Novembre 2014

STRUMENTI

Nella sala l’orchestra tace, e improvviso si leva solitario il suono del violino, un suono che incanta, che invita a seguirlo nella sua magica levità.

Il violinista canta intimamente e sembra comunichi il canto al suo violino che respira con lui, l’archetto sale e scende in una sorta di inspirazione ed espirazione.

Uomo e strumento sono un tutt’uno, ma il primo domina completamente il secondo e solo da questo accordo può nascere una perfetta armonia, generosa di bellezza e di emozioni.

Pochi sanno usare uno strumento con tanta maestria, ma ogni uomo porta in sé, spontaneamente, lo strumento più prezioso che ci sia: il pensare!

Questa attività attende solo di essere conosciuta e approfondita dall’uomo per poter sprigionare la sua forza, e la musica che allora nascerà sarà formata da pensieri puri, viventi.

Normalmente l’uomo, nonostante sia continuamente immerso in questa attività, non la vede, non la conosce, non la sa dominare, anzi è dominato da essa poiché il pensare “suona da solo”, spesso al di là della coscienza di chi lo esercita.

Si può dire che questa facoltà, donata all’essere umano per delle mete altissime, spesso procede da sola, come per inerzia, mossa e usata dalle percezioni, dai sentimenti, dai ricordi, rappresentazioni, brame…

Facoltà figlia del Logos, ma ancora sconosciuta ai più nella sua purezza!

Il pensare si è formato nell’uomo senza la sua partecipazione cosciente e per questo egli non lo può conoscere, dominare, possedere intimamente come può fare con gli strumenti che inventa e crea.

Anche  il violino è nato senza la partecipazione del violinista: qualche altro l’ha costruito per lui, ma poi il musicista ha dovuto studiare ed applicarsi per anni ed anni per poterlo possedere e dominare.

Perché non dovrebbe essere lo stesso per il pensare?

L’educazione scolastica, ad esempio, dovrebbe avere lo scopo di far conoscere ed educare il pensare. Con il liceo e l’università si avrebbe il parallelo degli studi violinistici atti a dominare lo strumento, ma così non è.

Ciò significa che quegli studi sul pensare non tendono in realtà a questo scopo, non sono adeguati e non danno il medesimo risultato: anzi il risultato è un pensare intellettuale sempre più debole!

La strumentalità del pensare si è rivelata molto bene dalla sua contraffazione: il computer.

L’uomo, ad un certo punto, si è trovato ad una svolta storica: o adoperarsi e lavorare per conoscere il suo pensare e dominarlo, o delegarlo ad una macchina, che regola le sue operazioni secondo schemi preordinati, morti: cosa che ha fatto!

Un’attività spirituale come quella del pensare, il cui sviluppo è stato portato avanti per secoli da grandi pensatori e giunta al culmine con Goethe, Schiller, Hegel, non può andare perduta negli ingranaggi di una macchina. A lungo andare l’uomo perderebbe anche se stesso!

E’ la facoltà pensante che lo porta ad essere cosciente di “pensare pensieri” e di riconoscere in essa la capacità di condurre attivamente e coscientemente il proprio processo pensante, fondamento della libertà umana.

Il vero pensare è sempre “voluto”, come quando si adopera uno strumento per suonare: lo si “vuole” fare, mentre le divagazioni dei pensieri sono qualcosa di istintivo, non motivate e tanto meno volute. E’ il violino-pensare che suona da solo, spesso contro la volontà del violinista.

Quando non si vuole fare un’azione, non la si fa, nella norma è così, ma non per i pensieri: essi possono vagare incontrollati, diventando un’abitudine di fondo che sfugge al controllo della coscienza.

Pensieri futili, rappresentazioni ed immagini caotiche che appaiono e scompaiono, distrazioni fastidiose che possono essere vinte: la battaglia può essere lunga e dura e ha come presupposto che questi disturbi vengano prima riconosciuti come tali, e poi che li si voglia eliminare.

Molte sono le indicazioni e gli aiuti che vengono dati dai Maestri per raggiungere questo scopo, molto l’impegno richiesto a chi si accinge a percorrere questa disciplina.

Il fine è di conferire all’Io il dominio sul suo prezioso strumento, sulla sua facoltà pensante, fino ad arrivare al punto in cui, ogni volta l’Io decida di “suonare la sua musica”, il vuoto ed il silenzio interiore, richiamati dalla sua volontà, appaiano come per incanto.

Solo allora, nella coscienza divenuta un “foglio bianco”, si potranno esprimere tutte le melodie-pensiero che lo spirito vorrà creare durante i suoi momenti di raccoglimento interiore.

Bisogna che “l’orchestra taccia”, affinché il pensare possa elevarsi solitario per produrre la musica sua più bella!

SCIENZA DELLO SPIRITO

LE ESPERIENZE DELL’INIZIATO E LA TEORIA DELLA CONOSCENZA

Rudolf Steiner cop 2

III

LE ESPERIENZE DELL’INIZIATO E LA TEORIA DELLA CONOSCENZA (*)

Rudolf Steiner

Questa esposizione permette di riconoscere che alla base di un’antroposofia rettamente intesa sta una via di evoluzione dell’anima umana, che deve rigidamente sistematizzarsi in sé e che sarebbe un errore che nell’atteggiamento dell’iniziato ci sia quello che nella vita ordinaria viene designato come entusiasmo, estasi, rapimento, visione, ecc. E’ proprio la confusione fra lo stato d’animo che abbiamo descritto e questi altri stati, a far nascere le obiezioni che si possono fare alla vera antroposofia. Soprattutto una tale confusione desta la credenza che nell’anima dell’iniziato abbia luogo una astrazione dall’autocontrollo della coscienza, una specie di anelito verso una veggenza immediata, istintiva. Si tratta invece proprio del contrario. Lo stato d’animo dell’iniziato dista dalla cosiddetta normale estasi, dalla visione, da ogni comune veggenza, ancor più di quanto non ne disti la coscienza ordinaria.

Persino gli atteggiamenti di cui parla per esempio lo Shaftesbury, sono mondi nebulosi rispetto a ciò che si cerca di conseguire con gli esercizi del vero iniziato. Lo Shaftesbury trova che la fredda ragione, senza il rapimento dell’anima, non porta a conoscenze profonde.

La vera indagine spirituale invece, quando cerca di trasferire la coscienza dalla sfera sensibile a quella soprasensibile, porta in sé tutto l’apparato animico interiore della logica e della piena consapevolezza. Non si può perciò obiettare che essa non tiene conto dell’elemento razionale della conoscenza. In verità essa non può elaborare il proprio contenuto, pensandolo in concetti, dopo averlo osservato, in quanto porta sempre con sé, uscendo dal mondo sensibile, l’elemento razionale, e lo trattiene sempre come scheletro dell’esperienza soprasensibile in tutte le osservazioni soprasensibili, come una componente integrante.

