Novembre 2015

L’ARCHETIPO – DICEMBRE 2015

SCIENZA DELLO SPIRITO E FEDE

Minerva Botticelli

Non sono pochi, oggi, coloro che rivolgendosi all’esoterismo, alla ricerca di una Conoscenza spirituale in generale, o alla Scienza dello Spirito in particolare, cercano in essi qualcosa di analogo alla fede religiosa, un surrogato, un sostitutivo, o un completamento di ciò che da quasi venti secoli in Occidente viene offerto dalle varie Chiese, ossia dalle varie confessioni religiose organizzate. Sempre più spesso, oggi, nella fede religiosa si cerca semplicemente una consolazione nei confronti dei mali e dei dolori che affliggono la vita, e talvolta un sedativo o addirittura un narcotico nei confronti dell’angoscia esistenziale, della paura della morte e dell’aldilà.

Dall’esoterismo in generale, o dalla Scienza dello Spirito in particolare, si ritiene di poter ricevere – per via di rivelazione – una serie di “verità”, le quali vengono accolte, “credute”, e soprattutto “sentite”, senza per questo avvertire minimamente, nella maggior parte dei casi, l’esigenza di sperimentare realtà e fondamento di tali “verità”. 

Per il sopravvivere indebito di un antico e ormai esaurito atteggiamento passivo dell’anima, si tende a riprodurre nei confronti dell’esoterismo in generale, e della Scienza dello Spirito in particolare, un rapporto “religioso”, ossia fideistico, nel quale si accolgono acriticamente e dogmaticamente – sulla base di simpatie personali, di suggestioni sentimentali o istintive – tutta una serie di “verità”, che vengono accettate come “rivelate”, sulla base di un principio di “autorità” che per definizione si sottrae ad ogni forma di verifica. È la codificazione di uno stato di paralisi e di impotenza dell’anima, la quale teme e non vuole uscire dallo stato di passività e di dipendenza, alle quali millenni di servaggio alla natura corporea e psichica l’hanno costretta e abituata. L’anima umana, assuefatta alle proprie catene, è giunta ad innamorarsi delle mura della propria prigione, che teme abbandonare, e a scambiare per generosi e compassionevoli benefattori i propri carcerieri e aguzzini, i suoi spietati sfruttatori che la prostituiscono e l’asservono.  

Uno dei compiti della scienza moderna, la missione che costituiva il fine peculiare del suo sorgere, avrebbe dovuto essere proprio quello di liberare, in ogni campo, l’anima umana da questa forma di credula passività nei confronti di qualsivoglia principio di “autorità”, di qualsiasi forma di “fede” mistica e sentimentale nei confronti di uno Spirituale, sempre più semplicemente sognato. Ciò portò inevitabilmente al contrasto tra fede e scienza, alla condanna di Copernico e di Galileo, alla condanna e al rogo di Giordano Bruno.

Il problema del contrasto, del possibile o impossibile accordo tra scienza e fede, non è affatto – come molti credono – qualcosa di relativamente recente nella storia dell’umanità e nell’evoluzione culturale e filosofica della medesima. Certo, negli ultimi secoli, un tale contrasto, in seguito allo sviluppo della scienza moderna, è giunto a deflagrare in maniera davvero dirompente nel mondo occidentale, dando luogo a tutta una serie rapidissima di trasformazioni, talora convulse, sul piano religioso, politico e sociale. L’Illuminismo settecentesco, con la sua vasta influenza, è solo uno dei molti esempi possibili di tale fenomeno e delle conseguenti trasformazioni che, ad ogni livello, ne sono scaturite. Ma tale contrasto ha dietro di sé quello ben più importante e tragico, che sorse al tramontare dell’antico Mondo Classico, tra Conoscenza sovrasensibile e cieca fede confessionale.

Il problema della differenza tra Scienza o Conoscenza e fede era ben presente già nel mondo antico, sia in quello dell’Occidente pre-cristiano, sia in quello dell’Oriente prima pre-cristiano e successivamente a-cristiano. In un certo senso, esso è connaturato all’essere umano, alla sua costituzione interiore: al suo sentire, al suo pensare e conoscere. Ma tale problema nel mondo antico veniva risolto secondo una gerarchia di valori metafisici, filosofici e religiosi, che rendevano impossibile ogni contrasto e, in quel senso, rendevano saldi l’ordine e la coesione sociali.

Prima di entrare a fondo nel tema, è bene considerare il significato etimologico originario di parole come “scienza” e “fede”, il significato che esse hanno nella lingua italiana, e nelle lingue latine e greca dalle quali la nostra lingua deriva, perché il significato di tali parole si è operato in modo che nel corso dei secoli cambiasse alquanto: et pour cause – come dicono i nostri cugini francesi – ossia a sommo studio. Per cui chiedo venia al candido lettore per la pazienza che sono costretto a chiedergli riguardo a talune considerazioni filologiche, le quali a prima vista possono apparire noiosette anzichenò – lo ammetto volentieri – ma che hanno la loro importanza.

La parola “scienza” ha la sua origine nel vocabolo latino scientia, che deriva dal verbo scire, significante appunto conoscere, sapere, ed indica il conoscere sicuro, oggettivo, accertato, rigoroso, appunto “scientifico”, contrapposto alla mera opinione, puramente soggettiva, la quale, se può talvolta casualmente cogliere nel segno, rimane tuttavia senza autentica certezza, dipendente dalle preferenze personali, dai subrazionali condizionamenti psicologici, personali e collettivi, ed è per sua natura incerta e variabile, senza basi razionali e indimostrabile, ma soprattutto molto facilmente manipolabile.

La parola “fede” deriva dalla parola latina fides, la quale aveva originariamente un significato morale e non dogmatico, come invece ha assunto – anzi si è voluto che assumesse – sempre più negli ultimi venti secoli. Da essa deriva la parola fedeltà, in latino fidelitas, da fides (prima ancora feides) = fedeltà, lealtà. Concetto che ritroviamo nella parola greca πιστεύω (pistèuo) = fidarsi, credere, affidarsi. Per cui, fedeltà è la qualità di essere leali e coerenti nel mantenere gli impegni presi, i legami, gli obblighi assunti.

La fides era appunto la fidelitas, la fedeltà del legionaro romano verso i propri capi, quella del cives, del cittadino romano, nei confronti della Res Publica, verso la stessa Roma. Il venir meno alla fides, ai patti di fede giurata, era nel mondo antico motivo di sommo disprezzo. Per esempio, la locuzione latina Punica fides, tradotta letteralmente, significa fedeltà cartaginese. Il termine si basa sul nome con cui i romani chiamavano i cartaginesi, poeni, cioè puni, il quale deriva a sua volta dal greco φοίνικες-phòinikes, ossia Fenici dai quali i Cartaginesi discendevano. Nella cultura romana antica, questo termine era sinonimo di non mantenere la parola data, di mala fede, di fedeltà ambigua e sospetta. Infatti i Romani consideravano i Cartaginesi, loro acerrimi nemici, infidi e ingannatori. Purtroppo – e lo dico con molta melanconia – ho dovuto fare l’amara esperienza, sulla mia orsolupesca pellaccia, di come una tale punica fides, con tutto quel che implica di inganno, intrigo, menzogna, calunnia, simulazione, manipolazione, tradimento e spergiuro, abbia ampiamente preso campo – oltre che nella giungla della vita profana, dove oramai è data per scontata – nella Comunità spirituale, che dovrebbe invece esserne immune.

La fides o fede, nel senso di fiducia, naturalmente ha ben la sua ragion d’essere nelle ordinarie cose umane, ed anche nella ricerca della Conoscenza. Ma non si tratta di fede cieca, nel senso teologico che tale termine ha assunto in Occidente in talune confessioni religiose. Per esempio, se mi rivolgo ad un docente di matematica superiore affinché mi spieghi le equazioni differenziali a derivate parziali del primo, del secondo e del terz’ordine, naturalmente mi rivolgo a lui proprio perché io non conosco – ancora non conosco la materia in questione –  ed ho fiducia nella sua competenza e nella sua disponibilità ad istruirmi in quel particolare campo dell’analisi matematica superiore. Io non conosco la materia da apprendere e credo, ossia ho ragionevole fiducia, che essa mi verrà da lui insegnata. Il docente, invece, conosce l’analisi matematica ed è in grado di insegnarmela. Nel mio caso vi è fede, nel senso di fiducia, non certo di fede cieca. Nel caso del docente vi è, invece, scienza, e non fede: egli non ha fiducia che l’analisi matematica sia vera: egli lo sa che è vera, ossia ne conosce la verità, perché è in grado di dimostrarla a se stesso e agli altri con strumenti rigorosamente logici. Infatti, io non gli crederò semplicemente sulla base di una sua supposta “autorità”, bensì perché egli, dimostrandomi i teoremi e svolgendo i calcoli con algoritmi rigorosi, farà sì che io possa fare a meno di credere, per invece sapere.

A rigor di termini, anche il neofita che si accosta all’esoterismo o alla Sapienza Celeste si trova nella medesima situazione. Infatti, egli inizialmente nulla sa di che cosa sia realmente la Scienza dello Spirito. Certo, nella maggior parte dei casi, egli avrà sentito parlare o forse anche letto qualcosa sulla Scienza dello Spirito, ma questo non vuol dire conoscerla. Perché, come direbbe Dante Alighieri, è giusto affermare: “che ̕ ntender no la può chi no la prova” (Vita Nova, Cap., XXVI). L’Iniziazione è una trasformazione radicale, ontologica, di tutto l’essere umano, ed essendo un vissuto, in quanto tale è indicibile. La Conoscenza vera, autentica, è l’esperienza personale diretta, vissuta, perché occorre con Tommaso Campanella affermare chiaramente che: “tangere per manum alienam, non est scire, sicut comoedere ore aliorum non est manducare”, ovvero, tradotto il tutto nella bella lingua di Dante, così suonerebbe: “toccare, sperimentare attraverso l’altrui mano non è conoscere, non è sperimentare, così come mangiare mediante la bocca di altri non è certamente nutrirsi”. E per questa ragione nella scienza, nella conoscenza in genere, il principio di autorità, sul quale si basano da venti secoli le fedi confessionali dogmatiche, non vale un bel niente. Quindi, è sempre l’esperienza diretta e vissuta – regina sovrana in questo campo – quella che soprattutto conta, quella che sola ha diritto di chiamarsi autenticamente Conoscenza. L’esperienza della Conoscenza, della Scienza, porta al superamento del principio di autorità, al farne completamente a meno.

