L’ARCHETIPO-MARZO 2017
Anno XXII n. 3
Marzo 2017



Sul sentiero procedo, perché so che debbo avanzare, ma non so quale cielo si apra o quale prova mi attenda. Si ripiega l’ombra, cadono tutte le ombre, si chiudono le ali nere, sento l’immoto supporto “croce di Cristo – spada di Michele” e la pace perfetta e il riposo del supporto sino a estinzione di respiro, sino al respiro cosmico, sino ad essere uno con il pensiero del Christo.
V’è un suono antico e misterioso che giunge da lontananze del Cosmo e che ha un potere di luce risanatrice: il suono è un potere di vita profonda piú della stessa vita fisica. Entra in profondità: è un’antica musica di redenzione, che afferra le radici della vita e restituisce la purità originaria, lo svincolamento dall’irreale, la risoluzione dell’irreale. È in relazione all’autonomia del midollo spinale, di cui parlo in Magia Sacra. È un moto puro di luce che, potente come l’Amore di cui è emanazione, scocca attraverso il centro piú profondo, attraversando, folgorando la tenebra. Occorre che il guizzo di luce sia contemplato, sino alla sua possibile immediata evocazione, in ogni momento.
Scende allora una calma confortatrice, un essere senza determinazione, secondo la potenza primigenia dell’essere: cessata è la febbre dell’esistere. Scende una calma che risuona dalla corona delle costellazioni, da tutto l’Empireo: è la quiete profonda, la quiete delle Gerarchie, il riposo divino: si comincia ad essere secondo la propria infinita assoluta libertà, che non ha bisogno di affermazione alcuna, non ha bisogno di sforzo alcuno, per affermarsi come invincibile potenza. In quel momento si ha il segreto di tutto, che è indicibile, ma ha un suo simbolo nell’espressione “L’Essere è Amore”.
Questo pensiero fa vivere tutto l’essere novello: è il principio dell’essere assoluto immediato, donantesi nella grande calma: donantesi dal profondo del proprio essere come Amore. Si distingue da esso, come termine di riferimento, come punto di risollevamento all’infinità originaria, il fiore di luce. Nella calma posante nel profondo, nella calma lasciata essere, nell’essere lasciato essere, si accoglie la vita di luce come mistero della visione aurea. Prima di tale essere non c’è nulla: comunque si cerchi dietro di sé, vi è sempre il proprio essere: perciò l’Amore infinito: il primo Essere è l’Amore Divino, il Primo Fulgore.
Come l’aquila posando raccoglie le ali, e nella immobilità ha la potenza del volo, cosí è raccolta tutta la forza là dove posano le ali, nell’immobile figura, nell’attitudine della meditazione. È l’operazione piú sottile del Sacro Amore, perché riapre il varco alla potenza cosmica dei ritmi nella “sede mediana”: senza il moto eterico di questi ritmi, il Sacro Amore può essere pensato, ma non realizzato. Occorre la volontà piú potente alla “operazione delle ali”. Cosí, ritrovata la postura dell’aquila, volgo alla santa contemplazione.
Massimo Scaligero
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da una lettera del novembre 1970 a un discepolo

INTENSO E PROVVISORIO IL GRAN LAMENTO DEL TEMPO E’ L’IMPOSSIBILE.
FUOCO DELL’ATTIMO PIU’ ALTO IN CUI L’ETERNITA’ TOCCA IL PASSATO E LO REDIME.
INCENERENDO ILTEMPO.
PROVVISORIO – POICHE’ PERENNEMENTE DA RICONFERMARE – L’ATTIMO LAMPEGGIA E IMMETTE FORZE CHE DAL CENTRO DEL CREARE IRRAGGERANNO LUCE.
ATTIMO DEL PENSARE CHE CONTEMPLANDO L’ESSENZA DEI CONCETTI RICORDATI :
OTTIENE LA VISIONE DEL PASSATO MENTRE LO REDIME.
MENTRE LO TRASMUTA.
MENTRE LA VIVENTE AURA SORUMANA CONCEDE IL FARMACO E IL LAVACRO.
RIVIVE L’ESSENZA DI CIO’ CHE AVVENNE NEL PASSATO
MA ORA CHI LA RICORDA E’ IL LAMPO DELL’ATTIMO D’ETERNO
CHE LA CONTEMPLA DALL’ALTO DEL REDIMERE.
