AMOR VERITATIS. PARTE SESTA.

Il grande – anzi grandissimo – 老子 Lao-tzu principia il suo celebre e alquanto incompreso 道德經, Tao Teh Ching, ovvero il Libro della Via e della Virtù, con parole enigmatiche che, come quelle di ʽViaʼ, 道 ʽTaoʼ, e di ʽVirtùʼ, 德  ʽTehʼ, sono state rese dai traduttori occidentali, eruditi o meno, nelle forme più diverse, talvolta persino contraddittorie tra loro. Ma gli eruditi studiosi – i savants, ovvero ʽcolor che sannoʼ, come li chiamano i nostri cugini latini d’Oltralpe, i francesi – sovente si occupano della trattazione di una materia della quale poco o nulla intendono per la loro totale mancanza di vissuta esperienza interiore, e di conseguenza i savants nel tradurre un testo così profondo ed enigmatico come quello di Lao-tzu, invece di far parlare meditativamente il testo, fanno parlare dialetticamente la loro intelligentissima testa, e vi introducono quanto deriva dal loro savoir, dal loro ʽsapereʼ, con tutti i pregiudizi, persino confessionali, con tutte le loro sin troppo soggettive ed erratiche, talvolta addirittura ridicole (come quelle psicanalitiche, nella fattispecie), ʽinterpretazioniʼ, per cui è proprio il caso di chiedere, in maniera toscanamente dissacrante, come faceva il caro zio Arturo, mais quʼest ce que savent les savants? Ovvero: ma, poi, tutti questi intelligentissimi ed eruditissimi savants, tutti questi idiots savants, questi ʽsapienti idiotiʼ, come li chiamano, piuttosto acidamente, sempre i nostri cloridici cugini d’Oltralpe, affetti da quella che Massimo Scaligero chiamava ʽintelligentissima stupiditàʼ, davvero, che cosa ʽsannoʼ, che cosa ʽconosconoʼ, o che cosa, soprattutto, credono di ʽconoscereʼ? Sicuramente – come causticamente rilevava sempre il caro zio Arturo – in questo genere di ʽconoscenzeʼ, val meglio – molto meglio«sapere di non sapere, che credere, illudendosi di sapere», e aggiungeva che le ʽcredenzeʼ stanno benissimo in cucina, luogo loro deputato, con i piatti, le pentole, le posate, i bicchieri, e i barattoli di marmellata.

Massimo Scaligero, che lʼopera di Lao-tzu e il Taoismo conosceva ed amava profondamente, traduceva il primo verso dellʼaurea opera del Maestro cinese, 道可道非常道, tao kʼo tao fei chʼang tao, così: «La Via Vera, il Tao, non la via di cui si può parlare, non è la via ordinaria», e metteva in evidenza come la ʽVia del Cieloʼ, appunto, «non sia la via ordinaria».

Ma se la ʽVia del Cieloʼ non è quella ordinaria – direbbe il prode Jacques II de Chabannes, detto Jacques de La Palice o de La Palisse, signore, appunto, di La Palisse, e Maresciallo di Francia, che perse la sua ancor giovane, ardimentosa, vita, il 24 febbraio 1525, sotto le mura di Pavia – non può davvero essere altro che una ʽViaʼ tale da poter esser detta solo ʽstraordinariaʼ. Verità, questa, oserei dire, lapalissiana! Ora, la ʽVia del Cieloʼ non è altro che la ʽViaʼ del Mondo Spirituale, ossia la ʽViaʼ dellʼAssoluto, la ʽViaʼ dellʼIncondizionato, che come tale non subisce, né tampoco può mai subire, i limiti e i condizionamenti del miserabile, intelligentissimo, intelletto umano. La parte, il frammento, non può mai veramente mai – prevaricare sullʼUno-Tutto, ed è cosa stupidissima il solo pensarlo. Questo volersi imporre, prevaricando, sullʼUno-Tutto, sullʼUno Unissimo, è frutto di sciocca arroganza e di profonda ignoranza, ed è al contempo un esiziale errore di pensiero, nonché un atto di ὕβρις, hýbris, di quella ʽinsolenzaʼ, di quella ʽsuperbiaʼ, di quella ʽtracotanzaʼ, di quella ʽprevaricazioneʼ, che sono i frutti  guasti e tossici di un orgoglio, di una ambizione, di una arroganza, di un eccesso, di una violenza, di un accecamento spirituale – la avidyâ della sapienza indiana – che impedisce all’uomo di conoscere se stesso, di conoscere i propri limiti, limiti che pure è chiamato a superare proprio mediante conoscenza, ossia essi sono frutti avvelenati contro i quali ci mette in guardia Rudolf Steiner, il Maestro dei Nuovi Tempi, con parole che andrebbero spesso, e a lungo, meditate dai sovente troppo spensierati discepoli della Scienza dello Spirito. Egli mostra come la parte e il frammento possano e debbano trovare lʼarmonia con e nellʼUno-Tutto, e come lʼindividuale possa e debba riconoscersi nellʼUniversale, nonché coraggiosamente ritrovareUniversale in se stesso. Infatti così leggiamo, in una traduzione fatta dall’ottima Iva Levi Bachi, traduzione ed edizione che preferisco rispetto ad altre, di Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, GA-9, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 147-148:

«Gli si apre così la possibilità di non seguire più soltanto le imprevedibili influenze del mondo sensibile, che spingono la sua volontà ora nellʼuna ora nellʼaltra direzione. Mediante la conoscenza egli ha contemplato lʼessenza eterna delle cose. Mercè la trasformazione del suo mondo interiore ha in sé la facoltà di percepire quellʼessenza eterna. Per chi cerca la conoscenza, assumono inoltre unʼimportanza speciale i seguenti pensieri. Quando egli trae il motivo dell’azione da se stesso, sa di trarlo dallʼessenza eterna delle cose, perché le cose esprimono tale loro essenza in lui. Egli agisce quindi nel senso dellʼordine eterno del mondo quando trae dall’eterno che vive in lui la direzione da imprimere allʼazione. Egli sa così di non essere più soltanto condotto dalle cose, ma di condurle egli stesso secondo le leggi ad esse inerenti, quelle stesse che sono divenute leggi del proprio essere.

Questʼagire partendo dallʼinteriorità può essere soltanto un ideale a cui si aspira. Il raggiungimento di questa mèta è assai lontano. Ma chi cerca la conoscenza deve voler vedere chiaramente questa via. Questa è la sua volontà di libertà, poiché la libertà è agire partendo da se stessi, ed è lecito agire partendo da se stesso solo a chi derivi i moventi dallʼeterno. Chi si comporta altrimenti agisce per motivi diversi da quelli inerenti alle cose. Si oppone allʼordine universale, e da questo dovrà essere vinto. In altri termini, ciò che egli prescrive alla propria volontà non potrà da ultimo attuarsi. Egli non può divenir libero. L’arbitrio del singolo essere si annulla attraverso gli effetti delle sue azioni».

Questa idea della connessione del singolo con lʼUno-Tutto, con lʼUno Unissimo, fu espressa da Rudolf Steiner in un suo breve scritto giovanile, databile presumibilmente attorno allʼanno 1886 o al 1888, dal titolo Credo. Der Einzelne und das All, ossia Credo. Il Singolo e il Tutto. Si tratta di tre fogli manoscritti, ritrovati nell’Archivio di Rudolf Steiner soltanto nel 1944, e pubblicati per la prima volta da Marie Steiner sul settimanale Das Goetheanum nel n° 52 del 24 dicembre 1944, ed ora presenti in Wahrspruchworte, GA-40, Rudolf Steiner Verlag, 1998, pp. 14-17. In questo breve scritto, risalente probabilmente al periodo viennese di Rudolf Steiner, allorché egli lavorava sul componimento poetico in prosa di Goethe sulla Natura, sono espresse, in un linguaggio filosofico – ma dovrei, forse, dire ʽfilosofaleʼ – di tipo idealistico, idee affini a quelle che si ritrovano in Goethe, in Hegel, in Schelling, in Lessing, in Spinoza, ma non solo in loro, e non solo in Occidente, circa lʼantica idea ellenica dello Ἕν καὶ Πᾶν, Hen kài Pan, dellʼUno-Tutto. La stessa, stessissima, idea è alla base di tutta la Filosofia Ermetica, nonché di tutta lʼautentica Alchìmia. Non soddisfacendomi troppo la traduzione pubblicata in Italia a suo tempo, prima nella rivista Antroposofia, poi in un volumetto della milanese Editrice Antroposofica, preferisco ritradurne alcuni brani:

«Il mondo delle idee è la sorgente e il principio di tutto lʼessere. In esso è infinita armonia e beata pace. Un essere che non venisse illuminato dalla sua luce, sarebbe una cosa morta, senza senso, esclusa dalla vita del Tutto. Sullʼalbero della creazione dellʼUniverso ha valore solo ciò che deriva la propria esistenza dallʼidea. Lʼidea è lo Spirito completo e chiaro in se stesso, sufficiente per se stesso, ed è se stesso. Il singolo deve guardare e riconoscere in sé lo Spirito, altrimenti si stacca e cade da quellʼalbero come una foglia secca, ed è come se fosse vissuto invano.
Quando lʼuomo si sveglia a piena coscienza, sente e riconosce se stesso come una cosa singola. Ma a tale grado della sua vita interiore, percepisce insita in sé la nostalgia dellʼidea. Questa nostalgia lo spinge a superare il suo stato dʼisolamento e dar vita allo Spirito in sé, e a divenire conforme alla realtà dello Spirito. Lʼuomo cioè si sente spinto a spogliarsi di ogni forma di egoismo che fa di lui un essere particolare, isolato in se stesso, in quanto è lʼegoismo che ottenebra la luce dello Spirito. Tutto ciò che sorge in lui da istinto, brama, passione, è solo frutto di questo egoismo. Lʼuomo deve perciò uccidere ed estinguere in sé questa volontà egoistica, per volere unicamente ciò che lo Spirito e lʼidea vogliono in lui.
«Abbandona quel che vive in te come espressione personale, e segui la voce dellʼidea in te, perché essa sola è divina».
Quello che si vuole come singolo non è che un punto senza importanza alla periferia del mondo, destinato a scomparire nella corrente del tempo. Quello che si vuole «nello Spirito» è nel centro, perché è lì che si accende per lʼuomo la luce centrale dellʼUniverso: e una tale azione non soggiace al tempo. Se si agisce come singolo, si cessa di essere un anello nella catena dellʼazione cosmica; ci si esclude. Se si agisce in Spirito, si partecipa con la propria vita allʼazione cosmica. La morte di quanto è congiunto col nostro sé inferiore è la base di una vita superiore. Giacché chi fa morire in sé il proprio egoismo, costui vive un Essere eterno. Noi siamo immortali nella misura in cui facciamo morire in noi il nostro sé inferiore. Questo è il senso dellʼantico detto:
«Chi non muore prima di morire, andrà in rovina dopo la morte».

Questʼultimo detto, che nel testo tedesco riportato da Rudolf Steiner, suona: «Wer nicht stirbt, bevor er stirbt, der verdirbt, wenn er stirbt», risale al mistico slesiano Angelo Silesio, ma si ritrova, prima di lui, in forma appena lievemente diversa, in un altro mistico tedesco, Jakob Böhme, nella sua Theosophia Revelata oder Alle göttlichen Schriften, Neudruck in 11 Bänden, hrsg. von A. Faust 1942, ove così suona : «Wer nicht stirbt, eh’ er stirbt, der verdirbt, wenn er stirbt», di assolutamente identico significato. Ma il motto è di sicura ispirazione rosicruciana, ed il suo contenuto ha unʼorigine misterica apertamente dichiarata in Platone e Plutarco. Si tratta di quella ʽmors mysticaʼ, di quella ʽmors philosophorumʼ della quale tanto parlano i Fedeli dʼAmore, Dante Alighieri, primo fra tutti, nella Vita Nova, e della quale parlano altresì mistici medievali come Riccardo di San Vittore, Meister Eckhart, e come loro molti altri. Ed è il risultato di quella platonica, plotiniana, bruniana e campanelliana ʽprattica dell’estasi filosoficaʼ, nella quale si apprende e si sperimenta l’ermetica Arte del ʽmorire prima di morire senza morireʼ.

Rudolf Steiner, nellʼunico punto della sua immensa opera ove egli parla del Conte di Cagliostro, nelle sue ʽesoterische Stundenʼ, ossia nelle cosiddette ʽlezioni della prima Classe della prima Scuola Esotericaʼ, da lui istituita nel 1904 e poi chiusa nel 1914, e da lui riaperta nel 1924 nella sola prima Classe, ossia in Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica di misteri dellʼevoluzione passata e futura dellʼuomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, 1982, 1991, nella sezione intitolata Wesen und Aufgabe der Freimaurerei vom Gesichtspunkt der Geisteswissenschaft, Essenza e compito della Frammassoneria dal punto di vista della Scienza dello Spirito, e precisamente nella terza ʽlezione esotericaʼ di quella sezione, tenuta a Berlino, il 16 dicembre 1904, parla come scopo ed essenza della ʽegiziacaʼ Via ermetico-rosicruciana del Conte di Cagliostro fosse appunto il superamento della ʽprova della morteʼ, simbolicamente – quanto al contempo affatto realisticamente – raffigurata dalla realizzazione della ʽpietra filosofaleʼ.

Infatti, nel Rituale del Conte di Cagliostro troviamo una frase rivelatrice: «Qui agnoscit mortem, cognoscit artem», significante il fatto che unicamente chi conosca la ʽmorte misticaʼ o la ʽmorte filosofaleʼ, conosce veramente ancheArte Ermetica della trasformazione, della trasfigurazione, o della trasmutazione, di un uomo mortale in un dio immortale. Il poeta Novalis così descrive il potere trasmutativo della Morte in Fragmente. Erste, vollständig geordnete Ausgabe hg. von Ernst Kamnitzer, Dresden 1929. Magische Philosophie:

«Wenn ein Geist stirbt, wird er Mensch. Wenn der Mensch stirbt, wird er Geist. Freier Tod des Geistes, freier Tod des Menschen». Il che nella lingua del nostro Dante suona: «Allorché uno spirito muore, ei diviene uomo. Allorché muore un uomo, ei diviene spirito. Libera morte dello spirito, libera morte dellʼuomo».

Questo legame tra morte – la ʽmorte misticaʼ o la ʽmorte filosofaleʼ, naturalmente – e Iniziazione, da sempre riconosciuto nelle cerchie dei Misteri, viene così mostrato poeticamente da Goethe nei versi del suo Westöstlichen Diwan, Divano occidentaleorientale, spesso citati da Rudolf Steiner, per es. in Wo und wie findet man den Geist?, Dove e come si trova lo Spirito?, GA-57, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, p. 79, ove egli riporta anche il sopra citato detto di Jakob Böhme:

«Und so lang du das nicht hast, / Dieses: Stirb und Werde! / Bist du nur ein trüber Gast / Auf der dunklen Erde», ovvero: «E finché tu non lo avrai compreso / Questo: Muori e divieni / Tu sarai soltanto un fosco ospite / sulla oscura Terra».

Questo, del resto, è sempre stato lo scopo, il fine ultimo, e il più elevato – la ʽEccelsa Mètaʼ, della quale parlava il principe Siddhartha Gautama, il Buddha Shakyamuni – dell’impresa di ogni autentico Sentiero Iniziatico. La prova delle prove è, appunto, quel «morire al mondo, al secolo, alle sue imperfezioni», quel «morire a se stessi» del quale parlava nel XVIII secolo il barone Henri Théodore de Tschoudy, amico e discepolo del rosicrucianoMassimo Scaligero hoc dixit – principe Raimondo di Sangro di San Severo. Ma questo «morire al mondo», questo «morire a se stessi», è cosa niente affatto gradita al miserabile ego umano, ossia a quellʼente poco consapevole di sé, che di regola si identifica ad una natura inferiore da millenni dominata e manovrata da Deità Ostacolatrici avverse allo Spirito. In uno stato di ottusa ignoranza, che gli obnubila ogni visione della Realtà, lʼego, ridotto ad uno stato di abiezione umano-animale, si identifica e si lega a tale menzognera natura inferiore mediante brama, paura e avversione. Egli, soprattutto, brama la vita – quella ch’ei, illudendosi, crede essere vita – e, di conseguenza, teme e avversa la morte. Egli, in realtà, temeestinguersi della brama, che, pure, ardendo, lo consuma, e lo teme ancor più della perdita di un determinato oggetto del suo bramare, il quale può ben continuare a sussistere sostituendo un oggetto bramato con un altro. Dunque, egli teme il morire della brama, il morire della bramosa natura inferiore alla quale ottusamente e tenacemente egli, ʽtetanicamenteʼ, si aggrappa, si avvince, si avvinghia con un doloroso crampo, e si identifica. Illuso da una potente maya, che non scorge, egli cerca la ʽvitaʼ – quella, dicevo, chʼegli crede essere ʽvitaʼ – e, invece, trova la morte, dissolvitrice di ogni illusione. In luogo di cercare ostinatamente, e stupidamente, la morte tra le braccia di quella che crede essere, e non è, ʽvitaʼ, trovando poi così inevitabilmente la morte, egli dovrebbe cercare coraggiosamente la ʽvitaʼ – una vera ʽvitaʼ, ossia una vita immortale – tra le braccia della ʽmorteʼ : di una dolcissima ʽmorte misticaʼ, di una beatrice ʽmorte filosofaleʼ, come fa Dante Alighieri, naturalmente. Sembra essere un giuoco di parole, ma – il candido lettore mi può serenamente credere – non lo è affatto. Ma, vittima comʼegli è di una maya ottundente, nel suo stato di profonda ignoranza, lʼuomo cerca bramosamente quella chʼegli crede essere ʽvitaʼ, e in questo suo ebbro cercare trova, come abbiamo visto, appunto, solo la morte. Di fronte alla possibilità di estinguere la brama,  di calpestare, senza misericordia, speranza e paura, ossia di fronte alla possibilità di far morire una riottosa natura inferiore, lʼimpaurito essere umano, posto davanti alla prova cruciale, come una bestia braccata, affannosamente cercapessima idea – la fuga, e, come dice in Ex Imo il caro zio Arturo, in tal caso in lui «l’animale si è istintivamente difeso, e per paura di morire l’uomo resta, come prima, mortale»

Detto sinteticamente, in maniera rudemente, e crudamente, spartana: «Chi cerca la vita animale, trova la morte. Chi, invece, cerca la morte filosofale, trova la vita immortale!».

Nel suo giovanile scritto – nel caso risalisse davvero al 1886, egli avrebbe avuto allora solo 25 anni – Rudolf Steiner, poi parla di come attraverso la Conoscenza, lʼArte, lʼautentica Religiosità, e lʼAmore, lʼessere umano possa e debba liberarsi, estinguendolo, del proprio egoismo, che lo rende un essere singolo, distaccato dallʼUno-Tutto, dal Tao, direbbe il sapientissimo Lao-tzu. E aggiunge che:

«Se lʼuomo, procedendo attraverso una di queste quattro sfere, esce dalla sua singolarità, arriva a vivere nella vita divina dellʼIdea, allora egli avrà raggiunto ciò che vi è in nel suo petto come nucleo del suo anelito: la sua unione con lo Spirito; e questa è la sua vera missione. Ma chi vive nello Spirito, vive libero. Poiché egli si è estirpato tutto tutto ciò che in lui è inferiore. Niente lo costringe, di ciò cui egli volentieri accetta la costrizione, giacché egli lo ha riconosciuto come ciò che vi è di più sublime.

«Fa’ che la Verità diventi vita; perdi te stesso, per ritrovarti nello Spirito del Mondo».

Da tutto ciò risalta con assoluta chiarezza come la ʽVia del Cieloʼ, la ʽViaʼ del Mondo Spirituale, come afferma Massimo Scaligero, non possa davvero essere la ʽvia ordinariaʼ, il che equivale a dire che non può affatto essere la ʽviaʼ volgare, la ʽviaʼ dei savants, degli idiots savants, degli intelligentissimi acculturati intellettuali, dei callidi machiavellici furbastri, che pensano di poter manipolare lo Spirituale per i loro scopi mondani, che poi son sempre mediocremente scopi umano-troppo umani, scopi mondani che con lo Spirituale, malgrado tutta la abilissima dialettica giustificatrice da loro messa in campo, nulla hanno davvero a che vedere: anzi ne sono il completo tradimento.

Ecco, offerti alla diligente e sagacia riflessione del volenteroso lettore, alcuni eloquenti esempi ʽstoriciʼ di una cotal stupidissima prassi, la quale – va da sé – ritiene sempre di essere particolarmente ʽintelligenteʼ, anzi, ʽintelligentissimaʼ. Negli anni venti dell’ultimo secolo del trascorso millennio, vi furono nella sveva Stoccarda, in Germania, coloro che – nella dantesca Città del Fiore li definirebbero dei gran ʽbischeriʼ, dei ʽmambrucchiʼ, dei ʽgrullerelliʼ, degli ʽscappati di casaʼ, che se li vedesse il grullaio, se li porterebbe via tutti col suo barroccio – ritenevano essere un Iniziato, un Istruttore spirituale, come Rudolf Steiner, individuo molto poco ʽpraticoʼ, ed essendo loro, invece, ovviamente ʽintelligentissimiʼ, tentarono con macchinazioni varie di ergere, alle sue spalle ovviamente, e contro il suo illuminato agire, un intelligentissimo ʽStuttgarter Systemʼ, un ʽsistema stuttgartenseʼ, ovvero di ʽStoccardaʼ – divenuto in séguito, in elvetica terra, il ʽDornacher Systemʼ, un farisaico e filisteo, sommamente ipocrita, opportunista e vigliacco, ʽsistema dornacchianoʼ – che infiniti guai e sciagure, per oltre un secolo, portarono, ed ancora portano, nel movimento antroposofico. In Italia, Giovanni Colazza, che, pure, Rudolf Steiner, sin dagli anni 1909-1910, ʽsu indicazione del Mondo Spiritualeʼ, secondo la testimonianza della baronessa Olga de Grünewaldt, amica d’infanzia di Marie Steiner e socia del romano Gruppo Novalis, a Massimo Scaligero, aveva preposto alla guida dellʼAntroposofia in Italia, fu, sì, ripetutamente oggetto delle calunniose accuse, quelle più infami e sordide, ma anche del fatto che, egli pure, fosse poco ʽpraticoʼ, ovverossia del fatto che, secondo i suoi velenosi critici, non brillasse per capacità organizzative, conciosiacosaché dopo la seconda guerra mondiale, egli venne emarginato, e ʽsostituitoʼ nella direzione della Società Antroposofica in Italia da chi, come la scialba principessa Sofia Dentice di Frasso, ʽdonna di pagliaʼ, eterodiretta dalla sua intima amica anglo-triestina Miss Dora Baker, fervida propagandista della più esiziale ʽsteffenite acutaʼ in Italia (che, nel 1979, ebbi la ventura di conoscere personalmente in quel di Dornach), era assolutamente ʽallineataʼ con le ʽintelligentissimeʼ direttive ʽipersteffenianeʼ, che giungevano da Dornach. Nella farisaica ipocrisia steffeniana, la dornacchiana e milanese dirigenza antroposofica, per far dimenticare il nome di Giovanni Colazza, giunse a retrodatare la presidenza della Società Antroposofica in Italia da parte della esimia principessa. Infatti, così leggiamo in un articolo apparso in rete, strapieno di imprecisioni storiche, a firma di Sanzia Ghislieri e Elisabetta Liechtenstein Winspeare: «Sofia rimase assai impressionata dalle idee di Steiner, tanto da diventarne una delle più appassionate adepte. Diverrà infatti presidente della Società Antroposofica italiana, carica che manterrà per ben quarantasette anni coadiuvata da Dora Baker la quale, oltre ad esserle preziosa collaboratrice, diverrà anche la sua più intima amica». Una cotale piuttosto avventata affermazione viene clamorosamente smentita, per i suoi vari anacronismi, dal calendario, in quanto solo dopo la seconda guerra mondiale la principessa Sofia Dentice del Frasso venne riconosciuta dal Vorstand, dalla sempre più iperinsteffenita Direzione del Goetheanum, livida avversaria e cinica persecutrice di Marie Steiner, come presidente della Società Antroposofica in Italia. Del resto lei stessa non visse che pochissimo tempo in Italia, dimorando perlopiù a Vienna o a Klagenfurt in Austria, o a Dornach in Svizzera, dove quasi si isolò, per cui delle faccende antroposofiche italiane si occupò poco o nulla, sino alla morte avvenuta il 5 agosto del 1968. Un altro atto, veramente squallido, volto a cancellare il ricordo di Giovanni Colazza – vero e proprio atto scellerato di ʽdamnatio memoriaeʼ nei suoi confronti – è stato quello di indicare il Dott. Aldo Bargero come il primo ʽmedico antroposoficoʼ in Italia, come se Giovanni Colazza, che era discepolo di Rudolf Steiner sin dal 1909, non fosse degno di tale qualifica. Dispiace leggere in uno scritto, reperibile in rete sul sito di Minerva Medica, a firma di Giancarlo Buccheri le seguenti parole: «Nel capitolo sulla storia della medicina antroposofica in Italia è descritto come alcuni coraggiosi pionieri si attivarono a partire dagli anni ’50 del secolo scorso per farla e per praticarla nel nostro paese. Il primo di essi fu il dott. Aldo Bargero di Milano, a cui vala nostra profonda gratitudine». Mentre è noto come da oltre mezzo secolo prima di Aldo Bargero, peraltro personalità del milieu milanese molto ostile a Colazza e a Massimo Scaligero, Giovanni Colazza non solo praticasse la medicina antroposofica, ma addirittura formasse giovani medici come Amleto Scabelloni, Fiorenza Berto, da me benissimo conosciuti sin dagli anni settanta dello scorso secolo, ed altri che non nomino. Del resto, visto che i farmaci della medicina antroposofica Weleda erano presenti in Italia sin dagli anni trenta del Novecento, avranno pur dovuto esserci dei medici che li prescrivevano e li usavano essi stessi. Questo per l’obbiettività storica.

Le stesse accuse di ʽingenuitàʼ, di mancanza di ʽpraticitàʼ, ebbi modo di sentirle personalmente già nel 1996 e nel 1997, in casa mia e davanti ad una mia congiunta, quindi ella pure testimone, dalla bocca stessa dellʼInnominato, nei confronti di Massimo Scaligero, oltre allʼaccusa, calunniosa, gravissima e infame, ossia quella di praticar lui ed indicare ad altri una ʽvia incompleta e superataʼ, una ʽvia orientaleʼuna ʽvia yoghicaʼ, una ʽvia buddhistaʼuna ʽvia non cristicaʼ, una ʽvia non graalicaʼ, e come tale necessitante di ʽcompletamentoʼ, di ʽriorientamentoʼ, di salutare ʽrettificaʼ, di ʽcorrezioneʼ. Rabbrividii letteralmente di orrore, quando a Roma, alcuni decenni fa, da qualcuno mi fu detto: «Su richiesta di X., ci siamo presi la responsabilità di mentire a Massimo Scaligero». Costoro – essendo, ovviamente, tanto ʽintelligentiʼ e ʽpraticiʼ, manodotti da chi era persona di loro ancor più ʽintelligenteʼ e ʽpraticaʼ – pensavano di esser chiamati a ʽgestireʼ un Iniziato come Massimo Scaligero, da essi ritenuto, appunto, ʽpoco praticoʼ, e addirittura, con plausibili menzogne, secondo loro facilmente ʽingannabileʼ, dimostrando così il sommo disprezzo ch’essi  avevano non solo per il suo essere spirituale, e per il còmpito iniziatico affidatogli direttamente dal Mondo Spirituale, e non scelto certo da lui stesso, ma altresì un grande disprezzo per la sua stessa umanità. Il tutto – inutile farlo presente – attuato per ʽun più nobile fineʼ, che ai loro occhi scusava, anzi giustificava, come assolutamente necessari e meritevoli, la turpe menzogna, e l’inganno.

Questa è, letteralmente, la follia, la stupidissima presunzione, di chi, nella propria più colpevole ottenebrata ignoranza, non si rende minimamente conto che un Iniziato, pur spesso dovendo tacereper una ferrea regola occulta – scruta sin nei più profondi e oscuri meandri le anime di coloro che il destino gli porta incontro, sia ch’egli li abbia davanti, sia che essi gli siano spazialmente lontani, e che un Iniziato, un Istruttore Spirituale come Massimo Scaligero, vede persino le cose più celate, talvolta, dagli stessi interessati, da lungo tempo dimenticate. Di ciò ne ebbi personalmente molteplici, ripetute, inequivocabili prove. Questa è la follia di coloro che non si rendono conto che si può e si deve sempre servire il Mondo Spirituale, ma non ci si può mai e, soprattutto, non ci si deve mai e poi mai – in alcun modo e per nessun motivo o fine – servire del Mondo Spirituale, e che questa stupida presunzione, questa arroganza, questa tracotanza – la hybris che, secondo gli Elleni, gli Dèi odiano – è, e non può essere altro che «tradimento»

Ora, se, come Dante nella Comoedia, in Inf. I, 26, lʼanimo mio si volge «retro a rimirar lo passo» dei molti anni – oltre cinque decenni – trascorsi ad operare e lottare in questa ʽViaʼ, vedo scenari che, oggi, mi stupiscono assai, e mi confermano, una volta di più come la ʽVia del Cieloʼ, la ʽVia del Mondo Spiritualeʼ, non sia proprio, e non possa proprio essere, per nulla, una ʽVia ordinariaʼ. Quando, alla fine di una adolescenza oltremodo agitata, tramite lʼamico L., venni in contatto con la Scienza dello Spirito e, soprattutto, con Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, ed eziandio, per fatale inesperienza, anche molto sciocco.

Per questa mia giovanile inesperienza e ingenuità, nei miei ventʼanni, vedevo e ritenevo – giustamente ritenevo – talune persone che sapevo avere molti più anni di Scienza dello Spirito alle loro spalle, rispetto al poco, al pochissimo che potevo avere io, alquanto migliori del selvaggio e ignorantissimo individuo che allora ero, e che ancora largamente sono. E, giustamente, davo fiducia ad una serie di persone, dalle quali intuivo che avrei potuto imparare molto. Ed infatti, da loro molto appresi. Per questa ragione, allora ero altresì portato a dare per scontate – e qui sbagliavo alla grandemolte cose, che in séguito avrei scoperto che, scontate, davvero non lo erano affatto, cose che, anzi, mi sarebbero poi costate molto care, e che mi avrebbero procurato moltissime amare, anzi amarissime, delusioni, nonché moltissime ore non poco difficili. Del resto, Massimo Scaligero stesso, già nel primo incontro, volle mettermi in guardia – oggi ritengo profeticamente – rispetto al fatto di credere ad un qualcosa, proclamato vero unicamente sulla base della presunta autorevolezza, o della imposta, pretesa, autorità, che si voleva, senza verifica, da taluni esigere da me con totale, cieca, sottomissione. Questi taluni – diversamente da quanto, invece, fece sempre Massimo Scaligero, che mai e poi mai impose la sua autorità – dopo la di lui dipartita, vollero instaurare un ʽnuovo corsoʼ, sostenendo che ʽtempi son cambiatiʼ (strategia subdola e gesuitica, che Alfredo Rubino, fedele discepolo della Via, causticamente, in maniera cloridrica, sentenziò così: «Sì, facciamo come la Chiesa Cattolica: adeguiamoci ai tempi!»), e che dovevano inaugurarsi non solo ʽnuoviʼ, ʽdiversiʼ, ʽpiù efficaciʼ metodi di ʽascesiʼ, di ʽrealizzazione spiritualeʼ, ma altresì doveva venire introdotta una nuova, mirabile, ʽrivelazioneʼ, la quale andava a sostituire in tutto o in parte – eccoci ancora una volta al cosiddetto ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ – i contenuti della Scienza dello Spirito donati da Rudolf Steiner, e comunicatici da Giovanni Colazza e da Massimo Scaligero. Soprattutto la rigorosa Ascesi del Pensiero, la Via del Pensiero Vivente, indicataci da Massimo Scaligero doveva  lentamente, progressivamente – con la pavida, omertosa, cinica prudenza dei vili – esser messa da parte, e gradualmente sostituita dalla aggiornata ʽvia dell’animaʼ, scaturita da una sì mirabile, novella, ʽrivelazioneʼ. E chiunque avesse chiesto spiegazioni in proposito, o – peggio ancora – avesse opposto motivate obbiezioni, sarebbe stato bollato – come, poi, in effetti, ripetutamente avvenne – di sconfinata ʽpresunzioneʼ, di essere un ʽinvasatoʼ, un ʽpossedutoʼ dalle Potenze Avverse, addirittura di essere ʽpsichicamente insanoʼ, ʽparanoicoʼ, additato a sommo dispregio. E attorno a costui – sempre molto ʽcompassionevolmenteʼ e ʽcristianamenteʼ, ovviamente – veniva prima fatta terra bruciata, poi attuato un vero e proprio ostracismo e linciaggio morale. Egli veniva indicato come ʽhaereticus vitandusʼ, col quale era bene non aver comunanza veruna, e che veniva condannato alla ʽdamnatio memoriaeʼ.         

Negli anni, anzi nei decenni a seguire, avrei potuto poi vedere, a lungo e con mio grande sconcerto, come molti dei ʽmiglioriʼ, nei quali in passato avevo riposto avventatamente totale fiducia, poi risultassero non solo ʽerrareʼ – il che è pacifico, e questo non è certo un problema, ché tutti noi, io per primo, e molte volte, ʽerriamoʼ – ma mostrassero, in maniera evidente, consapevolmente di ʽtralignareʼ, di ʽtradireʼ, e addirittura – come direbbe, con la compassionevole delicatezza dʼanimo che la contraddistingue, la mia sapientissima amica Fang-pai, Figlia del Celeste Impero, e Maestra del Dharma – mostrassero anche di ʽvoltar le spalle alla mètaʼ di ʽdimenticare lʼintenzione originariaʼ, di ʽsmarrire lʼintenzione originariaʼ, che per destino e, soprattutto, per la benevolenza del Cielo e dei Numi, ci aveva portati tutti a calcare la ʽVia Solareʼ

Destava in me particolare stupore il fatto di vedere persone, che ritenevo moralmente molto migliori di me, e ben più avanzate nella ʽViaʼ del sottoscritto, finire esse, e fare finire altre persone, in esse fidenti, su sentieri traversi, molto problematici e pericolosi, nonché vederle compiere azioni non esattamente commendevoli, volutamente e apertamente contraddicenti lʼassunto spirituale, e produrre di conseguenza enormi disastri, financo grandi tragedie. Considerando come la mia selvaggia persona allora fosse, ed ancor lo è, piena di macroscopici difettoni, ai quali peraltro sono affezionatissimo, ossia essendo la mia una natura capacissima di innumerevoli errori, difetti ed errori di ogni tipo e sorta – e confesso ciò senza quella ipocrita, lacrimevole, stucchevole, rugiadosa, mucillaginosa, recitata e falsa ʽumiltàʼ, tipicamente cattolica, che dilaga in molte comunità spirituali, anzi con la più colpevole, dispettosa, delinquenziale, complice, ostentata fierezza e per nulla celata soddisfazione – mi era difficile comprendere perché certe cose fossero evidenti e chiare agli occhi di un poco raccomandabile ʽpredone della steppaʼ quale mi ritenevo io, e non a costoro, tanto ʽintelligentiʼ, e tanto moralmente ʽprogreditiʼ, e perché, naturalmente, altrettanto non evidenti e chiare, tali cose apparissero, oserei dire, fatalmente, altresì a tutte le ʽanime belleʼ – e questo lo dico lo dico senza veruna ironia, perché ʽbelleʼ, quelle anime, che ad altrui ʽautoritàʼ, purtroppo, con spontanea fiducia, e con slancio del sentimento, si affidavano, lo erano e lo sono davvero – ed è, a mio modo di vedere, criminale fuorviare queste ʽanime belleʼ su falsi sentieri, paralizzarne la volontà nellʼascesa spirituale, ed esporle a non pochi pericoli, facendo in modo che esse accolgano nelle loro anime delle non verità, delle palesi menzogne, alle quali veniva e viene loro chiesto di dare acritica, cieca, adesione.

