AMOR VERITATIS. PARTE PRIMA.

Un poʼ rapsodicamente, mi riallaccio a quanto da me scritto nel precedente studio, circa il modo a dir poco imprevedibile e stravagante, del quale si servirono il Cielo e i Numi per condurre chi qui scrive, e che allora ancor viveva nella sua totale adolescenziale gioiosa spensieratezza, là dove lo volevano condurre. Ve lo volevano condurre, ovviamente, perché era assolutamente necessario condurvelo. E ciò – come accennato nel precedente studio – senza minimamente richiedergli, per quel chʼio ricordi almeno, nessun preventivo ʽconsenso informatoʼ. Ducunt fata volentem, nolentem trahunt, come affermava venti secoli fa lo stoico romano Seneca nella sue Epistulae morales ad Lucilium, 107, 11, 5, il quale in latino traduceva quanto aveva scritto secoli prima lo stoico greco Cleante, Stoicorum Vetera Fragmenta, ed. von Armin, I, 527, con ciò volendo significare che il destino e i fati con mano dolce conducono chi volontariamente con essi collabora, ma costringono, anche rudemente, chi stoltamente cerchi di contrastarli. E, nel mio caso, che non ero né volente né nolente, bensì beatamente incosciente, fu cosa buona, anzi ottima, che il tutto si fosse svolto così, perché se la faccenda fosse dipesa dagli ardenti slanci e dalla poca o punta saggezza del sottoscritto, sicuramente ne sarebbe scaturita solo una grande confusione, accompagnata da non pochi terrificanti guai, dei quali ero allora tanto abilissimo quanto insano e improvvido facitor.

Sicuramente il Cielo e i Numi, di certo alquanto più saggi di quel giovin adolescente entusiasta ch’io ero, avevano le idee ben chiare circa la mèta da farmi, volente o nolente, raggiungere, ed eziandio quale fosse il sentiero necessario per raggiungerla. Per cui i miei passi vennero condotti su sentieri che, nella mia spensierata inscienza, neppure mi sarei mai immaginato di dover percorrere. Mi ritrovai così a qualche decina di chilometri dalla mia città natale, in una tranquillotta borgata della campagna toscana, che allora contava sì e no (secondo me, più no che sì) mille anime. Occasione ne era stata il fatto che allʼIstituto Nazionale di Ottica sulla collina di Arcetri non avevano più aule sufficienti per la formazione degli allievi, il cui numero non faceva che crescere, e venne di conseguenza deciso di formare una sorta ʽdependenceʼ nella suddetta amena e pacifica borgata del contado toscano. Ivi, vi fu inviato, tra gli altri, anche mio fratello, a quel tempo ricercatore ad Arcetri in forza della mitica “Fondazione Ignazio Porro”, per impegnarsi a fondo nel campo della docenza.

Mio fratello ben conosceva la svolta che vi era stata nella mia vita, e la scelta di un nuovo sentiero spirituale nel quale, abbandonando le Vie dʼOriente da ambedue precedentemente seguite, intendevo asceticamente impegnarmi a fondo. Anzi, poiché lui stesso si era accostato alla Scienza dello Spirito, mi fece una proposta, che davvero ʽnon potevo rifiutareʼ: mi chiese di metter fine al mio spensierato girovagare, e di trasferirmi ad abitar secolui in quellʼamena borgata campagnola, dove avrei avuto tutto lʼagio e la calma necessaria per dedicarmi agli esercizi della Via, nonché allo ʽstudioʼ, ossia, more rosicruciano – alla elaborazione meditativa dei testi sacri della Scienza dello Spirito. Io, tutto contento di una cotale logistica soluzione, mi trasferii armi e bagagli a casa di mio fratello nella suddetta amena borgata del contado toscano.

Quello fu uno dei periodi più felici della mia vita. Avevo moltissimo tempo a disposizione, e me lo potevo gestire come meglio credevo. Dopo qualche mese, mio fratello mi fece una seconda proposta, la quale nel tempo si rivelò – essa pure – feconda di notevoli sviluppi di destino: visto che avevo molto tempo libero, mi chiese di iscrivermi ai corsi che si svolgevano nella scuola che allora si trovava ancora sotto lʼegida dellʼIstituto Nazionale di Ottica di Arcetri, fondato e diretto dal Prof. Vasco Ronchi, personalità scientifica di eccezione. Giacché mi avanzava abbastanza tempo, decisi di dedicarmi anche allo studio dellʼOttica, cosa che feci con molta passione. Soprattutto affrontai lo studio analitico e dettagliato di alcune opere del Prof. Vasco Ronchi, che riguardavano lʼOttica, intesa come Scienza della Visione, e non come un particolare ramo della fisica: concezione ch’io trovavo estremamente interessante. Il Prof. Ronchi aveva una vasta cultura umanistica, conosceva lingue antiche e moderne, conosceva bene la storia della scienza, ed aveva una preparazione filosofica di primʼordine. Era stato proposto ben sei volte come premio Nobel per la fisica.

Lʼandare in profondità nello studio dellʼopera di Ronchi mi tornò molto utile, proprio perché egli rappresentava, a livello scientifico, la posizione più avanzata e logicamente più rigorosa e consequenziale della ricerca sulla natura della percezione. Nei quattro anni nei quali rimasi prima come studente e poi come collaboratore nella ricerca e nella docenza in quella pacifica e sonnolenta borgata campagnola (ma molto anche negli anni successivi), mi dedicai con lena alla lettura intensiva del testo fondamentale del Prof. Vasco Ronchi, Sui fondamenti dellʼAcustica e dellʼOttica, edito allʼinterno della collana Pubblicazioni della Fondazione «Giorgio Ronchi», vol. 9, 1967, cm 17 x 24, 304 pp. con figure n.t., pubblicato a cura della prestigiosa casa fiorentina Leo Olschki, confrontandolo con le opere ʽfilosoficheʼ – o, per meglio dire, ʽfilosofaliʼ – di Rudolf Steiner, ossia La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e scienza, e la Filosofia della libertà

Tra i docenti con i quali ebbi a che fare, dai quali tutti ricevetti moltissimo per la mia formazione scientifica, voglio ricordare con particolare gratitudine lʼIng. Eddo Mario Bartoli, che mi fu ʽmaestroʼ in varie materie, soprattutto per la Matematica, con lezioni indimenticabili sullʼessenza del calcolo integro-differenziale, e per la Geometria della Radiazione Ottica, una delle materie che poi avrei insegnato per decenni. LʼIng. Bartoli, persona amabilissima del quale sia mio fratello che io divenimmo amicissimi sino a star sovente insieme, in maniera conviviale, come allegri commensali, aderiva convintamente alle teorie ronchiane sulla percezione, e nellʼinsegnamento univa un estremo rigore concettuale ad una capacità di semplificazione – e di esemplificazione – di materie scientifiche per molti di ardua comprensione e assimilazione. Il Prof. Ronchi e lʼIng. Bartoli mi fecero amare un mondo di pensieri di estremo rigore: un mondo di pensieri di una rara bellezza e di un nitore stellare.

Fu importante per me educarmi ad un cotale rigore di pensieri, che nulla avevano di collusione con quelle guaste sfere psichiche emotive e istintive, che che di solito ammalano la vita animica della maggior parte degli esseri umani. Molti umani sentirebbero addirittura di ʽnon vivereʼ se venissero separati da una tale avvilente dipendenza, da una simile abietta sudditanza rispetto a quella torbida e deforme ʽnatura inferioreʼ, alla quale essi sono talmente in maniera coatta identificati, da scambiare per propria ʽlibera spontaneitàʼ, quel che da quella infida ʽnaturaʼ viene loro coercitivamente imposto.

Quel che nella mia adolescenza mi aveva fatto innamorare – perdutissimamente innamorare, lo confesso – dellʼinsegnamento del Buddha Shakyamuni, per me eredità di antiche vite, era proprio la sua oggettiva, affatto apsichica, non emotiva, analisi della condizione umana, che al suo risvegliato ed equanime sguardo appariva essere una condizione di ʽebrezzaʼ, di vera e propria ʽubriacaturaʼ, di ʽstordimentoʼ, di ʽoblioʼ, di autentica ʽalienazioneʼ, di ʽagitazioneʼ, di ʽdis-trazioneʼ dalla essenziale natura dell’essere umano. Per il Buddha Shakyamuni una tale condizione umana è patologica, ed egli – seguendo la prassi della savia antica medicina indiana – di una sì esiziale malattia dà una severa e oggettiva diagnosi, ne individua le cause descrivendone con limpida chiarezza lʼetiologia, formula la prognosi della possibile guarigione nel caso che il paziente voglia seguire convintamente le indicazioni del terapeuta, e prescrive nel Nobile Ottuplice Sentiero la terapia che porterà, se fedelmente attuata, alla completa guarigione del malato.

Naturalmente, lʼessere umano dellʼantica civiltà indiana soffriva di un male meno esiziale, meno radicale, molto meno pericoloso, di quello che oggi soffre lʼuomo della presente, sempre più disumanizzante, moderna civiltà tecnologica. Lʼuomo attuale – data lʼestrema gravità del suo male, per di più da questi, nella maggior parte dei casi, neppure minimamente intuito – necessita di una terapia abupta, di una massiccia terapia dʼurto che affronti, senza concessioni o compromissioni ʽpietoseʼ, la condizione di un essere umano che, rispetto ad un uomo antico, orientale od occidentale, è sprofondato molto di più nellʼabisso antispirituale: abisso nel quale egli rischia di perdere senza ritorno la propria umanità. La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e la Via del Pensiero che, come filone aureo, ne scaturisce ad opera di Massimo Scaligero sono nel mondo attuale la necessaria terapia abrupta, la Via diretta allo Spirituale, e al contempo, appunto, il farmaco urgente per lʼuomo di questo tempo – per ogni uomo – per la guarigione dal male che lo affligge e che rischia di distruggerlo. Da questo punto di vista, non posso che rimandare a quanto scrisse con parole limpidissime, che non possono lasciare in proposito a nessuno dubbio veruno, Massimo Scaligero in Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 51: 

«Il pensiero diviene movimento puro dellʼIo, ove attui il proprio essere indipendente dai veicoli mediante cui si manifesta. Il fatto che il pensiero rimanga inconsciamente legato a tali veicoli – lʼorgano cerebrale e lʼoggetto pensato – spiega la sua difficoltà a intendere come in nessuna direzione debba cercare la l i b e r t à se non nel proprio puro movimento, e spiega di conseguenza le attuali retoriche della libertà. Lʼuso egoico della libertà, presumente il passaggio da una determinazione astratta alla sua realizzazione pratica, è sostanzialmente in funzione degli istinti, in quanto contrasta il rapporto della coscienza con le proprie forze di profondità. Il potere si manifesta con contenuto diverso, a seconda che risponda ad un controllo assunto oppure smarrito dallʼIo: dalla propria sfera esse operano positivamente per la coscienza, nella misura in cui questa realizzi la funzione dellʼIo, che le è propria, e non cerchi altrove ciò che, sul proprio piano, soltanto essa può attuare: lʼautonomia dal sistema nervoso, la reale libertà».

Queste parole dovrebbero essere ampiamente sufficienti per chi – come direbbe il Buddha Shakyamuni – abbia «poca polvere sugli occhi», ossia per chi veramente possa e voglia capire, ma la natura umana è oltremodo infingarda e possiede lʼastuzia dei millenni durante i quali essa è stata dominatrice incontrastata del poco consapevole essere umano. Poco consapevole perché lʼAutocoscienza, la reale autonomia della individuale coscienza umana, è il risultato finale di un lungo, tortuoso e sofferto processo: non è affatto qualcosa da cui, nella sua millenaria storia, lʼuomo sia potuto partire. Ma un tale uomo, non ancora realmente e pienamente autocosciente, viene portato con facilità ad eludere lo sforzo per un autentico risveglio spirituale attraverso una energica Ascesi del pensiero, e a cercare, invece, nel ʽsentireʼ un surrogato meno impegnativo, e più consolante, del faticoso sforzo dellʼimpegno che una volitiva Ascesi del Pensiero, senza fare sconti, imperiosamente esige. Si evita così di compiere lo sforzo di sollevarsi dal livello passivo dellʼanima a quello energicamente attivo dello Spirito. Su questo ʽsentireʼ, che viene sovente proposto – e in taluni casi persino apertamente contrapposto – come strumento di una sedicente ʽvia dellʼanimaʼ che dovrebbe sostituire lʼautentica ʽVia dello Spiritoʼ, molti si fanno alquante pericolose illusioni. Per questo motivo, voglio riportare quel che scrive, sempre nel citato Guarire con il pensiero, alle pp. 54-55, Massimo Scaligero come ʽterapiaʼ urgente per lʼessere umano che voglia guarire dal suo male radicale:

«La guarigione passa attraverso lo svincolamento del ritmo del sentire dal sistema nervoso: per solito ciò si verifica inconsciamente mediante processi di dolore, morale o fisico. In effetto, una coscienza indipendente dal sistema nervoso dovrebbe accogliere il sentimento, o lʼimpulso: allora sarebbe presente, in sostanza, il soggetto conoscitore: quello che normalmente manca, in quanto il contenuto senziente giunge ad esso, avendolo già coinvolto. Lʼuomo è quasi sempre il soggetto preso dal sentimento o dallʼimpulso, piuttosto che il soggetto sperimentatore e conoscitore.

Entrando nella rete nervosa, il contenuto reale del sentire viene alterato: nella psiche e nel corpo domina di esso la sensazione lesiva del piacere o del dolore: cioè la forma gradevole o sgradevole della reazione senziente, connessa alla «rappresentazione» del contenuto. Mediante un simile «rappresentare», contessuto come immediato con la sensazione fisica, lʼelemento soggettivo si estrinseca in piacere o dolore, riguardo a un contenuto interiore in realtà non conosciuto. Di esso infatti il soggetto ha solo la sua reazione secondo quel rappresentare: che, come si è osservato, è il segno del vincolo immediato della coscienza al sensibile: la brama. In effetto, il pensiero riflesso, condizionato dalla cerebralità, e la brama, si corrispondono mutuamente».

Oltre che rivolgersi al ʽsentire misticoʼ, per lʼuomo attuale che cerchi di evitare il sollevarsi dalla passività sognante dellʼanima allʼesperienza cosciente dello Spirito, la tentazione è quella di tentare le vie di un equivoco ʽmagismo della volontàʼ, attraverso le esperienze medianiche della magia cerimoniale, spacciata per Teurgia, o Magia Divina, o di una inevitabilmente sfaldata, ancor peggio che medianica, magia sessuale, spacciata questa, in maniera menzognera, per ʽTantrismoʼ, o addirittura per ʽAlchìmiaʼ. Un lucido pensare scientifico, nella sua oggettiva impersonalità, ha sicuramente un livello di coscienza ben superiore sia al ʽsentire misticoʼ, che ad un tale sfaldato ʽmagismo della volontàʼ i quali, inevitabilmente, oggi, non si sottraggono ad una torbida collusione con le zone torpidamente sognanti e dormienti dellʼanima. Non è alimentando o galvanizzando queste semicoscienti o totalmente incoscienti sfere di quest’ultima, che ci si sottrae ai limiti cogenti dellʼanima, che poi sono i limiti dellʼumana animalità bramosa. E questo lo affermò spesso, e apertis verbis, in scritti e conferenze, lo stesso Rudolf Steiner. Come dice Hegel, riportato da Rudolf Steiner nel primo capitolo della sua Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 21: «Il pensare fa sì che lʼanima, di cui anche lʼanimale è dotato, divenga spirito».

Devo ringraziare davvero gli anni passati a studiare lʼOttica come Scienza della Visione, così come essa veniva esposta dal Prof. Vasco Ronchi, sia per lʼaddestramento ad un pensare scientifico rigoroso che potei esigere da me, sia perché potei, attraverso un tale addestramento, compiere una sorta di distacco da una antica ʽanima asiaticaʼ, che mi era connaturata. Mi resi presto conto che, per esempio, le ʽformeʼ, di per sé mirabili, attraverso le quali nellʼantica India, lo Spirito si era espresso nei Veda, nelle Upanishad, così come nelle varie manifestazioni che nel corso di molti secoli il Buddhismo aveva assunto, quello Spirito oramai non lo incarnavano più, e all’uomo moderno, oggi, in quella forma, esse non possono donare più nulla. Mi resi conto che la vertiginosa esperienza dellʼAtman, o del Purusha, ossia dellʼIo Superiore, del quale parlano appunto le Upanishad, dovevano essere cercate e conquistate non più, come in antico, in una oramai impossibile trascendenza evadente lʼumano, bensì in una audace immanenza mai prima sperimentata dagli antichi asceti, e che la stessa corrente cosmica del Buddhanon le sue pur affascinanti, ma ormai esaurite, forme esteriori – oggi è congiunta con la coraggiosa esperienza, rigorosamente individuale, dellʼelemento sovraindividuale del Logos nel pensare, che si sperimenti indipendente da ogni mediazione. Sempre Massimo Scaligero, in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, nel primo capitolo, intitolato La Via Adamantina dʼOccidente, a p. 17, così scrive:

«Il sistema orientale che massimamente sembra sviluppare i temi di un magismo erotico, rispondente allʼesigenza del tipo umano attuale, in effetto manca dellʼelemento radicale imprescindibile alla situazione dellʼuomo caduto: il moto del freddo pensiero astratto che, scaturito come pensiero scientifico, cela in sé il potere di una dimensione trascendente, riconoscibile nel suo carattere di impersonalismo puro. Tale valore metafisico, presente nellʼesperienza scientifica occidentale, sfugge tuttavia allo scienziato come al filosofo. Nellʼaridità dellʼagnostico pensiero matematico, in effetto brilla una fredda luce, segno inavvertito di una invisibile luce di vita, più prossima alle nitide linee della geometria e della logica formale, che non alle tensioni della psiche yoghica o mistica. Tale pensiero, recato a coscienza e afferrato nella sua incorporeità, si rivela scaturente da una corrente di vita, la cui dynamis è appunto ciò che lo yoga tantrico chiama kundalini». 

Il Prof. Vasco Ronchi – che Massimo Scaligero conosceva bene, e che in un colloquio mi definì un «uomo coraggioso» – aveva una profonda onestà intellettuale, che lo portava a trarre le conclusioni più rigorose dalle esperienze scientifiche: sia da quelle sue proprie che da quelle altrui. Non sempre negli autori che coltivano discipline scientifiche, ho riscontrato altrettanto rigore e altrettanta onestà. Ciò portò il Ronchi a dover affrontare per decenni tutta una serie di polemiche per smascherare sia vari errori scientifici in buona fede, nati da una certa trascuratezza e faciloneria di metodo, sia, in altri casi, vere e proprie menzogne, provenienti nella fattispecie da forme di «ideologia», esposte con elaborata dialettica e spacciate mentitamente per «scienza». Lʼaver difeso coraggiosamente, a viso aperto, la verità scientifica contro le facilonerie dei pressappochisti e contro le menzogne ideologiche di una falsa scienza, è ciò che gli impedì di ricevere il premio Nobel per la fisica, malgrado che ad esso egli venisse candidato per ben sei volte. Nei suoi scritti, egli individuava con precisione chirurgica quelle che nelle pubblicazioni di vari autori egli chiamava «ipotesi clandestine», ossia non dichiarate premesse che di scientifico non avevano nulla, e che anzi riflettevano mere opinioni personali indimostrate, o posizioni «ideologiche», che si cercava di fare accettare dogmaticamente come assiomi evidenti. Di tali posizioni Ronchi dimostrava, ogni volta con una serrata argomentazione logica, lʼassurdità, la contraddittorietà dal punto di vista scientifico, e – oserei dire con spietatezza chirurgica – esponeva altresì quali oggettive, sperimentali, esperienze scientifiche apertamente smascheravano quelle disoneste, non dichiarate, «ipotesi clandestine». Ogni volta il suo rigore scientifico, lʼonestà intellettuale, il coraggio e la sua integrità morale, suscitavano in me grande ammirazione, ed erano per me un modello di quella impersonalità che dovevano avere ai miei occhi il pensare e, in generale, il conoscere di un sincero cercatore della Verità. 

Il Prof. Ronchi, nel suo lungo e coraggioso operare per una onesta scienza, ha sicuramente ben meritato dalla Verità. Quel che stupisce è, in molti casi, di non trovare di fronte alla Verità, nel campo spirituale che qui precipuamente ci interessa, altrettanto coraggio, altrettanta integrità e drittura morale, altrettanta consequenzialità sul piano di una ʽlogica dellʼessenzaʼ (come la chiamava Massimo Scaligero), che è pur sempre la logica del Logos, quanto e quanta ne dimostrò, costantemente e coerentemente, il Prof. Ronchi in un campo come quello della fisica, che non ha certo pretese di ʽmagistero spiritualeʼ, tanto meno ʽiniziaticoʼ ed ʽesotericoʼ.

Rudolf Steiner nei suoi scritti ʽfilosoficiʼ, o ʽfilosofaliʼ, descrive e dimostra come sia possibile seguire, con estremo rigore logico, uno sperimentale cammino conoscitivo, audacemente privo di ʽpre-suppostiʼ e a fortiori privo di ʽpre-giudiziʼ, e di conseguenza anche di volutamente non dichiarate, e quindi non oneste, ʽipotesi clandestineʼ. Questo perché lʼessere del pensare non necessita di ʽpre-suppostiʼ di sorta all’atto del proprio essere, ché unicamente il suo essere in atto è, dinamicamente, al contempo, ʽformaʼ, ʽattoʼ, e ʽsostanzaʼ del suo stesso essere, che, appunto, non ha necessità di alcun ʽsupportoʼ ad esso estraneo.

Altrettanta radicale empiria mostra Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, recante come sottotitolo eloquente Il mito della scienza e la via del pensiero, ove nel primo capitolo della prima parte, Il problema a cui si sfugge, pp. 9-16, e nel primo capitolo della seconda parte, La ricerca dellʼIo, pp. 155-161, descrive in maniera rigorosamente razionale il cammino per realizzare operativamente lʼesperienza cosciente, sovrarazionale ed estrarazionale, priva di ʽpre-suppostiʼ, dellʼatto puro del pensare vivente, poggiante unicamente su se stesso e non necessitante di ʽsupportiʼ di qualsivoglia specie. Una tale Via senza ʽappoggiʼasparśa, ʽsenza contattoʼ (come in qualche modo sperimenta chi, inoltrandosi in acque profonde, arriva ʽlà dove più non si toccaʼ) lʼavrebbe definita in India Gaudapada, uno dei padri del Vedânta – invita allʼatto di supremo coraggio del Bodhisattva, descritto dal Buddha Shakyamuni nel Laṅkâvatâra Sûtra, come lʼâśraya-paravrtti, ossia la «revulsione degli appoggi» o «rovesciamento dei supporti»: atto di fronte al quale fugge terrorizzato chi sia bramosamente preda del servaggio corporeo e della visione mondana, necessitante di illusorio appoggio. 

Lʼazione di rinunciare allʼillusorio appoggio è al contempo un atto di coraggio e di conoscenza. Solo da una tale conoscenza può scaturire un coraggio così autenticamente ʽrivoluzionarioʼ da poter esser legittimamente definito, nel senso etimologico del termine, ʽsovversivoʼ, ossia ʽribaltatoreʼ, ʽrovesciatoreʼ o ʽsovvertitore degli appoggiʼ. Giova, perciò, riportare ancora una volta – repetita immemoris saepe iuvant – le parole di Massimo Scaligero, già apparse su questo sovversivo e temerario blog, da lui scritte in Magia SacraUna via per la reintegrazione dell’uomo, Tilopa, Roma, 1966, p. 205, là dove così dice:

«Occorre educarsi a non aver paura di sprofondarsi in sé. Si deve tendere al coraggio di non necessitare di sostegno: di lasciare il sostegno su cui, senza saperlo, ancora ci si sostiene.

Ci si sostiene sempre. Ma a un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare a essere veramente vivi.

Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia ad essere.

Chi si appoggia, non può reggersi.

Chi vuole reggersi non ha capito».  

Questo audace scegliere di esser fondati su nullʼaltro che su se stessi, attuato attraverso una radicale «revulsione degli appoggi», implica quello che – per usare una immagine classica, molto fascinosa, del Chʼan cinese o dello Zen giapponese – può essere chiamato un «lasciare la presa», uno sciogliere, un decontrarre e distendere il crampo interiore che da tempo immemorabile avvince l’essere umano allʼirreale come ad un illusorio supporto. Ma non è il Chʼan cinese o lo Zen giapponese, per quanto seducenti essi appaiano agli occhi di molti, quelli che – oggi – possono aiutare lʼuomo attuale ad attuare questo «lasciare la presa», così come non possono più aiutare le forme e i metodi del Buddhismo storico, perché quelle forme e quei metodi oramai sono stati abbandonati dallʼimpulso vitale-spirituale che un tempo li animava. La corrente cosmica del Buddhismo originario – come mi disse in un colloquio Massimo Scaligero – oggi è congiunta con lʼimpulso e la forza del Logos, segretamente presente, come trascendenza immanente, nella forza e nellʼatto del pensiero che volitivamente pensa. Naturalmente, come non si tratta delle forme storiche, oramai disanimate, dell’antico Buddhismo, non si tratta neppure di quel ʽLogos teologicoʼ, che nelle confessioni sedicenti cristiane ha – salvo sempre più rare eccezioni – solo una spettrale immagine caricaturale. Ma questʼultimo punto è, come vedremo nel proseguo del presente studio, un limite tuttʼaltro che chiaro a coloro che nellʼAntroposofia vorrebbero surrettiziamente ʽsostituireʼ una egoicamente comoda ʽvia dellʼanimaʼ alla eroica ʽVia dello Spiritoʼ, alla impegnativa e faticosa ʽVia del Pensiero Viventeʼ.

La Verità non fa sconti a nessuno, e vuole essere amata in maniera assoluta, incondizionata, e unicitaria. La Verità vuole essere amata in maniera totale, esclusiva, con donazione integrale di sé, e non può concedere di essere accolta solo parzialmente, per così dire a rate o a fette, o accettata sub condicione, con espresse o inespresse riserve, ed opportuni accomodamenti che, in definitiva, lascino intatto il millenario dominio che la natura inferiore, manovrata da intelligenze antispirituali, ha sullʼuomo. Non si può condividere lʼamore per la Verità con quello per le non verità, che la contraddicono e la offendono: questo non sarebbe amore, ma tradimento e adulterio. Quando, il 28 dicembre 1912, per non aver voluto esser complice delle menzogne di Annie Besant e di Charles W. Leadbeater, ed onorare lealmente la Verità, Rudolf Steiner si separò dalla Società Teosofica di Adyar, e dai più fedeli discepoli della Scienza dello Spirito in Germania – Marie von Sivers, Michael Bauer e Carl Unger – venne fondata la prima Società Antroposofica, questa scelse come proprio motto il detto goethiano: «Die Weisheit ist nur in der Wahrheit», che nella lingua di Dante suonerebbe: «La Sapienza, la Sophia, è unicamente nella Verità».

Unicamente nella Verità, dunque, ossia nello Spirito, nel Logos, vi è Sapienza, e non nella menzognera dialettica, nella vuota retorica, nelle ʽveritàʼ di comodo, negli opportunistici accomodamenti per i quali – secondo una concezione della verità a ʽgeometria variabileʼ «a tempi diversi, e in situazioni diverse, si addicono e opportunamente convengono verità diverse». Ovvero, «ogni volta sarà scelto  e/o accettato come vero quel che sarà vantaggioso che sia ritenuto vero».  Il che agli occhi miei, e non solo miei, è ʽadulterioʼ e ʽprostituzioneʼ. Non permetteremo che lʼIside, la divina Sophia, venga profanata da indegne anime mercenarie, da sacrileghi trafficanti dellʼocculto, nonché da quegli astuti ʽinsinuantiʼ che vorrebbero, manoducendola inavvertitamente, trasbordare, con abile operazione ideologica e politica, quella che Massimo Scaligero chiamò la ʽComunità Solareʼ ad un transtiberino ʽpiù sicuro ovileʼ

Una semplice, e difficilissima, operazione interiore, che instancabilmente Massimo Scaligero ci indicava come assolutamente necessaria al ricercatore spirituale, è quella di separare spagiricamente la pura percezione oggettiva dalla indebita mescolanza del suo risuonare soggettivo come sensazione. A sua volta, la sensazione tende a generare una ancor più soggettiva rappresentazione, e ad evocare al contempo, come da una sorta di memoria automatica (una mneme animale la chiama nei suoi scritti Massimo Scaligero), tutta una serie contenuti emotivi ed istintivi, che si mescolano al soggettivo rappresentare alimentandolo e deformandolo ulteriormente. Nella disciplina della percezione pura e in quella del pensiero puro si opera energicamente alla estinzione di tutta questa malata produzione psichica. Lo Spirito opera ad una radicale de-soggettivizzazione dellʼanima. Una tale rettifica dei guasti dellʼanima ed una tale estinzione delle deformazioni della psiche soggettiva non sono certo amate da quelle intelligenze antispirituali, che da millenni dominano lʼessere umano attraverso la sua natura inferiore, e per questo dalle sue profondità incoscienti di questa istigano la poco consapevole anima umana a ribellarsi e a sottrarsi allʼazione dello Spirito, che vuole ordinare il caos umano. Varie sono le forme di elusione e di ribellione alle quali lʼanima umana può venire sobillata al fine chʼessa rimanga schiava e paga delle proprie catene. Si va dalla volgare, rozza, animalesca, reazione istintiva, allʼintellettualizzazione forbitamente dialettica, alle ideologie politiche, alla estetizzazione narcisistica, alla emotiva sentimentalità romantica, al moralismo, al misticismo religioso, alla ricerca della potenza magica, e a molto altro ancora. Poco importa, invero, allʼOscuro Signore se a tener avvinto, mani e piedi, lʼessere umano, e paralizzato il suo Io, siano robuste corde di canapa, o rozze catene dʼacciaio, o preziose, artisticamente decorate, catene dʼoro o dʼargento, o – in maniera ancor più sottilmente insidiosa – catene di profumati e inebrianti petali di rosa, purché egli rimanga schiavo e, possibilmente, giunga financo ad amare le proprie catene e le rassicuranti mura della sua prigione.

