Gennaio 2016

L’ARCHETIPO – FEBBRAIO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

1. La formazione della blastula.

Da un singolo minuscolo globulo di protoplasma si forma nel corpo materno, in un lasso di tempo di nove mesi, il corpo pienamente sviluppato di un bambino neonato. Questo primo delicato globulo, l’ovocellula, consiste, come tutte le cellule, di una sostanza mucillaginosa alla quale è legata tutta la vita sulla Terra. Ma ciò che distingue quest’unica cellula da tutte le restanti altre, è la sua grandezza, la sua forma e il suo spazio vitale. Nessuna cellula raggiunge la grandezza di una ovocellula; essa con il suo diametro scarso di un centesimo di millimetro sarebbe addirittura visibile ad occhio nudo, se vi fossimo posti di fronte. In quanto cellula unica, essa si avvicina quasi perfettamente alla forma sferica.

La maggior parte delle cellule corporee ha una qualsiasi forma caratteristica e vive in massicce formazioni cellulari. Così, le cellule muscolari sono lunghe e affusolate e si appoggiano strettamente l’una all’altra, le cellule epiteliali sono piatte o cilindriche poste in fila, le cellule nervose sono all’incirca a forma di stella con una singola lunga diramazione attraverso la quale esse stanno in reciproco collegamento, le cellule epatiche sono poliedriche  e congiunte [tra loro] in determinate formazioni.

La ovocellula matura non vive in una formazione cellulare, sta quasi completamente isolata, può sviluppare senza impedimento [alcuno] la sua forma sferica. Questa creazione, per la sua forma, sembra quasi senza rapporto con la Terra. Tuttavia per la [sua] materialità l’ovocellula si volge alla Terra. La sua massa è ripartita in maniera diseguale nel suo spazio, per il fatto ch’essa ha un polo “inferiore” un po più pesante e un polo “superiore” un po più leggero. Il corpo dell’ovocellula, che consiste di mobile sostanza vivente, il protoplasma, porta nel suo interno, come ogni altra cellula, un nucleo cellulare.

All’esterno il corpo cellulare è racchiuso da un corpo relativamente robusto, la zona pellucida, che lo protegge dagl’influssi esterni (vedi Fig. 2, inoltre la Tavola I).

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Nella scissione cellulare l’ovocellula si è separata dal tessuto materno dell’ovaia e vive per breve tempo nelle cavità ricolme di fluidi del dotto ovarico. Ad essa aderiscono ancora alcune cellule del tessuto materno (corona radiata ), dalle quali essa viene ulteriormente nutrita (SHETTLES). Poi anche queste si staccano da lei ed essa viene a consistere interamente di se stessa.

Ora su di essa incombe la morte. Solo il seme maschile può impedire questa morte. Se non giunge il seme, l’ovocellula viene espulsa fuori col sangue mestruale e perisce.

Se viene raggiunta dal seme, essa può diventare il germe di una nuova vita. A dire il vero, non si preserva essa stessa, ma la sua vita prosegue – anche la madre sacrifica così la sua vita vissuta fino ad allora e si riversa poi, almeno per un certo tempo, nella vita del bambino.

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Figura 2: Ovocellula umana con indicazione dei colori naturali (secondo SHETTLES, Ovum Humanum, 1960).

Circa trenta ore dopo la fecondazione da parte del seme, l’ovocellula comincia a suddividersi e da essa sorgono due cellule più piccole, che riempiono tutto lo spazio della loro cellula madre. Poche ore più tardi queste cellule figlie si suddividono a loro volta, cosicché quattro cellule riempiono adesso il medesimo spazio. Presto diventano cinque, sei, sette cellule e tre giorni dopo la fecondazione il giovane embrione consiste di una sfera compatta di circa sedici cellule, che per il suo aspetto viene chiamata mora o morula (vedi Fig. 3). Tuttavia le cellule, eccetto che per insignificanti differenze di grandezza, sembrano assolutamente uguali, e si deve presumere che esse posseggano ancora, tutte, la medesima potenza di sviluppo, potrebbero quindi essere scambiate l’una con l’altra; però è dimostrato che, dalle cellule situate centralmente , sorge il vero e proprio embrione, mentre dal tessuto periferico che nutre l’embrione sorge la placenta. Si chiama embrioblasto il complesso cellulare interno, quello esterno trofoblasto (vedi nota I). Quindi in questo stadio viene articolato lo spazio ovarico, sebbene la sostanza cellulare che lo riempie non presenti questa stessa articolazione (vedi nota II).

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Figura 3Formazione della morula dall’ovocellula, semischematica. La zona pellucida è indicata come anello scuro, i nuclei cellulari non sono raffigurati.

La prima differenziazione visibile della morula è ora la seguente. All’interno della sfera cellulare si forma dapprima uno spazio a forma di fessura. Questo diviene a poco a poco più grande e si arrotonda in una cavità situata non del tutto centralmente. La massa cellulare viene quindi spinta da ogni lato alla periferia, la cui parete in un punto appare nodosamente inspessita. Questo nodo consiste nel complesso cellulare dell’embrioblasto in precedenza situato centralmente, mentre la vera e propria s
fera cava viene formata dal trofoblasto che si arrotonda ancor più in periferia. Con ciò viene raggiunto lo stadio di vescicola embrionale o blastula (vedi Fig. 4, inoltre nota III).

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Figura 4: Formazione della blastula, semischematica. Immagine a sinistra: all’interno della morula si forma uno spazio cavo. Immagine a destra: blastula formata; la zona pellucida si è dissolta. Z.p.= zona pellucida, T=trofoblasto (nella sezione disegnata il trofoblasto è l’intero anello di cellule), E=embrioblasto (adiacente al trofoblasto).

Sono adesso trascorsi quattro giorni dalla fecondazione e a poco a poco si dissolve la zona pellucida, che sinora ha sempre avvolto l’embrione. Da ciò si ravvisa che la blastula ha mantenuto approssimativamente la grandezza dell’ovocellula. Ora esso consiste all’incirca di sessanta cellule ed una mezza giornata più tardi di oltre cento.

Le cellule del trofoblasto sostanzialmente si sono suddivise dapprima con maggiore frequenza delle cellule dell’embrioblasto, giacché in una blastula umana si contano, ad esempio, novantanove cellule trofoblastiche contro soltanto otto cellule embrioblastiche.

Ora si possono distinguere i due gruppi di cellule. Adesso le cellule dell’embrioblasto sono un po più grandi ed appaiono più allentate, meno compatte rispetto a quelle più piccole del trofoblasto, un po’ più spesse e perciò mostranti i primi segni di una differenziazione. A questo punto, l’embrione si trova ancora  sempre nella sua migrazione attraverso il dotto ovarico, ma come sfera liberamente fluttuante arriva presto nella cavità dell’utero materno. In questo, dal sesto al settimo giorno, raggiunge la mucosa materna, che poi lo accoglie come la terra accoglie un seme (vedi Tavola I).

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L’intero sviluppo seguente si compie nel grembo di questa mucosa espressamente preparata e in maniera meravigliosa per l’evoluzione embrionale all’interno dell’utero materno.

L’ovocellula è un tutto e questo tutto si differenzia progressivamente. Sorgeranno occhi, mani, piedi – la creatura che diviene è sempre un tutto. La differenziazione avviene attraverso il fatto che l’ovocellula mediante suddivisione realizza il suo spazio interno con [le] cellule, e le nuove cellule così sorte si suddividono sempre ulteriormente, in un punto più, in un altro meno, nella maniera più differenziata – ma l’aumento delle cellule avviene sempre in qualche punto all’interno, mai si ammucchiano fuori cellula su cellula, come in una cassetta architettonica.

Si ha a che fare con un suddividersi e spostarsi estremamente complicato del sostrato vivente protoplasmatico, e ad ogni stadio rimane preservata la totalità. Si dice ripetutamente che il corpo venga edificato a partire dalle cellule. E’ vero il contrario: il corpo plasma cellule all’interno di sé. Nelle nostre attuali condizioni terrestri questa suddivisione cellulare della sostanza vivente è palesemente necessaria. Il corpo dell’uomo è dapprima l’ovocellula, la sua forma originaria una sfera. Nel corso dell’evoluzione embrionale muta la forma corporea umana ed assume le più diverse forme. Essa diventa dapprima piatta come il suolo terrestre , nel quale però si inarcano presto montagne, cresce poi dal suo proprio regno terrestre in forma di piante, diviene infine pisciforme e procede gradualmente a tastoni attraverso tutte le configurazioni delle forme degli animali superiori, fino a che, alla fine, diventa visibile l’immagine umana. Tuttavia è sempre il corpo evolventesi di un uomo, sin dal principio, addirittura quello di un determinato uomo. Il corpo semiformato non è un mezzo corpo, bensì un organismo intero, al quale sono inerenti ulteriori possibilità di evoluzione.

Così anche la Genesi è sin dal principio un tutto ed ogni parola che sopraggiunge, un perfezionamento di questa sua interezza. Già la sua prima frase contiene la predisposizione dell’intera Creazione, e addirittura, come vedremo, già la sua prima parola. Ma qui dominano dapprima leggi universali. Esse sono il modello per ogni differenziazione individuale, l’archetipo di ogni elemento individuale.

 

Nota I : La blastula della rana è come l’intero embrione, mentre nei mammiferi e nell’uomo dalla blastula è scaturito pure il chorion. La somiglianza di queste formazioni sussiste quindi solo sul piano morfologico. A distinzione della blastula di mammifero da quella degli anfibi, si chiama la prima anche blastocisto. – Si conosce la blastula di mammifero, ovverosia il blastocisto già da molto tempo; ma che pure nel caso dell’uomo esso giungesse a formazione, non lo si sapeva sin negli anni del libro di testo di CLARA, Storia evolutiva dell’uomo, p. 59, si trova “Non si conosce ancora se una tale cavità della vescica embrionale sorga pure nel caso degli ovuli umani”. E. GROSSER, ancora nel 1944, nel suo libro di testo; Linee fondamentali della storia evolutiva dell’uomo, p. 28, scrive : “La morula umana in maniera tipica si articola nel trofoblasto e nell’embrioblasto; ma questo si suddivide subito, senza formazione di una vescica embrionale vuota come negli altri mammiferi, nelle predisposizioni di determinate regioni: nell’ectoderma, nel foglietto vitellino e mesoderma estraembrionale”. Così sembra che ci siano stati ricercatori i quali, in questa questione, stavano aspettando, ed altri i quali, anche in quell’epoca accettavano ancora come sicura una differenza in relazione a ciò tra uomo e mammifero. Quest’ultima condotta ricorda da lontano quello sforzo di distinguere per principio, dal punto di vista corporeo, l’uomo dall’animale, così come ciò era ancora fortemente presente all’inizio del secolo precedente [n.d.C: dell’Ottocento], e contro il quale GOETHE si oppose veementemente e pure con successo mediante la sua scoperta dell’osso intermascellare. In linea di principio tra scimmia e uomo, dal punto di vista dell’anatomia comparata non sussiste alcuna differenza.La differenza non sta nell’elemento quantitativo, bensì in quello qualitativo. In linea di principio si può dire: quello che ha l’animale lo ha pure l’uomo. – Per evitare la formazione verbale pleonastica “blastocisto” , viene qui adoperata continuamente la parola blastula. Attraverso ciò viene aggirato il triplice pleonasmo nella parola “cavità blastocistica” (qui blastocele). 

Nota II : Le più recenti indagini elettromicroscopiche su embrioni di animali vertebrati portano alla luce differenze minimali tra le cellule interne e quelle esterne della morula. Quelle cellule, che da ogni lato sono circondate da altre cellule, rimangono indifferenziate. Le cellule esterne invece, le quali toccano le altre soltanto parzialmente, sperimentano una ristrutturazione minimale e vengono designate come “polarizzate”. Le cellule interne sono quelle originarie, “non polarizzate” (vedi H.VOEGLER, Human Blastogenesis, Karger 1887). Si deve ammettere che anche nell’uomo tali differenze della microstruttura siano presenti in maniera accennata, poiché l’uomo in modo affatto generale frena soltanto e non abolisce ciò che spinge l’animale alla specializzazione. 

Nota III: La formazione di spazio cavo sta in relazione con un liquido originante forse dalle cellule della morula. Ogni elemento embrionale vive in quello acquoso; così anche la blastula è ricolma di liquido.

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

GIOVANNI COLAZZA, L’ASCETA ADAMANTINO

Giovanni Colazza

Per motivi anagrafici (infatti incontrai la Scienza dello Spirito nel 1969: 16 anni dopo la sua scomparsa) non ho potuto conoscere personalmente Giovanni Colazza, ma considero uno tra i più grandi doni della mia vita – veramente un dono dei Numi e del Cielo – l’aver ancora potuto fare a tempo ad incontrare, alla fine della mia adolescenza e nella mia giovinezza (avevo allora 19-20 anni), una serie di persone che conobbero bene Giovanni Colazza, le quali me ne parlarono diffusamente. Da parte mia, ho cercato di conservare fedelmente nella memoria del cuore quanto queste persone – amicizie tra le più care – vollero donarmi coi loro racconti, con le loro descrizioni, con la comunicazione delle loro vivaci impressioni interiori. Di quelle persone oggi, dopo oltre 46 anni dal mio primo incontro con la Scienza dello Spirito, sono rimaste viventi – credo – solo tre amiche, M.G.M., S.B. e T.V., oramai molto anziane.