LO SGUARDO DELLA SINTESI IMPEGNATA NEL COSCIENTE UNIRE :
RICREA L’ANIMA PROFONDA DEGLI EVENTI POICHE’
– IN VARIO GRADO –
LI RICONNETTE AL LOGOS INTERNO AL RITO D’OCCIDENTE.
L’UNICO E IL SOLO VERAMENTE OPERATIVO POICHE’ VERAMENTE SACRO.
FUTURI EVENTI MORALI SI IRRAGGIANO
GERMINALI E INARRESTABILI
SUI DESTINI DEL MONDO.
EVENTI IMPREVISTI ED IMPOSSIBILI
CHE MUTANO LE ALTRIMENTI INAMOVIBILI LEGGI DELLE CAUSE E DEGLI EFFETTI.
EVENTI IN CUI L’ELEMENTO DI INTRUSIONE RIEDIFICATRICE E’ LA FOLGORE DEL LOGOS.
UNICA FONTE DEL SACRO FRA GLI IMMENSI DESERTI DELL’ANIMA MODERNA INARIDITA E PERSA.
ARDE FRA LE VETTE IMMATERIALI E DOMINA L’IMPOSSIBILE LAVACRO.
LUCE E CALORE TRATTI
– MEDIANTE OCCULTA IMMATERIALITA’ TRASMUTATRICE –
DAL PIU’ ADDENSATO CAOS DI MOSTRUOSE ROCCE VOLITIVE.
LIEVE RIAPPARE L’ANGELO OLTRE LE SQUARCIATE NEBBIE DEGLI INFERI
NEL FOLGORAR DELL’ATTIMO DILAVATI E SCOSSI.
L’IRRUZIONE DI FORZE TRASCENDENTI NELL’UMANO
ATTINTE FRA I CIELI DEGLI DEI LEGITTIMI DEL BENE
SOLO ATTRAVERSO L’ASCESI PUO’ ATTUARSI
E SOLO POICHE’ IL PIU’ IMPENSABILE ED IL MENO PLAUSIBILE LOGOS DEL PENSIERO ARDE ED AGISCE OVE L’IO UMANO RIESCE PER ATTIMI A RESPIRARE LUCE.
APICI IN CUI LA VOLONTA’ IMMESSA NEI PENSIERI CONTEMPLANDO IL PALPITO DI UN INSIEME DI CONCETTI :
OTTIENE PER ATTIMI QUELLA PURITA’ IN CUI L’ANIMA RISORGE ALLA VEGGENZA.
ED IN QUEGLI ATTIMI : RESPIRA DEGNITA’ E AMORE.
PERTANTO IN QUEGLI ATTIMI
IN VARIO GRADO
LA POTESTA’ DEI CIELI MUTA L’UMANO E LO REDIME.
RITO DEL SOLE D’OCCIDENTE CHE SOLO PUO’ LAVARE I MONDI.
ASCESI DEL PENSIERO E SUA TENACIA NELL’ACUME PERENNEMENTE MANTENUTO.
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HELIOS FK AZIONE SOLARE

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IL PRIMO GIORNO
5. L’uovo cosmico
In linea di principio non vi è alcuna differenza se gli eventi vengono descritti in scala piccola o grande. Certamente, causa alcune difficoltà il rappresentare i processi della suddivisione nella maturazione (formazione dei corpuscoli polari), di fecondazione e formazione della blastula nella loro effettiva piccolezza. Nella maggior parte dei casi non lo facciamo neppure, bensì conserviamo a nostra disposizione, in forma di rappresentazioni, su per giù raffigurazioni che presentano appunto ingrandimenti considerevoli. Altrettanto difficile è il rappresentarsi la nascita del mondo nella sua vastità, per la nostra coscienza, quasi infinita. Noi traduciamo, quindi, ciò che è minimo e ciò che è massimo in rapporti umani. Per l’idea di una forma è entro certi limiti la stessa cosa se tale forma sorga nel grande o nel piccolo. E poiché la Genesi descrive il nascere e il mutare delle forme, in linea di principio essa è applicabile altrettanto bene sia alla nascita del mondo che alla nascita del mondo corporeo umano. Ma l’evento umano è tanto più piccolo di quello cosmico?