Ma i giovani, ingenui, inesperti lupacchiotti cogli anni crescono, ed anche i selvaggi ʽpredoni della steppaʼ, nei decenni trascorsi a lottare, si fanno alquanto più accorti, molto meno creduli, e non dànno più per scontate cose che, decenni prima, al loro sguardo sembravano, solo sembravano, apparire ʽevidentiʼ, mentre poi si sarebbero rivelate delle illudenti fattispecie, ossia delle recitate, indubbiamente molto abili, messe in scena. Molto aiutò la conoscenza diretta delle opere di Rudolf Steiner, lette direttamente negli originali tedeschi, il che fece capire come talune persone, ignorantissime, su determinati argomenti ʽaffabulasseroʼ assai, e celassero la loro ignoranza condendo, con mirabili particolari, narrazioni da loro totalmente inventate (una sorta di ʽvi stupiremo con gli effetti specialiʼ), o frutto di ambigue esperienze psichiche, non certo spirituali, o semplicemente frutto di un riportato, che è, esso pure, un pessimo malvezzo degli ambienti sedicenti spiritualisti in generale, e in special modo di quelli ʽantroposoficiʼ e ʽscaligeropolitaniʼ, ovvero manifestazioni delle ʽdinamiche tipiche del mondo settarioʼ, per dirla col mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina, nonché animoso lottatore spirituale, e mio compagno d’armi di tante tempestose battaglie.

Naturalmente, questo andare a verificare direttamente sulle fonti – e Massimo Scaligero sin dal nostro primo incontro di quella fine di primavera del 1970, mi invitò apertamente a farlo, e a ʽnon credereʼ a qualcosa sulla base della semplice altrui ʽautoritàʼ – non era cosa a taluni gradita, e non poteva che suscitare malumore ed indispettire, allora, ma anche in séguito, chi amava le proprie infondate opinioni, le proprie consolanti od opportune illusioni, le proprie fantasticate affabulazioni, più della verità. Per cui, per quanto, inizialmente, uno non avesse avuto la minima intenzione, comʼera – per fatale inesperienza e giovanile ingenuità – il caso mio a quellʼepoca, di contrastare quanto dogmaticamente affermato da una cotale ʽautoritàʼ, finiva per divenire sempre più inviso da chi esigeva – sia pure in forme non brutali, ma ʽmorbideʼ e ʽinsinuantiʼ – il riconoscimento di essa. Quello che, nel tempo, andò a suscitare nel mio animo sempre maggiore stupore, fu non soltanto il non andare da parte di costoro a verificare sulle opere originali di Rudolf Steiner in tedesco, quanto lʼevitare, di proposito, di farlo pure sul molto materiale, tradotto in italiano, e riprodotto in forma dattiloscritta, presente per esempio nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis, diretto nel secolo scorso, prima da Giovanni Colazza, poi da Mario Viezzoli, da Caio Sallustio Crispo, da Romolo Benvenuti.

Ora, per quanto io sentissi viva amicizia, e a volte venerazione, nei confronti di talune persone, non potevo scordare lʼadagio, che la tradizione attribuisce ad Aristotele, che afferma: Φίλος μεν Πλάτων, φιλoτέρα δε ἀλήθεια, Phìlos men Plàton, philotèra de alètheia, o nella sua più nota versione latina, Amicus Plato, sed magis amica veritas. Queste parole, tradotte nella bella lingua del nostro Dante, suonerebbero: «Platone mi è caro, ma la verità mi è ancor più cara». Ed è lo stesso Aristotele ad affermare nella Ethica Nicomachea, I, 4, 1096 a 16, che «Se gli amici e la verità ci sono ugualmente cari, allora si dovrebbe dare la preferenza alla verità», e Platone nel Fedone, 91 C, «Di Socrate ci si deve occupare un poʼ, ma della verità molto di più», e nel X libro della Repubblica, «Eppur un certo affetto e rispetto che ho sin da bambino per Omero mi trattiene dal parlarne. Perché lui è stato, mi sembra, il primo maestro e la guida di tutti questi eccellenti tragici, Non si deve però onorare un uomo più della verità, ma, come io sostengo, bisogna parlarne».

Il problema drammatico, semmai, sorge quando ci si rende conto – magari dopo molto errare – che talune persone alle quali un tempo si rivolgeva cotanta ammirazione e fiducia, sul piano etico e morale non assomigliavano affatto ad Omero, a Socrate, o allo stesso Platone. Il problema, addirittura tragico, sorge, semmai, quando, in un giorno che mai si avrebbe voluto veder sorgere, uno arriva a rendersi conto di avere a che fare con chi non rispetta i patti di fede giurata, con chi mente sapendo di mentire, con chi non onora né la sacra parola data, né i giuramenti fatti, né amicizia, né verità, ossia uno si rende conto che di avere a che fare con chi pone in atto, volutamente e sistematicamente, metodi e machiavelliche strategie di manipolazione dellʼanimo delle persone, con chi cela le finalità vere del proprio agire, ed agisce cinicamente, spregiudicatamente, con lʼintrigo, con la congiura, con la calunnia, con la diffamazione più gratuita, col linciaggio morale di chi motivatamente dissente, con la sistematica menzogna

Vi è stato anche chi, volendo ingiuriarmi, calunniarmi in privato, diffamarmi in pubblico, oralmente e per iscritto, mi ha rivolto spesso (la cosa va avanti da decenni) lʼaccusa – che, personalmente, trovo oltremodo lusinghiera, quasi al limite della adulazione – di essere dal punto di vista spirituale, orientale, yoghico, taoista, e addirittura buddhista. Davvero troppo buoni! Francamente, non sento di meritare sì lusinghiere ingiurie – le medesime che dalla bocca stessa dellʼInnominato, in casa mia, nel maggio del 1996 e del 1997, davanti a persona testimone a me congiunta, vennero rivolte da questi a Massimo Scaligero – anche perché da esse vengo immeritatissimamente associato ad una figura troppo più grande, e troppo più luminosa del selvaggio ʽlupaccioʼ cattivissimo e del delinquenziale ʽpredone della steppaʼ, quale io sono. Comunque, ribadisco la promessa, già più volte da me fatta in passato, di sforzarmi, in futuro, operando con diligenza, in ogni maniera, per meritare accuse ed ingiurie, che mi fanno sin troppo onore. Ma vi è un punto del Dharma, ossia della Dottrina, e del Marga, ovvero dellʼAscesi realizzativa, del Buddha Shakyamuni, che mi ha sempre colpito: il grandissimo amore per la verità, per la veracità, per la sincerità, e la più grande ripugnanza, come per cosa ignobile e indegna, della menzogna, della falsità, della doppiezza, che deve avere ogni discepolo della ʽViaʼ, di qualsiasi autentica, sincera, onesta ʽViaʼ di realizzazione spirituale. Ma, se guardiamo lʼattuale realtà, e non ci vogliamo scioccamente illudere, non è, purtroppo, che negli ambienti sedicenti ʽspiritualistiʼ, ʽantroposoficiʼ, anche in quelli ʽscaligeropolitaniʼ – come li definisce in maniera ironica e alquanto divertita il mio ottimo amico, e compagno dʼarmi di tante battaglie, C. – la veracità, la veridicità,amore per la verità abbondino e siano proprio di una abbagliante evidenza.

Facciamo un esempio. Allʼinizio dellʼattuale secolo, in una riunione ʽclandestinaʼ – si preferiva da parte di chi l’aveva organizzata, e pertanto a tal proposito venne fatta fare ai partecipanti una acconcia promessa, che il sottoscritto non ne venisse a conoscenza – svoltasi nella mia città, riunione dai vari problematici aspetti, sui quali ho avuto modo in passati articoli di scrivere sul presente blog, tra varie altre cose dallʼInnominato venne reso noto chʼegli era in possesso dei ʽquaderniʼ, che a suo tempo sarebbero stati scritti da ʽOraoʼ (sive mas sive faemina), il contenuto dei quali è stato oggetto, in anni più recenti, di alcune pubblicazioni da parte della romana casa editrice Tilopa. In particolare, si tratta, per il momento, di tre libri – non sappiamo se ne usciranno ancora altri – rispettivamente intitolati Resurrezione, Madre, e Intelligenza Celeste. Al termine di uno studio, apparso in più puntate su questo pugnace e temerario blog, ponevo allʼInnominato una serie di esplicite, leali, anche se scomode, scabrose, precise domande, rispetto alle quali era più che legittimo ed auspicabile aspettarsi di ricevere una chiara, esauriente, onesta risposta, risposta che – esattamente come prevedevo – non giunse mai. Due tra le varie domande, tutte facili facili, riguardavano il fatto di sapere chi fosse in possesso legale dei suddetti ʽquaderniʼ di ʽOraoʼ (sempre sive mas sive faemina) dopo la sua dipartita, e comeInnominato ne fosse venuto, a sua volta, eventualmente, in legittimo e lecito possesso. Trattandosi di evenienze estremamente delicate, in questi casi il sintattico periodo ipotetico è d’obbligo. Ora – stando, ovviamente, a quello che mi hanno comunicato, relata refero, alcune fonti romane ʽautorevoliʼ e ʽsolitamente bene informateʼ, alle quali lascio la reponsabilità di quanto comunicatomi – lʼInnominato afferma ora, ossia solo dopo le mie esplicite domande, che i suddetti ʽquaderniʼ gli sarebbero stati donati da ʽOraoʼ in persona, prima della propria dipartita, che peraltro sarebbe avvenuta oltre trent’anni fa, e non si capisce, però, perché essi vengano pubblicati in così rapida sequenza solo ora, vista l’estrema rilevanza ed importanza – novella, mirabile, ʽrivelazioneʼ, sia pure in palese contrasto con le esplicite comunicazioni di Rudolf Steiner, che con i metodi di realizzazione spirituale indicati da questi, da Giovanni Colazza, e da Massimo Scaligero – che il gianicolense editore romano attribuisce loro. Questa narrazione dei fatti da parte dell’Innominato lascia il sottoscritto molto perplesso, in quanto nel dicembre 2001, R., congiunto di ʽOraoʼ, mi disse che quei ʽquaderniʼ, dopo la morte di ʽOraoʼ, erano rimasti per molti anni in suo legittimo possesso, e che da una certa persona, una donna, frequentatrice con varie incombenze e scuse della sua casa, non molto tempo prima del nostro colloquio, su incarico ricevuto da qualcuno, gli erano stati furtivamente sottratti. R. mi mostrò anche il punto della biblioteca dove, prima del suddetto ʽesproprio esotericoʼ, vero furto con destrezza, erano custoditi. E come sarebbero giunti, poi, questi ʽquaderniʼ nelle mani dellʼInnominato? Chissà?! Mistero! Non è dato di sapere! Naturalmente, queste due versioni, questi due diversi relata, sono tra loro contrastanti, e non possono davvero, secondo ogni logica, aristotelica, hegeliana, o nagarjuniana che sia, essere contemporaneamente ambedue veritiere e fededegne. Conciosiacosaché, la tal cosa lascia il sottoscritto molto perplesso, anche se, devo dire che, personalmente, non ho mai, davvero mai, visto o udito R. – col quale, pure, in passato avevo avuto dei contrasti – mentire, o inventarsi a bella posta ʽstorieʼ di qualsiasi tipo e sorta. Cosa che, francamente, non posso dire di altri. Di vari altri, dei quali – come ho avuto modo più volte di rilevare in passato – è tipica una molto disinvolta concezione della verità a ʽgeometria variabileʼ.

Lascia, peraltro, molto perplesso il sottoscritto anche la ʽnarrazioneʼ, che l’Innominato, anch’essa ora, solo ora, dà, circa il suo esser venuto in possesso di un ʽdiarioʼ di Massimo Scaligero, che da questi fu donato, con dedica, al su citato R., e di cui molte pagine in questi ultimi due anni sono state riprodotte sia su L’Archetipo di Marina Sagramora, sia su un noto social forum ad opera di altra persona, suscitando nello scorso dicembre, sulla rivista romana Graal, da parte di un anonimo autore, alcune agrodolci rimostranze, condite con sommessi, e poco velati, accenni ad eventuali possibili misure, non meglio precisate, da prendere in proposito. L’Innominato, ora, sostiene che quel ʽdiarioʼ di Massimo Scaligero, gli sarebbe stato donato proprio da R., prima della propria dipartita. Conoscendo i manifesti sentimenti, invero piuttosto irritati, di R. nei confronti dell’Innominato dopo l’impresa del suddetto ʽesproprio esotericoʼper carità, impresa, ça va sans dire, attuata da chi allora la fece, non ne dubitiamo affatto, per nobilissimi fini – vi è davvero di che essere molto scettici, e non poco perplessi, circa una cotale ʽnarrazioneʼ. Del resto, persona molto vicina al suddetto R., e fedele di Massimo Scaligero e della Via, mi descrisse la scena di quel che disse e fece l’Innominato a casa di R., dopo la dipartita di quest’ultimo per ʽrecuperareʼ in ogni maniera – non si sa a quele titolo – tutte le sue cose. La stessa persona fedele di Massimo Scaligero e della Via, mi testimoniò quel che disse e fece l’Innominato – dapprima per interposta persona, poi direttamente egli stesso – per impadronirsi dello storico Gruppo Novalis, e del suo presioso Archivio. Tutte queste ʽintraprendenzeʼ testimoniano di una grande fiducia nella propria callida intelligenza, nella propria abilità nell’operare intrighi e macchinazioni, nel seguire vie trasverse – le vie ordinarie dei politici e delle ʽeminenze grigieʼ, dei ʽgrandi pupariʼ – che sono le vie della menzogna, e non quelle del Mondo Spirituale, nel quale evidentemente non si ha fiducia veruna, e del quale si ritiene di potersi fare impunemente beffe. Altri motivi, questi, appunto, di personale perplessità del sottoscritto nell’ascoltare ed esaminare la ʽnarrazioneʼ dell’Innominato circa queste tristissime, vessate, questioni.

Viste le lusinghiere accuse che oramai da molti anni mi vengono rivolte di essere poco o punto ʽcristianoʼ, bensì di essere pervicacemente ʽbuddhistaʼ (sempre troppo buoni…), mi piace citare dal Canone Buddhista della Scuola Theravada, un breve brano tratto da un Sūtra, o Sutta in pāli, del Majjhimanikāya, il LXI, Ambalaṭṭhikārāhulovāda, Insegnamento a Rāhula, nel quale il Buddha Shakyamuni espone a suo figlio Rāhula il valore estremo della veridicità, della sincerità, per un asceta che cerchi la realizzazione dellʼIlluminazione. Egli, dopo aver paragonato la persona insincera allʼacqua sporca con la quale ci si lavano i piedi, e che poi viene gettata via, così aggiunge, con parole indubbiamente estremamente severe, che riporto nel testo originale pāli, che poi traduco:

«Evameva kho, Rāhula, yassa kassaci sampajāmusavāde natthi lajjā, nāhaṁ tassa kiñci pāpaṁ akaraṇīyanti vadāmi»,

«Allo stesso modo, o Rāhula, in chiunque non vi sia vergogna di una consapevole menzogna, ogni azione malvagia è possibile».

Per chi volesse leggere, e meditare, l’intero Sūtra, o Sutta, può trovarlo in una bellissima edizione de I Discorsi di Gotamo Buddho del Majjhimanikāyo, per la prima volta tradotti dal testo pāli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, secondo volume, mezzocentinaio medio, Bari, Gius. Laterza & Figli, 1925, pp. 107-113. Gli altri due volumi apparvero rispettivamente il primo nel 1916, e il terzo nel 1927. Massimo Scaligero mi raccontò di aver fatto uso per molti anni di questi tre volumi come di un prezioso strumento di pratica ascetica. Egli aveva grande stima di Giuseppe De Lorenzo, da lui conosciuto di persona, al punto di parlarne in alcune riunioni come di un rigoroso asceta, fedele all’insegnamento originario del Buddha Shakyamuni.

Rudolf Steiner, parlando dei còmpiti cogenti della rifondata Scuola Esoterica dopo il Convegno di Natale del 1923, e dei doveri che, davanti alla sacra Potenza di Michele, si assumevano i discepoli della Scuola, della quale – a causa della inadeguatezza, della totale mancanza di serietà, della faciloneria, del pressappochismo, e in alcuni casi di veri e propri tradimenti da parte di molti, troppi partecipanti – venne riaperta unicamente la Prima Classe, dovette ribadire come uno dei doveri fondamentali di un discepolo della Scuola Esoterica fosse la sincerità, la più risoluta e diligente volontà di verità, lʼimpegno più sacro a dire sempre e solo l’assoluta verità: verità accertata nella maniera più possibilmente esatta. Ma su questo punto, come su molti altri Rudolf Steiner ebbe il dolore di veder con quanta leggerezza, solo a fior di labbra, gli antroposofi assumessero un impegno sacro di fronte alla Potenza di Michele, e con quanta approssimazione e faciloneria essi soddisfacessero ad un tale impegno sacro. Egli dovette rinunciare – checché ne dica su internet, e lo ribadisca spesso on-line attraverso i suoi molteplici pseudonimi, con la sua fumettistica, e alquanto affabulante, narrazione Unas/Apis/N.R.Ottaviano/Claudio Ottaviano/Eques a Floribus/Efesto/Tau Julianus, o chiunque si celi dietro tali pseudonimi – a riaprire la Seconda Classe, e la ‘Mystica Aeterna’, oggi oggetto di varie sacrileghe speculazioni, non tornò mai in vita: la stessa Marie Steiner, che pure avrebbe avuto il legittimo potere di riaprirla, vista la cialtroneria pressappochistica, l’ambizione, e addirittura i tradimenti, degli antroposofi, malgrado le pressanti richieste di Albert Steffen e di Ita Wegman, non volle mai riaprirla, e fece benissimo a rifiutarsi di riaprirla. Ed infatti, già nella Settima Lezione della Classe Esoterica, da lui tenuta a Dornach l’11 aprile 1924, Rudolf Steiner dovette ribadire energicamente questo impegno che ogni sincero, onesto, serio discepolo dell’Iniziazione deve assumere e ad ogni costo rispettare. Riporto qui di séguito le parole di Rudolf Steiner, sia nel testo italiano, che nell’originale tedesco, per documentazione e salutare meditazione del volenteroso lettore:

«Uno dei compiti dei membri di questa Scuola sarà che tale trascuratezza sparisca. Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che pronunciamo; dobbiamo, in ogni caso, sentire la responsabilità che ogni parola da noi pronunciata sia da noi esaminata con la massima serietà, in modo che la possiamo affermare come verità. Perché espressioni non veritiere, anche quando nascono, per così dire, dalla buona fede, agiscono distruttivamente in un movimento occulto. A tale riguardo non deve esservi alcuna illusione, ma la massima chiarezza. Non sono le intenzioni che contano, perché spesso esse vengono coltivate assai alla leggera, ma è la verità oggettiva quella che conta. Fa parte dei primi doveri di un discepolo dell’esoterismo quello di sentirsi obbligato non soltanto a dire ciò che crede essere vero, ma anche ad accertarsi se quanto dice corrisponde realmente alla verità oggettiva. Infatti soltanto ponendoci nel senso della verità oggettiva a servizio delle potenze divino-spirituali che fanno fluire le loro forze attraverso questa Scuola, soltanto ponendoci al loro servizio potremo superare tutte le difficoltà che si presenteranno di fronte all’antroposofia».

«Es ist ja so, daß Lässigkeit in ganz besonderem Maße in den letzten Jahren in die Anthroposophische Gesellschaft eingezogen ist. Daß sie wiederum ausziehe aus ihr, das wird die Aufgabe, mit eine der Aufgaben der Mitglieder dieser Schule sein. Wir sollen bis zu dem Worte, das wir sprechen, uns verantwortlich fühlen, sollen uns vor allen Dingen verantwortlich dafür fühlen, daß ein jegliches Wort, das wir sagen, im allerernstesten Sinne so weit von uns geprüft wird, daß wir es als Wahrheit vertreten können. Denn nicht-wahre Aussagen, auch wenn sie sozusagen aus gutem Willen hervorkommen, sind etwas, was innerhalb einer okkulten Bewegung zerstörend wirkt. Darüber darf keine Täuschung sein, sondern darüber muß völligste Klarheit herrschen. Nicht Absichten sind es, auf die es ankommt, denn die nimmt der Mensch oftmals sehr leicht, sondern objektive Wahrheit ist es, auf die es ankommt. Und zu den ersten Pflichten eines esoterischen Schülers gehört es, daß er sich nicht bloß dazu verpflichtet fühlt, dasjenige zu sagen, wovon er glaubt, daß es wahr ist, sondern daß er sich verpflichtet fühlt, zu prüfen, ob dasjenige, was er sagt, wirklich objektive Wahrheit ist. Denn nur, wenn wir im Sinne der objektiven Wahrheit dienen den göttlich-geistigen Mächten, deren Kräfte durch diese Schule gehen, werden wir hindurchsteuern können durch all diejenigen Schwierigkeiten, die sich der Anthroposophie bieten werden».

Ma sarebbe sufficiente leggere, e meditare profondamente, quel che il Signore dice a Tommaso nel Vangelo di Giovanni, XIV, 6: «λέγει αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς· ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή», ossia: «Gli disse Gesù: Io Sono la Via, e la Verità, e la Vita». È evidente che il Signore è la Via (ἡ ὁδὸς – he hodòs), ma questa non può essere la via ordinaria, tant’è che il Suo agire andò direttamente in rotta di collisione contro legalismo di sacerdoti, scribi, farisei e sadducei, verso i quali tutti Egli fu, sin da sùbito, σκάνδαλον, skàndalon, ossia pietra d’inciampo. La Via del Christo non è, e non può essere, la jahvetica Legge mosaica, la Torah, con i suoi 10 comandamenti e le sue 613 minuziose prescrizioni, ma la libertà, perché essa è basata sulla Verità (ἡ ἀλήθεια – he alètheia) ch’Egli è: la sola che rende liberi. Infatti, nel Prologo del Vangelo di Giovanni è scritto: «ὅτι ὁ νόμος διὰ Μωϋσέως ἐδόθη, ἡ χάρις καὶ ἡ ἀλήθεια διὰ Ἰησοῦ Χριστοῦ ἐγένετο», che nella lingua di Dante così suona: «Perché la Legge fu data attraverso Mosè, la grazia e la verità vennero attraverso Gesù Christo». Infatti, in Giov. VIII, 32, il Signore afferma: «καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς», «e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Quindi solo la Via non ordinaria (ἡ ὁδὸς – he hodòs), al di là della Legge (ὁ νόμος – ho nòmos), portà alla Verità (ἡ ἀλήθεια – he alètheia), e solo essa dona vera Libertà, e fuori della Verità e della Libertà non vi è, non vi può essere Vita  (ἡ ζωή – he zoè).  

Ora, è evidente come la Via del Logos, che è al contempo Verità e Vita, non possa mai, in nessun caso, essere la via della menzogna, la quale è sempre, inevitabilmente, solo una via di schiavitù e di morte. E Dominatore della Morte è l’Oscuro Signore, il Principe dell’Oscuro Pensiero, quello che gli antichissimi Persiani, e dopo di loro i Manichei, chiamarono Angra Mainyush, appunto Ahriman, l’Avversario di Ahura Mazdah, di Ohrmazd. E chiunque, in qualsiasi forma, in un movimento spirituale – in modo particolare nella Comunità Solare, come la chiamava Massimo Scaligero – usi affabulazione, menzogna, calunnia e diffamazione, come mezzi vòlti ad ottenere un fine da loro, dogmaticamente,  con una scaltra e ambigua petizione di principio, dichiarato “buono”, persegue ed attua le occulte finalità dell’Oscuro Signore: persegue con mezzi ingiusti un fine comunque, sempre, solo iniquo, come, assieme a Lao-tzu e Lü-tzu, direbbe – anzi come in varie riunioni disse e apertamente  scrisse in libri – lo stesso Massimo Scaligero.

Quale sia per il Signore il valore mortifero della menzogna, lo possiamo leggere nel Vangelo di Giovanni, VIII, 43-44: «διὰ τί τὴν λαλιὰν τὴν ἐμὴν οὐ γινώσκετε; ὅτι οὐ δύνασθε ἀκούειν τὸν λόγον τὸν ἐμόν ὑμεῖς ἐκ τοῦ πατρὸς τοῦ διαβόλου ἐστὲ καὶ τὰς ἐπιθυμίας τοῦ πατρὸς ὑμῶν θέλετε ποιεῖν. ἐκεῖνος ἀνθρωποκτόνος ἦν ἀπ’ ἀρχῆς καὶ ἐν τῇ ἀληθείᾳ οὐκ ἔστηκεν, ὅτι οὐκ ἔστιν ἀλήθεια ἐν αὐτῷ. ὅταν λαλῇ τὸ ψεῦδος, ἐκ τῶν ἰδίων λαλεῖ, ὅτι ψεύστης ἐστὶν καὶ ὁ πατὴρ αὐτοῦ», che riportiamo nella bella e precisa traduzione italiana della Riveduta fatta dal valdese Giovanni Luzzi: «Perché non comprendete il mio parlare? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo, perché è bugiardo e padre della menzogna».

Motivo e ragion d’essere della Comunità Spirituale – della Comunità Solare – è realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, ossia le finalità che spinsero gli Dèi a creare l’Uomo, e ad avviarlo alla temeraria avventura cosmica che tutti viviamo. Perché, come scrive Rudolf Steiner – trascrivo anche l’originale testo tedesco per la sua estrema importanza – in Anthroposophische Leitsätze. Der Erkenntnisweg der Anthroposophie. Das Michael-Mysterium. Rudolf Steiner Verlag. Dornach, 1998, p. 185:

«Es offenbart sich ein Gewaltiges beim Hinblicken auf diese Tatbestände. Der Mensch ist Götter-Ideal und GötterZiel. Aber dieses Hinblicken kann nicht der Quell von Überhebung und Hochmut beim Menschen sein. Denn er darf sich ja nur, als von ihm kommend, zurechnen, was er in den Erdenleben mit Selbstbewußtsein aus sich gemacht hat. Und dies ist, in kosmischen Verhältnissen ausgedrückt, wenig gegenüber dem, was als die Grundlage seines Eigenwesens die Götter aus dem Makrokosmos, der sie selber sind, heraus als Mikrokosmos, der er ist, geschaffen haben»,

ossia nelle Massime Antroposofiche, La via conoscitiva dell’Antroposofia. Il Mistero di Michele, trad. a c. di Lina Schwarz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, p. 162:

 «Un quadro possente ci si rivela contemplando quei processi. L’uomo è l’ideale degli dèi, la mèta degli dèi. Ma il riconoscerlo non può essere per l’uomo fonte di orgoglio o presunzione, perché a lui è lecito attribuirsi, come generato da sé, solamente ciò che nelle sue vite terrene egli ha fatto di sé con la sua autocoscienza. E questo, espresso in proporzioni cosmiche, è ben poca cosa di fronte a ciò che, come base del suo proprio essere, gli dèi, dal macrocosmo che sono gli dèi stessi, hanno creato come microcosmo, vale a dire l’uomo stesso».

Quindi l’uomo è l’ideale degli DèiGötter-Idealla mèta degli DèiGötter-Ziella mèta delle Gerarchie, non viceversa. Questo perché solo attraverso l’uomo, disceso in basso sin nello stato di abiezione, nel quale egli è prigioniero della materia ed immemore della sua origine divina, immemore della sua passata sovrumana grandezza – quella dell’Adam Kadmon – gli Dèi possono portare ad esistenza Autocoscienza, Libertà e Amore. Pochissimi tra gli Dèi hanno abbandonato il proprio originario rango divino, e si sono sacrificati, umanizzandosi, per accompagnare l’uomo in questa temeraria, ʽimpossibileʼ, impresa.

E affinché l’impresa si realizzasse, il Logos stesso si è fatto uomo, divenendo l’Io Sono immanente nell’Io di ogni uomo: divenendo la Via, la Verità, e la Vita. La Via del Logos è la Via del Pensiero, e non un’altra, perché solo attraverso la resurrezione del pensare dal cadaverico stato riflesso, che lo rende schiavo del sistema nervoso e della corporeità, l’uomo ritrova la Verità che lo rende libero, la Verità che gli restituisce la Vita.

Perciò gli attacchi che da decenni – da «dentro la cittadella», come profeticamente scrisse Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – in forme brutali o subdole, aperte o mascherate, con i metodi machiavellici tipici di uno stile ʽpoliticoʼ, o ʽconfessionaleʼ, con intrighi, con suadente dialettica verbosità, vengono rivolti alla Via del Pensiero, alla pratica intensa, radicale,  anche estremista, della Concentrazione, sono menzogna, sono ispirazione ed opera di oscure e oscuranti potenze antispirituali, che con l’autentica Scienza dello Spirito nulla hanno a che fare, perché ne fanno strame e scempio. Perché tentano di rompere nuovamente quel ʽfilo aureoʼ, che dopo il fallimento del sacrificale tentativo spirituale compiuto da Rudolf Steiner col Convegno di Natale del 1923, e il tradimento vergognoso compiuto dalla Società Antroposofica, era stato spezzato, e che Massimo Scaligero aveva «rincappiato». Un attacco alla Via del Pensiero, un attacco alla Concentrazione – sia mediante negazione assoluta, o svalutazione, o silenziosa messa da parte, o cialtronesca deformazione – è sempre anche un attacco al Graal.  

Poiché dovremo affrontare, nel proseguo del presente studio, un tema di estrema importanza sacrale come quello del Graal, tema correlato per palesi o celati legami a tutti i temi della Scienza dello Spirito, sarà bene porre sin da sùbito un chiaro discrimine tra verità ed errore, la tra verità e menzogna, tra un metodo ascetico corretto, veritiero, salutare e fecondo, che è quello – il solo  omogeneo, consustanziale e compatibile con la Scienza dello Spirito, e i molti, invero troppi, metodi errati, menzogneri, fallaci, morbosi, illudenti, paralizzanti, attossicanti, distruttivi. In alternativa al metodo spiritualmente ‘scientifico’, sperimentato ed instancabilmente indicato da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero, da vari anni – per la verità, da decenni, sin dalla dipartita di Massimo Scaligero – vengono proposti metodi ‘animici’, in molti casi di natura ‘mistica’, per non dire, in non pochi casi, addirittura di natura ‘confessionale’, che portano facilmente ad un mondo di esperienze visionarie, scambiate per ‘immaginazioni’, che possono, sì, presentarsi con caratteri di imponenza, e di travolgenza rispetto a forze non coscienti, sognanti, dell’anima, ma che fatalmente conducono nella esiziale, fetida palude stigia delle più pertinaci illusioni, delle trasognate e suadenti visioni, e corromperesenza che sovente il soggetto neppure se ne accorga – le forze morali dell’anima. E ciò malgrado i più insistenti, martellanti, appelli ad una prassi morale, che in moltissimi casi si è rivelata solo una ipocrita e cinica recitazione di uno stantio moralismo di maniera.

Al sagace ricercatore spirituale deve essere ben chiaro che la Verità è tale in se stessa, indipendentemente da chiunque la proclami, e che una affermazione errata non diviene ʽveraʼ semplicemente perché chi la proclama è una persona ʽbuonaʼ,  ʽmoraleʼ e  ʽsantaʼ. La gratitudine, l’ammirazione, la venerazione verso una cotal persona non esimono dal dovere di esaminare se sia realmente ʽveroʼ, quel che viene affermato essere ʽveroʼ. Se, poi, palesi errori e menzogne vengono presentati come  ʽveritàʼ da chi – malgrado ogni illudente apparenza – è tutt’altro una persona ʽbuonaʼ,  ʽmoraleʼ e ʽsantaʼ, ossia da una persona che non si fa scrupolo di mentire sapendo di mentire, e si pretende che le si creda semplicemente sulla base della pretesa autorevolezza delle sue affermazioni, la situazione si fa veramente grave, anche per le conseguenze che determinate non verità, e certe improvvide indicazioni che ne conseguono, hanno sulla vita interiore  di chi acriticamente, sentimentalmente, si affida loro.

In questi casi – dopo aver ripetute volte avvertito che «la ‘Via del Pensiero’ può diventare la ‘via del sublime egoismo’», che «la concentrazione non è necessaria» (potrei riportare, con nomi e cognomi, casi concreti di persone cui fu detto che per loro essa era ‘superflua’), e che «bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione perché può far male!» – viene fatto largo uso di una invadente, suadente, difficilmente resistibile ‘sentimentalità’. Questa sentimentalità è, poi, l’ingrediente obbligato per ‘condire’, in maniera persuasiva, le mirabili ‘rivelazioni’ circa novelli contenuti e metodi di realizzazione da introdurre, pedetemptim, pian pianino, nella maniera più inavvertita possibile, all’interno della ‘Comunità Solare’, in luogo di quelli indicati da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Naturalmente, questa ‘sapiente’ o ‘perfida’ strategia (la valutazione della medesima dipende, ovviamente, dai punti di vista scelti) viene portata avanti non in maniera totalmente aperta ed esplicita, come lealtà vorrebbe, ma con discorsi e tatticismi, dietro i quali vi sono sempre inespresse riserve mentali. A coloro che, in buona fede, vengono persuasi da una cotal abile ‘strategia di mercato’, di ‘marketing’ (perché, nei metodi di coloro che, alquanto spregiudicatamente, la pongono in atto, essa è assolutamente tale), vi sarebbe da ricordare quanto Rudolf Steiner dice a proposito della ‘sentimentalià’. Per esempio, ne La Saggezza dei Rosacroce, trad. di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, nella prima conferenza, intitolata La nuova forma della sapienza, tenuta a Monaco, il 22 maggio 1907, a p. 13, così leggiamo:

«Da quanto diremo nei prossimi giorni, si vedrà come la verità possa penetrare in modo immediato nella vita pratica. Noi non edifichiamo un sistema solo teorico, ma un mezzo per conoscere le profonde basi della scienza attuale, per far penetrare le verità spirituali nella nostra vita quotidiana.la sapienza dei rosacroce non deve entrare soltanto nella testa e nel cuore, ma anche nella mano, nell’attività giornaliera dell’uomo. Essa non vuol destrae in noi una sentimentale partecipazione, ma farci conseguire facoltà atte a lavorare al servizio dell’umanità. Immaginiamo un’associazione che si proponga la fratellanza fra gli uomini, limitandosi però a predicarla; essa non agirebbe in senso rosicruciano. Per un rosacroce, se un uomo si è rotta una gamba per la strada e quattordici persone lo circondano piene di affettuosi sentimenti e di compassione, ma nessuno gli sa rimettere a posto la gamba, tute quattordici gli sono meno utili di qualcun altro che arrivi, forse per nulla sentimentale, ma che sa rimettere a posto una gamba, e lo fa. L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a voler solo sentire senza conoscere. La conoscenza attiva, capace di penetrare nella vita, non intesa in senso materialistico ma attinta ai mondi spirituale, ci rende adatti all’azione pratica. Dal necessario riconoscimento che il mondo deve progredire, si produce di per sé l’armonia, risultato sicuro e naturale della conoscenza».