La prima persona che mi parlò di Giovanni Colazza fu, naturalmente, Massimo Scaligero, e lo fece sin dai nostri primissimi incontri. Egli aveva nei confronti di Giovanni Colazza una venerazione sconfinata. Lo stimava come personalità estremamente salda, di grandissima forza interiore, e lo stimava ancor più come asceta, come strenuo praticante spirituale ed eccezionale sperimentatore dell’occulto, come fedele discepolo di Rudolf Steiner.

Giovanni Colazza ricercò ed incontrò la Scienza dello Spirito – prima sotto il nome di Teosofia e poi sotto quello di Antroposofia – sin dalle sue primissime manifestazioni in Italia. Egli fu una di quelle personalità che posero il Sentiero della Conoscenza, ossia lo studio meditativo e rituale delle opere di Rudolf Steiner, nonché l’intensa e ininterrotta pratica degli esercizi, al centro della propria vita, e si sforzò altresì sempre, instancabilmente, di orientare i seri ricercatori spirituali nella stessa direzione.

Egli nacque a Roma, il 9 agosto 1877, in una famiglia romana di alto livello sociale, dalla quale uscirono molti distinti professionisti e persino varie personalità ecclesiastiche. L’educazione che la famiglia avrebbe voluto impartirgli, era rigorosamente cattolica, ma essa evidentemente doveva stargli alquanto stretta, visto che già da adolescente egli si rivolse con passione alla ricerca occulta assieme al giovane Giovanni Amendola, del quale rimase intimamente amico sino alla tragica morte di questi. Dopo la maturità, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e sostenne l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione nel 1902.

Esercitò, con dedizione e grande professionalità, l’arte medica per tutta la vita. Per la sua alta preparazione e la sua abilità diagnostica e terapeutica, divenne rapidamente il medico della comunità internazionale, residente a Roma, e in particolare delle ambasciate, favorito in ciò anche dalle sue molteplici competenze linguistiche: ho lettere sue in inglese, in francese e in tedesco. Fu altresì il medico dell’aristocrazia romana, anche a livello dell’allora Casa Reale, ma si dedicò con grande amore anche a persone semplici e sprovvedute di mezzi economici, ch’egli curava sempre gratuitamente. Il suo amico e discepolo, il grande orientalista Enrico Pappacena, che fu membro del Gruppo Novalis, nel suo libro Di alcuni cultori della Scienza dello Spirito, Bari, 1971, riferisce come Giovanni Colazza curasse gratuitamente bambini poveri, ospitandoli anche a lungo nella sua casa romana sino alla loro completa guarigione. La sua presenza aveva un aspetto imponente e severo, che a molti poteva mettere soggezione, e a taluni persino incutere timore, ma è testimoniato da Enrico Pappacena e da altri come i bambini avessero nei suoi confronti una forma di spontanea fiducia e di gioiosa confidenza. Molti hanno testimoniato circa le sue celate, ma potenti, forze del cuore.

L’incontro con il movimento teosofico avvenne presto, nella sua gioventù, sin dalla ufficiale costituzione della Sezione Italiana della Società Teosofica, nel 1902, nella quale conobbe personalità di rilievo come Isabel Cooper-Oackley, Alfred Meebold (divenuto anche lui, in seguito, dopo una iniziale opposizione, discepolo di Rudolf Steiner) e Arturo Reghini. Ma, soprattutto, negli ambienti teosofici, egli incontrò la giovane aristocratica russa, di origine tedesco-baltica, Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, allora residente in Italia, a Bologna, con la quale rimase in stretta amicizia per tutta la vita. I limiti evidenti del movimento teosofico, allora di impostazione blavatskiana e besantiana, non lo soddisfacevano nella sua ricerca del Logos. Formò allora un autonomo gruppo di studio, che si dedicò con alacrità allo studio del Vangelo di Giovanni, non nel senso confessionale, bensì in senso iniziatico e sapienziale. Fu Marie Steiner ad introdurlo alla conoscenza del pensiero di Rudolf Steiner. Fu lei che lo presentò personalmente a Rudolf Steiner nel 1909, in occasione del primo ciclo di conferenze romano del Dottore, organizzato a Palazzo del Drago nel marzo di quel anno dalla nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta, attraverso il matrimonio con Don Ferdinando, principessa del Drago, e nota familiarmente negli ambienti antroposofici col nome di principessa “Elika” (diminutivo di Angelica) d’Antuni del Drago. A questo proposito, voglio riportare quanto scrisse Mario Viezzoli, discepolo fedele di Rudolf Steiner e successore di Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis. Nella sua commemorazione del 13 marzo 1953, In memoria del Dott. Giovanni Colazza, Mario Viezzoli così lo rievoca:

«Pochi giorni prima di morire, [Giovanni Colazza] disse con vera gioia ad una vecchia amica antroposofa: “Sa, in questi giorni ho compiuto cinquant’anni di Antroposofia!”. Già da questo si comprende come il nostro Amico avesse fatto dell’Antroposofia, per mezzo secolo, il massimo interesse della Sua vita, la quale fu perciò strettamente intrecciata allo sviluppo del Movimento Antroposofico in Italia.

Aveva avuto un profondo rapporto di amicizia con la Sig.na Maria von Sivers, ancora quale esponente della Società Teosofica, e fu Lei a presentarlo a Rudolf Steiner. L’incontro, quanto mai interessante, avvenne in Roma. Una personalità che pure seguiva allora il movimento teosofico e che in seguito divenne un esponente molto ragguardevole dell’Antroposofia nel mondo [n.d.HdP.: si trattava, come mi disse personalmente Massimo Scaligero, e come mi confermarono in seguito altre fonti e mie ricerche personali, proprio di Alfred Meebold], aveva avvertito il Dott. Colazza di diffidare di R. Steiner, per cui al primo incontro il Dr. Colazza fu piuttosto riservato e non si sentì di aderire subito. Più tardi raccontò, però, che, prima ancora di vedere fisicamente R. Steiner, avendo voltate le spalle, aveva avvertito intorno a lui la presenza di una forza eccezionale. R. Steiner, con molta cortesia, diede al Dr. Colazza il libro “Iniziazione” (Wie erlangt man ecc.). Colazza si diede subito a quello studio e, appena letto il libro, riconobbe il Maestro e divenne Suo discepolo. Da allora incominciò il Suo instancabile lavoro antroposofico.

Rudolf Steiner ebbe a dire di Lui che Egli non lo conosceva, ma che gli era stato indicato dal Mondo Spirituale. Per iniziativa del Dr. Colazza venne fondato in Roma il Gruppo Novalis, per il quale R. Steiner diede una speciale meditazione, considerandolo come un Suo figlio prediletto. Ogni anno il Dr. Colazza prendeva contatto con R. Steiner e con la Sig.a Steiner. Egli fu a Monaco ove prese parte alla prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner e assistette alla rappresentazione del primo Mistero. Ci teneva a rendere testimonianza oggettiva della considerazione altissima in cui R. Steiner teneva Marie von Sivers nell’ambito della Scuola, ove figurava sempre “ad laterem” del Maestro».

In effetti, risale a quel periodo la nascita del Gruppo Novalis affidato da Rudolf Steiner alla guida di Giovanni Colazza. Michele Beraldo in un suo studio, Il movimento antroposofico italiano durante il regime fascista, apparso alle nella rivista  del Dipartimento di Storia, Culture, Religioni della “Sapienza”-Università degli Studi di Roma, Dimensioni e problemi della ricerca storica, anno 2002, n.1, pp. 145-180, così scrive nel capitolo 2,  Il sorgere del movimento antroposofico in Italia e il suo radicarsi nella cultura esoterica degli anni Venti, pp.146-147:

«La diffusione in Italia dell’antroposofia è da farsi risalire all’anno 1909, allorché Rudolf Steiner, che in quel periodo non aveva ancora lasciato la Società teosofica tedesca di cui era a capo, visitò l’Italia sostando a Roma dal 25 marzo al 2 aprile, dove tenne presumibilmente otto conferenze su invito di Elika del Drago, principessa d’Antuni. Esse si svolsero in palazzo del Drago, eccetto quella del 29 marzo e del 2 aprile che tenne nella nuova sede del Gruppo “Roma”, in via Gregoriana 5, affiliato alla Lega teosofica Indipendente di Decio Calvari.

A Roma Rudolf Steiner ebbe modo di incontrare la personalità che più di altre avrebbe contribuito alla diffusione dell’Antroposofia in Italia: il medico chirurgo Giovanni Romano Colazza, già massone e vicepresidente del gruppo teosofico Roma, conferenziere apprezzato ed estensore di alcuni articoli comparsi sulla rivista antipositivista e di ispirazione teosofica la “Nuova Parola”, alla quale collaborava il suo intimo amico e compagno di classe Giovanni Amendola. A seguito dell’incontro con Rudolf Steiner, Colazza si convinse della necessità di una diversificazione tra teosofia orientale e occidentale, confusione invece su cui si fondava il pensiero della presidente della società, Annie Besant. Con una conferenza intitolata La respirazione e l’occultismo, tenuta nella sede del gruppo Roma nell’aprile del 1910 (nello stesso mese Steiner fece nuovamente quattro conferenze: tre a palazzo del Drago dalla principessa d’Antuni e una presso la sede del gruppo teosofico della Lega indipendente), Giovanni Colazza rafforzò i concetti espressi da Steiner, sconsigliando l’applicazione di forme orientali di meditazione in chi vive entro organismi fisici non più adattabili alle antiche correnti spirituali e inseriti in un tessuto sociale, quello occidentale, assai diverso, per forma e costituzione, da quello orientale: «Il voler applicare esclusivamente i metodi indiani nel nostro tempo e alla nostra razza, significa non tener conto né dell’evoluzione che ha modificato considerevolmente la possibilità del nostro organismo, né delle nuove correnti spirituali immesse nel mondo».

Gli incontri romani in casa della principessa del Drago portarono alla fondazione di un gruppo di studio riservato a coloro che intendevano aderire alla visione steineriana del mondo anche in Italia. Fu Steiner stesso, nel frattempo uscito definitivamente dalla Società teosofica e dimessosi dall’incarico di presidente per la Germania, ad incaricare Giovanni Colazza di condurre il primo gruppo di studi italiano di antroposofia che chiamò “Novalis”, tuttora operante in Roma».  

Giovanni Colazza e Giovanni Amendola, amici sin dall’adolescenza, ebbero percorsi spirituali e umani, che s’incrociarono, si confrontarono, e si influenzarono a vicenda più volte. Ebbero, nell’adolescenza, una comune ricerca spirituale e «magica» (la quale peraltro preoccupò moltissimo la madre del giovane Amendola), poi, nella giovinezza, ebbero in comune la partecipazione alla Società Teosofica e alle vie orientali, la ricerca della iniziazione massonica.  Il 24 maggio 1905, Giovanni Amendola viene iniziato alla massoneria di Palazzo Giustiniani, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all’Oriente di Roma, ed è altresì documentato che Giovanni Colazza venne “iniziato”, nel 1905, apprendista libero muratore nella Loggia Roma, sempre all’Oriente di Roma, nella quale nel 1906 venne “passato” compagno d’arte, e probabilmente, nel 1907, “elevato” maestro massone, ma di quest’ultimo evento manca la documentazione, probabilmente andata dispersa durante le persecuzioni subite dall’Ordine massonico durante il fascismo. Comunque, già nel 1908, sia Amendola che Colazza si erano “posti in sonno”, probabilmente per il disinteresse che dimostravano la maggior parte dei massoni – sia pure con alcune importanti eccezioni  –  per l’autentica ricerca spirituale, e per la scissione dilacerante che si verificò nel 1908 tra la massoneria del “Grande Oriente” di “Palazzo Giustiniani” e quella della “Gran Loggia d’Italia” di “Piazza del Gesù”, scissione – che ebbe motivazioni politiche, e confessionali, niente affatto spirituali – che allontanò, disgustati, molti spiritualisti dalla massoneria. Entrambi parteciparono come volontari e ufficiali alla Prima Guerra Mondiale, nella quale Giovanni Amendola raggiunse il grado di capitano, mentre lo stesso Colazza fu ufficiale medico. Alcuni membri del Gruppo Novalis di Roma, tra i quali Romolo Benvenuti – il quale diresse il Gruppo Novalis per oltre mezzo secolo –  mi parlarono di una documentata frequentazione di Giovanni Amendola alle riunioni del “Novalis”.

L’importanza del Gruppo Novalis sta nel fatto che questo venne “fondato” ritualmente – in tedesco, il termine usato è eingeweiht che alla lettera significa “consacrato”, “iniziato”, mentre Einweihung, oltre ai significati di “inaugurazione”, “consacrazione”, ha proprio il significato di “Iniziazione” – personalmente da Rudolf Steiner, e da lui affidato ad una personalità spiritualmente eccezionale come Giovanni Colazza, al quale affidò pure la direzione del movimento antroposofico in Italia. Dietro l’apparenza esteriore e storica del “Novalis” è celata una profonda realtà spirituale, non facile da investigare, realtà spirituale riguardante la missione e i destini della nostra Italia, e i còmpiti della corrente spirituale rosicruciana e graalica, di cui furono portatori nel nostro paese Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, e che tanti attacchi da non pochi anni sta subendo “fuori e dentro la cittadella”. La dedizione di Giovanni Colazza a questa opera di direzione del “Novalis”, e di orientamento dei suoi membri sulla via dell’Iniziazione, fu esemplare, instancabile e coraggiosa.

