Marzo 2018

L’ARCHETIPO-APRILE 2018

IL FIUME DELLA VITA HA DUE SPONDE (di F. Giovi)

 Kamaloka
(Kamaloka-Marina Sagramora)
.
Esiste un aspetto della “questione sociale”, vissuta con forte consapevolezza dai popoli delle società piú evolute, che proprio in tali società non affiora, rimane impensato e per ora impensabile.
.
La marcata evoluzione intellettuale e l’intensa coscienza individuale, precipua, in linea di massima, all’area occidentale (fa regola a sé il mondo nipponico, il quale nonostante l’assimilata e persino esasperata modernità, sembra conservare una sensibilità unica nei riguardi dell’oggetto di questo articolo), ha dovuto pagare molti pedaggi alla propria formazione, portando circa allo zero il patrimonio di conoscenza e di visione relativo al Mondo Spirituale.
.
La “questione sociale” abbraccia molto di ciò che preme nelle comunità tra doveri e riforme volte alla tutela dell’individuo e dei suoi bisogni primari, ma traccia in ogni caso un rigido confine al di qua, poiché si occupa soltanto di chi vive.
.
Eppure una società umana davvero completa dovrebbe concedere una non minima apertura di credito all’umanità che vive al di là, oltre il confine: i defunti.
.
Sappiamo quanto suoni paradossale ai tempi nostri, anche se è facile prevedere che nessun provvedimento sociale sarà mai completo e realisticamente fruttuoso finché non si sarà riconquistato un ponte che possa avvicinare l’uomo sensibile che vive nello spazio e coloro che vivono fuori da questa categoria. Un simile incontro possiede una fisionomia sociale che non è economica o politica, ma di integrazione tra l’uomo terreno e l’uomo sovrasensibile, che andrebbe presentita qualora il pensiero umano intuisse l’altissimo ideale dell’unità profonda di tutta l’Umanità.
.
La viva realtà dei defunti non è l’astrazione pietosa di chi resta; molti, oltre l’amaro dolore per la scomparsa di chi li amò e li sorresse, oltre l’orrorifico inganno arimanico del cadavere percepito, presagiscono oscuramente l’ulteriore presenza del defunto; non pochi, in momenti di sogno veridico, tessono dialoghi essenziali con chi non abita piú la nostra terra; alcuni sono ancora capaci di vedere i morti.
.
Poiché stiamo scrivendo per persone motivate verso una visione del Mondo Spirituale, troviamo subito i termini del quesito: in che modo può essere trovato l’accesso al mondo dei morti?
(Non ci soffermeremo neppure un attimo nelle infette contrade della medianità e dello spiritismo, antitetiche a quanto è cristiano e solare, e che non dovrebbero lambire neppure gli istinti di chi ha scelto la via purissima della Libertà e del Pensiero Vivente).
.
Nel corso ordinario della vita confermiamo continuamente la nostra esistenza riferendoci ad una centralità corporea e psichica in opposizione ai nostri simili: «io sono, io voglio, io credo…». Questo naturale egocentrismo nuoce considerevolmente all’incontro con altri esseri umani, ma sbarra completamente l’accesso ai Mondi Spirituali ove i morti sono vivi. Un simile stato di cose va comunque considerato equamente: il nocciolo di tale egocentrismo consente la coesione della nostra coscienza di veglia, della nostra capacità di percepire, pensare e volere.
.
Per la vita sulla terra la nostra coscienza di veglia esige una netta localizzazione nello spazio: qui il soggetto, lí l’oggetto percepito. Sino dentro noi stessi ciò pare cosí naturalmente essenziale che di norma siamo incapaci di rappresentarci qualsivoglia realtà che sia strutturata in forma diversa da quella spaziale. In tale situazione, appare evidente che l’uomo moderno non sappia nulla di ciò che appartiene al mondo dei morti, poiché il defunto ha abbandonato il corpo materiale e nella sua immaterialità non può essere localizzato nello spazio. Poiché lo spazio è una condizione fondamentale della coscienza desta, come può essere possibile conoscere senza opporsi come soggetto all’oggetto? Lo sforzo umano dovrà allora essere rivolto a ristabilire una comunione con il mondo e gli altri uomini che sia vivente di una vita che nel divenire storico egli ha perduto, quasi senza sapere come.
.
All’inizio di una ricerca interiore indirizzata in tal senso, dobbiamo portare alla luce della coscienza pensante il fatto che la nostra comune autocoscienza ed i nostri sensi sono imparentati con tutto quanto cade sotto l’azione di forze distruttive e impietranti, mentre non percepiamo assolutamente nulla della sfera dell’Essere in cui agisce ciò che sostiene la vita e la rinnova incessantemente.
.
È possibile uscire dalla fissità del finito? Certamente! Ma solo giungendo a slegare la nostra coscienza dalla presa corporea, svincolandola anche dall’isolamento prodotto dall’alterità del dato sensibile.
.
Liberarsi dei limiti personali senza smorzarsi e senza abbandonare la conquistata lucidità individuale è il frutto di un potenziamento illimitato e sottile delle forze dell’anima quando queste siano perfettamente pure in se stesse. Questo è attuabile soltanto attraverso la disciplina spirituale. Concentrazione, contemplazione e silenzio sono i severi veicoli che permettono alla coscienza di immergersi in altro da sé: in un vastissimo mondo che può essere penetrato e che simultaneamente ci compenetra. Allora svaniscono i limiti della corporeità e il nostro essere si fa grande e si eleva e si sprofonda nel tessuto vivo di forze ed esseri universali.
Inizia a stabilirsi un rapporto del tutto nuovo con quello che per la coscienza corporea era mondo esteriore. È il mondo, nelle sue svariate organizzazioni e fenomeni, che cominciamo a sentire come parte attiva di una nostra, diversa, corporeità. Le forze sovrasensibili, il cui segno fisico era l’arbusto o il cielo stellato, diventano in attimi intemporali parti della nostra sostanza e noi diveniamo parte di esse.
.
Si stabilisce un nuovo rapporto tra quella che nella nostra vita cosciente chiamavamo corporeità e il mondo della natura: cominciamo ad avvertire tutto quello che compone il mondo esterno ed i suoi mutamenti come parte della nostra corporeità, non in quanto apparire materiale, ma nel suo essere sovrasensibile. Cosí ciò che ci appariva soltanto come dato sensibile trapassa in mobile essenza che diventa per noi sostanza interiore. Si potrebbe anche dire che tutto ciò che circondava indifferente il nostro limite corporeo diventa ora il vero corpo della nostra anima. La coscienza desta si unisce alla possente attività della vita. In un certo senso germogliamo con il grano, sbocciamo con i fiori, scorriamo con il ruscello, vogliamo crescere con l’erba ecc.: immagini alquanto imperfette e soltanto indicative. Per questa via entriamo nella sfera ove vivono i defunti.
.
Poiché essi hanno abbandonato la veste stretta e frusta che comprimeva la potenza delle loro anime e le ancorava al mondo sensibile, ora possiedono il corpo della natura vivente e dei mondi stellari; espansi ed uniti a ciò che, in opposizione alla corporeità distinta, è la dinamica della vita, la sua forza plastica, il suo soffio ritmico.
.
Durante la vita, iniziamo a rapportarci al mondo dei morti quando con silenziosa meraviglia ci immergiamo nell’espressione artistica di un paesaggio naturale. Se talvolta si permettesse all’anima di abbandonarsi alla pura luce di un giorno invernale, oppure alla forza piena di speranza di un mattino primaverile, o ancora alla pienezza feconda del meriggio estivo, allora impareremmo il cammino sul limitare del mondo dei morti e un riflesso della loro esistenza e della loro attività scenderebbe nelle nostre anime.
.
L’azione dei morti è ben lontana dai parti prosaici e utilitaristici prodotti dalle teste contemporanee; all’opposto essa si apparenta in profondità alla piú sincera coscienza artistica, a tutto quello che impressiona, anima e feconda artisticamente la complessiva entità umana. La forza che si esprime in tutte le arti (arte del pensare compresa) trova forse nella musica il piú avanzato linguaggio per giungere ad un veridico sentimento intorno all’esistenza dei defunti.
.
Per i morti la musica non è qualcosa di esteriore, essendo anch’essi musica vivente nei campi delle Sonorità Creatrici che vibrano attraverso la loro sostanza.
.
Oltre la mediazione della silente meraviglia della natura, dell’impressione artistica, del sentire musicale, per una coscienza minimamente addestrata e matura, i defunti possono essere raggiunti attraverso un intenso sentimento religioso (non confessionale!) che in essi non vive “dentro” l’anima come nell’esperienza terrestre, ma che forma e sorregge la sostanza stessa della loro anima: il defunto che percorre il devayana è come immerso in una condizione di Spirito Divino, la cui manifestazione è pace raggiante, devozione e adorazione: sfera del Verbo Cosmico.
.
In sostanza, quando l’uomo dopo un lungo lavoro d’ascesi merita di liberarsi dalla prigionia della testa, libera anche le potenze dell’anima e l’anima stessa. Poi molto viene, per cosí dire, da sé; come, ad esempio, l’esperienza di una particolare comunione col mondo intero e la gratitudine verso il destino che Rudolf Steiner indica come caratteristiche per stabilire un ponte con i defunti. Per il dettaglio e l’approfondimento del tema possono essere reperiti diversi Cicli del Dottore, per la pratica si consiglia il gruppo di conferenze intitolato Morte sulla terra e vita nel cosmo.
.
Comunque, in certi momenti della vita interiore, tutte le esperienze che ci sollevano oltre l’ordinario percepito possono divenire punti d’incontro con i trapassati: un intimo e approfondito studio antroposofico, il sonno e il sogno se purificati da una Ars dormiendi conforme all’attuale struttura dell’uomo, l’esperienza eterica della natura, alcune intense impressioni artistiche, il quinto degli esercizi ausiliari quando riesca davvero a fluire verso il mondo, e molto altro ancora.
Rimane da accennare ad una operazione netta e decisiva che può venire tentata ad un certo livello della disciplina occulta.
.
Immaginiamo l’uomo tripartito: testa, torace, ventre-arti, poi colleghiamo a queste tre parti e nello stesso ordine pensiero, sentimento e volontà, infine ricordiamoci che questi tre aspetti dell’uomo animico celano altrettanti Centri di forza sovrasensibile.
.
Con gli esercizi esoterici fondamentali operiamo direttamente con il pensiero, indirettamente con la volontà e molto indirettamente sul sentimento. Eppure è da questa zona piú “lontana”, allorquando essa sia purificata (vuotata) dai traboccanti sentimenti personali, che si avvia la potenza di visione, la forza illuminante. Le condizioni per la sua accensione sono il pensiero perfettamente dominato dalla volontà e la perfetta quiete del volere: con questa premessa l’elemento sottile di una immagine evocata o di una percezione naturale non precipita negli abissi del sistema metabolico (corporeità) e non viene attratto e ucciso dalla gelida ragnatela del sistema cerebrale (pensiero riflesso) ma “percuote” il Centro del cuore che si risveglia attivandosi come un impetuoso e puro torrente di emozione spirituale che scorre avanti, veicolando luce veggente e amore illuminato nell’universo (per questo fatto alcune tradizioni indicavano come vere soltanto le orazioni svolte con il “cuore aperto”).
.
L’accensione del centro cardiaco, quella piú difficile, è ciò che permette al discepolo della Scienza dello Spirito di donare al Mondo la sua essenzialità e di ricevere immagini viventi ed esseri del Cosmo di cui fanno parte le entità umane sovrasensibili. Si sperimenta la nobile verità pronunciata dal Buddha: «Tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore».
Da Il Domenicano bianco: «Ogni uomo è sí una colombaia, ma non è anche un Cristoforo. La gran parte dei cristiani lo presume soltanto. In un vero Cristiano le bianche colombe escono ed entrano in volo».