Nella quattordicesima ed ultima conferenza del medesimo ciclo, intitolata L’essenza dell’iniziazione, tenuta a Monaco, il 6 giugno 1907, pp. 158-159, così leggiamo:

«La scienza dello spirito dei rosacroce è una forma di conoscenza sovrasensibile, e il suo studio, come è fatto in queste conferenze, è il primo gradino dell’iniziazione rosicruciana. In queste conferenze non è stata esposta la scienza dei rosacroce per una qualsiasi ragione esterna, ma perché essa è il primo gradino dell’iniziazione rosicruciana. Si crede spesso che non sia necessario soffermarsi sulle parti costitutive della natura umana, sull’evoluzione dell’umanità o sulle diverse fasi planetarie, perché si preferisce abbandonarsi ai bei sentimenti invece di studiare sul serio; però per quanto ci si abbandoni a bei sentimenti, in quel modo soltanto è impossibile salire ai mondi spirituali. La scienza dello spirito non vuole suscitare sentimenti, ma per mezzo dei potenti fatti dei mondi spirituali vuol far vibrare i sentimenti medesimi. Un seguace dei rosacroce sentirebbe come una mancanza di riguardo il gettarsi sui suoi simili con dei sentimenti. Egli li conduce invece attraverso lo sviluppo dell’umanità, come presupposto affinché sorgano poi i sentimenti corrispondenti; fa sorgere davanti a loro le trasformazioni dei pianeti nello spazio cosmico affinché l’anima, dopo aver sperimentato quei fatti, possa essere afferrata con forza anche nei suoi sentimenti. Rivolgersi in via diretta ai sentimenti, oltre che un chiacchierare a vuoto, è anche una comodità. La scienza dello spirito rosicruciana lascia parlare i fatti, e afferma che si è sulla giusta strada quando i pensieri esposti entrano nel sentimento, dominandolo. L’uomo può essere beatificato soltanto dai sentimenti che sorgono in lui medesimo. Il seguace dei rosacroce lascia parlare i fatti del cosmo, perché questo è il modo d’insegnare più impersonale. È del tutto indifferente chi ci stia insegnando, perché non ci si deve lasciar affascinare da una determinata persona, ma essere invece afferrati dai fatti relativi al divenire del mondo che tale persona possa raccontare. Per questa ragione nella scuola dei rosacroce è radiata ogni forma di adorazione verso il maestro; egli non la richiede, non ne ha bisogno; vuol parlare al discepolo di ciò che esiste, indipendentemente da chi parla».

Marie Steiner, la più fedele discepola, quella più asceticamente impegnata e, a mio modesto giudizio, anche quella spiritualmente più progredita, di Rudolf Steiner, era usa dire che le Comunità spirituali vengono sempre distrutte da tre massimi mali: l’ambizione, il sentimentalismo, la comodità interiore. Nell’esperienza di oltre cinque decenni, chi qui scrive ha potuto constatare – molto dolorosamente peraltro – come, in varie parti d’Italia, numerose Comunità spirituali, sorte per l’impulso dato da Massimo Scaligero, siano andate completamente distrutte esattamente per l’azione di quei tre mali, molte volte energicamente denunciati da Marie Steiner. La comodità interiore porta all’indebolimento, alla fiacchezza, all’inerzia nella pratica interiore, alla rinuncia o addirittura all’avversione nei confronti dell’Ascesi del Pensiero, della Concentrazione, e alla scelta o dell’intellettualismo dialettico, o al sentimentalismo, che non di rado sfocia nel misticismo e nel visionarismo. A loro volta, intellettualismo e misticismo visionario aprono sovente la strada ad una sfrenata ambizione, che – in special modo nel caso del mistico moralismo sentimentale – si traveste in un’apparente, stucchevole, ipocrita forma  di ‘umiltà’. Del resto, la vicenda – lunga oramai oltre un secolo – del movimento antroposofico e quella della stessa Società Antroposofica mostrano – addirittura dimostrano – ad usura l’azione spiritualmente distruttiva dell’intellettualismo, del sentimentalismo, dell’ipocrita e farisaico moralismo, del misticismo, del visionarismo, e dell’ambizione. Di questi mali, come abbiamo potuto vedere, non è stata, purtroppo, esente neppure la Comunità Solare, voluta e impulsata da Massimo Scaligero.

Per questo motivo, la ‘Via del Cielo’, la ‘Via del Tao’, la ‘Via del Mondo Spirituale’ non può essere – oggi più che mai – la ‘via ordinaria’. E di fronte al fatto tragico e inquietante che – per usare, una volta di più, l’espressione della mia sapiente amica Fang-pai – molti ‘dimenticano’, ‘smarriscono l’intenzione originaria’, al fatto che molti ʽvolgono le spalle alla mètaʼ, e rinunciano all’impresa interiore, che scelgano la fiacchezza, la latitanza, la diserzione nei confronti dell’Ascesi Solare, indubbiamente severa, aspra, difficile, impegnativa, e dura – ma forse la vita stessa lo è di meno? – o addirittura ‘tralignano’, ‘tradiscono’, corrompendo – talvolta persino in maniera ‘circense’ e ‘pagliaccesca’ – l’aureo Insegnamento ricevuto, il Mondo Spirituale può scegliere, in una maniera che agli occhi degli ‘ortodossi’ può apparire  straordinariastravagante, i suoi combattenti tra coloro che, pieni di molti difettoni, non fidandosi della propria ‘natura’, scelgono di impegnarsi – ‘instancabili’ e ‘disperati’, ‘armati di solo coraggio’, ci disse una volta Massimo Scaligero – nella ‘Via’ non ordinaria, nell’Ascesi del Pensiero, che esige essere attuata indipendentemente, oltre, malgrado, e senza, l’infida natura alla quale normalmente ci si identifica. Ma come ci disse Massimo Scaligero: «Noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero». A questoe solo a questo – lupacci cattivissimi e predoni della steppa convintamente, tenacemente, ostinatamente si attengono, e sempre si atterranno.

Alcune persone, per l’esattezza tre, della mia città hanno trovato che quanto venne affermato dal sottoscritto su questo animoso blog circa due pubblicazioni che l’editore romano Tilopa aveva fatto di libri di ʽOraoʼ, Resurrezione e Madre, sia ʽmeschinoʼ. Ma come scriveva un tempo, tanto allegramente quanto ironicamente, zio Arturo: «Com’è noiosa / la gente virtuosa / quando predica moral».

Quelle tre persone non sono per nulla entrate nel merito delle affermazioni che mostravano – ʽdimostravanoʼ in maniera documentata – come le affermazioni di ʽOraoʼ (sive mas sive faemina) andassero apertamente in rotta di collisione con le comunicazioni fondamentali della Scienza dello Spirito. In quegli articoli, non veniva stata minimamente posta in questione la ʽpersonaʼ di ʽOraoʼ (sive mas sive faemina), anche perché tali pubblicazioni, alle quali se ne è aggiunta una terza, non hanno un rigo di presentazione e di introduzione, e non sappiamo quanto l’editore abbia messo mano a quei testi, ʽortopedizzandoliʼ, ʽtagliando e cucendoʼ, ʽcopiando e incollandoʼ, ʽinterpolandoʼ – naturalmente, anche nel suo caso, per carità, ça va sans dire, sicuramente sempre con le migliori, e le più idealistiche ʽintenzioniʼ – come  abbiam visto da lui fare con opere di Rudolf Steiner e dello stesso Massimo Scaligero: cosa che potrei documentare e dimostrare, alla bisogna anche filologicamente, con pochissima fatica, in qualsiasi momento. Il dubbio è più che lecito, tanto più che sulla romana rivista Graal sono apparsi, anche in tempi relativamente recenti, articoli firmati, appunto, ʽOraoʼ, articoli attribuibili sicuramente solo all’Innominato, dei quali in seguito sarà doveroso, da parte dello scrivente, occuparsi. Ma se quelle tre persone, che parvemi non abbiano affatto ben chiaro che cosa sia l’esser ʽmeschinoʼ, vorranno chiarirsi bene le idee, non hanno che da chiedere, e verrà loro illustrato con abbondanza di esempi concreti (alcuni dei quali li abbiam più sopra e in passati articoli riportati), che possano farli alquanto riflettere, che cosa sia veramente, al di là, di tutte le illudenti parvenze ʽmoraliʼ, recitate ed ostentate, l’esser ʽmeschiniʼ. Ad dei lupacci può esser imputato l’esser ʽcattivissimiʼ, e a dei predoni della steppa di esser ʽferocissimiʼ, ma non di esser ʽmeschiniʼ : spregevole qualità, questa, di intrallazzati cortigiani, di  vili opportunisti, di infami ʽinformatoriʼ, di infiltrati ʽinsinuantiʼ, di falsi doppiogiochisti : non certo quella di cattivissimi ʽlupacciʼ o di selvaggi ʽpredoni della steppaʼ. Dubito assai – dati i loro comportamenti di decenni – ch’essi ne abbiano la volontà e il coraggio. Ma, per citare quel vecchio e navigato arnese della politica, da me peraltro mai punto stimato, Giulio Andreotti (al quale, così come alla potenza straniera d’Oltretevere, peraltro, conducevano certe strane connessioni di manipolate iniziative pedagogiche gianicolensi), «a migliorare c’è sempre tempo», per cui come direbbero i marines, never say never, mai dire mai!     

 

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2022

Anno XXVII n. 8

Agosto 2022

In questo numero:

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2022

Anno XXVII n. 7

Luglio 2022

In questo numero:

L’ARCHETIPO-GIUGNO 2022

Anno XXVII n. 6

Giugno 2022

DEL MEDITARE ( di F. Giovi)

Il meditante, superato il periodo delle difficoltà più grossolane, inizia a sperimentare due mondi, anche quando ancora ne ha scarsa consapevolezza.
E non sono cose granché segrete: una rumoreggiante giornata nel mondo esteriore e ed una manciata di minuti, spero ripetuta, in un mondo opposto, silenzioso e inabituale.
Quest’ultimo sembra così poco famigliare che viene, anche per molto tempo, confuso con la navetta dell’esercizio: del resto, salvo casi eccezionali nella vita, il mondo interiore è irraggiungibile senza la disciplina interiore.
 Lo so che le teste dure lo negano, In realtà capiscono ben poco di ciò che essi stessi negano poiché è solo reazione contro tutto ciò che è fuori dal piccolo sé stesso (ir)razionalistico, quello che è sostenuto dal cieco furore dell’istinto: iudicium sine intellectu.
Ma ciò non riguarda il tema. Ed è estraneo al mondo interiore.
Il mondo esteriore, quello che appare solido, certo e compatto, quale lo percepiamo e l’intendiamo, è tutt’altro che reale, piuttosto è anima travolta, asfaltata.
La corporeità percepita è solo mediatrice sensoria: colori, suoni, temperatura, liscio e scabroso, durezza e morbidezza, odori, ecc. ci giungono attraverso le vie dei sensi, che hanno un rapporto con l’esteriore come il tubo in cui fluisce l’acqua che gli scorre dentro.
Chi o cosa percepisce tutto questo? La coscienza, che, per così dire, viene colpita passivamente o bombardata.
Il pensiero, i concetti, che fluiscono dall’Ignoto, organizzano (nell’uomo normale) tutto ciò che in forme definite e concluse ci appare come il mondo che conosciamo.
Sembra una burla ben riuscita: dall’esterno un quid che non conosciamo cosa sia in sé, dall’interno una attività a cui siamo ben poco presenti e che ignoriamo da dove venga.
E abbiamo il coraggio di chiamare questo duplice inconosciuto “il mondo che conosciamo”!
Semmai una cosa è certa: che l’incontro tra gli sconosciuti sembra avvenire nella nostra coscienza: da essi nasce la rappresentazione. Non è poi sbagliato affermare che il (nostro) mondo è rappresentazione. E’ un’affermazione che la negazione, la cancellazione che interviene nel sonno, conferma.
Anche da questo punto di vista si può avvertire quanto possa essere (per noi) eccezionale la produzione di una rappresentazione completamente  volontaria.
Formare una rappresentazione che non sia un prodotto passivo, intervenuto sulla scena della coscienza senza la nostra regia, è la prima azione vera che sia possibile all’uomo in quanto dotato da tutti gli elementi che dovrebbero comporlo. Tutto quello che discende dal già fatto, scusatemi tanto, ma in sede conoscitiva è essenzialmente una sciocchezza.
Nel nostro tentativo di entronauti, appena usciti dal porticciolo del fuori, avvertiamo quasi subito che non ci siamo infilati in un “cul de sac” ma che davanti a noi si apre un mare sempre più vasto: realtà stranissima: più limitiamo noi stessi, più lo spazio si dilata.
La coscienza, sempre piena di robe come un ripostiglio stipato, magicamente si svuota, si fa più chiara, illimpidisce. La cacofonia continua dei rumori svanisce nel silenzio.
Vi sono gradi di silenzio: il più elementare viene chiamato mentale ed è connesso con l’esercizio della rappresentazione voluta, ma quando l’immagine assume una speciale mobilità e autonomia voluta senza sforzo, essa ed il silenzio che l’avvolge dinamicamente sembrano svincolarsi e assumere una specie di potenza propria, anzi sono veste di una potenza libera da sedi particolari: di solito essa  viene condotto al cuore oppure può succedere l’eccezionale: che una luce trasmutatoria scenda dall’alto nell’anima e nel corpo.
Comunque, in entrambi i casi, che sono temporanei, l’essere cosciente può assaggiare (sperimentare) qualcosa dell’infinito vivente e avvertire cosa sia la liberazione nel flusso dello Spirito.
Liberata dall’anima personale, sciolta dallo spettro della illusoria corporeità, la coscienza avverte il sentimento della Libertà ed il sentimento della Vita. Essi irraggiano in tutto l’uomo (ben oltre quella che continuamente deduciamo come morto riflesso).
In un mondo che permane ma più chiaro, illimpidito, fattosi cristallo, è il primo alito di forza e di vita che possiamo sperimentare o, per usare i termini della tradizione religiosa occidentale, avvertiamo l’alito delle Virtù che emanano dal paradiso. Il loro “nulla” riempie tutto, le forme ed i vuoti tra le forme. Da tale nulla che illumina come un sole, il cuore si alimenta, si avverte che è ora il centro di ogni cosa.
Il contrappasso consiste, per la coscienza ed il suo sentire il vero, in una maggiore difficoltà ad indossare le vesti di scena sul palcoscenico del mondo ordinario che si avverte insufficiente e talvolta insussistente.
Ciò fu esperienza anche per giganti del pensiero a cui però il destino, tragicamente, non recò le giuste conoscenze di ascesi, e non evento raro, si rivelò per essi fatale.
Del resto, quale acqua di questa terra può dissetare, da quel momento, l’anima di chi riesce ad attingere anche a una sola goccia della rugiada dei Cieli?

L’ARCHETIPO-Maggio 2022

Anno XXVII n. 5

Maggio 2022

AMOR VERITATIS. PARTE QUINTA.

Le presenti considerazioni sono scritte a complemento – e in parte a chiarificazione – di quanto affermato nella parte quarta del presente studio circa la divulgazione sulla rete di internet delle registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero, nonché di vari suoi scritti sia stampati, sia autografi sotto la forma di diari o dattiloscritti. Ero partito dalla gentilezza di una mano amica, che mi aveva permesso di accedere ad una pagina, altrimenti per me inaccessibile, in quanto ʽbannatoʼ per aver reso note tutta una serie di azioni davvero poco laudabili, che si preferiva rimanessero ignote, di varie persone. Avevo in parte trascritto dalla pagina, che gentilmente la mano amica aveva messo a mia disposizione, quanto aveva scritto nellʼarticolo di apertura del numero di dicembre 2021 di una rivista romana, che afferma di richiamarsi al pensiero e allʼOpera di Massimo Scaligero, colui che per sdrammatizzare, umoristicamente scherzando, ho chiamato lʼInnominato, mettendo in evidenza nei miei commenti le discrepanze, le difformità, le incongruenze, le inesattezze presenti in quellʼarticolo di apertura della rivista romana, apparso alla fine dello scorso anno.

Ora, la stessa mano amica – che qui novellamente ringrazio di cuore – ha voluto mettere a mia disposizione un altro post, pubblicato sul medesimo notissimo social forum, lo scorso 5 aprile, dallo stesso personaggio, che – sempre umoristicamente scherzando – chiamerò lʼInnominabile. Lo chiamo così, non perché come lʼInnominato, egli non firmi i suoi scritti, bensì perché egli si firma sovente, qua e là, con una tale gran quantità di eteronimi, che dimostrano quanto sia feconda la sua fantasia: Apis, Ta-Merit, Unas, N.R. Ottaviano, Claudio Ottaviano, Eques a Floribus, Efesto, Sua Beatitudine +Tau Julianus, che è invero difficile scegliere tra questa pletora di pittoreschi eteronimi uno che gli si adatti pel discorso che qui deve essere intrapreso. Conciosiacosaché chi scrive ha optato per affibbiargliene uno lui, di sapore tutto sommato ʽneutroʼ, appunto quello di Innominabile per non confonderlo con lʼInnominato, col quale, del resto, egli vanta avere grande amicizia. Così egli potrà, in qualche modo, sentire aria di famiglia!

Anchʼegli, dunque, non si adonti dellʼeteronimo per lui scelto, perché – a ben pensarci – esso ben si conviene a chi, come lui, tra le sue molteplici dignificazioni e titoli – ierofantiche massoniche granmaestranze e patriarcali primazie – vanta anche il titolo martinista di Superiore Incognito – ovvero ʽsconosciuto’, il cui ʽnomeʼ, appunto, non è ʽcognitoʼ, quindi a fortiori ʽInnominabileʼ – e, come gli ricorderebbe la mia sapientissima amica Fang-pai, nobile Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, il Grande Lao-tsu, riferendosi allʼineffabile e innominabile carattere del Tao, afferma che: «Il Tao, di cui si può parlare, non è lʼeterno Tao, e il nome, che si può nominare, non è lʼeterno Nome».

Avviene che, nel suo post del 5 aprile, il nostro Innominabile decida di pronunciarsi, per la seconda volta, pubblicamente sul noto social forum, circa la questione che cʼinteressa, ossia: «In merito ad alcune registrazioni audio e ad alcuni scritti giovanili di Massimo Scaligero». Ora, in questo suo secondo post, anchʼegli fa tutta una serie di affermazioni che – perlomeno ad opinione di chi qui scrive – appaiono a dir poco inesatte, e risultando piuttosto discrepanti rispetto alla realtà, necessitano di correzione per ristabilire la verità, onde non venga da esse tratto in inganno il sincero, ma talvolta sprovveduto, ricercatore.

Egli, mettendoci pure una sorta di nota di personale sentimentale commozione al fin di apparire più suadente e credibile, così inizia lʼesposizione delle sue considerazioni:

«Sia in YouTube che in diversi altri siti del web (blog, pagine Facebook, gruppi Facebook etc.) sono presenti registrazioni audio relative a conferenze di Massimo Scaligero. Non entro nel merito dei motivi che hanno spinto alcuni amici a pubblicare queste cose e sono assolutamente certo della loro ottima fede e della bontà delle loro intenzioni: io stesso ho provato una grande emozione nel riascoltare la sua voce e immagino che lʼintento fosse quello di consentire, a coloro che non lo hanno conosciuto di persona, di entrare in maggior contatto personale con quel grandissimo Maestro spirituale che, per inciso, è stato anche il mio Maestro».

Emozione ostentata a parte, lʼInnominabile ci tiene moltissimo, per rendere convincente la sua narrazione, a far sapere, e lo ribadisce sempre di nuovo, ogni due per quattro, sul web, in vari social forum e in blog a lui collegati, che «quel grandissimo Maestro spirituale», ovverossia Massimo Scaligero, «per inciso, è stato anche il mio Maestro». Veramente a chi scrive non risulta affatto che Massimo Scaligero sia stato «per inciso, suo Maestro», anzi a chi scrive risulta con certezza chʼegli non lʼabbia maivisto,conosciuto, se non in foto dopo la sua dipartita. Del resto, – a parte la sua affabulante e immaginifica narrazione – egli non ne ha mai data nessuna prova. Questa sua conoscenza diretta, e, a suo dire, addirittura la ‘fabula’ di una sua – peraltro impossibile – quotidiana casalinga frequentazione, nei confronti di Massimo Scaligero, oramai viene messa fortemente in dubbio, quando non apertamente negata, anche da persone che per un tempo gli credevano, o perlomeno facevan le viste di credergli. Così come, del resto, egli non ha mai dato nessuna prova convincente di molte altre sue affermazioni, ossia di essere discendente di sangue del principe Leone Caetani di Sermoneta, idem del principe Raimondo di Sangro di San Severo, idem di Pasquale de Servis (di questʼultima discendenza, fossi in lui, io mi vanterei poco…), di essere il Capo dellʼOrdine Osirideo Egizio e quindi, come Gran Hierophante e Gran Maestro, legittimo successore nel medesimo di Giustiniano Lebano, e molte altre consimili divertenti amenità che – sempre per brevità – son costretto a trascurare, ma sulle quali, volendo, potrei a lungo annoiare il lettore. Ma, in fondo, queste immaginifiche pretese, a parte lo strappare un divertito sorriso, son cose di pochissima importanza, e di trascurabile incidenza. «Vanitas vanitatum, et omnia vanitas», come afferma la Scrittura. Per cui, transeamus…

Dopo questo preambolo, il nostro simpatico Innominabile, facendo una serie di considerazioni, ci tiene a precisare quanto segue:

«Tuttavia ritengo doveroso precisare alcune cose, peraltro recentemente ribadite (dicembre 2021) nella rivista Graal anche dallʼamico presidente della Fondazione Massimo Scaligero e propietario [sic, per proprietario] della casa editrice Tilopa che detiene tutti i diritti dʼautore sulle opere di Massimo».

In questa sua imprecisa ʽprecisazioneʼ, sono da rilevare alcune inesattezze. Anzitutto, io non credo – perlomeno a me non risulta, ma se mi dimostreranno il contrario, ne prenderò atto e farò volentieri pubblica ammenda, perché è alla Verità che noi dobbiamo sempre il massimo onore e la massima venerazione – che esista, nel preciso senso giuridico del termine, una ʽFondazione Massimo Scaligeroʼ. Esiste, certo, una Associazione Culturale “Fondazione Massimo Scaligero”, il che è una cosa, giuridicamente parlando, alquanto diversa, anche se il suo apparire con un cotal nome possa trarre in inganno, forse, i meno provveduti. Ed è pure inesatto dire che ʽlʼamico presidenteʼ di detta Associazione Culturale, ché solo tale essa è sino a prova contraria, nonché titolare della casa editrice Tilopa, detenga «tutti i diritti dʼautore sulle opere di Massimo», perché – come ho ampiamente dimostrato nella parte quarta del presente studio, e giova sempre ribadir la cosa ai volontari e non disinteressati ʽimmemoriʼ – che lʼInnominato detiene, ora, legalmente, i diritti dʼautore solo sulle opere che Massimo Scaligero stesso a suo tempo pubblicò, e sul materiale autografo dellʼepistolario, dei quaderni, o dei diari,  giunti effettivamente – non importa, qui, al momento, considerare come – effettivamente in suo possesso. Non su altro. Come già detto e ribadito, lettere, quaderni e diari, che Massimo Scaligero possa aver donato a qualcuno – per esempio a Marina Sagramora o al sottoscritto – sono possesso esclusivo di chi li abbia ricevuti, non di altri, e chi li abbia ricevuti può farne lecitamente lʼuso che crede più opportuno.

Dopodiché, il nostro immaginoso Innominabile si avventura temerariamente – e vedremo sùbito perché temerariamente – a darci una descrizione delle riunioni nelle quali Massimo Scaligero, rispondeva alle domande scritte, che gli erano poste:

«La storia di tali registrazioni è la seguente: Massimo svolgeva alcune incontri settimanali in via Barrili 12, a Monteverde Vecchio, in un locale messo a disposizione dalla cugina Bianca Maria Scabelloni e dal marito di lei, Romolo Benvenuti. Tali riunioni NON erano pubbliche: vi partecipavano discepoli di Massimo Scaligero o loro amici previa autorizzazione di Massimo stesso. Se si voleva portare qualcuno bisognava prima avvertire Massimo che comunque in genere dava sempre il suo assenso chiedendo però agli accompagnatori di garantire sulla riservatezza degli amici che essi invitavano alle riunioni. Durante tali riunioni Scaligero rispondeva a delle domande scritte formulate a penna su foglietti di carta dai partecipanti alla riunione e disposti su un tavolo. Massimo sceglieva due o tre di questi foglietti, li apriva, leggeva le domande ad alta voce e formulava le risposte, scegliendo con estrema accuratezza le parole da usare. Alla fine della riunione veniva effettuato un esercizio di concentrazione comune, quindi Massimo salutava tutti i presenti a uno ad uno, stringendo loro la mano e usciva dalla sala. In alcune occasioni era presente sul tavolo, dietro al quale Massimo parlava, un registratore magnetico (siamo negli anni ʽ70 dello scorso secolo) collegato ad un microfono».

Anche in questa fantasiosa descrizione vi sono numerose inesattezze. Il locale dove si svolgevano le riunioni non era stato affatto «messo a disposizione da Bianca Maria Scabelloni e dal marito di lei, Romolo Benvenuti», perché era un appartamento che apparteneva ad Amleto Scabelloni, cugino di Massimo Scaligero, e che abitava altrove, appartamento nel quale vi era, tra l’altro, lʼufficio legale di Avvocato di Marianna Scabelloni, sorella di Amleto e Bianca Maria Scabelloni, come annunciava la targa in ottone, che per legge era in bella vista sulla porta del locale. Dello svolgimento della riunione, tenuta da Massimo Scaligero, poi, il nostro fantasioso Innominabile ha dato, in tempi diversi, versioni diverse, tra loro contraddittorie, alcune delle quali davvero inverosimili. Avendole il sottoscritto, in quanto testimone oculare diretto, via via sempre smentite, ed avendo la descrizione, che il sottoscritto ne faceva, ricevuto pubblica conferma anche da altri partecipanti a quelle riunioni, lʼInnominabile ha fatto, in corso d’opera, varie correzioni di rotta nella loro descrizione, inventando particolari sempre nuovi e diversi, ma sempre altrettanto fantasiosi. In realtà, Massimo Scaligero leggeva sempre tutti i biglietti – non solo due o tre, come egli afferma – con le domande e poi cercava di rispondere a tutte, non solo a due o tre. Non corrisponde affatto a verità – ossia è assolutamente falso – che, come l’Innominabile afferma, «In alcune occasioni era presente sul tavolo, dietro al quale Massimo parlava, un registratore magnetico (siamo negli anni ʽ70 dello scorso secolo) collegato ad un microfono». Il registratore – un grosso magnetofono Geloso gestito dalla mia cara amica M., che tuttora conserva tutte le registrazioni originali delle riuioni e può testimoniare in proposito – non era affatto sul tavolo, davanti a Massimo Scaligero, bensì era nello stanzino (un piccolo bagno) adiacente alla stanza ove Massimo Scaligero teneva la riunione, e venivano registrate tutteproprio tuttele riunioni, non solo «in alcune occasioni». Come non corrisponde affatto a verità – ossia è assolutamente falso – che «Alla fine della riunione veniva effettuato un esercizio di concentrazione comune», infatti dallʼascolto delle stesse registrazioni si sente chiaramente come le persone presenti, appena Massimo Scaligero aveva finito di pronunciare lʼultima frase, si alzassero sùbito rumorosamente e ripiegassero le sedie di legno, sulle quali prima sedevano, appoggiandole lungo i muri della stanza. Del resto, che le cose avvenissero proprio in questa maniera lo hanno testimoniato in passato, e possono benissimo testimoniarlo ancor oggi, varie persone che a quelle riunioni parteciparono, ad alcune delle quali chi qui scrive non è affatto simpatico, eppure a suo tempo esse vollero confermare pubblicamente, malgrado l’antipatia provata, la descrizione che, già anni fa, chi scrive ne aveva fatta. Mi sembra che quanto sin qui detto dimostri chiaramente – una volta di più – come il nostro facondo affabulatore, in realtà non abbia mai partecipato a nessuna di quelle riunioni bisettimanali, così come non ha mai, del resto, conosciuto o incontrato di persona Massimo Scaligero.

A questo punto il nostro bravo Innominabile prosegue con alcune avventate affermazioni, che sono rigorosamente una fiaba, ossia del tutto gratuite, ovvero false, del tipo:

«Infatti alcuni zelanti amici avevano chiesto a Massimo se le sue parole potessero essere registrate a beneficio di quegli amici che, per motivi di forza maggiore, non potevano essere presenti alle riunioni. Massimo diede il proprio assenso ma a due condizioni:

  1. che tali registrazioni fossero messe a disposizione UNICAMENTE degli amici (così Scaligero definiva i suoi discepoli) che non avevano potuto partecipare allʼincontro.
  2. che IN NESSUN CASO tali registrazioni venissero trasmesse a radio, televisioni o giornali.

Appare dunque piuttosto evidente, utilizzando quella che Rudolf Steiner definiva “una sana logica”, che Scaligero non avrebbe certamente gradito che tali registrazioni venissero pubblicate nel Web e liberamente fruibili da tutti decontestualizzando le sue risposte da affermazioni precedenti e spesso incomplete perché la registrazione si interrompe e mancano le conclusioni successive o le premesse enunciate da Massimo dopo e prima di quanto è udibile nella registrazione».

Non è vero che «alcuni zelanti amici avevano chiesto a Massimo se le sue parole potessero essere registrate a beneficio di quegli amici che, per motivi di forza maggiore, non potevano essere presenti alle riunioni». Costoro – non sto, naturalmente, parlando della mia amica M. – per registrare le riunioni, non chiesero nessun permesso: con grande scorrettezza, lo fecero e basta. Come non è affatto vero che, una volta richiesto, «Massimo diede il proprio assenso». Egli era contrario alla cosa, ma quando – praticamente negli ultimi anni – ne venne a conoscenza, lasciò, a malincuore, che venisse fatto come costoro volevano, anche perché essi avrebbero comunque continuato a farlo. Del resto, molte di quelle improvvisate, talvolta imperfette, registrazioni – non quelle più professionali, gestite da M. – già giravano in varie parti dʼItalia e anche fuori Italia, né vi era oramai più modo di impedirlo, ed esse erano finite persino anche in mani di persone che non seguivano affatto la Scienza dello Spirito, come potei constatare personalmente. Inoltre, non è affatto vero che tali registrazioni «decontestualizzassero le sue risposte da affermazioni precedenti e spesso incomplete, perché la registrazione si interrompe e mancano le conclusioni successive o le premesse enunciate da Massimo dopo e prima di quanto è udibile nella registrazione», poiché al contrario tutte le registrazioni che ho avuto modo di ascoltare – e sono moltissime – sono assolutamente complete e perfettamente udibili, nella loro integralità, dallʼinizio alla fine, come completo ed esaustivo è in esse sempre il discorso che Massimo Scaligero faceva. Lasciamo perdere, poi, le stanche e stantie elucubrazioni dialettiche – fatte di vuoto e di scontata routine verbale – a proposito della necessità del lavoro interiore per intendere i libri scritti di Massimo Scaligero, cosa che fa unʼimpressione discretamente comica, visto che lʼInnominabile, nei suoi libri e in scritti on-line, fa un gran minestrone, o una macedonia, di esercizi dalla provenienza più varia, rivisti e corretti da lui, yoghici, tantrici, kabbalistici, celtico-germanici, e persino discutibili esercizi che Julius Evola – che fu sempre un malevolo avversario dell’Antroposofia, e di Rudolf Steiner, che calunniò e derise nelle sue opere, così come in un punto de Il cammino del cinabro derise l’Opera di Massimo Scaligero – in UR aveva pubblicato sotto lo pseudonimo di Arvo (che lʼInnominabile, malgrado ogni prova filologica contraria, si ostina ancor oggi ad affermare beatamente essere il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina Sonnino de Renzis). Abbiamo trovato – e debitamente salvato e protocollato – persino tutta una serie di esercizi di invenzione dell’Innominabile, tra i quali anche alcuni alquanto problematici esercizi respiratori, che lo stesso Innominabile, anni fa, prescrisse, scrivendo col suo pseudonimo di Ta-Merit nella zona riservata di un blog di un gruppo massonico di frangia, sedicente ʽegizioʼ,  prima di esserne allontanato e ritualmente ʽbruciato tra le colonneʼ, almeno stando a quel che mi comunicò per iscritto uno dei suoi partecipanti.

Nella questione delle registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero, le cose sono andate un poʼ come nel caso dei cicli di conferenze di Rudolf Steiner, il quale avrebbe preferito, e lo scrisse apertamente, che circolassero solo i suoi libri scritti, ma che dovette arrendersi al fatto che, contro la sua volontà, andassero a giro trascrizioni imperfette, incomplete e piene di errori, fatte da discepoli che spesso erano sì persone di buona volontà, ma poco abili e poco accorte, trascrizioni che, per ingenuità e poca vigilanza, non di rado finivano prima nelle mani di avversari della Scienza dello Spirito, che in quelle di suoi seguaci. Fu giusto, allora, che con competente professionalità, della cosa si occupasse Marie von Sivers, divenuta poi nel 1915 Marie Steiner, così come è stato giusto che le registrazioni di Massimo Scaligero venissero fatte con altrettanta competente professionalità dalla mia amica M., una delle sue più fedeli discepole, che sulla cosa mi ha ampiamente più volte ragguagliato. 

A questo punto, bisogna dire che fa proprio una impressione davvero piuttosto curiosa il fatto che sia proprio lʼInnominabile a farsi rigorista paladino dei diritti legali – ripeto, legali – dellʼInnominato, chʼegli dichiara a gran voce essere suo grande amico, mentre appare esser egli stesso niente affatto rigoroso, anzi alquanto inesatto, errato, per non dire falso e fuorviante, nel suo affermare che:

«Alcuni amici, con i quali ho discusso di tali argomenti, mi hanno fatto notare che “i tempi sono cambiati” ma le modalità di trasmissione degli insegnamenti spirituali non sono mai soggette a cambiamenti e in assenza di Massimo e delle due persone (ormai scomparse da molti anni) che egli aveva disegnato [sic, proprio così scrive: disegnato, in luogo di designato] in qualche modo come suoi successori, ovvero Bianca Maria Scabelloni e Alfredo Rubino, NESSUNO può arrogarsi il diritto di parlare in suo nome, dunque credo che sarebbe opportuno rispettare la sua volontà che è quella che ho esposto sopra e che è stata rammentata, come ho in precedenza spiegato, da chi detiene i diritti dʼautore sullʼopera di Scaligero».

In effetti, dopo la dipartita di Massimo Scaligero, i tempi sono sì cambiati, certamente, ma in molto peggio. Vi è stato chi – a Roma, ma anche altrove – si è diligentemente impegnato a demolire – pedetemptim, ʽun passetto per voltaʼ, detto alla latina – lʼOpera di Massimo Scaligero, e persino la sua figura umana e spirituale. E i risultati di una cotale mala opera, a chi voglia esser ben sveglio, sono sin troppo visibili ed eloquenti. Che Massimo Scaligero fosse ben cosciente di ciò, e che – a parte pochissime eccezioni – non si facesse illusione alcuna circa la tenuta del milieu ʽscaligeropolitanoʼ romano, è dimostrato da quel che egli una volta personalmente a me disse: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», così come pure disse a diversi di noi : «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, qua a Roma sarà tutto finito!». Ogni volta fu, per me, un tuffo al cuore. Comunque, non è affatto vero, ossia è falso, che Massimo Scaligero abbia designato (e non disegnato, come scrive in maniera buffa e dislessica lʼInnominabile) alcune persone «come suoi successori». Egli, volutamente, non lo fece, per il semplice fatto che nessuno, a Roma o altrove, ne sarebbe stato allʼaltezza. Nessuno, dopo di lui, avrebbe potuto essere indicato come Maestro nel senso iniziatico più forte del termine. Indicò soltanto – spiegherò sùbito come – Alfredo Rubino, forse il suo più fedele discepolo, come punto di riferimento, come orientatore, per le riunioni romane. E solo lui egli indicò come orientatore, e nessun altro.