Un’antroposofa inglese, nata a Trieste, Miss Dora Baker, “Dorie”, prima grande amica e poi decisa avversaria di Giovanni Colazza, mi testimoniò, in una serie di colloqui avuti con lei a Dornach nel 1979, la sacrificale dedizione, il rigore e il grande coraggio di Giovanni Colazza, il quale “non interruppe mai le riunioni del Gruppo Novalis: né allorché il governo fascista sciolse la Società Antroposofica, e neppure durante la seconda guerra mondiale, quando Roma era sotto l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati”. Miss Dora Baker ammirava moltissimo Giovanni Colazza, mi raccontava che quando era di passaggio a Roma era sempre ospite a casa sua, e rimpiangeva molto la rottura dell’amicizia tra loro, causata dallo schierarsi apertamente di Colazza, in maniera coraggiosa e leale, in difesa di Marie Steiner durante la vergognosa persecuzione – attuata con metodi che la stessa Marie Steiner ebbe a definire “da gangsters” – che la fedele compagna e stretta collaboratrice di Rudolf Steiner ebbe a subire da parte di Albert Steffen e dei suoi famuli, del quale la Baker era invece seguace fanaticissima. Essendo la sua la testimonianza favorevole di un’avversaria, essa ha per me una paradossale, particolarmente rilevante, importanza.

Naturalmente, per me – ma non solo per me – ha il massimo valore la testimonianza di Massimo Scaligero, sia per quello che oralmente riferì nei suoi incontri a me e ad altri, sia per quello ch’egli scrisse in Dallo Yoga alla Rosacroce, dove per esempio, alle pp. 85-86, scrive:

«Secondo la testimonianza di Olga de Grünewald, Giovanni Colazza non solo era il discepolo più caro a Rudolf Steiner, ma la figura più elevata dopo di lui. La de Grünewald, sin dall’infanzia amica di Maria von Sivers – che doveva divenire più tardi moglie dello Steiner – era discepola strettamente connessa con il «Dottore». La testimonianza di lei è fondamentale: ella mi narrava che la evidente fiducia di Steiner in Colazza, suscitava a questi non poche invidie, perché la sua figura non rispondeva al cliché del discepolo compìto, dotato della conformità richiesta, onde giungevano a Dornach contro di lui accuse di vario genere: che perseguiva lo Yoga e la Magia, che non brillava per regolarità organizzativa, ecc., ma soprattutto si consentiva un tipo non platonico di relazioni femminili. Coloro che lo accusavano, si aspettavano di vederlo escludere dalla cerchia intima del Dottore: perciò rimanevano sconcertati ogni volta che, recandosi Colazza a Dornach a visitare lo Steiner, questi, allorché lo vedeva lo accoglieva con gioia, come qualcuno a cui tenesse in particolare. Ciò naturalmente accresceva la serie delle ostilità nei confronti di Colazza».

E poco più oltre – con espressioni che confermano le parole, da noi sopra citate, scritte nella sua commemorazione di Colazza da Mario Viezzoli, parole confermate pure da Enrico Pappacena a p. 188 del suo libro più sopra citato – Massimo Scaligero aggiunge, alle pp. 86-87, che:

«Secondo la citata testimonianza della de Grünewald, lo Steiner sarebbe venuto in Italia (1911) a conoscere Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”. Mediante elementi derivantimi dai colloqui personali con Colazza, da mie dirette esperienze estradialettiche […] potei accertare che lo Steiner era venuto in Italia, tra l’altro, per incontrare Colazza, previa conoscenza del grado della sua personalità, in previsione di un’opera da compiere, in senso rituale e trascendente, con un ristretto numero di discepoli esotericamente qualificati. L’opera avrebbe avuto simultaneamente funzione cosmica, umana e storica, epperò si sarebbe svolta grazie al concorso di Guide invisibili e visibili dell’umanità, in una città dell’Europa Centrale.

Doveva essere il compimento di un rito, la cui entelécheia, necessaria al fatidico momento della storia umana, esigeva dai discepoli partecipi un trascendimento assoluto dell’elemento umano epperò un atto di coraggio per superare la Soglia del Mondo Spirituale e stabilire un incontro là dove è istaurabile, come veicolo di visione, la pax profunda».  

Di assoluta importanza – da quel che personalmente mi disse Massimo Scaligero – è il fatto che Giovanni Colazza conoscesse in profondità, coltivasse e praticasse con tutto se stesso il “filone aureo” della Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero Vivente. Al di là di quello ch’egli donava all’interno della cerchia strettamente antroposofica, nella quale necessariamente egli si adattava nel linguaggio e nella donazione della Scienza dello Spirito al livello, molto vario peraltro, di coloro che lo ascoltavano, come del resto aveva dovuto fare lo stesso Rudolf Steiner, al centro della sua ricerca spirituale vi era per lui la Concentrazione: il Rito sacro e iniziatico della resurrezione del Pensiero Vivente. Ed è Massimo Scaligero stesso che testimonia la centralità della Via del Pensiero nella vita interiore di Colazza. Infatti, sempre nella stessa opera, così scrive a p. 88:

«In uno dei primi colloqui avuti con lui, dopo l’avvenuta conoscenza grazie ad Evola, ebbi a dirgli, parlando di me – con la determinazione di comunicargli soprattutto ciò che ritenevo una mia vocazione personale, probabilmente esigente rettificazione – che ero portato al Sovrasensibile per via di rituale ascesi noetica, secondo una interna conversione del pensiero nella propria luce. Ricordo che Colazza ebbe un momento di gioia e mi disse: “Ma questa è la via”!».  

Questo per rispondere con assoluta chiarezza, – una volta di più – a coloro che “all’interno della cittadella” cercano, abilmente o rozzamente, di attuare – sotto le morbide, illudenti e per taluni molto seducenti, “vie dell’anima” – quel esiziale “trasbordo ideologico inavvertito” che, pedetemptim, come dicevano i sapienti Latini, ossia passettino dopo passettino, gradualmente, senza scosse traumatiche, porta illusi, ipnotizzati, pigri, opportunisti, sentimentali e sciocchi, prima ad esser divorati dalle ampie fauci ed infine ad esser totalmente digeriti dal capace stomaco della nota Potenza Straniera d’Oltretevere, la quale – come disse Benedetto Croce (una delle pochissime cose giuste da lui asserite nella vita) – è “uno stomaco che può digerire tutto!”. Infatti, essa fagocita e digerisce benissimo tutto ciò ghermisce: liturgie indifferentemente cristiane o pagane, esoterismi, occultismi, magismi, massonismi, pratiche yoghiche, zen, taoiste e orientali in genere, misticismi, afflati socialitari o “aristocraticamente” reazionari, dottrine teosofiche e antroposofiche comprese. Ma non la Via del Pensiero, non la Concentrazione, contro le quali da essa viene tentata un’azione di distruzione totale! Il benevolo lettore è pregato di credere che chi fa queste affermazioni sa bene quel che dice, e potrebbe agevolmente documentare ogni affermazione che scrive.

Contro la Via del Pensiero – all’interno della “cittadella” – è stato tentato di tutto: dagli attacchi rozzamente brutali a quelli – more jesuitico – più abilmente insinuanti, raffinatamente edulcorati o stucchevolmente sentimentali. Per esempio, ai giovani praticanti della mia città, fu detto per attaccare la centralità della Via del Pensiero e distoglierli dall’intensa ascesi individuale della Concentrazione, alla quale essi venivano instancabilmente incitati da chi aveva ricevuto da Massimo Scaligero la grave responsabilità di orientarli: «Nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa, e si vede! Dovete stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male! La via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo!», e via di questa solfa! E, al contempo, fu messo in atto un feroce attacco al Rito – così lo chiamava Massimo Scaligero – della meditazione in comune, sia solleticando l’inutile verbosità di quanti potevano subire gli ambigui fascini di un vuoto intellettualismo vanitoso, sia con l’aperta denigrazione del silente Rito meditativo in comune, al fine di trasformare la Comunità spirituale in una sorta di “Club di Lettura e Conversazione”, e le riunioni sacrali in terapeutiche “sedute di autocoscienza”, nel socializzante  californian style, alla “Berkeley 1968”. Poiché chi aveva la responsabilità – per volontà dichiarata di Massimo Scaligero e non sua propria –  di orientare la Comunità spirituale non intendeva “adeguarsi” ad essere “telediretto” e combatteva con ogni sua forza tali “spiritosi”, e niente affatto spirituali, “sviluppi creativi” ed ambigue “sperimentazioni”, nei suoi confronti venne, e viene tuttora attuata, nel peggiore stile politico – alla faccia della predicata morbida “via dell’anima”, della “autotrasfomazione nell’anima dell’altro”, della “compassionevole misericordia”, e di altre “cristianissime” edificanti virtù, alle quali in maniera martellante venivano e vengono esortate le fidenti “anime belle” – una strategia di brutalità morale fatta di ingiurie, minacce, aggressioni, ostracismo, denigrazione, calunnie infamanti, isolamento dalle amicizie, ed intrighi di ogni genere, che nel tempo portarono alla distruzione quasi completa della suddetta Comunità spirituale. Tale completa distruzione fu poi scongiurata – per benevola nostra fortuna, ac dis bene juvantibus –  solo dalla tenace fedeltà di pochi “irriducibili”, che vollero custodire e tenere acceso sull’altare sacro quel “fuoco di Vesta”, che è la ragion d’essere della Comunità Solare, “fuoco” che, passata la tempesta, ha permesso una ricostruzione più salda e soprattutto più rigorosa.

Il Rito della meditazione in comune fu oggetto, per anni, di ripetuti colloqui tra Massimo Scaligero e me, di lettere ch’egli mi scrisse, ed anche di alcune sintesi scritte che dette agli orientatori e ai praticanti di alcune città. Massimo Scaligero volle che nella nostra Comunità venisse attuata una certa gradualità nell’esecuzione del Rito, che nel tempo, seguendo le sue indicazioni, giunse alla sua forma più rigorosa ed elevata. Egli mi disse esplicitamente, che la forma di operatività comune che mi comunicava, era la medesima che Giovanni Colazza attuava nelle riunioni rituali della sua cerchia più interna, e che egli aveva portato come azione operativa rituale, alla fine degli anni venti, nel Gruppo di UR. Lo stesso Rudolf Steiner dette direttive precise circa il Rito della meditazione in comune a particolari cerchie di praticanti interiori, ed io ho tutte le testimonianze orali e scritte in proposito. Come ho già avuto occasione di scrivere su questo blogsed repetita iuvant – ad una persona, la quale con molta enfasi attaccava il silente e sacrale Rito della meditazione in comune, e mi faceva colpa – in totale malafede – di essermelo inventato io, affermando che quella era una forma orientale: nella fattispecie yoghica, buddhista, e addirittura essenica, e quindi da riprovare, risposi che invece quella era proprio la forma trasmessaci da Massimo Scaligero, e che lei lo sapeva bene, visto che una volta era stata presente quando egli me l’aveva trasmessa. Al che quella persona se ne uscì – come ho già avuto occasione di raccontare – con la frase: «Sì, ma allora c’era Massimo. Ora i tempi son cambiati». La cosa, conosciuta da Alfredo Rubino, discepolo tra i più fedeli di Massimo Scaligero ed energico praticante interiore, fu da questi, con feroce sarcasmo, così commentata: «Sì, facciamo come la chiesa cattolica: adeguiamoci ai tempi!».   

Giovanni Colazza, assieme a Lina Schwarz e ad Emmelina de Renzis, entrambe amiche personali di Marie Steiner, fu tra i fondatori del movimento antroposofico in Italia, e sicuramente la personalità spiritualmente più rilevante e qualificata. Partecipò ai Drammi Mistero di Rudolf Steiner a Monaco prima della prima guerra mondiale. Partecipò anche nel 1922 al Congresso Oriente-Occidente di Vienna (ho persino una sua foto a quel Congresso), nel quale Rudolf Steiner tenne, dal 1 all’11 giugno, un ciclo di 10 conferenze, di particolare importanza, aventi come tema: Polarità tra Oriente e Occidente. Giovanni Colazza fu, inoltre, il primo medico antroposofico in Italia e, sin negli ultimi anni, cercò di formare con corsi e incontri personali alcune persone qualificate, che erano suoi discepoli e al contempo medici o studenti di medicina. A tale proposito ebbi, in ripetuti colloqui, la testimonianza di cari amici come Fiorenza Berto e Amleto Scabelloni (era il cugino di Massimo Scaligero), ambedue valenti medici e risoluti praticanti interiori.

Data la sua eccezionale qualificazione interiore, Giovanni Colazza fu accolto come membro delle tre Classi della prima Scuola Esoterica del Dottore – quindi anche della II e III Classe costituenti la sezione “cultica” della Mystica Aeterna, della quale mi parlò diffusamente la mia fraterna amica Hella Wiesberger – e, questa è una comunicazione che Massimo Scaligero fece a me e ad altri amici, Colazza fu uno dei “dodici”, costituenti la cerchia “operativa” più intima di Rudolf Steiner, nonché il grado più elevato, il nono e ultimo, cui partecipavano appunto solo dodici discepoli qualificati del Dottore, della suddetta Mystica Aeterna. A metà degli anni ottanta dello scorso secolo, Hella Wiesberger volle donarmi la riproduzione di una lettera di Marie Steiner-von Sivers a Giovanni Colazza, nella quale ella gli comunicava le disposizioni di Rudolf Steiner per le riunioni “rituali” del Novalis e il mantram (in seguito i mantram divennero due, avendone Steiner comunicato un altro) da usarsi per la consacrazione delle riunioni medesime.