La fede, intesa come credenza, non è sapere, non è e non può essere, di per sé, conoscenza. Perché sapere non è credere, e credere di sapere, non è sapere. Così come neppure la mera informazione intellettuale, ancorché erudita e dialetticamente elaborata, non è e non può essere vero, autentico, vitale, sapere: non è scientia, non è Sapientia. Nel discepolato occulto – in ogni Iniziazione che sia autenticamente tale – si deve formare, e non meramente informare, o peggio ancora – come da taluni ci si sforza perfidamente di fare con un’abile operazione di “trasbordo ideologico inavvertito” – disinformare e deformare. La Sapienza non è “cultura”, o “informazione”, o “erudizione”: anzi spesso è proprio il contrario di essa.

Nel Medioevo, e ancora nel Rinascimento, per coloro che cercavano la conoscenza occulta, la Sapienza era un vissuto, più che un saputo. Così, per esempio, erano spesso degli illetterati quei Cavalieri Templari, dal coraggio ardente, che affrontavano la morte corporea sul campo di battaglia e la morte iniziatica nel Tempio, o nella solitudine della loro cella, con identico slancio. Essi il più delle volte non avevano “cultura”, non leggevano libri – sovente erano degli illetterati – eppure erano “sapienti” nel senso iniziatico del termine. Massimo Scaligero parlò più volte ad alcuni di noi di come, per esempio, rispondesse ad assoluta verità il fatto che, nella seconda metà dell’Ottocento, l’occultista tedesco Franz Hartmann, di ritorno dall’India, avesse incontrato a Napoli una cerchia rosicruciana, guidata da Iniziati del tutto illetterati, i quali lo stupirono con la vastità della loro percezione spirituale e la profondità della loro sapienza.

Venendo al mondo antico, nella tradizione classica mediterranea, si distinguevano due livelli di conoscenza, dei quali solo uno era considerato reale, e di conseguenza “scientia”. Nelle tradizioni sapienziali e filosofiche pitagoriche, eleatiche, platoniche e neoplatoniche, del mondo ellenico prima e di quello romano poi, si distinguevano bene “scienza”, ἐπιστήμη-epistème, che letteralmente indica la “conoscenza fondata” su solide basi, oggettiva, e quindi certa, dalla mera opinione, δόξα-dòxa, soggettiva, incerta, variabile, fondamentalmente ingannevole. Ancora oggi l’epistemologia indica la filosofia della scienza, mentre è significativo che la “DOXA” sia una nota agenzia di sondaggio delle pubbliche opinioni, con quanto di sommamente incerto, variabile e sin troppo facilmente manipolabile vi è nelle volubili opinioni delle masse.

È estremamente pericoloso, che nelle comunità spirituali abili “pupari” arrivino ad usare la mala arte, per inconfessati e inconfessabili fini, di “insufflare” per via di suggestione in fidenti anime semplici “opinioni utili”, della cui veridicità non si deve dubitare, e tanto meno osare verificare e discutere. Anni fa, verso la fine del trascorso secolo e millennio, mi trovai in quel di Roma di fronte al fatto che una persona, alla quale avevo fatto notare una serie di palesi contraddizioni, cercasse di chiudermi la bocca col dirmi: “Ora tu stai zitto, perché io ho ‘esperienze sottili’ e tu no!”. A parte il fatto, che io non sono certo il tipo che va a raccontare a giro le sue esperienze interiori, non potei fare a meno di ricordarmi le parole che Massimo Scaligero mi rivolse già nel primo nostro incontro, nel giugno del 1970, invitandomi apertamente “a non credere una cosa perché la diceva lui, o l’amico L. che da lui mi aveva accompagnato, o gli antroposofi, ma di verificare sempre e sperimentare rigorosamente ogni affermazione che mi venisse fatta: verificare sempre se era vero quel che mi veniva affermato come verità”. Il prendere alla lettera una tale indicazione di Massimo Scaligero mi avrebbe poi, negli anni, portato in rotta di collisione nei confronti di molti, che credevo amici, e ad andare incontro a disillusioni e sempre più amare esperienze. Mi resi conto che talune persone avevano, more jesuitico, della verità un concetto, per così dire, “a geometria variabile”, così come le medesime persone avevano un “concetto creativo”, ossia alla bisogna alquanto “elastico”,  dell’onore, dell’amicizia, della sacralità dei giuramenti fatti, del rispettare la parola data e i patti di fede giurata. Tutte cose, queste – avrebbe detto un tempo il Frosini – “che vanno bene per i macachi e i piccoli uomini”. 

Un fatto analogo mi venne raccontato da una cara amica di Roma – persona molto coraggiosa, della quale ho la massima stima – alla quale la stessa persona dalle ‘esperienze sottili’, che aveva cercato di mettermi a tacere, in una riunione nella quale la mia amica aveva sollevato una serie di obbiezioni più che fondate, tentò di tapparle la bocca dicendole: “Io sono gerarchicamente superiore a te, per cui tu ora stai zitta e ascolta quello che dico io!”. Beh, quando si usano di questi sistemi, è facile che una Comunità spirituale vada poi all’aceto: è un chiaro ritornare al principio teologico di “autorità”, per cui tanto varrebbe per costoro andare a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di una delle varie Chiese. Infatti…  

Per tornare al nostro tema, dobbiamo osservare come Platone distingua la conoscenza intelligibile o scienza, ἐπιστήμη-epistème, dalla conoscenza sensibile o opinione, δόξα-dòxa. Mentre l’opinione ha per oggetto il mondo dell’apparire sensibile – e chi per lunghi anni abbia studiato la fisiologia della percezione sensoria, per es. su testi rigorosi come Sui fondamenti dell’acustica e dell’ottica e la Genesi del mondo apparente del Prof. Vasco Ronchi, sa bene quanto soggettiva, variabile nel tempo e nei vari soggetti, in definitiva ingannevole, sia non solo la percezione visiva, bensì l’intera esperienza percettiva sensoria umana, quando essa non sia integrata dall’atto cosciente del pensare –  la scienza ha invece per oggetto l’essere, non sensibile bensì intellegibile.

L’opinione è frutto e dà luogo all’immaginazione, εἰκασία-eikasìa, e alla credenza, πίστις-pìstis, relative al sensibile, che per loro natura sono incerte, irrazionali, ingannevoli. La scienza è frutto e dà luogo, invece, prima, ad un livello inferiore, al pensiero logico-discorsivo, διάνοια-diànoia e poi, ad un livello superiore, all’intellezione diretta e intuitiva, νόησις-nòesis, relativa all’essere e all’essenza.

La vera scienza o epistème per Platone rappresenta la forma più certa, se non addirittura l’unica certa, di conoscenza, che possa assicurare un sapere vero e universale. Una tale conoscenza certa può essere ottenuta in due modi: tramite ragionamento logico-discorsivo (diànoia) o attraverso l’intuizione (nòesis), a-verbale e sovrazionale, che sono a ogni modo complementari tra loro, e delle quali però la seconda, l’intuizione folgorante, è assolutamente superiore alla prima. Si tratta infatti di un sapere interiorizzato, non trasmissibile a parole, di un vissuto come nella maieutica socratica, che ha il suo fondamento, nella sfera ontologica e intuitiva delle idee. Un tale sovrasensibile mondo delle idee – come vivente esperienza spirituale – è, per Platone, accessibile solo a pochi.

Come in Platone, anche per Aristotele la scienza o epistème rappresenta la forma di conoscenza più certa e più vera, contrapposta all’opinione (doxa). Pure Aristotele distingueva due percorsi conoscitivi: al livello più alto c’è lintuizione intellettuale, la nòesis, capace di “astrarre” l’universale dalle realtà empiriche, che si ha quando l’intelletto umano, non limitandosi a recepire passivamente le impressioni sensoriali dagli oggetti, svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le loro particolarità transitorie e di coglierne l’essenza in atto. Il secondo procedimento è quello della logica formale, di cui Aristotele è stato il primo teorizzatore in Occidente, e da lui enunciata nella forma deduttiva del sillogismo. Tuttavia, Aristotele collocava l’intelletto al di sopra della stessa razionalità sillogistica. Infatti, mentre l’intuizione intellettuale, la nòesis, è una percezione diretta, di ordine spirituale, nella quale l’anima conosce diventando tutt’una con l’oggetto conosciuto, nel sillogismo logico della mente ragionante si ha una deduzione logica, e quindi una conoscenza indiretta, e non una percezione diretta.

Se si coglie la differenza tra la conoscenza certa della Scienza – intesa nel senso antico, classico, del termine – o della Sapienza, e la variabilità, l’incertezza, l’arbitrarietà delle volgari e soggettive opinioni umane, che sono in fondo soltanto dei pensati, si comprende perché la moderna Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero, che vuole trasmettere una Conoscenza, si disinteressi delle precedenti opinioni del neofita che giunga ad essa. Non se ne disinteressa – come facilmente potrebbero pensare molti – per una sorta di facile buonismo, per un comodo pressappochismo scambiato per tolleranza, bensì perché le opinioni del neofita che si accosta alla Scienza dello Spirito – siano esse politiche, religiose, culturali o altro – sono, appunto, mere opinioni: soggettive, arbitrarie, sentimentali, istintive, variabili, irrazionali, non Conoscenza. E tali opinioni non devono – o non dovrebbero – essere portate nella ricerca spirituale: in quanto pensati sono veri e propri pesi morti e ostacoli, come lo sono istinti, brame, passioni, sentimentalismi, del cui gravame ci si deve liberare – o ci si dovrebbe liberare – entrando nella Via dell’Iniziazione.  

L’epoca della intellettualità ragionante oramai è definitivamente tramontata e finita. Ed è esaurita la funzione della razionalità come veicolo del puro Spirituale. Ancora in Platone e in Aristotele il pensare dialettico e discorsivo, in quanto nuova facoltà emergente nell’anima umana, poteva essere veste di un impulso spirituale. Oggi non il pensiero discorsivo, rigorosamente logico, ossia la diànoia di Platone ed Aristotele, bensì il pensare pre-verbale, pre-dialettico e pre-cerebrale, che come nòesis sia capace di conoscere mediante “intuizione”, ossia mediante un atto di identità immedesimante, è il veicolo dello Spirituale autentico nell’uomo. Solo il lampo del pensiero vivente – nel quale colui che conosce, l’atto del conoscere, e l’oggetto della conoscenza sono uno – apre il varco all’autentica esperienza spirituale. Ma ciò è ardua conquista, e presuppone la consacrazione dell’asceta alla pratica della Concentrazione.