E’ impossibile qui, naturalmente, mettere in rapporto l’indagine spirituale con tutte le diverse tendenze vigenti oggi nel campo conoscitivo. Si deve piuttosto cercare, in via di esperimento, di tratteggiare con alcune note quasi aforistiche l’atteggiamento dell’attuale teoria della conoscenza e la sua difficile posizione rispetto all’indagine spirituale (non è forse immodesto accennare qui che una base esauriente per risolvere il contrasto fra filosofia e antroposofia si può acquistare con la lettura dei miei volumi: Verità e scienza e Filosofia della libertà). Nella teoria della conoscenza moderna è invalso sempre più una specie di assioma, secondo il quale nel contenuto della coscienza sono date dapprima solo delle immagini, o anche solo dei segni (Helmholtz) del trascendente reale. Qui non è il caso di esaminare come il criticismo kantiano e la fisiologia (secondo le vedute del Müller e dei suoi seguaci sulle energie specifiche dei sensi) abbiano collaborato a rendere una tale opinione inamovibile.

Il realismo ingenuo, che vede nei fenomeni dell’orizzonte cosciente qualcos’altro che non solo delle rappresentazioni soggettive di un che di oggettivo, viene considerato, nelle correnti filosofiche del XIX secolo, come superato ormai per tutti i tempi. Ma da quanto sta alla base di una tale idea risulta quasi naturale che l’atteggiamento antroposofico venga respinto. Dal punto di vista kantiano, quest’ultimo può essere considerato solo come un impossibile salto oltre i confini che la coscienza umana ha per natura. Se si volessero ridurre ad una semplice formula le infinite e acutissime estrinsecazioni della gnoseologia critica, si potrebbe dire: il filosofo critico, nei fenomeni che si presentano sull’orizzonte della coscienza, vede soprattutto delle rappresentazioni, delle immagini o segni. E una possibile loro relazione con alcunché di trascendente esterno, egli la può trovare soltanto entro la sfera della coscienza pensante.

La coscienza non può saltare oltre se stessa, non può uscire di se stessa, per sommergersi in un trascendente. Una tale idea ha in sé qualcosa che appare del tutto naturale. Tuttavia essa si fonda sopra un presupposto che, purché solo lo si esamini, potrà essere respinto. Sembra quasi un paradosso accusare l’idealismo critico, che si esprime nel senso di cui si è ora parlato, di un nascosto materialismo. Eppure non si può far altro. Quel che è da dirsi qui, può essere reso evidente mediante un paragone. Si prenda della ceralacca e vi si imprima con un sigillo un nome. Il nome, con tutto quanto esso significa, è passato nella ceralacca. Quello che dal sigillo invece non può passare nella ceralacca è il metallo.

Si prenda ora, in luogo della ceralacca, la vita dell’anima umana, e in luogo del sigillo, il trascendente. Risulterà subito evidente che di una impossibilità, per il trascendente, di passare nella rappresentazione: si può parlare solo se si pensa all’oggettivo contenuto del trascendente in modo non spirituale. Il che dovrebbe poi valere, analogamente, per la totale assunzione del nome da parte della ceralacca.

Nel caso dell’idealismo critico, bisogna presupporre che il contenuto del trascendente sia da pensarsi in modo analogo al metallo e non al nome del sigillo. E ciò non può avvenire, se non si fa nascostamente la materialistica premessa che il trascendente debba essere assunto dalla rappresentazione mediante un suo fluire in essa concepito materialmente. Nel caso invece in cui il trascendente sia un che di spirituale, l’ipotesi della sua assunzione da parte della rappresentazione è perfettamente possibile.

Da parte dell’idealismo critico viene fatto poi anche un altro spostamento nei riguardi del dato immediato della coscienza, in quanto vi è lasciato inosservato il rapporto effettivo esistente fra l’oggetto della conoscenza e l’Io. Se infatti si premette a priori che l’Io, col suo contenuto ideale e concettuale di leggi universali, stia fuori del trascendente, allora è ben naturale che questo Io non possa saltare oltre se stesso, ossia che debba restare sempre fuori del trascendente. Ma alla luce di un’imparziale osservazione dei fenomeni della coscienza, questa premessa non può sussistere. Per amor di semplicità si consideri qui, dapprima, il contenuto delle leggi universali in quanto esprimibili in concetti e formule matematiche.

Il regolare nesso interiore delle forme matematiche viene attuato entro l’ambito della coscienza e, successivamente, viene applicato ai fatti empirici. Ora non è possibile fare una differenza fra ciò che vive nella coscienza in forma di concetto matematico, quando questa coscienza riferisce il proprio contenuto ad un fatto empirico, e questo stesso concetto matematico quando esso si attua in un puro astratto pensiero. Ciò però non significa se non che l’Io, con la sua rappresentazione matematica, non sta fuori della trascendente legge matematica delle cose, ma dentro. E si giungerà perciò, dal punto di vista della teoria della conoscenza, ad una migliore rappresentazione dell’Io, se non lo si rappresenterà situato entro l’organizzazione corporea, facendogli giungere le impressioni da fuori. Se lo si collocherà entro la legge delle cose stesse, si riguarderà l’organizzazione corporea solo come specchio,  il quale rifletta all’Io, mediante l’attività organica del corpo, la vita extracorporea dell’Io nel trascendente. Entrati una volta che si sia, riguardo al pensiero matematico, nell’idea che l’Io non stia nel corpo ma fuori di esso, e che l’attività organica corporea rappresenti solo lo specchio vivente da cui la vita dell’Io nel trascendente viene riflessa, allora si potrà trovare comprensibile questa idea anche dal punto di vista della teoria della conoscenza, per tutto quanto sorge sull’orizzonte della coscienza.

Allora non si potrà più dire che l’Io, se vuole pervenire al trascendente, debba saltare oltre se stesso: si dovrà riconoscere che l’ordinario contenuto empirico della coscienza sta alla reale esperienza interiore del nucleo essenziale dell’uomo come l’immagine riflessa sta all’essere che si guarda nello specchio. Mercé una siffatta concezione conoscitiva, potrebbe così venir veramente superato in modo univoco il contrasto fra la scienza naturale che tende al materialismo e un’indagine spirituale che presuppone lo spirito. L’indagine della natura avrebbe infatti in tal modo via libera, in quanto potrebbe investigare le leggi dell’organizzazione corporea senza essere influenzata dall’intromissione di un atteggiamento spirituale.

