FREUD E LA CREAZIONE DELLA PSICOANALISI (di F. De Pascale)

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Sigmund Freud e la creazione della psicanalisi: sono oltremodo interessanti se affrontati da un punto di vista occulto. Lo sono però solo se affrontati con la volontà radicale di giungere a completa chiarezza. Pochi davvero, oggi, si rendono conto di cosa si muova ed agisca nel processo sedicente “terapeutico”  nel quale i pazienti – stando alle parole stesse di Freud – “non guariscono mai”, cioè non DEVONO MAI guarire. Vedremo che, al contrario, essi devono, metodicamente, esser fatti ammalare vieppiù profondamente: sino a superare il punto di non ritorno. Si può dire che lo psicanalista sia un vero e proprio antiterapeuta, ovvero manzonianamente un “untore”, intenzionato a spargere alacremente e cinicamente – sempre parole di Freud – la “peste”, e quel che è peggio, una “peste” di tipo spirituale. William Shakespeare direbbe che “in tale follia vi è molto – anzi troppo – metodo!”.

Nel processo della coscienza ordinaria – ovverosia legata all’esclusiva percezione sensibile data dagli organi di senso e ad un pensare meramente riflesso legato al cervello e al sistema nervoso centrale – si crea una massa di “detriti”, una massa di prodotti di decomposizione psichica, che il processo sano dell’anima rimuove, relegandoli in una zona subconscia nella quale dovrebbero permanere sino a gradualmente dissolversi col rientrare nel caos indifferenziato. In tale zona subconscia agiscono altresì le forze della razza, dell’eredità familiare, della natura psichica colludente con l’animalità. Oltre a queste, vi si trovano pure, coagulate, concrezioni psichiche di abitudini, di reazioni obbligate di paure e istintività ancestrali, di quei vortici psichici autonomi e sottraentisi come “complessi” alla normale coscienza sveglia, che nello Yoga e nel Buddhismo vengono chiamati “vasana” e “samskara”.

Nel processo dell’Iniziazione si cura un progressivo e illimitato rafforzamento della coscienza autonoma dell’Io, che deve farsi sempre più concretamente e fattivamente indipendente da quel mondo guasto di forze semicoscienti e subcoscienti, che nel loro insieme sono il “luogo” e il supporto nell’uomo di un vero e proprio “doppio” arimanico. Ossia sono la presenza e la sfera d’azione nell’uomo di una entità antispirituale, ostile e avversaria di tutto ciò che per l’uomo stesso è autocoscienza e libertà: la sua autentica essenza. Questa entità ostile, invadente e normalmente condizionante l’interiorità dell’uomo, non è l’inesistente “inconscio”, del quale secondo una metafisica inversa affabula la moderna psicanalisi, bensì è un essere molto più cosciente e intelligente dell’uomo, il quale se non si libera del suo abietto servaggio nei suoi confronti è, illudendosi di essere libero, solo un pupazzo nelle sue invisibili mani.

L’ illimitato rafforzamento dell’autonoma coscienza dell’Io e della libera volontà porta inevitabilmente ad affrontare un drammatico combattimento con questo “doppio” arimanico che si pasce dei guasti detriti dell’anima, si nutre vampiricamente della sua vitalità, dominandola radicalmente. Ora – è bene non farsi illusione veruna in proposito – questo “doppio”, questa entità ostile e cinica, lotterà selvaggiamente per non perdere il proprio vitale dominio sull’uomo. E’ questo essere ostile e avverso che ha tutto l’interesse a mantenere l’essere umano in uno stato di “ignoranza”, di stordimento, di oblio e di sonno spirituale – di “avidya” direbbero in India – e ad ispirare in lui brama, paura e avversione. Egli si serve indifferentemente di ideologie materialistiche e pseudoscientiste, così come di una religiosità sentimentale, e se necessario persino del misticismo emotivo, di un esoterismo corrotto e trasgressivo, delle morbide e fiacche “vie dell’anima”: tutto gli è utile per incatenare l’uomo alla natura corporea, animale e psichica. Tutto eccetto la Via del Pensiero, la Via che porta all’esperienza cosciente del momento originario del conoscere, alla liberazione dell’atto pensante dalla mediazione del sistema nervoso e dei sensi – anzi liberazione da OGNI mediazione che non sia il suo stesso movimento cosciente – mediante la pratica della Concentrazione: la Via più audace ed eroica.