Nel secondo dopoguerra, egli fu incaricato dagli amici di Marie Steiner, responsabili del Nachlassverein, ossia dall’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, istituito dalla Signora Steiner per salvare l’Opera del Dottore dalle profanazioni, dalle alterazioni e dal saccheggio che operavano Albert Steffen e la sua banda, di istituire in maniera consacrata in Italia per la prima volta, la Prima Classe (l’unica che Rudolf Steiner riuscì ad istituire nel 1924, e operante dal 15 febbraio al 20 settembre dello stesso anno, mentre la seconda e la terza Classe non vennero da lui riaperte per l’inadeguatezza di molti suoi discepoli e per un grave tradimento avvenuto nell’agosto del 1924) della seconda Scuola Esoterica, cosa che Giovanni Colazza fece con estremo rigore rituale, giovandosi dell’aiuto di Massimo Scaligero nella scelta dei partecipanti. Per un dono del destino, ho avuto in eredità da Pinetta Marconi, che aveva partecipato alla Classe Esoterica sia nel 1924 con Steiner che nei primi anni cinquanta con Colazza, i mantram in tedesco che Pinetta Marconi aveva ricopiato dalla lavagna stessa ove li scriveva Steiner, e da lei tradotti per suo uso personale in italiano, ed alcuni appunti datati della sua partecipazione alle “lezioni” di Colazza. Possiedo inoltre le due traduzioni dei mantram eseguite da Colazza stesso, e la traduzione che usava lo stesso Massimo Scaligero negli incontri rituali che alcuni di noi avevamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Giovanni Colazza “lesse” la Classe Esoterica dal 1951 sino al 1953.

Massimo Scaligero mi descrisse dettagliatamente le condizioni richieste per la partecipazione alla Classe Esoterica e le modalità estremamente rigorose del suo svolgimento, così come esse vennero attuate dallo stesso Giovanni Colazza. Questi aveva stabilito che il proprio successore nella direzione della Classe avrebbe dovuto essere Massimo Scaligero e a lui avrebbero dovuti essere consegnati i relativi testi  delle “lezioni”, ma alla morte di Colazza, avvenuta improvvisamente, il 16 febbraio 1953, mentre si era recato a visitare un paziente a casa di questi, una certa persona fu incaricata di portare via dalla casa del Maestro – mediante un furto con destrezza, come lo qualificherebbero i giuristi – i testi scritti delle “lezioni di Classe”, in modo che questi non venissero consegnati, come da stabilito da Colazza, a Massimo Scaligero. Fatti simili, ossia l’audace prodezza di compiere tali furti con destrezza, assieme ad altre cristianissime e virtuose “piacevolezze” – e anche più numerosi, ma soprattutto ben più gravi – sono avvenuti subito dopo la morte di Massimo Scaligero e, in maniera continuativa, sino ad anni recentissimi.

Negli anni 1927, 1928 e 1929, Giovanni Colazza partecipò al Gruppo di UR, fondato per iniziativa del pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini, il quale dopo l’esperienza delle riviste Atanòr e Ignis, a causa delle persecuzioni cui era sottoposto si vide costretto ad affidarne la direzione al giovane Julius Evola, che diresse la rivista UR secondo molto discutibili criteri personali, causando non poche difficoltà ed aspri dissensi, provocando in tal modo la fine dell’esperienza di UR. Dietro la suddetta rivista, si celava un gruppo operativo con incontri rituali ai quali partecipò Colazza,  che in quelle riunioni apportava una decisiva forza spirituale capace di animare già con la sua sola presenza – come testimoniò lo stesso Evola, che pure era acerrimo avversario di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia – la “catena magica” di tale gruppo operativo. Fu proprio la modalità rituale di UR quella che Massimo Scaligero mi disse che Giovanni Colazza adoperava nella sua cerchia interna, e che volle descrivermi e trasmettermi.

Sulla rivista, che portava il titolo di UR – INTRODUZIONE ALLA MAGIA QUALE SCIENZA DELL’IO, scrissero personalità del mondo esoterico di varia provenienza, le quali si celavano sotto vari eteronimi. Tra queste, quelle che qui particolarmente ci interessano sono quelle che avevano accolto il messaggio spirituale di Rudolf Steiner, ossia il duca Giovanni Colonna di Cesarò-Krur e Breno (e non Arvo, come scrive erratamente l’evoliano Renato Del Ponte), i poeti Arturo Onofri-Oso, Girolamo Comi-Gic, Nicola Moscardelli-Sirio, e lo stesso Giovanni Colazza, che assunse l’eteronimo di Leo, forse ispirandosi al proprio segno zodiacale. Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, pp. 81-82, così rievoca la loro partecipazione alla prestigiosa rivista: «… nella prima edizione di UR («Introduzione alla magia quale Scienza dell’Io») la figura di Steiner era stata presentata con qualche fedeltà alla sua grandezza: vari brani che si riferivano a un tale apprezzamento dovevano venir tolti nelle edizioni successive e parimenti modificate parti degli articoli di collaboratori dello Steiner: in sostanza i massimi calibri di UR: Leo, Oso, Krur, ecc.».

A proposito dell’azione spirituale di Giovanni Colazza nella prima Scuola Esoterica e in Ur, è necessario ristabilire la verità – la quale deve essere sempre onorata – e correggere alcune affermazioni che appaiono nella Prefazione che l’anonimo editore antepone alla pubblicazione del libro Dell’Iniziazione, Tilopa, Roma 1992, che riunisce l’elaborazione, peraltro molto personale e “creativa”, com’è suo mal vezzo, ch’egli fa del ciclo di 14 conferenze che Giovanni Colazza tenne al  Gruppo Novalis, dal 4 gennaio al 12 aprile 1945, sul libro l’Iniziazione – Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner.

A p. 8 della suddetta Prefazione dell’editore, leggiamo: «Dopo la fine del primo conflitto mondiale, almeno una volta l’anno, G. Colazza si recava a Dornach per visitare il dottor Steiner, cui riferiva di se stesso e del lavoro spirituale presso il Gruppo Novalis da Lui presieduto, e frequentato, fra le numerose e notevoli personalità, da Emmelina de Renzis, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, ecc. nel 1922, Colazza tenne in Roma una serie di incontri riservati intorno ai “Quaderni Esoterici” di Rudolf Steiner».

Quel che scrive l’editore nella sua Prefazione contiene una serie di non verità. In parte esse sono frutto di mera ignoranza, sans arrière pensée, sia da parte sua sia da parte della sua fonte informatrice. In parte, tuttavia, tali non verità dipendono anche da una volontà di épater le bourgeois e di impressionare le pigre anime credule, affabulando poeticamente, e talvolta inventando nomi ed eventi di sana pianta, contando sul fatto che nessuno, dopo quasi un secolo, sarebbe andato a controllare la veridicità di tali affabulanti affermazioni. Ma è stato da parte sua un grave errore, perché vi è sempre qualche lupaccio curioso, rompiscatole e ostinato il quale, invece di “farsi i fattacci suoi”, ha l’improvvida idea di andare a verificare le affermazioni che non gli tornano. Se poi il lupaccio cattivissimo ha il difetto di appassionarsi alla storia dei movimenti spirituali ed iniziatici, di ricercarne i documenti accessibili, meditandovi sopra – parola per parola – per anni, e a volte per decenni, ci si può trovare di fronte a scoperte “scomode” e a situazioni decisamente spiacevoli. Ma procediamo con ordine.

È falso che la baronessa Emmelina de Renzis, sorella dell’ex-Presidente del Consiglio, Giorgio Sidney Sonnino, e suo figlio, il duca Giovanni Colonna di Cesarò, appartenessero al Gruppo Novalis e ne frequentassero le riunioni. Tra i documenti in mio possesso, essi non risultano in nessuna delle varie liste dei membri del Novalis di quegli anni, né di quelli successivi. Una delle liste dei membri è autografa della baronessa Olga de Grünewaldt (così esattamente si firmava), l’amica di Marie Steiner e di Massimo Scaligero. Altri documenti autografi sono firmati direttamente da Giovanni Colazza. La baronessa de Renzis e il duca Colonna di Cesarò avevano un loro gruppo antroposofico a Roma, il Pico della Mirandola, o Roma II, di formazione più recente, che si riunì dapprima in Via Gregoriana 5 e poi in Via Po 9, mentre a quell’epoca il Novalis, o Roma I, più antico, si riuniva in Corso Italia 6, passando in seguito alla storica sede di Via Tevere. Per varie ragioni, che non riguardano il presente articolo, i due gruppi non si frequentavano. Solo dopo la morte della baronessa de Renzis, avvenuta nel 1944, il Gruppo Pico della Mirandola si sciolse e i suoi membri confluirono per la maggior parte nel Novalis, diretto da Giovanni Colazza.

È altresì falso che Giovanni Colazza abbia tenuto una serie di incontri riservati sui cosiddetti “Quaderni Esoterici”, per il semplice fatto che, a quell’epoca, tali “Quaderni” non esistevano affatto. La fonte informatrice del nostro solerte editore evidentemente o non “ricordava” bene o più probabilmente affabulava. I tre “Quaderni Esoterici” vennero raccolti, solo alcuni decenni più tardi, da Marie Steiner, la quale si assunse la coraggiosa responsabilità di renderli pubblici, proprio per salvare il movimento spirituale antroposofico dalla degenerazione parossistica della Società Antroposofica, divenuta un centro di potere di Albert Steffen e dei suoi complici e manutengoli, i quali tutti perpetravano i peggiori tradimenti e misfatti. La pubblicazione dei tre “Quaderni Esoterici”, apparsa in tedesco col titolo Aus den Inhalten der esoterischen Schule, ossia “Dai contenuti della Scuola Esoterica”, avvenne in successione: il primo “Quaderno” nel 1947, il secondo nel 1948, mentre il terzo apparve dopo la morte di Marie Steiner, nel 1949, pubblicazione che suscitò la reazione rabbiosa e imbecille degli antroposofi, oramai ammalati di “steffenite acuta”. Di tali “Quaderni Esoterici”, nella traduzione compiuta da Mario Viezzoli, ho una copia dattiloscritta con appunti e correzioni di mano di Massimo Scaligero. Nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica vi era un rapporto personale tra Rudolf Steiner e i discepoli ch’egli accoglieva nella medesima. I discepoli della Scuola ricevevano dal Dottore esercizi individuali e mantram, che dovevano rimanere personali e gelosamente custoditi. Oltre a questo rapporto personale, vi era un’opera d’insegnamento da parte di Rudolf Steiner in quelle che venivano chiamate esoterische Stunden, ossia “ore esoteriche”, e quindi ore sacre, nelle quali egli trasmetteva – sotto la responsabilità dei Maestri invisibili, come egli stesso più volte apertamente dichiarò, e non sotto la propria – un insegnamento in una atmosfera di forza spirituale di particolare intensità. Durante quelle riunioni rituali, ai partecipanti era severamente vietato prendere appunti, tuttavia essi erano liberi di trascrivere a casa, per esclusivo uso personale, quanto ricordavano col divieto  esplicito di trasmetterlo ad altri, fossero pure essi altri membri della Scuola. Ma solo Rudolf Steiner teneva queste riunioni, ore esoteriche o lezioni di classe: al di fuori di queste riunioni sacrali tenute dal Dottore, non vi erano riunioni comuni dei discepoli della prima Scuola Esoterica, ma solo e unicamente silenzioso lavoro ascetico individuale. Nelle 15000 pagine di documenti editi e inediti della Scuola Esoterica, che mi sono state donati, lettere dei discepoli al Maestro comprese, non si parla mai di riunioni comuni non in presenza di Rudolf Steiner. Di queste cose ebbi numerose occasioni di parlare con Hella Wiesberger, la quale fu colei che non solo pubblicò la versione più completa di tali Quaderni Esoterici, ma fu altresì colei che con amore e competenza curò e pubblicò, per esplicita volontà di Marie Steiner, l’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Hella volle donarmi – con un gesto di grande fiducia e generosità – tutto il materiale, edito e inedito, della Scuola. Le regole vigenti nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner erano molto cogenti e non è punto verosimile né credibile che Giovanni Colazza potesse o volesse violarle. Tanto più ch’egli poteva benissimo organizzare una cerchia di persone dedite alla pratica interiore individuale e comune senza violare le regole della Scuola.

Sempre alle pp. 7-8 della sua Prefazione l’anonimo editore scrive che: «Fu proprio Marie Von [sic] Sivers a presentare Giovanni Colazza a Rudolf Steiner, il quale secondo la testimonianza della baronessa de Grünewald, sarebbe tornato in Italia nel 1911 – dopo le precedenti visite del 1909 e 1910 – espressamente «a conoscere il dottor Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”». Rapidamente Colazza divenne discepolo del dottor Steiner, che lo pose alla direzione del Movimento Antroposofico in Italia, dopo la fondazione del Gruppo Novalis nel 1913. Il Gruppo Novalis fu, per altro, il primo gruppo antroposofico in Italia».

In realtà, Rudolf Steiner venne in Italia una prima volta già nel 1907, anno in cui fece un viaggio a Venezia con Marie Steiner, poi tornò nel 1908, nel 1909, nel 1910, ed un’ultima volta nel 1911.