.

Franco Giovi

____________________________________________________________________________

per gentile concessione  http://www.larchetipo.com/2004/mag04/

L’ESTREMISMO INTERIORE DELL’ASCETA

ecoantroposophiait-massimo

(Massimo Scaligero)

La parola “estremismo” – soprattutto riferita all’attività interiore del ricercatore spirituale – è una parola che ai più non piace affatto. Non piace perché è presentita alludere ad una decisa intensificazione della volontà cosciente, che segretamente viene ritenuta scomoda e faticosa, e quindi sistematicamente avversata. Ebbene, costoro hanno perfettamente ragione! Vi è solo da chiarire che in realtà è all’infingarda natura inferiore che un tale estremismo interiore non piace punto, e non può piacere. Ed è una tale accidiosa – ed eziandio acidiosa – natura inferiore quella che non gradisce la scomoda e faticosa intensificazione della volontà. 

Il fatto è che – come di diceva molti anni fa il mio amico L. – la maggior parte delle persone, compresi molti sedicenti “spiritualisti”, vorrebbero andare in paradiso confortevolmente in carrozza: belli comodi comodi, con l’aria condizionata, e forniti – aggiungo io – di smart-phone, tablet, Wi-Fi funzionante e, naturalmente, con un ben rifornito frigo-bar. Simpatica prospettiva, invero, però molto illudente e, soprattutto, poco salubre.

