Agosto 2013

RICORDIAMOCI DEL CORPO

 

 Eracle-Farnese-

 

Un grande asceta del secolo scorso scrisse che il corpo fisico non è che uno “strumento e un’ombra”. E per le condizioni attuali ciò può essere sostanzialmente vero.

Il corpo fisico è soltanto lo strumento dell’Io ed è anche solo un’ombra scura se solo lo si confronta con la luce del Sole interiore.

Mi chiedo: è tale ombra utile allo sviluppo dell’anima ed è forse possibile che, coltivando lo strumento, esso sia di qualche utilità per le vite che verranno dopo questa?

In generale, ogni volta che l’anima si incarna in un corpo nuovo, viene con l’intento di vivere nuove esperienze che l’aiuteranno nella sua maturazione. Di vita in vita l’entità spirituale si contrae nella forma, diviene a caro prezzo una personalità cosciente e indipendente e che, a gradi sempre maggiori di sviluppo, può scegliere non  solo il momento della propria incarnazione, ma il luogo, lo scopo e l’opera da compiere. Chi lo può di più, chi lo può di meno : è un processo evolutivo, cioè in divenire.

Comunque è il corpo che sostiene la coscienza ordinaria, lo dimostra una martellata sulla testa o meno violentemente, una condizione qualsiasi che provochi un minor afflusso di sangue ossigenato al cervello. Mentre un disturbo organico determina quasi sempre un cambiamento temporaneo di umore, di carattere e indirizza il pensiero su binari particolari.

Quando nasciamo, il rapporto col corpo è tenue: con esso non ci siamo ancora confrontati e la coscienza, nei casi in cui è desta, è diffusa e vede molto attraverso la madre. Sa molto con estrema precisione, ma poiché non ha ancora nulla su cui riflettersi, non può dire “io” a se stessa, non possiede pensiero autonomo: dunque non può riflettere su nulla di ciò che percepisce: è coscienza che nulla sa di sé.

Immergendosi progressivamente nel corpo, l’essere umano entra nell’oblio, la durata del quale è, anche in questo momento, più soggettiva di quanto si pensi. Poi, come tutti sanno, nel terzo anno di vita, svolte le tre grandi operazioni del verticalizzarsi, del parlare e del pensare, l’essere inizia a riferirsi a sé stesso come ad un io. Sono eventi grandiosi che vanno ben oltre le ordinarie leggi di natura.

Nonostante si si sia in grado di afferrare i concetti universali, la coscienza è semi sognante. Tale condizione, anch’essa in divenire, dura molti anni poiché le forze animiche devono operare nella corporeità, plasmarla: appena dopo due decenni si potrà parlare di una coscienza desta; nel frattempo le attività della veglia e del sogno si frammischiano, tant’è che molti ragazzini vivono più nella fantasia che nel mondo sensibile.

E’ del tutto possibile che in questo lungo periodo, l’entità umana possa, talvolta, percepire da sveglia alcune attività che appartengono allo stato di sogno, ovvero non sogni ad occhi aperti riproducenti le condizioni notturne, ma azioni soprasensibili.

Quando l’animico-spirituale, secondo forze che variano per ciascuno, termina il suo inserimento nella corporeità, la destità per il percepito (corpo compreso) si fa massima per molti decenni: essa comporta la migliore consapevolezza di sé corrispondente e la più robusta attività nel pensiero ordinario.

Il corpo, salvo malanni passeggeri, è diventato davvero un buon veicolo, utile ma poco percepito: ora è davvero un’ombra di sé. Non percepire troppo intensamente corpo e organi è segno di salute: condiziona il meno possibile le nostre attività, che sono sempre interiori anche quando siano immerse nelle produzioni sensibili.

Allora è giustificata la domanda circa le chiacchiere di questo articoletto?

Ma insisto, poiché sono sempre due gli elementi che concorrono alla nostra adeguata incarnazione.

Quando ci svegliamo dal sonno possiamo anche constatare che sono due i mondi che concorrono al nostro divenire svegli: uno di questi è l’apparente oggettività persistente di quello che ci attornia; l’altro è il mondo del pensiero, dei concetti: altrettanto concreto e reale. Infatti capita a tutti, alle volte, di aprire gli occhi ma per un attimo di non sapere nulla: di chi si sia, di dove si sia, ecc. Poi interviene la mente e tutto va a posto.

Se l’attività interiore non ritrovasse la sua buccia fisica e se la buccia fisica non fosse in grado di accogliere l’attività interiore, di noi in quanto uomini terrestri cosa ne sarebbe?

Voglio, una volta tanto, dirigere l’attenzione sul corpo fisico, così come viene sperimentato nella nostra attuale condizione di consapevolezza e percezione. E rivalutare la sua coltivazione, ragionata e consapevole. Poiché con ciò aiutiamo allo stesso tempo la crescita dell’anima, il suo progresso e la sua illuminazione.

La cultura fisica consiste nell’immissione di consapevolezza nel corpo. Che lo si sappia o lo si ignori, resta un fatto che ha la sua importanza.

Quando ci concentriamo per far agire i muscoli in accordo con la nostra volontà, quando ci sforziamo di rendere più elastiche le membra, a dar loro una agilità o una forza o una resistenza che è superiore a quanto abbiamo avuto in dote, infondiamo nella sostanza di questo corpo una forma di coscienza che esso non aveva e ne facciamo uno strumento che progredisce mediante questa azione. Non è l’unica cosa che dia coscienza al corpo, ma è cosa che agisce in modo generale e questo è piuttosto raro. Come, al contrario, non è raro vedere persone (sane) che camminano in maniera disarmonica, che trovano difficoltà nell’esercitare la presa delle dita, che posseggono una sorta di deficit nell’equilibrio e che, persino, non sanno sdraiarsi o alzarsi senza manovre goffe e pesanti.

Per contro, l’artista il pittore, lo scultore infonde coscienza nelle braccia e nelle mani e mi sembra, a ricordo, che uno tra i primi esercizi dati dal Dottore per la fanciulla che sarebbe divenuta una tra le prime euritmiste fu di farle scrivere con le dita dei piedi.

La cultura fisica ha un’azione generale. Quando i risultati sono visibili, quando si osserva a quale punto il corpo possa venir perfezionato, è anche possibile intuire come ciò possa essere utile all’azione dell’essere animico-spirituale che, possedendo un mezzo organizzato, armonioso, forte e agile ad un gradino superiore, è favorito considerevolmente nel suo lavoro.

Sono poche le persone che praticano la cultura fisica con questo scopo, ma che lo sappiano o meno, il risultato c’è. Se si è un poco sensibili, vedendo i movimenti di un essere che ha fatto della cultura fisica ragionata e metodica, si vede una luce, un’armonia, una vita che non esiste tra gli altri. La grazia di una danzatrice o la possanza di un pesista sono del tutto visibili anche quando i suddetti siedono dal parrucchiere o barbiere. Beninteso, se si guarda.

Ci sono molte persone che vedono la cosa esteriormente e dicono che a far forza e muscoli bastano i mestieri pesanti, che producono almeno qualcosa.

E’ un’ignoranza poiché c’è un’essenziale differenza tra i muscoli che sono stati sviluppati mediante un speciale utilizzo, localizzato e limitato e muscoli coltivati insieme volontariamente e armoniosamente che, secondo un programma d’insieme, non lascia indietro nulla senza disciplina, lavoro ed esercizio.

Le persone che, per la loro occupazione, sviluppano particolarmente certi muscoli hanno sempre una deformazione “professionale”: ciò non aiuta minimamente il progresso interiore.

Da un certo punto di vista l’intera vita aiuta necessariamente il progresso interiore, ma così lentamente che l’entità animico-spirituale dovrà reincarnarsi tantissime volte per giungere ad un grado elevato.

Posso dire, senza troppo rischio, che la cultura fisica è la disciplina ascetica del corpo e che ogni disciplina ascetica aiuta e affretta il passo sulla via della meta.

Tanto più coscientemente venga eseguita, tanto più il risultato è rapido e generale e anche se si fa senza vedere oltre la punta del naso, si da un aiuto allo sviluppo totale.

Sottolineo che ogni disciplina, qualunque sia, se la si esegue con rigore, con sincerità e volontariamente, è sempre un aiuto considerevole. Disciplinarsi vuol dire affrettare l’avvento di una nuova vita di realtà superiore.

Così com’è, il corpo fisico è ombra, riflesso del principio saturnio e solare, ma quest’ombra possiamo renderla capace di un progressivo sviluppo e l’Io che si rende capace di svilupparla ora ne sarà capace in ogni ulteriore formazione individuale (incarnazione). Finché potrà produrre una condizione in cui la vita fisica e la vita spirituale forgeranno una unità di luce, forza e consapevolezza.

Una nota aggiunta: molti lettori di Eco non sono giovani e ciò potrebbe far loro pensare che quello che ho scritto non li riguardi affatto. Invece, a mio parere, potrebbe interessarli come e più di un giovane. Chi è “malandato” troverebbe grande giovamento dalla “ginnastica posturale”, naturalmente sotto la guida di laureati esperti. Per tutti gli altri, lo stretching, gli esercizi di mobilitazione, di coordinazione, di potenziamento, di equilibrio (importantissimi) e infine con piccoli attrezzi e una regolare passeggiata sull’imitatore di sci di fondo (ellittica) o tapis roulant o cyclette porteranno benefici impressionanti nella vita generale.

Anche per queste attività, mai iniziare col “fatevelo da voi”, ma sotto la guida di attenti insegnanti (persino un idoneo respirare sotto sforzo deve essere insegnato).

Insomma, fate qualcosa di disciplinato per il corpo: esso vi sarà grato e vi ricambierà generosamente!

SALUTE

OSSERVAZIONI

 sa04

.RS

*

Può accadere e talora accade che una serpentina musicalità intacchi il cuore e il sangue di un uomo e lo renda sensibile (dolorosamente sensibile) alle catene a cui si era fatto servo.

In queste catene egli aveva creduto di amare qualcosa di sé o del mondo, anche se per esse ha dovuto sempre complementarsi con la morte.

Piagato dalle catene egli aspira forse alla liberazione: subitamente attirando a sé una genia di maestri, seguaci e succubi: avidi di ghermirlo con le catene dello spirito contraffatto che giganteggia nell’obbedienza, nel sacrificio, nel simbolismo, nella rituale osservanza.

Non tutto resta buio: nelle anime sane o segnate, il male incita il bene e una frase remota o un breve incontro sono i minuti veicoli di grandi scelte: in chi porta il segno dello spirito l’ostacolo non prevale.

Però sono (e sono state) non poche le creature irretite nel metafisico campo concentrazionario allestito da mediocri orientalisti o disinvolti manipolatori di sacri simboli, quasi ombre dei tanti strutturalisti e comparativisti che imperano nelle Università.

C’è stato un azzimato francese, minuzioso ragioniere e topologo del sopramondo: dove questo debba o non debba stare…Geografo di stretti confini: le iniziazioni mariali, gli asceti orientali contemporanei, la spiritualità nipponica, ecc., furono temi elusi, anzi esclusi per principio  o per partito, dalla pedante visione materialistica di questo “indicatore” dello spirito.

E, a bilanciamento di questo, non va dimenticata l’aristocratica figura italica che accese cuori coraggiosi, trascinandoli nel sogno di perigliose operazioni, mai praticate ma, in compenso, rimescolate con altre pratiche, altre dottrine, nominalmente sempre osteggiate e respinte.

Invero strani maestri di strani discepoli: sempre in formale disaccordo ma sostanzialmente simili nella letargia che gli permette di abbonarsi al metafisico omogeneizzato o alla potenza facile.

Nel momento di una tra le più gravi crisi dell’uomo, i primi hanno passato la vita ad angosciarsi per l’eventuale profanità celata tra le vesti di Pai Chang, dimentichi che “il Dharma fondamentale del Dharma non ha Dharma”, mentre i secondi si smacchiavano a piè sospinto da ogni contaminazione lunare minacciante la virilità olimpica (di individui assoluti), conquistata con l’abbandono ai sentimenti e umori estetici del loro maestro.

Questi erano i grandi scogli di ieri: pericolosi per tutti, mortali per alcuni.

Per mantenere l’umida metafora, appaiono ora semisommersi nell’informe di acque che mareggiano a getto continuo, spruzzi e riverberi scivolosi da spiaggia sassosa, quasi che gli uomini non meritassero neppure i cimenti rocciosi che hanno caratterizzato buona parte del secolo scorso.

Certo, la pletora di ciarpame umidiccio esiste, è pure abbondante: iniziati imprenditori, divulgatori di pseudo digesti, blasonati ciarlatori: omini(di) bidimensionali autoassurti a mirabili iniziazioni.

Il ricercatore vero, dotato di discriminazione interiore, sa o sente che un vero esoterismo inizia con la percezione diretta delle Forze, ossia da una posizione dinamica del tutto estranea alla cultura esoterica, al romanticismo esoterico ed al bazar dell’occulto, che non smuove alcun limite al desolato quotidiano, ma anzi ingravida il sordido e l’abbietto – nascosto in statiche rappresentazioni – di cui è capace l’anima a profondità insospettabili.

E’ possibile dire che dietro lo scenario ingenuamente consolante di un vasto e rinnovato interesse per le antiche vie sapienziali (vedi Yoga e Tantrismo) non ci sia nemmeno una esigenza di tipo mistico-religioso ma piuttosto una larvale tensione psichica verso un mondo trasognato, intermedio, potremmo chiamare “junghiano”, che pare sufficiente a fornire quelle evasioni a cui altri disgraziati si dedicano esaltando o deprimendo funzioni organiche con la chimica delle sostanze psicotrope.

