Dicembre 2017

LA STELLA DI NATALE (di Boris Pasternak)

Introduciamo la poesia con la versione originale di una famosissima canzone di Natale. Una delle canzoni di natale più famose viene chiamata Carol of the bells, o Bells carol, o Carola delle campane. In genere è cantata in inglese, ma è la canzone ucraina Scedrik (rondinella) composta un secolo fa su una base popolare contadina dal bravissimo compositore russo-ucraino Nikolaj Dmitrievič Leontovič, ucciso negli anni ’20 con un colpo di pistola da un agente della ceka, la polizia politica sovietica leninista.

LA STELLA DI NATALE

Era pieno inverno.
Soffiava il vento della steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
Sul pendio della collina.

L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido vapore.

Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio
e i grani di miglio,
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.

Lontano, la pianura sotto la neve, e il cimitero
e recinti e pietre tombali
e stanghe di carri confitte nella neve,
e sul cimitero il cielo tutto stellato.

E lì accanto, mai vista sino allora,
più modesta d’un lucignolo
alla finestrella d’un capanno,
traluceva una stella sulla strada di Betlemme.

Per quella stessa via, per le stesse contrade
degli angeli andavano, mescolati alla folla.
L’incorporeità li rendeva invisibili,
ma a ogni passo lasciavano l’impronta d’un piede.

Una folla di popolo si accalcava presso la rupe.
Albeggiava. Apparivano i tronchi dei cedri.
E a loro, “chi siete? ” domandò Maria.
“Noi, stirpe di pastori e inviati del cielo,
siamo venuti a cantare lodi a voi due”.
“Non si può, tutti insieme. Aspettate alla soglia”.

Nella foschia di cenere, che precede il mattino,
battevano i piedi mulattieri e allevatori.
Gli appiedati imprecavano contro quelli a cavallo;
e accanto al tronco cavo dell’abbeverata
mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.

Albeggiava. Dalla volta celeste l’alba spazzava,
come granelli di cenere, le ultime stelle.
E della innumerevole folla solo i Magi
Maria lasciò entrare nell’apertura rocciosa.

Lui dormiva, splendente, in una mangiatoia di quercia,
come un raggio di luna dentro un albero cavo.
Invece di calde pelli di pecora,
le labbra d’un asino e le nari d’un bue.

I Magi, nell’ombra, in quel buio di stalla
Sussurravano, trovando a stento le parole.
A un tratto qualcuno, nell’oscurità,
con una mano scostò un poco a sinistra
dalla mangiatoia uno dei tre Magi;
e quello si voltò: dalla soglia, come in visita,
alla Vergine guardava la stella di Natale.

(Boris Pasternak)

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BUON NATALE

a tutti voi da Ecoantroposophia.it

ALBERO DI NATALE, MUSICA, POESIA

IL GUERRIERO E LO ZEN

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Porto nell’immaginario Presepe di Eco un piccolo dono senz’altro stravagante. Ma che volete farci: non è colpa vostra. Riprendo un vecchio articolo breve che trattava di uno stile di vita poco conosciuto in Occidente, ovvero del Bushidô, cioè del portato interiore ed esteriore del guerriero nipponico. Tento un modesto approfondimento del legame tra il combattente tradizionale e quella tersa, essenziale ascesi che è conosciuta con il nome di Zen, e non me ne vogliate se mi permetto qui di dire qualcosa su di un fenomeno, conosciuto anche nel passato europeo (penso ai Templari, monaci guerrieri) ma che in Giappone è stato un fatto unico, durato il tempo di divenire quasi la spina dorsale di una cultura complessa e che, per certi versi, si è estinto abbastanza recentemente.

Di cosa sto parlando? Dell’anima guerriera, divenuta inconcepibile nei nostri poco luminosi giorni, sfrattata dai luoghi comuni dei molti “maître à penser” contemporanei che l’hanno portata al biasimo collettivo o persino al disprezzo e all’orrore (mi sovviene l’irrisione degli straccioni brechtiani verso gli eroi).

Dell’anima guerriera che incontra felicemente lo Zen.

Nel XII secolo la nobiltà guerriera delle province con i vassalli, costituiti da bushi (guerrieri) o samurai, si affermò sulla nobiltà di corte e impose il costume virile e marziale che manterrà tali caratteristiche sino al XIX secolo.

Al contempo cresceva e si affermava la corrente buddhistica dello zen, altrettanto severa e virile nella disciplina ascetica, libera da speculazioni dottrinarie e da ritualismi.

L’incontro fu spontaneo: il tipo guerriero trovò nello zen un percorso interiore congeniale alla sua natura, d’altra parte lo zen trovò tra i samurai, più che in altre classi sociali, individui disciplinati nel “tirare avanti diritti, senza voltarsi indietro e senza porsi alcun problema”.

