo filosofo tradizionalista romano. Della ʽbuonafedeʼ di costoro, della ʽnobiltàʼ e della ʽonestàʼ dei loro taciti, non dichiarati intenti, è lecito dubitare fortemente.

Questa ambigua concordia attorno alla figura di Julius Evola, che si realizza tra ʽpaganiʼ roman-celtico-germanici, come essi amano spesso definirsi, e ʽcattoliciʼ tradizionalisti ultras enragés, malgrado lʼapparente stridente contraddizione, non stupisce più di tanto perché, pur nella loro concordia discors, essi tutti sono affratellati da un identico comun denominatore, come si direbbe in algebra: sono caratterizzati tutti da un non superato interiore limite conoscitivo che, al di là della ostentata idolatria romantica per una sentimentale ʽmitologiaʼ e l’uso, anzi l’abuso, di una disseccata, erudita, filologica, ʽdialettica esotericaʼ, li unisce in quella che Platone chiama ʽkoinonìa ton kakònʼ, la istintiva ʽcomunanza dei malvagiʼ, che li asserve ad un inconsapevole materialismo, e li rende, malgrado tutto, tra loro solidali in una empia alleanza contro la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero, che poi, in definitiva, è ancora una volta una alleanza contro il Graal, contro lo Spirito.

Oggi, poi, quella che Massimo Scaligero chiamava la «babelica confusione delle lingue», ha oramai raggiunto il parossismo, e si manifesta in una sorta esibizionismo mediatico da parte di vari personaggi in cerca di facile visibilità e commerciale lucrosa intraprendenza. Uno dei tentativi portato avanti da costoro è quello di strumentalizzare – persino sul piano della più sozza politica – in maniera davvero poco seria, e a volte francamente indecente, le figure spirituali di Rudolf Steiner, di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, per sostenere che il loro insegnamento – la rosicruciana Scienza dello Spirito, la Via del Pensiero Vivente sempre al dire di costoro, sarebbe un utile didascalico preliminare, qualcosa di unicamente propedeutico, di valore meramente pedagogico e introduttivo, per ʽvieʼ che – a loro dire– sarebbero ʽpiù elevateʼ, ʽpiù valideʼ, ʽpiù audaciʼ, ʽpiù potentiʼ, ʽpiù rapideʼ, ʽpiù completamente realizzativeʼ, come lo Yoga della Potenza di Julius Evola e la sedicente Magia Trasmutatoria, mendacemente spacciata per Alchìmia, di Giuliano Kremmerz. ʽVieʼ che, dopo esser passate per una medianica magia cerimoniale, spacciata per ʽTeurgiaʼ o ʽMagia divinaʼ, finiscono tutte nella fetida cloaca di una trasgressiva magia sessuale. Ho davanti agli occhi l’esito infausto, tragico, in non pochi casi addirittura mortale potrei citare nomi, date, e fatti – cui son giunti i cercatori delle ʽvie della facile forzaʼ, del ʽrapido conseguimentoʼ, come le definiva causticamente Massimo Scaligero, aggiungendo che «in realtà, non vi è nulla di meno facile, e salvo rare eccezioni di meno rapido». In un periodo in cui esploravo natura e consistenza di cotali ʽvieʼ, vi fu chi, con arrogante baldanza, mi affermò, ex cathedra, essere assolutamente certo che attraverso la sedicente ʽmagia trasmutatoriaʼ del mago di Portici, spacciata per Alchìmia, un seguace di essa poteva diventare, a suo dire in soli quattro anni, un ʽAdeptoʼ, un ʽMaestro dell’Arteʼ, una ʽDivinità Ammoniaʼ. Ne ho visti molti di codesti ʽAdeptiʼ diventare squilibrati, pazzi, malati, e non pochi di loro eziandio defunti. E in taluni casi anche delinquenti della peggior specie. Non certo ʽDeità Ammonieʼ. Un Iniziato, che di Massimo Scaligero aveva somma stima, e che per decenni fu mio grande amico, ora felicemente giunto ai Campi Elisi, mi definì quelle sozze pratiche trasgressive «una via sporca e deviata», ed io visti i tempi non poco calamitosi nei quali viviamo me lo tengo per detto.

Un altro tentativo, poi, è quello di fare una discutibile (e disgustosa) macedonia, o un immangiabile minestrone ʽesotericoʼ, in salsa new age, appiattendo tutto senza verun serio criterio, col mettere sincretisticamente allo stesso livello Steiner, Colazza e Scaligero, con Guénon, Evola, Kremmerz, e persino con Castaneda, Eliphas Levi, Papus, Gurdjeff e Crowley. Ora, il presente studio non è il luogo deputato per demolire una tale interessata mistificazione. Ogni cosa, eventualmente, a suo tempo. Ma che fra tutti costoro al di delle insanabili reciproche opposizioni, al di delle inconciliabili differenze, nonché delle interessate strumentalizzazioni – vi sia una reciproca ʽsolidarietàʼ quella che, più sopra, ho chiamata una ʽempia alleanzaʼ – nel contrapporsi alla Scienza dello Spirito, alla Ascesi del Pensiero Vivente, e di conseguenza al Graal, è cosa certa sin da ora. Sed nunc, de hoc, satis dictum est!

I suddetti abusi, ossia le sacrileghe profanazioni, le indecenti strumentalizzazioni della sacralità del tema del Graal, e della spiritualità ad essa essenzialmente connessa, hanno fornito abbondanti occasioni e pretesti a scrittori di professione, a saggisti, a pubblicisti, a giornalisti senza scrupoli, di scrivere una quantità inverosimile di sfrontate menzogne contro la Scienza dello Spirito, contro la figura di Rudolf Steiner, nonché contro la serie delle figurazioni simboliche legate alla trascendente realtà del Graal, prospettando illegittimi quanto improbabili accostamenti ad antiumane ideologie politiche, e ad oscuri ʽcultdemoniaci. Nel citato estratto, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, dalla Tradizione Solare, così si esprime Massimo Scaligero, di fronte ad una sì scandalosa profanazione e strumentalizzazione:

«Il fatto che la simbologia del Graal e della Tradizione Solare sia stata in qualche modo utilizzata come veicolo mitico da correnti politiche, non autorizza lo storico a derivare lʼazione di tali correnti dal contenuto di quella Tradizione: anzi il contrario. La funzione di simili abusi è sempre stata suscitare lʼequivoco riguardo al contenuto di sistemi esoterici e deviare la ricerca spirituale. Lo scopo illecito, tuttavia, viene ulteriormente perseguito, allorché taluni cronisti o saggisti, la cui capacità d’inchiesta è quanto di meglio oggi può essere richiesto da brillanti rotocalchi, si dedicano a tale esoterismo sospetto. Costoro, mentre riescono giustificatamente a scorgere lʼelemento demoniaco in tali fenomeni, non avvertono che la loro dialettica ne diviene lʼulteriore espressione, allorché essi ritengono riconoscere la provenienza di simile demoniaco da ispirazioni del sacro: che è unʼimpossibilità metafisica. Il Sacro, patentemente non distinto dal profano, ad opera dei profanatori sotto accusa, non viene distinto neppure dagli accusatori, ossia dagli accennati cronisti, i quali si trovano dinanzi a una materia che in realtà trascende il loro livello mentale e da essi tuttavia viene nominalisticamente ridotta a tale livello, onde stabiliscono accostamenti tra Sacro e profano, la cui illegittimità è appunto lʼelemento demoniaco da essi messo sotto accusa».

Appare in maniera sin troppo evidente come una tale spregiudicata strategia editoriale, cinicamente realizzata da scrittori, giornalisti e pubblicisti, che non si pongono problemi di coscienza di nessun tipo, offra facile pretesto e occasione alla nota potenza straniera dʼOltrevere di attuare un duplice attacco alla Scienza dello Spirito, allʼAntroposofia: da una parte, mediante una aperta, talvolta rozza e brutale, aggressione tramite scritti, e video in rete, velenosi, calunniosi, allarmistici, sommessamente apocalittici, e dallʼaltra, mediante una abile opera di penetrazione «allʼinterno della cittadella», per usare lʼespressione – che, come vedremo, si rivelerà profetica – di Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, da parte di ʽinsinuantiʼ particolarmente esperti nella moralmente assai dubbia arte del ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ. Chi scrive ha avuto più volte modo di mostrare, in maniera documentata, su questo temerario blog, come una tale insinuante opra di abile manipolazione non si sia tirata indietro, tra lʼaltro, neppure di fronte alla cosciente e sfrontata falsificazione di opere sia di Rudolf Steiner, che di Massimo Scaligero. Anzi, nel caso di questʼultimo, manipolazione e falsificazione sono state attuate – come ho avuto modo di dimostrare in maniera documentata proprio ai danni di unʼopera di estrema importanza come Dallo Yoga alla Rosacroce, che nella edizione del 2012, presentata come Vol. XVII di una collana di Scritti di Massimo Scaligero, pubblicata dalla romana Edizioni Mediterranee, si presenta non poco difforme rispetto allʼedizione originale del 1972. Ma si vede che colui che ha preso la discutibile iniziativa di una tale arbitraria alterazione degli scritti di Massimo Scaligero, circa la correttezza editoriale, prima ancora che etica e spirituale, la pensava e la pensa tuttora diversamente. Inoltre, lascia non poco perplessi il fatto che venga stampata una rivista avente per titolo proprio Graal. Rivista di scienza dello Spirito, edita in Roma dalla casa editrice Tilopa, rivista nella quale chi qui scrive ha avuto modo più volte di rilevare quanto possa essere indubbiamente sottile, abile, e al contempo esiziale, la ʽinsinuanteʼ strategia del già molte volte ricordato ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, mediante il quale si cerca gradualmente – pedetemptim, ossia ʽun passetto alla voltaʼ, dicevano i sapienti Latini di diluire, alterare, realizzare quella che, nel secolo scorso, un esoterista dʼOltralpe chiamava ʽune voie substituéeʼ, mediante la quale, deviando i liberi cercatori dello Spirito su questa piuttosto scivolosa ed obliqua ʽvia sostituitaʼ, si vorrebbero condurre, anzi manodurre, senza che se ne accorgano, gli ʽsmarritiʼ, i ʽdissenzientiʼ, i ʽriottosiʼ, o, come usa dire oggi, i ʽnon omologatiʼ, in definitiva gli ʽereticiʼ, quali docili pecorelle al ʽsicuro ovileʼ dʼOltretevere. Colpa imperdonabile di chi scrive su questo temerario blog, che si ostina pervicacemente ad ospitarlo, è lʼaver denunciato, e fatto conoscere allʼuniverso mondo, questa obliqua, sleale, operazione, che si rivela essere anchʼessa un attacco contro lo Spirito, contro il Graal.

Del resto, la solidale omogeneità degli attacchi alla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e alla ʽVia del Pensiero Viventeʼ di Massimo Scaligero, condotti da tradizionalisti, da spregiudicati scrittori e giornalisti senza coscienza, da emissari, operanti apertamente, della nota potenza straniera d’Oltretevere, e da ʽinsinuantiʼ infiltrati, abilmente ʽmascheratiʼ, ossia operanti ʽsotto coperturaʼ, sempre a pro’ della medesima straniera potenza transtiberina, giunta ormai agli ultimi, infimi, livelli involutivi di una quasi bimillenaria degradazione spirituale, rendono oggi vera la constatazione, al contempo sottile e profetica, di Massimo Scaligero nel prosieguo dell’ultima citazione:

«Il loro sofisma è il demoniaco medesimo, naturalmente ad essi inconscio: non diverso da quello di chi accusasse una Chiesa di ispirare forme di agnosticismo, solo per il fatto che un gruppo di agnostici ne assume come proprio il culto».

Il che è esattamente quello che negli ultimi decenni è avvenuto, conciosiacosaché si ritrovano tra loro paradossalmente solidali in una empia alleanza contro lo Spirito, contro il Graal piaccia loro questa scomoda verità o non piaccia, lo ammettano o meno – dogmatici cattolici integralisti, altrettanto dogmatici cattolici modernisti, esoteristi tradizionalisti, scrittori mercenari e giornalisti senza coscienza e senza scrupoli, accomunati tutti da quel morbo che Rudolf Steiner in Le basi conoscitive e i frutti dell’Antroposofia, Editrice Antroposofica, Milano, 1968, nella prima conferenza, del 29 agosto 1921, tenuta a Stoccarda, chiama «agnosticismo, corruttore della vera umanità».

La cosa, pur nella sua enormità, non stupisce più di tanto, tampoco stupirebbe, oggi, lo stesso Massimo Scaligero, il quale aveva ben chiare le difficoltà che la ʽVia Solareʼ, la ʽVia del Pensiero Viventeʼ, la ʽVia del Graalʼ, avrebbero incontrate non solo da parte dei cattolici dogmatici, siano essi integralisti o meno, non solo da parte di altrettanto dogmatici tradizionalisti guenoniani, evoliani ed affini, ma anche da parte di poco consapevoli ʽantroposofiʼ, che banalizzano, annacquano, deformano, sfigurano, dogmatizzano, e a volte addirittura inquinano lʼinsegnamento di Rudolf Steiner, ed eziandio da parte di abili, mascherati, ovviamente ben più consapevoli di quel che fanno, ʽinsinuantiʼ, penetrati nel milieu ʽscaligeropolitanoʼ (come, celiando affettuosamente, lo chiama il mio ottimo amico C., intrepido asceta dʼaltra dottrina) a seminar discordia e a far guai. Quanto di tutto ciò fosse ben consapevole Massimo Scaligero, per chi voglia vedere, e non illudersi, chiudendo gli occhi ad una sgradevole realtà, è possibile scorgerlo da molti segni. Ne ricorderò uno solo che, per la sua facile accessibilità, è più rapidamente constatabile da chiunque voglia. Nella edizione originale quella non arbitrariamente alterata di Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, alle pp. 37-40, si possono leggere le seguenti parole, severe e profetiche al contempo, di Massimo Scaligero:

«I seguaci della Scienza dello Spirito, che non giungano a superare lʼunivoca dimensione dellʼanima razionale, e a questa inconsciamente riducano lʼinsegnamento e da essa, per quanto elaborata e filosofizzata, non escono, movendo perciò con mere rappresentazioni in un mondo di forze che permane loro impenetrabile: non sono dissimili agli evoliani che si muovono entro lʼanima razionale-affettiva, non andando oltre le rappresentazioni o le immagini della Potenza, non disponendo del canone della liberazione del loro rappresentare: il vincolo alla cerebralità è lʼimpedimento reale alla Potenza.

Lʼavvicinamento tra le due posizioni può sembrare paradossale, eppure, se si osserva tra le due posizioni può sembrare paradossale, eppure, se si osserva, riguarda lʼidentico limite interiore: limite inconscio, che nellʼavvenire provocherà alleanze inaspettate che appariranno assurde, ma saranno le più logiche. Nellʼimminente futuro, il dominio dellʼanima razionale creerà il vero fronte delle forze contro lo Spirito, in nome della Tradizione, della Religiosità come dellʼAteismo, dello Spiritualismo come del Materialismo: un fronte vasto che congiungerà molti, il suo vero livello essendo politico.

*

Contro lʼImpulso Solare di questa epoca, è prevista una serie di attacchi, da quelli frontali a quelli insidiosi e inconsci (ho persino accennato ad attacchi dallʼinterno medesimo della cittadella, ad opera di zelatori discorsivi delle dottrine), perciò si può ravvisare quello di Evola come il più frontale, anche se sostanzialmente dialettico, epperò dialetticamente reversibile. Ma una replica dialettica è proprio ciò di cui Steiner non ha bisogno.

[…] La dialettica è comunque il veicolo dellʼalterazione di ogni impresa dello Spirito, ma non in quanto una determinata dialettica possa provocare lʼatteggiamento spirituale irregolare, bensì in quanto questo trova in quella il proprio veicolo formale. Ciò avviene anche allʼinterno di una comunità spirituale, quando vi si associano esseri capaci solo di relazione medianica, e tuttavia assumenti un linguaggio dellʼanima cosciente: allorché il numero di costoro diviene preponderante, sarà proprio un medium a prendere la parola e ad insegnare la dottrina polarizzando il consenso di tutti i vocati allo Spiritismo, ai quali sostanzialmente occorre non tanto riconoscere il contenuto della Scienza dello Spirito e chi ne sia reale portatore, quanto realizzare il livello della loro necessità psichica. Come si vede, un risultato non molto diverso da quello derivante dallʼaccettazione della critica evoliana, e riconoscibile come fenomeno che lo stesso Evolismo patisce, allorché la popolazione degli incapaci di anima cosciente, epperò popolazione medianica, sʼinfatua, come si è visto, sentimentalmente delle sue dottrine della Potenza e il proprio sentimento scambia per volontà e forza».