Gnosi è una parola proveniente dal greco γνῶσις-gnòsis, significante “conoscenza”. Nel mondo ellenico, la parola Gnosi la troviamo usata spesso nel senso di conoscenza personale vissuta, di esperienza vitale concreta, in contrapposizione a un sapere astratto, meramente intellettualistico, appreso da altri o da libri, e non direttamente vissuto. Gnosi è la conoscenza certa, sperimentata personalmente e direttamente, alla quale nessun ragionamento dialettico, o dubbio, può sottrarci. Un po’ come nel francese connaître paragonato a savoir, o al tedesco kennen paragonato a wissen.  E nei primi secoli della nostra èra, venivano chiamati “gnostici” coloro che aspiravano alla realizzazione della Iniziazione cristiana. Per loro la Gnosi era l’esperienza trasfigurante e trasformante la quale, nella travolgenza folgorante di un solo istante, faceva sì che l’Iniziato non più credesse, bensì conoscesse. Ma nulla le Chiese hanno tanto temuto quanto questa esperienza di vivente Conoscenza trasfiguratrice, e si sono adoperate per secoli con ogni mezzo – anche i più crudeli e sanguinosi – per estirpare una tale Conoscenza, perseguitando spietatamente gnostici, manichei, bogomili, catari e tutti coloro che erano innamorati della divina Sophia. I fedeli dovevano – con sottomessa obbedienza – credere, e non conoscere. Ed oggi la situazione non è affatto cambiata, se ancora nell’immediato dopoguerra quel paganaccio impenitente di Arturo Reghini era costretto a scrivere che:

“I cristiani comuni sono e si chiamano credenti; potranno anche talora essere dei sapienti, ma i due termini non sono sinonimi, anzi; perché chi sa non ha più bisogno di credere. Ascoltate come si recita il credo e vi convincerete che il credente, non solo non ne capisce nulla, ma lo recita senza menomamente pensare al senso od a un senso qualsiasi di quanto sta recitando”. 

Gli antichi, sia Latini che Greci, connettevano il concetto di Conoscenza con quello di generazione. Aristotele definì Socrate lo scopritore del concetto sul piano filosofico, e chiama il concetto stesso “parto mascolino della mente o dell’intelletto”. Ed è usuale parlare, ancor oggi, di “mente fertile”, di “intelletto fecondo”, di mente che “partorisce idee geniali”, e così via, mentre la stessa parola concetto è legata all’atto del concepire, del concepimento, che sia nelle lingue antiche che in italiano, ha un duplice senso legato alla fecondazione, sia biologica che mentale o intellettuale. Naturalmente, una tale Conoscenza, o Sapienza, non ha nulla a che vedere con i processi della generazione fisica, come invece va affermando una pseudo-spiritualità deviata e trasgressiva, che da un po’ di tempo tenta, sempre più esplicitamente, di asservire il pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero alle depravazioni di un magismo sessuale spacciato per Alchìmia. La Dea della Sapienza, la casta Minerva, osserva nei suoi scritti il recidivo e impenitente Arturo Reghini, nel mito classico è totalmente estranea al processo della generazione sessuale: Ella, infatti, nasce, balzando armata, dalla testa di Giove, e rimane vergine, ossia non si concede alla generazione fisica: la sua generazione è unicamente di ordine spirituale: la Sapienza. E l’incorreggibile Arturo Reghini aggiunge, che questo era il senso allegorico e spirituale che i Pitagorici davano alla figurazione simbolica della Immacolata Concezione.

Ora, l’asceta che affronta le prove dell’Iniziazione, per un verso muore al mondo profano – e quindi si libera di opinioni, di dubbi, di stati d’animo irrazionali, sentimentali, passionali e istintivi – per un altro verso egli nasce, o rinasce, e quindi ha luogo su un piano spirituale un processo di fecondazione e ri-generazione, per il fatto che l’Io superiore feconda l’anima attraverso la luce-folgore del Pensiero Vivente, e l’anima partorisce la Sapienza.

Ma, come abbiamo visto, il sorgere nell’Iniziato di una tale Sapienza non è il frutto di una mera escogitazione razionale, non è informazione, o cultura, o istruzione: è la fulminea, folgorante, diretta percezione di un’essenza spirituale, perché come ammonisce Dante, “Trasumanar significar ‘per verba’ / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba” (Par., I, vv. 70-73). E quindi abbiamo a che fare con una esperienza vissuta, la quale, come ogni autentico vissuto, non è mai completamente traducibile in parole, ed è comprensibile, intuibile, solo a chi l’abbia anche lui sperimentata in modo vivo. Il dialettismo verbale, o verboso, è spesso la morte della esperienza spirituale autentica: non lo studio dialettico, bensì la Concentrazione, la Meditazione, la Contemplazione, rendono possibile l’intuizione, aprono il varco alla folgorazione interiore, all’irrompere della illuminazione, della esperienza spirituale diretta.

In effetti, sappiamo dagli Classici, che negli Antichi Misteri, non si disquisiva intellettualmente su qualcosa, bensì si sperimentava direttamente qualcosa, che sommuoveva tutte le forze dell’anima, trasformandola radicalmente. Aristotele, parlando dei Misteri Eleusini – sotto certi aspetti i più elevati dell’Antichità classica – dice che “coloro che penetravano nelle iniziazioni, non tanto imparavano qualcosa,  quanto piuttosto sperimentavano qualcosa”: ’ου μαθέιν ̕ αλλά παθέιν – ou mathéin, allà pathéin, ossia non per imparare, bensì per sperimentare un  πάθος – pàthos, che deve purificare e trasformare l’anima dell’iniziato, conducendola infine alla ἐποπτεία – ‎epoptèia, la visione folgorante della realtà spirituale essenziale: alla Gnosi.

La Gnosi è l’esperienza conoscitiva, di ordine sovrasensibile, e quindi spirituale, per sua natura intuitiva, pre-verbale e a-verbale, non ir-razionale e soggettiva, semmai sovra-razionale e oggettiva. Nel suo dialogo “Il Politico”, oltre che nel senso di significato “mistico”, o “esoterico”, “occulto”, “segreto”, Platone usa un tale termine addirittura col significato di superiore intelligenza, attitudine o abilità analoga al talento, o al genio, posseduti, nel muoversi nelle vicende della Polis, da chi abbia conseguito una superiore conoscenza spirituale, ossia la Gnòsis. E Pitagora definiva la sua filosofia esoterica γνῶσις των όντων – gnòsis ton ònton, “conoscenza delle cose, delle essenze intellegibili, che sono”, in contrapposizione alle cose o fenomeni che meramente appaiono.

Fuori della Conoscenza, certa, della Gnosi, vi è la l’opinione, la credenza, frutto della fede soggettiva, la quale non è conoscenza, e non dà certezza. Nella vita pratica l’opinione, la credenza, la fede, sono una necessità ed indubbiamente hanno il loro diritto d’esistenza. Non tutti giungono alla Conoscenza attraverso l’Iniziazione – intesa in senso reale e completo – e quindi è giusto lasciare un campo alla πίστις-pìstis, alla fede, alla fiducia.

Nella mitologia greca, la dea Pistis (Πίστις) è la personificazione della buona fede e dell’affidabilità. Così come sono personificazioni simboliche altre dee come Elpis (Speranza), Sophrosỳne (Prudenza) e Charìtes (Carità), che sono tutte associate all’onestà e all’armonia in ambito sociale. Il suo equivalente romano è, appunto, Fides, la fede, la fiducia. In Platone, il termine pìstis designa non tanto la conoscenza certa quanto l’opinione affidabile.

I problemi, il contrasto tragico, sorse allorché la parola fede fu portata dall’ambito dei rapporti sociali – ambito in cui aveva il significato morale di fiducia, fedeltà, affidabilità, e quello conoscitivo di opinione soggettiva affidabile – in quello religioso e confessionale, ove divenne credenza, obbligatoria ai fini della salvezza eterna, in dogmi, che non erano frutto di una esperienza spirituale diretta, di una conoscenza intuitiva sovrarazionale, bensì erano affermazioni, opinioni enunciate, che dovevano essere acriticamente accettate sulla base dell’autorità religiosa che le emanava. Si giunse al “credo quia absurdum”, al “credo perché assurdo” di Tertulliano, al “credo ut intelligam”, “credo per capire” di Anselmo d’Aosta, e alle varie posizioni della Scolastica medievale. Il “credere” obbligatoriamente alle affermazioni della “ortodossia”, ossia alla “giusta opinione” – ovviamente decretata “giusta” da una autorità religiosa assoluta e irresponsabile – divenne motivo non solo di “salvezza eterna” dopo la morte, ma anche di salvezza e integrità fisica in vita, perché si giunse alla più violenta intolleranza di ogni altra opinione diversa da quella decretata “giusta” dalla ortodossia imperante. Si giunse alla tortura, alla mutilazione, al rogo, nei confronti di coloro che venivano dichiarati “eretici”.

Nel Mondo Classico, la parola “eresia” designava semplicemente una scuola di pensiero: l’Accademia di Platone, il Liceo di Aristotele, il Giardino di Epicuro, il Portico degli Stoici, designavano semplicemente tali “eresie”.  

“Eresia” proviene dal greco αἵρεσις – hàiresis :  scelta, preferenza per una idea o una dottrina o un modo di pensare. In tale mondo antico, nel quale la religione era più rituale che dogmatica, l’hàiresis non aveva l’aspetto drammatico che rivestirà con l’avvento del Cristianesimo. In effetti, l’Antichità politeista separava il mito dalla filosofia e, di conseguenza, la fede, la credenza religiosa dalla scienza. Per tale motivo non erano possibili conflitti tra fede e scienza. Il monoteismo, invece, introdusse, la teologia, lo studio scolastico del Divino, rendendo filosofia e scienza “ancelle” sottomesse al servizio della teologia, la quale detta “verità rivelate” su Dio, di cui non è lecito dubitare o investigare il fondamento di certezza. Tali verità rivelate sono i dogmi.

E’ curioso notare come il termine “eresia” derivi dal greco αἵρεσιςhaìresis, derivato a sua volta dal verbo αἱρέωhairèō, nel senso di “afferrare”, “prendere”, e più specificamente “scegliere” o “eleggere”. In tale àmbito indicava, come abbiamo visto, scuole filosofiche come quella pitagorica, quella platonica o quella stoica. Dunque, in origine, eretico, era colui che sceglieva, colui che era in grado di valutare più opzioni prima di aderire ad una filosofia, o una dottrina, o ad una corrente religiosa, e il termine hàiresis era normalmente usato persino nel mondo ebraico più o meno ellenizzato per indicare le varie scuole filosofiche o religiose, come quelle di SadduceiCristiani, Esseni e Farisei. E, sia nel mondo greco antico, che in quello ebraico ellenizzato questo termine non possedeva, originariamente, alcuna caratteristica denigratoria. Con l’avvento al potere nell’Impero romano da parte dei Cristiani, a partire dall’era costantiniana, cominciò un’era di dogmatismo, di passionalità, di intolleranza, di repressioni, di violenza, di stragi, di torture, di roghi.