Il ricercatore sveglio attraversa e supera o evita tali malsane contrade. Se animato da attitudine più alta ed orientato ad…Oriente,  giunge alle indicazioni sorgive dello zen, dello yoga e parimenti ai più limpidi testimoni contemporanei di tali sentieri: Shri Aurobindo, Ramana Maharshi, Paramansa Yogananda, ecc.

V’è un mondo o un sopramondo in cui i giganti dello Spirito possono incontrarsi? Credo di sì: hanno tutti qualcosa in comune: una ricerca individuale senza filologie del Sacro, una illimitata audacia, attinta all’inesauribile sostanza dell’Essere.

“Il samadhi è un’evasione…” scrive Aurobindo (Guida allo Yoga, pag.58. Roma 1975). In Aurobindo il suo “Yoga integrale” non si fonda sulle note tecniche del Hatha yoga, Jnana yoga, ecc. e la panoplia di pranayama, asana, mudra, mantra.

Yoga integrale è yoga non frammentato, yoga della consacrazione della coscienza, della vita e del corpo alla universale potenza della Vita Divina. Qui, dove l’uomo si trova, incarnato nella fisicità più densa, deve penetrare la Luce: fino alle oscure potenze della vita organica. Tutto va rovesciato e reso strumento della vita supermentale: impresa non contemplata nell’ortodossa ascesi yoghica, né dai coronamenti del Nirvikalpa samadhi né dalla liberazione Kaivalya mukti. “Il fine dello yoga è sempre difficile da raggiungersi, ma il nostro è ancor più difficile di ogni altro; esso è solamente per coloro che…sono risoluti ad affrontare tutto e a correre tutti i rischi…” (Op. cit. pag. 74). “Il fine del nostro yoga non è solo l’unione con la coscienza superiore, ma la trasformazione, tramite il suo potere, della coscienza inferiore, compresa la natura fisica” (Op. cit. pag. 83).

F. Hiebel, (tradotto senza alcuna utilità o virtù, in italiano) formale presenza nell’Edificio, dalle pagine del “Das Goetheanum” fu soldatino attento alla propria funzione di astratto teorico dello Spirito che, attenendosi all’analisi della terminologia dell’asceta bengalese, contestò ad Aurobindo un indirizzo estatico, dunque incapace di cogliere le esigenze individualizzate dell’uomo “cosciente”. Contento lui…

Lasciamo parlare Aurobindo: “ Ciò che noi intendiamo quando parliamo di Vita divina è il compimento spirituale dell’impulso alla perfezione individuale e alla pienezza interiore dell’essere. E’ la prima condizione essenziale di una vita veramente umana sulla terra e ciò giustifica di fare della perfezione individuale la nostra prima preoccupazione. Se la verità del nostro essere è spirituale e non meccanica, allora deve essere il nostro stesso essere a determinare la propria evoluzione. La legge del karma è solo uno dei processi di cui a tal fine si serve. Il nostro Io deve essere più grande del karma. E’ inconcepibile che il nostro spirito sia una macchina nelle mani del karma.” E, aggiungerei, delle traduzioni automatiche della tradizione in Occidente.

Su tali parole anche l’occidentale cosciente potrebbe riflettere, laddove l’idea del karma (così necessaria all’uomo moderno!) porti ad un passivo (e naturalmente virtuoso) abbandono di sé a quanto succede e trascina quando l’Io venga scartato.

Indubbiamente è vero che luminose figure come Aurobindo o Ramana si muovono nello spazio dell’uomo orientale che però non sempre coincide con gli ambiti geografici attribuiti a questi o a quelli. Vi sono discepoli che non sopportano le contraddizioni culturali e metodologiche tra l’opera di Aurobindo e quella del dott. Steiner e ciò rimanda più che altro alla mancanza di esperienza e all’incapacità di sentire fiducia nell’azione provvidenziale del Mondo spirituale: mai unica e uniforme ma piuttosto articolata secondo necessità e rispondenze diverse.

Il problema di una comprensione vera con simili ascesi non sta tanto nella loro eterodossia ma piuttosto nell’ampia incapacità umana di trovarsi in possesso di talune qualità elementari ed imprescindibili a tali vie.

Però è anche vero che col samadhi non si risolve l’enigma che la coscienza normale offre attimo dopo attimo: tra il conto della spesa e il samadhi non v’è filo che l’Oriente sia in grado di tendere.

Autorevoli indicatori quali l’Evola, il Guenon e, su diverso piano Mircea Eliade, Aldous Huxley e altri ancora, hanno scelto il metafisico Oriente abbandonando l’Occidente alla sua compiuta desacralizzazione.

Inclini alle manifestazioni culturali dello spirituale, non hanno neppure sospettato che lo Spirito, ridotto da essi ad apparato o cosa, sia presente e vivente. E che non va o viene ma presenzia tutta la realtà e persino quanto in essa sembri esterno ed estraneo. Quando esso venga ridotto a identificarsi in sistemi o rituali, in mancanza dei quali pare non esserci, è questo il metro realistico della profondità di simili indicatori.

Nel più eccezionale dei casi il limite interiore di tali anime si riassume nel sintetico assunto che la via sarebbe l’arresto delle funzioni mentali. Condizione plausibile prima di Buddha e del Cristo. Poiché evitando le funzioni si evita l’esperienza del loro determinarsi nella conoscenza del mondo esteriore.

Infatti il mondo greco, la nascita della filosofia, lo studio matematico, lo sguardo artistico del corpo divengono sviluppo delle determinazioni: la logica, la filosofia della natura non si estinguono nella funzione conoscitiva ma sono formative di un’autocoscienza che nasce e cresce da una premessa e verso direzione opposta al senso intimo dell’antico yoga.

In quanto occidentali, sarebbe solo ignoranza prendere posizione contro lo yoga, mentre sarebbe vitale rendersi conto che la dinamica pensante a cui si attinge ora, sia per l’ordinario che per l’iniziale passo nella ricerca spirituale è polare rispetto all’antico conseguimento yoghico di liberazione e alla basale struttura dell’asceta antico.

E’ un dato facilmente sperimentabile (specie per anime che già furono operanti in Oriente) il fatto che attualmente con il sadhana si può giungere agevolmente ad una “trance” povera di coscienza e ricca di fenomeni extrasensibili. I tanti che godono di questa condizione dovrebbero riflettere su quanto può valere una coscienza desta, anche se apparentemente priva di esperienze speciali (è questo il fondamento delle strane paure che poi vengono addebitate alla concentrazione: può succedere che durante i primi tempi della pratica, l’operatore non si accorga minimamente di scivolare dalla destità al trasognamento, situazione superabile con uno sforzo giornaliero e con la moralità intrinseca al pensare).

Tutto questo non inficia l’altissimo valore di asceti del calibro di Aurobindo o Ramana: essi hanno intuito (sperimentato) il mutato assetto della coscienza umana e, di conseguenza, di rinnovate modalità operative: per diretta esperienza  individuando nell’Io il senso delle discipline o percependo che una vera liberazione non dovrebbe eludere la sfera dell’incarnazione.

E’ auspicabile, per l’occidentale moderno, un sentiero che parta dalle sue peculiari condizioni di coscienza, estranee alle nobili forme dell’antica tapasyâ, temporaneamente valide per l’asceta in ritardo o come ricapitolazione di remoti percorsi. Rintracciare in Occidente il filo di insegnamenti autentici può sembrare vano se si è sonnambolicamente aderito al ripiego orientalistico degli orientatori professionisti: occorre non cadere nell’errore di confondere la Tradizione perenne col prodotto dei sistemologi (è quasi divertente assistere a dibattiti accesi in cui, alla fine delle raffinatezze, uno grida all’altro di essere più tradizionale di lui).

Le vere scelte non sono solo problema di logica e acuto giudizio, rimandano piuttosto al presentimento di una antica volontà o scelta che si spiega lungo le azioni della vita terrestre. Ciò non dovrebbe essere smorzato!

“non è necessario dapprima che tale evento sia consapevole: l’importante è che esso sorga nell’anima del discepolo nella forma di un intento profondo: di fedeltà alla propria Tradizione interiore, intuita in rari momenti, di cui non gli può essere abituale il ricordo. Come pura Tradizione interiore…essa esprime la sua assoluta indipendenza rispetto alle espressioni riflesse della Tradizione formalmente regolari” (Scaligero, La Tradizione solare. Pag. 66).

Chi è debole, perciò bramoso di integrarsi in strutture formali (perpetuando il materialismo interiore), finisce nelle putrescenti braccia dell’apparato cattolico o massonico o magistico.

In ciò alcuna critica: non c’è scelta per carenza di libertà del soggetto. Però nel nostro Paese ciò avviene in forma grave, condizionante: al punto da esigere un lungo e radicale lavoro interiore, non sempre coronato da una vera indipendenza (ho visto tante brave persone trasferire il loro cattolicesimo nella Classe esoterica) E ciò vale per i substrati dell’agnostico o dell’ateo: immuni solo a parole.

Inoltre potenze avverse distolgono l’anima dai pochi ispiratori che garantiscono con l’esperienza diretta le indicazioni elargite. In negativo vale come prova la patente di maestro (logicamente insensata) elargita a Evola e Guenon, che furono poco più che discutibili e totalmente faziosi intellettualizzatori dei testi tradizionali.

Mtre Philippe, Rudolf Steiner, Massimo Scaligero: quanti salami di sacrestia (tradizionalisti o meno) hanno torto sguardo e zucca davanti questi nomi: raggelando ogni impulso conoscitivo con un apriorisma che sconfina nella patologia della psiche. Inaccettabili e basta e…così sia!

Sono anche molti tra coloro ai quali il destino aveva combinato l’incontro con queste figure, che poi hanno scelto di retrocedere verso una mistica personale, perciò limitata ad una impossibile ascesi dell’anima in sé stessa, laddove essa richiede severamente la direzione opposta, cioè di essere dominata e vinta come condizione necessaria per dare un varco all’obbiettiva potenza dello Spirito. Viste le difficoltà inevitabili è comprensibile che ciò sia avvenuto…lo è molto meno il fatto che ci si vanti di tale regressione e se ne faccia verbo, più o meno assoluto, presso altri ricercatori.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 5

paoloefrancesca

.

 09.12.78 – Domanda 5

( Cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

*

Adesso vediamo di affrontare la domanda più delicata:

“Caro Massimo, hai detto in un tuo libro…” (… nel Kamaloka tutti i libri che ho scritto mi perseguiteranno…) “… hai detto in un tuo libro che l’amore non corrisposto non è amore” (lo confermo…). “Sento in profondità che questo è vero”, (Ooh! Menomale!) “Ma ti chiedo, qual è la maniera più giusta per vivere un sentimento d’amore quando l’altro non corrisponde ?”

_______________________________________________________

Potrei anche finire qui e dire: “Tanto avete risposto tutti”. Perché tutti sapete di che si tratta, però non me la voglio cavare così quindi…
E…  guardate, qui faccio rispondere Dante: – Amor, c’ha nullo amato amar perdona -.  E mi ricordo quando lo studiammo, allora gli studenti erano un pochino più calmi e più fraterni tra loro, non si scannavano tra loro; studenti di destra e di sinistra erano fratelli, c’era la Corda Fratres che era un’associazione di studenti che riuniva tutti gli studenti, ed era un luogo in cui si facevano discussioni filosofiche, valle a fare adesso…
E mi ricordo che ci fu una discussione che durò dei mesi su questa storia – Amor c’ ha nullo amato amar perdona – perchè diversi commentatori … non sono d’accordo, però l’interpretazione dei migliori è proprio questa, che: “non permette di non riamare”, quindi implica che sia riamato se veramente c’era amore, quindi qui però non è che sfuggiamo adesso col verso di Dante.

La realtà è questa, che se uno ama veramente l’altro, e l’ama in maniera assoluta, deve amarlo come è, anche non riamante, lo deve lasciare libero.
Perché sennò ritorniamo a quella situazione per cui uno dice:  Bisogna essere tolleranti”,  “Tu devi essere tollerante !” E già sei intollerante…
Quindi se un essere  veramente è animato da un amore immenso verso una creatura che non risponde, e magari gli farà un saluto alla lontana, ebbene: si eserciti in questo amore e sappia che proprio per amore non deve chiedere più di quello che l’altro gli dà, non deve forzarlo sennò rovina tutto.
Non ci sono forzamenti. Certo ci può essere il forzamento di acchiapparla e fare una seduzione ma… quello non risolve niente, lo sa benissimo…  l’uomo…e dopo la donna ah… subisce la cosa lì per lì perche’… poi … non te la perdona più, ma certe non la perdo… certe…   (tutti ridono)
Comunque non è quella la via. Guardate, un essere che si trovi in queste condizioni,  e questo…non posso parlare perchè non è nemmeno firmata, però la calligrafia la conosco… ( tutti ridono )

Che … un’essere che abbia questo amore deve essere felice di averlo, perchè questo amore veramente santifica la vita, che ti importa se quello non risponde?
L’interessante è che tu lo ami. Quindi il volere che l’altro riami è già una forma di egoismo, non bisogna forzare questo, bisogna veramente essere quieti, non rassegnati ma … capaci di accettazione di quello che è, felicità dell’accettazione di ciò che è, e quindi non pretendere nulla oltre quello che l’altro liberamente può dare, e non esercitare seduzioni, persuasioni, eccetera…. perché tutto questo significa rovinare questo che qui si presenta come un grande amore.
Allora possiamo aggiungere: se veramente l’amore raggiunge questa impersonalità, questa potenza di dedizione, è impossibile che l’altro non ami; ci saranno degli ostacoli, dei limiti… e lì però bisogna fare i conti col Karma, perché il Karma é molto importante, ci sono delle linee che… però quando c’è questa dedizione si può dire che lo spirito dell’uomo opera in una zona in cui il Karma viene dominato da forze nuove, da forze dell’Arcangelo del Tempo, per cui anche l’amore più impossibile, se vissuto nella sfera del Graal, si realizza: soltanto, bisogna arrivare a quel grado, e poi a quel grado cambiano le prospettive.

