L’ARCHETIPO-AGOSTO 2017
Anno XXII n. 8
Agosto 2017



Questa nota, ben poco mia è stata scritta per un amico. Riadattata, la riporto su Eco con la speranza – qualità che non chiude mai tutte le porte – di ricordare agli operatori due tecniche di concentrazione meditativa che, da un lato riassumono molte altre discipline in maniera proficua e che per altro verso dirigono la forza-pensiero ordinata, disciplinata ma sotto il limite, alla sua origine sovrasensibile.
Chi ha letto i volumi che raccolgono i fascicoli di UR le conosce. Esse fanno parte delle indicazioni che il dott. Colazza dettò a J. Evola, il quale le fece stampare (integre, con un errore a parte) sui fascicoli della Rivista.
In pratica le ricopio e ci aggiungo, separatamente, qualcosa di poco commento.
Il Senso dell’Aria.
“Una di queste attitudini si può chiamare il senso dell’aria. Noi possiamo vivere nell’immaginazione l’elemento “aria” – che tutto penetra e vivifica, ed anche la sua mutevolezza, la sua silenziosa presenza, tutte le gradazioni del moto, dallo sfioramento sottile, insensibile, alla forza, all’impeto, alla violenza. Noi lo sentiamo infinitamente libero, senza radici, senza origini, senza causa, pronto alle variazioni più estreme in un batter d’occhio. Quando la nostra immaginazione, impadronitasi di questo senso, l’avrà sentito e vissuto – occorre trasportarlo in noi, farne uno stato della nostra stessa coscienza da mantenere attuale di fronte alle esperienze col mondo esterno.”
Per la pratica: Nessuna parola mentale, solo immagini. Tratte semplicemente dalle nostre esperienze vissute: ricostruire situazioni in cui si è potuto sperimentare qualcosa dell’aria, magari cominciando dal soffio della brezza . Se si è in città si può constatare come sopra case e rumori, il cielo onnipresente pervade l’immensità oltre le cose degli uomini. Poi come, invisibile, sia presente nella stanza in cui sediamo, ecc.
Il senso primario è che si formi, allato dell’aria, un quid, un’impressione. Ciò succede, poco coscientemente, presso ogni percezione. In questo caso, per la doppia natura dell’esercizio (solo immagini interiori su qualcosa di invisibile), l’esperienza inizia ad essere sempre più libera dai sensi. Tale impressione è ciò che conta: ma deve assolutamente essere un prodotto che si forma come risultato, non una sorta di “risultato” artificioso, creato da noi. Durante tale opera possono verificarsi esperienze non banali come, ad esempio l’accorgersi del fatto che noi non respiriamo ma veniamo respirati dall’aria, oppure si inizia a “vedere”l’aria: ci si accorge che essa è una sostanza, simile ad un minerale liquido e trasparente. Forse è possibile per qualcuno giungere alla visione dell’Essere angelico che sovraintende l’elemento aereo ma è meglio non ricercare questa esperienza. Come tutti gli esseri realmente sovrasensibili Costui con la sua intensità può atterrirci: è insopportabile per il soggetto comune: eccesso di differenza di potenziale.
Si può notare che un simile esercizio contiene tutte le condizioni che l’operatore è chiamato ad esercitare lungo il cammino interiore: concentrazione, immaginazione e meditazione.
Nessuna esagerazione nella pratica. Credo che qui serva poco il molto e il moltissimo che possono servire invece per la concentrazione. La chiave degli esercizi di concentrazione meditativa è di giungere a momenti di vivezza, non di stanchezza. Certamente vale “ripetizione e ritmo”, ma non è una questione di tempo di esercizio.
“Quello che abbiamo chiamato il “senso dell’aria” diviene un senso profondo di libertà di fronte a quanto vi è in noi di ereditario e di automaticamente acquisito. E’ un liberarsi dalle catene delle reazioni istintive, delle reazioni sproporzionate o deformi – è una elasticità che permette di far sorgere accanto al massimo riposo o raccoglimento il massimo dispiegamento di forza attiva. E’ il sentirsi spregiudicati e pronti a ricevere esperienze nella vera luce che è loro propria – senza le deformazioni istintive e passionali.”