Rudolf Steiner, in tutti i suoi scritti, indica come còmpito cruciale per il discepolo dellʼIniziazione quello di sollevarsi dal passivo, soggettivo, livello dellʼanima, a quello oggettivo, attivo, pienamente cosciente dello Spirito, ed indica nella Scienza – naturalmente in quella onesta, seria, non in quella spesso dilettantesca che oramai ovunque circola, e non in quella ideologia scientista che, allora come oggi, taluni, in maniera disonesta quanto interessata, vorrebbero spacciare per autentica Scienza – una buona educatrice allʼoggettività spirituale. Di questʼaddestramento allʼoggettività scientifica egli ne fa una vera e propria forma di Ascesi noetica, mediante la quale lo Spirito, rieducandola, redime lʼanima dalla sua malata soggettività. A tale proposito, pagine esemplari le troviamo nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. a c. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 141-143:

«Nel mondo sensibile i fatti esercitano sempre la loro rettifica sul pensiero. Se mi faccio una falsa rappresentazione di un fenomeno fisico oppure della forma di una pianta, la realtà mi viene incontro e rettifica il mio pensare. Tutto è diverso, se considero il mio nesso con i campi superiori dellʼesistenza. Questi mi si rivelano soltanto se penetro nel loro mondo con un pensiero già rigorosamente disciplinato. Là il pensiero mi deve dare lʼimpulso giusto, sicuro, altrimenti non troverò la via adeguata, poiché le leggi spirituali che si esplicano in quei mondi non sono condensate fino alla condizione fisicosensibile e non esercitano quindi su di me la costrizione caratterizzata. Sarò in grado di seguire quelle leggi solo a patto che abbiano affinità con quelle che io stesso porto, come essere pensante. Qui devo essere io stesso la guida sicura. Chi persegue la conoscenza deve quindi rigorosamente disciplinare il proprio pensare. I suoi pensieri devono gradatamente perdere del tutto lʼabitudine di seguire il corso usuale. In tutto il loro andamento devono assumere il carattere interiore del mondo spirituale. Egli deve in questo senso potersi osservare e avere il dominio di sé. In lui un pensiero non deve tener dietro a un altro a capriccio, ma solo in modo conforme al rigoroso contenuto del mondo del pensiero. Il passaggio da un pensiero a un altro deve corrispondere alle severe leggi del pensiero. Quale pensatore, lʼuomo deve in un certo senso presentare uniʼmmagine costante di quelle leggi. Tutto quanto non deriva da quelle leggi deve essere da lui vietato al corso dei suoi pensieri. Se gli si affaccia un pensiero prediletto, deve respingerlo, qualora disturbi il corso ordinato della riflessione. Deve reprimerlo se un sentimento personale vuole imporre ai suoi pensieri una direzione che non sia loro inerente.

Platone esigeva da quelli che volevano far parte della sua scuola che prima studiassero matematica. La matematica infatti, con le sue leggi esatte che non si adeguano al corso quotidiano dei fenomeni sensibili, è una buona preparazione per chi cerca la conoscenza. Chi vuol progredire nella conoscenza deve liberarsi di ogni arbitrio personale, di ogni elemento disturbatore; si prepara al suo compito superando con la volontà ogni automatica attività arbitraria del pensare. Impara a seguire unicamente le esigenze del pensiero. Così deve imparare a procedere in tutta lʼattività pensante posta al servizio della conoscenza spirituale. La stessa vita del pensiero deve essere unʼimmagine delle conclusioni e dei puri giudizi matematici. Ovunque si trovi egli deve sforzarsi di pensare così. Fluiscono allora in lui le leggi del mondo spirituale che gli passano davanti senza lasciar traccia finché il suo pensare presenta il carattere abituale, confusionario. Un pensare ordinato lo conduce da sicuri punti di partenza alle verità più nascoste. Questi accenni non vanno però presi in senso unilaterale. Sebbene lo studio della matematica costituisca unʼottima disciplina del pensiero, si può arrivare a un pensare puro, sano e pieno di vita anche senza di essa».

Per questo, provai da sùbito così tanta simpatia per il consequenziale, logico, non istintivo, spregiudicato, assolutamente apsichico, rigoroso e al contempo intuitivo, pensare scientifico del Prof. Vasco Ronchi e dellʼIng. Eddo Mario Bartoli, pensare della cui disciplina, invero, io avevo alquanto bisogno. E mi resi rapidamente conto che lo Spirito, e il Logos, non vivono tanto nei pensati sullo Spirito e sul Logos, i quali in quanto meri pensati sono disseccati, morti, privi di autentica vita, quanto nel momento dinamico del pensiero, nel suo momento genetico, ossia nel volitivo atto del pensare – abbia esso o meno come oggetto pensato lo Spirito o il Logos – che determina se stesso in concetti e idee, oppure, che liberandosi di ogni forma e determinazione, si attua come informale o ʽvuotaʼ forma del suo estraformale essere. Invero, vi è maggiore presenza concreta dello Spirito e del Logos nel lampo del pensare scientifico nel momento in cui esso intuisce una legge matematica o fisica, che non in tutti i sentimentali pensati misticheggianti sullo Spirito e sul Logos, generati perlopiù da una psiche emotiva e istintiva, incapace come tale di affrancarsi dal limite corporeo, dalla mediazione del sistema nervoso, dal giogo della cerebralità. Ovvero, per quel che riguarda lʼasceta della Via dei Nuovi Tempi, vi è maggiore presenza dello Spirito e del Logos nel silente atto  della Concentrazione sul concetto di un insignificante turacciolo di sughero – presenza dello Spirito e del Logos che è concreta, totale, agente e immanente, come segreta, ignota, trascendenza, già sin dai primi momenti dellʼattuarsi della Concentrazione – che non in tutti glʼintelligentissimi e commossi discorsi, filosofici o sentimentali, sullo Spirito e sul Logos. Ma ciò è difficilmente accettabile per quanti, nell’àmbito della rosicruciana Scienza dello Spirito, tendono ad evitare il concreto impegno nella Via del Pensiero, cercando la maniera di sostituire alla faticosa, eroica, ʽVia dello Spiritoʼ, una più comoda, consolante, egoica, ʽvia dellʼanimaʼ

Indubbiamente, per chi voglia permanere nei limiti dellʼanima, ossia voglia non sollevarsi dal livello dellʼanima a quello dello Spirito, eppure desiderare seguire ugualmente un ʽcammino di conoscenzaʼ, possono presentarsi ʽesperienzeʼ dagli aspetti impressionanti, ʽesperienzeʼ la cui fenomenologia può rivestire talora caratteri di grandiosità e di sublimità, tali che a chi in esse sia coinvolto può far credere ad una loro ʽregolaritàʼ, ad una pretesa loro ʽoggettivitàʼ, ed esser, come tali, fonti di certezze in realtà solo apparenti. Se è per questo, anche i sogni possono presentare caratteri di grandiosità così vividi da superare in intensità le abituali percezioni sensorie allo stato di veglia, ma non per questo sogni, e come essi anche le visioni, e le allucinazioni, non restano produzioni soggettive dellʼanima, ed esser talvolta, per la loro natura ingannevole, motivo di molte pericolose illusioni, e persino di deformazioni dellʼanima, nonché causa di comportamenti sociali moralmente non esattamente commendevoli. La storia dellʼOccultismo degli ultimi due secoli è piena di simili aberrazioni, ed io stesso ho avuto modo di constatare vari casi del genere, tuttʼaltro che rari in questa epoca di pretesa asettica e anidra razionalità. Quando, poi, quelle esperienze visionarie vengono comunicate allʼinterno di cerchie a pretese ʽesotericheʼ, nelle quali non vi sia sufficiente senso critico, e talvolta neppure il necessario buon senso, agendo in maniera narcotica nei confronti di un anemico pensare di soggetti dalla debole autonomia, possono ingenerare in coloro che fideisticamente le accolgono stati di forte emotività, fallaci convinzioni, e persino pericolosi fanatismi.

La mancanza di senso critico, e talvolta persino del più elementare buon senso, unita ad una negligente ignoranza di documenti, di opere scritte perfettamente disponibili, e di ripetute comunicazioni orali, chiare ed esplicite, di Rudolf Steiner, può portare, allʼinterno di cerchie che si richiamerebbero – il condizionale in questo caso è d’obbligo – al suo insegnamento e a quello, ad esso strettamente collegato, di Massimo Scaligero, a situazioni veramente paradossali. In taluni casi si giunge non solo a contestare – apertamente o meno – la fondamentalità della Via del Pensiero, come Via ʽscientificaʼ, fondata unicamente su se stessa, priva di ʽpre-suppostiʼ e ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali, e il metodo di realizzazione che da essa scaturisce, ossia lʼempiria autodimostrativa della Concentrazione, ma addirittura si contrappongono – sempre apertamente o meno – i risultati di una personale, soggettiva, acritica, attività animica, non fondata sullʼesperienza cosciente del momento originario, dinamico, del pensare, ossia si contrappongono ʽpercezioniʼ – ma anche quelle dei sogni sono indubbiamente ʽpercezioniʼ, ma con ciò non sono certo Conoscenza, come non sono e non possono essere Scienzaʽesperienzeʼ o ʽvisioniʼ personali che, ripeto, possono presentarsi anche con caratteri di grandiosità, ma non per questo essere oggettivamente reali, alle comunicazioni di Rudolf Steiner, la cui certezza e oggettività veniva da lui controllata e severamente verificata sulla base dei metodi sicuri della Scienza dello Spirito, talvolta anche per lunghi anni, prima di essere trasmesse al mondo.

È accaduto persino che, di fronte ad esplicite ed inequivocabili comunicazioni di Rudolf Steiner, contraddicenti in maniera plateale personali ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ, ci si sia rifiutati di esaminarle, o siano state tenute in assoluto non cale, come non fossero mai state da lui pronunciate, o addirittura si è giunti, talvolta, alla calunniosa infamia di accusare il Lascito di Rudolf Steiner – senza avere in mano neppure un minimo straccio di prova – di aver addirittura falsificato la sua parola, là dove io, invece, avevo la prova provata, e scrupolosamente verificata, dellʼesatto contrario. Quando ci si concede, pensando di poterselo tranquillamente permettere, di scivolare su una china così obliqua, si può affermare – come direbbe, con la delicatezza che la contraddistingue, la mia stimata amica Fang-pai, nobile Figlia del Celeste Impero, Maestra del Dharma e di altre cose che taccio – che «si è smarrita o dimenticata lʼintenzione originaria», oppure che, in taluni casi, «non la si è mai avuta», o che sin dall’inizio «non la si è avuta pura, ossia non mescolata ad elementi ad essa estranei»

Mi tocca citare ancora una volta quel che dice il vecchio buon John Ronald Reuel Tolkien, il quale ne Il Signore degli anelli, con sin troppe scontate ragioni, afferma che: «il cuore degli uomini si corrompe facilmente»

Ora, se, pur non volendo o non osando superare i limiti ʽnaturaliʼ dellʼanima dominata dalla natura inferiore, e condizionati da ʽpre-messeʼ e ʽpre-suppostiʼ – frutti di ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali la cui realtà e consistenza non sʼintende porre in discussione e sottoporre coraggiosamente, per amore della Verità, ad una spregiudicata verifica ʽscientificaʼ – ci si avventura in esperienze estranormali, che si credono sovrasensibili, ci si espone a non pochi pericoli. Anzitutto a quello di scambiare per autentiche ʽesperienze sovrasensibiliʼ quelle che sono invece percezioni allucinatorie, di carattere palesemente medianico, provenienti dalla propria inconsapevole dipendenza dalla corporeità. In questo campo non si è mai troppo o abbastanza prudenti e diffidenti. È stato detto che «una diffidente prudenza è madre della Sapienza». A questo proposito, sono da ben meditare – ripetutamente e profondamente meditare – le parole che Rudolf Steiner pone come Appendice allʼedizione del 1918 del libro LʼIniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, trad. di Emmelina De Renzis, terza ediz. italiana, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1952, pp. 186-187: 

«Nello sperimentare visionario e nelle produzioni medianiche, l’uomo si pone completamente alle dipendenze del corpo. Egli elimina dalla sua vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà; e per ciò i contenuti animici e le produzioni animiche diventano semplici manifestazioni della vita corporea. Lo sperimentare visionario e la produzione medianica sono risultati del fatto, che in questo sperimentare e in questo produrre, l’uomo, con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quello che non sia nella vita abituale percettiva e volitiva. Nello sperimentare del soprasensibile, di cui si tratta in questo libro, l’evoluzione dello sperimentare animico procede in direzione opposta a quella dello sperimentare visionario e medianico. L’anima si rende progressivamente più indipendente dal corpo, di quello che non sia nella vita percettiva e volitiva. Essa arriva a quella indipendenza, che si può abbracciare nello sperimentare del pensiero puro, per darsi a una attività animica molto più vasta.

Per l’attività animica soprasensibile, di cui qui è parola, è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro. Perchè, in ultima analisi, questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile; però è tale, che per mezzo di essa non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel soprasensibile; ma è esso soltanto che si sperimenta in modo soprasensibile; non si sperimenta ancora niente altro di soprasensibile. E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione di quello sperimentare animico, che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante di potere sperimentare questa unione in modo giusto; perché appunto dalla comprensione di questa unione risplende la luce, che può anche recare una visione giusta della natura della conoscenza soprasensibile. Ma appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe, per la vera conoscenza del mondo soprasensibile, sopra una via sbagliata; essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee. Ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione proveniente per suo mezzo dal soprasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Se ricerchiamo il cosa, il come, e il perché, in una Comunità spirituale – e in particolare nella Comunità Solare, come la pensava e la voleva Massimo Scaligero – si giunga al fatto che taluni tralignino dallʼAureo Sentiero di Conoscenza indicato, scivolando per questo motivo in esperienze soggettive che non possono non rivelarsi patologiche, è inevitabile ricorrere ancora una volta ai metodi dellʼantica medicina indiana, che ci forniranno diagnosi, etiologia, e prognosi di una tale morbosa sindrome animica, anche se, poi, la terapia, oggi, dovrà inevitabilmente essere – come abbiamo visto – ben più ʽabruptaʼ, massiccia e radicale, una vera e propria ʽterapia iperintensivaʼ, di quanto lʼIlluminato, il nobile Asceta degli Shakya, il Gautama Buddha, non ritenesse necessario per un essere umano di 2600 anni fa, ancora immerso in un mondo ed in una società, pur nella decadenza dovuta al progressivo incedere dell’Età Oscura, del Kali Yuga, tutto sommato ancora maggiormente a misura dellʼUomo Spirituale rispetto a quello dellʼuomo attuale.

La diagnosi del male che affligge lʼimprovvido deviante è drammaticamente semplice: colui che traligna dallʼAureo Sentiero Spirituale, lo fa perché è in uno stato ʽstordimentoʼ, di ʽebrezzaʼ, di ʽfolliaʼ, di ʽignoranzaʼ, di ʽoffuscamentoʼ che gli fa smarrire la visione oggettiva delle cose. In sanscrito ʽsapienzaʼ è ʽvidyâʼ, parola che ha la stessa radice del latino ʽvideoʼ, ʽio vedoʼ, e di ʽvisioʼ, appunto ʽvisioneʼ, perché la ʽsapienzaʼ è vedere le cose, gli esseri, gli avvenimenti, la realtà, yathâbhûtaṃ, ʽcosì come essi sonoʼ, senza il filtro distorcente e offuscante della egoica soggettività. Di converso, la ʽignoranzaʼ, la ʽstoltezzaʼ è ʽavidyâʼ, ossia ʽnon visioneʼ, ossia incapacità di uscire dalla propria sognante e delirante soggettività, incapacità di vedere la realtà di ʽciò che èʼ, e lʼirrealtà di ciò che appare essere, ma non è. Se, da una parte, chi al mattino si sveglia, si accorge, è cosciente del risvegliarsi, e si scuote dai sogni, che realizza esser tali, cioè soggettivi ed illusori, dall’altra, chi si addormenta, al contrario, non si accorge del suo perdere coscienza, del suo sprofondare in una condizione che gli fa smarrire lʼoggettività del reale. Condizione ben descritta dal nostro Dante sin dai primi versi di quella Comoedia, che Giovanni Boccaccio volle chiamar ʽDivinaʼ. Così leggiamo nel primo canto dellʼInferno, versi 1-12:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. 

Questo tralignare dallʼAureo Sentiero è cosa che può capitare a chiunque percorra le vie dello Spirito, quale che sia il suo livello. Può riguardare, pressoché inevitabilmente, il novizio neofita; può riguardare il praticante avanzato; può riguardare, infine, lo stesso Iniziato. Su questo non cʼè da farsi illusione alcuna: finché lʼessere umano – quale che sia il suo livello spirituale – è in un corpo fisico, lʼattacco delle ostacolatrici forze antispirituali è incessante, e deve essere fronteggiato tutta la vita natural durante. Come mi disse decenni fa G., persona di elevato rango spirituale, per indicarmi lʼallarmata destità che di fronte alle ostacolatrici forze spirituali deve avere il praticante spirituale, il motto di Christian Rosenkreutz è: «Semper vigilans», ossia esser sempre come una sentinella, vigilante nelle pericolose ore della notte, senza concedersi tregua veruna, sempre allʼerta, senza concedersi negligenza, o distrazione, o sonno, ché di tali cedimenti sùbito approfitterebbe il nemico per aggredire e colpire lui e coloro che, col suo attento vigilare, egli dovrebbe difendere e proteggere. Vengono in mente le parole dellʼIlluminato ne Lʼorma della Disciplina (Dhammapada), Boringhieri, Torino, 1962, mirabilmente tradotte e commentate da quel matematico e asceta dal limpido pensiero che fu Eugenio Frola, troppo presto scomparso a soli 55 anni, che possiamo leggere nellʼAppamâdavaggo, nel Capitolo della vigilanza, a p. 19, ove è detto ai versi 21 e 25: «La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte: i vigilanti non muoiono, i negligenti sono come morti», e «Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un isola che i flutti non sommergeranno». E vengono in mente altresi le parole, sempre dellʼIlluminato, rievocate spesso da Massimo Scaligero in particolari riunioni, tratte da I discorsi di Gotamo Buddho del Majjhima Nikâyo, per la prima volta tradotti dal testo pâli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, terzo volume, Gius. Laterza & Figli, Bari, 1927, CXXXI, p. 279, chʼegli però citava in questʼaltra sua versione, più volte riportata su questo animoso blog : «Oggi è da dare battaglia! Forse domani non saremo più! Per noi non vi sia tregua contro la Grande Armata della Morte!». Dunque, il discepolo dellʼIniziazione è – deve essere – un ʽdistruttore del sonnoʼ e un ʽlottatore contro la morteʼ.

Naturalmente, il neofita, il praticante avanzato, e lʼIniziato hanno responsabilità ben diverse, e le conseguenze delle loro azioni, felici o infauste che siano, hanno ben diversa portata. Addirittura si può dire, che gli errori, numerosi e variati, che il novizio neofita in buona fede compie sono, ʽpedagogicamenteʼ, ʽpropedeuticamenteʼ e ʽdidatticamenteʼ, prevedibili e previsti, anzi, per così dire, ʽprogrammatiʼ sin dallʼesistenza prenatale dal nostro Io superiore, e in quanto tali tali necessari a chi con giusto entusiasmo intraprende la ʽViaʼ, ma che fatalmente non ha né saggezzaesperienza, le quali non sono il presupposto del Sentiero da lui non ancora percorso, bensì il risultato del suo faticoso procedere su di esso. Ma, appunto, proprio dai propri numerosi involontari e per così dire programmati errori lʼanimoso neofita trarrà sovente la saggezza e lʼesperienza che gli mancano, ma soprattutto lʼautoconoscenza, e questo rende quei necessari errori ʽpreziosiʼ, e sotto molti aspetti ʽfeliciʼ. Già per il praticante avanzato la richiesta dello Spirito si fa alquanto più esigente, e la tolleranza rispetto allʼerrore sempre più stretta. Questo perché il discepolo praticante a questo punto, è proceduto già di un più lungo tratto nel Sentiero della Conoscenza e, anche se non ancora Iniziato, ha molta maggiore saggezza ed esperienza rispetto al novizio neofita. Anche per lui taluni semplici ʽerroriʼ saranno previsti e fatali, e potranno insegnargli molto. Altri, invece, non saranno dei meri ʽerroriʼ nei quali si sia tratti dalla trama di un per noi inconsapevole destino, bensì saranno ʽscelteʼ ch’egli sa bene essere sbagliate, ma che, in qualche modo, egli comunque intende, magari per un tempo limitato, ʽpermettersiʼ, valutandone male la portata e gli effetti negativi sulla propria vita e su quella altrui. In questo caso, per il praticante avanzato, si può già parlare di un certo tralignamento, in quanto egli, nel suo agire, vien meno alla rigorosa coerenza logica – alla ʽlogicaʼ essenziale del Logos naturalmente, non certo a quella degl’intelligentissimi agguerriti dialettici –  rispetto a quel ch’egli ha intuito, e talvolta intensamente sperimentato, esser vero nei momenti di altezza e di profondità della sua Ascesi. Naturalmente, nel caso del discepolo praticante avanzato, come in quello del novizio neofita, vi è una aliquota di ignoranza, di non conoscenza, che limita – molto per il neofita, molto meno per il praticante avanzato – la responsabilità rispetto allʼerrore, o alla voluta, tralignante, scelta sbagliata. 

Infinitamente più grande, invece, è la responsabilità dellʼIniziato, perché le conseguenze delle sue azioni, attingendo egli direttamente allo Spirito, hanno una portata che si può definire addirittura illimitata. Certo, anche lʼIniziato, come ogni essere umano che dimori in un corpo fisico, può inavvertitamente e involontariamente sbagliare: per mancanza di informazioni, o di particolari, specifiche, conoscenze in un determinato campo, o per motivi di destino. Una tale possibilità è contemplata, ma non è questo, ossia lo sbagliare, il vero e proprio tralignare. Massimo Scaligero diceva, riferito a se stesso: «Io sbaglio trenta volte al giorno!». Al che io, a sentir ciò, – con un calcolo estremamente indulgente, lo confesso – mi dicevo: beh, allora io sbaglio almeno trecento volte al giorno! Ma, per lʼIniziato, ciò che è tragicamente grave, il problema vero, non è lo sbagliare, bensì la possibilità, sempre in agguato, di ʽtradireʼ. Perché una tale possibilità esiste, ed è correlata al mistero della libertà umana. Massimo Scaligero molte volte affermò che per ʽtradireʼ bisogna possedere lo Spirito, perché ʽtradireʼ è, sempre, ʽtradireʼ lo Spirito. Egli, Massimo Scaligero, – un Iniziato, un Maestro, che trascendeva di molte misure il semplice ʽumanoʼ – affermava: «Io posso tradire in qualsiasi momento!». Ma egli non tradì mai: di questo io sono scientificamente, conoscitivamente, e non fideisticamente, per ripetute verifiche attuate, testimone assolutamente certo.  

La differenza tra ʽerroreʼ e ʽtradimentoʼ è analoga a quella che vi è, in altro campo, tra ʽdannoʼ e ʽdoloʼ, ossia consiste in una certa ʽcoscienzaʼ e ʽvolontarietàʼ nellʼagire. Per esempio, nel ʽdoloʼ vi è la coscienza e la volontà di nuocere a qualcuno o a molti. Lʼerrante involontario, per immaturità, per inesperienza, per una qual certa ʽrozzezzaʼ – in questʼultima specialità, in vari decenni di metodici sforzi, io ho raggiunta una davvero poco invidiabile e ancor meno encomiabile eccellenza – può inconsapevolmente provocar danni notevoli, pentirsene a posteriori, e tentar poi di porre riparo, in qualche modo, ai guai eventualmente combinati, ma in lui non vi è mai volontà di nuocere. Nel ʽtradimentoʼ vi è cosciente e volontario ʽdoloʼ: chi in questo caso traligna, sa di compiere una azione ʽobliquaʼ, ʽnon rettaʼ e, di conseguenza, non leale, non onesta, ma egli pensa che una tale azione scientemente dolosa, solo lui, e non altri che lui, possa tranquillamente permettersela. In genere, si tratta di persona che indubbiamente è – e sa di essere – molto ʽintelligenteʼ, e ʽabileʼ, al punto di ritenersi ʽfurbaʼ, e di ritenere che certe norme etiche e regole morali – che dovrebbero esser valide e vigenti erga omnes – vadano benone, come diceva un secolo fa E. F., un mio non cattivo, ma certamente poco avveduto concittadino, «per i piccoli uomini e per i macachi». Ma non è così che le cose funzionano nella sfera autenticamente spirituale. Una tale callida, eticamente – non conoscitivamente, ovviamente – spregiudicata, ovverossia cinica, concezione è, sotto ogni punto di vista, un errore clamoroso. Nel Mondo Spirituale non vi spazio alcuno per i ʽfurbiʼ, per i ʽtroppo intelligentiʼ, per gli ʽabili manipolatoriʼ, per i ʽsimulatoriʼ, per gli ʽinsinuantiʼ, per i ʽpersuasori occultiʼ, per i ʽpoliticantiʼ, per gli ʽintrallazzatoriʼ, per i mascherati ʽtrasbordatori ideologiciʼ, per gli ʽipocritiʼ, per gli ʽopportunistiʼ, per i ʽcalunniatoriʼ, per i ʽladri razziatoriʼ di cose sacre altrui, per gli ʽarrivistiʼ, per gli ʽambiziosiʼ, per gli ʽusurpatoriʼ, per i ʽprevaricatoriʼ, per gli ʽarrogantiʼ, per i ʽmentitoriʼ: ovverossia, per tutti i ʽtraditoriʼ. Davvero una vasta, mala,  genia.

Qualificazioni assolutamente necessarie e sufficienti – come si direbbe in algebra e in geometria – per procedere sul Sentiero dellʼIniziazione sono la ʽsinceritàʼ, la ʽlealtàʼ, la ʽfedeltàʼ: esse sono la ʽtecnicaʼ fondamentale, la verace «Arte» dello Spirito. La Sapienza e la Forza vengono, con grande liberalità, ʽdonateʼ a chi – pur con i suoi molti difettoni e inadeguatezze contro i quali, ogni giorno, lotta faticosamente, e disperatamente – è sincero, leale, e fedele. Lo stesso coraggio, quello autentico – lo si costruisce, ogni giorno, con lʼAscesi, con la fedele, costante, pratica interiore. A questo proposito, potei udire una volta Massimo Scaligero affermare che: «il Logos è generosamente infinito, e infinitamente generoso!».

Coloro che, invece, si ritengono ʽintelligentissimiʼ, e particolarmente ʽfurbiʼ, in realtà sono, anche loro, fossero essi pure degli Iniziati, in uno stato di ʽignoranzaʼ, e sono giuocati più sottilmente – e ben più pericolosamente – da una inconosciuta natura inferiore, che li rende burattini illusi e obbedienti delle avverse potenze antispirituali. Questa ʽignoranzaʼ, questa ʽavidyâʼ, rende impossibile quella che il Buddha Shakyamuni, nel ʽNobile Ottuplice Sentieroʼ, in sanscrito âryâṣṭâṅgamârga, chiama la ʽretta visioneʼ, ʽsamyak-dṛṣṭiʼ, la quale soltanto rende possibile la ʽretta intenzioneʼ, ʽsamyak-saṃkalpaʼ, e la ʽretta azioneʼ, ʽsamyak-karmântaʼ. Per questo motivo, la mia stimata amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, parlando di chi – praticante avanzato o Iniziato che sia – traligna dal Sentiero, o lo tradisce, afferma ch’egli «ha smarrita o dimenticata lʼintenzione originaria».

