Settembre 2015

L’ARCHETIPO – OTTOBRE 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIRITO DEL TEMPO

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LO SPIRITO DEL TEMPO

 di Massimo Scaligero

Quello che veramente manca all’uomo contemporaneo è il senso di orientamento nell’immane mondo di parole: egli non pensa più pensieri, ma soltanto nomi. I nomi acquisiscono forza in quanto suggestioni collettive, divengono “miti” e, ancora, superstizioni. Allora avviene che il senso originario di quei nomi, per chi tenga fermo ad esso, risulti capovolto: avviene che sotto quei nomi fluiscano nell’umano forze di un genere impersonale ed oscuro, tenacemente attaccato nella loro vasta azione a tale travestimento dialettico, quasi che non potessero presentarsi con il loro vero nome.

Se dinanzi a simile caos nominalistico volessimo evocare un principio di rettificazione, in nome di una insopprimibile visione spirituale del mondo, potremmo trovarci in serio imbarazzo poi nel voler comunicare ad altri quanto si può essere presentato alla nostra intuizione con caratteri di evidenza e di assolutezza. Ma una simile considerazione non dovrebbe scoraggiare e togliere la possibilità di affermare ciò che, comunque, ha il valore di un contributo alla soluzione del problema.

Tra i fattori positivi di una “rettificazione” che possa verificarsi di là da una cooperazione cosciente dell’uomo, noi possiamo considerare il tempo, in quanto divenire che si attua inseparabilmente dal tessuto della vicenda terrestre.

Il tempo si può tuttavia ritenere inumano nel suo procedere come “negazione”: tutto ciò che non è conforme al suo spirito, ossia a ciò di cui esso è la forma insufficientemente intuita, viene respinto quasi con forza d’inesorabilità e costretto a racchiudersi nel suo stampo e a difendersi sino a perire più o meno lentamente entro di esso.

Un dato tempo, dunque, ci può presentare un drammatico panorama di macerie di stampi e di forme la cui interna sostanza è ormai decomposta, ma anche di forme intatte, proprie a una sostanza che il tempo ha bensì condannato, ma che difende selvaggiamente se stessa con ogni mezzo per continuare ad essere indefinitamente ciò che è. E in quest’ultimo caso essa generalmente giunge a utilizzare energie creative pertinenti alla positività del nuovo tempo, guastandole col subordinarle alla propria cristallizzazione. Ciò spiega un ambiguo e sotterraneo rapporto che oggi lega il mondo cosiddetto rivoluzionario con quello conservatore.

Il dramma della nostra epoca è in definitiva questo. Le forme già superate, cadaveriche o spettrali, dotate ancora di un’automatica vitalità, sorrette ormai soltanto da potenti fattori quantitativi o economici e dal mondo delle passioni legate a simile dominio della quantità, hanno formato un’enorme barriera, un formidabile ammasso il cui disordine, pur pesando drammaticamente sull’anima dell’uomo, è camuffato dalla sua inesauribile possibilità di organizzarsi meccanicamente. Tecnicizzazione e meccanizzazione danno a questo immane corpo in decomposizione apparenze di vita: apparenze anche dinamiche e brillanti.

La scienza, cessando di essere ancella dello “spirituale e dell’eterno”, diviene fine a se stessa. Ma essere fine a se stessa per la scienza significa essere inconsapevolmente mediatrice della opposizione delle forme superate e della tradizione morta contro il vero “Spirito del tempo”. E sarà bene ricordare che per noi tale locuzione non ha il senso di consuetudine psicologica o di carattere dominante di una data epoca, ma quello di entità spiritualmente viva nella sfera sovrasensibile, quale forza ispiratrice non riducibile al livello dell’astrattismo razionalistico, ma intuibile mediante ascesi interiore: lo stesso senso, dunque, che esso presenta come uno degli aspetti del Divino, di Krishna, nella Bhagavad-Gîta (XI, 32) quale distruttore del mondo, “eretto nella Sua statura enorme per la distruzione dei popoli”.

Lo Spirito del tempo respinge verso la decomposizione tutto ciò che non ha l’intima forza di trasformarsi da sé, tutto ciò che manca della virtù di una perenne attualità: per tutto ciò, lo Spirito del tempo si presenta come un distruttore, ossia come il portatore della vera rivoluzione contro la falsa oscura e retorica rivoluzione degli uomini la quale in fondo, nella sua frenesia di sovvertire e distruggere solo il mondo esteriore, il mondo dei valori fisici eliminabili mediante colpi o scoppi, è una forma mentita di conservatorismo.

La positività del conservatorismo sotto travestimento sovversivo consiste nel finire col distruggere se stesso proprio per voler continuare ad essere secondo un impulso che è il contrario di ciò che è, in quanto tende ad affermare come valore un suo modo di essere che comporta la cristallizzazione e la morte di ogni valore.

La società e le sue forme, l’uomo e le sue manifestazioni, usando tutte le loro energie per conservare se stessi entro un processo finito, connesso alla sfera del sensibile, per mantenere se stessi in posizioni ritenute morali una volte per tutte, in sostanza alimentano il contenuto vero della tragedia del mondo. La bancarotta della filosofia contemporanea è il segno di una impotenza del pensiero ad uscire dalla serie dialettica per divenire forza cosciente: l’esistenzialismo, per esistere, deve alimentarsi della sua dialettica e comunque ricorrendo a una normatività speculativa, finisce con l’essere un’ipocrisia. Non si può parlare di un pensiero bolscevico, ma di un pensiero americano regredente col massimo della vigoria razionalistica verso un realismo primitivo, sì. Il mondo della cultura e della filosofia appare come un immenso grammofono con serie di dischi che si alternano con allineamenti diversi delle stesse parole: non una luce, non un’autentica forza spezza la serie. Il concetto dei sistemi autorappresentativi del dedeking può dare l’idea della reiterazione indefinita di un processo il cui valore è il continuo negativo del suo automatismo.

Creata da un modo di pensare unilaterale dell’uomo, la bomba atomica, anche se non usata per la guerra, torna contro l’uomo come forza che comunque tende a dissolverlo in quel mondo materiale in cui esso veramente oggi va esaurendo la sua umanità sino a perderla. E’ Rudolf Steiner che chiama sotto-natura il mondo della tecnica privo della sua controparte spirituale.

Continuando dunque a trovare rimedi, nuove formule e nuovi meccanismi, lungo la stessa dimensione unilaterale data dal pensiero legato esclusivamente alle impressioni sensibili (anche quando mobilita una dialettica spiritualistica) ignorando qualsiasi altra dimensione della vita interiore dell’uomo (che scientificamente si liquida con i suggestivi termini di “inconscio” e di “sub-conscio”), in sostanza si prepara l’avvento del sotto-uomo. E pare che se ne veda già qualche segno: anzi, più di un segno. E’ sufficiente guardarsi intorno, liberando lo sguardo dal velo dell’assuefazione.

L’esigenza stessa di un’attitudine spirituale da evocare come unico valore possibile all’uomo in quanto uomo, epperò concepibile come il senso finale stesso della sua vicenda, viene falsata o contraffatta sul piano d’azione delle forze prevaricatrici sotto forma di uno “spiritualismo” da adeguare ai tempi e alla mentalità dominante. La quale è endemicamente conservatrice, ossia profondamente malata dell’attaccamento a se stessa, alle posizioni da cui trae vita.

Ecco perché, anche in sede esoterica, ogni atteggiamento è una velleità dialettica subordinata allo stesso giuoco di forze miranti a utilizzare soprattutto l’esigenza di un’azione spirituale per affermare se stesse: per cui si può affermare che ogni “via spirituale”, ogni mistica ogni “iniziazione” che si presuma tale nel mondo contemporaneo, non sono che espressioni di uno stato di fatto anti-spirituale in cerca di un suo stato di diritto. All’uopo viene mobilitata quella cultura tradizionale, o gnostica, o ermetica, o induistica, che meglio si presti al mantenimento retorico ritualeggiante o magicizzante dell’elemento conservatore riottoso di contro a qualsiasi possibile, vera trasformazione o rinnovazione.

Ciò spiega come, di fronte alla Scienza dello Spirito fondata da Rudolf Steiner, le correnti della pseudo-iniziazione mostrino la stessa insufficienza metafisica che impedisce loro di prendere un vero e attivo contatto con la grande Tradizione, sia essa orientale, sia occidentale, e rivelino la stessa refrattarietà che caratterizza un mondo che deve essere trasformato di contro alla forza trasformatrice. E si può veramente parlare di una coalizione mondiale delle forze conservatrici attive nel dominio “psichico” o animico, incapaci di qualsiasi autentico slancio spirituale, affinché non nasca l’”anima cosciente”, l’unica forza che possa porre l’uomo dinanzi alla corrusca aridità del mondo meccanico, nella veste del dominatore, sotto il segno del Cielo.

Ogni organizzazione meccanica della vita, anche la più dotata di enfasi rivoluzionaria, tradisce uno spirito bassamente conservatore. Non vi è più pericoloso conservatore del sedicente rivoluzionario che ha potuto cristallizzare in una formula il suo non ben cosciente istinto rivoluzionario.

Chi si illude di poter rettificare o rinnovare i sistemi mediante una distruzione esteriore sta sullo stesso piano di chi, per via scientifica, giunge a scoprire nuove forme di energia intese a soddisfare i bisogni esteriori dell’uomo. Una medesima energia può essere sfruttata sia per compiere distruzioni nel mondo della esteriorità, sia per rendere tale mondo sempre più rispondente alle necessità materiali.

