RICORDIAMOCI DEL CORPO
Un grande asceta del secolo scorso scrisse che il corpo fisico non è che uno “strumento e un’ombra”. E per le condizioni attuali ciò può essere sostanzialmente vero.
Il corpo fisico è soltanto lo strumento dell’Io ed è anche solo un’ombra scura se solo lo si confronta con la luce del Sole interiore.
Mi chiedo: è tale ombra utile allo sviluppo dell’anima ed è forse possibile che, coltivando lo strumento, esso sia di qualche utilità per le vite che verranno dopo questa?
In generale, ogni volta che l’anima si incarna in un corpo nuovo, viene con l’intento di vivere nuove esperienze che l’aiuteranno nella sua maturazione. Di vita in vita l’entità spirituale si contrae nella forma, diviene a caro prezzo una personalità cosciente e indipendente e che, a gradi sempre maggiori di sviluppo, può scegliere non solo il momento della propria incarnazione, ma il luogo, lo scopo e l’opera da compiere. Chi lo può di più, chi lo può di meno : è un processo evolutivo, cioè in divenire.
Comunque è il corpo che sostiene la coscienza ordinaria, lo dimostra una martellata sulla testa o meno violentemente, una condizione qualsiasi che provochi un minor afflusso di sangue ossigenato al cervello. Mentre un disturbo organico determina quasi sempre un cambiamento temporaneo di umore, di carattere e indirizza il pensiero su binari particolari.
Quando nasciamo, il rapporto col corpo è tenue: con esso non ci siamo ancora confrontati e la coscienza, nei casi in cui è desta, è diffusa e vede molto attraverso la madre. Sa molto con estrema precisione, ma poiché non ha ancora nulla su cui riflettersi, non può dire “io” a se stessa, non possiede pensiero autonomo: dunque non può riflettere su nulla di ciò che percepisce: è coscienza che nulla sa di sé.
Immergendosi progressivamente nel corpo, l’essere umano entra nell’oblio, la durata del quale è, anche in questo momento, più soggettiva di quanto si pensi. Poi, come tutti sanno, nel terzo anno di vita, svolte le tre grandi operazioni del verticalizzarsi, del parlare e del pensare, l’essere inizia a riferirsi a sé stesso come ad un io. Sono eventi grandiosi che vanno ben oltre le ordinarie leggi di natura.
Nonostante si si sia in grado di afferrare i concetti universali, la coscienza è semi sognante. Tale condizione, anch’essa in divenire, dura molti anni poiché le forze animiche devono operare nella corporeità, plasmarla: appena dopo due decenni si potrà parlare di una coscienza desta; nel frattempo le attività della veglia e del sogno si frammischiano, tant’è che molti ragazzini vivono più nella fantasia che nel mondo sensibile.
E’ del tutto possibile che in questo lungo periodo, l’entità umana possa, talvolta, percepire da sveglia alcune attività che appartengono allo stato di sogno, ovvero non sogni ad occhi aperti riproducenti le condizioni notturne, ma azioni soprasensibili.
Quando l’animico-spirituale, secondo forze che variano per ciascuno, termina il suo inserimento nella corporeità, la destità per il percepito (corpo compreso) si fa massima per molti decenni: essa comporta la migliore consapevolezza di sé corrispondente e la più robusta attività nel pensiero ordinario.
Il corpo, salvo malanni passeggeri, è diventato davvero un buon veicolo, utile ma poco percepito: ora è davvero un’ombra di sé. Non percepire troppo intensamente corpo e organi è segno di salute: condiziona il meno possibile le nostre attività, che sono sempre interiori anche quando siano immerse nelle produzioni sensibili.
Allora è giustificata la domanda circa le chiacchiere di questo articoletto?
Ma insisto, poiché sono sempre due gli elementi che concorrono alla nostra adeguata incarnazione.
Quando ci svegliamo dal sonno possiamo anche constatare che sono due i mondi che concorrono al nostro divenire svegli: uno di questi è l’apparente oggettività persistente di quello che ci attornia; l’altro è il mondo del pensiero, dei concetti: altrettanto concreto e reale. Infatti capita a tutti, alle volte, di aprire gli occhi ma per un attimo di non sapere nulla: di chi si sia, di dove si sia, ecc. Poi interviene la mente e tutto va a posto.
Se l’attività interiore non ritrovasse la sua buccia fisica e se la buccia fisica non fosse in grado di accogliere l’attività interiore, di noi in quanto uomini terrestri cosa ne sarebbe?
Voglio, una volta tanto, dirigere l’attenzione sul corpo fisico, così come viene sperimentato nella nostra attuale condizione di consapevolezza e percezione. E rivalutare la sua coltivazione, ragionata e consapevole. Poiché con ciò aiutiamo allo stesso tempo la crescita dell’anima, il suo progresso e la sua illuminazione.
La cultura fisica consiste nell’immissione di consapevolezza nel corpo. Che lo si sappia o lo si ignori, resta un fatto che ha la sua importanza.