Al benevolo e volenteroso lettore può sicuramente giovare leggere, e profondamente meditare, uno scritto di Massimo Scaligero, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità?, tradotto integralmente da chi qui scrive e apparso su questo temerario blog il 26 giugno 2015, all’interno di un articolo di Hugo de’ Paganis, intitolato L’Ascesi del Risveglio e l’Ottuplice Sentiero del Buddha Shakyamuni. In tale scritto, pubblicato in inglese nel 1957 sulla bella e importante rivista, East and West, dell’Is.M.E.O., l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente di Roma, Massimo Scaligero indica come la retta visione, la retta intenzione o retto giudizio, e la retta azione del Nobile Ottuplice Sentiero del Buddha per l’uomo moderno mutino l’antica forma, e rinascendooggi, in forma ancor più radicale, si rivelino momenti di un percorso attuale e necessario per chi segua la Via del Pensiero Vivente, la Via della Filosofia della Libertà.  

Il farsi giuocare dalla ʽignoranzaʼ, dalla ottenebrante ʽavidyâʼ, oscura la ʽretta visioneʼ, la visione oggettiva, yathâbhûtaṃ, ossia ʽcosì come sonoʼ, delle cose, degli esseri, degli eventi, e la sostituisce con il sogno o, talvolta, col delirio, dei parti della propria soggettività. Ciò vale per lʼuomo comune, per il profano, vale per il novizio neofita allʼinizio del Sentiero della Conoscenza, vale in misura maggiore per il praticante avanzato, e vale, in misura massima, soprattutto – potremmo dire drammaticamente e, in taluni casi, tragicamente – per lʼIniziato. Questʼultimo non è affatto automaticamente al riparo da pericoli nel suo procedere nella conoscenza spirituale, anzi egli vi è esposto molto di più che non il profano, o il neofita, o il praticante avanzato. Su questo punto, Rudolf Steiner nei suoi scritti è estremamente chiaro circa le pericolose illusioni alle quali si è esposti nel cammino interiore. Per esempio, nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. di Emmelina de Renzis ed Emma Battaglini, terza edizione rivista e aggiornata da W. Schwarz, Gius. Laterza & Figli, Bari, 1947, in un passo nel quale metteremo in evidenza alcuni punti importanti, alle pp. 283-284, possiamo leggere:

«Oltre a questa sorgente di illusioni ve n’è un’altra; questa si palesa quando si dà interpretazione errata alle impressioni che si ricevono. Nel mondo fisicosensibile un esempio tipico di tale illusione si può avere quando, seduti in ferrovia, si crede che gli alberi si muovano nella direzione opposta al treno, mentre invece siamo noi che ci muoviamo col treno. Tali errori nel mondo fisico-sensibile non sono sempre così facili a constatare, quanto quello molto semplice appunto descritto; nondimeno è evidente che in questo mondo l’uomo trova anche i mezzi per eliminare tali illusioni, purché tenga conto con sano criterio di tutti gli elementi che possono servire alla spiegazione del relativo fatto. Ma la cosa diventa diversa appena si penetra nelle sfere soprasensibili. Nel mondo sensibile l’illusione umana non può modificare la realtà stessa dei fatti, e perciò è possibile di rettificare l’illusione per mezzo di un esame spregiudicato di quelli. Ma nel mondo soprasensibile questa osservazione non è senz’altro possibile. Se un uomo vuole osservare un processo soprasensibile e si avvicina ad esso con criterio errato, introduce nel processo stesso un errore, per cui questo viene talmente intessuto con il fatto, che non è facile a tutta prima distinguere l’uno dall’altro. In tal caso l’errore non è più dell’uomo, né il fatto reale è al di fuori di esso, sibbene l’errore stesso è divenuto parte costitutiva del fatto esteriore; la realtà non può perciò essere rettificata semplicemente per mezzo dell’osservazione spregiudicata del fatto. Questo esempio c’indica una perenne sorgente d’illusioni e di fantasticherie per coloro che si avvicinano al mondo soprasensibile senza giusta preparazione». 

Questa deformazione della realtà oggettiva provocata dalla inconsapevole mescolanza della propria arbitraria soggettività nei processi della conoscenza spirituale è cosa da non sottovalutare minimamente, né essa è ostacolo che venga superato una volta per tutte, giacché nella sfera spirituale non esiste il ʽvivere di renditaʼ, ovvero si dà l’attivo ʽattoʼ di essere, e non il mero, passivo, ʽfattoʼ di esistere, talché il ricercatore spirituale, l’asceta operante, e in particolare lʼIniziato, divengono instancabili ʽlottatori contro la morteʼ, ʽlottatori contro il sonno della coscienzaʼ, ʽdemolitori inesorabili dei deliranti sogni della soggettivitàʼ. Infatti, sempre a p. 284, Rudolf Steiner mette in evidenza come «il discepolo acquista ormai la capacità di eliminare tutte le illusioni che provengono dalla colorazione che la propria natura ha conferito ai fenomeni cosmici soprasensibili». Se ciò non avviene, la situazione si fa severa, perché lʼinconsapevole colludere con la sfera dellʼignoranza, può generare non solo un improvviso riattizzarsi dellʼego, il cui travolgente emergere dalla natura inferiore, della quale è espressione, sembra avere il carattere della irresistibiltà, ma soprattutto la cosa può essere fonte di tutta una serie di pericolose illusioni, non riconosciute come tali, per cui chi di tali perniciose illusioni è prigioniero, non si accorge affatto di esser prigioniero, né sente di esser tale, anzi ritiene di aver raggiunto il nec plus ultra, lʼapice insuperabile della personale evoluzione spirituale. Anche su questo punto cruciale, nella sua Scienza Occulta, a p. 288, Rudolf Steiner si pronuncia in maniera da non lasciar dubbio alcuno a chi voglia sinceramente, lealmente, e coraggiosamente ʽconoscereʼ e, annientando ogni illusione, voglia andare a fondo alla cosa. Cedere alla ipnotica seduzione della natura inferiore, strumento delle avverse potenze antispirituali, è entrare in una sorta di ʽfollia spiritualeʼ – naturalmente inconsapevole – a causa della ʽignoranzaʼ, della accecante ʽavidyâʼ, perciò non riconosciuta, non vista, non scorta e non realizzata come tale. Infatti, nel punto citato, leggiamo:

«È importante il fatto, che quest’esperienza non dà al discepolo il senso di essere un prigioniero, anzi, egli crede di sperimentare qualcosa di affatto diverso. La figura evocata dal «Guardiano della Soglia» può essere tale, da produrre nell’anima di chi l’osserva l’impressione, di avere dinanzi a sè, nelle immagini che sorgono a questo gradino dell’evoluzione, l’intiero assieme di tutti i mondi, di essere insomma arrivato all’apice della conoscenza, e che non le occorra progredire più oltre. Invece di sentirsi prigioniero, il discepolo si sentirà in tal caso il ricco possessore di tutti i segreti cosmici. Non c’è da sorprendersi, che egli possa avere un’esperienza così contraria alla verità, ove si rifletta che, quando sperimenta a quel modo, il discepolo già si trova nel mondo animico-spirituale, e che una peculiarità di quest’ultimo è proprio quella, che gli eventi si presentano al contrario di come sono. In questo libro è stato già accennato a questo fatto, nelle osservazioni sulla vita dopo la morte».

Sùbito dopo, alle pp. 289-290, Rudolf Steiner mette in relazione lʼesigenza del superamento – conquistato mediante una rigorosa autoconoscenza – di ogni forma di ʽillusioneʼ con la duplice esperienza dellʼincontro col ʽpiccoloʼ e col ʽgrandeʼ Guardiano della Soglia, sì eliminare ogni sorgente di illusione, sia essa di origine sia luciferica che arimanica.

«La figura che l’uomo vede a tale gradino dell’evoluzione gli palesa un aspetto del «Guardiano della Soglia» diverso da quello con cui la prima volta si era presentato, poiché allora il discepolo poteva vedere in lui tutte le qualità possedute dal Sé abituale dell’uomo, per effetto dell’influenza delle forze di Lucifero. Orbene, durante il corso dell’evoluzione umana, per virtù dell’influenza di Lucifero, un’altra forza è penetrata nelle anime degli uomini, la forza detta di Arimane. Questa è la forza che impedisce all’uomo durante l’esistenza fisica di vedere le entità spirituali animiche del mondo esteriore nascoste dietro alla superficie del mondo sensibile. Quello che l’anima dell’uomo è divenuta sotto l’influenza di tale forza si manifesta nella figura, di cui l’immagine si presenta al discepolo durante l’esperienza descritta. L’uomo che si avvicina a questa esperienza con una preparazione sufficiente saprà darle il suo vero significato, e in tal caso gli si manifesta poco dopo un’altra figura, cioè, quella che si può chiamare il «grande Guardiano della Soglia», la quale lo ammonisce a non fermarsi, ma a lavorare energicamente per progredire più oltre. Questa figura desta chiaramente la coscienza, nell’uomo che l’osserva, che il mondo da lui conquistato diventa una realtà e non si trasforma in illusione, purché il lavoro venga giustamente proseguito. Se un uomo però che ha seguito una disciplina errata dovesse avvicinarsi a questa esperienza senza la necessaria preparazione, alla vista del grande «Guardiano della Soglia» egli si sentirebbe l’anima invasa da un sentimento, che si può qualificare come «di infinito terrore», di invincibile paura.

Come l’incontro col «piccolo Guardiano della Soglia» offre al discepolo l’occasione di verificare, se egli è al riparo dalle illusioni che potrebbero sorgere dall’intromissione della sua personalità nel mondo soprasensibile, così pure egli può mettersi alla prova, con le esperienze che conducono finalmente al «grande Guardiano della Soglia», per verificare se è capace di resistere alle illusioni, che derivano dalla seconda sorgente sopra descritta. Se sa resistere alla potente illusione, che gli presenta il mondo immaginativo da lui raggiunto come una ricca conquista, Mentre egli invece non è che un prigioniero, allora si troverà anche al riparo, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, dal pericolo di confondere l’apparenza con la realtà.

Come l’incontro col «piccolo Guardiano della Soglia» offre al discepolo l’occasione di verificare, se egli è al riparo dalle illusioni che potrebbero sorgere dall’intromissione della sua personalità nel mondo soprasensibile, così pure egli può mettersi alla prova, con le esperienze che conducono finalmente al «grande Guardiano della Soglia», per verificare se è capace di resistere alle illusioni, che derivano dalla seconda sorgente sopra descritta. Se sa resistere alla potente illusione, che gli presenta il mondo immaginativo da lui raggiunto come una ricca conquista, mentre egli invece non è che un prigioniero, allora si troverà anche al riparo, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, dal pericolo di confondere l’apparenza con la realtà.

Il «Guardiano della Soglia» assumerà, fino a un certo punto, una figura individuale per ogni singolo uomo. L’incontro con esso corrisponde appunto all’esperienza, per mezzo della quale il carattere personale dell’osservazione soprasensibile viene superato e vien data la possibilità di penetrare in una regione, in cui le esperienze sono libere da qualsiasi colorazione personale, e che è aperta ad ogni entità umana».

Di persone che hanno esperienze estranormali, talvolta impressionanti, che – in assoluta buona fede – credono essere oggettive esperienze spirituali, mentre sono solo un mondo di immagini soggettive, partorite da una vita animica che risente di un forte coinvolgimento rispetto alle dinamiche della corporeità, ne ho conosciute molte, e ne conosco tuttora. In taluni casi, tutto ciò rimane nellʼàmbito di una vita e di una convinzione personale, discutibile quanto si vuole, ma che in fin dei conti ha una influenza molto limitata o addirittura nulla sul mondo. Ho incontrato altresì persone, invece, le cui esperienze erano sane, spontanee, quindi non ricercate, frutto di una veggenza atavica, proveniente da vite passate, e non risultato di un qualsivoglia discepolato occulto, regolare o irregolare che fosse. Tali persone possono – ripeto: possono – aver ricevuto (non spetta a noi indagare il perché) speciali ʽdoniʼ dal Cielo e dai Numi, e per la loro semplicità e purezza dʼanimo, per la loro moralità, per il loro totale disinteresse personale, non sono portate ad abusare di tali celesti ʽdoniʼ. In momenti per me veramente difficili, e a volte tragici, della mia vita passabilmente agitata e convulsa, ebbi molto aiuto da alcune persone del genere, ed esse avranno sempre tutta la mia gratitudine e il mio più fervido sentimento fraterno.

Diverso, invece, è il caso di chi abbia tali esperienze in séguito ad un particolare discepolato occulto. Il Sentiero seguito può essere regolare o irregolare, e ciò comporta una notevole differenza nei risultati. Un Sentiero occulto irregolare non può produrre altro che risultati guasti, non può maturare altro che frutti velenosi, che intossicano lʼanima, ne oscurano la visione, e ne deformano gli organi. Ma anche nel regolare Sentiero occulto, nella ʽVia solareʼ non mancano i pericoli, come abbiamo visto, perché un tale Sentiero regolare deve – assolutamente deve – essere pure seguito  in maniera regolare. Il che non sempre avviene. Il Sentiero dellʼIniziazione può essere affatto esente da pericoli per chi lo percorra con ʽumiltàʼ – quella vera, non quella ipocrita e stucchevole, continuamente ostentata dai predicatori della ʽvia dellʼanimaʼ – ed abbiano autentica ʽsinceritàʼ, ʽretta intenzioneʼ, ʽlealtàʼ, nonché quella ʽfedeltàʼ alla Via, che, come abbiamo messo in evidenza più sopra, è la tecnica fondamentale, lʼArte vera dello Spirito. 

Nel caso in cui il regolare Sentiero dellʼIniziazione non venga rettamente e regolarmente seguito tenendo conto di tutte le indicazioni operative e le chiare avvertenze, che con generosa abbondanza – per esempio, nei più volti citati libri scritti, LʼIniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, e La Scienza Occulta nelle sue linee generali – e in innumerevoli cicli di conferenze da Rudolf Steiner – di ʽpericoliʼ ne sorgeranno di troppi. Altre, preziose e numerose, indicazioni operative il sincero ricercatore spirituale le può trovare negli scritti di Massimo Scaligero. In ambedue i casi, possediamo un vasto materiale col quale il discepolo può lavorare per molte vite. Ma vi sono molti ʽintelligentissimiʼ sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito – che invariabilmente si ritengono particolarmente ʽfurbiʼ e ʽnavigatiʼ – i quali fanno ʽarrangiamentiʼ, ʽpersonali variazioniʼ, alle suddette semplicissime, chiarissime, e soprattutto esplicite, indicazioni operative del Maestro dei Nuovi Tempi, nonché a quelle comunicate da Massimo Scaligero, e non di rado le suggeriscono, o addirittura le impongono, a propri ingenui e fidenti seguaci, allontanandoli così dal retto Sentiero. Rudolf Steiner è esplicito a proposito della natura illecita di cotali ʽarrangiamentiʼ e ʽpersonali variazioniʼ. Egli affermò sempreapertis verbis – che gli esercizi da lui indicati non erano affatto sue escogitazioni e invenzioni, bensì erano o esercizi antichi e fedelmente trasmessi per secoli allʼinterno della Fraternitas Rosae+Crucis, o direttamente comunicati dal Mondo Spirituale, così come comunicati sempre dal Mondo Spirituale furono gli stessi esercizi antichi. Ed aggiungeva che il discepolo deve – assolutamente ʽdeveʼ, non che ʽpuòʼ – eseguirli wortwörtlich, ossia ad litteram, senza permettersi variazione alcuna rispetto alle indicazioni prescritte. A volte – ne ho potuto per decenni constatare casi eclatanti, anche recentissimi – gli ʽintelligentissimi innovatoriʼ cercano di spacciare – mentendo e ben sapendo di mentire – le loro discutibili personali invenzioni per indicazioni autentiche di Rudolf Steiner o di Massimo Scaligero: la totale malafede di costoro è patente.

Si è non di rado presentato il caso che talune persone sulla base di tali ʽesperienzeʼ irregolari, di natura ambigua, quando non palesemente di origine medianica o patologica, contraddicenti in maniera totale ed evidente lʼinsegnamento sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, si sentissero ʽmissionateʼ a trasmettere il proprio insegnamento  allʼinterno della Comunità Solare, cercando di sostituirlo, abilmente o brutalmente, a quello dei Maestri, e a quello ʽregolareʼ, verificato, ed invariabilmente identico e conforme alla sana esperienza, innumerevoli volte sperimentata, di fedeli discepoli della Via. A chiunque guardi – con ʽocchio rischiaratoʼ, direbbe il Buddha Shakyamuni salta agli occhi come, ad un esame sereno ed equanime, un tale ʽmirabileʼ insegnamento, che si vorrebbe introdurre sostituendolo a quello regolare donatoci, confligga – sia nel metodo, sia nei risultati, sia infine nella maniera in cui viene trasmesso – con quello di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

Siffatte ʽrivelazioniʼ sono ʽirregolariʼ rispetto al metodo, in quanto non sono ottenute attraverso una lucida sperimentazione scientifica, scevra di ʽpre-suppostiʼ e ʽpre-giudiziʼ ideologici e soprattutto confessionali, basata sullʼesperienza del momento originario del pensiero poggiante unicamente su se stesso. Sono ʽirregolariʼ per quanto riguarda i risultati, in quanto le ʽrivelazioniʼ risultanti da tali ʽesperienzeʼ irregolari, di natura patologica, o visionaria, o medianica, contraddicono in maniera aperta – affermando lʼesatto contrario – i risultati della Scienza dello Spirito, ogni volta severamente verificati per anni, e solo dopo comunicati da Rudolf Steiner. Sono ʽirregolariʼ per quel che riguarda la maniera di trasmissione, in quanto essa agisce mediante un forte coinvolgimento emotivo, e in taluni casi istintivo, nei confronti di ascoltatori, ricettori passivi dallʼattenuato senso critico e dal pensiero poco o punto autonomo. Lʼautentica Scienza dello Spirito non agisce mai per via di suggestione, o sollecitando emozioni, o agendo magicamente sulla sfera della volontà. Essa non impone mai – se abilmente o brutalmente, poco importa – ʽrivelazioniʼ che debbano essere credute, bensì offre contenuti di pensiero che devono essere ripensati, verificati, profondamente meditati, rigorosamente sperimentati risalendo sino al momento originario del loro scaturire dal pensiero vivente.

A volte, nel caso di queste persone deiderose di assumere un ruolo magistrale e di trasmettere un proprio personale insegnamento, vi sono ʽpre-suppostiʼ non dichiarati, abilmente e accuratamente celati – vere e proprie ʽipotesi clandestineʼ, come le definirebbe il Prof. Vasco Ronchi – frutto di ʽpre-giudiziʼ ideologici o confessionali, che si sanno essere in contrasto, nel metodo e nel merito, con la rosicruciana Scienza dello Spirito, con la rigorosa Via del Pensiero. Si preferisce che tali ʽpre-suppostiʼ rimangano celati, che le ʽipotesi clandestineʼ non vengano esaminate o poste in discussione, che le patenti ʽcontraddizioniʼ rispetto alle esplicite comunicazioni di Rudolf Steiner non vengano scorte e rilevate. Chi tentasse di farlo verrebbe accusato di presunzione, e invece di esaminare serenamente la consistenza delle obbiezioni sollevate, ci si sottrarrebbe con sdegno ad un tale esame, e si si procederebbe alla demolizione della credibilità del temerario, nonché gli si farebbe attorno terra bruciata, attuando nei suoi confronti uno spietato ostracismo. Valuti ognuno il più serenamente possibile quanto possa essere onesto, morale, e soprattutto leale nei confronti della Verità un tale modo di procedere.

Nel corso del presente studio – al quale le presenti considerazioni vogliono essere la premessa metodologia – sarà necessario esaminare alcuni temi – uno dei quali, nella misura in cui il Cielo e i Numi me ne concederanno le forze, sarà quello del Graal – rispetto ai quali sarà necessario e doveroso fare chiarezza su quanto provenga dalle comunicazioni, verificate rigorosamente esatte, della Scienza dello Spirito, provenienti dalle investigazioni di Rudolf Steiner, e quanto, invece, provenga da fonti diverse, confliggenti nel metodo e nel merito con le suddette comunicazioni. Un tale esame potrà creare non poche difficoltà a chi sia immerso in una sorta di sonno dogmatico, ovverossia a chi – in assoluta buona fede, sia ben chiaro – abbia accolto, senza preventivo esame e sulla base della sola fiducia, ʽrivelazioniʼ che, se non corrispondenti al vero, possono portare molto fuori strada, e in situazioni non poco pericolose.

Il più grande onore, la maggiore venerazione, sono e saranno per noi da tributar sempre e solo nei confronti della Verità, verso la quale è spiritualmente vitale mantenere una lealtà senza compromessi. E, come dice la mia amica Fang-pai, sapiente Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, è fondamentale «procedere sulla Via senza mai smarrire, o dimenticare, o peggio tradire la propria intenzione originaria, essendo anzi sempre fedeli ad essa a qualsiasi costo».

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2022

Anno XXVII n. 1

Gennaio 2022

TU SCENDI DALLE STELLE

ECOANTROPOSOPHIA.IT augura  BUON NATALE a tutti i suoi amici lettori coi grandi maestri italiani Pavarotti e D’Annunzio.

La poesia che segue  fa parte delle Laudi del cielo, una serie di 5 libri, pubblicata dal Vate tra il 1903 ed il 1912

I Re Magi
.
Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.
.
(Gabriele D’Annunzio)

L’ ABISSO TRA PRATICA E TEORIA

Certi quesiti non sono ovvi e non lo saranno mai: sono, per così dire, il centro di tutto.
Non nel senso sapienziale ma in pratica. Che la pratica sia abissalmente distante dalla teoria, è forse il fenomeno più grave che l’antroposofia ha trovato sul suo cammino: l’inciampo gravido di conseguenze.  Convengo da subito che, essendo nella sua natura di un’esperienza umana intima e individuale – anche quando venga svolta correttamente secondo le proprie leggi che in pratica sono diverse da quanto l’anima sperimenta di solito – è praticamente impossibile dare in parole il modello. O meglio, questo è stato fatto da Massimo Scaligero.
Ritengo sia un dovere di alto rispetto ricordare a tutti gli amici come Scaligero sia stato, ai nostri giorni, l’individualità più limpida, qualificata e autorevole nel comunicare, con logica adamantina, il senso del pensiero e della sua ascesi. Consiglio caldamente la lettura completa e alla presenza di tutta l’anima (come quando si affronta un pericolo mortale) di almeno qualche suo scritto. Sottolineo inoltre che, per avvicinarsi alle nostre teste dure, con il Manuale pratico della Meditazione o con le Tecniche della Concentrazione interiore, Scaligero ha fatto l’impossibile: condensando il nucleo dell’Insegnamento già in poche, iniziali pagine.
In chi questo continua a non voler comprendere, c’è da ritenere come pregressa una tragica subordinazione a un danno cerebrale o a una straordinaria forza d’odio (lasciando un po’ in pace il karma che, come il ferro, se riscaldato, si rimodella). Dovrei citare anche la curiosa categoria dei negatori del giorno dopo: genía di squallor cortese che non merita una virgola tra spazi vuoti.
Nessuno tra questi esseri comprenderà mai che ‘tradire’ Scaligero è tradire la Scienza dello Spirito e con essa Rudolf Steiner.
Dove qualcuno pensasse ad una acritica subalternità capitatami per infauste e indefinite cause, sbaglia alla grande. Il destino mi portò allo studio serrato della Filosofia della Libertà e, dopo tre anni di lavoro costante, ai primi testi di Scaligero: un binario e due rotaie che attraversarle per lungo mi triturò un decennio, combattuto giornalmente con spirito critico perché ero pienamente cosciente che era la mia vita e non chiacchiere la posta in gioco per cui stavo lottando pensando quei pensieri.
Spesi dieci anni tra confronti, dubbi, giudizi critici espressi con la massima autonomia possibile, e non fui solo ma confrontavo ogni pensiero che spremevo (soffrivo) con alcuni amici, incredibilmente leali.
Questo al punto che, finalmente connessomi con Scaligero direttamente, gli incontri con certi suoi ‘devoti’ mi lasciavano un sentimento di forte estraneità, come fossi…“un marziano a Roma”, non incontrando a quell’epoca nessuno che vivesse nel pensiero di Scaligero.
E su quanto ho scritto con piena sincerità, poi, come al solito, ognuno giudichi come vuole.
Allora: pensiero e concentrazione. Il pensiero abituale è il passivo involucro o strumento di tutto meno che di se stesso. La minima sensazione di vitalità che pare giustificarlo come esso appare, è data dalle emozioni, dai ricordi e dalle brame. Liberare il pensiero da questa passività è l’operazione per cui si realizza la forza-pensiero che, nella zona metafisica simboleggiata spazialmente dalla testa, è parte del mondo di forze creatrici chiamato “mondo eterico”.
Il passo essenziale, eluso dal sapere, rifiutato da tanti, respinto da molti, incompreso dai più, è quello di trasformare il pensiero da scopo sufficiente della vita interiore comune a strumento o veicolo dello Spirito. Al ricercatore si aprono due vie: rimanere sul terreno ordinario in cui si giudica, si correla e si deduce su ogni cosa, anche sullo spirituale – pensato come un dato più nobile o più segreto – oppure praticare con coraggio e dedizione un’opera continua e concreta attraverso la quale giungere  a realizzare l’inutilità del giudizio, delle deduzioni ecc. Insomma l’inconsistenza di tutti i propri pensieri, azzerandoli per percepire il valore potente della forza-pensiero. Della quale il silenzio profondo è l’annunciatore.
Il pensiero, totalmente sottratto ai significati, viene percepito come una corrente viva di forza/luce. Tale corrente apre la strada del cuore eterico (è la via d’incontro del Logos eterico) che permette di percepire/sentire il pensiero macrocosmico, attivo universalmente e operante nella nostra intera struttura. La concentrazione è l’asse portante delle esperienze indicate, ove l’assunzione di testi o generiche disponibilità animiche o pratiche armonizzanti sono soltanto burle inutili. Per l’operatore essa si presenta organizzata su molti livelli. In effetti l’operazione è semplice ma l’uomo è complicato, e con queste complicazioni sue deve fare i conti. Magari evitando da subito le ulteriori dialettiche che non finirebbero mai.
Chi può, coltivi un sentimento di fondo: la concentrazione non è uno tra i tanti esercizi, ma è il più possente Rito che l’uomo di oggi possa officiare. È l’Arte della più alta magia dei tempi nostri.
È la via di Michael: discorsivamente rimuginabile e che perciò rimane segreta: nel pensiero cosciente si desta l’elemento puro della volontà. La volontà pura, senza oggetto (senza brame) diviene un auto-volersi del Volere: è il veicolo di Michael e della Forza di cui esso è veste.
Contro la Concentrazione esiste un esercito, sempre rinnovato con truppe fresche, di figure il cui tratto comune è la totale carenza di esperienze metadialettiche: magari se ciò fosse solo effetto di un’impotenza personale, potrebbe venir parzialmente sostituita da assenza di pregiudizi, onestà e logico rigore. Non è così. Anzi maggiore è la brama di ‘essere qualcuno’ con il codazzo biforcuto di discepolume e di responsabilità spiritual-organizzative, minima o nulla è una seria disciplina che porti ad uno straccio di obiettiva esperienza.
In parole povere è necessaria una scelta fondamentale tra la vanità personale e la ricerca trascendente: trascendente nel senso che deve trascendere i soggettivismi e le traduzioni volte al basso che i castrati spirituali portano volentieri con sé.
Tra i falsi indicatori, tra ipocrisia, menzogne e parole vuote, regna una gran confusione: parlano di controllo scambiandolo per concentrazione e viceversa, indicano pericoli per il sentire e il volere, e se poi leggo opinioni del tipo “si provi prima a volere e dopo a pensare”: qui osservo un caos in cui il minimo epistemologico è finito in fondo alla fossa delle Marianne. A questo punto di non ritorno è impossibile comprendere come la concentrazione sia già volere in atto e come il sentire arresti (finalmente) la sua funzione inferiore. Al punto, scrive il Dottore in un mantra fondamentale per l’asceta, che “l’umano sentire quieto svanisca”.
È semplice: l’ordinario pensiero è l’unica attività che contrasta lo Spirito, falsificando quelle forze che chiamiamo sentire e volere. La reintegrazione del pensiero al proprio principio originario riabilita tutta l’anima (e il corpo) alla sua realtà spirituale. In pratica significa attivare un impeto straordinario che porti il soggetto pensante alla estinzione di sé e oltre essa. Chi è capace di tanto? Verrebbe da rispondere: “Nessuno”. Ma non sarebbe del tutto vero.
Il soggetto può accrescere forza illimitatamente, ed è con questa forza in eccesso che la ‘natura’ può venir superata. Tecnica, allenamento e rafforzamento progressivo sono ciò che occorre. Poi, come ho già detto, i livelli di realizzazione sono tanti e variano per ogni operatore, ma sono anche ignoti e incomprensibili per i venditori di antroposofia, i ciarlatori ed i ciarlatani.
Le modificazioni della coscienza sono le tappe della Via, e soltanto presso ognuna di esse acquista significato qualche ulteriore esercizio per il quale, sia detto per inciso, quello che trovi scritto nei testi è solo una conferma di quanto si è già compreso per esperienza: un’occhiata alla cartina stradale durante il viaggio.
Di più: la lettura sbalordisce poiché, sebbene l’indicazione scritta permanga esatta alla virgola, ora si comprende che quello che si era compreso era del tutto diverso da ciò che credevamo fosse una indicazione compresa: come la strada è diversa dal segno tracciato sulla cartina. Cosa: si comincia dominando il pensiero che ci domina… ed è un lavoro lungo e faticoso.
La gente ama i separé terminologici, ma pure questi sono autolimitanti: col coraggio del santo o del ladro, appena possibile si tenti la concentrazione, focalizzando l’attenzione tutta su di un oggetto di pensiero e basta. Non giudicare poi che il meglio è stato assai breve: in effetti la totale continuità dell’attenzione è breve per tutti. Poi, durante la giornata si ritenti. Quanto? Il più possibile. Mica è una passeggiata! Però dopo subentra con chiarezza la sensibilità per il quanto che riesce dallo sforzo sterile.
Nemmeno questa è una regola assoluta, poiché nessuno ci obbligherà a non tentare, talvolta, il ‘molto di più’, magari su base infrequente. Che venga usata la quantità o l’intensità il senso è lo stesso: superare i limiti, quasi sempre auto inflitti energicamente. Lo si sappia o meno.