Massimo Scaligero aveva redatto un testamento – che poi ʽqualcunoʼ ha fatto tempestivamente sparire – di quelle che erano le sue ultime volontà, che avrebbero dovuto essere rispettate nella maniera più esatta e diligente. Tale testamento, Massimo Scaligero lo lesse nel suo studio romano, in Via Cadolini 7, in presenza di quattro persone, Marina Sagramora, Alfredo Rubino, sua cugina lʼAvv. Marianna Scabelloni, e Francesca Pellicciari, cognata di Peppino Federici, discepolo di Giovanni Colazza, e amico personale di Marie Steiner. Tutte persone da me ben conosciute e mie amiche, le quali, da me interrogate, mi hanno confermato il contenuto esplicito delle sue ultime volontà, espresse nel testamento. Fondamentali erano due punti: primo, Massimo Scaligero stabilì che dopo la propria morte i diritti di autore delle sue opere sarebbero dovuti spettare a sua moglie Concetta Olivieri – detta Tina – e dopo la di lei dipartita, sarebbero dovuti passare integralmente a Marina Sagramora; secondo, egli indicava il suo fedele discepolo ed amico Alfredo Rubinoe nessun altro – come orientatore e punto di riferimento per il regolare svolgimento delle riunioni a Roma, e quantʼaltro fosse relativo alla ʽViaʼ. Alfredo Rubino, discepolo praticante molto avanzato e uomo leale, integro, equilibrato, era senzʼaltro la scelta migliore che Massimo Scaligero potesse fare, come orientatore dopo la propria dipartita, et pour cause.

La volontà di Massimo Scaligero, volontà la cui esistenza mi è stata apertamente testimoniata, in maniera assolutamente concorde, da coloro che avevano ascoltato dalla sua stessa voce quanto era contenuto nel testamento, non fu per nulla rispettata. La notte tra il 25 e il 26 gennaio 1980, ossia la notte stessa della dipartita di Massimo Scaligero, ʽqualcunoʼ penetrò nello studio di Via Cadolini, cambiò il cilindro della serratura, compiendo chiaramente un  atto illegale, in quanto lo studio era intestato a Marina Sagramora, e il nome di lei era chiaramente scritto sulla porta. Alle 07.00 del mattino del 26 gennaio, Marina Sagramora si precipitò in Via Cadolini, ma la sua chiave non poté entrare nella serratura, il cui cilindro era stato ʽtempestivamenteʼ, e ʽopportunamenteʼ, sostituito. Chi fu a compiere questa effrazione? Mistero! O forse no. Dallo studio di Via Cadolini sparirono sùbito molte cose e molti documenti, tra questi anche il testamento, che testimoniava le ultime volontà di Massimo Scaligero. Chi fu ad impadronirsi e a far sparire il testamento di Massimo Scaligero? Mistero! O forse no. Nei giorni successivi furono asportate anche molte altre cose, anche cose appartenenti a Marina Sagramora. Tutto ciò dimostra, a mio modo di vedere, lʼesistenza di un sommo cinico disprezzo per la volontà e la persona stessa di Massimo Scaligero.

Naturalmente, una azione del genere non può essere stata eseguita in maniera improvvisata, né tampoco essere frutto della decisione estemporanea di unʼunica persona. Con ogni evidenza, una cotal mala intrapresa era stata occultamente decisa, pianificata, preparata sin nei particolari, già da molto tempo, ovvero – giusto per essere assolutamente chiari – se ʽqualcunoʼ compì lʼeffrazione notturna, costui lo fece, con ogni certezza, unicamente su sollecitazione e ed esplicita richiesta di ʽqualcun altroʼ, il quale, dal suo punto di vista, deve aver visto la ʽassoluta necessitàʼ di un atto così anomalo per realizzare un ʽfineʼ ben preciso. Ovviamente, dal punto di vista di questo ʽqualcun altroʼ,  si trattava di un ʽaltoʼ, ʽnobileʼ, e ʽirrinunciabile fineʼ. E, sicuramente, questo ʽqualcun altroʼ, oltre che avere il potere di decidere una azione effrattiva così estrema ed anomala, doveva pure avere ben il potere di saper giustificare dialetticamente una cotale azione, nonché esporre in maniera convincente unʼazione del genere a ʽqualcunoʼ, ossia a colui che avrebbe dovuto eseguirla, persuadendolo e coinvolgendolo in maniera emotiva. Chi saranno stati questo ʽqualcunoʼ e questo ʽqualcun altroʼ? Mistero! O, ancora una volta, forse no

La ʽfilosofiaʼ – ma forse dovrei dire la ʽdogmatica ideologiaʼ – che sta dietro ad una simile infame e perversa azione, dietro a questo genere di azioni, è sempre la medesima, ossia che «il fine giustifica i mezzi». E, di nuovo deve venir ripetuto, con un banale copia-incolla – rursum repetita iuvant – di quanto già scritto nella parte quarta del presente studio, ossia che come dicevano, in tempi lontani, in Cina, Maestri del Tao come Lao-tzu e Lü-tzu, e come riaffermano, in tempi più recenti, Massimo Scaligero, e, di nuovo, la mia amica Fang-pai, ella pure, nobile Figlia del Celeste Impero, nonché sapiente Maestra del Dharma: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto». Il lettore potrà sincerarsi di cosa pensasse Massimo Scaligero di un così disinvolto e spregiudicato (spregiudicato in senso morale, non in senso conoscitivo, sia ben chiaro), leggendo e meditando quanto egli scrisse a tal proposito nel libro Reincarnazione e Karma, in una citazione riportata nella parte quarta del presente studio.

Quanto sin qui esposto mostra ad usura quanto possano valere – perlomeno da un punto di vista morale e spirituale – le peregrine considerazioni legalitarie del nostro Innominabile. Allʼesposizione sul noto social forum delle suddette sue considerazioni, è seguita poi tutta una serie di commenti, che dibattevano tesi contrapposte, talvolta nella polemica scadenti alquanto di livello. Ma, tra i vari commenti, uno vale la pena di essere riportato, quello di Shanti Di Lieto Uchiyama, per le riflessioni equilibrate che fa, commento nel quale metterò in evidenza alcuni passaggi:

«Se non ricordo male, mi risulta che la Rivista Graal su cui è scritto in merito alle registrazioni in questione, sia nata proprio per pubblicare (e poi vendere, nemmeno a buon mercato, anche se capisco i costi editoriali) il contenuto di tali registrazioni del Seminario Solare, trascritto dalla redazione della stessa e dai suoi collaboratori. Quindi il contenuto di tali seminari è stato reso pubblico (a pagamento) e senza che i lettori potessero ascoltare la voce di Massimo Scaligero, che tocca nel profondo anche noi che non lʼabbiamo conosciuto di persona. Il dono di ritrovare i contenuti già letti e resi pubblici, con lʼaggiunta preziosa dellʼascolto della voce del Maestro, è di sicuro qualcosa di straordinario. Comunque sono decenni che tali registrazioni sono state fatte ascoltare a migliaia di persone presso la sede di via Pindemonte. Molti di coloro che vi sono andati non erano discepoli di Massimo e molti non hanno nemmeno mai seguito la via da lui indicata né lʼantroposofia. Alcuni che ho conosciuto avevano idee e percorsi ben diversi ma affermavano di trarne un gran beneficio e di attendere con trepidazione quegli ascolti quindicinali del Sabato. Di conseguenza chiudere il recinto decenni dopo che i buoi sono scappati mi sembra cosa ardua.

Per quanto riguarda gli scritti giovanili, lettere e corrispondenza sotto forma di diari, quando si è consapevoli che si trattava di un Massimo Scaligero che ancora doveva fare un percorso, si possono leggere con enorme gratitudine ugualmente. Infatti vi si trova già, seppur non ancora del tutto sbocciato, il fiore aureo della sua grandezza. Sono un dono incommensurabile anche quelli e nulla tolgono, a mio avviso, all’opera del Maestro nel suo insieme né alla diffusione della stessa».

Una sola osservazione – una semplice precisazione cronologica – vorrei fare a quanto ha scritto Shanti Di Lieto Uchiyama. Le agende sulle quali Massimo Scaligero scriveva, a moʼ di diario, i suoi pensieri, le sue riflessioni, i contenuti di sue meditazioni e della sua ascesi, erano vecchie agende, chʼegli usava come quaderni per la sua scrittura, in quanto erano fatti di carta di alta qualità, che anche dopo decenni conservavano tale buona qualità. Le date delle pagine di quelle agende, in realtà, non corrispondono alla cronologia effettiva della scrittura di Massimo Scaligero. Ciò lo si evince facilmente da due fatti. In ciò che scrive nel Diario, che Marina Sagramora va pubblicando una volta al mese sulla rivista LʼArchetipo, ed un’altra persona quotidianamente sul noto social forum in questione, Massimo Scaligero aveva già chiaramente abbandonato, da diversi anni, le tradizionalistiche posizioni a-cristiane di René Guénon e quelle anti-cristiane di Julius Evola, e manifesta una bhakti, anzi una parabhakti, per dirla con Swami Vivekananda, ossia una ʽsuprema devozioneʼ, nel senso più elevato e cosciente del termine, di tipo apertamente ʽcristicoʼ e ʽrosicrucianoʼ. Inoltre – e qui posso portare a testimonianza personale la mia diretta esperienza – Romolo Benvenuti, che possedeva il suddetto Diario, avendolo egli ereditato dal suo Autore con tanto di dedica, volle negli anni novanta dello scorso secolo ed anche in séguito, in relazione a particolari eventi della mia vita, e come ausilio per la mia ascesi, dettarmi alcune parti del Diario, mentre molte altre mi furono fatte copiare. Ora in una di quelle pagine – una pagina non ancora pubblicata,  ma che, appunto, Romolo Benvenuti volle farmi copiare – Massimo Scaligero appose la data del 27 marzo 1944, quindi ben sette anni dopo il 1937, anno di pubblicazione dellʼagenda, in un periodo nel quale egli già da anni era discepolo di Giovanni Colazza, e in una età già matura, non più proprio ʽgiovanileʼ, come invece affermano in maniera interessata sia lʼInnominato che lʼInnominabile. Questo smentisce platelamente quanto affermato sia dall’Innominato, che dall’Innominabile, suo ʽamicoʼ.  

In un suo successivo commento, Shanti Di Lieto Uchiyama porta una autorevole conferma, da nessuno sinora smentita, al fatto che il testamento di Massimo Scaligero sia effettivamente esistito e che poi – a mio modo di vedere – ʽprovvidenzialmenteʼ e ʽopportunamenteʼ sia stato fatto sparire. Infatti, ella scrive:

«Del resto il testamento di Massimo che Romolo aveva visto non fu trovato alla morte di Massimo, è andato perduto misteriosamente». 

In effetti, un poʼ troppo misteriosamente è andata perduta una cosa così sacra e importante come il testamento di Massimo Scaligero. Di sicuro, una cosa così sacra avrebbe dovuto essere custodita devotamente con ogni diligenza. Magari, sino a quella notte ben custodita lo era stata pure. Ora, non è che un documento come quello abbia le gambe, e vada a giro da solo, di notte, e sparisca, ʽmisteriosamenteʼ, di sua personale iniziativa. La sparizione di un documento come quello, che di propria iniziativa non saprebbe proprio dove andare, va in qualche modo ʽaiutataʼ, ʽmisteriosamente aiutataʼ. Forse, un tale testamento disturbava le mire e i piani di ʽqualcunoʼ, e quindi era opportuno e bene che non se ne trovasse più traccia, se non nella memoria fedele delle persone alle quali lo stesso Massimo Scaligero lo aveva mostrato e letto? Mistero! O, forse, anche no. E quel ʽqualcunoʼ che ha ʽaiutatoʼ il testamento a scomparire ʽmisteriosissimamenteʼ, e quel ʽqualcun altroʼ che ha ispirato, voluto, progettato, e pianificato una sì provvidenziale, e invero tempestiva, ʽmisteriosaʼ sparizione, chi mai saranno? Ancora ʽmisteroʼ! Non si sa! O, forse, anche sì! 

Il nostro simpatico, e decisamente molto estroso, Innominabile, che dichiara di essere rigorosamente ligio ad una espressa ʽvolontàʼ di Massimo Scaligero – sempre che diamo credito allʼinverificabile dire dellʼInnominato, suo amico, nel citato articolo sulla rivista romana – per la qual cosa egli è, a parole, molto critico circa il veicolare delicati ed intimi contenuti spirituali in «condotti inappropriati», come quelli della moderna tecnologia digitale, radiotelevisiva, e cinematografica, che «potrebbero intorbidare anche lʼacqua più limpida», come afferma lʼInnominato. Come già rilevato nella precedente quarta parte del presente studio, chi scrive potrebbe – il condizionale è dʼobbligo – forse, anche essere, in linea di principio, parzialmente dʼaccordo. Certo che il suo agire non mostra gran coerenza con questo assunto, anzi si direbbe che lʼInnominabile, con grande contraddittoria discrepanza, ʽami predicar molto bene, e razzolare assai maleʼ, il che non manca di farci alquanto ʽperplimereʼ.

Andando a percorrere la telematica rete, capita frequentemente di trovare, postate dellʼInnominabile, citazioni dalle opere di Rudolf Steiner, e da quelle di Massimo Scaligero, ambedue queste sì a fortiori pubblicate fuori contesto – fuori da ogni contesto – messe alla portata del primo curioso che vada a ʽbracareʼ (come usano dire nella Città del Fiore) in internet. Citazioni delle quali lʼavventurato lettore, in genere, non conosce, né può conoscere, la parte ad essa antecedente, né tampoco quella conseguente. Ora, dal punto di vista del suo amico Innominato, quel notissimo social forum, non è affatto che sia proprio uno dei migliori «condotti appropriati» nel quale riversare le limpide acque della Sapienza Celeste, anzi! Sul medesimo social foruma mio giudizio, con unʼazione di pessimo gusto – l’Innominabile pubblicò le foto sia della tessera rosa della Società Antroposofica Universale, sia la tessera blu della Prima Classe della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Quando entrò nella Prima Classe della Società Antroposofica, egli fece una promessa sacra di tenere rigorosamente riservati i contenuti della medesima, ma nonostante ciò, egli pubblicò sul suddetto social forum un mantram riservato della Scuola (il tutto, ovviamente, è stato debitamente protocollato e archiviato), dimostrando con quale serietà accogliesse e in quale considerazione egli tenesse i contenuti sacrali della Scuola di Michele. Di mantram dati da Rudolf Steiner lʼInnominabile su internet ne ha pubblicati parecchini (come sopra, tutto protocollato e archiviato), immettendoli così, a detta del suo amico Innominato, in «condotti inappropriati, che potrebbero intorbidare anche lʼacqua più limpida».

Per non parlare, poi, dei video nei quali egli sproloquia di Scienza dello Spirito, e di quella ʽMystica Aeternaʼ, che Rudolf Steiner nel 1914 aveva ritualmente chiusa, sigillata, e mai più riaperta, ma della quale, tuttavia, lʼInnominabile si dichiara Erede legittimo e Capo. Video, nei quali egli insegna, persino eseguendolo personalmente davanti ai videospettatori, un suo personale rifacimento magico-tantrico-evoliano della Concentrazione, spacciandolo per un esercizio dato – a suo dire – da Rudolf Steiner tramite il duca Giovanni Colonna di Cesarò, da lui falsissimamente identificato con lʼArvo del Gruppo di UR, mentre è dimostrato, persino in una pubblicazione delle Edizioni Mediterranee, curata da Gianfranco de Turris della Fondazione Evola, essere Arvo lo stesso Julius Evola. E lasciamo perdere la pubblicazione da parte sua di ʽglifiʼ magici della più che perversa Fraternitas Saturni, e di Franz Bardon (tutto protocollato e archiviato), dallʼInnominabile  in maniera  veramente incosciente pubblicati sul detto social forum, e da lui spacciati per materiale teurgico dellʼArcana Arcanorum del massonico Rito di Misraim. Come si può vedere, nei «condotti inappropriati» di internet, lʼInnominabile immette in gran copia, indebitamente mescolandole, sia acque impure e liquamose, sia acque pure che inevitabilmente «sʼintorbideranno» nella inquinante mescolanza con quelle infette, fetide e impure

Il nostro ineffabile Innominabile non si è minimamente posto, poi, nessun problema nel partecipare, per anni, a tutta una serie di convegni romani, con cadenza semestrale, nei quali tutta una serie di oratori, tra i quali egli stesso, intervenivano a vario titolo non solo parlando – con esiti vari, peraltro – di Massimo Scaligero, del suo insegnamento, delle discipline interiori da lui indicate, bensì ascoltando pure, ogni volta, una registrazione integrale di una delle riunioni chʼegli teneva bisettimanalmente a Roma, a Monteverde Vecchio, in Via Barrili. A tali convegni romani, ad entrata libera, poteva andare ad ascoltare chiunque, anche gente non sinceramente interessata alla figura di Massimo Scaligero, o dichiaramente ostili ad essa. Dai filmati stessi, poi apparsi sulla piattaforma internet di Youtube, vi ho potuto riconoscere chiaramente alcuni antroposofi calunniatori della figura di Massimo Scaligero e persino alcuni ʽinsinuantiʼ, cattolici integralisti, legati agli ambienti di Alleanza Cattolica, acerrima nemica della Scienza dello Spirito, dellʼAntroposofia, di Rudolf Steiner e dello stesso Massimo Scaligero, ed altra consimile gente. Il livello deglʼinterventi dei vari oratori era dei più vari: alcuni eccellenti, su altri preferisco non pronunziarmi. Quanto aglʼinterventi del nostro Innominabile, beh!, lasciamo perdere…

Questi convegni romani sulla figura di Massimo Scaligero sono andati semestralmente avanti per alcuni anni, sino a che la situazione di emergenza, imposta in maniera autoritaria e violenta dai vari governi, da nessuno eletti, succedutisi per la metodica distruzione della nostra amata Italia, non ne hanno di fatto impedito lo svolgimento. Su questi convegni, su questo tipo di «condotti inappropriati», né lʼInnominato, né tanto meno lʼInnominabile che, del resto, partecipò attivamente a tutti, pronunziarono mai verbo. Non dissero mai bèo! 

Né tampoco lʼInnominabile si fece, per anni, minimamente problema a scrivere, sotto vari eteronimi, le sue sciocchezze sulla forse anche troppo tollerante rivista LʼArchetipo, sciocchezze, pure invenzioni, e persino sfacciate menzogne sulla figura di Rudolf Steiner e la sua Opera, che chi scrive ha dovuto prendersi la pena di smascherare – puntualmente documentando tutto – e  severamente correggere, per ristabilire la verità.

Solo quando su LʼArchetipo cominciarono ad essere pubblicate, con cadenza mensile, ed in una forma più che degna, le pagine di un Diario, che Massimo Scaligero aveva lasciato in eredità, con tanto di dedica, a Romolo Benvenuti – e su ʽcomeʼ tale Diario di Massimo Scaligero, cosi su ʽcomeʼ i Quaderni di ʽOraoʼ, siano giunti in possesso dellʼInnominato, soprattutto tenendo conto di molte cose che personalmente mi disse Romolo Benvenuti circa lo spregiudicato modo di agire dell’Innominato stesso, avrei moltissimo da ʽeccepireʼ, tanto per usare una parola gentile – lʼInnominato ha sentito la necessità di pubblicare la sua agrodolce ʽdiffidaʼ (perché, al di là dei discorsi dialettici che la condiscono, tale, in realtà, essa è…) nei confronti de LʼArchetipo stesso, e soprattutto nei confronti di chi dirige tale benemerita rivista, che poi è la persona che Massimo Scaligero aveva più cara al mondo, e che mai avrebbe voluto o permesso che fosse ferita. Non stupisce il fatto che – vista lʼesplicita presa di posizione (leggi: ʽdiffidaʼ) apparsa sulla rivista romana – lʼInnominabile si è sùbito disciplinatamente, ma anche ʽopportunamenteʼ, allineato, mostrando altresì un certo malo ʽzeloʼ, alla posizione presa dallʼInnominato, da lui elogiato e presentato come suo grande amico. Liberissimo, ovviamente, lʼInnominabile di fare le scelte che al suo criterio appaiano come le più vantaggiose, e, soprattutto, le più ʽopportuneʼ, così come altrettanto libero è lo scrivente, e chiunque altro veramente pensi, di trarre da tali sue scelte, come da sue molte discutibilisse azioni, su di lui, unʼopinione a proposito delle sue scelte, delle sue azioni,  davvero poco lunsinghiera. 

Vorrei assicurare il benevolo lettore che quanto è stato scritto nel numero precedente, nonché in questo medesimo del presente studio, non scaturisce da antipatia, o volontà di denigrare, ma soltanto dalla volontà di ristabilire la verità, quella verità che veniva così abilmente occultata, ma anche palesemente alterata, e che rischiava di venire smarrita. E se, in taluni punti da chi scrive sono stati usati toni umoristici, non si voleva né si vuole con questo mancare minimamente di rispetto alle persone. Infatti, l’umorismo, e un po’ di socratica ironia, sono state usate al solo scopo di attenuar la tensione nellʼaffrontare una situazione di per sé già molto drammatica, per non dire tragica. Da chi scrive si è cercato, pur nel necessario pugnar vivace, di tener sommo conto del monito della Bhagavad Gita, VII, 11, che invita il combattente per la Verità e la Giustizia ad agire secondo il modello divino e secondo il monito del Supremo Signore che in essa dice: balam balavatâmâsmi kâmarâgavivarjitam, ossia ʽdei forti Io Son la forza libera di brama e di passioneʼ. A tale ideale – quello di agire a partire dallʼIo, dall’Io Sono, ossia dallo Spirito oltre lʼanima – che è ciò che costantemente con la sua parola e col suo esempio ci indicò Massimo Scaligero come esigenza imprescindibile dellʼAscesi della Via Solare, della Via dei Nuovi Tempi – chi scrive cerca, e cercherà sempre, con ogni sua forza di essere e rimanere fedele. Quod bonum, nobis felix, faustum, fortunatumque semper sit!

AMOR VERITATIS. PARTE QUARTA.

Recentemente, chi scrive ha avuto modo di leggere quanto apparso in internet su un notissimo social forum in alcuni post, normalmente a me inaccessibili in quanto ʽbannatoʼ – come oggi usa dire da parte dei ʽnavigatoriʼ della mediatica ʽreteʼ – da colui che aveva pubblicato i suddetti post. Su tale noto social forum, ed anche altrove, chi scrive ha avuto lʼonore di esser ʽbannatoʼ da varie persone, nonché coperto dʼinsulti, pubblicamente diffamato, e persino minacciato per aver disvelato e documentato varie scomode verità, che si intendeva tener ben celate, nonché menzogne ed azioni non proprio ʽcommendevoliʼ, la cui conoscenza, resa pubblica, avrebbe oltremodo imbarazzato chi indossava una ingannevole maschera per nascondere un volto davvero poco raccomandabile. Ma, nel caso qui in questione, il ʽbandoʼ è stato facilmente superato grazie al provvido ausilio di mano amica – che qui vivamente ringrazio – la quale ha voluto trasmettermi quanto ivi pubblicato, chiedendomi che cosa mai io ne pensassi in quanto la lettura aveva avuto per lei lʼeffetto di renderla alquanto perplessa. In effetti, detta lettura ha avuto lʼeffetto di ʽperplimereʼ – come direbbero coloro che si sforzano di parlare in maniera particolarmente involuta e difficile – non poco anche chi qui scrive.

Ma siccome testi sapienti ci invitano a cercare e rinvenire elementi positivi in ogni evento, in ogni manifestazione, trasformando tutto, persino eventuali difficoltà e stridenti difformità e contraddizioni, in preziose occasioni di lavoro interiore e di conoscenza, mi son messo diligentemente in cerca del positivo e devo dire chʼessa si è rivelata oltremodo interessante, e soprattutto fruttuosa. Prima di tutto, mi son ben letto più volte quanto pubblicato il 3 febbraio scorso sul detto social forum, ove appaiono le foto di quanto venne a sua volta pubblicato in maniera anonima su una rivista romana, che vorrebbe richiamarsi al pensiero di Massimo Scaligero, da parte di colui che su questo animoso e temerario blog uso, da svariati anni, chiamare lʼInnominato. Lo chiamo, scherzosamente, così perché costui non firma mai i lunghi e concettuosi articoli di apertura dei vari numeri della rivista, nei quali ho avuto spesso occasione di rilevare non pochi elementi ʽperplimentiʼ o ʽperplettentiʼ, che dir si voglia.

In tale articolo di apertura della suddetta rivista romana, intitolato «Ai lettori» e apparso nel dicembre dello scorso anno, lʼInnominato comincia con lʼesporre tutta una serie di norme legali in materia di diritti dʼautore, circa le quali non vi sarebbe, sia chiaro, in linea generale, nulla da obbiettare se non alcune peculiarità, che lʼautore del suddetto articolo si guarda bene dal mettere in evidenza. Per esempio, egli afferma che:

«… spetta allʼautore dellʼopera, ovvero a chi lʼabbia in seguito acquisito nei modi consentiti dalla legge, il diritto di pubblicare e riprodurre, in qualsiasi forma, lʼopera stessa, inclusa la corrisponenza epistolare». 

Ciò è inesatto. Per quanto riguarda la corrispondenza epistolare, lʼInnominato può legalmente pretendere una legittima proprietà del diritto dʼautore unicamente per la parte di corrispondenza effettivamente in suo possesso, nel caso in cui essa sia stata realmente acquisita «nei modi consentiti dalla legge», come egli stesso scrive. Ma le lettere, e quantʼaltro possa essere considerato corrispondenza, è per legge possesso di chi le riceve, il quale ha il diritto di farne – a suo libito – lʼuso, se si vuole anche criticabile, che costui meglio crede. E, questo, lʼInnominato lo sa benissimo, ma si guarda bene dal farlo presente.

Infatti, tanto per citare un caso concreto, Massimo Scaligero trascriveva ogni anno, a moʼ di diario, suoi pensieri e considerazioni interiori di natura ascetica, su vecchie agende, e alla fine di ogni anno li consegnava ad Alfredo Rubino, del quale Massimo Scaligero si fidava in maniera esclusiva, affinché questi li facesse pervenire in maniera sicura nelle mani di Marina Sagramora. Questa era la volontà certa ed esplicita di Massimo Scaligero, e di tale volontà mi sono più volte sincerato interrogando personalmente Alfredo Rubino, il quale ogni volta del fatto mi ha dato ampia, identica, conferma. So che, a suo tempo, lʼInnominato li richiese – anzi li volle perentoriamente esigere – da chi, per volontà di Massimo Scaligero, aveva ricevuto quei ʽdiariʼ, accampando – a suo dire – diritti di esclusivo possesso sui medesimi, nonché quelli di una loro eventuale pubblicazione. Ma si trattò di un mero bluff e, giustamente, la consegna di quei preziosi ʽdiariʼ – richiesti, peraltro, in modi che la mia amica Fang-pai, Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma, giudicherebbe, sin troppo caritatevolmente, ʽinappropriatiʼ, tanto erano poco ʽurbaniʼ – giustamente fu rifiutata. Io stesso ho delle lettere di Massimo Scaligero, da lui indirizzatemi in anni ormai lontani della mia giovinezza, ed esse sono mio esclusivo possesso, e posso farne lʼuso che giudico più opportuno e giusto. Checché ne dica o ne pensi lʼInnominato, le cose stanno esattamente così, ed anche questo egli lo sa benissimo.

Poi lʼInnominato aggiunge, dando una interpretazione pro domo sua, ossia affatto personale, partigiana e palesemente ʽinteressataʼ, di un articolo della medesima legge:

«Va precisato che la mera cessione di uno o più esemplari dellʼopera «non importa la trasmissione del diritto di pubblicazione e riproduzione (v. art. 109, legge cit.)», onde a coloro a cui Massimo Scaligero avesse donato o lasciato a qualsiasi titolo propri quaderni, diari, scritti in genere, non hanno perciò solo acquisito il diritto di pubblicarli e riprodurli».

Naturalmente, anche ciò è inesatto, anzi è proprio un palese bluff la parte dellʼaffermazione dellʼInnominato enunciante la sua personalissima, e contestabilissima deduzione e interpretazione della legge, ossia che:

«… onde coloro a cui Massimo Scaligero avesse donato o lasciato a qualsiasi titolo propri quaderni, diari, scritti a qualsiasi titolo, non hanno perciò solo acquisito il diritto di pubblicarli e riprodurli».

Nessuno, infatti, contesta che se Massimo Scaligero mi avesse donato uno dei suoi libri pubblicati – e me ne ha donati tantissimi – non per questo io avrei acquisito il diritto di pubblicarli a mia volta. Ma per quel che riguarda la donazione da parte sua di lettere, scritti autografi, o diari, le cose non stanno affatto come sostiene lʼInnominato, con la sua affatto ʽpartigianaʼ interpretazione della legge.

Dopo un cotal exploit di indubbia abile sapienza giuridica, lʼInnominato estensore dellʼarticolo di fondo apparso nel numero di dicembre della rivista romana, passa a fare – dandone, col suo consueto stile, più volte una fredda ed una calda, e viceversa – alcune apparenti, a mio modo di vedere molto infide, ʽgeneroseʼ concessioni, con lo scrivere:

«Fatta questa doverosa premessa, va detto che lʼAssociazione non ha alcuna pregiudiziale preclusione a concedere il diritto di pubblicazione e di riproduzione degli scritti di Massimo Scaligero a chi volesse con serietà e responsabilità contribuire al còmpito che la Tilopa edizioni e la rivista Graal si sono assunto. Tuttavia, è necessario che siano rispettate due ineludibili condizioni: la prima è che la pubblicazione e la riproduzione di questi scritti avvengano nel rispetto della legge sul diritto dʼautore e di quello dellʼeditore, posto che: «Occorre partire dallʼobbedienza alle leggi, per meritare di trasformarle»; la seconda è che la pubblicazione e la riproduzione avvengano con mezzi e in forme confacenti ai contenuti veicolati dallʼAutore, ciò che esclude in radice che possano effettuarsi a mezzo della rete internet. E ciò andrebbe esteso ad ogni contenuto analogo a quelli di cui si tratta, anche se di altri Autori pubblicati da Tilopa».

Anche su questo, in linea di principio, non vi sarebbe nulla da eccepire, tanto più che qui lʼInnominato vuol farsi forte di una citazione di Massimo Scaligero tratta da Il pensiero come anti-materia, Perseo, Roma, 1978, p. 120. Certo, il discorso è formalmente corretto, ma chi conosca quanto lo stesso Massimo Scaligero abbia lottato per una intera vita contro ciò che si presenta formalmente e dialetticamente corretto, pur essendo vuoto di contenuto, o addirittura rivestente un celato contenuto che invece è il contrario della verità – nellʼultimo, mensile, incontro rituale di meditazione, da me varie volte evocato su questo blog, il 25 gennaio 1980, ossia poche ore prima che ci lasciasse, egli ci fece ben avvertiti che «Arimane mente anche dicendo la verità» – non può farsi così ingenuamente ingannare da un tale sin troppo facile sofisma. Viviamo in un paese nel quale son spesso correnti due particolari azioni: in primo luogo, lʼeludere la legge compiendo azioni illegali e riprovevoli, avendo cura di tenerle ben celate, e, in secondo luogo, il servirsi della stessa legge come copertura e persino strumento di eventuali azioni illegali e riprovevoli compiute. questo, naturalmente, detto in linea generale, per così dire, in ʽvia di principioʼ, senza attribuzione veruna al caso specifico che qui ci riguarda. 

Di ciò, oramai, non vi è più di che stupirsi, ché purtroppo fa parte di un mal costume corrente in molti ambienti, non solo in Italia. Dovrebbe stupire – ed invece, purtroppo, la cosa non stupisce più chi abbia occhi per ʽvedereʼ – come tale mal costume sia abbondantemente presente in ambienti che si dicono ʽspiritualistiʼ, siano essi religiosi od esoterici. In oltre cinquantʼanni di Scienza dello Spirito, nonché in precedenti anni passati seguendo Vie orientali, chi scrive può dire di averne viste davvero di tutti i colori: menzogne, furti eseguiti con destrezza e compiuti direttamente o fatti compiere su commissione, comportamenti omertosi e spergiuri in aule di tribunale attuati per coprire persone e gravi fatti delittuosi, persino terroristici, forme di ʽpirateriaʼ elettronica violando come hacker siti internet altrui, indebita appropriazione e sparizione di documenti che dimostrerebbero il buon diritto altrui, indebita appropriazione di fondi di Enti o Istituzioni pubblici, persino lo scassinare una porta e il sostituire il cilindro della chiave di uno studio, e via dicendo. Anche questo, naturalmente, sia ben chiaro, ripetuto in linea generale, per così dire, in ʽvia di principioʼ, a mo’ di esempio di casi correnti, senza attribuzione alcuna al caso specifico che qui consideriamo. Un tale deprecabile mal costume – giova ribadirlo – purtroppo si è verificato anche nellʼambiente di coloro che il mio amico C., coraggioso e valente asceta dʼaltra dottrina, mio grande amico, e compagno d’armi di tante aspre battaglie, chiama, con simpatico umorismo, ʽscaligeropolitanoʼ. Naturalmente, gli autori di comportamenti così poco encomiabili, son sempre pronti a giustificare, con abile formale dialettica, con una alluvione di argomenti ʽvalidiʼ, come tutto ciò, in definitiva, sia stato compiuto in nome di un eccellente fine più alto. Ma come dicevano, in tempi lontani, in Cina, Maestri del Tao come Lao-tzu e Lü-tzu, e come riaffermano, in tempi più recenti, Massimo Scaligero, e, di nuovo, la mia amica Fang-pai, ella pure, nobile Figlia del Celeste Impero, nonché sapiente Maestra del Dharma: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto».

Su di un tale disinvolto machiavellico sofisma, Massimo Scaligero si espresse più volte – sia per iscritto che oralmente – con parole veramente di fuoco. Per esempio, in Reincarnazione e Karma: Il ritorno sulla Terra come legge di equilibrio, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 193-195, egli così scrisse:

«Un principio della strategia della menzogna oggi dominante il mondo, secondo una direzione anti-karmica, e perciò sollecitante le forze del karma più severamente pareggiatrici, cioè demolitrici delle strutture che sono alla base della menzogna, è la persuasione che «il fine giustifica i mezzi». A questa massima va opposta quella del saggio cinese Lutzu: «Il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto»: massima conforme alla realtà obiettiva del mondo, cioè alla sua struttura morale, e perciò alla dinamica delle leggi del karma.

Non esiste un fine che giustifica i mezzi, perché ciò che, secondo tale presunzione, sembra un fine, in realtà non è tale: non sta dopo, ma prima. Un valore che nel suo contenuto primo non ha il potere di suscitare le proprie necessarie mediazioni, per tradursi in realtà, non può essere un ideale verso cui si procede, bensì un presupposto a cui ci si subordina, senza possibilità di giudizio libero, perché non viene da una scelta cosciente, bensì dal dominio di quel che preventivamente si preferisce. Ciò che si preferisce senza coscienza critica, scaturisce sempre – salvo rare eccezioni – dalla natura animale. Il giusto fine esclude il mezzo ingiusto: quando esige tale mezzo, è un fine falso, cioè un falso ideale, perché gli è giocoforza attingere al livello a cui realmente appartiene, allʼanima senziente, dominata dalla natura animale. Se il fine fosse giusto apparterrebbe al livello della chiara coscienza, alla cui altezza è illimitata la serie dei mezzi pertinenti, cioè giusti, possibili ad una libera scelta. Il più desolato equivoco morale è legato alla norma «il fine giustifica i mezzi», perché muove dalla presunzione che il fine sia giusto e non il presupposto ingannevole, lʼillusoria persuasione, il pregiudizio, la superstizione, il credo fanatico, lʼidolo mentale, l’ossessione ideologico-nevrotica, il contenuto psicotico.

Allorché un risultato apparentemente positivo viene conseguito con mezzi illeciti, è inevitabile che la sua struttura sia precaria, perché manca di interna architettura di forze. Le autentiche forze architettoniche sono sempre forze morali».

