Ottobre 2013

L'ARCHETIPO – NOVEMBRE 2013

 

anno18n11

 

archtros

guariento

 

In questo numero

Variazioni A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 57

Socialità L.I. Elliot Terre promesse

Poesia F. Di Lieto Estate di San Martino

GenEtica T. Diluvi Estinzioni

AcCORdo M. Scaligero Il fiore della solitudine

Il vostro spazio Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni A. Lombroni La forza segreta

Ascesi F. Giovi Ekâgrata sí, Ekâgrata no

Il Maestro e l’opera I. Stadera Il potere solare del pensiero

Esercizi  Regole per lo sviluppo interiore

Pubblicazioni F. Di Lieto Arturo Onofri – Nuovo Rinascimento

Miti e saghe R. Steiner Segni e simboli occulti

Uomo dei boschi R. Lovisoni Il libro

Inviato speciale A. di Furia Inceppiamogli la bussola…

Antroposofia A. Arenson Sul mistero cristico

Esoterismo M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R.Steiner

Spiritualità R. Steiner I figli di Lucifero

Costume Il cronista Big Bang

Redazione La posta dei lettori

Siti e miti O. Tufelli Kapilavastu

          Arretrati

          Link

 

ANNUNCI

HACKER, COMPUTER E SCELTE

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Da molti anni sedicenti “antroposofi” si dilungano sui pericoli arimanici di computer e reti internet, salvo poi essere i primi a rimanere affascinati ed intrappolati nella cosa.

Io vi vorrei proporre un articolo apparso nel 1994 sulla rivista “2600”, un magazine di hacker. Non è dichiaratamente antroposofo ma e sicuramente pensato.

Prendetevi il tempo di leggerlo se vi va. Io non lo commento.

 

ONDATE DI CRIMINALITÀ

 

Un decennio è molto per fare una cosa. Quando abbiamo avviato questo progetto nell’estate 1983 nessuno avrebbe potuto prevedere la nostra crescita od anche la nostra sopravvivenza nel 1994 (sopravvive tutt’oggi ndr). È abbastanza strano ripensare a quei primi giorni quando letteralmente ci infiltravamo negli uffici per far stampare i primi numeri. Mentre oggi ci trovi nelle catene (catene di distribuzione ndr). La realtà è sempre stata strana con noi.

Certo, se avessimo fatto la stessa cosa per dieci anni saremmo degli sfigati. Per fortuna il mondo hacker è tale che puoi starci dentro un sacco senza provare la noia che invece è parte fondamentale della vita dell’americano medio. Succede sempre qualcosa in questo mondo, qualcosa di nuovo da esplorare e da scoprire, nuovi saperi da condividere, altri amici da conoscere. I dieci anni passati sono stati pieni di risate e divertimento ma anche di tristezza e rabbia, paura e determinazione. Non sono stati però una perdita di tempo.

Sappiamo che ogni pagina contiene un rischio. Tutte le volte che condividiamo il sapere. Rischiamo di vederci rovinare la vita da chi ci accusa, che grossi energumeni armati ci portino via gli strumenti del sapere, di essere messi al bando da amici e famigliari perché siamo diversi ed ostracizzati, Di essere accantonati a scuola perché non facciamo le domande giuste o non mandiamo a memoria le risposte giuste.

Chi siamo e cosa facciamo comporta rischi evidenti. Molti di noi li hanno capiti. Ma c’è un rischio assai più grande nel quale incapperanno molti di noi se non verranno avvertiti.

Negli anni abbiamo cercato di sfatare il mito degli hacker come criminali. È stato difficilissimo. La stampa ama strillare che gli hacker possono entrare nel tuo conto corrente, possono fare migliaia di dollari di interurbane, possono entrare in sistemi informatici delicati in tutto il mondo. Non dicono che le falle che permettono la cosa sarebbero ancora lì se non ci fossimo noi.

Quello che la stampa non capisce è la distinzione tra hackerare per puro spirito di avventura e piratare per profitto. Per loto è la stessa pappa. Uno che vende codici telefonici è la medesima persona che manipola la rete telefonica in maniera immaginifica e scatenata. Definirli la stessa cosa significa che rischiamo di essere spinti ad un comportamento criminale a causa di quello che gli altri s’aspettano da noi.

Sapendo ciò, la massiccia crescita della comunità hacker è motivo di preoccupazione. Tanta gente arriva a noi a causa della stessa percezione che hanno i media. È arrivata tanta gente ai nostri incontri convinta che fossimo lì per vendere o comprare codici. Una quantità inquietante di persone impegnata nelle frodi con carta di credito, cioè furto di roba tangibile, cerca di insinuarsi nella comunità. Non è affatto strano. Potrebbero anche coinvolgere qualche hacker, imparando pure qualche nuovo trucco. E, definendosi hacker, giustificare quello che fanno. Cosa buffa, spesso la loro competenza tecnica non va oltre il saper usare una redbox (semplice meccanismo a toni in uso in America per non pagare il telefono pubblico ndr) od inserire un codice.

Questo genere di cose era inevitabile data la recente consapevolezza che ha la gente normale, e quindi anche il normale mondo criminale, dell’esistenza degli hacker. Ci stanno sventolando la carota davanti al naso. C’è d’un tratto una grande richiesta dei nostri cervelli. Potremmo dire che la società ha finalmente un ruolo per noi.

Quindi la cosa più importante come individui è capire perché facciamo quello che facciamo. Vogliamo scoprire cose e spargere conoscenza? Oppure vogliamo riavere quello che, secondo noi, il mondo ci deve? Stiamo cercando di sopravvivere ed entrare in un mondo chiuso? Oppure vendiamo il nostro sapere al più alto offerente?

Le risposte sincere a queste domande sono preziose al massimo. Una volta capite le nostre motivazioni potremo almeno essere onesti con noi stessi. Quelli che usano il sapere hacker per intraprendere una vita criminale potranno almeno ammettere con sé stessi di essere dei criminali, guadagnando un minimo di rispetto. Noialtri avremo un’idea su dove sta la linea di distinzione.

Ma come facciamo a sapere cos’è un comportamento criminale e cosa no?

Purtroppo la legge non sembra una discriminante precisa, non più. In questo caso è una buona idea fidarsi dei propri istinti.

Essere hacker significa che la tua meta primaria dev’essere imparare per il solo gusto di farlo, solo per scoprire cosa succede se fai una certa cosa in un particolare momento ed in condizioni specifiche. Un buon modo per sapere se sei un vero hacker è guardare la reazione dei non hacker attorno a te. Se quasi tutti pensano che tu stia perdendo tempo facendo cose incomprensibili che solo tu apprezzi, benvenuto nel mondo degli hacker. Se invece sei assillato da un sacco di smaniosi sbavanti con una lista di piani per “monetizzare” quello che sai, probabilmente stai per diventare un criminale, lasciando noialtri nell’età dell’innocenza.