Da allora lo zen divenne in prevalenza la via interiore del samurai: il bushi, abbracciando lo zen, diede come risultato, un carattere unico e irripetibile nella storia del genere umano.

Nel periodo Kamakura (e nel successivo, detto degli Ashikaga), allo spirito giapponese si offrirono due strade: la via del monaco e la via del guerriero (di fatto, pure l’occidente ebbe una stagione simile). Poi la seconda, se non finiva precocemente con la morte in battaglia, confluiva naturalmente nella prima: i grandi guerrieri si ritiravano nei monasteri, terminando la vita in meditazione e contemplazione.

In tempi (secoli) di continue guerre, il bushi dal monacale cranio rasato, assai spesso continuava a servire il proprio signore, mentre anche i monaci armati (come i “cavalieri della montagna” della setta Tendai) guerreggiavano per proprio conto.

A questo punto il lettore può chiedersi dove fosse finita la compassione e l’amore universale che sono ancora la bella bandiera del buddhismo.

Allora andrebbe chiarita l’esistenza di un buddhismo popolare, devoto e religioso e lì accanto il più impercepito ramo del buddhismo iniziatico e reintegrativo. Lo zen, in quanto dottrina jiriki (il “fare da sè” senza appoggi esterni, sensibili o metafisici), appartiene al buddhismo operativo.

Il buddhismo originario (e in ciò Evola non ha torto) fu prevalentemente dottrina di classi guerriere: l’ascesi richiede un animo kshatriya (forse che ora sia del tutto diverso?). Il Buddha storico fu di stirpe regale e anche il grande Bodhidharma, secondo le leggende, fu di stirpe regale: giunto in Cina, insieme agli insegnamenti del Buddha, insegnò pure a combattere a mani nude. Inoltre è noto che la “retta condotta” non venne considerata come una morale autonoma ma uno stadio preparatorio che si abbandona “come una zattera” lungo una via che supera le antitesi di “bene” e “male”.

E, ritornando alla specifica ascesi, valeva il detto: “Quando esci di casa dimentica moglie e figli, quando impugni la spada dimentica il corpo”.

Troviamo maggiori specifiche nell’Hagakure (testo del XVII secolo) che significa “Nascosto sotto le foglie”, indicativo di modestia e segretezza. “…quando stai sul campo di battaglia chiudi la mente al ragionare, se ti dai al ragionare sei perduto. Il ragionamento ti priva di quella forza con la quale puoi aprirti la strada che porta diritto alla meta”; “Nessuna opera grande è stata mai compiuta senza il “divenire pazzo”…che non significa abbaiare alla luna ma rompere le funzioni della coscienza ordinaria per affidare l’azione all’Io sovraindividuale in una coscienza illuminata.

Quando la dominante idea della morte perde il suo potere, la “mente spirituale” può penetrare entro l’oggetto e supera l’inganno della dualità.

Suzuki sostiene che, ad un livello inferiore, dominare l’idea della morte era l’attrattiva maggiore che lo zen offriva al guerriero, senza le sovrastrutture di religione, morale e ritualismo.

Scrive il principe di Mito: “La gente delle altre classi si occupa di cose visibili, i samurai di cose invisibili, insostanziali” e Aoyama Shigeyoshi (maestro di dottrine segrete) dice: “spesso le battaglie in realtà si ingaggiano entro il tama (essenza spirituale) dei guerrieri combattenti…una Forza superiore può agire nel Kendô, nel Judô e nel Karate, e in altre arti marziali meno conosciute”.

Un grande guerriero e monaco del XVI secolo, Uesugi Kenshin, così esortava: “ Quelli che si attaccano alla vita, muoiono; e quelli che sfidano la morte, vivono. La cosa essenziale è la “mente” (shin); guardate in questa Mente e prendete stabile possesso. Voi comprenderete allora che c’è qualcosa in voi al di là dalla morte e dalla vita”.

L’andare “al di là dalla morte e dalla vita”, significa per chi ha percorso il Sentiero, superare la divisione del mondo in soggetto ed oggetto.

Il mondo della diversità (shabetsu) è tale perchè l’ignoranza (mumyô) e la mania delle passioni (bonnô), ottenebrano nell’io che crediamo di essere – mentre è quasi solo un aggregato di impermanenze immerse nell’angoscia del divenire – la capacità di vedere la natura originale. Questa “natura” è il volto dell’Io Superiore, chiamato “Cuore di Buddha”.

Ritrovare tale “cuore”, consumando le aggregazioni caduche ed effimere dell’io illusorio è il compito dell’ascesi.

Lasciando la presa sull’effimero, si dissolvono ignoranza e mania e ci si apre alla visione intuitiva (né concettuale, né psicologica, né intellettuale) della identità assoluta (byôdô) risolvente ogni antitesi e dualismo. Questa conoscenza intuitiva suprema è prajna. Risvegliarsi a questa conoscenza è il satori, l’illuminazione, il fine ultimo dello zen.