È noto come la cinica norma machiavellica, affermante che «il fine giustifica i mezzi», sia stata fatta sua dalla mai troppo infamata Compagnia – come la epitetava il pitagorico Giulio Parise, amico sin dalla sua gioventù di Massimo Scaligero – sia come principio teologico giustificante che come metodo di azione efficace: il tutto ad maiorem Romanae Ecclesiae gloriam, naturalmente. Si conosce bene quanto i militi della suddetta mai troppo esecrata Compagnia abbiano operato, adoprando i mezzi più sozzi e subdoli per infangare la figura di Rudolf Steiner, ostacolare la diffusione del suo pensiero, e distruggerne lʼOpera. Ho già avuto modo scriverne diffusivamente su questo temerario blog. Ben sapendo di dire il falso, come ho ampiamente documentato, essi scrissero che Rudolf Steiner aveva studiato in seminario, che era un prete spretato, e durante la seconda guerra mondiale, con lʼItalia occupata dalle truppe germaniche, i militi della suddetta non certo molto stimabile Compagnia, chiesero al comando germanico la messa al bando e la distruzione delle opere di Rudolf Steiner, asserendo – sempre mentendo sapendo di mentire – chʼegli fosse di sangue ebraico. Conosco questa vicenda – e ne do, assumendomene tutta la responsabilità, aperta testimonianza – dallʼavermene parlato lo stesso Massimo Scaligero, il quale mi descrisse quanto, con coraggio ed indubbia abilità, a mio giudizio, egli allora fece, con una azione ad hoc, per scongiurare una simile iattura. A ciò potrei aggiungere la spietata persecuzione «antigraalica» attuata – servendosi appunto degli strumenti della legge – da militi di sì nefasta Compagnia nei confronti dello stesso Massimo Scaligero.

E, visto che stiamo trattando di vicende editoriali, è arcinoto negli ambienti occulti come proprio la perfida azione della machiavellica Compagnia, nel 1958, riuscì – usando mezzi assolutamente legali – a portare al fallimento ed alla chiusura la benemerita casa dei Fratelli Bocca Editori, che tanti libri di Rudolf Steiner aveva pubblicato e diffuso in Italia. Anche questa triste vicenda, oltre che dal mio amico L., mi fu ampiamente più volte descritta, sin dai primi incontri, da Massimo Scaligero. Chiunque può vedere quanto potesse esser ʽnobileʼ il fine che quei diligenti militi si proponevano di conseguire, impadronendosi delle azioni di detta casa editrice, ritirando dalle librerie le copie delle opere di Rudolf Steiner, e portando al fallimento una storica e tanto benemerita casa editrice.

Il metodo è sempre quello di impadronirsi di beni materiali per attuare i propri moralmente discutibili fini, non certo ʽnobiliʼ e ʽspiritualiʼ. Perché, in definitiva, come diceva il santo vescovo e martire Cipriano dʼAntiochia, di fronte a cotanta gesuitica spregiudicatezza, si deve concludere che:

«Terribile contraddizione: chiamano beni ciò che serve loro a far del male».

Mentre, nellʼAntico Testamento, (Isaia, 5.20), il profeta così stigmatizza gli abili e illudenti malvagi:

«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro».

Del resto, non molto diversamente agirono nel secolo scorso Albert Steffen, e il suo degno ʽcompagno di merendeʼ, Guenther Wachsmuth, allorché nella loro campagna di aggressione e di denigrazione di Marie Steiner, arrivarono a scippare, oltre al conto in banca – con metodi che Marie Steiner stessa definì da ʽgangstersʼ –, anche la casa editrice Philosophisch-Anthroposophischer Verlag, da lei fondata e finanziata, il tutto allo scopo di attuare anchʼessi un abile ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, usando, alla bisogna, anche i mezzi legali.

Colpiscono non poche, davvero inquietanti, analogie con quanto è successo dopo la dipartita di Massimo Scaligero. Su questo temerario blog, chi scrive ha avuto modo di illustrare a lungo contenuti e metodi di un altrettanto esiziale ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, e lʼaver fatto ciò ha scatenato sul noto social forum e altrove – del resto non poteva esser diversamente, date le premesse – contro il sottoscritto una canea di accuse, di insulti, di minacce, e di esternazioni, in taluni casi veramente divertenti, per quanto erano comiche e circensi. Ma tantʼè, tutto come da previsioni. Anzi sarebbe stato preoccupante se così non fosse stato. Naturalmente, anche qui, ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ a parte, stiamo facendo un discorso generale – in linea di principio, come più sopra scritto – senza attribuzioni specifiche, altrimenti chi scrive dovrebbe tenere ben altro tono e ben altro discorso, ed esser molto meno gentile. 

Quanto alla seconda condizione, ʽgenerosamenteʼ (si fa per dire…) posta dallʼInnominato, ossia che:

«… la seconda è che la pubblicazione e la riproduzione avvengano con mezzi e informe confacenti ai contenuti veicolati dallʼAutore, ciò che esclude in radice che possano effettuarsi a mezzo della rete internet. E ciò andrebbe esteso ad ogni contenuto analogo a quelli di cui si tratta, anche se di altri Autori pubblicati da Tilopa»,

vi sarebbe, di per sé, poco da eccepire, trattandosi di una legittima scelta – giusta o sbagliata che sia – che un editore è liberissimo di fare su ciò egli stesso pubblica. Ma, è evidente che una tale scelta non può riguardare altri che lui e per quel che è di sua competenza. Se, per ipotetico caso, mi pungesse vaghezza di pubblicare le lettere di Massimo Scaligero da me ricevute, o altri suoi manoscritti in mio possesso, su internet, o in altro modo, tale decisione – giusta o sbagliata ch’essa sia – non potrebbe competere altro che a me, ed io solo ne porterei la responsabilità morale, cosa molto diversa dalla liceità legale. 

Indi, il nostro Innominato autore dellʼarticolo apparso sulla rivista romana, prosegue con una precisazione – una sorta di ostativo ʽconsiglio che non si può rifiutareʼdato, sempre a suo dire naturalmente, dallo stesso Massimo Scaligero – precisazione nella quale egli specifica quali forme di pubblicazione siano, a suo modo di vedere, da evitare:

«Lo stesso Massimo Scaligero aveva reso avvertiti coloro che più gli erano intimi che mai avrebbero dovuto divulgare contenuti scientifico-spirituali attraverso mezzi quali radio o televisione. Non si tratta di una anacronistica opposizione alle innovazioni della tecnica, ma della coerenza richiesta a chi, volendo farsi cultore della Scienza dello Spirito, non può non percepire con chiarezza lʼintima contraddizione del mezzo rispetto al contenuto che intende rendere noto ad altri. Pure chi sia mosso dalle più elevate intenzioni, potrà facilmente comprendere come anche lʼacqua più limpida possa intorbidare se fatta scorrere in condotti inappropriati».

Che dire? Si tratta, con tutta evidenza di una valutazione, e di una conseguente scelta – basata, a suo dire, su una indicazione di Massimo Scaligero – che compete esclusivamente allʼInnominato, e che – viste le sue precedenti considerazioni legali – non possono legare altri che lui, appunto lui e non altri. Chi qui scrive si guarda bene dal contestare la liceità legale di una cotale sua più che legittima scelta. Ma, se si osservano le cose e i fatti non da un punto di vista formale e legale, bensì da un punto di vista sostanziale, ossia da un punto di vista schiettamente etico e spirituale, ci sarebbero alcune considerazioni da fare.

Ovvero, se è verissimo che, come scrive lʼInnominato – e non si adonti costui dellʼepiteto scherzoso per lui da me umoristicamente scelto, ché ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, nella sua tragica grandezza, lʼInnominato è una figura bellissima, per la quale nutro grandissima simpatia – «Pure chi sia mosso dalle più elevate intenzioni, potrà facilmente comprendere come anche lʼacqua più limpida possa intorbidare se fatta scorrere in condotti inappropriati», è pur altrettanto vero, purtroppo, anche il contrario. Ossia, come in condotti «appropriati» possano scorrere acque molto torbide e liquami schifosi: la storia di venti secoli delle confessioni sedicenti cristiane, molto poco cristiche, e soprattutto la lunga storia della potenza straniera dʼOltretevere, mostrano, ad abundantiam, come sovente il Vangelo sia servito come conduttura e veicolo di qualcosa, che non era affatto unʼ«acqua di vita», come la definisce il Signore nel quarto capitolo del Vangelo di Giovanni, cap. 4, vv. 10-15, nel suo discorso alla fortunata samaritana. Meglio, in questa sede, non entrare in particolari, ché non mi voglio guastare il buon umore.

Per cui, lʼInnominato non si dolga pel fatto che, avendo egli sollevato questioni di legale correttezza editoriale, che il sottoscritto non ha alcuna intenzione di contestare, gli vengano rivolte alcune osservazioni su come la Tilopa talvolta ha svolto il còmpito chʼessa si è voluta assumere. Sul presente blog, chi scrive in passato ha dovuto rilevare alcune azioni, le quali dal punto di vista sostanziale, e non meramente formale e legale, sono apparse profondamente scorrette, suscitando, non solo al sottoscritto ma anche a non pochi altri, alquanti dubbi e perplessità. Voglio qui citare solo alcuni di questi casi, fra molti altri che, per brevità, sono costretto a trascurare. Rispetto allʼedizione originale del libro di Massimo Scaligero, Manuale pratico della Meditazione, Teseo, Roma, s.d. ma 1973, le edizioni più recenti appaiono aver subito interventi piuttosto discutibili con sostituzioni di parole, che cambiano il senso del discorso, e quant’altro. Nelle ultime edizioni de Lʼuomo interiore, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, a Roma, nel 2012, manca il sottotitolo, invero importante, Lineamenti dellʼesperienza sovrasensibile, presente nellʼedizione originale, pubblicata sempre dalle Edizioni Mediterranee nel 1976, e manca altresì, nella quarta di copertina, gran parte della sintesi del libro che, come era suo costume, e come pure è evidente a chiunque, era stata scritta dallo stesso Massimo Scaligero. Per non dire il grande stupore che suscitò in molti la evidente manipolazione di un testo di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, ripubblicato in seconda edizione, nel 2012, dalle Mediterranee, con lʼarbitraria interpolazione nel testo – a mio modo di vedere, cosa oltremodo scorretta – di un intero capitolo, al dire dell’Innominato ʽineditoʼ, ma in origine ʽprevistoʼ dall’Autore, che in realtà era – come ho potuto dimostrare, anche fotograficamente, sul presente blog – un opuscolo commemorativo che Massimo Scaligero aveva scritto, come gesto conciliativo per estinguere precendenti annose e aspre polemiche, su richiesta di sua sorella Adelina, “Luciana Virio”, dopo la morte del marito, l’esoterista ultracattolico Paolo Marchetti “Virio”, le cui sedicenti alchemiche pratiche operative «a due vasi», alle quali egli era stato iniziato dal patrizio fiorentino, il conte Umberto Alberti “Erim” di Catenaia, erano, a dir poco, oltremodo scabrose. Su questo blog, a suo tempo, chi scrive ebbe modo di documentare – anche pubblicando foto eloquenti – tale arbitraria interpolazione. Sempre in Dallo Yoga alla Rosacroce, nell’anonima Introduzione – non firmata, ma sicuramente attribuibile all’Innominato – vi sarebbero da contestare molte ʽimprecisioniʼ – in taluni casi, a mio giudizio, volute – su dati storici, alcuni dei quali riguardanti persino il sottoscritto a proposito, per esempio, della nascita, della formazione e dellʼorientamento della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero nella mia città. Ma anche in conferenze di Rudolf Steiner – anche questo fu dimostrato dal sottoscritto nel blog che ospita i suoi fastidiosi articoli – lʼInnominato ebbe modo di interpolare ʽcreativamenteʼ, per esempio in Edouard Schuré, L’Iniziazione dei Rosacroce, testo che in realtà era di Rudolf Steiner, ed aveva il titolo originario di Esoterismo Cristiano, già edito nel 1940 dai Fratelli Bocca, nella onesta traduzione di Bruno Roselli, testo al quale lo Schuré fece solo lʼIntroduzione, frasi inesistenti nel testo tedesco pubblicato a Dornach dalla Rudolf Steiner Verlag e in francese a Parigi da Triades. Vi sarebbero molte altre cose da riportare e da eccepire, non meno importanti, che per brevità son costretto a tralasciare.

Che cosa direbbe di un tale modo piuttosto disinvolto – che purtroppo invale sempre più in molti àmbiti, sacri e profani – di trattare la sua Opera, e la sua stessa persona, Massimo Scaligero, il quale fece sempre dell’onestà più rigorosa e della correttezza assoluta la pratica costante della sua vita? È sufficiente, a tale proposito, ascoltare quanto egli stesso dice nella registrazione di una riunione in Via Barrili, tenuta il 18 marzo 1978 – registrazione questa, altrimenti a me inaccessibile, trasmessami dalla stessa mano amica che qui, di nuovo, vivamente ringrazio – riunione nella quale egli usò parole molto forti contro il mal costume di inquinare il patrimonio sacrale della Sapienza Celeste, di alterarne i testi, di manipolar persone e situazioni, di far deviare i cercatori dello Spirito dal retto sentiero, e – aggiungo io – di attuare un esiziale ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ: 

«Ci troviamo nei guai se non abbiamo la conoscenza, e se non si capisce che la vera conoscenza viene da una linea onesta. Se uno scopre che cʼè qualcuno che fa il maestro, e poi taglia i pezzi, cambia i testi, li manipola, e in maniera da manovrare le persone, questo non è onesto. E quando abbiamo scoperto questo, abbiamo cominciato a dire «basta» con questi esseri, perché la vera caratteristica del Maestro spirituale è la terribile onestà, la formidabile onestà, la correttezza assoluta, il non voler influenzare nessuno, ma aiutare la nascita dell’essere libero, non voler entrare nella sfera sacra di un altro, ma dargli modo di conoscere e di agire da quella sfera come un essere libero».

Certo, allʼInnominato, come attuale possessore dei diritti dʼautore sullʼopera di Massimo Scaligero, è lecito legalmente attuare la politica editoriale che preferisce, perché la legge gliene dà ampia facoltà. Formalmente, non si può obbiettar nulla circa la liceità legale – ripeto, legale – di un tale comportamento, ma se si guardano le cose da un punto di vista meno borghese e filisteo, e più sostanziale, ossia etico e spirituale, le cose appaiono, e sono, molto diverse. Questo, per mostrare come non sempre quella che scorre in «condotti appropriati» – per usare una espressione dellʼInnominato – sia unʼacqua limpidissima.

Ora – voglio qui esprimere alcune mie personalissime valutazioni e considerazioni, non obbligatoriamente condivisibili – tenendo conto di quanto lʼInnominato disse, apertis verbis e davanti ad una testimone, che se volesse potrebbe benissimo confermare la cosa, nelle uniche due visite chʼegli fece a casa mia, nel 1996 e nel 1997, circa quello chʼegli realmente pensava di Massimo Scaligero, del suo modo di vivere, della sua intelligenza, della sua Ascesi, della Via del Pensiero da lui indicata, del suo rapporto col Logos, e con il Graal, tutte cose chʼegli in Massimo Scaligero allora criticò con aspre e ingiuste parole, chi qui scrive reputa – questa è una sua personale valutazione, purtroppo ai sui occhi supportata da molti fatti ed evidenze – che lʼInnominato giudichi tuttora addirittura ʽprovvidenzialeʼ l’aver egli potuto ottenere – non importa qui come – la proprietà legale dei diritti dʼautore sulle opere di Massimo Scaligero, proprio ai fini di attuare un da me più volte citato ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ in favore della nota potenza straniera dʼOltretevere. Questa è almeno la personalissima, e – se vi vuole – contestabilissima, opinione di chi qui scrive. Si dirà che sono prevenuto, e devo confessare di esserlo moltissimo, perlomeno attualmente. Un tempo non lo ero affatto, anzi – essendo ancora allʼoscuro di molti fatti da me conosciuti solo in séguito – lo reputavo un ʽamicoʼ, e in molte occasioni, a suo tempo, lo difesi lottando acerbamente con le unghie e coi denti. Poi la cruda e spietata realtà dei fatti – ed anche i provvidi avvertimenti di una persona che negli anni novanta dello scorso secolo mi aprì completamente e definitivamente gli occhi – mi rese consapevole chʼegli ʽamicoʼ non mi era affatto, e che – glielo riconosco – egli perseguiva, a suo modo, un non palese, ben celato, non confessato, ʽidealismoʼ, che però non era, e non potrà mai essere, il mio, bensì un altro, inconciliabile con la Scienza dello Spirito, con l’Anthroposophia di Rudolf Steiner, e con la Via del Pensiero di Massimo Scaligero, ʽidealismoʼ che, nei suoi programmi di attuazione, lo collegava con le finalità della suddetta potenza straniera dʼOltretevere, che dellʼAnthroposophia di Rudolf Steiner e della ʽViaʼ di Massimo Scaligero vuole, e metodicamente persegue da oltre un secolo, lʼannientamento totale. Si dirà che queste mie crude considerazioni siano fortemente ʽprevenuteʼ ed ʽestremisticheʼ – non ho veruna difficoltà ad ammetterlo – ma sinora nessuno mi ha mai portato convincenti ragioni del fatto che io sarei in errore. Se qualcuno mi dimostrasse – concretamente, ossia con fatti accertati, non solo dialetticamente mi dimostrasse, ripeto, che sbaglio  ne sarei felicissimo, mi darei da solo pubblicamente del somaro, e potrei ridere allegramente di me stesso. Purtroppo, rebus nunc sic stantibus, così non è, e dubito fortemente che in un prossimo futuro vi saranno cambiamenti in proposito.

LʼInnominato termina lʼarticolo di apertura del numero dello scorso dicembre della rivista romana con considerazioni che vorrebbero apparire esser un appello ad una maggiore responsabilità da parte di coloro che si riconoscono nel pensiero e nellʼOpera di Massimo Scaligero, e conclude con una frase dal sapore dolciastro:

«Questi chiarimenti vorrebbero invitare ad una maggiore responsabilità tutti coloro che hanno avuto la preziosa occasione di trovare nella vita un punto di tangenza con Massimo Scaligero e la sua opera. LʼAssociazione vorrebbe continuare ad astenersi dallʼintraprendere iniziative che, pur fondate sul piano giuridico, finirebbero per compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili e perciò richiedenti un comportamento eticamente ed esotericamente adeguato.

A.C. Fondazione Massimo Scaligero».

Naturalmente, non si può non concordare con un sì lodevole invito «ad una maggiore responsabilità». Ma, proprio per questo, appunto, un simile appello morale dovrebbe valere erga omnes e, va da sé, in primis per chi lo propone. In questi oltre quarantadue anni dalla dipartita di Massimo Scaligero sono accadute molte cose tragiche, estremamente dolorose, allʼinterno della Comunità Solare, come la chiamava lo stesso Massimo Scaligero. Molti, compreso lʼInnominato, facendosi un esame di coscienza, dovrebbero chiedersi se con la loro azione, palese o celata, non abbiano contribuito poco o molto alle difficoltà che in tale Comunità spirituale negli ultimi quattro decenni sono sorte, e se con la loro azione non abbiano anchʼessi determinato molti tragici esiti, che nel tempo si sono verificati. Questo è un problema che esula completamente da una valutazione meramente legale della questione riguardante il diritto dʼautore, al quale sembra proprio che lʼInnominato dialetticamente voglia ridurre gran parte del problema nel citato articolo. E proprio «un comportamento eticamente ed esotericamente adeguato» richiederebbe che ci si astenesse – a meno che non si perseguano altri non chiari, e non dichiarati, fini – dallʼusare nei confronti di sinceri appartenenti alla Comunità Solare, che dovrebbero essere considerati ʽfratelliʼ, e soprattutto nei confronti della persona alla quale Massimo Scaligero dedicò il libro Graal e molti altri suoi libri, un dolciastro linguaggio, completamente fuori luogo, che a taluni potrebbe apparire forse anche vagamente ostativo e minatorio, con lasciar intendere che esisterebbe la possibilità di «intraprendere iniziative che, pur fondate sul piano giuridico, finirebbero per compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili».

Ora, questo bel discorso dellʼInnominato è – tanto per usare una locuzione sportiva – davvero un po’ troppo ʽfuori tempo massimoʼ, visto che sono decenni che registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero vengono ascoltate ogni quindici giorni a Roma nella sede di Via Pindemonte, ove si svolgono da oltre trent’anni le riunioni del Gruppo Novalis, e le riunioni tenute un tempo da Alfredo Rubino, e sono decenni che vedo tali registrazioni girare di mano in mano, finendo non poche volte anche in mani indebite. Sono decenni che le registrazioni di Massimo Scaligero, intere o parziali, appaiono in internet, e vengono scaricate da chiuque voglia. Sono decenni che le opere scritte di Massimo Scaligero – sia quelle da tempo esaurite, sia quelle di più recente pubblicazione – sono state digitalizzate in maniera eccellente o anche in forme più scadenti, e si trovano su vari siti in internet. In questi ultimi anni, si sono svolti a Roma alcuni convegni, ai quali partecipavano, peraltro, eziandio ʽamiciʼ dellʼInnominato (alcuni dei quali, fossi io lui, direi: da certi ʽamiciʼ ben mi guardi Iddio…) – convegni nei quali sono state ascoltate anche registrazioni delle riunioni di Massimo Scaligero

Quanto alla ʽnon confacenzaʼ del fatto che intimi contenuti spirituali siano veicolati attraverso la radio, la televisione o la ʽreteʼ elettronica di internet, si potrebbe, in parte e in linea di principio, essere, forse, d’accordo, se non fosse che l’urgenza e la ʽnequizia dei tempiʼ a situazioni straordinarie impongano oggi, spesso, di usare, in mancanza di altri più adeguati ed efficaci, degli strumenti, di per sé neutri, straordinari. Ma, allora, sposando, sia pure in via ipotetica e parzialmente, il punto di vista dell’Innominato sulla questione, stupisce assai vedere come nel cast tecnico di produzione di un film – circa la qualità del quale, come su alcune altre analoghe ʽiniziativeʼ del genere, chi scrive preferisce tacere – sulla figura di Massimo Scaligero compaia proprio la figlia artista, sceneggiatrice e cineasta dellʼInnominato, e il fatto che colui che ha ideato, voluto, sponsorizzato, e potremmo dire ʽprodottoʼ, un tale film sia chi, forse più di tutti, alla radio, in televisione, su internet, diffonde registrazioni, foto, interi libri digitalizzati, ed eziandio giornaliere riproduzioni sul noto social forum di quel Diario. Invece, la pubblicazione di quel Diario, che viene fatta una sola volta al mese – in forme peraltro più che degne – sulla rivista LʼArchetipo, curata da Marina Sagramora, svolge una funzione molto positiva, ed oserei dire, necessaria, nella continuità logica e ascetica con quanto Massimo Scaligero aveva scritto nella serie degli altri Diari, che le aveva donato e fatto recapitare tramite Alfredo Rubino. Non è, per caso, che sia proprio il fatto che quel Diario venga pubblicato su LʼArchetipo che disturba? Su tutto ciò, per decenni, lʼInnominato sino ad oggi ha sempre perfettamente taciuto, quindi perché proprio ora? Così come ha sempre altrettanto perfettamente taciuto, e tace tuttora, sulla pericolosa strumentalizzazione politica e pseudoesoterica in pessima fede, che del nome e dellʼOpera di Massimo Scaligero viene perpetrata, su siti internet e su fogli vari, da parte di ambienti appartenenti ad ideologie molto problematiche e ad esoterismi alquanto deviati, fortemente antagonisti rispetto alla Scienza dello Spirito e alla Via del Pensiero, i quali, tuttavia, oltre a mettere, cinicamente strumentalizzandole su pubblicazioni, convegni e siti web, figure come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero sullo stesso piano e alla medesima stregua di Julius Evola, René Guénon, Giuliano Kremmerz, Georges I. Gurdjieff, e Aleister Crowley, spesso le deridono pure, suscitando lʼingiusto giudizio del mondo su loro: soprattutto su Massimo Scaligero.

Certo che – a mio modo di vedere – se si vuole davvero evitare di «compromettere ulteriormente lʼunità dei ricercatori in questi tempi estremamente difficili», ci dovrebbe astenere dal fare inopportuni ʽpronunciamentiʼ, che la mia sapiente amica Fang-pai definirebbe sin troppo educatamente ʽinappropriatiʼ, e che possono ferire la persona che mai Massimo Scaligero vorrebbe venisse ferita, e che possono davvero ostacolare, dividere e paralizzare quella Comunità Solare, alla formazione e alla cura della quale egli si dedicò, senza mai risparmiarsi, sino agli ultimi attimi della sua vita terrena. Voglio proprio sperare che non si voglia questo!

LIEVISSIMO CURARE

2/17992

LIEVISSIMO CURARE

 

 LA VOLONTA’  DERAGLIA NEL PARLOTTIO PROFONDO.

OVE LA MENTE SI INCOLLA AL GRAN GRAVARE.

SETE DI VITA CHE E’  VOLERE  :  IMPASTA NELLA ROCCIA IL CONCEPIRE.

ED E’  LA BLASFEMIA CHE INCEDE FRA I DESERTI.

MENTRE LI CREA VI INCEDE E LI PROPAGA.

 

MASSE DI CEREBRALITA’  MOSSE DALLA SETE.

 

MASSE DI CEREBRALITA’ CHE MENTRE RUMINA PAROLE  :

DETESTA OGNI SINTESI INTUITIVA ED OGNI CIELO.

 

ED E’  IL DENSO VUOTO IN CUI L’ETERICO SI SPEGNE.

VENATURE DI CARNEA ROCCIA CEREBRALE.

 

MA TALE PARALISI BARCOLLA E CEDE

IN QUANTO E’ ATTRAVERSATA DALL’UNIRE.

 

IN QUANTO LA SINTESI ATTRAVERSA QUELLA PIETRA  :

NE VIVE E NE DISVELA E NE URTA IL BALBETTARE.

 

E’ LAMPO ED E’ FUOCO CHE SI ACCENDE.

 

MENTRE RIASCENDE IL LIEVISSIMO CURARE.

 

E L’IMPOSSIBILE TOCCO DELL’IDEA FOLGORA GLI INFERNI.

 

ORO DELL’ATTUARSI LOGICO DEL VIVERE NEI CIELI.

 

ETERICO DELL’ORO NELL’ARGENTO.

 

LAMA IMMATERIALE CHE SBRICIOLA LE ROCCE.

E CHE SI ACCENDE.

 

NELL’ALTO DISPIEGARSI DEL CUORE INTELLIGENTE.

 

VI E’ SPAZIO PEI DESTINI DEL VIVENTE SACRO.

 

IN LOGOS.

 

FRA ALI DI FOLGORI ARCANGELICHE CONCESSE

CHE IRRORANO DI IMPETO LUCENTE L’ADUNARE.

 

 HELIOS FK AZIONE SOLARE

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L’ARCHETIPO- APRILE 2022

Anno XXVII n. 4

Aprile 2022

In questo numero:

AMOR VERITATIS. PARTE TERZA.

Vi è, attualmente, tra i cultori della Scienza dello Spirito, ed anche tra molti appartenenti alla ʽComunità Solareʼ – adopero volutamente questa espressione con la quale Massimo Scaligero volle chiamare la Comunità spirituale di coloro che dovrebbero consacrarsi alla ʽVia del Pensieroʼ, ossia alla più fervida pratica interiore della Concentrazione, della Meditazione secondo il canone rosicruciano – una paradossale sottovalutazione della funzione del pensare nella ʽViaʼ di realizzazione spirituale. Sottovalutazione paradossale – come paradossale è il doverlo ancora rilevare, ancor oggi, oltre quarantadue anni dalla sua dipartita – dopo tutto quanto Massimo Scaligero riversò in libri e articoli, in scritti e in lettere, di Aurea Sapienza. Sottovalutazione paradossale – e colpa non scusabile – dopo tutto quanto Massimo Scaligero espose, in maniera chiara e limpida, in incontri personali e in riunioni, sino a non aver egli più né fiato né parole per quante volte, in innumerevoli forme sempre diverse e, ogni volta, sempre vive, instancabilmente ripeté, sino allo sfinimento, lʼimportanza fondamentale del pensare nella ʽViaʼ iniziatica dei Nuovi Tempi.

Importanza fondamentale, anzi – dovrei dire per maggior chiarezza ed esattezza – ʽfondanteʼ, quella del pensare, perché solo e unicamente il pensare può dare salde fondamenta per lʼedificazione di un edificio spirituale, che possa reggere le tempeste che si abbatteranno –  e con sicurezza esse si abbatteranno – sul discepolo che, con tutto se stesso, si voglia consacrare alla realizzazione della Iniziazione ad una più alta Conoscenza, ad una più alta vita spirituale. Del resto, tempestetempeste terribili e devastanti –  si sono già abbattute, e si abbatteranno siucuramente in futuro, sulla Comunità spirituale, sulla Comunità Solare. Per rendersi conto del fatto che così debba essere, basterebbe leggere dalla La Sacra Bibbia, versione riveduta nel 1924, del testo originale tradotto dal lucchese Giovanni Diodati nel 1607, da parte di Giovanni Luzzi della Facoltà Teologica Valdese di Roma, il Vangelo, ove in Matteo, 7, 24-27, dal Signore vien detto:

«Perciò chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato ad un uomo avveduto che ha edificata la sua casa sopra la roccia. E la pioggia è caduta, e son venuti i torrenti, e i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma ella non è caduta, perché era fondata sulla roccia.

E chiunque ode queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato ad un uomo stolto che ha edificata la sua casa sulla rena. E la pioggia è caduta, e son venuti i torrenti, e i venti hanno soffiato ed hanno fatto impeto contro quella casa; ed ella è caduta, e la sua ruina è stata grande».

Qualcosa di analogo lo possiamo scorgere in quella che nel Buddhismo Mahâyana, nel Daśabhûmikasûtra, nel Sutra delle Dieci Terre (una sezione dellʼAvataṃsakasûtra, o Sûtra della Ghirlanda di Fiori, che descrive le dieci tappe, o stadi, bhûmi, del procedere di un Arya Bodhisattva), dall’Illuminato Asceta degli Shakya viene chiamata ʽacintya sthânaʼ, ossia la ʽincrollabileʼ, la ʽinconcepibile dimoraʼ. Dal Buddha Shakyamuni la ʽdimoraʼ del Bodhisattva viene definita ʽinconcepibileʼ, perché nel suo procedere – procedere compassionevole in quanto egli vuol portare alla salvezza, alla Liberazione, e all᾿Illuminazione tutti gli esseri – il Bodhisattva ha realizzato la ʽGnosiʼ, la folgorante comprensione sovraconcettuale della ʽvacuitàʼ, essenza della Sapienza Trascendente, la Prajñâpâramitâ, dalla quale soltanto nasce la Illimitata Compassione, la Mahâkaruṇâ. Di fronte all᾿idea della ʽvacuitàʼ molti ricercatori arretrano spaventati, perché non la comprendono, anzi, neppure giungono a concepirla, o anche solo vagamente a intuirla. Forse costoro dovrebbero riflettere a quello che il Signore – in Matteo, 8, 19-20, risponde ad uno scriba:

«Allora uno scriba, accostatosi, gli disse: Maestro, io ti seguirò dovunque tu vada. E Gesù gli disse: Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figliuol dell’uomo non ha dove posare il capo».

Questo perché l᾿Io sono non si appoggia su niente, mentre può sorreggere tutto. E – repetita inscientibus semper iuvant, ossia: le cose ripetute giovan sempre agl’ignoranti – una volta di più, occorre porre davanti allo sguardo interiore le già più volte citate parole di Massimo Scaligero, scritte in Magia Sacra. Una via per la reintegrazione dell᾿uomo, Tilopa, Roma, s.d. ma 1966, p. 205: «Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi. Chi vuole reggersi, non ha capito»

Quella di sottovalutare la funzione del pensare, e di conseguenza quella di negligere, o addirittura evitare il fattivo, volitivo, intenso, sicuramente faticoso, impegno ascetico nella ʽVia del Pensieroʼ, nella fervida pratica interiore, viene ad essere – e non è affatto un giuoco di parole – una forma di irresponsabile ʽspensieratezzaʼ, che oggi, data la gravità dei tempi presenti, e di quelli ancora più difficili che verranno, nessuno si può permettere: nessuno, oramai, dovrebbe mai più permettersi.

Certo, la rosicruciana ʽVia del Pensieroʼ è una ʽViaʼ oltremodo esigente, ed il percorrerla è procedere su un aspro sentiero, irto di ostacoli, di difficoltà. Ma occorre non dimenticare mai – come non lo dimentica mai il Bodhisattva che ha fatto voto di salvare tutti gli esseri senzienti – che la vita di miliardi di persone è ben più difficile, ben più dolorosa, e a volte ben più insopportabilmente straziante, di quella di tanti sedicenti ʽspiritualistiʼ dall’insufficiente coraggio, dal troppo tiepido amore per lo Spirito, dalla troppo fiacca volontà, e dalla troppo grande comodità interiore, e non dimenticare mai, inoltre, che a quei miliardi di esseri umani dal destino è stata negata quella ʽLuceʼ spirituale, che a noi, invece, fu largamente donata, e non sempre da noi nel suo pieno, alto, valore adeguatamente apprezzata e venerata. Anzi vediamo che, ogni giorno che il Cielo manda, miliardi di persone – ed è ben doloroso doverlo constatare – affrontano – ancorché privi della ʽLuceʼ a noi donata – la vita, le sue tragedie, le sue difficoltà, privazioni e prove dolorose, con più coraggio, con più saggezza, con più generosità, con più lealtà, con più gratitudine, con più solidarietà e autentica umanità verso i propri simili di tanti sedicenti ʽspiritualistiʼ. Quel che costantemente, con la parola e con l’esempio, insegnò Massimo Scaligero è che «non si può seguire lo Spirito, ed essere borghesi nell’anima». Ossia. non si può vivere ʽal risparmioʼ, essere ʽavariʼ nell’impegno interiore, procedere in maniera ignave, evitando i pericoli, con la vile ʽprudenzaʼ dei pavidi. Ché vivere a ʽal risparmioʼ non è certo ʽvivereʼ. Pericoli – anche estremi – che, lo si voglia o no, incombono comunque, pericoli che non verranno affatto evitati mediante paura e viltà, le quali non solo non proteggono, ma indeboliscono ulteriormente, e addirittura espongono, sconsideratamente,  a maggiori pericoli.

Eppure, per non dimenticare la centralità del ʽpensareʼ, del ʽpensare puroʼ, di quel ʽpensare libero dai sensiʼ, che con troppa disinvolta ʽpre-sunzioneʼ è stato dichiarato essere una «esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica» e questa categorica, dogmatica, ʽpre-suntuosaʼ, affermazione è sicurissimamente un attacco allo Spirito, un vero e proprio attacco al Graal –  centralità che ha, e deve avere, nella ʽVia dellʼIniziazioneʼ dei Nuovi Tempi, basterebbe rileggere, e più volte ben meditare, quanto Rudolf Steiner scrive nel quinto capitolo, La conoscenza dei mondi superiori. (Dellʼiniziazione), de La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista da W. Schwarz, Gius. Laterza e Figli, Bari, 1947, pp. 249-251:

«Per chiarire questo punto bisogna riflettere che il pensiero umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato, poiché il pensiero contiene un’essenza interiore, la quale è in rapporto con il mondo soprasensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto, perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto per il mondo dei sensi, e giudica perciò incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo soprasensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero, che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando continuamente in tal modo gl’insegnamenti dell’investigazione occulta ci si abitua a pensieri che non sono tratti dalle percezioni dei sensi; s’impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero viene contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il loro nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre si pensa ci si trova nel campo di una forza soprasensibile vivente. L’uomo dice a sé stesso: «Vi è, in me come un organismo formato di pensiero; Io sono però tutt’uno con esso». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili che noi osserviamo con i sensi fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici. L’osservatore dei mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela, per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta ch’egli sia spregiudicato per poter dire ugualmente a sé stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo formato di pensiero». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato colore, o percepisco un determinato profumo. 