Ovviamente iniziare questo viaggio in massa significherebbe la fine del mondo hacker. Faremmo il gioco dei nostri nemici e criminalizzeremmo l’essere hacker per definizione, più che per legge. Nulla sarebbe meglio per le lobby.

Curiosa nota a marcine, in più di un caso la gente che ha aiutato il governo a perseguire gli hacker è stata beccata mentre incoraggiava attivamente un comportamento illegale fra gli hacker stessi. Sarebbe da porsi qualche domanda.

Noi piratiamo perché siamo curiosi. Diffondiamo quello che troviamo perché il nostro nemico comune è il sapere segregato. Significa che qualche opportunista si farà una corsa gratis e che correremeo il rischio di una pessima reputazione. L’unico modo strasicuro per impedire che succeda è fare come le compagnie telefoniche e limitare la diffusione del sapere.

Improponibile.

Non è il nostro lavoro beccare i criminali, però è nostro dovere morale impedire che le nostre nobili, anche se ingenue, aspirazioni siano rovesciate da chi non capisce.

(Articolo Anonimo)

SENZA CATEGORIA

AI DEFUNTI ( VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV )


( Devachan di Marina Sagramora )

AI DEFUNTI

Non appena ho lasciato ogni tumulto

di questo mondo, già i defunti amici

mi s’affollano intorno, ed i lontani

fantasmi dei confusi anni trascorsi

m’appaiono, ecco, sempre più distinti.

Tutta la luce del terreno giorno

si spegne e langue; l’anima s’inebbria

d’una dolce mestizia; ancor non vista,

già vibra d’echi e il soffio dell’eterno

alita la ventura primavera.

Lo so: foste voialtri a chinar gli occhi

verso la terra, m’innalzaste voi

sul greve tramestìo, vivificando

la rimembranza del convegno eterno,

quasi lavata dell’effimera onda.

Né ancor vi vedo, ma nell’ora estrema,

dato alla vita rea tutto il tributo,

palesi voi mi schiuderete il santo

asil di pace e mi dimostrerete

agli astri inestinguibili il sentiero.

*

(VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV)

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO, VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV

COMUNICAZIONI DA SIGWART – 1

Botho_Sigwart_conde_de_Eulenburg - Copia

*

Cari amici,

Isidoro ha ricordato Sigwart ed io penso possa farvi piacere leggere, in occasione della festa dei “cosiddetti morti” che è ormai dietro l’angolo, due comunicazioni dall’aldilà del “nostro” Sigwart, mandate alla sorella e alla sua famiglia i primi di novembre 1915, pochi mesi dopo la sua dipartita dalla terra:

2 novembre 1915 (giorno dei morti)

Oggi hanno suonato tutte le campane e gli uomini sulla terra hanno reso omaggio ai defunti.

Non voi, perché sapete bene che non sono “morto”.

Ai miei orecchi questa parola suona in modo orribile. Che significa “morto”, “scomparso”?

Sono forse scomparso io? Per fortuna voi usate raramente questa parola: se così non fosse potreste perdere tutta la vostra forza. Quando vi sfugge dalle labbra, non ne avvertite subito la falsità?

Dite che sono morto e poi, magari dopo qualche istante, mi sentite e mi ascoltate!

E’ davvero una fortuna per voi l’aver superato ciò che la gente chiama morire.

Per la verità qualcosa di mio è perito, qualcosa che però ha ben scarsa importanza a confronto del mio vero Io. Rapportata all’eternità, la mia esistenza fisica è stata invero brevissima. Grazie alla vostra forza e alla vostra abnegazione, il mio corpo si è dissolto molto rapidamente, a tutto mio vantaggio. Finché si vive sulla terra il corpo fisico va comunque curato. I grandi Maestri hanno nutrito e amato i loro corpi quali degni veicoli dello spirito. L’uomo deve curare il proprio corpo: quando questo infatti è malato, debole o deforme, lo spirito vi si sente allora infelice e il tempo fugace della vita viene avvertito lungo e tormentoso. Per potervisi sentire bene e a proprio agio, lo spirito deve educare il corpo in modo appropriato. Abbiate cura di voi così che lo spirito possa essere soddisfatto della propria veste.

L’anima dell’uomo è delicata e sensibile, e reagisce a ogni pensiero mutando di colore. E’ facile ferire l’anima: anche un semplice pensiero di fastidio può far male al suo sottile tessuto.

Capirete bene, perciò, quanto gradevoli risultino quegli uomini solari che in se stessi albergano prevalentemente gioia, speranza e amore.

4 novembre 1915

A causa vostra all’inizio ho sofferto. Troppi vincoli d’amore mi trattenevano e mai mi avrebbero lasciato andare via! Ho dovuto trasformarli e, avendo voi fatto la stessa cosa, il nostro legame si è fatto ora eterno. Niente ormai potrà separarci: né la vita né la morte. Il nostro amore è eterno!

Stanotte, cara sorella, hai sperimentato l’agonia del mio primo periodo. Senza di voi ho provato un’infinita solitudine. Voi, i più vicini, eravate rimasti tutti indietro.

Poi ho trovato qui nuovi amici e con loro mi sento adesso soddisfatto e felice.

Mi sono sentito solo perchè mi ero legato a voi con tutte le mie forze: per questo la mia dipartita è stata così dolorosa. Ora non soffro più, potete credermi. Anzi, mi è adesso quasi impossibile immaginare una vita con voi sulla terra, nel mio corpo fisico. Di certo non la preferirei alla mia vita attuale. Se l’Onnipotente mi dicesse: “Riprendendo il tuo vecchio abito potresti tornare ai tuoi cari”

io risponderei: “No Signore, io sono libero. Ho tutto quello che il mio cuore desidera. Persino i miei cari li ho qui più di prima e sperimento la gloria e l’eternità”.

Carissimi, vi lascio alcune parole di conforto:

Figlio dell’uomo, nella tua immensa e vuota solitudine, nel tuo incessante soffrire, nella tua aspirazione profonda al sublime, nel tuo amore per Me, ben volentieri ti aiuterei.

Vieni, vieni a me! Il tuo anelito è però ancora privo di ali. Il tempo curerà il tuo male, non posso sollevarti a me, alla vetta santa dell’eternità.