E’ possibile vedere in questa operazione così sintetica l’attivazione delle forze che potrebbero venir suscitate con la pratica di altri esercizi tra cui i cinque ausiliari. Una condizione di libertà da se stessi che mondo e natura non ha mai dato. Via molto diretta ma non certo più facile.
Il Senso del Calore
“Un’altra attitudine immaginativa è quella che si può chiamare il senso del fuoco o senso del calore. Essa consiste nell’avere l’immagine del godimento benefico del calore, sentendosi penetrati e vivificati da esso – come di vita feconda in noi e fuori di noi – presente e perenne come la luce solare. Sentire in noi questo calore come cosa nostra, come se il sole fosse in noi, radiante.
Questa immagine si porterà spontaneamente nel “cuore” – essa troverà direttamente la via ai centri sottili del cuore, poiché non è possibile sentirla intensamente e pur mantenerla nel cervello.
Questo centro-calore dovrà essere sempre presente nella nostra esperienza interiore, come emozione attiva contrapposta alle emozioni riflesse e passive provocate da cause esteriori.
Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore.
…le pratiche esposte ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle impressioni sensorie e pur con la vivezza e la realtà propria a queste ultime. Avremo così uno spontaneo sviluppo di quegli organi sottili che diverranno i centri della visione superiore.”
Questo secondo esercizio è più difficile del primo. Ed è di una importanza enorme. Comunque i due possono venir fatti in parallelo o in successione. Vanno eseguiti lontano dalla concentrazione, anche se potrebbe sorgere la tentazione di sfruttare immediatamente la condizione della mente già disciplinata dalla concentrazione.
Per certi versi l’immaginazione del calore può sembrare di attuazione più “difficile” rispetto a quella dell’aria. E lo è davvero. Persino nell’evocare immagini conformi.
Il “calore”, se si realizza anche per un attimo l’impressione interiore proposta, viene davvero percepito nel suo trasferimento dalla zona della testa alla zona cardiaca. Serve ricordare che si indica una condizione, uno stato che non è riconducibile ad una sorta di sentimento comune? E’ simile ad un innamoramento intenso ma, per l’appunto, attivo, percepente e non solo percepito ed è localizzato. Senza entrare nel contesto di una capacità percettiva di avvenimenti sovrasensibili, si può segnalare che quando un concetto o una immagine venga ad adagiarsi in questo calore del cuore, il contenuto del concetto o dell’immagine viene recepito come se salisse dal profondo della propria anima con la stessa caratteristica che conosciamo quando ricordiamo qualcosa da noi sperimentato in precedenza nella vita.
Il Dottore indica qualcosa di simile su un testo fondamentale. Ne parlai tempo fa e ci furono reazioni poco felici (un cretino, famulo di noto prepotente, ne scrisse come di “supercazzola”, credendosi il conte Mascetti) perciò ora non dirò nulla in merito. In fondo basta leggere quello che si trova scritto da qualche parte. E capirlo.
Queste due discipline hanno anche una valenza “magica”: esse portano persino a sottili cambiamenti che toccano attività fisiologiche, basi per reali modificazioni di consapevolezza interiore, ma consiglio di considerarle, ad un primo gradino, semplicemente come congrue discipline ausiliarie. Sono comunque discipline occulte e si comprende il loro carattere con il tempo, la pazienza attenta e le maturazioni interiori. Non sono assimilabili alla concentrazione né ad essa sostituibili.
Del resto le forze sono “misurate” e l’uomo interiore è immenso: una contraddizione che non rende più facile la vita del ricercatore. Quello che serve è non mollare mai. Attitudine che chiamo fedeltà. Poi, nel quadro generale, occorre disdegnare il dialogo interno: quello che facciamo con noi stessi e semplificare ogni cosa.
Wilhelm Friedrich von Gleichen (detto Russwurm) nasce a Bayreuth il 14 gennaio 1717.
Figlio maggiore di Heinrich von Gleichen and Caroline von Russworm, nel 1734, dopo aver ricevuto una rudimentale istruzione ed aver trascorso alcuni anni a Francoforte come paggio di corte presso i Principi Thurn und Taxis passa al servizio del Marchesato di Bayreuth, come stalliere.