Se consideriamo l’evoluzione embrionale in relazione con la Genesi , scorgeremo abbastanza presto che veniamo costretti ad allargare la nostra conoscenza e a non considerare più la grandezza dell’ovocellula come l’unica realtà.
Il risalire sopra descritto dalla blastula all’ovocellula non fecondata, mostra come i concetti di «Cielo» e di «Terra» si sciolgano sempre più da un rapporto materiale, via via che si risalga sempre più indietro. Quello che nel caso della blastula potrebbe ancora essere messo in relazione con la formazione e la plasmazione, nel caso dell’ovocellula si riferisce ancora unicamente ad un punto. Tuttavia, nella misura in cui, tornando indietro queste immagini si emancipano dall’elemento materiale, esse si dilatano in rapporto al loro stesso contenuto sin nell’infinità dello spazio e, si potrebbe dire, aleggiano sull’uovo come possenti pensieri cosmici nel Primordiale Principio.
Chi ripercorre concettualmente sempre di nuovo questa via a partire dalla blastula in relazione col primo versetto della Genesi , potrà sperimentare come quest’ultimo appaia sempre tanto più potente quanto minore sia il suo riferimento materiale. E allorché un tale riferimento sia diventato puntiforme, risuonano rimbombando attraverso l’infinito le Parole del Principio Primordiale. – Attraverso un tale esercitarsi si può giungere al sentimento che le forze che plasmando portano a sviluppo l’ovocellula avvolgono l’intero spazio cosmico. E forse ciò è effettivamente giusto se poi ci si rappresenta l’ovocellula, secondo la sua sfera di forze, come una sfera avvolgente il cosmo, come un immenso uovo cosmico il cui centro, come il perno o il cardine in fisica, è l’ovocellula corporea.
Il considerare la Genesi nel suo rapporto all’evento embrionale conduce necessariamente in regni sovrasensibili. Chi colleghi con le Parole della Genesi un qualsivoglia significato fisico-materiale, lo fraintende. Esse descrivono stadi che precedono l’elemento fisico-materiale. Allorché più sopra era una questione di «sostanza primigenia», con ciò è intesa una sostanzialità non materiale, e non una sostanza tale che la si sarebbe potuta afferrare con mani corporee. La sostanza primigenia deve significare che è preesistita una «elementarità» sovrasensibile, che gli Elohim hanno trovata già presente. Chi attraverso lo studio della Genesi , oppure su altra via, sia giunto ad una certezza sufficientemente grande che nella Creazione del mondo ci sia stato qualcosa di preesistente, dovrà sostenere l’idea che la Genesi non descrive l’inizio di tutto l’essere. La presente considerazione vorrebbe indicare che la Genesi contiene l’evoluzione della Terra e dell’uomo dalla sua origine alla sua fine. Che essa inoltre mette in Parole le leggi dell’evoluzione, secondo le quali sono stati formati la Terra e l’uomo e tutto ciò che lo spazio umano-terreno produce. Se raggiungiamo questo scopo attraverso lo studio comparato della Genesi e dei processi dell’evoluzione organica che possono essere abbracciati con lo sguardo, saremo allora nella condizione, partendo dal regno dell’esperienza sensibile, di riconoscere la validità di queste dichiarazioni bibliche.
Se ci rappresentiamo come l’embrione materiale sia all’interno dell’involucro di calore dell’organismo materno – giacché nient’altro che calore penetra nell’ovocellula dall’organismo materno – e se ci rappresentiamo inoltre, come il nascituro fanciullo umano sia collocato in tale calore, che è anche il portatore del calore animico della madre in attesa, e come la madre da parte sua nella sua fiduciosa speranza si senta avvolta dall’intera natura compenetrata di forza divina, abbiamo un’immagine per quelle Parole alle quali ci siamo già avvicinati a tentoni: «e lo Spirito di Dio covava sulle Acque» – ve Ruach Elohim merachephet al-pĕné ha majim. – L’immagine della cova di un uovo cosmico appare esplicitamente in qualche racconto della Creazione; la Genesi utilizza a tale scopo di nuovo soltanto una Parola – merachephet (covare, aleggiare). Ma ciò basta per dirigere il pensiero al calore della cova, che deve essere necessariamente presente , se uno sviluppo deve riuscire. Vive, secondo RUDOLF STEINER7, in queste Parole tanto l’aleggiare quanto il compenetrare di calore. E quando sentiamo come il calore di uno spazio crei per la giovane vita una specie di abitazione, possiamo percepire attività di calore già nella prima lettera della Genesi, nel suono beth.