Devi essere solo e da solo devi lottare per guadagnare l’eterna beatitudine. Così svilupperai le tue ali e verrai a Me con un volo beato .Mai più sarai solo perché con le tue forze hai raggiunto la vetta della gloria e Me, Signore dell’eterno.

Se saprete farcela da soli, assolverete il più grande dei compiti terreni: il superamento della morte.

ALTRO, SIGWART ( a cura di Mar_zia )

OLTRE IL FIUME

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*

Buona sera!

Nei primi giorni di Novembre volevo postare su Eco qualche riga per commemorare i defunti.
Dopo due righe un pensiero molesto mi ha fermato. Mi ha sussurrato, senza complimenti: “no caro mio, così non va bene!” Chiesto il perché, il pensiero, con una screziatura leggermente canzonatoria ha continuato: “Hai cominciato pensando e sentendo con la rassegnata compunzione che si usa davanti a povertà, ingiustizia, sofferenze e lutti…se sbagli così, dal principio, non scrivere nemmeno una parola. Noi – perché il “noi”? Era un pensiero tutto mio? – siamo vivi, più vivi di voi. Smettete una buona volta di credere voi vivi e noi morti…guarda ti spiego facile: immagina di andare al cinema per due ore. Segui lo spettacolo di una lunga avventura, ti fai afferrare dalla vicenda che si dipana per anni…sulla tela. Poi esci, ti muovi, c’è il sole, persone vere che passano, un amico che ti saluta: ora sei rientrato nella realtà.
Così è per chi ritorna nella Luce dello Spirito, nella gioia della libertà e in una consapevolezza assai intensificata.
Se non la vedi in questo modo non scrivere di chi, dopo aver sognato da bruco il tuo mondo di sogno, s’è svegliato nella vera luce con ali di luce!”

In effetti…c’è una frase di Rudolf Steiner che merita d’essere pensata attentamente in un’epoca come la nostra in cui si nasconde il fatto innegabile che si muore. Egli dice che l’istante della morte, visto dall’altra parte, corrisponde ad una gioia estrema che s’accende, al medesimo tempo, come un’estasi.

Quando si muore, ci si disimpegna dal proprio corpo. Si lascia che la sostanza ricada in ciò che è passato.
Certo, manca l’appiglio degli elementi che ci avevano composto: il solido, il liquido, il gassoso; vengono persi il calore e la luce che ci animarono; le membra che ci avevano sostenuto.
Gli organi non chiedono più il nutrimento. Il respiro s’arresta. Il calore va via. E’ l’oscurità che ci invade.
Chi assiste il morente piange e soffre con lui vedendolo subire queste sofferenze.

Ma attraverso (oltre) alle lacrime, chi assiste dovrebbe comprendere: è l’esordio dell’esistenza spirituale. Nella Luce.
Può essere presentito. E’ chi muore che lo incoraggia. Manda il Consolatore. Esso ci mostra che per il corpo che è stato perso si riceve un altro fatto di Spirito.
Il defunto non si volge più indietro, verso il mondo in cui brilla la luce dei sensi, tutto egli riceve dal proprio Sé e dai pensieri, dai sentimenti, dal volere che ha potuto portare con lui nello Spirito: lì penetra l’attività divina delle Gerarchie.
Le vede scendere verso sé come da una immensa montagna.
Dal “luogo”dove ora si trova contempla tutta l’esistenza che va dalla sua morte alla prossima vita terrestre.

Sfere stellari gli forgiano una corona dal lume del loro splendore. Dirigendo senza sosta verso il defunto i Messaggeri: gli amici morti prima di lui, ormai trasfigurati, pronti a guidarlo. I suoi Maestri gli fanno cenno. I discepoli, usciti dai porticati, stendono verso la Montagna un arcobaleno.
E’ da lì che giunge la luminosità che avvolge il volto del defunto.
Basta guardare nel silenzio…

Rastignac

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Sesta Lettera (Parte I)

Denderah

SESTA LETTERA

Settembre 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(Continuazione)

Nell’ultima Lettera abbiamo dovuto arrestarci alla descrizione della Costellazione della Vergine. L’abbiamo trovata in rapporto alla Costellazione opposta dei Pesci ed anche in rapporto con i misteri della sostanza. E’ la manifestazione delle forze del Padre dell’Universo che dette e ancora darà “esistenza”. Certamente, se guardiamo i Pesci come il velo di quelle forze che, attraverso il loro sacrificio, dettero il fondamento di tutta l’esistenza fisica e cominciamo da lì, possiamo contare sette Costellazioni fino a che raggiungiamo la posizione della Vergine. Queste sette Costellazioni sono come il sembiante celeste di un Essere Spirituale che, con la sua più alta manifestazione nei Pesci, possiamo chiamare la “Volontà del Padre” e che discende – o ascende – verso la Vergine entro la sfera nella quale esso può manifestare se stesso in molteplici forme di sostanziata esistenza. Perciò, possiamo vedere nella Vergine la sfera di manifestazione delle forze del Padre nell’esistenza fisica. 

La Costellazione della Bilancia

Libra

Mara Maccari – Libra

All’opposizione della Bilancia abbiamo la Costellazione dell’Ariete. Nel corso della descrizione dell’evoluzione dell’Antico Saturno, abbiamo trovato l’attività degli Spiriti localizzata, per così dire, in Ariete oppure dovremmo piuttosto dire che le loro attività cominciano da questo regno. Da questi Esseri emanavano Forze di Vita, sebbene non fossero ancora capaci di compenetrare l’esistenza con la Vita. Proprio come nel caso dei Pesci e della Vergine, possiamo ora partire dall’Ariete e percorrere sette Costellazioni.

Giungiamo allora alla Bilancia e possiamo percepire nelle sette Costellazioni l’immagine di un Essere Celeste, o di diversi Esseri, che possiamo chiamare i Donatori della Vita. Essi hanno donato realmente Vita in successivi cicli di evoluzione, dei quali dobbiamo parlare ancora in prossime Lettere. Proprio come possiamo trovare la sorgente originaria o l’impulso della Vita nell’Universo dietro l’Ariete, possiamo sperimentare qui, attraverso la Bilancia, la sfera dalla quale emana la manifestazione delle forze della Vita entro la sostanza. Così come abbiamo trovato la manifestazione delle forze del Padre nella Vergine, possiamo vedere il regno della manifestazione delle forze del Figlio nella Bilancia.