Se si vogliono conoscere le leggi secondo le quali l’immagine riflessa nasce, allora si è rimandati alle leggi dello specchio. Da questo dipende il modo come chi guarda allo specchio viene specchiato. Ciò può avvenire in modi diversi, a seconda che si tratti di uno specchio piano, convesso o cavo. Ma l’essere di colui che si specchia sta fuori dello specchio. Così, nelle leggi che risultano all’indagine naturale, si potrebbero vedere le basi per la formazione della coscienza empirica: ed in queste leggi non dovrebbe immischiarsi nulla di quanto la scienza dello spirito ha da dire intorno all’intima vita del nucleo essenziale dell’uomo. Entro l’ambito dell’indagine naturale ci si dovrà guardare sempre, ben a ragione, dall’immischiamento di punti di vista puramente spirituali. A quanto vive nelle chiare rappresentazioni della scienza, deve riuscire simpatica un’idea come la seguente: “Il fenomeno cosciente, prodotto dall’eccitamento delle cellule cerebrali, non è sostanzialmente diverso da quello della forza di gravità vincolata alla materia” (Confr. Moritz Benedict: Seelenkunde des Menschen als reine Erfahrungwissenschaft).      Comunque, il pensiero scientifico è reso in quelle parole, in modo esattamente metodologico. Esse sono sostenibili scientificamente, mentre le ipotesi di leggi dei processi organici attuate direttamente per opera di influssi psichici, sono scientificamente insostenibili. La concezione gnoseologica fondamentale ora caratterizzata non può però riconoscere, in tutta la sfera del scientificamente determinabile, se non dei dati che servono a rispecchiare il vero nucleo animico essenziale dell’uomo. E questo nucleo essenziale non è da porsi nell’interno dell’organismo fisico ma nel trascendente. L’indagine spirituale sarebbe allora da pensarsi come la via per immergersi nell’essere che si specchia.

In tal modo, evidentemente, il fondamento comune alle leggi dell’organismo fisico e a quelle del soprasensibile, resta situato dietro l’antitesi di essere e specchio. Ma questo non reca pregiudizio, né da un lato né dall’altro, alla prassi della concezione scientifica. Sussistendo una tale antitesi, la prassi scientifica potrebbe continuare ad esplicarsi in due correnti separate che si illuminano e si spiegano a vicenda. E’ infatti da tener ben fermo che nell’organizzazione fisica non si ha a che fare con un sistema riflettente del tutto indipendente dal soprasensibile. Questo sistema riflettente deve pur essere considerato come il risultato dell’entità soprasensibile che in esso si riflette. Alla sopracitata idea di una relativa indipendenza dei due, deve venire incontro, integrandola, un’idea più profonda, che sia in grado di riconoscere la sintesi del sensibile e del soprasensibile. Il confluire delle due correnti può concepirsi come attuabile un possibile ulteriore sviluppo della vita animica fino al conseguimento della già descritta conoscenza intuitiva. Solo nell’ambito di questa, è data la possibilità di superare l’antitesi.

Si può dunque dire che, nel campo della teoria della conoscenza, le osservazioni spregiudicate lasciano la via libera ad un’antroposofia rettamente intesa. Esse infatti rendono comprensibile, teoreticamente, la possibilità che il nucleo essenziale dell’uomo abbia un’esistenza libera dall’organizzazione corporea: e che l’opinione della coscienza ordinaria secondo la quale l’Io sarebbe assolutamente da considerarsi come un’entità situata entro il corpo, debba essere tenuta come una necessaria illusione della vita animica immediata. L’Io, con tutto il nucleo essenziale dell’uomo, può essere considerato come un’entità che sperimenta il proprio rapporto col mondo oggettivo entro questo stesso mondo, e che ne riceve le esperienze, in forma di immagini riflesse della vita rappresentativa, dall’organizzazione corporea.

La separazione del nucleo essenziale umano dall’organizzazione corporea non deve, naturalmente, essere concepita in senso spaziale, ma in senso dinamico, come un distacco relativo. Così si risolve anche un’apparente contraddizione che si potrebbe forse scoprire fra quanto è detto qui, e quanto è stato fatto rilevare più sopra sulla natura del sonno. Nello stato di veglia, il nucleo essenziale umano è connesso con l’organizzazione fisica, in modo tale da rispecchiarsi in virtù del proprio rapporto dinamico con essa. Nello stato di sonno il rispecchiamento cessa. Ed essendo – secondo le considerazioni gnoseologiche fatte qui – la coscienza ordinaria possibile solo mediante un rispecchiamento, ossia mediante il riflettersi delle rappresentazioni, durante lo stato di sonno essa si estingue.

Si può dunque comprendere che nell’anima dell’iniziato l’illusione della coscienza ordinaria venga superata, e nella vita dell’anima si consegua una nuova prospettiva per cui il nucleo essenziale dell’uomo viene realmente sperimentato libero dall’organizzazione corporea. Tutto quanto si ottiene poi, proseguendo gli esercizi, è solo una più profonda immersione nel trascendente in cui l’Io della coscienza ordinaria è realmente, sebbene in quanto tale, non sappia di esserci. In tal modo l’indagine spirituale è stata dimostrata gnoseologicamente pensabile. Questa pensabilità, naturalmente, sarà ammessa soltanto da chi possa convenire che la cosiddetta teoria critica della conoscenza è in grado di sostenere il proprio assioma sull’impossibilità della coscienza di trascendere se stessa, soltanto in quanto non riconosce come illusoria l’idea che il nucleo essenziale umano sia rinchiuso nell’organizzazione corporea, e riceva le impressioni per tramite dei sensi. Sono ben consapevole che in queste considerazioni di argomento conoscitivo sono state date soltanto delle brevi note. Forse tuttavia, si potrà comprendere che queste non sono delle idee isolate ma scaturiscono da una concezione gnoseologica fondamentale e in sé compiuta.

(*) Questa è l’ultima parte della Relazione sostenuta dal Dott. Steiner al IV Congresso Internazionale di Filosofia, tenutosi a Bologna nel 1911.

 

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MADRE

madre

Madre

Ad una donazione radicale mi devo abbandonare

perché ogni trattenimento mi diventa dolore

Amare senza nulla volere

Tu questo sei

Tu tutto doni

.

(Mara Maria Maccari)

 

 

ARTE, MARA MARIA MACCARI, POESIA

MINIGONNA, SIMBOLO DEL TEMPO (Uno scritto di Massimo Scaligero)

Riceviamo da un utente di Eco, discepolo di Scaligero. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.

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Mary Quant 1965

MINIGONNA, SIMBOLO DEL TEMPO

Non avremmo toccato quest’argomento, di cui ci siamo altra volta occupati, se non avessimo ritenuto doveroso informare i nostri lettori riguardo al giudizio espresso in proposito da uno dei più eminenti saggi dell’India contemporanea: Swami Sabradnanda Sarasvati, da noi incontrato in questi giorni presso comuni amici studiosi di dottrine orientali.

Secondo Sabradnanda, la minigonna può essere veduta come simbolo di una rinuncia della donna contemporanea alla propria missione spirituale presso l’uomo, per il fatto che ella tende a valere al suo sguardo soprattutto mediante l’imposizione dei propri attributi fisici, che aggressivamente sollecitano l’immaginazione di lui verso la nudità non casta ma erotica.