Una intolleranza ancora più feroce rispetto a quella usata nei confronti di coloro che, all’interno del Cristianesimo, non si uniformavano ai dogmi della proclamata Ortodossia, venne esercitata nei confronti di coloro che, attraverso l’Iniziazione, cercavano non la soggettiva opinione-doxa, ma la Conoscenza spirituale diretta e oggettiva: la Gnosi. Esempi illustri di Iniziati, martiri dell’intolleranza confessionale, sono Giuliano Imperatore e la filosofa alessandrina Ipazia, ambedue vilmente assassinati, e Ipazia in maniera particolarmente feroce e raccapricciante.

Il mondo classico, greco e romano, non ebbe mai una Ortodossia, e di conseguenza non conobbe dogmi, ossia concetti religiosi cristallizzati. Ebbe una Ortoprassi, ossia la pratica devota di riti familiari, gentilizi, statali, o misterici, che erano alla base dell’ordine e della coesione sociale, e miti: riti e miti che ognuno era libero di interpretare come voleva o poteva, a seconda del proprio livello di maturità spirituale. Vi era, in tale àmbito, assoluta libertà di opinione, con tutta la varietà che tale libertà comportava. Poi vi era, inoltre, l’Iniziazione ai Misteri per coloro che aspiravano ad una esperienza e ad una conoscenza più elevata e diretta dello Spirituale e del Divino. Ma non vi erano dogmi, o dottrine da credere obbligatoriamente. La stessa cosa avviene tutt’oggi in Oriente: in India, in Cina, in Giappone. In Oriente convivono negli stessi luoghi, e a volte nelle stesse famiglie, i culti religiosi rivolti alle Divinità più diverse, ognuna delle quali vista e sentita dai singoli fedeli come la principale, come la suprema. Perché si è coscienti, secondo il detto vedico, che: “la Realtà è una, le verità sono molte”. Ciò porta facilmente alla più ampia e generosa tolleranza, perché nessuno che ami la propria verità, sente di possedere l’interezza della Verità, e concede volentieri che altri possano possedere altre verità, o aspetti diversi e complementari dell’Unica Verità-Realtà. Questa è al di là delle opinioni umane, delle molte e frammentarie piccole verità parziali umane. Ma l’Iniziato può innalzarsi, attraverso l’Iniziazione, l’Illuminazione, l’Estasi, alla vivente esperienza, alla Conoscenza dell’Uno-Tutto, del Divino-Uno che trascende ogni parola o rappresentazione umana. Ma per giungere ad una tale così elevata esperienza, bisogna spogliarsi delle opinioni, delle credenze, delle fedi, delle teorie, delle dottrine, dei dogmi, e trasformare totalmente se stessi, affrontando il morire nella discesa agli Inferi, e il rinascere nella resurrezione iniziatica al mondo dello Spirito.

In Occidente, la fede irrigidita in dogmi cristallizzati, che non chiedevano comprensione e conoscenza, bensì esigevano accettazione incondizionata e imponevano sottomissione, andò in rotta di collisione frontale prima con la Sapienza del Mondo Antico, e poi a partire dalla fine del Rinascimento andò a scontrarsi con la nascente scienza moderna copernicana, kepleriana, galileiana e newtoniana. Scontrò che portò, per esempio, alla condanna del sistema eliocentrico copernicano – rimasto al bando dalle scuole cattoliche sino al 1828 – al rogo di Giordano Bruno, all’umiliante abiura imposta a Galileo Galilei, ad infinite altre atroci persecuzioni.

D’altra parte, l’oscurantismo clericale spinse alcuni settori della scienza, nella lotta sempre più acerba contro il dogmatismo curiale, ad un materialismo sempre più radicale ed anch’esso divenuto sempre più dogmatico. Certo, non tutti gli scienziati sono caduti in un tale rozzo e intollerante materialismo, ed è giusto riconoscere i grandi meriti della scienza moderna. Ma quella che oggi soprattutto manca, drammaticamente manca, è una scienza delle cose spirituali, una Scienza dello Spirito rigorosa, come lo sono le scienze matematiche o quelle fisiche e naturali, ossia una Gnosi, che nasca da esperienza spirituale diretta, e non da credenze, dogmi, tradizioni, sopravvivenze di antiche mistiche, oramai esaurite, e così via. L’attuale contrapposizione tra scienza e fede, è la conseguenza della più antica contrapposizione tra Gnosi e fede, provocata dalla lotta che le confessioni religiose dogmatiche hanno aspramente condotto contro il principio dell’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, contro il principio dell’esperienza spirituale diretta, contro la Conoscenza. Vi è urgenza che venga, come nell’antico Mondo Classico, ristabilita una gerarchia di valori, che doni nuovamente la prevalenza alla Sapienza, alla Scienza, alla Conoscenza, alla Gnosi, altrimenti invece di civiltà, dovremmo parlare di intolleranza, di violenza e di barbarie.

Ci si può chiedere che cosa spinga molti esoteristi, e in particolare coloro che hanno conosciuto la Scienza dello Spirito, ad una morbida accondiscendenza nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, ad un bisogno di condividerne gli aspetti liturgici e comunitari, a cercare un rapporto o addirittura l’approvazione della gerarchia ecclesiastica. Alcuni amici hanno avuto modo, rimanendone oltremodo perplessi, di leggere nel numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si vorrebbe presentare come antroposofica, un ripetuto e abbastanza esplicito invito ad accostarsi alla vita sacramentale della Chiesa. A parte l’esser funzionale agli inconfessati e inconfessabili finalità di chi vuole deliberatamente operare nella Comunità spirituale un “trasbordo ideologico inavvertito”, una tale proposta può essere espressione unicamente di una rinuncia all’eroica impresa spirituale, di una paura, di un incoercibile spavento di fronte all’esperienza, alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il dogma – sia esso cattolico, antroposofico, o catto-antroposofico – è un qualcosa che chiede solo di essere accettato e “creduto”, non sperimentato. Si rimane nella passività dell’anima senziente o dell’anima razionale-emotiva: non si esce dal servaggio alla natura caduta, non si compie l’esperienza attiva dell’anima cosciente.

Certo, la Via del Pensiero è dura, ed è sicuramente dura la pratica intensa, fedele, costante della Concentrazione, che vuole condurre all’esperienza dell’originaria forza-pensiero attraverso l’annientamento volitivo del pensato, di ogni pensato, di qualsiasi determinazione o forma del pensiero che non sia il suo nudo contenuto originario, libero da ogni determinazione e forma. Percorrere concretamente la Via del Pensiero è abbandonare tutti gli appoggi, rinunciare ad ogni “credenza”, ad ogni opinione, sperimentare la più radicale solitudine interiore. E chi teme ciò, facilmente rinuncia all’impresa interiore, la quale non può non essere eroica, e cerca nella Chiesa e nella sua liturgia un rifugio comodo e consolante, sia pure illusorio.

In una lettera del 17 marzo 1972, così mi scriveva Massimo Scaligero a proposito di quanto sopra è stato descritto:

“…Come il cristiano esoterista che si ricongiunge con la Chiesa Cattolica, perché vi trova sicurezza, sistematicità, affabilità, e, perché no?, anche appoggio. Il reciproco appoggio che sarebbe vero se fosse quello di esseri liberati e liberanti, non se è il reciproco appoggio e la codificazione associativa delle debolezze. Il Mondo Spirituale oggi necessita di combattenti puri, capaci di reggersi da sé, non di appoggiarsi a ciò che si è costituito secondo la formale aspirazione, che conceda all’umano permanere, comunque, col suo dominio su tutto. […] certo non si può essere tutti eroi secondo il Christo cosmico e l’impulso del Graal, e Platone e la virtù trasfigurante dell’idea che dà l’assoluto coraggio; ma occorre almeno tendere per fedeltà all’impossibile, provare, prepararsi, distinguere il vero sentiero: per i più scomparso”.

A volte mi chiedo se coloro che hanno avuto la ventura di incontrare la Via del Pensiero, e taluni il dono impagabile di incontrare un Iniziato come Massimo Scaligero, siano capaci della radicalità, dello slancio, della consacrazione che dimostrano molti asceti, seguaci delle Vie orientali. K. Lakshama Sarma, un discepolo tra i più avanzati, coraggiosi e fedeli, di Ramana Maharshi – che Massimo Scaligero affermava essere l’unico ad avere realizzato e additato in India l’esperienza dell’Io – così descrive il Maha Yoga, o Grande Yoga (com’egli chiama l’Atma-vichara, o Via di ricerca dell’Io di Ramana Maharshi):

“Il Maha Yoga è il metodo diretto di trovare la Verità di noi stessi. Esso non ha nulla in comune con ciò che comunemente è conosciuto come ‘Yoga’, essendo semplicissimo – privo di misteri – perché riguarda la Verità assoluta del nostro Essere, la quale è Essa stessa estremamente semplice.

Il Maha Yoga libera il suo seguace dalla sua fede, non per legarlo a nuove fedi, bensì per renderlo capace di perseguire con successo la Cerca del Vero Sé, che trascende tutti i credo.

Il Maha Yoga viene descritto come un processo di disimparare. Il suo seguace deve disimparare tutta la sua conoscenza, perché essendo nella relatività, essa è ignoranza, e quindi un ostacolo”. [Maha Yoga, by “Who” (K. Lakshmana Sarma) Tiruvannamalai, 2002, p. XIII].

 Ed è esattamente quello che dobbiamo avere la forza e il coraggio di compiere nella Concentrazione: l’annientamento di tutto il pensato, di tutto ciò che non è l’atto pensante allo stato puro. Non abbiamo bisogno di dottrine, di dogmi, di fedi, di credenze, ma dell’esperienza interiore diretta che sorge dall’annientamento di ciò che non è l’atto pensante allo stato puro.  

_________________________________________________

IL MALE. Riflessioni.

 e69940bb6272af24daf312b728d5fc16_large

Di fronte al male, più che restare sorpresi rimaniamo annichiliti. Lo sgomento, il dolore ci avviluppa e pare che nel cuore qualcosa venga spento.

Al minimo, dovremmo pensare, dovremmo fare un tentativo e chiederci quale possa essere l’origine, la natura e persino se ci sia una sorta di “missione del male” nella nostra esperienza umana.

Dovrebbe risultare chiaro – continuamente gli avvenimenti lo confermano – che la coscienza intellettuale, se vissuta come unica realtà, non è mai in grado di rispondere a queste domande. Anzi: occorre che il male giunga ad esploderci in faccia per riconoscerlo.