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2021

Anno XXVI n. 12

Dicembre 2021

In questo numero:

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. TREDICESIMA PARTE.

 

Pur senza chiedere il permesso del candido lettore – della cui tolleranza, mi rendo conto, spesso abuso – mi prendo la licenza di parlare, in una maniera che potrà apparire a tutta prima divagante, di un tratto curioso della mia vita, che un tempo mi appariva assai enigmatico, ma che trovò poi la sua ragion dʼessere alla luce di una serie di eventi nei quali il destino operò con caratteri di assoluta fatalità. È davvero il caso di dar ragione allo stravagante e simpaticissimo Oscar Wilde il quale affermò che: «La vita è lʼinsegnante più difficile. Prima ti fa lʼesame, e poi ti spiega la lezione». A tale proposito, mi ritornavano ogni volta in mente le parole, dapprima enigmatiche e poi illuminanti di Rudolf Steiner, il quale nella sua Filosofia della Libertà, nella ottima traduzione a cura di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 19, così si esprime:

«Che significato può avere per me il potere o non poter fare una cosa, quando dal motivo io fossi obbligato a farla? Ciò che importa anzitutto non è se io possa o no fare una cosa quando il motivo ha agito su di me, ma se esistano motivi tali da agire su di me con necessità costringente. Se io debbo volere una cosa mi è, in certi casi, del tutto indifferente che io possa poi farla o no. Quando, a causa del mio carattere e di circostanze esterne, mi venisse imposto un motivo che il mio pensiero riconoscesse come irragionevole, dovrei anzi essere contento di non poter fare quello che voglio».

Beh, la vita – senza chiedermi preventivamente nessun ʽconsenso informatoʼ – mi portò a dover fare lʼesatto contrario di quel che, in una maniera che a me appariva del tutto ragionevole e legittima, avrei desiderato. Mi sarebbe piaciuto fare il liceo classico, e venni invece mandato allo scientifico. Avrei voluto proseguire con gli studi nel campo dellʼOrientalistica – la mia passione erano: lingue orientali, storia, filosofie e religioni dellʼOriente – magari a Caʼ Foscari a Venezia o allʼIstituto Orientale di Napoli, ed invece mi ritrovai per quattro anni a studiare Ottica e Scienza della Visione in un borgo della campagna toscana, che aveva sì e no mille anime. Avrei voluto andare in Oriente, e perseguire colà, in un regime di felice, errante, spartana povertà, la ricerca di una Conoscenza liberatrice, la vidyā e la mukti dell’antichissima sapienza indiana, della quale ero innamoratissimo, e invece i Numi, più accorti e ben più savi di me, e soprattutto alquanto preoccupati di cotanta mia noncurante e lieta spensieratezza, mi fecero passare – qua in Occidente e non in Oriente – un periodo breve ma molto agitato dal punto di vista esteriore. Ma alla fine tutto ciò mi portò esattamente là dove dovevo arrivare. E capìi più tardi come tutto ciò fosse stato, in ogni suo singolo aspetto, assolutamente necessario. E, piano piano, intuii come tutto ciò corrispondesse realmente a qualcosa di ʽconosciutoʼ e di ʽvolutoʼ nellʼesistenza prenatale da parte del mio essere più profondo. Tale preordinato intreccio di situazioni e di eventi mi portò, nellʼagosto del 1969, ad incontrare L., il quale mi mostrò la Via e mi fece incontrare Massimo Scaligero: già questo basterebbe ed avanzerebbe, perché – come mi disse una amica sapiente – colui che ti fa conoscere Massimo Scaligero è certissimamente lʼamico più grande della tua vita! Ma anche tutta la serie deglʼincontri che si son succeduti poi nel corso di molti anni e decenni – importanti per il mio cammino nella Scienza dello Spirito, e decisivi per la mia stessa vita interiore ed eziandio per quella esteriore – sono scaturiti dal percorso attraverso varie esperienze che, lo ripeto, mi fu imposto dall’enigmatico destino, senza peraltro richiedermi mai verun preventivo ʽconsenso informatoʼ. Ma, ne devo convenire col simpaticissimo Oscar Wilde, la successiva ʽspiegazioneʼ è stata molto ʽconvincenteʼ e, devo dirlo, del tutto ʽsoddisfacenteʼ. Questo, anche rispetto a successivi e numerosi periodi della mia vita, anchʼessi notevolmente agitati, ma che, poi, hanno essi pure portato risultati insospettati e, devo proprio dirlo, per me davvero insperati. Si capirà in un successivo studio il perché dellʼesposizione delle presenti considerazioni, solo in apparenza di contenuto e valore personale. Il candido lettore abbia ancora un pochino di benevola pazienza.

Uno dei risultati maggiormente notevoli di questo mio, in apparenza stravagante e divagante percorso, fu lʼincontro con una amica di rango spirituale veramente alto, che si rivelò nei miei confronti una preziosa, leale, e infinitamente cara ʽcompagna dʼarmiʼ: per me essenziale per tutta una serie di rigorose distinzioni di valori, che dovetti operare sia nella mia ricerca interiore, che nelle conseguenti scelte esteriori. Ho già avuto occasione di raccontare su questo scomodo, e temerario blog, come ebbi modo dʼincontrare Hella Wiesberger per la prima volta a Dornach, ai primi di aprile del 1985, alla Rudolf Steiner Halde, a quel tempo ancora sede della Rudolf Steiner Nachlassverwaltung, ossia della benemerita Istituzione che curava il Lascito di Rudolf Steiner e quello della sua più grande e più stretta collaboratrice Marie Steiner. Il Lascito ha fatto per decenni opera sommamente meritoria col salvare l’eredità spirituale di Rudolf Steiner e della sua fedele compagna di vita e di lotta dal saccheggio, dalla deformazione, dalla voluta alterazione, dalla premeditata occultazione, dalla dispersione, dalla strumentalizzazione, che ne facevano Albert Steffen, Guenther Wachsmuth and Co., con metodi che Marie Steiner ebbe a definire da “gangsters”: metodi portati avanti dopo di loro per alquanti decenni, in perfetta malafede, da coloro che son poi succeduti allo Steffen nella direzione della Società Antroposofica Universale. Naturalmente, di quanto affermo ho le prove provate – anche cartacee – di come Marie Steiner, dopo esser stata emarginata e derubata, venisse sabotata, vilipesa, e calunniata nella maniera più ignobile e meschina. A tale proposito, Hella Wiesberger mi trasmise, sin dal nostro primo incontro, tutta una documentazione da lei stessa raccolta, con sopra pure i suoi personali commenti autografi: documentazione che parla un linguaggio che più chiaro non potrebbe essere, e che conservo come un piccolo aureo tesoro personale della nostra militante amicizia. Persino nel bollettino della sezione italiana della Società Antroposofica apparve decenni fa un attacco calunnioso dellʼallora presidente del Vorstand, appunto, ossia della Direzione dornacchiana della Società Antroposofica, Rudolf Grosse, contro Marie Steiner e Hans Werner Zbinden, il suo più stretto e fedele collaboratore. Più recentemente, si son potuti vedere critiche e attacchi alla figura stessa di Rudolf Steiner e alla sua Opera da parte di preminenti rappresentanti della direzione del Goetheanum, come il tedesco Bodo von Plato, apertamente colluso e in combutta con calunniatori al soldo della nota potenza straniera dʼOltretevere, come il livido e cinico teologo e storico svizzero Helmut Zander.

Non meraviglia che tali deprecabili eventi si siano verificati nella Istituzione alla quale Rudolf Steiner dedicò il suo generoso operare, e alla quale alla fine fu costretto – più che per il veleno propinatogli dalla ʽparte avversaʼ, per la inadeguatezza, la superficialità, la fatuità, la vanità, la pavidità, e in taluni, gravissimi casi, per veri e propri tradimenti di taluni antroposofi – a sacrificare la sua stessa vita. La cosa non meraviglia affatto, perché nella nostra amata Italia, oggetto di avversione e persecuzione, oltre che della superficialità, vanità, pavidità e stupidità, da parte di coloro che pur avevano ricevuto l’aristocratico dono della Scienza dello Spirito, l’inestimabile donazione celeste dellʼAntroposofia, furono, sia in vita che dopo la loro dipartita, prima Giovanni Colazza, e poi Massimo Scaligero. Ambedue furono, oltre che diffamati e perseguitati, anche vilmente traditi proprio da coloro che meno di tutti gli altri avrebbero dovuto. Anzi, proprio nel caso di Massimo Scaligero, dopo la sua dipartita, si ripeterono − come da lui profeticamente previsto in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, p. 38, ove scrive che: «Contro l’Impulso Solare di questa epoca, è prevista una serie di attacchi, da quelli frontali a quelli insidiosi e inconsci (ho persino accennato ad attacchi dall’interno medesimo della cittadella, ad opera degli zelatori discorsivi delle dottrine)» − con una dinamica in maniera stupefacente simile, la serie di eventi proditori e predatori che avvennero dopo la morte di Rudolf Steiner. Ma per il momento, de hoc satis. Avremo sicuramente occasione e modo di riparlarne.

***

La Scienza dello Spirito reca allʼattuale essere umano una conoscenza di sé – a rigore di termini, dovrei dire conoscenza della sua anima, perché è il , o lʼIo, colui che la conosce – la quale, oltre ad essere oltremodo preziosa, gli è assolutamente necessaria. Assolutamente necessaria, soprattutto sʼegli vuole inoltrarsi nellʼaspro sentiero dellʼIniziazione, se coraggiosamente vuole elevarsi allʼesperienza spirituale diretta, alla percezione immediata della realtà essenziale, occulta, non apparente, del mondo dello Spirito. La Via ad una tale vita spirituale più alta, in particolar modo per lʼuomo attuale, non è scevra di pericoli. In realtà, essa potrebbe essere affatto scevra di pericoli se, e solo se, il discepolo del sentiero occulto seguisse con geometrica esattezza, con algebrica precisione, la Via retta, diritta, senza veruna deviazione, senzʼalcun personale arbitrio, l’aureo Sentiero che gli viene indicato. Ma, per far ciò, occorre assolutamente avere un cuore puro. Purtroppo, come avverte il vecchio Tolkien, «il cuore degli uomini si corrompe facilmente». Occorre, inoltre, possedere una volontà coraggiosa, eroica, tenace, ostinata, risoluta, che si dimostri dura contro gli innumerevoli ostacoli che ne intralceranno il cammino, ossia dura contro queglʼinnumerevoli, troppi, ostacoli che tenderanno a fiaccarne e ad usurarne la forza. Ora, se un tale cuore puro non è ancora presente, è assolutamente necessario che lo si generi. Se una tale risoluta, dura, volontà non è ancora posseduta è assolutamente necessario chʼessa venga conquistata. Per generare un tale cuore puro, e conquistare la risoluta volontà necessaria alla realizzazione spirituale alla quale audacemente aspira, cioè allʼIniziazione, il discepolo deve possedere quella che Massimo Scaligero in Tecniche della concentrazione interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, nel XXII capitolo, Determinazione assoluta, pp. 152 e segg., pone come una esigenza imprescindibile. Ma una tale ʽdeterminazione assolutaʼ non è cosa che sʼimprovvisa: è essa stessa aspra conquista e risultato di una inflessibile, oserei dire ostinata, ascesi. Emblematiche sono le parole – in alcuni punti da me messe in evidenza – di Massimo Scaligero, che leggiamo alle pp. 158-161:

«Nello sperimentatore realmente moderno, il processo interiore dellʼAutocoscienza, sorta mediante la determinazione del pensiero nella sfera matematico-fisica, può assurgere, per via di trapassi dinamici mediati dalla logica dellʼelemento libero del pensiero, a processo trascendente. Al quale risponde lʼArchetipo cosmico: il Logos, che già ha operato lʼunione dellʼumano con il Superumano.

Lʼuomo volitivo, libero edificatore della propria coscienza, può dimostrare a se stesso, non dialetticamente, ma sperimentalmente, la realtà del Logos: la sua trascendenza, nella immanenza: il potere assoluto del Fondamento, che non può non essere intimo allʼIo. LʼIo ha in sé tutta la Forza: deve soltanto essere se stesso, per attuare secondo Essa la comunione con il mondo. […]

Il discepolo che coltivi lʼintento profondo, può conoscere il momento magico, di una lucidezza assoluta, rivelatore di tutta la Forza a venire. Per attimi egli può realizzare come forza della decisione pura la Memoria delle cose divine. È un moto dellʼIo che ancora non realizza il senso finale dellʼAscesi, ma ne intuisce il contenuto ultimo di trasmutazione: un atto che  a t t r a v e r s a  tutta la vita, giungendo sino al fisico, con la potenza di un istinto irresistibile: movendo dal puro Io.

Questo impulso dellʼIo, scocca istantaneo, dallo Spirituale alla corporeità, anche senza le discipline che gli abbiano ancora aperto il varco. È un momento di ricordo dellʼIo, che si apre il varco da sé, ma solo istantaneamente, essendogli ancora impossibile la continuità. Mediante la concentrazione, la continuità può essere iniziata dallʼanima, che afferri il senso dellʼAscesi indicata da quel momento trascendente: momento in realtà donato dal Mondo Spirituale.

È il momento di una decisione dellʼIo, di cui occorre percepire la forza unificante dal metafisico al fisico, per ricordarlo e fare di esso lʼintento profondo. Quello scoccare dellʼIo, infatti, svanirà: sia pure per ripresentarsi in altri momenti decisivi, come autoritaria Luce originaria, indicatrice dellʼintento dimenticato.

Riguardo a tale possibilità, quello che umanamente difetta è il potere del ricordo, della coerenza, della fedeltà. Questo momento dellʼIo, che può lasciarsi percepire dopo una estrema tensione della volontà, o del dolore, esige diventare d e t e r m i n a z i o n e   a s s o l u t a: esso tende a scomparire dopo aver irradiato la sua istantanea Luce: non può perdurare, perché lʼattuale costituzione dellʼuomo non è preparata a sostenerne la Potenza. Esso indica un còmpito, ma non può sussistere come impulso: la sua istantaneità può divenire continuità soltanto nellʼassunto ascetico. Il contenuto qualitativo dellʼascesi, la retta concentrazione, la retta meditazione, debbono essere presenza di quella direzione: lʼascesi che le corrisponde, non unʼascesi condizionata dalla natura. Lʼintento profondo deve quotidianamente costruire se stesso come intuito rinnovato della balenata direzione dellʼIo. Questo intento, ove perduri, è la misura del ritrovamento della Memoria delle cose divine, e dellʼAscesi che veramente le corrisponde, nell’attuale tempo».

A tale riguardo è bene che non ci si faccia illusione alcuna. Certo, vi sono molte persone che hanno nellʼanima tante belle qualità, ma tali qualità sono ʽnaturaʼ, persino ʽnatura spiritualeʼ, non sono – o non ancora sono – ʽspiritoʼ. Sono qualcosa di ʽereditatoʼ: dal proprio popolo, dalla stirpe familiare alla quale si appartiene, o possono essere anche ʽereditàʼ di antiche vite, perciò – ancora una volta – appunto, ʽnaturaʼ, non ʽspiritoʼ. Per essere ʽspiritoʼ, esse devono essere conquistaogni vòlta novella conquista – dellʼIo, e non eredità dellʼanima. Lʼeredità dellʼanima è ogni vòlta il meramente ʽesistenteʼ, il ʽpassatoʼ, il ʽdivenutoʼ, il già ʽfattoʼ, il già ʽprodottoʼ, il ʽcausatoʼ, lʼʽeffettoʼ effettuato, il ʽcondizionatoʼ, il meramente ʽcontingenteʼ, mentre solo e unicamente lo Spirito veramente ʽèʼ, e perciò solo esso è lʼeternamente ʽpresenteʼ, il ʽdiveniente mai divenutoʼ, lʼʽattoʼ perennemente attuantesi, il ʽcausanteʼ non causato, lʼeternamente ʽcreanteʼ, e mai creato, ossia: lʼIncondizionato, lʼAssoluto. Perché – come avverte lapidariamente Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore. Lineamenti dellʼesperienza sovrasensibile «nello Spirito non si sta, nello Spirito si è».

Per questo essenziale motivo, seguire la Via della Iniziazione è seguire una ʽVia eroicaʼ: la Via eroica contrapposta alla via egoica. Per lo stesso essenziale motivo, anzi a maggior ragione, voler percorrere il Sentiero della Conoscenza richiede coraggio, un coraggio a tutta prova: tutto il coraggio che il discepolo può generare in se stesso. Infatti, così leggiamo – cito, mettendone in evidenza alcuni punti, da una antica, bella, umile, spartana edizione, che proprio per questo mi è tanto più  cara – in Rudolf Steiner, L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1952, pp. 58-59:

«Per questo via lʼuomo si avvicina sempre più al momento in cui può effettuare i primi passi nellʼiniziazione; prima che ciò si verifichi occorre però ancora una cosa, di cui, forse, la necessità riuscirà dapprima poco evidente al discepolo dellʼoccultismo; più tardi la comprenderà.

Occorre, dunque, che lʼiniziando sia provvisto sotto un certo riguardo di un coraggio e di unʼintrepidità specialmente sviluppati. Il discepolo deve appunto cercare delle occasioni favorevoli per lo sviluppo di queste qualità. Nella disciplina occulta esse devono sistematicamente coltivate, ma la vita stessa, specialmente a questo riguardo, è una buona scuola occulta; forse la migliore. Affrontare serenamente un pericolo, cercare di superare le difficoltà senza sgomentarsi, – di questo deve essere capace il discepolo. Di fronte a un pericolo, egli deve immediatamente sviluppare il sentimento: «il mio timore non serve a niente, non devo avere affatto paura, ma pensare soltanto a ciò che vi è da fare». E deve educarsi a tal punto, che nelle occasioni che prima gli incutevano timore, gli riesca ormai impossibile «aver paura» o «perdere il coraggio», almeno come sentimento interiore. Lʼautoeducazione in questa direzione sviluppa nellʼuomo forze ben determinate, di cui ha bisogno se deve essere iniziato nei misteri superiori. Come lʼuomo fisico ha bisogno della forza nervosa per utilizzare i suoi sensi fisici, così lʼuomo animico ha bisogno di quella forza che si sviluppa in nature coraggiose e intrepide. – Chi penetra nei segreti superiori vede, cioè, delle cose, che le illusioni dei sensi tengono nascoste alla vista dellʼuomo ordinario. Difatti, sebbene i sensi fisici non ci permettono di vedere la verità superiore, essi, appunto per questo, sono anche i benefattori dellʼuomo, perché gli nascondono cose che lo spaventerebbero moltissimo e di cui egli, impreparato, non potrebbe sopportare la vista. Il discepolo deve essere temprato a sopportare tale vista. Egli perde nel mondo esteriore appoggi chʼerano dovuti al fatto di trovarsi imprigionato nellʼillusione, realmente e letteralmente succede, come se si richiamasse lʼattenzione di qualcuno su di un pericolo al quale già da molto tempo era esposto, ma senza saperlo: ora però che sa del pericolo, viene assalito dalla paura, sebbene il fatto di esserne a conoscenza non abbia aumentato il pericolo stesso».

La situazione paradossale dellʼattuale essere umano non iniziato, preso nella imprigionante rete dellʼillusione – della ʽmayaʼ, come la chiamano glʼindiani – è chʼegli teme, più di tutto, proprio quella conoscenza, che gli disvela lʼesistenza del pericolo. Egli – affetto comʼè da viltà conoscitiva – inconsciamente teme, e tenacemente avversa, una tale conoscenza del pericolo più del pericolo stesso, la cui esistenza non vuole vedere, e quanto più una tale conoscenza si fa consapevolmente presente al suo sguardo, tanto più nei confronti di essa crescono in lui tale paura e avversione: sino a diventare una parossistica forma di odio nei confronti di ogni conoscenza spirituale, e nei confronti dello Spirito stesso. Il paradosso, anzi la contraddittoria illogicità della situazione, sta tutta nel fatto che se vi è qualcosa che può diminuire il pericolo è proprio la ʽconoscenzaʼ. Solo essa è fonte di forza e di coraggio; solo essa ha una efficacia liberatrice. Per questo Rudolf Steiner aggiunge alle pp. 59-60:

«Le forze del mondo sono distruttrici e costruttrici; il destino degli esseri esteriori è di nascere e perire. Il savio deve osservare lʼazione di queste forze, il corso di questo destino. Il velo che si stende nella vita ordinaria davanti allʼocchio spirituale deve essere allontanato. Lʼuomo stesso però è contessuto con queste forze, con questo destino. Nella sua propria natura esistono forze distruttrici e costruttrici. Come le cose tutte si svelano allʼocchio spirituale del veggente, così pure gli si svela la sua anima di fronte a tale autoconoscenza il discepolo non deve smarrirsi, e, perché la forza non gli venga a mancare, occorre chʼegli ne sia provvisto ad esuberanza. Per riuscire in questo intento egli deve imparare a conservare la calma e la sicurezza interiore nelle condizioni difficili della vita; deve coltivare in sé una ferma fiducia nelle forze benefiche dellʼesistenza. […] Le ragioni su cui prima si basava non avranno ormai più valore. Se egli ha agito talora per vanità, ora si accorge quanto la vanità sia assolutamente futile per il savio; se ha agito talora per avidità, si avvede ormai che questa esercita unʼazione distruttrice; egli dovrà sviluppare dei moventi completamente nuovi per i suoi atti e i suoi pensieri, e per far questo deve appunto sviluppare coraggio e intrepidità.

Si tratta soprattutto di coltivare questo coraggio e questa intrepidità nelle profondità più intime della vita del pensiero».

Questʼopera di autoconoscenza, che costituisce la catarsi, lʼindispensabile purificazione e lʼassolutamente necessaria preparazione di ogni Iniziazione, è un capitolo cruciale, e per molti assai doloroso, inconcepibilmente, e irresponsabilmente, sottovalutato dalla quasi totalità dei sedicenti seguaci di un esoterismo, che il più delle volte si rivela essere – quando va bene – soltanto una mera posizione intellettuale, o una raffinata curiosità culturale, che porta un poʼ di colore nel grigiore di una vuota, ripetitiva, in-significante, profana, vita borghese, spesso addirittura piccolissimo-borghese. Molti credono che si tratti di una sorta di ʽconoscenza psicologicaʼ, come nel caso di quella grandissima, illudente, autentica frode che è la moderna psicanalisi o psicologia analitica freudiana, junghiana, adleriana, gestaltica, fenomenologica, umanistica, maslowiana, assagioliana, ecceteriana. La catartica autoconoscenza non è cosa affatto comoda, ed è – come ammonisce zio Arturo – una operazione interiore che «nella realtà delle cose va compiuta con tenacia, con abbandono di sé, senza misericordia, e, quando riesce, richiede molti, lunghi anni». Egli avverte altresì che la «morte iniziatica» alla quale conduce la catarsi, lʼautentica, non illusoria, non meramente intellettuale e psicologica, conoscenza di sé, «non è cosa da prendere a gabbo». Ossia, come direbbe il mio amato Dante, Inf., canto III, vv. 14-15:

«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta».

***

Questa non breve premessa è necessaria per comprendere – ossia per intendere senza fraintendere – la dimensione autentica dellʼimpresa del Graal, che essa è – lo si tenga sempre ben presente – una impresa ʽeroicaʼ, e non un tema salottiero per piacevoli disquisizioni in tavole rotonde, o in conversazioni su canali telematici, o anche in talk-show televisivi o radiofonici, e soprattutto non è un tema che sia lecito strumentalizzare per inconfessati ma sin troppo evidenti scopi politici o confessionali, o addirittura ambedue gli scopi, magari sotto una menzognera maschera dalla facies ʽesotericaʼ e ancor meno è un tema che sia lecito banalizzare a livello di una sentimentale, stucchevole, dolciastra, favola da telenovela.

Nel campo della ricerca spirituale, per molti operanti è facilissimo errare, anche in buonissima fede, per il fatto di mancare di quello che nellʼOttuplice Sentiero del Buddha Shakyamuni rappresenta il primissimo, e assolutamente necessario, gradino, ossia il «retto pensare», la «retta visione», la quale esige – ripeto: esige – che lʼasceta deterga il proprio conoscere da ogni forma di soggettività, da ogni forma di guasta emotività, di subconscia istintività, di sregolato immaginoso visionarismo, di arbitrario fantasticare, per ʽvedereʼ – mediante un osservare oggettivo – le cose, gli esseri, i vari processi del reale, yathābhūtaṃ, ovvero «così come sono». Ad impedire una tale limpida, e oggettiva, visione dellʼessere e del reale, e a trascinare lʼessere umano nellʼattossicante gorgo della soggettività e delle correlative illusioni, dalle quali nascono le tre male figlie dellʼignoranza, della avidyā – letteralmente, della «non visione» – ossia brama, paura, e  avversione,  è una sorta di cieca, automatica, memoria animale, una mneme ostinata e insistente, costituita dalle vāsanā e dai saṃskāra, ossia dalle ʽtendenze innateʼ, che come ʽsemiʼ, provenienti da altre vite, poi nella presente germinano e si sviluppano, e dalle ʽconformazioniʼ, dalle ʽconfigurazioniʼ, irrigidite e cristallizzate, le quali nel conoscere, nel sentire, e nel volere, normalmente portano lʼessere umano ad obbligate reazioni automatiche, scambiate regolarmente per ʽspontaneitàʼ. Una cotale spontaneità, in realtà, è una frode menzognera, della quale lʼasceta deve energicamente liberarsi. Per cui è savio ascoltare il consiglio del caro zio Arturo, il quale citando Paolo di Tarso, scrive che: «Ciò che è vecchio convien che muoia»

Se non ci si libera di quella natura inferiore, che nellʼuomo funziona come una memoria automatica, che il soggetto conoscente nella sua passività scambia per ʽspontaneitàʼ del suo autentico originario essere, tutto il conoscere ne viene condizionato, tutto il conoscere ne viene colorato e deformato come da un filtro che si interpone tra il soggetto conoscente stesso e lʼessere reale. La ʽpercezioneʼ dellʼessere non è ʽpuraʼ, non è libera dagli arbitrii della deformante soggettività: essa è sempre ʽcolorataʼ da una indebita interferenza emotiva, e ʽinquinataʼ e ʽalterataʼ da una inavvertita intrusione istintiva. Per cui, il primo còmpito dellʼasceta è quello di ʽdetergereʼ il proprio conoscere – il percepire e il pensare – da ogni forma di soggettività, eliminando ogni colorazione e alterazione che possano provenire dalla indebita intruzione della sfera emotiva e di quella istintiva nel percepire e nel pensare. Tali sfere emotiva e istintiva – espressioni di una inferiore natura dominata da forze antispirituali – sono per loro essenza ʽreazionarieʼ, e come tali si oppongono ostinatamente ad ogni forma di rinnovamento della vita dellʼanima, ed avvelenano altresì tale vita dellʼanima con i prodotti di cadaverica decomposizione di ciò che un tempo fu vivente. Ciò che nel passato fu vivente, e che si ripresenta e vuole agire nel tempo attuale, ha natura spettralmente fantasmatica, ed opera con distruttiva forza paralizzante e ʽmortificanteʼ, o ʽmortiferaʼ, su ciò che in maniera vivente ha in sé i germi di una realtà futura. Mentre il ʽpensare puroʼ e la ʽpercezione puraʼ attuano con il reale essere la relazione autentica, oggettiva, priva di colorazioni e dʼinquinanti deformazioni emotive e istintive. Di una tale ʽpuraʼ, oggettiva, impersonale, relazione con lʼessere accenna Rudolf Steiner nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. a c. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, nel capitolo Lʼentità dellʼuomo, p. 20:

«Le seguenti parole di Goethe contrassegnano mirabilmente il punto di partenza di una delle vie che conducono a conoscere la natura dell’uomo: «Non appena si accorge degli oggetti attorno a lui, l’uomo li considera in relazione a se stesso; e con ragione, poiché tutto il suo destino dipende dal fatto che essi gli piacciano o no, lo attraggano o lo respingano, gli giovino o gli nuocciano. Questo modo del tutto naturale di guardare e giudicare le cose sembra essere altrettanto facile quanto necessario, eppure espone l’uomo a mille errori che spesso lo umiliano e gli amareggiano la vita. Un compito ben più difficile si assumono quelli che, mossi da un vivace impulso di conoscenza, aspirano ad osservare gli oggetti della natura in sé e nei loro reciproci rapporti, poiché ben presto lamentano la mancanza della norma che è loro di aiuto quando, come uomini, osservano le cose in relazione a se stessi. Manca loro la norma del piacere e dispiacere, dell’attrazione e repulsione, dell’utile e dannoso. A tutto ciò devono interamente rinunciare; quali esseri indifferenti e per cosi dire divini, devono cercare e investigare quel che è e non quel che piace. Così, né la bellezza né l’utilità delle piante devono commuovere il vero botanico; egli ha da investigare la loro struttura, il loro rapporto col restante regno vegetale; come il sole le ha fatte spuntare e le illumina tutte, così egli le deve guardare e abbracciar tutte con sguardo equanime e tranquillo, traendo la norma delle sue cognizioni, i dati del suo giudizio non da se stesso, ma dalla cerchia delle cose osservate». 