E qui mi trovo altre,  molte altre domande, speriamo di non essere atteso fuori da coloro a cui non ho risposto che mi chiedono conto. Comunque… molte domande, molto onore (tutti ridono).

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 4

pane_eucaristico

.

09.12.78 – Domanda 4

( Cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

*

Ci sono delle domande che mi metto davanti per rispondere ogni volta… e poi non ci arrivo perchè ci sono altre domande che sono più urgenti… e qui trovo una domanda abbastanza importante che dice:

Può essere intesa come tradimento la mancanza di fiducia nel Christo che dona Se stesso in perenne sacrificio affinchè l’ uomo possa manifestare il vero amore e la vera libertà?

——————————————————————————————————

Questo pensiero… eh… bisogna veramente … renderlo, reificarlo… perché sembra un pensiero molto mistico ma è terribilmente, anche questo, realistico.
Perché il tradimento è il tradimento di Giuda, e il tradimento di Giuda è ben chiarito dalla Scienza dello Spirito perché è il fatto che ad Arimane gli è stato lasciato un certo potere che è necessario fino al momento del Golgotha, ed è necessario perché  Giuda possa tradire…

Ricordate la tentazione… di Arimane… di convertire le pietre in pani… Eh… lì sì, c’era un mistero profondo perché la pietra tramutata in pane è un fatto, che è equivalente al fatto che il pane che viene dal cielo, il pane viene dal sole, il pane viene dalla natura sovrasensibile poi entra nella natura sensibile e diventa qualcosa necessario al nutrimento, e… però poi entra in una sfera in cui è dominato da Arimane.
Perché … la risposta del Christo è questa : << Non si vive di solo pane >>.
Perché chi vive di solo pane già ha trasformato in valore pietra, ossia danaro:
pietra vuol dire minerale, il minerale é il metallo, e il metallo sono i trenta danari con cui Giuda ha tradito.
Quando il pane entra in quella sfera e vale solo per quella sfera… e… chi vive solo di quel pane e già sta nella sfera di Arimane.
E’ lì che si perpetra il tradimento, è possibile il tradimento, perchè Giuda era un economista.

Pensate che Maitre Philippe disse che Giuda era il più evoluto dei discepoli perché era il più intellettuale, essendo il più intellettuale era anche il più dialettico e il più a contatto con la realtà arimanica e teneva la cassa.
Dinanzi a questo potere di Arimane, quando il Christo fonda l’ Eucaristia, restituisce al pane il vero valore, il pane come cibo del cielo, come cibo in cui c’è la potenza del sole, in cui c’è la sua forza originaria da ricordare, quindi chi si ciba di quel pane non si ciba di solo pane ma si ciba anche del Christo, e questa è l’ Eucaristia.
E aggiunge : << Fate questo in memoria di Me >>. Il che vuol dire…. “Questo vi ricorda tutto il processo da Saturno, Sole, Luna, Terra…. per cui alla fine sulla terra nasce il grano che vi dà il pane….”

E guardate adesso l’amico Leopoldo che ci fa quella domanda… Perché quel tradimento Giuda l’ha scontato, e Giuda è stato perdonato, però il tradimento continua, perchè là dove l’uomo è messo in condizioni di vivere di solo pane – ossia di organizzare una civiltà che è fondata solo sul valore economico e il cui massimo problema è economico, il cui massimo tema è il danaro, il valore, e si arriva alla preoccupazione quotidiana di questo danaro, di questo pane – è stato creato un processo tale che in tutti i popoli del mondo la potenza più drammatica che domina l’uomo è proprio questo dramma del sopravvivere, di avere il pane quotidiano.

Il pane quotidiano significa il posto, il danaro, la casa… E il fatto che con la scusa di salvare l’uomo dai poteri autoritari lo si riporta – lo rappresento dal capitale, dal salario – lo si riporta a dipendere da un processo economico che è il più sottile… e questo significa… tradire l’uomo, è il nuovo tradimento che veramente affligge l’uomo, perché il tradimento é quotidiano: e voi potete seguire la Scienza dello Spirito ma se ad un certo punto avete tutto il giorno una preoccupazione di danaro, oppure di perdita di un bene fisico, eccetera… e questo ha una forza… e  veramente può influire su tutta l’anima.
Quindi il rimedio è, come fu allora, il rimedio è lo stesso.
Perchè per neutralizzare il potere di Giuda, quindi il potere del pane che diventa pietra, il Christo istituisce l’ Eucaristia ma completa questo con la potenza della Pentecoste.
Il processo è lo stesso: ancora una volta noi dobbiamo ritrovare la forza in un potere che è all’origine, e che è ritornato sulla terra, ha seguito con la terra, e che noi abbiamo il dovere di ritrovare nell’intimo nostro.

La Pentecoste fu una forza che investì i discepoli dal di fuori, erano degli esseri che avevano meritato questo perchè avevano molto sofferto, erano stati fedeli al Christo.
La Pentecoste oggi si riaffaccia in un altro modo, come processo interiore, come possibilità di aprirsi al principio del Logos, dall’interno dell’anima, e questa è la via della Rosacroce, è la via dello Spirito Santo, è la via di Michele, quindi eè la via del vero Amore e quindi della Libertà.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CORAGGIO E LA PAURA. Ovvero, dell’avversione alla Via del Pensiero e dell’antipatia verso la Concentrazione.

Cavalcanti aa

IL CORAGGIO E LA PAURA.

Ovvero, dell’avversione alla Via del Pensiero e dell’antipatia verso la Concentrazione.

*

La Via dello Spirito è una Via eroica, e come tale non è, e non può essere, un via borghese.

Ma perché la Via dello Spirito è una Via aristocraticamente eroica e perché non può essere, né può diventare, a meno di una sua degradante e plebea snaturazione, una via borghese?

La Via dello Spirito è una Via aristocratica, eroica, perché è una Via di Sapienza e d’Amore. Ovvero è un sentiero di conoscenza che vuole condurre l’audace cercatore spirituale, il dantesco pellegrino d’Amore, alla contemplazione della Divina Sapienza ed un cammino di volontà che vuole condurre all’unione con l’Amore Sovrano. Ma Conoscenza e Sapienza, Volontà e Amore, sono appunto quel che il nostro Dante, nel Canto III dell’Inferno, evoca con le parole: « la divina podestate, la somma sapienza e ’l primo amore», e che Tommaso Campanella, nel commento ad un suo madrigale, a sua volta chiama: «Possanza, Senno, Amore», mentre altrove, sempre il nostro eroico calabrese, così lo esprime nella sua luminosa visione: «Io credo in Dio, Possanza, Senno, Amore».
Ma per conseguir Conoscenza della Sapienza e realizzare Volontà d’Amore, ovvero per – esprimendosi sempre dantescamente – far nascere in se stessi un Intelletto d’Amore, l’«angelica intelligenza del cuore», occorre coraggio: molto coraggio, anzi moltissimo coraggio. Occorre per percorrere un tal sentiero «alto e silvestro», l’audacia dell’Ulisse dantesco di voler «seguir virtute e canoscenza». Perché non può esservi Amore senza coraggio, e non può esservi Conoscenza senza coraggio.

E solo una coraggiosa volontà di Conoscenza può far nascere a sua volta una coraggiosa volontà d’Amore. Se Leonardo da Vinci audacemente usava dire: «Un grande amore è figlio della grande conoscenza: chi tutto conosce tutto ama», noi vogliamo ancor più temerariamente affermare che: «La grande Conoscenza è figlia del grande Amore: chi tutto ama, tutto conosce». Ma essendo il Tutto, l’Uno-Tutto, infinito, per conoscere l’Infinito occorre un Amore infinito.

Infatti, Massimo Scaligero affermava senza infingimenti che «la misura di amare è di amare senza misura». Porre una misura all’amare è cosa vilissima e plebea; porre un limite, una misura all’amare, amare prudentemente, amare con riserva, non è amore bensì vile commercio: come direbbe il mio amico C. (un coraggiosissimo paganaccio impenitente con un cuore grande così, e i cui difetti sono uno meglio dell’altro), è cosa da «mercanti di birra e da venditori di trippa». Ossia è cosa turpemente vilissima.
Porre un limite alla volontà di conoscere è, al tempo stesso, porre un limite alla volontà di amare: porre una misura e un limite alla volontà di conoscere il Tutto, alla volontà di amare l’Uno-Tutto, l’Uno Unissimo dei più temerari sapienti neoplatonici.

La via borghese, invece, è la via egoica, è la via del calcolo,la via della dedizione calcolata, la via della donazione limitata, ossia con la segreta ed inespressa riserva: «Arriverò sino a quel limite, e più oltre non andrò: più oltre non voglio andare». Il che è lo stesso che dire: più oltre non voglio conoscere e – se è necessario a un tale limitato conoscere – più oltre non voglio amare. Anzi, se è possibile amare solo illimitatamente, allora non voglio amare punto, ossia se l’amare richiede il sacrificio di ciò che limita la mia donazione, allora rinuncio vilmente ad amare.

Perciò la via egoica è la via della turpe viltà, è la via del più bieco egoismo. Turpe viltà e bieco egoismo, che naturalmente – con grande spreco di forbita dialettica e sentimentalità a buon mercato – possono essere spacciati per «buon senso», per «equilibrio», per « umiltà», per «altruismo». Salvo poi – per quella che abbiamo chiamata invidia metafisicapretendere che coloro che, sia pure spesso in maniera convulsa e oltremodo agitata (sono dei ragazzacci esuberanti e un po’ discoli, ma di gran cuore: con loro ci vuole un pochino di pazienza e lasciare, aspettando, che – col tempo e con la paglia – come le sorbe e la canaglia, adeguatamente maturino…), si dànno all’ascesi del pensiero con intensa energia e appassionata dedizione, si spengano, onde il loro ardore spirituale, ancorché un po’ scomposto forse nelle sue forme di manifestazione, non sia cocente rimprovero nei confronti della loro eccessiva prudenza (leggi: vigliaccheria), della loro neghittosa accidia (leggi: animalesca e torpida inerzia).

Gli «assennati» e i «prudenti» non si tirano indietro neppure di fronte alla calunnia e alla diffamazione, con l’adoperare sacrilegamente parole di Massimo Scaligero, capovolgendo senso ed intenzione, affermando che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», che «fare troppa concentrazione fa malissimo», che «non sono i secchioni che arrivano all’Iniziazione e all’esperienza spirituale». Naturalmente, nel profondo della loro anima, costoro sanno bene di «barare» alla trucida, di mentire a se stessi e agli altri, di mentire ben sapendo di mentire.

Nei decenni trascorsi dalla morte di Massimo Scaligero, abbiamo avuto modo di vedere – purtroppo molte, anzi troppe, volte – come una tale insinuante «prudenza» perbenistica ed un tale rugiadoso e velenosamente edulcorato «moralismo» abbiano portato prima all’infiacchimento e alla deviazione delle comunità spirituali dal sentiero originariamente scelto, poi alla dissoluzione di tali comunità, e alla dispersione dei suoi membri.
Per cui si viene a proporre una sedicente «via dell’anima», spacciata al credenzone popolo catecumeno come per «più sicura» e «meno pericolosa» della «temeraria» Via del Pensiero, e addirittura come «assolutamente necessaria» per guarire delle inevitabili «unilateralità» nelle quali cadrebbero i troppo entusiasti cultori dell’ascesi pensante, per guarire del «sublime egoismo» del quale sarebbero ammalati (poveretti…) coloro che troppo frequentemente e troppo intensamente praticano la concentrazione.

Molto «altruisticamente» i seguaci di una tale «via dell’anima» si ostinano ad indicare ripetutamente, ancorché non richiesti, gli esercizi «terapeutici» delle «unilateralità» e del «sublime egoismo», dei quali avrebbero estremo bisogno – a loro dire – gli ostinati praticanti dell’«algida» Via del Pensiero. Di una cotale petulante e invadente insistenza ne abbiamo fatta personale esperienza.

Conciosiacosaché, poi, di fronte al nostro rifiuto – noblesse oblige… – di piegarci ad una simile plebea omologazione per la quale tutti devono uniformarsi ad un unico e decretato «modello di comportamento», e di fronte al nostro birbonissimo irridere ai dogmi di una tale novella contortodossia, i rappresentanti (nel senso di agenti di commercio che devono piazzare le loro merci…) della sublime via dell’anima, hanno dato prova pratica e vissuta (sull’altrui pelle…) delle efficaci virtù della suddetta «prassi per il sentire», e di quanto diligentemente e bene essi pratichino i relativi esercizi, coprendo di insulti i «refrattari», diffondendo le più improbabili e fantasiose dicerie a loro carico, decretando l’ostracismo nei loro confronti, attuando – sempre nei confronti degli eretici «refrattari» – un cordone sanitario «caritatevolmente» che eviti che l’«infezione» si propaghi in maniera indesiderata.