La scienza moderna ci ha insegnato a comprendere ogni cosa in guisa di fenomeno naturale. Così si è capaci di parlare di patologie, di perversioni, di degenerazioni, ma non di salute e condizione morale. Mancando ogni rapporto di vera distinzione tra cosa è sano e cos’è malato, l’asticella si è abbassata come mai era accaduto. A criteri svaniti è divenuto indistinto ciò a cui l’uomo arriva a soggiacere.

Intanto le forze del male, nel buio di questi anni, afferrano sempre più possentemente il generale divenire, minacciando di trascinare tutta la civiltà in un assurdo gorgo.

Per evitare il disastro, l’uomo deve imparare nuovamente a riconoscere e percepire il male, a sviluppare quanto più possibile le forze per superarlo, onde cancellare i suoi letali effetti per la cultura e la convivenza umana e persino per la propria sopravvivenza intesa come integrità personale.

Il pensiero agnostico non è capace di cogliere i sostrati profondi del male. Il diavolo è per esso una pessima rappresentazione medioevale (superstizione) o, al massimo, una vuota questione tra i balocchi teologici. La massima ammissione è che sia il residuo di una rivelazione del passato, la quale comunque si sottrae all’indagine, dunque estranea alla scienza. E’ il nulla per l’intelletto scientifico.

Questo intelletto, quando si dirige sull’interiorità dell’uomo, abolisce pure la coscienza che poteva ancora valere come coscienza del peccato, così che pure su questo versante una comprensione del male risulta impossibile. Né la conoscenza ordinaria di se stessi né la conoscenza del mondo possono condurre la scienza della natura ad un concetto del male.

Però, al medesimo sguardo al quale il male sfugge, s’impone con orrida chiarezza, la sua azione. Sembra anzi che ogni cosa nell’evoluzione sia fatalmente puntata sulla distruzione.

Cultura e sapere, industrie e professioni, scuola ed educazione, l’indagine e la pratica scientifica, sembrano entrate in permanente servizio presso svariati gradi di opera di annichilimento.

Chi vuole sottrarsi a questa discesa rende se stesso inerme: non armarsi significa cadere in balia del nemico, significa annientarsi. Questi effetti che diventano ogni giorno più grandi sono la conseguenza di una visione/concezione del mondo che non poteva (o meglio) non voleva più riconoscere il male.

Dall’epoca dei “Lumi” in poi, è proprio la scienza agnostica, che credeva di poter eliminare ogni male, a essere quella che ha aperto la porta alla sua incursione, così che esso invade l’umanità continuando a crescere.

Se siamo capaci di immergerci in ciò che resta del passato, nei suoi documenti figurativi e linguistici, vediamo senza dubbio che il male era ancora accessibile allo sguardo. Ora si è sottratto alla vista ma ciò non vuol dire che non agisca: al contrario agisce tanto più quanto si vorrebbe nasconderne la realtà.

Una Scienza dello Spirito rende palese come entità sopra e sub sensibili intervengono negli eventi ed influiscano sull’umanità secondo intenti. Del resto basterebbe un grado minimo di veggente sensibilità per potersi accorgere, senza pregiudizi, dei parassiti (larve, simili nature, demoni) che infestano molti esseri umani.

Ad un superiore livello si può dire che l’uomo consegue la sua umanità solo se riesce a trovare il punto di pareggio tra le forze che lo strattonano. Queste forze, in sostanza, offrono – loro malgrado – la possibilità della libertà per l’uomo. Certo, lo conducono nelle illusioni, negli errori, nelle menzogne: ciò gli permette una severa scuola di conquista: una scuola di verità raggiungibile per forza propria.

Riconoscendo il proprio debito alle forze dell’ostacolo (Lucifero e Arimane), portatrici involontarie di quello che, nello scontro, gemma i più bei fiori dell’umana esistenza, l’esploratore dello spirito si guarderà del designarle come “cattive”.

Le deviazioni ci sono e sono continue: perdiamo continuamente l’equilibrio tra le due forze, forse anche all’estremo. Ma ciò, in ultima analisi non ci rischiara per quanto può consistere nella natura umana, in sé disposta al bene, come propri impulsi all’odio, alla crudeltà, alla violenza e all’assassinio.

L’ordine e l’armonia del cosmo viene turbata quando forze (esseri) agiscono fuori la sfera di propria competenza per agire illegittimamente in altra sfera.

Ponete attenzione a ciò che dice il Dottore: “Il male entra nella vita ed il misfatto esiste nel mondo perché l’uomo fa sommergere la sua natura superiore – non destinata a ciò che è terreno – e sviluppa nel fisico corporeo, che come tale non può essere cattivo, quelle qualità che non appartengono ad esso, ma allo spirituale.

Gli uomini possono essere cattivi perché è loro lecito essere spirituali e, come tali, devono sviluppare qualità che, applicate alla vita fisico sensibile, diventano male. Qualità che estrinsecano nella crudeltà, nella perfidia ed altre simili nel mondo fisico, sono invece nel mondo spirituale qualità che perfezionano l’uomo e lo fanno progredire.

Il fatto che l’uomo applichi nel fisico qualità destinate solamente allo spirituale, conduce al suo male. Ma le qualità che possono renderlo malvagio egli deve averle, altrimenti non potrebbe mai salire nel mondo spirituale per essere ivi un’entità puramente spirituale.

Sarebbe una vera assurdità e un disconoscimento di quanto abbiamo esposto se qualcuno volesse dedurre la conclusione che solo il malvagio progredisca nel mondo spirituale. Le dette qualità sono cattive perché nel mondo dei sensi esse vengono applicate nella direzione dell’ego, non per il bene dell’uomo. Applicate giustamente e al posto giusto passano tosto per una metamorfosi e allora sono forze buone.”

Tramite l’azione luciferica e arimanica, l’uomo è stato attirato entro il sensibile, ma in questo (Scaligero lo chiama: “L’inumana palestra dell’umano”) egli ha sviluppato, come personalità terrena, la coscienza della libertà.

Nel momento storico in cui l’uomo raggiunge il culmine della separazione dal mondo spirituale, attraverso l’astratto intellettualismo, anche le forze della sua natura spirituale si configgono più che mai nel sensibile ove tendono quasi soltanto al godimento e al dominio fisico. Contemporaneamente gli impulsi del male si manifestano nella vita civile moderna con la spaventosa forza delle catastrofi.

Gli esseri degli ostacoli, che erano stati portatori di libertà, diventano ora le potenze causanti delle forze del male: ora esse in questo uomo rovesciato lo inducono a lasciarsi completamente dominare dal fisico sensibile in cui si altera l’elemento animico spirituale.

Chi, quale essere spirituale, rinnega il mondo spirituale, e con il suo sforzo si tende unilateralmente nel dominio e nell’organizzazione del mondo dei sensi, diviene uno strumento infero che crea le forze del male distruttrici della nostra civiltà: ovunque operi, nella vita economica, sociale e spirituale.

Ecco la “missione del male” per il divenire del mondo. Nessuna illusione: le forze del male proromperanno con sempre maggior violenza sull’umanità e poiché esse hanno radici nello spirito e non nel mondo fisico, possono e potranno venir comprese e superate solo nel riconoscimento (non astratto) dello spirito.

Il male, emergendo nel mondo come distruzione, omicidio e orrore – sono queste le cose che il materialismo riconosce – costringe a rivolgersi al mondo spirituale, poiché solo da questo si possono conquistare le forze per opporsi fruttuosamente al male.

Dice il Dottore: “Gli uomini devono imparare ad abituarsi a considerare il prorompere delle forze del male come il prorompere di leggi e forze naturali, per imparare a conoscerle e a sapere cosa viva ed operi nei sostrati profondi. Non bisogna considerare il male in modo da fuggirlo senz’altro in pieno egoismo; questo non si può fare; bisogna compenetrarlo di consapevolezza”.

L’uomo, nella zona di libertà del proprio Io, deve sperimentare come nell’anima cosciente che sta svegliandosi, emergano le tendenze al male. Nel superamento di tali tendenze, egli crea il bene in libertà.

Chi sente sorgere in sé il male, lo riconosce e ne trionfa, non vedrà più in esso qualcosa da condannare, da cui fuggire ma giungerà a scorgervi il mezzo che (dolorosamente) riconduce l’uomo allo spirito da essere libero. Il teatro della lotta è l’anima. Finché ciò non viene riconosciuto egli combatte nemici esterni, con enorme difficoltà a riconoscere che i veri nemici sono attivi nella propria interiorità.

Se accetta la lotta contro se stesso, sui gradini dell’autodisciplina, possono dissolversi magicamente modi e motivi delle lotte esteriori. Se l’uomo accoglie il dono del Rappresentante dell’umanità, trova l’altezza da cui vincere le apocalittiche tribolazioni del tempo…, e un giorno, anche redimere la missione cosmica degli dei dell’ostacolo.

Molto di quanto ho scritto sgorga vivo nelle parole di Antoine Leiris, pur vergate nel momento del dolore più straziante. Ciò che in lui viene a manifestazione è certezza di quanto dia luce e futuro all’anima umana.

Avrete già letto dappertutto la lettera in calce. Potete leggerla ancora una volta sulle pagine di Eco. Per questo sito è semplicemente un onore il ristamparla.

*

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

ISIDE SOPHIA-DODICESIMA Lettera (Parte II)

Denderah

DODICESIMA LETTERA

Marzo 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

MARTE

(Continuazione)

Marte nei Pesci: Marte nei Pesci può condurre alla realizzazione della pace come risultato della riconciliazione tra le forze contradditorie sopra descritte, ovverosia tra i poteri del Cielo e della Terra. Questa realizzazione può giungere unicamente dopo una lotta di una vita attraverso la profonda valle della Caduta. Qui una considerazione dei movimenti prenatali di Marte è straordinariamente importante.

novalis

Abbiamo conoscenza di un solo esempio ideale di Marte nei Pesci. Allorché nacque Novalis, il 2 maggio 1772, Marte era in questa Costellazione. All’incirca all’epoca del suo concepimento, Marte entrava in Vergine. Ciò indica che vi era nel corpo astrale di Novalis una manifestazione dei sette aspetti del corpo animico di cui abbiamo parlato più sopra, e che abbiamo descritto dal punto di vista di Marte nelle Costellazioni dalla Vergine ai Pesci. In Novalis l’innocenza cosmico-solare delle forze del corpo astrale era manifesta, così come la grande “Caduta e Resurrezione”. Tutta questa grandezza della potenza astrale fu poi infine accumulata nella posizione di Marte nei Pesci. Essa divenne un potere risanatore di pace e di riconciliazione che permeava tutti coloro che vivevano attorno a quell’essere meraviglioso. Abbiamo molti racconti di questo fatto. Le sue forze astrali erano portate in armonia e si risvegliavano alla realtà del Mondo Spirituale dopo ch’egli era passato attraverso le esperienze animiche più tormentose che gli aprirono gli occhi sulla realtà della Caduta nelle vesti della morte, avendo incontrato la morte nella perdita di uno dei suoi più amati amici.

