MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni.

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DELL’ 11/03/1979: AUDIO E TRASCRIZIONE

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Se il pensiero puro è realtà assoluta, e il pensiero riflesso è proiezione relativa, come può essere possibile un pensiero puro che crea una realtà sensibile, che superi le deviazioni della sinistra hegeliana, e riesca così a dirigere la società sui valori dello spirito?

In altre parole: se il pensiero puro rimanesse nella sua sfera ideale, senza riflessi sensibili, non le pare che la società avrebbe solo meditazione astratta?

Indubbiamente. Noi… bisogna conoscere conoscere tutto quello che è stato meditato sul pensiero puro, ossia sulla via del pensiero, della Scienza dello spirito di Steiner. Quindi non è che il pensiero puro sia realtà assoluta. È il principio di un processo di realtà che si realizza patentemente, e cioè agli occhi di tutti riconoscibile nella scienza fisica. C’è un vero della scienza fisica, e noi abbiamo mostrato in parecchie riunioni come quello che c’è di potente nelle scienze fisiche è idealismo; ossia tutto ciò che c’è di contenuto, di leggi, di norme, di principii, di costante, di verità non è che è un mondo di idee. Sia pure poggiante sui numeri, ma che è un…  il mondo è trasformato da reale e sensibile a un mondo ideale.

Soltanto che la tremenda situazione di questa scienza è che nescit quod facit: non sa di usare il pensiero e quindi scopre una legge e crede che la legge sia nel fenomeno. Mentre il fenomeno non è che è una occasione in cui la legge si manifesta, e allora se lo scienziato potesse finalmente svegliarsi dal sonno letargico – e noi cerchiamo di farlo in un altro senso –  scoprirebbe in sé la forza che gli dà il primo processo reale della scienza.

Allora scoprirebbe che questa forza ha lo stato puro. Si capisce che noi non ci beiamo di questa forza, ma immediatamente la usiamo, perché è il principio, come una fettuccia che se uno la tira viene qualche altra cosa, se la tira ancora viene qualche altra cosa. Soltanto che… perché la tira? La tirerebbe? Per farla incontrare con la realtà: come cominciò a fare Goethe superando veramente il limite della scienza. Tant’è vero che ci sono scoperte di Goethe che anticipano di un secolo ciò che la scienza ha potuto constatare più tardi, per esempio nella teoria dei colori… noi potremmo dimostrare che se oggi c’è una cinematografia… una fotografia a colori, questo lo si deve alla prima intuizione di Goethe. Quindi questo pensiero puro non sta lì per essere un’astratta meditazione; guai all’astratta meditazione! Ma deve essere la forza che finalmente incontra il fenomeno e sa che cosa gli dà la possibilità di penetrare nel mondo fisico.

Questo naturalmente esige una trasformazione dell’uomo. Infatti siamo in un punto in cui, se l’uomo non si trasforma, corre dei bruttissimi rischi, e tutto quello che accade nella natura, nella storia, nella cultura… c’è un principio di follia. E se l’uomo… tutto quello che accade gli dovrebbe dire, gli dovrebbe dar modo di capire che si deve svegliare, che deve trovare un’altra via che finora ha ignorato, e però c’è chi gliela continuamente sollecita perché la trovi.

E questa è la via del Pensiero, perché è veramente l’attività che giustifica tutto.

Quindi, sinistra hegeliana… ma c’è anche una destra hegeliana. O destra o sinistra è la stessa cosa, perché Hegel ebbe un’esperienza personale del pensiero e fu veramente grande. Però se noi conosciamo Hegel ci accorgiamo che questo sistema di conoscenza è valido soltanto per quello che riguarda la sfera del pensiero e della coscienza umana.

Quando lui comincia a sforzarsi di vederlo nelle leggi fisiche già fa uno sforzo formidabile, dialettico, ma che non afferra la realtà, perché lì ci vogliono altre forze di cui lui non disponeva.

Tuttavia, per quello che riguarda il principio di un’esperienza del pensiero puro, certamente Hegel è il migliore dei filosofi.

Però coloro che lo hanno…  i suoi discepoli, non potevano ripetere la stessa esperienza del maestro? Perché lui a loro insegnava i risultati della sua dialettica, ma lui stesso non conosceva la forza che gli dava questo processo dialettico tanto interiore.

E io questo l’ho detto nel mio libro “Dallo Yoga alla Rosa Croce”: che se Hegel avesse scoperto come funzionava in lui il processo del pensiero che gli faceva intuire veramente il pensiero puro, il pensiero come atto puro — lui cita proprio la frase, questa frase di Aristotele — e lui avrebbe piuttosto scritto un libro di ascetica del pensiero piuttosto che continuare a filosofare fino all’Enciclopedia delle scienze filosofiche, che è la summa di tutte le sue conoscenze filosofiche.

E allora che cosa è avvenuto? Che questi discepoli vivevano della dialettica del maestro. Quando il maestro è mancato è stato uno scombinamento di tutto, perché da una parte giustamente se ne andarono a sinistra, dall’altra a destra, poi ci fu il centro, poi il centro destra e il centro sinistra, come nella Camera dei Deputati.

Ma qui si tratta di capire che il pensiero riflesso può anche essere la veste del pensiero puro obiettivo e che questa esperienza è possibile, e che proprio questa bisogna seguire. Perché non è che noi dobbiamo rinunciare al pensiero riflesso: eh! allora rinunceremmo anche alla possibilità di esprimerci sul piano dialettico. In questo momento io parlo e parlo usando una certa dialettica e sono nella sfera del pensiero riflesso, ma dietro credo di seguire un contenuto interiore. E questo pensiero riflesso è la sfera di Lucifero, quindi siamo a posto, siamo in regola.

Adesso però, strada facendo, vedremo le altre… vedremo di rispondere ancora a questa domanda.

Come centralizzare (sarebbe stato meglio ventrizzare), come centralizzare le persone che vivono di rapina animica? Prima scelgono il soggetto adatto, poi lo circuiscono, infine lo trascinano in situazioni insostenibili, e questi per quieto vivere lascia correre e sopporta, ma molte forze sono andate distrutte. Grazie.

Ma questo grazie per chi è, è per me o per quello? Eh, me lo piglio io.

Ma ‘ste povere persone che vivono di rapina animica… e dagliene ‘n po’, e ce l’hai, in abbondanzaIo mi farei rapinare. E sarebbe un buon segno, e poi credo che qui ci sia una punta d’umorismo da parte del richiedente, perché dice: “prima scelgono il soggetto adatto”, ossia lo riconoscono che è rapinabile, a Roma si dice “lo guardano in faccia”, “l’hanno guardato in faccia”. Eh, se l’hanno guardato in faccia è difficile che puoi rapinarla… Comunque, è difficile rispondere a questa domanda; perché probabilmente, se la domanda non è umoristica, ma è seria, vuole essere una specie di appunto a coloro che … intendono far vibrare secondo vibrazioni piroflessidiche un loro soggetto scelto: ma allora queste persone la sanno lunga, quindi sono animicamente provvedute, allora che bisogno hanno di rapinare n’altro di forze animiche? Questo è il problema.

Adesso qui affrontiamo questo lenzuolo… però ve ne leggo solo un pezzo perché dal principio è chiaro tutto. E’ una persona, beh… che sa benissimo…

 

Il Dottore dice che a Goethe mancò la spinta verso l’autoconoscenza dello spirito, e a Nietzsche quella verso la verità oggettiva, e che Lui, ideando la fantasia morale si è tenuto in mezzo tra i due. Qui non ci si immaggina, non ci si immàgia (ah, da in- magiàre) il fulcro che bilancia Ahrimane e Lucifero? Quando giunge Michele a piombarci giù Ahrimane ne viene sì innalzato Lucifero redento, non ci riesce però di entusiasmarci ancora, come ragazzi, per Zorro il Giustiziere, perché nel cattivo debellato ci vediamo noi, quel di più di noi che vi ah-rimàne impigliato, su cui sembra infieri… imperièrsi (eh, so giuochi di…) beata e crudele, verace e ipocrita, la compassione di ogni olimpico Goethe, redento, verso ogni caduto Nietzsche, il folle.

Eh, dice la domanda… dice: la mano del pensiero ahrimanico si impugna la spada di Michele, non è l’arcimànico… dè scopa (risate).

Eh, e qui l’amico Longino mi mette in imbarazzo, perché… Goethe, Nietzsche, e in mezzo il Dottore… Il Dottore fa, dicendo questo essere in mezzo tra i due”, lo dice proprio con un atto di grande modestia, perché non sta tra i due, li riassume tutt’e due, e li sprofonda e li trascende, è molto più grande perché Goethe ebbe l’inizio di una esperienza immaginativa sulla quale noi oggi possiamo ancora lavorare. Su Nietzsche non possiamo più lavorare, perché Nietzsche è grande in una parte della sua opera, ma questa parte grandiosa della sua opera, per esempio “La nascita della tragedia”, il Così parlò Zarathustra”, eccetera, appartiene a un momento di libertà della sua vita, che lui non ha mai capito in sé stesso, perché a un certo punto, preso dalla passione di estinguere tutto ciò che è falso valore, dialettica, intellettualismo, distrugge tutto.

A un certo punto questo istinto distruttivo lo porta a eliminare con una gioia distruttiva e con un impeto veramente meraviglioso tutto ciò che c’è di recitazione e di dialettismo, di psichismo letterario, di retorica della cultura, e ci riesce: senonchè, non essendo cosciente del suo spirito di libertà, che cosa gli rimane dopo aver distrutto tutto, gli rimane il fisico, il corpo, gli istinti: e allora su questa base crea il superuomo. Il corpo e gli istinti, cioè l’animale, e quindi prende un equivoco terribile, e dopo aver tanto cercato qualcosa di assoluto, lo perde, e assolutizza quello che meno va assolutizzato, l’animale umano, e quindi crea dei terribili, tragici equivoci. Soltanto che, la sagacia deve portare il ricercatore a prendere il Nietzsche del momento creativo, e allora lì può essere utile, ma sempre ricordando che lui non ha mai capito niente della libertà.

Del resto della libertà non ha mai capito niente nessuno, non c’è un filosofo che l’abbia capito, e il mondo ancora non l’ha capito. E il mondo cerca la libertà, l’uomo è libero (c’è Sartre che dice “purtroppo l’uomo è libero”), ma non sa che cosa fare, perché? Perchè non sa dove nasce la sua libertà. Tutti oggi si sentono liberi, però ciascuno identifica la  libertà con una parte della psiche animale, quindi ciascuno afferma ciò che di peggio c’è in lui, e questo viene chiamato libertà. E poi ci sono metodi pedagogici che arrivano a coltivare questa libertà dicendo che ai bambini bisogna permettere tutto: e questa è un’altra forma di follia, perché il bambino ha bisogno di essere aiutato a distinguersi da ciò che in lui è istintivo in senso distruttivo, ma non ci sono più educatori capaci di questo ordine interiore.

E quindi mi riallaccio al discorso che facevamo prima a proposito della prima domanda, a quello che é il senso ultimo di questa, e noi abbiamo potuto capire qualcosa che é veramente il principio della salvezza, ossia che non c’é libertà, altro che … non c’é problema di libertà che non sia per il pensiero.

Il problema della libertà non riguarda nessun’altra parte della vita dell’anima, né il sentire,  né il volere, né gli istinti, né la psiche, né il corpo: il problema della libertà riguarda solo il pensiero, è solo il pensiero che é vincolato, é imprigionato, é riflesso, e nell’essere riflesso viene afferrato dalla natura inferiore. Ora, noi dall’Iniziato dei Nuovi Tempi apprendiamo che il problema della libertà riguarda il pensiero: però questo non é sufficiente, noi dobbiamo renderci conto della potenza di questo pensiero, e del fatto che capire che cosa significa implica una rivoluzione di tutta la propria vita, perchè noi siamo inchiodati alla nostra natura, alla nostra razza, ai nostri istinti, alle nostre preferenze, alle nostre ideologie, proprio dal fatto che non abbiamo pensiero libero. E il problema della libertà riguarda il pensiero.

Ciascuno é libero nella Terra, oggi i bambini giá nascono con l’istinto della libertà; peró non c’é nessuno sulla terra che sospetta dove deve cominciare a far funzionare, a intendere la propria libertà. E la libertá é proprio l’atto del pensiero che diviene percezione interiore,  il pensiero si scioglie mediante una volizione nostra, si scioglie dalla natura inferiore, e compie un’esperienza di se stesso in cui finalmente nasce come pensiero, perché (noi questo l’abbiamo chiarito a lungo anche nei libri) perchè noi non abbiamo il pensiero come veramente é, abbiamo sempre il pensiero imprigionato in un contenuto, non abbiamo il pensiero libero: perciò non siamo liberi. Il contenuto ci domina, per il fatto che il pensiero é asservito al contenuto.

Anche quando noi studiamo per dare gli esami universitari, certi dicono: ma questo e’ un allenamento di pensiero? No, perché il contenuto domina il pensiero… e tu sei dominato da questo.

Minimamente noi cominciamo ad avere il pensiero che si emancipa, si svincola, che si affranca dal contenuto, quando facciamo l’esercizio di concentrazione. Peró si tratta di capirlo quest’esercizio, perché dapprincipio non avviene che poco, bisogna lavorare molto con il pensiero per capire come comincia ad essere libero, e questa liberazione é la chiave di tutto.

Perché immaginate che siamo doloranti per ingiustizie subite, per rapine animiche subite, che siamo doloranti per torti, oppure esaltati da determinate spinte psichiche, o fanatizzati, ma soprattutto sofferenti o adirati (e questo é un continuo, non siamo liberi), se c’é uno di questi sentimenti, questo sentimento o istinto che ci invade, noi non siamo noi stessi: ma se abbiamo, conosciamo la disciplina del pensiero, noi, malgrado quest’invasamento, compiamo un atto di grande energia interiore, troviamo una zona in cui siamo liberi, in cui finalmente siamo indipendenti da queste spinte, da questi invasamenti, e lí ci sentiamo veramente calmi, cessiamo di peccare di eccesso di antipatia, o di eccesso di simpatia.

Siamo finalmente indipendenti da tutto ció che ci prende, ci rapina animicamente, e sentiamo che lí siamo veramente uomini, che da lí possiamo giudicare con serenità, con obiettività, siamo indipendenti dagli istinti, abbiamo la possibilità di un giudizio oggettivo. E soltanto quando abbiamo queste tremende sofferenze possiamo capire questo, perché ritroviamo una zona di luce intatta, una zona in cui se noi siamo capaci di trattenerci, abbiamo tutte le ispirazioni per quello che dobbiamo fare, allora capiamo che cosa significa essere liberi, essere liberi dalla propria natura, essere liberi dalla propria psiche. Altrimenti non si é uomini, si rimane delle caricature di uomini.

Comunque la domanda di Longino va bene.

Posso riunire queste due domande, anzi ce ne sono tre che si somigliano, che contengono suppergiù lo stesso concetto.

“La distinzione tra Io e personalità è la stessa che tra umiltà e umiliazione? Se il tuo prossimo ti maltratta porgi l’altra guancia: l’altra guancia è quella della figura spirituale dell’uomo che non patisce umiliazioni ma le accoglie per illuminare di sè la terrena personalità? E’ questa l’umiltà ?

Se l’Io lo scopre non identificandosi più nella personalità, questa, come ciò che si oppone all’impersonale deve essere dall’Io umiliata?

Ma nel quotidiano non prevale sempre la personalità che non vuole essere umiliata?”

Qui voglio eliminare subito una… per poter unificare queste tre domande, un concetto. Che a noi l’umiltà non interessa affatto, perché se noi cerchiamo di essere umili recitiamo, siamo degli ipocriti.

L’umiltà deve nascere da una correlazione obiettiva della propria vita interiore con il mondo. Deve nascere senza che nemmeno ce ne accorgiamo, non ci dobbiamo accorgere di essere umili e tuttavia possiamo esserlo. Ma anche qui dipende dall’essere liberi, non dobbiamo porci degli ideali che sono dettati dal catechismo altrimenti non seguiamo la via nostra.

Sono enumerate delle virtù, delle qualità, ma l’epoca del sentimento è finita, questa è l’epoca della volontà e della libertà e quindi certe virtù cristiane noi dobbiamo capire che rimangono un atteggiamento se noi crediamo di conquistarle mediante la Scienza dello Spirito, perché la Scienza dello Spirito è proprio la via della libertà per cui si lavora trasformando la propria natura, e non imponendo alla propria natura nessun perfezionamento se non quello che viene dall’operare interiore dell’Io libero o del pensiero libero.

Quindi anche per quello che riguarda il patire umiliazioni, anche lì si tratta di capire l’importanza di essere indipendenti dagli stati d’animo perché si patiscono umiliazioni quando si è vincolati a qualcosa da cui non si riesce a liberarsi. E  uno di noi deve liberarsi perché l’umiliazione sembra venirci da qualcuno ma non è così . L’umiliazione viene dal fatto che noi soggiaciamo ad uno stato interiore, ad uno stato d’animo. Quindi eliminato questo punto vediamo un po’ l’altra domanda.

Quanto l’autonomia e lo spirito di libertà si accompagnano a mitezza, calma e calore dell’anima?

Qui è ben chiaro, si può dire che è la conclusione di quanto dicevo. Perché qui dice: Quanto l’autonomia e lo spirito di libertà si accompagnano, è inevitabile che si accompagnino a mitezza, ma non è perché noi vogliamo la mitezza prima, perché sennò recitiamo. Certo dobbiamo cercare di dominare le nostre reazioni, non è che io sto dicendo che dobbiamo fare come ci pare… indubbiamente da questa autonomia viene la calma e il calore dell’anima.

L’altra domanda unibile è questa:

Perché è necessario il sacrificio? 

Anche qui devo… ah beh, questo è Vercingetorige… Anche qui devo dire: chi l’ha detto che è necessario il sacrificio? Se è necessario, questa necessità ci viene dal di fuori e ci si impone dal di fuori e noi non siamo liberi. Mentre se noi siamo liberi questo sacrificio lo facciamo perché lo vogliamo noi e non perché ci viene imposto. Se ci viene imposto è un brutto segno, è segno che il Karma lavora e ci sono degli esseri che devono ringraziare questo Karma perchè se non sono portati a fare il sacrificio, ci pensa lui e dal sacrificio viene il meglio.

Dopo una grande sofferenza viene una grande luce. Allora uno dice, ma questa sofferenza mi è stata imposta. E uno di noi dice: non ho bisogno che mi venga imposta perché io stesso do quello che deve essere dato, offro quello che deve essere offerto.

Il sacrificio.

Olio su tela-artista ignoto attivo nell’ultimo decennio del XVIII secolo (tra il 1790 e il 1799)
Chiesa di Santa Maria del Colle -Pescocostanzo (AQ)
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Nei tempi antichi veniva compiuto il sacrificio di animali, venivano anche (dei) sacrifici umani. Però questo sacrificio di animali era necessario, perché? Perché gli Dèi inferiori, gli Dèi della terra – per intenderci Lucifero e Arimane – sono esseri che cooperano all’esperienza umana sulla Terra, senza loro questa esperienza non sarebbe possibile, quindi l’uomo…

Però avveniva che questi Dèi inferiori si accorgevano che l’uomo era in relazione con Dèi superiori. Ci viene parlato dal Dottore dell’invidia degli Dèi: ossia questi Dèi inferiori erano invidiosi di questo. Però i saggi capivano che questa invidia poteva scatenare questi Dèi inferiori e allora li placavano coi sacrifici che erano cose abbastanza cristiane… ma il cristianesimo non c’era ancora.

Quello del sacrificare animali, eccetera, ucciderli, proprio… Ma i saggi di allora sapevano che senza questi sacrifici questi Dèi terreni sarebbero stati pericolosi per l’uomo, non solo ma noi leggiamo che per esempio ci fu un epoca in cui un’entità particolare, una delle più potenti personalità dell’evoluzione dell’uomo, fu il mediatore di un’azione del Cristo nel corpo astrale dell’uomo, perché voi sapete i sacrifici del Cristo, i quattro sacrifici del Cristo.

Il primo fu il mondo dei sensi, se oggi noi vediamo in maniera che i sensi siano veramente puri, l’occhio vede perché non vuole niente per se stesso, così l’orecchio, tutti i sensi, perché lì c’é già un ordine stabilito dal Logos. Se i sensi dovessero obbedire a ciò che noi siamo nella sfera psichica noi vedremmo tutto deforme a seconda del nostro colorito psichico.

E ci fu un’azione da parte del Logos attraverso questa personalità potente (che tu conosci)  che poi fu fatta anche per il corpo eterico. Poi fu fatta per quello che era il più difficile, ossia il corpo astrale e lì questa personalità potente per potere agire nell’umano prese la veste del drago.

Il che significa che prese la veste (allora era più potente Lucifero a quei tempi) per cui i primi maestri umani erano delle entità luciferiche ma comandate; degli esseri luciferici che obbedivano perché questa entità per potere agire sulla terra, in un mondo piuttosto difficile, – nella sfera astrale era il Drago che dominava – e quindi si doveva vestire con la veste del Drago.

Poi c’è la vittoria sul drago che è simboleggiata da S. Giorgio che sconfigge il drago perchè viene il Cristo e il Cristo finalmente pone fine all’epoca del sacrificio cruento, sanguinoso, ma da allora cominciò un altro tipo di sacrificio, che è il sacrificio dell’uomo che richiede per diversi secoli spargimento di sangue… guardate, dal sangue sparso dagli apostoli, al sangue delle stimmati di Caterina Emmerick, di Padre Pio, eccetera, è un lungo percorso potente, di donazione al Cristo secondo la spinta del sacrificio.

L’invidia degli Dèi continua, infatti il Dottore parla di questa invidia degli Dèi a proposito dell’incendio del Goetheanum, e lui si riporta all’incendio del tempio di Efeso da parte di quello sciagurato, che è amico tuo, Erostrato, che è una espressione dell’invidia degli Dèi la quale continua, continua. Questa invidia ha due forme, la forma antica è quella di cui abbiamo parlato, ossia quella che esigeva i sacrifici cruenti, la forma nuova è terribile e veramente ancora più pericolosa, perché entra in gioco l’entità più potente della Terra che è Arimane, perché è l’invidia della liberazione dell’uomo.

E vedete che adesso noi ci riferiamo alla prima domanda che parlava della sinistra hegeliana perchè, tutto ciò che oggi ostacola la libertà – e possiamo dire anche la liberazione dell’uomo – viene proprio da queste entità che cercano… difatti mai si è parlato di libertà come in questo periodo, ed è proprio segno che la libertà è morta quando se ne chiacchiera troppo, ma è visibile a chi veramente può, come tutto il lavoro arimanico consiste nell’impedire che l’uomo sia libero, nel prenderlo… soprattutto mediante il metodo arimanico della scienza di mettere in moto il pensiero ma di fare ignorare la fonte del pensiero.

E attraverso tutte le ideologie, perché le ideologie mica si presentano come metodi del pensiero, si presentano come un già fatto, un già pensato che è talmente persuasivo che i giovani subito se ne abbeverano e non pensano più perché il loro pensiero ormai è paralizzato per tutta la vita, perché nessuno gli può far capire come loro hanno pensato qualcosa e l’hanno accettato prima di sviluppare il pensiero.

Nessuno si è curato di dire “educhiamo il pensiero in questi esseri e che poi scelgano loro”. No! Ti aspettano a scuola! Cominciano da quando sono piccoli a inserirgli già le ideologie, non sono più liberi, è finita, su tutta la Terra è così e questo è il piano di Arimane, l’invidia degli Dèi continua e l’invidia degli Dèi si espresse nell’incendio del Goetheanum.

Ecco la risposta, perché é necessario il sacrificio. Perché il sacrificio è cambiato, il sacrificio è l’operazione che è allusa nella domanda che abbiamo letto, nella seconda domanda delle tre:

L’autonomia e lo spirito di libertà si accompagnano  a mitezza, calma e calore dell’anima?

Ma questo è il sacrificio della natura inferiore, perché? Perché quando noi subiamo qualcosa di veramente ingiusto, la nostra risposta è una ribellione. La ribellione che cosa è? E’ lo stesso moto arimanico al quale noi reagiamo e interagiamo mediante la ribellione; perché non c’è moto aggressivo che non parta dal doppio arimanico.

Noi possiamo ricevere una ingiustizia terribile, se in quel momento odiamo l’autore dell’ingiustizia siamo pienamente giustificati, abbiamo ragione, però abbiamo torto marcio perché in quel momento l’odio viene dallo stesso principio da cui parte l’ingiustizia. E finchè c’è questo non si esce dal cerchio chiuso della botta e risposta. Alla risposta dai la botta, alla botta la risposta e questo non finisce mai e tutte le forme di mediazione pacifica sono tutte recitazioni, sono tentativi nobilissimi ma calmano le acque per poco e intanto ipocritamente tutti si preparano al contrattacco imminente.

Quindi siamo in un momento molto serio, in cui il capire che cosa è il sacrificio… e non è quello del senso tradizionale, come ci può essere insegnato da esseri come  Teodoro di Besançon, Giuseppe da Copertino, San Francesco, la Emmerick, la Teresa Neumann,  esseri che veramente hanno vissuto una vita di sacrificio: tutto questo è un meraviglioso insegnamento, il sacrificio è inscindibile dalla libertà, altrimenti è un’aggiunta… e va benissimo.

Adesso noi stiamo parlando per il tipo umano che è veramente cosciente, perché naturalmente quando affermiamo delle cose dovremmo affermarne contemporaneamente tante altre che sono simultaneamente vere, e quindi sembra che noi le escludiamo perché noi stiamo parlando del tipo di evoluzione che urge in questo momento per andare incontro alle esigenze gravi del tempo, ma questo non riguarda tutta l’umanità, perché c’è un’umanità che ancora ha bisogno del parroco o del capo del partito, il gregge esiste e continua ad esistere e il gregge ha bisogno del pastore. Ci sono invece degli esseri che non possono più appartenere al gregge e questi, se non hanno una legge interiore loro, si scatenano e sono irregimentabili e quindi la loro libertà scatenata finisce in modo veramente distruttivo e stavamo dicendo… e dobbiamo concludere… che il sacrificio di cui stiamo parlando, non è possibile se non grazie all’uomo libero, se non mediante l’uomo libero. E’ l’uomo libero che sceglie la via più difficile, è l’uomo libero che volontariamente tra due vie, una facile e un’altra difficile, sceglie lui, perché è libero, la via difficile, perché sa che è quella che  più è utile all’umanità.

Questo è un sacrificio, però è vero, non è imparato e acquisito sentimentalmente, quindi il minimo esempio è questo, del poter scegliere tra due vie la più difficile, ma noi possiamo anche guardare nel Vangelo e avere molti esempi perché, l’offrire l’altra guancia di cui dice la quarta domanda é un atto mitico che può essere anche retorico se non viene dall’uomo libero, ma se viene dall’uomo libero è un atto magico che rovescia la situazione, perché che cosa significa?

Che lui riceve lo schiaffo e la reazione immediata, normale, al tipo umano attuale, nervoso, “sistema nervoso-animalità istintiva-sistema nervoso-organo cerebrale-reazione”: te dò un’altro papagno!

Ma immaginiamo che ci sia uno che conosca il pensiero vivente, il pensiero liberato, la forza della interiorità assoluta; sente che l’impulso a dare il papagno viene da Arimane e quindi lui non vuole che gli venga dettata l’azione da Arimane. E quindi sta fermo. E questo non reagire che significa offrire l’altra guancia è un atto magico, è l’espressione massima della libertà dell’uomo dal dominio di Arimane. Quindi noi vediamo che tutto quello che oggi ci si presenta come problema severo della vita, e ogni giorno, guardate, si presenta… è la richiesta di questo atto interiore autonomo… naturalmente non dobbiamo dimenticare, che quest’atto interiore e autonomo, è la presenza in noi di una forza che si manifesta individuale ma è nello stesso tempo superindividuale e quanto più è individuale e tanto più ciò che superindividuale manifesta in esso, e questa contraddizione dobbiamo capirla, ossia quanto più c’è individualità libera, tanto più c’è universalità vasta, ed è la vasta e potente universalità del Logos.

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MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 24/06/78: AUDIO E TRASCRIZIONE

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HAI SPESSO AFFERMATO CHE LO STUDIO DELLO ZEN, TAOISMO E BUDDISMO, È UNA VIA DI LIBERAZIONE MA NON TROPPO ADATTA PER NOI OCCIDENTALI; MA CHE COMUNQUE SI È RIVELATA UTILE PER LA CONOSCENZA. COME, E IN CHE MODO, UNO STADIO PARALLELO TRA LO ZEN… UNO STUDIO PARALLELO TRA LO ZEN E LA SCIENZA DELLO SPIRITO PUÒ RIVELARSI UTILE?

Io ho scritto per questo Zen e psicanalisi, e credo di aver sviluppato l’argomento. Niente… lo Zen è una delle molte vie del passato e, siccome va di moda ne abbiamo parlato, in modo da cercare di isolare quello che c’è di positivo. Però qui abbiamo già detto tutto, perché per isolare quello che c’è di positivo bisogna esserne capaci, ossia essere già sulla linea di una conoscenza che sceglie con una certa autorità, perché se non c’è questo lo Zen è un errore come un altro. Non c’è niente di peggio di un occidentale che senza conoscere niente del proprio pensiero si mette a fare le meditazioni Zen. Tra zen e strazen e tazan e tz, poi alla fine: zum! E … altro che zazen.

E non c’è niente di peggio che questa mancanza di tessuto noetico, ossia nerbo cognitivo che non si dà a buon mercato, e che bisogna conquistarselo al di là di tutti i metodi orientali, come metodo universale ma che purtroppo, eh…  solo in occidente fiorisce per ora. Abbiamo dovuto dire a questo proposito che, chi sa come stanno le cose, non dice più: ex oriente lux, ma dice: ex occidente lux. Quando questa lux fiorisce allora la via è aperta verso ogni contenuto: orientale, occidentale, antico, moderno, futuro; è tutto contenuto nel momento vivido del pensiero, che pensa e si libera, pensa e cessa di pensare stupidamente, perché il pensiero è stupido se non è vero pensiero, è sempre una dispersione di forze, è sempre la menzogna, è sempre il furto luciferico o arimanico che noi subiamo. Per cui se non ci accorgiamo di questo furto e ci immergiamo per esempio nel tantrismo viene fuori una confusione terribile che diventa confusione mentale e dopo anni bisogn… : due sono le vie: o c’è una specie di salvazione ad opera del salvatore che sta funzionando, oppure… psichiatra: non c’è altra via. Perché si arriva… oppure c’è anche una terza via: auto-guarigione, ma allora proprio per il fatto che ha incontrato l’amico Salvatore, salva tutti, salva l’anima e i brutti.

Quindi amico Silvio, potentissimo amico: prima di tutto pensiero auto-cosciente e nerboruto. E poi con questo pensiero puoi acciuffare tutto quello che vuoi, spremere tutto da tutti. Puoi leggere anche dei testi di magia nera, tanto li spremi, togli quello che c’è e vedi che rimane un cece soltanto e basta. Eh! Ma quel cece può anche essere… perché non è una… un male assoluto non esiste, non c’è male in cui non ci sia da salvare un cece, o un pisello. Come vedete non dico un cereale perché i cereali sono…alzano un’altra cosa.

Quindi… adesso qui mi fa sta fatica… a leggere tutta ‘sta lettera..

-Scenography by Franz Stassen (1869-1949) for Parsifal by Richard Wagner. 1937-

LA MATERIA È LA SOMMA DELLE SENSAZIONI; SCIENZIATI D’OGGI. E’ FORMATA DA ELETTRONI, PROTONI, NEUTRINI, ECC… , MATERIALISTI– adesso fa tutto l’elenco – ISPIRATI DA ARIMANE. LA MATERIA È UN BISOGNO ANIMICO DI ESSENZE, PSICOLOGI ISPIRATI DA ARIMANE E LUCIFERO.  Qui aumenta la… LA MATERIA È VOLONTÀ  PIETRIFICATA NEL DOLORE – SPIRITUALISTI PESSIMISTI – È VOLONTÀ SACRIFICATA NELL’AMORE – SPIRITUALISTI OTTIMISTI – ISPIRATI DA LUCIFERO. LA MATERIA È LA COORDINAZIONE, LA COMBINAZIONE DEI QUATTRO ETERI – SCIENZIATI, ANTROPOSOFI, FIDEISTI. LA MATERIA È CIÒ CHE RIEMPIE LO SPAZIO SPERIMENTATO COME IDEA – IDEALISTI ISPIRATI DA LUCIFERO CELESTE. LA MATERIA È UN AMMASSO DI MACERIE DELLO SPIRITO E L’ESSENZA DELLA MATERIA È IL LOGOS. STEINER

MA SE PÒ SAPÈ CHE COS’È QUESTA BENEDETTA MATERIA E IN CHE RAPPORTO STA CON LA FORMA di cacio?  Ah no, con la forma…

La forma significa sparizione della materia quindi, anche se si tratta di forma di cacio… comunque ritorniamo a bomba o a maritozzo.

Perché la materia esiste? Esiste perché noi siamo dei rammolliti, perché il pensiero è impotente, perché siamo dei poveri esseri caduti in uno stato che… di cui…  fammi ricordare quello che diceva… ah! Plotino! Che si vergognava di essere uomo, proprio perché era andato così in basso… e quindi ha costruito un sistema per poter risalire. Ed è un sistema veramente rispettabile: Plotino è veramente… altro che Zen. Lì c’è tutto lo Zen e c’è anche il Vedanta e c’è… si affaccia l’esigenza del Cristo. Comunque, però, quando afferma che si vergogna di essere uomo è segno che lì non ha capito, perché bisogna veramente sentirla questa vergogna e vedere che cosa cela di forze.

Quindi, perché noi vediamo la materia? La vediamo perché siamo in uno stato, io ho detto di rammollimento, e sembra che io scherzi, ma è veramente così, perché il nostro pensiero è caduto, è morto. Il Dottore non fa altro che insistere: non c’è un’opera in cui Lui non parli del pensiero come di ciò che è cadaverico nell’uomo.

Pensate che noi edifichiamo una civiltà col pensiero cadavere e infatti la culminazione è la macchina, la quale è l’oggetto più morto che esista. Oggi agli amici dicevo ancora una volta una cosa che è anche scritta: che in un seme di zucca c’è più potenza creatrice che non nel meccanismo più evoluto che abbia creato la civiltà meccanica. Perché il seme di zucca messo sotto terra crea un’altra zucca, un bel fiore di zucca; un meccanismo messo sotto terra arrugginisce, diventa inservibile.