Da sempre, nelle vie iniziatiche d’Oriente e d’Occidente, la condizione umana viene considerata al contempo privilegiata e pericolosa. Condizione privilegiata, perché solo l’essere umano, pienamente incarnato sulla Terra, può realizzare, come è stato più volte ribadito sulle pagine di questo blog, Autocoscienza, Libertà, e Amore. Ma, come ammoniscono i testi della Sapienza d’Oriente, «una nascita umana è difficile da ottenere»: per molti sarebbe importante che capissero perché. La condizione umana viene invidiata persino dagli Dèi, i quali – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno sì coscienza sovrasensibile e illimitata sapienza, ma non autocoscienza; hanno sì travolgente potenza, ma non sono liberi; hanno sì capacità di suscitare ed emanare profondi sentimenti ma, per così dire, lo fanno in maniera ‘automatica’, ossia secondo necessità, sia pure trascendente.

Ora, Massimo Scaligero ha insegnato che si ama perché si vuole amare, e non perché si è costretti ad amare, o perché non si sa o non si può farne a meno. Quindi per amare – per autenticamente amare – si deve essere liberi, e per essere liberi è necessario – assolutamente necessario – essere autocoscienti. Ma autocoscienza e libertà – condizione necessaria per amare – sono conquista, talvolta aspra e faticosa conquista, e non sono un dato di natura. Ovvero sono un atto, e non un mero fatto naturale: non sono nulla di scontato. Come vedremo dalle stesse parole di Massimo Scaligero.

Questa condizione umana, perlomeno da questo punto di vista, è dunque “privilegiata”, e Rudolf Steiner mette bene in evidenza il fatto che non vi sia dio che possa sperimentare il mondo in concetti, s’ei non si incarna sulla Terra in un corpo umano. Ben poche deità – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno scelto di rinunciare al proprio rango divino, per incarnarsi sulla Terra ed accompagnare così l’essere umano nella sua temeraria missione, nella sua impossibile impresa.   

Condizione oltremodo pericolosa, inoltre, quella umana, nella quale viene a svolgersi la suddetta temeraria  impresa, che oggi potrebbe essere definita addirittura impresa disperata. Che la condizione umana sia tale, può essere ben caratterizzato dalle parole ammonitrici di Massimo Scaligero, il quale giunse ad affermare, in colloqui e in riunioni, che l’uomo attuale, nella sua involuzione nella materia con le relative conseguenze, è andato persino oltre le previsioni e le più rosee speranze dello stesso Oscuro Signore, del Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva chiamato nella tradizione zarathustriana. E certamente poco rassicuranti e per nulla consolanti sono le parole dell’ultimo capitolo delle Massime Antroposofiche, nelle quali Rudolf Steiner parla di una possibile caduta nel subumano, o le parole ch’egli disse a Giovanni Colazza nel loro ultimo incontro, allorché disse che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

Si tratta di aver ben chiaro – ed è bene non volersi fare in proposito veruna illusione – che quella umana attuale è una condizione di estremo pericolo. Giova ricordare le parole – al tempo stesso preveggenti e ammonitrici – che Massimo Scaligero scrisse nel 1956 in Iniziazione e Tradizione, pp. 41-42:

«Chi guardi con occhio rischiarato, riconosce nel mondo della necessità – fisica o psichica – nel passato e nella natura, ciò che rende inevitabili il male, la malattia, la morte. È ciò che, venendo scambiato per vita, in quanto costituisce le basi dell’ordinaria esistenza, porta l’essenza della vita alla contraddizione radicale con l’essere, ormai passivamente accettata e persino organizzata scientificamente, ma ogni volta riemergente nella sua tragicità attraverso quella misura del reale che è il dolore e la morte.

Questa contraddizione giunta collettivamente al limite, ormai per la seconda volta, nell’attuale secolo, conoscerà la sua istanza risolutiva nei prossimi decenni quando si presenterà la terza prova: la quale è virtualmente cominciata e pesa ormai su ciascun essere, come segreta angoscia, come segreta paura, come senso d’inutilità e senso di impotenza. L’ora presente è grave: non è una espressione retorica questa. Chi conosce come realmente stiano le cose, sa che quei pochi che hanno una qualunque responsabilità interiore, non dovrebbero ormai perdere più un minuto di tempo, non dovrebbero rimandare di un attimo la loro decisione per quei superamenti che in segreto essi veramente conoscono di quale natura debbano essere. Compiti del genere non possono più essere rimandati. Occorre nella calma decisione realizzare quella stessa forza che è stato possibile evocare in taluni momenti decisivi, quando, per lo schianto di ogni resistenza umana, sembrava che dovessero venir meno le basi della vita.

Si è alla vigilia di eventi che possono essere gravemente distruttivi per l’uomo o preludere a una rinascita nel segno dello spirito».

Mi sembra che quelle di Massimo Scaligero siano parole estreme, che descrivono, senza infingimenti di sorta, una situazione estrema, ed indichi altresì un compito eroico e, appunto, estremo. Un testo come Iniziazione e Tradizione venne da lui scritto, come abbiamo detto più sopra, e secondo la testimonianza che me ne dette il cugino Amleto Scabelloni, nel 1956: dunque solo tre anni dopo la scomparsa di Giovanni Colazza, e meno di otto anni dopo quella di Marie Steiner. Dunque in un epoca che a noi potrebbe apparire, oggi, quasi come un sogno pervaso di luce, ed un’epoca addirittura “invidiabile” se paragonata alla presente da noi vissuta. Il suo lucido sguardo di Iniziato vedeva già allora chiaramente la situazione spirituale del tempo – era già ampia e irreversibile degenerazione della Società Antroposofica – e quella futura. Di fronte al dissolvimento delle comunità spirituali in generale, e alla sempre più convulsa e dilagante degradazione della civiltà, Massimo Scaligero, il quale – stando a quanto mi comunicò Amleto Scabelloni, riferendomi il contenuto di un colloquio tra lui e suo cugino, avvenuto proprio in quell’anno – pur essendo egli contrario a scrivere di Scienza dello Spirito, decise di scrivere questa sua prima opera, Iniziazione e Tradizione, e poi di seguito l’Avvento dell’Uomo Interiore e il Trattato del Pensiero Vivente, ma lo fece solo su esplicita richiesta del Mondo Spirituale: questo in conseguenza della drammaticità dei tempi di allora e di quelli futuri. 

Amleto Scabelloni mi riferì di quel colloquio, avendogli io posto delle domande sulla decisione di scrivere, rievocando quanto Massimo Scaligero stesso mi aveva detto in alcuni incontri, da me avuti con lui.  In uno di quei colloqui, Massimo Scaligero definì questa “necessità” di scrivere, come il «sacrificio della parola», la «compromissione della propria Via per la Via degli altri»: sacrificio che io trovavo nobilmente bodhisattvico in senso mahayanico e manicheo. So, per certo, quanto un tale sacrificio gli costasse: sacrificio che lo portava a donare molto del suo tempo e delle sue forze per incontrare tutti coloro che avevano bisogno di orientamento interiore. 