Questa captazione dell’immaginazione toglie di mezzo l’anima, ossia l’elemento vivente del rapporto della coppia umana: lo strumento mirabile mediante il quale la donna può essere la compagna interiore dell’uomo, portatrice sicura della fedeltà e della perennità.
L’anima viene brutalmente eliminata dal momento che l’elemento determinante della relazione diviene l’apparire corporeo, provvisto della sua mitologia e della sua poeticità; persino della sua musica e del suo canto.
Tra uomo e donna invero, l’elemento vivente del rapporto è l’anima, non il corpo: è l’anima che rende magica, vasta, poetica la relazione tra i due.
Per quanto questa magia sembri sopravvivere nelle attuali coppie, essa è fatua, provvisoria: non può raggiungere reali altezze o profondità, perché l’elemento erotico afferra tutta l’immaginazione, distruggendo le sue forze più nobili e più delicate: quelle capaci di creare, di dare significato superiore alla vicenda amorosa, di edificare il mito che solleva il sensibile al sovrasensibile.

La realtà è che l’uomo non possiede più occhio spirituale, non può contemplare il corpo della donna senza subire la Maya, o l’illusione del suo apparire.
Solo un occhio spirituale o casto può comprendere la nudità femminile, ma in quanto vede oltre essa qualcosa come una grazia formatrice che si esprime nel corpo ma non è corporea.
Poiché l’uomo non sa vedere tale grazia formatrice, non può guardare la nudità femminile senza essere obbligato ad un’automatica impressione od eccitazione, che non riguarda la realtà interiore della donna e neppure la sua corporeità.

A proposito di una simile eccitazione, Swami Sabradnanda ha espressioni severe, in quanto essendo divenuta un fatto generale umano, un fenomeno coltivato persino mediante la letteratura ed il cinema, essa distrugge quella parte delicata del sistema nervoso  umano il cui compito è cooperare alla pura attività intuitiva, che per esplicarsi necessita di una particolare indipendenza dai processi fisiologici cerebrali.

La distruzione della più delicata facoltà intuitiva ad opera dell’eccitazione erotica divenuta normale, significa cessazione dell’intuizione scientifica, paralisi della conoscenza, ossia venir meno della possibilità che la scienza governi il processo tecnologico o ne abbia la giusta interpretazione.

Oggi molti confondono progresso tecnologico con progresso scientifico: in realtà la vera scienza, tessuta d’intuizione e pura meditazione, ha cessato di esistere: al suo posto avanza trionfante la tecnologia, che è semplicemente automatismo tecnico, assai pericoloso se non viene guidato da un pensiero indipendente. Ma questo pensiero non c’è più, perché la sua linfa vitale viene ogni giorno divorata dall’impressione sensoria erotica, ossia da un percepire sensorio falsato in partenza.

“Gli uomini di questo tempo – ammonisce Sabradnanda – non suppongono che il processo più distruttivo introdottosi nella cultura ed anzitutto nella costituzione umana, con un’invadenza che viene persino accettata se non addirittura codificata dalle religioni, è appunto l’erotismo senza argine, l’erotismo divenuto etichetta, pubblicità, eccitazione legittima,costume quotidiano, che non ha nulla a che vedere con la reale vita del sesso”.

L’eccitazione erotica regolamentare è distruttiva non solo per le capacità intuitive scientifiche, ma anche per la morale individuale, in quanto la moralità è essenzialmente un fatto intuitivo.
Non v’è scuola di saggezza che non insegni come la moralità sia anzitutto intuizione: dove non lo è diviene fredda regola, ossia finzione.

Questa finzione oggi è sublimemente vissuta dalla donna “perbene” che infine può concedersi a tutti visivamente perché una moda glielo permette. L’esibizionismo regolarizzato dal costume può estrinsecarsi senza limite ma soprattutto senza relazione alcuna con l’erotismo in sé, in quanto la donna costretta ad essere esibizionista e di ciò segretamente soddisfatta, non vive nell’eccitazione che suscita nell’altro sesso ma mediante questa.
Essa vive la propria eccitazione, mediante quella che automaticamente scatta nell’altro attraverso l’impressione visiva indotta.
Ella sente il regolamentare cedimento dell’altro su di un piano al cui livello ormai costringe la relazione, quale che sia la sua eventuale sublimazione: in verità non vi può essere più poesia che abbia il potere di svincolare i due da un simile livello di reciproco condizionamento.

La disgregazione della famiglia – afferma il Sabradnanda – diviene una conseguenza inevitabile, dal momento che la donna ha cessato d’essere la compagna spirituale dell’uomo. Fanno ridere le polemiche contro il divorzio, quando l’unità interiore del nucleo familiare è sostanzialmente in frantumi grazie a motivi che, tralaltro, gli antidivorzisti accettano placidamente.

La donna ha perduto la sua vera forza, quella d’essere ispiratrice ed elevatrice dell’anima dell’uomo. In compenso ne ha acquisita una altrettanto potente: quella di sedurre, per via di sociale regolarità: non più mediante il reale sesso ma mediante l’astratta prammatica eccitazione.

Ma questa forza altrettanto potente, che sostituisce quella spirituale, finirà col ritorcersi contro di lei, perché la distruggerà anche come essere fisico.
Vale la pena di mettere in relazione il continuo scambio erotico quotidiano, mediato dalla minigonna, con l’aumento delle nevrosi di questo periodo.
Non è tanto temibile la follia scatenata, quanto quella regolare, che delle sue espressioni abnormi riesce a fare un cliché di vita, qualcosa di socialmente normale.

E’ questa la sintesi severa di un pensiero che sembra avere più di una giustificazione per assumere la minigonna come simbolo della de-realizzazione interiore della donna e della perdita del livello morale di quest’epoca.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA (2° parte)

Rudolf Steiner cop

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA E LA SUA POSIZIONE RISPETTO ALLA TEORIA DELLA CONOSCENZA

Rudolf Steiner

(continuazione e fine)

Ora, mercé una vita interiore conseguita in tal modo, è possibile,   una conoscenza soprasensibile che porti in sé un grado di certezza superiore a quello della semplice conoscenza immaginativa. A questo punto, nello sviluppo dell’anima, si presenta quanto segue. L’esperienza interiore si colma a poco a poco di un contenuto che giunge all’anima da fuori, similmente a come il contenuto della percezione sensoriale le giunge, attraverso i sensi, dal mondo fisico esterno. Solo che, in questa esperienza interiore, il colmarsi di un contenuto soprasensibile è vita immediata.