Queste parole di Massimo Scaligero, scritte cinquantʼanni fa, nellʼultimo secolo del trascorso millennio, si sono rivelate profeticamente esatte. Ho avuto modo di vedere numerosi ʽintrallazziʼ tra la dirigenza della Società Antroposofica, sia in Italia che allʼestero, in campo pedagogico, in quello dellʼagricoltura biodinamica, ma anche della stessa Antroposofia, e soprattutto della Cristologia, con ambienti, dignitari, addirittura con alti prelati, della nota potenza straniera dʼOltretevere. Ho avuto modo di constatare collusioni di persone che, pur avendo ben conosciuto Massimo Scaligero, il quale aveva esplicitamente proibito loro di contaminarsi mai e per nessuna ragione con la politica, dopo la sua morte, sospinti da chi mal li consigliava, si sono gettati in quella immensissima fogna che è la politica italiana, tanto più con le formazioni più problematiche, manipolate e inquinate, una di loro tentando persino di farsi eleggere in parlamento. Poi vi son stati, e vi son tuttora, gli ʽinciuciʼ di elementi ʽscaligeropolitaniʼ con la Fondazione Evola, e con evoliani che fino a non molto tempo fa su Rudolf Steiner e su Massimo Scaligero gettavano palate di letame (e molti di loro continuano beatamente a farlo…). Ora, evoliani, kremmerziani, gurdjieffiani e crowleyani, a chi, come molti di noi, per decenni ha seguito, e praticato con impegno totale, senza risparmiarsi, con ostinata tenacia e fedele disciplina quotidiana, la Scienza dello Spirito, e la dura Ascesi della Concentrazione, vengono a raccontare che noi a loro dire, naturalmente non avremmo capito nulla, e che per nostra fortuna ora sono arrivati loro, che così ci possono spiegare cosa intendessero veramente dire Steiner, Colazza e Scaligero, con gran benefizio del nostro ottuso, limitato, intelletto. Vi è persino un tale, ovviamente evoliano che, nella bella Partenope, tiene corsi sul Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero, il quale, nel vedere una tale debordante verbosa dialettica, sicuramente si rivolterebbe nella tomba. Vi è, oggi, tutto un profluvio di ʽsapienzaʼ, una autentica inondazione, che dilaga su siti web, su blog e social forum di internet, su radio e televisioni locali e nazionali, in convegni e tavole rotonde, in produzioni cinematografiche, in riviste e libri che non valgono nemmeno la carta sulla quale sono stampati. Di fronte a cotanta abbondanza di inutile vuota dialettica, come non pensare a quanto Massimo Scaligero, sempre in Dallo Yoga alla Rosacroce, nel XVI capitolo, Secretum inviolabile, alle pp. 204-207, con severe parole ammonitrici, scrive:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è lʼidentico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno.

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale. […]

In quanto lo Spirito va destandosi dal sonno millenario su tutta la Terra, privo di coscienza del livello perduto, i Deviatori sono allʼopera perché la ricerca spirituale sia deviata, venendo asservita, al livello attuale, allʼuomo dominato dalla terrestrità, ossia dal mondo finito, quantitativo, al quale egli si è abbassato unicamente per uscire da tale millenario sonno.

Se questo sonno persiste, vestendosi tuttavia di attualità spirituale e in tal senso assumendo le sue persuasive forme, è inevitabile che chi si desta e, afferrando il senso del proprio destarsi, intende comunicarlo ai fratelli dormienti, sia da costoro considerato privo di connessione con la realtà, e che essi, per unʼocculta intesa, giungano a solidalizzare contro di lui, malgrado i loro dissensi di superficie. Il vero occultista conosce questa situazione: la sua arte è muovere nel retroscena di essa, perché questo gli rivela ciò che gli viene essenzialmente richiesto. La visione di tale retroscena è per lui un aiuto, quella solidarietà è un fenomeno che esige essere compenetrato di pensiero. Essa non è cosciente nei soggetti solidali, la cui intesa è il potere di una animadigruppo: egli può invero muovere mediante la forza che emana da essa sino a riconsacrarla.

Gli attacchi contro la Via Solare si susseguiranno da ogni parte, nessuna esclusa, compresovi perciò anche quello di coloro che da essa hanno avuto sostegno e aiuto.

Questa situazione, intensificandosi, chiarisce al discepolo il senso del sacrificio mondiale convergente nellʼindividuo umano, secondo lʼimagine della Bhagavadgita».

Queste parole di Massimo Scaligero, scritte cinquantʼanni fa, nellʼultimo secolo del trascorso millennio, si sono rivelate, una volta di più, profeticamente esatte. Anzi, sotto molti aspetti, la situazione è divenuta ancora più drammatica e tragica di quanto molti di noi, allora ancora giovanissimi, e piuttosto acerbi e ingenui rispetto al cogliere i ʽsegni dei tempiʼ di ciò che sin da allora andava preparandosi, potevamo intuire. Oggi, siamo chiamati ad affrontare le conseguenze di quella che Massimo Scaligero ci aveva preannunciato essere la «crisi di fine secolo», che avrebbe aperto il pericoloso nuovo millennio, «lotta di fine secolo», rispetto alla quale le anime soprattutto quelle appartenenti alle Comunità spirituali – avrebbero compiuto, a partire dal 1990, quella chʼegli chiamava la «scelta interiore», la «scelta di campo»: lottare per lo Spirito o contro lo Spirito, lottare per il Graal o in favore dell’Antigraal. Entrati, oramai, nel terzo decennio del nuovo millennio, chi non voglia illudersi, narcotizzando la sensibilità interiore, e anzi voglia guardare in faccia, in maniera inattenuata, senza cedere ad un troppo facile ed irresponsabile ottimismo, lʼattuale tragica situazione, può rendersi conto del fatto che la maggiore, anzi la massima responsabilità di tale situazione è delle Comunità spirituali in generale, e, in modo particolare della «Comunità Solare», come lʼaveva battezzata Massimo Scaligero. Si deve avere il coraggio di non voler mentire a se stessi, e di voler vedere che, in luogo della necessaria – assolutamente necessaria – consacrazione, vi è stata superficialità, irresponsabile faciloneria, mancanza di serietà, fiacchezza nellʼimpegno interiore, spensierata incoscienza, intellettualismo narcisistico, tiepido sentimentalismo, banalizzazione di temi sacri, mondanità, vanità, viltà, ricerca della comodità interiore, opportunismo e, in non pochi casi, latitanza, diserzione, tradimento.

Ci si può chiedere – ci si deve chiedere – come e perché sia stato possibile giungere ad un cotal disastro, come e perché si sia potuto disgregare – in una sorta di Caporetto spirituale – il ʽfronte della fermezz, proprio mentre quella che il Buddha Shakyamuni chiamava lʼ«Armata della Morte» dilaga apparentemente senza freni, e con accelerato furore si lancia a perseguire sempre nuove, ulteriori e più distruttive mete, tendenti ad un definitivo scivolamento, in ogni campo, nel baratro del subumano. Si tenta addirittura di imporre, spacciandola per ʽscienzaʼ, quella pandemonìa sotto forma tecnologica, che chiamano ʽtransumanesimoʼ. A questo proposito, gioverebbe che i seguaci della Scienza dello Spirito, della ʽVia Solareʼ, ben meditassero quanto scrisse Rudolf Steiner, oramai ai suoi ultimi giorni terreni, in Massime Antroposofiche. La via conoscitiva dell’Antroposofia. il Mistero di Michele, trad. di Lina Schwarz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, ove, alle pp. 222-225, troviamo quello che fu forse il suo ultimo scritto verrà pubblicato, infatti, il 12 aprile 1925, tredici giorni dopo la sua dipartita – dal titolo Dalla natura alla subnatura. Proprio nelle ultime tre Massime, nelle quali vengon qui messe in rilievo alcune parole, Rudolf Steiner descrive in maniera sintetica, ma anche estremamente chiara ed incisiva, la situazione pericolosa dell’uomo, e il còmpito al quale l’uomo è chiamato per superare tale pericolo:

«183 Nell’epoca delle scienze che si inizia alla metà del secolo diciannovesimo, l’attività culturale scivola a poco a poco non soltanto nei dominii più bassi della natura, ma sotto la natura. La tecnica diventa subnatura.

  1. Ciò richiede che l’uomo trovi, sperimentandola, una conoscenza dello spirito per cui si innalzi di altrettanto nella natura superiore, di quanto affonda sotto la natura con l’attività tecnica subnaturale. Così si crea nell’interiorità la forza per non affondare.

  1. Una concezione naturale anteriore conteneva ancora in lo spirito col quale è collegata l’orgine dell’evoluzione umana; a poco a poco questo spirito è scomparso dalla concezione naturale, e vi si è infiltrato quello puramente arimanico, riversandosi da nella civiltà tecnica».

Nella precedente p. 224, Rudolf Steiner spiega più diffusamente la situazione di estremo pericolo nel quale si trova lʼessere umano, ossia il fatto che «lʼesperimento ʽuomoʼ, che doveva portare ad esistenza Autocoscienza, Libertà e Amore, possa fallire». Con parole che non lasciano spazio alcuno a dubbi circa il còmpito che viene posto allʼuomo, così egli si esprime:

«Egli deve trovare la energia, la forza conoscitiva interiore, per non essere sopraffatto da Arimane nella civiltà tecnica. La subnatura deve venir capita come tale. Potrà venir capita solo se lʼuomo, nella conoscenza spirituale, salirà alla natura superiore extraterrena per lo meno altrettanto, quanto con la tecnica è disceso nella subnatura. La nostra epoca abbisogna di una conoscenza che vada al di sopra della natura, perché interiormente deve venire a capo di un contenuto di vita, pericoloso nella sua azione, che si è sommerso al di sotto della natura. Beninteso, questo non vuol dire che si debba ritornare a stati di civiltà precedenti, ma che lʼuomo trovi la via per mettere le nuove condizioni della civiltà in un giusto rapporto con se stesso e col cosmo.

Oggi, soltanto una piccola minoranza sente i gravi còmpiti spirituali che ne risultano per lʼuomo. Lʼelettricità, che dopo la sua scoperta è stata esaltata come lʼanima della esistenza naturale, deve essere riconosciuta nella sua forza che sta nel condurre dalla natura alla subnatura. E lʼuomo non vi deve scivolare assieme!».

Eppure, Massimo Scaligero, proprio nello stesso libro nel quale aveva posto come Appendice ammonitrice, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, ossia ne La Tradizione Solare, pone come motto le parole, troppo facilmente dimenticate:

«Al rito del Sacro Amore, alla fedeltà degli Eroi solari.

Quale che sia il numero degli Eroi adunati nel Valhalla, non saranno mai troppi il giorno in cui la Belva irromperà”. Edda».

Il che significa che, sicuramente, sarà una dura lotta, e non una piacevole passeggiata, che sarà un aspro cimento e non un mero, scialbo, ʽevento culturaleʼ. Sarà una estrema lotta per la vita o per la morte dell’uomo, il quale deve combattere, risolutamente, disperatamente, con tutte le sue forze, per non perdere la propria umanità, ossia se non vuole scivolare nel subumano, precipitare, sfracellandosi, nel demoniaco.

Ora, tralasciando gli avversari della Scienza dello Spirito guenoniani, evoliani, ecceteriani – di cui sopra, ci si può chiedere come e perché proprio nella Comunità spirituale vi sia stato un così drammatico e tragico tralignare, un così scandaloso cedere quelle posizioni che invece avrebbero dovuto esser tenute – a qualsiasi costo – ben salde, si sia verificato un sì colpevole sfaldamento, che ha dato luogo a latitanze, a diserzioni, a veri e propri tradimenti. Questo è accaduto già nel secolo scorso, non solo in àmbito antroposofico, sia prima che dopo la morte di Rudolf Steiner, ma anche allʼinterno di quella «Comunità Solare», alla quale Massimo Scaligero specialmente dopo la dipartita di Giovanni Colazza aveva consacrato, sacrificalmente, tutto: annientando persino ogni più legittima esigenza personale, tutte le sue forze, e la sua salute stessa. Ma non si può dire che un tale sacrificio estremo sia stato da molti – dai più – compreso e apprezzato.

Ci si dovrebbe chiedere, con senso di responsabilità, come e perché sia potuto accadere – e non sarebbe mai dovuto accadere che quello che il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner, aveva portato in dono al mondo, la ʽSapienza Celesteʼ, l’Anthroposophia dal Cielo e dai Numi ʽgratia gratis dataʼ venisse alterata, banalizzata, intellettualizzata, deformata, sfigurata, depotenziata, svuotata, ridotta – per usare lʼespressione di Spinoza – a ʽsuperstizioneʼ. Ci si dovrebbe chiedere come e perché sia stato possibile che coloro che dal Cielo e dai Numi avevano ricevuto – ancora una volta ʽgratia gratis dataʼ – non solo la possibilità di incontrare la Scienza dello Spirito, la Via Solare, ma altresì, almeno per taluni di loro, di ricevere il dono aristocratico e il privilegio raro – è giusto, ancora una volta, chiamarlo così di incontrare e conoscere un autentico Istruttore spirituale, un Maestro, un Iniziato, come Massimo Scaligero, o, comunque, in ogni caso il suo aureo insegnamento, abbiano poi potuto lo stesso tralignare, deviare, disertare e tradire.

La mia cara amica Fang-pai – sapiente Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma – con la compassionevole delicatezza che la contraddistingue, direbbe che tutti costoro hanno «smarrito e dimenticato lʼintenzione originaria», che hanno «voltato le spalle alla mèta», hanno «rinunciato all’impresa eroica», il che è sicuramente la più grande sciagura che possa capitare ad un discepolo del Sentiero della Conoscenza, ad un ricercatore dellʼIniziazione ad una più alta, autentica, vita spirituale. Il come, e il perché, di ciò ha a che fare col mistero della libertà umana, la quale non è, e non può essere una ʽrealizzazione fataleʼ, attuantesi in una forma in certo qual modo ʽmeccanicaʼ, ché in tal caso essa sarebbe non solo una miserabile illusione, ma addirittura perlomeno dal mio punto di vista nel considerar le umane cose – una ingiustificata, tragica, criminale, beffa nei confronti di quellʼincommensurabile oceano di dolore, di quella oscura e straziante vicenda che gli umani, e tutti gli esseri senzienti, patiscono su una Terra, che il mio amato Dante, nella Comoedia, Paradiso, XXII, 151, chiama «L’aiuola che ci fa tanto feroci».

Abbiamo avuto modo più volte di vedere – sulla base di inequivocabili comunicazioni di Rudolf Steiner – come la ragion dʼessere della creazione dellʼuomo da parte degli Dèi, delle angeliche Gerarchie Celesti, sia il portare ad esistenza nellʼuniverso Autocoscienza, Libertà e Amore. Per cui – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche è lʼUomo la mèta delle Gerarchie, e non viceversa. Ora, la ʽferociaʼ cui allude Dante è, ovviamente, il contrario dellʼAmore, e, come tale, è frutto di coercizione interiore, non certo di libertà. Questa ʽferociaʼ è un ʽfattoʼ che lʼessere umano, dominato da avverse potenze antispirituali, passivamente subisce, non un ʽattoʼ, chʼegli attivamente e liberamente agisce. Lʼascetico e stoico pensatore olandese, Spinoza, nella sua Ethica, chiarisce come nella passione e nellʼistinto lʼessere umano passivamente patisce e non agisce: egli, in uno stato di diminuita coscienza, viene ʽmossoʼ e ʽagitoʼ da cause che trascendono la sua scarsa o nulla consapevolezza, eppure illudendosi follemente crede di liberamente muoversi ed agire.

È evidente che nella passione e nellʼistinto – per esempio, nel caso dantesco sopra considerato, la ʽferociaʼ dettata da ʽavversioneʼ, le quali sono entrambi il contrario dellʼAmore, ma il discorso non cambia nei confronti di qualsivoglia altro istinto o passione – lʼessere umano, trovandosi in uno stato interiore di incoscienza – di ʽignoranz, di ʽavidyâʼ, ossia di ʽnon visioneʼ, di ʽcecitàʼ, direbbe il Buddha Shakyamuni rispetto alle cause che lo ʽmuovonoʼ e lo ʽagisconoʼ, non è libero a causa un impercepito interiore limite conoscitivo: egli manca di quella Autocoscienza, che sola è fondamento a Libertà e ad Amore.