La bomba atomica è dunque l’espressione di uno spirito conservatore: è contro lo Spirito del tempo, ma in definitiva, agisce per esso: la sua negatività è affermativa unicamente per esso.

La bomba atomica è uno degli ultimi barlumi di potenza di un mondo d’impotenza: essa sta ad accusare, in esasperata istanza, l’estrema povertà spirituale del mondo della scienza e della tecnica. E’ il risultato della superficialità indefinitamente esplorata e del mondo ridotto a piattezza, ossia il risultato di un potere acquisito dall’uomo nella sfera dell’inorganico, oltre la quale esso, tuttavia, non è capace minimamente di penetrare nel mistero della vita, se non con immobili e inconcludenti astrazioni.

Il filo d’erba, per gli scopritori dell’energia atomica, rimane un mistero: mistero rimane la vita animale, la natura dell’uomo, l’anima dell’uomo, il destino dell’uomo. Mistero rimane lo stesso immediato strumento conoscitivo di cui lo scienziato non può fare a meno di servirsi: il pensiero. Lo usa ma non sa di usarlo, o per lo meno ignora da quale zona dell’anima gli derivi e come nasca e che cosa sia: lo rivolge al mondo della quantità e acquisisce per mezzo di esso incontestabili conoscenze riguardo a tale mondo: pur tuttavia continua a non saper nulla della forza qualitativa che entra in giuoco in questo processo.

Ma il genio tellurico ha risorse infinite: per mezzo della disintegrazione atomica, esso contro questo mistero si vendica strappando le basi e i supporti puramente fisici a quella vita organica in cui il mistero si presenta e manifesta senza svelarsi, a quella vita organica che per apparire nel mondo esistenziale, oltre che essere, ha bisogno di tali basi e di tali supporti. Non è difficile tuttavia avvedersi come, di conseguenza, questa ulteriore creazione di una civiltà automatizzata senza speranza (che possono infatti, per redimerla, la religiosità tradizionale o qualsiasi atteggiamento semplicemente mistico?), divenga in definitiva strumento dello Spirito del tempo nel suo aspetto distruttivo.

E’ la tragedia della forza pensante dell’uomo: nata nella interiorità sovrasensibile, essa va a servire in esasperata passività il mondo sensibile, non riconoscendo più, anzi rinnegando, la propria origine, riducendo sul piano delle morte rappresentazioni ogni aspetto dell’essere, ogni significato, ogni tipo di rivelazione.

Il fenomeno, riflesso sul piano sociale, acquisisce carattere di speciale tragicità per il fatto che esso dispone di una sua dialettica, di una sua giustificazione filosofica: nato dallo spirito, il pensiero extra-vertito va a servire l’”anti-spirito”. Pensatori di questo tipo abbondano in America: filosofi di questa “anti-sofia”, quali John Dewey e Arthur O. Lovejoy, giungono ad affermare di essere pervenuti al realismo fisico non partendo, ad esempio, dalle scienze naturali, ma dalla metafisica: il che è dire da una metafisica senza spirito, ossia da un vero e proprio fallimento metafisico.

Quando si parte da uno speculare di tipo idealistico, per giungere agli stessi atteggiamenti mentali di chi è unicamente pago della realtà sensibile, ignorando anche l’esistenza di quel minimo processo di pensiero che deve entrare in giuoco per permettere l’essere di tale opinione, occorre avere il coraggio di riconoscere che non c’è più nulla da sperare da un simile mondo. Per un analogo fenomeno di recessione dialettica, che per via di inconsapevolezza rinuncia al principio ideale e pone al suo posto unicamente la mediazione discorsiva, dalla filosofia di Hegel prende le mosse quella corrente a cui si è dato il nome di “sinistra hegeliana” e che si può considerare il risultato di un aver preso non lo spirito ma la lettera dell’opera del filosofo di Stoccarda, con il conseguente capovolgimento della sua concezione sovrasensibile del mondo.

Ecco dunque gli sbarramenti che trova dinanzi a sé lo Spirito del tempo: in rapporto ai quali Esso non può manifestare, per ora, che il suo aspetto distruttivo, inconsciamente richiesto dagli uomini, per ultimo sotto forma di bomba atomica. La quale, come ogni altra arma moderna, finché la scienza e la tecnica non divengano ancelle dello spirito, è destinata a distruggere se stessa.

Ma al punto in cui sembra che non vi sia più una via di uscita, al punto in cui sembra che nessuna soluzione sia più possibile, allora veramente l’uomo deve decidere, in consapevolezza e in libertà, del suo destino, perché soltanto allora egli può far scaturire dalla propria anima il massimo della sua volontà creatrice: il momento più tragico e più negativo può essere il più eroico e il più affermativo. Ma soltanto una Scienza dello Spirito può additare all’uomo la via per questa possibilità.

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“Architrave” –  anno I n° 1 – Febbraio 1948

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

AUTUNNO, TEMPO DI CENERE

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Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano e del mondo, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione che sta per piombarci addosso modificando non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più vicina al nocciolo interiore?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.

Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto quasi centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.

Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci fanno sapere che l’estate è fuggita via.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.

Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.

Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.

Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.

Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.

Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!

Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.

Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.

Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!

Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.

Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.

Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?

Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.

Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.

Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

PS: scusate se – del tutto intenzionalmente – non accenno a Michele. Chi vuole mediti o legga quello che il Dottore ha scritto in merito. Il coro di “pensieri micaeliti”, “intelligenze dei cuori”, le esortazioni ad “afferrare con coraggio la spada di Michele”, insomma la litania annuale di pie esortazioni, paiono solo parole con l’abito di festa. Col sottofondo di devozione cattolica sconfinante nella superstizione che quasi sempre è la sua deriva.

Per chi volesse, più seriamente, avvicinarsi ad un ambito che lambisce qualcosa di reale nel merito di tale Essere, consiglio di pensare i pensieri che si snodano con la lettura della “Tradizione solare” di Massimo Scaligero. Pensare pensieri, signori miei: le genuflessioni sentimentali, figlie di una ottusa decadenza, valgono meno di niente.  

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO,

IL DITO E LA LUNA

dito luna

La Via, di cui testardamente cerchiamo di indicare i primissimi passi, è davvero una via. Un camminamento di montagna. Esiste forse una strada in cui, con un balzo, ci si possa portare dal suo misterioso punto di partenza all’altrettanto misterioso ed ignoto Tempio dello Spirito?

Certamente grandi maestri del passato caratterizzano la realizzazione spirituale con pochissime, sostanziali parole. Faccio un esempio con il sesto Patriarca cinese Huei-Nêng, detto anche l’illetterato. All’anziano istruttore Shen Hsin che diceva: “Questo corpo è l’albero bodhi, questo cuore è come uno specchio brillante. Senza posa noi lo spolveriamo e lo asciughiamo per non lasciare che vi si arresti la polvere”, Huei-Nêng risponde: “Non vi è albero dell’Illuminazione (bodhi), né cornice brillante. Poiché tutto è vuoto, dove potrebbe posarsi la polvere?”

Ecco un esempio di via diretta di conoscenza della “natura propria”.

Tuttavia occorre forse ricordare che con tali parole il Patriarca si rivolgeva di fatto a pochi, qualificati discepoli che per karma e per una profonda vita meditativa potevano essere in grado di cogliere, nel maturato vivente dell’anima, la travolgente essenza della via e forsanche per uno su mille si compiva, con un balzo, l’istantanea illuminazione.

Quella, si badi bene, liberata da ogni supporto, dai lacci del mondo e dai lacci di se stessi.

Mi si può facilmente obbiettare che ho portato un esempio lontano, esotico…ma credo che una obbiezione di tal fatta regga poco. Questo perché? Perché, in genere, si è lontani dalla spiritualità vera, dalla influenza spirituale di cui le parole sono solo il veicolo (o anche meno) e aggiungo che se l’Occidente è confuso, pure l’Oriente lo segue da vicino dove sono molti coloro che, imbastarditi dalla massa di preconcetti balordi offerti capillarmente dalla cultura occidentale, non riescono più ad avvicinarsi alla Saggezza iniziatica delle proprie tradizioni.

Una approfondita riflessione sul tema del percorso interiore è utile a chiunque, sia per le anime d’Occidente che per quelle d’Oriente.

Così, l’uomo che sente come necessaria una direzione interiore, potrà trovare molte occasioni: ad esempio sarà portato a intuire come una autentica via iniziatica sia qualcosa che non può essere rinchiuso negli schemi di nessuna teorizzazione ma che invece può condurre verso il superamento di ogni preconcetto e di ogni particolare ideologia, fede o sistema dottrinario. Sete di assoluto.

Rimane il fatto per il quale ci dovrebbe essere alla base un intimo quid, un nucleo di memoria, annebbiato ma ferocemente persistente, assai interno alla propria anima: se poi una lama di luce entra dalle imposte spalancate dal vento del destino e tutto si fa chiaro, non va dimenticato che – prima – il fondamento sta negli occhi sani, dotati della potenza del vedere. Occhi accecati non distinguono il buio dal raggio di luce. Per una triste patologia dell’anima, ciò che è ovvio, elementare nell’analogia, può non esserlo nella vita dell’uomo e non lo è affatto nei conati spiritualistici.

Lasciando i salti rarissimi che possono prodursi quando il discepolo è pronto, “il viaggio di mille li principia da sotto il piede”: così si esprime Lao Tzu con il suo Tao che non è suo ma eterno e insondabile e che dunque va oltre la ridotta quantità di secondi contenuta in ogni minuto, il magro numero di ore e la scarsa elemosina dei giorni e dei secoli.