Oggi a trentotto anni dalla sua dipartita, la situazione pericolosa è, a mio modesto parere, moltissimo peggiorata, per non dire che è addirittura parossisticamente compromessa. Per usare un’immagine calzante – metaforica solo sino ad un certo punto – si può dire che l’essere umano, oggi, stia seduto spensieratamente nella bocca del drago. È stato ribadito più volte su questo blog che, in realtà, come esseri umani siamo esattamente dove dobbiamo essere; che siamo esattamente dove, da millenni, era previsto che fossimo e dove sarebbe stato necessario essere. Il problema per l’uomo attuale è che una tale condizione di estremo pericolo egli l’affronta con uno stato di coscienza del tutto inadeguato. Appunto, spensieratamente, superficialmente, con una fatua e colpevole noncuranza. Mentre si preoccupa, facendone delle vere e proprie tragedie, per inezie assolutamente insignificanti. Viene alla mente quel che il premier inglese Winston Churchill – da me non esattamente stimato – diceva degli italiani, e cioè ch’egli si stupiva come gl’italiani «andassero alla guerra come fosse una partita di calcio, e ad una partita di calcio come se andassero alla guerra». Pur nella malevolenza che il politico britannico mostrava di nutrire per il nostro paese, vi è del vero in quel ch’egli beffardamente affermava. Ma la sua affermazione è estendibile a molti campi della vita, e non solo italiana: esteriore ed interiore.

Massimo Scaligero, per esempio, più volte mise in evidenza come i discepoli della Scienza dello Spirito, che si lamentavano della difficoltà della Via, del fatto di non avere, a loro dire, sufficienti forze di volontà, in realtà di forze ne avevano sin troppe: forze che abbondavano nelle forme dell’ego. Ma questa soverchia abbondanza di forze non era – così diceva – consacrata  e messa al servizio dello Spirito, bensì consumata e sciupata per esteriori finalità assolutamente effimere. Infatti molte volte fece osservare, con quanta tenacia molti “discepoli” perseguissero l’appagamento delle proprie effimere brame, e quanta sagacia e intelligenza mobilitassero per la soddisfazione delle medesime. Metteva in evidenza come molti fossero capaci, per esempio, di alzarsi alle 3.00, o alle 4.00 del mattino, per partire ad ore antelucane in vacanza verso luoghi lontani, ma che non erano capaci di lasciare il letto mezzora o un quarto d’ora prima per  iniziare la giornata con una concentrazione. Faceva notare come tanti “discepoli” della Scienza dello Spirito avessero tempo in abbondanza per mangiare, bere, lavorare, divertirsi, occuparsi e preoccuparsi di innumerevoli beghe, e così via, e come donassero alla pratica interiore e allo studio rituale dei testi della Sapienza sacra solo rimasugli del loro tempo. È assurdo far trascorrere 23 ore e 50 minuti nella dispersione esteriore, e poi pretendere di attuare, in soli 10 minuti, la Concentrazione interiore.

In effetti l’anima dell’uomo attuale è avida di inerzia, ha una voluttuosa brama di comodità, e questo fatto la fa permanere in uno stato di assonnato stordimento, di illudente ebrezza, che gli fa provare avversione per ciò che vorrebbe spingerla a sottrarsi a tale spenta e vilissima condizione. L’illusione di molti è che una cotale condizione sia sì indegna e vilissima, ma che in fondo essa non comporti di per sé alcun pericolo, mentre viene vista come scomoda e faticosa la Via che mena alla realizzazione spirituale. Per cui si cerca di farla al risparmio. Non certo con scomodo estremismo. In realtà, non può esistere una illusione più clamorosa, e più pericolosa, di questa.

Un tempo l’essere umano poteva scegliere se vivere immerso nel sonno della Tradizione, lasciandosi guidare dall’esterno da coloro che spiritualmente sceglievano per lui, oppure intraprendere il difficile e duro cammino della liberazione. Nelle antiche civiltà – e ciò risulta sempre più vero quanto più indietro si risalga nel tempo – l’essere umano non ancora del tutto autocosciente, in quanto ancora non del tutto recluso nella prigione somatica, ma possessore di residui di una primordiale chiaroveggenza, viveva in un mondo largamente a misura dell’Uomo spirituale, dell’Uomo interiore. Rudolf Steiner, infatti, così scrive nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, pp. 17-20 :

«Le vie che rendono l’uomo maturo ad accogliere un segreto sono ben determinate. La loro direzione è tracciata con lettere indelebili ed eterne nei mondi dello spirito nei quali gli iniziati custodiscono gli arcani superiori. Nei tempi antichi anteriori alla nostra «storia» i templi dello spirito erano anche esteriormente visibili; oggi, quando la nostra vita è diventata così vuota di spiritualità, essi non esistono nel mondo che è visibile all’occhio esteriore. Ma spiritualmente esistono dappertutto, e chiunque cerchi può trovarli. […]

Di una cosa conviene rendersi ben conto: che un uomo, completamente immerso nella civiltà tutta esteriore della nostra epoca, incontra gravi difficoltà per giungere alla conoscenza dei mondi superiori. Vi riesce soltanto, se lavora energicamente su di sé. Ai tempi in cui le condizioni della vita materiale erano semplici, era anche più facile conseguire un’elevazione spirituale. Ciò che meritava venerazione, ciò che era da considerarsi come sacro, emergeva maggiormente sulle condizioni ordinarie del mondo circostante. In epoca di critica gli ideali si abbassano. Altri sentimenti subentrano alla venerazione, al rispetto, alla devozione e all’ammirazione».