Se si volesse fare un paragone con un fatto della vita ordinaria, si potrebbe dire: il congiungersi dell’Io con un contenuto spirituale viene ora sperimentato similmente al suo congiungersi con un ricordo conservato nella memoria. C’è però una differenza: il contenuto di ciò con cui ora ci si congiunge, non è per nulla paragonabile a qualcosa di sperimentato precedentemente e non può essere riferito ad un passato, bensì ad un presente. Un siffatto genere di conoscenza può chiamarsi conoscenza ispirativa, purché con questa parola non si pensi a null’altro che a quanto abbiamo caratterizzato qui (nel mio libro L’iniziazione ho usato questa espressione come un termine tecnico).

Ora, mediante questa conoscenza ispirativa, si presenta una nuova esperienza. Il modo come si diventa coscienti del contenuto dell’anima è del tutto soggettivo. In un primo tempo il contenuto dell’anima non si manifesta affatto come oggettivo. Lo si riconosce bensì come alcunché di sperimentato, ma non ci si sente contrapposti ad esso. Quest’ultimo fatto si attua solo quando, con energia animica, il contenuto dell’anima si condensa in certo modo in se stesso. Solo allora esso diventa qualcosa che è possibile guardare oggettivamente. Durante un tale procedimento psichico però ci si avvede che, fra l’organizzazione corporea fisica e quel quid che, mercé gli esercizi, se ne è distaccato, s’interpone qualcos’altro.

Se si vogliono dare nomi a tali cose, purché non vi si ricolleghino ogni sorta di fantasie, ma s’intenda con essi esclusivamente quello che si è caratterizzato qui, si possono usare i nomi divenuti comuni nella cosiddetta letteratura teosofica. Lì, quell’alcunché in cui il sé vive come un elemento indipendente dall’organizzazione corporea è chiamato corpo astrale. E quello che si presenta fra il corpo astrale e l’organismo fisico è chiamato corpo eterico (col che, naturalmente, non è affatto da pensarsi all’etere della fisica moderna). Dal corpo eterico originano le forze mediante le quali il sé si rende atto a trasformare il contenuto soggettivo della coscienza ispirativa in una percezione oggettiva.

Ora, con quale diritto – si potrebbe a buona ragione chiedersi – l’iniziato è indotto a riferire una tale percezione ad un mondo spirituale soprasensibile e non la ritiene invece come un prodotto del suo sé? Non ne avrebbe alcun diritto se non ve lo costringesse con necessità oggettiva, per la sua stessa legge interiore, il corpo eterico che egli sperimenta nel proprio divenire psichico. E così è. Il corpo eterico è sperimentato come un confluire di tutte leleggi universali del macrocosmo. Importante è che all’iniziato risulti evidente, per conoscenza diretta, che il corpo eterico altro non è se non una immagine concentrata della legge cosmica, una immagine che riflette in sé tutte le leggi del mondo. La conoscenza del corpo eterico non indica all’iniziato quale parte, nel complesso di tutte le leggi universali del mondo, una tale immagine rifletta, ma gli indica di che natura essa sia.

I dubbi legittimi che la coscienza ordinaria può sollevare sull’indagine spirituale sono, fra molti altri, anche i seguenti. Si possono osservare i risultati di questa indagine (come si trovano esposti nella letteratura attuale) e si può dire: quello che voi descrivete come contenuto della conoscenza soprasensibile si rivela, più da vicino, solo come una combinazione di rappresentazioni ordinarie prese dal mondo dei sensi. Così effettivamente è (anche nelle descrizioni dei mondi superiori che io stesso ho fatto nella mia Teosofia e nella mia Scienza occulta, non si trovano altro, così sembra, che combinazioni prese dal mondo dei sensi. Per esempio l’evoluzione della terra vi è descritta mediante combinazioni di entità di calore, luce, ecc.).

Ma a ciò è da rispondersi quanto segue. L’iniziato che vuole descrivere le sue esperienze, è costretto ad esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera soprasensibile coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla: si deve tener conto che l’iniziato si serve di questi mezzi d’espressione come delle parole di un linguaggio a lui necessario. Non bisogna cercare il contenuto della sua esperienza nei mezzi d’espressione, ossia nelle rappresentazioni materiali, ma nel modo con cui egli si serve di questi mezzi di espressione. La differenza fra la descrizione di un iniziato ed una fantastica combinazione di rappresentazioni sensibili, consiste effettivamente soltanto nel fatto che le combinazioni fantastiche originano da un arbitrio soggettivo, mentre le descrizioni dell’iniziato  si fondano sulla viva esperienza delle leggi soprasensibili, da lui conseguita mercé gli esercizi.

Qui è anche da ricercarsi la ragione per cui tanto facilmente le descrizioni dell’iniziato possono venire fraintese. Infatti non conta veramente molto che cosa egli dice, ma come lo dice. Nel come sta il riflesso delle sue esperienze soprasensibili. Se qualcuno obiettasse che allora quello che l’iniziato dice non avrebbe alcun rapporto diretto col mondo usuale, bisognerebbe fargli notare che il modo di descrivere dell’iniziato è effettivamente sufficiente per spiegare praticamente il mondo sensibile alla luce di una sfera soprasensibile e che per un esame reale dei dati trasmessi dall’iniziato, è richiesta la comprensione del divenire sensibile del mondo.

Si potrebbe anche sollevare un’altra obiezione: si potrebbe chiedere che cosa hanno a che fare le asserzioni dell’iniziato col contenuto della coscienza abituale, la quale non potrebbe certo controllarle. Ma questo punto, in linea di principio, è sbagliato. Per fare indagini nel mondo soprasensibile, per ricercarne i dati, è necessaria all’anima quella condizione che può essere conseguita solo mediante gli esercizi descritti. Ma non per un controllo. Per un controllo è sufficiente, comunicato che l’iniziato abbia le sue esperienze, la spregiudicata logica abituale. Questa potrà riconoscere, in linea di principio, che se quello che l’iniziato dice è vero, allora il divenire del mondo e della vita diventa comprensibile nel suo svolgimento sensibile. Come si considerino dapprima le esperienze dell’iniziato, non è importante. Si possono scorgere in esse delle ipotesi, dei principi regolatori (nel senso della filosofia kantiana). Ma purché esse siano applicate al mondo sensibile, già si vedrà che questo, nel suo divenire, conferma in pieno tutto quanto l’iniziato asserisce. (Ciò vale naturalmente solo in linea di massima: nei particolari, evidentemente, le asserzioni dei cosiddetti iniziati possono contenere gli errori più gravi).

Una nuova esperienza si presenta all’iniziato, se gli esercizi vengono ulteriormente proseguiti. Questo progresso consiste nell’essere l’iniziato, dopo aver conseguito la percezione di se stesso, in grado di sopprimerla mediante un’energica forza di volontà. Egli deve poter ancora liberare l’anima da tutto quanto è stato conseguito come effetto di esercizi che poggiano sul mondo sensibile esterno. Le rappresentazioni simboliche sono combinate da rappresentazioni sensibili. Nella conoscenza ispirativa l’attività del sé in se stesso è bensì libera dal contenuto dei simboli, ma è pur sempre una conseguenza di esercizi eseguiti sotto il loro influsso. Se dunque la conoscenza ispirativa avrà già prodotto un diretto rapporto fra il sé ed il mondo soprasensibile, allora si potrà anche cercare di conseguire una pura percezione di questo rapporto. E ciò può avvenire mediante un’energica soppressione della percezione del sé, precedentemente conseguita.