Già! Come fa l’accorto contadino col maiale, lo stesso vale per la Tradizione originaria. Non si butta via niente. Ma il problema che sorge subito è sia quantitativo che qualitativo: i contadini ci sono ancora mentre gli esoteristi sono fauna di scarsa sostanza in estinzione e manco protetta.

Tale è uno stato di fatto e sui fatti – come il coppo che ti cade in testa – c’è poco da discutere. Anzi possiamo discuterne per tutta la vita o in quello che di essa ci resta e non è di scarsa importanza capire come sia potuto succedere quello che è successo o non è successo.

Forse così arriviamo a comprendere come il deflusso di quel poco che ancora c’era ci abbia scalciato fino alla libertà assoluta…ma solo virtuale e ancora per niente virtuosa. Ora possiamo fare marameo a tutto perché abbiamo perso tutto e la Via si è così ristretta che la “cruna dell’ago” pare un traforo a quattro corsie.

Davanti alla Via c’è uno iato, sottile ma profondo, che la separa dalle falsificazioni, dagli apparentamenti deformanti e piuttosto osceni o ridicoli, dai discorsi vuoti e dai sensazionalismi di cartapesta. In pratica da tutto quello che c’è in giro.

C’è molta ironia nel accusare il dito che indica, quando si vuole far credere che la luna sia, per così dire, a portata di mano. Pare a molti che le indicazioni siano tempo perso, dunque che l’osservazione di Lao Tzu, citata prima, sia cosa ovvia, di desolata banalità. Fa parte della straordinaria libertà – che ora l’uomo moderno possiede senza sapere di possedere – la capacità di pensare tutto…ma senza il potere di fare qualcosa di reale, con quel pensiero straripante di sbracata impotenza.

Non è vero che nessuno avverta l’inanità del pensiero ordinario, anzi ci soffre su e per evitare questa sofferenza, svicola. Così scende in ciò che promette sostanza di vita: si immerge nel sentimento, nella volontà istintiva o negli istinti tout court: dove trova il calore che manca nel mondo gelido del pensiero. Così, a parlar chiaro, il 99% dei presunti esoteristi si muove con la pancia e le auliche parole appartengono all’ipocrisia della psiche serva della pancia.

Questo affinché non ci sia una modificazione della coscienza, così il resto (tutto il resto) è solo cenere che si posa o si alza smossa dagli oscuri venti della sotto-natura.

Talvolta, durante le sue conferenze, Scaligero ricordava quanto era facile la lettura di testi esoterici. Credo che l’esplicito ammonimento nelle sue parole fosse persino troppo bonario poiché sono ben pochi gli studiosi tra i pochi lettori e tra i pochi sono tanti che non ce la fanno a capire quello che stanno leggendo. Capire non è cosa da poco. Mi ricordo una storia che molti conosceranno. E’ più o meno questa e scusatemi le inesattezze: Il Dottore indica a una discepola alcune discipline. Questa signora segue per un certo tempo le istruzioni ricevute ma i risultati sperati non arrivano. Succede poi che abbia, dopo mesi o anni, occasione di parlare nuovamente col Maestro e di lamentarsi con lui per la mancanza di esperienze spirituali. Ascoltata, il Dottore le fa una domanda: “Come sta andando lo studio della Scienza Occulta (il Testo)? La signora risponde: “Mi è diventato tutto molto più chiaro, lo comprendo assai meglio”. “Ecco” risponde il Dottore “questo è il risultato degli esercizi”.

Già, gli esercizi. Pure questi possono non venir capiti e allora vengono fatti in modo sbagliato. Ma ciò non è cosa troppo grave. Succede in ogni attività di cui non si sa ancora nulla, capita in qualsiasi noviziato. Invece è molto grave che si continui a sbagliare dopo dieci, venti o più anni di pratica. Perché in questo caso non si sbaglia ma si imbroglia. Perché, arrivati al minimo sforzo, si sceglie di non faticare, di evitare ogni sofferenza. Si sceglie l’anima facile, l’anima comune, persino l’anima colta…purché in essa non cambi una virgola. E vi assicuro che qualcuno lo fa con la consapevolezza di ciò che non fa.

Vi chiedo: non giudichereste impazzito un artigiano che dopo aver accolto un giovane a bottega lo continuasse a tenere presso sé quando risultasse evidente che il giovane in prova non avesse alcuna voglia di imparare, di lavorare o almeno di tentare di fare, maldestramente, qualcosa?

Pari pari succede tra il mondo spirituale e l’anima umana ed i Maestri invisibili non sono matti. Così il discepolo che erra può venir perdonato ma se continua ad errare viene tolto dalla Via. Questa è una realtà di cui non si parla mai e invece spiega come muoiano le comunità spirituali. L’albero, tolta la linfa, si fa legno. Spiega le incredibili regressioni dei gruppi e dei singoli che, in breve tempo, vanno a rimpinguare  le coorti delle tenebre.

In realtà l’uomo possiede una chance che dubito sia tema da blog:

una Potenza universale gli si è affratellata (chiamatela col nome che volete): un atto e un fatto così immenso che – almeno per il mio modo di sentire – pensiero e chiacchiera sono inadeguate e dissacranti. Di ciò l’uomo, nella sua cultura, sa qualcosa e appena subodora, schizza via, cerca in ogni manifesto di periferia Chi lì non c’è: cerca un fantasma.

Naturale! Si bramano maestri e maestrine ma l’Io non lo vuole nessuno. E nessuno – tra i bravi ragazzi – vorrebbe il disprezzatissimo “ego”, così viene a mancare pure quel “da sotto il piede” di Lao Tzu. Scaligero ha indicato lo scandaloso mistero in sette parole: “L’essenza dell’ego è il Logos”(Luce, pag. 119). Mai riflettuto su questo? No? Peccato.

Eppure chi non dorme o sogna 24 su 24, comincia da sé, da quel sé inevitabile e poi scopre faticosamente che dentro quel sé vi sono luoghi e forze che non hanno limite: vastità all’interno del punto più piccolo, l’unico atomo di Democrito che abbia un senso. Potreste farmi notare che il Dottore ha scritto abbastanza e ha raccontato molto. Allora, a mia volta, dovrei farvi notare che ogni suo testo è un percorso che va dalla parola all’esperienza interiore, alla modificazioni della coscienza e, se del percorso vi sono rimaste solo parole, non avete percorso nulla.

La modificazione della coscienza è il primo vero passo compiuto sulla Via ma essa comporta sfittimenti e capovolgimenti che sono frutto di estreme maturazioni. Il Dottore scrive di: “…un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni.” (La mia vita, pag 334).

Pur tuttavia “è un fatto che oggi molti respingono con la massima energia quello di cui hanno più bisogno.” (Teosofia, pag. 14).

Sembra proprio che la luna, indicata con criminale faciloneria da chi vive da orbo, non sia proprio a portata di mano: credere che lo sia dopo i primi tre anni di vita è un errore che, prima o poi, si paga. Le potenze dell’anima sono come un fiume: esso scorre verso la foce dove ristagna o imbastardisce in salsedine. Le discipline sono momenti in cui si fanno risalire a monte le acque vive e forti del fiume. Tutto qua: senza dita che indichino la luna, senza lune a due passi dalle dita: le rappresentazioni personali perdono totalmente ogni importanza e così crolla il mondo, il soggetto che fa parte di esso e pure l’antroposofia che si era scambiata per antropo-sofia. Sofia che non si trova mai quando la si scambi con una immagine da riverire o come oggetto sacro da appendere sopra un altarino: maleducazione non bella e non buona.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SOTTILISSIMO E SUPREMO

FINE AGO  6SETT 2015 FK 007

NELL’ATTIMO DEL MALE AVVAMPANO DI GELO.
SODDISFAZIONE UMANA NELL’ESSERE DI CALCE.
SODDISFAZIONE RAZIONALE IN CUI SI E’ SENZA DIO.

ATTI DI SUPERBIA IN CUI L’UMANO E’ SAZIO
E DECIDE DI GIUDICARSI SAGGIO.
DECIDE DI ATTRIBUIRSI PIENA MATURITA’ MORALE.
 
INCONSAPEVOLI ATTI DI SUPERBIA IN CUI I MOLTI SI INEBRIANO IN ARIMANE.

ATTINGONO AUTORITA’ DAI REGNI DELLA PIETRA
E SE NE ATTRIBUISCONO LA “GLORIA”.

FINALMENTE PLAUSIBILI E CREDIBILI DINANZI AL POTERE MINERALE DELLA RAZIONALITA’ PIETRIFICATA.
GLI INGORDI DEL CIBO DI MISERIA.

CONTINUE ESPLOSIONI INAVVERTITE
ATTINGONO SUPERBIA MINERALE
E LA USANO PER SOSTENERE IL VUOTO CHE LI ASSALE.

VUOTO MORALE STRACOLMO DI FINE ELUCUBRARE CONCETTI PRIVI DI INTUIZIONE.

I SORDI TRAMESTII CALCAREI DI CHI SI FECE ESTRANEO AI CIELI.

MA LA SORDITA’ DI PIETRA NON PUO’ ESSERE NEUTRALE.
L’ASSENZA DEL BENE NON GENERA ALCUNA STASI.

ESPLOSIONI DI SAGGEZZA MINERALE POSSONO E VOGLIONO L’INFINITO LACERARE.
LA MALATTIA. L’INVERSO. IL NULLA.

TENDONO ALLA FOLLIA IN QUANTO E’ L’OPPOSTO DELLA LOGICA VERA IN CUI IL LOGOS RESPIRA.