È falso che Colazza abbia incontrato Rudolf Steiner solo nel 1911, giacché la sua conoscenza personale col Dottore risale ad un paio di anni prima, come risulta anche dalle testimonianze di alcuni discepoli non italiani, come l’inglese Harry Collison, il quale aveva abbandonato a Londra la carriera forense per venire a studiare pittura a Roma e che fu grande amico di Colazza, e con lui partecipò alle conferenze che il Dottore, ospite della Principessa Angelica, svolse a Palazzo del Drago, divenendo poi il traduttore e l’editore, fedele editore nel suo caso, delle opere di Rudolf Steiner in Inghilterra. Così come non è corrispondente ai fatti che la fondazione del Gruppo Novalis sia avvenuta nel solo 1913, né risulta che: «Il Gruppo Novalis di Roma fu, peraltro, il primo gruppo antroposofico in Italia», perché vi erano già gruppi in Italia – allora si chiamavano «logge teosofiche» – per es. il “Leonardo da Vinci” fondato e diretto a Milano da Charlotte Ferreri e Ludwig Lindemann (il quale fondò pure un piccolo gruppo a Palermo, ove Steiner tenne una conferenza pubblica ed una riservata): gruppo che nel 1913 si separò dalla Società Teosofica, come fece pure il Gruppo Novalis, per aderire alla Società Antroposofica di Steiner. Inoltre, io ho una lettera di Mario Viezzoli, spedita da Roma l’8 dicembre 1947, e indirizzata alla Segreteria della Società Antroposofica Universale, nella quale egli dichiara esplicitamente che: «Il Gruppo Novalis venne fondato il 1° giugno 1910 ed in Italia è quello numericamente più rappresentato. La sua attività procede in maniera incessante. […] Già nell’anno 1909 il Dr. Rudolf Steiner fu veneratissimo ospite degli antroposofi a Roma, ove Egli tenne alcune conferenze a Palazzo Del Drago. Durante la guerra gli studi antroposofici vennero proseguiti con la massima alacrità in amichevoli cerchie familiari. Con soddisfazione durante il periodo bellico vennero accolti addirittura diversi nuovi membri. Il Gruppo Novalis come tale non si sciolse mai, malgrado i tempi difficili, e come vivente entità spirituale fiorì per la amorevole intelligente dedizione dei membri esperti più anziani, sostenuti dall’entusiasmo degli amici giovani. […] Appena lo scenario di guerra si spostò verso il Nord, il Gruppo Novalis proseguì il lavoro spirituale in maniera ancora più intensa. Il dott. Colazza tenne conferenze di carattere introduttivo, alle quali seguì l’esegesi del libro “L’Iniziazione”; indi su “Una Via alla conoscenza di se stesso”, “Le massime antroposofiche” e le “Lettere ai membri” di R. Steiner».

Inoltre, è falso che il Gruppo Novalis sia stato fondato nel 1913, anche perché la lettera di Marie Steiner a Colazza, relativa alle riunioni del Gruppo medesimo, è datata 1910 e, con quella lettera donatami da Hella Wiesberger, mi venne data pure la riproduzione della trascrizione autografa di Colazza della versione in italiano del mantram dato dal Dottore per le riunioni del Novalis, trascrizione anch’essa datata 1910.

L’anonimo editore, sempre nella citata Prefazione, a p. 11, afferma: «In merito alla partecipazione alla rivista UR, M. Scaligero ci precisò, in un colloquio personale, che il dottor Colazza non era in realtà l’estensore degli articoli firmati col suo pseudonimo. Egli infatti si limitava ad illustrare gli argomenti al direttore della Rivista, il quale provvedeva poi a redigerli per iscritto».  

Ciò è, una volta di più, rigorosamente falso. Che l’Evola possa – forse – aver funto da “scriba”, non significa ch’egli abbia redatto la stesura degli scritti eventualmente dettati – forse – da Giovanni Colazza. Del resto chi conosce il modo di parlare di Giovanni Colazza, vede bene che sua è ogni idea, sua è ogni parola, suo è il periodare, suo il modo di fare gli esempi, sua la grammatica, sua la sintassi, suo il lessico, insomma suo tutto lo stile. Mentre estremamente diverso è lo stile, riconoscibilissimo, di Evola. Se è vero che Evola ha agito – in maniera scorretta – nei confronti di altri partecipanti del Gruppo di UR, “tagliando e cucendo”, a suo libito, i loro articoli – e questa fu la causa della “rottura” della concordia del Gruppo – non si sarebbe mai azzardato a farlo nei confronti di Colazza (almeno non finché Colazza fu in vita ), di fronte al quale – come mi è stato molte volte testimoniato – «tremava come una foglia, e si comportava come un cagnolino scodinzolante». Personalmente, ho avuto la concorde testimonianza di Amleto Scabelloni, di Romolo Benvenuti, entrambi discepoli diretti di Giovanni Colazza, e soprattutto di Massimo Scaligero, i quali tutti mi confermarono, categoricamente e più volte, che tali scritti erano integralmente di Giovanni Colazza. Ergo, non vedo proprio il motivo per cui dovrei credere alla parola dell’anonimo editore. Egli non se ne dolga, ma ubi maior… Del resto – e se fossi nei panni del nostro affabulante editore ci mediterei a lungo – è curioso come la parola latina fabula volta nella lingua di Dante, e debitamente anagrammata, divenga bufala!

Ritornando alla commemorazione che Mario Viezzoli volle tributare a Giovanni Colazza il 13 marzo 1953, meno di un mese dalla sua scomparsa, a Roma, colpiscono le parole: «Per chi avesse una certa sensibilità, nel suo modo di star ad ascoltare il prossimo si manifestava la Sua grande maturità, il Suo livello spirituale, oltre che la Sua esperienza del mondo. Poteva capitare, per esempio, che andasse da Lui per consiglio una persona piuttosto agitata, che gli esponeva in modo disordinato i casi suoi, e che, di fronte a tutto quel parlare precipitato, Egli se ne stesse quasi del tutto in silenzio. Dopo che l’interlocutore aveva finito il colloquio, se ne andava più tranquillo e, grazie al lavoro tutto interiore fatto dal Dr. Colazza nel “silenzio attivo”, sentisse poi affiorare dalla coscienza quelle risposte che prima, per il suo stato di agitazione, non avrebbe potuto accogliere. Nel dicembre 1944 il Dr. Colazza tenne una conferenza pubblica, con successivo dibattito, nella sala Capizzucchi in Roma, dal titolo “Antroposofia”. Il nostro Amico si presentò in sala con la febbre oltre 39° e dolorante per la riaccensione di una sinusite nella zona frontale. Parlando senza appunti, fece ugualmente un’esposizione che era un capolavoro di chiarezza e di eleganza. Aveva appena finito, che subito scattò veemente a contraddirlo un giovanissimo professore di filosofia. Il tono del contraddittorio era, più che aggressivo, villano; il contenuto delle sue obiezioni consisteva nella pretesa di voler dimostrare come l’Antroposofia fosse nient’altro che una miscellanea arbitraria di tante correnti filosofiche, principali e secondarie. Stanco e sofferente, dopo un’ora di esposizione tenuta ad alto livello, che cosa fece il Dr. Colazza? Umile, calmo, sereno, si limitò a guardare in silenzio il suo aggressore animico. Questi di fronte a tanta superiorità, indignatissimo, con gesto doppiamente villano, si alzò furioso e lasciò frettolosamente la sala. La mattina dopo, però, si precipitava a chiedere scusa al Dr. Colazza! Anche quella volta, pur in condizioni difficili, il “silenzio attivo” aveva prodotto la sua efficacia, consentendo all’altro di oggettivarsi».

La conferenza che Giovanni Colazza tenne a Roma, il 10 dicembre 1944, alla Sala Capizzucchi e alla quale intervenne, con la sua intellettuale e villana albagìa, il non nominato Prof. Porfirio, è quella che fu pubblicata su questo blog, il 5 gennaio 2014. Tale conferenza di Colazza mi venne donata, oltre quarant’anni fa, da un anziano suo discepolo, il quale partecipò personalmente a quella conferenza pubblica del Maestro, nonché a molte altre, e più volte, nei lunghi anni della nostra amicizia, ebbe modo di rievocarla, descrivendomi l’evento. L’ascoltare le rievocazioni che amici più anziani di me mi donavano con le loro vivaci descrizioni, ha sempre prodotto su me uno stato interiore veramente particolare, estremamente lontano da qualsiasi altra sensazione da me conosciuta. Sensazione che si accentuava ancor più allorché era Massimo Scaligero a rievocare, con la sua magica parola, la figura umana e spirituale di Giovanni Colazza. Mi colpiva come Colazza venisse da lui più volte paragonato ad un adamantino Patriarca Chan o Zen, e credo – ma questo è solo un mio pensiero, frutto di una mia personale impressione – che, sia pure per enigmatici accenni, alludesse a un di lui remoto passato. Qualcosa di simile emerge, per altro verso, dalla suddetta commossa e devota commemorazione che Mario Viezzoli tenne a meno di un mese dalla scomparsa del Maestro:

«Più volte il nostro Amico, come tutti coloro che si distaccano dalla mediocrità, fu oggetto di calunnie e di maldicenza. Pur sapendolo, ed anzi, proprio perché lo sapeva, aveva continuato a prodigarsi amorevolmente quale medico e quale amico per i Suoi più autentici nemici, i quali non sospettavano nemmeno che Egli sapesse la loro vergogna. Era difficile sentirlo pronunziare la parola “amore”, per il semplice fatto che Egli era diventato capace di realizzarlo nella forma più alta. A ragione si poté dire di Lui che avesse raggiunto quel grado di perfezione morale cui accenna la Bhagavad Gita con le parole: “Rinunziare al risultato delle proprie azioni”, nel senso di compiere l’azione morale e subito distaccarsene, affidandola direttamente, si può dire, come reale acquisizione del mondo morale, al ministero degli Esseri della Terza Gerarchia.

Tutto quello che possono dire gli amici che hanno avuto la ventura di conoscere e praticare il Dr. Colazza, si può riferire alle manifestazioni della Personalità, mentre ci rimane sconosciuta l’Individualità, di cui abbiamo potuto intuire qualcosa soprattutto attraverso il tono morale della Sua vita e del Suo operare. Ma chi abbia ascoltato le Sue conferenze con una più acuta sensibilità, avrà potuto rilevare il modo del tutto particolare di esporre. Prima di incominciare a parlare, se ne stava alcuni minuti seduto al podio, raccolto in silenzio che rapidamente s’imponeva a tutti i presenti. Si aveva l’impressione che in quel silenzio venisse creata una specie di barriera di protezione contro l’invadenza delle forze del mondo. Poi si alzava calmo e, dopo un’altra pausa, incominciava pianamente l’esposizione. Parlava pacato, senza mai alzare la voce ad alti toni, formando un’atmosfera di attenzione intensa. Il Suo modo di esporre e le Sue pause davano la sensazione che, di volta in volta, prima di parlare, Egli stesse in ascolto, per dare poi veste a quanto aveva udito. Si può dire che in questo si manifestasse una caratteristica della Sua Individualità e di come questa operasse attraverso la Personalità».

Parole, queste, che si collegano a quanto disse di lui Amleto Scabelloni, che poté seguirlo come discepolo dal 1944 al 1953, con immagini che ricordano quanto del Maestro diceva Massimo Scaligero: «Giovanni Colazza appartiene alla rarissima progenie di Maestri autentici capaci di assumere sul proprio anche una parte del destino terrestre, in virtù di una potenza dell’Io capace di operare mediante il silenzio o anche mediante le espressioni rivelatrici di verità, destinate a rimanere inscrivibili, fatte salve alcune eccezioni. Chi lo ha incontrato non può non ricordare le pause di silenzio, talora non brevi, che egli faceva precedere o seguire al discorso […]  Vogliamo di tali pause, non tanto parlare in relazione a certo imbarazzo di taluno che ne trasse motivo di decidere sul modo più sicuro di non volere averne esperienza alcuna in futuro. Di esse invece riteniamo giusto dire ciò che alcuni vi lessero. Questi meritavano di ricevere ciò che si rivelava dal silenzio. […] Vi fu chi vi scorse “la Pace profonda sulla quale poggiano le Gerarchie Celesti”; chi “la sussistenza sospesa nel vuoto”; chi vi riconobbe “il remoto distacco della presenza siderea”, ed altri che videro nel silenzio il simbolo “dell’Essere cinto di silenzio, come è dell’Entità-Guida dell’epoca presente”».  

Il suo esempio, la sua figura di Asceta adamantino, la sua calma, il suo coraggio, la sua fedeltà, la sua generosità, il suo Silenzio indicano il clima interiore necessario e il còmpito posto a chiunque oggi voglia esigere da se stesso la temeraria audacia di realizzare lo Spirito. Con queste immagini voglio chiudere la rievocazione della figura umana e spirituale di Giovanni Colazza, dopo nove settenni dal suo disciogliersi dall’apparire sensibile.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

I MUSCOLI DELLO SPIRITO – Franco Giovi

Immagine

Ora vi racconto in parole la striscia di fumetti riportata in figura:

Un bullo da spiaggia getta sabbia in faccia a un piccoletto. Stanco del suo fisico da spaventapasseri, il piccoletto scrive, acquista un francobollo e invia l’ordine per un corso di Charles Atlas. Poi, trasformato nel fisico, ri- torna alla spiaggia e dà un pugno in faccia al bullo. «Oh Mac – dice la ragazza che ha appena riconquistato – sei proprio un vero uomo!».

Dopo oltre settant’anni da questa pubblicità, sono ancora tanti i ragazzini che acquistano quel francobollo.