L’Ostile non ama essere visto: può dominare l’uomo unicamente se l’uomo non vede chi lo asserve. Il termine sanscrito per la Sapienza è “Vidya”, che in effetti alla lettera significherebbe “visione”. Infatti ha la stessa radice del latino “video”, “io vedo”. E’ questa “visione”, ossia la “Sapienza” che è liberatrice. L’ignoranza, “a-vidya”, è l’oscuramento della visione spirituale, lo stordimento, l’accecamento: l’oblio. Così come in greco Verità è “A-letheia”, ossia il non oblio, il non bere, secondo il dettame orfico e pitagorico, le acque del fiume Lethe, le quali dànno un oblio “letale”.

Ma per vedere questo astuto e letale Avversario, è necessario diventare molto forti, e illimitatamente coraggiosi, perché l’iniziato deve operare – come il mio amato Dante – una “katabasis”, una “discesa agl’Inferi”, e affrontare, conoscere, vincere, dissolvere, trasmutare con la Conoscenza – con la “visione” liberatrice – le potenze avverse. Ma la psicanalisi non fa questo, bensì esattamente il contrario. Essa esige che il paziente si indebolisca come coscienza, si “armonizzi” col subconscio, si faccia dominare dall’inconscio. Il processo di analisi verbale della psicanalisi, il suo rimestare nel torbido dei sogni, della sensualità e della sessualità più guasta e di quant’altro, è occultamente un vero e proprio processo di “evocazione” delle forze infere, per attuare uno spregiudicato aprirsi della diminuita e stordita coscienza del paziente all’invasione dal basso dei guasti liquami dei prodotti di decomposizione psichica emergenti dalla zona subcosciente: è la via ad una progressiva “ossessione”. Sotto veste “scientifica”, e corredata del necessario travestimento verbale dialettico e logico, questa è “stregoneria” allo stato puro: è un efficace rituale di evocazione del “doppio” arimanico del paziente, tramite il “doppio” dello psicoterapeuta, il quale ha dovuto passare lui stesso lunghi anni in “analisi didattica”: ha dovuto subire radicalmente l’infezione lui stesso per poter poi trasmettere in maniera veramente efficace l’infezione al paziente. Il quale, come afferma lo stesso Freud, non dovrà mai guarire.

Freud e Jung – si può discutere “filosoficamente” quale dei due sia peggiore – riscuotono notevole successo persino in ambienti esoterici e pseudoesoterici. Vi sono “Maestri” che praticano e insegnano un esoterismo che è una “sapienza del doppio arimanico”, che dànno riti, esercizi e pratiche per il rafforzamento di tale “doppio”, il che porta ad una cosciente o incosciente “magia di patto” nei confronti di tale entità: alla catastrofe dell’intera vita dell’anima. E stupisce assai che simpatie per Freud e Jung si riscontrino in ambiti antroposofici – l’ho constatato personalmente – e persino tra le file “scaligeropolitane”, per usare l’espressione del mio amico C. Uno di questi junghianissimi seguaci della psicologia analitica, 36 anni fa si propose dopo la dipartita del Maestro come il vero erede dell’insegnamento di Massimo Scaligero. Addirittura si propose a Massimo per sostituirlo da vivo, ma malissimo gliene incolse: questo lo so dal racconto divertito di Massimo Scaligero stesso. Il connubio tra psicanalisi ed esoterismo è – a mio personale parere – quanto di più esiziale e “letale” vi possa essere.