ED IN TALE SAGGEZZA INVERSA IN CUI LA RAZIONALITA’ PONTIFICA PER GIUNGERE INFINE ALLA FOLLIA :
L’ATTO DEL PENSIERO CHE CONTEMPLA L’ESSENZA DEL RICORDO  :

SCOCCA QUALE INNALZAMENTO AI CIELI.

E’ LUCE ED E’ LAVACRO.

FARMACO CHE CURA LA FOLLIA.
E LA CONSUMA.

MENTRE LA PRESENZA DELLA SOLA E DELLA VERA INTELLIGENZA
–VOLUTA NELL’ATTO ESTREMO DELL’ASCESI –
IMPONE LA DISTANZA DAGLI ABISSI ED  IL LORO DISVELARSI INDEGNI.

L’OTTUSITA’ BARCOLLA ASSIEME AD OGNI SUO FALSO CREDO.
 
MENTRE LA VITA INTERNA ALLA VERA INTELLIGENZA COLLEGA ALLE ARMONIE MORALI.

E FOLGORA.

ESSENZA SOLARE CHE
QUALE PILASTRO DELL’UNICA REALTA’
ERIGE E SOSTIENE GLI UNIVERSI.

LA SOLA INTELLIGENZA.
L’UNICA ARMONIA.

ESSENZA UNITIVA DELL’ACUME.

L’UNICO UNIRE PERCORRE IL POTERE DEL RICORDO
ESSENZA GERMINALE DEL CREARE.
ATTO IN CUI L’IO OTTIENE DI ALLEARSI AL VALORE LOGOS DELL ‘UNICO INTELLIGERE.
L’UNICO UNIRE E L’ULTIMO INNALZARE COLLEGANO AL SOLARE.
 
ERIGONO IL SANARE.
 
NELL’ALTA IDEA CHE CONTEMPLA IL PROPRIO CONCEPIRE.
 
LUCE ESTREMA DEL SOLE D’OCCIDENTE.

L’UNICO.
L’ESTREMO.
IL SOLO REDIMENTE

E FOLGORA FRA I SEMI DELL’AURORA
SOTTILISSIMO E SUPREMO
IL VOLTO DELL’IO CHE PUO’ OTTENERE GLI INFINITI LIVELLI DEL REDIMERE.

ESSENZA DEL RISORGERE.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

MANCO FOSSI RASTIGNAC!

 mani tre

Che l’organismo societario dell’antroposofia fosse da molto tempo gravemente ammalato, eravamo in molti a saperlo e poiché non giovanissimi, da tantissimi lustri. Ebbi la discutibile fortuna di veder sparire figure che furono discepoli diretti del Dottore: gente che comprendeva benissimo cosa fosse il metodo d’osservazione goethiano e come l’antroposofia fosse, in un certo senso, il suo fiorire oltre ogni limite.

Alcune di queste figure, data la venerabile età, erano davvero pervase e sostenute dallo Spirito ed era impressionante osservare la luce/fiamma che, oltre gli umani giorni, dava loro un senso di giovinezza perenne che i numerosi sodali più giovani, diciamo sessantenni, non possedevano. Conoscenza ed entusiasmo fluivano da essi come da una sorgente feconda.

Come ho detto, discepoli del Dottore, avevano conosciuto Dunlop, Meebold, Unger, Stein, Emmichoven, il giovane Pavisi, Bauer, Rittelmeyer, ecc. Cioè persone che avevano sviluppato gradi o alti gradi di “veggenza”.

Non parlerò di Colazza e Scaligero, essendo questi ultimi volutamente impercepiti dalla faziosa cecità animica invalsa tra la maggior parte dei membri della Società nel nostro Paese. Ed il fatto conclamato che Colazza fosse un importante discepolo di Steiner, non sposta di un millimetro la muraglia di contenimento formatasi intorno all’ammalato per non far entrare il medico: quasi nessuno, tra i soci, si è posto su ciò uno spazio di riflessione minimamente intelligenteautonomo e spregiudicato!

Nei decenni successivi, quelle che possiamo chiamare seconda e terza generazione, portarono avanti la forma acquisita mantenendo un certo equilibrio tra conoscenza acquisita e rispetto e devozione, però sempre più vuote di sostanza interiore: questo con la pessima influenza che provenne dallo stesso Edificio di Dornach per lungo tempo.

Così iniziò la diaspora degli spiriti (umani) più liberi o semplicemente indipendenti dagli spiriti (arimanici) del tempo, sotto le cui grinfie l’Organizzazione era caduta come le altre associazioni mondane. Aggiungo a ciò il fatto che il mio primo mentore era pure lui “veggente”. Come lo era stato il suo maestro, amico di Marie Steiner. Venni a conoscere la cosa solo dopo anni di lavoro con lui. Dai non pochi occultisti della mia città era l’unico antroposofo che fosse rispettato: mai stato tesserato.

Ora la stanza dell’ammalato (che a mio parere è spirato da tempo) si è trasformata in un sūq arabo o bāzār persiano dove ognuno tratta le sue più fantasiose merci e patacche.

Cose che l’incauto turista porta in occidente dove può apparire splendida ogni cianfrusaglia che odori di esotico.

Nel senso di queste righe è apparso sul web un interessante articoletto, tratto dalla Rivista Antroposofia, intitolato “Perché non siamo chiaroveggenti”. Se questa fosse una domanda (e non un titolo), la risposta potrebbe essere: ilare, tagliente e breve.

D’altro canto, perdere tempo a confutare ogni singola riga dello scritto è un lavoro noioso e quasi inutile; piaceva molto al gospodin Prokof’ev, a me no.

Poi se uno scritto parte da una rappresentazione impiccata per il collo qual’è “La critica più ricorrente che viene fatta all’Antroposofia è che nessuno degli antroposofi è mai diventato chiaroveggente.”, che rispondere a tale cretinata?

Ma questo chi l’ha mai detto a ‘sto benedetto uomo? Forse ha letto di Evola “Maschera e volto…” ma già in tale caso ha letto male oppure ha trasferito ciò che avrebbe desiderato che fosse scritto e forse dà per scontato che chi percorre la Via interiore venga a comunicarglielo. A lui o al mondo. Ciò è proprio quello che non succede e il Dottore ne parla con accento drammatico nelle prime pagine di “Iniziazione”.

Per tutti gli dei inferi! Vi esibite da antroposofi e non avete letto con un briciolo d’attenzione i pochi libri canonici…bene, passiamo ad altro.

Oggi è diffuso l’equivoco che la chiaroveggenza parta dal pensiero o da qualcosa di affine”. Mi pare un’opinione giustificata poiché i pensieri del Nostro, che buttano nel pozzo non soltanto l’Opera del (anche) suo Maestro, sembrano da lui pensati – a mio parere senza equivoci – per negare la sua propria esistenza come essere umano poiché senza l’inutile pensiero egli sarebbe il primo caso di anello di congiunzione tra il mondo minerale e quello vegetale. Evidentemente indeciso tra la demenza e la supercoscienza, egli ritiene del tutto inutile l’organo con cui è capace di consapevolezza di sé e del mondo, antroposofia compresa, anzi, nel suo caso incompresa.

La parte finale della frase riportata, la quale riassume gli inutili strafalcioni successivi, è quasi sfiziosa poiché ho potuto apprendere (diceva Manzi: “non è mai troppo tardi”) che esistono “cose” affini al pensiero. Ma il riserbo su ciò è stretto. Mi chiedo se non sia affinità con il grana padano o gli acufeni…oppure con l’umor vitreo, poiché siamo sul plurale e gli occhi sono – Polifemo a parte – due.

Ma ora sono io che scrivo a vuoto ed è inutile pensarci su poiché il nostro eroe, più in là decide che “Il pensiero ha perso definitivamente la sua forza conoscitiva”. Allora, mi chiedo, quale potrà essere l’organo e l’attività con cui il Nostro vive nel mondo, lavora, comprende? Io una risposta c’è l’ho sulla punta della lingua ma suppongo che Eco non accetti il turpiloquio, anche quando sia santificato dalla trasparenza del vero.

Bisogna dargli atto che su ciò egli non ha reticenze: tutte queste cose lui le fa con le mani (qui i quadrumani ne escono favoriti: vedasi, di Pierre Boulle, La planète des singes.) e perché non si sospetti una mia manipolazione, riporto un periodo più articolato: “Ora la via della conoscenza parte dalle mani: non possiamo più parlare di chiaroveggenza del pensare, ma di chiaroveggenza del volere. Sotto questo aspetto la visione antroposofica del mondo è fluita in centinaia di opere in tutto il mondo, nelle scuole, negli ospedali, nei centri artistici”. Per affermare questa sgangheratezza logica, dagli antichi babilonesi egli passa alle epoche stellari sino ai Pesci, in cui: “…l’energia (sic) conoscitiva è fluita dalla testa alle mani”.

Devo continuare? Mette in un pentolone “Steiner ai giovani”, volontà, cuore e calore e termina come fan tutti, poiché il conformismo è di assai facile apprendimento: “E’ dunque dall’elemento del cuore, del calore della volontà, che dobbiamo riconquistare la forza della conoscenza. Ciò che di spirituale agisce e tesse nel mondo, rimarrà sempre invisibile ai nostri sensi fisici se noi non saremo capaci di riconquistare questo rapporto con il calore”.

Già! Senza alcun dubbio qui avrebbe ragione da vendere se scrivesse che lo spirituale (pensato sempre fuori di sé, nel mondo) rimarrà sempre invisibile ai sensi fisici. Sarebbe lapalissiano ma almeno non demenziale.