Massimo Scaligero affermava e lo abbiamo rilevato più volte che «si ama perché si vuole amare, e non perché obbligati ad amare, o perché non se ne può fare a meno», ovvero si può amare veramente solo liberamente volendo, e non per una forzatura esteriore della propria volontà o per una costrizione interiore della stessa. Ma si può liberamente volere ed agire, solo se si è coscienti del proprio agire e dei motivi, compenetrati idealmente, che ci spingono allʼagire. «Age quod agis», «agisci, facendo con totale presente coscienza, quel che operando fai!», dicevano stoicamente i sapienti Latini. E il più alto grado di libertà si invera quando siamo noi stessi liberi da qualsiasi costrizione esteriore o interiore – i coscienti creatori dei motivi ideali, della forma e del contenuto del nostro stesso agire. Il che presuppone il divenir coscienti del momento genetico del pensare, lʼaprirsi coraggiosamente all’incandescente travolgenza del pensiero-folgore, alla potenza trasmutatrice del Pensiero Vivente. E questa è, davvero, una esperienza ascetica tanto «eccellente» quanto «rara»: una esperienza che va al di persino di tutto quanto può aver intuito e sperimentato lo stesso Spinoza, che va al di di tutto quanto possa aver intuito, e mai veramente osato sperimentare, dal Settecento all’Ottocento l’idealismo europeo – a parte la solitaria ed incompresa luce di Novalis e del suo idealismo magico in tutte le sue forme.

Lʼesperienza della travolgenza del pensiero-folgore, esperienza dissolvitrice dei limiti umani, è il ʽcuoreʼ, la ragion dʼessere della Scienza dello Spirito, lʼessenza stessa della ʽVia Solareʼ, della ʽVia del Pensieroʼ, che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno instancabilmente indicato. Il venir meno della volontà di consacrarsi alla realizzazione di una «eccellente» e «rara» esperienza, il giungere a temerla, a non potere più neppure concepirla, intuirla, e intenderla, fa che gli individui, che alla realizzazione di essa dovrebbero consacrarsi, come direbbe, e dice, la cara e sagace Fang-pai, «smarriscano, e persino dimentichino lʼintenzione originaria», che «non possano più concepirla né intuirla», e ciò, per mancanza di vera autocoscienza, apre la strada a ʽidee inadeguateʼ, a fantasie, a fisime soggettive, a pericolose illusioni, a patologici visionarismi medianici, scambiati per ʽveggenza spiritualeʼ, a intolleranti fanatismi, che facilmente possono far degenerare la vita della Comunità spirituale in «superstizione».

Certo, percorrere la ʽVia Solareʼ, indicata da Massimo Scaligero, è una difficile, faticosa, aspra impresa. Ma anche la vita di miliardi di esseri umani è un cammino faticoso, difficile, e per moltissimi, per troppi, insopportabilmente doloroso. La ʽVia Solareʼ pone un limite al dolore, talvolta lo attenua grandemente, o addirittura lo rende non necessario. E il percorrere il difficile, lʼaspro, e per questo ʽeroicoʼ, Sentiero dellʼIniziazione ha una azione trasmutatrice non solo sul discepolo spirituale, ma anche – sicuramente – sul mondo.

Questo una responsabilità illimitata ha sia chi abbia ricevuto inestimabile dono di incontrare la Scienza dello Spirito, sia alla ʽComunità Solareʼ, che questa Sapienza Celeste deve tràdere e non tradire, ossia la deve trasmettere al ricercatore spirituale, allʼasceta praticante nella sua inalterata integralità, nella sua immacolata purezza.

Per non tralignare, per non tradire, lʼasceta deve instancabilmente superare limiti – e sempre di nuovo, ogni volta, deve superarli – che sono i limiti del meramente umano, dell’umano-troppo umano, in definitiva dell’umano-animale, dominato da avverse potenze antispirituali, che non è e non può essere il vero autentico ʽumanoʼ, perché come scrive Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, p. 94:

«Lʼuomo che tenda alla reintegrazione non può non incontrare gli ostacoli che riguardano la normale condizione umana: lungo il sentiero, non può non trovarsi dinanzi quelle barriere che arrestano la vocazione dellʼuomo comune e lo costringono a rimanere ciò che è. A un dato momento queste barriere mostrano il loro potere di dominare ferreamente ciò che è possibile allʼuomo in quanto semplicemente tale. Lʼarte è allora vedere sino a che punto giunga questo potere: allato allo sperimentare umano, il pensiero libero dai sensi può dare simile conoscenza. Dʼonde la possibilità del libero imaginare, cioè del superamento del limite umano.

Non vʼè legame di cui non possa essere imaginato lo svincolamento, non vʼè strettoia di cui non possa essere imaginata lʼuscita, non v’è male di cui non possa essere imaginata la guarigione: il principio di realtà che è ora nellʼimaginare, apre il varco allʼazione dell’Io uno con lʼIo cosmico. Questo libero imaginare, che nasce dal suo essersi sussunto nell’ambito del suo negarsi in oggettività e in necessità, può compiere per lʼIo il miracolo del trascendimento del limite che la natura ora oppone con la forza di una determinatezza decisa, definitiva, motivo della disperazione e dell’abbandono della lotta. Qui il libero imaginare trova comunque il punto del trascendimento che, indicando che cosa va superato, è misura del passaggio dalla Terra al Cielo, dalla natura alla sopra-natura: così come un valico che si conosce, perché almeno una volta si è passati per esso. E ogni volta la vetta conquistata è perduta, perché nello Spirito non si sta, nello Spirito si è, e, per esserci, sempre occorre di nuovo imaginare il punto in cui è superabile lo stato di fatto, lʼostacolo, lʼerrore, lʼillusione».

Ed oltre, a p. 142, nel VII capitolo, Il cibo di resurrezione, Massimo Scaligero mostra quale debba essere il clima interiore che il discepolo dellʼIniziazione deve respirare come unʼaria spirituale – per mantener dèsta in sé la necessaria tensione della volontà, lo slancio interiore, il trasmutante ardore spirituale per compiere lʼOpera, per realizzare il Graal.

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere lʼispirazione di fondo, lʼabitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, lʼostacolo. Non vʼè ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nellʼunica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino allʼestrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto lʼeffimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Queste sono le parole di verità che, come un urgente farmaco risanatore, Massimo Scaligero porge al libero ricercatore, per indicare la autentica ʽViaʼ di realizzazione spirituale, affinché egli non si smarrisca nelle fallaci ʽvieʼ della sentimentalità, del misticismo, del visionarismo medianico, scambiato per ʽveggenza spiritualeʼ, oltre che nelle altrettanto medianiche e pericolose ʽvieʼ della magia cerimoniale, del sedicente tantrico ʽYoga della Potenzaʼ, come della sedicente alchemica ʽMagia trasmutatoriaʼ, ambedue operanti attraverso una distruttiva trasgressione sessuale.

Ma lʼessere umano – anche lo spiritualista che abbia scelto una qualsivoglia ʽViaʼ ooculta – teme essere lʼIo, che pur astrattamente sa e dice di essere. Massimo Scaligero innumerevoli volte ammonì che: «Non basta che l’Io sia, bisogna essere l’Io». Ovvero, non è sufficiente che l’Io esista: occorre compiere l’atto attivo di esserlo questo Io. E l’essere umano teme, soprattutto, essere un Io libero, l’autore responsabile e attuatore del proprio destino. Egli vorrebbe rimettersi passivamente ad un potere a lui trascendente, che fatalmente, senza sua attiva iniziativa, operando in lui, per lui, e in vece di lui, lo assolvesse dalla scomoda responsabilità di essere libero autore del proprio agire, e a tal fine egli va cercando un comodo ʽsurrogatoʼ alla eroica ʽVia dellʼIoʼ: oppone una più facile, consolante, comoda, passiva, e fatalmente illusoria, ʽvia dellʼanimaʼ alla dura, difficile, esigente, apparentemente – ma solo apparentemente tale – arida, eroica, ma faticosa e scomoda, ʽVia dello Spirito oltre lʼanimaʼ. Come della ʽViaʼ del Buddha Shakyamuni fu detto che «Buddhism has no milk for babies», ossia che la ʽViaʼ indicata dallʼIlluminato non ha illudenti consolazioni, ʽlatte per bambiniʼ, così anche la Scienza dello Spirito, la ʽVia del Pensieroʼ, non ha facili, comodi, consolanti, rassicuranti, ʽsurrogatiʼ per anime pigre, irresolute, pavide e immature.

Massimo Scaligero dissolve con parole chiarissime, nel capitolo IX, Lʼalbero di vita e la luce del Graal, de LʼUomo Interiore, pp. 174-175, questa infingarda, vile, aspirazione da parte dellʼuomo ad una fatale, irresponsabimente gratuita, salvazione compiuta dal Divino. Infatti possiamo leggere:

«Se la liberazione e la resurrezione fossero qualcosa di previsto, di fatale, esterno alla sua decisione, la libertà non avrebbe senso. Ma gli uomini, oggi, presi da una visione meccanica dellʼUniverso, la traspongono anche al piano metafisico e inconsciamente sognano una salvazione che comunque, da qualche direzione, per una sorta di automatismo trascendentale, dovrebbe venire: anche i più provveduti attendono una soluzione che venga da fuori. Se così fosse, la liberazione non avrebbe valore, che, nascendo da una gratuita provvidenza, non avrebbe relazione con lo Spirito. Non vʼè, infatti, salvazione o reintegrazione che non debba iniziarsi con la decisione dellʼuomo, perché solo a tale decisione può rispondere la Grazia. Occorre allʼattuale situazione del mondo lʼintervento di esseri liberi, che, conoscendo il valore della sfera sensibile, sappiano suscitare in una volontà capace di giungere ai confini di tale sfera: dʼonde unicamente può giungere la forza rettificatrice. A ciò la tecnica del «pensiero libero dai sensi» è la via».

Ancora una volta, avendo abusato più del solito della benevola pazienza del volenteroso lettore, mi fermo qui, rimandando alla terza parte di questo studio le ulteriori considerazioni. Sed omnia vincit Veritas!

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2022

Anno XXVII n. 2

Febbraio 2022

AMOR VERITATIS. PARTE PRIMA.

Un poʼ rapsodicamente, mi riallaccio a quanto da me scritto nel precedente studio, circa il modo a dir poco imprevedibile e stravagante, del quale si servirono il Cielo e i Numi per condurre chi qui scrive, e che allora ancor viveva nella sua totale adolescenziale gioiosa spensieratezza, là dove lo volevano condurre. Ve lo volevano condurre, ovviamente, perché era assolutamente necessario condurvelo. E ciò – come accennato nel precedente studio – senza minimamente richiedergli, per quel chʼio ricordi almeno, nessun preventivo ʽconsenso informatoʼ. Ducunt fata volentem, nolentem trahunt, come affermava venti secoli fa lo stoico romano Seneca nella sue Epistulae morales ad Lucilium, 107, 11, 5, il quale in latino traduceva quanto aveva scritto secoli prima lo stoico greco Cleante, Stoicorum Vetera Fragmenta, ed. von Armin, I, 527, con ciò volendo significare che il destino e i fati con mano dolce conducono chi volontariamente con essi collabora, ma costringono, anche rudemente, chi stoltamente cerchi di contrastarli. E, nel mio caso, che non ero né volente né nolente, bensì beatamente incosciente, fu cosa buona, anzi ottima, che il tutto si fosse svolto così, perché se la faccenda fosse dipesa dagli ardenti slanci e dalla poca o punta saggezza del sottoscritto, sicuramente ne sarebbe scaturita solo una grande confusione, accompagnata da non pochi terrificanti guai, dei quali ero allora tanto abilissimo quanto insano e improvvido facitor.

Sicuramente il Cielo e i Numi, di certo alquanto più saggi di quel giovin adolescente entusiasta ch’io ero, avevano le idee ben chiare circa la mèta da farmi, volente o nolente, raggiungere, ed eziandio quale fosse il sentiero necessario per raggiungerla. Per cui i miei passi vennero condotti su sentieri che, nella mia spensierata inscienza, neppure mi sarei mai immaginato di dover percorrere. Mi ritrovai così a qualche decina di chilometri dalla mia città natale, in una tranquillotta borgata della campagna toscana, che allora contava sì e no (secondo me, più no che sì) mille anime. Occasione ne era stata il fatto che allʼIstituto Nazionale di Ottica sulla collina di Arcetri non avevano più aule sufficienti per la formazione degli allievi, il cui numero non faceva che crescere, e venne di conseguenza deciso di formare una sorta ʽdependenceʼ nella suddetta amena e pacifica borgata del contado toscano. Ivi, vi fu inviato, tra gli altri, anche mio fratello, a quel tempo ricercatore ad Arcetri in forza della mitica “Fondazione Ignazio Porro”, per impegnarsi a fondo nel campo della docenza.

Mio fratello ben conosceva la svolta che vi era stata nella mia vita, e la scelta di un nuovo sentiero spirituale nel quale, abbandonando le Vie dʼOriente da ambedue precedentemente seguite, intendevo asceticamente impegnarmi a fondo. Anzi, poiché lui stesso si era accostato alla Scienza dello Spirito, mi fece una proposta, che davvero ʽnon potevo rifiutareʼ: mi chiese di metter fine al mio spensierato girovagare, e di trasferirmi ad abitar secolui in quellʼamena borgata campagnola, dove avrei avuto tutto lʼagio e la calma necessaria per dedicarmi agli esercizi della Via, nonché allo ʽstudioʼ, ossia, more rosicruciano – alla elaborazione meditativa dei testi sacri della Scienza dello Spirito. Io, tutto contento di una cotale logistica soluzione, mi trasferii armi e bagagli a casa di mio fratello nella suddetta amena borgata del contado toscano.

Quello fu uno dei periodi più felici della mia vita. Avevo moltissimo tempo a disposizione, e me lo potevo gestire come meglio credevo. Dopo qualche mese, mio fratello mi fece una seconda proposta, la quale nel tempo si rivelò – essa pure – feconda di notevoli sviluppi di destino: visto che avevo molto tempo libero, mi chiese di iscrivermi ai corsi che si svolgevano nella scuola che allora si trovava ancora sotto lʼegida dellʼIstituto Nazionale di Ottica di Arcetri, fondato e diretto dal Prof. Vasco Ronchi, personalità scientifica di eccezione. Giacché mi avanzava abbastanza tempo, decisi di dedicarmi anche allo studio dellʼOttica, cosa che feci con molta passione. Soprattutto affrontai lo studio analitico e dettagliato di alcune opere del Prof. Vasco Ronchi, che riguardavano lʼOttica, intesa come Scienza della Visione, e non come un particolare ramo della fisica: concezione ch’io trovavo estremamente interessante. Il Prof. Ronchi aveva una vasta cultura umanistica, conosceva lingue antiche e moderne, conosceva bene la storia della scienza, ed aveva una preparazione filosofica di primʼordine. Era stato proposto ben sei volte come premio Nobel per la fisica.

Lʼandare in profondità nello studio dellʼopera di Ronchi mi tornò molto utile, proprio perché egli rappresentava, a livello scientifico, la posizione più avanzata e logicamente più rigorosa e consequenziale della ricerca sulla natura della percezione. Nei quattro anni nei quali rimasi prima come studente e poi come collaboratore nella ricerca e nella docenza in quella pacifica e sonnolenta borgata campagnola (ma molto anche negli anni successivi), mi dedicai con lena alla lettura intensiva del testo fondamentale del Prof. Vasco Ronchi, Sui fondamenti dellʼAcustica e dellʼOttica, edito allʼinterno della collana Pubblicazioni della Fondazione «Giorgio Ronchi», vol. 9, 1967, cm 17 x 24, 304 pp. con figure n.t., pubblicato a cura della prestigiosa casa fiorentina Leo Olschki, confrontandolo con le opere ʽfilosoficheʼ – o, per meglio dire, ʽfilosofaliʼ – di Rudolf Steiner, ossia La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e scienza, e la Filosofia della libertà

Tra i docenti con i quali ebbi a che fare, dai quali tutti ricevetti moltissimo per la mia formazione scientifica, voglio ricordare con particolare gratitudine lʼIng. Eddo Mario Bartoli, che mi fu ʽmaestroʼ in varie materie, soprattutto per la Matematica, con lezioni indimenticabili sullʼessenza del calcolo integro-differenziale, e per la Geometria della Radiazione Ottica, una delle materie che poi avrei insegnato per decenni. LʼIng. Bartoli, persona amabilissima del quale sia mio fratello che io divenimmo amicissimi sino a star sovente insieme, in maniera conviviale, come allegri commensali, aderiva convintamente alle teorie ronchiane sulla percezione, e nellʼinsegnamento univa un estremo rigore concettuale ad una capacità di semplificazione – e di esemplificazione – di materie scientifiche per molti di ardua comprensione e assimilazione. Il Prof. Ronchi e lʼIng. Bartoli mi fecero amare un mondo di pensieri di estremo rigore: un mondo di pensieri di una rara bellezza e di un nitore stellare.