A riprova di queste parole del Maestro dei Nuovi Tempi, purtroppo – e fa sanguinare l’anima il dirlo – basta andare a vedere sino a quale infimo, e infame, livello è sceso il comportamento di non pochi “seguaci” della Scienza dello Spirito, i quali non si fanno alcun scrupolo di criticare – con argomentazioni false e perfide, e in taluni casi con espressioni che più imbecilli non potrebbero essere – Massimo Scaligero, Marie Steiner e lo stesso Rudolf Steiner. E questo avviene sia nell’ambito della cosiddetta Antroposofia “ufficiale” (ovvero all’interno della Società Antroposofica in Italia e all’estero), sia all’interno di quelle cerchie che il mio ottimo amico C., animoso asceta d’altra dottrina, e grande ammiratore del nostro Maestro, scherzosamente chiama “scaligeropolitane”. E la cosa tanto più sconcerta vedendo a quali livelli letteralmente osceni, su certi social network, taluni di questi “seguaci” siano capaci di scendere, con un linguaggio da lupanare. Ma ancor più stupisce e sconcerta vedere come nessuno dei frequentatori di quelle pagine virtuali, per viltà e opportunismo, per conformismo, si ribelli di fronte a simili sacrileghe blasfemie. Molti, anzi, non pochi si compiacciono, ammirati, di fronte a tali espressioni – che di per sé sono sintomi patologici di anime sporche e deformi – come di manifestazioni di particolare spregiudicatezza, o minimizzano la cosa come se si trattasse di innocenti birichinate, di una sorta di divertente “goliardia esoterica”, mentre invece sono atti laceranti che castrano letteralmente l’anima, e rendono inutile o dannoso un eventuale operare occulto. Certo che, se questo è il livello dei suddetti “seguaci” della Scienza dello Spirito, non vi è affatto bisogno dell’opera demolitrice degli avversari esterni: a distruggere la Comunità Solare può essere anche più che sufficiente la sola opera dei nemici interni. Sed de hoc satis!   

Il cammino spirituale che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero indicano, un tempo veniva considerato adatto a pochissimi, e le ardue prove alle quali veniva sottoposto l’iniziando operavano una severa selezione. Ma oggi, in un’epoca in cui si sono dissolte le società tradizionali, e nella quale la demonia economica e materialistica ha ormai devastato Oriente e Occidente, senza nulla risparmiare, tutti gli esseri umani sono chiamati ad affrontare l’impresa spirituale. Oggi, ogni essere umano dovrebbe essere un praticante interiore: l’alternativa a un tale impegno sono l’alienazione crescente, le nevrosi sempre più dilaganti, l’istupidimento televisivo e telematico, il non senso della vita, l’angoscia di un’esistenza in-autentica e in-significante, e sempre più spesso la follia. Sempre più sarà così, come si può scorgere da molti segni.        

Nella sapienza indiana arcaica, vi è un testo, la Katha-Upanishad, 1.3.14, che ammonisce il cercatore della Via di liberazione, con queste parole:

«Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Difficile è il passo sul filo tagliente di un rasoio: così i saggi dicono che ardua è la via della salvezza».

E Massimo Scaligero antepone alcune parole al suo scritto Iniziazione e Tradizione, parole che indicano chiaramente il Sentiero da seguire e la mèta da perseguire. Ne trascrivo solo la frase iniziale:

«Queste pagine intendono offrire un orientamento meditativo a coloro che, oltre ogni preferenza dottrinaria o passione o attaccamento – in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in rimedi illusori – sentono la Iniziazione come esigenza assoluta».

Potremmo dire, con gli Antichi: Extrema Thule ultima salus! Situazioni estreme esigono, appunto, estremi rimedi. Nell’attuale situazione di estremo pericolo, che per la Comunità Solare – per le inadeguatezze, le diserzioni e i tradimenti che si sono verificati – è stata come una vera e propria Caporetto, ossia una colpevole disfatta, anche se non totale, è necessario essere molto risoluti e trarre dalla lucida disperazione forze di coraggio, di interiore disciplina, ed energia instancabile. In altre parole, per usare una immagine analoga a quella appena riportata, occorre formare una sorta di linea del Piave, che per nulla al mondo deve cedere e che, costi quel che costi, deve resistere all’impatto dissolvente delle forze distruttive. A costo di ripetermi, voglio ribadire, nel caso qualcuno dubitasse dell’estrema pericolosità dell’attuale condizione umana, quanto scrisse il Maestro dei Nuovi Tempi nell’ultimo capitolo delle sue Massime Antroposofiche, ove parla del fatto che la salvezza e la realizzazione dell’uomo come mèta delle Gerarchie non è affatto cosa scontata e che vi è la possibilità concreta che l’umanità si sfracelli nell’abisso del subumano. Durante l’ultimo colloquio che Giovanni Colazza e Rudolf Steiner ebbero a Dornach, prima della morte di quest’ultimo, dopo aver dichiarato, come abbiamo riportato più sopra che : «L’esperimento “uomo” potrebbe anche fallire», volle aggiungere che se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, essa sarebbe rinata in Italia in una forma nuova, giovanile, non cristallizzata in istituzioni burocratiche. E questa fu l’opera di Massimo Scaligero. Questo è altresì il compito ch’egli ci ha trasmesso. Ciò spiega gli attacchi che vengono rivolti, per far fallire quest’opera, anche e soprattutto all’interno della cerchia “scaligeropolitana”. Attacchi di ogni tipo: dalla volgare derisione nei confronti dei Maestri, fuori e dentro la “cittadella”, alla riduzione della Scienza dello Spirito ad una logorante dialettica, intellettualistica, ad una stucchevole mistica sentimentalità moraleggiante, insino alla alterazione e falsificazione degli scritti di Massimo Scaligero, al noto “trasbordo ideologico inavvertito”.  

In questa situazione oramai di permanente emergenza e di estrema pericolosità, non è affatto fatale che l’essere umano realizzi Autocoscienza, Libertà e Amore. Ciò è detto a chiare lettere alle pp. 155-156 de L’Uomo Interiore:

«In certi ambienti esoteristici si crede che a un dato mo­mento, per impulso evolutivo, dovrebbe scattare da sé la molla della libertà, per cui l’uomo riascenderebbe fatalmente le sfere dello Spirito: ma certamente come un automa, il cui volere non si è liberato dalla natura. Ciò è ingenuo, come ogni concezione che veda fatale una evoluzione, o una salvez­za dell’uomo. Occorre accostarsi all’essenza del pensiero co­me al mistero della libertà, perché questa cominci a sorgere come concreta forza: con il senso dell’assolutezza della sua fun­zione, si può procedere verso il punto in cui la libertà erom­pe nell’anima come potere creatore. O l’Io che sorge, o nulla, o il centro di ciò che si è, o un decadere che si continua a chiamare  esistenza: tale l’alternativa.

L’umano può essere superato ma a condizione che sia l’uo­mo a volerlo. Oggi taluni pochissimi avrebbero il compito di iniziare una simile esperienza. A costoro, ove le facoltà siano deste, possono presentarsi le prove decisive dell’esistere ed es­si possono ad ogni momento ricordare che queste non sono nulla in sé valido, ma solo segni indicatori del limite che si pone all’Io per destare la sua forza, non per essere patito co­me tale. È chiamata in atto l’essenza onde si è eterni, per la quale non vi è difficoltà che non possa essere guardata come ciò che va superato e che perciò già comincia a perdere il suo potere. Questo potere torna all’Io.