Quindi bisogna svegliarsi e accorgersi di questo: che siamo in uno stato di rammollimento, di degradazione e ci crediamo potenti perché creiamo qualcosa che è il simbolo della morte.

E tutto quello che è scienza… la logica aristotelica l’abbiamo già detto, un giorno a un amico, che è un mio vecchio amico logico, che tu conosci, non è più tornato da quel giorno, perché ho detto che la logica di Aristotele è la logica della morte; ma è realmente così, non c’è niente di… come attacco di antipatia ad Aristotele, che se qui stiamo… non abbiamo  né simpatie né antipatie: per Aristotele abbiamo la massima ammirazione, e La logica di Aristotele nel suo tempo fu una grande conquista del Logos. Però sono passati 2500 anni da allora, e noi stiamo ancora con la Logica di Aristotele, la quale è veramente utile unicamente per il pensiero cadavere. E con questo pensiero noi cerchiamo di risolvere i problemi dell’anima, i pro… tutti i problemi: i problemi dell’economia, ecco perché c’è l’inflazione, ecco perché gli equivoci spaventosi: proprio perché il pensiero è morto e nessuno se ne accorge. Goethe ha cercato di ridargli vita, ma ha avuto il terrore di dire che stava pensa… di scoprire che stava pensando. E guardava solo quello che poteva avere mediante questo.

Ora viene finalmente il Maestro dei nuovi tempi, il più grande Iniziato di tutti i tempi. Veramente il più grande. Eh! ma nemmeno coloro che sono suoi seguaci se ne accorgono. E veramente c’è da piangere nell’accorgersi che Lui ha dato la Via e l’ha data non nascostamente perché l’ha data in tutte le forme. Ha dato la Via per la resurrezione del pensiero; e ha ricongiunto questa esperienza con quello che è il compito sublime dell’uomo: il compito della redenzione.

La redenzione comincia con la redenzione del pensiero. Ha dato la Via e non l’ha data come una specie di formula mistica. L’ha data scientificamente, l’ha data filosoficamente, l’ha data in tutte le forme; e c’é persino oggi un occultismo che crede di conoscerlo e che parla con sufficienza di Lui ma devono passare anni e forse altre vite perché questi si accorgano di quale Maestro, di quale Maestro non si sono… non sono stati capaci di imbattersi.

Quindi Lui ha dato la Via e la Via è questa: riconquistate lo strumento mediante il quale siete; realizzate l’essere e troverete il pensiero; realizzate il pensiero e troverete l’essere. Hegel purtroppo lo tentò ma il suo pensiero per quanto fosse – questo a detta dello Steiner – il più grande filosofo del mondo, non aveva abbastanza forze di pensiero per poter dare la vera sintesi a priori. Quindi… Essere, non essere, divenire… Eh sì, Antitesi e sintesi quella Triade è bellissima e costruita in maniera tale che il Dottore dice che tutto il sistema di Hegel non è altro che un Vedanta moderno, è molto cosciente, è il massimo elogio che possa avere Hegel. Però, alla luce dell’esperienza  del pensiero, purtroppo questo divenire, che non è il divenire di Eraclito ma è il divenire di ciò che crea, ossia: è il movimento che crea, e che diviene perché non è nell’essere ed è nel non essere; però l’essere e il non essere Hegel lo fa precedere al divenire, quindi è vero che a un certo punto diviene ma prima di divenire è, e c’è un essere che è indipendente dal pensiero che lo pensa.

E qui casca l’asino; non è irriverente per Hegel ma purtroppo per coloro che seguono Hegel, gli hegeliani, casca l’asino; perché c’è un essere che sfugge al pensiero e diventa una trascendenza mentre noi a un certo punto realizziamo, l’assoluta immanenza, il mondo comincia nel pensiero; l’idea è l’idea che deve arrivare al divino, deve avere tutto: non c’è niente di fuori dell’idea che si ritrova come l’inizio del Pensiero Vivente. E quindi il mondo comincia a risorgere in noi.

Che cos’è questo in sostanza: è il pensiero che noi dobbiamo conquistare. E come lo conquistiamo: come dice Parsifal con l’arma in pugno. Infatti non c’è un amico qui dentro che non mi racconti come sia difficile fare la concentrazione: si capisce, perché qui si tratta di riprendere una forza perduta, una forza… fa risorgere una forza morta, congiungere con il Logos, che è la resurrezione; congiungere la forza pensiero che è ciò che è morto. La resurrezione comincia nel pensiero. E questa resurrezione noi la dobbiamo conquistare impetuosamente; il Christo la conquistò attraverso sofferenze inenarrabili, sofferenze di cui i santi sentono l’ eco, e versano sangue, provano le stimmate, provano dolori terribili, seguono la via del Christo in quella forma.

Ora noi abbiamo la concentrazione e la concentrazione è una operazione eroica.
Nella concentrazione dobbiamo essere veramente dinamici, terribili, prepotenti, egoisti.
Non lo dico io, lo dice il Dottore, perché il Dottore nel ” Verso i mondi spirituali ” dice: “L’egoismo é un male sul piano fisico ma comincia a essere una forza sul piano sottile “.

Il primo piano sovrasensibile è il piano eterico, lì dobbiamo essere egoisti.
Se vogliamo riconquistare il pensiero lo dobbiamo strappare ad Arimane e Lucifero,
ecco perché é difficile;  lì non c’è da essere teneri – aah! come se mancassimo di rispetto al mondo spirituale – lì bisogna essere aggressivi! E prendere il pensiero e strapparlo. Soltanto quando viene strappato e nuovamente reso vivo allora noi possiamo acquietarci e sentire reverenza per il pensiero che viene dal mondo spirituale.

Adesso ti do la risposta.

La materia è il potere allucinante di Arimane che arriva a essere un potere reale, realistico, tant’ è vero che ci sono degli esseri oggi che sono portati ad un superamento del limite umano, però si trovano in una situazione tragica perché non ci sono… è mancata la pedagogia, è mancato l’insegnamento, l’orientamento: noi cerchiamo di fare un minimo sforzo ma ci vuole molto di più. Allora ci sono dei giovani che prendono la droga. Ma perché prendono la droga ? Per cercare qualcosa che supera la realtà fisica ossia la realtà arimanica, e con questo peggiorano la situazione ma l’impulso é quello: di vincere questa realtà, questa realtà pesante che tu hai descritto benissimo, neutroni, elettroni, macerie dello spirito, volontà pietrificata, è che tutto questo però, è il segno di un potere che per i drogati sparisce appena prendono la droga perché muta per un momento la visione della realtà e pensate che tutti gli yogi, gli iniziati del passato per superare questa realtà dovevano andare in Samādhi, dovevano fare un movimento di distacco e lasciare la terra perché qui non avrebbero avuto quella comunione col divino. Ramakrishna, Vivekananda… e in queste condizioni viene un essere il quale dice: “No, il Christo è venuto per insegnarci come questo Samādhi si debba avere allo stato di veglia”.

Ed ecco la via della quale stavamo parlando.
Perché… e qui vorrei citare per esempio un santo cristiano: Padre Cottolengo.
E’ un santo che mi sono studiato veramente… direi attraverso ogni episodio perché volevo capire da dove gli veniva quella forza, sapevo che era la forza del Christo, ma come agiva in lui? Agiva in lui come una forza di ebbrezza, di ebbrezza che superava la realtà fisica per cui non c’era realtà tragica che lo impaurisse. Lui viveva in uno stato quasi… tant’è vero che diceva: ora è come se avessi bevuto vino. Però non beveva per niente e quando conosceva qualcuno che era capace di elevarsi diceva: “Ah gli piace anche a lui il goccetto, anche a lui gli piace…” – gli dava una piccola gomitata – “anche a te ti piace…” perchè anche lui sentiva questa gioia del divino.

Del resto, guarda, qui per coloro che conoscono Aurobindo etc…in fondo lo Shaktismo, il Vishnuismo, Radha-Krishna, la via delle Gopī, le pastorelle che ad un certo punto entrano in estasi per amore di Krishna… non è altro… non sono che vie per potere vincere questa terribile realtà che è terribile, è terribile perchè c’è la morte che sta lì continuamente…
E quando una volta Ramakrishna sentì il dolore di un essere, di un padre a cui era morto il figlio, sentì qualcosa di terribile che lui normalmente non sentiva perchè era sempre in stato di ebbrezza; e allora capì che doveva aiutare questo pover’uomo, e allora cominciò in una specie di estasi sveglia a cantare un inno alla Dea inventando le parole ” ARMATI, VINCI ! La morte non ha nessun potere, ritrova il rapporto con l’essere che è caro! ”

E qui è stato una specie di inno, ecco, un’ebbrezza. Che cos’è questo? Un modo di superare l’incantesimo della realtà arimanica, quella di cui stai parlando te; perché se noi non la superiamo ogni giorno noi riceviamo batoste terribili, ogni giorno c’è il terrore di perdere una persona che si ama, che si ammali gravemente un essere che noi amiamo…
Giorni fa ho conosciuto un giovane che è uno tra i più coraggiosi direi e che mi ha confessato: “Per quanto – dice –  io segua la scienza …, per quanto sia bravo, è inutile, sono un matto perchè come mia moglie esce e ritarda qualche minuto a tornare io vengo preso da angoscia, da un’ angoscia terribile, perchè penso qualsiasi cosa terribile.

Ora queste cose accadono, è il potere della materia, è il potere di Arimane.

Quindi abbiamo citato le vie orientali, ma l’ebbrezza: ritorniamo all’ebbrezza. Uno che coltiva veramente la meditazione conosce l’ebbrezza lucida.

Io posso ricordare un periodo in cui ci fu una serie concatenata di disgrazie, nella prima fu difficile inserirmi, nella seconda ero allenato, nella terza comiciai a dire: ” E’ come un campo di battaglia.”

Da quel momento capii che qualunque cosa poteva succedere oramai stavo in quel livello, poi naturalmente il ciclo si chiuse e direi che quasi quasi ne ero dispiaciuto perchè sapevo che mi sarei nuovamente abbioccato e poi avrei dovuto fare nuovamente lo sforzo per ritrovarmi in quella zona. Comunque la chiave è questa, la chiave è avere un pensiero che non sia più morto, che sia vivo, che porti il Logos, che esploda in noi come una forza più potente di quella di Arimane, per cui non abbiamo bisogno della droga per essere in stato di ebrezza; ma io insisto sullo stato di ebrezza che non vuol dire – non lo raccontate fuori perchè se no diranno “ammazza però quello che insegna… –  è un’ebbrezza lucida, ossia uno stato di certezza in cui si sente la sicurezza di tutto, qualunque cosa accada. Sono dei momenti però noi possiamo anche pensare che un momento può essere ripetuto, ripetuto. e poi fino a diventare a un livello. Eh! bisogna che qualcuno di noi lo faccia questo.

E qui credo di avere risposto anche all’amico Renato.

 

CONQUISTARE LA CERTEZZA DELLA LA SPERANZA

Il Conte di Montecristo, quel bellissimo romanzo di Dumas finisce proprio con questa immagine che è “attendere e sperare” dove lo sperare non è un’ operazione di passiva attesa ma è la certezza della speranza di un mondo meraviglioso che continuamente sta per verificarsi, realizzarsi, nella nostra vita, nei nostri atti e qui comunque credo di poter rispondere ancora.

SOLITUDINE MIA BEATA E SANTA COSÌ RICCA SEI TU; PURA ED IMMENSA COME UN GIARDINO CHE SI DESTI ALL’ALBA. SOLITUDINE MIA BEATA E SANTA TIENI SERRATE LE TUE PORTE D’ORO ‘SÌ CHE ATTENDA DI FUORI OGNI ALTRA COSA. (RILKE) 

Ah, e io credevo che fossi tu Livio.
Dicevo: mamma mia Livio che bel poeta che è diventato! E invece c’è scritto Rilke.

E PUÒ MAI QUESTA ESSERE UNA PROFESSIONE DI EGOISMO DA MAGO NERO? 

Ah ecco, adesso qui riconosco Livio.

Ecco, noi dobbiamo sempre ricordarci che non diamo regole, non diciamo “colui che si isola è un reprobo” oppure “colui che diventa solo attivista è un reprobo”. Ma no, noi sappiamo che ognuno deve essere il timoniere di se stesso e quindi uno di noi può anche arrivare ad una tale saturazione di attivismo esteriore che può decidere per un po’ di giorni di andarsene a Subiaco a fare l’asceta. Con questo sarebbe un errore dire ” Ah! Ecco questo si isola come gli asceti”. Ma ognuno di noi è libero. Se noi ci comportiamo così noi non abbiamo capito niente di Filosofia della Libertà e mi ricordo che questa fu una delle discussioni che proprio 40 anni fa, sostenni proprio questo con un antroposofo che diceva che assolutamente la via dell’ascesi solitaria era proibita.

Ma dico, ma chi l’ha detto ? Io proprio perchè so’ libero posso in certi momenti entrare qui e parlare eccetera, fare e sprofondare nell’azione esteriore e poi posso anche sentire che mi è necessario l’isolamento di 7 giorni.

Quindi questi versi sono bellissimi e posso aggiungere questo, che uno che abbia l’immaginazione viva, uno che abbia il senso della donazione insieme all’immaginazione viva, può anche realizzare questa solitudine purchè abbia qualche ora a disposizione di se stesso. E può persino immaginare il ghiacciaio in piena estate, immaginarlo con tale intensità che dopo un po’ sente il profumo della vetta e persino il respiro fresco. E quindi questa solitudine beata la realizza con un atto interiore in cui etericamente c’è tutto quello che c’è in un luogo dove sono presenti le forze della natura. Le forze della natura sono nell’etere mediante cui si opera questa immaginazione. Quindi: niente paura.

Qui ci sono molte domande interessanti, però…  non credo di poter rispondere a tutte, e quindi, per ora quelle che sono connesse…

 

LE FORZE ETERICHE NELLA PIANTA E NELL’UOMO: QUALE È LA DIFFERENZA?

Ecco, l’uomo ha un grande aiuto nella possibilità di contemplare le piante, perché nella contemplazione della pianta l’ uomo ha l’immagine simbolica e anche il contenuto interiore del moto eterico allo stato puro, e quindi é molto aiutato da questo. E… e se voi ricordate, il Dottore annette un’ importanza decisiva a certi esercizi di Iniziazione, perché nel corpo eterico sono celate delle forze originarie: dobbiamo ricordare che quando I Due furono espulsi dal Paradiso Terrestre, dopo la seduzione di Lucifero, il Signore disse: “Cercate di allontanarli dall’Albero della Vita perché non rechino danno anche a questo”. E noi dal Dottore impariamo, vedi Scienza Occulta, che uno dei primi atti del Cristo é stato quello di preservare il corpo eterico dell’uomo dall’ influsso di Lucifero che ormai divampava nel corpo astrale dell’uomo. Allora il primo grande aiuto del Cristo fu proprio questo: di mettere nel corpo eterico una forza che lo rendesse indipendente dal corpo astrale, per cui il corpo eterico – malgrado che avesse perduto il potere di presa sul corpo fisico – e quindi il potere dell’ immortalità – il corpo eterico manteneva intatti dei centri di luce originaria che precedevano la caduta. E questo Lui l’ha fatto in attesa dei tempi in cui sarebbe venuto. E questo, Iniziati per esempio come Zarathustra, lo sapevano, perché sapevano che il Signore di Luce era colui che comunicava le massime verità mediante questo corpo eterico, ma sapevano anche che sarebbe venuta l’epoca in cui un essere nel corpo astrale avrebbe incarnato le stesse forze che agivano nel corpo eterico.

Ora, quello che é avvenuto: il Mistero del Logos, il Battesimo del Giordano, e poi il Golgota, é un evento che echeggia nella sfera eterica, come l’orientamento di una nuova storia e di una nuova esperienza interiore dell’uomo. Quindi, che cosa é avvenuto? E’ avvenuto che i centri eterici preservati dalla caduta hanno cominciato ad avere la possibilità di comunione con i centri astrali che hanno avuto l’inizio della loro possibile animazione, dall’intervento del Cristo: per esempio l’eterizzazione del sangue, e l’attività delle forze mentali del pensiero di cui stavamo parlando, la possibilità di collegamento con il corpo eterico.

La forza del Logos consiste nel poter congiungere la coscienza dell’uomo, la coscienza eterica, con i centri che sono rimasti intatti dal Paradiso Terrestre, e questo é il grande dono del Cristo: l’ uomo ha questa possibilità. E… soltanto che l’uomo deve volerlo. E per volerlo deve disincantare tutta la vita interiore dalla potenza di Arimane, e qui mi riferisco alla risposta che ho dato a Walter, ossia: quel disincantamento é importantissimo, significa vittoria sulla necessità materiale. Finché noi siamo presi dalla necessità materiale, qualunque forma abbia: paura, preoccupazione, brama di successo, brama di conquiste…: questa connessione non può avvenire. Quindi é importantissimo afferrare che cosa si deve superare perché questo collegamento coi centri eterici sia possibile.

Quindi: é tutto il senso della Scienza dello Spirito. Quando noi abbiamo a che fare con vie occultistiche che si dicono tradizionali, e che hanno un grande senso di importanza della loro missione, che é semplicemente dialettica, penso quanto siamo lontani da una simile possibilità; perché innanzitutto é necessaria l’auto-coscienza. Dall’auto-coscienza viene l’impegno della resurrezione del Pensiero. Dalla resurrezione del Pensiero viene la prova decisiva per il superamento dell’attaccamento del corpo astrale al mondo, alla necessità materiale. Dopo di che  noi siamo sulla soglia del mondo spirituale, ma questo significa la possibilità che noi operiamo dai centri eterici, perché c’é un centro che si deve formare provvisoriamente nella testa, poi deve passare alla laringe,  poi deve passare al cuore, poi deve passare al plesso solare, poi deve risalire, poi il compito finale é che risplenda nuovamente, come ha intuito qualcuno, come il Cuore Celeste. E il cammino é lontano… e il cammino è lungo, però é il cammino dell’uomo.

 

E adesso abbiamo solo pochi minuti per rispondere all’ amico che ci parla: PUOI CHIARIRE IL NESSO TRA IL PENSIERO DEL SINGOLO IN RELAZIONE AL KARMA DELLA COLLETTIVITÀ? 

Prendo come premessa quanto abbiamo detto sul pensiero che deve risorgere, perché quando ci interessiamo del karma, dobbiamo capire che,  da principio possiamo avere una nozione dialettica del karma, ma questo deve essere uno stimolo a qualche cosa di più, ossia essere informati, ma non ridurre tutto a causa ed effetto, e dire, ah beh, adesso ho capito, tutto quello che mi capita viene da cause precedenti, o da meriti oppure da demeriti. Tutto questo é molto semplicistico, perché il karma é un tessuto misterioso che viene pre-vissuto da entità divine prima che divenga qualcosa di umano. Viene preparato dalla prima Gerarchia, ed é qualche cosa in cui si muovono gli Dei, poi diventa una forma umana, e l’umano, nella misura in cui non sappia nulla, e non abbia nessuna attività, deve subirlo, e comincia ad avere una certa confidenza se educa la volontà, se educa il sentire, se educa il pensare. Però noi sappiamo che c’é quella via di cui abbiamo parlato, la Via del Pensiero, e scopriamo che in questo tessuto divino può agire unicamente una coscienza morale, ossia un’alta moralità.

Un’alta moralità é quella di cui si parla nella Filosofia della Libertà, quando si parla della fantasia morale; quindi é l’atto libero mediante cui si intuisce l’azione da compiere. E quando diviene una serie di azioni, e quindi un’abitudine interiore, allora noi formiamo una coscienza, possiamo chiamare morale, ma spero di non essere frainteso: una coscienza che supera la legge di causalità della natura. E questo l’abbiamo mostrato, sulla base della Scienza dello Spirito, quando abbiamo rievocato il processo del pensiero come un processo distruttivo, e il processo della volontà che interviene, volitivamente e determinatamente, come una potenza di resurrezione, una potenza di riedificazione, per cui si distrugge volitivamente e si riedifica mediante il potere della volontà. E lì veramente la virtù morale supera la causalitá fisica, perché realmente viene superata quella legge che dice che la materia non si crea e non si distrugge, invece viene distrutta e riedificata mediante forze della volontà.

Peró é questa la direzione, perchè noi abbiamo detto che il karma é un tessuto degli Dei, é un discorso degli Dei, un tracciato… un ricamo degli Dei che viene donato all’uomo, naturalmente in relazione a quello che egli è, che l’uomo vive, che l’uomo ha il dovere di conoscere.

L’uomo puó intervenire in questo unicamente mediante ció che é divino in lui, e questo comincia con la coscienza morale di cui abbiamo parlato. Allora il discorso diventa vasto, perché,  abbiamo un minuto… Dobbiamo dire che continuamente noi assistiamo ad eventi in cui ci viene insegnato che questo Divino non é recludibile in una formula, ma spazia nella coscienza se l’uomo  é sveglio. E noi abbiamo avuto l’esperienza di un dolore, e una serie di esperienze di questo genere: un dolore che a un certo punto scuote alla base l’anima per il terrore di perdere un essere caro. C’é una serie di eventi che costruiscono questo clima di preoccupazione, di malattia, di paura di perdere, di paura di una malattia gravissima, di un’operazione tragica. Tutto questo guardiamolo con l’ occhio disincantato.

Che cosa puó fare di diverso il Divino, se vuole destare delle potenze di Amore piú forti, che non agirebbero se non ci trovassimo dinanzi a qualcosa di terribile, qualcosa che sta lí a darci la paura di perdere un essere caro? Bisogna veramente svegliarsi, e accorgersi che il Divino agisce cosí. Fuori c’é questo, la causalità, una causalità che viene superata, la causalità che non c’é piú, ma perché non ci sia, bisogna che noi entriamo veramente nella corrente della liberazione interiore.

Quindi, il singolo, in questo senso, puó fare molto per la collettività. Peró, vedete, ho citato quest’esempio perché si diventa veramente preziosi per la collettività unicamente se si é capaci di afferrare l’elemento tragico, quello che De Unamuno, un pensatore veramente potente, chiamava il tragico – il senso tragico della vita – come lo stimolo piú potente alle forze interiori dell’uomo. C’é stato il mio amico Martin che ha paragonato l’Opera di Unamuno alla Filosofia della Libertà di Steiner, naturalmente é una cosa personale, peró c’é qualcosa di molto grande su questo pensiero.

Ora, abbiamo capito: come abbiamo bisogno dell’ebbrezza, come fece Ramakrishna per suparare il terrore della morte, un inno e una danza. Ora, a freddo non si vince… Il pensiero ha bisogno di essere potente, ritmico. Ci vuole tutto, il concorso del sentire, il volere, l’Euritmia; il concorso continuo di forze che ti diano quest’ebbrezza di superamento della realtà arimanica, della vittoria permanente del Cristo.

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MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DELL’8/04/1978: AUDIO E TRASCRIZIONE

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(IL PRESIDENTE WOODROW WILSON arriva a Parigi nel 1919 per la Conferenza sulla Pace ed è accolto dai soldati americani a destra)

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Caro Massimo,

(purtroppo) che cosa rende le donne insoddisfatte nell’attuale evoluzione tanto da farle diventare femministe (… ?) e scordare il loro ruolo spirituale?

Ottimo.

Ma mica  è colpa delle donne, è colpa degli uomini; ma non gli uomini maschi, gli uomini come umanità. Eh, e  quindi le donne.  E le donne fanno parte dell’umanità eh, fino a prova contraria… ci si può dire…

E allora, se andiamo all’origine di questo fenomeno troviamo tutto quello di cui ci siamo occupati in questo periodo perchè il femminismo è un fenomeno tra i molti, ma mica c’è solo quello, intanto che… siccome la domanda è fatta dobbiamo pur dire qualcosa e … dopo questa domanda ce ne è una che mi aspetta al varco e che parla del dramma del pensiero riflesso.

Il pensiero riflesso è il segno ultimo della caduta dell’uomo; è la codificazione scientifica, ideologica, dialettica, razionalistica, matematica, perfetta, dell’impotenza  peccaminosa in cui l’uomo si trova.

A quel livello è possibile tutto,  infatti è una serie di eventi che  li vediamo ogni giorno, e c’è una gran fatica per fotografarli, fare odeon, tantambre… per poterli portare al pubblico e dire “Ma si’, questo è umano” ma è un umano un pò bestiale. Beh, non insultiamo le bestie.

E’ un umano che, veramente, possiede la razionalità.

No, la razionalità è un pretesto. Il razionalismo è un veicolo, è una codificazione, una via di codificazione. E tutto è codificato, quindi il femminismo ha ragione.

Ha ragione anche l’antifemminismo: non sono le famose antinomie: è il livello in cui l’uomo è perduto, però siccome è il livello del pensiero riflesso è il livello anche dell’uomo libero che può anche risorgere.

A quel livello il pensiero riflesso… ma perciò è libero anche di essere potente.

Non abbiamo niente contro il femminismo, perchè ognuna delle ragazze che marciano col cartellone, basterebbe che incontrasse un potente appuntato di finanza siciliano, un bel fusto e gli cadrebbe tutto perchè si farebbe una bella passeggiata. E basterebbero degli anticorpi in un senso che voi potete capire e immediatamente il femminismo crollerebbe.

Se mi sente qualcuno!

Qua però veramente è un fenomeno da prendere sul serio,  ma allora a ugual titolo c’è da prendere sul serio tutto ciò che va avanti coi cartelloni.

Voi sapete la a storia di quello che partecipò al corteo della fame.

Abbiamo fame! E  quello che portava il cartello era un ciccione grosso che ogni tanto però aveva dei giramenti di capo perché mangiava troppo; allora proprio nel momento in cui passava davanti casa sua, la poesia del mio amico poeta romanesco, non mi ricordo come si chiama, diceva che a un certo punto lei andò sulla porta co’ le ciavatte e nel momento in cui passava davanti gli prese uno sturbo e cadde per terra, soccorso la moglie va lì con le ciavatte e je fa’: ” Magna meno, te possino ammazzà!”.

Portava il cartello “Abbiamo fame” invece era caduto perchè aveva mangiato troppo.

E’ come il corteo per la pace, la pace a costo di tagliare la testa a tutti vogliamo la pace, è la stessa cosa.

Comunque non ce la vogliamo cavare così facilmente e adesso vedremo strada facendo di riprendere la dignità del discorso.

Allora, passaggio dal pensiero riflesso al vivente e da qui proseguire le altre perchè sono vicine a questo tema.

Dunque noi abbiamo questa distinzione tra pensiero riflesso e vivente, la conoscete forse meglio di me però dobbiamo, l’argomento, averlo sempre vivo perché il sapere qualcosa é proprio quello che ce lo fa perdere: quando uno sa una cosa, ormai la sa e che c’è più bisogno che la abbia viva o la sa?

Ora il pensiero con cui noi pensiamo non è mai voluto e quello è il pensiero espressione della impotenza di cui dicevamo prima, della distruzione dell’uomo perché esprime la corporeità e il male psichico.

L’impotenza, gli istinti e il pensiero sta lì a essere come il servetto però c’è un pensiero che può essere voluto ed è quello della concentrazione.

Lì questo fenomeno della distruzione della caduta del male che si serve del pensiero si arresta e però non è che le cose cambino molto perchè il pensiero voluto, ci dobbiamo rendere conto che questo volere il pensiero è transitorio, è un mezzo, se noi voluto il pensiero poi insistessimo a volerlo, impediremmo al pensiero di volere lui in noi quello che viene da una zona più alta dell’umano.

Quindi volere il pensiero per impedire che il pensiero sia alla mercè dei flussi triviali della psiche. Una volta conquistato questo, e veramente voluto il pensiero di contro, contro, in opposizione alla psiche e al corpo, proprio contro la nostra propria natura, posseduto il pensiero, allora poi l’arte è  di far  parlare il pensiero. Allora il pensiero è il veicolo dello spirito, ossia se il pensiero non voluto è il veicolo del male umano, questo pensiero non voluto perchè riconquistato al proprio movimento, porta il bene dell’uomo: diciamo bene per intendere diverse cose.

Noi ci dobbiamo rendere conto di questo dramma terribile che è quello che ci fa soffrire quotidianamente in tutte le forme: dal male psichico al male fisico eccetera, ai mali sociali eccetera… che il pensiero con cui noi pensiamo quotidianamente è il contrario del pensiero in cui si può esprimere il vero uomo, è l’opposto.

Quando noi facciamo l’esercizio e seguiamo la disciplina del pensiero, la disciplina della concentrazione, dobbiamo lottare a lungo per capire che cosa dobbiamo fare dopo  la concentrazione, a che cosa dobbiamo arrivare mediante la concentrazione, perché si tratta di… ad un certo punto capire che dobbiamo guardare ad una direzione opposta a quella da cui viene il pensiero, e allora si trova che da questa direzione opposta viene la volontà.

Allora scopriamo che continuamente noi ci opponiamo alla volontà, ossia al volere puro, e noi possiamo scoprire che il pensiero riflesso è l’inverso del volere vero dell’uomo, perché non è voluto dall’uomo, non è mai voluto dall’uomo.

Studiatelo in voi stessi e scoprirete che non c’è un momento del giorno in cui questo pensiero sia voluto. E allora vi spiegherete il perchè noi indichiamo la via data dallo Steiner come la via solare perchè è l’unica via che indica la possibilità di riconquistare il vero volere dell’uomo e quindi scoprire che tutti i metodi che non indicano questa via ingannano l’uomo; perché si tratta veramente di uscire da questo pensiero che non è nostro ma è degli ostacolatori, è suggerito da loro, è argutissimo, è matematico ma per soddisfare bisogni fisici, istinti, non solo: ma essendo l’opposto del pensiero vivente ossia del volere pensante è il pensiero dell’avversione, quindi da questo pensiero non può venire fraternità. E’ inevitabile che sia il pensiero della lotta, della contestazione, dell’opposto dell’esercizio della positività, della continua polemica contro l’altro, della impossibilità della fraternità. Dal pensiero riflesso non è possibile che venga fraternità, e quindi non è possibile che venga socialità. Voi traetene le conseguenze, ma questo è sperimentare veramente la situazione del pensiero.

Ora nei tempi moderni c’è stato un filosofo che ha sentito il dramma del pensiero riflesso. Noi possiamo dire che Hegel ha dedicato tutto il suo filosofare al tentativo di superare questa dimensione; però Hegel non sapeva che lui operava mediante un pensiero che era un residuo di un antico modo di avere la chiaroveggenza come pensiero e questo voi lo trovate, guardate questo, posso dire, scusate parlo di me, come una mia intuizione personale, ma passarono degli anni e poi trovai ne “la mia vita” dello Steiner un’espressione bellissima che mi fece capire che era giusto quello che avevo intuito; ossia che lui disse “Vidi in Hegel l’ultima luce di un sole che tramontava”. E infatti poi è finito, perché se voi guardate perfino i materialisti inglesi precedenti Kant per esempio gli empiristi eccetera, sono simpatici perchè hanno un pensiero nervoso, potente, che dice delle grosse ingenuità ma le dicono con forza.

Si può dire che tutto il pensiero prima di Hegel ha delle fila sottili di chiaroveggenza. Cartesio era formidabile, si dice che fosse un Rosacroce, Renato Cartesio, RC, RTC, poi lui parlò della ghiandola pineale eccetera….

Comunque dico questo per richiamare la vostra attenzione sul fatto che finito Hegel e finiti gli hegeliani che echeggiarono il suo lato positivo, siamo caduti dopo nell’assoluto dialettismo prima di vita, ossia nel pensiero riflesso assoluto: in una prigione senza uscita, in un meccanicismo di pensiero privo di vita e che ha cominciato a creare dei drammi terribili perchè l’uomo ha bisogno di sentire lo spirito che é stato perduto dal pensiero e allora ci sono tutti i tentativi celebralistici e poi tutte le nevrosi e poi tutti i drammi di un sentire che non si sa più collegare con le forze vere dello spirito. E come si supera? Dice l’amico.

Si tratta veramente di capire il senso di questo pensiero riflesso, di capire che il pensiero vivente viene da una zona che continuamente irrora l’anima dell’uomo di forze, e queste forze continuamente si perdono per il fatto che l’uomo non vuole conoscere le fonti del pensiero riflesso con cui edifica la propria cultura riflessa; e questo è gravissimo perchè lo spirito matematico funziona, lo spirito logico funziona in questo dialettismo, ma cessa di funzionare quando si tratta di portare l’empiria, lo spirito… l’empirismo logico, di portarlo verso l’indagine del pensiero. E questo è chiarissimo: perchè se noi pensiamo a un aspetto degli ostacolatori, Lucifero e Arimane, é questo: che i due sono gelosi, terribilmente gelosi della libertà dell’uomo. Sono degli esseri che sono capaci di dare un grande aiuto all’uomo purchè l’uomo rinunci alla propria libertà

Guardate che il mondo antico sapeva, conosceva che c’erano degli dei che li aiutavano, che però erano gelosi delle verità superiori a cui l’uomo volgeva il culto. E allora l’uomo antico aveva la saggezza di offrire sacrifici a queste divinità inferiori per placarle, però venne un tempo in cui questo non funzionò più, e l’uomo fu sempre più preso dalla massima deità inferiore, che è Arimane, e da allora… perché come dice Pascarella: “er foco tu coll’acqua sì lo smorzi, ma l’acqua, dimme un po’, con che la smorzi  Quindi Arimane col dialettismo non lo smorzi. Però bisogna anche conoscerlo, e la misura dell’accesso al mondo spirituale è la conoscenza di questi due ostacolatori.

Comunque, siccome non ho finito di rispondere, e mi trovo qui  altre domande che riguardano lo stesso…  proseguo con queste domande.

Che relazione c’è tra quello che si chiama tradizione occidentale, Gioacchino da Fiore, Sant’Agostino, San Tommaso?

In parte abbiamo risposto a questa.

Che relazione c’è fra il pensiero puro e Michele, e il potere di sintesi del pensiero con il Christo?

E qui c’è un… potrei unire anche questa domanda: l’azione pensiero sintesi dell’io volontà che si riconosce nel quotidiano, sia quello micro personale sia quello macro personale e mondiale dev’essere autonoma e solo tale o può essere concordata tra più autonomie fuori discussione senza discussioni?