Il Padre donò l’esistenza, ma il Figlio la vivifica. Possiamo trovare ciò illustrato abbastanza chiaramente nel Mistero del Golgota.  Nel Cristo, il Figlio fu presente in un corpo fisico. Attraverso il sacrificio del Cristo sulla collina del Golgota, la Terra, che era allora al punto della morte cosmica, venne dotata di vita eterna. La manifestazione delle forze della Vita Cosmica presero luogo sulla Terra, e al tempo stesso la Luna era nella Costellazione della Bilancia (Venerdì Santo, 3 Aprile 33 d.C.).

Possiamo trovare ulteriori illustrazioni in molti eventi Stellari nella Bilancia. Saturno era in Bilancia quando nacque Johann Wolfgang von Goethe (28 Agosto 1749) , e sappiamo ch’egli fu il moderno iniziato delle forze vitali o, come le chiamiamo noi delle forze eteriche. Così egli poté dire: “La Natura ha inventato la morte per avere molta vita”. Ciò rivela come egli fosse un miglior cristiano di quanto molti non immaginino.

Il famoso pittore Raffaello Sanzio nacque quando Saturno e la Luna erano in congiunzione in Bilancia (26 Marzo 1483). Nelle sue pitture vengono rivelate le forze dotate di vita e risanatrici. Le forze vitali cosmiche del Sole risplendono attraverso tutto il suo essere come un eterno Sole, e queste forze vitali divengono nello stesso istante Amore cosmico.

La Costellazione dello Scorpione

 Scorpius

Mara Maccari – Scorpius

Lo Scorpione è all’opposto della Costellazione del Toro, nel circolo dello Zodiaco. Dobbiamo ricordare che questa Costellazione era percepita una volta come l’immagine di un’aquila. Possiamo procedere nuovamente nella stessa maniera di sopra. Dietro il Toro troviamo la sede delle attività degli Spiriti del Movimento. Da essi emanavano Forze di animazione. Esse erano forze cosmiche “dotanti di concetto e parola”. Di nuovo, se attraversiamo sette Costellazioni dello Zodiaco, ci troviamo nella Costellazione dell’Aquila –Scorpione, percepiamo ivi le caratteristiche di Esseri Gerarchici che in Aquila-Scorpione discesero nella loro manifestazione all’interno del mondo della sostanza. Troviamo poi in questa Costellazione la manifestazione dello Spirito Santo che discese sugli Apostoli nel primo evento di Pentecoste e dette loro il potere di “parlare e capire tutte le lingue del mondo”. E’ il potere della Parola creativa del mondo, com’esso fluì nelle molteplici differenti forme di esistenza nell’Universo.

Eventi Stellari in Scorpione sono sempre collegati con l’”appello spirituale” che si sforza di raggiungere il singolo essere umano, esigendo da lui di adempiere un certo compito del quale è capace attraverso il suo proprio destino. Scaturendo dalla molteplicità di tali “appelli spirituali” o “parole creative” viene composta la gigantesca immagine dell’evoluzione umana e lo sviluppo spirituale. Questa è la rivelazione dello Spirito Santo.

Possiamo trovare un tale evento all’inizio del 17° secolo. Molte anime che vivevano in quei tempi attendevano un mutamento fondamentale della natura spirituale nell’umanità. E ve ne erano molte che basavano le loro aspettative e le loro speranze su eventi che leggevano nel mondo Stellare; poiché nell’anno 1603-1604, ebbe luogo una “grande congiunzione” nello Scorpione. Saturno e Giove ebbero una congiunzione in questa Costellazione e nella seconda metà del 1604 anche Marte era là. Insieme con questo evento una nuova Stella – una Nova – apparve nel cielo e fu visibile per diversi mesi. Coloro che conoscevano, attendevano qualcosa come una grande Pentecoste per l’umanità, ma non accadde nulla di visibile.

Comunque, ebbero luogo grandi eventi nella vita spirituale dell’umanità, e Rudolf Steiner parlò di questi.

Qualche tempo prima del 1603, cominciò un rapido declino sul Pianeta Marte. Dal 15° secolo in poi, questo declino cominciò ad essere riflesso nello sviluppo della conoscenza umana attraverso gli impulsi che le anime umane portarono giù nelle loro incarnazioni terrestri dalle esperienze prenatali nella sfera di Marte. Sorse allora il pericolo che l’aspirazione umana alla conoscenza ed il modo di vivere cadessero troppo profondamente nel materialismo, mentre i portatori della cultura spirituale sulla Terra divenivano sempre più stranieri su questo Pianeta. Tuttavia, verso la fine del XVI e il principio del XVII secolo, quando ebbe luogo questa grande congiunzione nella Costellazione dell’Aquila-Scorpione, lo Spirito ispirò vari membri dell’umana famiglia con compiti che, fluendo insieme alla fine, fecero in modo che questo pericolo venisse evitato, e dette la possibilità di una nuova prospettiva spirituale.

Christian Rosenkreutz, una delle più grandi guide spirituali dell’umanità, percepì il pericolo. Egli aveva un grande amico, l’anima del Gautama Buddha, il quale era nel Mondo Spirituale e che non si incarnava più in un corpo fisico.

Poiché l’anima che ha raggiunto il grado di un Buddha non discende più in un corpo fisico. Christian Rosenkreutz inviò ora il suo amico, il Gautama Buddha, su Marte onde rinvigorire quel Pianeta in declino.

Sappiamo che Gautama Buddha fu Maestro di Amore e Compassione. La natura di Marte nel suo declino era aggressiva e fredda; perciò, l’impulso di amore e compassione venne trapiantato su quel Pianeta per risanare la sua caduta.

Così lo Spirito Santo, operando attraverso i più alti membri dell’umana famiglia, aprì la via per il positivo sviluppo nel futuro. Ciò viene indicato negli eventi dell’Aquila-Scorpione, nel 1603-1604, e possiamo trovare sempre avvenimenti simili in rapporto con eventi in questa Costellazione.

 

Costellazione del Sagittario

SagittariusMara Maccari – Sagittarius 

Mentre troviamo le forze dell’Aquila-Scorpione che usano gruppi di esseri umani da differenti direzioni per la realizzazione degli impulsi dello Spirito del Mondo, scopriamo eventi in Sagittario che rivelano il rapporto del singolo essere umano col Mondo Spirituale. Conseguimenti di esseri umani che appaiono essere di un carattere singolarmente ingegnoso sono in prevalenza collegati col Sagittario.

All’opposizione del Sagittario vi è la Costellazione dei Gemelli. Da lì abbiamo visto l’impulso di individualizzazione che giunge come risultato dell’antico agire degli Spiriti della forma e degli Spiriti della Personalità sugli antenati della razza umana.