In questa esperienza, il supremo paradosso consiste nella visione metafisica che prajna è immanente in ogni uomo e che alterità ed identità sono cosa unica: il mondo del divenire e l’Assoluto coincidono. In sede pratica può essere ricordata questa frase: “Non essere attaccati a nulla è contemplazione; se avete capito questo (il termine “capire” ha sempre il significato di “realizzare”), nell’andare, nello stare, nel sedere e nel giacere non cesserete mai di essere in contemplazione”.

Da una diversa angolatura, il risveglio di prajna è chiamato mushin che, tradotto, sarebbe il vuoto mentale (attenzione, qui non si intende una ipotetica cancellazione della mente che, per un pensiero assai superficiale sarebbe persino “pensabile”, ma il dominio e la cancellazione delle funzioni della mente). In codesta condizione viene raggiunta l’identità perfetta tra volontà ed azione: punto d’arrivo delle vie marziali (budô) e arti marziali (bugei) nel segno dello zen. Tutto l’addestramento tende a questa meta che non si possiederà se lo stato di mushin non verrà raggiunto. Ma chi raggiunge questo stato è già sulla via della Liberazione: l’arte non gli serve più: qui si incontrano zen, budô e bushidô.

Per concludere, voglio citare per intero il credo del Samurai. Esso descrive la condizione del Samurai, educato dal Bushidô e radicato nel mushin.

Non ho genitori: il Cielo e la Terra sono i miei genitori.

Non ho casa: il saika tanden (il centro vitale) è la mia casa.

Non ho poteri divini: la lealtà (chûgi) è il mio potere divino.

Non ho mezzi: l’obbedienza è il mio mezzo.

Non ho poteri magici: la forza interiore è il mio potere magico.

Non ho né vita né morte: l’Assoluto è la mia vita e la mia morte.

Non ho corpo: l’impassibilità adamantina è il mio corpo.

Non ho occhi: la luce del lampo è i miei occhi.

Non ho orecchie: la sensibilità è le mie orecchie.

Non ho membra: la prontezza è le mie membra.

Non ho legge: l’autodifesa è la mia legge.

Non ho l’arte della guerra: sakkatsu jizai (libero di uccidere e di restituire la vita) è la mia arte della guerra.

Non ho miracoli: il Dharma è i miei miracoli.

Non ho principî: l’adattabilità a tutte le circostanze è i miei principî.

Non ho tattiche: la vacuità e la pienezza è la mia tattica.

Non ho capacità: la prontezza di spirito è la mia capacità.

Non ho amici: la Mente è i miei amici.

Non ho nemici: la disattenzione è i miei nemici.

Non ho armatura: la sensibilità ed il senso del dovere è la mia armatura.

Non ho castello: la Mente imperturbata è il mio castello.

Non ho spada: mushin è la mia spada.

Sembrerà assai lontano, alieno, quello che vi ho esposto. Forse è vero. Ma chi agogna alla trascendenza sentirà qualcosa che gli è familiare. C’è chi, leggendo questo credo avverte commozione e c’è chi è pronto allo scetticismo e alla risata profanatoria: un bel discrimine!

Ma gli avventurieri dal cuore coraggioso che praticano gli infiniti superamenti che la disciplina interiore (quella vera, essenziale e povera) esige ogni giorno, forse si sentiranno parenti lontani di questi implacabili e splendidi guerrieri. Ormai il loro ciclo si è chiuso, i nuovi tempi abbisognano di nuove conoscenze e nuove forze…ma l’eroismo, nell’oggi, è ancora più necessario di un tempo. Per chi contempla l’umanità nel suo intero questo è un fatto sicuro ed evidente.

Auguro agli amici lettori che ora, nel tempo del buio, albeggi la luce dell’Io-Sole: nell’anima, nella coscienza e divenga azione liberatoria nella pietraia del mondo.

SCIENZA DELLO SPIRITO, ZEN

L’ANIMA ESOTERICA E I GRUPPI (di F. Giovi)

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(Albrecht Dürer «Le due signore»)

Da alcuni corrispondenti, lettori dell’Archetipo, ci è giunta quasi simultaneamente una domanda pressoché uguale nel contenuto e non connessa a temi esaminati recentemente. Essa, ponendo qualche dubbio a cui tenteremo di rispondere, si riferisce alla liceità della meditazione di gruppo.