Le sue prime pubblicazioni iniziano dopo la sua dipartita da Bayreuth, ospitate dal periodico Fränkische Sammlung aus der Naturlehre, Arzneigelahrtheit, Ökonomie und der damit verbundenen Wissenschaften, e trattano tra le altre cose di storia naturale, fisica e chimica ma risultano in gran parte piuttosto fantasiose, tanto da procurargli qualche fastidio e controversia. Le pubblicazioni successive saranno meno stravaganti anche se nel 1782 darà alle stampe un estroso trattato sulle origini e la struttura della Terra che risulta oggi interessante solamente per un vago abbozzo della teoria evolutiva.
Nel 1753 sposa Antoniette Heidloff da cui avrà sette figli, solo due dei quali sopravvivranno fino all’età adulta.
Dal 1756 si dedica prevalentemente all’amministrazione del patrimonio famigliare lasciatogli in eredità dalla madre nel 1748.
Nell’estate del 1760 conosce Martin Ledermüller, che aveva già avviato la pubblicazione del suo Mikroskopische Gemüths- und Augenergötzungen (1759–1762), lavoro che porterà Gleichen-Russwurm a concentrarsi sul microscopio. Ledermüller si reca a Schloss Greifenstein nel 1762, e Gleichen-Russwurm continua a beneficiare dei suoi consigli fino al 1764, anno di stampa di Geschichte der gemeinen Stubenfliege pubblicato da Russwurm e ritenuto dal Ledermüller eccessivamente critico nei suoi confronti.
Da un certo momento in avanti i suoi studi si concentrarono in maniera particolare sui processi di fertilizzazione di piante e animali. Nel 1763 esce il primo fascicolo di un lavoro intitolato Das neueste aus dem Reiche der Pflanzen , che include cinquantuno tavole colorate, ad illustrare numerosi dettagli di strutture floreali e varietà di pollini, oltre a sei tavole dedicate al microscopio e a varie modifiche ed accessori progettati dal Russwurm stesso. Il suo trattato sul polline della Asclepias syriaca L. incluso in Auserlesene mikroskopische Entdeckungen (1777–1781) include quella che con tutta probabilità è stata la prima osservazione di un tubo pollinico , sebbene l’autore non fosse a conoscenza della sua importanza.
Nel 1778 giunge il suo più importante contributo alla scienza, quando in Abhandlung über die Saamen-und Infusionsthierchen descrive la tecnica per la colorazione delle cellule fagocitarie che aveva sviluppato a seguito di studi su vecchi saggi sull’utilizzo di tinture come agenti coloranti per piante e tessuti animali. Per poter studiare i processi di nutrizione di una colonia di ciliati aveva utilizzato una miscela di acqua e carmine osservando il successivo colorarsi dei vacuoli digestivi , descritta successivamente con illustrazioni. Questa tecnica rimase generalmente sconosciuta fino a quando non se ne ebbe una descrizione da parte di alcuni biologi del IXX secolo Christian Gottfried Ehrenberg, Theodor Hartig, and Joseph von Gerlach.
Muore a Bayreuth il 16 giugno 1783.

C’è qualcosa da dire ancora? Non lo so proprio. Alle volte sono certo che no, poi mi vedo costretto a cambiare idea. Perché? Perché so e lo sappiamo – bene o male non importa – che questa prima e primaria disciplina non è mai compresa e, al contrario, viene osteggiata, evitata, minimizzata, rifiutata, persino negata. Basta che uno trovi qualcosa che scaldi il cuore e subito a guinzaglio stretto viene strattonato via dall’operazione principale.
A tale riguardo faccio mazzo unico, insieme a tutte le splendide vestigia delle antiche spiritualità, con le molte cose che vengono stampate e che sono frammenti di operazioni esoteriche della Scuola, della Classe e di Rituali riservati. Chiedo: qualcuno è stato invitato? Qualcuno è stato ammesso? Se sì, bene. Se no tutta quella roba non serve a niente e viene rivendicata dalle tante bocche della bramosia.
Vi è anche un bel manipolo di coloro che affermano e riaffermano di aver fatto la concentrazione, anche per molto tempo ed ossessivamente, con risultati nulli o addirittura disastrosi, giungendo ad un giudizio implicito o esplicito che nega non soltanto il suo senso ascetico/realizzativo ma togliendole pure il valore minimo di strumento necessario per avviarsi verso meditazioni più complesse…o affascinanti. Persino chi pratica la concentrazione non riesce a trattenere qualche lamento, a discutere sugli scarsi risultati, o a distrarsi per qualche fenomeno singolo e singolare.