… Non vi è nessuna contraddizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei propri pensieri dagl’insegnamenti dell’investigatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’investigatore dello spirito desti nel suo uditore o lettore dei pensieri, che questo deve attingere anzitutto in sé stesso, mentre colui il quale descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».

Massimo Scaligero, in colloqui che periodicamente avevamo nel suo studio in Via Cadolini a Roma, alcune volte volle rievocare quel ʽmagicoʼ momento, carico di destino, nel quale – era una primavera dei primi Anni Quaranta del secolo scorso – egli aprì ʽcasualmenteʼ – ma per un occultista, ovviamente, il ʽcasoʼ non esiste – la Scienza Occulta di Rudolf Steiner esattamente nel punto nel quale erano scritte le parole sopra riportate. Una volta, volle addirittura indicarci le pagine dellʼedizione di Laterza, del 1932, che, in quei memorabili momenti, egli ebbe la ʽfeliceʼ ventura di leggere. Questi furono i pensieri che fecero sì chʼegli, per la prima volta, riconoscesse la grandezza spirituale di Rudolf Steiner, ossia che lo riconoscesse come il «Maestro dei Nuovi Tempi», e che sulla base di un tale autonomo riconoscimento del ʽMaestroʼ e della ʽViaʼ, che così inaspettatamente gli si apriva, decidesse di abbandonare i sentieri dellʼOriente e della Tradizione, da lui in precedenza seguiti, e di consacrarsi completamente alla Scienza dello Spirito, alla rosicruciana Anthroposophia, da lui in precedenza misconosciuta, criticata, e avversata.

Egli stesso volle descrivere quello che potremmo chiamare lʼ«incontro» per antonomasia quello decisivo – che significò la svolta radicale nella sua vita e nella sua ascesi in risposta al suo interrogare il Cielo e il destino. Così possiamo leggere nella edizione originale, quella non arbitrariamente alterata, curata da Massimo Scaligero stesso, di Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, pp. 66-67:

«Così avvenne che un giorno io avessi la risposta dalla direzione che meno mi aspettavo. Era un pomeriggio di primavera e stavo seduto su una comoda sedia per leggere qualcosa di semplice – giornale o rivista – prima di rimettermi al lavoro, quando, mancandomi un qualsivoglia foglio o libro di leggera lettura, allungai la mano verso un reparto della libreria in cui raccoglievo i volumi di scarso interesse o di frivola lettura e ne trassi La Scienza occulta di Rudolf Steiner.

… Trassi dunque dalla libreria La Scienza occulta, proprio per leggere qualcosa di semplice come una favoletta o un racconto sensazionale, dato che non avevo altro sotto mano. Aprii a caso il libro verso a metà e il mio occhio andò su una frase che immediatamente mi colpì: mi parve dirmi qualcosa di molto familiare: lessi e rilessi il periodo, lo meditai alquanto, e lʼimpressione di trovarmi dinanzi a qualcosa di essenziale gradualmente si accrebbe in me. Lessi ciò che veniva prima di quel punto e quello che veniva dopo, e mano a mano avevo la certezza di trovarmi dinanzi a quello che mi attendevo da tempo. Sulla scorta di UR, avevo bensì già letto e apprezzato volumi dello Steiner come Iniziazione e Coscienza dʼiniziato, ma in quanto seguivo fedelmente Evola e Guénon, avevo accettato da questi autori una critica severa riguardo allʼinsegnamento dello Steiner. Da anni conosco serie di ricercatori che, in base a tale critica, hanno rifiutato lʼAntroposofia di Rudolf Steiner: non conosco nessuno che, dopo aver accettato tale critica, abbia poi avuto la forza di ricredersi e di riconoscere nello Steiner, per a u t o n o m a  revisione critica, qualcosa di più che un Maestro, il Maestro.

Capii dunque dʼun tratto che forse mi attendeva un lavoro nuovo di verifica dei valori sui quali mi ero sino ad allora appoggiato. Mi sprofondai nella lettura della Scienza occulta, per avere conferma di una precisa impressione interiore: di pagina in pagina cominciai a riconoscere il paesaggio a me familiare: da quella esposizione però balzava un significato, come la relazione interna, o lʼessenza, che dava senso al tutto: la idea di cui la serie delle imagini era il linguaggio o lʼalfabeto: e tale significato, nel libro medesimo, rimandava a un metodo di conoscenza, il contatto con il quale cominciò parimenti per me essere come un  r i c o n o s c e r e, o un  r i c o r d a r e, qualcosa che già avevo realizzato con i miei mezzi, facendo dello yoga il mio yoga.

Ricordo che quel giorno, chiudendo il libro, ebbi per la prima volta lʼidea che dietro la figura e lʼopera di Rudolf Steiner si celasse la personalità del Maestro che molti affannosamente cercano in Oriente o nei recessi della Tradizione».

Dunque, la vissuta esperienza interiore che allora Massimo Scaligero ebbe nel leggere le pagine nelle quali Rudolf Steiner parla – indicandola apertamente come decisiva per lʼintero cammino iniziatico del discepolo dellʼIniziazione – del «pensiero puro», del «pensiero libero dai sensi», fu tuttʼaltro che una «esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», come – in maniera davvero insana e improvvida – fu scritto. Anzi, essa fu una esperienza frutto e culminazione di una  ʽdeliberata ascesiʼ, di una ʽascesiʼ di una intensità per molti difficilmente immaginabile, e, come tale, essa fu unʼesperienza supremamente ʽcoscienteʼ, che portò Massimo Scaligero alla scelta di consacrare, oltre i limiti dell’ego, l’intera sua vita alla realizzazione della ʽVia del Pensiero Viventeʼ, e – quando gli fu chiesto dallʼAlto – alla generosa, sacrificale, opera di orientamento, e indicazione di tale ʽViaʼ nei confronti dei sinceri ricercatori dello Spirito.

Ascesi Solare alla quale Massimo Scaligero – dopo lʼ«incontro» e il «riconoscimento» della figura spirituale di Rudolf Steiner – consacrò, con una dedizione ed una abnegazione senza pari, lʼintera sua vita, sino ai suoi ultimi istanti, fu tuttʼaltro che «una via incompleta e superata», come – in maniera altrettanto insana e improvvida, e persino insolente – fu esplicitamente detto, ventisei anni fa, a me personalmente, in casa mia, e davanti ad una testimone, da chi meno di tutti avrebbe dovuto, non fosse altro che per debito di gratitudine verso il Maestro. Quella Ascesi Solare fu, per parafrasare una mirabile espressione del Śûraṅgamasûtra, uno dei più bei Sûtra del Mahâyâna, il ʽGrande Veicoloʼ dei Bodhisattva, un «procedere eroico», una «marcia eroica». Un tale «procedere eroico» portò Massimo Scaligero allʼincontro con il Logos in totale indipendenza da tutte forme confessionali vigenti, soprattutto da quelle promananti dalla nota potenza straniera dʼOltretevere che, nel suo materialismo spirituale – mi si passi l’ossìmoro – vorrebbe realizzare, come esplicitamente dichiarò Rudolf Steiner, la paralisi, l’oscuramento e la morte dell’anima cosciente, la distruzione totale della Scienza dello Spirito, e a tal fine, oramai da oltre un secolo, con ogni mezzo illecito, immorale e criminale, instancabilmente si adopra.

Sin nellʼultimo incontro, chʼegli ebbe con alcuni di noi – era la sera 25 gennaio 1980, nel quale, come ogni ultimo venerdì del mese, dalla nostra città venivamo a Roma per il Rito della meditazione con lui – Massimo Scaligero affrontò, come faceva con insistenza negli ultimi anni, il tema del ʽrealismoʼ, che come ʽrealismo materialisticoʼ, ʽscientificoʼ, ʽeconomicoʼ, ʽreligiosoʼ, ʽmetafisicoʼ, persino ʽantroposoficoʼ, vede la realtà come esistente in sé, fuori dellʼatto del conoscere, fuori del quale, invece, nulla è vero, nulla è reale. Egli mostrò come tale ʽrealismoʼ sia la più potente arma antispirituale mediante la quale lʼOscuro Signore domina lʼessere umano, obnubilando la sua coscienza, paralizzandone la volontà, corrompendone la natura, cercando di trascinarlo definitivamente nel subumano. Ad un tale inferiore, antispirituale, ʽrealismoʼ, Massimo Scaligero opponeva un superiore, autenticamente spirituale, ʽrealismo del pensareʼ, il ʽrealismo etericoʼ, chʼegli chiamava anche ʽrealismo christicoʼ, o ʽrealismo del Logosʼ: nulla a che vedere con quel fideismo confessionale, che, nella sua dimensione di impotenza conoscitiva, ne è la pavida, rinunciataria, caricaturale, negazione. Che, persino in un campo che si pretende ʽreligiosoʼ, le cose stiano esattamente così è quanto afferma Rudolf Steiner nella VI conferenza,  La legge del destino – tenuta a Monaco il 30 maggio 1907  – de La Saggezza dei Rosacroce, trad. italiana a c. di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1973, pp. 67-68:

«Il materialismo ha agito sin nella religione. Non sono forse materialisti coloro che «credono» a un mondo spirituale, ma non vogliono conoscerlo? Questo è materialismo religioso, materialismo che desidererebbe veder svolgere davanti agli occhi il mistero della creazione in sei giorni, proprio come la grande evoluzione del mondo è descritta nella Bibbia, lo stesso materialismo che parla del Cristo Gesù come di una «personalità storica», senza badare al mistero del Golgota. il materialismo della scienza è soltanto una conseguenza del materialismo religioso; non esisterebbe se la vita religiosa non fosse impregnata di materialismo. Chi oggi non si sforza di approfondire il fenomeno religioso, contribuisce a produrre il materialismo nella scienza».

Ed oggi, la mondanissima compromissione della confessione, sedicente ʽcristianaʼ, facente capo alla suddetta nota potenza straniera d’Oltretevere, nel suo ʽrealismo sociologicoʼ, ʽpoliticoʼ, ʽpsicologicoʼ, ʽeconomicoʼ, è scesa a forme di ʽmaterialismo religiosoʼ persino più basse, persino più volgari e gravi di quelle prospettate da Rudolf Steiner in quella conferenza e in molte altre, ch’egli terrà negli anni successivi. In quellʼultimo incontro – egli ci lasciò poche ore dopo – opponendosi ad ogni forma di ʽrealismo antispiritualeʼ, pur mascherato dietro mille forme dialettiche, Massimo Scaligero chiese a quelli di noi, che quella sera eravamo presenti nel suo studio, apertamente di essere e rimanere rigorosamente fedeli a questo ʽrealismo del pensareʼ, alla esperienza ascetica  cioè non speculativa o filosofica, ma meditativa – del momento eterico del concetto.

Questo ʽrealismo del pensareʼ portava, inevitabilmente, come istanza ultima della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, a sfociare in quello che Novalis avrebbe chiamato «idealismo magico», secondo il quale: «tutto è nel pensiero, e nulla è fuori del pensiero», per cui «il pensiero, essendo unica realtà, è una prigione dalla quale non si può fuggire, perché non ha mura». Rudolf Steiner nel V capitolo, La conoscenza del mondo, della Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 71-72:

«La ragione per cui il pensare viene di solito trascurato nella considerazione delle cose, l’abbiamo esposta precedentemente (cfr. pag. 36 e seguenti). Essa consiste nella circostanza che noi dirigiamo la nostra attenzione soltanto sull’oggetto intorno al quale pensiamo, e non contemporaneamente anche sul nostro pensare. La coscienza primitiva tratta perciò il pensare come qualcosa che non ha nulla a che fare con le cose, ma ne rimane interamente in disparte, e in disparte fa le sue considerazioni sul mondo. L’immagine che il pensatore si forma dei fenomeni del mondo, non ha valore come qualcosa che appartiene alle cose, ma che esiste soltanto nella testa dell’uomo; il mondo è completo anche senza questa immagine. Il mondo è lì, completo in tutte le sue sostanze e forze; e di questo mondo completo in sé, l’uomo si fa un’immagine. Ma a chi pensa così, bisogna domandare: «Con che diritto considerate voi completo il mondo, senza il pensare?».

Massimo Scaligero, nell’ormai lontano 1970, mi inviò attraverso la lettera di L.  l’amico che mi fece l’inestimabile dono (un debito per me inestinguibile) di farmi conoscere la ʽVia del Pensieroʼ, e il Maestro  questo pensiero, che mi ha accompagnato per decenni come un aureo tema di meditazione, e che per me è la sintesi dell’«idealismo magico», che sta alla base della Filosofia della Libertà:

«La Via è dominare in maniera cosciente il momento dinamico del pensiero, che dà a se stesso la forma di concetto e nella percezione diviene oggetto».

Questa, del resto, fu la culminazione alla quale giunse lʼAscesi del Mahâyâna nella scuola Yogâcâra: la dottrina della Vijñaptimâtratâ, la dottrina della ʽsola coscienzaʼ. Del resto, Massimo Scaligero stesso ci fece più volte presente come il sorgere, oltre le forme del Buddhismo più antico, del Mahâyâna, delle realizzazioni ascetiche della śûnyatâ, della ʽvacuitàʼ, della scuola Madhyamaka di Nâgârjuna, della Vijñaptimâtratâ, della ʽsola coscienzaʼ, della scuola Yogâcâra dei fratelli Asaṅga e Vasubandhu, fosse un evento christico, conseguenza dell’evento del Golgotha, realizzazioni che nulla avevano a che fare con le forme di quel cristianesimo confessionale, che sempre di più andrà involvendo nelle forme degenerescenti del cattolicesimo. Naturalmente, si tratta del ʽpensiero-folgoreʼ, non del mero filosofico pensiero riflesso, ossia si tratta del ʽpensiero viventeʼ, che Massimo Scaligero ci ha instancabilmente indicato – e lo fece altresì in quelle ultime memorabili ore della sua vita – chiedendo a noi, esplicitamente, di rimanere fedeli a questa ʽViaʼ: appunto, a questa ʽViaʼ, e non a unʼaltra

Potrà forse stupire qualche lettore questo mio ripetuto nominare lʼAscesi, temerariamente audace, del Mahâyâna, di scuole come quella del ʽCammino di Mezzoʼ, del Mâdhyamakamarga di Nâgârjuna, quella della ʽpratica dello yogaʼ, dello Yogâcâra di Asaṅga. Ora, la biografia tramandata di Asaṅga riferisce come, in seguito ad un gesto di commossa compassione, gli si fosse manifestato il Bodhisattva – e futuro Buddha Maitreya, il quale lo condusse nel cielo di Tuṣita, ove lo illuminò con le dottrine del Vijñânavâda, ʽdella coscienzaʼ, del Vijñaptivâda, ʽdel contenuto della coscienzaʼ, o vijñaptimâtra, della ʽsola coscienzaʼ, o cittamâtra, della ʽsola menteʼ. A questo proposito, è veramente prezioso quanto scrive Massimo Scaligero nellʼVIII capitolo, Il vuoto e la quiete delle Gerarchie, de La Via della Volontà Solare, Fenomenonolgia dellʼUomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Napoli, 1962, pp. 282-283:

«Il ricercatore può ravvisare nella storia spirituale dell’Oriente, a partire dallʼEra Cristiana, il senso univoco delle diverse correnti metafisiche, soprattutto nel Buddhismo, da quando il grande Nâgârjuna, prendendo le mosse dal pratitya samutpada dissolve il mondo delle parvenze nel “vuoto”, che è ugualmente di là da e s s e r e  e  n o ne s s e r e , ma in pari tempo in tale direzione indica il pensiero come funzione capace di liberarsi dellʼattività concettuale in cui ordinariamente si determina, in realtà non viene negato nulla del Buddhismo delle origini: si può dire anzi che esso venga svolto in forme di conoscenza possibili appunto per la presenza di un impulso ulteriore che è la volitiva via verso lʼautocoscienza, riconoscibile anche quando si accende il grande contrasto dialettico tra il Buddhismo e le principaliscuole dellʼInduismo.
È evidente che tale elemento interiore nuovo converge verso la conoscenza del “vuoto” e si collega con il Terzo Veicolo, o Veicolo Adamantino: è la vocazione di Vasubandhu e Asanga. Secondo la loro biografia scritta da Paramârtha, i tre fratelli Asanga, Vasubandhu, Virincivasta, appartenevano inizialmente alla scuola Sarvastivâdin, che è il realismo del Piccolo Veicolo, ma questa dottrina non era sufficiente ad Asanga, che si elevò per virtù della meditazione al cielo Tushita, ove ricevette dal Buddha Maitreya lʼinsegnamento che poi espose negli scritti consacrati alla dottrina del «nullʼaltro che coscienza» (vijñaptimâtra)».

La sottovalutazione della funzione del pensare allʼinterno della ʽComunità Spiritualeʼ, della ʽComunità Solareʼ, è una forma di superficiale e sciocca ʽspensieratezzaʼ, che può avere conseguenze molto gravi. È una ʽspensieratezzaʼ irresponsabile, che denota lʼappannarsi della lucidità della coscienza e lo sfrangiarsi della tensione della volontà nei confronti dello Spirituale. In tempi così calamitosi, come quelli che stiamo vivendo, in tempi che potrebbero rivelarsi ʽfataliʼ, per lʼuomo, e persino ʽfatali senza ritornoʼ, sarebbe necessario scuotersi, con celere urgenza, dal torpido, e troppo comodo, narcotico sonno che stordisce, obnubila, fiacca, imborghesisce quelli che – per decisione prenatale – dovrebbero essere i ʽguerrieri dello Spiritoʼ, i ʽcombattenti della Schiera di Micheleʼ.

Non si tratta affatto di una mera questione ʽteoreticaʼ, ʽgnoseologicaʼ, ʽfilosoficaʼ, ovverossia di una mera ʽconvinzione intellettualeʼ, una delle tante, troppe, soggettive ʽopinioniʼ, delle quali è da sempre infetto il mondo. Anzi, il nostro ʽintelligentissimoʼ, e, ovviamente, tanto ʽilluminatoʼ, mondo moderno ha persino creato una apposita ʽprofessioneʼ, lautamente retribuita dal ʽpotereʼ: quella degli ʽopinionistiʼʽopinion-makersʼ, ossia ʽfacitori d’opinioniʼ, li chiamano anglofoni ed anglomani – accreditati ed unici autorizzati, che sui giornali, alla radio, in televisione, e in internet, spadroneggiano e, con aria di compunta serietà, si fanno ʽpersuasori occultiʼ – mai nomen fu più eloquente e rivelatore omen – ed ʽeducatoriʼ, abili ʽmanipolatoriʼ delle ingenue, impreparate, incolte, menti delle – ai loro occhi, naturalmente – inintelligenti, stupidissime, masse. Si tratta, invece, di una questione ʽvitaleʼ della Scienza dello Spirito: ʽvitaleʼ per la vita dellʼanima, la quale – senza una salda e sicura base conoscitiva, corrompendosi – facilmente può essere trascinata nel fallace mondo delle soggettive illusioni, delle morbose visioni, della più insidiosa, menzognera e tossica medianità. 

Più volte, su questo animoso blog, è stato messo in evidenza che avere cosiddette ʽpercezioniʼ, o ʽvisioniʼ, pretese ʽspiritualiʼ, di per sé non significa proprio nulla, perché ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ possono sì essere autentiche, ossia corrispondenti ad obbiettiva realtà, ma spessissimo – molto più frequentemente di quel che molti ingenui ʽrealistiʼ, poco o per nulla pensanti, neppure minimamente sospettano – sono solo sogni, o morbose allucinazioni, patologiche manifestazioni psichiche in conseguenza di alterati stati corporei, di stati medianici di coscienza, anzi dʼincoscienza, provenienti da una equivoca ʽtrascendenza dal bassoʼ. Come ebbi umoristicamente a scrivere anni fa – quis vetat ridendo dicere verum? – con gente che ha ʽpercezioniʼ e ʽvisioniʼ, ossia gente sicuramente in ottima fede, ma che ʽingenuamenteʼ e ʽrealisticamenteʼ credono, con assoluta sincerità, in maniera totalmente acritica, alle più improbabili e infondate ʽesperienzeʼ, ci posso riempire treni interi, bagagliaio e posti in piedi  compresi.

Che soltanto attraverso lʼesperienza cosciente del pensare, unicamente su sé fondato, sia possibile raggiungere una totale, assoluta, certezza, e che soltanto su tale cosciente esperienza sia possibile dare base sicura, fondamento incrollabile alla Scienza dello Spirito, e non sul misticismo del sentimento, o sulle soggettive percezioni visionarie, che son sempre in qualche misura medianiche, è quanto Rudolf Steiner apertamente afferma nella sua Filosofia della Libertà, già nella Prefazione alla seconda edizione, del 1918, ove, nella limpida ed esatta traduzione di Dante Vigevani, alle pp. 9-10, leggiamo:

«Quando, a suo tempo, scrissi il libro, mi limitai a non dire più di quanto nel senso più stretto sia in relazione con le due questioni sopra indicate. E se qualcuno dovesse stupirsi di non trovare ancora in questo libro nessun accenno al campo dell’esperienza spirituale di cui ho trattato in scritti miei più recenti,voglia considerare che, a quel tempo, non intendevo dare una descrizione dei risultati che si ottengono con l’indagine spirituale, ma soltanto costruire le fondamenta sulle quali tali risultati possano appoggiarsi. Questa Filosofia della libertà non contiene nessuno di quegli speciali risultati, così come non contiene, nessun particolare risultato, delle scienze naturali; ma di ciò che essa contiene non potrà, a parer mio, fare a meno chi aspiri alla certezza in questo genere di conoscenze».

E nel III capitolo, Il pensiero al servizio della comprensione del mondo, alle pp. 38-39, indica una esperienza interiore del pensare – nella sua interezza e massima intensità sperimentabile unicamente da chi si consacri totalmente alla pratica della Concentrazione – che sola può essere fondamento ad ogni altra esperienza, e dare assoluta certezza alla Conoscenza:

«Ma per chiunque abbia la capacità di osservare il pensare – e con un po’ di buona volontà questa capacità può averla ogni uomo normalmente organizzato – tale osservazione è la più straordinariamente importante di quante egli ne possa fare. Poiché qui l’uomo osserva qualcosa che egli stesso produce: non si trova di fronte ad un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività. Egli sa come sorge quello che osserva, vede i nessi e i rapporti. Vien conquistato così un punto fisso, dal quale si può con fondata speranza muovere verso la spiegazione di tutti gli altri fenomeni del mondo.

Il sentimento di possedere questo punto fisso indusse il fondatore della filosofia moderna, Renato Cartesio, a basare tutta la conoscenza umana sulla frase: «Io penso, dunque sono». Ogni altra cosa, ogni altro divenire, è là senza di me, non so se come verità, o come illusione o sogno. Una sola cosa io so in modo del tutto sicuro, in quanto io stesso la porto a sicura esistenza: il mio pensare … La più semplice affermazione che posso fare riguardo ad una cosa è che essa è, che esiste. Come questa esistenza si debba poi determinare più esattamente, al primo momento non posso dirlo per nessuna cosa che appaia all’orizzonte della mia esperienza. Bisogna prima, per ogni oggetto, esaminare i rapporti che esso ha con altri, per poter determinare in che senso si può parlare della sua esistenza. Un processo sperimentato può essere una somma di percezioni, ma può anche essere un sogno o un’allucinazione. In breve, non posso dire in quale senso esso esista. Questo, potrò anche non dedurlo dal processo, ma lo sperimenterò quando lo considererò in rapporto ad altre cose. Ma anche allora non potrò in fondo sapere se non in quale rapporto esso sta con queste cose. Il mio cercare arriva su terreno solido soltanto quando riesco a trovare un oggetto per il quale io possa ricavare il senso della sua esistenza dall’oggetto medesimo. Ma tale sono io stesso come essere pensante, in quanto do alla mia esistenza il contenuto preciso e poggiante in sé dell’attività pensante. Da qui posso io ora partire, e domandare: «Esistono le altre cose nello stesso senso o in un altro?».

E, poco oltre, a p. 40, per chi abbia sguardo acuto, e – ancora una volta – voglia sinceramente intendere, e non volutamente fraintendere, Rudolf Steiner indica lʼ«atto» interiore che, nella Concentrazione profonda, realizza la «contemplazione», lʼ«osservazione», la «percezione pura» del pensare stesso :

«Quello che con la natura è impossibile – il creare prima di conoscere – col pensare noi lo facciamo. Se volessimo aspettare di conoscere il pensare prima di pensare, non arriveremmo mai a pensare. Dobbiamo risolutamente pensare per poter poi, per mezzo dell’osservazione di ciò che noi stessi abbiamo fatto, arrivare alla conoscenza di esso. Per l’osservazione del pensare dobbiamo noi stessi creare prima un oggetto. Per l’esistenza di tutti gli altri oggetti è stato invece provveduto senza la nostra cooperazione».

Che poi è lʼesperienza ascetica da compiersi volitivamente, liberamente, e non imposta dalla natura, che Massimo Scaligero indica nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, III ediz., Tilopa, Roma, 1979, ove nel capitolo VII, pp. 21-23, ove scrive:

«Il pensiero pensante può essere obiettivato, così come per ora ordinariamente si giunge ad obiettivare il pensiero astratto. Questa operazione è la concentrazione del pensiero mediante un tema. Occorre sul filo stesso del procedimento del pensiero avvertire la necessità logica dell’ascesi pensante. 

… Lʼobiettivazione del pensiero pensante, o del pensiero in quanto sintesi dinamica, comporta il sorgere dellʼIo fuori delle condizioni della riflessità. Ma è già lʼazione dellʼIo. Per essere, ora esso non ha bisogno di riflettersi nellʼastrattezza che lo riduce al sensibile: comincia a vivere in quanto ha come supporto il moto sintetico del pensiero, in cui lʼastrattezza è dissolta.

Nella meditazione, o nella concentrazione, non coinvolto nel sensibile, lʼIo vede esterno a sé il pensare, ma, parimenti, non viene coinvolto dal sensibile, in quanto può vedere obiettivamente il pensiero: comincia a essere indipendente dalle condizioni della natura, la quale normalmente per via del pensiero può astringerlo a sé.

LʼIo può volersi nell’esistere, secondo libertà: può creare oltre il già creato, in quanto comincia a conoscere terrenamente un vivere che prima gli era estraneo: un vivere oltre quel passato che obbliga lʼuomo sotto forma di natura, tradizione, cultura, ed è errore se diviene condizione dell’esistere, fuori del principio dell’Io da cui sostanzialmente origina.

LʼIo può vedere il pensare libero nella sua oggetti vita: il pensare che pensa il mondo, onde può penetrare il segreto del mondo. Normalmente, lʼaderire dell’uomo al mondo dei sensi non è un penetrarlo, ma un essere afferrato dalle correnti della natura.

Innanzi allʼIo libero, il mondo dei sensi sorge come mondo sovrasensibile, perché penetrato nel fondamento: quello che erroneamente si cerca oltre il conoscere, fuori dellʼIo».

Questa è ʽVia oltre lo Yoga, oltre lo Zenʼ, insuperata, e superatrice di ogni antica ʽViaʼ, che Massimo Scaligero, dopo il riconoscimento della figura di Rudolf Steiner come Maestro dei Nuovi Tempi, con tutto se stesso  praticò durante tutta la sua vita,  la realizzò con una Ascesi senza uguali, e incitò noi a realizzarla a nostra volta. Questa, veramente, è – malgrado quel che, in casa mia e davanti ad una testimone, fu detto da chi maniera sciocca, presuntuosa, calunniosa e insolente, accusò Massimo Scaligero di essere ʽorientaleʼ, ʽyoghicoʼ, ʽbuddhistaʼ, di ʽmancare di rapporto con il Logosʼ, ʽcon il Graalʼ – e, non solo lo è, ma lo sarà sempre,  la «Via perfetta», la «Via completa» e «insuperata», che due vecchi Iniziati  – asceti di altra dottrina, a me infinitamente cari, che moltissimo ammiravano Massimo Scaligero, e che ora sono nei Campi Elisi – definirono essere la «Via Regia», la «Via Numero Uno», la «Via senza supporti», la «Via senza appoggi», la «Via senza mediazioni», la «Via diretta».

Naturalmente, questo «risolutamente pensare» è un «atto» della volontà che va a colpire, come un maglio pesante, la reazionaria natura inferiore, avida di statica e passiva inerzia, dellʼessere umano, e quindi per nulla gradito a tale ìnfida e infìda natura, da troppi millenni dominata da avverse potenze antispirituali. Non vi è da farsi illusione alcuna: questo attivo «atto» della volontà, che contrasta, e tende a dissolvere, la passiva, statica inerzia di questa asservita e asservente natura, costa moltissima fatica, e richiede – esige – grandi sforzi, instancabilmente ripetuti, e tenacia, volontà risoluta di persistere in tali ripetuti sforzi per tempi talvolta molto lunghi.

Chi si consacra, con dedizione totale, con sacrificale abnegazione, alla costante pratica della Concentrazione«lʼesercizio a sé sufficiente» lo definiva Massimo Scaligero – affrontando ricorrenti, frequenti, e per nulla gratificanti, periodi di aridità, che possono essere ogni volta non brevi, porta avanti una durissima lotta interiore contro la decadente, traditrice natura, lotta che va condotta con energia, senza sentimentalismi, senza misericordia, senza mai abbassare la guardia. Gli esseri umani che non cercano la liberazione dai lacci di questa natura, che si adeguano al degradante e abietto servaggio verso di essa, sono – come dicono in Oriente – «bestiame utile agli Dèi distruttori», i quali, ovviamente, non hanno affatto piacere a perdere «capi di bestiame»

Lʼantica, infida natura inferiore, reazionaria nemica di ogni mutamento della condizione di abietto servaggio dellʼuomo, ha facile giuoco nel tentare di persuadere molti a desistere anche solo dal tentare la difficile, aspra, faticosa ʽVia del Pensiero Viventeʼ: unica possibilità di liberazione e non ve n’è un’altra – dalla schiavitù rispetto al tirannico dominio, che su gli esseri umani, tramite la natura inferiore, hanno le antispirituali avverse potenze ostacolatrici. La millenaria ʽabitudineʼ dellʼanima – ché nullʼaltro è se non una tenace, ostinata, ottusa, ʽabitudineʼ, della quale sarebbe savio disfarsi prima possibilea rimettersi passivamente alle dinamiche della vicenda corporea, a far della ʽpsicheʼ, ossia della parte dellʼanima coinvoltà nella vicenda somatica, un impotente epifenomeno della vita corporea, fa sì che facilmente lʼessere umano si faccia convincere a scegliere un mero, e ben scadente, illusorio, ʽsurrogatoʼ della autentica ʽViaʼ spirituale. La ʽcomodità interioreʼ – che Marie Steiner, la fedele ʽcompagna dʼarmiʼ spirituale di Rudolf Steiner, definiva, assieme allʼambizione, al sentimentalismo mistico, come uno dei peggiori nemici dello Spirito – fa sovente preferire ad una scomoda ʽVia eroicaʼ una più comoda, torpida, ʽvia egoicaʼ, nella quale – permanendo lʼabietto servaggio – si possa tranquillamente continuare a ʽdormireʼ, e a ʽsognareʼ. I ʽsogniʼ, certamente, possono anche essere bellissimi, e presentarsi con caratteri di impressionante grandiosità, ed essere, proprio per questo motivo, pericolosamente illudenti. 

In taluni casi, poi, comodità interiore, sentimentalità mistica, e ambizione, possono presentarsi tra loro unite in una sciagurata, empia, ʽalleanzaʼ, e questa loro ʽalleanzaʼ porta – presentandosene lʼoccasione – allʼemergere prepotente di una egoica volontà di autoaffermazione, ad una violenta brama di potere, di incontrastato dominio, che a sua volta può portare tragicamente al disastro – come più volte è avvenuto già un secolo fa, ma anche in anni più recenti – intere Comunità spirituali. Lʼincapacità – o la non volontà – di sollevarsi dal soggettivo, passivo, poco cosciente, sognante, livello dellʼanima a quello oggettivo, attivo, pienamente autocosciente, sveglio dellʼIo, dello Spirito, è la causa del sottrarsi, spesso camuffato, al faticoso, risoluto, impegno nella ʽVia del Pensieroʼ, nella intensiva pratica della Concentrazione

Quando, poi, egoica autoaffermazione, divorante brama di potere personale, scaturite da comodità interiore, sentimentalità mistica, e ambizione, crescono sino a dar luogo ad una sorta di sciagurata ʽinflazione dellʼegoʼ, in taluni casi, può verificarsi una corruzione tale delle forze dellʼanima, che – malgrado ogni forma di autoillusione, anzi proprio a causa di essa – può manifestare inaspettate, pericolose, forme di cinismo e di malvagità. Un tale ʽegoʼ enfiato può sentirsi legittimato – spacciando la cosa come una forma di ʽfantasia moraleʼ – ad azioni niente affatto ʽpuliteʼ, ma giustificate – a loro dire – da un preteso ʽnobile fineʼ, dimenticando che Massimo Scaligero, citando il sapiente cinese Lü-tzu, affermava che «lʼignobile mezzo ingiusto perverte il fine che si pretende esser nobile e giusto».

A chi, poi, pur preso da quelle tre male figlie della inferiorecorrotta e corruttricenatura, sempre dominata e mossa da antispirituali avverse potenze ostacolatrici, voglia esercitar ʽspiritual magisterioʼ, e nella condizione di chi, evitando o persino avversando la radicale ʽVia del Pensieroʼ, si dia anima e corpo – è proprio il caso di dir così – come ad un sostitutivo ʽsurrogatoʼ, ad una passiva, semicosciente, sognante ʽvia dellʼanimaʼ, non sovvengano sempre le disiate ʽvisioniʼ e ʽcelesti rivelazioniʼ, vi è la tentazione – come, purtroppo, si è dovuto spesso obbiettivamente constatare – di ʽaffabulareʼ, ossia di ʽinventareʼ, di ʽimmaginareʼ, di ʽmentireʼ, sostituendo al ʽVeroʼ – alla ʽVeritàʼ, in quelle condizioni, non sperimentata, né sperimentabile – quel che si ritiene ʽverosimileʼ: ossia mera apparenza del ʽVeroʼ: e, in quanto tale, comunque menzogna.

Conciosiacosaché dalla soggettiva ʽillusioneʼ si scivola sciaguratamente nella ʽsuperstizioneʼ, e nella sfacciata ʽciarlataneriaʼ. E se qualcuno si permettesse di far notare le inevitabili incongruenze, le palesi, stridenti, contraddizioni, le assurdità, le non verità che scaturiscono da un cotal indegno modo di procedere, allora si scatenerebbe la più violenta avversione nei confronti di chi, volendo unicamente difendere la ʽVeritàʼ, avesse l’ardire di sollevar dubbi circa l’ambiguo, preteso, ʽspiritual magisterioʼ e sugli ʽerroriʼ che da esso fossero scaturiti. Si accuserebbe lʼincauto, il temerario suscitator di dubbi, di ʽspudorata presunzioneʼ, di ʽirriverenzaʼ, di ʽmeschinitàʼ, di ʽesser mosso da oscuri finiʼ, di ʽseminar discordiaʼ, di ʽessere paranoicoʼ, ʽmalatoʼ, di ʽesser posseduto dagli Ostacolatoriʼ, ʽbisognoso di severa correzioneʼ, e gli si farebbe attorno ʽterra bruciataʼ, lo si calunnierebbe, lo si infamerebbe nel peggiore dei modi. Il tutto, naturalmente, ʽa fin di beneʼ, in definitiva per il ʽsuo stesso beneʼ, e per quel ʽbene di tuttiʼ, ʽbeneʼ da costui – sempre a loro dire, ovviamente – messo in serio pericolo. Evenienze queste – provocate tutte da una soggettiva deviazione dall’autentico Sentiero della Conoscenza, dall’aver smarrita, o dimenticata, o addirittura mai veramente avuta, ʽl’intenzione originariaʼ come direbbe, con la delicatezza che la caratterizza, la mia sapiente amica Fang-pai: evenienze dalle conseguenze tragiche, purtroppo, sin troppo spesso viste. 