La relazione la troveremo, tra queste domande. Perché qui abbiamo già riportato il pensiero alla sua relazione con il volere. Ora la… l’impulso di Michele riguarda la Volontà. Michele è il portatore della volontà pura. Però Michele ha bisogno di operare mediante l’uomo libero. Tant’è vero che il Dottore ci presenta così, dice: mentre gli altri Arcangeli sono loquaci, parlano all’uomo, lo aiutano, gli dicono, specialmente Raphael in questo periodo, Michele è silenzioso perché non vuole influire sull’uomo, lo vuole aiutare ma in quanto lui sia libero, voglia lui l’aiuto, perché minimamente che influisse sull’uomo la missione di Michele verrebbe meno. Perché il bene dell’uomo è l’essere libero, e l’essere libero si fa strada attraverso l’opposizione alla natura umana. Questa natura umana che viene così… eh… poeticizzata, eh… esaltata, posta come fondamento, è proprio ciò di cui ci dobbiamo liberare, è proprio ciò che dobbiamo superare, è proprio ciò che dobbiamo riedificare. E questa riedificazione avviene inizialmente attraverso il pensiero, perché il pensiero per pensare anche dialetticamente ha bisogno di paralizzare qualcosa del cervello.

Esiste un rapporto della psiche con il cervello che è importante ricordare. Noi abbiamo nella testa, nell’organo cerebrale abbiamo processi metabolici, ossia processi di ricambio, che rispondono all’attività della volontà; abbiamo minimi processi chimici, ossia processi respiratori. Nella testa noi abbiamo minimi, sottilissimi processi di respirazione. E questi…  questi processi di respirazione corrispondono al sentimento. Mentre il pensiero si svolge nell’elemento nervoso puro: ossia dove noi abbiamo processi di ricambio e processi ritmici nel cervello non abbiamo pensiero ma abbiamo il contrario, ciò che dalla corporeità inferiore, dalla vita istintiva afferra il pensiero e lo rende proprio strumento. Con il pensiero riflesso lo può fare, e lo fa malgrado che il pensiero riflesso, quando è logico, quando è un pensare che ha un minimo di logica, eh… deve, per poter diventare cosciente – non c’è altra parola – paralizzare o distruggere o eliminare, paralizzare forse è la parola più adatta, l’elemento nervoso puro, mediante un processo che è anche fisico ma che fisicamente non è individuabile. Non ci sono strumenti per registrare questo processo che tuttavia c’è, e chi sa fare la Concentrazione e andare oltre se ne accorge, perché si accorge che il pensiero deve trivellare certe zone se vuole andare oltre certi limiti. Ora, che cosa avviene? Che… immaginiamo che uno faccia la Concentrazione e abbia, conosca la disciplina eccetera, eh, e si accorge che tutta la lotta avviene nella testa: tutto ciò che è vittoria su nella zona del cuore, nella zona della volontà, si prepara nella testa. E si prepara come? Mediante… riafferrando la forza del pensiero e cercando di attingere alla corrente di volere del pensiero. Allora che cosa avviene? Che questa corrente si apre il varco nella s… nel cervello, nell’organo cerebrale, come? Distruggendo processi fisici ma aprendosi dei canali in cui poi, in un secondo tempo, irrompe la volontà.

Noi possiamo dire che: il pensiero distrugge, la volontà edifica. Se noi siamo capaci di disciplina del pensiero da principio noi distruggiamo processi naturali dell’organo cerebrale e apriamo dei vuoti, dei varchi sottilissimi, e in un secondo momento lì penetra la volontà, che è la volontà che conquista la psiche. Ecco, per esempio uno che avesse, eh, nevrosi, anche ossessiva eccetera, potrebbe benissimo guarirne conoscendo questo processo, ma è difficile che riesca a dominare il pensiero, ma se ci riesce capisce come guarire, e qualch…  si tratta in questi casi per esempio di aiutare qualcuno, preso da forme ossessive, a insegnargli la concentrazione e fargliela fare sotto la propria guida e responsabilità: una concentrazione ossessiva positiva, ossia se lui è preso da ossessioni che lo tormentano, non gli fa… non lo fanno  dormire… : insegnargli un pensiero semplice a cui dedicarsi con tutte le forze, in modo che comincia in lui a rifluire la corrente del volere che si può dire – abbiamo detto nelle volte scorse – contiene la forza riedificatrice dell’umano. E lì comincia la guarigione. Ora noi qui,  abbiamo… dobbiamo dire questo, che quando il, il pensiero razionale opera questa distruzione, guardate: un professore di matematica, un professore di scienze naturali, uno studente di chimica, normalmente ha, fa, compie quest’operazione, di… nel momento in cui si applica col pensiero distrugge. E sarebbe bello che lui lo sapesse perché se non lo sa, e quindi non fa un esercizio di re-integrazione del pensiero, la parte dis… nella zona in cui ci sono quei vuoti dovuti alla distruzione si inseriscono gli istinti, sale una corrente del volere che è il volere già deviato. Ecco perché malgrado la loro matematica poi sono presi da qualcosa che non gli dà pace. Mentre noi sappiamo che c’è la possibilità di dare a questo pensiero il contenuto di cui si priva per pensare dialetticamente. Che è un contenuto di volontà, cioè che è la corrente della volontà.

Tra parentesi noi qui dobbiamo dire che questa corrente del volere è la corrente del Logos, per cui se lo sperimentatore fosse un un positivista, materialista, e tuttavia avesse l’onestà di sperimentare il pensiero secondo i i principi che… da cui nasce persino anche la logica, incontrerebbe una corrente di forza, e se portasse il suo empirismo oltre, scoprirebbe un potere che si affaccia nell’Io e che ha in pugno l’universo. Scoprirebbe il Logos, scoprirebbe il Christo. Ora, noi abbiamo la ventura di conoscere la Scienza dello Spirito, e quindi sappiamo che c’è la Via, e questo è la Via del pensiero puro.

Qui si dice la relazione che c’è tra il pensiero puro e Michele. La relazione è questa: noi mediante  il lavoro interiore, la disciplina de pensiero arriviamo alla liberazione del pensiero, arriviamo anche alla percezione di ciò che è opposto alla corrente del pensiero che è la corrente della volontà. Possiamo anche arrivare alla connessione delle due forze e questo già, però è già una bella conquista però si è ancora in pericolo di tradire se non si congiunge questo con la forza che amministra l’intelligenza celeste, laddove diventa umana e dove diventa umana l’uomo corre continuamente il pericolo che prima di impossessarsi lui di questa intelligenza, se ne impossessano gli Ostacolatori e quindi gli danno già il pensiero pensato da loro e questo è il pensiero dialettico. La connessione con Michele è una connessione sacrale che non possiamo accettare per fede ma per esperienza interiore e il Maestro dei nuovi tempi dà tutto perché questa esperienza si svolga senza ricorrere ai Vangeli e senza ricorrere a nessuna fede ma per positiva esperienza interiore si arriva ad un certo punto a scoprire il principio dinamico dell’intelligenza super individuale, super cerebrale.

Rimane a dire il rapporto tra la tradizione occidentale, Gioacchino da Fiore, Sant’Agostino, San Tommaso. La tradizione occidentale non è quella di cui ci parlano i tradizionalisti… i maestri del tradizionalismo moderno: perché nessuno di questi ha capito il segreto del pensiero vivente; anche se alcuni si sono serviti di forze eteriche del pensiero, e perciò sono arrivati ma non c’è niente di peggio che disporre di queste forze eteriche e poi dire che “Maestro che sono io” e poi interpretare tutto secondo lo schema che per loro è un presupposto, non è un atto di pensiero puro; perché partono dallo schema tradizionalistico che è già un pensato. E non si rendono conto che non c’è niente di vita interiore del cosmo e dell’umano che non sia un processo interiore.

La tradizione subisce una crisi all’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, la quale comincia nel 13mo secolo, siamo proprio nell’epoca qui accennata. Queste figure… Gioacchino da Fiore è già sulla linea di una nuova via, lo stesso… Sant’Agostino è anteriore però è una figura che bisognerebbe isolare da queste due, perché… rappresenta un tentativo che fallisce, un tentativo di spiegare il cristianesimo secondo una … un inquadramento in cui cominci a valere il principio della libertà interiore, ossia il vero principio cristico. E Sant’ Agostino seguì questa linea con una certa fedeltà alla quale poi reagì quando si pose contro il manicheismo, e lì lui ebbe paura, e ricadde nel dogmatismo più pedestre. Però la grandezza di  Sant’Agostino la si vede proprio in questo contrasto tra un momento in cui lui intuisce il Cristo e un altro momento in cui lui lo fa ritornare Jehova. 

Gioacchino da Fiore e San Tommaso sono dei preparatori. Gioacchino da Fiore era molto vicino alla Rosacroce. San Tommaso ebbe un carico all’interno del cristianesimo alla vigilia della… della  struttura teologica del cattolicesimo e quello che lui operò in occulto fu più importante di ciò che fu la sua Summa Teologiae. Comunque, e… essi ebbero il… specialmente Tommaso, ebbero il merito di indicare la via del pensiero, senza però avere il coraggio di portarla in fondo in quanto non ebbero la forza di vedere nell’idea lo Spirito stesso, che invece collocavano aldilà dell’idea, come qualcosa a cui occorreva prestare solo fede e naturalmente si ricadde nel dualismo che poi…  non era questo il compito di Tommaso: il compito di Tommaso fu quello di combattere l’averroismo, in questo lui riuscì.

Peró dobbiamo tenere conto che siamo alla vigilia dell’epoca dell’Anima Cosciente, che comincia nel tredicesimo secolo, che  peró si concreta umanamente all’inizio di questo secolo, quando comincia l’epoca di Michele. 

Abbiamo seguito queste domande sacrificando qualcun’altra che vedremo la prossima volta, per potere avere una specie di filo unico conduttore, speriamo di non avere disturbato nessuno… E troviamo che il discorso, il filo ci conduce consequenzialmente a questa immagine che ci viene data, ci viene suggerita, che suona cosí: in questo periodo di grandi prove, qual’é il significato di percepire dentro di sé il comando: “Lazzaro, vieni fuori!”?  

Ecco, perché abbiamo detto filo unitario? Perché… ritorniamo al pensiero: Il pensiero é il segreto di tutta l’Opera, é il segreto per il sentire, se vogliamo il sentire divino dobbiamo passare per il pensiero, se vogliamo giungere alla devozione trasfigurante dobbiamo passare per il pensiero, se vogliamo percepire le forze dei grandi del misticismo, dei santi cristiani, come San Francesco, San Francesco di Paola, dobbiamo avere il potere della meditazione. 

In questi giorni …. (debbo abbreviare, allora non posso dire, no, vediamo un po’…) degli amici mi hanno detto dei libri in cui si parla di un misticismo cristiano, cattolico, molto puro, meraviglioso, che ha come centro Maritain, e c’é una figura che si chiama Van Der Meer, e ho letto queste pagine e sono stato commosso dalla profonda sacralità, santità, devozione. Peró a un certo punto ho sentito che dopo… ma… che cosa possono fare questi con la demonía del mondo attuale? Perché é tutto un offrirsi misticamente al Cielo, un ritirarsi in una specie di eremo nella montagna, tra i ghiacciai, e lí vivere il rapporto col Cristo, e questo rapporto non deve essere solo sentimento: la Via dell’Uomo é conoscere, non ci si deve lasciare ipnotizzare dal sentire, il quale é importante, ma bisogna  che passi attraverso la conoscenza, altrimenti non si sa che i demoni sono due, Lucifero ed Arimane, e non si conosce qual’é il rapporto tra i due: perché é un rapporto importantissimo, e non si capisce che cosa ha a che fare lo spirito religioso con Lucifero, e non si capisce che cosa significa l’economia che prevale sul mondo attuale, prevale come il massimo interesse: é tutto. 

Il pensiero é il presupposto dell’azione spirituale, il presupposto assoluto, il primo, il piú puro, non si sfugge. Volete attaccare la Via del Pensiero? Dovete pensare. Volete costruire una tradizione mediante simboli e miti? Dovete pensare. Dovete pensare che Vishnú é grande, che Vishnú é il massimo? Dovete pensarlo, avere dei pensieri. E questo pensiero poi a un certo punto lo trovate nel profondo della vostra vita, perché é tutto pensiero. Una malattia pensa se stessa con intensitá, e se noi fossimo… siamo capaci di un pensiero piú potente, allora noi sciogliamo la malattia. 

E quando noi leggiamo libri in cui il pensiero é vivo, e siamo capaci di riconoscere questi libri, tipo Filosofia della Libertà, e … libri in cui il pensiero é vivente, perché é stato sperimentato nello spirito, nello scriverlo, nello scriverli, noi non pensiamo solamente col cervello: questo pensiero arriva nelle ossa, noi pensiamo con la forza delle ossa, perché la massima opposizione al pensiero non é soltanto l’organo celebrale, ma il sistema osseo, e qui devo concludere: dobbiamo al sistema osseo che noi possediamo una matematica e una fisica, perché tutta la sapienza delle ossa é matematica e fisica, e coloro che sono stati grandi – Cartesio, Newton, eccetera- nella matematica e nella fisica, hanno attinto alla sapienza delle ossa, peró ci hanno dato una scienza di ció che é morto. 

E allora qui veniamo alla immagine, con cui dobbiamo concludere, purtroppo,  c’é un’immagine dei Rosacroce che suona cosí: “Contempla lo scheletro e troverai la morte, contempla ció che é interno allo scheletro e troverai il portatore della Resurrezione”. 

Quindi questo mondo matematico-fisico va superato, occorre andare oltre, perché all’interno delle ossa – ecco perché al Cristo non furono spezzate le ossa – c’é il Risuscitatore. E quando noi parliamo di pensiero vivente parliamo proprio di un pensiero che appartiene alla Resurrezione. É il Cristo che rende… dà all’ uomo la possibilità della resurrezione del pensiero, e questa resurrezione giá appunto é simboleggiata mirabilmente in questo comando: “Lazzaro, vieni fuori!”

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MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 3/11/1979: AUDIO E TRASCRIZIONE

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(San Romano di Roma-Chiesa di S. Romano-Roma)

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Me so’ accorto che devo diventa’ più bbòno, ma mentre faccio sto proponimento m’accorgo pure che sto già a esse’ più cattivo… ah no! più bbòno!. E’ vero o so’ buggerato dall’ego?

Ma perché l’ha messo in romanesco questo? Qui gatta ci cova. Perché… è vero che qui il romanesco lo capiscono tutti: anche se c’è qualcuno venuto da fuori che ha la pianta di Roma in tasca, credo che il romanesco lo capisca.

Mi sono accorto che sto per diventare più bbòno. Attento… alle cantonate, e ricordati: scopri in te il buono che sembra cattivo; scopri in te il cattivo che vuole sembrare buono: questa è la massima.

Però lui è furbo, è furbo e se cèca un occhio!  Mentre faccio sto proponimento, de diventa’ bbòno, me sa’ di’ che vor di’ esse bbòno? Perché se tu lo chiedi  a qualcuno, per lui essere bbòno significa andare la mattina a comprare il pesce e poi rivenderlo come si deve, e poi procurare tutto quello che è necessario. E per un altro essere bbòno significa prendere la droga, per un altro essere bbòno significa regalare un pochino di avanzi al prossimo, al prossimo che è un pochino indigente.

E quindi essere bbòni… qualcuno può ricordare la famosa iniziativa del riarmo morale, che vennero…: era una corrente americana, il riarmo morale, che alla fine della guerra, la seconda guerra – avevamo capito che avevamo perduto – dovevamo essere corretti perché eravamo cattivi, allora venivano loro e ci insegnavano a essere bbòni. E interrogati da noi dissero che essere bbòni non ci vuole niente perché basta che all’improvviso uno dice: da adesso io divento bbòno. E … e lì ci furono dei furbacchioni che finsero di essere bbòni e questi je dettero soldi… uno aveva bisogno della bicicletta e fingendo di essere bbòno gli dettero la bicicletta, ché ancora non funzionavano le macchine. E quindi dopo finì a risate; una cosa abbastanza deprimente però, perché… essere bbòni è difficile, e quindi… noi possiamo dire: siamo d’accordo con coloro che vogliono diventare bbòni, però attenzione… alle finzioni. Quindi l’amico qui se ne accorge, quindi non c’è bisogno di aggiungere altro, mentre…

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Si può controllare la paura, vincere l’ira, smettere di fumare, smettere di mettersi le dita nel naso, ma il sesso no.

Ma perché? E chi l’ha detto? Smettere di fumare, eh non è mica facile. Quindi vincere l’ira: vinci l’ira e già hai vinto per quattro quinti il sesso; vinci il sesso.. (e chi lo vince? eh) e hai veramente vinto l’ira , perché sono insieme: ira, sesso e… qualche altra cosa.

Ora, abbiamo scherzato con l’amico che vuol diventare bbòno, qui non possiamo scherzare, perché questo problema del sesso lo abbiamo trattato e lo tratteremo sempre, perché ognuno ha il suo livello di redenzione.

Quindi ci sono dei personaggi che per vincere il sesso devono cominciare a sperimentarlo. Quella è già per loro una vittoria. Altri invece l’hanno sperimentato abbastanza e devono cominciare a… e capire che cosa è avvenuto di loro; e altri se hanno capito sono su una strada in cui loro possono anche prendere la decisione di una di una è difficile dire se redenzione oppure trasmutazione, o sublimazione: mettiamo una trasformazione. E però proprio allora si presentano dei problemi gravissimi, perché ci sono radici profonde proprio nel fatto che l’uomo è fatto è fatto di materia e spirito, però noi dobbiamo guardare l’essere spirituale dell’uomo come un recipiente in cui c’è dentro materia morta con cui lo spirito deve lottare. Materia proprio nel senso di calcio, fosforo, fluoro, silicio, metalli come l’oro: questa materia è una specie di cadavere minerale che noi ci portiamo addosso. Se non l’avessimo saremmo tutti degli angeli simpaticissimi; Lucifero sarebbe felice, perché vuole spiritualizzare tutti.

E invece abbiamo a che fare con una situazione veramente complessa. Perché siamo… abbiamo questo cadavere animale minerale, che però , la vita che noi abbiamo non ammette che ci sia un cadavere in noi, e questa vita è il  flusso delle  forze delle gerarchie le quali in noi affrontano tutto ciò che è minerale e lo tolgono allo stato di materialità. Non esiste minerale in noi che non sia compenetrato di spirito, soltanto che non è un’operazione che facciamo noi, è fatta da forze altissime mediante le quali noi viviamo in questa materialità; poi però piano piano, siccome noi scompigliamo l’ordine, questa materialità comincia a riprendere il sopravvento, il calcio, il ferro, l’oro cominciano a dire: io voglio essere io come sono, non il calcio, il ferro l’oro dominate dallo spirito… e quindi tradotte ad altro valore… perché non esiste una materia organica che esista da sé.

E allora quando comincia questa stanchezza delle forze comincia, comincia la  malattia, e le malattie già sono queste, e poi la vecchiaia e poi la morte, in cui il minerale finalmente è quello… raggiunge il suo stato di indipendenza, ossia di vera materialità.

Questo scompigliamento per cui ci si ammala e si muore, viene dal fatto che l’uomo non  è in grado, cosi insaccato nella materia, di conoscere le leggi dello spirito che un tempo gli rivelavano il rapporto che aveva con il corpo, e gli davano e questa rivelazione non era soltanto un conoscere: un operare era.

Quindi l’uomo l’uomo perde il cliché spirituale che gli rimane dopo l’ Atlantide; è un cliché, non è una potenza, lo va perdendo e piano piano arriva al punto in cui questo problema lo travolge e… non lo travolge del tutto perché ci sono le antiche mistiche, poi viene il misticismo cristiano, eccetera… ma nei tempi moderni questo problema si riaffaccia in una maniera piuttosto severa, e perché siamo a una svolta decisiva del rapporto che ha lo spirito con la parte materiale… questa materia, e siccome però c’ho delle domande qui la risposta verrà tra due domande, quindi, voleva dove sta questa… ah ecco, mi è sfuggita la domanda… ah, ecco:

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La paura del dolore come opposizione al Karma.

La paura del dolore è in relazione a quello che noi dicevamo, perché sono le Entità spirituali che aiutano l’uomo: le possiamo chiamare per intenderci le entità spirituali «buone», che immettono questo cadavere minerale nell’uomo: per materializzarlo. Lucifero tende a spiritualizzarlo.

Realmente noi siamo pieni, ripieni di una materia morta, contro la quale combattono appunto quelle forze, che noi dobbiamo capire che sono le forze che rispondono alla coscienza più elevata dell’uomo, la coscienza che l’uomo ha perduto, la coscienza intuitiva, corrispondono alla coscienza ispirata, la coscienza immaginativa, quindi a stati di coscienza molto elevati che l’uomo ha perduto: dall’Atlantide in poi è finita. E’ entrato il Kali Yuga e quindi si è vissuto di ricordi e di riti con cui alcuni esseri aiutavano i popoli, intanto questi popoli ancora erano permeabili dalla parola dello spirito, in quanto l’uomo vero, autocosciente, non era nato.

Le Entità spirituali «buone» aiutano l’uomo con questa potenza della parte materiale, della parte oscura, eh ma voi vedete come tutti quanti temono, appunto, questo. Noi seguendo la Scienza dello Spirito incontriamo un’ esperienza, descritta come quella del Guardiano della Soglia, e impariamo che il Guardiano della Soglia è quello che ci impedisce di ignorare questo cadavere minerale che noi portiamo, e che non ammette che noi siamo passivi dinanzi ad esso, perché abbiamo detto che questo cadavere oscuro, questo cadavere, questo buio che noi portiamo della materia viene dominato da entità che rispondono appunto al grado di coscienza che noi abbiamo, ai gradi di coscienza che noi abbiamo perduto, e che sono gradi che… vogliamo usare termini indiani, sanscriti: Manas, Buddhi, Atman, che significa coscienza immaginativa, coscienza ispirata, coscienza spirituale.

Però è cominciata l’epoca in cui l’uomo deve avere l’ esp… ha l’autocoscienza, perché deve cominciare a realizzare quello che un tempo gli veniva fornito direttamente dalle Gerarchie e che oggi continua a essergli fornito, ma non ha più la relazione antica perché l’uomo si è veramente staccato dallo spirituale. Il Kali Yuga ha operato, ma era previsto, e la via non è il partirsene verso i valori spirituali accumulati, perché ognuno di noi ha una storia spirituale che per fortuna non si incarna nella terra, ed è bene che l’uomo non  conosca certi valori spirituali perché se li conoscesse direbbe: ma io allora non faccio più niente perché già c’è lo spirito in me. Per questo sarebbe un terribile egoismo, perché significherebbe lasciare nei guai gli altri uomini che invece sono affondati in questa tenebra, sono affondati per dare, per aver dato modo a quelli, ad essi, di accumulare forze spirituali. Ma queste forze spirituali non vengono accumulate per fuggirsene nel Nirvana, ma per affrontare decisamente l’oscurità della Terra, per affrontare appunto, fare i conti, con questa materialità che pesa nell’uomo, e allora si tratta di capire che cosa è questo. La paura del dolore qui – è già data la risposta – è veramente un’opposizione al karma, perché il karma è  un aiuto.

Il karma è la direzione dell’Io superiore che si continua attraverso un processo di compensazione, oppure di pareggio con debiti contratti e il cui pagamento vuole dire acquisizione di qualità necessarie all’integrazione interiore, quindi il karma è un grande aiuto. Siccome il karma però si presenta certe volte attraverso forme dolorose, c’è una specie di opposizione ad esso, che è la paura del dolore. Per noi, questo è un assurdo, perché noi possiamo avere la massima comprensione per questa paura del dolore, anzi, la possiamo sentire anche noi, però per noi è fondamentale una conoscenza che trasforma qualsiasi dolore in una… in una forza che, in quanto contemplata per quello che è il suo senso ultimo, si trasforma in un aiuto.

Quindi noi cominciamo a fare un lavoro interiore di integrazione del dato sensibile mediante il contenuto interiore, questo contenuto interiore viene dal pensiero che pensa, e con questo qualsiasi percezione diviene una realtà interiore, e quindi diventa un aiuto. La paura del dolore è ingenua, non ha senso, e quindi… quella conoscenza diviene cooperazione al karma.

E a questo punto devo afferrare le domande che mi portano nel cuore del tema. Per cui continuo a rispondere alle domande che già ho letto. E una è questa:

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“Puoi parlare sulla spiritualizzazione della materia?”

L’altra:

“Come si supera il dualismo tra mondo della materia e  mondo dello spirito?”

Poi c’è n’è un’altra, potrei leggere anche questa:

“La Lemuria fu distrutta dal fuoco, l’Atlantide dall’acqua, il diluvio, l’attuale civiltà sarà distrutta ad opera del male. C’è per quest’ultima una possibilità concreta di salvezza? Oppure il trionfo delle forze del male corrisponde ad un fine evolutivo cosmico, di modo che sono vani anche se meritevoli gli sforzi di coloro che tentano di raddrizzare la situazione?”

Adesso vedremo. Ma… “finirà per il Male…”   ma in quanto il male verrà espulso, e quindi il trionfo apparterrà alle forze capaci di trasformare il male. Soltanto che ci sarà un residuo che serve come materia di un’evoluzione successiva, perché ci saranno degli esseri che saranno come dei relitti, come dei sopravvissuti, che avranno bisogno d’aiuto e si reincarneranno in modo che possano tentare ancora la prova, e allora è importante che ci siano degli esseri che hanno già operato questa trasformazione.

Comunque: “dualismo tra il mondo della materia e il mondo dello spirito”. La materia adesso noi la stiamo considerando, prima abbiamo parlato di questo «insaccamento»,  di questo cadavere minerale che vive in ciascuno di noi e che gli costituisce la parte oscura, subcosciente, la parte da cui salgono gli istinti, eccetera… in cui c’e’ tutto… la radice… dopo la morte piano piano noi ci liberiamo … e arriviamo a una zona in cui finalmente respiriamo, però dopo capiamo l’importanza di avere questo cadavere minerale in noi, e il fatto che il Guardiano della Soglia sta lì a fare in modo che noi non lo ignoriamo, ma lo consideriamo come uno strumento dell’ascesa. 

La realtà è appunto che il dualismo materia-spirito è una costruzione intellettuale, è un’impressione dell’uomo intellettuale, perché l’uomo che percepisce, qualsiasi uomo della terra che percepisca, già nel percepire supera la dualità. La percezione è un atto interiore meraviglioso, di cui l’uomo non ha coscienza se non della parte che riguarda il sistema nervoso, la coscienza legata al sistema nervoso e quindi la sua sensazione. Però in ogni sensazione è presente questo contenuto, e noi questo all’infinito lo stiamo ripetendo, che si tratta di avere delle percezioni pure per capire che cosa avviene nel percepire come superamento della dualità, perché nel percepire già è superata questa dualità: quando noi vediamo un colore, una forma, noi già siamo entrati in una zona dello spirito, che agisce attraverso di noi. Già si può dire che ciò che è stato diviso si sta riunendo, e che ha come primo risultato la forma, il colore, e poi anche il pensiero. E il pensiero che pensa è già questa riunione, soltanto che il pensiero non è consapevole.

Quindi, ecco la fondamentalità di un metodo che non parta da dottrine del passato, che oggi non sono più sufficienti. A questo proposito ci sono serie di imbroglioni che rispolverano lo Yoga, che conoscono lo Zen, che conoscono il Tantrismo, e tutto quello che c’è di sensazionale lo rimettono a posto,  poi siccome sono degli esseri colti, ti combinano dei trattati sulla meditazione dinamica, e imperversano, e questi sono degli ingannatori.

Loro sono delle bravissime persone, ma loro hanno il compito proprio di impedire che l’uomo conosca la Via vera, perché la via vera non ha pubblicità, non ha propaganda, non ha trionfo pubblicistico-editoriale: è molto difficile, si può dire che deve lavorare da anima a anima, attraverso pubblicazioni che si sostengono perché i cuori sostengono queste pubblicazioni, mentre – ed io ogni tanto uno di questi libri lo devo leggere per capire come lavora l’Ostacolatore – e l’Ostacolatore mica si presenta stupido, o scorretto, o privo di cultura, perché allora sarebbe subito scoperto.

L’Ostacolatore si presenta in regola con tutti i canoni dell’occultismo moderno, tutto quello che c’è nei diversi Gurdjieff e i loro discepoli, nei diversi Crowley e i loro discepoli, e hanno anche un apparato critico-filologico non indifferente.

Tuttavia, il loro ruolo è contro lo Spirituale, è contro il Logos,  è contro la possibilità che l’uomo per esempio scopra le leggi del pensiero, che non si imparano mica con la Logica di Hegel. Hegel tentò il lavoro di Hegel è meravigliosoma arriviamo alla dialettica, non al pensiero. E le leggi del pensiero non le ha potuto scoprire nessuno finora perché il pensiero che è stato finora pensato secondo luce interiore, vedi Socrate, Platone, vedi persino Cartesio, checché ne dica Guénon, ma persino Hegel ma com’è che il Dottore dice “Hegel lo considero l’ultima luce di un tramonto” ma perché il pensiero rigorosamente logico può nascere solo ora, perché solo ora l’uomo ha una esperienza autocosciente, come non c’è mai stata.

Oggi un ragioniere ha un’autocoscienza che un filosofo del secolo scorso non aveva, e malgrado la sua ragioneria può avere una forza-pensiero che prima non era possibile. Speriamo che  non ci sia un ragioniere qui, comunque, non è che… ho detto ragioniere, mi è venuto in testa… tu sei geometra, non sei ragioniere… M’è venuto così, scusate, ma è che qui parliamo a braccio, o a bersagliere, quindi…

Ora siamo in un momento in cui l’uomo può veramente sperimentare le leggi del pensiero, non perché sia più evoluto spiritualmente, ma perchè è più forte nell’Io, perché spiritualmente l’uomo del secolo scorso forse era più aperto; oggi è più chiuso, ma è più forte come Io, e se come Io comincia a operare in sé, si incontra il pensiero, e incontra, e sa fare quella distinzione tra prodotto e  producente, perché tutto quello che l’uomo crea è prodotto dal pensiero, e il producente è più importante del prodotto. E se guardiamo la natura è il prodotto d’ un altro pensiero: il pensiero del cosmo. Quindi per l’uomo è importante capire che questo prodotto lui lo pensa, e lo può anche identificare come prodotto. Lui ripercorre il pensiero che ha pensato l’oggetto, ma questo lo porta al punto in cui ciò che è dato nasce, e questa è l’esperienza potente che viene data dalla Via dei nuovi tempi.

Ora, io quando mi trovo dinanzi testi di questi «yoghisti» … che poi c’hanno organizzazioni economiche di miliardi, perché vendono persino i dischi per la cantilena che deve fare l’oscillazione della testa per avere il terzo occhio, perché una volta andando a sinistra l’occhio va verso destra, e viceversa, quindi qui tra la destra e la sinistra si mettono d’accordo e ti danno il terzo occhio… te faccio n’occhio: il terzo occhio!

Però questo è propiziato da una cantilena, per cui c’è una vendita di dischi, e siccome ci son centri in tutto il mondo, potete immaginare che messe di quattrini  e che interessi, e questo povero Yoga, questo  Rajneesh che gia si vede, è un «bonòmo», ma non alla Luce dello Spirito: sembra un appuntato dei carabinieri, siciliano, un viso bonario, una guardia di finanza, ecco, calabrese,  un viso simpaticissimo che abbracceresti, ma la Luce del pensiero non c’è; perché quando mi capitano questi testi io vado subito a vedere che cosa… lo frugo,  e ho visto, vedo come se la cavano riguardo al problema del conoscere; lì mi sono accorto che questo sa tutto, il tantrismo lo conosce benissimo, poi ogni tanto spiffera qualche principio Zen eccetera, ma le leggi del pensiero gli sono assolutamente estranee, quindi non può aiutare l’uomo di questo tempo, che non ha bisogno di Zen, non ha bisogno di Yoga.

Scusate, ci sono degli esseri che hanno bisogno di questo, ma non sono uomini di questo tempo; ma quelli hanno bisogno anche dello spiritismo, come hanno bisogno di andare a messa, dal parroco, eccetera, ma noi  qui stiamo parlando della corrente evolutiva del tempo, che quando assume la forma dell’occultismo, o dell’esoterismo, eh! in un certo senso deve essere in regola, perché ci sono dei giovani che cercano, e cercano con grande impeto, e io ricordo me stesso che ero così. Però si vede che non ero assolutamente passivo dinanzi agli ingannatori, quindi ogni tanto cambiavo strada, e questo m’ ha molto aiutato, perché quando bussavo alla porta di qualcuno io lo ritenevo un maestro, ma dopo un po’ se vedevo che quello che lui faceva non corrispondeva a quello che diceva lo piantavo, ma oggi ci sono dei giovani che si trovano una letteratura occultistica enorme: non vengono aiutati; aiutati vengono dal fatto che noi proponiamo una Via della Conoscenza che parte dai mezzi che già sono in atto nella indagine delle  verità matematiche e logiche, nella indagine del mondo fisico, quindi percezione e pensiero, come cominciò Kant del resto.

Quindi quando noi sperimentiamo in questa direzione, eh, ci accorgiamo che, nel pensare che pensa già è superata la dualità del mondo: si tratta di continuarla.

Quando il pensiero si immerge in un dato, si può dire che ciò che nasce come essenza si unisce all’ oggettività del mondo perché il dato già appartiene all’ oggettività del mondo, e quindi avviene una sintesi e si tratta poi di ripetere per tutto. Noi ci alleniamo, per esempio, con la natura, la più pura, la più innocente che è il mondo dei cristalli e il mondo vegetale, ma dopo questa esperienza continua col mondo animale, col mondo umano.

L’altra forma di sintesi, eh, noi l’abbiamo nella percezione, perché non nascerebbe un colore dinanzi a noi, non nascerebbe una forma se non ci fosse un’unione della nostra anima con l’anima della terra, ossia con l’etere nostro con l’etere dell’ oggetto. Se il cristallo, il cristallo ha l’etere fuori, si può dire che l’etere del cristallo è una potenza che tiene nella fissità minerale il cristallo, e noi questo lo percepiamo. Si tratta semplicemente di continuare quell’operazione per cui il cristallo lo guardiamo e lo troviamo bello, non ci dobbiamo fermare lì: si tratta di continuare aspettando che si riveli qualcosa che esige da noi silenzio della psiche.

Questo silenzio della psiche è, tecnicamente, un mezzo, e ad un certo punto noi ci arriviamo anche se non conosciamo le leggi del silenzio, le discipline del silenzio, ma capiamo che se vogliamo avere una percezione che non è assolutamente abituale, ma che tuttavia continuamente si presenta a noi e noi la perdiamo, noi dobbiamo fare silenzio e in questo silenzio abbiamo, a un certo momento, il risonare di questa mirabile sintesi dell’ etere nostro con l’etere che sta intorno al cristallo e noi possiamo, dentro di noi, sentire qualcosa che appartiene al cristallo, ma può avvenire anche l’esperienza, questo è più difficile, che uno veda fuori qualcosa che appartiene all’ interiorità del cristallo. Ma questo con la pianta è anche più facile, col cristallo è più difficile.