Questo superamento conoscitivo della deformante soggettività è quanto Massimo Scaligero stesso mise in evidenza ne La Via della Volontà Solare, Fenomenologia dellʼUomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Roma-Napoli, s.d. ma 1962, p. 36, ove scrive:

«È notevole però come in un simile equivoco non incorresse, per esempio Goethe allorché contemplò la natura, guardandola con quello «sguardo puro» con cui avrebbe potuto guardarla un tempo un maestro Ch՚an, grazie ad un altro tipo di correlazione».

Ora, per i più è molto difficile liberarsi e disfarsi delle suddette ʽtendenze innateʼ, delle vāsanā, e delle ʽconformazioniʼ, o ʽconfigurazioniʼ, ossia dei saṃskāra, che ci provengono da antiche vite, dalla ereditarietà biologica e animica della stirpe cui apparteniamo, dai condizionamenti, familiari, educativi, sociali, addirittura religiosi nonché delle esperienze vissute, perché tutto ciò normalmente va a incidere, come su una tabula rasa, su una coscienza estremamente passiva a livello pensante, le cui ʽconvinzioniʼ, perlopiù, non nascono da cosciente e attiva elaborazione conoscitiva, bensì sono quanto viene imposto dalla sfera emotiva e da quella istintiva. E se i condizionamenti deformanti di una tale distorcente soggettività vengono indebitamente portati all՚interno della concezione che il discepolo si fa della Scienza dello Spirito, dell՚Antroposofia, ne può risultare solo l՚incomprensione più grande del messaggio che Rudolf Steiner ha portato al mondo, e addirittura – come, appunto, rilevò profeticamente sin dal 1972 Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – una sorda opposizione, nonché a celati o aperti attacchi «allʼinterno medesimo della cittadella». Ora, se con tali condizionamenti – soprattutto sotto l՚influenza di quelli confessionali – si affrontano temi e contenuti quant՚altri mai sacri e delicati come quelli della Iniziazione cristiana, della Iniziazione rosicruciana, e quello del San Graal, ne scaturiranno di necessità i più grandi disastri, ed una serie di ʽsincere menzogneʼ, che possono avvelenare le anime di coloro che, in maniera insana e improvvida, in buona fede, ma senza alcun senso critico, ingenuamente si aprono all՚accoglimento di problematiche e improbabili ʽrivelazioniʼ. E il tentare di svegliare gli entusiasti persuasi di tali ʽrivelazioniʼ può suscitare rabbiose reazioni di feroce avversione. Da questo punto di vista, il mito della Caverna di Platone, nella Repubblica, è emblematicamente istruttivo di quanto sia diffusa, attiva, e rabbiosa la misologia, ossia l՚avversione alla ragione, che è sempre avversione al Logos

Vi è oggi nel mondo un elemento mortifero che, mescolandosi alla vita spirituale del mondo attuale, tende a paralizzarne l՚elemento vitale-spirituale, acciocché questo non porti ad un futuro luminoso e ad una palingenesi spirituale radicale dell՚individuo e della società, ma piuttosto favorisca l՚affermarsi di una esiziale forza mummificante ed il perdurare di una sostanza spirituale cadaverica, per un impossibile ritorno ad un passato che non c՚è più, e che, in quella forma, non può e non deve ritornare. Massimo Scaligero, già nella sua prima opera dedicata alla Via del Pensiero, in Iniziazione e Tradizione, Edizioni “Tilopa”, Roma, s.d. ma 1956, riportando un insegnamento del Maestro dei Nuovi Tempi, così scrive a p. 25:

«Nell’uomo sono l’uno accanto all’altro il passato e la possibilità dell’avvenire. Nella natura, in quanto minerale e vegetale, è solo il passato: l’elemento che nell’uomo opera come avvenire già nel presente, è quella che ha in sé l’essenza della libertà. Essenza che manca alla natura. Dell’elemento invisibile e sovrasensibile che è in lui, l’uomo deve aspettarsi la reincarnazione in una ventura esistenza terrena, né può aspettarsela riguardo al suo corpo fisico e a quello etereo che sono perituri: così l’avvenire della Terra non può derivare dai suoi regni minerale e vegetale. Solo se saremo capaci d’inserire nella Terra qualcosa ch’essa non possiede, potrà sorgere una Terra futura. Ora, ciò che non esiste spontaneamente sulla Terra sono soprattutto i pensieri operanti dell’uomo che possano vivere e tessere indipendentemente dal suo organismo naturale e dalle sue attuali condizioni di equilibrio. Se l’uomo fa sorgere questi pensieri autonomi, dona avvenire alla Terra. Ma a ciò occorre che egli li abbia questi pensieri autonomi, perchè tutti i pensieri che egli si forma sull’elemento perituro della conoscenza naturale odierna, sono pensieri riflessi, non realtà. Quando l’uomo si abbandona a questi pensieri, non fa che ripetere il passato, vive nei cadaveri del Divino; ma se egli vivifica i suoi pensieri, egli si unisce con la propria essenza spirituale, egli attua una nuova Comunione con il Divino che compenetra il mondo e di questo assicura la resurrezione che è la sua resurrezione».

Ora, quel che vi fu di vivente e di positivo nel mondo antico, e in particolar modo nella romanità antica, si presenta, oggi, in una degenerata forma spettrale in varie manifestazioni del mondo moderno, ma soprattutto in quelle della Chiesa cattolica. Su questo punto Rudolf Steiner pronunciò parole estremamente chiare quanto inascoltate, che proprio nella cerchia dei seguaci della Scienza dello Spirito suscitano sovente una forte opposizione, proprio perché vanno a colpire quegli strati subrazionali, sognanti o dormienti, di una irrazionale natura inferiore, reazionaria e nemica di quell՚elemento spirituale, che solo potrebbe trasformarla e trasfigurarla. Misoneismo, avversione al nuovo, e misologismo, avversione alla ragione e al Logos, sono le caratteristiche di questa interiore e inferiore natura reazionaria. Infatti, così si espresse Rudolf Steiner nella prima conferenza di Die soziale Grundforderung unserer Zeit. In geänderter Zeitlage, GA-186, Zwölf Vorträge, gehalten in Dornach und Bern vom 29. November bis 21. Dezember 1918, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1. Auflage 1963, tradotta in italiano a cura di Beniamino Lievers, col titolo Esigenze sociali dei tempi nuovi, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, pp. 23-24:

«Che lo spettro del romanesimo potesse acquistare unʼinfluenza così profonda, deriva appunto dal fatto che sostanzialmente nel pensiero umano il pensare secondo la concezione dellʼAntico Testamento non è ancora superato. Il cristianesimo in effetti non è che agli inizi. Il cristianesimo non è ancora riuscito a compenetrare effettivamente gli animi. A questo fine ha già fatto quel che era necessario la Chiesa romana che, per quanto riguarda la teologia, è completamente soggetta allʼinfluenza dello spettro romano. Come ho già spesso accennato, la Chiesa romana ha più contribuito a tenere lontana dalle anime e dai cuori umani lʼimmagine del Cristo, piuttosto che ad introdurvela. Questo perché le rappresentazioni, utilizzate nellʼambito della Chiesa romana, per afferrare il Cristo, corrispondono in tutto alla struttura sociale e politica dellʼantico Impero romano. Anche se gli uomini non lo sanno, tuttavia questo fatto agisce nei loro istinti.

Le rapresentazioni che vigevano nellʼAntico Testamento e che hanno trovato la loro secolarizzazione nel romanesimo – anche se è diametralmente opposto allʼebraismo tuttavia è in campo secolare quello che lʼebraismo è spiritualmente – quelle rappresentazioni sono penetrate nel nostro presente per il tramite del romanesimo e vi agiscono spiritualmente. Secondo la sua vera origine, bisogna cercare nellʼuomo questo pensiero non ancora cristianizzato dellʼAntico Testamento. Bisogna trovare risposta alla domanda: «Da quali forze deriva proprio questo modo di pensare, quale si manifesta nel pensare dellʼAntico testamento?».

Questo pensare dipende da quel che può essere ereditato di generazione in generazione col sangue. La capacità di pensare conformemente allʼindirizzo di pensiero dellʼAntico Testamento viene ereditata, succedendosi gli uomini, nel sangue. Ciò che ereditiamo, quanto a capacità, dai nostri progenitori, semplicemente per il fatto di essere nati, per il fatto di essere passati per lo stato embrionale prima della nostra nascita, quanto dunque ereditiamo come forze del pensare, quanto vive nel sangue, è il pensare dellʼAntico Testamento. Infatti il nostro pensiero si suddivide in due parti distinte. Lʼuna è rappresentata dal pensiero che abbiamo per mezzo della nostra evoluzione fino alla nascita, vale a dire il pensiero che ereditiamo dai nostri padri e dalle nostre madri. Siamo in grado di pensare come si pensava secondo lʼAntico Testamento perché siamo stati embrioni. Importante del popolo ebraico antico è che nel mondo, che si attraversa fra la nascita e la morte, esso non ha voluto imparare nulla oltre alle capacità che si ricevono per il fatto di essere stati embrioni fino al momento della nascita. Si potrà comprendere il pensare secondo lʼAntico Testamento soltanto se lo si interpreta nel modo seguente: si tratta del pensare che abbiamo in forza del fatto che siamo stati embrioni.

Il pensiero che vi si aggiunge è quello che poi acquistiamo dopo il periodo embrionale, nel corso dellʼevoluzione umana. Per certe esisgenze esteriori, l’uomo acquisisce bensì ogni genere di esperienze, ma ciò non lo porta ad una reale trasformazione del pensare; ancor oggi il pensiero dellʼAntico Testamento agisce quindi molto più di quanto si creda».

Per cui, se non ci si libera dell՚impronta configurante che ha sull՚anima umana l՚azione spettrale della Chiesa cattolica, è fatale per l՚asceta e per il ricercatore spirituale equivocare i contenuti della saga del Graal e di conseguenza fallire l՚iniziatica impresa eroica allusa nelle figurazioni e negli eventi della leggenda di Parzifal. Già in passato l՚azione della nota potenza straniera d՚Oltretevere operò a svuotare l՚epopea del Graal di ogni suo contenuto iniziatico. Per esempio, così avvenne nel XIII secolo coi poemi, Lancillotto, Perceval o il racconto del Santo Graal, di Chrétien de Troyes, poeta al servizio dei Conti di Fiandra, e dei Conti dello Champagne, nonché di dame e principesse della corte di Francia, operò una ʽortopedicaʼ cattolicizzazione della leggenda, suscitando per cotanto scempio i più aspri rimproveri di Wolfram von Eschenbach, il cui Parzival – così come il Willehalm, e l՚incompiuto Titurel – è tutto fuor che cattolicamente ortodosso, ed è autenticamente iniziatico. Avrò modo, in futuro, di tornare su queste questioni. Ma anche in tempi più recenti si son visti vari e ripetuti tentativi di ʽortopedizzareʼ l՚epopea del Graal in senso di volta in volta pagano, o celtico, o islamico, ma soprattutto in senso cattolico, con deprecabili quanto scontate strumentalizzazioni da parte di fazioni politiche eversive. Ciò obbligò Massimo Scaligero ad aggiungere a La Tradizione Solare, Teseo, Roma, s.d. ma 1971, una necessaria Appendice, alle pp. 215-217, nelle quali usa parole di fuoco per denunciare una tale indegna strumentalizzazione, affermando, inoltre, a p. 216, che:

«Oltre qualsiasi interpretazione di parte, di destra o di sinistra, la simbologia del Graal permane intoccabile come un riferimento assoluto, come un՚alta speranza speranza di ritrovamento del valore dell՚uomo. L՚impresa dello Spirito, adombrata nelle simbologie solari, è invero l՚impresa della più alta moralità: che non patisce contaminazioni attivistiche o politiche, ponendosi come un՚ istanza di essenziale concordia umana, al di sopra delle parti e dei loro conflitti».

Una tale alterazione della concezione dell՚impresa del Graal, e la conseguente strumentalizzazione in senso politico e confessionale, è avvenuta purtroppo anche in talune cerchie – non in tutte, naturalmente, e non ovunque, per fortuna – che si richiamano a vario titolo al nome, all՚opera, e all՚insegnamento di Massimo Scaligero. Ciò rende oggi urgente e necessaria un՚azione di rettifica delle alterazioni avvenute – non sempre attuate in buona fede – in modo che il ricercatore dello Spirito possa formarsi liberamente, senza subire suggestioni fuorvianti, un suo personale, ponderato, giudizio autonomo, e compiere in maniera pienamente consapevole una scelta responsabile rispetto alla Via di realizzazione spirituale. Per questo motivo, viene pubblicato, sul presente blog, un primo contributo ad una tale opera di chiarificazione e rettificazione. Il candido lettore si accorgerà facilmente come i contenuti qui presentati – i quali provengono tutti rigorosamente solo dalle comunicazioni di Rudolf Steiner – sono alquanto diversi e spesso addirittura diametralmente opposti, sia nella concezione d՚insieme, sia nei singoli particolari, rispetto a quanto affermato da altra fonte, a mio modo di vedere, non coerente con l՚insegnamento del Rudolf Steiner e con quello di Massimo Scaligero. A questo primo contributo ne seguiranno altri. Sicuramente, questi ʽcontributiʼ susciteranno – come già avvenuto in passato – aspre polemiche e, in taluni casi, rabbiose opposizioni, giunte tavolta alle minacce, alla diffamazione e al volgare insulto nei confronti di chi qui scrive. Ma ciò non sarà mai un valido motivo per astenersi dal testimoniare in favore della Verità, perché è alla Verità e non ad altro, che deve essere reso leale omaggio e il massimo onore. Del resto, quanto verrà detto per quel che riguarda i contenuti del tema che ci sta a cuore,  occorre sottolineare esplicitamente ancora una volta, a scanso di spiacevoli ed interessati equivoci, che tali contenuti non sono affatto escogitazione od opinione di chi qui scrive, bensì sono comunicazioni di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero. Di ciò il lettore può essere assolutamente certo, perché su questo punto sono sempre stato intransigente sia con me che con gli altri. Ma procediamo col primo di questi contributi.

*** 

Come ho già avuto modo altrove di raccontare, fu nel 1985 che incontrai per la prima volta alla Rudolf Steiner Halde, allora ancora sede della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia del ʽLascitoʼ, la mia amica Hella Wiesberger. Tra noi vi fu da sùbito reciproca simpatia, nonché la nascita di una sorta di ʽfratellanza d՚armiʼ spirituale. Dovendo in quegli anni andare spesso, per motivi professionali, a Basilea in Svizzera, e a Friburgo in Germania, i nostri incontri furono frequenti. La Wiesberger mi aveva preso a ben volere, mi trattava con grande familiarità, ed ogni tanto mi faceva qualche dono sempre molto gradito. Fu in occasione di uno di questi incontri che, approssimandosi il Natale, Hella volle farmi un regalo che si rivelò di estrema importanza per me. Mi regalò la riproduzione del bozzetto di un trittico, dal profondo valore spirituale e simbolico, eseguito da una discepola molto speciale di Rudolf Steiner. Questa discepola, valente artista, si chiamava Anna May-Rychter, e il trittico aveva come titolo quello, estremamente suggestivo, di «Gral». Lʼautrice aveva partecipato alle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Neuchatel, nelle quali il Dottore parlò del mistero di Christian Rosenkreutz, ed il dipinto fu realizzato seguendo fedelmente le indicazioni e le spiegazioni delle varie figure di Rudolf Steiner. Il che conferisce un valore molto particolare al dipinto stesso. Hella Wiesberger accompagnò il dono con una sorta di esergesi orale, nella quale mi illustrò, secondo le comunicazioni di Rudolf Steiner, il significato complessivo del dipinto, addentrandosi pure in molti particolari del medesimo. Per me fu come l՚aprirsi di un mondo nuovo, anche perché in quel periodo Hella Wiesberger stava curando ed andava pubblicando tutto il materiale della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, in modo particolare quello della seconda Sezione, quella cultico-conoscitiva, ossia il materiale della ʽMystica Aeternaʼ, del quale mi illustrò la relazione profonda col graalico trittico «Gral», dipinto da Anna May-Rychter. Il dipinto venne esposto dal 5 febbraio al 15 marzo 1918 – quindi nel corso della prima guerra mondiale – a Monaco di Baviera alla galleria d’arte Das Reich, una creazione di Alexander von Bernus, grande amico di Rudolf Steiner.

Il dipinto ha una esplicita connotazione fortemente ʽcainitaʼ, come del resto aveva la stessa ʽMystica Aeternaʼ. Il dipinto originale, eseguito su tre distinte tavole, era stato concepito per essere esposto prima nel Johannesbaum, la cui costruzione originariamente era stata prevista proprio a Monaco di Baviera, ma che non poté realizzarsi per la drastica opposizione delle locali autorità per meschini motivi confessionali. Avrebbe poi dovuto essere esposto nel primo Goetheanum, ma ancora una volta il confessionale ʽodium theologicumʼ della nota potenza straniera d՚Oltretevere, ed eziandio quello della mai troppo esecrata compagnia, a San Silvestro del 1922, mandò in cenere l՚edificio prima ancora che la sua costruzione venisse ultimata: fu un delitto esplicitamente annunciato! Il dipinto seguì poi le vicende, notevolmente agitate, che si svolsero dopo la morte di Rudolf Steiner nella Società Antroposofica, ed infine finì ad Amburgo ospitato nelle sede della locale Scuola Waldorf, ove purtroppo andò distrutto nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, nel corso dei bombardamenti inglesi sulla città anseatica.

Per fortuna, la nipote di Anna May-Rychter, la Dott.ssa Margarethe Hauschka-Stavenhagen aveva conservato il bozzetto del trittico, e nel 1975, cinque anni prima della sua dipartita, lo rese pubblico sull’organo ufficiale della Società Antroposofica. Vedi: Margarethe Hauschka, Das Triptychon ‘Gral’ von Anna May, in Das Goetheanum, 15. Juni 1975, Nr. 24, S. 187-190, articolo nel quale, tuttavia la riproduzione fotografica era in bianco e nero. È lo stesso bozzetto che viene riprodotto a colori su questo animoso blog.

Dopo che Hella Wiesberger me lo donò, io volli mostrarlo ad una persona di Roma, che ritenevo potesse comprenderlo e apprezzarlo, ma mi sbagliavo clamorosamente. La vista del medesimo suscitò nella suddetta persona un moto immediato di avversione e di ripulsa, allora per me tanto incomprensibile nella sua violenza quanto immotivato. In séguito, compresi sin troppo bene il perché di una tale avversione, che peraltro mi sembrò esser ancor più immotivata ed ingiusta.

Viene qui pubblicata eziandio la presentazione del dipinto stesso redatta, seguendo le indicazioni di Rudolf Steiner, in occasione della presentazione del trittico a Monaco. Nel presente articolo non mi è possibile dire tutto quello che su di esso potrebbe essere detto. Del resto il tema è per sua natura inesauribile, e va affrontato meditativamente nel silenzio sacro della solitaria esperienza interiore. Ma qualcos’altro potrà, tuttavia, essere detto in un altro studio, che seguirà lʼattuale: è una promessa che faccio al candido lettore, che avuto la pazienza di seguire le tredici parti, lungo le quali si sono svolte le presenti considerazioni.

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IL TRITTICO «GRAAL»

di Anna May, Monaco

Aggiungiamo questa descrizione, che a suo tempo fu data – tuttavia soltanto a grandi linee, al Glaspalast a Monaco, allorché il quadro venne là esposto. Essa rimase nellʼufficio della giuria nel caso di un acquisto o di una richiesta.

Il Trittico «GRAAL»

«Da Salomone a Christian Rosenkreutz attraverso il Golgotha».

Alcune correnti spirituali e fisiche (quella dellʼoro della sapienza e quella del sangue) si uniscono allʼumanità : allʼinterno delle medesime sorgono le grandi individualità come Abramo, Isacco, Mosè, il Buddha, lʼevangelista Giovanni, Paolo.

Pernio di questa storia dellʼumanità è il Mistero del Golgotha. «Graal» è la Parola per lʼuomo, nella misura in cui egli cerchi rapporto con tale evento. La leggenda dice che il Graal sarebbe stato ricavato dalla pietra che Lucifero perdette dalla sua corona nella sua caduta. Salomone lo ricevette dalla Regina di Saba (parte sinistra del Trittico).

Esso divenne poi la coppa dellʼUltima Cena, nella quale Giuseppe dʼArimathea avrebbe raccolto il sacro sangue (parte centrale del Trittico).

Allorché questo sangue del Christo in un lontano futuro sarà penetrato sin nella parte più interna della Terra, esso diventerà anche lʼuomo completamente cristificato, il Parzifal del futuro, si risveglierà dalla coppa del Graal come da una bara, e riunirà tutte le religioni e le precedenti filosofie in un vivente sapere cristico. Poi anche Michael avrà incatenato il drago, e la «Donna» dellʼApocalisse porterà di nuovo in sé il Sole ed avrà la Luna sotto i piedi, cioè la Terra avrà riportata la vittoria sullʼelemento materiale.

La parte superiore del Trittico Graal rappresenta il Mondo Spirituale (oro); le superiori teste più grandi: gli Spiriti del Tempo (Archai), che tendondosi le mani attraverso ampie epoche, si alternano. A loro sostegno, gli Spiriti dei Popoli (Arcangeli).

Sotto di loro, volgenti lo sguardo in basso agli uomini, gli Angeloi, ossia gli Angeli. La parte inferiore, cioè le due Colonne, rappresenta la corrente del sangue, che scorre attraverso lʼumanità, e che in collegamento con lo Spirituale (oro) incarna le alte Guide, che dirigono lʼevoluzione dellʼumanità. A sinistra, dallʼalto verso il basso «Melchisedek», il grande Iniziato solare, che porta pane e vino ad Abramo, sotto Abramo ed Isacco, sotto Giacobbe e la scala celeste. Sotto (a sinistra della croce) Mosè nella posizione, come se vedesse il roveto ardente.

Queste individualità sono quelle che stanno come pietre miliari per la preparazione del sangue nel popolo ebraico, per formare il corpo del Christo.

Le tre parti del Trittico

la parte superiore media sopra il Golgotha : il Graal – la Pietra, che cadde dalla corona di Lucifero nella lotta in Cielo.

Immagine di sinistra : la Regina di Saba lo ha portato tra varie preziosità al Re Salomone. In séguito il Christo elargisce dalla Coppa del Graal lʼUltima Cena, e Giuseppe dʼArimathea vi raccoglie il sacro sangue sul Golgotha, che compenetra la Terra e viene accolto dalle Madri, le tre forze terrene, pensare, sentire e volere. Col Christo, lo Spirito del Sole, discesero sulla Terra Entità spirituali, le quali lavorano questa, cosicché il sangue penetri profondamente in essa e la cristifichi.

Immagine di destra : mostra il  Cristianesimo esoterico, rinnovato, risvegliantesi dalla Coppa del Graal come dalla bara di cristallo che viene diretto da Christian Rosenkreutz; attorno a lui (al centro) i sette santi Rishi come rappresentanti dei primordiali Misteri planetari atlantidei. 

A destra e a sinistra : uniti a questi i rappresentanti delle cinque epoche di evoluzione o epoche di civiltà postatlantiche, la antica indiana, l’antica persiana (Zarathustra), quella egizio-caldaica (Hermete), quella greco-latina (Socrate, Platone, Agostino) e come rappresentante della nostra epoca la Pulzella dʼOrléans.

In alto a sinistra della parte centrale : la più grande individualità prima dellʼEvento del Chrsto, il Buddha, al di sotto nella corrente del sangue: un Iniziato precristiano con gli occhi chiusi, cioè non ancora iniziato in uno stato cosciente.

In alto a destra della parte centrale : dopo lʼEvento del Christo : Giovanni lʼEvangelista, con la sfera terrestra, che significa : il Christo sulla croce gli affidò sua Madre, la Terra. Sotto, un Iniziato nel senso cristico con gli occhi aperti, cosciente.

A lato della parte centrale, in basso a destra : Paolo (non io, ma il Christo in me) come contraltare a Mosè (Ehjeh asher ehjeh – Io sono lʼIo Sono).

Nella inferiore corrente sanguigna : la «bestia» incatenata da Michael, al di sopra la «Donna», che reca il Sole in sé e la Luna sotto i piedi, cioè alla fine dellʼevoluzione terrestre si riuniscono le forze solari con le forze lunari, cioè la Terra sarà completamente cristificata.

Lʼambiente per questa raffigurazione venne indicato dal Dr. Steiner nel seguente modo:

Un ampio ambiente in legno, a forma di nicchia, sotto con una sorta di elemento come un ampio altare. Il tutto splendente, ma corroso blu-indaco. Nella rotondità sopra lo zodiaco, le costellazioni ma circondate da figure immaginative come una nebbia dorata, nella quale rilucono le stelle.

***

Da quanto esposto, risulta chiaro che, secondo Rudolf Steiner, il Graal è il senso della Terra, ossia quello della sua trasformazione da «Cosmo della Saggezza» in «Cosmo dell’Amore». Infatti, così egli scrive nel VI capitolo, Presente e futuro dell’evoluzione cosmica e umana, della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, trad. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista e aggiornata da W. Schwarz, Gius. Laterza e Figli, Bari, 1947, pp. 309-311:

«La Terra è la discendente dell’antica Luna, e quest’ultima si è costituita, con tutto ciò che le apparteneva, come «Cosmo della Sapienza». Orbene, la Terra segna l’inizio di un’evoluzione per mezzo di cui una nuova forza verrà introdotta in questa saggezza; essa conduce l’uomo a sentirsi cittadino indipendente di un mondo spirituale. Ciò dipende dal fatto, che il suo «Io» viene formato dagli Spiriti della Forma, durante il periodo terrestre, al modo stesso come il suo corpo fisico venne elaborato su Saturno dagli Spiriti della Volontà, il suo corpo vitale sul Sole dagli Spiriti della Saggezza, e il suo corpo astrale sulla Luna dagli Spiriti del Movimento. Dalla collaborazione degli Spiriti della Volontà, della Sapienza e del Movimento nasce ciò che si manifesta come Saggezza. Per opera di queste tre categorie di Spiriti, gli esseri e i processi della Terra possono armonizzarsi in saggezza con gli altri es-seri del loro mondo. L’uomo riceve il suo «Io» indipendente dagli Spiriti della Forma; questo Io si armonizzerà nell’avvenire con gli esseri della Terra, di Giove, di Venere e di Vulcano a mezzo di quella forza che s’introduce nella saggezza durante il periodo terrestre. È questa la forza dell’amore. Questa forza dell’amore deve nascere nell’umanità terrestre e il «Cosmo della saggezza» deve svilupparsi in «Cosmo di amore». Tutto ciò che l’Io può sviluppare in sé deve trasformarsi in amore. Quale universale «archetipo dell’amore» si presenta con la sua rivelazione il sublime Essere solare, che è stato caratterizzato nella descrizione dell’evoluzione del Cristo. […] Ciò che si è andato preparando come saggezza su Saturno, il Sole e la Luna, agisce nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale dell’uomo e si manifesta come «Saggezza del Mondo»; nell’Io però s’interiorizza. A partire dallo stato terrestre, «la saggezza del mondo esteriore» diventa saggezza interiore nell’uomo; e quando si è in tal modo interiorizzata diventa il germe dell’amore. La saggezza è condizione necessaria per l’amore; l’amore è il frutto della saggezza rinata nell’Io». 