Abbiamo visto gli Spiriti della Personalità sperimentanti il loro stadio umano attraverso gli esseri di calore sull’Antico Saturno. In maniera simile, possiamo trovare indicato oggi in eventi nel Sagittario la maniera in cui il “Genio” del singolo essere umano vuole sperimentare e sviluppare se stesso. Moltissimo dipende, nell’atteggiamento morale, dal fatto se il Genio – l’Io superiore – non riesca ad esprimere se stesso oppure trovi il sentiero che conduce ad un positivo sviluppo. Oggi è nel dominio dell’umana libertà aiutare gli Angeli o provocare la loro caduta.

Quando nacque Richard Wagner (22 Maggio 1813), Saturno stava in Sagittario. Studiando il suo cielo di nascita, troviamo espressa attraverso la posizione di Saturno in Ariete la sua lotta di tutta la vita per l’espressione adeguata del suo impulso più interiore attraverso i vari stadi della sua vita. Per lui la mitologia e il mondo della musica furono i mezzi per causare l’entrata appropriata del suo Io superiore nell’esistenza terrena.

Nel Parsifal, che fu il suo ultimo poema e la sua ultima composizione, egli creò l’immaginazione del tendere dell’essere umano, attraverso le tenebre e il dubbio, alla sorgente della vita nel calice del Santo Graal; perciò, la Costellazione del Sagittario diviene l’immagine cosmica dell’umano tendere attraverso le valli e gli abissi della vita verso le altezze dello Spirito.

 

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ESPERIENZA LIBERATRICE

L’isola dei morti – Arnold Böcklin - Mozilla Firefox

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: “Perché fratelli ? Questo corpo è sfatto, perchè aggrapparsi ad esso ? Perché costringerlo a durare ?” rispose Ramana. Al che, essi implorarono: “ Maestro, ti preghiamo di non lasciarci”.

Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: “ Lasciarvi ? E dove sarebbe il luogo dove vado ?”. Giovedì 15 aprile (1950), un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni ma lui rifiutò. “Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni”.

Al tramonto del giorno successivo Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto con uno degli assistenti che gli reggeva la testa.

Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda, cominciò a cantare Arunachala Shiva.

Udendo il suo canto preferito Ramana aprì gli occhi che brillarono, sorrise con indescrivibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente più. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo.

Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi più recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura.

In epoche moderatamente più antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva. Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata – ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte – e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna.

Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obbiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano.

Se egli meditava o pregava il suo sognare diveniva più reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso lo Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità).

Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i più semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative  per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo.

Esso, intendo il discepolo, veniva condotto, nelle più oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni, che lo assalivano, squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: …quomodo nutat caput, cadunt brachia,…Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus… Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua, hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexeris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars Moriendi che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ‘600 o ai primi del ‘700 con circa oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtù (fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità): in questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti.

Sull’ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Più austero e…lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti che assume due significati: il primo consiste nella accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti  relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte) in cui la tecnica consiste nella ripetizione di marana vavissati che significa ‘arriverà la morte’.

La (necessità della) contemplatio mortis non appartiene solo all’antico ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile, incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: “Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e più non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla (…) E’ un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è così che si spezza il suo incantesimo”.

Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter presagisce l’incombenza della morte ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo, il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse  mai  prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese.

Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi.

Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. “…mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual’era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi?…Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. E’ questo l’insegnamento: la morte può far sì che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?”

E’ interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con queste parole.

Questa impressione non pare astratta perchè la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare una affascinante stagione artistico – letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della X Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli perchè ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dagli insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: “La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di un’enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lì che ti sorveglia. (…) La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, voltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: ‘Non ti ho ancora toccato’. (…) Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli”.

Ci sarebbe anche molto (troppo) da dire circa le NDE (near-death experiences) che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza più completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita.

Ma tutto ciò con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai più comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive (protocolli) di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente  una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana ma ad un livello conoscitivo impersonale: “La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana”.

L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica.

Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara o persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito.

E’ la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima.

A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente (le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale) e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perchè presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stessoin otto meditazioni.

I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono “far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero”. Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tanto meno un riassunto.

Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo, ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà.

Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo.

Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno.

Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima sente (scopre) una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo (esterno) come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale perchè contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai più che una meditazione sulla morte.

E’ un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto parlando parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce ma che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che se non si pasticcia si palesa ma, sulle prime, sembra irriferibile a quanto si conosce.

I “contenuti interiori” quando sono veri, saranno pure sottili ma sono anche forti; lasciano una traccia nell’anima. Magari giorni dopo, esso risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte.

Lo sperimentatore trova così, in un punto della Concentrazione la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore  che può sorgere (obbiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al “io non sono questo o quest’altro” ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé, si vuole in un assoluto “altro da se”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”.

Questo da un lato mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva, l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere, ecc. è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto.

Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede poiché è inavvertibile.

La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito: Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buon senso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile (ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori, ecc.).

E’ anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, possano condurre il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende e infrange vittorioso “il volto di Medusa”.

Fu per  queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

                                                                                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO

ERA L'ANNO….

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Il pensiero svincolato, il pensiero tutto-potenza, Çakti universale, è la chiave e la porta e l’ambito della Via diretta indicata all’attuale coscienza da Rudolf Steiner.
La sua dynamis ascetica è la Via “più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile”, la sua esperienza è “un’entità di per sé vivente”.

Testi come La Filosofia della Libertà e, quasi cent’anni dopo, Il Trattato del Pensiero Vivente di Scaligero, vengono compresi con immensa difficoltà: perché non è sufficiente per essi lo studio disciplinato, anche se inizialmente necessario. Il pensiero logico non basta: serve il pensiero coraggioso, quello che sia capace di superare il timore (la paura) delle conseguenze alle quali proprio la logica dei suddetti scritti porta il ricercatore: là dove l’automatica, rassicurante certezza del famigliare pensato cede il suo limite a quello che il già pensato non può pensare: l’impensabile, nel suo più letterale significato.

§

In realtà Steiner, con una autorità non concessa da filiazioni sensibili, non è un sincretista di comodo, come fu arguito negli apriori dei suoi avversari.
Non riassume l’antica sapienza: con La Scienza Occulta, L’iniziazione, i Cicli antroposofici, ricapitola in forma non più simbolica ma in quadri di pensiero (sovente in forma così oggettiva e minuziosa da urtare lo pseudo “sentimento cosmico” dei piccoli mistici) il divenire interiore dell’uomo e del suo cosmo: la Tradizione perenne, resa accessibile alla potenza conoscitiva dell’attuale coscienza.
E’ un insegnamento che pochi hanno la spregiudicatezza di pensare. Soprattutto i custodi delle vuote tombe delle tradizioni trascorse: ingabbiati nel cliché del dogmaticamente formalizzato, purché sembri antico; comunque valutato con i parametri del pensiero ingenuo: duale e materialistico.