Sono più di cinquant’anni che sento o leggo simili farneticazioni, la pazienza è affar mio ma il messaggio che questi generi di pattume lanciano, affossa sempre le coscienze deboli e incerte, le allontana dalla minima presa di contatto con le basi ed il fondamento dell’antroposofia. Non ditemi che tra questa e le altre innumerevoli fregnacce non ci sia un oscuro filo ad unirle: portano sempre verso un messaggio univoco!

E’ tristissimo che simili righe provengano dalla Rivista riconosciuta (a torto) come autorevole manifestazione della conoscenza antroposofica come in effetti lo fu nel II dopoguerra.

Continuo ad essere un tontolone poiché resto ancora colpito dal fatto che il distinto discepolo, trovandosi a distanza di gomito da tali lordure, mentre pone altari alle nobili parole di uno scrittore per ragazzi, rimanga coerentemente più fedele alla sua politica d’immagine che alla luce del vero, così da non saper o non voler raddrizzare – magari qualche volta – il timone dalle derive dei più vistosi sbandamenti. Già, di notte tra gatti e ratti che differenza c’è?

In effetti, l’autore dell’articolo in questione (ed il suo fiducioso accolito), come succede sempre, è stato timido, un po’ chierico: non ha portato la sua analisi alla radice del conoscere. Fermandosi alle mani non è riuscito a raggiungere il piano pelvico su cui poggiano le parti anatomiche maggiormente sature di energie… conoscitive e ricreative.

SCIENZA DELLO SPIRITO

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte terza )

giuseppe_garibaldi_1866

TERZA PARTE

La figura di Garibaldi si inserisce legittimamente in ciò che Steiner intendeva dire.

Il punto di partenza era la domanda:  dove sono oggi gli antichi iniziati?

“Ho spesso accennato che anticamente esistevano degli iniziati, persone molto sagge che avevano raggiunto un alto gradino di evoluzione; a questo riguardo mi fu osservato: Se gli uomini tornano sempre a rinascere, dove sono attualmente quegli antichi iniziati? Non ve ne sono fra gli uomini del nostro tempo, fra quelli attualmente incarnati? Fra quelli ai quali sta bene dover sperimentare la loro incarnazione nel nostro tempo?” (25)

Steiner disse che inizialmente non provava alcuna simpatia per la vita di Garibaldi.

“Egli mi diventò più simpatico solo nel corso delle ricerche karmiche sul suo conto, perché alcuni aspetti, prima che ne riconoscessi i nessi karmici, mi sembrarono innaturali, ampollosi, ma in realtà egli non fu tale”.(26)

Steiner parla di Garibaldi in sei conferenze del ciclo: a Dornach, a Stoccarda e a Praga dal 22 marzo al 9 aprile del ‘24 e a Bratislava l’11 giugno. Nel corso di queste conferenze prende le mosse da diversi avvenimenti della vita di Garibaldi perché in essi nei quali ravvisa maggiormente l’influenza di un tessere del mondo spirituale che avviene  dietro la sua figura. (27)

La scelta degli avvenimenti di vita nell’indagine del karma non è dunque arbitraria;  proprio  da  singoli  aspetti ed accadimenti al veggente si presentano le intuizioni sulle precedenti vite del soggetto.

Vediamo quindi quali avvenimenti colpirono Steiner:

1. La nascita di Garibaldi nel 1807. Il fatto che esplicò la sua azione oltre     la metà del secolo diciannovesimo.(28)

2. In una ristretta zona geografica (Regno di Sardegna) ed in pochi anni    nascono: Garibaldi a Nizza nel 1807, Camillo Benso di Cavour nel    1810 a Torino, Vittorio Emanuele II a Torino nel 1820 e Giuseppe    Mazzini a Genova nel 1805.

3. Domenico  Garibaldi: “uomo  povero,  che  prestava  servizio  sui bastimenti”. (29)

4. Garibaldi aveva scarsa inclinazione allo studio, preferiva trascorrere il suo tempo in spiaggia o nei boschi, molte volte immerso nella lettura di qualche libro che gli piaceva.

5. Prima visita con il padre alla città di Roma: visione di Roma capitale.

6. Viaggi nell’Adriatico e sue avventure con i pirati.

7. Condanna a morte in contumacia. Garibaldi lesse la notizia su un giornale di Marsiglia. Fu la prima volta che vide pubblicato il suo nome.

8. Incontro con Anita. Egli la vide dalla sua nave attraverso il cannocchiale. Sbarcato ne conosce il padre.

9. Anita, credendolo morto, lo va a cercare sul campo di battaglia.

10. Per evitare la morte per assideramento del figlio, Anita se lo lega al petto.

11. Gelosia di Anita. Garibaldi si taglia i capelli a zero per lei.

12. Il 24 gennaio 1860 Garibaldi sposa Giuseppina  Raimondi. Il matrimonio dura un giorno.

13. Garibaldi, fervente repubblicano, si adoperò, tuttavia, per unificare l’Italia sotto il monarca sabaudo Vittorio Emanuele II.

14. Il 7 novembre 1860 Vittorio Emanuele entra in Napoli accompagnato da Garibaldi. In realtà fu un tentativo di Cavour per sfruttare la popolarità di Garibaldi, allora dittatore della città, a favore del re.

15. Pessimi rapporti di Garibaldi con i generali piemontesi, soprattutto con Fanti e Farini ed in seguito anche con Cialdini.

16. Garibaldi partecipa alla guerra franco-prussiana. E l’unico a conquistare un vessillo tedesco che poi restituirà per testimoniare il valore dei nemici, suscitando le ire dei francesi.

Dall’indagine di Steiner risulta che la vita precedente di Garibaldi fu in Alsazia. Garibaldi fu iniziato ai misteri in Irlanda: “Egli aveva accolto quanto descrissi come sapienza dei misteri d’Ibernia, l’aveva accolto in altissimo grado. Prima aveva dimorato in Irlanda, dove era la sede principale di quei misteri e più tardi aveva guidato la colonia venuta a stabilirsi sul continente” (30). Visse nel IX secolo d. C. e quella fu quasi certamente la sua ultima incarnazione.

Nei misteri irlandesi l’iniziato che aveva raggiunto un certo gradino dell’iniziazione sottostava a un ben determinato obbligo. L’obbligo di continuare per tutte le vite successive a contribuire ai progresso dei suoi discepoli, a non abbandonarli” (31).

Suoi discepoli nella vita precedente furono proprio Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele.

“Fu anzitutto l’individualità di Vittorio Emanuele che Garibaldi dovette sentire legata a lui” (32).

Essi vennero in Alsazia per farsi suoi discepoli dai loro diversi luoghi di origine: “uno dal nord, l’altro dal lontano oriente, il terzo dal lontano occidente” (33).

Garibaldi non manifestò la precedente iniziazione in quanto, inserito nelle condizioni del secolo diciannovesimo, non gli fu possibile (34).

Egli quindi non poté vivere la sua spiritualità in maniera pienamente cosciente perché: “L’uomo è costretto ad usare il corpo che gli dà quella certa epoca. I corpi dei tempi antichi erano più duttili, più plastici per lo spirito…”

Per cercare di ampliare l’analisi circa la vita di Garibaldi è importante, dunque, considerare cosa avvenne nelle sedi dei misteri d’Ibernia e come si dipanò la corrente ad essi legata nel corso dei secoli.

I Misteri d’Ibernia

L’Ibernia, l’antica Irlanda, era la sede di iniziati legati direttamente all’oracolo solare dell’antica Atlantide. Era l’oracolo maggiore e più importante nel periodo atlantico e perciò più che in altre correnti poté venire conservata l’antica saggezza in una forma più pura (35).

Alcuni elementi caratteristici erano propri di quell’antico centro misterico, prima dell’avvento del cristianesimo. Gli organi chiaroveggenti dei grandi iniziati erano sempre, per così dire, rivolti al Sole e dagli esseri spirituali che vi dimoravano traevano la loro saggezza. Guardavano il mondo e l’universo intero da una prospettiva solare. Possedevano cioè una visione eliocentrica spirituale.

L’universo visto attraverso il sole si esplica nella saggezza della visione zodiacale del mondo. Il  rapporto quindi dell’uno con il dodici rappresentava il centro di quella conoscenza iniziatica. Questa visione propria dell’estremo occidente è strettamente connessa con quella presente nel Medio Oriente, propria della civiltà persiana.

Zarathustra insegnò la via verso Ahura Mazdao, la grande “Aura Solare” e tutta la civiltà caldaico – babilonese era regolata dalla visione zodiacale del mondo. Il fatto di trarre la visione spirituale dalla medesima fonte e che questa fonte fu il Cristo stesso, legò queste correnti tra loro e quando le popolazioni indoeuropee si spostarono ad ovest si integrarono facilmente dando origine alla cultura celtica.

Gli antichi iniziati d’Ibernia potevano scorgere il mondo spirituale, di cui il sole era portatore, quando l’azione fisica di questo veniva trattenuta dalla materia. I Druidi utilizzavano cioè l’ombra dei dolmen per scorgere l’irradiazione spirituale del sole.

In questa “tecnica” iniziatica risiedeva un mistero più alto. Gli iniziati irlandesi si confrontavano con la materia, con l’oscurità e proprio da questo confronto potevano accedere alla luce spirituale del Cristo. Era la via di Michele, in perenne lotta con il drago, e l’Arcangelo solare era per l’appunto lo spirito di popolo in Ibernia.