Dopo questa soppressione, o il sé si troverà di fronte al vuoto, e in tal caso gli esercizi dovranno essere continuati oppure esso si troverà posto di fronte all’essenzialità del mondo soprasensibile ancora più direttamente che non nella coscienza ispirativa. In  quest’ultima ci si presenta solo il rapporto fra un mondo soprasensibile e il sé: invece, nel tipo di conoscenza che ora vogliamo caratterizzare, il sé è totalmente escluso. Se si volesse usare, per questa condizione dell’anima, una espressione adeguata alla coscienza ordinaria, si potrebbe dire: la coscienza ormai sperimenta se stessa come una scena sulla quale un contenuto soprasensibile essenziale non viene rappresentato, ma rappresenta se stesso (nel mio volume L’iniziazione, ho chiamato questo tipo di conoscenza conoscenza intuitiva: col che assolutamente dobbiamo prescindere dal normale concetto di intuizione che intende indicare un contenuto di coscienza sperimentato direttamente col sentimento).

Mediante la conoscenza intuitiva, il rapporto in cui l’uomo si trova in quanto anima, rispetto alla propria organizzazione corporea, si trasforma interamente per l’osservazione animica interiore diretta. Alla facoltà di percezione spirituale, il corpo eterico si presenta in certo modo come un organismo soprasensibile differenziato. Ed i suoi elementi differenziati si riconoscono come coordinati, in un determinato modo, agli elementi dell’organizzazione fisico-corporea. Si avverte il corpo eterico come primario ed il corpo fisico come una sua riproduzione, come secondario. L’orizzonte della coscienza appare determinato dall’azione ordinatrice del corpo eterico. Il coordinamento dei fenomeni, su questo orizzonte, risulta effettuato dai differenti elementi del corpo eterico, in modo unitario. Alla base del corpo eterico sta il complesso di tutte le leggi del cosmo: alla base dell’unitarietà della sua azione sta la tendenza a riferirsi ad un quid, come a un punto centrale. E immagine di questa tendenza all’unità è il corpo fisico. Così quest’ultimo si rivela come espressione dell’Io cosmico e il corpo eterico si rivela come espressione della legge macrocosmica.

Quanto è stato esposto qui diventerà più evidente quando si sarà parlato di un fatto speciale della vita animica interiore. Ciò avverrà a proposito della memoria. L’iniziato, mediante lo scioglimento del sé dall’organizzazione corporea, sperimenta il ricordo in modo diverso da quanto non lo sperimenti la coscienza ordinaria. Per lui la memoria, che altrimenti è un processo abbastanza indifferenziato, si suddivide in diversi momenti. Dapprima egli si sente spinto verso un’esperienza da ricordarsi, come quando l’attenzione è rivolta in una determinata direzione. Qui l’esperienza è realmente analoga al volgersi dello sguardo su di un oggetto distante, che prima è stato veduto, da cui poi si è distolto lo sguardo e a cui nuovamente ci si rivolge. L’essenziale qui è che l’esperienza tendente ad essere ricordata, viene sentita come  un alcunché che è rimasto distanziato, sull’orizzonte temporale e che non viene semplicemente sollevato dalle profondità della vita sub-animica.

Questo rivolgersi ad un’esperienza che tende a essere ricordata, è dapprima un processo meramente soggettivo. Ma quando poi il ricordo si presenta realmente, allora l’iniziato sente che è la resistenza opposta dal corpo fisico, il quale agisce come corpo specchiante, a sollevare l’esperienza al mondo oggettivo della rappresentazione. In tale modo l’iniziato, nel processo mnemonico, sente dapprima un divenire (osservabile soggettivamente) che si svolge entro il corpo eterico, il quale poi diventa un suo ricordo solo in quanto viene rispecchiato dal corpo fisico. Il primo fatto del processo mnemonico dà perciò soltanto esperienze sconnesse del sé. Poi ogni ricordo diventa parte delle esperienze dell’Io, in quanto viene rispecchiato mercé la sua immersione nella vita del corpo fisico.

Da ciò risulta evidente che l’iniziato, nella sua esperienza interiore, giunge a riconoscere che alla base dell’uomo sensibile sta un uomo soprasensibile. Egli cerca di ottenere una consapevolezza di questo uomo soprasensibile, non attraverso deduzioni e speculazioni fondate sul mondo immediatamente dato ma trasformando lo stato dell’anima, cosicché questa si sollevi dalla percezione del sensibile ad una reale partecipazione ed esperienza del sovrasensibile. In tal modo egli perviene al riconoscimento di un contenuto animico che si rivela più ricco, più pieno di quello della coscienza ordinaria. Dove poi tale strada conduca, questo veramente lo si può soltanto accennare, perché una esposizione particolareggiata esigerebbe un’opera più ampia.

L’interiorità dell’anima diventa per l’iniziato un che di produttivo, un che di formativo, nei confronti di ciò che costituisce la singola vita umana del mondo fisico. E questo elemento produttivo mostra di avere realmente intessuto nella propria esistenza le forze non di una sola vita ma di molte vite. Quella che noi possiamo concepire come reincarnazione, come ripetizione della vita terrena, diventa qui una osservazione reale. Ché l’esperienza del nucleo interiore della vita umana mostra che questo stesso è una risultante di personalità umane connesse tra loro. E queste possono essere sentite soltanto in un rapporto temporale. Una personalità successiva si mostra sempre come il risultato di un’altra. Nel rapporto fra l’una e l’altra personalità non v’è continuità: anzi, il loro rapporto è tale che si esprime in esperienze successive, le quali sono separate da intervalli di esistenza puramente spirituale. I periodi di tempo in cui il nucleo spirituale essenziale dell’uomo è stato incarnato in una organizzazione corporea fisica, si distinguono, per l’osservazione animica interiore, da quelli della vita soprasensibile in quanto per i primi l’esperienza del contenuto animico appare proiettata sullo sfondo della vita fisica, mentre per gli altri appare immersa in un indistinto divenire soprasensibile.

In rapporto alla cosiddetta reincarnazione, non si doveva, in questa sede, offrire null’altro che una specie di colpo d’occhio su una prospettiva apertasi in seguito alle considerazioni precedenti. Chi ammetta la possibilità, per il sé umano, di trasfondersi nel nucleo essenziale soprasensibilmente intuibile, non troverà neppure incomprensibile che, ad un ulteriore sguardo entro un siffatto nucleo essenziale, il suo contenuto si riveli differenziato e che, mercé questa differenziazione, all’occhio spirituale risulti una serie di forme di esistenza trascorse nel passato. Che queste forme di esistenza portino in se stesse le loro date, può risultare comprensibile per analogia alla memoria ordinaria. Anche un’esperienza che si presenta alla memoria ordinaria, porta infatti in sé la sua data.