Quindi, ecco, la sintesi spirito-materia comincia nel percepire, noi dobbiamo continuarla lì e tutta la vita dell’anima, per esempio le trasformazioni morali, veramente dipendono da questo, perché ad un certo punto, senza questo accompagnamento dell’anima, noi non possiamo proseguire nell’esperienza cognitiva, nell’ esperienza della unità del mondo e quindi più profonda esperienza del pensiero, maggiore necessità di ordine interiore nell’anima, fino a che si scopre che la luce che noi vediamo nelle cose ha un centro in noi ed è il cuore. E allora qui, noi possiamo concludere. Perfetto.

La Lemuria fu distrutta dal fuoco, l’ Atlantide dall’ acqua. L’attuale civiltà verrà distrutta ad opera del male. Perché?

Perché si diverrà abbastanza forti per espellere il male dalla natura spirituale dell’ uomo, ma questa espulsione non sarà una, un fatto mecc… un fatto materialistico, per cui questo male passa ad altri; sarà un’ espulsione che trasforma il male in una… in una quantità di esseri che non sarà la maggioranza degli uomini, ma saranno degli esseri che avranno il potere di trasmettere poi questo agli altri, quindi un’élite spirituale che agirà, e questo ci fa capire il senso ultimo di quello che abbiamo detto, perché questo cadavere minerale che sta nell’uomo e che lo obbliga ad essere esistente sulla terra, e obbliga, quindi, quella continua lotta delle forze interiori per vivere di giorno in giorno, per elaborare la materia fisica, per mangiare, per digerire, per combattere le malattie, poi però l’uomo piano piano cede e allora questo cadavere trionfa e diventa finalmente la materia che è: il male è lì. Il male è il fatto che questo cadavere condizioni la vita interiore e questo è il male di questa civiltà perché quando noi diciamo che il mondo è materiale e non solo questo, ma lo indaghiamo, e costruiamo una scienza che è solo una scienza della materia, della materia fisica: non mi dite che ci sono indagini di altro genere, non esistono. La psicologia è condizionata da questo, qualsiasi disciplina:  la pedagogia, la filosofia è condizionata da questo. C’è solo la Via che dà la possibilità di trovare il punto di partenza per un’azione interiore che muti questa situazione; però in realtà noi siamo immersi, siamo condizio…siamo dominati da un sistema del sapere che è fondato sulla concezione materiale del mondo e questo rende inevitabile il male; ed è importante che il male ci sia perché, come dicevamo prima, l’ uomo è bene che ignori i suoi valori spirituali, altrimenti non vorrebbe più saperne di stare sulla terra.

C’è una frase interessantissima di Maitre Philippe, quando dice: “Ci sono… quasi tutti gli uomini ignorano che cos’è l’anima, ma è bene che lo ignorino, altrimenti molti non vorrebbero più fare nulla”.

E invece bisogna lavorare perché coloro che oggi sopportano il male, e ne fanno uno strumento della loro azione, ne fanno una vita sociale, ne fanno un’ organizzazione, un sistema di vita, una politica: questi lavorano per il futuro e purtroppo bisogna sopportarlo questo. Magari il futuro va modificato e questa modificazione dipende dal fatto che vengano degli esseri capaci di vedere questo retroscena, è questa la via d’uscita. La via d’ uscita è la Tripartizione, ma una Tripartizione che sia fondata sul fatto che degli esseri operino nel senso della trasformazione del male, ossia nella risoluzione del cadavere.

Guardate, c’è questa frase, appartiene al taoismo, a quelle storie taoistiche in cui si parla di un asceta che muore e poi viene seppellito, dopo un po’ si scopre la tomba e non c’è più nessuno, il cadavere è scomparso: la risoluzione del cadavere. In un altro caso si scopre la tomba di questo asceta, non c’è il cadavere ma c’è una spada, e allora qualcuno tenta di prendere questa spada e questa spada si invola nell’aria e sparisce. C’è una serie di racconti taoisti che narrano questo, c’è un fondo di verità perché nell’ antichissimo medio-oriente… nell’ antichissimo estremo oriente, c’è stata un’ incarnazione di Lucifero, ma un Lucifero sapientissimo e potente. E quegli esseri navigavano verso lo spirito, erano capaci di trasformare la materia in spirito. Questo ritorna, e noi abbiamo visto i segni del ritorno.

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Qui il nostro potentissimo Sergio dice: “Puoi parlarci del vino eucaristico? «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore, tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e assassini, ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta, chi per me passerà sarà salvo, entrerà, uscirà e troverà pascoli».

Ora la via è quella, noi abbiamo parlato di via del pensiero, via della percezione pura, ma il sentiero è quello. E per afferrare questo, noi dobbiamo ricordare come viene descritto il risveglio di Piero, di Pietro, nella Pentecoste. E’ un periodo in cui il Dottore dice che, a un certo punto, Pietro si sveglia come da un sogno e si accorge che, dalla vigilia dell’ arresto del Cristo, egli è entrato in una specie di sonno e rivive tutti gli avvenimenti fino alla Crocifissione, per cui capisce il suo rinnegamento, arriva a capire che, il mondo dell’ oscurità, il mondo della materia, quello che lui ha subito in questa specie di sonnolenza, ha trovato il Risolutore. Ha capito che l’ oscurità della Terra ha trovato la sua Luce, capisce che è nato lo Spirito della materia, ossia lo Spirito che annienta la materia e la risolve. Allora capisce che l’uomo può essere salvato e ha, in quel momento, la forza della Pentecoste che in lui agirà veramente da forza trasformatrice.

In sostanza, quello che lui comprende, importantissimo perché lui era il più chiuso –  il più chiuso naturalmente era Giuda, però dopo veniva lui –  e lui però riesce ad avere questa visione, e questa visione è quella di cui ci possiamo servire noi perché, quando abbiamo parlato del cadavere astrale, del cadavere minerale, noi abbiamo parlato della parte oscura, la parte terra, ma è ciò che deve essere usato come veicolo perché si manifesti lo Spirito della materia, lo Spirito della Terra.

Perciò il Guardiano della Soglia fa in modo che l’ uomo non sfugga il male, non sfugga la materialità della vita, anzi, la guarda come la materia della trasformazione.

Quindi, dinanzi all’esperienza di Pietro noi sentiamo questa intuizione che dà il senso vero alla Pentecoste, per il fatto che riguarda un’ esperienza attuale, perché ricordate l’ ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni, il colloquio tra il Cristo e Pietro, e poi l’allusione a Giovanni;  noi siamo nell’ epoca lì prevista, perché quello che salva Pietro è proprio l’intuizione del senso positivo dell’ oscurità della terra e quindi della materialità, che fino allora era veduta come un pericolo, tutte le tradizioni guardavano questa oscurità come qualcosa da evitare, gli ultimi erano gli Esseni, che cercavano di espellere da loro questa esperienza del buio della materia.

Doveva venire il Cristo per affrontare questa morta materia e farne materia dello Spirito, per cui veramente esiste uno Spirito della Terra, esiste il Logos della Terra, ossia ciò dinanzi a cui la materia è risolta, il male è risolto, ma è questo il compito: di capire quali sono oggi le vie per cui è possibile una simile operazione.

Apposta cercavo di indicare i possibili inganni, perché l’uomo cerca ciò che è facile, ma ciò che è facile non conduce alla verità. Le belle frasi di un libro che ti dicono “Ah, ritirati, fai questo”: eh no! Ci vuol altro, ci vuole una forza, una volontà di conoscenza che veramente insista, che veramente si ponga dinanzi alla vita dell’anima, scoprendo le forze che gli dànno questa possibilità. Porsi dinanzi alla vita dell’ anima: perché quando è possibile questo, le forze del Logos si affacciano all’ uomo come potere della individualità e nella individualità pura si affaccia il Christo, che vuole continuare a operare come già ha cominciato ad operare nel percepire e nel pensare.

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MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 10/9/1975: AUDIO E TRASCRIZIONE

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VORREI CHE CI PARLASSI DI PADRE PIO

Padre Pio, dal 29 aprile pubbliche dieci foto autentiche e ...

E perché no? Eh… era una simpaticissima persona, un uomo veramente religioso, profondamente dedito… col Cristo e quindi capace anche di dare un grande aiuto… e anche di far funzionare il meccanismo del prodigio, del miracolo, perché era un uomo di grande fede e anche ispiratore delle forze di fede. 

Era piuttosto brusco, certe volte anche severo: è capitato spesso che prendesse a calci qualcuno, perché quello che soprattutto lo irritava era la finzione, la finzione religiosa che purtroppo è inevitabile, proprio come fatto non cosciente. Mentre amava molto la sincerità e questa lui la sentiva perché era… aveva una certa veggenza.

Tuttavia, rappresenta un personaggio di una schiera che tramonta, che non ci può essere più perché, perché l’epoca del credere è finita, è l’epoca del conoscere. Quindi Padre Pio è stato un grande aiutatore di una serie di esseri che ancora avevano bisogno dell’aiuto del cristianesimo mediante il sentimento. Ora però, questo è un aiuto che si può dire esaurito, perché nella sfera del sentire non è più possibile avere un rapporto con il Cristo senza che ci sia una animosissima azione sollecitatrice e suscitatrice. E allora non è soltanto il sentire, è una volontà profonda, una volontà veramente lanciata verso il cristianesimo, ma allora un simile sentire ha bisogno di conoscenza, ha bisogno di sapere come attingere alle forze più profonde della volontà. E quindi ecco che noi possiamo capire come la funzione di un Padre Pio sia esaurita. Lui ha lasciato dei discepoli, e ci sono dei sacerdoti molto devoti che continuano in quella direzione ma non è che abbiano il potere che aveva lui, però sono necessari, come saranno necessari ancora per diverso tempo dei sacerdoti onesti, dei sacerdoti che parlino del Cristo ma, oltre no, proprio secondo il Cristo. E questi sono certamente degli esseri rispettabili. Quindi di Padre Pio non possiamo che dire veramente bene.

Certo…  così in questo momento ricordo, per esempio, che un certo Guido De Giorgio che nel gruppo… in un gruppo che coltivava La magia come scienza dell’Io, e con una specie di ardimento,  collaborava con articoli potenti in cui sembrava di vedere un essere che conquistava i mondi superiori mediante un’autoaffermazione magica, e… che poi fallisse, perché tutto questo si reggeva su una specie di tensione, e andasse da Padre Pio, cosa che a quei tempi, siccome il capo di questo gruppo era Evola, Evola rimase piuttosto stupefatto… e … ma sono fenomeni che ci insegnano qualcosa. Quest’uomo, a un certo punto, con tutte le tensioni della magia di Ur, del tantrismo, ed era uno di quelli che scriveva in una maniera piuttosto aggressiva, poi alla fine è andato da Padre Pio, ecco.

Adesso, dunque, c’è un altro tema qui…

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SE IL KARMA DI UN ESSERE CHE È GIUNTO ALLA SCIENZA DELLO SPIRITO È STATO TALE DA PRIVARLO DI ALCUNE ESPERIENZE NECESSARIE ALLA NORMALITÀ, QUALI SONO I MEZZI CHE QUESTO ESSERE HA A DISPOSIZIONE PER COMPLETARSI?

Ecco, io vorrei, all’amico che fa questa domanda, far notare questo: che è la stessa cosa… Che è stato privato di alcune esperienze necessarie alla normalità… ma questo è proprio ciò che l’aiuterà. Proprio questo lo farà camminare perché deve sviluppare delle forze in una direzione, continuamente sollecitato da queste privazioni. Certamente, se un essere in queste condizioni conosce la Scienza dello Spirito, avrà l’aiuto che veramente gli è necessario, perché allora trasformerà tutto quello che gli si presenta come barriera, come ostacolo, come privazione dolorosa, lo trasformerà in una occasione di forza perché tutto quello è il senso, non solo, ma di forze che possono essere formidabili proprio per il fatto che ci sono quegli ostacoli. Un essere simile può benissimo, può senz’altro diventare un gigante dello Spirito proprio perché ha questi ostacoli. E qui bisogna che noi ricordiamo che siamo nell’epoca della libertà. Adesso siccome ho una domanda su questo discorso, lo continuo proprio con quest’altra domanda… Comunque, occorre vedere in queste privazioni, ecco qui vengono chiamate privazioni, delle decisioni dell’Io, è l’Io che si è preparato queste privazioni per poter… per poterle riempire di potenza dell’Io. E quanti esseri che hanno veramente camminato debbono il loro più alto sviluppo spirituale proprio al fatto che hanno avuto queste privazioni… Guardate, è piena la storia di esseri che sono stati vittoriosi proprio perché avevano un ostacolo continuo che sollecitava la forza. Tant’è vero che è sempre da considerare come un aiuto dell’Io tutto questo.

Ecco, qui, ho una frase molto bella, tratta dalla Filosofia della Libertà che dice: 

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“NON VOGLIAMO PIÙ CREDERE: VOGLIAMO CONOSCERE”

Pensare liberato

E io aggiungo: se conosciamo, poi crederemo. Ma questo credere sarà il vero credere, sarà il credere nuovo, la fede ricostituita, la fede riconquistata; perché la fede non può venire più dal semplice, gratuito credere. Noi dobbiamo dire che l’ opera vicaria di Lucifero è finita in questo tempo. 

In che cosa consiste quest’ opera vicaria? Che c’è una parte celeste di Lucifero che ha funzionato al servizio del Cristo fin dai tempi dell’avvento del Cristo e dopo, in tutto il periodo che precede l’anima cosciente.  Ossia, coloro che hanno potuto accostare il cristianesimo, salvo che non fossero della schiera dello Spirito Santo, la schiera dei discepoli, la schiera di Paolo, coloro che sentivano profondamente il cristianesimo, lo potevano sentire con forze che precedevano il cristianesimo, con forze del sentire, con forze del Lucifero Celeste, ossia con forze di fede profonda in cui non c’è attività dell’Io.

Ora, questa funzione del Lucifero positivo è finita ma noi, come seri studiosi della Scienza dello Spirito, dobbiamo renderci conto di questa funzione di Lucifero perché nel sentire non abbiamo il Cristo, abbiamo un’immagine del Cristo. E perché San Francesco avesse qualcosa di più di un’immagine fu necessario che avesse un corpo astrale particolarissimo, allora poteva sentirlo… ma Jacopone da Todi aveva un’immagine del Cristo.

Ora, l’epoca dell’anima cosciente è un’epoca eroica, un’epoca nuova, è l’epoca in cui c’è la possibilità della identità con il Cristo e noi, quando parliamo dell’idea, parliamo di qualcosa in cui il Divino è in movimento direttamente, mentre nel sentire c’è un movimento indiretto, nel volere ancora più indiretto. Però il sentire e il volere poi possono entrare nella corrente del pensare che realizza il Logos. 

Ora, questo assunto di “Non vogliamo più credere, vogliamo conoscere” è l’assunto vero ed è veramente da pensare il più difficile perché l’uomo rifugge dal conoscere, preferisce credere. Chi di noi va a controllare tutto quello che ci dice la scienza? Ci crede e non se ne accorge che è una fede… Uno di noi: ha detto il tale, c’è un minimo di dimostrazione, io ci credo. E quindi la fede della antica rivelazione viene sostituita dalla fede nei fatti della scienza, la quale scienza, però, si regola in una maniera molto strana perché la scienza vuole soltanto i fatti sensibili, e già parte da un presupposto che è poco scientifico perché indifferenzia il reale con il percepibile con i sensi e non esce da questo. E vieta al pensiero di avere la persuasione che possa arrivare nel cuore della verità.

Quando si nega al pensiero la possibilità di arrivare all’essenza delle cose, già si è nella condizione della Chiesa che imponeva il dogma e poi…: credeteci! La scienza allora impone il dogma dei fatti e poi dice: il pensiero non può arrivare nel cuore dei fatti. Da Kant in poi la situazione è questa. E la scienza inorridisce se c’è qualcuno che dice: “io nell’essenza della forza vitale arrivo col pensiero” che è l’attitudine più scientifica. No, la Scienza, senza saperlo, inconsciamente dice: “noi ti diamo i fatti percepiti, i fatti che sono solo i fatti percepibili con i sensi, e tu ci devi credere!”.

Ma questo non è un dogmatismo che vale come quello trascorso, della Chiesa, ma è qualcosa di peggio perché si tratta di oggetti fisici e noi arriviamo all’idolatria moderna di tutto ciò che è fisico, dimostrabile sul piano dei fenomeni fisici, con una relazione di pensiero che non dobbiamo sapere che cos’è questa relazione, perché il pensiero sta lì al servizio di questa fenomenologia e non deve conoscere chi è lui; mentre noi sappiamo che questo pensiero che si inserisce nella fenomenologia fisica, e che trova i rapporti, è il pensiero che va conosciuto come la parte più importante di questa fenomenologia: è la parte viva, la parte realmente dinamica.

Perché quando questi scienziati propongono l’esperienza pura e stare solo ai fatti, e questo lo abbiamo ricordato che il positivismo logico è fondato su questo, la scuola di Vienna è nata da questo, poi se n’è andato lungo la tangente della logica matematica, ma il presupposto era questo: basta con le metafisiche, basta con le mistiche, dobbiamo stare alla pura esperienza, ossia ciò che ci viene dato… Soltanto che già partono da un piccolo… da una piccola superstizione, da un piccolo dogma: che il dato è solo quello dei sensi. E il pensiero non è un dato? E questo noi lo scopriamo con lo schema di Filosofia della Libertà: con la Filosofia della Libertà noi scopriamo che c’è un dato che viene dal mondo sensibile e gli va incontro un dato che si affaccia in me e che non è meno reale di quello sensibile, anzi, è più reale perché senza questo dato la serie delle note sensibili non avrebbe senso; perché quando io ho un fenomeno e lo collego col pensiero, tolgo il collegamento che il fenomeno è una serie di fatti sensibili che non hanno contenuto. Il vero contenuto gli viene dal pensiero.

Quindi il pensiero è un dato allo stesso titolo per il dato sensibile. E allora, esperienza pura… l’esperienza pura non si potrà mai avere mediante le percezioni sensorie, a meno che non sia l’esperienza della percezione pura, che voi sapete che ascesi difficilissima è … ma se noi vogliamo veramente l’esperienza pura, questa, quella di cui parlano gli scienziati, è l’esperienza del pensiero, lì noi possiamo parlare di esperienza pura, perchè sperimentiamo un dato che noi stessi vediamo nascere in noi, mentre il dato sensibile è già fatto senza di noi; e noi entriamo in questo dato mediante la percezione perché la scoperta ulteriore è che non esiste percezione sensoria senza pensiero. Una percezione sensoria in cui non sia presente un atto del pensiero non è possibile perché non esiste una percezione sensoria da sé, esiste sempre per un soggetto, e uno dei punti importanti della Filosofia della Libertà è proprio questo, quando il Dottore dice: “Non c’è contenuto sensibile se non per un soggetto che lo sperimenta”. Quindi è inseparabile dal soggetto, e come lo sperimenta? Mediante un atto di pensiero che è inserito nella percezione. Ora, considerare separati percezione sensibile e pensiero, questo è stato intanto l’errore di Kant, errore perché ? Si può anche considerare separati, ma per comodo di ragionamento, ma in realtà non esiste una separazione tra il pensiero e la percezione, tra la percezione e il pensiero anzi.

Quindi, ecco, non vogliamo più credere, vogliamo conoscere…: questo è il conoscere, questo è uscire dall’antica oscurità, veramente da un vero oscurantismo che purtroppo si riaffaccia con l’eruditismo della scienza, nelle verità matematiche c’è un’intuizione empirica della verità nella quale lo Spirito non riconosce se stesso perché crede che la verità sia lì, nel fenomeno, nella formula o nell’espressione, e non nell’atto del pensiero che si riconosce e dà l’assenso, per cui quello diventa una verità. Quindi abbiamo empirismo ingenuo e dogmatismo che si uniscono nella Scienza a fare presumere di essere la Scienza della concretezza. Noi questo lo dobbiamo scoprire perché per uscire dall’inganno dell’attuale cultura, per uscire dalla dialettica, per riconquistare quello che è perduto dobbiamo veramente capire i limiti interiori di una simile indagine, soprattutto per un fatto che qui non possiamo non ricordare, perché il pensiero che si limita ad apprendere i fatti, la fenomenologia…, e che, svirilizzato, depotenziato e, direi, paralizzato, deve ignorare il proprio movimento. Questo pensiero non avrà mai la fonte del vero conoscere, non avrà mai il punto in cui è un pensiero in movimento, lo deve ignorare perché quello è il pensiero essenziale che Kant negava all’uomo. 

Questo pensiero che cosa è? Ancora Filosofia della Libertà, dal momento che è stata chiamata in causa… Questo pensiero vivo è la fonte degli impulsi morali; non c’è impulso morale che non nasca come intuito del contenuto interiore di qualcosa, quindi quando noi abbiamo paralizzato questo pensiero, non c’è… non è possibile che ci sia più moralità al mondo, ma ci sarà la moralità finta, quella delle regole, delle regolette, delle regole psicologiche oppure etico-religiose, oppure religiose, che sono degli assunti retorici con cui l’Io conoscente non ha rapporto, proprio per la ragione che abbiamo detto; perché, questo è un altro punto che abbiamo spesso sviluppato, non c’è più regola che possa funzionare se non è l’Io che è il creatore della regola.

Quindi, qualsiasi intuito morale è un intuito assolutamente personale e quanto più è personale, tanto più è morale; ossia quanto più entro nell’idea esatta di un’azione che devo compiere e la cesello e entro dentro, tanto più questo intuito è individuale e tanto più è una potenza morale. Dove manca questo la moralità non c’è più. Quindi moralità che manca alla pedagogia, e quindi la pedagogia folle, che ci dà i criminali fin dall’adolescenza… (avete letto quello che dice oggi il giornale, di due ragazzette che in America, hanno voluto sperimentare per curiosità come moriva un ragazzo, e l’hanno strangolato… per capire come moriva) ecco, questi sono il frutto dell’assenza di scorrimento di forze morali nella Cultura per il fatto che è paralizzato il pensiero… assenza di moralità nella pedagogia, assenza di moralità nella sociologia, perché il problema investe tutto,  perché quando abbiamo paralizzato il pensiero, kantianamente e marxianamente, non crediamo più in un’essenza interiore del pensiero, e allora non c’è più forza morale che entri nella cultura, che entri nell’anima dell’uomo e che sia una forza dell’uomo, abbiamo soltanto degli esseri che da sé riescono, allora ci sono delle figure eccezionali, che noi conosciamo, ma sono veramente delle eccezioni.

Quindi: non vogliamo più credere, vogliamo conoscere: questo è veramente il senso della nascita dell’anima cosciente. E adesso troviamo il modo di continuare il discorso. Dunque, vediamo se… cosa possiamo inserire… Dunque..

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“LA VOLONTÀ DI ANDARE CONTRO SE STESSI”

L’altra domanda che si può collegare a questo è: “L’IO QUALE SOGGETTO PERCHÉ ESECUTORE DELLA VOLONTÀ DELL’IO SONO NELL’ UOMO.”

Dunque, miei cari amici, siamo proprio alla vigilia dell’epoca, poi… alla vigilia dell’epoca che vuole questo: che cessiamo di credere, perché dobbiamo conoscere: per poter nuovamente credere e per avere quella Fede di cui il Cristo dice che “muove le montagne”, ma quella è la Fede che ce la dobbiamo conquistare mediante la conoscenza. 

Ora l’epoca è la quinta epoca: è l’epoca della libertà, che è caratterizzata dalla libertà. Proprio il principio che domina la quinta epoca è l’esperienza della libertà dell’uomo. Tutto si risolverà veramente nella direzione della libertà. Però, simultaneamente, bisogna dire che è l’epoca in cui le forze del Male si scatenano. E’ proprio in quest’epoca che avremo a che fare con il Male perché la libertà avrà un compito molto grande quando sarà la funzione dello Spirito. Il compito molto grande è questo: di usare le forze del Male, e di di piegarle per il Bene, quindi trasformare il Male in Bene. 

Questa è l’epoca in cui noi avremo a che fare con il male in una maniera che avrà un crescendo pauroso … e la scienza già sta producendo qualcosa di simile, la scienza non interiorizzata, la scienza non dominata dallo Spirito, la cultura non permeata dallo Spirito sta producendo questi germi. Ora, l’epoca passata è l’epoca in cui si doveva preparare la venuta del Cristo, la quinta epoca è l’epoca dell’azione del Cristo eterico, della libertà dell’uomo e dell’affrontamento del male da parte degli esseri liberi.

E questa sarà un’epoca veramente di eroismo, ecco perché si parla tanto del Graal, perché la sesta epoca invece sarà un’epoca di contemplazione dello spirituale, un’epoca di contemplazione del Divino, quindi si realizzerà tutto ciò che si sarà preparato come forza spirituale nella quinta epoca. 

Ora noi dobbiamo essere consapevoli di questo perché tutta l’opera dello Steiner che noi studiamo, ci costruisce questa visione, la sintesi è questa visione: l’uomo deve conoscere, l’uomo deve essere libero, ci debbono essere dei dirigenti dell’umanità che siano degli esseri liberi, occorre che ci siano delle elites, delle comunità di esseri veramente liberi, capaci del coraggio della libertà, che – naturalmente ricordiamo sempre che la libertà interiore non ha niente a che vedere con quella di cui si commercia nelle propagande politiche – è la libertà interiore, la libertà dell’Io, la possibilità dell’Io di essere indipendente dall’astrale e di fronteggiare le situazioni drammatiche, le situazioni tragiche dell’anima. 

Quindi noi ci troviamo dinnanzi questo compito perché verranno degli esseri, si incarneranno, e già si sono incarnati degli esseri, che devono combattere in questa direzione perché la decisione della direzione è un evento che si verificherà poco prima della fine del secolo. Un decennio prima della fine del secolo ci sarà veramente una decisione da parte di esseri che nascono con delle forze nuove che, però, hanno bisogno di orientamento. Quello che è importante è che noi possiamo impedire che questi esseri debbano conoscere la loro funzione, o la loro missione attraverso una serie di errori, una serie di confusioni; e che soltanto lasciando brandelli delle loro forze lungo il cammino riescono a capire quello che devono fare: ecco la nostra responsabilità, la nostra chiarezza, la possibilità di andare incontro a questi esseri, in modo da chiarire loro il compito, in modo che immediatamente possano, raggiunta l’epoca della giovinezza, con l’Io a ventun anni, possano cominciare a operare veramente per lo Spirito. Se questo sarà fatto allora noi avremmo veramente corrisposto a ciò che il Mondo Spirituale aspetta da noi. Però, naturalmente, occorre una grande volontà di andare oltre se stessi. 

Che cosa significa questo, volontà di andare oltre se stessi? Noi abbiamo i problemi personali, abbiamo i problemi dell’Io, dell’Io contingente, abbiamo tutta l’organizzazione astrale che si fa passare per l’Io. Ora: questo è il personale, tutto ciò che di personale ci accompagna nella… nell’allenamento interiore. E’ questo che va superato, è questo lavoro di continua misura delle proprie difficoltà, come una tensione verso il limite soggettivo, che ci porta a capire che la nostra azione è collegata a un evento che riguarda tutta l’umanità, e che quindi noi veramente possiamo superare tutto ciò che è personale contemplando il contenuto di questo evento. Allora cominciamo ad avere delle forze, e le forze sono necessarie, sono necessarie perché… guardate il mondo, adesso, quello della cronaca dei giornali, poi guardate tutto quello che avviene nell’intorno prossimo che voi conoscete, e poi potete avere un’idea di quello che si sta preparando, perché c’è una lotta sul piano fisico… 

Non si da forse abbastanza importanza al fatto che nel Libano sono cominciate le lotte tra cristiani e musulmani, questo è un regresso di secoli. Ma dovunque ci sono resipiscenze razziali, per esempio… gruppi etnici che rivendicano autonomia, quello è razzismo. I baschi che agiscono sventolando un’ideologia che sembra quella del collettivismo, quella è una forma di razzismo, è un regresso terribile, arimanico: perché è l’era dei popoli, non delle razze. Un popolo unisce diverse razze e le unifica secondo un denominatore spirituale.

L’Italia, ma quante razze ci sono in Italia, l’Italia fu unificata da Iniziati, Garibaldi era un Iniziato, Cavour era un Iniziato, Giuseppe Mazzini era un Iniziato, leggete le conferenze sul karma del Dottore o fatevele raccontare da chi le conosce. Degli Iniziati si sono riuniti per fare l’Unità d’Italia, per far superare il regionalismo, per far superare le differenze tra Nord Sud, razze mediterranee, razze nordiche… e l’italiano è vivo, è bello, è forte, è geniale perché è un incontro dinamico di razze. Guai se a un certo punto i sardi dicessero: “ma noi siamo sardi”, oppure: “noi siamo siciliani”; oppure i piemontesi: “ah ma noi…”: questo è un regresso, è il regresso di Arimane. Ma guardate che sta avvenendo in tutto il mondo che ciascuno torna indietro nella propria razza, ma ci son voluti secoli per superare la razza e creare i popoli… e il Cristo viene per abolire i legami del sangue come condizione per un’unione tra gli uomini, per creare legami cosmopoliti, legami internazionali dello Spirito. Questo è il Cristianesimo, non si ritorna indietro alle razze, questo sta avvenendo, questo è un aspetto… ma poi guardate quello che sta avvenendo di distruzione delle forze morali, distruzione delle forze di generosità per cui condannano qualcuno: se appartiene a una certa corrente fanno le petizioni, se non è di quella corrente lo vogliono ucciso… ma questo che cosa è…? 

Ora, questo, è inutile che io vi dica, perché ogni giorno voi lo potete vedere leggendo i giornali. Ora, questo ha un retroscena occulto, sul piano occulto c’è una lotta ancora più terribile, e se noi saliamo ancora più in alto, troviamo un’altra lotta che si svolge tra esseri giganteschi e tutto però si svolge intorno all’uomo. Se poi noi ascendiamo troviamo il Mondo Spirituale che non è un mondo facile, è un mondo del quale abbiamo, come dicevamo poc’anzi, tutte le descrizioni possibili; ma quelle descrizioni, cari amici, sono un materiale che bisogna veramente trasformare in conoscenza, non è un sapere, non è qualcosa per conferenze, per insegnamenti, è qualche cosa che deve diventare alimento di forze che si liberano secondo quella libertà di cui parlavamo prima. Allora noi siamo in relazione con forze spirituali, perché questa lotta sul piano fisico noi possiamo vincerla soltanto con le forze vittoriose sul piano spirituale, collegandoci con ciò che vince sui piani spirituali. Ci sono scatenamenti demoniaci oltre quelli di Arimane e Lucifero, ci sono legioni di esseri che obbediscono a questi, poi ci sono le correnti occulte arimaniche, le organizzazioni occulte luciferiche o arimanico-luciferiche. 

Ora, noi possiamo dire che ci sono veramente molti ostacoli… ecco l’importanza della via della conoscenza, del superamento di se stessi, la volontà di andare oltre se stessi.

Qui collego con un’altra immagine…

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L’ IO QUALE SOGGETTO PERCHÉ ESECUTORE DELLA VOLONTÀ DELL’ IO SONO NELL’ UOMO

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Noi qui ricordiamo che le forze che guidano l’uomo sono la Forza di Michele e il Cristo. Per esempio la Filosofia della Libertà è un’espressione di Michele, del pensiero di Michele. Tutta la Scienza dello Spirito è il messaggio di Michele, ma il messaggio di Michele è il messaggio del Cristo. Michele è il portatore della libertà, è Colui che può avere rapporto con l’uomo là dove l’uomo si libera. Uno di noi che invocasse Michele potrebbe fare… provare persino estasi micheliane ma il mite non lo sentirebbe per niente… ma se libera il pensiero e, contemplativamente riesce a muovere secondo l’immaginare micheliano, allora è in contatto con Michele, allora la forza di Michele penetra in lui. 

Che cosa significa questo? L’uomo è in relazione con le Gerarchie, l’uomo in quest’epoca comincia l’esperienza della libertà e qui dobbiamo fare una piccola parentesi: l’uomo è libero. Noi abbiamo parlato di una libertà che bisogna conquistare per avere… mediante il conoscere. Ma, come karma, come impulso cosmico, ogni essere oggi è libero. C’è un impulso di libertà in tutti perché è proprio l’epoca dell’anima cosciente, è l’Io che sta scendendo, soltanto che questo Io, non afferrato nella zona della sopra-coscienza o della coscienza più desta va a finire nella sfera degli istinti e allora abbiamo degli esseri ricchi di Io ma che sono degli esseri terribilmente istintivi e negatori dello Spirito, questo è il pericolo. Qui chiudiamo la parentesi.

Ora, ci sono le Gerarchie le quali voi sapete che sono in relazione con l’uomo, che sono in relazione per esempio con l’attività del sentire, con l’attività del volere, con l’attività del pensare. Più potenti gerarchie sono in relazione con i sistemi fisiologici dell’uomo, per esempio con il corpo fisico, con il sistema ghiandolare dell’uomo,con il sistema respiratorio, il sistema sanguigno… Si può dire che tutto ciò che in noi si muove sono correnti spirituali, quelle più importanti sono quelle che agiscono nell’anima. Ora le correnti delle Gerarchie operano come prima, come qualche secolo fa, come in antico… E’ solo Michele che ha il rapporto nuovo con l’uomo. Quindi, se l’uomo non trova il rapporto con l’anima cosciente, col portatore dell’anima cosciente che è Michele, le correnti delle Gerarchie agiscono in un modo antico, e tutto quanto quello che viene come forza devia e diventa ostacolo per l’uomo. Questo voi lo potete trarre dalle lettere ai membri, quello che viene chiamato “L’impulso di Michele”. 

Ora questo è importantissimo, perché se noi non seguiamo la via del pensiero liberato, anche quelle che sono forze spirituali pure, deviano. E quindi le forze delle Gerarchie vanno contro le forze di Michele in noi. Ecco il conflitto umano, ecco che, delle forze che in alto sono forze creatrici, in noi diventano forze distruttrici. C’è persino un capovolgimento, ossia delle forze di amore che diventano forze di odio e voi vedete che tutta la vita dell’uomo è tessuta di questi contrasti, di amore, odio, di continua perdita di quella che è la linea positiva dello Spirito. 