Rudolf Steiner ha offerto al mondo le strade per il rinnovamento della sapienza, le ha fornite alle arti, ai mestieri e ai grandi problemi umani, sociali, economici, esistenziali.
Da tempi anteriori alla storia nessuna élite esoterica ha dato così tanto agli uomini inseriti nell’immanenza e per di più in un periodo buio ed ostile.
Proprio mentre il Sole potentemente realizza il profetismo che Āruni consegnò al figlio Śvetaketu: “Da questa verità tutto è animato; essa è il solo vero, essa è l’Ātman e tu stesso o Śvetaketu, lo sei”. Così si compie il divenire Io dell’uomo.

Ora può risorgere dall’uomo l’intero cosmo con i suoi fiammanti tessitori, il fuoco di Kundalinî, il vayra mahasattva, la pentecostale folgore del Logos, qualora esso tenti l’impresa di volere oltre tutti i pensieri per giungere alla sintesi, che fu scissa, di Vita e Coscienza.
Purché l’uomo liberamente osi, il Principio è immanente.

E’ la lenta ma totale conversione, il radicale rovesciamento del luogo dello Spirito: che può essere compiuto davanti l’abisso, nella devastata situazione del mondo umano.

Rudolf Steiner è stato l’unico a indicare la via che dal pre-umano è ascesa all’autocoscienza.
Via inconcepibile anche per il più sublime passato, perché conduce oltre ogni esistente già esistito: la indicò in un sobrio scritto, minimamente cifrato da una necessaria veste filosofica.

Era l’anno 1894.

Sarà sempre misero e disonorato o dimenticato il debito che a Lui ci lega.

Rastignac

SCIENZA DELLO SPIRITO

Poeti, Mistici, Santi e Iniziati: ARTISTI CREATIVI (di Rastignac)

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(W. Blake)

La critica ostile vede nelle esperienze di siffatte individualità la natura di soddisfazioni personali (sessuali per il freudismo).

La traduzione di Bernardo di Isaia: “Il mio segreto verso me stesso” o la nota frase di Plotino: “ Un volo del solo al Solo” sono state usate per criticare un asserito privilegio solitario e incomunicabile.

Ma una verità più vasta è poliedrica e sovente chi riceve poi dà. Naturalmente come gli è possibile. Certo che il dare secondo l’esigenza del puro pensiero logicamente articolato è consona ai nuovi tempi, ma rischiando di confondere i lettori, va anche detto che nei mondi invisibili le categorie, anche giustificate e corrette quaggiù, non sono precisamente le stesse.
Del resto non sono forse ‘meditabili’ i sublimi versetti della Bhagavad Gita? E le frasi introduttive del vangelo di Giovanni sono forse, come si dice,..fresche di stampa?
Chi può uscire dal corpo fisico provi a pronunciare il Pranava della Creazione: OM (AUM): verrà trasportato dal tuono universale nelle lande di molti mondi : così si attraversa parte dell’infinito.

Mondi contemplati o visioni fugaci: come essi siano è impossibile portarne brandelli nel mondo sensibile: la loro natura non permette che l’analogia, e le impressioni dell’anima possono soltanto diventare eco nel linguaggio poetico.

Essi eludono l’analisi poiché “Illuminano le caverne della mente, battute dai marosi, di una pallida luce stellare”

Molte tra queste frasi possono esserci famigliari.

Scrive il Vaughan:
“Io vidi l’altra notte l’Eternità
come un grande anello di pura e infinita luce”

E il Blake:
“Vedere un mondo in un granello di sabbia
ed un cielo in un fiore selvatico,
stringere l’infinito nel palmo di una mano,
e l’Eternità in un’ora”

E il Whitman:
“Luce rara, indicibile, che illumina la luce stessa”

E il Thompson:
“Ogni momento suona una tromba
dai merli nascosti dell’Eternità”

Queste sono immagini quasi impersonali del rapporto con il cosmo spirituale.
Altre invece riflettono l’intimo contatto individuale:

Juan de la Cruz:
“Tutto io allora dimenticai,
posando la guancia su lui ch’era venuto al mio venire:
Tutto cessò, ed io più non fui,
lasciando le mie vergogne ed i miei affanni
in mezzo ai gigli, e dimenticandoli”

Meglio ancora Jalaluddin Rumi:
“In un luogo al di là del luogo estremo, in un paese senza ombra di tracce,
trascendendo anima e corpo io vivo, rinnovellato nell’anima del mio amato”

Poi, quando è immenso lo stupore dell’anima, può capitare che il canto non basti:

“Questo luogo o stato” dice Eckart “è una tranquilla solitudine ove nessuno si sente a casa sua”. “E’ il quieto deserto della Divinità” scrive Tauler “così calmo, misterioso e desolato! Le grandi solitudini che in esso si trovano non hanno né immagine, né forma, né condizione”.

Conclusivo è Giovanni della Croce: “L’anima in profonda contemplazione è simile ad un uomo che vegga qualcosa per la prima volta, qualcosa di cui non abbia mai visto l’eguale…perciò egli si sente come posto in una vasta e selvaggia solitudine in cui nessun essere umano può venire: un immenso deserto senza limiti. Ma questo deserto è tanto più delizioso, dolce e adorabile quanto è più vasto e solitario; poiché dove l’anima sembra maggiormente perduta là essa si innalza al di sopra di tutte le cose create”.

C’è chi usa immagini di colore e forma: forse meno felici delle grandi aquile (Plotino, Ruysbroeck) e accolte troppo letteralmente dalle anime pie. Mi riferisco alle visioni di Geltrude, Teresa, Matilde di Magdeburgo e di Suso.

Non dimentichiamo la danza: analogia espressiva dell’azione che pervade l’anima rapita nel cosmo:

Dice Kabir in una poesia:
“Danza, o mio cuore! Danza oggi con gioia.
Gli slanci d’amore riempion di musica i giorni e le notti, e il mondo ne ascolta le melodie;
Pazze di gioia, la vita e la morte danzano al ritmo di questa musica. Danzano i colli, il mare e la terra. Il mondo dell’uomo danza in riso e in lacrime…
Guarda! Il mio cuore danza nel diletto di mille arti, e il Creatore è compiaciuto”

E Matilde:
“se tu non mi guidi, o Signore, io danzar non posso;
se vuoi ch’io balli e salti,Tu stesso, Signor mio, devi cantare.
Così io salterò nel tuo amore,
e dal tuo amore nell’intendimento,
e dall’intendimento nella gioia.
Allora, alto levando il pensiero umano,
lassù dimorerò girando, e gusterò l’avvolgente amore.”