Un terzo elemento era che, sebbene la via di iniziazione si rivolgesse alternativamente ad elementi del macrocosmo e del microcosmo, in realtà era molto più proiettata verso il mondo esterno. Seguendo l’avvicinamento del Cristo alla sfera terreste, fu possibile attingere sostanza spirituale dalle forze eteriche stesse della terra, e pertanto, da un certo punto in poi, il mondo elementare divenne la fonte primaria di investigazione per gli iniziati.

Questi tre elementi :

1) Visione del Cristo – Sole,

2) Incontro con le Potenze dell’Ostacolo,

3) Accesso alla soglia attraverso il  mondo  elementare,

erano gli aspetti caratteristici dei “grandi” e più nascosti Misteri d’Ibernia. Il discepolo veniva condotto di fronte a due statue: una era di aspetto maschile, di sostanza elastica con il sole sopra il capo, l’altra di aspetto femminile di sostanza plastica e molle, legata ad una immagine lunare.

Al cospetto delle due statue, dopo una lunga e severa preparazione, il discepolo aveva diverse esperienze immaginative. Accanto alla figura maschile veniva posta la parola “SCIENZA”. L’incontro con questa statua suscitava nel discepolo un irrigidimento animico fino ad una paralisi corporea, si sentiva al di fuori del corpo ed accolto nei suoi organi di senso. L’unità del suo io si perdeva e appariva moltiplicato per dodici. Aveva l’esperienza di paesaggi invernali fino a che non era preso nel turbine di una tempesta di neve ed acquisiva la coscienza della sua vita pre-terrena e dell’evoluzione passata della Terra.

La statua femminile, accanto alla quale era posta la parola “ARTE”, suscitava in lui uno stato febbrile, di intenso calore. Grazie ad una profonda esperienza volitiva si sentiva saldamente concentrato,  raccolto  come in un’unità nel proprio cuore. Aveva l’esperienza di onirici paesaggi estivi da cui sorgevano le possibilità future della terra e la visione della vita dopo la morte.

Posta tra questi due opposti sorgeva in mezzo la figura del Cristo. Iniziatori ammonivano il discepolo con queste parole:

“Accogli nel tuo cuore

la parola e la forza di questo essere.

 E ricevi da lui

 ciò che ti volevano dare le due figure:

Scienza ed Arte”.

Al discepolo diveniva così chiaro che solo l’impulso del Cristo avrebbe consentito l’ulteriore evoluzione dell’uomo. La concezione tripartita del mondo metteva in evidenza il centro quale elemento risanatore in equilibrio dinamico tra polarità unilaterali. Tale concezione divenne norma regolatrice di tutta la vita di queste popolazioni.

La società stessa era strutturata secondo questo principio; accanto alla casta dei guerrieri con i re e a quella dei giudici sacerdoti, i druidi, esistevano i bardi, portatori dell’elemento ritmico, animico, cantori e medici. Se la casta guerriera trovava il compimento del proprio essere nella “lotta eroica” e  curava le attività venatorie come espressione simbolica della propria attività bellica i druidi,  invece,  guidavano l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.

La convivenza sociale era altresì retta dai bardi, cantori al contempo della spiritualità elementale di boschi ed acque e delle gesta degli eroi.

Il confronto con le unilateralità che si cercava di investigare e al contempo tenere in equilibrio, fece sì che gli antichi Misteri d’Ibernia assumessero un particolare rapporto con il problema del male. Abituati ad occuparsi dei problemi connessi con il superamento della Soglia, divennero essi stessi, per la loro posizione geografica, guardiani di una Soglia importante per l’umanità europea.

Per millenni conservarono il segreto dell’esistenza dell’America in quanto il  continente in cui maggiormente le forze tellurico-magnetiche di Arimane possono esprimersi sarebbe stato distruttivo per la giovane civiltà europea che si andava formando.

La venuta del Cristo quindi era ampiamente prevista e il Mistero del Golgotha venne percepito nell’aura spirituale della Terra quale involucro rappresentato dal Suo spirito vitale (36).

Con l’avvento del Cristo le antiche tradizioni celtico-irlandesi mutano nella forma. A sud della Gran Bretagna inizia a prendere piede la figura di Artù e dei suoi cavalieri della Tavola Rotonda. Nel mito e nella figura di Artù rivivono quegli elementi archetipici del mondo irlandese. Artù e i suoi cavalieri sono gli annunciatori e i portatori dell’impulso Cristo nella sfera eterica e si confrontano con il problema del male: “Poi inviavano i loro messi in tutta l’Europa per combattere quanto era selvaggio nei corpi astrali delle popolazioni, per purificarle e civilizzarle, poiché questo era il loro compito” (37).

Coglievano lo spirituale nel gioco degli elementi: “Diventare paganamente religiosi  significa essere dediti agli dèi  della natura che dappertutto giocano, si rafforzano, operano e intessono nell’essere, nel tramare della natura” (38); e dopo l’avvento del Cristo iniziarono a leggere nel suo spirito vitale e ad accogliere il significato del mistero del Golgotha attraverso di esso.

Quale che sia il dibattito circa l’esistenza di un Artù storico e del ruolo che ebbe in questa corrente il  castello Tyntagel, diverse esperienze caratterizzate da questi elementi distintivi vi furono realmente in seno al mondo celtico-irlandese. Sebbene il ciclo arturiano si riferisca chiaramente alla trasformazione che la venuta del Cristo impresse alla casta dei guerrieri-re, in realtà tale cambiamento avviene molto lentamente e fino al periodo carolingio, ed ancor più con l’avvento della cavalleria monastica, non si può parlare di cavalleria cristianizzata.

Fu invece il monachesimo irlandese che inizialmente assunse in sé questi aspetti e pertanto maestri e santi di questa corrente furono i primi reali Artù che guidarono i successivi passi della nobiltà celtica e franca (la figura di Giovanni Scoto Eriugena è in questo senso emblematica).

 

Il monachesimo irlandese

 

La più antica attività missionaria irlandese di cui abbiamo testimonianze riguarda la fondazione, in Britannia, dei monastero di Jona nel 563 d.C. da parte di San Columba (Colum Cille). Da Jona il messaggio cristiano venne recato da missionari irlandesi nel nord dell’Inghilterra e, a partire dalla loro nuova base fondata nel 635 d.C. a Lindisfarne (Holy Island), i missionari crearono, nella metà settentrionale dell’Inghilterra, un sistema di organizzazione ecclesiastica assai simile al loro.

Dall’Inghilterra settentrionale i missionari si spostarono progressivamente a sud fino a varcare la Manica ed a porre la loro attività sul continente europeo, benché le prime missioni iniziarono già immediatamente dopo la morte di San Columba, quando nel 597 d.C. da Bangor il monaco Colombano partì con dodici compagni alla volta della Borgogna. Qui fondò tre monasteri (Luxenil, Fontaine e Annagray) che divennero importanti centri di influenza irlandese sulla chiesa franca nel VII e VIII secolo.

Una seconda ondata di pellegrini irlandesi si ebbe a partire dal VII secolo. Erano a volte viaggiatori solitari, ma per lo più si muovevano insieme a compagni, nello stesso numero degli apostoli come avevano fatto Columba e Colombano.

Uno dei primi fu Fursa, fondatore del monastero irlandese di Peronne in Piccardia (Perrona Scottorum), che prima aveva operato in Inghilterra, dalla quale era stato espulso. Altri seguirono. Primi furono i  suoi due fratelli Ultàn e Foillàn, che fondarono monasteri a Laguy, nei pressi di Parigi e a Fosses, presso Namur.

Ben presto si istituì una rete di strette relazioni tra i monasteri (paruchia) che influenzarono profondamente la società franca. Il centro di Nivelles fu il monastero di famiglia dei primi Carolingi. I monaci non si stanziarono soltanto nella Francia meridionale, alcuni di essi raggiunsero i popoli germanici alle frontiere orientali ed occidentali dei regni franchi.

Marianus e Amianus erano monaci operanti in Baviera, probabilmente nella prima metà del VII secolo. A Würzburg si ricorda ancora oggi il monaco Kilian seppure i particolari della sua vita siano completamente perduti. Accanto a questi centri più strutturati sorsero un po’ ovunque delle piccole cerchie di oranti intorno a singoli monaci eremiti (cenobi). Tali cenobi erano profondamente diversi  dalle successive esperienze monastiche. Erano composti da dodici discepoli presso un maestro ed essi conducevano vite separate, ritrovandosi spesso solo per le orazioni.

La regola dei monaci irlandesi fu la prima ad essere redatta ed era particolarmente rigida. I monaci portarono dunque l’antica sapienza d’Ibernia nell’Europa continentale. Avevano pratiche rituali e liturgiche che si rifacevano direttamente agli antichi misteri,  portavano la tonsura druidica e calcolavano la Pasqua in maniera autonoma.

Il compito arturiano di propagare in Europa un cristianesimo non solamente legato ai fatti di Palestina venne da loro adempiuto in maniera mirabile. Portatori di una tradizione celtica che, come abbiamo visto era abituata a confrontarsi con la materia ed il male (39), entrarono in stretto contatto con il mondo politico del tempo come già avevano fatto, primi, San Columba e San Colombano.

“L’iniziativa spirituale tra le libere genti franche venne favorita dalla penetrazione dell’elemento celtico. Il celtismo divenne maestro e guida dei Franchi, spiritualmente meno attivi” (40). “Tutto ciò rese possibile che il Cristianesimo a quel tempo non fosse il riflesso di condizioni esteriori, bensì, non costretto da pressioni materiali, si sviluppasse in un terreno libero” (41 ).

Inizialmente i Franchi accettarono di buon grado la cultura che veniva loro incontro dal mondo irlandese.