Un amore che non è capace di fedeltà, per esempio, un amore che non è capace di sacrificio e di continuità… ma è proprio alla mercè di queste correnti, di queste forze contrastanti, perché su quel piano, sul piano umano agiscono le Gerarchie inferiori, ossia gli Ostacolatori. Detto questo, però, dobbiamo dire che c’è una Forza in noi che giunge fino all’intimo della personalità; mentre per Michele noi dobbiamo arrivare veramente a liberare il pensiero altrimenti non abbiamo relazione con Lui, e allora tutto il rapporto con le Gerarchie è sbagliato, quindi voi pensate tutte le nevrosi… guardate, la nevrosi è una malattia generale dell’umanità, non c’è nessuno che si sottragga, ma proprio per questo contrasto tra forze regolari con forze altrettanto regolari che, se entrano in contrasto nell’uomo… 

C’è però una forza che unifica tutto e che non ha bisogno che noi ci eleviamo: ha bisogno che sprofondiamo in noi stessi, ma anche questo è un atto di coscienza… questa è la forza del Cristo. 

Questo noi l’abbiamo detto che c’è… Il pensare deve essere liberato dal soggettivismo per avere… per… perché sperimenti la propria corrente, la universalità fondata in se stessa. Nel rapporto col Cristo noi possiamo essere terribilmente personali, quanto più noi siamo personali tanto più questo rapporto di profondità c’è. E allora però noi scopriamo che, se non siamo dotati di pensiero liberato, capace di liberazione, questo contatto col Cristo lo possiamo avere soltanto sotto l’impulso di potenti dolori o di potenti amori, sotto l’impulso di una disperata ricerca di un principio. Ma questo può essere realizzato a fortiori, a maggior ragione, se c’è la liberazione del pensiero.

Allora non dobbiamo dimenticare questo, che, se per l’esperienza di Michele abbiamo bisogno veramente di elevare il pensiero con sfera delle proprie idee, per il contatto col Cristo noi dobbiamo operare con ciò che è più potentemente personale, di più intimo, di più segreto, di più privato, di più sincero, come confessione di se stessi, perché questa è la vera confessione: che uno incontri il Cristo in sé e gli apra la propria anima. E allora può ricevere le forze, ma vi posso assicurare che la venuta di queste forze non si può verificare senza che divenga un’istanza per la conoscenza di Michele.

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MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ASCESI DEL RISVEGLIO E L’OTTUPLICE SENTIERO DEL BUDDHA SHAKYAMUNI

buddha shakyamuni

Negli incontri che ritmicamente negli anni settanta del trascorso secolo avevo con Massimo Scaligero – incontri per i quali non ringrazierò mai abbastanza il Cielo e i Numi – talvolta egli affrontava il tema delle ascesi d’Oriente, ricreandone ogni volta con la sua magica parola la viva immagine e l’arcana atmosfera davanti agli occhi della mia anima. Di quelle antiche Vie, egli mi illustrava gli aspetti più luminosi, che avevano valore di perennità, separandoli da quegli aspetti traseunti, oggi non più attuali, dovuti all’inevitabile adattamento del linguaggio dello Spirito alle esigenze delle diverse civiltà e della varietà di tipi umani che in esse si manifestavano. Massimo Scaligero curava di mostrarmi altresì come quei luminosi contenuti di perennità (come amava definirli) potessero ancora parlare all’uomo più moderno, all’uomo attuale, quello più radicalmente immerso nell’esperienza immanente del mondo.

Una particolare importanza, egli dava alla Via del Buddha, che non si era esaurita nelle varie forme storiche ch’essa aveva assunto lungo un millennio in India, e neppure nelle successive manifestazioni estremo-orientali del Buddhismo, in Cina e in Giappone, e nemmeno in quelle tibetane, che maggiormente hanno risentito delle influenze indiane. Egli vedeva nell’operare del Buddha un impulso “cosmico” che, al di là delle forme “storiche” assunte in Oriente, poteva manifestarsi nell’Occidente moderno in forme inaspettate, difficilmente ravvisabili dagli stessi orientalisti e storici delle religioni, i quali difficilmente riescono a scorgere, a causa dell’ipnosi prodotta in loro dall’arido dato filologico e archeologico, l’imprevedibile elemento spirituale vivente, generatore di impensate forme novelle, che difficilmente può scorgere chi si nutra unicamente di sia pure eruditi studi accademici.

Più volte Massimo Scaligero mi dette concrete indicazioni operative, invitandomi espressamente a sperimentarle nella mia pratica ascetica, traendole da insegnamenti del Buddha, che mi mostrava in una luce per me davvero inaspettata. Traeva quelle preziose indicazioni sia dalle opere del Canone pâḷi del Buddhismo più antico, sia da quelle del più recente Buddhismo Mahâyâna. Di un autore, da me molto amato, come Nâgârjuna, arrivò a dirmi che: “egli era stato uno dei primi asceti, un autentico precursore, della Via del Pensiero, come la concepiamo noi”. Mi indicò pure un punto nel quale il Buddha Shakyamuni parla apertamente dell’esperienza del pensiero vivente.  Più di una volta mi espresse il pensiero che se, all’inizio del Novecento, invece che i teosofi, avesse avuto di fronte degli asceti formati nelle Vie dell’Oriente, Rudolf Steiner avrebbe donato contenuti di ben altra radicalità e dirompenza spirituale. 

Nella seconda metà degli anni settanta, Massimo Scaligero volle darmi un suo scritto, un estratto da un numero di East and West, la bella rivista del Is.M.E.O., ch’egli curava come redattore, recensore di testi di orientalistica, e direttore responsabile. L’articolo ivi pubblicato era in inglese, ma avendo smarrito il dattiloscritto originale in italiano, mi pregò – oltre che di studiarlo con attenzione e di meditarlo bene – di tradurlo in italiano: poi lui lo avrebbe rielaborato in una forma tale da poter essere messo a disposizione degli amici impegnati nella Via. A quell’epoca, purtroppo, le mie conoscenze della lingua d’Albione erano meno che modeste (e ben modeste le mie competenze linguistiche lo sono tuttora), per cui non riuscii ad adempiere onorevolmente, prima della sua scomparsa (avvenuta non molto tempo dopo), il compito affidatomi.

Ma non desistei. Ne feci, nel tempo, due successive traduzioni, che invero mi soddisfacevano molto poco. Vi sono ritornato sopra in questi giorni, mettendoci la massima buona volontà. Naturalmente, l’argomento, estremamente delicato, anche per chi ben lo comprenda, non è facile da tradurre. Ma l’impresa più difficile, in quest’opera di retroversione dall’inglese all’italiano, è rendere lo stile e l’efficacia della parola di Massimo Scaligero, parola che, nelle opere da lui pubblicate, manifesta tutta la magia mantrica del suono e l’aurea trama del suo luminoso tessuto ideale. Comunque vi ho messo tutto l’impegno possibile per non tradire il suo pensiero. Per cui sono da imputare solo a me tutti i difetti, che una inabile traduzione non mancherà di mostrare, per i quali chiedo in anticipo la benevola indulgenza del candido lettore.

Non farò l’esegesi delle parole di Massimo Scaligero, ché di ben altre forze e sapienza dovrei essere provvisto per un tale arduo compito. Tuttavia non rinuncio a indicare come il tema della “liberazione della memoria”, della indipendenza dai condizionamenti di una natura inferiore, sia stata trattata anche dal Dott. Giovanni Colazza, che di Massimo Scaligero fu amico e Maestro, nella conferenza da lui tenuta a Milano, l’8 dicembre 1940, recante il titolo “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”, trascritta dagli appunti dell’ottima Fanny Podreider. In quella conferenza, come del resto in questo scritto di Massimo Scaligero, viene indicata operativamente una ascesi di liberazione conoscitiva, basata sulla Filosofia della libertà di Rudolf Steiner, secondo la quale l’esperienza spirituale del momento originario del pensiero, dell’esperienza cosciente e vivente dell’idea è l’azione trasfiguratrice, anzi radicalmente trasmutatrice, dell’intera vita dell’anima. Per cui dall’esperienza del “pensiero puro”, del “pensiero vivente”, scaturiscono forze morali, e non viceversa. Come viene mostrato da Massimo Scaligero in questo scritto, che vede qui la luce, per la prima volta in lingua italiana.

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Massimo Scaligero, What the Eightfold Path may still mean to mankind, tratto da East and West, Year VII, N. 4 – January 1957, pp. 365- 372.

 CHE COSA L’OTTUPLICE SENTIERO PUO’ ANCORA SIGNIFICARE PER L’UMANITA’

Il ricordo dell’Ottuplice Sentiero nella nostra mente è collegato ad un gruppo di regole morali semplicissime, che nella nostra epoca, hanno un sapore leggermente antiquato, pur rappresentando esse, come viene riconosciuto, i contenuti fondamentali del Buddhismo. Potremmo sentire che, se paragonato, all’aristocratica esperienza delle Upanishad e alle altezze metafisiche raggiunte dai suoi ascetici autori, l’Ottuplice Sentiero, assieme alle Quattro Nobili Verità e alla Dodecupla Catena della Pratîtya Samutpâda, non sia altro che una versione pratica di verità sovrasensibili, talmente allontanatasi da quelle altezze da dimenticare il nucleo essenziale dell’uomo, l’Ātman-Purusha.

Ci dovrebbe essere consentito pensare che taluni mutamenti i quali, nello scenario spirituale dell’umanità,  si presentano col succedere di ogni epoca di evoluzione alla precedente, debbano avere a che fare con le modificazioni interiori dell’uomo stesso. Riforme religiose  e lotte filosofiche dovrebbero forse essere fatte risalire alle forme mutanti dell’esperienza umana, all’emergere di una nuova relazione organica con la sfera sovrasensibile. Questo può spiegare perché nell’ambito di un dato sistema, pensatori tradizionali si trovino a fianco dei rappresentanti di nuove prospettive e dei precorritori di future concezioni. Per la mancanza di coscienza della novità di talune esperienze, quest’ultimi aderiscono alle antiche espressioni; ciò porta a fraintendimenti e a conflitti. La grande polemica tra Realisti e Nominalisti all’interno della corrente ascetica aristotelica nel Medioevo non potrebbe essere spiegata altrimenti. I due gruppi avevano una diversa esperienza degli Universali e chiamavano con lo stesso nome l’oggetto della loro contrastante esperienza interiore.

In maniera simile potrebbe spiegarsi la divergenza tra il Nyâya-Vaiśeṣika e le dottrine buddhiste.

Chiunque guardi imparzialmente alla vita umana nel corso dei secoli, alla storia dello spirito umano, dovrebbe essere capace di rilevare, là dove ve ne siano, i cambiamenti ch’essa presenta. L’umanità è rimasta sempre la stessa? Come può avvenire allora ch’essa afferri e riconosca se stessa persino sotto condizioni che sono sprofondate e sepolte nella coscienza? Il mondo antico non è certo la proiezione dell’intelletto attuale, che tenta di ricostruire qualcosa di diverso da sé, un qualcosa che mai esistette. Esso si rivela, invece, nella forza del suo proprio essere in quanto obbiettiva realtà alla quale il mondo moderno deve anelare per arrivare ad una comprensione.

Quanto all’Ottuplice Sentiero dovremo vedere se esso sia una formula meramente morale, che dia per scontata una serie di “beatitudini”, che non possono essere postulate, ma che dovrebbero piuttosto essere prima conquistate, o non sia piuttosto la formulazione morale di un’esperienza metafisica, che già contenga in sé, in uno stato di estrema purezza, la sapienza ultima delle Upanishad, circa il tradurla in un metodo di vita, in uno stile umano, e che indaghi ulteriormente in profondità. Una interpretazione strettamente morale potrebbe dunque essere il risultato della comprensione del mero suono esteriore delle parole, e non dei contenuti cui esse semplicemente alludono.

Guardiamo più da vicino alla “retta visione, al retto pensiero, alla retta parola, alla retta azione, al retto metodo di vita, al retto sforzo, alla retta esperienza, alla retta meditazione”, ossia alla formulazione verbale dell’Ottuplice Sentiero. Gli otto punti sono ovviamente attitudini ed esercizi che non possono essere separati l’uno dall’altro. Il segreto del loro reale significato sta nella loro struttura, nel loro accordo, nei sottili legami tra essi. 

Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. Studiosi come Eliade, Kerenyi, Dumézil hanno dato un’immagine viva della differenza tra l’esperienza antica e quella moderna della natura e del mondo. I veri organi di conoscenza erano altri. L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione.

Solo dopo la nascita del pensiero riflesso, dialettico e filosofico, l’essere e il pensare si scissero in due funzioni distinte. La vita e le idee vennero tenute separate, finirono in posizioni contrastanti, e sorse il problema della loro relazione, che da allora è stato il secolare problema della filosofia, sino alle sue ultime manifestazioni. L’esistenzialismo solleva nuovamente il problema non con l’intenzione di risolverlo, bensì con quella di soffiare nuovamente sulla mala fiamma della dualità mediante una dialettica trincerata, esasperata.

La disputa, lungamente condotta, sembrò  trovare la sua soluzione in un momento dell’evoluzione del pensiero occidentale, allorché Cartesio pronunciò il suo cogito, ergo sum. Ciò portò a ulteriori discussioni, ma non cambiò nulla, in quanto quel “cogitare” e quel “esse” erano in se stessi espressione della frattura tra “speculare” e “vivere”, ch’egli intendeva risanare. Se un discepolo del Buddha avesse potuto parlare a Cartesio, avrebbe potuto dirgli: “Tu non puoi essere nel tuo pensare, perché  il tuo pensiero non è, poiché esso è un mero riflesso. Perciò, quando pensi, tu non sei, proprio come l’immagine riflessa da uno specchio non è, anche se essa appartiene ad un oggetto reale”. Cogito qui significa “non entia coagito, ergo non sum”. (Michelstaedter).

È una questione vitale, scottante, che sta alla base dei più tormentosi problemi attuali, in quanto noi vediamo ancora l’essere fuori del pensare, cosicché si cade inevitabilmente o in un realismo materialista, o in un realismo metafisico, i quali riconfermano ambedue la dualità, l’astrattezza,  e il limite.

L’Idealismo, e i suoi sviluppi sino a Giovanni Gentile, sembrarono avere bandito l’ “essere” come oggetto di ogni discussione razionale. Esso potrebbe al massimo essere oggetto per il meditare, o la molla per un nuovo tipo di azione, basata sulla forza di alcune intuizioni razionali già acquisite. Ma l’esistenzialismo lo risollevò nuovamente come problema centrale del suo orientamento, e Martin Heidegger poté riscoprirlo e riportarlo alla luce, come se nessuno lo avesse prospettato e dialetticamente risolto prima. La ragione per cui questo problema viene sempre riproposto di nuovo e non viene trovato alcun indizio alla sua soluzione, deve essere scorto nello stato attuale del pensiero umano: pensiero disanimato, privo della dimensione della profondità, anche se può brillantemente dissertare sulla profondità.

Indubbiamente Hegel toccò il soggetto, sebbene non lo portasse alle sue estreme conseguenze. “L’essere”, dice egli nella Scienza della logica, “è una pura intuizione, e tale è anche il nulla in quanto semplicemente identico all’essere”. Ovviamente, pura intuizione qui è intesa a significare un pensiero che si esaurisce completamente nel suo oggetto ideale. Ma questa è precisamente la ragione per la quale esso non si esaurisce, bensì riemerge oltre la contraddizione e nel suo ri-emergere, anche se in un lampo che è breve se misurato in tempo umano, è uno con l’eternità. L’ulteriore manifestazione nella quale l’essere è pensiero che percepisce l’essere, non può essere considerato implicito nella dialettica di Hegel, né nell’autocoscienza di Fichte, né nell’identità di Schelling. Tuttavia, l’intera filosofia dell’idealismo è un anelito sublime verso una sintesi di essere e di pensare, tuttavia soltanto un anelito, senza il costante perseguire il fine della sua realizzazione.

Quella realizzazione, ovviamente, non può essere il frutto di un’ulteriore speculazione. Il sentiero delle ragioni e delle argomentazioni dilegua nell’indefinito della razionalità, mentre tutto annuncia che lo Spirito deve divenire esperienza o vanificare nel regno degli fantasmi. L’idealismo o la filosofia, che è la stessa cosa, in quanto non c’è filosofia che nella sua essenza non sia idealismo, dovrebbe esser capace di concordare postulato che il pensiero non sia una funzione meramente soggettiva, in quanto nel suo esser prima di venire assunto dal soggetto, l’uomo, esso è una forza universale, cosmica, sovraindividuale, una realtà spirituale, essere; essere nel quale l’uomo può essere, senza il quale egli non può essere; e in effetti egli non è, poiché il pensiero è pensiero riflesso, poiché egli è sempre proteso verso fondamenti esteriori, miti, esseri o rivelazioni, senza realizzare che quelli, nella misura in cui sono oggetti del suo pensiero, sono pensiero essi stessi. Pensando, io non sono al di fuori della realtà, in quanto i pensieri appartengono alle cose, anche se essi sorgono dentro di me: l’anima delle cose trova la sua espressione in me attraverso il mio pensiero, certamente non attraverso il pensiero riflesso, bensì attraverso il retto pensiero, che può essere identificato con quello che Shri Aurobindo chiama “Pensiero Paracleto”. Affinché l’anima delle cose possa rivelarsi in me come pensiero, quel pensiero non devo sfuggirlo, bensì devo soffermarmi in esso. Devo fermare il flusso concretamente reale del pensiero, accoglierlo in me come forza, vivere con esso. Questo è ciò che significano concentrazione e meditazione. Saltare da un pensiero all’altro, in un permanente divagare, in una continua incapacità di controllare e contemplare, cosicché solo la superficie delle idee ci attraversi sorvolando come astrazione o l’ombra dello spirito: questo è il pensare volatile, riflesso, divagante, infecondo, irreale, al quale devo necessariamente opporre un essere un “Dasein”, un esistere, una materia, una realtà, che mai estinguerà la mia sete, in quanto non possedendo il tipo di pensiero che loro appartiene, sono per questo tagliato fuori dalle cose, dall’esistere, dalla vita.

* * *

È ovvio che, se quel tipo di pensiero impotente usualmente rivolto ad una vita irreale, si volge ora a considerare l’Ottuplice Sentiero, non può vedere in esso altro che una serie di regole, apprezzabili unicamente dal punto di vista morale, cosa che oggi lascia più che altro freddi. Il pensare non è l’essere, l’essere non è il pensare. Perciò il pensiero, per es. quello della retta azione, può dar via soltanto ad astrazioni circa il giusto modo di fare le cose. Tuttavia se ammettessimo che un discepolo del Buddha potesse mettersi in quella condizione nella quale il pensare era una forza vivente, diverrebbe allora comprensibile come per lui il meditare sulla retta azione significasse cogliere al tempo stesso il principio dinamico necessario a compiere quel tipo d’azione.

Chiunque studi testi come l’Anguttara, il Majjhima Nikâya e l’Abhidharmakośa troverà ovvia questa identità tra l’essere e il pensare. Attraverso di essa, l’asceta poteva avvertire nel suo pensare la corrente della vita, e con ogni pensiero egli accoglieva  un elemento di potenza della volontà. Vasubandhu, per esempio, afferma che l’atto del pensare (vitarka) è l’espressione dell’organo del pensiero. Egli traccia, inoltre, una distinzione tra il pensiero sottile e quello ordinario. Quello è una sorta di pensiero spirituale. Tale distinzione è ancor oggi necessaria per indicare fino a che punto i contenuti sperimentati in una regola ascetica possano accordarsi al livello di coloro che si conformano ad essa.

Se accettiamo la validità di questa osservazione nei confronti di qualsiasi dottrina spirituale, essa può condurci a distinguere chiaramente il valore di un principio morale basato sulla sua realizzazione e sulla sua pratica concreta da qualsiasi altro, prodotto dalla umana capacità di astrazione. Quanto all’Ottuplice Sentiero, non ci deve trarre in inganno la sua semplicità. Nel caso esso venisse esposto da qualcuno che lo avesse realizzato in se stesso, dovrebbe essere valutato secondo il metro dato sopra, ovverossia in quanto espressione di un mondo spirituale, piuttosto che di logica umana. Il retroscena interiore delle otto attitudini dovrebbe essere sperimentato mediante meditazione, onde possa scaturire il senso del loro accordo. Quel accordo, una volta conquistato mediante intuizione, se afferrato e richiamato spesso alla mente nella sua luminosità fulgurea, può improvvisamente fluire nell’anima del ricercatore come forza di determinazione interiore: proprio il tipo di determinazione interiore necessaria a seguire regolarmente ognuno degli otto sentieri.

L’Ottuplice sentiero non scaturisce dalla moralità, bensì forze morali scaturiscono da esso. Grazie al Sentiero l’uomo non è legato ad una regola, bensì deve egli stesso creare la regola in ogni singolo caso. Dunque è soltanto un metodo verso la conseguimento della Sapienza. In questo senso sono da ricordarsi le parole di Aśvaghoṣa: “La Sapienza ha la facoltà di penetrare i dharmâ così come essi sono, e la funzione di disperdere la tenebra dell’illusione che avvolge i dharmâ e cela la loro essenza”. Chiaramente questo riconoscimento dei dharmâ porta alla conoscenza della legge del karma, così come indicheranno in seguito gli Yogacârin trattando dell’âlayavijñâna. D’altronde, le antiche dottrine buddhiste parlano dei “tre segreti”, del pensiero della parola e dell’azione, e li concepiscono come limite alla trama e al tessuto invisibile del karma. Ogni “fatto” o karma viene visto come un “atto” spirituale. Nei “fatti” il karma si mostra e al contempo si cela. Un essere umano, impigliato nella rete della mâyâ, scambia i “fatti” per la verità evidente e perde la possibilità di osservarli dall’altezza di un “atto” interiore. Ma grazie ad un “occhio interiore” dischiuso, l’iniziato può osservarle come lettere di un alfabeto sovrasensibile attraverso il quale il karma trova la sua espressione, rivelando il segreto della sua precedente incarnazione e il suo sentiero futuro. La via che porta alla liberazione può essere vista solo con occhi chiarificati, ὅσον τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι. [hòson t’epì thymòs ikànoi, “sin dove l’animo giunge”] (Parmenide, I).

Appare, dunque, come unicamente una serie di “atti” interiori possa smascherare la catena dei “fatti”, della quale l’esistenza samsarica è intessuta, quest’ultima essendo la catena senza fine di fronte alla quale ogni individuo si ritrova con la stessa avversione e con gli stessi problemi, con tutte le situazioni ricorrenti di sofferenza e di impotenza. L’uomo necessita della pratica paziente, persistente, di atti interiori mediante i quali egli può lottare libero da avijjâ, da memoria samsarica, da tutto ciò che lo vincola al suo apparente strumento corporeo (skandha, vâsanâ, saṃskârâ), e rivivere in se stesso la propria memoria spirituale (l’ἀνάμνησις [anàmnesis] di Platone), cioè il ricordo della sua natura primordiale, conducendo alla liberazione. Questo è il senso dell’Ottuplice Sentiero: che abitudini mentali, complessi, routine, costituiscono una “memoria” che lega l’essere umano ad una natura inferiore, che non è il suo destino, con la quale egli si identifica ciecamente. Persistere per mesi, per anni, in una serie di atti mentali, voluti indipendentemente dalla propria natura, può spezzare la catena di abitudini e rendere il discepolo capace di estirpare la falsa memoria, rivivendo in suo luogo la reale memoria dell’uomo. Così l’Ottuplice Sentiero implica la creazione di nuove “abitudini”, che portano a rivivere lo “stato primordiale” dell’uomo.

Il termine “memoria” non è stato scelto a caso. Da una parte, esso riflette l’idea che un gruppo di abitudini inconsce, che tendono a ripetersi ciecamente – i vâsanâ e i saṃskârâ della dottrina buddhista – dall’altra, esso è spesso usato dalla moderna psicologia nello stesso senso riguardo all’azione di “riflessi condizionati” e alla vita dell’“inconscio”. Delay la chiama “memoria inferiore”, il che equivale affermare la mancanza di una “memoria superiore”, la quale caratterizza, invece, il vero essere umano.

A questo punto, l’uomo moderno può trovare una via per comprendere e, nel caso, praticare l’Ottuplice Sentiero, per quel che di verità vivente esso ancor oggi contiene. Esso conduce ad un risveglio della memoria spirituale, che già è sveglia nella sfera sovrasensibile di ogni essere e dorme nell’incoscienza, sopraffatta da una falsa memoria che impone, da una zona più profonda, tutte le “associazioni” e persino pensieri. Quella dimensione interiore, che manca alla moderna psicologia, l’uomo potrebbe trovarla nell’Ottuplice Sentiero, così come egli potrebbe rivivere nel suo pensiero la relazione reciproca, che le otto attitudini hanno tra di loro, sino a che essa non scaturisca improvvisamente nell’anima come una forza alla quale egli potrebbe attingere per praticarle una per una.

Per raggiungere ciò, l’occidentale dovrebbe, come ho detto sopra, meditare sulle singole otto attitudini, così da averle continuamente presenti nella sua coscienza, sino a che esse possano, ad un determinato momento, muoversi e combinarsi da sé nella sua anima, disvelandogli così la loro reciproca relazione interiore, la loro natura univoca, come fossero raggi irradianti da un unico centro. Naturalmente, un tale esercizio è inteso a superare la scissione tra “essere” e “pensare”, cui ho accennato più sopra, e che non era un problema per i discepoli del passato. Il nostro pensiero disanimato attingerebbe ad una nuova sorgente di vita mediante la meditazione. Così la corrente della  volontà fluisce nel pensare e lo solleva al di sopra dei consueti processi cerebrali. Così vengono poste le condizioni per le rette attitudini.

Per esempio, se l’uomo moderno volesse seguire il sentiero del “retto giudizio” e tentare di rettificare ogni suo giudizio, attraverso lo sforzarsi a quel pensare cosciente cui ho alluso, noterebbe che il giudizio può essere all’altezza della verità del suo oggetto, unicamente allorché può affermare l’elemento eterno che l’oggetto contiene. Un tale giudizio non potrebbe più condannare alcunché, in quanto inevitabilmente sposerebbe l’essenza di bontà e di bellezza presente comunque in ogni cosa oltre la sua apparenza.

Il sentiero del retto giudizio implica, dunque, un’atteggiamento di positività nei confronti di tutti gli esseri e di tutte le cose.  Una tale modo di pensare dovrebbe essere nutrito attraverso una costante percezione del lato buono e luminoso dei fatti, delle cose e delle persone, in particolar modo quando ciò è arduo a trovarsi. Non intendo dire che l’occasionale lato oscuro di una cosa dovrebbe essere trascurato, ma che la critica “spontanea” dovrebbe essere smorzata e l’attenzione deliberatamente diretta  verso gli aspetti positivi. Questa volontà rafforza la nostra facoltà di guardare al lato favorevole, costruttivo, che non può mancare e non deve essere creato dalla nostra immaginazione, bensì osservato e afferrato nella sua concretezza, oltre il lato negativo che generalmente ci colpisce per primo. Questo sarà il principio di un comportamento in armonia con lo spirito, attraverso il quale non possiamo accostare alcunché in maniera svalutativa, in quanto ogni complessità [poliedricità] può essere ricondotta ad un tutto armonioso.  Lamentarsi del lato negativo delle cose è tipico del punto di vista umano e deriva dal nostro atteggiamento generale verso l’esperienza. È una inconscia ed egoistica severità con il mondo, dominata da idee preconcette che nascono dalle esperienze passate. Colui che possa liberarsi di quelle idee, sarà capace di formarsi ed avere un giudizio autonomo, i.e. un retto giudizio: egli non giudicherà secondo la nostra consueta deviazione, che ci esclude da un contatto diretto con la realtà.

Gli stimoli del nostro temperamento, della nostra educazione, le relazioni stabilite nella nostra gioventù e la prospettiva delle cose formatasi a quell’epoca, disgraziatamente ci portano a  a guardare le cose e le persone secondo modelli fissi e ci predispongono a giudizî, che dovrebbero sempre essere rivisti alla luce di una sempre rinnovata ragione. Essi sono così profondamente radicati da attendersi da noi soltanto una sorta di reazioni obbligate, il cui automatismo ha acquisito la forza dell’impersonalità. Attraverso la pratica del retto pensare ci liberiamo di essi e guardiamo alle cose in un modo nuovo, tale da arrivare alla loro intima realtà.

A questo punto può dischiudersi l’ “occhio spirituale” e può essere raggiunta la visione diretta attraverso la quale può delinearsi il segreto del karma degli esseri che contempliamo. Ciò è inevitabile in quanto l’attitudine al giudizio spassionato e all’immergersi nella realtà interiore delle cose oltre il loro apparire ci rende capaci di cogliere la relazione sottile tra la loro essenza e la loro esistenza. Il giudizio positivo getta luce su tutto ciò che un essere umano alberga di bene, e ci conduce a vedere il dharma, che opera nei “livelli inferiori”, saṃskṛta, cioè le forze che trattengono quell’elemento positivo dal venire alla superficie. Ci porta a vedere i retroscena che impediscono ad un uomo di muovere lungo la propriaa direzione creativa, secondo il suo dharma superiore (asaṃskṛta, nirvanico). Così noi progrediamo verso la comprensione degli altri e arriviamo ad una più profonda e più costruttiva pratica della verità, e a rendere concreta la pratica dell’amore verso il prossimo (maitrî).

Il sentiero della “retta visione” è simile. Esso porta ad una disciplina delle nostre rappresentazioni, affinché esse possano riprodurre fedelmente la realtà degli esseri e delle cose. Ciò implica soprattutto di non accettare niente in quanto precedentemente giudicato e sistemato, e di rivedere tutte le nostre rappresentazioni e prospettive attraverso il ritornare in contatto con gli oggetti. Se qualcuno, per es. ascolta un giudizio che ha già sentito altrove, dovrebbe osservarlo come se ora lo udisse per la prima volta, e meravigliarsi se questa volta non gli rivelasse qualcosa di nuovo o non gli apparisse in una nuova luce. Questa pratica dimostrerà se alcunché di nuovo è nato in noi stessi, se possiamo capire meglio e più profondamente che non nel passato.

Seguire questo sentiero significa raggiungere una “purificazione” della memoria, in quanto tratterremo ciò che è vero e vivo,  e ci libereremo di quella memoria ingannevole, che è la stratificazione delle nostre reazioni soggettive. Se a qualcosa ci sta dinanzi in un dato momento, e noi vi opponiamo una nozione già acquisita, ci riferiamo automaticamente ad un contenuto della nostra memoria, rinunciando all’esperienza viva. Se, quando ci viene detto qualcosa di nuovo, attingiamo al deposito di idee che abbiamo raccolto in circostanze simili in passato, ci tagliamo fuori da ogni giudizio realmente attivo. Se, invece, decidiamo di riesaminare l’evento in maniera nuova, il giudizio presente, maggiormente obbiettivo, si paleserà di fronte alla percezione. Questo è il metodo per controllare l’ “area”, dalla quale emergono i contenuti della memoria che usualmente affiorano a rafforzare i nostri giudizi stereotipi. Detergere quest’area dalla quale il passato impone le sue esigenze al presente, significa in certo qual modo liberarsi del determinismo del tempo: “il tempo diventa spazio”, ovverossia vediamo il tempo come se fosse disteso nello spazio e a nostra portata nel presente. Il ricordo cessa di essere una morta eco de passato e lascia cadere ogni configurazione che nel passato possa averlo incrostato. Ciò è d’importanza vitale, in quanto noi possiamo rimuovere dalla nostra coscienza un veleno pericoloso, la catena delle menzogne che tratteniamo come memorie. Ma la memoria spirituale, libera dai ricordi ingannevoli, è la forza stessa mediante la quale l’anima realizza il tempo come spazio in se stessa e muove in esso a volontà come in un continuo presente.

Le altre sei attitudini vengono illuminate dal retto giudizio e dalla retta visione. Grazie a quelle, gli ideali della vita vengono riconosciuti per quello che realmente sono, in quanto essi non possono più coincidere con ciò che è impermanente o non affondi le sue radici nell’eternità, e l’anelito umano trova infine il suo scopo. La retta aspirazione diviene una forza che libera l’uomo da ogni miraggio ingannevole, e dai suoi miti inferiori sui quali vengono disperse tante energie umane.

Da ciò nasce l’impulso a non agire più secondo propensione individuale, ma unicamente accogliendo l’interiore richiesta degli esseri e delle cose, il che significa “volere” allo stato puro, vale a dire non aver bisogno di agire sotto lo stimolo del proprio vantaggio o delle proprie preferenze, ma unicamente per amore dell’oggetto. L’oggetto a sua volta, come ho detto sopra,  può essere compreso nella sua realtà grazie al retto giudizio e alla retta visione. La volontà, allorché liberata dai motivi egoico-sentimentali, che sono i suoi stimoli abituali, diviene forte in se stessa e si collega con la sorgente impersonale del suo potere. Il volere umano, si dovrebbe dire, a questo punto quasi coincide col volere degli Dèi.

Il retto volere si realizza nella retta azione, per così dire, in una ora rigorosamente ricorrente corrispondenza tra “potenza” e “atto”. Diviene al contempo chiaro che viene richiesta una maniera interiore d’agire, che è infine retta meditazione, espressa nel mondo visibile nella retta azione. L’azione, in realtà, è di una sola specie: atto dello spirito che a volte porta come veste la contemplazione – o retta meditazione – e a volte l’azione. La sintesi di tutto è nella retta maniera di vivere, che conduce ad un ininterrotto accordo tra retta meditazione – nella quale confluiscono retto pensare, retta visione e retto volere –  e retta azione.

Ma la catena di queste sette movenze dell’anima può penetrare nelle profondità dell’essere solo mediante il retto sforzo, cioè attraverso una resistenza paziente portata avanti per mesi ed anni, con impeto imperterrito, e attraverso risoluta devozione, sino a che infine essa non operi come la natura stessa.

A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso. In questo senso, il suo conseguimento, come afferma il Buddha a proposito della verità nel Saṃyutta Nikâya, è oltre “ciò che è” e “ciò che non è”, oltre la dualità, cioè oltre quello “stato umano” mediante il quale, secondo Eraclito  “ ἄνθρωπος ἐν εὐφρόνῃ φάος ἅπτεται ἑαυτῷ” [ànthropos en euphròne phàos àptetai heautô, “l’uomo nella notte accende a sé una luce”, in Clemente Alessandrino, Stromata, IV,141, 2].

Alcuni secoli più tardi, Nâgârjuna parlò del Madhyamika, come di un sentiero ugualmente distante dall’essere e dal non-essere, che illustra con precisione intuitiva l’ “area spirituale” dell’esperienza interiore, che può liberare veramente l’uomo dai vâsanâ, dall’antica natura, dal saṃsâra, così come da ogni forma di conoscenza, o anche di saggezza ad essi legata.