Fu importante per me educarmi ad un cotale rigore di pensieri, che nulla avevano di collusione con quelle guaste sfere psichiche emotive e istintive, che che di solito ammalano la vita animica della maggior parte degli esseri umani. Molti umani sentirebbero addirittura di ʽnon vivereʼ se venissero separati da una tale avvilente dipendenza, da una simile abietta sudditanza rispetto a quella torbida e deforme ʽnatura inferioreʼ, alla quale essi sono talmente in maniera coatta identificati, da scambiare per propria ʽlibera spontaneitàʼ, quel che da quella infida ʽnaturaʼ viene loro coercitivamente imposto.

Quel che nella mia adolescenza mi aveva fatto innamorare – perdutissimamente innamorare, lo confesso – dellʼinsegnamento del Buddha Shakyamuni, per me eredità di antiche vite, era proprio la sua oggettiva, affatto apsichica, non emotiva, analisi della condizione umana, che al suo risvegliato ed equanime sguardo appariva essere una condizione di ʽebrezzaʼ, di vera e propria ʽubriacaturaʼ, di ʽstordimentoʼ, di ʽoblioʼ, di autentica ʽalienazioneʼ, di ʽagitazioneʼ, di ʽdis-trazioneʼ dalla essenziale natura dell’essere umano. Per il Buddha Shakyamuni una tale condizione umana è patologica, ed egli – seguendo la prassi della savia antica medicina indiana – di una sì esiziale malattia dà una severa e oggettiva diagnosi, ne individua le cause descrivendone con limpida chiarezza lʼetiologia, formula la prognosi della possibile guarigione nel caso che il paziente voglia seguire convintamente le indicazioni del terapeuta, e prescrive nel Nobile Ottuplice Sentiero la terapia che porterà, se fedelmente attuata, alla completa guarigione del malato.

Naturalmente, lʼessere umano dellʼantica civiltà indiana soffriva di un male meno esiziale, meno radicale, molto meno pericoloso, di quello che oggi soffre lʼuomo della presente, sempre più disumanizzante, moderna civiltà tecnologica. Lʼuomo attuale – data lʼestrema gravità del suo male, per di più da questi, nella maggior parte dei casi, neppure minimamente intuito – necessita di una terapia abupta, di una massiccia terapia dʼurto che affronti, senza concessioni o compromissioni ʽpietoseʼ, la condizione di un essere umano che, rispetto ad un uomo antico, orientale od occidentale, è sprofondato molto di più nellʼabisso antispirituale: abisso nel quale egli rischia di perdere senza ritorno la propria umanità. La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e la Via del Pensiero che, come filone aureo, ne scaturisce ad opera di Massimo Scaligero sono nel mondo attuale la necessaria terapia abrupta, la Via diretta allo Spirituale, e al contempo, appunto, il farmaco urgente per lʼuomo di questo tempo – per ogni uomo – per la guarigione dal male che lo affligge e che rischia di distruggerlo. Da questo punto di vista, non posso che rimandare a quanto scrisse con parole limpidissime, che non possono lasciare in proposito a nessuno dubbio veruno, Massimo Scaligero in Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 51: 

«Il pensiero diviene movimento puro dellʼIo, ove attui il proprio essere indipendente dai veicoli mediante cui si manifesta. Il fatto che il pensiero rimanga inconsciamente legato a tali veicoli – lʼorgano cerebrale e lʼoggetto pensato – spiega la sua difficoltà a intendere come in nessuna direzione debba cercare la l i b e r t à se non nel proprio puro movimento, e spiega di conseguenza le attuali retoriche della libertà. Lʼuso egoico della libertà, presumente il passaggio da una determinazione astratta alla sua realizzazione pratica, è sostanzialmente in funzione degli istinti, in quanto contrasta il rapporto della coscienza con le proprie forze di profondità. Il potere si manifesta con contenuto diverso, a seconda che risponda ad un controllo assunto oppure smarrito dallʼIo: dalla propria sfera esse operano positivamente per la coscienza, nella misura in cui questa realizzi la funzione dellʼIo, che le è propria, e non cerchi altrove ciò che, sul proprio piano, soltanto essa può attuare: lʼautonomia dal sistema nervoso, la reale libertà».

Queste parole dovrebbero essere ampiamente sufficienti per chi – come direbbe il Buddha Shakyamuni – abbia «poca polvere sugli occhi», ossia per chi veramente possa e voglia capire, ma la natura umana è oltremodo infingarda e possiede lʼastuzia dei millenni durante i quali essa è stata dominatrice incontrastata del poco consapevole essere umano. Poco consapevole perché lʼAutocoscienza, la reale autonomia della individuale coscienza umana, è il risultato finale di un lungo, tortuoso e sofferto processo: non è affatto qualcosa da cui, nella sua millenaria storia, lʼuomo sia potuto partire. Ma un tale uomo, non ancora realmente e pienamente autocosciente, viene portato con facilità ad eludere lo sforzo per un autentico risveglio spirituale attraverso una energica Ascesi del pensiero, e a cercare, invece, nel ʽsentireʼ un surrogato meno impegnativo, e più consolante, del faticoso sforzo dellʼimpegno che una volitiva Ascesi del Pensiero, senza fare sconti, imperiosamente esige. Si evita così di compiere lo sforzo di sollevarsi dal livello passivo dellʼanima a quello energicamente attivo dello Spirito. Su questo ʽsentireʼ, che viene sovente proposto – e in taluni casi persino apertamente contrapposto – come strumento di una sedicente ʽvia dellʼanimaʼ che dovrebbe sostituire lʼautentica ʽVia dello Spiritoʼ, molti si fanno alquante pericolose illusioni. Per questo motivo, voglio riportare quel che scrive, sempre nel citato Guarire con il pensiero, alle pp. 54-55, Massimo Scaligero come ʽterapiaʼ urgente per lʼessere umano che voglia guarire dal suo male radicale:

«La guarigione passa attraverso lo svincolamento del ritmo del sentire dal sistema nervoso: per solito ciò si verifica inconsciamente mediante processi di dolore, morale o fisico. In effetto, una coscienza indipendente dal sistema nervoso dovrebbe accogliere il sentimento, o lʼimpulso: allora sarebbe presente, in sostanza, il soggetto conoscitore: quello che normalmente manca, in quanto il contenuto senziente giunge ad esso, avendolo già coinvolto. Lʼuomo è quasi sempre il soggetto preso dal sentimento o dallʼimpulso, piuttosto che il soggetto sperimentatore e conoscitore.

Entrando nella rete nervosa, il contenuto reale del sentire viene alterato: nella psiche e nel corpo domina di esso la sensazione lesiva del piacere o del dolore: cioè la forma gradevole o sgradevole della reazione senziente, connessa alla «rappresentazione» del contenuto. Mediante un simile «rappresentare», contessuto come immediato con la sensazione fisica, lʼelemento soggettivo si estrinseca in piacere o dolore, riguardo a un contenuto interiore in realtà non conosciuto. Di esso infatti il soggetto ha solo la sua reazione secondo quel rappresentare: che, come si è osservato, è il segno del vincolo immediato della coscienza al sensibile: la brama. In effetto, il pensiero riflesso, condizionato dalla cerebralità, e la brama, si corrispondono mutuamente».

Oltre che rivolgersi al ʽsentire misticoʼ, per lʼuomo attuale che cerchi di evitare il sollevarsi dalla passività sognante dellʼanima allʼesperienza cosciente dello Spirito, la tentazione è quella di tentare le vie di un equivoco ʽmagismo della volontàʼ, attraverso le esperienze medianiche della magia cerimoniale, spacciata per Teurgia, o Magia Divina, o di una inevitabilmente sfaldata, ancor peggio che medianica, magia sessuale, spacciata questa, in maniera menzognera, per ʽTantrismoʼ, o addirittura per ʽAlchìmiaʼ. Un lucido pensare scientifico, nella sua oggettiva impersonalità, ha sicuramente un livello di coscienza ben superiore sia al ʽsentire misticoʼ, che ad un tale sfaldato ʽmagismo della volontàʼ i quali, inevitabilmente, oggi, non si sottraggono ad una torbida collusione con le zone torpidamente sognanti e dormienti dellʼanima. Non è alimentando o galvanizzando queste semicoscienti o totalmente incoscienti sfere di quest’ultima, che ci si sottrae ai limiti cogenti dellʼanima, che poi sono i limiti dellʼumana animalità bramosa. E questo lo affermò spesso, e apertis verbis, in scritti e conferenze, lo stesso Rudolf Steiner. Come dice Hegel, riportato da Rudolf Steiner nel primo capitolo della sua Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 21: «Il pensare fa sì che lʼanima, di cui anche lʼanimale è dotato, divenga spirito».

Devo ringraziare davvero gli anni passati a studiare lʼOttica come Scienza della Visione, così come essa veniva esposta dal Prof. Vasco Ronchi, sia per lʼaddestramento ad un pensare scientifico rigoroso che potei esigere da me, sia perché potei, attraverso un tale addestramento, compiere una sorta di distacco da una antica ʽanima asiaticaʼ, che mi era connaturata. Mi resi presto conto che, per esempio, le ʽformeʼ, di per sé mirabili, attraverso le quali nellʼantica India, lo Spirito si era espresso nei Veda, nelle Upanishad, così come nelle varie manifestazioni che nel corso di molti secoli il Buddhismo aveva assunto, quello Spirito oramai non lo incarnavano più, e all’uomo moderno, oggi, in quella forma, esse non possono donare più nulla. Mi resi conto che la vertiginosa esperienza dellʼAtman, o del Purusha, ossia dellʼIo Superiore, del quale parlano appunto le Upanishad, dovevano essere cercate e conquistate non più, come in antico, in una oramai impossibile trascendenza evadente lʼumano, bensì in una audace immanenza mai prima sperimentata dagli antichi asceti, e che la stessa corrente cosmica del Buddhanon le sue pur affascinanti, ma ormai esaurite, forme esteriori – oggi è congiunta con la coraggiosa esperienza, rigorosamente individuale, dellʼelemento sovraindividuale del Logos nel pensare, che si sperimenti indipendente da ogni mediazione. Sempre Massimo Scaligero, in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, nel primo capitolo, intitolato La Via Adamantina dʼOccidente, a p. 17, così scrive:

«Il sistema orientale che massimamente sembra sviluppare i temi di un magismo erotico, rispondente allʼesigenza del tipo umano attuale, in effetto manca dellʼelemento radicale imprescindibile alla situazione dellʼuomo caduto: il moto del freddo pensiero astratto che, scaturito come pensiero scientifico, cela in sé il potere di una dimensione trascendente, riconoscibile nel suo carattere di impersonalismo puro. Tale valore metafisico, presente nellʼesperienza scientifica occidentale, sfugge tuttavia allo scienziato come al filosofo. Nellʼaridità dellʼagnostico pensiero matematico, in effetto brilla una fredda luce, segno inavvertito di una invisibile luce di vita, più prossima alle nitide linee della geometria e della logica formale, che non alle tensioni della psiche yoghica o mistica. Tale pensiero, recato a coscienza e afferrato nella sua incorporeità, si rivela scaturente da una corrente di vita, la cui dynamis è appunto ciò che lo yoga tantrico chiama kundalini». 

Il Prof. Vasco Ronchi – che Massimo Scaligero conosceva bene, e che in un colloquio mi definì un «uomo coraggioso» – aveva una profonda onestà intellettuale, che lo portava a trarre le conclusioni più rigorose dalle esperienze scientifiche: sia da quelle sue proprie che da quelle altrui. Non sempre negli autori che coltivano discipline scientifiche, ho riscontrato altrettanto rigore e altrettanta onestà. Ciò portò il Ronchi a dover affrontare per decenni tutta una serie di polemiche per smascherare sia vari errori scientifici in buona fede, nati da una certa trascuratezza e faciloneria di metodo, sia, in altri casi, vere e proprie menzogne, provenienti nella fattispecie da forme di «ideologia», esposte con elaborata dialettica e spacciate mentitamente per «scienza». Lʼaver difeso coraggiosamente, a viso aperto, la verità scientifica contro le facilonerie dei pressappochisti e contro le menzogne ideologiche di una falsa scienza, è ciò che gli impedì di ricevere il premio Nobel per la fisica, malgrado che ad esso egli venisse candidato per ben sei volte. Nei suoi scritti, egli individuava con precisione chirurgica quelle che nelle pubblicazioni di vari autori egli chiamava «ipotesi clandestine», ossia non dichiarate premesse che di scientifico non avevano nulla, e che anzi riflettevano mere opinioni personali indimostrate, o posizioni «ideologiche», che si cercava di fare accettare dogmaticamente come assiomi evidenti. Di tali posizioni Ronchi dimostrava, ogni volta con una serrata argomentazione logica, lʼassurdità, la contraddittorietà dal punto di vista scientifico, e – oserei dire con spietatezza chirurgica – esponeva altresì quali oggettive, sperimentali, esperienze scientifiche apertamente smascheravano quelle disoneste, non dichiarate, «ipotesi clandestine». Ogni volta il suo rigore scientifico, lʼonestà intellettuale, il coraggio e la sua integrità morale, suscitavano in me grande ammirazione, ed erano per me un modello di quella impersonalità che dovevano avere ai miei occhi il pensare e, in generale, il conoscere di un sincero cercatore della Verità. 

Il Prof. Ronchi, nel suo lungo e coraggioso operare per una onesta scienza, ha sicuramente ben meritato dalla Verità. Quel che stupisce è, in molti casi, di non trovare di fronte alla Verità, nel campo spirituale che qui precipuamente ci interessa, altrettanto coraggio, altrettanta integrità e drittura morale, altrettanta consequenzialità sul piano di una ʽlogica dellʼessenzaʼ (come la chiamava Massimo Scaligero), che è pur sempre la logica del Logos, quanto e quanta ne dimostrò, costantemente e coerentemente, il Prof. Ronchi in un campo come quello della fisica, che non ha certo pretese di ʽmagistero spiritualeʼ, tanto meno ʽiniziaticoʼ ed ʽesotericoʼ.

Rudolf Steiner nei suoi scritti ʽfilosoficiʼ, o ʽfilosofaliʼ, descrive e dimostra come sia possibile seguire, con estremo rigore logico, uno sperimentale cammino conoscitivo, audacemente privo di ʽpre-suppostiʼ e a fortiori privo di ʽpre-giudiziʼ, e di conseguenza anche di volutamente non dichiarate, e quindi non oneste, ʽipotesi clandestineʼ. Questo perché lʼessere del pensare non necessita di ʽpre-suppostiʼ di sorta all’atto del proprio essere, ché unicamente il suo essere in atto è, dinamicamente, al contempo, ʽformaʼ, ʽattoʼ, e ʽsostanzaʼ del suo stesso essere, che, appunto, non ha necessità di alcun ʽsupportoʼ ad esso estraneo.

Altrettanta radicale empiria mostra Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, recante come sottotitolo eloquente Il mito della scienza e la via del pensiero, ove nel primo capitolo della prima parte, Il problema a cui si sfugge, pp. 9-16, e nel primo capitolo della seconda parte, La ricerca dellʼIo, pp. 155-161, descrive in maniera rigorosamente razionale il cammino per realizzare operativamente lʼesperienza cosciente, sovrarazionale ed estrarazionale, priva di ʽpre-suppostiʼ, dellʼatto puro del pensare vivente, poggiante unicamente su se stesso e non necessitante di ʽsupportiʼ di qualsivoglia specie. Una tale Via senza ʽappoggiʼasparśa, ʽsenza contattoʼ (come in qualche modo sperimenta chi, inoltrandosi in acque profonde, arriva ʽlà dove più non si toccaʼ) lʼavrebbe definita in India Gaudapada, uno dei padri del Vedânta – invita allʼatto di supremo coraggio del Bodhisattva, descritto dal Buddha Shakyamuni nel Laṅkâvatâra Sûtra, come lʼâśraya-paravrtti, ossia la «revulsione degli appoggi» o «rovesciamento dei supporti»: atto di fronte al quale fugge terrorizzato chi sia bramosamente preda del servaggio corporeo e della visione mondana, necessitante di illusorio appoggio. 