La creazione poetica mareggia di stellari marosi anche nei cuori dei contemporanei.

Del grande Ramana Maharshi vi offro una poesiola, composta dopo un incidente…ma a comprenderla, ramazza l’olimpico superuomo evoliano.

Fui punto per vendetta dalle vespe
alla gamba finché non si infiammò,
sebbene sol per caso mi imbattessi
nel nido costruito in un cespuglio:
che cuore ha mai colui che non si pente
di aver commesso un simile malanno?

E di Sri Aurobindo ecco l’”Immensità dell’Io”:

Sono diventato quel che ero prima del Tempo.
Un tocco segreto ha posto quiete al pensiero e al senso:
Tutte le cose create dalla Mente attiva
Passano a vuoto e muto splendore.
La mia vita è un silenzio afferrato da mani eterne;
Il mondo è immerso in uno sguardo immortale.
Sta il mio spirito nudo delle sue spoglie;
Sono solo con il mio io nello spazio.
Il mio cuore è un centro di infinità,
Il mio corpo un punto nella vasta distesa dell’anima.
Si desta sotto di me l’enorme abisso di tutto l’essere,
Schermato un giorno da una gigantesca Ignoranza.
Immensità pura, nuda e senza tempo,
Io tendo a un eterno dovunque.

Chi segue l’antroposofia sa quanto Steiner si spese per tutte le manifestazioni dell’arte.
Oltre ai quattro drammi-mistero sono tante le “Parole di verità” e brevi composizioni.
Ne riporto una sola, non a caso.

Impara nella vita
L’anima a pensare,
E pensa gli esseri
Del mondo dei sensi.
Se però sente, calma,
Se stessa irrobustire,
Impara allor sicura
Non solo a pensare sé stessa.
Pensata anche si sa
Allor nell’Universo
Da Dei pensata.

Di Scaligero, oltre “La pietra e la folgore” leggete qualche capitolo dei suoi libri: troverete pagine di poesia modulata dallo Spirito.

Poi, per favore, non dimenticate il lavoro di Savitri che sembra nata tra le braccia di Calliope e a cui dobbiamo questa sezione: poetessa! (Tombari diceva:”E’ un complimento o un insulto?”)

E ricordiamo il valoroso FK, che forse ha capito, nel dire, qualcosa più di noi…..

Cari amici, non vi tormento più (promesso): scusatemi la corta lunghezza di queste righe e un caro saluto a tutti.

RASTIGNAC

POESIA

AVVISO di manutenzione tecnica

Gentili e pazienti amici che ci seguite, stiamo interessandoci ad un problema tecnico, come potete vedere di natura grafica, cercheremo di ripristinare la funzione delle immagini al piu’ presto possibile.

Grazie dell’attenzione.

ANNUNCI

Takuan Sōhō – "Sogni"

TakuanPainting

Takuan Sōhō (nato il 24 dicembre 1573) è stato uno dei più importanti maestri Zen della scuola Rinzai, nonché poliedrico protagonista in diversi campi della cultura nipponica del suo tempo, caratterizzato da numerose guerre, agli albori dell’era Tokugawa. Figlio di due agricoltori della provincia di Tajima, manifestò sin da giovanissimo il suo interesse per gli studi religiosi, tanto che all’età di 10 anni prese i voti, dedicandosi poi dai 14 anni allo studio della dottrina Rinzai con il maestro Shun-oku Soen.
Sebbene a 36 anni fosse già abate del tempio di Daitokuji conduceva una vita alquanto raminga, talvolta dettata anche da esili forzati a cui veniva sottoposto dal potente di turno infastidito dal radicalismo di certe sue idee.

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“Sogni” è composto da tre saggi nei quali vengono evidenziati quegli aspetti dell’arte della spada che, praticamente integrati con la meditazione Zen, portano all’utilizzo dell’arma come strumento di elevazione spirituale.
Il primo saggio, Fudōchi shinmyō roku (La Divina testimonianza della saggezza immutabile), consiste in una lettera indirizzata al maestro di spada della scuola Shinkage-Ryu, nonché suo amico e allievo Yagyu Munenori (1571-1646).

Il termine ignoranza indica l’assenza della illuminazione, l’oscurità. E’ come dire inganno, errore, illusione. Luogo di stallo è quello in cui la mente si ferma. Nella pratica del buddismo si dice vi siano cinquantadue stadi e, tra l’uno e l’altro di questi, il luogo su cui la mente si ferma viene detto luogo di stallo. La mente si ferma quando è trattenuta da un oggetto, un’azione, una riflessione, una preoccupazione la quale può essere di qualsiasi natura. Nell’ambito dell’arte marziale stessa fermarsi significa, ad esempio, osservare la spada in movimento mentre sta per colpire. La mente, fissa, si preoccupa della spada in sé, e non permette ai movimenti del combattente di essere liberi e compiuti. In quel medesimo istante l’avversario ha la meglio”.

Aspetto peculiare di questo scritto è quello di costituire probabilmente un punto di svolta per la cultura della spada, nell’ambito della quale viene per la prima volta introdotto l’elemento del perfezionamento spirituale individuale. Saggezza immutabile: questo è Fudōchi. Difficile pensare ad una saggezza la cui essenza possa conservarsi pura e fedele a se stessa nei ristretti limiti dell’immutabilità. D.T. Suzuki individua tale saggezza con il termine sanscrito Prajna, rimandando così al concetto buddhista di saggezza trascendentale; lo stato di illuminazione, la mente del Buddha. Come Takuan anche Suzuki mette Fudoshi in relazione con il guardiano Acala-vidyaraja (nume tutelare dei samurai per quanto concerneva la pratica spirituale, presente anche in altre tradizioni è conosciuto anche col nome Fudo Myoo), l’Immutabile, distruttore delle illusioni ed inafferrabile da lusinghe e seduzioni del mondo sensibile. Abbiamo così un’immagine della mente immutabile: non afflitta da attaccamento alcuno e pertanto padrona nel/del suo non fissarsi e fermarsi su cosa alcuna; nulla volendo, tutto potendo.
Lo stesso Takuan evidenzia nel corso della lettera come Fudōchi consista nel “preservare l’assoluta fluidità della mente (kokoro) mantenendola libera da considerazioni intellettuali e disturbi dovuti a stati emotivi…”; mente che è “nella sua essenza mutabile ed immutabile al contempo, costantemente fluente senza mai fermarsi da nessuna parte, eppure avente in sé un centro che non è mai soggetto ad alcun tipo di movimento, e che permane tale e quale in eterno“. Come si arriva a tutto ciò? Esercizio, disciplina, disciplina ed esercizio, con incrollabile determinazione, per conoscere sé stessi, affrontare e superare le proprie paure e debolezze e forgiare lo spirito (seishin-tanren).