Non v’è ostacolo, non v’è potere avverso né in Ciclo né in Terra, che possa essere veduto come limite reale e perciò possa fermare la volontà di colui che conosce la meditazione e il suo compimento. Dinanzi alla coscienza vuota, cambia il vol­to del mondo: una simile promessa è attuale per chi coltiva la reale tecnica della libertà. Si tratta di far entrare in azione una forza, che diviene vittoriosa, in quanto la si chiama ad agire, dal centro di sé; e che non può funzionare se in sua vece si crede di poter ricorrere ad ogni appoggio, ad ogni abitudine, ad ogni consolazione, offerti dall’antica natura. L’uma­no può essere superato, ma soltanto dall’uomo che senta co­me intimo principio la propria origine superumana.

Generalmente però oggi si pensa e si agisce come se la si­tuazione  problematica  debba  evolvere  per  propria  forza:   gli stessi cercatori dello Spirituale si comportano come se una spin­ta superiore, a un dato momento, debba far funzionare il centro dell’essere individuale e portare l’uomo al superamento di sé: che sarebbe il fallimento dell’impresa, perché funzionerebbe co­me Spirituale qualcosa che esclude la reale attività dello Spi­rito, sostituendosi al principio individuale, che è lo Spirito in atto nella coscienza. Questa rinuncia dell’Io a risorgere e il ri­durre  esso  la  propria  funzione  a  una  risposta  alla  necessità naturale,  spiegano  la  condizione  attuale  dell’umanità.   L’espe­rienza esteriore manca di controparte spirituale, non compor­ta sensibilità per la libertà, né per la conoscenza, neppure quin­di per il superamento».

Proseguendo, Massimo Scaligero indica nella paura il vero limite che paralizza la ricerca interiore del discepolo dello Spirito:

«Chi volesse identificare la condizione interna che distoglie dal sentiero della libertà, troverebbe la paura:  la forza subcon­scia che trattiene entro i limiti voluti dalla natura. Ma è dif­ficile afferrare il senso di ciò, quando si pensa, si agisce,  si organizza la vita e si cerca lo Spirituale mossi appunto da que­sta paura, e quando in funzione di essa si crede di ravvisare nella via della libertà o un’eresia o una via individualistica o una via exoterica. In tal senso, chi segua la Scienza dello Spi­rito  fondata  dal Maestro dei  nuovi  tempi, ha dinanzi  a sé molte prove dalle direzioni più varie di un mondo che è sol­tanto «passato», necessità, abitudine, meccanicismo, esteriorismo. dogmatismo, falso rinnovamento: ossia paura. Paura del­la libertà: che perciò si manifesta nella forma più sottile in coloro che, presumendo  seguire assocìativamente la via dello Spirito, ne sostanzializzano e  materializzano le forme,  giun­gendo  a  codificazioni  dogmatiche  e  ad  espressioni accademiche, in cui ben poco scorre della conoscenza liberatrice a cui fanno  appello:   onde,  malgrado  la  regolarità  della  terminolo­gia e la ortodossia esteriore, veramente l’opera viene separata da Colui che l’ha data».

Questo, naturalmente, vale – è proprio il caso di dirlo – oltre che per l’opera di Rudolf Steiner, anche e soprattutto nei confronti dell’opera di Massimo Scaligero, il quale così prosegue alle pp. 174-175:

«Se la liberazione e la resurrezione fossero qualcosa di pre­visto, di fatale, esterno alla sua decisione, la libertà non avreb­be senso. Ma gli uomini, oggi, presi da una visione meccanica dell’Universo, la traspongono anche al piano metafisico e inconsciamente sognano una salvazione che comunque, da qual­che direzione, per una sorta di automatismo trascendentale, dovrebbe venire: anche i più provveduti attendono una solu­zione che venga da fuori. Se così fosse, la liberazione non avrebbe valore, che, nascendo da una gratuita provvidenza, non avrebbe relazione con lo Spirito. Non v’è, infatti, salva­zione o reintegrazione che non debba iniziarsi con la decisione dell’uomo, perché solo a tale decisione può rispondere la Grazia. Occorre all’attuale situazione del mondo l’intervento di esseri liberi, che, conoscendo il valore della sfera sensi­bile, sappiano suscitare in sé una volontà capace di giungere ai confini di tale sfera: là donde unicamente può giungere la forza rettificatrice. A ciò la tecnica del «pensiero libero dai sensi» è la via.

Ogni altra via, come si è visto, non è che brama persi­stente del mondo, segreto attaccamento a ciò che i sensi dan­no in forma di parvenze. Tale brama, tale attaccamento sono quelli che oggi assumono persino la veste mentita di una ricerca spirituale. La confusione al riguardo è tale che persino i cercatori dello Spirito possono venir ingannati. Anche per questo, rispetto ai compiti posti dalla «via» attuale verso il Sovrasensibile, si deve dire che già l’umanità contemporanea è in ritardo. La libertà si lega alle contingenze dell’esistere quo­tidiano: va sfuggendo all’uomo».

Più volte ho riferito quel che come una indicazione operativa Massimo disse a noi giovani, che venivamo a Roma dalla mia città, circa lo stato interiore che era necessario che coltivassimo, al fine di percorrere la Via sino alla mèta: 

«Voi dovete essere instancabili e disperati! Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Questo è l’estremismo al quale, per la gravità e l’urgenza dei tempi, ci sollecitò Massimo Scaligero. Di esso egli ci parlò sino a poche ore prima che ci lasciasse, quella sera del 25 gennaio 1980, prima del Rito meditativo che alcuni di noi compivamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Più volte, negli incontri che avevamo con lui, egli ci chiese di essere fedeli a oltranza alla Via del Pensiero, di praticare, senza temere di essere unilaterali, o di esagerare, o di essere faziosi – haec sua ipsissima sunt verba – la Concentrazione. Ci chiese anzi proprio di “esagerare” con essa, di insistere con essa aumentando progressivamente il numero delle concentrazioni e la loro durata.

L’impegno interiore a livello spirituale di ogni autentico praticante non può che essere crescente, perché  – come scrive Massimo Scaligero ne L’Uomo Interiore – «nello Spirito si è, non si sta». Ovvero come dice l’antichissima sapienza latina: «Non progredi est regredi », ovvero: chi non avanza, regredisce o indietreggia. Come sa chi nuotando voglia risalire l’impetuosa corrente di un fiume.

L’eccezionale impegno interiore richiesto dall’attuale situazione estrema dell’uomo e della civiltà esige – imperiosamente esige – questo “estremismo interiore”, un impegnarsi generosamente nella lotta spirituale, un incalzare la natura inferiore, un non evitare bensì un affrontare decisamente i limiti che fermano la pavidità e la labilità umana: un essere – come mi disse una Donna di elevato sentire – «sempre all’attacco; degli arditi sempre all’offensiva». Questo “estremismo interiore”, al quale ci sollecita Massimo Scaligero, è sacro, e richiede la più alta tensione della volontà consacrata, come è detto alle pp. 137-138:

«Non è sufficiente avere la forza, occorre saperla dedicare. La forza va consacrata, perché sempre risorga come vera forza: soltanto ciò mantiene la comunione vivente con l’Iniziatore dei liberi ed evita il pericolo che l’insegnamento divenga accademia, retorica presuntuosa. Evita che vada perduto ciò che è stato donato: pericolo che, purtroppo, non risulta sia stato evitato». 