Marte in Ariete: Marte in Ariete indica un corpo animico che, se è associato con certi altri fatti, fornisce una base adatta per la conoscenza del Mondo Spirituale. Marte nelle Costellazioni dalla Vergine ai Pesci è collegato con lo sviluppo cosmico che condusse nella Caduta e con la sua Redenzione. Le costellazioni dall’Ariete al Leone sono opposte a quelle che abbiamo descritto più sopra; perciò, esse riflettono quei poteri che gradualmente si ritirarono nelle regioni spirituali superiori quando si verificò la Grande Caduta.

Emanuel_Swedenborg

Ne abbiamo un esempio nel cielo di nascita di Swedenborg. All’epoca della sua nascita, il 29 gennaio 1688, Marte stava in Ariete. Sappiamo che egli sviluppò una facoltà di chiaroveggenza nell’ultima parte della vita. In questo caso abbiamo bisogno di aggiungere vari fatti per comprendere questa chiaroveggenza di Swedenborg, ma non possiamo farlo adesso. Forse in séguito giungerà per noi un’opportunità di elaborare i dettagli di questo cielo di nascita.

Marte in Toro: quando nacque Raffaello Sanzio, il 26 marzo o il 6 aprile 1483, Marte era entrato nella Costellazione del Toro. All’epoca del suo concepimento Marte era in Acquario ove compiva un nodo nei primi stadi dello sviluppo prenatale di Raffaello.

Raffaello Sanzio Autoritratto INV. 1890 - n° 1706

Marte indica una condizione del corpo di coscienza che, dal principio, porta l’impulso della riconciliazione tra le forze astrali della testa e quelle del cuore, e forma anche una relazione cosciente tra il Cielo e la Terra. Indubbiamente se guardiamo il suo ritratto o leggiamo la sua biografia, possiamo trovare confermato che in quest’amabile personalità non vi era l’ombra della discordia tra Cielo e Terra, bensì caldo, raggiante amore per ogni esistenza nell’Universo.

In questo caso, infine, Marte era entrato nel Toro, che è il segno opposto allo Scorpione. Allorché Marte è nello Scorpione, abbiamo una manifestazione della Caduta scritta nel corpo astrale umano. Sebbene questa posizione segni l’inizio del declino dello sviluppo universale nella materia, esso segna altresì la spiegazione per l’umanità della bellezza del mondo dei sensi. La bellezza del mondo dei sensi è l’ultimo residuo della manifestazione dello Spirito in esso, che irradia dal Toro attraverso Marte e può compenetrare la Costellazione opposta. Perciò, se Marte è in Toro in un cielo di nascita, esso si manifesta nel corpo astrale di un tale essere umano come il potere di riconoscere lo Spirito nel mondo fisico come bellezza. Può manifestarsi come un’inclinazione nei confronti della poesia, ma nel caso di Raffaello si rivela nel bel mondo del colore. Se stiamo di fronte ai suoi dipinti, per esempio a quelli della “Stanza della Segnatura”, possiamo sperimentare la condizione animica che deve aver ispirato Raffaello. Qui il mondo degli oggetti materiali è diventato una rivelazione dello Spirito attraverso il linguaggio del colore.

Marte nei Gemelli: Il famoso filosofo Schopenhauer era nato quando Marte stava nella Costellazione dei Gemelli, il 22 febbraio 1788. Esso inizia la sua corsa nei Pesci all’incirca all’epoca del suo concepimento. Durante gli ultimi mesi del suo sviluppo prenatale formò un nodo nei Gemelli.

shopen

I Gemelli sono il segno opposto del Sagittario. Nell’aspetto di Marte in Sagittario abbiamo trovato una condizione astrale che può far apparire l’esistenza umana come una contrapposizione tra il mondo materiale e quello spirituale. Con Marte nei Gemelli, questa lotta è, per così dire, decisa in favore del Mondo Spirituale.

La filosofia di Schopenhauer, che in una certa misura è collegata con la condizione individuale del suo corpo animico, è un’espressione di questa tendenza. Un’esperienza del mondo di un essere umano, secondo la concezione del mondo di Schopenhauer, è il risultato della sua propria condizione animica.

Perciò, se sperimentiamo pena e dolore, ciò è dovuto al fatto che noi stessi abbiamo creato questo mondo attraverso il nostro collegamento animico con esso. Per amore della salvezza da pena e dolore dobbiamo strappare la nostra vita animica da questo mondo. In questa prospettiva appare qui un qualche vago collegamento con un Buddhismo frainteso. E’ una sorta di spiritualismo che non vuole purificare le percezioni sensorie , così che la Luce dello Spirito possa di nuovo risplendere attraverso gli oggetti del mondo fisico, bensì desidera ardentemente fuggire quel mondo che è rigido e doloroso e lasciarlo irredento.

Questo è il pericolo di Marte nei Gemelli, ma naturalmente la mèta che esso esige è la realizzazione della necessità per quella lotta in noi come una questione d’importanza per l’intero destino mondiale.

dante

Marte in Cancro: Quando (maggio 1265) nacque Dante, il poeta della Divina Commedia, Marte era in Cancro. Esso iniziò durante lo sviluppo prenatale con un nodo in toro. Perciò, possiamo ricordare quel che abbiamo detto su Marte in Toro. In questo caso il poeta getta la Luce dello Spirito sugli eventi del mondo materiale che erano oscuri e tragici nella vita personale del poeta. Poi, nell’aspetto di Marte in Cancro troviamo indicata un’altra facoltà impressa nel corpo animico di Dante. Nella Costellazione opposta, in Capricorno, abbiamo trovato indicato l’impulso a pacificare le forze contraddittorie dell’anima. Qui, nel poema di Dante, adombrato da Marte nel Cancro, troviamo la manifestazione della grandezza cosmica di questo processo di pacificazione e purificazione. Le gigantesche scene dell’Inferno e del Purgatorio sono il retroscena cosmico di quelle esperienze attraverso le quali ogni essere umano deve passare dopo la morte.

Marte in Leone: il Leone è il segno opposto all’Acquario. Marte in Acquario indica l’anelito all’unione tra le forze astrali operanti nel cuore e nella testa. Allorché Marte è in Leone, possiamo sperimentare l’anelito alla realizzazione cosmica, il raggiungimento spirituale di questa unione. Ciò appare come entusiasmo nel capo, o regione del pensare, e nel cuore, o regione del volere.

schiller

Possiamo scoprire una sorta di entusiasmo sostanziato nel poeta Shiller. Quando nacque, il 10 novembre 1759, Marte era pure in Leone, ma in congiunzione con Nettuno. Esso era partito in Ariete con un nodo e in congiunzione con Urano. Il potere del corpo animico, indicato nel gesto di Marte, potrebbe anche esser diventato un entusiasmo realizzato, diciamo, per l’ideale della Rivoluzione Francese. Comunque, esso fu estraniato dal mondo fisico e divenne invece una specie di meccanico dinamismo spiritualistico che piuttosto distrusse l’unione tra il mondo fisico e quello spirituale.

Questa tragedia si manifesta nelle congiunzioni di Marte con Urano e Nettuno che imposero uno stato d’animo superumano, persino inumano, sulle qualità di Marte.

Gli eventi in Cielo

Il Pianeta Saturno è nella Costellazione dei Gemelli. Esso entrò in questa Costellazione al solstizio d’estate dello scorso anno [1944], allorché era in congiunzione con il Sole, vale a dire: esso allora stava direttamente dietro il Sole. Durante il periodo natalizio, il 29 dicembre, esso era in opposizione al Sole. Il Sole si era allora mosso nella parte opposta dello Zodiaco e stava nella Costellazione del Sagittario. Dal 24 ottobre fino al 6 marzo Saturno eseguiva un nodo. Poi si muoveva in maniera retrograda, ovvero contro la direzione generale nella quale si muovono i corpi celesti del nostro sistema planetario. Comunque, durante questo moto retrogrado esso non lascia la Costellazione dei Gemelli.

Dovremmo volgere lo sguardo su un tale evento come osservando i movimenti delle lancette dell’orologio. Non è l’orologio che determina la nostra vita, bensì siamo noi che disponiamo la nostra vita secondo il tempo che indica l’orologio. Così non possiamo parlare di una qualsiasi determinazione degli eventi terrestri dall’influenza dei corpi celesti – per esempio, in questo caso, da Saturno nei Gemelli – tuttavia possiamo leggere l’ “ora” cosmica nella quale l’umanità è entrata. E’ lasciato a noi adempiere alle necessità di questa ora.

Saturno è riflesso nelle profondità della vita animica dell’umanità. Esso annuncia l’ora dei più profondi impulsi storici che giungono in vita nelle regioni sconosciute dell’umano volere. L’ultima volta che Saturno fu nei Gemelli, l’umanità era nel mezzo della Prima Guerra Mondiale, giacché fu durante gli anni tra il 1914 e il 1917.

Siamo ora in una posizione simile e sembra come se tutti i problemi irrisolti di quegli anni passati siano risorti e stiano nuovamente sulla soglia. Spessissimo appare come se essi fossero diventati addirittura maggiori.

La Costellazione dei Gemelli riflette l’antica dualità degli esseri umani allorché essi si sperimentano come singole individualità. Da un lato essi sperimentano più o meno chiaramente in sé stessi la scintilla divina che collega l’individuo con un Mondo Spirituale o Cosmico, e dall’altro essi si trovano posti nel mondo terrestre che sperimentano tramite i sensi e che rigidamente imprigiona dentro di essi la loro vera natura “umana”.

Non sembra esistere alcuna riconciliazione tra i due mondi che si incontrano nell’individualità umana. Quei due mondi sono in inimicizia e quest’odio cresce ogni giorno di più. Questa è la posizione nella quale si trova oggi l’umanità. Saturno nei Gemelli annuncia l’ “ora” dell’ “Io”. Tali problemi devono essere risolti durante quest’ora, oppure l’umanità sarà colta in un’epoca successiva da una catastrofe molto più possente.

Questa è la grande domanda che appare riflessa nella posizione di Saturno nei Gemelli: come può l’anima umana guidare se stessa tra lo Spirito e il corpo? Le rivelazioni dello Spirito sono potentissime e diventano sempre più potenti. Nella nostra epoca queste rivelazioni possono essere stranissime e quasi distruttive. Coloro che sono al centro degli eventi, e coloro che devono combattere nei diversi teatri di guerra, questo lo conoscono sin troppo bene. Vi è inoltre il pericolo che gli esseri umani non possano essere capaci di prendere più a lungo queste esperienze in maniera sufficientemente seria, ovvero che le loro anime possano essere sopraffatte e le loro vite portate nel caos. Lo Spirito dell’umanità e del mondo corre il pericolo di diventare un fantasma disturbante per l’esperienza animica dell’umanità.