Torniamo indietro di cento anni nel tempo. Nel 1903 arriva ad Ellis Island uno smilzo bambino italiano di dieci anni; si chiama Angelo Siciliano. Qualche tempo dopo vede allo zoo delle tigri e crede che la possanza dei grossi felini sia prodotta dalle tensioni e scontri tra i muscoli che s’intravedono sotto la pelliccia. Angelo incomincia a fare lo stesso inventandosi esercizi, che ora chiameremmo isometrici e isotonici, che pratica con ferrea disciplina, diventando progressivamente forte e muscoloso. Vince nel 1922 mille dollari ad una gara di bodybuilding, e con quei soldi inizia a vendere per posta un programma di irrobustimento che diviene famoso a partire dal 1930 con le pubblicità inventate da Charles Roman: la striscia di fumetti descritta.

Bob Hoffman, padre della pesistica americana, sempre alla ricerca di quattrini per sé e per la causa, seguí a ruota Atlas pubblicizzando il suo sistema. Per completezza narrativa segnalo che l’Europa, con vent’anni di ritardo, emulò l’impresa: in Francia con Robert Duranton; in Italia con John Vigna. Sono molte le librerie dei sessantenni di adesso in cui riposa, dimenticato, un libretto intitolato Muscoli e bellezza.

Questi corsi ebbero una vasta e ardente accoglienza tra la moltitudine di ragazzini e adolescenti che desideravano con tutta l’anima essere migliori. Beninteso al livello corrispondente ai valori comprensibili nella prima, insicura, giovinezza. Un tempo il problema dell’obesità giovanile proprio non esisteva (salvo rare disfunzioni ghiandolari). Si era, in genere, piú magri del necessario. Forza e polpa al posto giusto erano grandi obbiettivi, e Steve Reeves, che al cinema interpretava Ercole, era un vero mito! Poi qualcuno arrivava fin negli scantinati chiamati palestre, tra sospiri di balena e clangori di ghisa, e magari diventava grosso e forte davvero. Senza picchiare nessuno. Solo per passione.

A questo punto dell’articolo può sorgere negli amici lettori qualche controllata perplessità. Non sei andato per caso un tantino fuori tema? Presumo di no, visto che l’analogia tra il rafforzamento muscolare ed il pensiero rafforzato, nella Scienza dello Spirito è stata usata spessissimo. Però sappiamo che l’analogia non è il Vero ma è soltanto una tecnica per avvicinarsi alla comprensione del vero. È utile, ma cosa sarebbe qualora divenisse una sorta di giudizio rappresentativo concluso in sé? Come si è letto su L’Archetipo, un amico della rivista ha portato i muscoli nell’anima, anzi, nella psiche e, troppo pessimista o confuso, ha deciso che i muscoli (fisici) servano per massacrare il prossimo (come il coltello serve per tagliar gole) e che analogicamente esistano muscoli interiori utili a dominare il prossimo (“Magari fosse vero!”, penserà in cuor suo per un istante il probo esoterista, brutalizzato in famiglia ogni santo giorno). Il becero motivo causante sarebbe l’egoismo (che la vulgata, a parole e ignorando Stirner, definisce ormai padre di tutti i mali).

Sorrido ma non rido e anzi ringrazio sinceramente il lettore che coraggiosamente ha espresso, magari in termini rudimentali e poco pertinenti, un certo sottofondo di paure ed equivoci che vivono inconsci in molte anime. Sono grato a questo lettore che in questo modo offre occasione per alcuni chiarimenti su aspetti elementari di vita interiore che, come si vede, non sono evidenti a tutti.

Iniziamo da Fu Manchu, dal Dottor Moriarty, da Mister Hyde, insomma dal super cattivo: l’egoismo, manifestazione dell’ego, parola latina che significa io.

Senza sofismi filosofici leggiamo il suo significato corrente: “L’esclusivo amore per se stesso che porta a non tener conto delle esigenze altrui”(1). Perciò “egoista è colui che persegue solo il proprio benessere, il proprio vantaggio, senza curarsi degli altri(2).

Fin qui il dizionario che, mi pare, coglie nel segno con maggior esattezza di chi straparla perché non è muto. Il vero egoista, cari amici, quello strutturalmente egoista e che nemmeno suppone di esserlo, dominato dalla propria natura come tutti gli uomini, può essere mite, educato, formalmente gentile ma non prova alcun interesse per la vostra persona e per le vostre vicende, e non sa nemmeno di non provarlo. Non credo sia peggiore dei frenetici altruisti che furono ben caratterizzati con la fulminante battuta: “Soit mon frère ou je te tue!”, sii mio fratello, o ti uccido!

Ricordiamoci inoltre che l’egoismo ci può anche ricondurre alla sua sorgente, l’ego, l’io degli antichi padri latini e che, nella vita reale di ognuno dei nostri giorni, costui è pure l’intimo punto a cui ci riferiamo rapportandoci a qualsiasi esperienza, sia essa divina o demoniaca o banale; è il riferimento continuo per ogni nostro atto. Molte azioni delittuose vengono perpetrate in una condizione interiore di assenza temporanea del proprio soggetto.

Ora mettiamo in chiaro ancora una cosa. Quasi tutti i lettori sanno, sentono, intuiscono, la differenza esistente tra “ego” e “Io” nel linguaggio spiritualista. Può essere una differenza enorme. Che però (quasi) non esiste nell’esperienza umana comune! Nel continuo flusso di sensazioni e immagini c’è qualcosa, un pensiero, un’intuizione permanente che zampilla identica a se stessa ieri, oggi, domani, all’interno della coscienza. È il continuum della percezione di me stesso o autocoscienza. L’unica pietra miliare da cui è possibile partire per ogni tipo di viaggio: verso la piú nera malvagità o per il radioso infinito dello Spirito o verso il lavoro quotidiano che poi ci dà lo stipendio. Categorizzare moralisticamente la consapevolezza che si possiede e che è del tutto impossibile scansare, è una sciocchezza enorme: di quelle che solo gli spiritualisti sono in grado di commettere. Soffocarla (ammesso che ciò riesca) è un errore che si paga carissimo, perché ci si illude di muoversi da un quid altro-da-sé astratto, senza fondamento, dall’inesistente rappresentato come buono e vero: l’anticamera dell’abisso che il buon senso cattolico popolare chiama lastrico dell’inferno. Et nunc de hoc satis!

Poiché l’analogia di cui ci occupiamo si riferisce in maniera perspicua alla disciplina interiore della concentrazione, osserviamo, per la millesima volta, non tanto l’esercizio nella sua modalità tecnica quanto i suoi presupposti.

Innanzi tutto qualsiasi disciplina decisa e imposta all’interiorità umana presuppone un precedente essersi accostati con cuore, mente e volontà ai contenuti fondamentali della Scienza dello Spirito, che non vanno accettati o respinti secondo il superficiale ed incostante metro della simpatia e dell’antipatia o con insignificante lettura.

A tale riguardo, per non ripetermi, mi permetto una indicazione in tal senso chiedendo l’aiuto di Friedrich Rittelmeyer, discepolo del Dottore e prima guida della Christengemeinschaft: «…avvicinarsi a Rudolf Steiner. Bisogna poterlo leggere liberamente, con un’imparzialità assai piú grande di quella necessaria verso altri scritti, per evitare sia un inconsistente accordo sia un precipitoso rifiuto; occorre, in completa tranquillità d’animo, lasciare come sospesi gli interrogativi, senza decidere niente, atten- dendo senza agitazione e nervosismo che le proprie inveterate abitudini inizino a cedere.

Bisogna poter leggere attivamente, mettendo senza sosta ciò che si legge alla prova della vita, e la vita alla prova di ciò che si legge, per assicurarsi un solido appoggio che resista alle invadenti ondate delle tante e nuove affermazioni.

Bisogna infine poter leggere meditativamente, intercalando senza posa delle pause ben prolungate, riproducendo, per cosí dire, in se stessi, ciò che si è letto, e ascoltando con profonda serenità e con una libertà spoglia di pregiudizi quello che il vostro spirito e la vostra vita vi comunicano. Non fare ciò, significa abbandonare ad altre generazioni la cura di riscoprire lo spirito e la stessa vita racchiusa in queste opere»(3).

Aggiungo che viviamo in tempi spiritualmente molto piú difficili se confrontati a quando Rittel- meyer scrisse queste righe. Ora il pensiero impotente, ossia il flusso dialettico, è divenuto una forza autonoma che si sta distaccando dalla coscienza dell’uomo. Ora, in realtà, l’Opera dello Steiner diviene tanto piú incomprensibile ai livelli che le sono propri quanto piú appare del tutto abbordabile ad un pensiero privo di concetti e della vita di questi. 

Non si comprende piú cosa sia il comprendere. E la dignità della conoscenza cede il posto alla lettura “gradevole” o sgradevole (questo fenomeno verso il basso non coinvolge solo i settori “sacri” della conoscenza, ma persino la capacità di formulare pensieri coerenti con semplici dati sensibili: si osserva, per restare in famiglia, che nella lettura dell’Archetipo qualche lettore, per cosí dire, dove ci sia scritto trave pensa grave e rimane poi convinto del proprio “pensiero”). 

Se ci rapportiamo con un’analogia di profondità nell’impossibile misurazione del livello interiore, siamo in fondo al pozzo, e la Concentrazione non sviluppa “muscoli psichici”, ma al suo minimo denominatore è il pezzo di corda per arrampicarsi fuori, per non morire laggiú, nel buio e nel fango. 

Fuor da metafore, la vivificazione del pensiero che può verificarsi con il lungo e paziente esercizio, permette un accesso coerente alla comprensione della Scienza dello Spirito qualora la si voglia intuire nella sua altezza oltre la facile (?!) leggibilità della carta stampata. 

Resta da ricordare che la Concentrazione può contenere, nel suo approfondimento o intensifica- zione, l’intero cammino interiore per la reintegrazione cosciente nello Spirito. Per i vari aspetti del suo significato rimandiamo a qualunque testo di Massimo Scaligero, nel caso in questione magari sottolineando Il Trattato del Pensiero Vivente, L’Avvento dell’Uomo Interiore ed il Manuale pratico della Meditazione. 

Fuori dall’ “in sé” del suo proprio contenuto, è importantissimo anche il suo piano d’appoggio: quando il ricercatore decide di fare la concentrazione e la fa davvero, compie il primo atto libero e cosciente della sua vita. Inizia, con un atto “semplice”, a sperimentare la Libertà, e se ciò a qualcuno sembra un’inezia non credo sensato aggiungere qualcosa. 

Fare la Concentrazione, ovvero occupare tutto il pensiero con un chiodo o un tappo, indipenden- temente dalle bollette scadute, dal tradimento perpetrato dalla moglie (o dal marito) un’ora prima, dalla zanzara che ci ronza nelle orecchie, dall’emicrania incipiente, dallo stadio terminale della malattia, dall’idea grandiosa che vorrebbe la coscienza per sé, insomma da qualsiasi Tragico, Irresi- stibile, Luminoso o Doloroso che sia, è il principio della forza del pensiero che, per l’appunto, psichico non è, perché funziona indipendentemente dalla situazione corporea e dai suoi echi interiori, ossia istinti, sentimenti, inclinazioni e simil-pensieri. Come anche lei, caro lettore, potrebbe controllare da sé, qualora volesse sperimentare la concentrazione in una qualsiasi delle condizioni indicate (o nel milione di altre possibili). E provando scoprirebbe anche che il massimo dello sforzo egoistico del- l’attenzione protratta si trasforma, per magia del volere, in uno stato di impersonalità in cui si è abbandonato tutto il proprio mondo: tutte le forze e i valori di cui l’ego si alimenta per esserci e dominarci. 

I restanti esercizi descritti o tradotti per i lettori dell’Archetipo si rivolgono in primis ai ricercatori che conoscono sul serio almeno gli scritti fondamentali di Rudolf Steiner e che hanno sviluppato capacità e maturità nella pratica degli esercizi basilari della concentrazione e della meditazione. 

Nessuno ha il diritto di lamentarsi col dire che tutto ciò limita a pochi certe informazioni, come ben pochi si sognerebbero di criticare la matematica di integrali e derivate a causa delle proprie carenze in tale disciplina. 

E se qualcuno insistesse nell’affermare che tutto questo corpus di discipline rimane comunque orientato verso il mero perfezionamento del singolo, saremmo costretti a rispondere che costui non sa di cosa parla, almeno per due motivi. Il primo consiste nel fatto che carattere precipuo degli esercizi occulti è lo svelarsi del loro significato o essenza soltanto nella pratica, e proprio per nulla sulla base della semplice lettura e della deduzione intellettuale. Il secondo è ancora piú profondo. Siamo, anche da incarnati, esseri spirituali, e non sopportiamo troppo a lungo la sola esperienza fisica. Dobbiamo ritornare ogni giorno nei Mondi Spirituali. Per l’uomo non iniziato la porta è il sonno. Se non dormiamo, moriamo in pochi giorni. Se non sogniamo moriamo in pochi giorni. 