Nei confronti dell’uomo, l’Ottuplice Sentiero può essere tradotto in una psicologia aristocratica – o piuttosto che in una psicologia – in una vera scienza dell’anima. Ognuno degli otto sentieri porta alla liberazione di un aspetto della memoria, vale a dire, di ciò che, in quanto “passato”, è presente nell’uomo ed esige dispoticamente da lui determinate abitudini ed una particolare visione del mondo. Allorché è libero dalla falsa “memoria”, l’uomo può guardare indietro alla sua vita e risalire obbiettivamente la catena dei suoi ricordi. Può così volgere all’inizio della sua attuale vita terrena, là dove egli non si troverà di fronte al nulla, bensì ad un Essere reale che viveva in lui prima della sua nascita. Lucidamente, egli può raggiungere la soglia di un’esperienza dell’Io Superiore, di un Essere che gli sta di fronte in maniera reale, indipendente da nascita e morte. Proprio questa esperienza può conferire un senso alla sua vita e rivelargli che l’Ottuplice Sentiero ancora non è stato conosciuto dall’uomo, in quanto esso deve ancora essere percorso.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

MINIGONNA, SIMBOLO DEL TEMPO (Uno scritto di Massimo Scaligero)

Riceviamo da un utente di Eco, discepolo di Scaligero. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.

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Mary Quant 1965

MINIGONNA, SIMBOLO DEL TEMPO

Non avremmo toccato quest’argomento, di cui ci siamo altra volta occupati, se non avessimo ritenuto doveroso informare i nostri lettori riguardo al giudizio espresso in proposito da uno dei più eminenti saggi dell’India contemporanea: Swami Sabradnanda Sarasvati, da noi incontrato in questi giorni presso comuni amici studiosi di dottrine orientali.

Secondo Sabradnanda, la minigonna può essere veduta come simbolo di una rinuncia della donna contemporanea alla propria missione spirituale presso l’uomo, per il fatto che ella tende a valere al suo sguardo soprattutto mediante l’imposizione dei propri attributi fisici, che aggressivamente sollecitano l’immaginazione di lui verso la nudità non casta ma erotica.

Questa captazione dell’immaginazione toglie di mezzo l’anima, ossia l’elemento vivente del rapporto della coppia umana: lo strumento mirabile mediante il quale la donna può essere la compagna interiore dell’uomo, portatrice sicura della fedeltà e della perennità.
L’anima viene brutalmente eliminata dal momento che l’elemento determinante della relazione diviene l’apparire corporeo, provvisto della sua mitologia e della sua poeticità; persino della sua musica e del suo canto.
Tra uomo e donna invero, l’elemento vivente del rapporto è l’anima, non il corpo: è l’anima che rende magica, vasta, poetica la relazione tra i due.
Per quanto questa magia sembri sopravvivere nelle attuali coppie, essa è fatua, provvisoria: non può raggiungere reali altezze o profondità, perché l’elemento erotico afferra tutta l’immaginazione, distruggendo le sue forze più nobili e più delicate: quelle capaci di creare, di dare significato superiore alla vicenda amorosa, di edificare il mito che solleva il sensibile al sovrasensibile.

La realtà è che l’uomo non possiede più occhio spirituale, non può contemplare il corpo della donna senza subire la Maya, o l’illusione del suo apparire.
Solo un occhio spirituale o casto può comprendere la nudità femminile, ma in quanto vede oltre essa qualcosa come una grazia formatrice che si esprime nel corpo ma non è corporea.
Poiché l’uomo non sa vedere tale grazia formatrice, non può guardare la nudità femminile senza essere obbligato ad un’automatica impressione od eccitazione, che non riguarda la realtà interiore della donna e neppure la sua corporeità.

A proposito di una simile eccitazione, Swami Sabradnanda ha espressioni severe, in quanto essendo divenuta un fatto generale umano, un fenomeno coltivato persino mediante la letteratura ed il cinema, essa distrugge quella parte delicata del sistema nervoso  umano il cui compito è cooperare alla pura attività intuitiva, che per esplicarsi necessita di una particolare indipendenza dai processi fisiologici cerebrali.

La distruzione della più delicata facoltà intuitiva ad opera dell’eccitazione erotica divenuta normale, significa cessazione dell’intuizione scientifica, paralisi della conoscenza, ossia venir meno della possibilità che la scienza governi il processo tecnologico o ne abbia la giusta interpretazione.

Oggi molti confondono progresso tecnologico con progresso scientifico: in realtà la vera scienza, tessuta d’intuizione e pura meditazione, ha cessato di esistere: al suo posto avanza trionfante la tecnologia, che è semplicemente automatismo tecnico, assai pericoloso se non viene guidato da un pensiero indipendente. Ma questo pensiero non c’è più, perché la sua linfa vitale viene ogni giorno divorata dall’impressione sensoria erotica, ossia da un percepire sensorio falsato in partenza.

“Gli uomini di questo tempo – ammonisce Sabradnanda – non suppongono che il processo più distruttivo introdottosi nella cultura ed anzitutto nella costituzione umana, con un’invadenza che viene persino accettata se non addirittura codificata dalle religioni, è appunto l’erotismo senza argine, l’erotismo divenuto etichetta, pubblicità, eccitazione legittima,costume quotidiano, che non ha nulla a che vedere con la reale vita del sesso”.

L’eccitazione erotica regolamentare è distruttiva non solo per le capacità intuitive scientifiche, ma anche per la morale individuale, in quanto la moralità è essenzialmente un fatto intuitivo.
Non v’è scuola di saggezza che non insegni come la moralità sia anzitutto intuizione: dove non lo è diviene fredda regola, ossia finzione.

Questa finzione oggi è sublimemente vissuta dalla donna “perbene” che infine può concedersi a tutti visivamente perché una moda glielo permette. L’esibizionismo regolarizzato dal costume può estrinsecarsi senza limite ma soprattutto senza relazione alcuna con l’erotismo in sé, in quanto la donna costretta ad essere esibizionista e di ciò segretamente soddisfatta, non vive nell’eccitazione che suscita nell’altro sesso ma mediante questa.
Essa vive la propria eccitazione, mediante quella che automaticamente scatta nell’altro attraverso l’impressione visiva indotta.
Ella sente il regolamentare cedimento dell’altro su di un piano al cui livello ormai costringe la relazione, quale che sia la sua eventuale sublimazione: in verità non vi può essere più poesia che abbia il potere di svincolare i due da un simile livello di reciproco condizionamento.

La disgregazione della famiglia – afferma il Sabradnanda – diviene una conseguenza inevitabile, dal momento che la donna ha cessato d’essere la compagna spirituale dell’uomo. Fanno ridere le polemiche contro il divorzio, quando l’unità interiore del nucleo familiare è sostanzialmente in frantumi grazie a motivi che, tralaltro, gli antidivorzisti accettano placidamente.

La donna ha perduto la sua vera forza, quella d’essere ispiratrice ed elevatrice dell’anima dell’uomo. In compenso ne ha acquisita una altrettanto potente: quella di sedurre, per via di sociale regolarità: non più mediante il reale sesso ma mediante l’astratta prammatica eccitazione.

Ma questa forza altrettanto potente, che sostituisce quella spirituale, finirà col ritorcersi contro di lei, perché la distruggerà anche come essere fisico.
Vale la pena di mettere in relazione il continuo scambio erotico quotidiano, mediato dalla minigonna, con l’aumento delle nevrosi di questo periodo.
Non è tanto temibile la follia scatenata, quanto quella regolare, che delle sue espressioni abnormi riesce a fare un cliché di vita, qualcosa di socialmente normale.

E’ questa la sintesi severa di un pensiero che sembra avere più di una giustificazione per assumere la minigonna come simbolo della de-realizzazione interiore della donna e della perdita del livello morale di quest’epoca.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

FREUD (Uno scritto di Massimo Scaligero)

Riceviamo da un utente di Eco, discepolo di Scaligero. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.

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 S. Freud

FREUD

Sigmund Freud è stato, ai primi di questo secolo, l’iniziatore del periodo della psicologia fondato su una visione realistica dell’ “inconscio”: di questo tuttavia già da qualche decennio esisteva il problema con le relative indagini: basti ricordare gli studi del Binet e di Morton Prince sul sonnambulismo e lo sdoppiamento della personalità, le esperienze del Bernheim sulla suggestione post-ipnotica, nonché le teorie di Pierre Janet circa l’inconscio e la dissociazione.

L’inconscio, ossia quella zona della vita interiore dell’individuo che sfugge alla coscienza ordinaria e al tempo stesso in qualche modo la condiziona, era già stato intravisto dagli studiosi di quel tempo: solo mancava loro l’audacia di fare di esso una base definitiva, universale, per la spiegazione di tutti i fatti psichici. Pensò Sigmund Freud a questo, portando innanzi l’esplorazione della zona del “profondo” e identificando nell’inconscio, non più semplicemente la “sede psichica” degli automatismi e della carenza di attività sintetica, bensì anche la sorgente delle forze istintive, dotata di capacità di manovra di tutta la vita cosciente.

La psicanalisi nacque prima come metodo di cura per affezioni isteriche semplici. Freud riteneva che il sintomo psico-nevrotico stesse a rappresentare la sostituzione di un atto mentale, legato a particolari esperienze infantili e omesso dalla coscienza. Ogni forte impressione ricevuta, non accolta dalla vita cosciente e perciò dimenticata – secondo la tesi freudiana – non sparisce, ma va a rifugiarsi nella zona dell’inconscio, alimentandone la sostanza, e da lì urge sulla vita fisico-psichica affiorando poi come fenomeno nevrotico. Di qui la necessità della “rimozione”, consistente nel richiamare alla memoria del paziente l’esperienza o l’impressione sofferta, per liberarlo di essa: il che venne più tardi sperimentato con il cosiddetto metodo della associazioni libere, ossia col suscitare nel soggetto l’attività dell’ “inconscio”, in modo da farlo giungere alla confessione, ossia alla obiettivazione dell’impedimento covato.

Procedendo in questa direzione, Freud si trovò a un dato momento dinanzi a una nuova visione della vita istintiva, che doveva rivoluzionare il campo di quegli studi: egli ravvisò alla base dell’inconscio l’azione della libido, ossia l’attrazione sessuale: da qui a spiegare tutti i fenomeni della vita psichica, compresi quelli più elevati dell’attività estetica ed ideativa, come risultato o di repressioni o di sublimazioni delle esigenze istintive, il passo fu breve. Ne derivò una tecnica che mediante il metodo associativo tendeva ad obiettivare i contenuti latenti della libido, mentre si formava in base a ciò una interpretazione di tutte le attività interiori dell’uomo: non lo spirito, ma l’inconscio, non gli ideali, ma gli istinti repressi, costituiscono le sorgenti dell’azione umana.

Ora, anche se si può pure concedere che tale schema sia, sotto qualche aspetto, giustificato dal fatto che oggi buona parte degli uomini, purtroppo tende a codificare quanto deriva dagli istinti, tuttavia è un sofisma deleterio il dare come tipo umano normale il nevrotico, che invero è solo il tipo di un “caduto”, di un essere venuto meno alla sua vera natura.

Punto di partenza per ogni sviluppo interiore, è riconoscere coraggiosamente la pseudo-spiritualità di una quantità di cose ritenute spirituali, mentre si riducono appunto a “sublimazione”, a surrogati o a forme di debolezza e di evasione. Ma quando si tratta di passare da una vita interiore alienata, a contatti con forze più profonde chiuse nella parte abissale del nostro essere, un tale contatto non deve significare ulteriore abdicazione e dissoluzione: occorre che a entrare in azione sia l’ “Io” come una forza completamente dominante, come un principio effettivamente sopra-cosciente, non come quell’effimera “costruzione” psicologistico-sociale che la psicanalisi suppone, anche se tale effettivamente è quel che nei nostri tempi si ha in molti casi.

Mettere a contatto la coscienza del malato con il suo male, senza dargli modo di fondarsi sul principio realmente dinamico della coscienza, significa non guarirlo, ma farlo peggiorare. L’ignoranza, molte volte, è una forza, e non è facile richiudere le porte della zona “infera”, una volta che esse siano state socchiuse.

Ora, la psicanalisi di Freud non solo non conosce alcuna supercoscienza da opporre alla subcoscienza “infera”, ma in fondo essa non conosce nemmeno alcun mezzo di vera difesa per la stessa normale personalità che voglia assumere il rischio del “contatto”, dato che a tale personalità essa comincia col negare ogni realtà propria. Così in tutti i casi in cui essa va oltre il ristretto ambito di una specifica psicopatologia e ai tipi di personalità menomata ad esso relativi, la psicanalisi costituisce senz’altro un pericolo. Essa sarebbe giustificata unicamente se fosse preceduta da una disciplina volta a formare una unità spirituale, una personalità vera a luogo di quella incosciente ed esteriore creata da educazione, convenzione, ambiente, atavismo, oltre ché dai frammenti di un inconscio assunto in forme addomesticate, trasposte e sublimate; ma in tal caso non si vede come la psicanalisi possa essere ancora utile.

Allorché il mito ci presenta il motivo di un eroe solare che scende intrepidamente negli “Inferi” ed affronta nature selvagge – serpenti, draghi o mostri – per trarne con la vittoria un dono superiore di vita, con il senso di simili figurazioni ci dà simbolicamente il punto decisivo: solo al principio sovrannaturale dell’Io, ossia di una personalità asceticamente fortificata in qualità eroica, è dato avventurarsi nella zona sotterranea dell’ “inconscio” senza pericolo di una distruzione spirituale, con la promessa, invece, di una vita più elevata e più vera.

MASSIMO SCALIGERO

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DOMINIO DI SE’ (di M.Scaligero)

M. SCALIGERO

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Non è una drammatica e sterile contrapposizione ai propri istinti quella che può condurre al dominio di sé.
La via ascetica o mistica, d’altro canto, salvo rare eccezioni, non fa che sospendere le tensioni e rimandare indefinitivamente il problema, quando non giunga a potenziare sotterraneamente, ossia sotto la serie dei pretesti moralistici, quanto v’è di meno regolare nella coscienza.

La via che si può additare come la più adatta agli uomini di questa epoca, è una “via della conoscenza”: si tratterebbe di realizzare oggi il contenuto di un antico oracolo: “conosci te stesso”.

Occorrerebbe conoscere, oggettivandolo innanzi a sé, il proprio mondo istintivo, sino a scoprire in se stessi un secondo individuo, tessuto d’istinti, che tende continuamente a sostituirsi all’io, ossia a prendere il posto dell’essere spirituale vero.
Tale individuo istintivo non vive soltanto nella sfera della volontà inferiore, ma anche nei sentimenti incontrollati e nelle abitudinarie cerebrazioni, in tutte quelle attività mentali che si svolgono sotto il segno dell’automatismo.

Un suo modo di essere dominante è la paura, anzi si può dire che la paura è quella forza sottratta alla volontà cosciente, di cui esso si alimenta di continuo, per rimanere identico a sé: esso è infatti un possente conservatore di sé, non ha altro fine che vivere, ripetendo i medesimi movimenti.

Ma occorre notare che il fenomeno della paura non è quello in cui simile modo di essere si esaurisce, ossia la paura non si presenta soltanto come tale, ma normalmente si mimetizza in tutta la coscienza ordinaria, passando per la sfera del sentire nella quale si presenta come apprensione, sentimentalismo, antipatia, avversione, sino a giungere nella sfera mentale in cui assume la veste di critica negatrice, di dubbio, pigrizia intellettuale, pensiero materialistico.

La paura è la forza con cui l’individuo istintivo difende se stesso in noi.

Ciò spiega perché la contrapposizione ai propri istinti è una infeconda lotta, impostata su una inconsapevole finzione: è infatti una parte dell’anima compenetrata dalla paura che si contrappone all’altra parte in cui la paura e gli istinti congeniali direttamente si manifestano.

Occorre destare in sé le forze di una conoscenza che sollevi l’io all’altezza del suo vero dominio: una conoscenza che evochi nell’anima il terso splendore dello spirito.
Questo conoscere, esigendo un soggetto del suo compiersi, un soggetto realmente autonomo, in quanto conforme alle leggi del puro pensare e perciò con le stesse forze regolatrici del mondo, un simile conoscere, potenziandosi, è in grado di riassorbire in sé le energie che originariamente gli appartengono, ossia redimere il mondo degli istinti, riesprimendoli come veicoli della sua centralità e della sua libertà.

E’ chiaro che un simile conoscere è qualcosa di ben diverso da ciò che normalmente si intende con tale termine: esso fa appello a quel “pensare indipendente dai sensi”, a quel pensare vivente, a cui si è accennato in precedenti scritti.

E’ soltanto un’attività cosciente e affermativa del pensare che può isolare la coscienza centrale dalla invadenza degli istinti e da tutte le loro secondarie impressioni, da tutti i loro interni travestimenti.
Si tratta di opporre alle diverse forme ossessive, assunte in noi dagli istinti, una ossessione cosciente, ossia un monoideismo voluto.

Una conoscenza che sia mediata dal limitato pensare razionalistico, porta inevitabilmente a cercare gli impulsi della volontà non nel mondo spirituale da cui essi veramente traggono origine, ma nella sfera degli impulsi.
Questa è la tragedia dell’uomo attuale.
Il cosiddetto “uomo volitivo” dei tempi moderni è in sostanza soltanto un istintivo: la sua ostentata dinamicità è soltanto una apparenza di forza, che del resto risponde a un modello concepito secondo un’anima e una cultura prodotta dalla riflessità passiva della coscienza.

L’educazione del pensiero, la meditazione, coltivata secondo il metodo accennato, danno il modo di afferrare la coscienza centrale, quella in cui si può vivere effettivamente lo spirito, e di distinguerla dalla coscienza riflessa, intellettualisticamente in superficie, ma nella sua interna realtà tessuta di forze istintive.

Non vi è altra via per cessare di essere lo zimbello del gioco degli istinti, per divenire individui veri, per non cadere nell’autorecitazione moralistica e in tutte le analoghe ipocrisie.
L’uomo deve finalmente volere, non più per scambiare per sua volontà ciò che gli viene sotto varie forme del mondo istintivo: deve poter percepire la sua volontà prima che divenga istinto. Sino a creare istinti che gli obbediscano, in quanto obbediscono allo spirito in lui.
E’ evidente che questa stessa è la via della libertà, per l’uomo.

Massimo Scaligero

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MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 4 MARZO 1978

Massimo Scaligero

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04.03.78

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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“Le divinazioni e gli auspici in rapporto all’interiorità dell’uomo: le loro legittimità.”

Prevedere-futuro

Noi non ci dobbiamo preoccupare dell’avvenire, perché l’avvenire lo creiamo, e se qualcuno ci indovina, che uscendo di qui, e passando per Via Cavallotti, ci cade una trave in testa, che facciamo? Non ci passiamo? E allora quella ci aspetta. E noi ci passiamo: ma allora tanto vale non saperlo.

E quindi dove troviamo indovini che ci predicono… cerchiamo di essere un po’ sagaci, non abbiamo proprio bisogno di prevedere niente.

Altro è, per esempio, che noi sappiamo certe linee, conosciamo certe linee dell’evoluzione, per cui sappiamo che cosa avviene in una determinata epoca, se certe condizioni interiori vengono o non vengono osservate. Questo è importante, sì.

Possiamo anche essere depositari di certe profezie, ma tutto questo funziona soltanto secondo uno spirito sagace che non se ne serve per fare il furbo con il destino, perché se un saggio sa che passando per Via Ciceruacchio gli cade il mattone in testa ci passa, e si fa cadere il mattone in testa.

D’altra parte ci possono essere anche degli… non dico Iniziati, ma illuminati che riescono a vedere qualche cosa del futuro.

Se sono veramente saggi tacciono. Se invece cominciano a fare mostra della loro bravura forse sono degli imbroglioni. Oppure può darsi che una volta indovinano e un’altra no, e qui siamo già su un piano che non è molto serio. Comunque l’argomento è interessante da un altro punto di vista, perché noi possiamo veramente prevedere il futuro, ma in quanto siamo capaci anche di ritornare indietro nel tempo, e allora questa veramente è un’esperienza di autocoscienza in senso superiore, che però non ci serve per fare gli astuti con il destino.

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L’uomo da sempre è un dio con la preghiera e con il rito. Così dice il vangelo, così conferma il miracolo. Perché ora dici: “E’ il pensiero”? Il messaggio che il Christo ci ha dato è: “Ama il prossimo tuo come te stesso.” Perché tu dici che il Christo è  portatore dell’Io? – Non lo dico io – Perché Teosofia e non Teologia? E su quale posso realmente dire: “Io credo in Gesù”? E su quale delle due posso realmente dire: “Io credo”?

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Dunque… l’uomo è un dio… La differenza tra il Buddha e un uomo qualsiasi è questa: che il Buddha sa di essere il Buddha, e l’uomo qualsiasi non lo sa, e quindi patisce. Così l’uomo da sempre è un dio con la preghiera e con il rito. Però i tempi son cambiati e, salvo San Gennaro e Padre Severino, oppure Padre Igino, perché Padre Pio è morto, è sempre morto… – la preghiera voi sapete che non l’abbiamo mai fatta mancare nelle nostre operazioni e che noi crediamo al miracolo, però… : il pensiero… Senza pensiero non facciamo niente. E qui non sto a rifare tutta la storia, perché ne abbiamo scritte di cose sul pensiero.

Tuttavia i guai di questo tempo io credo di poterli riassumere in una sola situazione, che è terribilmente semplice, come l’uovo di Colombo: che gli uomini credono che il cervello pensa, e anche quando non lo credono si comportano come se ci credessero, per cui se da questo cervello che pensa viene il materialismo, coloro che credono di combatterlo sono materialisti di un altro colore, e si azzuffano tra loro perché sono da una parte e sono dall’altra, ma tutt’e due son materialisti, e non si esce se non si riesce a capire questo errore tragico: che da una parte è… proprio si può dire la sintesi del fondamento di tutta una dottrina, e che noi dobbiamo dire che in questo senso è la più coerente e la più rispettabile perché almeno è… lo dice, che ha questo fondamento. Mentre quegli altri che parlano di Spirito, di superamento del materialismo, di moralità superiore, sono nella stessa situazione, soltanto che hanno un linguaggio diverso, l’unica cosa che li differenzia è un sentimento diverso.

Perché stiamo dicendo questo? Questa domanda del nostro potentissimo… anzi ultrapotente, è simpaticissima perchè ci fa riassumere tutto. Perché?

Perché una volta la situazione dell’uomo non era questa, quindi c’era un uomo il quale aveva il cervello… pero’ certi cervelloni… Però intorno a questo cervello c’erano delle anime che erano capaci di guardare senza cervello… ahi, che ho detto!… guardare indipendentemente dal cervello: e che perciò avevano delle grandi intuizioni. Per esempio se noi prendiamo i pensatori greci, perché erano grandi? Perché avevano ancora una struttura eterica del pensiero indipendente dalla cerebralità. Infatti sono tutti dei grandi intuitivi.

Tutto questo noi, sappiamo che è così, lo possiamo apprendere dalla Scienza dello Spirito, però coloro che fanno esperienze di pensiero lo sperimentano questo, perché sanno che ci sono dei momenti in cui si è liberi dalla cerebralità e si penetra in certe realtà in una forma obbiettiva, precisa, determinata; altri momenti in cui si è nella cerebralità e si è tanto intelligenti, tanto logici ma d’una ottusità allarmante, per chi già sa come stanno le cose naturalmente, allarmante perché l’ottuso di natura è tutto, ha lì tutto il suo mondo, però uno che fa esperienza di pensiero sa benissimo che tutta l’anima dipende dal fatto che la coscienza è cerebrale. E quindi si può essere teologi secondo San Giovanni della Croce, perché quasi tutta la teologia mistica è fondata sulle intuizioni e le visioni di San Giovanni della Croce; si può essere formidabilmente religiosi, amici della preghiera, del miracolo, di tutte le forme della devozione rituale, ecc., e tuttavia il pensiero condizionato dalla cerebralità è tutta una retorica, perché quella teologia è una chiacchiera e non ti fa fare niente oltre il limite dialettico cerebrale: non c’è nessun contatto col sovrasensibile, e il minimo contatto che ci può essere è un contatto sentimentale oppure di teologia esaltata. La religione si trova a questo punto, e dobbiamo riconoscerlo se no non usciamo dai guai, perché bisogna che veramente una certa corrente, una minoranza umana compia il passo oltre la prigione, il carcere cerebrale.

E’ veramente un carcere perché c’è una filosofia, e quando noi diciamo filosofia qui ci mettiamo tutti i filosofi, perché?: “Ah, c’è Hegel!”. Sì, ma l’idealismo che cosa ha fatto per impedire che nascesse il materialismo? Non ha fatto niente. Ha semplicemente chiacchierato, ma non c’è niente che noi, pescando nell’idealismo troviamo come un metodo per superare il materialismo. Per poter compiere quest’ impresa abbiamo dovuto trovare uno yoga superiore, che poi era un pensiero occidentale, dopodiché abbiamo riconosciuto lo Steiner, colui che portava il messaggio del pensiero vivente e ci indicava la Via di Michele, e quindi la redenzione del pensiero. E se uno ama la religione deve redimere il pensiero, perché senza il santo pensiero non si può percorrere la via della santità.

Quindi, questa è la vera Theosophia, perché la vera, la sana esperienza del pensiero ci porta a percepire la zona in cui ciò che ci dà le basi della coscienza affonda nel Divino, e questa comincia ad essere la vera esperienza religiosa. E se non c’è questo non si può più parlare di religione se non in termini sentimentalistici, retorici, che sono ancora buoni per un certo livello umano che ha bisogno ancora di pastore, è al livello del gregge, quindi ha bisogno del pastore, ma guai se il pastore è il lupo camuffato da pastore, e questo pericolo c’è, anzi. Quindi è un ripiego: perché il gregge possa un giorno essere condotto a una esperienza dello Spirito occorrono delle Guide spirituali, ossia occorrono degli esseri che abbiano superato questo carcere della cerebralità.

Quindi l’amare il prossimo… “Ama il prossimo tuo come te stesso” è bellissimo, è veramente una formula meravigliosa; però uno può anche dire “E’ bellissimo, io voglio fare questo” dopodiché finisce tutto lì perché appena passa per Via Cavallotti incontra uno che je pesta il piede… : “Ahò, beh?!?” e lo vorrebbe uccidere, oppure arriva quello delle tasse… addio “Ama il prossimo tuo come te stesso”, perché che cosa è questo? E’ un sentimento e questo sentimento bisognerebbe tradurlo in una idea, questa idea in una forza, questa forza deve caricarsi di volontà e allora diventa potente come un istinto. Se diventa potente come un istinto allora avrete Madre Teresa di Calcutta, la citatissima, perché… le siamo molto grati perché ci abbiamo un esempio a cui ricorrere continuamente. Dove la piglia la forza di volontà questo essere? E’ eccezionale perché non conosce certamente la Via del Pensiero ma la forza ce l’ha, ma noi conosciamo l’origine di questa forza. E’ la stessa forza che in altri agisce negativamente come potenza d’istinto. Infatti gli uomini quando sono fatti forti degli istinti sono formidabili, perché non è la forza loro, non è la forza della volontà, è la forza dell’animalità istintiva. Ora, quando la nostra volontà, liberata dalla cerebralità riesce ad avere la stessa forza nell’amare il prossimo come te stesso allora realizziamo il Christo. Ma vedete che si tratta di superare sempre quel limite. Quindi mi pare di aver risposto al potentissimo amico.

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Qui ci avremmo una domanda del Filarcante, uno che firma il “Filarcante”. Dice “Intesa sull’orientamento verso la cultura, un nuovo Platone, tanto per intenderci, vorrei sapere: questo nuovo Platonismo si continua in quello che sfociò alla fine del secolo 16° nel chiaro bruno di Nero Giordano”, ah, il Giordano Bruno. Sic sunt bona nostra!

E questo va benissimo, perché prelude qualche cosa che noi dovremmo realizzare un giorno mediante la Tripartizione.

Questo ci rimanda a quella meravigliosa immagine mediante cui il Christo indica – non solo instaura la Eucarestia,  ma indica – il vero senso della liberazione dell’uomo. Ma siccome qui c’è una domanda che mi porta proprio a quest’argomento, la prendo subito, e dice:

“Il pensiero liberato come memoria del Logos”

schiavi ai lavori forzati -

Ecco, avevamo parlato appunto del pensiero celebrale che non è libero, perché determinato dai dinamismi cerebrali, quindi la lotta è lunga.

Ora quando il Christo istituisce la Eucarestia dice “Fate questo in memoria di me”, ricordate chi sono Io: ma questa memoria è una memoria cosmica, ossia, ricordate che sono l’origine del Sole, l’origine della Terra, l’origine di tutto ciò che della Terra è solare; e poi nella coppa, dà la bevanda che il nuovo patto…

Però tutto questo ci rimanda a quello che Lui dice, con cui risponde alla tentazione di Arimane, quando parla del pane. A quella tentazione il Christo risponde dicendo: “Non si vive di solo pane”. E lì il Vangelo dice che dopo, Arimane si allontanò, ma per poco tempo;  qui abbiamo il commento del Dottore che dice: “Sì, perché?”

Perché c’era una sostanza arimanica, che è il metallo della terra, che avrebbe agito in Giuda perché i trenta danari erano argento. I metalli argento e oro sono metalli arimanici.

E finché il pane si paga con metallo arimanico, quel pane non dà nutrimento spirituale, invece Lui lo dà come qualche cosa che non soggiace ad Arimane, questo nutrimento.

Ora pensate alla Tripartizione, in cui c’è un’idea luminosa, che farà – se le cose andranno bene, fortuna dell’avvenire – che il lavoro non deve essere pagato, che uno non deve lavorare per vivere, perché il lavoro non è comprabile, e quindi il pane non deve soggiacere al danaro; ossia il pane è il frutto della terra, ossia il frutto dell’ antico Sole, e quindi viene, è il Corpo del Christo,  infatti ecco l’Eucarestia, che è questa.

Però finché Arimane domina il pane mediante il danaro, quel pane non può aiutare l’uomo.

E’ quindi l’idea luminosa, … che però bisogna andare cauti a dirlo, perché sennò ti pigliano per pazzo, e già è avvenuto che dicessero “queste sono utopie…”, ma realmente se si vuole uscire da questo carcere di cui dicevamo,  si deve capire che il lavoro non può essere comprato: il lavoro non è merce,  e che bisogna liberare il pane dal metallo arimanico, e allora finalmente avremo via libera verso il Logos.

E questo pensiero liberato, che cosa è, se non quello di cui dicevamo prima,  che è il pensiero che supera il limite celebrale.

Il limite celebrale è un limite arimanico.

Noi sappiamo benissimo che l’uomo è dominato nel pensiero dalle potenze arimaniche e luciferiche, e che rari sono gli esseri che non vengono dominati così.

Coloro che conoscono la meditazione sanno che sforzo doloroso devono compiere per aver un pensiero che non sia dominato dai due, perché quotidianamente noi dobbiamo pensare secondo un condizionamento.

E siccome per l’umanità attuale c’è il pericolo – dal punto di vista arimanico – che l’uomo cominci ad avere un pensiero autonomo, Arimane ha fatto un grande giuoco col distruggere l’economia terrestre, in modo da arrivare a una preoccupazione continua in tutta la Terra per la vita, per il sostentamento quotidiano, in modo che l’uomo non abbia più tempo da pensare alle cose dello spirito, e quindi la preoccupazione per l’esistenza – il mezzo diventa il fine – e in questo c’è riuscito: perché Arimane sa benissimo che se degli esseri possono esseri indipendenti da questo, hanno la sagacia di usare bene il loro tempo, ossia la sagacia di dedicare il tempo alla meditazione, che diventa sempre più difficile, perché il tempo ci viene invaso dalla serie degli incidenti del giorno.

Quindi questa lotta sarà vinta dai portatori del Logos Solare, quindi “Portae inferi non praevalebunt”. Tuttavia bisogna guadagnarselo, con volontà decisa, e con coraggiosa insistenza nel giusto atteggiamento.

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E adesso….

”Io mi sento nel sentire, come è possibile volersi nel volere, onde realizzare il Christo in me?”

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La chiave è sempre il pensiero.

E poi dobbiamo ricordare la tecnica che è suggerita dal Dottore.

Nel pensare si può dire che noi ci dobbiamo mettere fuori del pensare.

Infatti l’esercizio della concentrazione ci porta ad obiettivare il pensiero, e dobbiamo insistere a lungo proprio per poter vedere il pensiero come un ente dal quale siamo indipendenti, un ente che ci dà l’esperienza dell’identità dell’Io, perché finalmente l’Io, piuttosto che essere riflesso dalle sensazioni fisiche, per cui siamo continuamente alla mercé di tutto quello che fisicamente accade, viene riflesso dalla corrente eterica del pensiero.

E lì noi abbiamo la prima immagine dell’Io.

Avuta questa immagine, l’Io ha una indipendenza, consegue una indipendenza, per cui vede le entità del pensiero obiettive, fuori, e gli esseri che portano il pensiero, sia degli spiriti elementari sia cosmico, sono delle entità da cui l’uomo si distingue, quindi c’è proprio un distacco dell’Io dal pensiero.

Diversa è l’esperienza del sentire: nel sentire dobbiamo sentirci dentro.

Se siamo capaci di questa indipendenza dal pensiero, noi possiamo avere la vera esperienza del sentire entro il sentire: bisogna tuffarsi nel sentire, come qualcuno che si tuffa nell’acqua, però sa nuotare, oppure come un pesce: perché il sentire è simboleggiato dalle acque, e nelle acque il pesce si trova molto bene, perché non è afferrato dalle acque, scivola nelle acque, non è prigioniero dell’acqua il pesce, ma è libero, guizza dove vuole, non solo, ma… si potrebbero dire diverse altre cose.

Comunque entro il sentire.

Allora noi ci sentiamo in una zona in cui agisce il Logos, perché questa domanda dell’amico che parlava del Christo ci rimanda veramente a questa esperienza del sentire, che non può venire se non c’è liberazione del pensiero.

Quindi difficile farlo capire a coloro che non conoscono la Scienza dello Spirito, perché altrimenti si sperimenta un sentire inevitabilmente luciferico, soggettivo, chiuso dentro di noi, che può anche avere esaltazioni, quelle esaltazioni sono veramente retoriche, tant’è vero che la Chiesa per secoli ha sempre temuto in certi mistici simili esaltazioni, e giustamente! Si può avere invece l’esperienza mirabile del sentire come il sentire del Logos, allora si comincia ad avere una sintesi di pensare e sentire, questa è la Via di Michele.

Infatti entusiasmo per il pensiero puro è il vero sentire.

Per il volere, invece, le cose sono diverse: si tratta di sentirsi al di sopra del volere, come uno che sentisse al di sotto di sé un cavallo. Entro… dunque…: dinanzi al pensiero, entro il sentire, al di sopra del volere; come se il volere fosse una forza che noi vediamo scorrere nelle membra, nel sistema di ricambio.