In realtà, non l’esercizio in sé, ma il parlarne proprio come faccio io ora, è un modo di camminare lungo il ciglio di un burrone, poiché ci si dovrebbe render conto che ogni parola sull’argomento può facilmente diventare una distrazione, una dialettica ulteriore nei confronti di ciò che consiste solo nel superamento di ogni dialettica, di ogni ragionamento, in quanto la Concentrazione esige soltanto una totale focalizzazione dell’attenzione cosciente su di un semplice oggetto di pensiero.
E’ tutto qui e il resto è chiacchiera, necessaria per chi sta cercando di capire tra le mille sfumature delle indicazioni, necessaria per chi scrive con la grama speranza di far capire il nocciolo tra le mille sfumature del guscio. E’ difficile comprendersi: a cercare di comunicare l’essenziale non si viene granché compresi perché l’essenziale risulta troppo semplice. Mentre il percorrere in qualche modo quasi tutto il tracciato si rischia lo stesso poiché esso non può non riflettere la parziale soggettività del percorso.
Ad esempio il sottolineare il carattere volitivo della via, sembra quasi che si voglia porre il volere davanti al pensare e così via. Sono incomprensioni giustificate soprattutto per chi si trova ancora in un periodo di ricerca e di studio perché nella mente ballano ancora troppe idee spesso in apparente conflittualità.
Permettetemi un altro esempio. Si cerca di dire che l’operazione di pensiero non deve avere “presupposti”. Non deve averne non per ordine di qualcuno ma perchè il pensare è il prius della nostra condizione cosciente. Per semplice coerenza epistemologica si inizia immediatamente con il pensare e non gli si appiccica nulla prima, nemmeno un istante prima. Anche questa sembra una banalità che non occorrerebbe nemmeno menzionare. Ma è vero il contrario: c’è chi si rilassa o chi si contrae oppure chi cerca il giusto tenore interiore. Non sto parlando di una doccia o di una tazzina di caffè. Sto solo sottolineando che si cerca di mettere un qualsiasi antecedente all’atto pensante diretto e voluto: un fatto così diffuso che nemmeno viene rilevato. Eppure esso è segno e dimostrazione che non è stata ancora capita la valenza strutturale e metafisica del pensare e tanto meno ciò che è stato chiamato “Via del pensiero”. Ma allora quello che viene fatto è disciplinata disciplina ma forse così ottusamente da essere facilmente soggetta ad ogni spiffero.
Permettetemi ancora un’altra affermazione che a furia d’essere ripetuta è diventata banale: “Il segreto si difende da sé”. Pare che Aristotele l’abbia detta ad Alessandro…comunque viene ripetuta da secoli. Ma nessuno la prende sul serio: in tempi di massima divulgazione c’è tanta gente che si è fatta una certa fama e posizione col dire che comunicava ogni segreto. Ora, quando si tratti di documenti e carteggi riservati non è nemmeno una bugia. Direi, come spesso ho già detto, che molti sanno molto, che tanti sanno troppo. Eppure il senso di quella frase non è mai cambiato. I casi sono sempre due: o il segreto continua ad essere segreto oppure non esiste alcun segreto. Ma questo secondo caso, se fosse quello più vero, rimane più segreto del primo. E che sia così la più empirica delle osservazioni tende a dimostrarlo.
Che poi, dietro a quella riga che ho corsivizzata e ingrossata, oltre la massiccia incomprensione, in pratica ci stia un mondo intero di esperienze, lotte, trascendimenti e sconfitte, ruzzoloni e risalite così tante che l’esperienza di una intera vita sembra essere un tragitto troppo corto, è un fatto che vale o meno per il cammino individuale, diverso per ognuno di noi.
I testi esplicativi ci sono, fruibili senza difficoltà esteriori. Cito, di Steiner, Verità e Scienza e La Filosofia della Libertà, di Scaligero, Il Trattato del Pensiero Vivente, L’uomo interiore e Il Manuale pratico della Meditazione.