Per gli interessati che non conoscono o non ricordano il tema, riproponiamo la lettura degli articoli di Dicembre 2000 (Esercizi: M. Scaligero, “La meditazione in comune”, anno VI, n. 2) e di Giugno 2001 (Esercizi: F. Giovi, “Aspetti pratici della meditazione in comune”, anno VI, n. 8), apparsi su questa rivista e consultabili in rete, che contengono tutte le indicazioni utili per sperimentare la meditazione in comune attenendosi alle necessarie regole. A chi ci legge è chiaro da anni che le nostre note si pongono volutamente distanti sia dal nozionismo spiritualista sia dall’intellettualismo spiritualizzato, e si riferiscono di solito a suggerimenti indirizzati all’Opus interiore, nei suoi caratteri pratici piú elementari: nella ferma e sperimentata convinzione che di solito quando si chiacchiera circa le precedenti incarnazioni di Steiner, su cosa faremo nello stato Vulcano, oppure ci si scambiano “conoscenze akashiche” come fossero news dell’Ansa, non si “fa antroposofia” ma ci si è posti assai lontano da essa sino dal piú elementare accostarsene, probabilmente mancando la sufficiente potenza dell’anima per una connessione con il Principio che inizialmente emerge non tanto dai testi quanto dalla propria attività rivolta ai testi e soprattutto dal pensare, cosciente e voluto oltre la propria natura, ossia alimentato da una impercepita moralità radicale (sovrapersonale).

Farebbe bene nell’accostarsi a Steiner riflettere, ad esempio, sulla distinzione, enunciata dal cardinale Newman, tra l’assenso nozionale e l’assenso reale: un uomo accorda il suo assenso nozionale a qualcosa che la sua intelligenza capisce ed accetta, ma non agisce mai secondo tale assenso, che rimane nel campo intellettuale, vano e astratto. L’assenso reale, al contrario, non proviene dall’intelligenza, ma da un contatto vivo con l’essere, e questo assenso reale impegna non soltanto l’intelligenza ma anche il sentimento, la volontà e quindi l’azione.

Sembra evidente la difficoltà di uscire da una sorta di canone erroneo, ancorato ad una superficialità subordinata crepuscolarmente agli impulsi dettati da inferiori (arimanici) spiriti del tempo: indicatori persuasivi di mode e modi d’essere che promuovono in tutti i campi della vita le progressive fasi di degradazione dall’umano verso ciò che sta sotto di esso.

Evola aveva ragione, quando accennava ad una tipologia umana differenziata: non abbiamo mai conosciuto seri ricercatori esoterici, in Italia e in Europa, che fossero o siano suscettibili a subire dette influenze.

Eppure la gravità di questa deriva verso il basso sembra aumentare vistosamente proprio tra gli individui e negli ambienti che, per svariati motivi, coltivano l’opinione di essere in qualche modo “esoterici”. E che mai lo saranno, in quanto fondano e perpetuano la loro convinzione solo su un discutibile sapere nominalistico (la cui ampiezza di nozioni determina il “valore spirituale” del singolo!) giustificato da un ondivago pregiudizio mistico- sentimentale.

Proviamo a chiarire almeno uno dei “perché” fondamentali. La chiave del problema si trova nella coscienza, e piú precisamente nella capacità di distinguere da quale io si parte per leggere, comprendere, meditare ecc. (ne abbiamo già accennato nel precedente articolo).

È un punto cruciale che esige ripetitività e chiarezza. Possiamo ricordare senza anatemi l’ostentato disprezzo di Gurdjieff per il “me” comune, il pirandelliano Uno, nessuno e cen tomila: un santo alle 9, un assassino potenziale alle 11, uno zombi alle 14, un amorevole pater familias alle 18, un mistico alle 19 e via cantando.

È lo stesso motivo che si canta anche piú su: il grande Ramana, interrogato dai visitatori, spesso rispondeva con una contro-domanda: «Chi è l’Io che pone questa domanda?».

Portiamo il nocciolo della cosa nelle esperienze piú comuni, quelle che incontriamo ad ogni angolo di strada. Di cui siamo spettatori (o inconsapevoli attori).

Ecco: due distinte signore s’incontrano nel far la spesa quotidiana. «Buon giorno, signora Maria», «Buon giorno a lei, signora Bice, come va?». «Ah! Non me ne parli!…». «Le è successo qualcosa?». «Signora Maria, è un brutto periodo… sono piena di pensieri. Non riesco neppure a dormire perché sono tormentata da pensieri tutta la notte!» .

Allontaniamoci dalle due signore per rispetto e per non tediare il lettore, ma esaminiamo le parole udite. Secondo voi la signora Bice sta mentendo? Assolutamente no!

Magari esagera un pochino, ma questo non è un grande peccato. Però è strano: Rudolf Steiner, per fare un esempio, nel primo capitolo de La Soglia del Mondo Spirituale caratterizza la sperimentabile natura del pensare rovesciando completamente l’effetto animico che i pensieri producono alla signora Bice: «Persino nella tempesta delle passioni può subentrare una certa calma, se la navicella dell’anima è riuscita ad approdare all’isola del pensare»; «Potersi dedicare alla vita del pensiero è qualcosa che induce una profonda calma».
È forse concepibile che il pensare possa in realtà essere formato da due “sostanze” diverse e persino opposte? Certamente tutto è pensabile, ma sovente non è affatto reale: la natura di qualsiasi fenomeno coincide con se medesima, ossia i cavoli sono sempre cavoli e non sono mai fagioli. Dunque, “in sé” il pensare della nostra signora e quello indi cato dal Dottore è sempre e comunque pensiero.