Per l’uomo comune il sonno corrisponde quasi sempre ad un oblio totale. L’esoterico giunge a speri- mentare intensi momenti di risveglio in stati (mondi) nascosti dalle tenebre dell’incoscienza. Gli si donano esperienze che illuminano e trasformano ciò che nel mondo sensibile appare stanco e ovvio. Mi permetto di raccontare, a grandi linee, un’esperienza per certi versi può valere come un’indicazione rispondente a molte e ripetute domande dei lettori. Consiste nella percezione dell’incomparabile bellezza, del tutto individuale, dell’archetipo spirituale di ogni singolo essere umano; nessuno escluso. È l’immagine di come ognuno dovrebbe essere, per essere compiutamente se stesso: raggiante di tutte quelle qualità sminuite, rovesciate o perse per strada quando si raggrinza e si mutila nella parzialità del corpo sensibile. Tanta è la perfezione morale dell’immagine spirituale, tanta la sua nobile bellezza che il (nostro) sentire diventa adorazione del Sacro. Tornando alla vita e alla coscienza di tutti i giorni si scopre l’impossibilità di coltivare qualsiasi forma di antipatia per gli esseri umani riconosciuti nello Spirituale e, anzi, si impara, con una tecnica appresa attraverso l’impressione avuta nell’esperienza soprasensibile, che una zona dell’anima può attivarsi come un senso nuovo verso l’immagine con cui gli altri esseri umani ci appaiono: possiamo vederli apparire dalle nebbie del sensibile come delle percezioni donateci dal Divino, come Rivelazioni. L’Opera è simile all’innamoramento ma non giunge da fuori, stordendoci. Fluisce trasparente come nostra pura attività di conoscenza sacra o amore del tutto estranea sia al nostro essere personale che alle ciance altruistiche, filantropiche, sentimentalistiche, che sono una parte dello sghignazzo corale degli Ostacolatori, mimetici abitatori della nostra anima e micidiali avversari del sano divenire dell’Umana Gerarchia.

 

Franco Giovi

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(1)F. Sabatini – V. Colletti, Dizionario italiano, Editrice Giunti, Firenze 2004.
(2)idem.
(3)F. Rittelmeyer, Meine Lebensbegegnung mit Rudolf Steiner, Verlag Urachhaus, Stuttgart 1928. 

Per gentile concessione de L’ Archetipo

SCIENZA DELLO SPIRITO

RIFLESSI DEL DIAMANTE – Franco Giovi

Sul finire degli anni ’60, già diversi ricercatori, perlopiú giovani, avevano trovato nei libri di Massimo Scaligero un riferimento di destino, spesso dopo lunghe e sofferte peregrinazioni tra le nebbie di lontani santuari.
Per chi superava alcuni ostacoli interiori e le feroci critiche (viste in retrospettiva erano di una ottusità impressionante) che da fronti opposti e persino da “amici” venivano lanciate sulle “preoccupanti prese di posizioni” dell’Autore, non era irrealizzabile l’incontro diretto con Massimo Scaligero.
Anche quando ci si sentiva in una certa misura intimiditi dal sentimento della sua grandezza, egli accoglieva fraternamente il visitatore, elevando, se possibile, l’anima di questi ad un eccezionale “meglio di sé”; in sua presenza emergeva un livello interiore difficilmente raggiungibile dopo decenni di inappuntabili discipline esoteriche.
Si sperimentava il risultato di ciò che è possibile allo Spirito piú che agli esercizi.
Con l’andar del tempo, la relazione con Massimo Scaligero poteva anche passare per momenti personali e simpatici. Talvolta, pur trovandosi a Roma per un sol giorno, si pranzava e si passeggiava insieme. In questi casi una lieta spontaneità era ben accetta. Del resto, come molti sanno, Scaligero possedeva un formidabile senso dell’umorismo.
Durante una mezz’ora, rubata ai tanti e onerosi compiti, un giovane vivace che si lamentava dell’asprezza del lavoro interiore, piú faticoso che luminoso, espresse a Scaligero, con una frase, un infantile sentimento d’invidia, a onor del vero provato da molti ma taciuto da tutti: «Beato te, che sei già iniziato!». L’atmosfera intorno a Massimo mutò letteralmente ed il Maestro, senza sdegno o irritazione, ma permeato da una severità assoluta, rispose: «Non devi dire cose del genere, sono sbagliate. In quanto a me, non c’è momento in cui non possa tradire». Come da un portale appena socchiuso, sentimmo per attimi l’ombra di un immenso dolore e dell’inconcepibile lotta che Massimo Scaligero affrontava senza interruzione dietro il fragile teatrino della parvenza.
Dopo oltre trent’anni, chi non si è arreso ma combatte ancora sulla linea del fuoco, seppur con forze non paragonabili, ha molto sperimentato ma ha anche spesso tradito, non riuscendo a mantenere la destità e la coerenza verso gli apici di Luce che lo Spirito a volte, donando, richiedeva.
Dalle rovine della presunzione personale spesso abbiamo dovuto, faticosamente, ricominciare tutto daccapo.
Perciò, a quell’essere in noi che non mente, chiediamo ogni giorno che ancora ci è dato, se la Trasmissione sia sempre viva e verace, se il filo non sia occultamente spezzato, e ricapitoliamo, in sintesi di puro pensiero, ogni luminoso segmento dell’interiore mandala dell’Insegnamento.

Quando si è giovani è possibile venir spinti verso l’Occulto da una vocazione “magica”, ossia verso un’ascesi che si protende naturalmente ad affermarsi nelle profondità della vita. Una tale vocazione è antica ed immutabile, perché lo Spirito giunge sino al minerale e oltre, chiedendo all’apprendista, come istinto spirituale, di congiungersi con le forze creative tessenti nei cieli della corporeità.
Perciò diverse correnti spirituali intuiscono quale sia la materia dell’opera ma non la Via.
Occorre anzitutto stabilire una gerarchia di rapporti: Io – Psiche – Corpo.
Partire dall’Io è faticoso perché si vive con la penosa sensazione di dover sempre ricominciare tutto, è un sentirsi senza appoggio in nulla.
Perciò l’istinto rifugge dall’Io, cerca la psiche, il sentimento personale, la sensibilità corporea in cui può trovare tutti gli appoggi che cerca.
L’asceta, appoggiandosi alla psiche, può tentare di tutto, persino lo yoga originario, sforzandosi di giungere all’“arresto delle funzioni mentali”, ma ignorando che per Patanjali ed altre figure illustri piú recenti, la mente è assimilabile all’attuale psiche.
Da ciò deriva la necessità di molteplici operazioni psicofisiche, mentre l’Io viene ricacciato nella trascendenza: Io che nell’uomo moderno è immanente alla sua attività pensante. Perciò le strade fuori tempo non possono che smorzare la desta coscienza di veglia (in tali condizioni si offrono copiose visioni interiori ma in un indotto stato di mezzo tra veglia e sogno), subordinando il pensiero a potenze corporee anche formidabili ma di cui si diviene veicoli. Medianità yoghica o magica.

Il primo incantato limite da superare è il potere del dato, preesistente ed eterno, quale che sia: fisico o spirituale, visibile o invisibile, in quanto il dato non è opera nostra, viene da sé, poiché per l’attuale grado di veglia il moto del pensiero gli è asservito, divenendo passivo strumento del dato.
Completamente diversa è la situazione nella quale il dato viene costruito da noi, è il nostro stesso pensiero (concentrazione). Sorge come ogni pensiero, ora esso è il nostro pensiero ossia la nostra volontà: come in un punto l’Io (e tutto il Mondo Spirituale) comincia a vivervi.
Si osservi che anche in tal senso le varie vie allo Spirito sono un nulla, perché si pongono come dati psicofisici, eludendo l’attività ideale nella quale è presente l’Io.
Ogni dato non risolto, non risorto in idea, è solo un dato della natura, ossia di ciò che si oppone allo Spirito; ogni sensazione fisica o parafisica è soltanto il limite di un’idea che non si è ancora capaci di pensare: dunque è decisivo afferrare il moto, l’essere del pensare.
Il pensiero è l’unica realtà dell’uomo che non può affermare di non essere senza essere: ogni tentativo di prescindere dal pensiero è sempre un suo atto, ogni sua negazione è una sua affermazione.
Affermata la realtà di qualcosa fuori da ogni pensiero, non ci si accorge di aver affermato il pensiero che una realtà è altrove.
Se, ad esempio, il mistico pensa un paradiso oltremondano al di là dal pensiero ed il materialista pensa un mondo materiale privi di pensiero, ecco manifestate due opposte concezioni di pensiero che concepiscono univocamente il reale diverso dal pensiero che tuttavia le pensa.
Praticamente occorre pensare attivamente per accorgersi di pensare, e soprattutto per giungere all’osservazione del pensare che facile non è, sebbene sia soltanto l’estensione del metodo dell’osservazione scientifica ad un oggetto insolito, poiché quando parliamo di pensiero intendiamo l’assolutamente terso pensare che “deve essere interamente voluto” da noi.
La natura non ci aiuta, e per giungere ad un risultato d’osservazione occorre una specifica disciplina chiamata concentrazione, che non deriva propriamente da un chiuso sistema esoterico, essendo piuttosto l’estrema conseguenza logica della scienza moderna, attuata. (Per quanto concerne ogni approfondimento sul senso e modo di tale tecnica rimandiamo ai molti ed esaurienti testi di Massimo Scaligero).

Nell’ordinaria inversione delle forze che veicolano la struttura umana, il corpo e la psiche non favoriscono ma combattono contro la concentrazione, la cui caratteristica saliente è l’assoluto estracorporeo. A tale condizione dovrebbe tendere il ricercatore cosciente. La minima tensione corporea o l’inerenza alla sensazione è sempre il corrispettivo di una carenza spirituale.
L’“adamantino”, spesso evocato nelle parole di Massimo Scaligero, è il puro estracorporeo realizzato nel pensiero.
Perciò la concentrazione non va soltanto “fatta”, ma anche tentata con la massima indipendenza, che il corpo e l’anima siano stanchi o malati o tesi. Grado indispensabile dell’ascesi è il giungere ad abituarsi ad un pensare che si esprima con autonomia quale che sia la situazione psicosomatica: la concentrazione deve venir compiuta anche quando il corpo è scomodo o mentre si vive un proprio dramma o, ancora, sotto il pungolo di qualsiasi azione urgente.
Provate ad immaginare un terribile leone che corre verso di voi: non fuggire, non nascondersi, non avanzare a combatterlo mentre vi sta raggiungendo, ma sedersi (o rimanere in piedi ad occhi aperti, non ha alcuna importanza) e ricostruire il concetto di chiodo, di tappo ecc.. Questa sarà la prima azione propriamente umana che un individuo può compiere.
Con esempi del genere che paiono forse eccessivi, ci sforziamo di caratterizzare un agire interiore che contrasta le note direzioni dell’anima. Simili rappresentazioni non sono propriamente conoscitive ma valgono come orientatrici e rafforzanti per intuire l’indispensabile livello. Occorre con una certa urgenza afferrare la ferma comprensione che un pensiero, un pensiero qualsiasi, come ad esempio una semplice formula matematica, può essere pensato in qualsiasi situazione. Si può veramente immaginare il rapporto tra lati ed angoli di un triangolo mentre si sta seduti nel proprio studio o legati alla sedia elettrica.
Non è impossibile: con ferma disciplina ciò che oggi pare inattuabile sarà realizzato domani.
Siamo consapevoli che la liberazione eterica del pensiero non si improvvisa, tuttavia è realmente possibile da subito attingerla sia pur per brevi momenti, nella retta concentrazione.
Anche se la retta concentrazione è difficile, rimane tuttavia la strada piú breve e senza vere alternative: finché la coscienza si identifica nel pensiero ordinario, chiamato anche pensiero riflesso, si è sempre dominati dal senziente corporeo.
Si superi per intensificazione cosciente tale pensiero, si conquisti la corrente del pensare, allora si è nell’Io, perciò in relazione con il vero astrale, con il vero eterico, con il vero corpo.
Solo allora è permesso congiungersi con le Forze che dominano il corpo, in primis con la corrente che ascende dal cuore al capo.
Per questo occorre ravvisare la condizione vera, non i retaggi spirituali ma l’atto interiore che nel nostro passato mai è stato compiuto: il vero sâdhanâ della nostra epoca.

Franco Giovi

 

per gentile concessione di

http://www.larchetipo.com/2002/set02/maestroeopera.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO

TEOSOFIA

 Teo

Racconto un breve fatto avvenuto oltre quarant’anni fa. Discutevo amichevolmente con il parroco di una parrocchia molto influente. Costui era giovane e simpatico, dirigeva la chiesa e le molte attività connesse con vivacità ed intelligenza. Parlavamo di religione. Io gli feci notare alcune contraddizioni che appaiono nei vangeli canonici. Lui si arrestò: quasi sentii il lavorio delle sue “cellulette grige” per dirla alla Poirot. Poi, sorridendo mi rispose con un tono di scusa: “ E’ troppo tempo che non leggo i vangeli, da quello che mi ha detto, dovrei riprenderli in mano”. E ci salutammo da amici.

Ho narrato questo episodio perché mi piacerebbe sentire qualcosa di simile da parte di coloro che hanno intrapreso la via della scienza spirituale. Più esattamente ho sentito qualcosa del genere, però non troppo spesso, da persone che da molti anni calcano questo sentiero. Essi si accorgono che, ripresa la lettura di testi rimasti a prender polvere, la comprensione di capitoli, pagine e singole righe è cambiata. Anche molto.

Questo è un esempio sperimentabile della circolarità della ricerca. Fin dai tempi del mito, l’eroe attraversa mezzo mondo, grandi avventure e difficili prove per poi ritornare a dove tutto ebbe inizio ma con i grandi cambiamenti che hanno forgiato a nuovo la sua anima.

Molti invece, salpata l’ancora, lasciato il porto (e dimenticato a casa il portolano), si avventurano all’orizzonte, vengono rapiti da tripudio panico o da inconsci meccanismi e dimenticano ciò che può dare senso e certezza all’incursione nell’illimitato mare.