La vera memoria retrospettiva delle forme di esistenza passate, basata su un rigoroso autocontrollo, è per altro una mèta ancora assai distante dalla disciplina iniziatica che abbiamo descritto: grandi sono le difficoltà per la vita animica interiore prima che tale memoria sia conseguita senza restrizioni. Tuttavia tale mèta si trova sul diretto proseguimento della via conoscitiva ora descritta. Qui ho voluto innanzi tutto registrare, per così dire, alcuni dati di esperienza dell’osservazione animica interiore. Perciò ho descritto in tal senso anche la reincarnazione. Ma questa si può anche documentare teoreticamente. E ciò è stato fatto nella mia Teosofia, nel capitolo Reincarnazione dello spirito e destino. Lì ho cercato di mostrare come certi risultati della scienza moderna, pensati fino alle loro estreme conseguenze, portino ad accogliere l’idea della reincarnazione per l’umanità.

A chi voglia prendere in considerazione l’intera natura dell’uomo, risulta da quanto precede che la sua entità può essere comprensibile, se la si considera come il risultato della cooperazione di quattro elementi: l’organizzazione corporea fisica, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io che si elabora negli elementi precedenti e si manifesta mediante il rapporto fra il nucleo essenziale e l’organizzazione fisica. Nell’ambito di questa mia relazione non è possibile procedere ad un’ulteriore suddivisione di queste quattro manifestazioni vitali dell’uomo intero (qui si dovevano solo mostrare i fondamenti dell’indagine spirituale: il resto ho cercato di esporlo, metodicamente, nella mia Iniziazione e, sistematicamente, in Teosofia e nella Scienza occulta).

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA ROSA

 rosa-bianca-purezza

 Ti guardo, piccola rosa bianca

tardiva figlia dell’autunno,

e un senso di limite mi assale

Tu, prigioniera appari di una forma

Io, in silenzio ti contemplo

E all’improvviso si accostano colori,

spirali di colori in movimento

gialli, rossi, arancio, cangianti e luminosi

Si avvolgono in volute sempre più ampie, circolari

E nascono forme, forme viventi….

….sono rose, infinite rose…..

Si accendono o si spengono

in un gioco dolce, leggero, eterno

e una di loro tu sei, piccola rosa!

Non più prigioniera d’incantesimo,

non più una rosa o questa rosa

Ora tu sei LA ROSA ed io ti porto in me!

Hai tu la minima idea di questa magia

piccola rosa bianca?

*

( Marzia )

 

 

ARTE, POESIA

ASCESI DEL PENSIERO VIVENTE E PSICOTERAPIA

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Il nostro amico e lettore Lapprendista in un suo commento al nostro ultimo articolo, intitolato Carl Gustav Jung e la sua psicologia analitica contro l’Antroposofia di Rudolf Steiner, ha sollevato alcune domande cruciali per la scienza dell’anima, domande che portano inevitabilmente a porsi il problema della funzione dello psicoterapeuta, della validità scientifica delle sue conoscenze e del valore effettivo del suo operare nei confronti di un paziente che a lui si rivolge.

La validità scientifica delle conoscenze della psicanalisi freudiana, della psicologia analitica junghiana e affini, è oltremodo problematica, visto che la «psiche» viene dichiarata non essere l’«anima», ossia una entità distinta dal corpo, ontologicamente obbiettiva, su sé fondata, e non mera funzione del corpo. Una tale esistenza non corporea dell’anima non viene ammessa, anzi neppure presa in considerazione, perché una tale ammissione porterebbe a far sorgere un problema «metafisico», che per infingarda comodità e viltà conoscitiva si vuole ad ogni costo evitare. E naturalmente non viene neppure sollevato il problema della conoscenza diretta, ossia della percezione, della vita dell’anima.

In buona sostanza, Lapprendista scrive:

«Prendendo in esame soprattutto quanto scritto da Massimo da “L’errore della Psicoanalisi, qui, è scambiare per contenuti della coscienza, in cui l’individuo possa riconoscersi” fino a “laddove il compito consisterebbe nel giungere a dissociarsi da essi, per forza conoscitiva, sino a riassumere pura la forza che si vincolava ad essi”.

Posto che la mia formazione psicologica è principalmente rogersiana (e quindi più Counseling che Psicoanalisi), ma che ho almeno un’infarinatura di Gestalt, e qualche vaga nozione sul Freud, trovo che in molti interventi di supporto psicologico l’intento è di “evocare il guasto” nell’ambito del colloquio psicologico proprio per permettere all’altro di obiettivare un comportamento, un’emozione, un giudizio, un ragionamento, che egli subisce in maniera inconsapevole.

Forse però tale conclusione nasce da un mio pregiudizio che tenta di vedere il buono lì dove non c’è. Forse quei momenti di disincantamento animico dei quali ho creduto esser stato testimone e che avevo ascritto ad un momento di risveglio di forze dell’Io che permettono al soggetto di comprendere la sua situazione rappresentandosi le forze istintive di cui è stato vittima e, partendo da tale disidentificazione, di trovare la forza di svincolamento. Mi è chiaro che sarebbe comunque un sollevarsi della coscienza di poco, però quel tanto che basta per rompere un piccolo incanto… magari il primo gradino rispetto alla scalinata che può percorrere colui che, ridestando il Pensiero Vivente, può far esperienza diretta e obiettiva delle forze in gioco.

In tutta sincerità temo di non riuscire a vedere il punto e mi resta un sospetto: che la conoscenza a cui accenna Massimo è di natura completamente diversa da quella a cui ho fatto cenno qui sopra».

 

Il problema, in effetti, è esattamente quello da lui intuito, e accennato nell’ultimo paragrafo da me riportato del suo commento: la conoscenza alla quale fa riferimento Massimo Scaligero è di natura radicalmente diversa da quella alla quale Lapprendista accenna nelle righe su riportate.

Il conoscere dell’uomo comune – sia egli illetterato o erudito, semplice contadino o laureato filosofo, scienziato, medico, pedagogista, psicologo – è un sapere “apparente”, traentesi da un pensare meramente riflesso, legato al cervello, al sistema nervoso, agli organi di percezione sensoria. Un tale pensare riflesso, rozzo o intellettualmente raffinato, è a fortiori escluso dalla vivente conoscenza dell’anima, come dalla conoscenza vivente del mondo, perché un tale pensare riflesso non è in grado di superare il proprio stato di morte: è il cadavere del conoscere, non il conoscere vivente. Il mondo esteriore e interiore che a tale morto pensare appare è, per dirla con espressione indiana, la “Mahâmâyâ”, la Grande Illusione.