A parer nostro l’intoppo sta a monte. Il problema, in poche parole, si può riassumere in una domanda: Chi sta pensando? Perché il pensiero è uno ma i soggetti sono tanti. Ordinariamente “el leader maximo” è l’astrale, quello vincolato alla corporeità, quello che non esce dal corpo e dalle sensazioni.

L’astrale usa il pensiero, l’astrale si sostituisce all’Io come soggetto: è l’io bramoso, l’io spurio che usa vestirsi del riflesso del Pensiero per esprimersi per quello che è, ossia un tumultuoso coacervo di sensazioni, istinti, passioni, sentimenti frustranti perché privi di una vita vera che possa appagarli. In perfetta tangenza con il Lucifero infero, la coscienza sottomessa all’astrale, ossia la psiche, legge le Opere di Iniziati, di nobili mistici o di maghi possenti, persino medita, stimolando le forze di inframondi sub-corporei dai quali, pur non possedendone consapevolezza, ottiene talvolta esperienze (medianiche) di notevole appagamento.

Questo “corso d’opera” che, contemplato nella sua realtà, appare guasto e pervertito, è di fatto il comune stato animico, mutevole ma che in essenza non muta mai, anche se si motiva con l’essersi appropriati di letture o connessioni a logge o alle mille diavolerie dissepolte tra i cimeli dell’antiquariato sapienziale. È quello (lo diciamo accoratamente) che fa continue domande e chiede risposte “esoteriche” mantenendo il medesimo chaos identificativo tra l’astrale ed il pensiero che si esprime nella coscienza della signora Bice, perciò senza averne diritto. Diritto che appartiene alla sfera morale pura, al pensiero puro e al Soggetto vero, ossia allo Spirito in quanto si manifesta nell’uomo. Invero possiamo conoscere, amare e compatire tutti gli esseri, intuire la necessità karmica dell’azione criminosa, ma non sostenere da complici la tangibile realizzazione dell’impulso scellerato. Ed è ciò che avviene quando, per un sentimento di fratellanza o di simpatia mal collocato, si accetta e si dignifica con leggerezza il guasto strutturale dell’essere che andrebbe certamente aiutato, ma con impersonale saggezza e amore, che è il collegarsi sacrificalmente al suo vero Io. Mentre al contrario, ci si scandalizza automaticamente davanti a quanto appare come esempio di difformità dalla tradizione formalizzatasi nel tempo, il cui livello è tale che anche quando trasmetta i resti di un prezioso retaggio non sa elevarsi oltre l’affabulazione catechistica perché istituzionalizzata “orizzontalmente” dai pigri, dai politici e dai neo-primitivi.

Il senso di questa lunga riflessione è per noi una sorta di necessaria premessa a risposte che non vadano immediatamente riposte e dimenticate in (psichici) archivi tombali. Depositari dei tanti casi di risposte inutili a domande futili perché suggerite piuttosto dall’impertinente vacuità della corrente astrale inferiore che da tensione spirituale.

Revenons à nos moutons, cioè torniamo al tema: nessun testo di Steiner o di Scaligero indica tra gli esercizi la meditazione in comune, né tantomeno essa viene sottesa. Si potrebbe dunque concludere, a ragione, che essa non sia essenziale o necessaria ai fini di una ascesi interiore, la cui natura pratica è in effetti personale, intima. Del resto se qualcuno, per destino o per sofferta scelta individuale, cammina in solitudine, sarebbe forse per questo limitato nel lavoro interiore?

Altresí sappiamo che Steiner operò insieme ad altre figure di rango in elevate operazioni meditative; che Colazza partecipò molto attivamente alla “catena di Ur”; che Scaligero meditava con diversi gruppi di persone ed in particolare con un suo gruppo. E che molti discepoli diretti del Dottore operarono consimilmente.

Sappiamo anche che, dopo la morte dello Steiner, iniziò una specie di “fuoco di sbarra mento” nei confronti degli esercizi e in generale delle operazioni esoteriche che, seppur attenuatosi negli ultimi anni, sembra vigere tuttora. A dirla tutta c’è stata una lunghissima opera di dequalificazione costituita dalla stratificazione di comunicazioni ambigue o estradanti, la quale, a nostro parere, ha procustianamente ridotto (pauperizzato) alcuni tratti importanti dello spirito delle indicazioni primarie e “cloroformizzato” il livello della capacità d’intendere nelle successive generazioni di discepoli, fatti salvi i pochi ed eterodossi “lottatori della conoscenza”.