Alcune pagine prima, Rudolf Steiner per la prima volta nella Scienza Occulta parla  della della novella, moderna, Via dell’Iniziazione rosicruciana come della Via del Graal. Infatti, così egli scrive alle pp. 303-308:

«La «sapienza occulta», che esercita in tal modo la sua azione sull’umanità, e sempre maggiormente l’eserciterà, si può chiamare simbolicamente la conoscenza del «Graal». Chi impara a penetrare la profonda essenza di questo simbolo, quale viene raccontato nella storia e nella leggenda, si accorge che esso rappresenta in modo significativo la natura di ciò che abbiamo chiamato la conoscenza della nuova iniziazione, con il mistero del Cristo al centro. Gli iniziati moderni possono essere perciò chiamati «iniziati del Graal». Quella via verso i mondi soprasensibili, di cui abbiamo descritto in questo libro i primi gradini, conduce alla «scienza del Graal». Tale conoscenza ha la peculiarità, che i fatti a cui allude possono essere investigati soltanto dopo l’acquisto dei mezzi necessari, quali sono indicati in questo libro. Quando però i fatti sono stati investigati, essi possono essere compresi appunto per mezzo delle forze animiche sviluppatesi nel quinto periodo; e veramente diventerà più evidente che tali forze troveranno ognora maggiore sempre più soddisfazione in quelle conoscenze. Nel tempi in cui ora viviamo, quelle conoscenze devono essere accolte nella coscienza generale più largamente di quanto non lo fossero nel passato, ed è da tale punto di vista appunto che sono stati comunicati  gl’insegnamenti contenuti in questo libro. A misura che l’evoluzione dell’umanità assimilerà le conoscenze del Graal, l’impulso dato dall’avvento del Cristo acquisterà maggior forza e significato; la parte esteriore dell’evoluzione cristiana andrà sempre più associata a quella «interiore».  Tutto ciò che può essere conosciuto intorno ai mondi superiori, nei riguardi del mistero del Cristo, a mezzo dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione, penetrerà sempre meglio nella vita intellettiva, sentimentale e volitiva dell’uomo. La «sapienza occulta del Graal» diverrà manifesta, e come forza interiore compenetrerà sempre più le manifestazioni della vita umana. […]

Si vede dunque come la «conoscenza del Graal» c’insegni il più alto ideale dell’evoluzione umana che all’uomo sia dato concepire; quella spiritualizzazione, cioè, che egli conquista per forza propria, e che si palesa infine come il risultato armonico, che egli ha potuto stabilire, durante il quinto e il sesto periodo dell’evoluzione attuale, fra le forze da lui acquistate del sentimento e dell’intelletto e le conoscenze dei mondi soprasensibili».  

Voglio concludere questa ancora una volta troppo lunga trattazione, trascrivendo alcuni stralci di quanto dice Massimo Scaligero a conclusione del sopra citato Iniziazione e Tradizione alle pp. 42-45, poiché quanto ivi dice è veramente una mirabile sintesi del tema che siamo andati svolgendo: tema al quale egli aveva consacrato l’intera sua vita e tutte le sue forze:

«I Maestri della Iniziazione hanno potuto comunicare ciò nei seguenti termini: «Quello che novellamente è nato nell’umanità, il mistero dell’Io Superiore, viene custodito da una segreta comunità. La continuità del Mistero che novamente si appressa all’anima dell’uomo là dove essa può trovare il suo intimo principio non riducibile alla natura, si esprime con un simbolo: la Coppa di cui si servì il Cristo la sera dell’ultima cena e nella quale vennero poi raccolte stille del Suo sangue da Giuseppe d’Arimatea». Secondo la leggenda, la sacra Coppa venne portata dagli Angeli in Occidente e qui venne eretto per essa un tempio dove i fratelli della Rosa-Croce divennero custodi del suo contenuto, ossia custodi dell’essenza del Dio che, vincendo la morte, suscita la nuova nascita dell’Io. Il Mistero del Dio novellamente nato, oltre il dominio della morte, attende inconosciuto l’uomo che sappia svincolarsi dall’incantesimo della esistenza esteriore. È il Mistero del San Graal: che si pone come la via attuale della Iniziazione. L’evangelista Giovanni poté dire: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». E poté annunciare che «il Verbo si è fatto carne». Tuttavia, ciò che questo significa non può essere ritrovato attraverso nessuna parola scritta o parlata, ma solo grazie a un rapporto radicale con quello che realmente, come evento cosmico, si è verificato con il Sacrificio del Golgotha e che è appena riflesso nei Vangeli. […]

Soltanto una conoscenza sovrasensibile, indipendente dalla disanimata eco delle antiche iniziazioni – che erano semplicemente restaurazioni sempre più deboli di una illuminazione che si andava perdendo e ormai è definitivamente perduta sia in Oriente che in Occidente – e portata agli uomini da uno dei custodi della Saggezza primordiale, può far intravvedere la direzione verso tale via. Egli [sc. Rudolf Steiner] l’ha veramente mostrata. E questa nostra sintesi deriva dal suo insegnamento: al quale possiamo rimandare il lettore che intenda attingere alla fonte diretta.

Viene insegnato da tale Maestro come «Colui che era alprincipio con Dio» sia nato di nuovo nell’Essere che, vincendo la morte, ha impresso nel segreto della sostanza minerale dell’uomo fisico la potenza della Resurrezione. Ormai il còmpito dell’iniziato è far affiorare in sé, per il veicolo del pensare liberato, il principio interiore, indipendente dalla natura e dalla terra, per via del quale unicamente ci si può riconnettere con il proprio Maestro: principio della individualità integrale, che perciò può compiere l’Operatio Solis. Esso può visitare interiora terrae e suscitare la virtù adamantina, il potere che risolve la mineralità della «pietra nera».
È la Via del Diamante-folgore o Via del San Graal. […]

Al principio era il Mistero dell’Io Superiore umano: esso permase come segreto della «pietra fulgurea» perduta prima da Lucifero e poi ancora da Adamo. Perciò nella Rocca del Graal è custodito il Mistero dell’Io imperituro dell’uomo. Coloro ai quali è possibile contemplare questo Mistero, sanno che per giungere al centro spirituale originario, debbono affrontare l’enigma dell’esperienza cruciale che suggella il segreto della trasmutazione del male e della morte, attraverso la «questione» risolutiva che l’Io pone alla sua essenza perenne, affermandosi già in ciò come un affiorare dell’Io superiore medesimo. […]

L’impresa del Graal è più che mai innanzi alla decisione dell’uomo, per il suo essere o per il suo non-essere: l’enigma del Graal è attuale ed è la possibilità di liberazione dell’avvenire. La questione del Graal deve essere posta dall’iniziato, dal ricercatore di quel centro spirituale per il quale soltanto si dissolvono le parvenze e l’errore del mondo. La via del Graal è ancora oggi sconosciuta, ma può essere ritrovata, se l’attaccamento alla parvenza terrestre e ad ogni sua proiezione dottrinaria
spiritualistica e tradizionale, non ha del tutto spento lo slancio verso l’imperituro, l’amore per l’infinito, la volontà di liberazione». 

Quod bonum, felix, faustumque sit!

LA SEDE DEL PENSIERO

“La Via non è nel Cielo; la Via si trova nel Cuore.”

Una sacrosanta indicazione rimane quella di  indicare qualsiasi punto della straordinaria ed articolata visione del Dottore o nell’audace incalzare il sublime dell’anima di Scaligero, ma ciò – tutti i ricercatori dovrebbero saperlo e realizzarlo – sarebbe poco o nulla se non vi fosse un Soggetto capace di pensare, sentire e volere quanto si esprime in e oltre quelle tante pagine di carta stampata. Ma tale consapevolezza non è sufficiente.

Poiché il luogo cruciale del problema, e con ciò pure la soluzione, ha la sua sede nel cuore. Da dove sembrano salire paure, incertezze, inquietudini? E fiducia, aiuto, briciole di certezza contro il turbinoso scorrere degli eventi? Il ‘senso’ stesso di una veridica strada per la liberazione dell’anima non lo si trova nei libri come un oggetto abbandonato sul marciapiede, ma è il cuore che afferma: «Questo è vero!».

 

Però è importante, per l’operatore, non fermarsi a queste considerazioni e approfondire la dinamica delle forze in gioco, non arrestandosi al banale “dissidio tra mente e cuore”: la comprensione è “solo” il principio della Liberazione. Il pensiero comune all’uomo moderno, se fosse soltanto (un) riflesso, sarebbe anche in una continua condizione di errore senza il continuo supporto correttivo dell’obiettività sensibile.

L’obiettività sensibile sperimentata educa il pensiero, che può giungere alla realtà sovrasensibile soltanto mantenendo intatta la capacità di impersonalità che si è forgiato pensando le cose. Le discipline interiori per l’uomo contemporaneo devono iniziare dal rapporto obiettivo del pensiero con il sensibile.

 

Le discipline realizzano l’equilibrio tra le forze fisico-animiche e quelle animico-spirituali: il pensiero, quando giunge a muoversi per proprio movimento, permette la cooperazione eterica dei due sistemi. Veicola la connessione dell’Io con il centro delle correnti di Vita che è il cuore, dove umano e Divino si incontrano.

 

Secondo l’insegnamento della Scienza dello Spirito rosicruciana, nel cuore si incontra il sangue inferiore con quello superiore. Lì il sangue si eterizza, si trasmuta in corrente eterica resuscitatrice di Vita: in un processo inverso a quello che da una condensazione dell’etere universale in quattro eteri si generò la forma fisica. L’uomo può accendere la forza del Sole nel cuore: dal centro eterico del cuore può, volitivamente produrre l’etere del calore: irraggiare Vita nel mondo. Siamo vocati a questa sublime Opera Solare.

Possiamo… tutto, se ritroviamo però la forza originaria, che è tanto ‘vicina’ a noi da essere l’essenza di noi stessi: l’Io (rimane il fatto di non pensare, o intuire, l’Io quasi riferendosi ad un termine o parola incollata su di una tabella degli elementi costitutivi della struttura umana: l’Io siamo noi, noi coscienti di percepire, di pensare, di sentire ecc.).

La realizzazione piena dell’Io è continuamente contrastata dal pensiero passivo, cioè riflesso, che esprime la direzione opposta allo Spirito e sbarra la strada alla luce eterica che s’innalza dal cuore. La sintesi dei quattro eteri è la corrente centrale eterica: essa si accende nel pensiero che si libera con la concentrazione assoluta e attinge alla Luce del cuore.

La sede del pensiero è il corpo eterico: lì esso è una straordinaria corrente di Vita. Nel processo dialettico la corrente si deteriora sino all’annientamento della Vita. Transitoriamente, l’Io si fonda sulla corporeità e si subordina agli istinti: ciò genera il male e la distruzione corporea. Il senso delle operazioni interiori è rovesciare il rovesciamento: il fondamento è l’Io, non il corpo. La disciplina della vanificazione della dialettica, mediante concentrazione sempre più pura e profonda, realizza l’indipendenza dell’Io dalla psiche e dal corpo, restituendo ai quattro eteri la potenza creativa originaria.

Mi sembra di sentire qualcuno mormorare: «Ma questo non risponde alle mie esigenze». Forse! Ma ci sarà pure un futuro… per intanto si legga ciò che si avverte come aiuto e consolazione dagli scritti del Dottore. Si indugi su quello che, superando la testa, scende al cuore: fossero anche due sole righe, saranno per noi più importanti dell’intero testo.

Poi – ripeto sempre la stessa cosa –  solo un deciso e ripetuto esercizio di concentrazione realizza interiore indipendenza, silenzio ed un minimo distacco da avvenimenti e fatti perturbanti che comunque non spariscono con alcun esercizio noto o segreto (e, in non pochi casi, sembrano persino intensificarsi). Quello che per l’anima può venire sentito come sofferenza o tormento non può essere evitato in nessun caso.

E’ d’aiuto considerare tutto ciò come prova interiore: infatti lo è anche se giunge da fuori, e se con disciplina si supera il corrispondente limite nell’anima, l’inciampo esteriore tende a risolversi.

Ma, come diceva il Maestro di Lione, siamo qui anche per pagare molti debiti, e questo non possiamo evitarlo.

L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2021

Anno XXVI n. 11

Novembre 2021

In questo numero:

L’ ARCHETIPO-OTTOBRE 2021

Anno XXVI n. 10

Ottobre 2021

In questo numero:

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

 

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

(29 SETT. 2020)

 

 

1/18051

NITIDO SOLE D’OCCIDENTE

 

 

DOPO LA FOLGORE E IL SILENZIO :

CIO’ CHE  RIMANE E’ ORO DEL MATTINO.

 

ESSENZA DI POTESTA’ CHE VOLGE AL CONSACRARE.

ESSENZA DI VOLONTA’ CHE ARRESTA E TRAFIGGE

LE ONDE DI BLASFEMIA NEL CENTRO DEI CERVELLI.

 

TEMPESTE DI VITALISMO CORPOREO FRA STERMINATE MASSE BRONZEE

DALLE OSCURE ELEMENTARI EPIDERMICHE INTENZIONI

VOLTE AL NEGARE ED ALL’APPESANTIRE.

 

TORBIDE PROFONDE SALINE LASTRE DI POTENZA VOLITIVA

IN CUI LA RIBELLIONE CONTRO I CIELI SEMBRA CERTEZZA.

 

I SENZA ANIMA NEI CORPI ENERGIZZATI

ESIGONO PESARE MENTRE IMPONGONO GLI APPETITI DELLA BESTIA.

 

EPPURE QUEL GRAVARE TREMA E ARRETRA

QUANDO NELL’UMANO

DAI LIMPIDI LUOGHI DEL SILENZIO

LA POTENZA DELLA FORZA FORMANTE DEL CONCETTO

EROMPE DALLA DEDIZIONE CON CUI VIENE CONTEMPLATA.

 

L’IMPOSSIBILE ACCADE E DILAGA

NELLO STUPORE DELLE OCCULTE CERTEZZE COLLETTIVE

CHE  -BESTIALI ED APPARENTEMENTE INAMOVIBILI-

CROLLANO.

 

TORME COMPATTISSIME E STERMINATE DI INDIVIDUALITA’OSTILI AI CIELI

VENGONO SCONVOLTE DA CIO’ CHE CONSIDERAVANO IMPOSSIBILE  :

LA SOVRUMANITA’ NELLA SUA VESTE DI LUCE OPERATIVA.

 

LAMPEGGIA IL CALORE DELLE LONTANISSIME ARMONIE

NELL’INAUDIBILE FRAGORE IN CUI DAL FERREO VALORE

DEL RICORDO CONTEMPLATO :

ORO SI CREA E RISANA.

 

ARCANGELICO.

NITIDISSIMO.

OPERATIVO.

 

NEL RITO DEL SOLE D’OCCIDENTE.

_______________________

 

2/18052

FULGUREA E REDIMENTE

 

 

VIENE DAL CREPUSCOLO L’ORGOGLIO DELLA BESTIA.

TESISSIME ENERGIE DEL LATTESCENTE ADDENSARE

SU CUI INCOMBE L’OSCURITA’ NELLA MORTE DI OGNI SENTIRE.

 

FOLLE ALTERIGIA DEL SENTIRSI DI PIETRA

NEL PROROMPERE DI UNA VOLONTA’ CHE NEGA E SI COMPRIME.

 

 

CUOIO E CARTILAGINI QUALI ESSENZE DI UNA INSENSIBILITA’

CHE TENTA SOLTANTO DI NEGARE.

NELL’INCREDULITA’ CHE TENDE A FARSI PIETRA.

 

COSCIENZE TANTO PIGRE E OTTUSE DA DORMIRE IN UN MALE

CHE LE AVVOLGE NELL’ATTESA DI POTERSI ESPRIMERE.

 

ADORANO LA FORZA DI ENERGIE IMPLACABILI

CHE NELLA MINERALITA’ SOSTITUISCONO LE ANIME.

 

MA L’ANIMA ETERNA COMUNQUE VIVE NELL’ATTIMO IN CUI

OLTRE LA SUPERBIA CEREBRALE :

RESPIRA IL PENSARE CHE GIUNGE A CONTEMPLARE IL CONCATENARSI

LOGICO DEL PROPRIO RICORDARE.

 

DINANZI AL PENSARE CHE RESTA FEDELE ALLA SINTESI DI QUANTO

HA CONCEPITO :

ESPLODE LA DISARMONIA DEL PLUMBEO FALSIFICARE IL VERO.

E SI SVELA.

 

L’EVIDENZA DEL VERO SENTIRE

(VIVENTE VALORE INTERNO ALL’INTENSO PENSARE NELLA SINTESI)

AFFRONTA GLI SPETTRI DEL MENTIRE IMMALVAGENDO.

 

SI MOSTRA LORO E LI SQUASSA.

 

ED E’ L’ESSENZA DELL’ASCESI.

 

LA VERITA’ SI MOSTRA IN QUANTO

-PER ATTIMI-

MANIFESTA LA POTENZA DEL SUO ESSERE.

 

APICI DEL PENSARE IN CUI L’ANIMA CELESTE

-IN VARIO GRADO E MISURA-

RITORNA VALORE OPERATIVO.

E ARDE.

 

NELL’ARCANGELICO SPLENDORE

IN CUI L’ESSENZA LOGICA DEL VERO

SVELA LE LAPIDI INFERNALI E LE SVELLE

RISORGENDO NELLA VITA DELLE ESSENZE.

 

FULGUREA E REDIMENTE.

________________________________

 

3/18053

AURA DELL’UNICO VALORE

 

L’ATTIMO IN CUI E’ POSSIBILE IL SILENZIO :

OTTIENE LA FORZA DI DISTINGUERSI DAL MALE.

 

OTTIENE IL POTERE DI SEPARARE IL CUORE DI ARMONIE

DAL VILUPPO DI ENERGIE CEREBRALI CHE NE COPRONO L’ESSENZA.

 

APICI UMANI IN CUI IL PENSARE

-PERMANENDO NEL CONTEMPLARE –

AFFRONTA L’EVIDENZA DELL’ESTRANEO AL VERO.

AFFRONTA LA POTENZA DI CIO’ CHE SI OPPONE E NEGA.

 

ED E’ LA ZONA IN CUI L’UNIRE LOGICO

LUNGO I SENTIERI DEL RICORDO :

AGISCE MEDIANTE LAMPI DI SINTETICHE EVIDENZE

CHE NELLA LORO ESSENZA SONO LA VERITA’,

 

UNA VERITA’ IN CUI L’ARMONIA MORALE

-DEL TUTTO CEREBRALMENTE INCONCEPIBILE E IMPREVEDIBILE–

SPLENDE.

 

IN VARIO GRADO E MISURA : AURA DELL’UNICO VALORE.

 

METRO DEL SOLO BENE.

 

LA VERITA’.

LE ESSENZE.

ORO DEL LOGOS.

 

NELL’ARCANGELICA IMPRONTA DEL NITIDO STRENUO CONNETTERE.

 

TENUISSIMO FERREO MANTENERE UNITO

QUANTO VIENE CONCEPITO PER ESSERE CONTEMPLATO.

 

NEI LUOGHI DEL SILENZIO PUO’ SCOCCARE

-QUALE FOLGORE-

L’ATTIMO DEL RISANARE DISSOLVENDO IL MALE.

 

AVE SUPREMA RICHIESTA DELLA LUCE

IN CUI E’ PRESENTE L’AUREO EDIFICARE.

 

LIBERA SCELTA INDIVIDUALE

IN CUI PUO’ RISOLLEVARSI IL FATO.

 

NELL’ARCANGELICO IMPOSSIBILE COMPORRE.

______________________

 

4/18054

ETERNITA’ DELL’ATTIMO

 

 

VILUPPI CEREBRALI AL CUI INTERNO SCORRE LA VOLONTA’

DELL’OPPORRE E DEL NEGARE.

 

VILUPPI IN CUI

VISCIDA E BIOLOGICA

E’ L’ENERGIA VOLITIVA A DETENERE LA POLARITA’ MALIGNA

DELLE PIU’ SVARIATE OPINIONI UMANE.

 

MASSE DI PERSONE IN CUI IL DISCUTERE E’ SOLTANTO UN FRANTUME

DELLA MASSA CALCAREA CHE DAL MALE

LI DOMINA LI PERMEA E LI GOVERNA.

 

SENZA L’ASCESI DEI POCHI :

SAREBBERO LE INCONTRASTATE GUIDE DELL’UMANITA’

DIRETTA NEL BESTIALE.

 

MA  -SEPPURE INDISTINGUIBILE NELL’IMMEDIATO-

UN ARGINE RESISTE E PONE GERMOGLI DI LUCE

CHE -PARIMENTI AGENTI NELLA VOLONTA’-

INTACCANO QUEL MALE E INNALZANO IL VOLTO DELLE ANIME

MEDIANTE LIBERTA’

VERSO IL TENUISSIMO SCINTILLIO DEI CIELI

CHE –SIA PURE APPENA SFIORATO-

OPERA ETERNAMENTE ACCESO.

 

UN ATTIMO CHE SI RINNOVA E MANTIENE LE ALTEZZE DELLA SINTESI

VOLUTA :

E’ LUCE MORALE CHE SI ACCENDE NEL VOLERE.

 

LUCE CHE NEGLI APICI CONSACRA E CHE

– IN VARIO GRADO E MISURA –

RISOLLEVA I LIVELLI INTERIORI DELLE SENSIBILITA’ INTELLETTIVE.

 

AZIONI DEL PENSARE CHE :

IMPREVEDIBILI E POSTE OLTRE OGNI FATALE OBBLIGATORIETA’

RINNOVATE E RIPETUTE MEDIANTE LIBERA SCELTA INDIVIDUALE

POSSONO DILAGARE NEL COSMO DELLE CAUSE.

REDIMENDO.

 

AURA DEL PENSARE IN CUI E’ POSSIBILE IMMETTERE

VOLONTA’ UNITIVA CHE CONSACRA.

 

LAMA DELL’ARCANGELO LUNGO I SENTIERI DELL’UOMO D’OCCIDENTE

IN CUI L’ESSENZA LOGOS PUO’ ERIGERE LA NUOVA SACRITA’.

 

ETERNITA’ DELL’ATTIMO NEL LAMPO CHE REDIME.

 

ORO LOGOS NELLA FERREA IMMATERIALITA’ DA CUI PUO’ EROMPERE RISOLUTIVA FOLGORE.

_______________________________________________

 

5/18055

ULTIMA LUCE PERENNEMENTE RINNOVATA

 

NELL’INFERNO DELLE ANIME MINERALIZZATE E GHIGNANTI

PUO’ ACCENDERSI L’EVIDENZA DEL POTERE

CHE NON LE RITIENE DEGNE DI ESISTERE.

OSSIA PUO’ATTUARSI LA POLARITA’ DELL’IMPOSSIBILE REDIMERE.

 

ESANGUI PLUMBEE INTERIORITA’ DI CUOIO E PIETRA

COLTIVANO CERTEZZE DI RABBIA E DI MENZOGNA.

TALMENTE CONGIUNTE CON LA STATICITA’ OPEROSA DEL MALE

DA NUOTARE CON NATURALEZZA FRA OCEANI DI EVIDENTISSIME

MALVAGITA’ ADORATE QUALI IDOLI ESTREMI.

 

TALI CONTORTE REALTA’ CONSIDERANO INATTACCABILE

IL PROPRIO STATO DI IMPUNITA’ E POTERE.

 

EPPURE VENGONO COLPITE DALL’IMPOSSIBILE LUCE MORALE

– LUCE LOGICA DELL’UNICA VERITA’ –

QUANDO VOLONTA’ SI IMMETTE NEL PENSARE

E CREA SPLENDORE OCCULTO.

 

DALL’INTENSITA’ NEL CONTEMPLARE SORGE

– IN VARIO GRADO –

L’AURA DELLA VERGINE CELESTE CHE NELLA FOLGORE

REINTESSE IL LACERATO MANTO DELLA LUCE.

 

ATTO DELL’ARCANGELICA PRESENZA

NEL PIU’ STRENUO INSISTERE IN IDEA.

 

– AVE DELLE SUPREME FONTI QUINTESSENZA DEL REDIMERE –

 

ORO LOGICO DEL PERENNE TRASMUTARE NELLA SANITA’

L’OLTRAGGIO DEBELLATO.

 

INTENSITA’ DELL’ULTIMA PREGHIERA

IMPERCETTIBILMENTE RINNOVATA E ACCESA

OVE LA SINTESI TRAPASSA NEL VALORE CHE CONSACRA.

 

LAMA VIRTU’ SPLENDORE DI METEORA.

 

FERREO DETERMINATO SGUARDO CHE

APPARENTEMENTE IMPOSSIBILE E INCONCEPIBILE

DALLA SOVRUMANITA’

– IN VARIO GRADO –

REDIME.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. DODICESIMA PARTE.

Dopo una non breve assenza, Hugo ritorna ad affrontare il tema centrale di questo studio in più puntate. Difficoltà varie – sue e di alcune persone care – ed eziandio altri eventi, hanno impedito che quanto maturato in lunghe ricerche venisse ad avere la possibilità di essere qui pubblicato. Ma nulla avviene a caso, e il periodo trascorso ha permesso una ulteriore maturazione dei pensieri. Ciò fa sperare nellʼindulgenza del benevolo lettore.

***

Elemento centrale della Esoterische Schule, della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner nel 1904 è il Sentiero della Conoscenza, del quale egli parla nel capitolo finale del libro Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, apparso nella sua prima edizione tedesca proprio nel 1904, e da allora tradotto molte volte anche nella nostra lingua. Una bella traduzione di quel libro fondamentale è quella di Iva Levi Bachi, molte volte ripubblicata dalla milanese Editrice Antroposofica. In quel capitolo finale Rudolf Steiner dà la trama di pensiero del Sentiero della Conoscenza, ossia del percorso che deve condurre il discepolo dalla illusoria conoscenza sensibile allʼautentica Gnosis, alla folgorante Conoscenza sovrasensibile: Conoscenza che è visione trasformatrice, trasfiguratrice e trasmutatrice dellʼintero essere umano.

Senza una intensa pratica interiore, lʼintera Scienza dello Spirito è un non senso: rischia di diventare o una grigia teoria, che ingolfa la memoria, o un misticismo sentimentale, o un eccentrico estetismo intellettuale. E precisamente questa fu ed è la tragedia del movimento antroposofico. Rudolf Steiner, con molta amarezza, più volte, mise in evidenza come molti antroposofi allora leggessero – e tuttora leggono – un libro come la sopra citata Teosofia come si legge un libro di cucina, mentre dovrebbe essere un libro ʽrisvegliatoreʼ, ossia la lettura di un tale libro dovrebbe essere un ʽRitoʼ sacro, un intenso esercizio interiore, capace di trasformare radicalmente lʼanima del lettore meditante. E aggiunse che se gli antroposofi avessero usato in cotal modo i libri da lui scritti – soprattutto Teosofia, Iniziazione, La Scienza Occulta, egli si sarebbe risparmiato la fatica di tenere migliaia di conferenze. Perché i contenuti di quelle conferenze sarebbero stati conquista interiore ed esperienza diretta degli asceti interiormente attivi e operanti. Ma così – nobili eccezioni a parte – non fu, e purtroppo ancor oggi non è, e questa, appunto, come sopra detto, fu ed è la tragedia del movimento e della Società Antroposofica. È tragico che in Germania, in ambienti esoterici seri, con feroce sarcasmo, si parli della Società Antroposofica come di «eine okkulte Gesellschaft ohne Okkultisten», ossia, detto nella lingua del nostro Dante l’attuale Società Antroposofica è una società occulta senza occultisti

Un discorso a parte va fatto a proposito della Scuola Esoterica da lui fondata e strutturata nelle tre Classi, delle quali ho avuto modo di parlare più volte su questo animoso e temerario blog. In essa, soprattutto nella prima Scuola Esoterica, che visse ed operò tra il 1904 e il 1914, appartennero alcune centinaia di discepoli occulti che si erano rivolti al Maestro chiedendogli una direzione spirituale, discepoli che operarono in silenzio a percorrere lʼarduo sentiero che conduce alla Iniziazione ad una superiore vita spirituale. A parte Marie Steiner, la fedele compagna e collaboratrice del Maestro, voglio ricordare soltanto Martina von Limburger in Germania, e Giovanni Colazza in Italia: figure luminose che, appunto in silenzio e riservatezza, portarono avanti lʼascesi indicata loro da Rudolf Steiner, e che ci hanno altresì trasmesso un prezioso lascito operativo. Lascito scaturito da una pratica interiore effettivamente eseguita, praticamente attuata, e non meramente letta nei libri o semplicemente immaginata.