Perché dico questo? Beh, uso il rasoio d’Occam personalizzato e posso dire di non aver (quasi) mai inteso bocca che pronunci la parola “spirito” senza che questa esca morta come un pesce appeso da giorni oppure – più raramente – accompagnata da un paio d’occhi spiritati o lucidati da un recondito orgasmo su cui non desidero indagare. In ambedue i casi la suddetta parola è priva di un contenuto che dovrebbe esserle più appropriato. Ciò non è “cosa da nulla” qualora provenga da sé dicenti discepoli della scienza spirituale.

Così non mi sono ancora spiegato sufficientemente.

Prendiamo in mano un testo base della scienza spirituale: il libro non voluminoso che il Dottore ha intitolato “Teosofia”. Esso, a leggere una delle introduzioni riportate, per l’Autore (e per chi lo leggesse) non è una cosa tra le tante. Scrive lo Steiner: “Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile”. Dunque con queste parole, non casuali, il Dottore avverte – visto il ruolo della Filosofia della libertà per una Scienza dello spirito – che il testo è importante e per qualcuno fondamentale. Posto a fondamento.

Allora? Dobbiamo fare molta attenzione che una prosa semplice non induca ad una semplice lettura. Dal XXXIII capitolo de La mia vita mi permetto di estrarre alcune righe (in caso contrario sarei costretto a ricopiare l’intero capitolo, comunque chi vuole può leggerselo per intero): “A chi abbia letto le spiegazioni precedenti, prendendo solo conoscenza del loro contenuto, le verità che vengono presentate ora sembrano semplicemente affermazioni arbitrarie. Diverso è il caso per colui la cui esperienza di idee abbia subìto un rafforzamento in seguito alla lettura di ciò che era stato esposto in connessione con l’osservazione del mondo sensibile”.

In questa ultima frase ritroviamo quanto, nel primo capitolo di Teosofia, guida la semplice e attenta osservazione: dalla “ordinaria” esperienza che attraversa la nostra vita nel mondo sensibile ai concetti corrispettivi di corpo, anima e spirito.

Allora ritorno a quanto ho scritto sopra. Per quale motivo si può parlare e straparlare di gerarchie o di fantomi mentre incontriamo il vuoto quando si tratti invece di concetti sperimentabili – a noi intimi e presenti – come anima e spirito? Sì, è possibile, partendo dal sensibile, giungere ad un concetto nitido e cosciente di “spirito”.

Se fossimo costretti ad ammettere che da quelle parti c’è il vuoto, su cosa reggerebbe il resto dell’edificio?

Evidentemente è possibile essere ciarlatani anche presumendo il contrario. Il mondo delle parole vuote.

Contro cui Scaligero spese interi capitoli dei suoi libri e che il Dottore aborriva: non esiste una sua opera che non poggi scrupolosamente sul reale, sperimentabile da ogni sana costituzione umana. E non c’è pensiero che, elevandosi, partendo dalla attenta osservazione della realtà, non segua poi il tracciato della concatenazione logica e dell’obbiettività scientifica. Ciò esige dal lettore una fatica di pensiero ardua. E già questa sembra merce rara. Il primo gradino della conoscenza spirituale su cui sembra difficile salire.

Il Dottore prosegue: “…ma un libro antroposofico giustamente composto dev’essere un risvegliatore della vita spirituale nel lettore, non una somma di comunicazioni. Il leggerlo non dev’essere una semplice lettura, ma un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni. So bene quanto ciò che ho dato nei libri sia lontano da suscitare, per sua propria forza interiore, una tale esperienza nelle anime che li leggono. (…) Ma solo questo stile può essere un risvegliatore: poiché il lettore deve suscitare in se stesso il calore e il sentimento: non può lasciare che, in uno stato di coscienza smorzata, essi vengano a lui semplicemente “travasati” dall’autore”.

E’ certo il bisogno, per il lettore, di un “approfondimento rafforzante che si raggiunge per mezzo degli esercizi”. Chi segue ora le indicazioni date da Massimo Scaligero non dovrebbe avvertire in ciò un ostacolo insormontabile.

In effetti, come ho detto e ridetto in altri momenti, Scaligero e prima di lui il dott. Colazza, davano immediatamente ai ricercatori alcuni esercizi (prima tra tutti, la disciplina della concentrazione) e mi risulta dalle testimonianze trasmesse, che anche il Dottore usasse questo approccio con molti tra coloro che poi divennero suoi discepoli.

Dalle castronerie che fioriscono in ogni stagione pare che pochi abbiano nell’anima la virtù della intellettuale modestia che aiuta l’asceta o il ricercatore a scorgere la limitatezza del proprio intelletto: in questo senso i dotti possono avere più difficoltà di altre persone.

Poiché qui non si tratta di sapere questo o quello ma di usare il pensiero, ovvero l’organo interiore che partecipa, quale indispensabile elemento, alla conoscenza umana e che, simultaneamente, opera in ciò che è eterno.

Alcuni tendono a sottovalutare il pensare e a porre più in alto “l’intima vita del sentimento”. Dicono che alle cognizioni superiori non ci si elevi per mezzo di ”arido pensiero”, bensì mediante il calore, la forza immediata del sentimento. Quelli che parlano così temono che un pensiero chiaro smorzi i sentimenti. Nel pensare quotidiano, rivolto solo alle cose utilitarie, avviene certo così. Ma nel caso di pensieri che guidano alle regioni superiori dell’esistenza accade l’opposto. Non esiste alcun sentimento o entusiasmo che, in fatto di calore, bellezza ed elevatezza, sia paragonabile ai sentimenti accesi dai puri e cristallini pensieri che si riferiscono ai mondi superiori. I sentimenti più alti non sono quelli che si presentano “da sé”, ma quelli che si conquistano con un energico lavoro di pensiero”.

Allora, cari lettori, nel testo su cui abbiamo puntato l’attenzione, quale potrà essere “un energico lavoro di pensiero”? Non occorre nemmeno proseguire oltre il primo capitolo di Teosofia per porsi questa domanda.

Mi pare che le mezze misure siano brutalmente assenti: se si legge il capitolo come si fa con “una semplice lettura” cosa succede e cosa rimane? Non succede proprio nulla ed al massimo si giunge a ricordare una scaletta di elementi che sono, più o meno, solo parole.

Oppure si evoca in immagini ciò che ad ogni parola corrisponde e si unisce immagine con immagine senza tralasciare nemmeno una congiunzione. Questo è arduo già nei limiti di poche pagine, dunque è un lavoro possibile a piccoli o piccolissimi passi: occorre tempo e fatica per completare l’intero capitolo (uso la parola immagine nell’accezione in cui essa contenga il proprio contenuto concettuale e non immagine come svolazzo casuale di farfalline cerebrali).

Già questo lavoro, se rigoroso, permette – come scritto dal Dottore – l’accendersi di intense impressioni nell’anima: forti e puri sentimenti. Gli faccio da modesto eco: non quelli che ascendono dalla caotica oscurità corporea: questi sono fiamma accesa dalla luce. Nascono come preludio delle altezze.

Quando ci si sia familiarizzati con le singole parti costitutive, l’anima stessa avverte che ciò non basta: l’uomo è sintesi.

Lo sforzo successivo allora diventa il riunire ogni parte pensata e sentita, in un’unica sintesi. Il fatto che si possa avvertire – quasi fosse sensazione fisica – come il pensare si tenda ben oltre l’ordinario, che venga come strappato dai noti ormeggi, dev’essere esperienza.

Solo in questo caso l’anima comprende d’aver avviato un processo meditativo che stacca una parte di sé dal sensibile. Basta un attimo ma è un attimo che “funziona” anche per i capitoli successivi. Intemporalità che vale lungo i tempi.

In nessun capitolo successivo troviamo l’identica forma di percorso. Ogni capitolo offre un modo di percorrerlo diverso, la maggiore difficoltà che è possibile incontrare è bilanciata dalla capacità sviluppata precedentemente.

Come in ogni attività disciplinata, l’esperienza precedente non ci rende meccanicamente più capaci ma la familiarità con stati non usuali del pensiero e dei corrispondenti sentimenti ci offre maggiore abilità per continuare l’impresa. Questa ora sta alla lettura ordinaria come la scalata dell’Everest sta a fronte di una foto del gruppo di monti: c’è un certo riconoscimento ma trattasi di esperienze completamente diverse.

Se qualcuno mi ha seguito fin qui, potrà chiedersi a buon diritto se il paziente e deciso operatore si trova tra le mani un libretto oppure un laborioso tratto della propria vita. Datevi da soli la risposta.

Ecco che i capitoli finali (quelli più controversi nello stile, apparentemente assertivo) si articoleranno come forza a malapena trattenuta: qui le immagini ed i concetti sono come porte che quasi non riescono ad ostacolare l’abbagliante luce che trapela. Qui l’anima può avvertire il timore di aprire tali porte: è prova di quanto coraggio e amore si possiede davanti al rischio della visione del mondo spirituale. E’ l’interiore sconvolgimento di cui scrive il Dottore. Davvero l’anima può venire scossa. Il ricercatore scopre quanto sia più facile coltivare la virtù dell’umiltà a confronto dell’assenso alla grandezza e alla potenza che può riempire l’anima.

Senza una disposizione di destino o una saggia maturazione dell’anima, so di accennare a qualcosa che appare (troppo) difficile.

Ma, chiedo ai lettori, da quando e da dove è spuntata la fantastica opinione che le vie iniziatiche siano “facili”?

Il fatto che una corrente esoterica sia stata resa attuale, cioè rispondente alle modificazioni occulte dell’uomo, preparate da centinaia d’anni di trasformazione della sua coscienza e che le indicazioni esoteriche possano venire comunicate in diverso modo, ossia conformi alle modalità di vita culturale e sociale in cui è pur possibile il discepolato, non ha diminuito di una virgola le difficoltà di una vera via iniziatica. “E‘ arduo passare sulla alata lama del rasoio”, recita la Kaţha-upanishad. E’ solo che l’arduo si è trasferito nel campo del Soggetto, nella libera sfera dell’Io pensante: perciò si può scegliere in gran lusso: la realtà o le sceneggiate.

Riguardo al tema di queste righe, mi pare di aver letto che Steiner, con Carl Unger si comportò in questa maniera: come talvolta accadeva, apparentemente incurante del batticuore del giovane ingegnere, sprecò poche parole e nessun incoraggiamento. Nemmeno un vero e proprio incontro seppure breve. Gli diede una copia di Teosofia e gli disse di tornare quando (e se) fosse stato pronto. Unger, se ricordo bene, tornò – passati più di tre anni – con i mutamenti interiori idonei ad un discepolato occulto.

Un quadro indicativo sin nei particolari, non vi sembra?  

SCIENZA DELLO SPIRITO

NATIVITA' – di Édouard Schuré

dic2008-2

(Natività-Francesco Filini)

Il Cristo è piú di un Bodhisattva e piú di un Buddha.

È una potenza cosmica, l’eletto dei Deva, il Verbo solare stesso, che doveva entrare in un corpo una sola volta per dare all’umanità il suo piú potente impulso.

Uno Spirito di tale levatura non poteva incarnarsi nel grembo di una donna e nel corpo di un bambino.

Questo Dio non poteva seguire il cammino cui anche i piú grandi uomini sono costretti, cioè la severa trafila dell’evoluzione animale che viene ripercorsa con la gestazione materna.

Non poteva subire il temporaneo eclissarsi della coscienza divina che è la legge ineluttabile di ogni incarnazione.

Un Cristo direttamente incarnato nel seno di una donna avrebbe fatto morire la madre, come Giove fece morire Semele, madre del secondo Dioniso, stando alla leggenda greca. Egli aveva bisogno, per incarnarsi, di un corpo di adulto, di un corpo che si fosse evoluto da una razza forte fino al grado di perfezione e di purezza degno dell’Archetipo umano, dell’Adamo primitivo modellato dagli Elohim nella luce increata all’origine del nostro mondo.

Questo corpo lo forní il popolo ebraico nella persona del maestro Gesú, figlio di Maria.

Ma occorreva che dalla nascita fino all’età di trent’anni, epoca in cui il Cristo doveva prendere possesso della sua dimora umana, il corpo del maestro Gesú fosse plasmato e armonizzato da un altissimo Iniziato, e che un uomo quasi divino offrisse la propria persona in olocausto, come un vaso sacro, per ricevere il Dio fatto uomo.

Qual è il grande profeta, certo illustre nei fasti religiosi dell’umanità, cui toccò questo compito straordinario?

Gli evangelisti non lo dicono, ma il Vangelo di Matteo lo lascia intuire chiaramente nella piú suggestiva delle sue leggende.

Il bambino divino è nato nella notte profumata e calma di Betlemme, mentre sui monti neri della Giudea grava il silenzio. Solo i pastori odono le voci angeliche risuonare sotto il cielo stellato. Il bambino dorme nella mangiatoia. Sua madre estasiata lo cova con gli occhi. E quando lui apre i suoi, Maria si sente profondamente penetrata, come da una spada, da questo raggio solare che la interroga con paura. La povera anima stupita che viene da altri mondi, getta attorno a sé uno sguardo sgomento, ma ritrova subito il suo cielo perduto nelle pupille vibranti della madre e si riaddormenta d’un sonno profondo.

 

Édouard Schuré

Da:  Evoluzione divina, Tilopa, Roma 1983, p. 249

per gentile concessione de L’ Archetipo 

SCIENZA DELLO SPIRITO
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