Per un approfondimento di questi temi invitiamo i nostri lettori a collegarsi al sito davvero notevole www.think-light.org del nostro caro amico Mark Willan, che per decenni, con grandissima energia, ha tentato l’impossibile.

Cos’è alla fin fine la meditazione in comune? È la riunione antroposofica maturata, fattasi adulta. Poiché non parla ma medita, non ascolta passivamente ma opera attivamente attraverso la mediazione di un puro contenuto interiore. E presuppone una esercitata disciplina animica (concentrazione, meditazione, i sei ausiliari, la pratica immaginativa) che dovrebbe essere, nei discepoli dell’antroposofia, il retto proseguimento della strada iniziata con l’apprendimento e lo studio. Tutto qui.

C’è chi, pur trovandosi d’accordo in linea generale con questa visione, teme una qualche pericolosità generata dal fatto che in una comunità di meditanti avviene un passaggio, un flusso di forze interiori tra i partecipanti (questo è il vero motivo per cui la meditazione in comune è interdetta ai neofiti, agli psichicamente alterati e ai bevitori). Detto volgarmente ma realisticamente: «Qui mi becco il pattume altrui!».

È un rischio incontestabile se ognuno non dà il meglio assoluto di sé. Se non ci si riunisce in sacro e responsabile silenzio. Se il filo che, almeno per mezz’ora, lega assieme i partecipanti, non è l’ideale piú alto.

Dunque il prezzo è piuttosto severo, ma, qualora il karma permetta l’associarsi, non appare impossibile per teste disciplinate e cuori che battano per i fini dello Spirito.

Per contro, ciò che viene respinto magicamente dalla purità della comunità meditante, accede (invade) invece in ogni gruppo che si ritrova, inconsapevole, senza destità e disciplina, operante a qualsiasi altro livello.

Chi domina almeno il mentale, vede nel silenzio come il sopore della coscienza, le angustie, le antipatie e tante altre cose ben peggiori degli uni penetrino nell’intera comunità con pessimi risultati per tutti. Tutti vengono infettati!

Questo non accade solo nel caso eccezionale in cui nel sodalizio sia presente una figura che operi con un’azione morale impersonale costantemente ispirata dalla percezione della presenza spirituale anche senza che nulla si palesi, nemmeno in saggi ammonimenti o in azioni sensibili. Non occorre essere veggenti per accorgersi di un imbarazzante malessere che afferra l’anima durante o dopo la riunione e che si soffoca nell’auto-inganno. Finché, per ascesi di Pensiero, non ci si liberi dal tragico imbroglio del sacro allestito come dato percepito, per cui si scambia la forma fissata con il contenuto spirituale che non c’è, sino a quando il dato non sia risolto in idea, ossia in ciò che non si oppone allo Spirito.

Amici cari, in sostanza quello che nella nota può apparire come critica non è diretto a nessuno, essendo solo dettato dall’imprescindibile esigenza di distinguere continuamente il sottile sentiero interiore dal moltissimo che non lo è affatto. Distinzione che sappiamo essere difficile poiché quanto ostacola e offende il Vero spirituale, persino quando sia individuabile in cose e fatti, è tuttavia sempre interno a noi stessi .

Quelli che sanno ciò e possono fare qualcosa, abbiano il coraggio e la generosità di spendersi, di sperimentare voltando le spalle ai miserabili ricatti razionali e sentimentali della Paura, seppure ribattezzata con falsi sinonimi. La via che porta all’esperienza co sciente dello Spirito è (drammaticamente) semplice; tante risposte a tante domande sono nocive e inutili e potrebbero ridursi soltanto a tre concrete indicazioni fondamentali:

diventare forti, deporre se stessi, abbandonarsi al silenzio.

Franco Giovi

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http://www.larchetipo.com/2007/ago07/esercizi.pdf

SCIENZA DELLO SPIRITO

STRALCI DI CORRISPONDENZA

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E’ risaputo che scrivo sempre le stesse cose, però la mia voce,di solito, sembra defungere assai vicino. Certamente per mio demerito, ma osservo con obbiettivo dolore come, in tanti, si cerchi il “sensazionale” che verrà dopo o quello che scalda automaticamente il sentimento (fiore, cuore, amore, ecc.) C’è una ragione per tutto, anche per questo…però so piuttosto bene che su queste strade forse ci si frequenta ma non ci si muove e, anzi, ci si riempie l’anima di una incredibile incapacità di comprensione. Forse per una stravagante legge della fisica dei concetti – inaugurata in questo istante – che indica come si formi un campo statico in chi ne è privo ed in chi ne ha troppi.

Troverete tutti gli errori possibili nelle righe che seguono. Però con una qualità: è tutto reale, spontaneo. Nel senso che tolti nomi, fatti più personali e saluti augurali, sono risposte scritte di getto ad amici che formulavano domande. Utili o inutili, lascio a voi ogni giudizio…affidandomi ad ogni strenua goccia della vostra positività.