6. Della nascita della Luce
Il nostro sistema planetario era, una volta in epoche primordiali, così si presume, un unico corpo. Nel corso dell’evoluzione la Terra e i Pianeti si sono separati da quest’unico corpo cosmico ed hanno iniziato i loro cammini attorno al corpo abbandonato, il Sole. Dai singoli pianeti ed anche dalla Terra si separarono in simile maniera delle lune. Questa rappresentazione, risalente a KANT, corrisponde essenzialmente ancora a quella che invale oggi (C.F. VON WEIZSÄCKER). Come venisse formato questo corpo cosmico comune, se esso sia da rappresentarsi come gas o nebbia oppure da una formante massa pulviscolare, la ricerca non può ancora deciderlo. Ma se questo corpo racchiudeva in sé il Sole, esso era verosimilmente luminoso, oppure in esso è sorta gradualmente la facoltà di illuminare.
Se si considera il processo della separazione della Terra dal Sole, che ora deve qui essere preso in considerazione in maniera particolare, a partire dalla Terra, si vede il Sole separarsi dalla Terra. Questo tipo di considerazione è altrettanto naturale di quello che si ha quando si parla dello spuntare o levarsi del Sole, anche se si sa che questo «spuntare » o «levarsi» si realizza attraverso una rotazione della Terra. Si può addirittura dire che questa maniera geocentrica di considerare sia la più naturale per il punto di vista umano o per quello terreno.
Ora si deve considerare quanto segue. Se un corpo luminoso è nello spazio e non vi è nessun altro secondo corpo vicino a questo, esso non può ancora irradiare così chiaramente, rimane oscuro. Il generatore della luce vede la sua propria luce soltanto quando la stessa compare da qualche parte. Se tuttavia questo corpo luminoso ha un altro corpo non luminoso in se medesimo e separa ora la parte generatrice di luce da quella non luminosa, allora la luce cade dal di fuori su quest’ultima. – Un tale processo dev’essersi svolto nel lontanissimo passato, alla nascita della Terra. Di questo racconta la Genesi. Essa descrive dapprima come gli Elohim uno dopo l’altro produssero, in maniera duplice, un elemento anelante all’esterno ed un elemento vivente all’interno, e chiama queste formazioni polari Cielo e Terra. Poi viene descritto come gradualmente si prepari qualcosa – come ondeggi confusamente ciò che è elementarità, come ciò venga ancora attraversato dalla Tenebra. E secondo il senso letterale allora ciò suona: ma quel che ora vuole formarsi in questa dualità circonda il covante calore dello Spirito degli Elohim. – E a questo punto si compie tale separazione attraverso l’attività degli Elohim. In quei tempi remotissimi, quella sostanzialità, attraverso la quale le forze creatrici splendevano dall’interno, cominciò a separarsi da quella spegnentesi materialità non autoluminosa – e per la prima volta la giovane Terra venne illuminata dall’esterno, sulla Terra sorse il giorno:
E DIO DISSE: SIA LA LUCE!
E LA LUCE FU. E DIO VIDE,
CHE LA LUCE ERA BUONA.
Ora gli Elohim videro la Luce, ch’essi avevano prodotta. Questa sorse per la prima volta. Tradotto alla lettera questo punto suona: «E Dio vide la Luce, che buona» [n.d.C.: Dio vide la Luce, (vide) che (era) buona]. Con ha-schamajim, il Cielo, l’elemento solare che si allontana dalla Terra, gli Elohim estraggono fuori e riflettono la loro Luce, con la quale essi dal di fuori plasmano e vivificano ha-aretz, la Terra (Questo significato delle Parole bibliche della nascita della Luce è il risultato dell’investigazione spirituale di RUDOLF STEINER. Vedi: La Genesi. I misteri della storia biblica della creazione).
Dove troviamo nell’embriologia il correlato di queste immagini?