Ci si può chiedere quale debba essere lo stato interiore dell’anima di colui che con coraggio, tenacia, e disperazione si consacri al lucido e severo estremismo di questa impresa eroica. Troviamo la risposta in quanto scrive Massimo Scaligero, a p. 142: 

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è par­lato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere l’ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere pos­sibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, l’ostacolo. Non v’è ostacolo che così non possa essere superato: occorre vole­re sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesi­ma idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stes­si, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Ho già avuto occasione di riportare quel che rispose Rudolf Steiner a chi gli chiese che cosa spingesse un discepolo della Scienza dello Spirito a consacrarsi alla pratica interiore della Concentrazione: «Un urlo interiore», rispose il Maestro dei Nuovi Tempi.

Che le “anime urlanti” di coloro che “sono stati morsi dal drago”, si consacrino, dunque, con energia crescente ed estremismo interiore,  alla risoluta pratica della Concentrazione, alla realizzazione della Via del Pensiero.  

TRASCENDENZA CHIMICA (di F. Giovi)

(Aldous Huxley)
.
Vale forse la pena d’occuparsi di un tema, per conto suo assai vasto e complesso, che risulta però del tutto estraneo alla vera coscienza religiosa e cosí pure alla coscienza di chi abbia sviluppato una fondamentale comprensione per l’essenziale dell’esoterismo antico o moderno? La risposta immediata potrebbe, giustificatamente, consistere in una negazione ben chiara. Eppure molte sono le sollecitazioni, invisibili per la stessa autocoscienza, che spingono alcuni a giustificare, con la ragionevolezza di “pecore matte”, i sentieri della psiche piú bizzarri e devianti. Ma, in fondo, niente è mai del tutto ovvio e scontato.
.
Infatti l’uso di sostanze speciali accompagna l’uomo in tutta la sua storia. Lo stesso concetto scientifico di droga non possiede per forza un carattere peculiarmente negativo, essendo, in via naturale, definibile come la parte di un organismo dotata di principi attivi che determinano un’azione farmacologica. Mate, caffè, tabacco, guaranà e cacao sono droghe, e ben prima di divenire alimenti d’uso quotidiano furono usate da antichi mistici ed asceti.
.
Nei Misteri eleusini all’iniziando veniva somministrata una bevanda segreta chiamata kykeon, nei sutra sullo yoga, Patanjali riferisce che i siddhi (poteri) possono derivare da elisir assunti nelle dimore degli Asura. Nell’età di mezzo d’Occidente vige l’uso, comunque assai parco e definito con chiarezza come pericoloso, delle cosiddette acque corrosive e degli elettuari.
.
In un senso assai generale con questi termini si allude a mezzi tossicologici che provocavano un brusco e rapido arresto di alcune importanti funzioni vitali naturali con conseguenze simili all’asfissia o all’arresto cardiaco. In individui addestrati esotericamente ciò permetteva (con considerevoli rischi) l’esperienza reale di una morte limitata, con il trapasso temporaneo delle forze di coscienza “stanti e non cadenti”, l’oro dei saggi, nei mondi soprasensibili. Stiamo accennando, in termini attuali, ad una parte del corpo eterico e del corpo astrale sufficientemente rafforzata e indipendente per non disgregarsi, insieme alla coscienza, nella crisi indotta. Non è difficile comprendere che simili strade non erano “facili scorciatoie”, ma esigevano molti anni di lavoro, coraggio, abnega­zione e la consapevolezza che il rito comportava la possibilità di perdere la vita. Questa è l’unica versione corretta circa l’uso iniziatico di sostanze tossiche.
.
Sarebbe fuori luogo valutare tali vie con l’umido moralismo contemporaneo, e va anche sottolineato che quanto indicato a grandi linee avveniva, sino al XVIII secolo, in seno ad “organismi tradizionali”, cioè in piccole comunità detentrici di conoscenze iniziatiche, tramandate e sperimentate, perciò competenti nel rapporto con quei domíni supersensibili ai quali veniva avviato, dopo molte prove, il discepolo.
.
Poi il rapporto tra uomo e mondi e l’uomo stesso cambia celermente. Alcune sostanze, che del resto non avevano mai fatto parte della panoplia esoterica, entrano nel mondo profano per corrompere corpi e anime in cambio di crepuscolari frammenti di coscienza alterata.
.
I demoni della decadenza incitano l’allestimento di sguaiate caricature della “morte iniziatica” nelle fumerie d’oppio, in cui l’uomo scivola verso abissi di sonno mortifero disturbato da allucinazioni estatiche o repellenti, mentre negli angoli di caffè mal illuminati dalle fiammelle del gas la visione poetica si rifrange nei velenosi riflessi verdastri dell’assenzio.
.
L’elemento puro dell’anima segue ora una direzione opposta: siamo a metà del XIX secolo e Ramakrishna rifiuta di bere il vino rituale durante l’iniziazione al sādhanā tantrico, esprimendosi categoricamente sulle droghe: «il sadhu che usa tossici non è un vero sadhu».
 .
La seconda metà del XX secolo, luce di democrazia e di nuovi orrori, poggiante sullo sfacelo di due guerre mondiali, offre finalmente a tutte le classi sociali la fruibilità di un ampio mercato di droghe e di spiritualità spensierata.
.
Negli anni ’60 il prof. Timothy Leary, attivo ricercatore dell’università di Harward, in seguito ad esperimenti effettuati su sé e sui suoi studenti con l’assunzione di acido lisergico (sintetizzato negli anni ’20 dal chimico A. Hoffmann) e psylocibine, scopre sotto l’effetto della droga l’esistenza di un mondo piú vasto ed intenso: promossa dal suo furore missionario inizia l’epoca delle droghe psichedeliche o della mente denudata. La figura di guru messianico di Leary ben presto si scontra con l’apparato repressivo statunitense. Da una parte l’araldo dell’LSD patirà il carcere, dall’altra godrà del sostegno di intellettuali di rango come Margaret Mead, Jack Kerouac ed i coniugi Huxley. La sua fama di liberatore o corruttore sarà vastissima nel (cosí avido ed ingenuo!) mondo occidentale.
.
Ma piú avvincente e raffinato è l’itinerario culturale del ro­manziere e saggista Aldoux Huxley. 
Nato da un robusto ceppo di scienziati e naturalisti fortemen­te inclini al materialismo, Huxley, fuori dal coro, si rivela uma­nista attratto dai fenomeni sociali, biografici e da una sottile ri­cerca mistico-religiosa. Intellettuale acutissimo, sempre distan­te dai ranghi dei luoghi comuni, saprà donare ai suoi tanti lettori idee originali e in controtendenza.