Poi in pratica, uno può trovare maggiore consonanza di comprensione anche con altri libri. Ne cito troppo pochi? Credo di no, se si fa sul serio: pensare che La Filosofia della Libertà potrebbe essere limitata o limitante è solo pensiero che ancora ignora o un pensiero incapace. Parlo raso terra: di solito occorrono anni di lotta per iniziare a capirci qualcosa: produrre in sé il filo articolato dei suoi pensieri consumandone la necessità dialettica e persino trasformando brevi righe in severe operazioni interiori potrebbe essere la principale dedizione dell’intera vita. Parlo grossolanamente in termini di tempo umano/sensibile e non sfioro nemmeno la radicale, estrema comprensione che sarebbe l’essenziale necessario per trasfigurare il tutto in luce/potenza dell’Io. Sembra oltremodo sparuta la falange di uomini capaci di dedicare ad un solo gesto metafisico l’intera vita! Non dico che ciò sia l’unico sentiero: è l’indicibile qualità dell’atto interiore quello che, prima o poi, ci dovrebbe aspettare in un punto della strada.
Dire,come ho detto, “fruibili” è in effetti quasi una presa in giro perché l’occulto non si rivela (a meno che il termine venga kremmerzianamente letto con il significato più letterale di “velare ulteriormente”). Sembra un paradosso ma per l’occulto vale ciò che nella vita comune non viene a consapevolezza, cioè si conosce non l’ignoto ma quello che è possibile ri-conoscere.
In altre parole: riesco a comprendere quello che ho sperimentato e che poi riattingo dal bagaglio della mia anima. Ed il resto? Sono bravissimo a non vederlo nemmeno avendolo sulla punta del naso.
In effetti, nei Gruppi un tempo fondati da grandi personalità, si ritiene ancora che La Filosofia della Libertà sia “più” importante delle altre cose: così il suo studio avviene dopo molto tempo con membri selezionati. Un Circolo nel Circolo…cosa farà mai? Si legge e si rilegge, poi a capo si ripete. Per decenni. Così nel Circolo ci si muove in circolo…sperando in una revulsione della coscienza pensante che è impossibile per il pensiero discorsivo o più probabilmente confidando con laica religiosità in un futuro compenso spirituale per la tanta abnegazione profusa.
E su tali comportamenti non vi sarebbe nulla da ridire o da ridere poiché l’atto interiore suggerito quasi al principio della stessa Opera, “l’osservazione del pensiero voluto”, è un atto eccezionale (così lo giudica l’Autore stesso) che per la sua inusitatezza si situa lontano dai normali contenuti della coscienza e che l’anima, conformemente alla sua condizione di squilibrio rifiuta profondamente. Risulta insufficiente anche l’uso di raffinata cultura o di una robusta logica che, visti i frutti prodotti dagli studiosi più accurati, partorisce ulteriori commenti che, messi insieme fanno Accademia, non trasformazione interiore (il commento possibile ai migliori commenti e rivisitazioni possibili è che tutto ciò distoglie dal vero oggetto di studio: l’anima gioisce per gli acuti commenti e forse per aver evitato – ancora una volta – il confronto con la polla sorgiva dell’insegnamento).
Di solito, anche con l’aiuto di testi come quelli indicati, bisognerebbe indagare, frugare nel pensiero, spiarne le mosse: non nei pensieri che sono sempre uguali a sé stessi: qualunque forma essi prendano si affacciano alla coscienza sempre con la medesima dinamica. A parte l’attitudine di saper sprofondare in un pensiero: calarsi alla sua radice. Che non si può catturare ma talvolta spiare in un baleno di destrezza . I testi ci possono aiutare solo nel caso in cui si tolgano le indicazioni dalla carta stampata e divengano interrogativi o strumenti nostri, cioè mezzi di attenzione e riflessione per la nostra attività. A tutta prima ciò può sembrare un lavoro sgangherato e difficile: ci si ingarbuglia perché ci si agita…finché ci si accorge che l’agitazione non porta a niente.
Allora – faccio un esempio concreto – in un momento non assillato, ci si può sedere su una panchina, guardare la pietra, l’arbusto o i cubetti del selciato che ci stanno davanti e chiedersi: “Cosa vedo? Perché lo vedo?”. Senza darsi risposte artefatte, senza pensieri fatti di parole: si dovrebbe in tali casi essere liberi e indipendenti anche dal Dottore. Allora prima o poi forse capiremo qualcosa di concreto circa il nostro atto pensante, su come comprendiamo ciò che ci sta davanti. E magari ci accorgeremo che questo comprendere è un fenomeno eccezionale, tutt’altro che ovvio, rimasto sempre nascosto dalla nostra immensa capacità di banalizzare ogni cosa, di ri-velare tutto col sudario del nostro forsennato monologo interiore.