Naturalmente tutto questo deve essere tradotto in immagine pertinente, non è niente di astratto, risponde veramente ad una configurazione occulta dell’esperienza. Se noi ci identifichiamo con il volere in altre zone dell’essere, questo è provvisorio; anche nella testa ci possiamo… se noi, per esempio, sentiamo il punto in cui nasce il pensiero e sentiamo veramente scaturire il pensiero, è un’esperienza abbastanza lucida e viva, e direi… benefica. In quel momento c’è una corrente del volere ma tende a scendere in basso e lo stesso può avvenire anche nel cuore.

E l’esperienza, invece, del volere, autentica, è qualche cosa che ci porta a vederlo come un sostegno di tutta la vita, della vita, alla stessa maniera che gli arti sostengono, sì, gli arti, ma specialmente gli arti inferiori, sostengono tutto il corpo.

Il tronco non ha nessuna partecipazione a questo e il volere bisogna sentirlo come una corrente indipendente dal tronco. Il tronco deve riposare, perché è il punto in cui operano le forze della Buddhi, ossia del Sentire Superiore, quindi del Logos, e deve essere lasciata una grande quiete a questa zona, perché le potenze del volere possano essere al massimo dinamiche, e allora questo volere ci aiuta, ma noi dobbiamo aggiungere che giovarsi di questo volere, implica dei doveri interiori precisi, perché siccome dà una grande forza, bisogna poi questa forza usarla saggiamente, altrimenti… basta un uso irregolare di questa forza e non solo sparisce l’esperienza ma avvengono cose piuttosto pesanti.

Quando questa corrente della volontà è in accordo con l’Io, quindi con il pensare e il sentire, allora veramente si può sentire l’ Io Superiore, l’Io in se stessi e questo è come dire: “Non Io, ma il Cristo in me”. Credo che non ci sia da aggiungere altro perché il tema è piuttosto delicato.

E adesso vediamo di concludere con una…

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 “Ci avviciniamo alla Pasqua, ora come non mai, in questi terribili giorni di tenebra dell’umanità, la nostra comunità spirituale dovrebbe meditare sulla discesa della sostanza del Sovrano Amore nei cuori degli uomini e nel cuore della terra. Perciò è importante riaccendere in noi, con il potere sacrificale della parola ispirata dalla diretta esperienza il ricordo del Sacro Evento, così che ne possiamo effettivamente essere degni.”

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 (Marina Sagramora – Vegetaura)

Sì, l’evento della Pasqua si prepara anche con un mutamento nella vita della natura, con un irrompere delle forze vitali della natura, che per questo devono servirsi di spiriti elementari superiori e di spiriti elementari inferiori.

In questo processo, le entità luciferiche e le entità arimaniche tendono ad afferrare l’uomo: le entità luciferiche mediante la respirazione, le entità arimaniche mediante la sollecitazione di tutti i processi minerali che dal profondo vengono mossi dalle radici delle piante. E quindi c’è un processo che noi possiamo chiamare minerale-calcareo mediante il quale le potenze arimaniche superano diaframmi e dal profondo della terra tendono ad elevarsi verso l’uomo, per il fatto che nelle piante avviene un trapasso di queste forze e poi l’uomo ne viene assediato e quasi reso ottuso, per il fatto che la gioia vitale della primavera lo rende ottuso.

Ecco, questa è un’ osservazione che possiamo ricollegare col fatto che l’uomo è diventato un essere cerebrale e che quindi quando sente gioia, è difficile che sia una gioia dello Spirito, è una gioia animale. Quindi tutto quello che viene come vitalità della primavera è preventivamente afferrato da queste potenze.

Nella primavera le entità luciferiche e arimaniche sono congiunte per distruggere l’uomo e per un certo periodo ci riescono, è un periodo pericoloso. Ci riescono… ah, l’uomo è difficile che se ne accorga però… se segue bene se stesso se ne accorge. E specialmente coloro che hanno una vita interiore ritmica si accorgono che prima della Pasqua c’è una lotta per mantenere l’Io indipendente dai processi vitali della primavera.

Bisognerebbe andare in campagna e avere un’esperienza pura della nascita, dello sbocciare delle gemme, dell’aprirsi dei fiori, e superare l’elemento animale ed estetico anche – perché estetico/sensuale – per poter afferrare ciò che di cristico c’è nelle forze della primavera. Ossia sono forze di nascita che però, qui questa poesia della primavera la cogliamo in un fatto esteriore, però dobbiamo anche pensare che ci sono forze che si imprigionano nelle forme delle piante per dare questa vita, quindi c’è un sacrificio.

Questo sacrificio però deve essere seguito dall’uomo, e l’uomo deve sentire la poesia di questo sacrificio e nella contemplazione pura dei processi di rinascita della natura, a cui non deve essere estraneo il pensiero dell’autunno – perché tutto questo deve essere sentito ritmicamente – con questo l’uomo redime, si rende indipendente dalle aggressioni luciferico-arimaniche, che si può dire che questo è il periodo dell’anno in cui queste entità hanno la speranza di distruggere l’uomo.

Voi potete dire: ma che se ne fanno se l’uomo è distrutto? No, perché loro pensano di incamerarlo, Lucifero, in una zona in cui lui vive spiritualmente e Arimane nella terra. Tutto questo a un certo punto viene… subisce un colpo di scena: nella Settimana Santa si acuisce la tensione, però coloro che meditano possono anche sentire la vita del Graal e prepararsi… preparare l’anima al Venerdì Santo e riconoscere la storia di Parzifal. E se arrivano a quella settimana con animo desto, allora l’evento della Pasqua ridà ad essi la forza, ridà l’elemento magico-solare di cui hanno bisogno. Naturalmente noi ci riserviamo di parlare di questo quando l’evento è più vicino, in maniera da poter dire qualche cosa di più pertinente riguardo alla Resurrezione.

In questo evento della Pasqua noi abbiamo l’occasione di collegarci con quello che di vivente oltre i processi luciferici  e arimanici è nella natura, però dobbiamo essere persuasi che non si tratta di niente di vitale, e di fisico: si tratta di processi assolutamente interiori che però, nelle fioriture, nel verde, nel verde tenero della pianta, nell’irrompere della vegetazione ha un simbolo; ed è difficile liberare questo simbolo dalla retorica estetica e dal piacere vitale. E’ qualche cosa di più sottile, di più radicale che ci rende capaci di sentire, nella primavera, la forza della Pasqua. Il pensiero della morte e della Risurrezione ci aiuta a sentire il valore vero della primavera. E questo lo possiamo fare fin d’oggi, qualcuno si può anche giovare, per esempio, della descrizione della Emmerich.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

I SAGGI DI ANTONIO – N. 4: IL LOGOS E IL PENSIERO

 

Si possono praticare gli yoga più rigorosi, possedere le tecniche segrete del Tantrismo, essere partecipi di catene occidentali operanti secondo canoni ritualmente ineccepibili, conoscere le più sottili distinzioni del “tradizionale” dal non-tradizionale: tutto ciò serve ben poco allo sperimentatore di questo tempo, se egli non avverte che il pensiero da cui muove e mediante il quale comunque regola se stesso e fa le sue scelte interiori, non è il vero pensiero, ma il riflesso di una luce originaria che non gli è cosciente, e che tale riflesso, come processo dialettico, dipende in gran parte dall’organo cerebrale, che normalmente, come uno specchio deformante, lo altera, asservendolo ad influssi ascendenti dalla natura corporea. Un tale pensiero riflesso gli può concedere tutte le soddisfazioni dialettiche e persino esoteriche, ma non lo lascia uscire dal limite umano, soggettivo, luciferico, in realtà materialistico.

Un tale pensiero riflesso può anche apparire sagace e sublilmente filologico nella identificazione del “tradizionale”, severo nella sua tensione critica, fedelmente echeggiante lo stile dei maestri della Tradizione: può mettere a posto tutti, dando a ciascuno la lezione che merita riguardo al suo tipo di allineamento, e tuttavia non afferrare la benché minima particella del mondo sovrasensibile in nome del quale parla. Il riflesso in realtà, non è luce.

L’arte del cercatore di questo tempo è risalire dal riflesso alla luce, dal pensiero morto al vivente. Morto è invero il normale pensiero intellettuale, o razionale: effettivamente gli è vietata la connessione con il Logos, con il Mistero perenne della Iniziazione, cioè “secondo Melchisedec”.

Non sarà mai abbastanza sottolineata l’importanza che ha per lo    s p e r i m e n t a t o r e  l’ascesi del pensiero, ai fini di un accesso non erroneo al dominio del Logos. Tale ascesi ha come oggetto lo svincolamento del mentale, e perciò di tutta la vita interiore, dalla mediazione cerebrale, per il fatto che eccezionalmente si realizzi l’indipendenza del pensiero logico dalla mediazione, sino alla percezione di qualcosa che cessa di essere pensiero: è piuttosto forza-pensiero.

Si tratta della prima percezione interiore autentica, cioè lucida come una normale percezione sensoria. Nell’adepto moderno, infatti, il lucido stato di veglia della normale esperienza autocosciente, logica o matematica, è la misura della regolarità della percezione sovrasensibile. Ogni forma di sperimentazione che dia luogo a sonno, o sonnolenza, o condizione sognante, non è spirituale, ma medianica, anche se il suo contenuto presenti caratteri di grandiosità.

Una condizione sognante poteva legittimamente accompagnare determinate esperienze magiche, o mistico-estatiche, ancora alla fine del 1800, attingendo esse ai sopravviventi residui di una connessione del corpo vitale superiore con le forze pre-dialettiche del pensiero: non più oggi, date le operazioni compiute dai Maestri iniziatori – secondo l’Ordine dell’Iniziatore perenne – nell’aura della Terra, in rapporto all’inevitabile stato di ottusità di coscienza della generalità umana, determinatosi con la ulteriore caduta nel materialismo, cioè con la definitiva discesa della coscienza al
livello del pensiero riflesso, la cui regolarità è esclusivamente logico-matematica.

E’ il livello all’altezza del quale è inevitabile il materialismo, ma è parimenti il primo livello in cui l’uomo può accogliere l’Io allo stato di veglia. Ma occorre che questo stato di veglia sia reale. La coscienza dialettica è già semisognante. E’ importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere individuale. E’ inevitabile che l’autocoscienza nasca dapprima come inferiore individualismo.

Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti appartiene all’Io: deve essere recuperata da questo. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti, purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla croce nera: segno, questo, dell’ordine originario dei quattro elementi riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentisi all’Io. L’Io è in sé l’Io superiore.

Il cercatore di questo tempo deve rendersi conto che sperimentare lo Spirituale significa non avere sensazioni eccentriche o evocare simboli pre-interpretati, bensì percepire concretezze assolutamente sovrasensibili, altrettanto obbiettive quanto quelle sensibili, anzi assai più reali di queste. E’ proprio tale realtà che contrassegna l’obbiettività dell’esperienza e del suo potere solare. Se vuole sperimentare il Sovrasensibile, il pensiero deve afferrare se stesso non in una ipotetica sua determinazione, bensì là dove il momento della indeterminazione è quello della sua attività più lucida e originaria, in quanto processo produttivo di concetti e idee: qui la coscienza può attuare una sua realtà che normalmente le sfugge, pur presupponendola di continuo.

Lo strumento interiore che consente all’indagatore di concepire il Sovrasensibile è il pensiero. Quale che sia l’esperienza della coscienza a cui possa accedere e che giunga a formulare, non essendogli possibile dapprima se non mediata, da pensiero a pensiero, da idea a idea, così da essere in verità sostanziata di pensiero, esige che egli ponga l’esperienza predialettica del pensiero alla base della ricerca. Egli può dapprima avere il Sovrasensibile come contenuto noetico “tradizionale”, praticamente come contenuto di pensiero: il passo ulteriore è la percezione di tale contenuto, mediante un’attività interiore talmente intensificata da potersi attuare essa stessa come contenuto.

L’indagatore apprende che non si tratta di elaborazione razionale di un contenuto estrarazionale, bensì di penetrazione interiore del moto puro della razionalità. Il pensiero è lo strumento della coscienza e della coscienza di sé. La coscienza si manifesta bensì mediante il supporto dei centri corticali, del tronco encefalico e l’incontro degli organi sensori con il mondo sensibile, ma essa può sapere di tale mediazione grazie a un atto di pensiero, indipendente dalla mediazione stessa. Nel momento in cui la coscienza di tale atto sorge, l’uomo ha il reale rapporto con il mondo e con se medesimo.

E’ legittimo parlare: a) di una forza-pensiero esistente prima della mediazione cerebrale; b) del suo farsi cosciente grazie a tale mediazione; c) della sua possibilità di attuarsi cosciente fuori della mediazione, in quanto la conosca e la superi. Si può dire che il pensiero moderno si è inceppato nella seconda fase, che ha senso unicamente in ordine alla prima e alla terza. Coloro che oggi contestano la civiltà tecnologica, inconsapevolmente tendono alla terza fase, ma permangono prigionieri nella seconda, perché non dispongono di sufficienti forze di coscienza per intenderla: cadono nell’equivoco di un’azione volta contro strutture economico-tecnologiche il cui esistere è in sé un valore neutro: è illegittimo soltanto alla posizione del pensiero, soggiacente senza saperlo alla mediazione cerebrale e perciò incapace di quella identità con sé che sola può decidere del giusto uso della tecnologia.

Chi osservi il processo razionale, in effetto constata come ordinariamente il pensiero divenga cosciente di sé nel momento del suo determinarsi dialettico, che è il momento della mediazione cerebrale. Come antecedente di tale momento, mediante la concentrazione, può intuire il puro moto del pensiero: che può dirsi metadialettico. Questo moto è tanto più sollecitato a divenire cosciente, quanto più il pensiero è capace di di volgere non alla propria dialettica, ma a se medesimo: che è a dire, non alla comprensione del proprio essere, ma al proprio essere medesimo: che non ha bisogno del proprio essere compreso, per essere.

Da una simile osservazione si ricava in primo luogo che il pensiero ogni volta diviene cosciente, in quanto determina se stesso da un prius indeterminabile, che è il suo essere. Di continuo si pensano pensieri di cui non si ha preventiva coscienza e di cui non si presuppone il contenuto. Non c’è nessun nume che predisponga i pensieri che l’uomo pensa: ogni pensiero ha in sé la propria essenza. Lo sperimentatore in tale direzione può riconoscere il punto in cui sorge il suo essere libero, come pensiero. Tale libertà egli può attuare come percezione del momento originario del pensiero, o come visione interiore del suo determinarsi. E’ la via cosciente al Logos.

Quando volitivamente si rivolge al pensiero l’attenzione cosciente, come nella concentrazione, si constata che esso scaturisce da una “zona” di cui inizialmente non si deve avere coscienza, se si vuole trarre da essa tale attenzione, che è una con il momento originario del pensiero. Risulta qui una direzione verso la quale occorre dirigere la ricerca, se si vuole incontrare la soglia della coscienza e sperimentare ciò che significa il mondo intuibile oltre essa. Si è sulla Soglia mentale del Sovrasensibile, ossia là dove si ha la possibilità di percepire dinamicamente la diversità profonda dello Spirituale dallo psichico.

Il problema del Sovrasensibile postula il metodo della penetrazione della struttura del pensiero. Occorre che il pensiero realizzi il proprio essere metadialettico, perché possa attuare in sé le funzioni estracoscienti o supercoscienti dell’Io, grazie al quale dominare la subcoscienza, o l’inconscio emozionale-istintivo. Tra il supercosciente dell’Io e l’inconscio fisiopsichico deve essere sperimentata dall’indagatore una distinzione essenziale, se egli non vuole essere tratto su un sentiero illusorio, e perciò patologico, dalla mistione ordinaria delle forze psichiche: in quanto non sappia distinguere la cosa dal concetto della cosa, l’inconscio dal concetto di inconscio; concetto in cui già l’inconscio comincia a essere dominato.

Quanto poco una simile distinzione sia speculazione filosofica o introspezione psicologica, si può ricavare dal fatto che l’operare mediante il concetto implica non la comprensione o l’elaborazione di un determinato significato, bensì la percezione della sua dinamica: come di un contenuto che non ha bisogno di venir capito, per essere nostro. Il capire infatti è già un uso determinato del concetto, in relazione a qualcosa di cui si vuole il significato. La filosofia può dare la dialettica del concetto, ma in quanto filosofia cosciente dovrebbe indicare, come sua ultima istanza, la osservazione del pensiero, fuori dal suo significare qualcosa. Tale

osservazione, o contemplazione, conduce a percepire in un primo momento l’identità con sé dl pensiero e, in un secondo momento, l’unità originaria del pensare con il sentire e il voler, connessa con le Gerarchie del Cosmo. Si tratta della sfera supercosciente dell’Io.

L’esperienza del concetto è un’operazione pre-iniziatica. E’ importante rendersi conto che il concetto è in realtà non è una sintesi di rappresentazioni, ma anzitutto un quid adamantino che si serve di tale sintesi.

L’esperienza del concetto dà modo all’indagatore di enucleare un puro potere di pensiero capace di identità con le forze profonde del sentire e del volere. Egli ha a che fare con qualcosa di più del pensiero dialettico: con la forza-pensiero che sempre lo produce in relazione a un dato. Il dato viene tolto alla sua immediatezza dal pensiero in movimento: questo pensiero può essere ravvisato come un dato esso stesso e come tale percepito. In tale direzione è possibile incontrare le forze da cui normalmente scaturisce la vita dell’anima. Potendo avere obbiettiva innanzi a sé la corrente del pensare nella quale normalmente è immedesimato, l’indagatore riesce a percepire le forze cosmiche interne al pensare: il puro sentire, il puro volere. Le sente fluire dall’Universo, animare la natura e in lui farsi veicoli dell’Io Superiore.

Se può sperimentare il pensiero non come pensiero di qualcosa, ossia non come forma di un qualsiasi contenuto sensibile o interiore, ma come forza formatrice non vincolata ad oggetto, egli si trova dinanzi a un contenuto in sé, fatto di puro pensiero e dotato di interna vita. Se giunge a contemplare tale contenuto, lo sperimenta come affiorare di una corrente di vita indipendente dal sentire e dal volere ordinari, ma in sé recante le forze originarie di questi, il Logos fluente dal Cosmo. Interiormente egli può sperimentare una distinzione decisiva, tra il sentire-volere necessitante la coscienza mediante la forma richiesta dalla natura soggettiva, e le forze originarie del sentire e del volere, che egli percepisce grazie all’esperienza liberatrice del pensiero.

Può scoprire che a questo livello si svolge la vera relazione del pensiero con il sentimento e la volontà, in quanto il pensiero muove secondo il suo immediato potere di estrasoggettività, o di universalità. A un tale grado, il discepolo si trova alla Soglia del Mondo Spirituale. Comprende il vero senso della Via del Pensiero. Il pensiero deve essere posseduto, sino a che dalla sua estinzione nasca la forza di luce di cui esso è alienazione: ma a questo punto egli sa che la Luce viene dal perenne Iniziatore degli Iniziati.

Nell’epoca dell’autocoscienza, una guida spirituale può aiutare il discepolo soltanto se gli dà modo di attingere in sé le forze per l’accesso al Sovrasensibile, che è a dire per l’incontro con il proprio Maestro iniziatore. Non lo abbaglia con dottrine presupponenti una specifica visione del mondo o con interpretazioni già fatte di simboli e miti, bensì lo aiuta a essere egli stesso il liberatore del pensiero dalla maya dialettica e l’interprete diretto dei simboli Un simbolo già interpretato può divenire un ostacolo alla identificazione del suo contenuto trascendente, salvo che l’operatore abbia già realizzato l’indipendenza del pensiero da qualsiasi dialettica, sia pure formalmente esoterica.

L’attuale periodo è reso ancora più saturo di insidie dal fatto che la dialettica di taluni “maestri” può essere formalmente esoterica, grazie ad un padroneggiamento del pensiero, che tuttavia non è superamento del limite dialettico: perché tale superamento può avvenire solo grazie a un ben determinato metodo, all’interno del pensiero stesso, come atto non dialettico, che congiunge il puro mentale individuale con l’Intelligenza cosmica. In verità chi trova Melchisedech, trova il Logos. Se non trova il Logos, è perché non ha potuto ancora incontrare Melchisedech. Occorre meritare di conoscere, o riconoscere, il metodo giusto.

Antonio Massimo

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Nota di Isidoro:

Allora, cari amici, i quattro scritti precedenti, che sono nell’ordine: Scienza dell’Io e Concentrazione, L’illuminazione, Concentrazione e Liberazione, Il Logos e il Pensiero, furono scritti da “Antonio” per ambienti di esoterismo tradizionale. Scritti quando il suo nome riuscì a varcare le fortificate muraglie di ambienti che, di solito, tra la rappresentazione dell’Antroposofia e la morte avrebbero indiscutibilmente scelto la seconda. Perciò appartengono ai tempi della sua avanzata maturità. Senza polemizzare con questo o quello, “Antonio” in questi quattro articoli dice tutto quanto è necessario. Anzi, notate come in poche righe di “Concentrazione e Liberazione” indica l’operazione fondamentale, capita da pochi e favoleggiata da troppi.

Ho scritto “dice tutto quanto è necessario”, cioè senza damaschi o arabeschi. Non nasconde nulla e anzi, troverete che sovente ripete più volte gli stessi concetti, perché vuole che le cose siano capite.

Potete studiare questi Saggi, perché è fatale che interi brani non vengano compresi. Ma, per favore, non pensate neppure per un attimo che siano troppo difficili, e che perciò dunque non vi riguardino. Faccio un esempio facile: si parla di “anima cosciente” o di livello “matematico o logico”: allora uno pensa di essere già fuori dal gioco. Così non è: riuscite a misurare i lati di un tavolo, indipendentemente da passioni, simpatie, opinioni? Fate vostra per qualche attimo la condizione interiore che avete messo in moto mentre misuravate, la “condizione” vostra e del vostro pensiero in quel momento. Fatto? Bene! Eravate nella condizione che viene chiamata “anima cosciente” e avete applicato tutta la matematica e tutta la logica del mondo!

Continuate così, date concretezza ad ogni frase, riferitela a voi, alla vostra vita e se qualcosa proprio non passa, quello è un mistero per il futuro, è l’impulso propulsivo per i giorni che verranno…se ci date dentro con la disciplina di pensiero. Nemmeno Padreterno potrebbe spiegare razionalmente tutta una serie di esperienze che sono anche di un pelo sopra la razionalità.

“Antonio” ha detto tutto il necessario per chi volesse tentare (due settimane, vent’anni, chissà).

Già che ci siamo, per molti sarà chiaro che qualche pedata la molla al Barone e al Francese, ma se avete gli occhi aperti, certe osservazioni valgono per tutte le figure che non danno il retto aiuto ai discepoli, per tutti i Movimenti che, formalizzandosi, razionalizzano lo spirituale che c’era e che se c’era, se l’è svignato da un pezzo e per coloro che hanno preferito fare qualche passo indietro verso un più facile settarismo, fideistico e simil-mistico: alla fin dei conti notevolmente peggiore rispetto all’interminabile “studio” praticato da diversi antroposofi.

Ah! Mi stava sfuggendo: m’è parso che l’Autore sottolinei un tantino spesso il prius del pensiero. Strano! Proprio ora in cui s’è arrivati (come disciplina esoterica del volere) al sacrificio di saltare il bicchiere di vino a pranzo…

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I SAGGI DI ANTONIO – N. 3: CONCENTRAZIONE E LIBERAZIONE

 

La concentrazione del pensiero dell’asceta dell’attuale tempo, contiene una possibilità di liberazione dell’anima dalla natura fisiopsichica, che nessuna ascesi trascorsa ha potuto conoscere, proprio per il fatto che mai il pensiero si è legato alla natura inferiore come in questo tempo. In effetto l’indagine esclusivamente fisica del reale si compie a spese di un pensiero che entra nel sensibile, a condizione di ignorare il proprio autonomo movimento: non riconosce il proprio spirituale intuire le verità fisico-matematiche, che crede perciò gli giungano da fuori, dai fenomeni e dai calcoli. Continuamente l’elemento interiore del pensiero, irriconosciuto, viene annientato.

Ove questo pensiero, mediante retta ed energica concentrazione, realizzi il proprio autonomo movimento, conquista se stesso in una profondità del sensibile, al cui livello, come uno stato di sonno catalettico, questa costituisce per esso la più profonda degradazione. Non è la Scienza della quantità la degradazione, ma il pensiero che si vincola ad essa. Il Materialismo in realtà è una simile degradazione.

L’ekâgrata dell’asceta di questo tempo perciò non può non essere una disciplina ardimentosa.

Non vi è altra via per debellare il Materialismo. Il Materialismo non si vince con persuasioni spiritualistiche o dialettiche, ma con un’azione interiore rigorosa, precisa come una operazione matematica. Ma occorre tale tipo di azione, occorre conoscere che cosa è realmente il canone della retta concentrazione, oggi.

Si tratta di una liberazione del pensiero dal vincolo più sottile, il meno consapevole, che non viene risolto dall’essere cultori dell’idea tradizionale, ma soltanto dalla realizzazione della indipendenza del principio pensante da qualsiasi condizione, anche da quella tradizionale. L’essere assolutamente liberi da qualsiasi dogma, da qualsiasi mito, da qualsiasi principio, che non sia l’assoluto a priori della coscienza, è il presupposto vero. Qualsiasi nome assuma un altro presupposto, è un inganno.

Il pensiero più degradato oggi è quello stesso che, mediante concentrazione di profondità, può diventare il pensiero più potente, sintesi delle forze dell’anima, in quanto il più coincidente con la tenebra della materia. Oggi, la possibilità del samadhi, della “visione penetrante” e dell’azione sovrasensibile è insita nel tipico pensiero razionale rivolto al sensibile.

L’esperienza sensibile-razionale è il grado iniziale, epperò il più basso, di una esperienza cosciente del Sovrasensibile. Lo stato di sogno e di sonno profondo del pensiero che s’immerge nel sensibile, risponde ai gradi superiori della coscienza, cui l’asceta antico si elevava evadendo dal sensibile. Questi gradi di coscienza, rispondenti allo stato di sogno e di sonno al livello sensibile, il pensiero cosciente li contiene in sé e solo penetrando in sé può sperimentarli: nell’Autocoscienza esso ha l’inizio di tale possibilità.

E’ la realizzazione della coscienza di sé indipendente, che esso ha preparato come senso ultimo del proprio movimento: l’identità assoluta e impersonale con un contenuto che non è valido in sé, ma come segno di una operazione di profondità: il sentiero nuovo dell’anima, volta in forma cosciente al ritrovamento del Logos.

Il moto non cosciente del pensiero che s’immerge nell’oggetto sensibile, è in sé la forza di superamento della soggettività e della psichicità: il discepolo moderno ha la possibilità di realizzare coscientemente tale forza. Suo compito è sperimentare obbiettivamente il pensiero mediante cui sperimenta il sensibile, per entrare veramente in un superiore segreto di sé e del mondo.

Sembra che il pensiero riflesso sia tale in quanto aderisce al sensibile: in realtà il pensiero riflette il sensibile grazie alla coincidenza di profondità con il sensibile della sua parte non cosciente. Il pensiero tuttavia è uno. Il pensiero riflesso è soltanto l’ a p p a r i r e  del pensiero. Da questo apparire occorrerebbe non trarre la cultura, ma far sorgere il reale pensiero.

Ove il profondo potere d’identità del pensiero non venga attuato da un minimo numero di indagatori coscienti, né venga vissuto in sé come il senso reale dell’esperienza sensibile, tale potere viene perduto per la collettività umana: esso scende nella corporeità, divenendo vita istintiva: di un tipo che degrada ulteriormente l’umano.

Lo sperimentatore opera in modo che l’incorporeità del riflesso divenga veicolo dell’incorporeità del potere di profondità del pensiero. L’incorporeità dominatrice della corporeità è  o r i g i n a r i a al pensiero, come  p o t e r e  d i  i d e n t i t à.

Lo sperimentatore non deve fare nulla che non sia già compiuto nel moto immediato del pensiero rivolto all’oggetto sensibile: deve realizzare v o l i t i v a m e n t e quel poter d’identità.

Deve realizzare questo medesimo immediato moto riguardo al pensiero riflesso, allorché giunge ad averlo obiettivamente dinanzi a sé.

Così contemplato, con la stessa determinazione sollecitata dall’oggetto sensibile, grazie alla più semplice dedizione ad esso, il pensiero, come contenuto non sensibile, fa appello all’immediata Vita della Luce.

Tale immediatezza, come potere del pensiero originario, afferra ora l’oggetto non sensibile: non avendo di contro a sé un oggetto sensibile, non ha bisogno di dar luogo a un riflesso, ma estrinseca indipendentemente dalla forma riflessa la propria forza. Risolve la forma riflessa nel potere della sua Luce.

Nel pensiero riflesso è presente ma sconosciuto l’Io: se si penetra il riflesso, si trova l’Io. Come i n t e n t a m e n t e si guarda un oggetto sensibile, occorre giungere a guardare intentamente il pensiero. Si tratta di un’operazione più radicale che la semplice obbiettivazione del pensiero nella concentrazione, essendo il suo senso ultimo la penetrazione del mistero del mondo minerale.

La mineralità terrestre cela il segreto dell’originaria struttura  saturnia e solare della Terra. In ordine alla metafisica della Terra “solare”, la contemplazione ascende per diversi gradi a sempre più pure essenze di liberazione nella misura in cui il pensiero più profondamente realizzi la penetrazione della terrestrità.

In ogni forma dell’essere, la corrente radicale del pensiero muove attuando la sintesi correlativa alla particolare determinazione onde distingue ogni oggetto dagli altri. La particolarità appartiene alla percezione, il superamento di essa al pensiero. L’ e s s e r e sorge da questa sintesi,  che è compito del discepolo  possedere via via,    c o n o s c e n d o il proprio conoscere.

Questa sintesi, allorché egli l’attua direttamente in sé secondo l’ascesi solare, assumendo il pensiero come oggetto, epperò come essenza della oggettività, gli dà modo di incontrare l’essenza nel pensiero. Il pensiero, immergendosi nel proprio momento noetico, opera in sé con sé la sintesi, ma in realtà unisce le due correnti dell’essere, la interiore (metafisica) giungente attraverso il pensiero, e la esteriore (cosmica) giungente attraverso la percezione liberata dal dato sensibile.

L’uomo vive in idee, ma lo ignora: procede con il potere dell’idea, estinguendo di continuo in essa la fattualità sensibile, ma lo ignora. L’istanza ultima dell’esperienza sensibile è per l’uomo afferrare la volontà con cui muove nell’idea, là dove comincia ad esaurire il peso della materia fisica: là dove l’ e s s e r e  s o r g e   c o m e  p e n s i e r o , come sintesi iniziale, che esige essere conosciuta per essere proseguita.

La disciplina gli deve dare modo di cogliere la volontà presente ma non cosciente nel pensiero: l’identica volontà che mediante la percezione incontra radicalmente la mineralità. L’arte è l’entelécheia di tale sua volontà  u n a con il pensiero, che gli consente di sperimentare l’essere come pensiero: la realtà iniziale del mondo, in cui egli è creatore non in quanto pensa, ma in quanto realizza l’essere del pensiero.

Giova osservare che l’esperienza di tale essere originario dell’intima anima e del mondo risponde a un momento superiore di  a n n i e n t a m e n t o del pensiero dialettico. La vera Magia è l’attuarsi del pensiero come essere, onde l’essere scompare come alterità: il pensiero ritorna a essere, sia pure per attimi, il lampo primordiale che attraversa la mineralità.

L’essere del mondo che sorge come pensiero, in quanto pensare che sorge come essere, non è quello dell’idealismo, bensì l’essere del  p e n s i e r o  s o l a r e , sintesi della corrente originaria del pensare nella coscienza umana con la potenza pensante del Cosmo. Ciò che appare come essere del mondo non è alterità, oggetto estraneo e conoscibile al pensiero, che se lo trova innanzi come opposto, ma iniziale sintesi del pensiero penetrante in esso con il suo primo moto. Tale sintesi non è cosciente al pensiero riflesso: al cui meccanismo occorre l’alterità del mondo, per sentirsi fondato sul concreto.

Il vero concreto è l’assoluto fondamento che il pensiero della concentrazione ritrova in sé: ma non è più pensiero, bensì un originario volere magico.

Questo volere magico viene ritrovato nella segreta Operatio Solis del pensiero. Qui avviene la connessione essenziale con ciò che fu smarrito: qui la Tradizione riprende come operazione volitiva di profondità, indipendente dalla mâyâ delle mediazioni di qualsiasi tipo, culturale, filologico, rituale, ecc. L’equivoco della Tradizione soggettivamente assunta, senza coscienza del limite noetico della soggettività, cessa: essa non è un’integrazione, bensì un’ulteriore forma della interruzione. Sinora è stato inevitabile che, rispetto all’assunto metafisico dell’Io, il cosiddetto “organismo” indicato come mediatore della Tradizione risultasse conforme a condizioni e modalità pragmatiche, in realtà contraddicenti il carattere metafisico di essa, ossia la possibilità di valere indipendentemente dal binario rituale o cerimoniale.

La conoscenza tradizionale, efficacemente ripresentata nella forma critica “moderna”, può essere utile come oggetto di meditazione e stimolo al “ricordo”, ma l’accettarla come direzione metafisica non dovrebbe impedire di sapere che cosa si vuole veramente da essa: occorrerebbe non ignorare l’Io da cui si muove per la ricerca, allo stesso titolo che con qualsiasi altra ricerca.

La relazione con essa, infatti, inizialmente riguarda l’astrale, non l’Io  n o n  a n c o r a  r e a l i z z a t o  e che, per realizzare se stesso, tende a essere presente a tale relazione come a qualsiasi altro processo di conoscenza. Riguardo a ogni processo di conoscenza, l’intento metafisico dell’Io è sperimentate le forze del corpo astrale in atto come relazione di questo col mondo: in realtà, nel vedere, nell’udire, nel pensare, nell’immaginare, è l’Io che sperimenta.

La relazione deve passare dall’astrale all’Io, il cui compito è solo percepire mediante l’anima, al livello sensibile, contenuti che esso già possiede al proprio livello sovrasensibile. Senza la presenza dell’Io, il percepire, il pensare, il conoscere, permarrebbero allo stato di  r e l a z i o n e  s o n n a m b o l i c a  dell’anima con il mondo. Nel pensiero cosciente l’io ha l’iniziale incontro puro con l’astrale, con l’anima: l’ordine interiore viene, sia pure per breve momento, restituito.