Prima di andare avanti, prima di immergerci nella visione della ʽViaʼ data da Rudolf Steiner. e rimessa al centro da Massimo Scaligero, prima di esporre – per quel che le poche e deboli forze del qui scrivente consentono – attingendo al tesoro di Aurea Sapienza comunicato da Rudolf Steiner, quanto di più delicato vi è dei contenuti della Scienza dello Spirito, ossia ciò che riguarda il  ʽMisteroʼ – inteso proprio nel senso ʽmistericoʼ – del Graal, è bene provvedere prima a ripulire il terreno da quanto indebitamente, insozzandolo, vi è penetrato. Prima di accingersi a principiar la Grande Opera, è necessario, assolutissimamente obbligatorio, come direbbero gli Elleni, far come Ercole, l’antico Eroe Solare, ossia ʽripulir le stalle di Augiaʼ. È quel che, appunto, necessariamente faremo nel proseguo del presente studio. 

SULLE DISCIPLINE INTERIORI

(La concentrazione – Marina Sagramora)

Le discipline interiori: in genere possono sembrare anche assai diverse, e molti saltano da questa a quella cercando invano la più adatta o la più facile, ma potremmo paragonarle a case costruite secondo concezioni costruttive ed estetiche differenti. Sostanzialmente identiche in quanto a funzioni primarie.

La funzione primaria dell’esercizio interiore è di consumare il pensiero dialettico ma non evitando il pensiero razionale: anzi volendolo con tale intensa dedizione da renderlo veicolo di una corrente superiore che è più-che-pensiero: il Volere non dedicato alla corporeità sensibile e come tale puro ed extracorporeo.

La percezione del più-che-pensiero nel luogo della caverna cranica è percezione dell’organo eterico.

Esso apre la strada verso il Centro (simbolizzato dal cuore) da cui irraggia la potenza di ‘sentire’ il pensare delle Gerarchie, operanti in noi e nel cosmo (svincolati dalla testa fisica, la capacità di avviarsi lungo la via del Cuore è la base della possibilità d’incontro con il Logos eterico).

Inoltre, come ho già accennato ad un amico, l’asse verticale della Volontà pre-corporea (fuoco di kundalini) vivifica l’attività di tutti gli organi sovrasensibili (chakras).

Per giungere a tanto la concentrazione è del tutto sufficiente, purché essa non s’arresti al suo primissimo gradino: tendere l’essere psico-fisico con cui dapprima ci si identifica, sudando – sopracciglia aggrottate e occhi doloranti – per mantenere ‘davanti’ una scivolosa fotocopia interiore di un oggetto sensibile.

Situazione non scandalosa, perché dapprima non si sa volere senza sensazioni, ma che, con vigorosa e ripetuta disciplina, dovrebbe venir superata in tempi ragionevoli.

Ho caratterizzato il primo goffo tentativo in questo modo, poiché l’opposta alternativa è quella pessima che è pure la più strombazzata; si trova persino sui settimanali o mensili salutistici e sportivi, e non credo valga la pena parlarne: il suo fine essendo il raggiungimento delle condizioni di vacche al pascolo imbottite di Valium.

Nel particolare, essendo tutti diversi, nel corpo, nell’anima e nella biografia, la Scienza dello Spirito ci offre una vasta quantità di discipline che possono completare, favorire o persino risolvere, in particolari momenti della vita, difficoltà e limiti interiori: sono di grande potenza, ad esempio, l’esercizio della Rosacroce, le meditazioni sui quattro elementi, le discipline principali della Scuola Esoterica, la Costruzione del Tempio formulata nelle Lezioni della prima Classe (XI lezione)… ma anche esercizi più defilati come quello della forma della propria pelle (Tecniche della concentrazione interiore, XXXVII esercizio), da farsi appena svegli, può cambiarti la vita, e altri ancora.

Va pure detto che molti esercizi possono, in situazioni interiori poco o nulla predeterminabili, presentarsi come Portali attraverso cui si accede ai tanti mondi (o “modalità dell’essere”) extrasensibili:  sono esperienze la cui natura si incide duraturamente nel tessuto intimo dell’anima.

E in taluni casi, decisi non da noi ma dalle Potenze che ci guidano invisibilmente,  esse ti portano incontro ai Maestri e al Santuario che irradia su tutto l’Occidente: situazioni rare, giacché l’uomo assai difficilmente possiede (per più di qualche attimo) le qualità richieste.

 

Non a caso Massimo insisteva spesso sul tenore di santità richiesto per l’Opera Solare. Lui non lo chiedeva a nessuno, ma lo esponeva come un fatto oggettivo.

Del resto qualunque via, anche la più lunga e difficile, come dice il vecchio adagio cinese, non può non iniziare che dal primo passo. Evitarlo in tutti i modi che l’umana intelligenza riesce ad escogitare, porta al danno e, nel migliore dei casi, allo spreco di una vita.

Il primo passo non può consistere in un atteggiamento, ma in un esercizio chiaro e regolato da un canone. La concentrazione (sono serenamente stufo di ripeterlo) è la via più diretta e concreta; nella retta concentrazione l’anima non può barare o sognare qualità che ancora non possiede.

Inizia come ricostruzione di un oggetto semplice, banale: di questo, evocato nell’anima, usando parole sub-vocaliche, oppure parole e immagini, oppure (più difficile) solo immagini, si fa un riassunto come fosse una descrizione da compitino di terza elementare, o come una breve “voce” enciclopedica (attenzione: l’esattezza rispondente al sensibile dei pensieri non ha importanza, mentre è assolutamente importante la rigorosa connessione tra i pensieri, la predeterminazione e la totale attenzione dell’anima nel decorso voluto).

La connessione voluta, le immagini volute devono possedere il loro significato, mai automatico, mentre è stolto e sbagliato tendere alla riproduzione esatta del sensibile: per la logica dell’esercizio ciò non ha senso. Già in questa fase dell’esercizio è possibile, per eccesso di dedizione al percorso, ‘staccare’ il pensiero dal personale-sensibile, dal soggetto ordinario e giungere all’esperienza del pensiero che pensa in noi, dunque all’iniziale percezione della sua obiettiva dynamis.

Comunque fa parte dell’evoluzione dell’esercizio consumare la ricostruzione dell’oggetto per volgere tutte le forze al suo puro costrutto formale: l’insistenza illimitata (e non interrotta) verso esso diviene ciò che affiora come sostanzialità reale: il flusso del volere.

Dunque è del tutto ‘naturale’ che, dopo anni e anni di concentrazione, ci si liberi dalla struttura dialettica dell’esercizio mirando direttamente alla concentrazione più essenziale. Purché il silenzio ne sia cornice e venga mantenuta, sia pure per tempi molto brevi, la totale attenzione non interrotta sull’oggetto di pensiero contemplato.

 

E’ anche possibile che nel tempo si possano ridurre i tempi dell’esercizio, perché, di solito, se la precedente disciplina era corretta, così vanno le cose. Io consiglierei soltanto di riprendere qualche volta tutto l’esercizio (capire bene il concetto di “noia” per l’anima): la ricostruzione dell’oggetto rimane una sicura pietra di paragone per l’anima che muove i passi successivi. Importante sarebbe non mollare la dedizione immessa qualsiasi cosa non accada: con forza e pazienza.

 

L’ARCHETIPO-MARZO 2022

Anno XXVII n. 3

Marzo 2022

AMOR VERITATIS. PARTE SECONDA.

Spesso ho ripensato e meditato le parole con le quali Baruch Spinoza, che mai fece compromessi di sorta nei confronti della Verità, e lo dimostrò conducendo, in dignitosa spartana povertà, una vita ascetica tutta consacrata alla ricerca di essa, chiude la sua Ethica more geometrico demonstrata, opera da me molto amata per il nitore stellare dei suoi pensieri, assolutamente estranei agli scomposti moti della umana psiche emotiva e istintiva, con alcune frasi che fanno intuire la non comune qualificazione spirituale e l’elevatezza della sua anima. Nei suoi pensieri ritrovo quella qualità, al contempo razionale e intuitiva, che sin dalla mia giovinezza ho amato nell’insegnamento, come ho avuto modo di ricordare, del Prof. Vasco Ronchi e dell’Ing. Eddo Mario Bartoli, i miei ʽmaestriʼ nella Scienza della Visione, nell’Ottica. Le parole con le quali l’ascetico pensatore olandese chiude la sua Ethica opera che Rudolf Steiner dava ad alcuni discepoli come testo da usare meditativamente per un volitivo rafforzamento del pensare cosciente le possiamo leggere, tradotte nella lingua di Dante, o in Bento de Spinoza, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, traduzione a cura di Sossio Giametta, Presentazione di Giorgio Colli, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, o in Baruch Spinoza, Etica dimostrata con metodo geometrico, a cura di Emilia Giancotti, Editori Riuniti, Roma, 2004, dalla cui p. 318, ho scelto di trarre la citazione del passo in questione:

«La via che ho mostrato condurre a questo, pur se appare molto difficile, può tuttavia esser trovata. E d’altra parte, deve essere difficile ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere infatti che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse esser trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».

L’affermazione conclusiva dell’Ethica che nell’originale latino di Spinoza suona «sed omnia praeclara tam difficilia quam rara sunt», e che ricorda il detto di Cicerone, nel De Amicitia, «Et quidem omnia praeclara rara» a me richiama alla mente le parole iniziali che Massimo Scaligero pose al principio del Trattato del Pensiero Vivente:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo».

La «rarità» di una esperienza così «eccellente» come quella del «terzo genere di conoscenza», cui allude qui Spinoza, ossia di quella sovrarazionale conoscenza intuitiva, che fa percepire (non meramente sapere) le cose, gli esseri, gli eventi «sub specie aeternitatis», e il conseguente «amore intellettuale di Dio», che da sì elevata, sperimentata, conoscenza necessariamente scaturisce, nasce tutta dalla adialetticità di tale esperienza, che va esperita ʽvivendoʼ – come li aveva ʽvissutiʼ lo stesso Spinoza i pensieri dell’Ethica sino ad averli lampeggianti nell’anima, e questo è molto «difficile» e «raro», soprattutto per l’inerzia e l’ignavia della reazionaria natura inferiore, che da millenni domina l’essere umano, oltre che per la frequente immaturità dell’anima di lui. Non diverso, ma ancora più esigente e «difficile», e di conseguenza ancor più «raro» conseguimento, è il còmpito che pone al ricercatore interiore, come istanza assoluta, Massimo Scaligero sempre nella stessa pagina iniziale del Trattato:

«Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa».

Spinoza mostra come la difficoltà che molti incontrano sia quella di liberarsi di quella ch’egli chiama «conoscenza inadeguata», ossia di una conoscenza irrazionale, istintiva, fantasiosa, immaginifica, che può produrre solo «idee false», «inadeguate», non corrispondenti alla realtà, e quindi incerte, fonti di errori e di infelicità. Mentre l’«idea adeguata», l’«idea vera», al contrario, è corrispondente alla realtà, e, per tale ragione, essa è certa, fonte di verità e di felicità. Non solo, ma la verità in quanto «idea adeguata» smaschera e dissolve le idee inadeguate, le idee false, l’errore e la menzogna. Infatti, Spinoza, in Etica, II parte, proposizione XLIII, nello Scolio ad essa relativo, a p. 158, dichiara, con una frase divenuta celebre, che: «Come la luce manifesta stessa e le tenebre, la verità è norma di stessa e del falso». Mentre la «conoscenza inadeguata», produttrice di «idee false», frutto dell’«immaginazione», genera false certezze. Infatti, in Etica, II parte, proposizione XLIX, Scolio, a p.164, leggiamo:

«D’altra parte, sopra abbiamo dimostrato che la falsità consiste soltanto nella privazione che le idee mutilate e confuse implicano. L’idea falsa, in quanto è falsa, non implica certezza. Quando, dunque, abbiamo detto che l’uomo resta tranquillo nel falso e non dubita di esso, non abbiamo per questo detto che egli è certo, ma soltanto che non dubita o che si acquieta nel falso, perché non si danno cause che facciano che la sua immaginazione fluttui o che la facciano dubitare».

Nel suo Tractatus Theologico-Politicus, nella Praefatio al medesimo, Spinoza mostra come la «conoscenza inadeguata», dando luogo ad «idee false», frutto di una scomposta e sregolata «immaginazione», genera false certezze anche nel campo religioso, suscitando fanatismo e pericolose passioni. Le persecuzioni, l’ostracismo, e addirittura un tentativo di assassinio, subiti da Spinoza, dimostrano ad abundantiam quanto giusta fosse la visione dell’ascetico filosofo olandese. Fanatismo e passioni, nate da «conoscenza inadeguata», da «idee false», da «immaginazione», portano sin troppo facilmente ad una degenerazione, che trasforma l’antica religione in vera e propria superstizione, la quale «estingue il lume dell’intelletto», evincendolo, da una religione vera.

Qualcosa di affatto analogo, come avremo modo di vedere nel corso del presente studio, viene sovente a manifestarsi in àmbito ʽesotericoʼ, perché per l’uomo attuale, sempre più profondamente affondato nella materia, sempre più dipendente dall’esperienza sensoria e dall’astratta intellettualità cerebrale, è oltremodo ʽdifficileʼ e ʽraroʼ accostare quella impresa ʽeccellenteʼ – come la potrebbe definire, oggi, Spinoza – di trascendere il pensiero riflesso, sperimentare il ʽpensiero libero dai sensiʼ, che Rudolf Steiner descrive nel quinto capitolo – La conoscenza dei mondi superiori (Dell’Iniziazione) della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, di giungere ad inverare il ʽpensiero-folgoreʼ, la trascendenza dell’universale Pensiero Vivente, segretamente immanente nell’individuale pensiero umano, indicata costantemente, e instancabilmente, da Massimo Scaligero in tutta la sua opera. Il non consacrarsi a questa impresa ʽeccellenteʼ in un’epoca estremamente pericolosa come quella che dal Cielo e dai Numi ci è stato dato in sorte di vivere – da parte di coloro che per destino hanno avuto il dono aristocratico e il privilegio raro di venire a contatto con la Scienza dello Spirito, con la ʽVia Solareʼ, ha portato al sorgere, all’interno delle Comunità spirituali, e in particolare di quella che Massimo Scaligero volle chiamare la ʽComunità Solareʼ, di ʽidee inadeguateʼ, di ʽidee falseʼ, frutto di ʽfantasiaʼ sregolata, di mera ʽimmaginazioneʼ soggettiva, e tutto ciò ha portato in non pochi casi a far degenerare quello che in era un mirabile dono celeste in volgare superstizione, ossia ha portato ad aprire il varco a deformazioni, a sacrileghe profanazioni, a calunniose diffamazioni, a indecenti strumentalizzazioni a fini di vanità personale, o a inconfessabili, ma facilmente intuibili, finalità politiche o confessionali, talvolta coincidenti. La Scienza dello Spirito – sia come metodo che come contenuto è quanto di più lontano si possa pensare da ogni forma di superstizione. Ciò viene ribadito in mille maniere da Rudolf Steiner, il quale, per limitarci ad un’unica citazione, così si esprime in Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile dell’uomo e del destino umano, trad. di Iva Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 148:-149:

«Nei momenti della conoscenza spirituale, la sua vita personale [sc. di quella del discepolo del Sentiero della Conoscenza] non esiste più se non come simbolo cosciente dell’eterno. Svaniscono i dubbi che ancora potevano sorgere in lui riguardo allo spirito, poiché dubitare può soltanto chi sia ingannato dalle cose sul conto dello spirito che opera in esse. E poiché il «discepolo della sapienza» può comunicare collo spirito stesso, scompare in lui ogni falsa immagine che egli se n’era fatta prima. La falsa immagine in cui ci si rappresenta lo spirito è superstizione. L’iniziato è al di sopra di ogni superstizione, perché conosce quale sia il vero aspetto dello spirito. L’affrancamento dai pregiudizi della persona, del dubbio e della superstizione è il contrassegno di chi, sul «sentiero della conoscenza» è salito sino al grado di discepolo».

Come più volte da me affermato su questo animoso blog, Massimo Scaligero volle portare una parola di verità circa la strumentalizzazione – strumentalizzazione attuata, a mio modo di vedere, in perfetta malafede di alcuni temi sacri della Scienza dello Spirito da parte di varie cerchie per motivi ideologici, politici, ed eziandio confessionali. Egli scrisse quelle parole di verità esattamente 51 anni fa, ma non è che da allora la situazione sia granché cambiata, se non in molto peggio. Quel che scrisse allora alla chiusa di uno dei suoi libri, egli volle poi farlo stampare anche come estratto, affinché potesse circolare più agevolmente. Tale estratto portava nel frontespizio il seguente titolo, non presente nell’Appendice, posta in chiusura del libro, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione. Appendice dal volume La Tradizione Solare di Massimo Scaligero, Teseo Roma, 1971.

In quel breve scritto, Massimo Scaligero evidenzia – usando parole di estrema severità – come una tale strumentalizzazione dei contenuti sacri della Sapienza Celeste, che a partire da Rudolf Steiner si è manifestata nella Scienza dello Spirito antroposofica, sia una illecita profanazione: soprattutto riguardo al tema del Graal, che più di altri ha subito una violenza totalmente ingiustificata. Con parole accorte, ma al contempo taglienti, egli individua varie ʽcentraliʼ responsabili di una tale spregiudicata, interessata e disonesta strumentalizzazione del tema del Graal, ma – come avremo modo di vedere – nel tempo, una cotale mala opra si è poi estesa allʼintera Scienza dello Spirito. Anzitutto si è avuta una strumentalizzazione da parte di ambienti politico-esoterici che si rifacevano al cosiddetto ʽtradizionalismoʼ guenoniano, ma ancor più a quello evoliano.

In ambienti guenoniani si è tentato, con grande sfoggio di erudizione dialettica, di accreditare una pretesa origine islamica della saga del Graal. Fece scalpore quanto scrisse il francese Pierre-Édouard Ponsoye, amico e discepolo di René Guénon, nel suo libro L’Islam et le Graal, redatto nel 1957, fatto per decenni oggetto di glosse, commenti, dotte recensioni, e persino, in taluni casi, di regolari lezioni universitarie. Ma gli ambienti guenoniani, in genere, si tengono lontani dalla politica, e agiscono, sullʼesempio dello stesso René Guénon, perlopiù allʼinterno di ambienti di europei convertiti allʼIslam, in particolare ascritti a qualche tariqah dellʼesoterismo musulmano, ossia nelle cerchie ʽsuficheʼ, oppure allʼinterno di logge massoniche, che cercano di convertire alla ortodossia del verbo guenoniano, o anche, sebbene più raramente, allʼinterno di cerchie dedite ad un più che problematico e cattolicissimo ʽesoterismo cristianoʼ. Ma – lo ripeto – generalmente i guenoniani evitano il coinvolgimento politico, e si buttano nella intensa coltivazione di una vasta quanto anidra erudizione filologica a sfondo esoterico.

La loro opposizione a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito è tanto esplicita quanto preconcetta, a partire da quanto scrisse in maniera ingiusta e diffamatoria René Guénon in Le Théosophisme. Histoire d’une pseudoreligion, pubblicata in prima edizione da Desclée de Brouwer & Cie, Paris, 1928. Tale opposizione a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito è, ripeto, esplicita, così come lo è, da parte dei guenoniani, quella nei confronti di Massimo Scaligero, che fu fatto oggetto di un capitolo di un libro, pubblicato postumo, di René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, più volte tradotto, anche recentemente, in italiano, nel quale l’islamizzato esoterista di Blois polemizzava nei confronti di uno studio che Massimo Scaligero aveva pubblicato, in più puntate, col titolo di Esoterismo Moderno, la cui prima parte era intitolata L’opera e il pensiero di René Guénon, sulla rivista Imperium, anno I, N. 1, maggio 1950. Avendo letto, e ben meditato, molte volte, sin dagli anni settanta dello scorso secolo, sia lo scritto di Massimo Scaligero che le critiche che gli rivolge René Guénon, devo dire che a questʼultimo sfuggì davvero lʼessenziale, per cui non solo le sue critiche – a mio modo di vedere – non coglievano affatto nel segno, ma addirittura, a causa di una sorta di deformazione interiore che gli distorceva la visione, egli equivocò tutto ciò che riguardava lʼinsegnamento di Rudolf Steiner, così come equivocò le indicazioni operative di Massimo Scaligero, dimostrando la sua totale incomprensione della loro posizione spirituale.

Ben più rilevante, e sotto molti aspetti dalle conseguenze ben più tragiche, è la strumentalizzazione e la tentata snaturazione del tema del Graal, operata da Julius Evola, e da coloro che al suo pensiero in vario modo si ispiravano, e che tuttora in forme spesso contraddittorie – ad esso ancor oggi si ispirano. La collusione e la compromissione dei seguaci del pensatore tradizionalista romano con la ʽpoliticaʼ con la peggiore e più sporca, manipolata, e manipolatrice ʽpoliticaʼ ha portato ad immani tragedie, ed anche a numerosi lutti. Quando Massimo Scaligero scrisse Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, nel 1971, Evola era ancora ben vivo. Infatti morirà lʼ11 giugno 1974. Ma Julius Evola già negli anni Trenta del trascorso secolo aveva voluto accostare il tema del Graal, tentando di dimostrare una pretesa origine ʽpaganaʼ, a suo dire celtica e germanica, della saga del Graal, cercando altresì di accreditare un contenuto ʽpoliticoʼ del mito – sempre secondo lui di natura ʽghibellinaʼ per giustificare le sue teorie a proposito di una sorta di ʽImperialismo Paganoʼ, oggetto di un suo discusso libro, che già negli anni Venti dello scorso secolo dette luogo a feroci polemiche. Veniamo così alla pubblicazione de Il mistero del Graal, I ed., Laterza, Bari, 1937, il cui testo Evola rivide e completò nella II ed., Ceschina, Milano, 1962, e poi ancora riveduta e ampliata nella III ed., Edizioni Mediterranee, Roma, 1972, sino alla IV ed. corretta con unʼAppendice e una Bibliografia, Edizioni Mediterranee, Roma, 1994, ristampata nuovamente nel 1996, giungendo infine alla V ed. corretta, Edizioni Mediterranee, Roma, 1997.

Per il suo ghibellino ed imperiale ʽpaganesimoʼ, Julius Evola è ferocemente avverso al Cristianesimo, anche se – devo dirlo – piuttosto ʽteneroʼ nei confronti di un certo cattolicesimo. Ovviamente, anchʼegli, come René Guénon, si contrappone duramente a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito, giungendo in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, prima ediz. Torino, Bocca, 1932, a forme veramente indegne di volgare sarcasmo e derisione nei confronti del Maestro. Ma ciò non gli impedì di saccheggiare a suo libito lʼopera del fondatore dellʼAntroposofia, di far passare per propri molti contenuti di Rudolf Steiner, e persino di pubblicare come roba propria, nel III volume della II (1955) e della III edizione (1971) di UR, apparse rispettivamente con i titoli di Introduzione alla Magia quale scienza dell’Io, e di Introduzione alla Magia, la descrizione degli esercizi fondamentali cosiddetti ʽausiliariʼ, alla lettera ʽcollateraliʼ, Nebenübungen, ma in realtà tutt’altro che ʽsecondariʼ tratti dai cosiddetti Quaderni Esoterici, Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», GA-245, Indicazioni per un discepolato esoterico. Dai contenuti della «Scuola Esoterica», O.O. 245, pubblicati per la prima volta in tedesco, alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, per volontà di Marie Steiner.

Conoscendo tutta una serie di retroscena e di aneddoti, dei quali lo stesso Massimo Scaligero volle, attraverso una particolareggiata narrazione, farmi partecipe, è veramente difficile – almeno per me – accogliere come cosa seria, e azione compiuta in buona fede, quanto Julius Evola scrive in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo. Analisi critica delle principali correnti verso il «sovrasensibile», Quarta edizione riveduta e ampliata, Edizioni Mediterranee, Roma, 1990, nel capitolo Critica dellʼantroposofia, p. 103. Lo stesso infelice, e a mio modo di vedere poco onesto passo, riappare tal quale nella cosiddetta «Quarta edizione corretta», con un saggio introduttivo di Hans Thomas Hakl, Edizioni Mediterranee, 2008, pp. 106-107:

«Sappiamo bene, perché ne abbiamo fatto noi stessi la divertente esperienza, che vi sono dei discepoli dello Steiner i quali, nel riguardo di tutto il sistema, quando esso non trova nessun riscontro in quellʼinsegnamento [sc. quello tradizionalista], hanno la sfacciataggine di ribattere chiedendo chi ci dice che il loro Maestro non abbia visto più a fondo di tutti i «grandi Iniziati» che lo hanno preceduto, così come un altro seguace ha presentato le sue elucubrazioni parasteineriane come qualcosa che va “di dello Yoga, dello Zen”, della Tradizione: a tal segno giunge lʼinfatuazione antroposofica».

È evidente dalla citazione, tratta dalla prima edizione del Trattato del Pensiero Vivente, Luciano Feriani Editore, Milano, 1961, avente come sottotitolo Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, che Julius Evola rivolge il suo attacco non solo contro Rudolf Steiner, ma anche contro lo stesso Massimo Scaligero, ossia per essere del tutto chiari egli rivolge il suo attacco non solo alla rosicruciana Scienza dello Spirito, allʼAntroposofia in generale, ma proprio alla Filosofia della Libertà e alla Via del Pensiero Vivente, che ne sono il «cuore». È il caso di dire che all’aggressivo e beffardo critico di Steiner e di Scaligero, esattamente come nel caso di Guénon, per una analoga, distorcente, deformazione interiore, era completamente sfuggito l’essenziale ed aveva equivocato tutto. Nellʼàmbito del presente studio, non ho modo di approfondire la questione di quanto quella indicata da Evola nelle sue opere sia una via irregolare al sovrasensibile, disamina che forzatamente dovrà essere rimandata ad un eventuale successivo studio, ma fin da ora è evidente la totale mancanza di qualificazione del tradizionalista romano rispetto al tema sacrale del Graal.

Cosa pensasse Massimo Scaligero circa la non validità dal punto di vista spirituale ed iniziatico, ossia circa lʼinsufficienza e lʼinadeguatezza della ʽviaʼ indicata e seguita da Evola, – e, cosa ancor più grave, circa quanto tale ʽviaʼ venga travisata da coloro che al suo pensiero e al suo esempio vorrebbero oggi richiamarsi, o che ad esso, a vario titolo, nominalisticamente, dicono di richiamarsi – lo si può scorgere in quel chʼegli scrive, con parole chiare e severe, in Dioniso, suo contributo al libro collettaneo Testimonianze su Evola, a cura di Gianfranco de Turris, prima ediz. 1973, seconda edizione riveduta e ampliata, Edizioni Mediterranee, Roma, 1983, p. 189:

«Julius Evola addita una direzione che, per essere creativa in senso esoterico, esige essere separata dalla sua fenomenologia, ossia dalla sua maya, dallʼethos che ne risulta in senso sociale, politico: soprattutto da questo. Certe mescolanze tradiscono lʼassunto spirituale: i peggiori disastri vengono sempre dalla collusione del Sacro con il profano. Una simile separazione, proprio per lʼassunto di una discriminazione del subtile a spisso, riguarda la direzione karmica di Evola. Il futuro cosmico-spirituale di lui si può metafisicamente scorgere: esso sarà determinato da quanta indipendenza egli abbia realizzato dalle opere scritte: sarà decisiva la possibilità che egli non si sia identificato con la propria espressione dottrinaria, ossia con ciò che è il mitico e mistico mondo dei suoi seguaci».

Quel che fa una impressione davvero notevole e, devo dire, alquanto strana, è vedere come alla cosiddetta «Quarta edizione corretta» di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, pubblicata dalla nota casa editrice romana, abbiano collaborato tutta una serie di personaggi dagli ambigui interessi, i quali, nella loro abbondante produzione letteraria e giornalistica, nei loro scritti, in video pubblicati su vari siti telematici, congiungono in una confliggente, equivoca, commistione, che rischia di essere teratologica, posizioni tra loro inconciliabili: scrittori che cercano di mescolare a forza Julius Evola con Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, tacendo la più che stridente contraddizione che il pensiero di questi ultimi ha rispetto alle idee del tradizionalista romano, o intellettuali impegnati in reazionarie ideologie politiche passatiste, o ultracattolici integralisti dalle forti simpatie monarchiche filoasburgiche, filoborboniche, e antitaliane, che sognano romanticamente un impossibile ritorno ad un Ancien Régime pre-1789, al fin di realizzare una novella ʽSanta Alleanzaʼ tra il trono e altare, nonché il ritorno in Roma del Papa-Re a governar felicemente risorti Stati della Chiesa, e magari perché no? anche la rinascita dell’asburgico Sacro Romano Impero, e del Granducato di Toscana, cercando di aggiogare al loro carro monarchico e clericale anche il paganissimo filosofo tradizionalista romano. Della ʽbuonafedeʼ di costoro, della ʽnobiltàʼ e della ʽonestàʼ dei loro taciti, non dichiarati intenti, è lecito dubitare fortemente.

Questa ambigua concordia attorno alla figura di Julius Evola, che si realizza tra ʽpaganiʼ roman-celtico-germanici, come essi amano spesso definirsi, e ʽcattoliciʼ tradizionalisti ultras enragés, malgrado lʼapparente stridente contraddizione, non stupisce più di tanto perché, pur nella loro concordia discors, essi tutti sono affratellati da un identico comun denominatore, come si direbbe in algebra: sono caratterizzati tutti da un non superato interiore limite conoscitivo che, al di là della ostentata idolatria romantica per una sentimentale ʽmitologiaʼ e l’uso, anzi l’abuso, di una disseccata, erudita, filologica, ʽdialettica esotericaʼ, li unisce in quella che Platone chiama ʽkoinonìa ton kakònʼ, la istintiva ʽcomunanza dei malvagiʼ, che li asserve ad un inconsapevole materialismo, e li rende, malgrado tutto, tra loro solidali in una empia alleanza contro la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero, che poi, in definitiva, è ancora una volta una alleanza contro il Graal, contro lo Spirito.

Oggi, poi, quella che Massimo Scaligero chiamava la «babelica confusione delle lingue», ha oramai raggiunto il parossismo, e si manifesta in una sorta esibizionismo mediatico da parte di vari personaggi in cerca di facile visibilità e commerciale lucrosa intraprendenza. Uno dei tentativi portato avanti da costoro è quello di strumentalizzare – persino sul piano della più sozza politica – in maniera davvero poco seria, e a volte francamente indecente, le figure spirituali di Rudolf Steiner, di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, per sostenere che il loro insegnamento – la rosicruciana Scienza dello Spirito, la Via del Pensiero Vivente sempre al dire di costoro, sarebbe un utile didascalico preliminare, qualcosa di unicamente propedeutico, di valore meramente pedagogico e introduttivo, per ʽvieʼ che – a loro dire– sarebbero ʽpiù elevateʼ, ʽpiù valideʼ, ʽpiù audaciʼ, ʽpiù potentiʼ, ʽpiù rapideʼ, ʽpiù completamente realizzativeʼ, come lo Yoga della Potenza di Julius Evola e la sedicente Magia Trasmutatoria, mendacemente spacciata per Alchìmia, di Giuliano Kremmerz. ʽVieʼ che, dopo esser passate per una medianica magia cerimoniale, spacciata per ʽTeurgiaʼ o ʽMagia divinaʼ, finiscono tutte nella fetida cloaca di una trasgressiva magia sessuale. Ho davanti agli occhi l’esito infausto, tragico, in non pochi casi addirittura mortale potrei citare nomi, date, e fatti – cui son giunti i cercatori delle ʽvie della facile forzaʼ, del ʽrapido conseguimentoʼ, come le definiva causticamente Massimo Scaligero, aggiungendo che «in realtà, non vi è nulla di meno facile, e salvo rare eccezioni di meno rapido». In un periodo in cui esploravo natura e consistenza di cotali ʽvieʼ, vi fu chi, con arrogante baldanza, mi affermò, ex cathedra, essere assolutamente certo che attraverso la sedicente ʽmagia trasmutatoriaʼ del mago di Portici, spacciata per Alchìmia, un seguace di essa poteva diventare, a suo dire in soli quattro anni, un ʽAdeptoʼ, un ʽMaestro dell’Arteʼ, una ʽDivinità Ammoniaʼ. Ne ho visti molti di codesti ʽAdeptiʼ diventare squilibrati, pazzi, malati, e non pochi di loro eziandio defunti. E in taluni casi anche delinquenti della peggior specie. Non certo ʽDeità Ammonieʼ. Un Iniziato, che di Massimo Scaligero aveva somma stima, e che per decenni fu mio grande amico, ora felicemente giunto ai Campi Elisi, mi definì quelle sozze pratiche trasgressive «una via sporca e deviata», ed io visti i tempi non poco calamitosi nei quali viviamo me lo tengo per detto.

Un altro tentativo, poi, è quello di fare una discutibile (e disgustosa) macedonia, o un immangiabile minestrone ʽesotericoʼ, in salsa new age, appiattendo tutto senza verun serio criterio, col mettere sincretisticamente allo stesso livello Steiner, Colazza e Scaligero, con Guénon, Evola, Kremmerz, e persino con Castaneda, Eliphas Levi, Papus, Gurdjeff e Crowley. Ora, il presente studio non è il luogo deputato per demolire una tale interessata mistificazione. Ogni cosa, eventualmente, a suo tempo. Ma che fra tutti costoro al di delle insanabili reciproche opposizioni, al di delle inconciliabili differenze, nonché delle interessate strumentalizzazioni – vi sia una reciproca ʽsolidarietàʼ quella che, più sopra, ho chiamata una ʽempia alleanzaʼ – nel contrapporsi alla Scienza dello Spirito, alla Ascesi del Pensiero Vivente, e di conseguenza al Graal, è cosa certa sin da ora. Sed nunc, de hoc, satis dictum est!

I suddetti abusi, ossia le sacrileghe profanazioni, le indecenti strumentalizzazioni della sacralità del tema del Graal, e della spiritualità ad essa essenzialmente connessa, hanno fornito abbondanti occasioni e pretesti a scrittori di professione, a saggisti, a pubblicisti, a giornalisti senza scrupoli, di scrivere una quantità inverosimile di sfrontate menzogne contro la Scienza dello Spirito, contro la figura di Rudolf Steiner, nonché contro la serie delle figurazioni simboliche legate alla trascendente realtà del Graal, prospettando illegittimi quanto improbabili accostamenti ad antiumane ideologie politiche, e ad oscuri ʽcultdemoniaci. Nel citato estratto, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, dalla Tradizione Solare, così si esprime Massimo Scaligero, di fronte ad una sì scandalosa profanazione e strumentalizzazione:

«Il fatto che la simbologia del Graal e della Tradizione Solare sia stata in qualche modo utilizzata come veicolo mitico da correnti politiche, non autorizza lo storico a derivare lʼazione di tali correnti dal contenuto di quella Tradizione: anzi il contrario. La funzione di simili abusi è sempre stata suscitare lʼequivoco riguardo al contenuto di sistemi esoterici e deviare la ricerca spirituale. Lo scopo illecito, tuttavia, viene ulteriormente perseguito, allorché taluni cronisti o saggisti, la cui capacità d’inchiesta è quanto di meglio oggi può essere richiesto da brillanti rotocalchi, si dedicano a tale esoterismo sospetto. Costoro, mentre riescono giustificatamente a scorgere lʼelemento demoniaco in tali fenomeni, non avvertono che la loro dialettica ne diviene lʼulteriore espressione, allorché essi ritengono riconoscere la provenienza di simile demoniaco da ispirazioni del sacro: che è unʼimpossibilità metafisica. Il Sacro, patentemente non distinto dal profano, ad opera dei profanatori sotto accusa, non viene distinto neppure dagli accusatori, ossia dagli accennati cronisti, i quali si trovano dinanzi a una materia che in realtà trascende il loro livello mentale e da essi tuttavia viene nominalisticamente ridotta a tale livello, onde stabiliscono accostamenti tra Sacro e profano, la cui illegittimità è appunto lʼelemento demoniaco da essi messo sotto accusa».