“Anche il mondo ideale di Platone trovò accesso in questa vita spirituale. Ciò avvenne soprattutto ai monaci scozzesi ed irlandesi, e in particolare a Scoto Eriugena con il suo De divisione naturae , un opera che rappresenta un momento culminante nella storia del pensiero”.

I monaci irlandesi erano dotti e traghettarono il mondo aristocratico-guerriero verso un mondo culturale che prima era stato da esso rifiutato completamente. Fu un processo particolarmente lungo e lento, in realtà per molti secoli la società medioevale fu spaccata in due. Da un lato i monasteri detentori del sapere e dall’altro oltre ai servi ed ai contadini, anche principi, duchi, re che non sapevano né leggere né scrivere e praticavano caccia, guerra e agricoltura. Nei monasteri la cultura irlandese si integrò con la sapienza del sud portata in particolare dai benedettini e costituì la base per il successivo sviluppo della Scolastica.

Questo fatto fu in realtà una delle conseguenze di importanti avvenimenti spirituali che accaddero proprio nel IX secolo. Steiner ci dice che Garibaldi visse in Alsazia nel IX secolo. Posta tra la Francia e la Germania, l’Alsazia rappresentò, e rappresenta tuttora il cuore dell’Europa. Proprio lì si ebbe la prima tappa per la nascita dello spirito europeo.

Il mondo franco nel 700 d. C. cambia faccia. I Carolingi, pur accettando inizialmente il messaggio spirituale irlandese, con il tempo si rivolgono sempre più agli aspetti temporali della Chiesa pensando di trarne profitto. Si rivolgono sempre più quindi alla Chiesa romana.

“Sulle isole britanniche operavano illustri dotti… poi monaci in serio raccoglimento. Qui si è davvero lavorato per la riassunzione del platonismo e per la sua fusione con il Cristianesimo… Vediamo irraggiare da qui una mistica, una dogmatica, ma anche un entusiasmo, un fervore appassionato. Da qui provengono i primi missionari: Colombano, Gallo, Bonifacio che convertì i tedeschi.

Questi primi missionari, non avendo di mira altro che l’elemento spirituale del Cristianesimo, non erano propensi ad adattarsi alle condizioni delle genti franche. Essi costituirono una forza propulsiva ed esercitarono, specialmente con Bonifacio, la loro maggior influenza presso i Germani orientali. Di contro a ciò prese piede nel regno dei Franchi una crescente influenza da parte di Roma (42).

Roma rappresenta un altro punto nodale nella tarda storia del monachesimo irlandese. L’Europa era attraversata da pellegrini irlandesi; oltre a rappresentare un vero e proprio “gregge di filosofi”, come furono dipinti, intenti alla evangelizzazione dell’Europa, molti di essi avevano come meta finale Roma, “Limina apostolorum“. Molti irlandesi riferiscono che due ecclesiastici di Leinster del VI secolo, Fiachira Goll ed Emivè, “uno die quieverunt in Roma” (morirono a Roma nello stesso giorno). Erano solo l’avanguardia di una corrente ininterrotta di Irlandesi diretti alla Città Eterna (43).

Di contro la chiesa romana avversò in ogni modo il monachesimo irlandese. Il Papa divenne sempre più il rappresentante di una società temporale che perpetrava modelli sociali imperiali romani, avverso allo sviluppo dell’anima cosciente nell’umanità che si andava preparando nell’Europa centrale.

Proprio a tal fine nel  IX secolo dovette avvenire un importante avvenimento spirituale. L’anno 869 fu centrale per l’ulteriore sviluppo della spiritualità europea. La corrente misterica nord-occidentale di Artù si fuse con quella sud-orientale del Graal. Esse sparirono esteriormente, ma costituirono un’aura spirituale nell’Europa che servì al nuovo sviluppo del Cristianesimo.

Erano due esperienze diverse ed unilaterali del Cristianesimo. Da un lato la corrente di Artù coglieva l’essere Cristo nel mondo circostante; il Cristianesimo sorgeva dall’incontro con il mondo elementare e viveva nella organizzazione della società stessa. Dall’altro la corrente del Graal aveva vissuto direttamente gli eventi di Palestina e le forze del Cristo erano riposte nel sangue e nel cuore degli uomini.

Gli antichi misteri di Horus rivivevano in forma cristianizzata nei percorsi meditativi degli iniziati. Questi aspetti si incontrarono e si completarono a vicenda, da allora la via macrocosmica e quella microcosmica furono poste nelle potenzialità evolutive dell’uomo. Questo avvenimento si ripercosse a diversi livelli nella società medioevale di allora.

Vediamo schematicamente come:

1. Il  monachesimo irlandese e quello benedettino progressivamente si fondano: da questo incontro nasce poi il movimento cistercense legato alle esperienze templari: i guerrieri divengono ai contempo monaci.

2. Nasce il ciclo del Graal. Parsifal arriva al Graal, ma è contemporaneamente cavaliere di Artù. Galvano svolge i propri compiti nella società come cavaliere di Artù, ma al contempo è alla ricerca del Graal. Si tratta in realtà dei due aspetti ora congiunti nella medesima persona (lato notturno- Parsifal;  lato diurno-Galvano). Galaad incarna la nuova spiritualità. E’ contemporaneamente cavaliere di Artù e giunge al castello del Graal. Anche Bohort, come vedremo, rappresenta una figura importante.

Contro questi impulsi di evoluzione spirituale altre correnti si destano per impedirne lo sviluppo:

1. nell’ 869 a Costantinopoli viene negata l’esistenza dello spirito quale entità distinta. La tripartizione dell’uomo, base della spiritualità celtica scompare dalla conoscenza umana.

– IMPULSO ROMANO.

2. Sempre nell’ 869 nei mondi spirituali avviene un “incontro” tra diverse individualità: Aristotele,  Platone, alcuni cavalieri di Artù e l’individualità vissuta come Harun al Raschid a Baghdad. Si pongono le basi per l’ulteriore sviluppo spirituale cristiano dell’Europa (Chartres e la Scolastica), ma Harun al Raschid non accetta di porsi al servigio del Cristo. Si reincarnerà come Francesco Bacone dando vita al moderno materialismo.

– IMPULSO ARIMANICO (44).

Quando avvennero questi avvenimenti, non sappiamo se l’individualità spirituale di Garibaldi fosse in vita, o meno, ma comunque lo dovettero interessare direttamente. E’ estremamente difficile fare delle ipotesi circa la precedente sua incarnazione. Piccoli centri di spiritualità irlandese a cui afferivano discepoli da ogni luogo sorsero in moltissimi luoghi e nella quasi totalità dei casi i nomi dei monaci sono a noi ignoti. Inoltre su tutto ciò che si riferisce alle correnti di Artù e del Graal si posa un velo spirituale che le occulta e ne rende difficile l’investigazione (45).

Tuttavia non appare primariamente così importante conoscere nei dettagli la vita precedente di Garibaldi, quanto piuttosto respirarne l’atmosfera con cui si può ampliare la nostra comprensione circa la sua vita nel XIX secolo. Anche Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele vissero in quel periodo come suoi discepoli.

Alcune suggestioni riecheggiano dalla Cronica Anglosassone quando “riferisce che nell’ 891 d.C. tre irlandesi giunsero da re Alfredo su una imbarcazione priva di remi… perché  desideravano  andare  in pellegrinaggio per amor di Dio, non importa dove” (46).

Altre sorgono da una lettera conservata a Bamberga, in Baviera “in cui si riferisce come durante il viaggio verso il continente tre irlandesi fecero tappa alla corte di re Mervyn Vrych nel Galles dove furono sfidati a decifrare una scritta segreta. Gli irlandesi consultarono i loro libri e riuscirono a scoprire il codice secondo cui tale scritta era stata compilata e annunciarono il loro trionfo in una missiva al loro mastro in Irlanda” (47). Sono appunto soltanto suggestioni, ma permettono di immaginarci tutto il fervore religioso e la dedizione al maestro che dovettero avere anche i discepoli di Garibaldi.

Per quanto riguarda Garibaldi, Steiner dà soltanto una piccola indicazione quando dice che come maestro monaco, ora sconosciuto svolse una funzione più importante del più noto Bonifacio nell’evangelizzare le popolazioni dell’Europa centrale (48).

Steiner parlò di Bonifacio fin dal 1904, quando teneva le lezioni di storia all’Università Popolare di Berlino. Parlò del diverso modo di portare il Cristianesimo ai popoli germanici al confine con i regni franchi. Da un lato i Franchi si fecero portatori dell’impulso romano ed imposero con la forza a quelle popolazioni il cattolicesimo. Bonifacio, il fondatore del monastero di Fulda, svolse un ruolo di primaria importanza in questo processo. Per contro il monachesimo irlandese portava un Cristianesimo spirituale che  “non viene inculcato nella loro anima come qualcosa di estraneo: i luoghi di culto, le usanze sacre, i costumi e le persone vengono rispettate a tal punto che si  utilizzano vecchie istituzioni per riversarvi il nuovo contenuto. Interessante è come l’ antico diventi la veste, il nuovo, l’ anima”.

Un esempio di ciò viene descritto nella stessa conferenza poco dopo:

“Di quell’epoca possediamo, proveniente dalla tribù sassone, un racconto della vita di Gesù: viene assunta la figura di Gesù, ma tutti i particolari vengono rivestiti di elementi germanici. Gesù appare come un duca tedesco, il rapporto con i discepoli assomiglia ad un’assemblea di popolo. Così viene descritta la vita di Gesù nell’ Heliand ” (49).