Lʼazione di rinunciare allʼillusorio appoggio è al contempo un atto di coraggio e di conoscenza. Solo da una tale conoscenza può scaturire un coraggio così autenticamente ʽrivoluzionarioʼ da poter esser legittimamente definito, nel senso etimologico del termine, ʽsovversivoʼ, ossia ʽribaltatoreʼ, ʽrovesciatoreʼ o ʽsovvertitore degli appoggiʼ. Giova, perciò, riportare ancora una volta – repetita immemoris saepe iuvant – le parole di Massimo Scaligero, già apparse su questo sovversivo e temerario blog, da lui scritte in Magia SacraUna via per la reintegrazione dell’uomo, Tilopa, Roma, 1966, p. 205, là dove così dice:

«Occorre educarsi a non aver paura di sprofondarsi in sé. Si deve tendere al coraggio di non necessitare di sostegno: di lasciare il sostegno su cui, senza saperlo, ancora ci si sostiene.

Ci si sostiene sempre. Ma a un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare a essere veramente vivi.

Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia ad essere.

Chi si appoggia, non può reggersi.

Chi vuole reggersi non ha capito».  

Questo audace scegliere di esser fondati su nullʼaltro che su se stessi, attuato attraverso una radicale «revulsione degli appoggi», implica quello che – per usare una immagine classica, molto fascinosa, del Chʼan cinese o dello Zen giapponese – può essere chiamato un «lasciare la presa», uno sciogliere, un decontrarre e distendere il crampo interiore che da tempo immemorabile avvince l’essere umano allʼirreale come ad un illusorio supporto. Ma non è il Chʼan cinese o lo Zen giapponese, per quanto seducenti essi appaiano agli occhi di molti, quelli che – oggi – possono aiutare lʼuomo attuale ad attuare questo «lasciare la presa», così come non possono più aiutare le forme e i metodi del Buddhismo storico, perché quelle forme e quei metodi oramai sono stati abbandonati dallʼimpulso vitale-spirituale che un tempo li animava. La corrente cosmica del Buddhismo originario – come mi disse in un colloquio Massimo Scaligero – oggi è congiunta con lʼimpulso e la forza del Logos, segretamente presente, come trascendenza immanente, nella forza e nellʼatto del pensiero che volitivamente pensa. Naturalmente, come non si tratta delle forme storiche, oramai disanimate, dell’antico Buddhismo, non si tratta neppure di quel ʽLogos teologicoʼ, che nelle confessioni sedicenti cristiane ha – salvo sempre più rare eccezioni – solo una spettrale immagine caricaturale. Ma questʼultimo punto è, come vedremo nel proseguo del presente studio, un limite tuttʼaltro che chiaro a coloro che nellʼAntroposofia vorrebbero surrettiziamente ʽsostituireʼ una egoicamente comoda ʽvia dellʼanimaʼ alla eroica ʽVia dello Spiritoʼ, alla impegnativa e faticosa ʽVia del Pensiero Viventeʼ.

La Verità non fa sconti a nessuno, e vuole essere amata in maniera assoluta, incondizionata, e unicitaria. La Verità vuole essere amata in maniera totale, esclusiva, con donazione integrale di sé, e non può concedere di essere accolta solo parzialmente, per così dire a rate o a fette, o accettata sub condicione, con espresse o inespresse riserve, ed opportuni accomodamenti che, in definitiva, lascino intatto il millenario dominio che la natura inferiore, manovrata da intelligenze antispirituali, ha sullʼuomo. Non si può condividere lʼamore per la Verità con quello per le non verità, che la contraddicono e la offendono: questo non sarebbe amore, ma tradimento e adulterio. Quando, il 28 dicembre 1912, per non aver voluto esser complice delle menzogne di Annie Besant e di Charles W. Leadbeater, ed onorare lealmente la Verità, Rudolf Steiner si separò dalla Società Teosofica di Adyar, e dai più fedeli discepoli della Scienza dello Spirito in Germania – Marie von Sivers, Michael Bauer e Carl Unger – venne fondata la prima Società Antroposofica, questa scelse come proprio motto il detto goethiano: «Die Weisheit ist nur in der Wahrheit», che nella lingua di Dante suonerebbe: «La Sapienza, la Sophia, è unicamente nella Verità».

Unicamente nella Verità, dunque, ossia nello Spirito, nel Logos, vi è Sapienza, e non nella menzognera dialettica, nella vuota retorica, nelle ʽveritàʼ di comodo, negli opportunistici accomodamenti per i quali – secondo una concezione della verità a ʽgeometria variabileʼ «a tempi diversi, e in situazioni diverse, si addicono e opportunamente convengono verità diverse». Ovvero, «ogni volta sarà scelto  e/o accettato come vero quel che sarà vantaggioso che sia ritenuto vero».  Il che agli occhi miei, e non solo miei, è ʽadulterioʼ e ʽprostituzioneʼ. Non permetteremo che lʼIside, la divina Sophia, venga profanata da indegne anime mercenarie, da sacrileghi trafficanti dellʼocculto, nonché da quegli astuti ʽinsinuantiʼ che vorrebbero, manoducendola inavvertitamente, trasbordare, con abile operazione ideologica e politica, quella che Massimo Scaligero chiamò la ʽComunità Solareʼ ad un transtiberino ʽpiù sicuro ovileʼ

Una semplice, e difficilissima, operazione interiore, che instancabilmente Massimo Scaligero ci indicava come assolutamente necessaria al ricercatore spirituale, è quella di separare spagiricamente la pura percezione oggettiva dalla indebita mescolanza del suo risuonare soggettivo come sensazione. A sua volta, la sensazione tende a generare una ancor più soggettiva rappresentazione, e ad evocare al contempo, come da una sorta di memoria automatica (una mneme animale la chiama nei suoi scritti Massimo Scaligero), tutta una serie contenuti emotivi ed istintivi, che si mescolano al soggettivo rappresentare alimentandolo e deformandolo ulteriormente. Nella disciplina della percezione pura e in quella del pensiero puro si opera energicamente alla estinzione di tutta questa malata produzione psichica. Lo Spirito opera ad una radicale de-soggettivizzazione dellʼanima. Una tale rettifica dei guasti dellʼanima ed una tale estinzione delle deformazioni della psiche soggettiva non sono certo amate da quelle intelligenze antispirituali, che da millenni dominano lʼessere umano attraverso la sua natura inferiore, e per questo dalle sue profondità incoscienti di questa istigano la poco consapevole anima umana a ribellarsi e a sottrarsi allʼazione dello Spirito, che vuole ordinare il caos umano. Varie sono le forme di elusione e di ribellione alle quali lʼanima umana può venire sobillata al fine chʼessa rimanga schiava e paga delle proprie catene. Si va dalla volgare, rozza, animalesca, reazione istintiva, allʼintellettualizzazione forbitamente dialettica, alle ideologie politiche, alla estetizzazione narcisistica, alla emotiva sentimentalità romantica, al moralismo, al misticismo religioso, alla ricerca della potenza magica, e a molto altro ancora. Poco importa, invero, allʼOscuro Signore se a tener avvinto, mani e piedi, lʼessere umano, e paralizzato il suo Io, siano robuste corde di canapa, o rozze catene dʼacciaio, o preziose, artisticamente decorate, catene dʼoro o dʼargento, o – in maniera ancor più sottilmente insidiosa – catene di profumati e inebrianti petali di rosa, purché egli rimanga schiavo e, possibilmente, giunga financo ad amare le proprie catene e le rassicuranti mura della sua prigione.

Rudolf Steiner, in tutti i suoi scritti, indica come còmpito cruciale per il discepolo dellʼIniziazione quello di sollevarsi dal passivo, soggettivo, livello dellʼanima, a quello oggettivo, attivo, pienamente cosciente dello Spirito, ed indica nella Scienza – naturalmente in quella onesta, seria, non in quella spesso dilettantesca che oramai ovunque circola, e non in quella ideologia scientista che, allora come oggi, taluni, in maniera disonesta quanto interessata, vorrebbero spacciare per autentica Scienza – una buona educatrice allʼoggettività spirituale. Di questʼaddestramento allʼoggettività scientifica egli ne fa una vera e propria forma di Ascesi noetica, mediante la quale lo Spirito, rieducandola, redime lʼanima dalla sua malata soggettività. A tale proposito, pagine esemplari le troviamo nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. a c. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 141-143:

«Nel mondo sensibile i fatti esercitano sempre la loro rettifica sul pensiero. Se mi faccio una falsa rappresentazione di un fenomeno fisico oppure della forma di una pianta, la realtà mi viene incontro e rettifica il mio pensare. Tutto è diverso, se considero il mio nesso con i campi superiori dellʼesistenza. Questi mi si rivelano soltanto se penetro nel loro mondo con un pensiero già rigorosamente disciplinato. Là il pensiero mi deve dare lʼimpulso giusto, sicuro, altrimenti non troverò la via adeguata, poiché le leggi spirituali che si esplicano in quei mondi non sono condensate fino alla condizione fisicosensibile e non esercitano quindi su di me la costrizione caratterizzata. Sarò in grado di seguire quelle leggi solo a patto che abbiano affinità con quelle che io stesso porto, come essere pensante. Qui devo essere io stesso la guida sicura. Chi persegue la conoscenza deve quindi rigorosamente disciplinare il proprio pensare. I suoi pensieri devono gradatamente perdere del tutto lʼabitudine di seguire il corso usuale. In tutto il loro andamento devono assumere il carattere interiore del mondo spirituale. Egli deve in questo senso potersi osservare e avere il dominio di sé. In lui un pensiero non deve tener dietro a un altro a capriccio, ma solo in modo conforme al rigoroso contenuto del mondo del pensiero. Il passaggio da un pensiero a un altro deve corrispondere alle severe leggi del pensiero. Quale pensatore, lʼuomo deve in un certo senso presentare uniʼmmagine costante di quelle leggi. Tutto quanto non deriva da quelle leggi deve essere da lui vietato al corso dei suoi pensieri. Se gli si affaccia un pensiero prediletto, deve respingerlo, qualora disturbi il corso ordinato della riflessione. Deve reprimerlo se un sentimento personale vuole imporre ai suoi pensieri una direzione che non sia loro inerente.

Platone esigeva da quelli che volevano far parte della sua scuola che prima studiassero matematica. La matematica infatti, con le sue leggi esatte che non si adeguano al corso quotidiano dei fenomeni sensibili, è una buona preparazione per chi cerca la conoscenza. Chi vuol progredire nella conoscenza deve liberarsi di ogni arbitrio personale, di ogni elemento disturbatore; si prepara al suo compito superando con la volontà ogni automatica attività arbitraria del pensare. Impara a seguire unicamente le esigenze del pensiero. Così deve imparare a procedere in tutta lʼattività pensante posta al servizio della conoscenza spirituale. La stessa vita del pensiero deve essere unʼimmagine delle conclusioni e dei puri giudizi matematici. Ovunque si trovi egli deve sforzarsi di pensare così. Fluiscono allora in lui le leggi del mondo spirituale che gli passano davanti senza lasciar traccia finché il suo pensare presenta il carattere abituale, confusionario. Un pensare ordinato lo conduce da sicuri punti di partenza alle verità più nascoste. Questi accenni non vanno però presi in senso unilaterale. Sebbene lo studio della matematica costituisca unʼottima disciplina del pensiero, si può arrivare a un pensare puro, sano e pieno di vita anche senza di essa».

Per questo, provai da sùbito così tanta simpatia per il consequenziale, logico, non istintivo, spregiudicato, assolutamente apsichico, rigoroso e al contempo intuitivo, pensare scientifico del Prof. Vasco Ronchi e dellʼIng. Eddo Mario Bartoli, pensare della cui disciplina, invero, io avevo alquanto bisogno. E mi resi rapidamente conto che lo Spirito, e il Logos, non vivono tanto nei pensati sullo Spirito e sul Logos, i quali in quanto meri pensati sono disseccati, morti, privi di autentica vita, quanto nel momento dinamico del pensiero, nel suo momento genetico, ossia nel volitivo atto del pensare – abbia esso o meno come oggetto pensato lo Spirito o il Logos – che determina se stesso in concetti e idee, oppure, che liberandosi di ogni forma e determinazione, si attua come informale o ʽvuotaʼ forma del suo estraformale essere. Invero, vi è maggiore presenza concreta dello Spirito e del Logos nel lampo del pensare scientifico nel momento in cui esso intuisce una legge matematica o fisica, che non in tutti i sentimentali pensati misticheggianti sullo Spirito e sul Logos, generati perlopiù da una psiche emotiva e istintiva, incapace come tale di affrancarsi dal limite corporeo, dalla mediazione del sistema nervoso, dal giogo della cerebralità. Ovvero, per quel che riguarda lʼasceta della Via dei Nuovi Tempi, vi è maggiore presenza dello Spirito e del Logos nel silente atto  della Concentrazione sul concetto di un insignificante turacciolo di sughero – presenza dello Spirito e del Logos che è concreta, totale, agente e immanente, come segreta, ignota, trascendenza, già sin dai primi momenti dellʼattuarsi della Concentrazione – che non in tutti glʼintelligentissimi e commossi discorsi, filosofici o sentimentali, sullo Spirito e sul Logos. Ma ciò è difficilmente accettabile per quanti, nell’àmbito della rosicruciana Scienza dello Spirito, tendono ad evitare il concreto impegno nella Via del Pensiero, cercando la maniera di sostituire alla faticosa, eroica, ʽVia dello Spiritoʼ, una più comoda, consolante, egoica, ʽvia dellʼanimaʼ

Indubbiamente, per chi voglia permanere nei limiti dellʼanima, ossia voglia non sollevarsi dal livello dellʼanima a quello dello Spirito, eppure desiderare seguire ugualmente un ʽcammino di conoscenzaʼ, possono presentarsi ʽesperienzeʼ dagli aspetti impressionanti, ʽesperienzeʼ la cui fenomenologia può rivestire talora caratteri di grandiosità e di sublimità, tali che a chi in esse sia coinvolto può far credere ad una loro ʽregolaritàʼ, ad una pretesa loro ʽoggettivitàʼ, ed esser, come tali, fonti di certezze in realtà solo apparenti. Se è per questo, anche i sogni possono presentare caratteri di grandiosità così vividi da superare in intensità le abituali percezioni sensorie allo stato di veglia, ma non per questo sogni, e come essi anche le visioni, e le allucinazioni, non restano produzioni soggettive dellʼanima, ed esser talvolta, per la loro natura ingannevole, motivo di molte pericolose illusioni, e persino di deformazioni dellʼanima, nonché causa di comportamenti sociali moralmente non esattamente commendevoli. La storia dellʼOccultismo degli ultimi due secoli è piena di simili aberrazioni, ed io stesso ho avuto modo di constatare vari casi del genere, tuttʼaltro che rari in questa epoca di pretesa asettica e anidra razionalità. Quando, poi, quelle esperienze visionarie vengono comunicate allʼinterno di cerchie a pretese ʽesotericheʼ, nelle quali non vi sia sufficiente senso critico, e talvolta neppure il necessario buon senso, agendo in maniera narcotica nei confronti di un anemico pensare di soggetti dalla debole autonomia, possono ingenerare in coloro che fideisticamente le accolgono stati di forte emotività, fallaci convinzioni, e persino pericolosi fanatismi.

La mancanza di senso critico, e talvolta persino del più elementare buon senso, unita ad una negligente ignoranza di documenti, di opere scritte perfettamente disponibili, e di ripetute comunicazioni orali, chiare ed esplicite, di Rudolf Steiner, può portare, allʼinterno di cerchie che si richiamerebbero – il condizionale in questo caso è d’obbligo – al suo insegnamento e a quello, ad esso strettamente collegato, di Massimo Scaligero, a situazioni veramente paradossali. In taluni casi si giunge non solo a contestare – apertamente o meno – la fondamentalità della Via del Pensiero, come Via ʽscientificaʼ, fondata unicamente su se stessa, priva di ʽpre-suppostiʼ e ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali, e il metodo di realizzazione che da essa scaturisce, ossia lʼempiria autodimostrativa della Concentrazione, ma addirittura si contrappongono – sempre apertamente o meno – i risultati di una personale, soggettiva, acritica, attività animica, non fondata sullʼesperienza cosciente del momento originario, dinamico, del pensare, ossia si contrappongono ʽpercezioniʼ – ma anche quelle dei sogni sono indubbiamente ʽpercezioniʼ, ma con ciò non sono certo Conoscenza, come non sono e non possono essere Scienzaʽesperienzeʼ o ʽvisioniʼ personali che, ripeto, possono presentarsi anche con caratteri di grandiosità, ma non per questo essere oggettivamente reali, alle comunicazioni di Rudolf Steiner, la cui certezza e oggettività veniva da lui controllata e severamente verificata sulla base dei metodi sicuri della Scienza dello Spirito, talvolta anche per lunghi anni, prima di essere trasmesse al mondo.