Il mondo al quale gli esseri umani sono avvinti tramite il corpo è divenuto sempre più indurito e doloroso. Positiva inimicizia nei confronti di ogni cosa collegata con lo Spirito o persino con l’anima sembra essere innata in esso. A causa di questa gelida inimicizia il Pianeta Terra è in pericolo di diventare completamente inadatto per le anime umane e adatto unicamente per fantasmi meccanizzati dell’essere umano. Il problema nelle profondità dell’anima umana, che è riflesso nella posizione di Saturno, è questo: come può oggi l’umanità vincere questo duplice pericolo?

Dobbiamo vincere in noi stessi il potere che causa il fatto che il mondo, al quale appartiene il nostro corpo, ci appaia come rigido, freddo e odioso. Se purifichiamo i nostri sensi dall’antico mondo, dall’innato egoismo, possiamo imparare a percepire il mondo fisico come una rivelazione dello Spirito. La Scienza dello Spirito ci dà il potere di guardare nella natura e di vedere la Luce dello Spirito che lo compenetra. Se lo Spirito si rivela nella regione dell’anima umana, abbiamo bisogno di riconoscere che qui vi è un vero sentiero dal quale noi possiamo ottenere una conoscenza definita dei Mondi Superiori. La realizzazione di questa conoscenza, e il potere di comunicarla a coloro che sono nel bisogno, è il còmpito di coloro che hanno già seguito il sentiero che la Scienza dello Spirito ha rivelato. Solo questa conoscenza può rendere capaci gli esseri umani di vincere i pericoli che sorgono da esperienze spirituali per le quali l’anima è impreparata e che operano come fantasmi disturbanti.

Questa è la situazione presente dell’umanità così come essa è riflessa nella posizione di Saturno nei Gemelli. Essa mostra il profilo generale delle forze che sono operanti nelle profondità delle anime umane come un destino cosmico. Ulteriori influenze sono riflesse dalla posizione e dai movimenti degli altri Pianeti, ma parleremo di questi nelle prossime Lettere.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, se non espressamente autorizzata per iscritto dall’editore, salvo piccole citazioni in recensioni o articoli.

FUORI DAL CORO E ALTRO

 Fuori dal coro

Spesso mi si rimprovera di magnificare il volere a detrimento delle altre potenze dell’anima. Questo significa solo che non mi spiego bene o sufficientemente o che per molti il volere è un oggetto misterioso. E, in questo caso, non intendo criticare nessuno poiché tanti dei molti sono assolutamente sinceri. Vi sono persino raffinati antroposofi che, mettendo la corona in testa al ”umile intelletto”, vedono nella volizione un carattere ovviamente unilaterale di muscolarizzazione della via allo Spirito. Credo che valutazioni come questa siano nient’altro che opinioni, anche quando esse vengano riccamente guarnite con la dotta accademia di riferimenti steineriani.

Lo dico sempre: quando si hanno a disposizione migliaia di conferenze del Dottore, chi ha buona memoria e un po’ di pazienza può dire ogni cosa con un carattere quasi inappellabile ed è veramente difficile in tali prodotti distinguere ciò che è vero da ciò che è soltanto esatto di forma. Se poi uno conosce il tedesco e possiede i dischetti dell’O.O. può costruire monumenti più fiabeschi del castello di Neuschwanstein.

Ormai sembra inutile ricordare che Steiner si oppose al fatto che le conferenze di Stoccarda finissero a Monaco ecc. A fatto compiuto il Dottore volle che le copie viaggiatrici riportassero in testata la seguente dicitura: “Pubblicato come manoscritto per gli appartenenti alla Libera Scuola di Scienza spirituale del Goetheanum di Dornach. Non viene riconosciuta competenza di giudizio interno a questi scritti per chi non sia in possesso delle cognizioni necessarie richieste dalla scuola – sia per mezzo della scuola stessa – sia per via di altri mezzi da essa considerati equipollenti. Ogni altro giudizio verrà respinto nel senso che si rifiuterà in merito a questi scritti la discussione con i non competenti”. Poi le cose sono finite nella democrazia del diritto universale, beninteso senza doveri.

Sono “reazionario”? No, miei cari o almeno non troppo: le cose sono andate come dovevano andare ma ciò non assolve il fatto che non siano andate granché bene. Come un pasto troppo abbondante carica l’organismo di veleni e ottunde la coscienza, così l’eccesso di spirituali rivelazioni tramortisce il sano impulso alla conoscenza, che nel caso di una scienza dello spirito è fatta soprattutto di approfondimento e mai di dispersione intellettuale.

La lettura a 360 gradi non è lesiva nell’approccio iniziale della ricerca, quando si vorrebbe sapere il più possibile. Saranno poi le stesse letture, come modificatrici dell’anima, a invitare lo studente ad esigere lo studio approfondito delle pietre d’angolo dell’edificio sapienziale. E’ l’anima che alla fine dovrebbe formulare l’assenso, riconoscendo la verità di quanto, a tutta prima, può parere solo asserito.

Quasi tutta la Scienza spirituale comunicata e ricomunicata risulta in un certo qual modo, falsa: poiché viene accolta supinamente, con fede cieca. E’ possibile che all’inizio la situazione sia diversa ma con la complicità dell’abitudine alla passività, si smette presto la fatica di pensare e si accoglie tutto: senza distinzione.

Così è roba di cartapesta che passa da anima ad anima, con la consapevolezza dell’istinto condizionato. Questa è la condizione primaria dei tanti che affermano a sé e al mondo di essere discepoli di qualcuno o della via sapienziale: esoteristi? Ma va là. Cani di Ivan Pavlov, piuttosto.

Tutto quello che non può, che non riesce a venir sperimentato è feccia. Il fatto che l’esperienza possa configurarsi in pensiero e non in misterica veggenza è cosa secondaria o incidentale. Un’obiezione in tal senso mostrerebbe solo che viene pure incompresa l’intima natura del pensiero. Con il pensiero logico e purificato si giunge ad una condizione di equivalenza con ciò che viene chiamato mondo eterico, e chi questo non l’ha capito non comprende il senso delle “comunicazioni” e non sa distinguere il vero dal falso. Come avviene ogni giorno per sostanziale rozzezza, tra i blablatori delle Scienze spirituali.

Quello che a nominarlo gli piglia il furore morale, tra le tante sciocchezze che scolpisce come fossero su pietra mosaica, afferma essere inconoscibile il grado interiore dell’altro. Questa, tra le tante affermazioni vuote o pasticciate, è falsissima: basta seguire l’origine di quanto sottende l’animus di una sola parola udita per avere davanti a sé un vasto panorama. Inoltre se un decente operatore è capace di immergersi nel silenzio interiore può, da tale condizione, persino “vedere” l’atmosfera animica ed i toni qualitativi di questa, emanati dalle persone che lo attorniano. Sono percezioni senza nome: spetta poi al pensiero intenderle, subito o dopo immersione meditativa. Il Nostro, che è ipovedente, ha la stupefacente pretesa di dar per scontato che altri siano almeno orbi.

E se ciò vi sembra strano ditemi allora con quale criterio sceglieste (la vostra anima scelse) di seguire Scaligero e non i molti Egemoni Cosmocrati che affollavano la piazza? Qualcuno risponderebbe di sicuro che fu atto karmico. Non dico che, in fondo, non sia stato così ma per il senso dell’attuale, individuale destità, obbietto: ma voi dove eravate con la vostra coscienza? Da Scaligero o al bar dello sport?

Una retta conoscenza conduce, prima o poi, alle rette discipline. E’ essenziale che, con anima sgombra, si pensino i pensieri nei quali l’Iniziato ha trasfuso l’esperienza sovrasensibile: allora i pensieri possono dare al sentimento una schiarita che si traduce in risveglio animico. Infiniti sono i risvegli, come fossero strati di una cipolla cosmica e già dopo il primo, il dio ti lascia a sbucciare da solo, e l’utensile che ti trovi tra le mani si chiama disciplina. Così continui oppure contempli la cipolla – dita incrociate a girarti i pollici – per il resto della tua vita. Anche questa è libertà, no?

Per non farla troppo lunga sulle tristi sorti dell’uomo davanti la cipolla, vorrei offrire al lettore qualcosa di costruttivo che funziona. Che non viene dall’antroposofia ma dalla galassia teosofica. Si tratta di un esercizio comunicato già negli anni ’30 da E. Wood in un libretto intitolato Concentrazione, poi ripreso in un nuovo testo ampliato e ambiziosamente arricchito dall’Autore, edito dall’Astrolabio nel ’68. Un amico lo riportò sulla Rivista L’Archetipo alcuni anni addietro. Che io sappia non incuriosì nessuno: ed è un vero peccato, poiché potrebbe aiutare chi ha serie difficoltà nell’approccio con l’immateriale. E’ possibile, con questo esercizio, avvertire subito la potenza della mente incentrata in se stessa. Preciso che la descrizione risulta complessa ma se compresa è di facile attuazione. Cercherò di liberare l’esercizio dalla ridondanza di quanto Wood si è sentito di aggiungere nella II edizione.

Preso un foglio di carta bianca e una matita, disegnate un cerchio nel mezzo. Nel cerchio scrivete il nome di un semplice oggetto che vi sia famigliare. Dedicate attenzione all’oggetto inscritto e lasciate che il pensiero sia libero di formulare da sé un concetto connesso (se, ad esempio, abbiamo scritto “vite” è probabile che la connessione sia “cacciavite” o una qualità dell’oggetto: in effetti è una libera associazione dal guinzaglio strettissimo). Tenendo il termine/ immagine “cacciavite” disegnate con la matita una riga o freccia che parta dalla circonferenza del cerchio ad un punto qualsiasi del foglio: lì scriverete “cacciavite”. Poi scivolate lungo la riga con la punta della matita fino al cerchio e, dimenticato il cacciavite, dirigete nuovamente l’attenzione alla vite. Lasciate nuovamente che il pensiero attui una nuova connessione che sorga in voi come, ad esempio, “acciaio”. Ora, tenendo l’”acciaio”, tirate con la matita una nuova riga dal cerchio ad un punto qualsiasi del foglio dove scriverete acciaio. Nuovamente scivolate con la matita dall’acciaio verso il cerchio e osservate nuovamente la vite. Permettete al pensiero una nuova connessione: potrà essere anche “mobile” poiché per voi il mobile è tenuto insieme dalle viti. Disegnate una terza freccia e scrivete “mobile”, poi, insieme alla matita, tornate al cerchio.