Si è giunti persino su «infernet», su blog e in gruppi di vari social forum, a proporre una «misura» (una «misura» ovviamente «ragionevole»…) di tempo alla concentrazione, superato il limite della quale l’esercizio diventerebbe – sempre a loro dire – «troppo pericoloso». In verità, a tal proposito, i pareri sono seriamente divisi: si va da un minimo prudenziale di 3 (diconsi, pensate, tre!) minuti sino ad un temerario 5 (diconsi ben cinque) minuti!

Se l’opra dell’Ascesi è un’opra di Conoscenza e d’Amore, bisogna proprio concludere che nel caso della sucitata via dell’anima, si tratta proprio di una «conoscenza» ben limitata, dall’orizzonte ben ristretto, e che come opra d’amore mostra d’esser un amore ben avaro, e meschinamente egoistico.

Inscindibile alla via egoica, più o meno travestita da «via dell’anima», è la dimensione della paura.

È la paura che suggerisce di porre un limite di intensità e di durata all’esecuzione della concentrazione. È la paura che spinge ad avversare la Via del pensiero nella sua stellare purezza, e a sostituirvi una via più comoda, meno letale nei confronti dell’ego, che sente come dissolvente per sé e per la natura inferiore l’imperiosa pressione dello Spirito.

È una tale paura che porta ad interrompere l’esercizio, proprio nel momento nel quale esso comincerebbe a funzionare, nel momento nel quale la «natura» comincia a gemere e a temere la forza trasformatrice che infrange i limiti nei quali essa è racchiusa.

È dalla paura che nasce l’avversione nei confronti della radicalità della Via del Pensiero, l’odio nei confronti di coloro che – sia pure molto imperfettamente – vogliono percorrere una tale Via, essere ad essa fedeli in maniera unicitaria, indicarla a coloro che hanno sete dell’Assoluto.

Oltre che sulla «rete», ci è capitato di leggere stampate su una rivista delle affermazioni oltremodo incredibili per chiunque sia un autentico praticante interiore, tanto sono contraddittorie rispetto alla realtà della Via.

Ci capitò, anni addietro, di leggere su una rivista che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica». Ci veniva in mente, quando Massimo Scaligero ci indicò la pagina dell’edizione del 1932, edita dalla barese Laterza, della Scienza Occulta, ove viene descritta la natura assolutamente spirituale – e fondamentale – del pensiero libero dai sensi, del pensiero puro, e come proprio la lettura di quella pagina fosse stata per lui decisiva per la scelta definitiva del sentiero ascetico da seguire.

Secondo diretta esperienza, è assolutamente certo che l’esperienza del pensiero puro, l’esperienza del pensiero libero dai sensi è tutt’altro che una «esperienza spontanea», perché deve essere espugnata con una durissima lotta contro la natura inferiore, la quale non intende affatto essere messa fuori giuoco, anzi resiste con una abile ed avversa, antichissima, velenosa «sapienza».

È menzogna che il pensiero puro sia una esperienza «non cosciente», perché anzi – come apertamente è affermato nel Trattato del Pensiero Vivente – solo nel moto dinamico del pensiero puro l’Io è veramente cosciente. Solo nell’intensità volitiva del pensiero puro, libero dalla passiva adesione ai contenuti sensori, la coscienza si strappa veramente al sonno del servaggio corporeo, ossia si svincola dalla narcosi che lo lega impotente alla condizione della mediazione del sistema nervoso e degli organi di senso corporei.

Ed è ancor più menzogna che tale esperienza sia «egoistica»: è menzogna perché solo partendo dal pensiero puro un’azione è veramente libera, un’azione che muove dall’Io, ossia dallo Spirito, e non a partire da una sognante natura animica, inevitabilmente manovrata dalle forze contrarie all’Io, e alla sua libertà spirituale.

Anni fa, ci fu pure detto oralmente, dalla stessa persona che è all’origine delle su riportate insane e improvvide affermazioni scritte circa la natura «spontanea, non cosciente ed egoistica» del «pensiero puro-libero dai sensi», come la Via indicata da Massimo Scaligero sia – a suo dire – una «via incompleta e superata». Una tale veramente “originale” affermazione nei confronti di un Maestro senza pari, col quale il Cielo e i Numi ci concessero l’immeritato aristocratico privilegio di compiere lunghe concentrazioni ( alquanto più lunghe di 5 risicati minuti) e profonde meditazioni, ci stupì, perché ritenevamo – allora come ora – che possa essere superato solo ciò che è stato conosciuto, dominato e realizzato, e francamente non conosciamo nessuno che si sia pure da lontano avvicinato alla sua altissima e profondissima realizzazione. Mi sorse subito nel cuore, la certezza che chi fa simili affermazioni su un tale Maestro sia segretamente mosso da meschinità piccolo-borghese, paura, invidia metafisica, avversione, ingratitudine, e soprattutto mai ha avuto la travolgente esperienza del pensiero puro. Che è un’esperienza d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 3

Cristo tra gli apostoli

*

09.12.78 – Domanda 3

( Cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

*

Dopo la resurrezione Gesù disse agli Apostoli : “Ricevete lo Spirito Santo.
A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti.”

Giovanni 20:23

Chi ha oggi il potere di rimettere i peccati ?

___________________________________________________________________

Sempre loro, coloro che hanno lo Spirito Santo, soltanto che..

Questa e’ una domanda abbastanza interessante, che ci dà la maniera di chiarire questo:
che tutto questo non esige pubblicità, quindi chi ha questo potere…. non e’ che si possa dire: “Ah ! Andate da quello che ve rimette i peccati !”

Ci sono esseri che sono infelici se non si sa che sono loro che hanno fatto qualcosa di bello, di prodigioso, che hanno guarito; ho saputo giorni fa che un certo personaggio ha telefonato a casa di una famiglia dicendo: “Mandatemi subito quel malato perché in questo momento c’ho una carica di forza !!
Voleva approfittare…  si sentiva in forma e quindi voleva dire: fatemi … vedere

Eh, ci sono questi guaritori…  guardate che qui non facciamo critica a nessuno perche’ in questo mondo dallo zero e dal sottozero fino all’infinito elevato, il piu’ elevato, c’e’ posto per tutti e tutte le vie sono le vie del Signore e se uno si trova a quel livello si vede che ne ha bisogno.
Ritenere i peccati e liberare dai peccati.

Intanto questa e’ una operazione che il Dottore propone come un atto personale,
con un rapporto personale col Christo, naturalmente sono quegli insegnamenti che noi li diciamo cosi’… tra amici,  ma si tratta di un contenuto cosi’ sacro e così delicato che bisogna accoglierlo veramente con un senso di venerazione, perchè il Dottore dice che c’è un rapporto con il Christo che ciascuno di noi può realizzare, e che è talmente profondo e intimo, che l’uomo può chiedere la remissione dei propri peccati e avere anche la certezza che questo avviene.

Questo è il principio, perche’ un essere che sia capace di questo, che giunga a questo, comincia a essere un aiutatore degli altri, perche’ da’ modo agli altri di cominciare ad avere la stessa fiducia, la stessa forza del rapporto col Christo.
Con questo non e’ che abbiamo risposto alla domanda, perché la domanda vuol sapere: ci sono degli esseri …?

Certo, ma sono sempre quelli che hanno il potere dello Spirito Santo, e allora però insistiamo nel dire: ma non sono degli esseri di cui troverete l’indirizzo sulla Guida Monaci,
o sull’elenco telefonico; sono degli esseri che incontrerete unicamente se è scritto che voi dobbiate incontrarli, ossia se la buona volontà vostra e il riconoscimento da parte di questi maestri porta al fatto che li incontriate.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

DELLA RETTORICA E DELLA PERSUASIONE

Carlo Michelstaedter

*

Le righe che seguono (in parte) sono apparse alcuni anni addietro sul Forum, ma volevo riproporre l’attenzione verso un giovanissimo pensatore che, nell’alba del precedente secolo, riuscì a cogliere, tragicamente, sia il limite dell’uomo e del mondo come viene sperimentato (per la coscienza del limite vedasi l’opera di Miguel Unamuno), sia squarci del sovraumano. Questo è una forza che può presentarsi come distruttrice: una realtà superiore disintegra le apparenze inferiori, tra le quali v’è l’immagine psichica e corporea che l’uomo porta a spasso.

Il discepolo esoterico si esercita nel possesso di quanto può preservarlo dal volto tremendo della Folgore della Vita.

Non sono pochi coloro che avventuratisi oltre il “velo dipinto” del mondo non hanno potuto affrontare le forze, immensamente più potenti, che tramano oltre esso, e venendo investiti, hanno concluso la loro vita nella follia o con la morte.

In breve: con Hegel termina la filosofia pura. Essa diviene l’arte di trattare di tutto su tutto con pensiero addestrato e tanto nominalismo. Emergono talvolta figure, come in Italia Croce e Gentile che, attraversate da singole esperienze intuitive, costruiscono poi su queste, cattedrali di fine dialettica. In Germania è Franz Brentano (1838-1917), che con attenzione raffinata, giunge a porsi il problema del conoscere in chiave psicologica.

Brentano dirige la ricerca non sulle cose esistenti “esteriormente”ma sulle cose come appaiono nell’orizzonte intenzionale del soggetto esperiente, aprendo la problematica della “fenomenologia”. In stretta sintesi essa è la scienzadell’esperienza della coscienza. Già Hegel annota la fenomenologia come “cammino dell’anima la quale percorre la serie delle sue formazioni come stazioni prescrittele dalla sua natura perché si rischiari a Spirito e, mediante la piena esperienza di sé stessa, giunga alla conoscenza di ciò che essa è in sé e per sé”. Edmud Husserl (1859-1938) viene influenzato da Brentano, poi (sto saltando quasi tutta la sua opera) propone il metodo della “riduzione fenomenologica” che è la sospensione del giudizio (epoché) per attingere alla dimensione in cui i fenomeni si manifestano come “datità originarie”. Dominata la comune opinione sull’esistente dell’uomo e del mondo, ciò che emerge come “residuo fenomenologico” è il campo trascendentale della coscienza pura. Il senso del mondo e le sue “oggettualità” (noemi) si costituisce a partire dagli atti intenzionali della coscienza pura.

Vedete dunque che si giunge a pratiche e ad un’osservazione deliberata, “intenzionale”, con il gigantesco sforzo di cancellare l’atto del ‘giudizio’ che non significa simpatia o antipatia verso il percepito ma l’atto della coscienza pensante che trasforma il quid percepito in ‘casa’, ‘albero’ o qualsiasi altra cosa.

(Di passaggio ricordo che Edith Stein (1891-1942), fatta santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e Compatrona d’Europa nel 1999, fece parte dei fenomenologici di Gottinga. Di famiglia ebraica, si convertì al cattolicesimo nel 1922. Progettò di inserire l’intenzionalità nella rielaborazione della filosofia scolastica. Morì ad Auschwitz. Ho trovato di alto spessore spirituale il suo “La Scienza della Croce”, uscito postumo nel 1950).

Non credo avventato dire che il tentativo di Husserl fu il passo moderno che più s’avvicina all’esperienza prospettata da Steiner in “Verità e Scienza” che è un testo ‘iniziatico’ completo ma pure un’ottima introduzione fenomenologica all’incompresa “Filosofia della Libertà” che potrebbe condurre, con i massimi requisiti scientifico-epistemologici, all’esperienza diretta dell’essere spirituale dell’uomo e del mondo.

E’ chiaro che il placido (innocuo) discorso filosofico lascia il passo ad una attività interiore: all’aristotelica téchnē, ossia all’atto come mezzo per raggiungere un effetto.

Ho scritto tutto questo per dare sfondo ad una lucente meteora, irrituale, tragica e intensa che solca lo sfondo di quei tempi: Carlo Michelstaedter.

E’ Michelstaedter, ebreo goriziano di buona famiglia (1887-1910) che, compiuti gli studi prima a Vienna poi a Firenze, muore suicida dopo la stesura della tesi di laurea.

La tesi esce  postuma nel 1913 ed è intitolata “La persuasione e la rettorica”. Questa nasce come un confronto critico tra l’originaria sapienza presocratica e la “degenerazione mondana” della filosofia a partire da Platone ma diviene il nucleo di una critica radicale che investe tutta la cultura erede del pensiero post-socratico. Partendo dalla distinzione parmedidea tra il mondo dell’alétheia e quello della dóxa, il Nostro oppone la via vera della “persuasione”, radicale certezza del Vero, al falso della “rettorica”. Il mondo della seconda è il dominio delle istituzioni, dei valori tradizionali, dell’universale ‘già fatto’ su cui si fonda l’uomo (Scaligero direbbe: dei pensati e dei percepiti) e con cui si illude di mascherare il suo violento impulso al proprio conservatorismo e alla bramosa vitalità che lo sostiene.

La bramosia di vita che sostiene l’uomo comune è chiamata, da Michelstaedter, philopsichia (il dio del piacere).

Essa è “tanto è vita…quanto manca del vivere”.

L’uomo brama “…il possesso di sé, ma quanto vuole e tanto occupato del futuro, sfugge a sé ogni momento”.

Del resto “il suo agire (l’agire dell’uomo) è un essere passivo..finché vive in lui, oscura e irriducibile la fame della vita. La vita in lui non vive fino a quando egli non viva che solo per sé  stesso”.