*

Ripeterò spesso o sempre che il risultato della concentrazione non è immediato. Possono essere immediati, giungere da subito, diversi fenomeni che sono, come dice Meyrink, soltanto vapori del ghiaccio che si scioglie. Non escludo astrattamente un rapido sviluppo, ma sembra piuttosto che si debba attraversare un lungo periodo d’adattamento o preparazione, soprattutto se la natura psicofisica non sia preparata da quello che il Dottore chiama “studio”. L’esperienza dello studio varia moltissimo tra gli individui: questo fa parte del grande gioco.

Però, nei limiti del possibile, i vari punti di vista o i gradini dello studio non sono oggettivamente infiniti: per studio si può intendere ciò che nell’essoterico si è sempre fatto con qualunque materia da apprendere. Questa è già una attività che dovrebbe venir svolta con sufficiente ampiezza e profondità. Un grado superiore dello studio possiamo chiamarlo approfondimento: qui aumenta l’impegno, si riduce l’ampiezza generale, ci si sforza in profondità: per capirci, non si passa sopra il “karma” o il “corpo astrale” riconoscendo la parola e via. No! Ci si arresta e si lavora finché alla parola si riesca a collegare il concetto e/o l’immagine che le corrisponda. Solo poi si continua. So bene che è uno sforzo inusuale, ma l’alternativa è il giornale o il ricettario. Dai, forza! E almeno prova.

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Se tutta l’anima non interviene in tale lavoro, non può essere che esso sia vero.

Non dico di evitare le discussioni: a patto che queste siano sostenute dalla volontà di comprendere, di render chiara alla propria coscienza qualcosa che rimaneva incomprensibile alla conoscenza. Questa maieutica reciproca è piuttosto rara, preziosa. Altrimenti è tutto una scusa per critiche e polemiche: esse sono nella lista degli ostacoli che la natura pone inizialmente al ricercatore, il quale se non sa, o impara a distinguere tra l’impulso conoscitivo e gli impulsi (ciechi) della natura o perde solo il proprio tempo e turba inutilmente la propria anima. E’ possibile che essa al momento sia troppo carente (o priva) di devozione e senso del sacro. Non occorre che lo ripeta. Lo scrive assai chiaramente lo Steiner all’inizio del libro L’iniziazione. Non c’è alcuna difficoltà a comprenderlo: difficile è riferire quelle osservazioni a sé stessi.

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Rimango convinto che se uno non si perde in chiacchiere bizantineggianti, se interiormente è serio, arriva al punto in cui non può non trovarsi di fronte ad un limite, un muro. E, se nello studio egli ha fatto propri i temi dei testi, se li ha pensati e sentiti, può accorgersi, qualunque sia la strada conoscitiva intrapresa (epistemologica, occultistica, mistica o l’insieme di tutte) che il limite concettuale e rappresentativo non soddisfa più: è come una superficie o un muro: lì tutto si consuma e si avverte un’esigenza di profondità, di maggiore realtà. (Si sperimenta così il limite del pensiero astratto, anche se i temi erano alti) In questo caso il più elevato essere che vive in noi spinge verso l’azione che chiamiamo meditazione e concentrazione o se preferisci è una questione di rettitudine e di logica portata a conseguenza. La “conseguenza” però, afferra tutto l’uomo.

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Come ho già scritto in Eco, non ci si volge alla pratica interiore per tramite di un assenso meramente intellettuale ma affiora da un lavorio complessivo dell’anima: spesso ciò sale a consapevolezza con i tratti sofferti dell’impotenza o della disperazione. Si avverte l’insopportabilità della superficialità che condanna noi stessi a sperimentarsi altrettanto irreali come ogni altra rappresentazione. In casi più rari ma possibili balena in noi, con atemporale immediatezza, la grazia o la volontà dell’IO: in questo secondo caso si sa senza mediazioni ciò che va fatto.

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La concentrazione? Leggi il capitolo corrispondente del Manuale o di Tecniche (Tecniche della Concentrazione…dopo tanti anni penso che Massimo non avrebbe dovuto scrivere quel libro: non lo merita nessuno). Anche il corrispondente capitolo che trovi sull’Uomo Interiore potrebbe far capire anche al mio cane il perché dell’oggetto semplice e “costruito dall’uomo”.

Generalmente la coscienza si diffonde dappertutto, si disperde in tutte le direzioni, all’infinito verso questo o quello. Quando si vuol fare qualcosa di serio, come prima cosa si deve richiamare a sé tutta la coscienza e concentrarsi.