La mente è immutabile quando vede senza guardare. Per guardare si dovrebbe fermare. Quando la mente si ferma su qualcosa, poiché il cuore si riempie di ogni genere di preconcetti, trattiene diversi movimenti in sé. Quando i movimenti nella mente cessano, la mente che si era fermata si muove, senza però muoversi affatto”.

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Con il secondo saggio, Reirōshū (Il tintinnio cristallino delle gemme), l’attenzione si sposta sulla natura prevalente dell’essere umano, sulla capacità di discernere rettamente ciò che è “bene” da ciò che è “male” e sul come sapere quando e dove morire (aspetto questo particolarmente rivolto alla classe dei samurai).
Morire perché un insulto ci ha contrariati non è affatto questione di rettitudine. Questo è piuttosto dimenticare se stessi in un momento d’ira. Non è certo rettitudine, anche se ne ha l’aria. È rabbia, nient’altro. Un uomo che si adira per l’insulto, si è già allontanato dalla rettitudine prima ancora di essere insultato. L’uomo retto, quando è tra le gente, non viene mai insultato. Essere insultati significa aver perso la propria rettitudine prima di aver ricevuto l’offesa”.
I concetti prevalenti in questo scritto, che inizia in forma di dialogo fra Takuan ed alcuni passanti, riguardano la rettitudine (il “gi”), ed il distaccato esercizio di virtù, integrità e giudizio. Viene esposta come necessaria l’arte di far propria in profondità tanto la “Via del Signore” quanto la “Via del servo” concentrandosi sull’essenza impersonale di tali vie, di modo che tutti i servi siano uguali agli occhi del Signore e che il servo non faccia riferimento ad un determinato Signore ma semplicemente al Signore. Vengono poi esaminate le dieci qualità essenziali ed il modo in cui si compenetrino a vicenda in un movimento circolare senza inizio né fine, sottolineandone la relazione con i dieci mondi della tradizione buddhista. La trattazione si occupa anche del tema dei divertimenti, che vengono indicati come necessari pure per i monaci sebbene sia importante fissarne i limiti onde evitare derive insane ed erronee, e dei fantasmi.

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L’ultimo “sogno” è Taiaki (Gli annali della spada Taia).
Anche con questo saggio si torna alla forma-lettera, questa volta indirizzata a Munenori o forse a Ono Tadaaki (maestro della scuola Itto). Rispetto agli altri due componimenti è qui maggiormente presente una connotazione psicologica riguardante l’interrelazione fra sé e l’altro da sé. Takuan si basa su una storia cinese avente per protagonista allegorica la spada Taia, preziosissima, ricoperta di gemme ed in grado di tagliare qualsiasi cosa; a tale spada vengono comparate le facoltà più eccelse presenti in latenza in ogni individuo (la natura buddhica). Una siffatta latenza rende inutile la presenza di un maestro per l’acquisizione di una reale saggezza, essendo essa conseguibile grazie al lavoro interiore di ognuno. La spada, e la maestria nel suo utilizzo, non hanno dunque più a che fare esclusivamente con la morte; la scelta può ricadere invece sull’utilizzo di arma e abilità per dare piuttosto la vita, nonché per affrontare le varie situazioni della vita stessa in maniera desta.

L’uomo che sa, usa la sua spada, ma non uccide altri uomini. Usa la spada e dà agli altri la vita.Uccide solo quando è necessario. Senza pensare al bene e al male, egli è capace di vedere il bene e il male, senza provare a discriminare, egli è capace di discriminare bene.Camminare sull’acqua è come camminare sulla terraferma, se è capace di far sua questa libertà, non sarà confuso da niente al mondo.
Tutti gli uomini sono dotati dell’affilata spada Taia, e per ciascuno essa è perfettamente efficente.Coloro i quali hanno compreso questo concetto sono temuti persino dai demoni-ladri di vita.
…non devi mai trascurare di esercitarti..passeranno i mesi e gli anni, e senza l’aiuto di nessun maestro, troverai la saggezza e ti accorgerai di possedere misteriose abilità nel fare cose mai tentate prima.La forza di questa misteriosa abilità si definisce Spada Taia
“.

Takuan Sōhō morì il 27 gennaio 1645. Giunto il momento di rendere le spoglie mortali chiese un pennello con il quale scrisse il carattere cinese 夢 (yume – sogno) e se ne andò, lasciando ai suoi seguaci le seguenti istruzioni:
Seppellite il mio corpo sulla montagna dietro il tempio, copritelo con i detriti e tornate alle vostre dimore. Non leggete i sūtra, non officiate cerimonie. Non accettate alcun dono né dal monaco né dal profano. Lasciate che i monaci indossino le solite vesti e consumino i loro pasti e procedete come in un giorno qualsiasi

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immagine tratta da zenworld.it

Curiosità per gli amanti del genere: Takuan Sōhō è presente come personaggio nella serie Manga “Vagabond” (ispirata all’opera “Musashi” di Eiji Yoshikawa), mentre il regista /scrittore Yoshiaki Kawajiri ha creato il personaggio Dakuan, presente nell’anime Ninja Scroll, in suo omaggio.

LIBRI E AUTORI

DEDIZIONE ( di F. Di Lieto)

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È mattino e il barbiere sta innaffiando
il filodendro suo da molti anni,
dopo averlo portato dal negozio
fuori per strada, lungo il marciapiede.

Ne ripulisce il fusto, ne ravvia
con gesti premurosi gambi e foglie,
rito d’amore, culto protettivo.

Nonostante feroci liturgie
e congiure di morte quotidiane,
malgrado tante ingiurie, sopravvive
questa città fedele che sottrae
nascosti paradisi, lievi aure,
ai colpi infaticabili del Male.

Potrà salvarci forse dall’inferno
un atto solitario, senza calcolo,
la sfida reiterata dell’umano
che vuole, proteggendo la bellezza,
angelicare il mondo e la materia,
la carne sublimando di cui schiava
è l’anima, sostanza trascendente.

Sarà l’azione forse di un barbiere
che innaffia con amore un filodendro
a riscattare il giogo che ci opprime,
facendo di Babele il nuovo eden
e d’ogni giorno il tempo che redime.

 (Fulvio Di Lieto)

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA
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