Ma se ferma per un istante il flusso continuo del suo bramarsi, avverte di essere un riflesso rappresentativo non dissimile ai riflessi del mondo“Interrotta la voce del piacere che le dice (dice alla coscienza): ‘tu sei’, sente solo il sordo mormorio del dolore fatto distinto che dice: ‘tu non sei’…”.

L’uomo che crede di vivere nella inautenticità della rettorica è schiavo di essa: “colui che non vive con persuasione non può non obbedire, perché ha già obbedito”.

Naturalmente, il cosiddetto mondo morale, di cui gli uomini si vantano di continuo, appartiene alla sfera del proprio nulla: “questa che gli uomini chiamano spesso spesso docilità, bontà o persino superiorità…non è che la superficialità di cui non aveva ragione in ciò che faceva..non sapeva quelle cose che voleva perché le volesse, non aveva la Potenza di quelle cose…”.

In tale inesorabile deficienza l’uomo teme l’annullamento ma proprio “chi teme la morte è già morto”.

Serve far affiorare in ogni istante un puro presente, senza passati o futuri “…vedere ogni presente come l’ultimo e nell’oscurità crearsi da sé la vita” poiché la morte non è altro che un continuare nel tempo.

Persuasione è prendere su sé la responsabilità della vita, atto di volontà affermante il puro e nudo valore individuale: il giusto è l’uomo risvegliato. Mentre l’irrazionale brama di vita inganna l’uomo con le sue illusioni: conseguimento del piacere, soddisfazione dei propri bisogni, perseguimento di un ideale…

L’amore per la vita dunque ha come meta un’incerta sopravvivenza, non certo la realizzazione dell’uomo, che consiste nel “possesso di sé stesso” attraverso cui si possiede tutto in sé: l’uomo persuaso vive “solo di sé stesso” e nella autorealizzazione non teme la dissoluzione poiché “ la morte nulla gli toglie, giacché niente in lui chiede più di continuare”.

La sua anima vive “libera nell’assoluto”.

“Ognuno è solo e non può sperare aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato”.

In questa poesia del 1910, il volto del tutto normale, della philopsichia:

Ritornate alle case tranquille

alla pace del tetto sicuro,

che cercate un cammino più duro?

Che volete dal perfido mare?

Passa la gioia, passa il dolore,

accettate la vostra sorte,

ogni cosa che vive muore

e nessuna cosa vince la morte.

Ritornate alla via consueta

e godete di ciò ch’è v’è dato:

non v’è un fine, non v’è una meta

per chi è preda del passato.

Ritornate al noto giaciglio

alle dolci e care cose

ritornate alle mani amorose

allo sguardo che trema per voi

a coloro che il primo passo

vi mossero e il primo accento,

che vi diedero il nutrimento

che vi crebbe le membra e il cor.

Adattatevi, ritornate,

siate utili a chi vi ama

e spegnete l’infausta brama

che vi trae dal retto sentier.

Non continuo con citazioni. Tanto è denso il contenuto di quello che appare come un libretto. Solo vi invito a comperarlo. Lo trovate a poco prezzo e magari scontato nelle edizioni Adelphi. Non è antroposofico ma ciò è tutt’altro che un male. Però fu un punto di riferimento per alcuni, non ultimi Evola e Scaligero.

Lo sconsiglio ai blablatori che non comprenderebbero e nemmeno agli ortodossi che hanno le rappresentazioni inchiodate in testa: sarebbero pochi ma comunque sprecati, intendo i soldi.

La tragedia di C.M. è stata quella di non trovare gli strumenti per accogliere nell’umano quel “più che vita che avvertiva crescere nell’anima. E non fu il solo. Quando si riesce a bloccare il corso naturale delle Potenze dell’anima, permettendo loro di essere ciò che sono prima di disperdersi nella natura, è necessaria una mediazione che supporti l’umano che ne resterebbe travolto. Uno dei molti aspetti della saggezza iniziatica dei cinque esercizi. Che, direbbe Paolo di Tarso, non sono latte per bambini.

Consapevole di quanto stava accadendo, Michelstaedter, in una delle sue ultime lettere scrisse (cito a memoria): ”Se muoio sarà non per carenza ma per sovrabbondanza”.

LIBRI E AUTORI

CARLOMAGNO (di R. Arcon)

Carl

   Il re Carlomagno era ormai vecchio, aveva compiuto tutte le più grandi imprese ed aveva fondato un regno potente. Egli dominava l’Europa con le sue armate ma aveva anche raccolto attorno a se tutti i saggi del regno ed aveva fondato una scuola che insegnava l’intera sapienza del suo tempo.

   Un giorno, sentendosi ormai prossimo alla fine della sua vita, decise di raccogliere attorno a se i suoi paladini e fare il giro dei suoi dominii per l’ultima volta. Voleva rivisitare i luoghi delle sue battaglie e salutare i buoni sudditi che tanto lo amavano. Partì così da Aquisgrana con numeroso seguito, con dipiegar di stendardi e sonar di trombe, con rullar di tamburi e grida festose dei suoi guerrieri. Attraversò tutta la terra di Francia sino alla Bretagna e poi giù sino ai Pirenei dove sostò commosso sulla tomba di Orlando e poi piegò verso oriente percorrendo le dolci terre della Provenza sino alle Alpi. Qui, aspettando il tepore della primavera, Carlo attraversò i gioghi montani e scese nella pianura Padana ricca di acque e percorsa dal grande fiume Po. Giunse a Venezia, che guardò scintillare in mezzo alla sua laguna, e sospirò: non era mai riuscito a conquistarla e forse, si disse, era meglio così: sarebbe diventata una grande città, regina del mare.

    Carlomagno proseguì il suo viaggio incerto sulla direzione. Tra i suoi paladini c’era chi lo consigliava di prendere di nuovo la via delle Alpi e attraversare l’Austria per poi giungere nella Germania e quindi fare ritorno a casa. Ma Carlo era di ben diverso avviso. Così disse ai suoi fedeli compagni d’arme che voleva dirigersi verso oriente: “Là dove il sole nasce io morirò”.

   Il re e il suo numeroso seguito proseguirono il viaggio attraverso le pianure friulane, il vecchio regno dei Longobardi, ricevettero l’omaggio del Patriarca di Aquileia e giunsero dove finisce il mare e dove sorgeva una piccola città: Tergeste. Qui giunto, il re volle riposare.

   Non era ancora sorto il sole quando re Carlo fu svegliato da un forte vento. Subito si alzò e si diresse alla finestra per vedere cosa stava accadendo. Il più anziano dei paladini corse al suo fianco: “Non è nulla maestà, gli disse, è solo quel vento che qui chiamano Bora e che a volte soffia molto forte”. Il re guardò il cielo che stava schiarendo, si volse: “Prepara il mio cavallo: voglio seguire questo vento, da solo!” Il vecchio compagno d’arme fissò il re negli occhi e sentì i suoi colmarsi di lagrime. Si rivolse al re come non aveva mai osato fare: “Carlo, non ti rivedrò mai più, è vero?”

Quando il mondo avrà ancora bisogno di noi, amico mio, allora verrò a chiamarti”

“Ed io sarò al tuo fianco, maestà!”

   Carlo salì, non senza fatica, a cavallo e spronò seguendo le raffiche del vento. Il destriero s’impennò e partì in un galoppo veloce eppure leggero, tanto che pareva non toccare terra. Mentre il cielo stava schiarendo e le stelle impallidivano ad una ad una, Carlo giunse in quella valle che oggi chiamano Rosandra e che era immersa nell’ombra perché il sole non aveva ancora superato il ciglione roccioso. Seguendo il torrente, Carlo si avvide che la strada finiva nei pressi di un mulino e così scese da cavallo. Si fermò davanti all’animale accarezzandogli il muso: “Amico mio, disse, siamo stati una cosa sola per tanti anni ora è tempo che ci dividiamo seguendo ognuno la propria natura, entrambi liberi…” Il cavallo parve comprendere, nitrì sommessamente, si volse e ripartì al galoppo immergendosi nel sottobosco. Carlo proseguì a piedi seguendo il vecchio acquedotto costruito dai romani. Arrivò ben presto all’inizio di una salita, lasciò il torrente in basso e si arrampicò aiutandosi con le mani, afferrando gli esili tronchi degli arbusti e i rami bassi degli alberi. Stanco e affannato per l’età, giunse ad un punto dove si poteva scorgere parte della valle. Era un piccolo ripiano ai piedi di una lunga cresta rocciosa che si innalzava verso la sommità del monte chiudendo uno stretto canalone. Carlo si sentiva mancare le forze. Si inginocchiò, levò la spada dal fodero e vi si appoggiò. “Signore, pregò, ora i miei giorni sono finiti. Ho compiuto quello che Tu mi hai chiesto di fare ed ora mi affido a Te!” Mentre era così assorto, il sole uscì da dietro le rocce e illuminò la valle. Una luce abbacinante parve uscire dall’astro e condensarsi in una figura che si fermò davanti al re. Era d’aspetto imponente e due grandi ali iridescenti coronavano il volto severo. Teneva in mano una grande spada. “Alzati Carlo” disse, il momento è giunto: dovrai abbandonare il tuo corpo del quale eri tanto fiero, ma le forze che lo sorreggevano non moriranno!” La voce possente percorse il cielo e Carlo vide i suoi vestiti afflosciarsi e sentì la sua vita scorrere dalle sue mani e pervadere il ferro della sua spada.

   L’arcangelo impugnò l’arma e spalancò le grandi ali. La terra fremette e il vento parve raddoppiare la sua forza: “Respiro della Terra!” gridò l’arcangelo, “Guidami nelle sue profondità!” Seguendo il vento l’arcangelo attraversò la valle e si fermò davanti ad un’alta parete di roccia. Battè col pomo della spada sulla pietra e subito si spalancò un’apertura tanto ampia da permettergli di entrare ad ali spiegate. Mentre volava, senza incontrare ostacoli, la terra pareva ritirarsi davanti a lui e gli esseri delle profondità si nascondevano nei bui recessi delle caverne tremando di paura. In breve l’arcangelo giunse in una grande caverna in fondo alla quale scorreva lento e silenzioso un corso d’acqua limpida. L’arcangelo si fermò: “Ora attraverserai l’acqua, re Carlo, ed entrerai nella leggenda” Ripiegò le ampie ali e attraversò il piccolo fiume senza incresparne la superficie. Dall’altra parte c’era una grande roccia squadrata. L’arcangelo vi adagiò delicatamente la spada di Carlo: “Dormi ora, entra nella serenità di un destino compiuto. Oltre l’illusione di spazio e tempo, oggi tu sei morto e rinato e quando il tempo verrà, un risuonare di trombe spalancherà le viscere della madre terra e tu ne uscirai pronto all’ultima battaglia!”

    Si volse e mentre ripercorreva il cammino compiuto la terra si richiudeva dietro di lui. Presto emerse dalla roccia e, spalancate le ali come arcobaleni, si innalzò sopra la valle e verso il sole. Guardò in basso per un’ultima volta e vide la valle e le colline intorno, e la striscia argentea del torrente e, lontano, la piccola città: “Tergeste, per quanto dolore tu veda passare sopra le tue case, troverai sempre un sorriso!” disse e sparì.

   Qualche secolo dopo i triestini eressero, sul ripiano ai piedi della cresta rocciosa, una piccola cappella e l’intitolarono a San Michele Arcangelo.

*

RENZO ARCON

*

Trieste dalla Val Rosandra

 

LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO,

DICO E RIDICO…

la-scienza-occulta-

*

Per l’individuo che parte da una oscura reminiscenza prenatale e giunge ad una certa chiarezza di coscienza la “presa diretta” indicata dalla dea Ragione (che non va confusa col razionalismo) è il sadhana. Chi pratica è un sadhaka. Uso questi termini, chiaramente non antroposofici, poiché c’è chi sente attorcigliarsi le budella se legge la parola ‘ascesi’ – Steiner non l’ha detto – e forse così sarà più tranquillo e diverrà più buono.

Un tempo venivano considerate (con una certa dose di buon senso pratico) tre situazioni, tre categorie di uomini che praticavano qualcosa sul sentiero della Conoscenza (la quarta, quella dei deliranti, non era prevista o considerata): il principiante, il proficiente ed il provetto. Gli ultimi due si supponeva che avessero atteso ai preliminari nel corso di precedenti incarnazioni. Per essi non erano necessari altri strumenti fuori dalla pratica meditativa: il distacco dalla fiumana dei pensieri e l’arresto delle funzioni mentali.

Dopo secoli che il sacro insegnamento era stato assimilato per opera dei grandi Traduttori, i maestri dell’Impero di Mezzo, vedendo il pericolo della discorsività fine a se stessa, portarono Conoscenza e Trasmissione ad una essenzialità talmente ridotta in cui la fase analitico-discorsiva si consumava nel momento intuitivo e non passava oltre. Un esempio a caso? Eccolo: “Un monaco chiese a Yun  Men quali fossero gli insegnamenti di un’intera vita. Yun Men rispose: Una affermazione pertinente”.

Questo, più o meno, era quanto doveva bastare.

Prima di annoiarvi troppo vorrei sottolineare che il sadhaka dei tempi nostri trova (può trovare) un certo equilibrio tra la laconicità di Yun Men e le necessità della vita… purché sappia evitare lo squittio sorcino del “parler pour parler” almeno per quanto riguarda le discipline e naturalmente le discipline stesse.