All’interno della seconda Classe della suddetta Scuola Esoterica – la Classe culticoconoscitiva, in séguito conosciuta anche come ʻMystica Aeternaʼ – Rudolf Steiner donò la Leggenda del Tempio o Leggenda Aurea come tema centrale sul quale doveva incessantemente esercitarsi il meditare di coloro che erano stati accolti come membri della seconda Classe. I contenuti dellʼintera Scuola Esoterica furono preservati – e difesi dalla azione emarginatrice e disgregatrice della dirigenza della Società Antroposofica, messa in atto soprattutto ad opera di Albert Steffen e di Guenther Wachsmuth – dalla Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia dal ʽLascitoʼ di Rudolf Steiner, e dobbiamo alla dedizione sacrificale, alla competenza sia interiore che professionale, al lavoro pluridecennale di Hella Wiesberger, alla quale va tutta la nostra gratitudine e il nostro amore, il fatto che oggi i contenuti della prima Scuola Esoterica siano giunti sino a noi e messi a disposizione del libero ricercatore spirituale. La pubblicazione di tale aureo patrimonio della Scuola Esoterica non fu affatto una arbitraria, e – al dire dei suoi detrattori – discutibile decisione di Hella Wiesberger – come in maniera insana e improvvida ha scritto in maniera oltremodo ingiusta e offensiva su un noto social forum N.R. Ottaviano – ma una precisa volontà di Marie Steiner, avallata dalla stessa parola di Rudolf Steiner, e testimoniata da sue disposizioni testamentarie scritte. Lei, ancora vivente, dovette addirittura difendersi da velenosi e calunniosi attacchi da parte di vari membri della ipersteffenianizzata Società Antroposofica allorché, negli ultimi anni di una vita tutta dedita a servire con amore – e a salvare – lʼOpera di Rudolf Steiner, curò la pubblicazione dei primi tre ʽQuaderni Esotericiʼ (lʼultimo dei quali uscì postumo), che costituirono poi il primo nucleo della successiva pubblicazione del lascito esoterico di Rudolf Steiner. Tali primi ʽQuaderniʼ furono sùbito tradotti una prima volta in italiano ad opera di Mario Viezzoli, che succedé a Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis, ed io ne possiedo una copia con sopra gli appunti e le correzioni di mano di Massimo Scaligero, che custodisco come un piccolo prezioso tesoro. Quei ʽQuaderniʼ, poi completati con altro materiale, furono in séguito ritradotti in italiano più volte, anche tenendo conto delle osservazioni e correzioni di Massimo Scaligero, lʼultima versione dei quali ad opera di alcuni amici sotto la direzione di Romolo Benvenuti, che diresse per decenni il Gruppo Novalis dopo Giovanni Colazza, Mario Viezzoli, Caio Sallustio Crispo.

Il testo della Leggenda del Tempio ci è giunto in varie versioni, tutte di mano di Rudolf Steiner. La parte riportata nel presente articolo si trova nel volume 265 dellʼOpera Omnia del Dottore. Una parte di quel volume – il GA-265 dellʼedizione tedesca – è stato parzialmente tradotto ed in séguito pubblicato dalla milanese Editrice Antroposofica. Per vari motivi, che per il momento non intendo approfondire, tale edizione non è soddisfacente – sia perché manca larga parte della importante  introduzione storico-documentaria curata da Hella Wiesberger, sia per taluni grossolani fraintendimenti presenti nella traduzione pubblicata – per cui ho preferito tradurre a mia volta dallʼoriginale tedesco la parte che riporto nella presente puntata di questo mio studio. La parte che riguarda la versione della Leggenda del Tempio che ho scelto di tradurre, si trova alle pp. 365-368 della GA-265, che in tedesco ha titolo Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987. La traduzione è stata eseguita nella forma più letterale possibile – anche a costo di sacrificare la «venustà del periodare», per usare una espressione del caro «zio» Arturo – per tema di tradire il pensiero, che ne costituisce l’essenza.  

«La leggenda del Tempio.

«La parte significante simbolicamente lʼevoluzione dell’umanità»,

come essa veniva comunicata nel primo Grado.

Testo secondo il manoscritto originale di Rudolf Steiner.

All’inizio dellʼevoluzione terrestre uno tra gli Spiriti di Luce o Elohim discese dalla regione solare in quella terrestre e si congiunse con Eva, la madre primordiale del vivente. Da questa unione sorse Caino, il primo degli uomini terreni. In seguito, un altro spirito della classe degli Elohim, Jahve o Jehova, plasmò Adamo; e dalla unione di Adamo con Eva sorse Abele, il fratellastro di Caino. La diversità dellʼorigine di Caino e Abele (generazione sessuale e asessuale) provocò il contrasto tra Caino e Abele. E Caino colpì Abele. Abele era andato in rovina a causa della generazione sessuale, Caino a causa della caduta morale della vita nel mondo spirituale. Al posto di Abele, Jehova dette in sostituzione alla coppia come figlio Seth. Da Caino e Seth provengono due diversi tipi umani. I discendenti di Seth potevano guardare nel Mondo Spiritale in particolari (sognanti) stati di coscienza. I discendenti di Caino persero completamente questa visione. Essi dovettero, nel corso delle generazioni, elaborare la riconquista delle facoltà spirituali attraverso la graduale educazione delle forze umane terrestri.

Uno dei discendenti di Abele-Seth fu il sapiente Salomone. Egli aveva ancora ereditato il dono della chiaroveggenza sognante; aveva ricevuto questo dono, come predisposizione in un grado eccezionale; così accadde che la sua sapienza divenne così vastamente famosa, che di lui si racconta che possedesse un trono dʼoro e dʼavorio (oro e avorio come simboli della sapienza).

Dalla stirpe di Caino provennero uomini che, nel corso del tempo, sempre più si resero atti allʼevoluzione ascendente delle forze umani terrestri. Uno di questi uomini fu Lamech, il custode dei libri-T, nei quali venne riprodotta la sapienza primordiale nella misura in cui ciò fu possibile mediante forze umane terrestri, cosicché questi libri sono inintellegibili agli uomini non iniziati. Un altro discendente dell’umanità cainita è Tubalcain, che nella lavorazione dei metalli progredì talmente da poter plasmare artisticamente i metalli in strumenti musicali. E, come contemporaneo di Salomone visse Hiram Abif o Adoniram, della stirpe di Caino, il quale con la sua Arte era talmente progredito, che questa confinava in maniera immediata con la visione dei mondi superiori, e per lui vi era appunto appena un sottile diaframma da abbattere nei confronti della Iniziazione.

Il sapiente Salomone ideò il progetto di un Tempio, che nelle sue forme avrebbe dovuto portare simbolicamente ad espressione l’evoluzione dellʼumanità. Mediante la sua sapienza sognante, egli poté ideare i pensieri di questo Tempio in tutti i suoi singoli particolari, ma gli mancava la conoscenza delle forze terrestri per la sua effettiva edificazione, la quale doveva essere conquistata unicamente attraverso l’educazione delle forze terrestri nella stirpe di Caino. Perciò Salomone si alleò con Hiram Abif. Ora questi costruì il Tempio che esprimeva simbolicamente lʼevoluzione dell’umanità.

La fama di Salomone era giunta sino alla Regina di Saba, Balkis. Questa si recò un giorno alla corte di Salomone per sposarlo. Le vennero mostrate tutte le magnificenze della corte di Salomone ed anche il possente Tempio. Ella non poteva concepire, per le rappresentazioni che sino ad allora ella si era conquistata, come un architetto avente a disposizione unicamente forze terrestri, avesse potuto realizzare un qualcosa del genere. Ella aveva appunto saputo che la guida degli operai aveva potuto dirigere contemporaneamente sufficienti schiere di operai attraverso il possesso di ataviche forze magiche. Ella ottenne di poter vedere l ̓ architetto per lei degno in modo così raro. Non appena egli la incontrò, il suo sguardo fece su di lei una impressione eccezionalmente profonda. Poi dovette mostrarle, chʼegli guidasse gli operai attraverso semplici relazioni umane. Prese il martello, salì su di un colle, e ad un suo segno con il martello si appressarono grandi schiere di operai. La Regina di Saba notò come potevano essere sviluppate forze umane di cotale importanza. Sùbito dopo la Regina si recò con la sua nutrice (nutrice sta per persona profetica) di fronte alle porte della città. Qui incontrarono Hiram Abif. Nel momento in cui le due donne scorsero lʼarchitetto, lʼuccello Had-Had dallʼaria volò sul braccio della Regina di Saba.

La profetica nutrice spiegò ciò col fatto che la Regina di Saba era destinata non a Salomone bensì a Hiram Abif. Da quel momento in poi, la Regina sempre di più non pensò ad altro che a poter sciogliere il fidanzamento con Salomone. Si racconta poi come al Re, in uno stato di ebrezza, dal dito venisse levato lʼanello di fidanzamento, cosicché la Regina potesse ora esser considerata la sposa destinata a Hiram Abif. (Alla base di questo tratto della leggenda vi è il fatto che nella Regina di Saba deve vedersi lʼantica Sapienza Stellare, la quale fino a quellʼepoca era stata congiunta con le antiche forze ataviche, che vengono simboleggiate in Salomone. Le leggende occulte nei simboli di personaggi femminili esprimono la Sapienza, che può disposarsi con la parte maschile dellʼanima. Con lʼepoca di Salomone è cominciata lʼèra in cui questa Sapienza deve passare dalle antiche forme ataviche alle forze dellʼIo terreno riconquistate. Lʼ«anello» è sempre il simbolo dellʼ«Io». Salomone viene pensato come ancora in possesso di un io non pienamente terrestre, bensì di un io  che è tale  soltanto nel riflesso dellʼ«Io superiore» dellʼangelo nellʼatavica coscienza chiaroveggente di sogno. La «ubriacatura» incdica che questo Io viene nuovamente perduto allʼinterno delle forze animiche semicoscienti, mediante le quali era stato conquistato. Solo Hiram è in possesso di un «Io» umano-reale).

Da questo momento una violenta gelosia afferra Salomone nei confronti del suo Architetto. Fu facile perciò per tre compagni traditori trovare ascolto presso il Re per un’azione tramite la quale essi volevano rovinare Hiram Abif. Essi sono suoi nemici, giacché dovettero venir da lui respinti allorché pretesero il Grado e la Parola di Maestro, per le quali non erano maturi.

Ora, questi tre compagni traditori decisero di rovinare a Hiram Abif l’opera, ch’egli voleva eseguire a coronamento del suo lavorare alla corte di Salomone. Era la fusione del «mare di bronzo». Si trattava della fusione prodotta ad arte, a partire dai sette metalli fondamentali (piombo, rame, stagno, mercurio, ferro, argento, oro), sì da essere perfettamente trasparente. La cosa venne eseguita sino alla fusione finale, che doveva essere eseguita di fronte alla corte riunita – di fronte pure alla Regina di Saba – fusione mediante la quale la sostanza ancora torbida doveva essere cangiata sino a perfetta trasparenza. Ora, i tre compagni traditori mescolarono qualcosa di non corretto nella fusione, cosicché questa, invece di illimpidirsi, sprigionò scintille di fuoco. Hiram Abif cercò di placare il fuoco con lʼacqua . Non vi riuscì, anzi le fiamme divamparono da tutte le parti. Ma Hiram Abif udì uscire dalle fiamme e dalla massa rifulgente una voce: «Gettati nelle fiamme; tu sei invulnerabile». Egli si gettò nelle fiamme, e scorse sùbito che la sua via conduceva al centro della Terra. A metà strada incontrò il suo antenato Tubalcain. Questi lo guidò al centro della Terra, ove si trovava il suo grande avo Caino, nello stato in cui questi era prima della colpa. Qui Hiram Abif ricevette la spiegazione del fatto che l’energico sviluppo delle forze umane terrestri alla fine conduce al sommo della Iniziazione, e che l’Iniziazione ottenuta su questa via avrebbe dovuto subentrare nel corso della Terra in luogo della visione dei figli di Abele-Seth, che sarebbe scomparsa. La forza donatrice di coraggio, che Hiram Abif ricevé da Caino, simbolicamente viene espressa dicendo che Hiram ricevé da Caino un nuovo martello, con il quale egli ritornò alla superficie della Terra, toccò il Mare di Bronzo, e tramite ciò riuscì a provocare la sua perfetta trasparenza. (Mediante questa simbologia viene dato quel che nella corretta meditazione solleva l’entità interiore dell’evoluzione umana sulla Terra allʼImaginazione. Il Mare di bronzo può essere considerato come il simbolo di ciò che lʼuomo sarebbe diventato se non avessero preso posto nell’anima le tre forze traditrici: dubbio, superstizione, illusione del sé personale. Mediante queste tre forze lʼevoluzione dellʼumanità sulla Terra è giunta allʼepoca lemurica al divampare del fuoco, che non poté essere sedato mediante lʼevoluzione acquea nellʼepoca atlantica. Piuttosto, deve aver luogo una evoluzione delle forze umane terrestri tale, che nellʼanima venga reintegrata la condizione originaria, che era presente in Caino prima del fratricidio. Di fronte alle forze terrestri, possono conservarsi non le sognanti forze animiche dei fratelli di Abele-Seth, bensì quelle dei discendenti di Caino che giungono allo sviluppo pienamente reale dellʼIo).

Una ulteriore trascrizione della Leggenda del Tempio secondo un manoscritto originale di Rudolf Steiner.

(Manca la prima parte)

Da quel momento Salomone sʼinfiammò di gelosia nei confronti del suo Architetto. Si trovarono perciò ad appoggiarlo tre compagni traditori, i quali nella loro ambizione avrebbero voluto ottenere dallʼArchitetto la Parola e il Grado di Maestro, che questi non aveva potuto concedere loro, perché a ciò essi non erano maturi. Essi decisero allora di vendicarsi nel modo seguente.

Hiram Abif doveva eseguire a coronamento dei suoi lavori alla corte di Salomone il cosiddetto Mare di Bronzo. Questo doveva essere una fusione metallica prodigiosa, nella quale erano fusi tutti i metalli della Terra in proporzioni tali da risultarne una splendida armonia. Tutto era stato predisposto da Hiram Abif sino allʼultimo atto. Questo doveva essere eseguito durante una festa particolare. Lʼintera corte si era radunata per lʼavvenimento, e vi era pure la Regina di Saba. I tre compagni traditori, in un momento decisivo, mescolarono un elemento errato nella fusione; ed accadde che il tutto non giunse ad unʼarmonica conclusione, dalla fusione si spigionarono delle fiamme. Hiram Abif tentò di placare le fiamme con lʼacqua. Ma dalla fusione si elevarono spaventose masse fiammeggianti. Tutti quelli che si erano radunati fuggirono. Ma Hiram Abif udì sortir dalle fiamme una voce, che gli disse: «Non temere, gettati nelle fiamme; tu sei invulnerabile». Egli si lanciò nelle fiamme. Si accorse sùbito che il suo volo conduceva al centro della Terra. A metà cammino incontrò Tubalcain, che lo condusse dal suo avo Caino, al centro della Terra. Caino era nella forma precedente alla sua caduta peccaminosa. Questi dette a Hiram Abif un nuovo simbolo-T, e gli disse di ripetere con esso la fusione, una volta tornato alla superficie della Terra. E che da lui sarebbe sorta una stirpe, la quale avrebbe vinto i figli di Adamo sulla Terra, ed avrebbe di nuovo introdotto il grande culto del Fuoco, riconducendo così lʼumanità alla divina Parola Creatrice.

Anche in questa leggenda vi è un significato profondo. Prima che l҆ʼuomo discendesse dal grembo della Divinità nellʼincarnazione terrestre, egli era in un regno spirituale che poteva percepire. Egli udiva la divina Parola Creatrice. Egli si incarnò in masse metalliche, che allora erano ancora allo stato fluido nel fuoco. Prima che ciò avvenisse, non avrebbero potuto avvicinarglisi i tre compagni traditori: dubbio, superstizione, e illusione del sé personale. Non avrebbe potuto dubitare del Mondo Spirituale, appunto perché questo era attorno a lui. Non avrebbe potuto cadere nella superstizione, perché egli vedeva lo spirituale nella sua vera forma. La superstizione consiste nella rappresentazione dello spirituale sotto falsa forma. Lʼillusione del sé personale non avrebbe potuto afferrarlo, poiché egli si sapeva nella spiritualità universale; non ne era ancora tagliato fuori con la sua reclusione nel corpo. Se questi tre compagni traditori non avessero potuto morderlo al calcagno, il suo corpo sarebbe diventato un puro, armonico, tramite con la materia. Essi mischiarono lʼimpurità, che gli fece obliare la Parola Creatrice divino-spirituale. Attraverso ciò la fusione venne distrutta. Quindi, il viaggio di Hiram Abif al centro della Terra rappresenta il procedere dellʼuomo sul sentiero occulto. Attraverso questo, lʼumanità ottiene nuovamente il possesso del T, della divina Parola Creatrice, la natura umana (Caino) conosce come essa fosse prima della caduta, e come possa nuovamente renderla pura».

Da tutto quanto abbiamo visto sinora, possiamo constatare come, alla luce della Scienza dello Spirito, vi sia una radicale contrapposizione tra la visione spirituale del mondo propria della ‘stirpe jahvetico-abelita’ e quella propria, invece, della ‘stirpe dei Figli del Fuoco’, ossia della ‘stirpe cainita’. Questa contrapposizione, che – dal punto di vista della Scienza dello Spirito – potremmo goethianamente definire ‘polare’, naturalmente, nell’evoluzione dell’uomo e del cosmo ha avuta la sua ragion d’essere. Il che, tuttavia, non la rende, ancor oggi, meno aspra, pur nella sua giustificata necessità.

Al fine di rendere meno impervia la comprensione di una tale ‘polare contrapposizione’, e, di conseguenza, aiutare l’intuizione del libero ricercatore che, sola, può far penetrare, in totale autonomia, il ‘mistero’ dal quale tale aspra contrapposizione scaturisce, giova forse richiamare – una volta di più – le immagini del ‘mito’ del ‘Concilio degli Dèi’. Ora, secondo tale ‘mito’ – ‘mito’ vero, pur nella poeticità delle sue immagini – l’Assoluto Divino pose, all’origine dei tempi – dei ‘nostri tempi’, naturalmente, ché nell’Assoluto tempo non v’è – alle Celesti Gerarchie un còmpito da esse difficilmente attuabile e realizzabile: portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Còmpito invero arduo per esse, giacché esse stesse libere non erano affatto, essendovi, al principio, in esse solo ‘necessità’, sia pure ‘metafisica’, e non libertà.

Più volte Massimo Scaligero, rievocando in incontri e riunioni tale primordiale ‘Concilio degli Dèi’, mise in evidenza come le Gerarchie divino-spirituali, e le Entità ad esse appartenenti, fossero, a vari gradi, ‘manifestazione’, immediata e necessitante, dell’Assoluto Divino, del quale esse erano e sono emanazione ed espressione. In quanto tali, esse, di per sé, non hanno autonomia rispetto all’Assoluto del quale sono, appunto, la manifestazione: sono legate all’essere, come ad una ‘funzione’ alla quale non possono – per ora – sottrarsi. Ad esempio gli Spiriti della Sapienza o della Saggezza non si può dire che abbiano ‘Sapienza’, bensì che essi sono ‘Sapienza’, e non possono, per ora, sottrarsi a tale loro immediato essere, per essere diversamente da come attualmente sono. E così gli Spiriti del Coraggio, dell’Armonia, e persino gli Spiriti dell’Amore. Le Entità divino-spirituali, in special modo quelle più elevate, hanno sì ‘coscienza sovrasensibile’‘onnipotenza’, assoluta ‘bontà’ e ‘moralità’, ma non conoscono, e non hanno ‘Autocoscienza’‘Libertà’, e ‘Amore’.

Così come tali elevate Gerarchie divino-spirituali, anche le Entità Avverse – gli Ostacolatori – non sono affatto libere. Le Entità Ostacolatrici svolgono, esse pure, un ‘còmpito’, una ‘funzione’ alla quale – per così dire – sono ‘assegnate’‘costrette’, ‘comandate’, senza potersi a tale cogente condizione minimamente sottrarre. Gli Spiriti dell’Ostacolo svolgono la loro assegnata ‘funzione’ in maniera inesorabile, con l’impersonale ‘necessità’ delle forze della Natura.

L’unica possibilità, in quell’esiodeo ‘Concilio degli Dèi’, che le celesti Gerarchie ebbero di attuare il còmpito loro assegnato dall’Assoluto, e di portare quindi ad esistenza la libertà, era di ‘creare’, ossia da se medesime ‘generare’‘emanare’,  un primordiale ‘Uomo Cosmico’, al quale tutte le suddette Gerarchie donassero, come effettivamente avvenne, parte della loro ‘essenza’, e che, quindi, di esse tutte egli fosse  una mirabile ‘sintesi’. L’Uomo Primordiale – l’Adàm Kadmòn della Kabbalàh israelitica e cristiana – possedeva in sé ‘sapienza’‘potenza’, e ‘moralità’ esattamente come le Celesti Gerarchie – gli ‘Eoni’ di quell’antica Gnosi, tanto calunniata, soprattutto quella abbagliante culminazione ch’essa ebbe in Mani, Gnosi caricaturalmente sfigurata, violentemente avversata, sanguinosamente perseguitata dai Padri delle poco ‘cristiche’, ortodosse, Chiese cristiane – delle quali l’Uomo Primordiale era ‘emanazione’, ma come esse, appunto, egli non era, né poteva essere – perlomeno, non sùbitonon immediatamente, o non ancora – autocosciente e libero. Una conoscenza sovrasensibile, un atto morale, sorgevano in lui con la necessità immediata propria dei processi della Natura: così come nell’uomo oggi sorgono fame, sete, sonno, e tutta la serie immediata delle emozioni e degli istinti. L’Uomo primordiale era, in certo qual modo, un ‘automa spirituale’, e tale sarebbe eternamente rimasto – come un pupazzo, un burattino, o una marionetta, appeso a fili a lui ignoti, e meccanicamente, seppur sottilmente, mosso da agenti a lui esterni – finché fosse rimasto nel seno di quelle Celesti Gerarchie che, emanandolo, lo avevano generato. Ma, come scrive Massimo Scaligero in Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 61, parlando dell’ineludibile còmpito che l’uomo ha di realizzare la più radicale autonomia,  la più incondizionata libertà, così ammonisce:

«L’autonomia profonda di simili forze è ciò che il principio cosciente, mediante il pensiero, dovrebbe realizzare come propria autonomia sul piano della coscienza di veglia. La dipendenza in effetto è, per il pensiero, la contraddizione con le Forze originarie. Giustamente, un tempo veniva insegnato che «Delude gli Dèi, colui che vuole dipendere dagli Dèi».

Perché l’Uomo è la mèta delle Gerarchie – come avverte Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche – e non viceversa.  In questo senso, la posizione dell’Uomo è ‘suprema’, e ‘suprema’ è la sua dignità. In questo sta, nellʼessenza, la differenza tra la lunare jahvetica stirpe abelita, e la stirpe cainita, scaturita dallʼEloah o Eloha solare.

Per cui, l’Uomo Primordiale, l’Adàm Kadmòn, dovette venire ‘isolato’‘escluso’, e per così dire ‘espulso’ da quella ‘comunione’ con le Gerarchie, e con l’Assoluto, che costituisce – come ricorda Massimo Scaligero ne La Via della Volontà Solare, Fenomenologia dell’Uomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Roma, 1962, pp. 275-296 – quella ‘Quiete delle Gerarchie’ di cui parlava, nel Medioevo, la platonica Scuola di Chartres, e che Giovanni Colazza chiamava, con un’espressione di sapore estremo-orientale, taoista o chán, il ‘Riposo Divino’. Naturalmente, ‘fuori’ dell’Assoluto‘fuori’ dello Spirito, ossia ‘fuori’ dell’Uno, dell’Essere, a rigor di termini, niente è. Perché – come ammonisce Parmenide di Èlea nel suo Περί ΦύσεωςPerí Phýseos, nel suo De Rerum Natura – l’Essere ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, è, e non è possibile che non sia, mentre il non-essere ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, non è, ed è necessario che non sia.

Quindi, a rigor di termini, solo apparentementeillusoriamente, l’Uomo Primordiale poteva essere ‘escluso’ dalla comunione con l’Infinito, con l’Assoluto. L’Uno, essendo ‘unico’, non può avere ‘fuori’ di sé né ‘altro’, né ‘altri’. Per cui la ‘unicità’ dell’Uno Unissimo – come veniva concepito nella Accademia Platonica d’Atene, perlomeno sino a che essa non venne soppressa nel 529 dall’infamissimo, intollerante, sacrilego e assassino, imperatore Giustiniano, violento persecutore dell’Ellenismo, del culto di Iside a Philae in Egitto, dei Manichei – non viene distrutta dal sorgere delle ‘apparenze’, le quali sono soltanto un illusorio ex-sistere, un mero diveniente ‘esistere’, non un autentico permanente ‘essere’. Tale illusorio apparire incontestabilmente ‘esiste’, ma non ‘è’Est et non est, avrebbe detto, nel XIII secolo, in Occitania, il sapientissimo Maestro cataro Bartolomeo di Carcassona, o Giovanni di Lugio, anche lui cataro, autore del Liber de duobus principis, fortunosamente sfuggito alla furia distruttiva della Santa Inquisizione dell’eretica pravità, e ritrovato nel 1939 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, per una sorta di ironia del destino, dal R.P. Antoine Dondaine, domenicano, e la stessa cosa, nell’VIII secolo della nostra èra, avrebbe affermato Śaṅkarâcârya, Maestro dell’Advaita Vedânta, il quale affermava che la Mahâ Mâyâ, la ‘grande illusione’‘è, e non è’.

Il còmpito di ‘espellere’ l’Uomo Primordiale dalla comunione immediata con l’Assoluto, il farlo ‘cadere’ nella dionisiaca frantumazione dell’apparente molteplicità, sino ad ‘isolarlo’ – gradualmente nel corso di molti millenni – completamente nell’unidimensionale visione sensibile, fu ‘affidato’ a ‘Spiriti dell’Ostacolo’, i quali vennero – essi pure – ‘esclusi’ dalla ‘Quiete delle Gerarchie’, dal ‘Riposo Divino’. Giunto al totale ed esclusivo isolamento nell’apparente sfera sensibile, l’essere umano non avrebbe più ricevuto ‘ispirazioni’‘oracoli’‘comandamenti’ dagli Dèi, ed avrebbe dovuto ‘scegliere’ da se stesso, in totale autonomia con le sole proprie forze, a proprio rischio e pericolo, attraverso il doloroso e faticoso, oltremodo accidentato, aspro sentiero dell’errore e dell’esperienza, la propria ‘via’.

Ma, pur isolato in tale mondo di illusorie apparenze, e imprigionato, a causa della offuscante ‘ignoranza’ in lui generata dagli ‘Spiriti dell’Ostacolo’, sempre più negli astringenti vincoli corporei di una inferiore natura, un tale uomo è pur sempre fondato sull’Assoluto – e non potrebbe essere diversamente – e ad un tale Assoluto, al Divino, comunque base del suo essere, egli può sempre fare liberamente appello. Ed è questo ciò che gli Dèi si attendono da lui: ch’egli esca da una sorta minorità spirituale, da una ‘irresponsabile infanzia divina’, e finalmente ‘voglia’, liberamente – ossia non obbligato, non sollecitato, bensì in totale autonomia – ‘voglia’ il proprio stesso volere e il fine, l’oggetto, di tale suo autonomo volere. Vi è un momento in cui cessano le ‘rivelazioni’, che dal mondo divino hanno accompagnato l’uomo nel suo progressivo discendere verso il fondo dell’abisso, nel quale lo attendeva la suprema prova dell’abbandono, del silenzio, della solitudine, del gelo, e della morte. A tale proposito, Massimo Scaligero ha parole di assoluta, inattenuata, radicalità, parole che non lasciano spazio alcuno a dubbi, o ad accomodanti ‘adattamenti’. Infatti, in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, nel primo capitolo, La Via adamantina d’Occidente, pp. 10-11, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza l’originaria natura. Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando ancora egli traeva le sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita degli stati trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La Madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente».

Ma la discesa dell’Adàm Kadmòn, dell’Uomo Primordiale, sin giù nel baratro dell’individuazione e della frantumazione, sin giù nell’abisso della più tenebrosa solitudine, è qualcosa che è avvenuto con una certa gradualità. Nel suo discendere in tale tenebroso e divorante baratro, che potremmo con Virgilio, – Aeneis, I, 118,  Adparent rari nantes in gurgite vasto, Appaiono pochi naufraghi nuotanti nel vasto gorgo. Aeneis VI, 295-297, Hinc via Tartarei quae fert Acherontis ad undas. Turbidus hic caeno vastaque voragine gurges / aestuat atque omnem Cocyto eructat harenam. Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte. Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia. – chiamare “gurge”, o “voragine”, l’essere umano è stato accompagnato da Deità “regolari”, contrastanti l’opera oscuratrice e disgregatrice delle Entità “ostacolatrici”. Questa azione viene esemplarmente descritta – con parole che sarebbe savio meditare profondamente e a lungo – da Massimo Scaligero in Kundalini d’Occidente. Il centro umano della potenza, Edizioni Mediterranee, Roma, 1980, pp. 21-22:

«Secondo il mito, Jehova, accogliendo l’uomo nel Paradiso terrestre, sostanzialmente tende ad impedire che egli acquisisca la conoscenza. Jehova tende a dominare, o a guidare l’uomo, in modo che senza traumi, o senza libertà, egli giunga a realizzare lo Spirito. Lucifero invece ha interesse a donare allʼuomo la conoscenza come esperienza senziente, perciò lo spinge verso la libertà, ancor prima che egli disponga di forze morali per usarla giustamente. Come entità celeste caduta, Lucifero tende a riconquistare il rango perduto, servendosi dellʼuomo. Agisce come intermediario tra l’uomo e il Divino: aiuta l’uomo, ma al tempo stesso ha bisogno, come Jehova, di dominarlo. Perciò lʼuomo, mentre necessita dell’aiuto di Lucifero, ha bisogno altresì di sottrarsi al suo assoluto dominio, proprio mediante l’uso cosciente della forza da Lui inoculatagli. Attraverso l’uomo, Lucifero in definitiva tende a ritrovare il Cristo, per redimersi. Ma l’uomo che si liberi, può diventare lui l’intermediario verace tra Lucifero ed il Cristo: mediante libertà superando Jehova, ma superando anche Lucifero. Questo è il segreto. Christus Lucifer verus. Senza la redenzione dell’uomo, non può esservi redenzione di Lucifero. Infatti, ove sulla Terra l’uomo riconosca il Cristo, troverà, dopo la morte, quale divinità superiore orientatrice, Lucifero, riemergente alla sua funzione celeste».