Un tale pensare cadaverico – esattamente così lo definiscono Rudolf Steiner e Massimo Scaligero – riesce a cogliere della realtà solo ciò che è traducibile in termini di “numero, peso e misura”, ovvero l’aspetto più povero e meno significante della realtà. Non può cogliere il vivente, e ancor meno può cogliere il cosciente. Ovvero, gli è ignoto il mondo della vita e il mondo dell’anima. Un filosofo di grande valore, Edmund Husserl, da me molto stimato, nella sua ultima, coraggiosa, opera, La crisi delle scienze europee, parla apertamente della incapacità del pensiero meramente razionale di accedere al Lebenswelt, al “mondo della vita”. In tale opera, Husserl usa una espressione tecnica, Lebenswelt, tratta direttamente dall’Opera di Rudolf Steiner, e precisamente da Teosofia. Negli anni ottanta del trascorso secolo, ebbi modo di andare molte volte a Freiburg im Breisgau in Germania, e ivi feci conoscenza con un anziano valoroso antroposofo, Ernst Lippold, amico di Hella Wiesberger, curatrice del Lascito del Dottore, il quale mi portò sulla tomba del padre della “fenomenologia”, del quale era amico di famiglia e mi parlò a lungo di lui. Non mi stupii affatto quando mi disse che Husserl aveva letto attentamente alcune opere di Steiner, che stimava, pur non essendone discepolo. Ebbene, a mio parere, Husserl aveva pienamente compreso lo stato di morte del pensiero razionale e cartesiano moderno, anche se non fu in grado di indicarne – e neppure era suo compito – la via d’uscita da tale stato di morte.

La conoscenza vivente, della quale parlano Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, nasce da un pensare talmente intensamente cosciente – volitivamente cosciente – da poter abbandonare la mortifera mediazione cerebrale, nervosa e sensoria: è una esperienza radicalmente incorporea, estracorporea. Un tale pensare normalmente è conosciuto dall’uomo solo nello stato prenatale o nel post–mortem. Ma è conoscibile – sperimentalmente conoscibile – dall’asceta che in vita abbia il coraggio e la tenacia di immettere ogni volta tanta volontà nell’atto pensante da infondere in questo una novella, sino ad allora ignota, VITA: vita appunto ignota a laureati filosofi, scienziati, medici, pedagogisti, psicologi e purtroppo anche molti antroposofi. A meno che questi non diventino essi stessi asceti, quotidianamente operanti nel Rito della resurrezione del vivente pensiero dal cadavere della riflessità. Cioè, a meno che non si consacrino con tutto loro stessi alla pratica della Concentrazione.

Il problema dello psicoterapeuta è, appunto, quello di non conoscere la propria anima, e dell’anima del paziente conoscere unicamente un quadro clinico, che in definitiva è unicamente una serie di percezioni sensibili ed una fenomenologia meramente discorsiva. Con un tale pensare riflesso non si conosce né la propria anima né quella altrui. Solo il vivente pensare prenatale potrebbe conoscere la realtà dell’anima, cogliere l’origine del male che affligge il paziente – origine di natura karmica e quindi spirituale – ed indicare la via e i mezzi di guarigione.

Massimo Scaligero diceva che «in pedagogia si educa con quello che si è, NON con quello che si dice». Lo stesso principio vale nella psicoterapia, ossia «si opera terapeuticamente con quello che autenticamente, cioè spiritualmente, si è, non con quello che si dice, o con “abili tecniche” psicologiche, di qualsiasi tipo esse siano». Quindi si può essere pedagogisti o psicoterapeuti autentici unicamente se si è asceti operanti – intensamente operanti – in una radicale trasformazione animica e spirituale di se stessi. Ma tutto ciò non si improvvisa, né tampoco viene concesso o garantito da lauree universitarie o master conseguiti con la partecipazione a costosi “corsi di formazione”, gestiti da “corporazioni” economicamente interessate, indifferenti al livello umano, morale e spirituale dei propri allievi.

Vi è anche un altro problema, decisivo dal punto di vista spirituale. Per la Scienza dello Spirito è l’intera condizione umana ad essere una condizione di malattia. Su questo punto, Massimo Scaligero in tutte le sue opere, ma in particolare in Guarire con il pensiero, è assolutamente esplicito. L’uomo è quello che è – ossia è uomo biologico, animale, nevrotico, legato alla univoca visione sensibile del mondo – perché è “caduto” da uno stato primordiale di sovrumana grandezza a quello dell’attuale miseria e abiezione. Da QUESTO stato di miseria e abiezione egli deve guarire, e non trovare le terapie che possano rendergli piacevole, non doloroso, non conflittuale tale abietto servaggio. Ovvero, per parlar chiaro chiaro, il problema di chi soffre schiavitù e prigionia, NON è quello di trarre vantaggi o rendere piacevole schiavitù e prigionia, ma liberarsi a qualsiasi costo. Il prigioniero non deve arredare piacevolmente la propria cella e fornirla di morbido letto, poltrona, aria condizionata, televisione, collegamento internet e frigo bar, bensì di conquistarsi la libertà. Una tale libertà come mèta, una tale liberazione spirituale come processo, non sono cercate, e spesso neppure presentite, dagli psicoterapeuti. Ma sono sicuramente la conditio sine qua non per operare sulla propria anima, e poter poi trovare una connessione reale con la sacralità dell’anima altrui. Come può uno psicoterapeuta far conoscere al paziente una luminosa realtà dell’anima e dello Spirito, che lui stesso non conosce? Nemo dat quod non habet, dice l’antico e savio adagio latino.

Conquistare il Pensiero Vivente, che l’uomo conosce normalmente solo nell’esistenza prenatale e nel post–mortem, implica, anzi esige, l’affrontare da vivi l’esperienza del morire prima di morire, senza morire: cosa tutt’altro che scontata e banale. E questo non lo si conosce nelle aule universitarie, nei workshop didattici e via dicendo.

L’anima di un altro essere umano è una realtà sacrale, che dovrebbe essere accostata sacralmente, e lo psicoterapeuta dovrebbe essere non solo un asceta, ma anche un iniziato e uno ierofante, capace di aiutare il paziente a trovare il mondo di luce dal quale è decaduto, e la realtà originaria dalla quale è tagliato fuori. Mentre oggi le tecniche psicanalitiche evocano, invece, un infero e fantasmatico mondo «lunare» del quale il paziente dovrebbe liberarsi come di un veleno mortifero, e non asservirsi ad esso, nel tentativo illusorio di rendere piacevole, meno dolorosa, non conflittuale la vita animale, che il despiritualizzato uomo moderno, sradicato dalla realtà spirituale, bramosamente conduce e ama.  

SCIENZA DELLO SPIRITO
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