Il Divino contemplato nei domini della Tradizione è vivente nelle normali attività della coscienza. L’uomo è invero il “tempio del Divino”, ma non può scoprire le forze superiori attive nei processi del percepire e del conoscere, finché mediante essi cerca tali forze fuori di sé: nei segni del passato, negli impulsi esauriti dell’anima. Il primo atto di resurrezioni dell’Io si realizza nel pensare che si liberi dalla soggezione al corpo astrale ed esprima l’autonomia del suo principio sovrarazionale.

La Tradizione vera è la trasmissione imprevedibile: l’accensione non imposta allo Spirituale da alcuna regola o formula, o rito, o appartenenza a u determinato organismo tradizionale. Lo Spirito oggi può realizzarsi nell’anima cosciente come ciò che non ha bisogno di alcun appoggio in altri enti, per operare al centro dell’umano, in quanto ha in sé l’assoluto fondamento.

E’ importante scoprire quanto l’impedimento allo Spirituale dipenda dal non attingere ad esso la pura autonomia che è possibile già sperimentare, sia pure al livello più basso, nel pensiero cosciente. Là dove non è più necessario pensare per conoscere perché il pensiero diviene puro volere dell’Io possessore di ciò che prima doveva conoscere, comincia l’identità con l’elemento perenne ritrovato della Tradizione: anche se non si è mai neppure conosciuto il nome di Tradizione. Il nominalismo di questo nome può essere il grande impedimento, malgrado l’imponente apparato filologico-storico, anzi mediante questo.

Antonio Massimo

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I SAGGI DI ANTONIO – N. 2: L'ILLUMINAZIONE

Presupposto dell’Illuminazione è il realizzare, mediante ascesi, l’accordo della natura animico-fisica con l’essere animico-spirituale. Normalmente l’uomo ha nel pensiero il veicolo di tale accordo. In quanto il pensiero giunga a pensare secondo il proprio puro movimento, implica la cooperazione eterica dei due sistemi di forze, animico-fisico e animico spirituale: perciò reca potenzialmente la connessione dell’Io con il cuore, ossia con il centro delle correnti eteriche: nel quale il Divino e umano s’incontrano. La forza magica che in tal modo si sviluppa, si può ravvisare come un potere di donazione assoluta dell’Io, tanto più essenziale quanto più centrifugo. Essa nasce da l’ ”etere del calore” del cuore, allorché l’accordo tra l’uomo inferiore e l’uomo superiore viene realizzato dall’Io.

In realtà viene restaurata, sia pure temporaneamente, una gerarchia continuamente violata, sino a inversione di essa, dalla esperienza quotidiana, inevitabilmente influenzata da eccesso di sensazioni prive di elaborazione interiore.

Tale elaborazione è possibile all’asceta anche a posteriori, nel momento del raccoglimento: avviene allora una purificazione del sangue mediante il pensiero, analoga a quella che si compie nei polmoni mediante l’ossigeno. Nel cuore il sangue dell’uomo inferiore e il sangue dell’uomo superiore si incontrano, determinando un equilibrio, per virtù del quale il sangue occultamente comincia a realizzare l’Archetipo dell’uomo integrale.

Nel cuore, in realtà, il sangue parzialmente si smaterializza o si eterizza, trapassa in flusso eterico, resurrettore di vita, secondo un processo inverso a quello per cui, da una condensazione dell’etere cosmico e dalla conseguente differenziazione di esso in quattro eteri, nacque la forma fisica. L’uomo può accendere la forza del Sole nel cuore: mediante il centro eterico del cuore, egli può produrre volitivamente l’etere del calore. Ciò equivale a dire che egli può immettere forze rinnovatrici nel mondo.

Una simile possibilità, nell’uomo moderno, è quotidianamente contrastata dal pensiero dialettico, che per la sua struttura riflessa, esprimendo la direzione opposta allo Spirituale, di continuo sbarra il passo alla luce eterica ascendente dal cuore. Si può dire che la sintesi dei quattro eteri nell’uomo corrisponde a quella che lo Yoga Tantrico chiama corrente di Kundalini. Tale sintesi può essere realizzata dal pensiero che non soltanto liberi se stesso mediante lo ekâgrata assoluto, ma giunga ad attingere alla propria Luce di Vita, scaturente dal cuore.

Movendo dall’etere del pensiero, l’uomo può accendere nel cuore le forze creatrici del Sole: può ripercorrere a ritroso, mediante illuminazioni via via più intense, il processo cosmico grazie al quale egli da una natura sidereo-divina si è degradato a una natura terrestre-animale.

L’uomo non discende dall’animale. La concezione dell’origine animale dell’uomo, è invero un pensiero patologico, germe di malattia e di impulsi intellettuali distruttivi. Gli animali sono le forme vitali-fisiche, che l’uomo espulse da sé per incarnare la propria forma. E’ decisivo per il destarsi dell’elemento solare del cuore, l’atto della conoscenza, grazie al quale nell’uomo non si vede un essere animale asceso alla forma umana, bensì il contrario: l’azione di un principio trascendente che ha potuto assumere la forma vitale-fisica, in quanto ha escluso da sé la natura animale. Ove tale principio conquisti coscienza di sé, continua la sua opera di superamento dell’animalità vitale-fisica. Riconoscere questo principio è già metterlo in movimento: il suo moto si attua nell’etere del cuore.

E’ importante comprendere una distinzione radicale di metodo. Mentre l’asceta antico muoveva dal sistema sanguigno per agire sul sistema nervoso, mediante il respiro, l’asceta di questo tempo muove necessariamente dal sistema nervoso, ma non può operare sul sangue mediante il respiro, bensì mediante il pensiero svincolato dal sistema nervoso, cioè affrancato dalla natura animale.

Normalmente ogni attitudine psichica o psicologica, o pseudoyoghica, oggi tende a revivificare il dominio antico del sangue sul sistema nervoso, cioè ad alimentare il mondo delle brame e degli istinti contro l’Io. E’ importante per l’asceta di questo tempo riconoscere la via eterica verso il sangue come la Via del Pensiero liberato, che restituisce l’unità degli eteri disintegrati. Solo possedendo la Via del Pensiero, egli può ritrovare la via metafisica del respiro.

L’autonomia che consente al principio interiore di operare etericamente sul sangue – cioè sugli istinti e sulle passioni – è l’autonomia che il pensiero può conseguire rispetto all’organo cerebrale e perciò al sistema nervoso. Come insegna la reale Scienza Iniziatica, la vera sede del pensiero è il corpo eterico (linga sharira): qui esso è una corrente di Vita sovrasensibile. Nel processo dialettico il pensiero si deteriora sino all’annientamento dell’elemento di Vita. Normalmente la dialettica nasce da tale annientamento.

Non v’è individuo, oggi, che in tal senso non sia giocato dalla propria dialettica, cioè dal pensiero cerebrale, in cui risuona la sua natura inferiore, onde gli è inevitabile asservire il pensiero all’errore. L’errore è la dialettica, non il pensiero. Il vero pensiero non può errare. Un errore è sempre parvenza di pensiero. Un errore veramente pensato cessa di essere errore: ma ritorna errore, se il pensiero non è capace di ricreare ogni volta di nuovo il proprio momento di verità, o momento eterico, indipendente dal corpo eterico-fisico. In realtà nel corpo fisico, gli eteri sono mossi, anche se non penetrati, dagli Ostacolatori dell’uomo.

Il corpo minerale dell’uomo appartiene alla Terra, il corpo eterico appartiene all’elemento solare che domina la terrestrità. Giova non dimenticare che il mondo eterico è “fuori” dello spazio fisico, in quanto è lo spazio interiore degli enti e dei mondi: il vero spazio. Nella dialettica, l’elemento terrestre viene portato a prevalere sull’elemento solare: questo prevalere, esprimendo la degradazione degli eteri, è la causa del male umano. Colui che sa estinguere la dialettica e riesce tuttavia a continuare a pensare con deliberata determinatezza, in sostanza comincia a muovere nel corpo eterico superiore, là ove l’Io può operare sugli istinti e le passioni, in senso inverso a quello mediante il quale gli istinti e le passioni normalmente si trasformano in dialettica, asservendo il pensiero.

Per naturale costituzione, l’Io è fondato sulla corporeità, illegittimamente mosso dagli istinti e dalle passioni, ossia da ciò che genera il male umano e la necessità della distruzione corporea. Il fondamento è l’Io, non il corpo. L’esercizio della soppressione della dialettica, mediante la concentrazione pura del pensiero, realizza l’indipendenza del principio interiore dalla psiche e dal corpo: porta la corporeità a fondarsi sull’Io, restituendo ai quattro eteri la funzione creatrice originaria.  Viene realizzata, per tale via, la sintesi degli eteri scissi nella sfera della manifestazione sensibile.

L’Io, in quanto metta in moto il potere del proprio Archetipo cosmico, suscita la sintesi degli eteri, impronta della propria virtù il corpo eterico, rendendolo indipendente dalla  specifica correlazione che necessariamente lo oppone alla forma degli enti. Mediante tale animazione del corpo eterico, l’asceta riproduce volitivamente l’etere del calore, trasformandolo in forza d’amore, in quanto è capace di superare il limite soggettivo e di trapassare nell’altro: l’amore diviene il potere magico dell’Io, rispondendo  alla sua originaria funzione redentrice rispetto agli eteri degli elementi impegnati nella struttura corporea. Il corpo viene permeato dalla propria originaria potenza dal Fuoco mediante il quale la coscienza ridesta in sé, come pensiero vivente, la virtù saturnia: virtù del primordiale elemento della creazione.

Antonio Massimo

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I SAGGI DI ANTONIO – N. 1: SCIENZA DELL'IO E CONCENTRAZIONE

Non v’è indagine legittima del “tradizionale”, che non supponga l’esperienza sovrasensibile, piuttosto che la somma delle conoscenze, cioè il sapere tradizionalistico. Questo sapere può essere un grosso inganno, se non è giustificato dalla reale percezione estracosciente, o super cosciente.

E’ più importante tale percezione che la problematica del valore tradizionale: questo, per essere autentico, presuppone appunto un percepire sottile, che è muovere nell’anima secondo il fondamento.

Dal punto di vista della percezione sottile, è lecito parlare di zone dell’anima che nell’uomo moderno si sottraggono alla coscienza ordinaria, non in quanto esistano come un “estracosciente” codificabile da una coscienza che rimane quale è a livello dialettico, incapace di afferrare se stessa,  bensì riferibili ad un Io che sperimenta: che è a dire al reale soggetto umano.

Esse sono sperimentabili nella misura in cui si possegga la dinamica del pensiero, epperò mediante questa si abbia di esse una percezione diretta, meglio che una deduzione in base a semplici nozioni o rappresentazioni spirituali.

Il pensiero è l’immediato veicolo dell’Io, l’immediato puro, ma come tale non conosciuto dall’uomo ordinario, che al massimo lo riconosce filosoficamente come mediazione. Sia Evola che Guénon non mancano di indicare come fondamentale per la ricerca interiore, la disciplina liberatrice, o trasformatrice (Evola), la ascesi dell’intelletto puro (Guénon), in definitiva la concentrazione. Qualsiasi tipo di concentrazione è in sé un’operazione di pensiero. In tal senso la concentrazione è la chiave di ogni tecnica interiore, sia di tipo yoghico, sia vedantico, sia sufico.

Il pensiero, quale viene quotidianamente sperimentato dal moderno uomo razionale, è il continuo sbrindellamento, ora deduttivo-induttivo, ora istintivo-cerebrale, di una forza superiore, che è in sé una corrente sintesi di Luce e di Vita. Qui il pensare ha interno a sé il volere, il volere ha interno a sé il sentire. In una zona supercosciente, le tre facoltà dell’anima, pensare, sentire, volere, sono solo una splendente forza.

Se, come tale, cioè con il suo originario potere di Luce di Vita, simile forza scendesse nell’organismo umano, lo distruggerebbe.

Per incarnarsi, perciò, questa forza si scinde in tre correnti, delle quali una soltanto, il pensare, diviene cosciente: ma diviene cosciente a spese del suo riflettersi nell’organo cerebrale. Rinunciando al proprio elemento sottile di vita, il pensiero diviene smorto riflesso, ombra esanime, dotata di moto in cui non c’è più anima, o luce interiore: è il moto dialettico, così caro ai moderni filosofi, materialisti o spiritualisti: il pensiero dell’impotenza.

Le altre due correnti, il sentire e il volere, mantengono bensì il loro elemento di vita, ma a condizione di vincolarsi alla subconscia sfera somatica, cioè al corpo senziente e al corpo vitale, o eterico, così che la loro dynamis si altera e ascende alla coscienza rispettivamente sotto forma di flusso emotivo e di flusso istintivo.

Normalmente l’uomo si trova in stato di sogno rispetto al vivo sentire e in stato di sonno profondo rispetto al vivo volere: è sveglio soltanto nel pensiero privo di vita. Questa privazione rende il pensiero indipendente dalla sua corrente sintetica originaria, onde l’uomo è bensì libero nel pensiero, ma di una libertà astratta, retorica, priva di spirito. Il vuoto guscio di questa libertà normalmente si riempie di contenuto istintivo: per tale ragione l’uomo giustamente si ritiene libero, ma viene sostanzialmente manovrato dagli istinti.

Non essendo cosciente dell’originaria forza sintetica, il pensiero non riesce a distinguere sé dal contenuto istintivo, così come non riesce a compiere un reale sintesi della molteplicità del mondo che gli viene incontro mediante le percezioni sensorie: non riesce se non a compiere astratte sintesi concettuali, non riesce a a muovere se non secondo relazione dialettica. Lo sbrindellamento del pensiero viene appena sanato dalla logica astratta, cioè dal moto riflesso, o dialettico del pensiero. La reale forma-pensiero invero si scinde in una serie continua di rappresentazioni, il cui piccolo caos viene appena ordinato dal pensiero logico. Gli istinti e gli stati emotivi in realtà spadroneggiano nella coscienza, grazie a questa impotenza del pensiero.

La concentrazione restaura, sia pure ogni volta per breve momento, il dominio dell’Io nell’anima, in quanto esige dal pensiero il movimento secondo il potere sintetico originario: ciò consegue mediante un tema non imposto dai bisogni o dai doveri quotidiani, ma voluto per sé, come mezzo per l’unificazione e l’intensificazione della corrente del pensiero normalmente dispersa. Mediante l’attenzione rivolta illimitatamente a un tema o ad un’ immagine o a un concetto, che deve campeggiare esclusivamente nella coscienza, il pensiero ritrova la propria unità originaria, la forza dell’Io.

L’errore generale umano, così come l’errore di taluni che tendono a ritrovare la dimensione sovrasensibile, senza rendersi conto di muovere da una coscienza dialettica, consiste nel fatto che la  presenza reale dell’Io nell’uomo non è diretta, ma continuamente riflessa dal corpo senziente, o psiche, rispondente a ciò che induisticamente viene chiamato kâma rûpa, e dall’esoterismo occidentale “corpo astrale”, cioè dal corpo animico vincolato alle categorie corporee. Nell’uomo comune, in effetto, all’impulso metafisico dell’Io, continuamente si sostituisce l’impulso psichico del corpo astrale. Mediante il corpo astrale, la corporeità fisica, con le sue potenze istintive e le sue demonie emotive, giunge a manovrare il pensiero.

Una simile situazione caratterizza specificatamente l’uomo moderno, il cui pensiero è caduto talmente nella cerebralità, da giungere persino a dubitare di una propria autonomia rispetto all’organo cerebrale e di costruire dottrine e teorie fondate sulla persuasione di una priorità dei processi cerebrali sul pensiero: che è la condizione del mondo animale. L’animale infatti non pensa, ma opera mediante un “pensare” adialettico, la cui immediatezza muove dalla sua corporeità fisica, sorretta da forze della propria incorporea “anima di gruppo”.

La dimensione esclusivamente razionale degrada l’uomo al livello animale: la sua intelligenza infatti è mondialmente mobilitata a soddisfare bisogni fisici e ad attuare un ferreo sistema di organizzazione economico-sociale conforme alla visione fisico-animale del mondo. Se v’è un momento primordiale della evoluzione umana, in cui l’uomo originario come entità spirituale supera il caos, occorre dire che l’attuale imporsi dell’organizzazione fisico-animale della società, è un ritorno del caos sotto forma tecnologico-scientifica. Nuovamente lo Spirito è chiamato a fronteggiare il caos, l’avvento sistematico del demoniaco. Il dramma del presente tempo consiste nel fatto che l’Io non dispone del potenziale di profondità di cui invece dispone il demoniaco.

La concentrazione dà modo al pensiero di estrinsecare la propria forza pura, indipendente dalla psiche. Il pensiero eccezionalmente si sottrae al dominio del corpo astrale, che di continuo lo assoggetta alla corporeità animale, cioè alla sfera delle potenze istintive. Tali potenze sono in realtà forze dell’Io, cioè forze del volere di profondità deviate verso la necessità strutturale corporea. L’Io le subisce come opposte e deviatrici, finché è un Io riflesso o dialettico, privo della propria indipendenza rispetto a corpo astrale e perciò del potere di presa su esso. L’esercizio della concentrazione, in realtà movendo dall’Io, comincia a restituire all’Io il dominio originario sul corpo astrale.

Il pensiero è l’arto immediato dell’Io. Dominando il pensiero attraverso il corpo astrale, le potenze corporeo-istintive s’impongono all’Io. Liberando il pensiero dalla soggezione al corpo astrale, l’Io riprende i comandi dell’anima e perciò del corpo, domina e trasforma le potenze corporeo-istintive. Queste sono in sostanza forze originarie smarrite dall’Io, che l’Io ha il compito di recuperare. Il recupero ha inizio mediante la retta concentrazione del pensiero: occorre dar modo al pensiero di manifestare la propria obbiettiva forza indipendente dal corpo astrale e perciò capace di veicolare la pura potenza dell’Io nell’anima. Colui che aspira all’Iniziazione nel presente tempo, deve anzitutto sperimentare il pensiero come forza pura indipendente dall’oggetto o dal tema mediante cui si manifesta, epperò come attività estra-psichica.

Il senso dell’esperienza è l’autonomia della coscienza dell’Io rispetto alla propria base corporea: autonomia che le consente la prima forma di conoscenza non dialettica, del Sovrasensibile, e perciò della reale fenomenologia della coscienza in rapporto alla funzionale “localizzazione” corporea dei movimenti tipici dell’anima.

Si comincia in tal modo a constatare come l’attività si svolga mediante il supporto cerebrale: la coscienza razionale si manifesta nel capo, basalmente stimolata dal percepire sensorio. La vita dei sentimenti invece ha come sede il torace: suo supporto è la forza che si esplica nei ritmi del respiro e della circolazione sanguigna. Il potere della volontà ha come veicolo i dinamismi metabolici del sistema del ricambio e del movimento degli arti. Allo stesso modo che i tre sistemi, neurosensorio, ritmico, metabolico, s’interpenetrano nell’organismo fisico, avendo tuttavia ciascuno una funzione predominante nella propria sede, così le tre funzioni, pensare, sentire, volere, operano in continua combinazione o collusione, secondo una mutevolezza che supera quella funzionale dei corrispettivi processi corporei.

L’uomo è in realtà un essere tripartito. La vecchia psicologia razionale aveva intuito tale trinità della vita dell’anima, ma non la sua rispondenza alle tre sedi corporee, che è un portato della Scienza dello Spirito occidentale. Le tre sedi, differenziate anche nelle loro strutture fisiche, mentre rispondono ai tre accennati tipi di attività della coscienza, simultaneamente risultano in relazione dinamica con i quattro sistemi della organizzazione corporea: osseo, ghiandolare, nervoso, sanguigno. Diciamo “relazione dinamica”, in quanto la tripartizione in sede della testa, del torace, del ricambio e delle membra, rispondente alla treità pensare, sentire, volere, si attua mediante lo stesso principio di sintesi psicosomatica che governa i quattro sistemi corporei simultaneamente presenti e cooperanti in ciascuna delle tre sedi.

Un ordine settenario governa metafisicamente i “quattro” e i “tre”. Si tratta di una sintonia basale, non meccanica, in quanto ciascuno di tali sistemi, guardato in sé, può essere riconosciuto operante secondo un tipo di forza che gli corrisponde dinamicamente: all’elemento minerale-osseo rispondono le forze radicali della struttura fisica, donanti degno di sé nella percezione sensoria: il sistema ghiandolare può essere riconosciuto veicolo delle forze vitali, o eteriche formatrici dell’organismo; il sistema nervoso supporto delle attività senzienti-psichiche (astrali); il sistema sanguigno portatore del principio Io, che si esplica come autocoscienza nel sistema della testa, mediante un particolare rapporto con l’organo cerebrale.

L’uomo moderno, con la sua ossessione materialista, sta intaccando con forze di caos l’ordine settenario: perciò la nevrosi e la malattia mentale, stanno diventando il male generale umano. Infatti, i quattro principi interiori, Io, astrale, eterico, fisico, sono presenti in simultaneo e interdipendente movimento in ogni esplicazione delle tre attività dell’anima, pensare, sentire, volere, mentre organicamente sono le forze originarie compenetranti le rispettive sedi di quelle: superiore, mediana, inferiore, rispondenti appunto ai tre sistemi, della testa, del torace, del ricambio e arti. L’equilibrio della vita dell’anima si può ravvisare come attuazione dell’ordine gerarchico che commette il principio dell’Io su l’ astrale, l’eterico, il fisico, attraverso l’armonico rapporto pensare-sentire-volere. Il principio Io in sé opera come centro originario delle forze. Ove tale principio venga contraddetto, il caos comincia a regnare nella struttura umana.

All’indagine della Scienza dello Spirito, la vita dell’anima risulta legata non soltanto al sistema nervoso, ma anche ad altri sistemi, con rapporti differenziati, che la coscienza ordinaria non registra, ma di cui ha di continuo le manifestazioni: alle cui cause  può risalire non con il ripercorrere intuitivamente il processo, ché un simile percorrere non può superare il limite della natura vitale-animale, ma con il ritrovare in sé  il principio indipendente dalla manifestazione. Al sistema nervoso può essere ascritta unicamente l’attività pensante e neuro-sensoria: perciò il pensiero è l’unica attività della coscienza capace di risalire il proprio processo pre-cerebrale.

Il sentire e il volere rimandano non ad organi, ma a supporti in movimento, come il ritmo sanguigno-respiratorio e l’attività del ricambio, che non offrono all’Io, come il sistema nervoso, una base per la coscienza di veglia. Il sentire e il volere, infatti, pur essendo attività di cui talune manifestazioni sono percepibili sensibilmente, si svolgono su piani che per la coscienza di veglia rispondono rispettivamente allo stato di sogno e di sonno profondo.

Quella che normalmente si attua come coscienza di veglia, sorge nella sede in cui si produce il pensiero: anche quando si muove per contenuti emotivi o istintivi. Dei moti del sentire e del volere, tale coscienza non ha percezione diretta, come può averla del pensiero. Il sentire e il volere, svolgendosi mediante altri supporti, possono venir avvertiti mediante il sistema nervoso, che non è il loro veicolo, bensì il veicolo mediante il quale giungono a coscienza.

Dal fatto che i moti istintivo-volitivi ed emotivi-senzienti si ripercuotono nel sistema nervoso sino alla zona cerebrale, i moderni psicofisiologi automaticamente deducono che la vita dei sentimenti, degli istinti e degli impulsi volitivi si svolge mediante tale sistema. In realtà le manifestazioni del sentire e del volere, pur giungendo a farsi percepire mediante l’attività dei nervi, non si compiono mediante questa. L’indagine scientifico-spirituale attesta che una evoluta o autonoma vita della coscienza, può dar modo all’uomo di percepire sentimenti, o stati d’animo, o impulsi, prima del loro entrare nella rete nervosa, ossia grazie a un preventivo incontro interiore con essi, onde accolga il loro obbiettivo contenuto, facendo valere tempestivamente una discriminazione, un consenso, o un rifiuto.

A ciò, tuttavia, è necessaria una specifica ascesi del pensare e del percepire, di cui è preparatrice appunto la concentrazione.

In realtà, i processi del sentire e del volere si svolgono mediante supporti corporei con i quali la coscienza ordinaria non ha connessione diretta. Ma neppure dove ha tale connessione con il proprio legittimo supporto nervoso, la coscienza è in grado di percepirla, se a ciò non educa se stessa mediante adeguata disciplina. La connessione esiste su un piano che sfugge all’ordinaria coscienza razionale, incapace di sperimentare se stessa indipendentemente dal supporto.

La coscienza può, grazie ad un atto interiore diretto, giungere all’origine dell’attività pensante e avere contezza di cooperare al sorgere del pensiero: questo procedimento, verificandosi a una sua indipendenza, sia pure temporanea, dal sistema nervoso, le dà modo di attuare un distacco e un controllo obbiettivo riguardo ai contenuti emotivi ed istintivi, i quali si danno normalmente come sensazioni in sé già compiute, avendo già coinvolto l’Io, avendo cioè già uno svolgimento fisiopsichico prima di venir percepiti, onde si presentano con un carattere di necessità e di obbligatorietà, che costituisce il reale problema della esperienza interiore.

Da quanto si è osservato, è intuibile la priorità della disciplina di pensiero ai fini di una liberazione delle facoltà animiche e di una elevazione della coscienza alla percezione di ciò che di primordiale unisce l’umano e il cosmico. La Tradizione non può essere afferrata dal pensiero dialettico: nella sua corrente metafisica può cominciare a muovere soltanto il pensiero liberato. Ma il pensiero non si libera mediante ad un tipo antico di ascesi, cui era estraneo l’impedimento del pensiero razionale-dialettico e che perciò non necessitava di conversione del pensiero dialettico. Tale conversione è indispensabile al cercatore moderno che inizialmente non dispone di altra possibilità di contatto con la Scienza del Sacro, se non quella dell’intelletto razionale, anche quando dietro a tale intelletto urge un’anima metafisicamente qualificata, cioè già consonante con l’impulso superiore dell’Io.

Soprattutto nel caso di effettiva qualificazione interiore, è necessaria la disciplina che eviti il guasto delle forze superiori per via del pensiero riflesso. In realtà, sul piano della coscienza ordinaria traente il senso di sé dai supporti corporei, le forze sovrasensibili, rispetto alle quali tale coscienza è immersa in stato di sogno o sonno, subiscono un rovesciamento, o un riflesso, che soltanto la interiorità di veglia può affrontare e gradualmente ripercorrere, nella misura in cui, malgrado il limite proprio alla condizione dialettica, muova secondo la direzione superiore dell’Io. Vere discipline del pensiero sono quelle che danno modo al pensiero di operare, al livello razionale-dialettico, secondo la direzione metafisica dell’Io.

Antonio Massimo

I SAGGI DI ANTONIO, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (8° PARTE)

Mas

Non è tanto importante ciò che noi percepiamo negli altri uomini e negli animali superiori, quanto il fatto che per tal mezzo ci educhiamo e percepiamo, dietro agli uomini e agli animali, gli Spiriti che appartengono ad una delle categorie della prima Gerarchia, gli spiriti della Volontà, o, come li chiama l’esoterismo occidentale i Troni. Percepiamo allora Entità che possiamo descrivere soltanto dicendo: “Non sono costituite di carne, né di sangue, né di aria, né di luce, ma soltanto di ciò che possiamo percepire in noi stessi quando siamo consapevoli di avere una volontà”. Sono costituite nella loro sostanza interiore soltanto di volontà.
La forza che conduce il pianeta attraverso lo Spazio, che regola il suo movimento nello Spazio, emana dagli Spiriti della Volontà: essi danno al pianeta l’impulso di volare attraverso lo spazio. Il movimento del pianeta nello spazio corrisponde dunque agli Spiriti della Volontà, o Troni.
Come possiamo avere comunione con tali Spiriti della Volontà? Dobbiamo perdere completamente il senso di esistere in un punto qualsiasi del mondo come esseri separati: dobbiamo giungere non soltanto a ritrovarci nelle altre entità – pietra animale albero uomo – restando simultaneamente accanto ad esse con la nostra capacità di esperienza, ma dobbiamo realmente sentire le altre entità come nostro Sé: dobbiamo uscire completamente da noi stessi e sapere di essere tutt’uno con una determinata entità e da questa guardare indietro a noi stessi. Questo ci educa a percepire gli Spiriti della Volontà.
La correlazione profonda con questi Esseri è il coraggio: l’uomo infatti è riportato a se stesso, ossia ad una relazione con l’Io autentico, e scopre la sua possibilità di contemplazione profonda. E’ come se fosse lo specchio dell’Universo: tutto accoglie, rimanendo se stesso; con tutto si identifica; tutto infine può riflettersi in Esso. Il tessuto del coraggio è perciò la dedizione, quella dedizione di cui non si può essere capaci se non dietro la conoscenza di Sé e della propria missione nel mondo: da ciò può nascere l’autentica Volontà, e nella Volontà è il Coraggio.
L’uomo è ancora un essere soltanto intelligente, ma ben poco di ciò che egli vive nella sua intelligenza riesce a vivere come volontà; la forza del suo volere è appena in embrione. Il discepolo sa che deve fin d’ora preparare la base di quella potente Volontà che è nell’essenza, capacità di dedizione assoluta. Non vi può essere dedizione senza la base di una adamantina volontà. Una grandiosa mèta attende l’uomo e ad essa la Scienza Spirituale dà il nome di Grande Sacrificio. Esso è l’atto splendente di amore e di coraggio; reca con sé una potenza di volontà che pone l’uomo volente in condizione di donarsi radicalmente, senza residui. Ed è chiaro che non si può donare se non ciò che realmente si possiede. Questo è l’inizio delle esperienze della volontà creatrice: nell’esaurimento dell’ego nasce l’Io. Ciò che per ora è base della individualità è portato ad estinzione e nella capacità di tale estinzione nasce la volontà creatrice.
L’oscurità del soffrire umano può essere sfittita dalla chiara luce, se l’umo sa ricreare se stesso con il dono degli Spiriti della Volontà, se egli sa trarsi dalla ottusa adesione al mondo delle sensazioni e al consueto mondo mentale, se egli sa vivere nella essenziale luce del pensare voluto di qua dalla sfera cerebrale, indipendente dal respiro. Egli può contemplare. Ma è inevitabile che egli giunga a ciò attraverso un costante operare, un fervido aspirare: lo sforzo, la fatica, il coraggio, il sacrificio, la dedizione, la resistenza, la fiducia attraverso la lotta, sono un’unica opera di formazione della Volontà magica.
Accogliere cosmici pensieri, vivere in cosmici pensieri, lasciarsi tessere dalla vita del sentire cosmico, crearsi della sostanza degli Esseri della Volontà. Il dolore e l’angoscia, l’oscura depressione dell’anima sono qualcosa, hanno valore, in quanto l’ego necessità di essi e li accoglie facendosi togliere vita: l’Io dimentico della sua vera natura li fa suoi, e li crede suoi, si identifica con essi. Ma l’Io acquisire coscienza di essere quello che è al centro della meditazione, di potersi appoggiare a ciò che è indipendente come pura vita del pensare e opera nell’anima, creando. A questo occorre giungere, affinché le sensazioni e i sentimenti divengano mezzi di conoscenza.
E ancora più veracemente dietro una simile educazione del conoscere, la vita del cosmo diviene liberatrice, quando si giunge a leggere nell’anima, nella struttura del proprio essere, nelle forse degli organi, il linguaggio creativo delle Stelle: nella visione delle forze che sorreggono la natura e i mondi, si ritrova il fondamento della nostra vita animica e corporea, mentre lo spirito è vivente nella relazione che appunto in ciò diviene conoscenza. Sollevarsi dalla visione limitata delle cose, liberarsi dal pensare legato al mondo sensibile, ma simultaneamente portarsi sopra la sfera della oscura angoscia, dell’oscuro soffrire, là dove l’angoscia ed il soffrire rivelano il vero senso, dove essi divengono forza per una aspirazione più decisa all’esperienza dello spirito. Questo è penetrare nel mondo di Lucifero, per instaurarvi l’essenza del Cristo.
Ora la conoscenza del regno di Lucifero è la chiave dell’Iniziazione. La verità finale è che gli adepti che si sono rivolti al Cristo, vedono per prima cosa riapparire il mondo luciferico. Quando l’influenza del Cristo ha agito per qualche tempo nell’anima, questa rimane imbevuta della sostanza di Lui, e così cristificata diventa matura, atta a penetrare nuovamente nel regno delle entità luciferine. Punto di partenza è una conoscenza del Cristo, di natura “paracletica”, che va men oltre ciò che può essere donato dalla comunione con i Vangeli.
Questa è la via dei R+C.
La conoscenza del Cristo vivente, nella sua attiva realtà, può illuminare l’anima al punto che essa riacquista la facoltà di penetrare nel regno di Lucifero. Vi penetreranno primi gli Iniziati R+C, i quali poi daranno al mondo ciò che essi avranno conosciuto del Principio Luciferico. La sostanza del Cristo che è penetrata nell’anima umana, verrà compresa dagli uomini per mezzo delle facoltà spirituali che essi avranno maturato con l’aiuto del principio di Lucifero, che è affluito nell’anima di ogni singolo come sotto nuova forma. (Via della Filosofia della Libertà) Lucifero= =Chr.
Gli iniziati R+C saranno i primi, perché essi si sono dedicati ad approfondire la figura di Cristo, a far penetrare nelle anime loro il Cristo Cosmico, a farlo vivere in loro. Essi hanno trovato, per così dire, in quella sostanza del Cristo la forza che li guida e li difende in ogni avvenimento. Questa sostanza del Cristo diviene nelle loro anime Luce Nuova che li illumina interiormente; una luce astrale interiore: il Graal.
La risonanza del Graal nell’anima rende attuale la guarigione di essa dal male luciferico e perciò ahrimanico. Soccombendo alla tentazione di Lucifero, l’uomo nella sua caduta ha trascinato tutta la natura: così l’ordine morale è stato escluso dalla natura. Il fenomeno di fecondazione è in realtà in contraddizione con la natura originaria del mondo vegetale. A causa del male luciferico, mondo minerale, vegetale e animali a sangue freddo sono entrati nella sfera della sessualità. Questi non hanno più forza interiore: occorre loro un’azione nuova dal di fuori. Questa dipende dalla scelta dell’uomo, dal suo riconoscere il Christo.

(Fine)

Breve nota aggiunta.
Come sapete ho cercato di mantenere integro lo scritto di Scaligero. Tenete presente che la carta originale era vecchia, alcune parole erano frequentemente semi cancellate (al punto da dover disturbare qualche vecchio avvoltoio per il confronto), che posso aver fatto qualche errore nella battitura e che tutte le parole corsivizzate, nell’originale erano sottolineate. Detto questo, sarò ben felice di non accettare alcuna critica.

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