Quando ci concentriamo per far agire i muscoli in accordo con la nostra volontà, quando ci sforziamo di rendere più elastiche le membra, a dar loro una agilità o una forza o una resistenza che è superiore a quanto abbiamo avuto in dote, infondiamo nella sostanza di questo corpo una forma di coscienza che esso non aveva e ne facciamo uno strumento che progredisce mediante questa azione. Non è l’unica cosa che dia coscienza al corpo, ma è cosa che agisce in modo generale e questo è piuttosto raro. Come, al contrario, non è raro vedere persone (sane) che camminano in maniera disarmonica, che trovano difficoltà nell’esercitare la presa delle dita, che posseggono una sorta di deficit nell’equilibrio e che, persino, non sanno sdraiarsi o alzarsi senza manovre goffe e pesanti.
Per contro, l’artista il pittore, lo scultore infonde coscienza nelle braccia e nelle mani e mi sembra, a ricordo, che uno tra i primi esercizi dati dal Dottore per la fanciulla che sarebbe divenuta una tra le prime euritmiste fu di farle scrivere con le dita dei piedi.
La cultura fisica ha un’azione generale. Quando i risultati sono visibili, quando si osserva a quale punto il corpo possa venir perfezionato, è anche possibile intuire come ciò possa essere utile all’azione dell’essere animico-spirituale che, possedendo un mezzo organizzato, armonioso, forte e agile ad un gradino superiore, è favorito considerevolmente nel suo lavoro.
Sono poche le persone che praticano la cultura fisica con questo scopo, ma che lo sappiano o meno, il risultato c’è. Se si è un poco sensibili, vedendo i movimenti di un essere che ha fatto della cultura fisica ragionata e metodica, si vede una luce, un’armonia, una vita che non esiste tra gli altri. La grazia di una danzatrice o la possanza di un pesista sono del tutto visibili anche quando i suddetti siedono dal parrucchiere o barbiere. Beninteso, se si guarda.
Ci sono molte persone che vedono la cosa esteriormente e dicono che a far forza e muscoli bastano i mestieri pesanti, che producono almeno qualcosa.
E’ un’ignoranza poiché c’è un’essenziale differenza tra i muscoli che sono stati sviluppati mediante un speciale utilizzo, localizzato e limitato e muscoli coltivati insieme volontariamente e armoniosamente che, secondo un programma d’insieme, non lascia indietro nulla senza disciplina, lavoro ed esercizio.
Le persone che, per la loro occupazione, sviluppano particolarmente certi muscoli hanno sempre una deformazione “professionale”: ciò non aiuta minimamente il progresso interiore.
Da un certo punto di vista l’intera vita aiuta necessariamente il progresso interiore, ma così lentamente che l’entità animico-spirituale dovrà reincarnarsi tantissime volte per giungere ad un grado elevato.
Posso dire, senza troppo rischio, che la cultura fisica è la disciplina ascetica del corpo e che ogni disciplina ascetica aiuta e affretta il passo sulla via della meta.
Tanto più coscientemente venga eseguita, tanto più il risultato è rapido e generale e anche se si fa senza vedere oltre la punta del naso, si da un aiuto allo sviluppo totale.
Sottolineo che ogni disciplina, qualunque sia, se la si esegue con rigore, con sincerità e volontariamente, è sempre un aiuto considerevole. Disciplinarsi vuol dire affrettare l’avvento di una nuova vita di realtà superiore.
Così com’è, il corpo fisico è ombra, riflesso del principio saturnio e solare, ma quest’ombra possiamo renderla capace di un progressivo sviluppo e l’Io che si rende capace di svilupparla ora ne sarà capace in ogni ulteriore formazione individuale (incarnazione). Finché potrà produrre una condizione in cui la vita fisica e la vita spirituale forgeranno una unità di luce, forza e consapevolezza.
Una nota aggiunta: molti lettori di Eco non sono giovani e ciò potrebbe far loro pensare che quello che ho scritto non li riguardi affatto. Invece, a mio parere, potrebbe interessarli come e più di un giovane. Chi è “malandato” troverebbe grande giovamento dalla “ginnastica posturale”, naturalmente sotto la guida di laureati esperti. Per tutti gli altri, lo stretching, gli esercizi di mobilitazione, di coordinazione, di potenziamento, di equilibrio (importantissimi) e infine con piccoli attrezzi e una regolare passeggiata sull’imitatore di sci di fondo (ellittica) o tapis roulant o cyclette porteranno benefici impressionanti nella vita generale.
Anche per queste attività, mai iniziare col “fatevelo da voi”, ma sotto la guida di attenti insegnanti (persino un idoneo respirare sotto sforzo deve essere insegnato).
Insomma, fate qualcosa di disciplinato per il corpo: esso vi sarà grato e vi ricambierà generosamente!

