Se si guarda da vicino, si vede che la coscienza è spinta a concentrarsi in un punto, su una sola occupazione, come quando si compone una poesia o quando un botanico studia un fiore. Se si potesse convincere un giovane a praticare l’esercizio dell’attenzione dato da Ramacharaka nel suo Raja Yoga! Quando penso agli anni buttati via in occultismi e magismi e tradizionalismi filologici…

Ci si può chiedere che cosa avvenga di tutto il resto, quando ci si concentra: la coscienza diventa silenziosa, e anche quando a ciò non arriva ancora, pensieri fuggevoli o altre cose possono ancora muoversi come se fossero al di fuori di noi, ma la parte concentrata non se ne occupa e nemmeno li nota. Se il dardo della concentrazione permane lungo la propria traiettoria è ciò che succede quando la concentrazione ragionevolmente sta riuscendo.

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Non ci si deve stancare all’inizio con una lunga concentrazione (se non si è abituati): una mente stanca perde potere e valore. La meditazione stanca meno. Soltanto quando la concentrazione diventa una condizione, è possibile allungarne il periodo poiché si passa dalla fatica ad una sorta speciale di riposo. Ma ciò, a tale punto serve relativamente poco. Davvero i tempi dell’orologio non hanno più significato. Ho scritto e dato tempi solo perché, all’inizio, si vogliono regole, ossia quante più certezze possibili. Inoltre il disciplinarsi è veicolo di volontà.

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No! E’ un errore pensare che si possano fare dei progressi avendo paura. La paura è un sentimento che devi sempre respingere con disprezzo o con qualche…risata. Ciò che temi è esattamente quello che ha maggiori probabilità di accadere: la paura attira l’oggetto della paura. Ma a dirtelo non cambia, credo, nulla.

Dona te stesso al Signore, al Tao, al Cielo…comunque a Chi ti trascende: puoi farlo in ogni momento e nulla te lo impedisce (se non te stesso). Provaci prima di criticare una caratteristica comune a tutti noi. Non soffocarla com’è d’abitudine: più ti apri verso l’Alto più il suo potere scende in te. In alcuni momenti della vita può essere l’essenza di tutto. Fiducia, devozione, donazione sono i petali del fiore della tua anima. Senza essi come vuoi che il pensiero che non è santificato possa illuminare qualcosa?

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Il nocciolo del nocciolo? Massimo lo ha scritto centinaia di volte moltiplicate in tutte le sue opere. Superare, risalire la condizione ordinaria del pensiero per ritrovare quello che c’è prima: la forza pensiero. Semplice semplice come un giardino zen: silente essenzialità: luce vivente.

La Filosofia della Libertà è divisa in due parti. Ciò era evidente nella prima stesura (vedi la prima ed. italiana del Tommasini). Mi pare che non si voglia notare che l’agire, indicato nella seconda parte ha il presupposto della ”intuizione”: che si sviluppa assumendo l’opera indicata nella prima parte. Perciò lontana anni luce dal fare, per così dire, ordinario.

Ti faccio un accostamento scandaloso: alla prima parte corrisponde la concentrazione. Alla seconda parte l’atto puro. Certo, è una semplificazione eccessiva, me ne rendo conto, ma pensaci su e prova, sperimenta. Riguardo al testo, credo occorrano anni di lavoro serissimo: poi, integrato alle discipline, magari scopri che non è stato scritto per non essere compreso.

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Mah! Io ribalterei la questione. Abbiamo un mucchio di testimonianze che confermano il fatto che il Dottore dava, a chi lo interpellava, esercizi (persino a chi non li chiedeva affatto). Dal pochissimo che so, anche Colazza fece la stessa cosa. In prima persona, al nostro primo incontro, Massimo mi indicò tre discipline (oltre la concentrazione che già facevo), senza parole intermedie. Solo: “Fai questo, questo e questo”. Piuttosto, con serenità ma senza cecità, andrei a vedere cosa successe nella Società dopo la scomparsa del Maestro.

La via più larga e più percorsa non è sinonimo automatico di via retta.

Dato che solo di Scaligero posso accennarti per diretta esperienza, molte furono le orecchie che avrebbero dovuto arrossarsi per le benevole ma ironiche pizzicate quando diceva (cito a memoria): “E’ facile andare da Rotondi (piccola libreria specializzata in via Merulana) a comperare i libri”. Mai disse di non studiare, credo lo considerasse ovvio, ma quante sono state le volte che esclamò che, raggiunta la vita del pensare, i libri potevano essere buttati!

Poi, persino gli esercizi, ad un certo punto e in un certo modo, possono venir superati. Quando? Quando le istruzioni ti vengono date dagli Invisibili.

Bene. Mi fermo qui e tralascio scritti assai più lunghi. Quelli che avete ora letto non sono mattoni per il mio soppalco. Anzi. Mi sono proibito di correggere, di abbellire, di minimizzare gli scivoloni. La disciplina, a cui sono grato e fedele, mi ha liberato dalle smanie in vari sensi. Buon lavoro a tutti.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2017

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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