Forse ci accorgeremo che il mondo esistente è reale solo in quanto investito dal nostro pensare e inizieremo a sospettare che vedere un mondo vasto e ricco presuppone una Potenza di Pensiero che c’è, che da noi fluisce e che ordina il mondo..ben oltre i pensieri di cui abbiano ordinaria (semi)coscienza sebbene questi siano gli assistenti necessari per la nostra (semi)autocoscienza.
Allora può sorgere un sentimento peculiare, una condizione interiore di seria, stupita meraviglia verso il semplice, abituale fatto che noi pensiamo: questa è una delle condizioni sane che ci dispone ad operare al rito della Concentrazione. Troppo facile? Sono d’accordo e se la pensate così vi suggerisco di dedicarvi a cose più interessanti.
La concentrazione è cosa nuova che è la metamorfosi stretta di cose antiche: se qualcuno di noi porta con sé la pregressa esperienze nella magia rituale sa bene quale attenta cura deve essere dedicata ai preparativi, al rigore nei movimenti, all’attenzione alle parole, all’esattezza nella costruzione dei segni: un rito cerimoniale e la sua preparazione ti lascia più morto che vivo per la fatica e l’attenzione richiesta.
Anche la Concentrazione è un rito: è il Rito immediato. Giungere ad averne coscienza è la condizione affinché questa disciplina non si accartocci in una contraffazione: ciò di cui poi ci si lamenta come di un tempo ed uno sforzo sciupato.
Per il miglior svolgimento del rito serve l’attitudine migliore: che non cresce nei parchi protetti e nemmeno è venduta in bottega.
Se lo si scambia per un sentimento, l’esercizio cola a picco, se lo si contrae ad un mero riordino cerebrale è come non fare niente o peggio.
Trattasi di “severa meraviglia”, potrei anche dire “devota scientificità”…Ossimori. Purtroppo le parole sono impotenti, ma se pensate ad una mia personale bizzarria, vi ricordo quello che vaticinò il Dottore per gli scienziati nella sua visione di dopodomani: gli scienziati del futuro avrebbero dovuto essere una sorta di sacerdoti in laboratorio. La nostra interiorità è il laboratorio che ci è concesso da subito. Dove scienza e rito possono unirsi in un’unica azione. Qui ci sono due caratteristiche, ancora in contrasto nel mondo attuale, che nel discepolo della Scienza dello Spirito possono fondersi.
Per parlare chiaro qui si indica un prodotto, una condizione, uno stato che, coltivando in proprio gli esperimenti, come l’osservazione volitiva riguardo al pensiero che si pensa, può sorgere quando l’anima impara a cogliere “a volo” il miracolo del nostro pensare, la sua immensa eccezionalità: occorre solo pensare e poi guardare: vedere, prendere coscienza di quello che si vede e continuare su questa strada con una determinazione che dovrebbe essere assoluta. La base è un essere attenti e svegli ai confini della ordinaria coscienza pensante.
Impressioni: possono diventare conoscitive se si lascia che divengano contenuti nell’anima ma a tale profondità che possano essere accolti dallo spirito.
Terminata l’operazione, potrebbe essere una sorta di intuita necessità mantenere per qualche minuto il silenzio ed il tono che ne risulta, non solo senza compiacimenti ma anche senza interesse: va raggiunta una totale indifferenza poiché ogni inferenza (bella, buona o cattiva) è più che sufficiente per ostruire l’eccezionale canale che si era formato tra le due sfere ordinariamente contrapposte: quella del volere e quella del pensare. V’è una tersa zona del cuore che sa benissimo tutto questo. Essa sa che non v’è nulla da chiedere, nulla da volere, niente su cui appoggiarsi.
Poi si riprende mondo e vita comune, proibendosi astrazioni o futili sentimentalismi: ci si dedica al percepito sensibile con ragione e praticità dimenticando rispettosamente il rito del pensiero che si è svolto. Si esce dal sacro laboratorio in semplicità…scienziati e sacerdoti: uniti in perfetto equilibrio nell’Opera della reintegrazione alla Potenza che “move il Sole e l’altre stelle”.