Abbiamo visto come il «Cielo», nel senso del principio maschile, possa essere rappresentato come il luogo dell’ovocellula che spinge in tutte le direzioni verso l’esterno, mentre invece la «Terra», nel senso del principio femminile, possa essere rappresentata come vivente all’interno. Inoltre abbiamo trovato il tohu va-bohu essere come una sorta di eco di queste forze risuonanti attraverso lo spazio, che ha la sua raffigurazione nella suddivisione di maturazione, ossia nella formazione dei corpuscoli polari. Così come il «Cielo» in quanto forza maschile agisce verso l’esterno, così i corpuscoli polari vengono staccati dall’ovocellula come un elemento maschile. Soltanto attraverso ciò l’ovocellula è divenuta autenticamente femminile. Ora essa ha ottenuto la facoltà di concepire, essa attende (con ansia) quel che produrrà nella sua vita interna, essa attende come «Terra». – Così come il Cielo e la Terra una volta si separarono l’uno dall’altra, così anche l’essere umano deve svilupparsi in due forme separate l’una dall’altra, in uomo e donna. Ma come la Luce si riflesse dal Cielo che si allontanava per illuminare la Terra e renderla capace di germinare, così l’elemento maschile ritorna alla donna per risvegliare nel suo corpo la vita.
Nell’organismo maschile si compie un evento analogo a quello relativo all’organismo femminile. Nella donna, nel corso delle suddivisioni di maturazione, sorgono nella maggior parte dei casi tre corpuscoli polari, i quali appunto, come abbiamo visto, sono molto più piccoli dell’ovocellula e vengono distrutti. Nel caso di ogni cellula seminale maschile si formano tre cellule corrispondenti ai tre corpuscoli polari, le quali mantengono la stessa grandezza della loro cellula originaria. Tutte queste cellule diventano cellule seminali (spermium – spermatozoi) sessuali mature. Nell’uomo si formano per così dire unicamente corpuscoli polari, che crescono tutti come spermatozoi; nella donna è l’unica ovocellula matura quella che trae da sé medesima la sostanza dei corpuscoli polari. Ambedue gli eventi si rapportano l’uno verso l’altro in maniera polare.
Così come nella migrazione della sostanza dei corpuscoli vive il pensiero di ha-schamajim, così nell’ovocellula rimasta indietro vive il pensiero di ha-aretz. E come nell’elemento solare sospingente di ha-schamajim si riflette la Luce ed incontra la Terra, così l’elemento corpuscolare ritorna dalla periferia come la forza del seme maschile. Ciò che si è svolto macrocosmicamente in un organismo cosmico, avviene qui in due organismi umani. Solo apparentemente, giacché questi due, nel loro incontro, divengono uno.
Allorché il contadino ara la Terra e getta i semi nel solco, egli è l’aiutante delle forze della Luce. Giacché sono esse che fanno verdeggiare il grano e maturare le spighe. Secondo un’antica leggenda8 Zarathustra ha ricevuto dal dominatore celeste del Sole, Ahura Mazdao, un pugnale dorato, per arare con quello la Terra. Attraverso il possesso di questo pugnale, che rappresenta le forze della Luce, egli poté diventare il fondatore dell’gricoltura. – Quando, dopo la fecondazione, l’ovocellula si accinge alla prima scissione cellulare, allora le forze della Luce arerebbero effettivamente la Terra. Nel caso degli embrioni di rana e di riccio di mare questo processo della prima suddivisione cellulare viene chiamato appunto, come già menzionato secondo il suo aspetto, «aratura». Nel caso della rana si è riusciti addirittura ad avviare lo sviluppo dell’ovocellula, invece che attraverso la fecondazione con seme maschile, unicamente mediante iniezione con un ago di vetro nell’uovo, dal quale si è sviluppato un piccolo ranocchio (partenogenesi). Anche nel caso del coniglio sono stati eseguiti tanti tentativi; in questo caso gli ovuli vennero portati a sviluppo mediante influsso termico a breve termine (o stimolazione chimica) ed ottenute figliate di animali normalmente mature9. Si vede come anche imitazioni di stimolazioni luminose possano sostituire la forza di Luce del seme.
7Vedi: RUDOLF STEINER, Il Vangelo di Matteo.
8Vedi: RUDOLF STEINER, Il Vangelo di Matteo.
9Vedi D.STARCK, Embryologie
(Continua)
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E’ imbarazzante: Eco chiama e io, non influente ma influenzato sì, tiro fuori dai miei documenti una lettera mandata a qualcuno anni addietro. Come articolo non regge molto ma allora avrei dovuto rivedere criticamente ogni parola e tutto l’insieme che, mi rendo conto, è disarmonico. Cosa che, con la scusante di febbre e debolezza, evito di fare. Del resto, quando si tenta di parlare di cose che riguardano la concentrazione, ciò che viene fuori è come un gomitolo arruffato da un gatto.