“L’Heliand è un poema in 5983 versi in allitterazione, composto in lingua basso sassone da un monaco anonimo che ne aveva ricevuto l’incarico intorno all’anno 830 dall’imperatore Ludovico il Pio” (50).

Arturo

“La notte del 26, sulla strada di Marineo, Garibaldi cavalcava silenzioso, a fianco gli era Türr, le stelle brillavano di intensa luce, ad un tratto Garibaldi, guardando il ciclo, mormorò: “Bizzarrie della vita, noi tutti abbiamo una stella, io scelgo Arturo”. “Ebbene ­- fece Türr – Arturo risplende,   voi entrerete a Palermo”. “Certamente!”, rispose Garibaldi…” (51).

Garibaldi, disse Steiner, non fu in grado di essere cosciente del suo ruolo di grande iniziato a causa delle condizioni del tempo in cui visse. Il secolo diciannovesimo fu improntato dal materialismo, anche se il Kali-yuga volgeva al termine, il rapporto dell’uomo con i mondi spirituali era da riallacciare. I corpi stessi degli uomini avevano ormai ridotte al minimo le possibilità di essere plasmati al servizio degli impulsi spirituali. La concezione del mondo che si iniziò ad insegnare ai giovani divenne distruttiva per le possibilità di sviluppo spirituale.

“Così è impossibile che attraverso un corpo, che fino ai diciassette o diciott’anni è stato educato secondo le vedute della civiltà odierna, si manifestino le condizioni di saggezza degli antichi tempi nella forma in cui ci si aspetterebbe di vederle” (52).

Al contempo, come abbiamo visto, l’eccezionalità della vita di Garibaldi è indice di un operare del mondo spirituale che si rivolge alla volontà stessa del Generale.

“Era stato iniziato e aveva accolto in una precedente vita impulsi volitivi che portò poi a compimento nella vita come Garibaldi” (53). “Tutto quello che si manifesta in Garibaldi è impulso volitivo” (54).

Gli avvenimenti che gli accaddero assumono quindi un aspetto archetipico che fece dire a Rudolf Steiner:

“Ciò a cui m’interessai soprattutto nella vita di Garibaldi fu l’aspetto karmico, il fatto che in lui vi fosse una personalità la cui vita è difficilmente spiegabile, perché in un certo senso Garibaldi è la verità stessa” (55).

La domanda che sorge ora è quale fosse questo elemento archetipico a cui per certi versi si conformò una vita di per sé cosi anticonformista? Si può rispondere considerando a quale corrente spirituale appartiene l’individualità che si incarnò come Garibaldi. Le vite dei grandi iniziati di ogni corrente misterica hanno da sempre svolto un ruolo archetipico. La vita dell’iniziato rappresenta la via dell’iniziazione stessa in quanto incarnazione di verità spirituali.

Il forte valore simbolico della vita fa sì che la saga, il mito, l’opera che la narra diventi leggibile a più livelli e che normalmente nel corso dei secoli si sia da un lato persa la comprensione degli avvenimenti spirituali che si narrano, e contemporaneamente si sia persa la capacità di discernere se quella vita fu realmente vissuta o abilmente inventata. Da Gilgamesh a Sigfrido, da Ercole a Cù Chulainn fino a Parsifal, la reale comprensione di ciò che è raccontato andò perduta.

Anche tutto ciò che riguarda la corrente dei misteri occidentale subì, dunque, questa sorte. In realtà gli scritti inerenti al mondo celtico – irlandese sorsero ben dopo 1’869 d. C. quando cioè quella corrente che era espressione di un cristianesimo unilaterale non esisteva più. Il nuovo impulso cristiano esoterico si stava organizzando ed effondeva la sua aura come una nuvola spirituale che avvolgeva l’Europa, nuove possibilità erano donate agli uomini.

In realtà un ciclo arturiano compiuto non può ritenersi anteriore al X secolo; anzi fino al XII secolo la leggenda di Artù sorge in maniera frammentaria dalla poesia gallese. È proprio a causa dei fatti del IX secolo che dallo scrigno dei bardi poté essere tratta la figura di Artù, che risaliva alla tradizione misterica.

Una difficoltà nell’analisi deriva dal fatto che le opere del ciclo arturiano si rifanno più ad una tradizione gaelica e bretone, sono molto tarde nella loro realizzazione e la stesura e raccolta avviene grazie ai monaci legati alla chiesa cattolica, con tutte le possibilità di cambiamenti che ciò comporta. Accanto al ciclo arturiano si stagliano altri racconti ben più antichi che, sebbene raccolti  e compilati anch’essi in “scriptoria” monastici, presentano quella dimensione ancestrale ed archetipica del mondo celtico pagano; in particolare: il “ciclo dell’Ulster”, il “ciclo di Cù Chulainn” e il “ ciclo dei Fiana”.

Proprio il passaggio da questi antichi personaggi, iniziati nella casta dei re-guerrieri e cantati dai bardi, alla figura della Tavola Rotonda presuppone il mistero del Golgotha e inserisce quest’ultima nella spiritualità cristiana. Accanto al primo Artù cantato nella poesia gaelica, prende piede il grande ciclo di Parsifal e Galvano, portato da Wolfram von Eschenbach. Tale tradizione diviene da un lato la base della iniziazione temporale cavalleresca e quindi innestata nelle cerimonie iniziatiche regali anche se oneste sono sempre meno capite, in realtà si rivolge a tutta l’umanità a testimonia degli avvenimenti di 400 anni prima.

Nel corso dei secoli, poi, Artù divenne piuttosto un grande personaggio letterario e il prototipo delle cavallerie nobili di tutta Europa. Il tentativo di cogliere dietro le sue avventure elementi archetipici  di esperienze iniziatiche avvenne sostanzialmente nel nostro secolo, con la rinascita di una certa indagine spirituale. Ovviamente l’avvento psicoanalitico da un lato, la spinta comparativa con la tradizione indiana dall’altro, e in sostanza la scarsa capacità di discernimento spirituale, rendono molte opere sull’argomento enigmatiche ad una analisi che voglia tener conto di realtà superiori.

Garibaldi come si evince dalle parole che scrisse a Türr si sentiva in qualche modo collegato con Artù, grazie alla sua “volontà visionaria”, come la definì Steiner. Anche un altro grande personaggio italiano, forte dell’intuizione del poeta, presagì questo legame. Giovanni Pascoli scrisse un poema sul grande Maestro. Pascoli definisce qui Garibaldi, “monaco rosso” e “cavaliere templare” in azione su una nuova Terra Santa.

 “Esci dalla foresta e fa la nave

 per questa Italia e per la sua fortuna:

giovine Italia, grande, libera, una.

Tu lascia squadre e mazze: ecco la spada.

Il caval nero pasce erba e rugiada

nel cimitero, il lenzuolo morto indosso.

 Montavi ancora su, monaco rosso!

Galoppa ancora, cavalier templare!

in questa Terra Santa fa volare

 sul saio rosso il gran bianco mantello!

 Popolo avanti! Teco è Dio! – Fratello!-

Il giovin fulvo si lanciò, s’apprese

alla sua mano, l’abbracciò, gli chiese:

– Chi è? – Tu? – Garibaldi – Egli, Mazzini” (56).

 

Altrettanto impressionò il poeta il viaggio con i dodici sansimoniani, “i dodici esuli in veste bianca”, ed egli scrisse:

 

     “Sovra coperta un gruppo era adagiato a tondo,

      di dodici stranieri in lunghe vesti bianche.

      Avean bordone al lato ed una corda all’anche.

      Avanti loro, dritto e grave, era il Secondo”(57).

 

Nella vita di Garibaldi sono riscontrabili una serie di elementi tipici ed archetipici che sono in qualche modo legati alla tradizione cavalleresca celtico-irlandese. Non tanto eccezionali se presi singolarmente, la contemporaneità di essi in una singola vita fa riflettere.

(CONTINUA)

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Note

25) Rudolf Steiner, Considerazioni sui nessi karmici, Vol. I Conf. del 23/3/1924

26) O.O. 239 – conf. dell’11/6/1924

27) “Gli uomini altamente evoluti in tempi passati possono per conseguenza solo venir riconosciuti da chi guardi alle manifestazioni della vita che si presentano piuttosto dietro l’uomo che non per lui stesso”, in O.O. 235 .- conf. del 23/3/1924.

28) O.O. 235 – conf. del 22/3/1924

29) Ibidem

30) Conf. del ciclo Considerazioni esoteriche sui nessi karmici.

31) Ibidem

32) Ibidem

33) Ibidem

34) Ibidem

35) Per una descrizione più dettagliata si veda: B. Lievegoed, Correnti dei Misteri in Europa, Ed. Antroposofica,  e R. Steiner, Sedi dei Misteri antichi.

36) O.O. 340

37) Ibidem

38) Ibidem

39) Rudolf Steiner, La nascita dello spirito europeo. Lezioni di storia medioevale, O.O. 51,Ed. Tilopa

40) Ibidem

41) Ibidem

42) Ibidem

43) Daibhì O’ Croinin, Le missioni irlandesi.

44) O.O. 240

45) Ibidem

46) Daibhì O’ Croinin, Le missioni irlandesi.

47) Ibidem

48) O.O. 51

49) Ibidem

50) Nota di G. Roggero in O.O. 51, Ed. Tilopa

51) L’Opera di Stefano Türr nel Risorgimento italiano, a c. di Stefania Türr, Firenze, 1925, 4°, p. 49.

52) In Considerazione sui nessi karmici,  O.O. 235 – 240

53) Ibidem

54) Ibidem

55) Ibidem

56) G. Pascoli, Il credente.

57) G. Pascoli, I dodici esuli.

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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