Ad evitare lungaggini portiamo tre soli esempi:
1944: The Perennial Philosophy. In questo saggio il Nostro in­dividua un filo aureo di conoscenza spirituale, dietro e sopra la varietà dei diversi insegnamenti religiosi, non subordinata dai tempi e dagli uomini.
1949: After Many a Summer. In forma di romanzo traccia con ironia i caratteri della smania per la longevità illimitata (ora ri­proposta da un esercito di imbroglioni che si definiscono scien­ziati) e vede con chiarezza come il prolungamento innaturale della vita fisica possa provocare nell’uomo una oscena evolu­zione a novello primate.
1954: Doors of Perception.
1956: Heaven and Hell. In questi due volumi, famosi per le accurate descrizioni delle esperienze provocate dalle droghe, l’Autore intuisce che il cervello non è quel super organo di cui si mitizzano ancora gli inesplorati poteri, ma una griglia riducente la capacità percettiva umana. Purtroppo gli scivoloni sotto l’uscio del sensibile segnano indelebilmente l’intelletto, bramoso d’espansione, ma per sua natura ostile alla trascendenza.
.
Le esperienze di “coscienza alterata” che per un professore semi-cieco sembrano grandiose, per l’occultista si rivelano solo banali. Il portacenere che assume la potenza dell’assoluto, i colori che risuonano, i suoni che si colorano interspaziati tra abissali ritmi di tempo e tutta questa paccottiglia di confusioni ipersensorie che si modella in una essenza cosmica, dai tempi del Buddha o di Plotino sarebbe stata (e lo è tuttora) soltanto, per chi prega o medita, un onere aggiunto di iattura e disagio.
.
Huxley, incapace di religiosità, giunge ad affermare che «inghiottire una pillola contribuisce ad una esperienza religiosa genuina, poiché [tutte le discipline tradizionali] sono come le droghe psichedeliche: potenti espedienti per mutare la composizione chimica del corpo e del sistema nervoso. La conseguenza è un cambiamento della coscienza». Il Nostro tace il fatto documentato che “gli alterati stati di coscienza” vengono anche prodotti da iperventilazione, ipoglicemia, stroboscopia, demenza da neurosifilide, schizofrenia ecc. Vero è che, dopo l’assunzione dell’agente tossico, il corpo ed il sistema nervoso vengono dominati e usati, e che la coscienza ordinaria, in totale impotenza, ne patisce gli effetti.
.
In definitiva Huxley – ed insieme a lui i rampanti neurologi contemporanei – dimentica o non vuole sapere che in qualsiasi atto interiore vige la centralità di un soggetto, di un io autocosciente e volitivo che causa i processi messi in moto per sua decisione, quali essi siano, modificando verso l’esterno le proprie mediazioni, dalla coscienza di sé sino alla corporeità piú grossolana.
.
Gli intellettuali limitati dal proprio intelletto e gli eruditi prigionieri dell’erudizione non saranno mai esoteristi o affiliati ad una catena iniziatica o ispirati religiosamente, e sempre riuscirà loro incomprensibile l’esistenza di una fondamentale eterogeneità tra sostanze sintetiche e sostanze naturali. Non osserveranno, come fece G. Meyrink, l’estrema diversità d’effetti indotti dall’hashish procuratogli da affiliati a gruppi esoterici egiziani, rispetto alla medesima sostanza acquisibile presso l’ordinario mercato nero. Né potranno in alcun modo ipotizzare che il significato dei boccioli tossici, nelle culture sciamaniche, possa consistere nel segmento di un sistema organizzato in cui viene raggiunta una connessione con l’Ente soprasensibile del quale i cactus sono espressione sensibile e che decide, secondo un extraumano metro di simpatia o antipatia, chi aiutare saggiamente su certi piani del mondo eterico e chi rigettare come cibo guasto. Ancora oggi in queste enclavi i tossici vengono usati ritualmente, non per sbracarsi in abnormi diletti, ma per allentare il corpo eterico dalla morsa del corpo fisico. Come si scriveva all’inizio, tutto ciò rimanda ad una valutazione critica ed etica assai complessa e delicata.
.
In modo nettissimo le grandi correnti della Scienza Sacra (raja yoga, vedanta, buddismo Zen, mistica cristiana ecc.) e la moderna Scienza dello Spirito procedono in una direzione perfettamente opposta. Nel nostro antico occidente già Aristotele esprimeva in chiari concetti come tutto quello che sia altro da se stessi è una privazione e non un arricchimento. Il bisogno per le forze della coscienza di essere supportate da altro, dall’heteron, è impurità per l’Essere.
.
In particolare la Scienza dello Spirito principia con l’afferrare il processo conoscitivo umano. Perché, ad essere seriamente logici, nessuno a questo mondo ha il diritto di dire: «Io so questo o quello» senza sapere come avviene in lui il processo del conoscere.
.
Invero tale necessità fondamentale (di “conoscere il conoscere”) viene presentita ed invocata, come ad esempio fa Edgar Morin, che la definisce “il principio educativo permanente”. Definisce, ma non sa cosa sia, e subentra il sospetto che non sappia nemmeno quel che dice quando si leggono a seguire frasi come questa: «La mente è un’emergenza del cervello suscitata dalla cultura» (da: I sette saperi necessari all’educazione del futuro). La spiritosa pedagogia cognitiva del Terzo Millennio!
.
La Scienza dello Spirito, con desta lucidità matematica, individua nel percepire (non nel percepito!) e nel pensare (non nel pensato!) gli elementi originari dell’atto conoscitivo, e offre i mezzi per sperimentarli in sé, ossia puri da qualsiasi mediazione. Va da sé che un tale sperimentare diviene un punto d’arrivo esigente una grande capacità d’azione interiore e non una condizione di partenza: proprio su questa non ovvia differenza molti ricercatori, con la scusa di studiare all’infinito l’ánthrōpos, volgono le spalle a Sophía.
.
Eppure, è proprio questo sperimentare ad essere un valore assoluto, poiché si realizza dove pensare e percepire sono attivi ad un livello precedente l’esperienza corporea e sensibile. Questo è il livello in cui il pensare, obiettivato in forma di viventi immagini, svela il tessuto di forze producenti l’apparire. Alla radice del conoscere si sperimenta l’impensata radice della realtà.

.

Franco Giovi

____________________________________________________________________________

per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2005/lug05/

Torna in alto