Appare in maniera sin troppo evidente come una tale spregiudicata strategia editoriale, cinicamente realizzata da scrittori, giornalisti e pubblicisti, che non si pongono problemi di coscienza di nessun tipo, offra facile pretesto e occasione alla nota potenza straniera dʼOltrevere di attuare un duplice attacco alla Scienza dello Spirito, allʼAntroposofia: da una parte, mediante una aperta, talvolta rozza e brutale, aggressione tramite scritti, e video in rete, velenosi, calunniosi, allarmistici, sommessamente apocalittici, e dallʼaltra, mediante una abile opera di penetrazione «allʼinterno della cittadella», per usare lʼespressione – che, come vedremo, si rivelerà profetica – di Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, da parte di ʽinsinuantiʼ particolarmente esperti nella moralmente assai dubbia arte del ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ. Chi scrive ha avuto più volte modo di mostrare, in maniera documentata, su questo temerario blog, come una tale insinuante opra di abile manipolazione non si sia tirata indietro, tra lʼaltro, neppure di fronte alla cosciente e sfrontata falsificazione di opere sia di Rudolf Steiner, che di Massimo Scaligero. Anzi, nel caso di questʼultimo, manipolazione e falsificazione sono state attuate – come ho avuto modo di dimostrare in maniera documentata proprio ai danni di unʼopera di estrema importanza come Dallo Yoga alla Rosacroce, che nella edizione del 2012, presentata come Vol. XVII di una collana di Scritti di Massimo Scaligero, pubblicata dalla romana Edizioni Mediterranee, si presenta non poco difforme rispetto allʼedizione originale del 1972. Ma si vede che colui che ha preso la discutibile iniziativa di una tale arbitraria alterazione degli scritti di Massimo Scaligero, circa la correttezza editoriale, prima ancora che etica e spirituale, la pensava e la pensa tuttora diversamente. Inoltre, lascia non poco perplessi il fatto che venga stampata una rivista avente per titolo proprio Graal. Rivista di scienza dello Spirito, edita in Roma dalla casa editrice Tilopa, rivista nella quale chi qui scrive ha avuto modo più volte di rilevare quanto possa essere indubbiamente sottile, abile, e al contempo esiziale, la ʽinsinuanteʼ strategia del già molte volte ricordato ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ, mediante il quale si cerca gradualmente – pedetemptim, ossia ʽun passetto alla voltaʼ, dicevano i sapienti Latini di diluire, alterare, realizzare quella che, nel secolo scorso, un esoterista dʼOltralpe chiamava ʽune voie substituéeʼ, mediante la quale, deviando i liberi cercatori dello Spirito su questa piuttosto scivolosa ed obliqua ʽvia sostituitaʼ, si vorrebbero condurre, anzi manodurre, senza che se ne accorgano, gli ʽsmarritiʼ, i ʽdissenzientiʼ, i ʽriottosiʼ, o, come usa dire oggi, i ʽnon omologatiʼ, in definitiva gli ʽereticiʼ, quali docili pecorelle al ʽsicuro ovileʼ dʼOltretevere. Colpa imperdonabile di chi scrive su questo temerario blog, che si ostina pervicacemente ad ospitarlo, è lʼaver denunciato, e fatto conoscere allʼuniverso mondo, questa obliqua, sleale, operazione, che si rivela essere anchʼessa un attacco contro lo Spirito, contro il Graal.

Del resto, la solidale omogeneità degli attacchi alla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e alla ʽVia del Pensiero Viventeʼ di Massimo Scaligero, condotti da tradizionalisti, da spregiudicati scrittori e giornalisti senza coscienza, da emissari, operanti apertamente, della nota potenza straniera d’Oltretevere, e da ʽinsinuantiʼ infiltrati, abilmente ʽmascheratiʼ, ossia operanti ʽsotto coperturaʼ, sempre a pro’ della medesima straniera potenza transtiberina, giunta ormai agli ultimi, infimi, livelli involutivi di una quasi bimillenaria degradazione spirituale, rendono oggi vera la constatazione, al contempo sottile e profetica, di Massimo Scaligero nel prosieguo dell’ultima citazione:

«Il loro sofisma è il demoniaco medesimo, naturalmente ad essi inconscio: non diverso da quello di chi accusasse una Chiesa di ispirare forme di agnosticismo, solo per il fatto che un gruppo di agnostici ne assume come proprio il culto».

Il che è esattamente quello che negli ultimi decenni è avvenuto, conciosiacosaché si ritrovano tra loro paradossalmente solidali in una empia alleanza contro lo Spirito, contro il Graal piaccia loro questa scomoda verità o non piaccia, lo ammettano o meno – dogmatici cattolici integralisti, altrettanto dogmatici cattolici modernisti, esoteristi tradizionalisti, scrittori mercenari e giornalisti senza coscienza e senza scrupoli, accomunati tutti da quel morbo che Rudolf Steiner in Le basi conoscitive e i frutti dell’Antroposofia, Editrice Antroposofica, Milano, 1968, nella prima conferenza, del 29 agosto 1921, tenuta a Stoccarda, chiama «agnosticismo, corruttore della vera umanità».

La cosa, pur nella sua enormità, non stupisce più di tanto, tampoco stupirebbe, oggi, lo stesso Massimo Scaligero, il quale aveva ben chiare le difficoltà che la ʽVia Solareʼ, la ʽVia del Pensiero Viventeʼ, la ʽVia del Graalʼ, avrebbero incontrate non solo da parte dei cattolici dogmatici, siano essi integralisti o meno, non solo da parte di altrettanto dogmatici tradizionalisti guenoniani, evoliani ed affini, ma anche da parte di poco consapevoli ʽantroposofiʼ, che banalizzano, annacquano, deformano, sfigurano, dogmatizzano, e a volte addirittura inquinano lʼinsegnamento di Rudolf Steiner, ed eziandio da parte di abili, mascherati, ovviamente ben più consapevoli di quel che fanno, ʽinsinuantiʼ, penetrati nel milieu ʽscaligeropolitanoʼ (come, celiando affettuosamente, lo chiama il mio ottimo amico C., intrepido asceta dʼaltra dottrina) a seminar discordia e a far guai. Quanto di tutto ciò fosse ben consapevole Massimo Scaligero, per chi voglia vedere, e non illudersi, chiudendo gli occhi ad una sgradevole realtà, è possibile scorgerlo da molti segni. Ne ricorderò uno solo che, per la sua facile accessibilità, è più rapidamente constatabile da chiunque voglia. Nella edizione originale quella non arbitrariamente alterata di Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, alle pp. 37-40, si possono leggere le seguenti parole, severe e profetiche al contempo, di Massimo Scaligero:

«I seguaci della Scienza dello Spirito, che non giungano a superare lʼunivoca dimensione dellʼanima razionale, e a questa inconsciamente riducano lʼinsegnamento e da essa, per quanto elaborata e filosofizzata, non escono, movendo perciò con mere rappresentazioni in un mondo di forze che permane loro impenetrabile: non sono dissimili agli evoliani che si muovono entro lʼanima razionale-affettiva, non andando oltre le rappresentazioni o le immagini della Potenza, non disponendo del canone della liberazione del loro rappresentare: il vincolo alla cerebralità è lʼimpedimento reale alla Potenza.

Lʼavvicinamento tra le due posizioni può sembrare paradossale, eppure, se si osserva tra le due posizioni può sembrare paradossale, eppure, se si osserva, riguarda lʼidentico limite interiore: limite inconscio, che nellʼavvenire provocherà alleanze inaspettate che appariranno assurde, ma saranno le più logiche. Nellʼimminente futuro, il dominio dellʼanima razionale creerà il vero fronte delle forze contro lo Spirito, in nome della Tradizione, della Religiosità come dellʼAteismo, dello Spiritualismo come del Materialismo: un fronte vasto che congiungerà molti, il suo vero livello essendo politico.

*

Contro lʼImpulso Solare di questa epoca, è prevista una serie di attacchi, da quelli frontali a quelli insidiosi e inconsci (ho persino accennato ad attacchi dallʼinterno medesimo della cittadella, ad opera di zelatori discorsivi delle dottrine), perciò si può ravvisare quello di Evola come il più frontale, anche se sostanzialmente dialettico, epperò dialetticamente reversibile. Ma una replica dialettica è proprio ciò di cui Steiner non ha bisogno.

[…] La dialettica è comunque il veicolo dellʼalterazione di ogni impresa dello Spirito, ma non in quanto una determinata dialettica possa provocare lʼatteggiamento spirituale irregolare, bensì in quanto questo trova in quella il proprio veicolo formale. Ciò avviene anche allʼinterno di una comunità spirituale, quando vi si associano esseri capaci solo di relazione medianica, e tuttavia assumenti un linguaggio dellʼanima cosciente: allorché il numero di costoro diviene preponderante, sarà proprio un medium a prendere la parola e ad insegnare la dottrina polarizzando il consenso di tutti i vocati allo Spiritismo, ai quali sostanzialmente occorre non tanto riconoscere il contenuto della Scienza dello Spirito e chi ne sia reale portatore, quanto realizzare il livello della loro necessità psichica. Come si vede, un risultato non molto diverso da quello derivante dallʼaccettazione della critica evoliana, e riconoscibile come fenomeno che lo stesso Evolismo patisce, allorché la popolazione degli incapaci di anima cosciente, epperò popolazione medianica, sʼinfatua, come si è visto, sentimentalmente delle sue dottrine della Potenza e il proprio sentimento scambia per volontà e forza».

Queste parole di Massimo Scaligero, scritte cinquantʼanni fa, nellʼultimo secolo del trascorso millennio, si sono rivelate profeticamente esatte. Ho avuto modo di vedere numerosi ʽintrallazziʼ tra la dirigenza della Società Antroposofica, sia in Italia che allʼestero, in campo pedagogico, in quello dellʼagricoltura biodinamica, ma anche della stessa Antroposofia, e soprattutto della Cristologia, con ambienti, dignitari, addirittura con alti prelati, della nota potenza straniera dʼOltretevere. Ho avuto modo di constatare collusioni di persone che, pur avendo ben conosciuto Massimo Scaligero, il quale aveva esplicitamente proibito loro di contaminarsi mai e per nessuna ragione con la politica, dopo la sua morte, sospinti da chi mal li consigliava, si sono gettati in quella immensissima fogna che è la politica italiana, tanto più con le formazioni più problematiche, manipolate e inquinate, una di loro tentando persino di farsi eleggere in parlamento. Poi vi son stati, e vi son tuttora, gli ʽinciuciʼ di elementi ʽscaligeropolitaniʼ con la Fondazione Evola, e con evoliani che fino a non molto tempo fa su Rudolf Steiner e su Massimo Scaligero gettavano palate di letame (e molti di loro continuano beatamente a farlo…). Ora, evoliani, kremmerziani, gurdjieffiani e crowleyani, a chi, come molti di noi, per decenni ha seguito, e praticato con impegno totale, senza risparmiarsi, con ostinata tenacia e fedele disciplina quotidiana, la Scienza dello Spirito, e la dura Ascesi della Concentrazione, vengono a raccontare che noi a loro dire, naturalmente non avremmo capito nulla, e che per nostra fortuna ora sono arrivati loro, che così ci possono spiegare cosa intendessero veramente dire Steiner, Colazza e Scaligero, con gran benefizio del nostro ottuso, limitato, intelletto. Vi è persino un tale, ovviamente evoliano che, nella bella Partenope, tiene corsi sul Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero, il quale, nel vedere una tale debordante verbosa dialettica, sicuramente si rivolterebbe nella tomba. Vi è, oggi, tutto un profluvio di ʽsapienzaʼ, una autentica inondazione, che dilaga su siti web, su blog e social forum di internet, su radio e televisioni locali e nazionali, in convegni e tavole rotonde, in produzioni cinematografiche, in riviste e libri che non valgono nemmeno la carta sulla quale sono stampati. Di fronte a cotanta abbondanza di inutile vuota dialettica, come non pensare a quanto Massimo Scaligero, sempre in Dallo Yoga alla Rosacroce, nel XVI capitolo, Secretum inviolabile, alle pp. 204-207, con severe parole ammonitrici, scrive:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è lʼidentico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno.

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale. […]

In quanto lo Spirito va destandosi dal sonno millenario su tutta la Terra, privo di coscienza del livello perduto, i Deviatori sono allʼopera perché la ricerca spirituale sia deviata, venendo asservita, al livello attuale, allʼuomo dominato dalla terrestrità, ossia dal mondo finito, quantitativo, al quale egli si è abbassato unicamente per uscire da tale millenario sonno.

Se questo sonno persiste, vestendosi tuttavia di attualità spirituale e in tal senso assumendo le sue persuasive forme, è inevitabile che chi si desta e, afferrando il senso del proprio destarsi, intende comunicarlo ai fratelli dormienti, sia da costoro considerato privo di connessione con la realtà, e che essi, per unʼocculta intesa, giungano a solidalizzare contro di lui, malgrado i loro dissensi di superficie. Il vero occultista conosce questa situazione: la sua arte è muovere nel retroscena di essa, perché questo gli rivela ciò che gli viene essenzialmente richiesto. La visione di tale retroscena è per lui un aiuto, quella solidarietà è un fenomeno che esige essere compenetrato di pensiero. Essa non è cosciente nei soggetti solidali, la cui intesa è il potere di una animadigruppo: egli può invero muovere mediante la forza che emana da essa sino a riconsacrarla.

Gli attacchi contro la Via Solare si susseguiranno da ogni parte, nessuna esclusa, compresovi perciò anche quello di coloro che da essa hanno avuto sostegno e aiuto.

Questa situazione, intensificandosi, chiarisce al discepolo il senso del sacrificio mondiale convergente nellʼindividuo umano, secondo lʼimagine della Bhagavadgita».

Queste parole di Massimo Scaligero, scritte cinquantʼanni fa, nellʼultimo secolo del trascorso millennio, si sono rivelate, una volta di più, profeticamente esatte. Anzi, sotto molti aspetti, la situazione è divenuta ancora più drammatica e tragica di quanto molti di noi, allora ancora giovanissimi, e piuttosto acerbi e ingenui rispetto al cogliere i ʽsegni dei tempiʼ di ciò che sin da allora andava preparandosi, potevamo intuire. Oggi, siamo chiamati ad affrontare le conseguenze di quella che Massimo Scaligero ci aveva preannunciato essere la «crisi di fine secolo», che avrebbe aperto il pericoloso nuovo millennio, «lotta di fine secolo», rispetto alla quale le anime soprattutto quelle appartenenti alle Comunità spirituali – avrebbero compiuto, a partire dal 1990, quella chʼegli chiamava la «scelta interiore», la «scelta di campo»: lottare per lo Spirito o contro lo Spirito, lottare per il Graal o in favore dell’Antigraal. Entrati, oramai, nel terzo decennio del nuovo millennio, chi non voglia illudersi, narcotizzando la sensibilità interiore, e anzi voglia guardare in faccia, in maniera inattenuata, senza cedere ad un troppo facile ed irresponsabile ottimismo, lʼattuale tragica situazione, può rendersi conto del fatto che la maggiore, anzi la massima responsabilità di tale situazione è delle Comunità spirituali in generale, e, in modo particolare della «Comunità Solare», come lʼaveva battezzata Massimo Scaligero. Si deve avere il coraggio di non voler mentire a se stessi, e di voler vedere che, in luogo della necessaria – assolutamente necessaria – consacrazione, vi è stata superficialità, irresponsabile faciloneria, mancanza di serietà, fiacchezza nellʼimpegno interiore, spensierata incoscienza, intellettualismo narcisistico, tiepido sentimentalismo, banalizzazione di temi sacri, mondanità, vanità, viltà, ricerca della comodità interiore, opportunismo e, in non pochi casi, latitanza, diserzione, tradimento.

Ci si può chiedere – ci si deve chiedere – come e perché sia stato possibile giungere ad un cotal disastro, come e perché si sia potuto disgregare – in una sorta di Caporetto spirituale – il ʽfronte della fermezz, proprio mentre quella che il Buddha Shakyamuni chiamava lʼ«Armata della Morte» dilaga apparentemente senza freni, e con accelerato furore si lancia a perseguire sempre nuove, ulteriori e più distruttive mete, tendenti ad un definitivo scivolamento, in ogni campo, nel baratro del subumano. Si tenta addirittura di imporre, spacciandola per ʽscienzaʼ, quella pandemonìa sotto forma tecnologica, che chiamano ʽtransumanesimoʼ. A questo proposito, gioverebbe che i seguaci della Scienza dello Spirito, della ʽVia Solareʼ, ben meditassero quanto scrisse Rudolf Steiner, oramai ai suoi ultimi giorni terreni, in Massime Antroposofiche. La via conoscitiva dell’Antroposofia. il Mistero di Michele, trad. di Lina Schwarz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, ove, alle pp. 222-225, troviamo quello che fu forse il suo ultimo scritto verrà pubblicato, infatti, il 12 aprile 1925, tredici giorni dopo la sua dipartita – dal titolo Dalla natura alla subnatura. Proprio nelle ultime tre Massime, nelle quali vengon qui messe in rilievo alcune parole, Rudolf Steiner descrive in maniera sintetica, ma anche estremamente chiara ed incisiva, la situazione pericolosa dell’uomo, e il còmpito al quale l’uomo è chiamato per superare tale pericolo:

«183 Nell’epoca delle scienze che si inizia alla metà del secolo diciannovesimo, l’attività culturale scivola a poco a poco non soltanto nei dominii più bassi della natura, ma sotto la natura. La tecnica diventa subnatura.

  1. Ciò richiede che l’uomo trovi, sperimentandola, una conoscenza dello spirito per cui si innalzi di altrettanto nella natura superiore, di quanto affonda sotto la natura con l’attività tecnica subnaturale. Così si crea nell’interiorità la forza per non affondare.

  1. Una concezione naturale anteriore conteneva ancora in lo spirito col quale è collegata l’orgine dell’evoluzione umana; a poco a poco questo spirito è scomparso dalla concezione naturale, e vi si è infiltrato quello puramente arimanico, riversandosi da nella civiltà tecnica».

Nella precedente p. 224, Rudolf Steiner spiega più diffusamente la situazione di estremo pericolo nel quale si trova lʼessere umano, ossia il fatto che «lʼesperimento ʽuomoʼ, che doveva portare ad esistenza Autocoscienza, Libertà e Amore, possa fallire». Con parole che non lasciano spazio alcuno a dubbi circa il còmpito che viene posto allʼuomo, così egli si esprime:

«Egli deve trovare la energia, la forza conoscitiva interiore, per non essere sopraffatto da Arimane nella civiltà tecnica. La subnatura deve venir capita come tale. Potrà venir capita solo se lʼuomo, nella conoscenza spirituale, salirà alla natura superiore extraterrena per lo meno altrettanto, quanto con la tecnica è disceso nella subnatura. La nostra epoca abbisogna di una conoscenza che vada al di sopra della natura, perché interiormente deve venire a capo di un contenuto di vita, pericoloso nella sua azione, che si è sommerso al di sotto della natura. Beninteso, questo non vuol dire che si debba ritornare a stati di civiltà precedenti, ma che lʼuomo trovi la via per mettere le nuove condizioni della civiltà in un giusto rapporto con se stesso e col cosmo.

Oggi, soltanto una piccola minoranza sente i gravi còmpiti spirituali che ne risultano per lʼuomo. Lʼelettricità, che dopo la sua scoperta è stata esaltata come lʼanima della esistenza naturale, deve essere riconosciuta nella sua forza che sta nel condurre dalla natura alla subnatura. E lʼuomo non vi deve scivolare assieme!».

Eppure, Massimo Scaligero, proprio nello stesso libro nel quale aveva posto come Appendice ammonitrice, Il Graal, oltre lʼequivoco e la superstizione, ossia ne La Tradizione Solare, pone come motto le parole, troppo facilmente dimenticate:

«Al rito del Sacro Amore, alla fedeltà degli Eroi solari.

Quale che sia il numero degli Eroi adunati nel Valhalla, non saranno mai troppi il giorno in cui la Belva irromperà”. Edda».

Il che significa che, sicuramente, sarà una dura lotta, e non una piacevole passeggiata, che sarà un aspro cimento e non un mero, scialbo, ʽevento culturaleʼ. Sarà una estrema lotta per la vita o per la morte dell’uomo, il quale deve combattere, risolutamente, disperatamente, con tutte le sue forze, per non perdere la propria umanità, ossia se non vuole scivolare nel subumano, precipitare, sfracellandosi, nel demoniaco.

Ora, tralasciando gli avversari della Scienza dello Spirito guenoniani, evoliani, ecceteriani – di cui sopra, ci si può chiedere come e perché proprio nella Comunità spirituale vi sia stato un così drammatico e tragico tralignare, un così scandaloso cedere quelle posizioni che invece avrebbero dovuto esser tenute – a qualsiasi costo – ben salde, si sia verificato un sì colpevole sfaldamento, che ha dato luogo a latitanze, a diserzioni, a veri e propri tradimenti. Questo è accaduto già nel secolo scorso, non solo in àmbito antroposofico, sia prima che dopo la morte di Rudolf Steiner, ma anche allʼinterno di quella «Comunità Solare», alla quale Massimo Scaligero specialmente dopo la dipartita di Giovanni Colazza aveva consacrato, sacrificalmente, tutto: annientando persino ogni più legittima esigenza personale, tutte le sue forze, e la sua salute stessa. Ma non si può dire che un tale sacrificio estremo sia stato da molti – dai più – compreso e apprezzato.

Ci si dovrebbe chiedere, con senso di responsabilità, come e perché sia potuto accadere – e non sarebbe mai dovuto accadere che quello che il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner, aveva portato in dono al mondo, la ʽSapienza Celesteʼ, l’Anthroposophia dal Cielo e dai Numi ʽgratia gratis dataʼ venisse alterata, banalizzata, intellettualizzata, deformata, sfigurata, depotenziata, svuotata, ridotta – per usare lʼespressione di Spinoza – a ʽsuperstizioneʼ. Ci si dovrebbe chiedere come e perché sia stato possibile che coloro che dal Cielo e dai Numi avevano ricevuto – ancora una volta ʽgratia gratis dataʼ – non solo la possibilità di incontrare la Scienza dello Spirito, la Via Solare, ma altresì, almeno per taluni di loro, di ricevere il dono aristocratico e il privilegio raro – è giusto, ancora una volta, chiamarlo così di incontrare e conoscere un autentico Istruttore spirituale, un Maestro, un Iniziato, come Massimo Scaligero, o, comunque, in ogni caso il suo aureo insegnamento, abbiano poi potuto lo stesso tralignare, deviare, disertare e tradire.

La mia cara amica Fang-pai – sapiente Figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma – con la compassionevole delicatezza che la contraddistingue, direbbe che tutti costoro hanno «smarrito e dimenticato lʼintenzione originaria», che hanno «voltato le spalle alla mèta», hanno «rinunciato all’impresa eroica», il che è sicuramente la più grande sciagura che possa capitare ad un discepolo del Sentiero della Conoscenza, ad un ricercatore dellʼIniziazione ad una più alta, autentica, vita spirituale. Il come, e il perché, di ciò ha a che fare col mistero della libertà umana, la quale non è, e non può essere una ʽrealizzazione fataleʼ, attuantesi in una forma in certo qual modo ʽmeccanicaʼ, ché in tal caso essa sarebbe non solo una miserabile illusione, ma addirittura perlomeno dal mio punto di vista nel considerar le umane cose – una ingiustificata, tragica, criminale, beffa nei confronti di quellʼincommensurabile oceano di dolore, di quella oscura e straziante vicenda che gli umani, e tutti gli esseri senzienti, patiscono su una Terra, che il mio amato Dante, nella Comoedia, Paradiso, XXII, 151, chiama «L’aiuola che ci fa tanto feroci».

Abbiamo avuto modo più volte di vedere – sulla base di inequivocabili comunicazioni di Rudolf Steiner – come la ragion dʼessere della creazione dellʼuomo da parte degli Dèi, delle angeliche Gerarchie Celesti, sia il portare ad esistenza nellʼuniverso Autocoscienza, Libertà e Amore. Per cui – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche è lʼUomo la mèta delle Gerarchie, e non viceversa. Ora, la ʽferociaʼ cui allude Dante è, ovviamente, il contrario dellʼAmore, e, come tale, è frutto di coercizione interiore, non certo di libertà. Questa ʽferociaʼ è un ʽfattoʼ che lʼessere umano, dominato da avverse potenze antispirituali, passivamente subisce, non un ʽattoʼ, chʼegli attivamente e liberamente agisce. Lʼascetico e stoico pensatore olandese, Spinoza, nella sua Ethica, chiarisce come nella passione e nellʼistinto lʼessere umano passivamente patisce e non agisce: egli, in uno stato di diminuita coscienza, viene ʽmossoʼ e ʽagitoʼ da cause che trascendono la sua scarsa o nulla consapevolezza, eppure illudendosi follemente crede di liberamente muoversi ed agire.

È evidente che nella passione e nellʼistinto – per esempio, nel caso dantesco sopra considerato, la ʽferociaʼ dettata da ʽavversioneʼ, le quali sono entrambi il contrario dellʼAmore, ma il discorso non cambia nei confronti di qualsivoglia altro istinto o passione – lʼessere umano, trovandosi in uno stato interiore di incoscienza – di ʽignoranz, di ʽavidyâʼ, ossia di ʽnon visioneʼ, di ʽcecitàʼ, direbbe il Buddha Shakyamuni rispetto alle cause che lo ʽmuovonoʼ e lo ʽagisconoʼ, non è libero a causa un impercepito interiore limite conoscitivo: egli manca di quella Autocoscienza, che sola è fondamento a Libertà e ad Amore.

Massimo Scaligero affermava e lo abbiamo rilevato più volte che «si ama perché si vuole amare, e non perché obbligati ad amare, o perché non se ne può fare a meno», ovvero si può amare veramente solo liberamente volendo, e non per una forzatura esteriore della propria volontà o per una costrizione interiore della stessa. Ma si può liberamente volere ed agire, solo se si è coscienti del proprio agire e dei motivi, compenetrati idealmente, che ci spingono allʼagire. «Age quod agis», «agisci, facendo con totale presente coscienza, quel che operando fai!», dicevano stoicamente i sapienti Latini. E il più alto grado di libertà si invera quando siamo noi stessi liberi da qualsiasi costrizione esteriore o interiore – i coscienti creatori dei motivi ideali, della forma e del contenuto del nostro stesso agire. Il che presuppone il divenir coscienti del momento genetico del pensare, lʼaprirsi coraggiosamente all’incandescente travolgenza del pensiero-folgore, alla potenza trasmutatrice del Pensiero Vivente. E questa è, davvero, una esperienza ascetica tanto «eccellente» quanto «rara»: una esperienza che va al di persino di tutto quanto può aver intuito e sperimentato lo stesso Spinoza, che va al di di tutto quanto possa aver intuito, e mai veramente osato sperimentare, dal Settecento all’Ottocento l’idealismo europeo – a parte la solitaria ed incompresa luce di Novalis e del suo idealismo magico in tutte le sue forme.

Lʼesperienza della travolgenza del pensiero-folgore, esperienza dissolvitrice dei limiti umani, è il ʽcuoreʼ, la ragion dʼessere della Scienza dello Spirito, lʼessenza stessa della ʽVia Solareʼ, della ʽVia del Pensieroʼ, che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno instancabilmente indicato. Il venir meno della volontà di consacrarsi alla realizzazione di una «eccellente» e «rara» esperienza, il giungere a temerla, a non potere più neppure concepirla, intuirla, e intenderla, fa che gli individui, che alla realizzazione di essa dovrebbero consacrarsi, come direbbe, e dice, la cara e sagace Fang-pai, «smarriscano, e persino dimentichino lʼintenzione originaria», che «non possano più concepirla né intuirla», e ciò, per mancanza di vera autocoscienza, apre la strada a ʽidee inadeguateʼ, a fantasie, a fisime soggettive, a pericolose illusioni, a patologici visionarismi medianici, scambiati per ʽveggenza spiritualeʼ, a intolleranti fanatismi, che facilmente possono far degenerare la vita della Comunità spirituale in «superstizione».

Certo, percorrere la ʽVia Solareʼ, indicata da Massimo Scaligero, è una difficile, faticosa, aspra impresa. Ma anche la vita di miliardi di esseri umani è un cammino faticoso, difficile, e per moltissimi, per troppi, insopportabilmente doloroso. La ʽVia Solareʼ pone un limite al dolore, talvolta lo attenua grandemente, o addirittura lo rende non necessario. E il percorrere il difficile, lʼaspro, e per questo ʽeroicoʼ, Sentiero dellʼIniziazione ha una azione trasmutatrice non solo sul discepolo spirituale, ma anche – sicuramente – sul mondo.

Questo una responsabilità illimitata ha sia chi abbia ricevuto inestimabile dono di incontrare la Scienza dello Spirito, sia alla ʽComunità Solareʼ, che questa Sapienza Celeste deve tràdere e non tradire, ossia la deve trasmettere al ricercatore spirituale, allʼasceta praticante nella sua inalterata integralità, nella sua immacolata purezza.

Per non tralignare, per non tradire, lʼasceta deve instancabilmente superare limiti – e sempre di nuovo, ogni volta, deve superarli – che sono i limiti del meramente umano, dell’umano-troppo umano, in definitiva dell’umano-animale, dominato da avverse potenze antispirituali, che non è e non può essere il vero autentico ʽumanoʼ, perché come scrive Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, p. 94:

«Lʼuomo che tenda alla reintegrazione non può non incontrare gli ostacoli che riguardano la normale condizione umana: lungo il sentiero, non può non trovarsi dinanzi quelle barriere che arrestano la vocazione dellʼuomo comune e lo costringono a rimanere ciò che è. A un dato momento queste barriere mostrano il loro potere di dominare ferreamente ciò che è possibile allʼuomo in quanto semplicemente tale. Lʼarte è allora vedere sino a che punto giunga questo potere: allato allo sperimentare umano, il pensiero libero dai sensi può dare simile conoscenza. Dʼonde la possibilità del libero imaginare, cioè del superamento del limite umano.

Non vʼè legame di cui non possa essere imaginato lo svincolamento, non vʼè strettoia di cui non possa essere imaginata lʼuscita, non v’è male di cui non possa essere imaginata la guarigione: il principio di realtà che è ora nellʼimaginare, apre il varco allʼazione dell’Io uno con lʼIo cosmico. Questo libero imaginare, che nasce dal suo essersi sussunto nell’ambito del suo negarsi in oggettività e in necessità, può compiere per lʼIo il miracolo del trascendimento del limite che la natura ora oppone con la forza di una determinatezza decisa, definitiva, motivo della disperazione e dell’abbandono della lotta. Qui il libero imaginare trova comunque il punto del trascendimento che, indicando che cosa va superato, è misura del passaggio dalla Terra al Cielo, dalla natura alla sopra-natura: così come un valico che si conosce, perché almeno una volta si è passati per esso. E ogni volta la vetta conquistata è perduta, perché nello Spirito non si sta, nello Spirito si è, e, per esserci, sempre occorre di nuovo imaginare il punto in cui è superabile lo stato di fatto, lʼostacolo, lʼerrore, lʼillusione».

Ed oltre, a p. 142, nel VII capitolo, Il cibo di resurrezione, Massimo Scaligero mostra quale debba essere il clima interiore che il discepolo dellʼIniziazione deve respirare come unʼaria spirituale – per mantener dèsta in sé la necessaria tensione della volontà, lo slancio interiore, il trasmutante ardore spirituale per compiere lʼOpera, per realizzare il Graal.

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere lʼispirazione di fondo, lʼabitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, lʼostacolo. Non vʼè ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nellʼunica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino allʼestrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto lʼeffimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Queste sono le parole di verità che, come un urgente farmaco risanatore, Massimo Scaligero porge al libero ricercatore, per indicare la autentica ʽViaʼ di realizzazione spirituale, affinché egli non si smarrisca nelle fallaci ʽvieʼ della sentimentalità, del misticismo, del visionarismo medianico, scambiato per ʽveggenza spiritualeʼ, oltre che nelle altrettanto medianiche e pericolose ʽvieʼ della magia cerimoniale, del sedicente tantrico ʽYoga della Potenzaʼ, come della sedicente alchemica ʽMagia trasmutatoriaʼ, ambedue operanti attraverso una distruttiva trasgressione sessuale.

Ma lʼessere umano – anche lo spiritualista che abbia scelto una qualsivoglia ʽViaʼ ooculta – teme essere lʼIo, che pur astrattamente sa e dice di essere. Massimo Scaligero innumerevoli volte ammonì che: «Non basta che l’Io sia, bisogna essere l’Io». Ovvero, non è sufficiente che l’Io esista: occorre compiere l’atto attivo di esserlo questo Io. E l’essere umano teme, soprattutto, essere un Io libero, l’autore responsabile e attuatore del proprio destino. Egli vorrebbe rimettersi passivamente ad un potere a lui trascendente, che fatalmente, senza sua attiva iniziativa, operando in lui, per lui, e in vece di lui, lo assolvesse dalla scomoda responsabilità di essere libero autore del proprio agire, e a tal fine egli va cercando un comodo ʽsurrogatoʼ alla eroica ʽVia dellʼIoʼ: oppone una più facile, consolante, comoda, passiva, e fatalmente illusoria, ʽvia dellʼanimaʼ alla dura, difficile, esigente, apparentemente – ma solo apparentemente tale – arida, eroica, ma faticosa e scomoda, ʽVia dello Spirito oltre lʼanimaʼ. Come della ʽViaʼ del Buddha Shakyamuni fu detto che «Buddhism has no milk for babies», ossia che la ʽViaʼ indicata dallʼIlluminato non ha illudenti consolazioni, ʽlatte per bambiniʼ, così anche la Scienza dello Spirito, la ʽVia del Pensieroʼ, non ha facili, comodi, consolanti, rassicuranti, ʽsurrogatiʼ per anime pigre, irresolute, pavide e immature.

Massimo Scaligero dissolve con parole chiarissime, nel capitolo IX, Lʼalbero di vita e la luce del Graal, de LʼUomo Interiore, pp. 174-175, questa infingarda, vile, aspirazione da parte dellʼuomo ad una fatale, irresponsabimente gratuita, salvazione compiuta dal Divino. Infatti possiamo leggere:

«Se la liberazione e la resurrezione fossero qualcosa di previsto, di fatale, esterno alla sua decisione, la libertà non avrebbe senso. Ma gli uomini, oggi, presi da una visione meccanica dellʼUniverso, la traspongono anche al piano metafisico e inconsciamente sognano una salvazione che comunque, da qualche direzione, per una sorta di automatismo trascendentale, dovrebbe venire: anche i più provveduti attendono una soluzione che venga da fuori. Se così fosse, la liberazione non avrebbe valore, che, nascendo da una gratuita provvidenza, non avrebbe relazione con lo Spirito. Non vʼè, infatti, salvazione o reintegrazione che non debba iniziarsi con la decisione dellʼuomo, perché solo a tale decisione può rispondere la Grazia. Occorre allʼattuale situazione del mondo lʼintervento di esseri liberi, che, conoscendo il valore della sfera sensibile, sappiano suscitare in una volontà capace di giungere ai confini di tale sfera: dʼonde unicamente può giungere la forza rettificatrice. A ciò la tecnica del «pensiero libero dai sensi» è la via».

Ancora una volta, avendo abusato più del solito della benevola pazienza del volenteroso lettore, mi fermo qui, rimandando alla terza parte di questo studio le ulteriori considerazioni. Sed omnia vincit Veritas!

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2022

Anno XXVII n. 2

Febbraio 2022