E’ un problema grave parlare ossessivamente di ciò che non si sperimenta o non si conosce? Cosa induce individui a schizzar giudizi o improprie saggezze tre volte per settimana su una Scienza dello Spirito, di fatto sconosciuta, dimenticata o tradita? Problemi psichici o tosti esami medici? Perché si continua senza riposo ad ammaestrare con indicazioni fantasiose e/o sminuire la portata (enorme) dei cinque ausiliari? Oppure darne la valutazione che va d’amore e d’accordo con l’esorcizzazione delle cose serie secondo l’indirizzo antroposofista degli ultimi cinquant’anni anni se non di più?

Il sadhaka dei nuovi tempi è già atleta paolino se riesce a nuotare controcorrente tra gli infidi scogli del malato personalismo. Poi inizia la pratica dell’eroismo con i semplici gesti dell’azione interiore. Deve avere buoni muscoli e cuore ben difeso, poiché, grosso modo, ogni cosa che fa è in contraddizione con le azioni umane e gli spiriti che spingono le tendenze generali del tempo.

Prendiamo ad esempio il primo dei cinque, conosciuto come “controllo del pensiero”. Nelle opportune sedi vi diranno che è solo ‘igiene dell’anima’ e già da subito tentano di fregarvi sapendo dal subconscio che quarti di verità fanno più danno della menzogna. Oppure vi consiglieranno di fissare accuratamente l’oggetto cum oculos, dimenticando che il compito dell’esercizio è, al minimo, di “pensare obbiettivamente per virtù di forza interiore” senza essere “dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi” (sto indicando fatti che accadono davvero, qua e là, non mie cervellotiche deduzioni).

Vi diranno di fare l’esercizio in tre minuti (non è una novità come qualcuno crede; è invece vecchissima e risale probabilmente ai tempi in cui le direttive di Albert Steffen, usurpatore a Dornach, avvelenarono la salute cagionevole di quattro quinti dei gruppi europei). “Riguardo la durata della concentrazione…l’effetto è tanto più forte quanto essa può diventare più serena e più intensa. Vi è tuttavia uno speciale senso interiore, che si sviluppa per virtù degli esercizi stessi, che insegna allo scolaro la giusta misura a cui deve attenersi.”

Vi parleranno di rilassamenti corporei (e magari di training autogeno) mentre la “natura di tali processi dell’anima non si differenzia, per la sua qualità da ciò che avviene quando si svolge un sano pensiero o un giudizio. (…) Tutto ciò che a tale riguardo si comporta in modo diverso, non è vera disciplina spirituale, ma soltanto una sua deformazione.”

Vedete amici, i virgolettati sono di un testo base di Rudolf Steiner (La Scienza Occulta, V Cap.), non miei. Mio è solo il tentativo di mostrare che non viene letto e compreso nemmeno il terreno di fondamento dell’antroposofia…mentre si gonfiò come una sanguisuga l’antroposofismo bastardo e corruttore.

I cinque esercizi “sono indicati come metodi della disciplina occulta perché, se vengono eseguiti coscienziosamente, producono non soltanto i risultati immediati sopra descritti, ma indirettamente creano molto altro di utile per il cammino verso i mondi spirituali.” Vi ricordo che soltanto Massimo Scaligero gli chiama, senza timori di botteguccia, con il nome più pertinente: “Regole iniziatiche”.

Verissimo, poiché già con il controllo del pensiero, non privo di enormi difficoltà, inizia il combattimento tra l’io e l’astrale inferiore (radicalmente ed aristotelicamente, tra la potenza del Principio e l’azione del riflesso infero degli Ostacolatori).

Se qualcuno vi dice: “Ma è solo il pensiero” non rispondetegli nemmeno. Perché è stupido o bugiardo. Ogni pensiero voluto modifica tutta l’anima. Riaccende la volontà e domina quel sentire che non è altro che reazione animalesca e sognante al percepito o al rappresentato.

Ogni pensiero deliberatamente voluto, nonostante la ribellione del corpo, dell’anima e degli istinti mascherati da rappresentazioni di pensiero, è atto di coraggio e di morte. Coraggio poiché attinge a quella corrente immessa dal Logos nel cuore umano. Morte poiché si forma indipendentemente e oltre la propria personalità, virtuosa o viziosa che sia. E’ lei che soffoca, che si sente morire. E scalcia di brutto.

Eticamente è l’atto più morale che possa scaturire nella coscienza umana poiché l’io impotente è sempre quello che giustifica l’istintività corporea attraverso un astrale che domina l’ordinario del volere, del sentire e del pensare sino alla forma logica di questo. L’insistenza ed il rafforzamento del pensiero voluto dall’io restituisce all’uomo la giusta gerarchia di Spirito, anima e corpo. Solo a partire da questa disposizione l’agire potrà essere considerato davvero umano (etico).

Questo lo dico, poi lo ridico, lo ripeto, credo lo abbia digerito pure il mio portacenere…ma sembra dar fastidio o repellenza: credo che ciò abbia terribili radici in esseri che si sono abbandonati agli dei oscuri.

Con tale operazione, minimamente realizzata, si forma nell’anima uno “spazio vuoto”, immune dalla personalità particolare, che permette al sadhaka gli ulteriori esercizi e non frivoli atteggiamenti contrabbandati dall’anima. Mi riferisco in particolare all’equanimità e alla positività. Comprendere che essi portano a reali modifiche di coscienza è possibile soltanto a chi sperimenta tali modifiche. Gli altri ragliano alla luna.

A parlare così si becca, nel migliore dei casi, l’infamia di un atteggiamento  “aristocratico” inteso naturalmente come insulto.

Ma chi s’è formato, non dico col buddhismo, ma con l’occidentalissimo Aristotele, non vede in ciò alcun insulto. Se poi ha realizzato un microscopico “spazio vuoto”, dei torcimenti della psiche, fossero alti e possenti come cattedrali, non gli importa nulla.

Il ricercatore, se operativo, vive spesso in condizioni di consapevolezza sovrarazionale, e buona parte del suo sforzo complessivo riguarda il raggiungimento di condizioni più vicine alla realtà dell’Essere che la contingente inessenza delle fugaci passioncelle e delle rispettive rappresentazioni.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 2

Alba su mare -

 .

09.12.78 – Domanda 2

(Cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

*

Qual’è la forza che durante la veglia ci imprigiona nel corpo fisico e al risveglio ce lo fa ritrovare ?

————————————————————————————————–

Chi è che s’allontana dal corpo fisico ?
E’ l’Io e il corpo astrale.
Il Dottore dice : << Se ne vanno via perfidamente >>.
E questo perfidamente ha per anni destato problematismo di interpretazione. E perché ?
Quel perfidamente che dice il Dottore è un sottilissimo umorismo, un meraviglioso umorismo che è persino un aiuto per capire cosa vuole dire, perché quell’abbandono è apparente e ancora non ci sono le forze dell’ Io o dell’astrale capace di avere il vero rapporto con quel fisico e quindi l’uomo abita un astrale che gli è stato costruito, gli è stato regalato, vogliamo dirla… ? Gli è stato prestato. Il corpo eterico prestatissimo, il corpo fisico poi eh… e quindi lui dovrà fare  un lavoro di…. per millenni dovremmo fare ancora questo, dobbiamo tornare qui, perché tutto questo lo dobbiamo ripercorrere con le forze del pensiero.

Per ora il pensiero sta nella testa ma poi dovrà fare un lavoro di profondità e allora questo corpo fisico ed eterico non ha bisogno di lasciarli perché li lascia temporaneamente per fare un rifornimento di conoscenza, perché il corpo eterico e il corpo fisico hanno veramente bisogno d’ essere lasciati in pace, come una moglie che dice : << Oh menomale che lui se ne và, cosi’ posso fare qualcosa in pace in casa >>.
Eh, sono delle mogli molto affettuose veramente che hanno bisogno che lui se ne vada perché… e lui perfidamente se ne va e va magari a giocare a bigliardo,
oppure…  eh… beh.. niente… se va, no, volevo dire che se va in un ambiente dove si accorge che non ci sono antroposofi si beve un doppio wysky tanto somiglia all’acqua, però l’amico a cui volevo dire questo non c’è sennò eh, quando torna… con la scusa di andare al matrimonio degli amici, eccetera…
Beh, comunque, allora ritorniamo al punto.

E’ il ricordo,
E’ la potenza del ricordo della continuità dell’opera cosciente che noi compiamo nello stato  di veglia.
Il giorno in cui noi scopriremo che cosa è il ricordo, che cosa è la memoria,  allora sapremo che  la chiave di tutto è che la memoria spirituale, il ricordo di ciò che più alto abbiamo conquistato, ritorna.
Quando voi fate la concentrazione non è che voi attingete a un qualcosa che avete imparato, voi attingente a un livello che avete raggiunto, e certe volte è difficile ritrovarlo però lo ritrovate con potenza di memoria.
Ma non è che in quel momento cercate di ricordare quello, perché la memoria non è ripetizione di qualcosa che già esiste, è ricreazione, è riproduzione,
quindi per esempio la psicologia su questo piano veramente è molto bambina, capisce ben poco, perchè si tratta di sperimentarle queste cose.

Come noi abbiamo una percezione del mondo fisico e poi una rappresentazione,
alla stessa maniera noi abbiamo percezione interiore e immagine che sorge come ricordo,come memoria; quanto più questa percezione è sottile e giunge in una zona pura dell’anima tanto più noi ricordiamo forze intuitive,ricordiamo doveri interiori, ricordiamo veramente quello che ci aiuta a essere migliori, perchè il punto debole è la dimenticanza dei momenti in cui noi abbiamo preso delle decisioni superiori, dopo ce ne dimentichiamo oppure noi ricordiamo astrattamente ma non abbiamo quella potenza, che è la potenza della memoria, è la vera memoria.

Che cos’è che crea la continuità della coscienza? E’ la memoria, il ricordo, e se voi guardate è tutto un ricordo, il corpo eterico è un corpo di memoria, e facciamo un’equivalenza: è un corpo tessuto di tempo ed è un tempo sintesi, non è il tempo diluito da noi mediante la visione sensibile; è il tempo autentico, il tempo autentico è il mondo eterico ma è il mondo in cui c’e’ tutto.
Infatti ricordo quella esperienza che vi viene.. anche la psicologia sperimentale di un tempo ricordava questo che quando uno attraversa un pericolo di vita e sta veramente per morire c’è un distacco del corpo eterico e si presenta davanti alla visione dell’Io, per cui in un attimo uno vede tutta la propria vita, in una sintesi c’è tutto.
Chi ha avuto questa esperienza rimane sbalordito dal fatto che in questa visione di pochi attimi ci sono tutti i particolari, c’è tutta la vita ed è un tessuto di memoria, è un tessuto di tempo, e questa è la forza che noi possiamo anche chiamare continuità della coscienza, è questo che ci fa svegliare e congiunge la vita di veglia del giorno precedente con la vita successiva attraverso quella pausa in cui c’è un continuum che appartiene al corpo eterico.

Quindi quello perfidamente se ne va però il corpo eterico è quello che continua a mantenere il rapporto di memoria di cui si serve immediatamente l’Io e l’astrale ritornando
e nel primo ritorno c’è l’immagine… ci sono impressioni spirituali che sorgono come sogni, dopodichè si rientra nel corpo fisico, e questo risveglio è interessantissimo perchè ci sono degli esseri che devono fare una gran fatica per ritornare bene nel corpo, altri che invece  entrano e sono subito svegli.

Comunque anche per questa domanda vedremo di dire qualche altra cosa.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

L'ARCOBALENO

arcobaleno

*

Dopo il temporale estivo improvviso appare un arcobaleno.

Nel breve tempo che dura è, o almeno sembra essere, uno smisurato arco di vari colori che occupa una posizione nello spazio fuori di me. Appare una creatura magica che si libra, in un precario equilibrio, tra la materia e la non materia.

Si appoggia lievemente sul fianco di una montagna, passa sopra la valle e finisce dall’altra parte su una macchia di pini scuri.

Mentre lo osservo tento di ricordare ciò che mi è stato insegnato a proposito degli arcobaleni e delle loro cause e tutto quello che mi viene in mente è che sono la combinazione dei raggi del sole con le goccioline di pioggia rimaste in sospensione dopo un temporale.

Prima che svanisca mi sorgono delle domande: “L’arcobaleno è realmente “ lì”? Sarebbe ugualmente “lì” indipendentemente dal fatto che io lo veda? Se io camminassi fino al punto in cui finisce, o sembra finire, esso certamente non sarebbe più “lì” ma si sposterebbe in base al mio spostamento. Allora in che relazione sto io con il fenomeno?

Seguendo il filo di questi pensieri e di altri ancora, arrivo a una conclusione non proprio usuale.

L’arcobaleno è la combinazione non di due, ma di tre elementi: dei raggi del sole, delle goccioline di pioggia e della mia visione. “Io che guardo il fenomeno” è un fattore da aggiungere non meno importante degli altri due.

Non sono solo uno spettatore passivo dello spettacolo, come la maggior parte delle persone crede, ma mi rendo conto che sono io, con la mia partecipazione attiva, che in un certo senso lo “creo”.

E’ il mio pensiero che illumina e dà vita alla percezione che altrimenti si ridurrebbe a delle goccioline di pioggia sospese nell’aria in combinazione con altri elementi.

La dea “Iride” non disegna più l’arcobaleno nel cielo come credevano, ad esempio, gli antichi greci, ma si è ritirata all’interno ed ora quel fenomeno lo completo io guardandolo in un modo nuovo, vivo, cosciente.