*
Allora, caro amico, se può, dimentichi le mirabolanti costruzioni che l’anima ha costruito come nella teologia dove tutto poggia su quello che non c’è ma che si presume ci sia, piuttosto con coraggio segua il minimo e se desidera un supporto significativo ai “perché” dell’estrema semplicità (austerità, povertà) dell’azione interiore, rilegga attentamente i primi capitoli de L’uomo interiore.
Si sieda, se le va bene, ricordando che l’attività interiore intesa come pensiero non ha alcun bisogno di positure corporee, ed evochi nella coscienza desta un oggetto semplice, comune, comprensibile, facile, banale, ecc. (un chiodo, un tappo di sughero, un bicchiere, ecc).
Cioè costituito da pochissimi concetti e adempiente ad una funzione semplice, chiara, ordinaria, banalissima.
In effetti basta evocare l’oggetto che la sintesi già c’è: evocarlo in un attimo di consapevolezza e sapere tutto di esso è cosa che attraversa la mente. Ma siamo noi a non reggere per un tempo anche minimo questa immediata comprensione che lampeggia come una folgore, per un attimo, nel buio.
La ricostruzione dell’oggetto e del suo uso – voluta con tutta la volontà (dedizione univoca) di cui è capace – con parole e immagini, ci serve come esercizio per dominare il pensiero ordinario ed abituarlo (con la volontà: è tutto questione di volontà) a essere sempre maggiormente attivo e indipendente da ogni supporto fisico (veda le righe con le quali R. Steiner descrive il senso del “controllo del pensiero” nel V cap. della Scienza Occulta.
Dominare il pensiero ordinario è un lavoro duro e improbo, spesso vorrà rifuggire da questa innaturale fatica interiore svincolata dal calore di istinti, sentimenti e sensazioni.
Quando il dominio inizia ad essere raggiunto sul serio (il tempo della pratica è individuale, i risultati della pratica sono individuali e non stanno lì fermi), terminato il breve e semplice lavoro di ricostruzione dell’oggetto che è formalmente assai semplice, come un tema di poche righe compitato da un bimbo di II elementare scarso di fantasia e di vocabolario, freni la mania della parola sub-vocalica che è solo una pessima abitudine: realizzi che non c’è nulla da dire e tanto meno da dirsi. Impari progressivamente a svestire i pensieri dal veicolo delle parole.
Qui l’equilibrio sta nel mezzo tra il non scalare troppo presto questo gradino oppure il non tentarlo mai, paghi della sicurezza che si raggiunge poggiando sulle parole. Tenga nella coscienza l’ultima immagine prodotta, o la prima o una qualunque del breve percorso – non ha alcuna importanza – e polarizzi tutta l’attenzione interiore su essa.
Attenzione: non faccia come tanti lo stravagante tentativo di “tenere” nella consapevolezza le immagini che ha prima evocato: tutta l’attenzione deve venir rivolta ad un solo punto di pensiero: è impossibile pensare simultaneamente 5 o 50 pensieri diversi: ciò significherebbe solo che passerebbe velocemente da un’immagine ad un altra e non si concentra.
Un altro ircocervo è il tentativo di fondere in una immagine unica tutte le altre: la fantasiosa traduzione personale della parola sintesi usata da Scaligero. La “sintesi” è esperienza qualitativa e non un arzigogolo mentale!
Le sottolineo che è solo una questione di sforzo, di audacia che non molla, tant’è che Scaligero talvolta indicava, per combattere l’automatismo e lo scemare dell’attenzione concentrata, di rifare il breve decorso dei pensieri ripercorrendoli (con rigore) dall’ultimo al primo. Perciò terminando il percorso con il primo pensiero/immagine e non con l’ultimo. Così si accorgerà che il tentativo di stabilire (fissare) una formula intellettuale del percorso è in sostanza il desiderio dell’intelletto comune di intervenire là dove esso non ha posto.
Dopo poco, l’immagine voluta sfugge: la rievochi. Poi la rievochi nuovamente. E ancora. E’ una faticaccia frustrante: si chiama concentrazione: può essere un’agonia perché la continuità cosciente dura poco e, in aggiunta, l’anima si ribella: qui non trova alcun sollievo segreto. L’unica tecnica utile è l’insistenza.