È accaduto persino che, di fronte ad esplicite ed inequivocabili comunicazioni di Rudolf Steiner, contraddicenti in maniera plateale personali ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ, ci si sia rifiutati di esaminarle, o siano state tenute in assoluto non cale, come non fossero mai state da lui pronunciate, o addirittura si è giunti, talvolta, alla calunniosa infamia di accusare il Lascito di Rudolf Steiner – senza avere in mano neppure un minimo straccio di prova – di aver addirittura falsificato la sua parola, là dove io, invece, avevo la prova provata, e scrupolosamente verificata, dellʼesatto contrario. Quando ci si concede, pensando di poterselo tranquillamente permettere, di scivolare su una china così obliqua, si può affermare – come direbbe, con la delicatezza che la contraddistingue, la mia stimata amica Fang-pai, nobile Figlia del Celeste Impero, Maestra del Dharma e di altre cose che taccio – che «si è smarrita o dimenticata lʼintenzione originaria», oppure che, in taluni casi, «non la si è mai avuta», o che sin dall’inizio «non la si è avuta pura, ossia non mescolata ad elementi ad essa estranei»

Mi tocca citare ancora una volta quel che dice il vecchio buon John Ronald Reuel Tolkien, il quale ne Il Signore degli anelli, con sin troppe scontate ragioni, afferma che: «il cuore degli uomini si corrompe facilmente»

Ora, se, pur non volendo o non osando superare i limiti ʽnaturaliʼ dellʼanima dominata dalla natura inferiore, e condizionati da ʽpre-messeʼ e ʽpre-suppostiʼ – frutti di ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali la cui realtà e consistenza non sʼintende porre in discussione e sottoporre coraggiosamente, per amore della Verità, ad una spregiudicata verifica ʽscientificaʼ – ci si avventura in esperienze estranormali, che si credono sovrasensibili, ci si espone a non pochi pericoli. Anzitutto a quello di scambiare per autentiche ʽesperienze sovrasensibiliʼ quelle che sono invece percezioni allucinatorie, di carattere palesemente medianico, provenienti dalla propria inconsapevole dipendenza dalla corporeità. In questo campo non si è mai troppo o abbastanza prudenti e diffidenti. È stato detto che «una diffidente prudenza è madre della Sapienza». A questo proposito, sono da ben meditare – ripetutamente e profondamente meditare – le parole che Rudolf Steiner pone come Appendice allʼedizione del 1918 del libro LʼIniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, trad. di Emmelina De Renzis, terza ediz. italiana, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1952, pp. 186-187: 

«Nello sperimentare visionario e nelle produzioni medianiche, l’uomo si pone completamente alle dipendenze del corpo. Egli elimina dalla sua vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà; e per ciò i contenuti animici e le produzioni animiche diventano semplici manifestazioni della vita corporea. Lo sperimentare visionario e la produzione medianica sono risultati del fatto, che in questo sperimentare e in questo produrre, l’uomo, con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quello che non sia nella vita abituale percettiva e volitiva. Nello sperimentare del soprasensibile, di cui si tratta in questo libro, l’evoluzione dello sperimentare animico procede in direzione opposta a quella dello sperimentare visionario e medianico. L’anima si rende progressivamente più indipendente dal corpo, di quello che non sia nella vita percettiva e volitiva. Essa arriva a quella indipendenza, che si può abbracciare nello sperimentare del pensiero puro, per darsi a una attività animica molto più vasta.

Per l’attività animica soprasensibile, di cui qui è parola, è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro. Perchè, in ultima analisi, questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile; però è tale, che per mezzo di essa non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel soprasensibile; ma è esso soltanto che si sperimenta in modo soprasensibile; non si sperimenta ancora niente altro di soprasensibile. E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione di quello sperimentare animico, che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante di potere sperimentare questa unione in modo giusto; perché appunto dalla comprensione di questa unione risplende la luce, che può anche recare una visione giusta della natura della conoscenza soprasensibile. Ma appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe, per la vera conoscenza del mondo soprasensibile, sopra una via sbagliata; essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee. Ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione proveniente per suo mezzo dal soprasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Se ricerchiamo il cosa, il come, e il perché, in una Comunità spirituale – e in particolare nella Comunità Solare, come la pensava e la voleva Massimo Scaligero – si giunga al fatto che taluni tralignino dallʼAureo Sentiero di Conoscenza indicato, scivolando per questo motivo in esperienze soggettive che non possono non rivelarsi patologiche, è inevitabile ricorrere ancora una volta ai metodi dellʼantica medicina indiana, che ci forniranno diagnosi, etiologia, e prognosi di una tale morbosa sindrome animica, anche se, poi, la terapia, oggi, dovrà inevitabilmente essere – come abbiamo visto – ben più ʽabruptaʼ, massiccia e radicale, una vera e propria ʽterapia iperintensivaʼ, di quanto lʼIlluminato, il nobile Asceta degli Shakya, il Gautama Buddha, non ritenesse necessario per un essere umano di 2600 anni fa, ancora immerso in un mondo ed in una società, pur nella decadenza dovuta al progressivo incedere dell’Età Oscura, del Kali Yuga, tutto sommato ancora maggiormente a misura dellʼUomo Spirituale rispetto a quello dellʼuomo attuale.

La diagnosi del male che affligge lʼimprovvido deviante è drammaticamente semplice: colui che traligna dallʼAureo Sentiero Spirituale, lo fa perché è in uno stato ʽstordimentoʼ, di ʽebrezzaʼ, di ʽfolliaʼ, di ʽignoranzaʼ, di ʽoffuscamentoʼ che gli fa smarrire la visione oggettiva delle cose. In sanscrito ʽsapienzaʼ è ʽvidyâʼ, parola che ha la stessa radice del latino ʽvideoʼ, ʽio vedoʼ, e di ʽvisioʼ, appunto ʽvisioneʼ, perché la ʽsapienzaʼ è vedere le cose, gli esseri, gli avvenimenti, la realtà, yathâbhûtaṃ, ʽcosì come essi sonoʼ, senza il filtro distorcente e offuscante della egoica soggettività. Di converso, la ʽignoranzaʼ, la ʽstoltezzaʼ è ʽavidyâʼ, ossia ʽnon visioneʼ, ossia incapacità di uscire dalla propria sognante e delirante soggettività, incapacità di vedere la realtà di ʽciò che èʼ, e lʼirrealtà di ciò che appare essere, ma non è. Se, da una parte, chi al mattino si sveglia, si accorge, è cosciente del risvegliarsi, e si scuote dai sogni, che realizza esser tali, cioè soggettivi ed illusori, dall’altra, chi si addormenta, al contrario, non si accorge del suo perdere coscienza, del suo sprofondare in una condizione che gli fa smarrire lʼoggettività del reale. Condizione ben descritta dal nostro Dante sin dai primi versi di quella Comoedia, che Giovanni Boccaccio volle chiamar ʽDivinaʼ. Così leggiamo nel primo canto dellʼInferno, versi 1-12:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. 

Questo tralignare dallʼAureo Sentiero è cosa che può capitare a chiunque percorra le vie dello Spirito, quale che sia il suo livello. Può riguardare, pressoché inevitabilmente, il novizio neofita; può riguardare il praticante avanzato; può riguardare, infine, lo stesso Iniziato. Su questo non cʼè da farsi illusione alcuna: finché lʼessere umano – quale che sia il suo livello spirituale – è in un corpo fisico, lʼattacco delle ostacolatrici forze antispirituali è incessante, e deve essere fronteggiato tutta la vita natural durante. Come mi disse decenni fa G., persona di elevato rango spirituale, per indicarmi lʼallarmata destità che di fronte alle ostacolatrici forze spirituali deve avere il praticante spirituale, il motto di Christian Rosenkreutz è: «Semper vigilans», ossia esser sempre come una sentinella, vigilante nelle pericolose ore della notte, senza concedersi tregua veruna, sempre allʼerta, senza concedersi negligenza, o distrazione, o sonno, ché di tali cedimenti sùbito approfitterebbe il nemico per aggredire e colpire lui e coloro che, col suo attento vigilare, egli dovrebbe difendere e proteggere. Vengono in mente le parole dellʼIlluminato ne Lʼorma della Disciplina (Dhammapada), Boringhieri, Torino, 1962, mirabilmente tradotte e commentate da quel matematico e asceta dal limpido pensiero che fu Eugenio Frola, troppo presto scomparso a soli 55 anni, che possiamo leggere nellʼAppamâdavaggo, nel Capitolo della vigilanza, a p. 19, ove è detto ai versi 21 e 25: «La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte: i vigilanti non muoiono, i negligenti sono come morti», e «Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un isola che i flutti non sommergeranno». E vengono in mente altresi le parole, sempre dellʼIlluminato, rievocate spesso da Massimo Scaligero in particolari riunioni, tratte da I discorsi di Gotamo Buddho del Majjhima Nikâyo, per la prima volta tradotti dal testo pâli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, terzo volume, Gius. Laterza & Figli, Bari, 1927, CXXXI, p. 279, chʼegli però citava in questʼaltra sua versione, più volte riportata su questo animoso blog : «Oggi è da dare battaglia! Forse domani non saremo più! Per noi non vi sia tregua contro la Grande Armata della Morte!». Dunque, il discepolo dellʼIniziazione è – deve essere – un ʽdistruttore del sonnoʼ e un ʽlottatore contro la morteʼ.

Naturalmente, il neofita, il praticante avanzato, e lʼIniziato hanno responsabilità ben diverse, e le conseguenze delle loro azioni, felici o infauste che siano, hanno ben diversa portata. Addirittura si può dire, che gli errori, numerosi e variati, che il novizio neofita in buona fede compie sono, ʽpedagogicamenteʼ, ʽpropedeuticamenteʼ e ʽdidatticamenteʼ, prevedibili e previsti, anzi, per così dire, ʽprogrammatiʼ sin dallʼesistenza prenatale dal nostro Io superiore, e in quanto tali tali necessari a chi con giusto entusiasmo intraprende la ʽViaʼ, ma che fatalmente non ha né saggezzaesperienza, le quali non sono il presupposto del Sentiero da lui non ancora percorso, bensì il risultato del suo faticoso procedere su di esso. Ma, appunto, proprio dai propri numerosi involontari e per così dire programmati errori lʼanimoso neofita trarrà sovente la saggezza e lʼesperienza che gli mancano, ma soprattutto lʼautoconoscenza, e questo rende quei necessari errori ʽpreziosiʼ, e sotto molti aspetti ʽfeliciʼ. Già per il praticante avanzato la richiesta dello Spirito si fa alquanto più esigente, e la tolleranza rispetto allʼerrore sempre più stretta. Questo perché il discepolo praticante a questo punto, è proceduto già di un più lungo tratto nel Sentiero della Conoscenza e, anche se non ancora Iniziato, ha molta maggiore saggezza ed esperienza rispetto al novizio neofita. Anche per lui taluni semplici ʽerroriʼ saranno previsti e fatali, e potranno insegnargli molto. Altri, invece, non saranno dei meri ʽerroriʼ nei quali si sia tratti dalla trama di un per noi inconsapevole destino, bensì saranno ʽscelteʼ ch’egli sa bene essere sbagliate, ma che, in qualche modo, egli comunque intende, magari per un tempo limitato, ʽpermettersiʼ, valutandone male la portata e gli effetti negativi sulla propria vita e su quella altrui. In questo caso, per il praticante avanzato, si può già parlare di un certo tralignamento, in quanto egli, nel suo agire, vien meno alla rigorosa coerenza logica – alla ʽlogicaʼ essenziale del Logos naturalmente, non certo a quella degl’intelligentissimi agguerriti dialettici –  rispetto a quel ch’egli ha intuito, e talvolta intensamente sperimentato, esser vero nei momenti di altezza e di profondità della sua Ascesi. Naturalmente, nel caso del discepolo praticante avanzato, come in quello del novizio neofita, vi è una aliquota di ignoranza, di non conoscenza, che limita – molto per il neofita, molto meno per il praticante avanzato – la responsabilità rispetto allʼerrore, o alla voluta, tralignante, scelta sbagliata. 

Infinitamente più grande, invece, è la responsabilità dellʼIniziato, perché le conseguenze delle sue azioni, attingendo egli direttamente allo Spirito, hanno una portata che si può definire addirittura illimitata. Certo, anche lʼIniziato, come ogni essere umano che dimori in un corpo fisico, può inavvertitamente e involontariamente sbagliare: per mancanza di informazioni, o di particolari, specifiche, conoscenze in un determinato campo, o per motivi di destino. Una tale possibilità è contemplata, ma non è questo, ossia lo sbagliare, il vero e proprio tralignare. Massimo Scaligero diceva, riferito a se stesso: «Io sbaglio trenta volte al giorno!». Al che io, a sentir ciò, – con un calcolo estremamente indulgente, lo confesso – mi dicevo: beh, allora io sbaglio almeno trecento volte al giorno! Ma, per lʼIniziato, ciò che è tragicamente grave, il problema vero, non è lo sbagliare, bensì la possibilità, sempre in agguato, di ʽtradireʼ. Perché una tale possibilità esiste, ed è correlata al mistero della libertà umana. Massimo Scaligero molte volte affermò che per ʽtradireʼ bisogna possedere lo Spirito, perché ʽtradireʼ è, sempre, ʽtradireʼ lo Spirito. Egli, Massimo Scaligero, – un Iniziato, un Maestro, che trascendeva di molte misure il semplice ʽumanoʼ – affermava: «Io posso tradire in qualsiasi momento!». Ma egli non tradì mai: di questo io sono scientificamente, conoscitivamente, e non fideisticamente, per ripetute verifiche attuate, testimone assolutamente certo.  

La differenza tra ʽerroreʼ e ʽtradimentoʼ è analoga a quella che vi è, in altro campo, tra ʽdannoʼ e ʽdoloʼ, ossia consiste in una certa ʽcoscienzaʼ e ʽvolontarietàʼ nellʼagire. Per esempio, nel ʽdoloʼ vi è la coscienza e la volontà di nuocere a qualcuno o a molti. Lʼerrante involontario, per immaturità, per inesperienza, per una qual certa ʽrozzezzaʼ – in questʼultima specialità, in vari decenni di metodici sforzi, io ho raggiunta una davvero poco invidiabile e ancor meno encomiabile eccellenza – può inconsapevolmente provocar danni notevoli, pentirsene a posteriori, e tentar poi di porre riparo, in qualche modo, ai guai eventualmente combinati, ma in lui non vi è mai volontà di nuocere. Nel ʽtradimentoʼ vi è cosciente e volontario ʽdoloʼ: chi in questo caso traligna, sa di compiere una azione ʽobliquaʼ, ʽnon rettaʼ e, di conseguenza, non leale, non onesta, ma egli pensa che una tale azione scientemente dolosa, solo lui, e non altri che lui, possa tranquillamente permettersela. In genere, si tratta di persona che indubbiamente è – e sa di essere – molto ʽintelligenteʼ, e ʽabileʼ, al punto di ritenersi ʽfurbaʼ, e di ritenere che certe norme etiche e regole morali – che dovrebbero esser valide e vigenti erga omnes – vadano benone, come diceva un secolo fa E. F., un mio non cattivo, ma certamente poco avveduto concittadino, «per i piccoli uomini e per i macachi». Ma non è così che le cose funzionano nella sfera autenticamente spirituale. Una tale callida, eticamente – non conoscitivamente, ovviamente – spregiudicata, ovverossia cinica, concezione è, sotto ogni punto di vista, un errore clamoroso. Nel Mondo Spirituale non vi spazio alcuno per i ʽfurbiʼ, per i ʽtroppo intelligentiʼ, per gli ʽabili manipolatoriʼ, per i ʽsimulatoriʼ, per gli ʽinsinuantiʼ, per i ʽpersuasori occultiʼ, per i ʽpoliticantiʼ, per gli ʽintrallazzatoriʼ, per i mascherati ʽtrasbordatori ideologiciʼ, per gli ʽipocritiʼ, per gli ʽopportunistiʼ, per i ʽcalunniatoriʼ, per i ʽladri razziatoriʼ di cose sacre altrui, per gli ʽarrivistiʼ, per gli ʽambiziosiʼ, per gli ʽusurpatoriʼ, per i ʽprevaricatoriʼ, per gli ʽarrogantiʼ, per i ʽmentitoriʼ: ovverossia, per tutti i ʽtraditoriʼ. Davvero una vasta, mala,  genia.