La sua curva, i suoi colori e la stessa luce procedono ora dai miei occhi, o meglio dal mio pensare “stimolato” dalla percezione. La piena realtà dell’arcobaleno dipende da me.

Mi risuona dentro una frase di Scaligero letta nel suo Trattato: “Il vero pensare è l’essenza che integra l’apparire e perciò di ogni fatto è il contenuto interiore che lo completa, togliendolo alla contingenza e all’esteriore grossolanità”.

Anche per i pittori impressionisti ciò era, in maniera più o meno cosciente, un’esperienza vera e propria. Essi dipingevano la natura nella luce che veniva effettivamente percepita dall’occhio, come nessun altro pittore aveva fatto prima di loro, nel tentativo di realizzare coscientemente l’attività della “figurazione” o “immaginazione” che, per la maggior parte degli esseri umani, avviene in maniera inconscia.

Non si trattava più di copiare o imitare la natura, essi esprimevano “se stessi” nella misura in cui coglievano l’importanza dell’Uomo posto di fronte alla natura e alla percezione in generale.

So che a intrattenere un tale rapporto con l’arcobaleno non è la mia piccola personalità temporale, ma l’evolversi dello spirito che nell’uomo determina dei cambiamenti in lui, e tra lui e il mondo cosiddetto “esterno”.

In questo rapporto diventa sempre più chiaro che il ruolo dei sensi e del pensare umano hanno un peso sempre più determinante nella “creazione” della realtà.

La relazione tra la creatura e il Creatore nel percorso evolutivo può e deve mutare, come muta il rapporto tra genitori e figli quando questi crescono, ma il mutamento sarà un cammino di avvicinamento al divino nella misura in cui l’uomo supererà, a poco a poco, le sue limitazioni e saprà rapportarsi alla natura in un modo nuovo, vivo: un modo “da sempre atteso” dalla natura.

Tornando all’arcobaleno è bello leggere le parole dell’autore dell’Ecclesiastico:

Osserva l’arcobaleno e benedici colui che l’ha fatto,

è bellissimo nel suo splendore.

Avvolge il cielo con un cerchio di gloria,

l’hanno teso le mani dell’Altissimo.

Forse faccio riecheggiare in me queste parole con meno calore quando penso che Egli sta creando l’arcobaleno anche attraverso i miei occhi e il mio pensare vivente?

SCIENZA DELLO SPIRITO

Tolleranza e severità, pazienza e intransigenza di Massimo Scaligero

Massimo Scaligero

*

In questa epoca stupida e malvagia si hanno le idee alquanto confuse su che cosa siano “tolleranza” e “pazienza”. Addirittura, da parte di intraprendenti arrivisti, di spregiudicati provocatori, si giunge cinicamente a fare calcolo sulla tolleranza e la pazienza altrui come di strumenti coi quali disarmare persone che in maniera confessata o inconfessabile si disprezzano e si ritengono ingenue, candide, sostanzialmente stupide, e quindi illimitatamente manovrabili, strumentalizzabili da parte di coloro che si arrogano spregiudicatamente tale diritto-privilegio in quanto si ritengono “intelligenti” e “furbi”. Di tali furbi, furbastri, furbazzi è strapieno il variopinto mondo dell’esoterismo e l’alquanto turbolento milieu delle comunità spirituali.

Una tale spregiudicata, lucidamente cinica, strategia di disarmo di coloro che avversano i suoi cristallizzati dogmi, si sottraggono al devoto omaggio feudale richiesto e si permettono di ostacolare i suoi progetti di «possessio mundana», è da sempre adoperata dalla parte avversa, ossia dalla nota Potenza Straniera d’Oltretevere, e soprattutto dalla sua efficiente milizia, la mai troppo infamata Compagnia.

Infatti, la parte avversa così apertamente dichiara: «Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi e dei vostri ideali, e ve la neghiamo in nome dei nostri dogmi e dei nostri interessi!». Bisogna riconoscere come in tanta perfidia vi sia una sua sinistra geniale grandezza, un suo ambiguo fascino, da beauté du diable, direbbero i francesi. Naturalmente, una tale machiavellica strategia viene adoprata soprattutto nei ricorrenti periodi di debolezza, di decadenza della parte avversa, quando per esempio il concupito potere politico o mondano (come prima dell’ascesa al potere di quel mostro di ogni crudeltà che fu l’infame Imperatore Costantino, persecutore degli Iniziati e dei Misteri) è ancora da conquistare, oppure come dopo la caduta del potere temporale dei Papi (come avvenne in seguito alla presa di Roma da parte delle truppe del Regno d’Italia).

Mentre col potere saldamente nelle mani di colui che, usurpandolo, si arroga il titolo sacro di Pontefice Massimo, l’arroganza più estrema del potere viene voluttuosamente assaporata, la brutalità più intollerante viene apertamente ostentata, la violenza più gratuita viene messa in atto su ogni piano contro individui e contro popoli, come insegnano la storia dell’Inquisizione e le crociate contro gli eretici, sì da giustificare pienamente l’appellativo che i Catari davano alla straniera potenza transtiberina quando la apostrofavano di essere «la prostituta di Babilonia, seduta sulla Grande Bestia, con in mano la coppa, assetata del sangue dei martiri», in ciò assecondati dalle mordaci parole del ghibellinissimo Dante, e di tanti temerari testimoni della Verità.

Ci si potrebbe chiedere quanto sia savio e lecito essere tolleranti, e pazienti, nei confronti degli intolleranti, soprattutto quando l’intolleranza sistematica ha come fine l’alterazione e la distruzione di una comunità spirituale. La risposta non potrebbe essere univoca, perché il Mondo Spirituale non è nulla di cristallizzato, di consequenziale a leggi, punti di vista e regole umane, che sono meramente soggettivi, antropomorfici, variabili e contingenti. Non può esservi una invariabile, e in quanto tale dogmatica, regola umana.

Un Maestro spirituale non si pone mai il problema di seguire un codice comportamentale precostituito, bensì partirà sempre dalla oggettiva richiesta degli eventi, dalla richiesta che emerge dal profondo delle anime di coloro che lo vogliono incontrare, e talvolta lo scelgono come Guida, come Istruttore spirituale. Nel caso di Massimo Scaligero, la richiesta degli eventi, o quella profonda delle anime, poteva andare perfettamente in rotta di collisione con le aspettative “coscienti” – ovverossia “psichicamente” e “intellettualmente” coscienti, e quindi spiritualmente niente affatto veramente coscienti – di coloro che a lui si rivolgevano, non cercando una vera risposta, bensì un opportunistico consenso a quanto loro stessi già si erano risposti nel loro ipocrita teatrino interiore, e che desideravano sentir risuonare a conferma al loro orecchio.

Massimo Scaligero non tollerava affatto né la menzogna né l’ambizione. Smascherava spietatamente ogni recitazione, ogni ipocrisia, indifferente ai sentimenti di avversione che rabbiosi potevano talvolta insorgere nell’animo di coloro che – delusi nelle loro velleitarie aspettative – si vedevano messi così indesideratamente a nudo nei loro aspetti più accuratamente celati.

Oggi, persone tutt’altro che disinteressate (che il più delle volte neppure lo hanno conosciuto o mai incontrato) cercano di diffondere una prefabbricata immagine di Massimo Scaligero come di uomo accogliente, paziente, tollerante e permissivo, ossia come di una persona sicuramente “buona” ma un po’ “lenta” (abbiamo sentito di persona più volte di cotali ragionamenti) e si cerca di usare questa prefabbricata immagine nell’ambito di quella machiavellica strategia di disarmo spirituale dei veri combattenti interiori, i quali saranno senz’altro turbolenti e pieni di difettoni e di alquante unilateralità, ma che pur sempre si misurano duramente ogni giorno e più volte al giorno, con una Ascesi del pensiero aspra e irta di difficoltà di ogni genere, e cercano ogni volta di riaccendere e di riattizzare la fiamma gelosamente custodita nel cuore.

Massimo Scaligero era tollerante e aperto con le persone sincere, qualunque fosse la loro origine umana, sociale, culturale, esoterica, indifferente alle eventuali appartenenze confessionali o ideologiche. Egli era estremamente paziente nei confronti delle debolezze personali, intellettuali o anche morali. Al massimo poteva, per disincantare chi si rivolgeva a lui dando troppo peso alla molta o poca intelligenza, alle sentimentalità o agli istintivi attaccamenti, darsi ad una spiritosa presa in giro, ironizzando sugli aspetti comici che gli aspetti umani dei suoi amici e discepoli inevitabilmente mostravano.

Io, che ebbi la ventura di conoscerlo allorché avevo solo diciannove anni, e di incontrarlo in seguito circa duecento volte (sino all’ultima volta, poche ore prima che ci lasciasse), posso dire di essere stato preso in giro in molte forme, e scosso energicamente da certi irrigidimenti interiori o da certi limiti che mi sembravano difficilmente superabili, con metodi da Maestro Zen, ossia con metodi infinitamente compassionevoli, ma niente affatto condiscendenti e sentimentali. E nel mio caso, tali «compassionevoli» metodi – a volte brutalmente «compassionevoli» – furono veramente terapeutici e servirono a cauterizzare ferite varie, a chirurgicamente operare su zone di me, che non osavo affrontare. Questa era la sua tolleranza e la sua pazienza.

Ma non sempre egli era così tollerante e paziente. Perché tolleranza e pazienza non possono diventare per un Iniziato complicità con la menzogna, con la vanità, con l’arroganza e l’ambizione. Ad alcune persone che gli descrivevano esperienze interiori inventate di sana pianta, egli diceva: «Stai mentendo!». A chi gli descriveva i propri rapporti e sentimenti nei confronti di altre persone, diceva: «Tu mi dici questo e quest’altro, ma io nel tuo cuore leggo tutt’altro», e lo smascherava. Così come smascherava le reali intenzioni di chi faceva proposte particolari per giungere a realizzare inconfessabili fini: «Quello che vuoi attuare non è quello che dici, bensì questo e quest’altro!».

Un episodio, che posso testimoniare, è illuminante a tale proposito. Negli ultimi anni, varie persone, la cui ambizione davvero non conosceva i limiti della decenza, arrivarono a chiedere a Massimo Scaligero di farsi da parte e di lasciare a loro il suo posto. Un giorno così raccontò: «Sai, è venuto a trovarmi il Tale, e mi ha proposto di farmi da parte: avrebbe fatto lui al mio posto le riunioni del mercoledì e del sabato, nonché gli incontri individuali con gli amici. Con l’imbecille motivazione (per me più che imbecille), che io sarei oramai anziano e di salute declinante. Lasciando il posto a lui, avrei avuto più tempo per meditare e scrivere i libri». Massimo rimase in silenzio una decina di secondi e poi disse: «Vedi quella sedia? Ce l’ho fatto ballare sopra per una ventina di minuti!». Il tipino autonominatosi, dopo la scomparsa del Maestro, successore e vero erede di Massimo Scaligero, ancora imperversa in “infernet”, facendo uno zuppone indigesto di un po’ di tutto!

Altra cosa che Massimo Scaligero non tollerava mai, veramente mai, era una qualsiasi forma di collusione o compromissione con la politica. In un caso simile, egli poteva diventare veramente brutale. Ed anche nei confronti di qualsiasi vanità culturale, come congressi e convegni, tavole rotonde e trasmissioni, egli era assolutamente contrario: non concedeva mai che il nome della Scienza dello Spirito venisse portato in una simile cloaca. Oggi, invece, si vuole «portare lo spirito nella politica», e si propongono pure dei Masters o dei corsi di addestramento – a pagamento, naturalmente – per formare «operatori spirituali nella politica», e si organizzano altresì convegni, tavole rotonde, talk-shows e quant’altro, nei quali un pubblico «interessato» può vedere e ascoltare gli interventi dei conferenzieri o dei partecipanti ai medesimi, sapientemente diretti da un «moderatore» che orchestra il tutto, ed incassa il dovuto!

Aveva, perciò, ragione il Buddha Shakyamuni a chiamare, nel Sutta Nipata, l’Illuminazione «la rottura della testa». Ed aveva ragionissima il Maestro Jou-tsing, della Casa Tsao-tung della Scuola Zen, come riporta il suo fedele discepolo Dogen Zenji, nello Shobogenzo: «Dunque, bisogna picchiare più forte!».

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASCESI RADICALE

dogen-keizan

*

Uno dei problemi di coloro che hanno la grandissima ventura di incontrare il Sentiero dell’Iniziazione, l’eterna Scienza dello Spirito, di epoca in epoca sempre diversa e pur sempre a se stessa uguale, è l’oblio di che cosa comporta l’avere incontrato la Via Solare, la dimenticanza degli impegni, che il ricercatore spirituale ha liberamente assunto nei suoi momenti di altezza e di profondità, di intensità e di entusiasmo. Ma tali momenti di altezza e di profondità, di intensità e di entusiasmo vengono facilmente dimenticati, perché «il cuore degli uomini si corrompe facilmente», e la cosa più turpe è il tradimento degli impegni sacri, perpetrato per pigrizia, per svogliata inerzia, per comodità interiore.

Da una parte, in seguito ad una lettura che ha acceso l’anima, una lettura che ha suscitato un moto interiore autentico, l’entusiasta cercatore afferma – giustissimamente afferma – « nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo, io mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi». Poi l’entusiasmo si attenua, si intiepidisce e si spegne, l’intensa lucidità si appanna, l’anima ridiventa opaca e il cuore sordo, e colui che giustamente – per una breve eternità – si era sentito tutt’uno con l’Io dei mondi, si fa vilissimamente portare a spasso, in maniera ridicola, come un cagnolino al guinzaglio, da istinti volgari, brame mediocri, passioncelle piccolo-borghesi, emozioni superficiali, scialbe e scipite. Tutto questo è – a dir poco – ridicolo.