Prima o poi diverrà più abile e un minuto senza interruzioni sarà un successo colossale e molte cose cambieranno, però anche questo deve venir riconquistato ogni santo giorno, poiché la sua perdita è nell’ordine delle cose.
Può sostituire spesso l’oggetto, poi si accorgerà che le medesime difficoltà si ripresenteranno…così scopre che non occorre nemmeno mutare oggetto: essendo qualsiasi oggetto pensato, non un pensiero ma “il pensiero”: in questo equivalendo a tutti i pensieri pensabili (perché spillo e non Dio?: perché lo spillo è pensabile completamente. Dio no. E nemmeno angeli o diavoli che – i primi naturalmente – piacciono tanto ai vacanzieri dello spirito).
Altra cosa di cui non dovrei parlare è la questione del tempo dell’esercizio: forse me cavo dicendo che meno di cinque minuti, nel fare pratica, è troppo poco e che da Scaligero dovevo spremermi per almeno un quarto d’ora. Se la “ricostruzione” veniva tirata per le lunghe, Massimo la considerava un esercizio di pigrizia interiore, mentre si compiaceva per una pura, immediata concentrazione: anche quando essa pareva più simile ad un arrembaggio assai mal riuscito. Aggiungo che a diversi amici Scaligero indicava come base del lavoro interiore la concentrazione e l’atto puro (quest’ultimo è il secondo esercizio dei cinque ausiliari dati dal Dottore).
Quante volte? Meglio iniziare dal possibile. Due volte al giorno è prudentemente possibile. Realizzata una continuità certa, uno si accorge che forse è troppo poco e aumenta le sessioni dell’esercizio. Così poi andranno bene più volte e persino molte volte. Prima si fa, poi si sa: per qualcuno tre volte saranno il massimo, altri potranno fare sei. Un senso interiore ci dice quanto è troppo poco oppure troppo.
Poi un giorno avverte che riesce a “tenere” l’immagine e l’anima, tutta l’anima, inizia a riposare di un riposo speciale. In questa condizione, già eccezionale, vede sottilmente che l’immagine sembra assumere una particolare indipendenza (sebbene sia una continuità dipendente da una attenzione assoluta) e può rimanere come pura forma, oppure muta, oppure si trasforma in un segno luminoso, oppure…ecc. Essa è’ l’abito della volontà che fluisce continua, sottile, ininterrotta, ma è una volontà sconosciuta che non prende più la via del corpo.
Questa è la “sintesi” che continua ad essere contemplata…mentre cambia tutto in lei e in essa: è sostanza di volontà che riempie il pensiero. Una specie di “più che pensiero”: più reale del senso di sé corporeo.
Aggiungo una cosa (un fatto) che, nell’itinerario interiore, assume grande importanza. Non è qualcosa di fissabile in punti precisi. E’ solo che in taluni momenti anche distanziati nel tempo, come nella storia di Hansel e Gretel, vengono scoperte briciole di pane che indicano la via di casa. Sono momenti in cui affiora nell’anima un alito di Vita e Realtà che sostiene il senso di tutto il lavoro: attimi di interiore, profonda pienezza che giunge dal Cielo a consolare e ha pure un nome, ma i nomi dati a che servono? Attimo, Evento che rovescia i valori fondanti della vita terrena.
Come vede, l’itinerario è semplice ma impervio e difficile: passare da un mondo sensibile ad un mondo supersensibile è percorso iniziatico, non certo un gioco della mente.
Anche per questo, scrivo sempre che occorre far molto. Come un garzone a bottega che impiega anni per imparare. Altre vie non ci sono. I venditori di facili illusioni, invece, sono tantissimi.
Ho toccato solo certi punti, ma quello che le ho scritto lo pensi e lo confronti. Poi il tentativo, la tenacia, lo sforzo e la continuità sono tutti suoi!
Vale.
Ps: è poco, non è esaustivo ma ho notato che dire poco o molto non cambia granché la situazione, poiché il fare o il non fare dipende da una decisione profonda che parte da un principio dell’Essere presente ma molto lontano dalla nostra coscienza comune. Lui dà (le ha dato) il via, l’assenso poi il resto può (deve) dipendere da noi. Cioè per lei da lei stesso.