Qualificazioni assolutamente necessarie e sufficienti – come si direbbe in algebra e in geometria – per procedere sul Sentiero dellʼIniziazione sono la ʽsinceritàʼ, la ʽlealtàʼ, la ʽfedeltàʼ: esse sono la ʽtecnicaʼ fondamentale, la verace «Arte» dello Spirito. La Sapienza e la Forza vengono, con grande liberalità, ʽdonateʼ a chi – pur con i suoi molti difettoni e inadeguatezze contro i quali, ogni giorno, lotta faticosamente, e disperatamente – è sincero, leale, e fedele. Lo stesso coraggio, quello autentico – lo si costruisce, ogni giorno, con lʼAscesi, con la fedele, costante, pratica interiore. A questo proposito, potei udire una volta Massimo Scaligero affermare che: «il Logos è generosamente infinito, e infinitamente generoso!».

Coloro che, invece, si ritengono ʽintelligentissimiʼ, e particolarmente ʽfurbiʼ, in realtà sono, anche loro, fossero essi pure degli Iniziati, in uno stato di ʽignoranzaʼ, e sono giuocati più sottilmente – e ben più pericolosamente – da una inconosciuta natura inferiore, che li rende burattini illusi e obbedienti delle avverse potenze antispirituali. Questa ʽignoranzaʼ, questa ʽavidyâʼ, rende impossibile quella che il Buddha Shakyamuni, nel ʽNobile Ottuplice Sentieroʼ, in sanscrito âryâṣṭâṅgamârga, chiama la ʽretta visioneʼ, ʽsamyak-dṛṣṭiʼ, la quale soltanto rende possibile la ʽretta intenzioneʼ, ʽsamyak-saṃkalpaʼ, e la ʽretta azioneʼ, ʽsamyak-karmântaʼ. Per questo motivo, la mia stimata amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, parlando di chi – praticante avanzato o Iniziato che sia – traligna dal Sentiero, o lo tradisce, afferma ch’egli «ha smarrita o dimenticata lʼintenzione originaria».

Al benevolo e volenteroso lettore può sicuramente giovare leggere, e profondamente meditare, uno scritto di Massimo Scaligero, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità?, tradotto integralmente da chi qui scrive e apparso su questo temerario blog il 26 giugno 2015, all’interno di un articolo di Hugo de’ Paganis, intitolato L’Ascesi del Risveglio e l’Ottuplice Sentiero del Buddha Shakyamuni. In tale scritto, pubblicato in inglese nel 1957 sulla bella e importante rivista, East and West, dell’Is.M.E.O., l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente di Roma, Massimo Scaligero indica come la retta visione, la retta intenzione o retto giudizio, e la retta azione del Nobile Ottuplice Sentiero del Buddha per l’uomo moderno mutino l’antica forma, e rinascendooggi, in forma ancor più radicale, si rivelino momenti di un percorso attuale e necessario per chi segua la Via del Pensiero Vivente, la Via della Filosofia della Libertà.  

Il farsi giuocare dalla ʽignoranzaʼ, dalla ottenebrante ʽavidyâʼ, oscura la ʽretta visioneʼ, la visione oggettiva, yathâbhûtaṃ, ossia ʽcosì come sonoʼ, delle cose, degli esseri, degli eventi, e la sostituisce con il sogno o, talvolta, col delirio, dei parti della propria soggettività. Ciò vale per lʼuomo comune, per il profano, vale per il novizio neofita allʼinizio del Sentiero della Conoscenza, vale in misura maggiore per il praticante avanzato, e vale, in misura massima, soprattutto – potremmo dire drammaticamente e, in taluni casi, tragicamente – per lʼIniziato. Questʼultimo non è affatto automaticamente al riparo da pericoli nel suo procedere nella conoscenza spirituale, anzi egli vi è esposto molto di più che non il profano, o il neofita, o il praticante avanzato. Su questo punto, Rudolf Steiner nei suoi scritti è estremamente chiaro circa le pericolose illusioni alle quali si è esposti nel cammino interiore. Per esempio, nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. di Emmelina de Renzis ed Emma Battaglini, terza edizione rivista e aggiornata da W. Schwarz, Gius. Laterza & Figli, Bari, 1947, in un passo nel quale metteremo in evidenza alcuni punti importanti, alle pp. 283-284, possiamo leggere:

«Oltre a questa sorgente di illusioni ve n’è un’altra; questa si palesa quando si dà interpretazione errata alle impressioni che si ricevono. Nel mondo fisicosensibile un esempio tipico di tale illusione si può avere quando, seduti in ferrovia, si crede che gli alberi si muovano nella direzione opposta al treno, mentre invece siamo noi che ci muoviamo col treno. Tali errori nel mondo fisico-sensibile non sono sempre così facili a constatare, quanto quello molto semplice appunto descritto; nondimeno è evidente che in questo mondo l’uomo trova anche i mezzi per eliminare tali illusioni, purché tenga conto con sano criterio di tutti gli elementi che possono servire alla spiegazione del relativo fatto. Ma la cosa diventa diversa appena si penetra nelle sfere soprasensibili. Nel mondo sensibile l’illusione umana non può modificare la realtà stessa dei fatti, e perciò è possibile di rettificare l’illusione per mezzo di un esame spregiudicato di quelli. Ma nel mondo soprasensibile questa osservazione non è senz’altro possibile. Se un uomo vuole osservare un processo soprasensibile e si avvicina ad esso con criterio errato, introduce nel processo stesso un errore, per cui questo viene talmente intessuto con il fatto, che non è facile a tutta prima distinguere l’uno dall’altro. In tal caso l’errore non è più dell’uomo, né il fatto reale è al di fuori di esso, sibbene l’errore stesso è divenuto parte costitutiva del fatto esteriore; la realtà non può perciò essere rettificata semplicemente per mezzo dell’osservazione spregiudicata del fatto. Questo esempio c’indica una perenne sorgente d’illusioni e di fantasticherie per coloro che si avvicinano al mondo soprasensibile senza giusta preparazione». 

Questa deformazione della realtà oggettiva provocata dalla inconsapevole mescolanza della propria arbitraria soggettività nei processi della conoscenza spirituale è cosa da non sottovalutare minimamente, né essa è ostacolo che venga superato una volta per tutte, giacché nella sfera spirituale non esiste il ʽvivere di renditaʼ, ovvero si dà l’attivo ʽattoʼ di essere, e non il mero, passivo, ʽfattoʼ di esistere, talché il ricercatore spirituale, l’asceta operante, e in particolare lʼIniziato, divengono instancabili ʽlottatori contro la morteʼ, ʽlottatori contro il sonno della coscienzaʼ, ʽdemolitori inesorabili dei deliranti sogni della soggettivitàʼ. Infatti, sempre a p. 284, Rudolf Steiner mette in evidenza come «il discepolo acquista ormai la capacità di eliminare tutte le illusioni che provengono dalla colorazione che la propria natura ha conferito ai fenomeni cosmici soprasensibili». Se ciò non avviene, la situazione si fa severa, perché lʼinconsapevole colludere con la sfera dellʼignoranza, può generare non solo un improvviso riattizzarsi dellʼego, il cui travolgente emergere dalla natura inferiore, della quale è espressione, sembra avere il carattere della irresistibiltà, ma soprattutto la cosa può essere fonte di tutta una serie di pericolose illusioni, non riconosciute come tali, per cui chi di tali perniciose illusioni è prigioniero, non si accorge affatto di esser prigioniero, né sente di esser tale, anzi ritiene di aver raggiunto il nec plus ultra, lʼapice insuperabile della personale evoluzione spirituale. Anche su questo punto cruciale, nella sua Scienza Occulta, a p. 288, Rudolf Steiner si pronuncia in maniera da non lasciar dubbio alcuno a chi voglia sinceramente, lealmente, e coraggiosamente ʽconoscereʼ e, annientando ogni illusione, voglia andare a fondo alla cosa. Cedere alla ipnotica seduzione della natura inferiore, strumento delle avverse potenze antispirituali, è entrare in una sorta di ʽfollia spiritualeʼ – naturalmente inconsapevole – a causa della ʽignoranzaʼ, della accecante ʽavidyâʼ, perciò non riconosciuta, non vista, non scorta e non realizzata come tale. Infatti, nel punto citato, leggiamo:

«È importante il fatto, che quest’esperienza non dà al discepolo il senso di essere un prigioniero, anzi, egli crede di sperimentare qualcosa di affatto diverso. La figura evocata dal «Guardiano della Soglia» può essere tale, da produrre nell’anima di chi l’osserva l’impressione, di avere dinanzi a sè, nelle immagini che sorgono a questo gradino dell’evoluzione, l’intiero assieme di tutti i mondi, di essere insomma arrivato all’apice della conoscenza, e che non le occorra progredire più oltre. Invece di sentirsi prigioniero, il discepolo si sentirà in tal caso il ricco possessore di tutti i segreti cosmici. Non c’è da sorprendersi, che egli possa avere un’esperienza così contraria alla verità, ove si rifletta che, quando sperimenta a quel modo, il discepolo già si trova nel mondo animico-spirituale, e che una peculiarità di quest’ultimo è proprio quella, che gli eventi si presentano al contrario di come sono. In questo libro è stato già accennato a questo fatto, nelle osservazioni sulla vita dopo la morte».

Sùbito dopo, alle pp. 289-290, Rudolf Steiner mette in relazione lʼesigenza del superamento – conquistato mediante una rigorosa autoconoscenza – di ogni forma di ʽillusioneʼ con la duplice esperienza dellʼincontro col ʽpiccoloʼ e col ʽgrandeʼ Guardiano della Soglia, sì eliminare ogni sorgente di illusione, sia essa di origine sia luciferica che arimanica.

«La figura che l’uomo vede a tale gradino dell’evoluzione gli palesa un aspetto del «Guardiano della Soglia» diverso da quello con cui la prima volta si era presentato, poiché allora il discepolo poteva vedere in lui tutte le qualità possedute dal Sé abituale dell’uomo, per effetto dell’influenza delle forze di Lucifero. Orbene, durante il corso dell’evoluzione umana, per virtù dell’influenza di Lucifero, un’altra forza è penetrata nelle anime degli uomini, la forza detta di Arimane. Questa è la forza che impedisce all’uomo durante l’esistenza fisica di vedere le entità spirituali animiche del mondo esteriore nascoste dietro alla superficie del mondo sensibile. Quello che l’anima dell’uomo è divenuta sotto l’influenza di tale forza si manifesta nella figura, di cui l’immagine si presenta al discepolo durante l’esperienza descritta. L’uomo che si avvicina a questa esperienza con una preparazione sufficiente saprà darle il suo vero significato, e in tal caso gli si manifesta poco dopo un’altra figura, cioè, quella che si può chiamare il «grande Guardiano della Soglia», la quale lo ammonisce a non fermarsi, ma a lavorare energicamente per progredire più oltre. Questa figura desta chiaramente la coscienza, nell’uomo che l’osserva, che il mondo da lui conquistato diventa una realtà e non si trasforma in illusione, purché il lavoro venga giustamente proseguito. Se un uomo però che ha seguito una disciplina errata dovesse avvicinarsi a questa esperienza senza la necessaria preparazione, alla vista del grande «Guardiano della Soglia» egli si sentirebbe l’anima invasa da un sentimento, che si può qualificare come «di infinito terrore», di invincibile paura.

Come l’incontro col «piccolo Guardiano della Soglia» offre al discepolo l’occasione di verificare, se egli è al riparo dalle illusioni che potrebbero sorgere dall’intromissione della sua personalità nel mondo soprasensibile, così pure egli può mettersi alla prova, con le esperienze che conducono finalmente al «grande Guardiano della Soglia», per verificare se è capace di resistere alle illusioni, che derivano dalla seconda sorgente sopra descritta. Se sa resistere alla potente illusione, che gli presenta il mondo immaginativo da lui raggiunto come una ricca conquista, Mentre egli invece non è che un prigioniero, allora si troverà anche al riparo, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, dal pericolo di confondere l’apparenza con la realtà.

Come l’incontro col «piccolo Guardiano della Soglia» offre al discepolo l’occasione di verificare, se egli è al riparo dalle illusioni che potrebbero sorgere dall’intromissione della sua personalità nel mondo soprasensibile, così pure egli può mettersi alla prova, con le esperienze che conducono finalmente al «grande Guardiano della Soglia», per verificare se è capace di resistere alle illusioni, che derivano dalla seconda sorgente sopra descritta. Se sa resistere alla potente illusione, che gli presenta il mondo immaginativo da lui raggiunto come una ricca conquista, mentre egli invece non è che un prigioniero, allora si troverà anche al riparo, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, dal pericolo di confondere l’apparenza con la realtà.

Il «Guardiano della Soglia» assumerà, fino a un certo punto, una figura individuale per ogni singolo uomo. L’incontro con esso corrisponde appunto all’esperienza, per mezzo della quale il carattere personale dell’osservazione soprasensibile viene superato e vien data la possibilità di penetrare in una regione, in cui le esperienze sono libere da qualsiasi colorazione personale, e che è aperta ad ogni entità umana».

Di persone che hanno esperienze estranormali, talvolta impressionanti, che – in assoluta buona fede – credono essere oggettive esperienze spirituali, mentre sono solo un mondo di immagini soggettive, partorite da una vita animica che risente di un forte coinvolgimento rispetto alle dinamiche della corporeità, ne ho conosciute molte, e ne conosco tuttora. In taluni casi, tutto ciò rimane nellʼàmbito di una vita e di una convinzione personale, discutibile quanto si vuole, ma che in fin dei conti ha una influenza molto limitata o addirittura nulla sul mondo. Ho incontrato altresì persone, invece, le cui esperienze erano sane, spontanee, quindi non ricercate, frutto di una veggenza atavica, proveniente da vite passate, e non risultato di un qualsivoglia discepolato occulto, regolare o irregolare che fosse. Tali persone possono – ripeto: possono – aver ricevuto (non spetta a noi indagare il perché) speciali ʽdoniʼ dal Cielo e dai Numi, e per la loro semplicità e purezza dʼanimo, per la loro moralità, per il loro totale disinteresse personale, non sono portate ad abusare di tali celesti ʽdoniʼ. In momenti per me veramente difficili, e a volte tragici, della mia vita passabilmente agitata e convulsa, ebbi molto aiuto da alcune persone del genere, ed esse avranno sempre tutta la mia gratitudine e il mio più fervido sentimento fraterno.

Diverso, invece, è il caso di chi abbia tali esperienze in séguito ad un particolare discepolato occulto. Il Sentiero seguito può essere regolare o irregolare, e ciò comporta una notevole differenza nei risultati. Un Sentiero occulto irregolare non può produrre altro che risultati guasti, non può maturare altro che frutti velenosi, che intossicano lʼanima, ne oscurano la visione, e ne deformano gli organi. Ma anche nel regolare Sentiero occulto, nella ʽVia solareʼ non mancano i pericoli, come abbiamo visto, perché un tale Sentiero regolare deve – assolutamente deve – essere pure seguito  in maniera regolare. Il che non sempre avviene. Il Sentiero dellʼIniziazione può essere affatto esente da pericoli per chi lo percorra con ʽumiltàʼ – quella vera, non quella ipocrita e stucchevole, continuamente ostentata dai predicatori della ʽvia dellʼanimaʼ – ed abbiano autentica ʽsinceritàʼ, ʽretta intenzioneʼ, ʽlealtàʼ, nonché quella ʽfedeltàʼ alla Via, che, come abbiamo messo in evidenza più sopra, è la tecnica fondamentale, lʼArte vera dello Spirito. 