Questa condizione dell’essere umano esiliato dalla patria spirituale, apparentemente ‘abbandonato’ da quegli Dèi, che pur lo hanno generato, viene anch’essa descritta in maniera radicale, tale da non dar luogo ad equivoci di sorta  da Massimo Scaligero in un’opera fondamentale come L’Uomo Interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976 – alla quale purtroppo, nella ristampa del 2012, è stato ‘tagliato’, secondo una ben discutibile, totalmente arbitraria, ma non casuale, scelta, il sottotitolo, Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, e parte della sintesi descrittiva del contenuto del volume, scritta direttamente dall’Autore, nella quarta di copertina – ove alle pp. 204-207, possiamo leggere parole di un realismo assoluto, tali da togliere ogni residua illusione circa la possibilità di indugiare nel ‘sogno’ di una Tradizione oramai irrimediabilmente perduta, e quella di una mistica ‘via dell’anima’, che permetta di evitare lo sforzo e l’impegno nella lotta spirituale per l’essere o il non essere dell’uomo:  

«L’epoca di tale comunione spontanea con lo Spirituale si conclude con il periodo che nel mondo risponde alla protostoria mediterranea: è il periodo in cui la « conoscenza » non è più comunione diretta, ma « visione imaginativa », che più tardi si rifletterà nel mito: questo a sua volta avrà la sua sensibilizzazione nella poesia cosmogonica e nell’epos, mentre si verifica il compimento di un processo millenario: una sorta di distacco (il termine ha valore puramente allusivo, ossia relativo a un modo di essere dello Spirituale) del mondo animico o psichico, dal dominio sovrasensibile: una perdita di rapporto dell’« umano » riguardo al « divino », che non può non essere – per l’umano – regresso, o caduta, in uno stato inferiore. In séguito a tale evento, che si verifica attraverso lunghi decorsi di tempo, o epoche, l’uomo è costretto a elaborare il suo conoscere entro i limiti della individualità psichica, la cui massima possibilità comincia con essere la capacità razionale.

Lo Spirituale con cui prima la personalità dell’uomo costituiva un tutto e dal quale traeva motivo di elevazione, limitandosi ad essere impersonalmente conferme alla sua legge, diviene ora – dal punto di vista della « caduta » dell’uomo – mondo esteriore. Vedendolo ormai separato da sé e non più essendone posseduto ed ispirato, l’uomo in sostanza non lo vede: lo riduce alla sua attuale limitata visione, è costretto a rivolgersi ad esso come ad oggetto – d’indagine, cosi che di esso via via non rimarranno se non il nome ed il concetto: sul piano religioso, la vuota forma rituale, e, nell’anima umana. L’inconscio impulso a riferirsi a un potere fatale o provvidenziale, che continui ad agire invece dell’Io personale nascente. […]

Si è veduto, però, come la necessità di trarre la coscienza dell’Io da un livello inferiore, in quanto condizionato dalla esteriorità sensibile, pur apparendo una caduta, in definitiva abbia come obiettivo il compimento dello « stato umano ». L’uomo tende a ricostruire la vita spirituale all’interno della individualità, con i mezzi che la coscienza, costretta a trarre il senso di sé dal mondo finito, va via creandosi, per recare luce là dove l’antica spiritualità si è fatta natura. È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio essendovi al principio solo necessità, sia pure metafisica. Ma tra lo stato d’illuminazione originaria e la possibilità d’illuminazione cosciente, v’è una fase di oscuramento: lunga, per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare la trascendenza entro se stessa. Sarà inevitabile che la ricerca patisca i limiti dell’astrattezza e da questa si faccia in varie forme deviare. Ma, a un dato momento, essa può scoprire di poter evocare al livello della individuazione e come superamento del finito la « forza interiore originaria »: può riconoscere quel principio Logos che in un determinato punto del tempo ha operato nel terrestre la rettifìcazione invisibile: non conosciuta, che potrà essere conosciuta: che sorge come possibilità di libertà.

L’uomo può ridestare in sé la luce originaria – quella che « risplende nelle tenebre » – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafìsica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e dalla natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può realizzare nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda la possibilità dell’uomo di ritrovare, mediante spirito eroico e conoscenza, l’Io originario perduto.

Il processo di distacco, come si è accennato, implica da prima un oscuramento e una perdita: con le sole forze della individualità, da quel momento, l’uomo deve cominciare a guardare il tema dell’essere. Chiuso nei limiti egoici, egli tenderà a evocare in sé il Divino: tenderà a questo anche attraverso fasi di inconsapevolezza; ma il Divino agirà sempre in lui sotto forma di questo impulso all’auto-superamento, mentre echi e reviviscenze dell’antica comunione con il Sopra-mondo lo assisteranno lungo il cammino, operando attraverso la funzione mediatrice di Santi e di Mistici e grazie ad una residua apertura del « sentire » umano: sino al momento – l’attuale – in cui cessa del tutto la risonanza, sia pure emotiva, del Sovrasensibile nellʼanima umana: ché ogni « sentire » è ormai contessuto con la natura fisico-sensibile.

La solitudine del mondo sensibile è ora il limite dell’uomo, ma anche l’àmbito della possibilità del suo risorgere: condizione che, pertanto, riguarda l’uomo in generale, ma in particolare l’« individuo » più recente, che, nel suo agnosticismo, essendo più indipendente, dall’antica esperienza sovrasensibile, si può considerare il più evoluto: più prossimo alla possibilità della risalita, o della reintegrazione cosciente, ma perciò stesso, per la sua autonomia rispetto ad ogni tema trascendente, più chiuso ai richiami dell’esperienza liberatrice.

Al tipo di uomo capace di attraversare il processo della individuazione e di percorrerne le tappe, i mezzi che si offrono per portare a· compimento l’opera sono da prima il pensiero e i sensi: soltanto con questi egli può muovere alla conoscenza del mondo e organizzare la sua vita. È l’esperienza dell’Occidente, dalla quale nasce la civiltà meccanica e materialistica. In tale civiltà si riflettono obiettivamente i caratteri del pensiero che l’ha prodotta: pensiero matematico, scientifìco, nettamente individuato, ma disanimato: pensiero astratto, ormai chiuso ad ogni forma di fede, ma appunto per questo recante una indipendenza che è già una dimensione spirituale, mai prima conosciuta e che, positivamente assunta, secondo Scienza dello Spirito, può resuscitare nell’anima l’essenza sovrasensibile come forza cosciente».

Un caro amico, nostro sodale, lʼeleusinio Trittolemo, in una nostra conversazione avvenuta mesi fa, si stupì dellʼaffermazione circa la non libertà degli Esseri delle Gerarchie Celesti, anche di quelle più elevate. Naturalmente lʼaffermazione non era mia, ché io riportavo, con la massima fedeltà, quanto più volte esposto da Massimo Scaligero in varie riunioni nelle quali egli evocava – come in una sorta di mito esiodeo – quel ʽConcilio degli Dèiʼ nel quale, ai primordi della immemorabile storia dellʼuomo e del Cosmo venne deciso di portare ad esistenza nellʼUniverso la libertà. Ma lʼaffermazione della non libertà delle Gerarchie Celesti la possiamo leggere – con parole che più chiare non potrebbero essere – in Rudolf Steiner, per esempio nel ciclo di conferenze Geistige Hierarchien und ihre Widerspiegelung in der physischen Welt. Tierkreis, Planeten, Kosmos, GA-110, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1991, edizione curata da Hella Wiesberger con la collaborazione del Dr. G.A. Balaster, tenuto a Düsseldorf dal 12 al 18 aprile 1909, con risposte a domande dei partecipanti nei giorni 21 e 22 aprile 1909, traduzione e prima edizione italiana di Lina Schwarz, Fratelli Bocca, Milano, 1940, riveduta da Iberto Bavastro e pubblicata dalla Editrice Antroposofica, Milano, 1972. Ora, basta leggere quel che dice Rudolf Steiner nellʼultima conferenza, quella del 18 aprile 1909, che cito dallʼedizione della Editrice Antroposofica, dalla quale stralcio, mettendone in rilievo alcuni punti, – ma andrebbe letta e ben meditata tutta – quanto è scritto alle pp. 148-149 e segg.:

«Abbiamo dato così un rapido sguardo al divenire del nostro sistema solare e ci siamo chiesti: quale posizione ha dunque realmente lʼuomo di fronte alle entità delle gerarchie superiori che in sostanza furono i suoi predecessori umani? Possiamo cominciare dai più elevati, da serafini, cherubini, troni, e appunto col caratterizzarli potremo farci un giusto concetto dellʼuomo. Se ci innalzassimo al di là dei serafini entreremmo nel campo della Divina Trinità. Qual è dunque la speciale caratteristica dei serafini, dei cherubini, dei troni, chʼessi soli posseggono sopra le altre entità del mondo? Hanno ciò che si è chiamato «la visione immediata della Divinità». Essi possiedono fin dal principio quello che lʼuomo deve conquistarsi a poco a poco. Noi uomini diciamo che dobbiamo prendere le mosse dal nostro punto attuale, per raggiungere sempre più elevati poteri di conoscenza, di volontà ecc.; e questo modo ci avvicina sempre più alla Divinità. Essa ci sarà presente sempre più. Noi evolviamo verso ciò che per noi è ancora coperto da un velo, verso la Divinità. La differenza tra i serafini, i cherubini e i troni, e lʼuomo è che fin dal primo inizio della nostra evoluzione queste supreme entità delle gerarchie spirituali circondano immediatamente la Divinità, la Trinità Divina, e ne godono la visione sin dal principio. Esse possono già quello a cui lʼuomo deve pervenire. È dunque dʼimmensa importanza sapere che quelle entità, quando cominciano a esistere, vedono Dio, e mentre vivono continuamente contemplano la Divinità. Quanto esse operano, quanto fanno, è suscitato dalla loro visione di Dio; Dio agisce attraverso esse. Non sarebbe loro possibile fare diversamente, non sarebbe loro mai possibile agire diversamente da come agiscono, perché la visione divina è una forza tanto possente, agisce su di loro in tal modo, che esse con immediata sicurezza, con immediato impulso, eseguiscono gli ordini della Divinità. Ponderare, giudicare, tutto ciò non esiste nelle schiere di quelle entità; non vʼè che la visione degli ordini divini e il conseguente immediato impulso a tradurre in atto quanto si è loro palesato. Vedono così la Divinità nella sua forma originaria e vera, la Divinità quale è. Esse si vedono solo come le esecutrici del volere e della saggezza divina. Così è per la gerarchia suprema».

È evidente che in tale conoscenza diretta, senza mediazione alcuna, e in tale immediatezza esecutiva della volontà, non vi è spazio veruno per la libertà. Non vi è separazione alcuna, nessuna successione temporale, tra potenza e atto, tra conoscenza e volontà, tra percezione e azione. Si può dire che vi sia una immedesimazione identificativa con la Divinità, che diviene fulminea simultaneità nel volere. Ma non molto diversa è la condizione degli Esseri delle Gerarchie, sottoposte come seconda Gerarchia a quella suprema di Serafini, Cherubini e Troni. Infatti, sùbito dopo, a p. 150, possiamo leggere:

«Se scendiamo alla successiva gerarchia, a quelle entità che chiamiamo dominazioni, virtù e potestà, o anche spiriti della saggezza del movimento e della forma, dobbiamo dire: esse non hanno più così direttamente la visione della Divinità, non vedono più Dio nella sua forma immediata quale Egli è, ma nelle sue rivelazioni in cui Egli (se così si può dire) si rivela per mezzo della sua faccia, della sua fisionomia. Naturalmente è loro impossibile non riconoscere che quella è la Divinità; hanno anche loro un impulso immediato di seguire le rivelazioni della Divinità, come è per serafini, cherubini e troni. L’impulso non è più tanto possente, ma è ancora immediato. Per serafini cherubini e troni sarebbe impossibile dire che essi potrebbero non eseguire ciò che vedono essere prescritto da Dio; sarebbe impossibile a motivo della loro prossimità a Dio. Ma sarebbe pure assolutamente escluso che le dominazioni, le virtù e le potestà intraprendessero qualcosa che non fosse voluto dalla Divinità stessa».

Dopo di che, Rudolf Steiner passa a descrivere lʼorigine del Male. Anzi, potremmo dire: lʼorigine prevista, voluta, programmata, organizzata del Male, e la sua funzione nel divenire dell’Universo. E che questo sia un punto cruciale, decisamente difficile da concepire ed accettare per i più, si evince dalle stesse parole di Rudolf Steiner, che così si esprime, sempre a p. 150: «Affinché lʼevoluzione potesse progredire. Dovette perciò avvenire un fatto del tutto particolare. Qui entriamo in un campo che fu sempre di difficile comprensione per gli uomini, anche per coloro che erano progrediti fino a un certo grado nella saggezza dei misteri». In effetti quella dellʼorigine del Male, della sua temporanea funzione nell’evoluzione del uomo e del Cosmo, della sua trasmutazione in un più grande Bene, è il punto centrale dei Misteri Manichei, che tanta esiziale opposizione trovò nella storia dellʼesteriore Cristianesimo ecclesiale sia cattolico, che ortodosso, e protestante.

E così, infatti, leggiamo poco dopo a p. 151-152:

«Nel periodo intermedio tra lʼevoluzione di Giove e quella di Marte (tra lʼantico Sole e lʼantica Luna), a un certo numero di entità appartenenti alla sfera delle virtù [Dynameis] fu dato lʼordine, se mi è lecito esprimermi così, d’intervenire in modo da porre ostacoli al processo evolutivo invece di favorirlo. Questo fatto è quello che abbiamo imparato a conoscere come la lotta nei cieli. Dunque fu come introdotta nellʼevoluzione lʼopera di certe virtù a cui era stato impartito quel comando; le gerarchie imperanti dovettero infatti dirsi: «Mai potrebbe avvenire ciò che deve avverarsi, se la via continuasse a procedere diritta. Mète più alte devono esser raggiunte!» […]

Poniamo che la Divinità avesse lasciato lʼevoluzione quale essa era fin dopo Giove; certo gli uomini avrebbero potuto svilupparsi bene; ma, ponendo ostacoli sulla via dellʼevoluzione, lʼumanità poteva divenire anche più forte. Per il bene dellʼumanità si doveva dare quel comando a certe virtù; queste non erano malvagie; non occorre concepirle come virtù malefiche; si può dire persino chʼesse si sacrificarono opponendosi quali ostacoli al processo evolutivo. Queste virtù si possono perciò chiamare le Divinità degli ostacoli, nel più vasto senso della parola. Sono infatti le Divinità degli ostacoli; degli ostacoli che furono posti sulla via dellʼevoluzione. Da questo punto in poi fu data la possibilità a tutto quanto si verificò nellʼavvenire. Queste virtù così comandate non erano ancora cattive per se stesse; erano al contrario le grandi forze promotrici dellʼevoluzione, in quanto contrastavano lʼevoluzione normale. Ma appunto perché la contrastarono, furono le generatrici del male; ché, in seguito a ciò, a poco a poco nacque il male»

Poi, Rudolf Steiner espone come questa azione comandata dallʼAssoluto alle Virtù, alle Dynameis, e perciò da esse recepita in modo tuttʼaltro che libero, abbia poi agito in maniera “seduttiva” su una parte delle entità angeliche della terza Gerarchia, che sullʼantica Luna attraversavano il grado umano, generando appunto il Male. Una parte di queste entità angeliche recepirono lʼazione “seduttiva”, mentre una parte non lʼaccolsero. Ma, a p. 153, Rudolf Steiner ribadisce: «Ma le azioni delle virtù erano ben fondate nel piano cosmico-divino: dobbiamo sempre tenerlo presente». Per cui è da ben riflettere quanto abbia potuto essere “libera” lʼazione di quelle entità angeliche, sia di quelle che subirono la “seduzione” delle Virtù-Dynameis, sia di quelle che unendosi alle entità solari la rifiutarono. Che, in qualche modo, vi sia stata scelta, è certo, ma – appunto – quanto libera? Si è liberi se si conoscono i motivi-impulsi delle proprie azioni, ossia se li si compenetrano con un pensare autocosciente che sia realmente indipendente da quelle azioni e da quei motivi e impulsi. Si è realmente e totalmente liberi, se si è i creatori mediante vivente pensare ideante dei motivi delle proprie azioni. Ma ciò, allora non era ancora possibile, in quanto l’Io autocosciente non era ancora nato. Certamente, vi era un Io in quelle entità angeliche, ma non autocosciente, non fondato su se stesso, non “autore” del proprio conoscere e del proprio agire. La conseguenza di questo coartante processo cosmico di evoluzione è quanto Rudolf Steiner aggiunge a p. 153:

«Tutto ciò fece sì che durante lʼevoluzione terrestre vi fossero uomini-angeli più avanzati e altri rimasti indietro. Gli uomini-angeli più avanzati si accostarono allʼuomo allʼepoca lemurica, quando egli divenne maturo per ricevere il germe dellʼio umano, e rimisero al suo arbitrio il salire subito nei mondi spirituali, non occupandosi più di quanto, dallʼepoca lunare, si era frammischiato al corso regolare dellʼevoluzione cosmica. Furono gli esseri che allora erano rimasti indietro, e che chiamiamo entità luciferiche, quelle che vennero a influenzare il corpo astrale dellʼuomo (allʼio non potevano accostarsi), e innestarono nel corpo astrale tutte le conseguenze della lotta nei cieli.. mentre dunque le virtù erano state comandate a provocare la lotta nei Cieli, erano state create Divinità degli ostacoli, le conseguenze delle loro azioni sʼinsinuarono ora nel corpo astrale umano, e qui ebbero un significato diverso; qui significano la possibilità dellʼerrore e la possibilità del male. Oramai lʼuomo aveva acquistato la possibilità dellʼerrore e la possibilità del male, ma al tempo stesso anche la possibilità dʼinnalzarsi per forza propria al di sopra dellʼerrore e al di sopra del male».

Può forse stupire – e lʼeleusinio amico Trittolemo nella nostra conversazione di mesi fa in effetti se ne stupì assai – che le Celesti Gerarchie abbiano sì coscienza sovrasensibile, illimitata sapienza e travolgente potenza, ma non conoscano autocoscienza e libertà, eppure proprio così è. In questo, la sapienza indiana – sia il Sanatana Dharma hindù, che il Saddharma buddhista, che il Jainismo di Mahavira – concordano assolutamente con quanto afferma la Scienza dello Spirito, ossia che la condizione umana è suprema, potendo egli liberamente realizzare lʼAssoluto, lʼIncondizionato, mentre gli stessi Dèi – gli esseri delle Celesti Gerarchie, per conoscere il mondo in concetti e sperimentare la libertà, devono incarnarsi sulla Terra come uomini, o attendere che un giorno lʼUomo, liberatosi da ogni condizione limitante, si faccia emanatore della libertà, e addirittura – come scrive Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore – liberatore di altri mondi. Questo è la ragione precipua per cui – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche lʼUomo è la mèta delle Gerarchie. E non viceversa. Ma, poiché a molti spiritualisti, anche a seguaci della Scienza dello Spirito, la cosa risulta di difficilissima comprensione – ed in effetti, essa lo è sempre stata, altrimenti il Manicheismo non sarebbe sorto, e non sarebbe stato così spietatamente perseguitato – giova riportare le esplicite, inequivocabili parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che più chiare non potrebbero essere. Anche a costo di esser pedantemente antologico, trascrivo quanto Rudolf Steiner afferma a p. 154:

«Vediamo così che sotto un certo riguardo soltanto per il fatto che le virtù ricevettero quellʼordine, fu data allʼuomo la possibilità di raggiungere per forza propria la mèta che neppure i più elevati serafini potevano raggiungere per forza propria. Questo è lʼessenziale. Serafini, cherubini e troni non possono assolutamente agire altrimenti che seguendo direttamente gli impulsi dati dalla Divinità. Nemmeno le dominazioni e tutta la seconda gerarchia possono agire diversamente. Delle virtù una parte ricevette il comando di opporsi allʼevoluzione; dunque anche le virtù, che per così dire si frapposero come ostacolo sulla via dellʼevoluzione, non potevano fare altro che che seguire i comandi divini. Anche in quello che si potrebbe chiamare lʼorigine del male, anche in ciò eseguiscono il volere divino. Facendosi serve del male, compiono il volere divino il quale, attraverso il male, vuole sviluppare il più forte bene. Se discendiamo ora alle entità che chiamiamo potestà, anchʼesse, da sé non avrebbero potuto divenire «cattive» per forza propria; neppure gli spiriti della personalità e neppure gli spiriti del fuoco. Quando questi infatti erano uomini sul Sole, le virtù non avevano ancora ricevuto quel comando, e non esisteva ancora la possibilità di diventare cattivi. I primi che ebbero la possibilità di diventare cattivi, furono gli angeli, perché questa possibilità cominciò ad esistere soltanto a partire dallʼevoluzione lunare. Fu allora, tra lʼevoluzione del Sole e quella della Luna, che si svolse la lotta celeste. Una parte degli angeli rifiutò questa possibilità, non si lasciò per così dire sedurre dalle forze che dovevano introdurre degli ostacoli, e serbarono fedeltà allʼantica natura. Così fino agli angeli, e ancora in una parte di essi, troviamo entità delle gerarchie spirituali che non possono assolutamente far altro che seguire il volere divino, per le quali non vi è possibilità di derogare dal volere divino. Questo è lʼessenziale».

Risulta chiaro, da quanto esposto da Rudolf Steiner, come nella scala delle Gerarchie neppure le più alte – anzi soprattutto le più alte – non conoscano né attuino la libertà, che rimane per esse, per lo meno attualmente, un mistero. Quanto alla Gerarchia degli Angeli veri e propri – quella che sta immediatamente al di sopra del grado umano – una parte rimase fedele allʼantico rapporto col Divino – rapporto di assoluta conformità al volere divino, non certo di libertà – mentre unʼaltra accolse in sé lʼazione di ostacolante opposizione degli Spiriti del Movimento, o Virtù-Dynameis. Ma è evidente che anche questa parte della schiera angelica dovette “scegliere” di accogliere una tale azione oppositrice, altrimenti lʼintero piano divino in funzione dellʼuomo e della sua attuazione della libertà sarebbe fallito. In altre opere, infatti, Rudolf Steiner afferma che questi Angeli, per così dire “deviati”, avevano lʼimpulso ad essere “istigatori” della libertà, e non erano essi stessi liberi. Si può dire che la loro “ribellione” fosse stata programmata e voluta dal Divino stesso, al fine di permettere allʼuomo di compiere lui stesso, e non loro, lʼesperienza della libertà. In realtà, sia gli Angeli “fedeli”, sia quelli “ribelli”, obbedivano, sia pure in maniera diversa, al comando divino. Infatti, se leggiamo quanto scritto nel paragrafo successivo, sempre a p. 155, la cosa apparirà immediatamente chiara:

«Giungiamo ora a due categorie di entità: anzitutto agli angeli che si sono precipitati nella corrente prodotta dalle virtù durante la lotta nei cieli; sono quelli che, a cagione delle loro azioni seguenti, chiamiamo esseri luciferici. In seguito, durante lʼevoluzione terrestre, queste entità si accostarono al corpo astrale dellʼuomo e gli diedero la possibilità del male, ma insieme anche quella di svilupparsi per propria libera forza. In tutta la scala delle gerarchie troviamo così la possibilità della libertà [si noti bene la possibilità della libertà, non ancora la libertà] solo in una parte degli angeli e negli uomini. Per così dire nella schiera degli angeli comincia la possibilità della libertà, ma solo nellʼuomo essa si sviluppa del tutto e nel giusto modo».

Ora, per non prolungare eccessivamente, abusando ulteriormente della paziente e diligente buona volontà del candido lettore, la presente esposizione, mi limiterò – abbreviando a malincuore – a riportare solo alcune delle parole più rilevanti, connesse col nostro tema, di Rudolf Steiner, che possiamo leggere alle pp. 160-161:

«Abbiamo dunque nellʼuomo un membro delle nostre gerarchie e lo vediamo differire grandemente dagli altri. Vediamo come la condizione dellʼuomo sia diversa da quella dei serafini, cherubini e troni, diversa dalle dominazioni, virtù e potestà, diversa anche da quella degli spiriti della personalità o principati, degli spiriti del fuoco o arcangeli, e di una parte degli angeli. Se si guarda al futuro lʼuomo può dirsi: io sono chiamato a cercare nella mia più profondainteriorità tutto quello che mi spinge allʼazione, e non nella vista della Divinità, come i serafini. […]

Con ciò vediamo pure come in realtà lʼevoluzione universale non si ripeta semplicemente, ma accolga in sé del nuovo, perché unʼumanità quale la vive lʼuomo non era ancora mai esistita, né fra gli angeli, né fra gli arcangeli, né fra i principati. Tocca allʼuomo compiere una missione completamente nuova nel mondo, la missione che abbiamo ora caratterizzata. Per compierla è disceso nel mondo terreno, e come libero aiutatore è sorto nel mondo il Cristo, non come un Dio che agisce dallʼalto, ma come il primogenito fra molti.

Solo così comprendiamo tutta la dignità e lʼimportanza dellʼuomo tra i membri delle nostre gerarchie, e guardando verso lo splendore e la grandezza delle gerarchie superiori, possiamo dirci: Siano esse pur grandi, siano esse pur sagge e buone tanto da non poter mai deviare dalla retta via, grande è pure la missione dellʼuomo, poiché egli deve portare nel mondo la libertà, e con la libertà quello che si chiama amore, nel vero senso della parola. Senza libertà, lʼamore è infatti impossibile. Un essere che sia incondizionatamente costretto a seguire un impulso, lo segue senzʼaltro; ma per un essere che può anche agire in modo diverso, vi può essere una sola forza motrice: lʼamore. Libertà e amore sono due poli tra loro connessi».

La realizzazione dellʼimpulso alla Conoscenza e alla Libertà è stata nei millenni la caratteristica della stirpe cainita, e non avrebbe mai potuto realizzarsi a partire dalla stirpe abelita, la cui caratteristica fondamentale è stata non la Conoscenza ma la fede nella Rivelazione, non la Libertà ma la Legge, conformità a quanto emanava da Jahve-Jehova, ossia dallʼEloha o Eloah che scelse come sua sede la Luna. Tuttavia, ambedue glʼimpulsi sono stati necessari alla realizzazione di quel còmpito che lʼAssoluto volle dare agli Dèi, ossia agli esseri delle Gerarchie Celesti. Le note del presente studio sono state altresì redatte e pubblicate per rettificare idee pericolosamente errate – come mostrato su questo temerario blog in un mio precedente studio – circa la cosmologia della Scienza dello Spirito in generale, e in particolare lʼerrata identificazione di Lucifero con lʼEloha lunare Jahve-Jehova, apparse in una serie di libri pubblicati da una casa editrice romana sotto lʼeteronimo di Orao. Tali idee errate possono avere conseguenze esiziali per il ricercatore spirituale, che acriticamente le accolga come vere, e generare dubbi paralizzatori della volontà, nonché una immagine caricaturale dello Spirituale, una superstizione che agisce in maniera distruttiva nellʼanima del ricercatore spirituale e nel mondo, e che deve essere respinta, perché il Maestro dei Nuovi Tempi così si esprime in Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, nel capitolo Il sentiero della conoscenza, p. 149:

«Svaniscono i dubbi che ancora potevano sorgere in lui riguardo allo spirito, poiché dubitare può soltanto chi sia ingannato dalle cose sul conto dello spirito che opera in esse. Poiché il «discepolo della saggezza» può comunicare con lo spirito stesso, scompare in lui anche ogni falsa immagine che se nʼera fatta prima. La falsa immagine in cui ci si rappresenta lo spirito è superstizione. Lʼiniziato è al di sopra di ogni superstizione, perché conosce quale sia il vero aspetto dello spirito. Lʼaffrancamento dai pregiudizi della persona, del dubbio e della superstizione è il contrassegno di chi, sul «sentiero della conoscenza», sia salito al grado di discepolo».

***

La tredicesima parte concluderà questo lungo studio, ed il lettore verrà ricompensato della sua pazienza da una piccola “sorpresa”, che spero sarà gradita.

 

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O SPIRITO DIVINO

*

O Spirito divino colmami 

colmami nella mia anima

alla mia anima dona forza potente

forza potente anche al mio cuore

al mio cuore che Ti cerca

cerca nel più profondo desiderio di salute

di salute e forza coraggiosa

forza coraggiosa che fluisce attraverso le mie membra

fluisce come Tuo nobile dono spirituale, o Spirito Divino

O Spirito divino colmami

(Giovanni Colazza)

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