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4 pensieri su “FREUD E LA CREAZIONE DELLA PSICOANALISI (di F. De Pascale)

  1. Colgo l’occasione per porre una domanda che spero possa ricevere una risposta pertinente e risolutiva.
    Qui si parla di Freud e Jung; però mi viene in mente che in ambito antroposofico si dice che anche la Psicosintesi di R. Assagioli rientra nel novero delle “terapie” che in sostanza non portano alla reale guarigione interiore, alla reale ascesi iniziatico-mistica.
    E se non fosse così, invece?
    La Psicosintesi era, tra l’altro, apprezzata dallo stesso Scaligero, che fece una recensione a un testo assagioliano dove scrisse – testualmente – : “Nel presente lavoro, i dubbi e le contraddizioni, insieme ad altre difficoltà dovute al problema sopra trattato [si riferisce agli errori e ai rischi della psicoanalisi di Freud e Jung], vengono brillantemente superati da Assagioli, grazie alle premesse mistiche da cui muove e alla moralità che cosí nobilmente pervade il suo intero trattato”. https://www.larchetipo.com/2023/12/recensioni/per-larmonia-della-vita-la-psicosintesi/

    • Buon pomeriggio oilimera.

      In ambito antroposofico si aprezza e divulga spesso la Psicosintesi. Mi sento di rilevare che coloro che non apprezzano siano in numero molto minore.

      Per quanto riguarda l’opinione di Massimo Scaligero su aspetti della Psicosintesi di Assagioli effettivamente l’ unico riscontro concreto è quello che lei cita e che tutti hanno potuto trovare nel fare ricerca. Trattasi di una recensione ad un trattato di Assaggioli, lavoro che in teoria secondo il Maestro aveva i suoi presupposti positivi. Cosa poi nel concreto la pratica del metodo in oggetto vanno effettivamente a superare non posso dirlo. Mi interesso un po’ di psicanalisi ma non ho approfondito Assaggioli.

      Questo articolo di Eco fu scritto da Franco De Pascale, discepolo di Scaligero, che purtroppo non è più fra noi altrimenti avrebbe potuto chiarirle qualcosa anche se ricordo che non riteneva Assaggioli meglio di un Freud e di altri.

      Non posso rispondere al suo quesito perchè prima si dovrebbe considerare esistente e valido, scontato, il presupposto che lei vi pone, ossia che sia possibile l’esistenza di un novero di terapie psicoanalitiche che portano alla reale ascesi interiore. E’ un concetto un po’ complesso perchè potrebbe far male intendere che esista una supremazia o propedeuticità all’Ascesi, obbligatoria o comunque necessaria, attribuita ad una previa psico-analisi.

      Tornando a Scaligero, e segnalando il suo interessante saggio sulla Psicoterapia, la figura del terapeuta è ben descritta, così come è chiaramente indicata la funzione che deve avere la Psicoterapia dei nuovi tempi: “… aiutare l’uomo a guarire della insufficiente consapevolezza rispetto a una realtà del mondo che ha in lui lo stesso fondamento e che, priva della correlazione cosciente, non può non presentarglisi come caos, sfuggente a qualsiasi logica.”.

      Abbiamo due figure, entrambe sono soggetti, il terapeuta e il paziente: il primo deve garantire, come sostiene Scaligero, di aver già egli risolto in sè il superamento del condizionamento del pensiero riflesso e di aver conseguito la vera coscienza; il secondo deve comprendere che esiste in lui il vero e solo artefice della guarigione interiore. Direi che la responsabilità risiede nell’uomo, nel terapeuta, e non considererei la validità di un metodo psicanalitico in sè garanzia unica o bastante per una guarigione interiore del paziente.

      Le consiglio di chiedere alla redazione de L’Archetipo (e ad altri effettivi discepoli di Scaligero) ulteriori informazioni e pareri che io non posso darle, sicuramente saranno più soddisfacenti.

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