Nel caso in cui il regolare Sentiero dellʼIniziazione non venga rettamente e regolarmente seguito tenendo conto di tutte le indicazioni operative e le chiare avvertenze, che con generosa abbondanza – per esempio, nei più volti citati libri scritti, LʼIniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, e La Scienza Occulta nelle sue linee generali – e in innumerevoli cicli di conferenze da Rudolf Steiner – di ʽpericoliʼ ne sorgeranno di troppi. Altre, preziose e numerose, indicazioni operative il sincero ricercatore spirituale le può trovare negli scritti di Massimo Scaligero. In ambedue i casi, possediamo un vasto materiale col quale il discepolo può lavorare per molte vite. Ma vi sono molti ʽintelligentissimiʼ sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito – che invariabilmente si ritengono particolarmente ʽfurbiʼ e ʽnavigatiʼ – i quali fanno ʽarrangiamentiʼ, ʽpersonali variazioniʼ, alle suddette semplicissime, chiarissime, e soprattutto esplicite, indicazioni operative del Maestro dei Nuovi Tempi, nonché a quelle comunicate da Massimo Scaligero, e non di rado le suggeriscono, o addirittura le impongono, a propri ingenui e fidenti seguaci, allontanandoli così dal retto Sentiero. Rudolf Steiner è esplicito a proposito della natura illecita di cotali ʽarrangiamentiʼ e ʽpersonali variazioniʼ. Egli affermò sempreapertis verbis – che gli esercizi da lui indicati non erano affatto sue escogitazioni e invenzioni, bensì erano o esercizi antichi e fedelmente trasmessi per secoli allʼinterno della Fraternitas Rosae+Crucis, o direttamente comunicati dal Mondo Spirituale, così come comunicati sempre dal Mondo Spirituale furono gli stessi esercizi antichi. Ed aggiungeva che il discepolo deve – assolutamente ʽdeveʼ, non che ʽpuòʼ – eseguirli wortwörtlich, ossia ad litteram, senza permettersi variazione alcuna rispetto alle indicazioni prescritte. A volte – ne ho potuto per decenni constatare casi eclatanti, anche recentissimi – gli ʽintelligentissimi innovatoriʼ cercano di spacciare – mentendo e ben sapendo di mentire – le loro discutibili personali invenzioni per indicazioni autentiche di Rudolf Steiner o di Massimo Scaligero: la totale malafede di costoro è patente.

Si è non di rado presentato il caso che talune persone sulla base di tali ʽesperienzeʼ irregolari, di natura ambigua, quando non palesemente di origine medianica o patologica, contraddicenti in maniera totale ed evidente lʼinsegnamento sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, si sentissero ʽmissionateʼ a trasmettere il proprio insegnamento  allʼinterno della Comunità Solare, cercando di sostituirlo, abilmente o brutalmente, a quello dei Maestri, e a quello ʽregolareʼ, verificato, ed invariabilmente identico e conforme alla sana esperienza, innumerevoli volte sperimentata, di fedeli discepoli della Via. A chiunque guardi – con ʽocchio rischiaratoʼ, direbbe il Buddha Shakyamuni salta agli occhi come, ad un esame sereno ed equanime, un tale ʽmirabileʼ insegnamento, che si vorrebbe introdurre sostituendolo a quello regolare donatoci, confligga – sia nel metodo, sia nei risultati, sia infine nella maniera in cui viene trasmesso – con quello di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

Siffatte ʽrivelazioniʼ sono ʽirregolariʼ rispetto al metodo, in quanto non sono ottenute attraverso una lucida sperimentazione scientifica, scevra di ʽpre-suppostiʼ e ʽpre-giudiziʼ ideologici e soprattutto confessionali, basata sullʼesperienza del momento originario del pensiero poggiante unicamente su se stesso. Sono ʽirregolariʼ per quanto riguarda i risultati, in quanto le ʽrivelazioniʼ risultanti da tali ʽesperienzeʼ irregolari, di natura patologica, o visionaria, o medianica, contraddicono in maniera aperta – affermando lʼesatto contrario – i risultati della Scienza dello Spirito, ogni volta severamente verificati per anni, e solo dopo comunicati da Rudolf Steiner. Sono ʽirregolariʼ per quel che riguarda la maniera di trasmissione, in quanto essa agisce mediante un forte coinvolgimento emotivo, e in taluni casi istintivo, nei confronti di ascoltatori, ricettori passivi dallʼattenuato senso critico e dal pensiero poco o punto autonomo. Lʼautentica Scienza dello Spirito non agisce mai per via di suggestione, o sollecitando emozioni, o agendo magicamente sulla sfera della volontà. Essa non impone mai – se abilmente o brutalmente, poco importa – ʽrivelazioniʼ che debbano essere credute, bensì offre contenuti di pensiero che devono essere ripensati, verificati, profondamente meditati, rigorosamente sperimentati risalendo sino al momento originario del loro scaturire dal pensiero vivente.

A volte, nel caso di queste persone deiderose di assumere un ruolo magistrale e di trasmettere un proprio personale insegnamento, vi sono ʽpre-suppostiʼ non dichiarati, abilmente e accuratamente celati – vere e proprie ʽipotesi clandestineʼ, come le definirebbe il Prof. Vasco Ronchi – frutto di ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali, che si sanno essere in contrasto, nel metodo e nel merito, con la rosicruciana Scienza dello Spirito, con la rigorosa Via del Pensiero. Si preferisce che tali ʽpre-suppostiʼ rimangano celati, che le ʽipotesi clandestineʼ non vengano esaminate o poste in discussione, che le patenti ʽcontraddizioniʼ rispetto alle esplicite comunicazioni di Rudolf Steiner non vengano scorte e rilevate. Chi tentasse di farlo verrebbe accusato di presunzione, e invece di esaminare serenamente la consistenza delle obbiezioni sollevate, ci si sottrarrebbe con sdegno ad un tale esame, e si si procederebbe alla demolizione della credibilità del temerario, nonché gli si farebbe attorno terra bruciata, attuando nei suoi confronti uno spietato ostracismo. Valuti ognuno il più serenamente possibile quanto possa essere onesto, morale, e soprattutto leale nei confronti della Verità un tale modo di procedere.

Nel corso del presente studio – al quale le presenti considerazioni vogliono essere la premessa metodologia – sarà necessario esaminare alcuni temi – uno dei quali, nella misura in cui il Cielo e i Numi me ne concederanno le forze, sarà quello del Graal – rispetto ai quali sarà necessario e doveroso fare chiarezza su quanto provenga dalle comunicazioni, verificate rigorosamente esatte, della Scienza dello Spirito, provenienti dalle investigazioni di Rudolf Steiner, e quanto, invece, provenga da fonti diverse, confliggenti nel metodo e nel merito con le suddette comunicazioni. Un tale esame potrà creare non poche difficoltà a chi sia immerso in una sorta di sonno dogmatico, ovverossia a chi – in assoluta buona fede, sia ben chiaro – abbia accolto, senza preventivo esame e sulla base della sola fiducia, ʽrivelazioniʼ che, se non corrispondenti al vero, possono portare molto fuori strada, e in situazioni non poco pericolose.

Il più grande onore, la maggiore venerazione, sono e saranno per noi da tributar sempre e solo nei confronti della Verità, verso la quale è spiritualmente vitale mantenere una lealtà senza compromessi. E, come dice la mia amica Fang-pai, sapiente Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, è fondamentale «procedere sulla Via senza mai smarrire, o dimenticare, o peggio tradire la propria intenzione originaria, essendo anzi sempre fedeli ad essa a qualsiasi costo».

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2022

Anno XXVII n. 1

Gennaio 2022

TU SCENDI DALLE STELLE

ECOANTROPOSOPHIA.IT augura  BUON NATALE a tutti i suoi amici lettori coi grandi maestri italiani Pavarotti e D’Annunzio.

La poesia che segue  fa parte delle Laudi del cielo, una serie di 5 libri, pubblicata dal Vate tra il 1903 ed il 1912

I Re Magi
.
Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.
.
(Gabriele D’Annunzio)

L’ ABISSO TRA PRATICA E TEORIA

Certi quesiti non sono ovvi e non lo saranno mai: sono, per così dire, il centro di tutto.
Non nel senso sapienziale ma in pratica. Che la pratica sia abissalmente distante dalla teoria, è forse il fenomeno più grave che l’antroposofia ha trovato sul suo cammino: l’inciampo gravido di conseguenze.  Convengo da subito che, essendo nella sua natura di un’esperienza umana intima e individuale – anche quando venga svolta correttamente secondo le proprie leggi che in pratica sono diverse da quanto l’anima sperimenta di solito – è praticamente impossibile dare in parole il modello. O meglio, questo è stato fatto da Massimo Scaligero.
Ritengo sia un dovere di alto rispetto ricordare a tutti gli amici come Scaligero sia stato, ai nostri giorni, l’individualità più limpida, qualificata e autorevole nel comunicare, con logica adamantina, il senso del pensiero e della sua ascesi. Consiglio caldamente la lettura completa e alla presenza di tutta l’anima (come quando si affronta un pericolo mortale) di almeno qualche suo scritto. Sottolineo inoltre che, per avvicinarsi alle nostre teste dure, con il Manuale pratico della Meditazione o con le Tecniche della Concentrazione interiore, Scaligero ha fatto l’impossibile: condensando il nucleo dell’Insegnamento già in poche, iniziali pagine.
In chi questo continua a non voler comprendere, c’è da ritenere come pregressa una tragica subordinazione a un danno cerebrale o a una straordinaria forza d’odio (lasciando un po’ in pace il karma che, come il ferro, se riscaldato, si rimodella). Dovrei citare anche la curiosa categoria dei negatori del giorno dopo: genía di squallor cortese che non merita una virgola tra spazi vuoti.
Nessuno tra questi esseri comprenderà mai che ‘tradire’ Scaligero è tradire la Scienza dello Spirito e con essa Rudolf Steiner.
Dove qualcuno pensasse ad una acritica subalternità capitatami per infauste e indefinite cause, sbaglia alla grande. Il destino mi portò allo studio serrato della Filosofia della Libertà e, dopo tre anni di lavoro costante, ai primi testi di Scaligero: un binario e due rotaie che attraversarle per lungo mi triturò un decennio, combattuto giornalmente con spirito critico perché ero pienamente cosciente che era la mia vita e non chiacchiere la posta in gioco per cui stavo lottando pensando quei pensieri.
Spesi dieci anni tra confronti, dubbi, giudizi critici espressi con la massima autonomia possibile, e non fui solo ma confrontavo ogni pensiero che spremevo (soffrivo) con alcuni amici, incredibilmente leali.
Questo al punto che, finalmente connessomi con Scaligero direttamente, gli incontri con certi suoi ‘devoti’ mi lasciavano un sentimento di forte estraneità, come fossi…“un marziano a Roma”, non incontrando a quell’epoca nessuno che vivesse nel pensiero di Scaligero.
E su quanto ho scritto con piena sincerità, poi, come al solito, ognuno giudichi come vuole.
Allora: pensiero e concentrazione. Il pensiero abituale è il passivo involucro o strumento di tutto meno che di se stesso. La minima sensazione di vitalità che pare giustificarlo come esso appare, è data dalle emozioni, dai ricordi e dalle brame. Liberare il pensiero da questa passività è l’operazione per cui si realizza la forza-pensiero che, nella zona metafisica simboleggiata spazialmente dalla testa, è parte del mondo di forze creatrici chiamato “mondo eterico”.
Il passo essenziale, eluso dal sapere, rifiutato da tanti, respinto da molti, incompreso dai più, è quello di trasformare il pensiero da scopo sufficiente della vita interiore comune a strumento o veicolo dello Spirito. Al ricercatore si aprono due vie: rimanere sul terreno ordinario in cui si giudica, si correla e si deduce su ogni cosa, anche sullo spirituale – pensato come un dato più nobile o più segreto – oppure praticare con coraggio e dedizione un’opera continua e concreta attraverso la quale giungere  a realizzare l’inutilità del giudizio, delle deduzioni ecc. Insomma l’inconsistenza di tutti i propri pensieri, azzerandoli per percepire il valore potente della forza-pensiero. Della quale il silenzio profondo è l’annunciatore.
Il pensiero, totalmente sottratto ai significati, viene percepito come una corrente viva di forza/luce. Tale corrente apre la strada del cuore eterico (è la via d’incontro del Logos eterico) che permette di percepire/sentire il pensiero macrocosmico, attivo universalmente e operante nella nostra intera struttura. La concentrazione è l’asse portante delle esperienze indicate, ove l’assunzione di testi o generiche disponibilità animiche o pratiche armonizzanti sono soltanto burle inutili. Per l’operatore essa si presenta organizzata su molti livelli. In effetti l’operazione è semplice ma l’uomo è complicato, e con queste complicazioni sue deve fare i conti. Magari evitando da subito le ulteriori dialettiche che non finirebbero mai.
Chi può, coltivi un sentimento di fondo: la concentrazione non è uno tra i tanti esercizi, ma è il più possente Rito che l’uomo di oggi possa officiare. È l’Arte della più alta magia dei tempi nostri.
È la via di Michael: discorsivamente rimuginabile e che perciò rimane segreta: nel pensiero cosciente si desta l’elemento puro della volontà. La volontà pura, senza oggetto (senza brame) diviene un auto-volersi del Volere: è il veicolo di Michael e della Forza di cui esso è veste.
Contro la Concentrazione esiste un esercito, sempre rinnovato con truppe fresche, di figure il cui tratto comune è la totale carenza di esperienze metadialettiche: magari se ciò fosse solo effetto di un’impotenza personale, potrebbe venir parzialmente sostituita da assenza di pregiudizi, onestà e logico rigore. Non è così. Anzi maggiore è la brama di ‘essere qualcuno’ con il codazzo biforcuto di discepolume e di responsabilità spiritual-organizzative, minima o nulla è una seria disciplina che porti ad uno straccio di obiettiva esperienza.
In parole povere è necessaria una scelta fondamentale tra la vanità personale e la ricerca trascendente: trascendente nel senso che deve trascendere i soggettivismi e le traduzioni volte al basso che i castrati spirituali portano volentieri con sé.
Tra i falsi indicatori, tra ipocrisia, menzogne e parole vuote, regna una gran confusione: parlano di controllo scambiandolo per concentrazione e viceversa, indicano pericoli per il sentire e il volere, e se poi leggo opinioni del tipo “si provi prima a volere e dopo a pensare”: qui osservo un caos in cui il minimo epistemologico è finito in fondo alla fossa delle Marianne. A questo punto di non ritorno è impossibile comprendere come la concentrazione sia già volere in atto e come il sentire arresti (finalmente) la sua funzione inferiore. Al punto, scrive il Dottore in un mantra fondamentale per l’asceta, che “l’umano sentire quieto svanisca”.
È semplice: l’ordinario pensiero è l’unica attività che contrasta lo Spirito, falsificando quelle forze che chiamiamo sentire e volere. La reintegrazione del pensiero al proprio principio originario riabilita tutta l’anima (e il corpo) alla sua realtà spirituale. In pratica significa attivare un impeto straordinario che porti il soggetto pensante alla estinzione di sé e oltre essa. Chi è capace di tanto? Verrebbe da rispondere: “Nessuno”. Ma non sarebbe del tutto vero.
Il soggetto può accrescere forza illimitatamente, ed è con questa forza in eccesso che la ‘natura’ può venir superata. Tecnica, allenamento e rafforzamento progressivo sono ciò che occorre. Poi, come ho già detto, i livelli di realizzazione sono tanti e variano per ogni operatore, ma sono anche ignoti e incomprensibili per i venditori di antroposofia, i ciarlatori ed i ciarlatani.
Le modificazioni della coscienza sono le tappe della Via, e soltanto presso ognuna di esse acquista significato qualche ulteriore esercizio per il quale, sia detto per inciso, quello che trovi scritto nei testi è solo una conferma di quanto si è già compreso per esperienza: un’occhiata alla cartina stradale durante il viaggio.
Di più: la lettura sbalordisce poiché, sebbene l’indicazione scritta permanga esatta alla virgola, ora si comprende che quello che si era compreso era del tutto diverso da ciò che credevamo fosse una indicazione compresa: come la strada è diversa dal segno tracciato sulla cartina. Cosa: si comincia dominando il pensiero che ci domina… ed è un lavoro lungo e faticoso.
La gente ama i separé terminologici, ma pure questi sono autolimitanti: col coraggio del santo o del ladro, appena possibile si tenti la concentrazione, focalizzando l’attenzione tutta su di un oggetto di pensiero e basta. Non giudicare poi che il meglio è stato assai breve: in effetti la totale continuità dell’attenzione è breve per tutti. Poi, durante la giornata si ritenti. Quanto? Il più possibile. Mica è una passeggiata! Però dopo subentra con chiarezza la sensibilità per il quanto che riesce dallo sforzo sterile.
Nemmeno questa è una regola assoluta, poiché nessuno ci obbligherà a non tentare, talvolta, il ‘molto di più’, magari su base infrequente. Che venga usata la quantità o l’intensità il senso è lo stesso: superare i limiti, quasi sempre auto inflitti energicamente. Lo si sappia o meno.