Se ora riuscite a scorgere il diagramma (un cerchietto con tanti raggi) capirete anche che è un continuo lasciar libero il pensiero per poi riportarlo sempre all’oggetto-tema. Questo esercizio di riporto va continuato per un certo tempo, con serietà, continuità e senza distrazione. Potete notare che nell’esercizio vi è una parte meccanica ma la sua riuscita dipende esclusivamente dalla costante attenzione immessa, che meccanica non è.

Esso attua, con le facilitazioni date dal sensibile descritto, un atteggiamento della volontà che realizza una atmosfera di concentrazione: come un essere avvolti in una nube di concentrato, forte e denso silenzio. Più all’interno di sé. Percepirete, forse anche dalla prima volta, la potenza del mentale concentrato in se stesso. Quello che ho detto non appartiene ai modo di dire: percepirete questa assorta concentrazione animica come si percepisce un tavolo: ma dentro. Realisticamente. Provate l’esercizio descritto per una settimana o meglio ancora, per un mese. Se l’attenzione supportata permane dedicata in questo prolungato riportare, avrete molti benefici: il realismo dell’esperienza conseguente l’esercizio, una mente addomesticata cioè silente e la capacità di fare una meditazione.

Se vi sentite antropo-ortodossi in conflitto morale, non fate niente di ciò che ho scritto, anche se è solo un esperimento, dimenticatelo e continuate le vostre chiacchierate. Così non correrete alcun rischio e potrete sempre continuare col vostro noiosissimo auspicare e aspirare ad una concezione spirituale che, in senso aristotelico, mai vorreste che fosse atto.

Approfitto di questa breve nota per rispondere alla domanda di un amico di Eco che vorrebbe un particolare punto di vista sulla via della fede.

Mio caro, ognuno ha la sua strada e non dovrebbe tradirla: dalla sua immagino che non occorra perdersi a distinguere tra fede e Fede. Sulla via data dal pensiero, che noi propugniamo, è quanto deve accadere con la concentrazione, non in quanto concentrazione in sé ma quando per suo tramite essa venga superata come “esercizio”, divenendo moto ulteriore orientato verso lo Spirito. Termini non bastano o non ci sono: è un andare oltre l’agonia, cioè si sperimentano gradi di agonia ma da lì basta un passo per superarli.

Così anche la Fede, da come ne parla, essa comporta esperienze non dissimili, poiché si tratta di volere oltre ogni percorso razionale, oltre la massiva rappresentazione della Materia, oltre ogni certezza acquisita precedentemente. Mica facile volere l’inimmaginabile, l’impossibile (ciò che per il mondo è inaudito). Per giungere ad una tensione sovrumana d’impeto della volontà e del sentimento che balzano oltre il saputo, il conosciuto. Titanismo che trascende se stesso per diventare Potenza di trasformazione della realtà.

Slancio sacrificale che tutto spezza tutto infrange.

Però mi permetta di trascrivere le ammonitrici parole di quella magnifica rompiscatole di Santa Teresa: “Proprio una bella maniera di cercare l’amore di Dio! Lo si desidera subito, in tutta la sua perfezione, e ognuno conserva le proprie tendenze. Non si compie sforzo alcuno per suscitare buoni desideri né per riuscire a sollevarli da terra, e poi si ha il coraggio di pretendere molte consolazioni spirituali! Ciò non può avvenire, e simili pigrizie sono incompatibili con l’amore perfetto. Quindi, se Dio non ci concede il tesoro interiore, ciò dipende solo dal fatto che noi non facciamo a Dio il dono assoluto di noi stessi” (Vita: I, 11).

Così, non me ne voglia, tanto per riflettere e gettar acqua sugli ardori suoi e miei.

Cari saluti.

Mio Archetipo Divino

Fenice

Mio Archetipo Divino

E’ Te che ho amato

in tutti gli uomini della mia vita

passato

presente

futuro

 

Sei Tu che mi hai purificata

nel fuoco dilaniante delle passioni

e del dolore

 

……ma ancora non ti conoscevo …

 

Conservami il cuore ardente

sempre capace di amare

.

(Mara Maria Maccari)

SUI DEFUNTI

 cielo1

Per i primi giorni di Novembre volevo spendere qualche parola per i defunti. Dopo qualche riga un pensiero invadente mi ha fermato.

Mi ha sussurrato, senza complimenti: “No caro mio, così non va bene!

Ho chiesto subito il perché ed il pensiero, con un tono che mi è parso leggermente canzonatorio, ha continuato: “Tu hai cominciato a pensare e sentire con la compunzione rassegnata che si accende davanti la povertà, all’ingiustizia, ai maltrattamenti, alle sofferenze, ai lutti…se sbagli così dal principio non scrivere nemmeno una parola!” “Noi” – perché il “noi”? Era solo un pensiero tutto mio? – “siamo vivi, più vivi di voi”.

Smettete una buona volta di credervi, voi vivi e noi morti…guarda, mi spiego meglio: immagina di andare per due ore al cinema: segui lo spettacolo, fatti afferrare dalla vicenda che si svolge sullo schermo. Poi esci dall’edificio, dall’oscurità artificiale, e ti muovi, c’è il sole, persone vere che ti salutano.., ora sei rientrato nella realtà. Così è per chi rientra nella Luce dello spirito, nella gioia della libertà e in una coscienza moltiplicata.

Se non la vedi in questo modo non scrivere di chi, sognando da bruco s’è risvegliato trasformato in farfalla!

*

Così riprendo in altro modo. Anche questo è argomento che viene posto alla luce della Scienza dello Spirito. Forse interessa poco i giovani, tanto avvolti nelle forze della vita, ma può essere una delle riflessioni per chi ha dovuto salutare la scomparsa nell’inaccessibile di amici e parenti: soprattutto di quelli che hanno svolto un ruolo evidente nel nostro tracciato personale.

Non vi è nulla di oscuro o malsano in questa direzione: non tavoli a tre gambe ma raggi di sole, fioriture nei prati e scintillio di stelle: in questa vivezza il defunto è presente.

Ognuno dovrebbe dirsi: “prima di occuparmi dei defunti, bisogna che mi prepari nello spirito”.

Un buon esercizio è quello di trasportarmi col pensiero sotto il cielo stellato. Perdo di vista il mio corpo e le sue miserie; cerco di immaginare le figure delle costellazioni che occupano la volta celeste, rivedo la corsa del sole, i colori che tingono il suo levarsi, il suo coricarsi.

Trasporto ciò in stati d’animo.

Per finire immagino davanti a me la terra con montagne e masse d’acqua: utilizzando i ricordi di impressioni vissute durante arrampicate, nuotate ed escursioni nei boschi.

Tutto ciò deve essere ricordato obbiettivamente e senza l’aiuto del corpo: dimenticarlo è una delle condizioni per cercare liberamente il contatto con i defunti.

Il ricercatore dovrebbe dirsi: “Posso andare spiritualmente da qualcuno poiché ho reso mobile il mio pensiero, ho purificato il mio sentire e ho dato un orientamento alla mia volontà.

Posso ora ritornare sui miei passi sino all’infanzia e riguadagnare una condizione perduta nella maturità.

Ecco le forze che ho usato inconsciamente nei miei primi tre anni, per stare sulle mie gambe, fare i primi passi, trovare l’equilibrio: le devo al divino architetto che edificò il piccolo tempio umano. Poi ho cantato, parlato ed è stato il celeste musicista e poeta che formò i miei organi e respirò in me.

Finalmente lo spirito universale mi aprì i campi del pensiero.”

Quindi lo sguardo del ricercatore indugia pensieroso sull’immagine dei defunti, rammentando la realtà quotidiana, comprende come i morti vedano la natura. Ciò che viene percepito con gli occhi fisici, le pietre e le piante, non esistono per essi. Essi non vedono nulla della realtà sensibile. Essi percepiscono solo quello che esiste per la loro natura: lo spirito. Cosa percepiscono del cristallo poggiato sul mio tavolo? Solo l’impressione interiore che in lui si è arrestata: la geometria delle forme: cubo, tetraedro, ottaedro, cioè quello che in lui è stato lo spirito, la melodia celeste.

E della pianta? Non la forma fissa ma il susseguirsi degli stati che hanno metamorfosato il seme in foglie, poi in fiori, dunque il moto dei pianeti che si ritrova nella crescita dei vegetali. E degli animali? Il loro principio, nel Paradiso.

I defunti seguono le azioni celesti nei regni della terra. Scambiando tra loro le impressioni che raccolgono. Così conversano e imparano. Avendo ricevuto un vivente insegnamento: i loro istruttori noi li abbiamo chiamati Angeli.

Che fanno gli Angeli? Esattamente il contrario di quello che sulla terra fanno i sapienti. Questi hanno osservato con i loro sensi, ma il loro pensiero era rigido come scorza.

Gli Angeli restituiscono vita al pensare e nutrono i morti con idee viventi (entità) che sono il viatico nel corso del loro pellegrinaggio celeste.

Le azioni degli uomini hanno avuto la lenta conseguenza di uccidere certi pensieri.

Ora, per riparare i danni, hanno dovuto intervenire forze superiori a quelle degli Angeli.

Una grande tristezza pervade i defunti quando il loro sguardo scende sui sentimenti di chi vive nel terrestre. Costoro non sono passati, come i disincarnati, attraverso un lavoro di purificazione.

Al contrario, i vivi si sono induriti nell’odio e nei conflitti e hanno fatto della terra un luogo sempre più favorevole ai demoni che diventano più forti degli Angeli dei cieli.

I defunti tentano, assai prima, di farsi intendere dagli uomini: “Se non volete sapere più nulla di noi, soccomberete non solo alla morte del corpo ma anche a quella dell’anima”.

Saranno ascoltati?

Io li posso comprendere, intuisce il ricercatore che si è chinato sui loro nomi immortali: “Avvicinatevi verso me, ciò che dite cercherò di riferirlo agli altri uomini”.

Ma per (fare) questo devo rafforzare il mio proprio essere. Potrò farlo se comprenderò il monito: “Uomo, conosci te stesso!

Se posso ancora percepirlo, comprenderlo, tra infiniti rumori e mille rovine, allora, in qualsiasi momento, qualsiasi sia la tormenta che spazza il mondo ed il cielo profondo e l’abisso infernale, posso anche edificare in me stesso il campo della mia libertà.

Io sono. Per quel tanto che io resti vero, v’è realtà in me. Per quel tanto che io sappia amare, c’è realtà nell’universo.

Torna in alto