Il fatto è che quella intensità, quella luminosa accensione, quel vivido entusiasmo, erano molto poco una attiva realizzazione ascetica del cercatore: venivano suscitati in lui – ma non da lui – dall’aureo pensiero del Maestro, la cui trama ideante celava – per un suo mirabile dono e attraverso un suo eroico sacrificio – come incantata, una forza celeste, un fuoco segreto, che penetrando nel cuore e nell’anima li accendevano, e chiedevano che colui che li riceveva non si beasse di emozioni soggettive egoisticamente assaporate, bensì avesse forza e coraggio di andare oltre una mera emozione (che è solo la deformazione soggettiva dell’esperienza nella parte superficiale dell’anima), di non fare spegnere quell’entusiasmo e quel fuoco, che volesse attuare – e non assaporare per goderne – quella identità del suo Io con l’Io dei mondi, ovverossia attuare il moto conoscitivo che fa sì che la coscienza di una tale identità col Divino sorga e permanga. Che una tale identità dell’individuale Io umano con l’Io dei mondi, del Jivatman o del Purusha con il Paramatman o col Brahman, indubbiamente sia, è quanto afferma da sempre la Sapienza Eterna in Oriente e in Occidente. Ma che una tale identità sia e basta, e che l’essere umano individuale non ne sia punto cosciente, è una vergogna per ogni asceta operante, un obbrobrio per ogni autentico praticante interiore. Oltre che vergognosa, una tale incoscienza è cosa inutile, e addirittura tragicamente comica.

È perfettamente inutile vivere 23 ore e 50 minuti della propria giornata nella più totale dispersione esteriore e pretendere poi in 10 minuti di attuare la necessaria, più intensa concentrazione interiore. È passabilmente comico, se non ridicolo, vivere quasi interamente la propria giornata come se l’essere umano fosse unicamente un essere corporeo, un essere animale, psichico, nevrotico, affondato nei suoi puerili pregiudizi, agitato dalle sue altalenanti e contraddittorie emozioni, sospinto dalle più oscure e diverse pulsioni istintive, immerso in una visione del mondo mediocre, banale, opportunista, oppure arrampicatrice, cinica, affaristica, politicante, bramosa di potere, ricchezza, di godimento sensuale, e poi – in maniera assolutamente schizofrenica – pretendere di compiere un Rito interiore come la concentrazione o la meditazione, che presuppongono slancio, consacrazione allo Spirito, purificazione dalle sozzure del letame terrestre, accensione della volontà. Questa la grande contraddizione.

D’estate poi, affermava Massimo Scaligero, si attua un vero e proprio «adulterio», un autentico «tradimento» nei confronti dello Spirito. Ancora una volta, è necessario far rilevare che è inutile lavorare interiormente – quando poi tale lavoro venga realmente compiuto – 11 mesi in un anno e poi, ripetendo in senso inverso la fatica della fedele Penelope, devastare e distruggere in pochi giorni, se non in poche ore quel molto, o quel pochissimo, faticosamente conquistato durante un anno di pratica interiore. Magari andando a fare in riviera la parte di patetici “vitelloni” invecchiati . In questo caso, la contraddittoria inconsequenzialità logica rasenta veramente la stupidità!

Sempre Massimo Scaligero sovente ci diceva come quello che maggiormente respinge le Intelligenze Celesti, che all’uomo aperto nei confronti dello Spirito tutto vorrebbero generosamente donare, è proprio il livello di banalità del suo stato di coscienza, la fiacchezza della sua pavida volontà, l’arroganza dell’animalesca natura inferiore nel cui fangoso sterco egli ama rotolarsi, il suo sfrangiato e discontinuo impegnarsi, il suo fare le cose all’insegna dell’episodico, dell’improvvisato e dell’approssimativo. Mentre agli audaci, ai consacrati, ai sinceri, a coloro che oltre ogni loro limite umano – e anche oltre le loro inevitabili difficoltà umane e morali – vogliono realizzare lo Spirito, vogliono con tenace ostinazione che lo Spirito si realizzi in loro, non per asservirlo a decadenti, e deludenti, finalità umane-troppo umane, ma perché si attuino le «intenzioni» e le «finalità» dello Spirito e alla realizzazione di queste tutto coraggiosamente sacrificano, tali celesti Intelligenze rispondono con illimitata generosità.

Un tale generosità celeste e lo slancio eroico del praticante interiore possono giungere a far impallidire nel discepolo la consueta visione profana del mondo, inevitabilmente «comoda» e «borghese», a dissolvere ogni attaccamento umano, a suscitare la coscienza della tragicità della condizione umana, dell’impellente urgenza del suo superamento. Ciò esige che liberamente ci si doni con impeto, con intensità, con frequenza, con gioiosa abnegazione, alla pratica della concentrazione, della concentrazione profonda, della meditazione, della contemplazione, che come esplicitamente dichiara Massimo Scaligero, sono l’azione più efficace, più urgente, più elevata che un essere umano possa compiere sulla Terra. Ma anche l’azione più attesa, più struggentemente invocata e anelata, l’azione di cui maggiormente le Intelligenze Celesti hanno bisogno.

Per rimanere fedeli a quella che Massimo Scaligero, ed evocata da Isidoro, chiamava «essere fedeli alla propria tradizione interiore», e per mostrare quanta intensità ascetica, quanto ardore della volontà, quanta devozione e dedizione era presente in alcuni asceti del mondo orientale, riportiamo qualcosa relativa a Eihei Dogen o Dogen Zenji, e a quanto egli ci dice del suo Maestro Jou-tsing.
«Il vecchio Jou-tsing praticava la sera la meditazione sino ai tre colpi della seconda veglia (ore 23.00) e ricominciava all’alba al secondo o terzo colpo della quarta veglia (ore 02.30 o 03.00). Egli prendeva posto a lato dei monaci nella sala di meditazione tutte le notti senza eccezioni. Durante quel tempo molti monaci si addormentavano. Egli faceva allora il giro dei monaci assopiti e li colpiva, talvolta col pugno, altre volte con una delle sue scarpe ch’egli si toglieva appositamente e li faceva vergognare di esser stati tratti così da lui dal sonno. Se essi si addormentavano ancora, egli si recava nella sala di servizio, suonava la campana, chiamava un praticante, gli faceva accendere una candela, poi si metteva all’improvviso a tuonare nella maniera seguente: “A che serve riunirsi nella sala di meditazione per dormirvi senza far nulla? Perché avete lasciate le vostre famiglie e siete entrati nel monastero? Guardate: dove vedete nel mondo un sovrano o dei funzionari che passano la loro vita nell’inazione? gli imperatori governano alla maniera dei sovrani, i vassalli servono con una estrema lealtà, e sino al popolo minuto che coltiva il suo campo o prende l’ascia, non c’è nessuno che passi la vita prendendosela comoda. Fuggendo il mondo, siete entrati in monastero ove passate i giorni nell’ozio. In fin dei conti, tutto ciò a che serve? I Maestri di Dottrina del Buddhismo e i Maestri dello Zen hanno dato valore al fatto che la “vita-e-morte” per noi è la questione essenziale, che ci urge l’impermanenza delle cose. Che forse la Morte non ci sorprenderà questa sera, domani, oppure una malattia qualunque? È estremamente stupido durante la nostra breve vita, non praticare il Buddhismo, coricarsi e dormire, passare il tempo nell’ozio. È per questo motivo che il Buddhismo declina. In ogni luogo, quando il Buddhismo era fiorente, tutti i monasteri facevano praticare lo Zazen. nei tempi moderni, da nessuna parte si incoraggia lo Zazen, e così il Buddhismo declina».

Quello che un Maestro severo come Jou-tsing – che ha tutta la mia più colpevole ammirazione – dice circa le condizioni della pratica della meditazione, nella Cina del XIII secolo, allorché la dinastia dei Sung, e tutta l’Asia, stavano per essere travolte dalla tempesta mongola, a maggior ragione – mutatis mutandis per adattare alle attuali condizioni dell’Occidente e della Via Solare – si attaglia ai fiacchi e spesso imbolsiti e chiacchieroni seguaci – sedicenti seguaci – della Scienza dello Spirito.

Oggi i troppo comodi e pigri discepoli della Grande Arte della resurrezione del pensiero, neppure si immaginano quale meravigliosa atmosfera di permanente mobilitazione spirituale, di dinamica accensione della volontà, regnasse in Oriente anche nei periodi di decadenza, fatalmente provocati dagli eventi esteriori di una civiltà in graduale via di esaurimento. Ne è un esempio Dogen Zenji, discepolo del suddetto terribilissimo Jou-tsing. Dogen, che era un asceta veramente energico adamantino, praticava la meditazione dello Zen con un estremismo interiore che talvolta lo portava a rischiare la vita. Così egli ricordava nei suoi anni più tardi, una volta tornato in Giappone:
«Io praticavo notte e giorno la meditazione seduta. Certi monaci abbandonavano per qualche tempo la loro pratica, per tema di cadere malati durante i fortissimi calori o il grandissimo freddo. Ma io, in quei momenti, pensavo: io continuerò la mia pratica persino se dovessi ammalarmi o dovessi morire. A che mi servirebbe aver cura del mio corpo, se non praticassi quando sto bene in salute? Poco importa che io cada malato e che muoia, poiché il mio scopo sarebbe raggiunto. […] Se io muoio praticando lo Zazen prima di essere giunto all’Illuminazione, i legami buddhici che si saranno stabiliti mi faranno rinascere in una famiglia buddhista. Se non pratico lo Zazen è assolutamente inutile che io viva a lungo».

Questa è ascesi radicale, portata avanti checché avvenga. Ma se otto secoli fa, in Oriente, nella Scuola Zen del Buddhismo, in un mondo ancora in gran parte a misura dell’Uomo Spirituale, erano capaci di tanta estremistica radicalità, quanto più dovremmo noi, in un epoca molto più pericolosa, come la nostra attuale, essere capaci di radicale dedizione all’Ascesi solare del pensiero, che ci è stata donata. A quell’epoca, nella Cina dei Sung, che dopo alcuni decenni sarebbe stata travolta dalla tempesta mongola, i discepoli della Via dell’Illuminazione non si lamentavano della severità di un Maestro come Jou-tsing, della Casa di Tsao-tung dell’austera Scuola Zen, anzi ne gioivano come di un aristocratico privilegio. Così racconta, sempre Dogen Zenji, ricordando con commozione il suo venerato Maestro:
«Quando nel corso di una riunione di monaci per lo Zazen nella sala di meditazione, egli puniva coloro che si addormentavano, colpendoli con la propria scarpa ed ingiuriandoli, tutti i monaci si rallegravano, l’ammiravano e lo lodavano. Un giorno, mentre si trovava nella Grande Sala, egli disse: “Ora, divenuto vecchio, dovrei ritirami dalla Comunità, e andare a finire i miei giorni in un eremitaggio. Tuttavia, resterò il vostro Superiore al fine di insegnare alla Comunità, di strappare l’errore da ciascuno dei monaci e di mostrare la Via. È per questo che talvolta sgrido tuonando gli uni, talaltra ne colpisco altri con la canna di bambù. Io detesto ciò al più alto grado, ma lo faccio ugualmente perché è la maniera di condurre l’insegnamento al posto del Buddha. Fratelli miei, perdonatemi con tutta la vostra benevolenza”. Allora tutti i monaci piansero».

Beh, io ho avuto numerose volte l’aristocratico «privilegio» di vedermi da Massimo Scaligero levata a strisce la pelle di dosso, e quello di farmi fare lo «shampoo» prima con l’acido nitrico e poi con l’acido muriatico, mentre vedevo che degli autentici pendagli da forca, dei veri gaglioffi – allora mi concedevo l’arbitrario lusso di giudicare – venivano da lui trattati in guanti gialli, il che – conoscendo cotanto Maestro e i suoi metodi severi – non deponeva granché a pro’ dei suddetti pendagli da forca, alcuni dei quali ancora in circolazione, con quanto beneficio per la Comunità spirituale lascio all’apprezzamento e alla sagacia del «vispo» lettore.

Un’amica della quale ho grande stima mi chiede talvolta perché io citi tanti esempi presi dall’Antichità dell’Occidente e dalla Sapienza d’Occidente. È che forte è il contrasto tra quell’antico mondo sapienziale d’Occidente e d’Oriente, e l’attuale imbelle oziosa inerzia di quei sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito, che non solo se la prendono molto comoda, ma pretendono persino di imporre agli altri tale neghittosa accidia. Oggi vogliono davvero andare tutti in Paradiso in carrozza: naturalmente con l’aria condizionata, con l’i-pod, l’i-pad, l’i-phone di ultima generazione, e il frigo-bar. E soprattutto senza fare troppa – meglio punta – fatica.

Che la concentrazione sia faticosa lo sa chiunque ogni giorno si misura ripetutamente e sempre di nuovo con essa con energia, con tenace pazienza, con una forma di calma disperazione. Concentrazione ostinatamente ritentata ogni volta come se fosse la prima volta, eseguita ogni volta come se fosse l’ultima ed unica volta: l’occasione suprema di attuare la vivificazione dell’atto pensante, oltre ogni limite, oltre ogni disperazione, oltre ogni morte interiore. È la via del vero coraggio!

SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto