Maggio 2016

L’ARCHETIPO – GIUGNO 2016

FERMARE IL MONDO: IL SILENZIO (di F. Giovi)

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(Madonna del Silenzio, c. 1538, Michelangelo Buonarroti)

Come i lettori non occasionali dell’Archetipo sanno da molto tempo, lo scopo di queste note è, nella loro modesta forma, un costante invito formulato in storie, riflessioni e indicazioni pratiche per chi vorrebbe aprirsi un varco verso la sperimentazione del sovrasensibile. Certo che il titolo di questo articolo, almeno per chi ha letto molto, si presenta discutibile, poiché “fermare il mondo” è un’immagine che ho preso in prestito da chi fu, per un certo periodo, maestro di Carlos Castaneda. So bene che a Scaligero quei libri non piacquero e che considerò confusionarie le esperienze e le dottrine esposte, specie se rapportate al superiore livello di visione e conoscenza attuato attraverso la Via del Pensiero. So anche che Massimo Scaligero non si sarebbe affatto scandalizzato se gli avessi raccontato che verso molti dialoghi di Don Juan la mia disponibilità interiore non risentiva di trascorse affinità o che vedeva il sommo bene in una via antica e sciamanica ma, molto piú sempli- cemente, avvertivo in diverse osservazioni e comunicazioni dell’anziano sciamano, l’interiore vitalità della corrente spirituale a cui apparteneva. Ciò per me era piú importante della complessiva valutazione critica. In taluni ambienti che verso Scaligero e la sua Opera avevano già stabilito i canoni dell’ortodossia, questo non fu compreso, al punto che girarono divertenti voci sul mio ennesimo tradimento aggravato da un gastronomico contorno di funghi allucinogeni. In realtà la corrente rappresentata da Don Juan era magistrale nell’uso di alcune sfere e stati dell’etere, ma totalmente cieca nei confronti dei mondi spirituali. Per essa il vero astrale era una minaccia (l’Aquila) per la coscienza personale.

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Però alcune nozioni ascetiche di fondamento sono coniate con grande felicità d’espressione. A mio parere l’immagine di “fermare il mondo” è accomunabile al Silenzio Occulto, ma sottolinea vigorosamente le grandi implicazioni di questa tappa della coscienza. Per quei vecchi stregoni estremo-occidentali, l’uomo comune con il suo continuo, accecante dialogo interiore, crea un mondo a sua immagine, meno reale di un fondale di cartapesta: Schopenhauer sarebbe d’accordo, la psicologia in parte converrebbe, l’occultista sa che ciò è radicalmente vero. Se il ricercatore ferma il continuo dialogo interiore, ossia domina il pensiero ordinario e mantiene con la massima continuità possibile tale inusitato non-pensare, può anche uscire dal teatrino del mondo conosciuto per metter piede su terreni ignoti e respirare con l’anima.

Certamente il Silenzio non s’improvvisa e non si apparenta a nessuna delle centinaia di forme di rilassamento psicofisico che vengono spacciate, ormai anche in Oriente, come meditazioni. La confusione si è fatta tale che il significato di meditazione è stato sepolto nel mondo contemporaneo sotto uno spesso cumulo di assurdità e idiozie su cui è inutile intrattenersi per quanto queste appaiono come fatti. Invece è piuttosto grave, nel contesto che qui si tratta, l’incapacità religiosa, esoterica e antroposofica, di realizzare che le Vie spirituali che ci hanno calamitato, anche se ce ne fosse una per ciascuno di noi, dunque tante o tantissime, hanno o avrebbero in comune come nucleo fondante l’anelito a rintracciare la nostra Patria spirituale, dunque, in un modo o nell’altro, un elementare bisogno di trascendimento, che inizia sempre con il tentativo di una o piú azioni interiori. Nei confronti di un deliberato lavoro nell’anima, è l’inerzia, la passività, che domina. Comprendo e compatisco la passività dei molti esseri a cui non è stata ancora data alcuna possibilità di conoscenza (e nemmeno questo è completamente vero, perché in tanti l’evolversi dell’anima, esteriormente irriconoscibile, si manifesta assai spesso in difficili sacrifici e dure prove, apparentemente esteriori, ma che modificano e maturano l’interiorità), mentre in esoteristi e antroposofi, allegramente intenti ad opinare, schematizzare, formulare ecc., immersi nel sottile piacere dell’autocompiacimento, l’esenzione dall’azione interiore è una colpa grave. Persino la pratica del Rosario, snocciolato dalla vecchietta nella penombra della Compieta, supera in qualità le moresche affabulazioni dei teorici dei Misteri.

Cari lettori, condividiate o meno le mie parole, posso, per quel poco che mi è concesso, assicurarvi che, per il nostro normale metro di giudizio, il Mondo Spirituale, cioè gli Esseri Creatori, sono “immensamente” severi (oppure buoni come la folgore) e pesano sulle loro bilance (come ripete in molti modi Maître Philippe) ogni nostra azione. È bene ricordare che la valutazione divina e quella umana hanno poca coincidenza, ma per la vita in pratica è utile ricordare che ogni nostro superamento, a qualsiasi livello si esplichi, è accettabile per il Cielo, e tutto il resto di cui sovente andiamo fieri è un bello zero, comunque giudicato negativamente. È Legge, non dissimile a quanto regola impeccabilmente la natura sensibile: tutto quello che l’uomo produce tangendo con il subumano, non passa i confini dello Spirito.

Però è anche vero che fare gli esercizi, quali essi siano, non può mai essere soltanto una riproposta tecnica di quanto è stato assimilato con la lettura. Già la lettura, quella con cui sovente ci si presenta, può essere solo un passaporto fasullo, un contenitore vuoto. Spiegando l’ampio ventaglio della realtà, ci sono coloro che leggono per la prima volta Teosofia e le parole si trasformano in immagini pregne, dotate di propria vita, mentre per altri la medesima lettura fa il paio con l’acquisto di banane dal fruttivendolo. I testi donatici da Rudolf Steiner, nonostante i rischi insiti nelle traduzioni (generalmente preferisco le edizioni d’annata perché tradotte da valenti cultori dell’antroposofia, bilingue dalla nascita), andrebbero almeno letti con la piú alta attenzione possibile, interpunzioni comprese, anche se la prosa sembra piana e la scelta dei vocaboli piuttosto semplice. Tutto sommato, per molti non sarebbe neppure una sorta di sacrilegio se la lettura s’arrestasse per molto tempo a poche pagine: spesso sono frasi assai brevi quelle che superano la barriera della testa (intellettualismo) e scendono a germogliare come forza al centro dell’anima.

Vorrei a questo proposito ricordare nuovamente Giovanni Colazza. Come molti sanno, al di là dalle rivisitazioni di maniera, fu, tra i tanti aspetti di una vita palese ed occulta, il perno di quell’irripetibile esperimento che è stato il Gruppo di Ur (e anche il motore della catena operante, fatto che i bibliografi ed i bibliomani non sanno o preferiscono ignorare), mentre Evola ne fu il direttore organizzativo e letterario. Colazza, in accordo a degli obblighi sovrasensibili, non scriveva nulla. Per quello che è stato il contributo documentale dei partecipanti, Colazza (sotto lo pseudonimo di Leo) parlava ed Evola scriveva. Talvolta pasticciando un poco: come ad esempio è accaduto per un passo importante dell’articolo intitolato Avviamento all’esperienza del corpo sottile, in cui alle pagine 59/60 (Vol. I, Ed. Tilopa-Roma-1980) Evola scrive: «si consegue sentendo lontana e al di sopra di noi la nostra testa, quasi che essa fosse esteriore a noi» (il corsivo è originale), dando alla frase il senso della comunicazione di un esercizio fondamentale. Non era e non è cosí. La frase di Colazza descriveva soltanto un notevole aspetto della fenomenologia dell’esperienza. Pertanto la frase originaria, in tutta probabilità poteva essere: «si realizza quando si sente lontana…». Quasi una sciocchezza se non si pensa a quelli che in buona fede si sono esercitati per prendere… fischi per fiaschi!

Considerate le ultime righe come un piccolo contributo alla verità oppure una mia digressione.

A pagina 296 dello stesso volume, Colazza in un successivo articolo dice: «Queste note si rivolgono a coloro che non hanno soltanto letto ciò che ho esposto fin’ora; ma che di fronte agli insegnamenti hanno sentito e voluto». Alcune righe piú sotto ribadisce piú dettagliatamente: «Di fronte a ciò che viene comunicato, non bisogna reagire e afferrare soltanto con la mente (questo è il primo ostacolo che incontra l’insegnamento occulto, e che può arrestare e neutralizzare tutto), i pensieri devono invece dar luogo ad immagini viventi e queste debbono venir sentite. Voglio dire che lo stato che viene descritto deve essere immaginato come formantesi in noi – quasi come se noi stessi lo “inventassimo” – e contemporaneamente avere e trattenere nel cuore un corrispondente stato di sentimento».

Sono parole semplici e inascoltate, piú o meno alla pari di quelle scritte da Rudolf Steiner a pagina 17 di un suo testo fondamentale (L’Iniziazione, O.O. 10, Ed. Antroposofica, Milano 1971): «Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo» (il corsivo è mio). Osservate come il termine “fondamentale” venga riscritto tre volte su quattro righe, e magari rileggete la frase che ho evidenziato. Forse tra chi legge queste righe ci saranno (e ci sono) quelli che penseranno: “Troppo alla lettera; è fideismo spinto. Lo ‘Steiner dixit’ è insopportabile e le imposizioni sono in contrasto con l’anima cosciente”. Se questa è la loro opi- nione (coerentemente mantenuta durante gli studi scolastici e poi alle lezioni di guida…), beh, se la tengano! D’altronde esiste da sempre un codazzo di poveri diavoli che non vogliono comprendere nulla se non le proprie ‘immani’ sofferenze e le ‘abissali’ contraddizioni che lacerano la loro anima: incompresi dal mondo, da Steiner, da Scaligero e, permettetemi, pure da chi scrive, persi come sono in una personalissima e ingarbugliatissima presunzione blindata. Chi pensa e sente in tal maniera non vuole conoscere affatto la Scienza dello Spirito che, se viene vissuta operativamente, sviluppa senza limiti indipendenza e libertà; e ancora: le esperienze interiori corrette possono andare allo stesso passo con lo sbalordimento che ti prende quando scopri che l’esperienza coincide, sino nei piú minuti particolari, con quanto viene espresso da Steiner e Scaligero anche nei singoli aggettivi usati: il rispetto e la devozione per queste individualità sono andati crescendo nel vostro articolista anche per questi avvenimenti, testati sul campo. Perciò, a chi è disposto a seguire con spirito di amicizia queste note, è sinceramente doveroso ricordare che senza un cuore caldo di devozione e venerazione è possibile capire tutto fuorché le Vie Sacre.

Non v’è uomo (“normalmente organizzato”) che non possegga una fiammella di questo fuoco. Occorre solo distinguerla dalla banalità e dai fuochi impuri, difenderla e alimentarla senza paura. La devozione e la venerazione per la conoscenza e la verità (occultisticamente conoscere e realizzare sono la stessa cosa) non sono un sentimento: la confusione deriva dal fatto che questo e quelle occupano la stessa sede, ma ‘quelle’ sono uno stato interiore e, come tale, stabile oltre le tempeste. Come ogni stato interiore, esso può essere alimentato, coltivato e sviluppato ulteriormente.

Con una minima buona volontà è possibile scoprire che qualsiasi immagine e ogni percezione, mantenute nella loro risonanza in un attimo meditativo, in cui non si pensa ulteriormente, non si deduce, portano al cuore. Nutrono il calore dell’anima. Il calore dell’anima è il sangue dell’Antroposofia Vivente. Parlare di antroposofia come negli ultimi decenni si usa in diverse comunità è un involontario atto di necrofilia: si insepolcra il vivo e si va a spasso col morto.

Quando con la concentrazione si dominano i pensieri e si attiva la volontà e con la meditazione si scalda l’anima, le forze sono in equilibrio attivo e allora è facile realizzare il Silenzio: si potrebbe affermare che il Silenzio diventa una intima necessità. Può succedere che il Silenzio si instauri da sé e ti rapisca, anche nel mezzo di una festa fragorosa. Esso è una tappa del lavoro interiore, ma è una tappa con molti gradini: il silenzio dell’ego e il silenzio dell’Io sono in linea, ma diversi.

Il primo gradino è quello che si consegue perché il pensiero è stato volitivamente dominato: esso è una sorta di passaggio obbligato, ma finché lo si raggiunge dopo la concentrazione, seduti im- mobili in una stanza silenziosa per pochi minuti, è solitamente una tensione interiore supportata dalle azioni precedenti e dall’immobilità corporea. Però è comunque un inizio.

Un grado superiore di silenzio potrebbe venir sviluppato indirettamente: a) con il progredire della forza-pensiero nella concentrazione, quando ci si sia resi capaci di togliere da quest’ultima ogni traccia di parola sub-vocalica; b) con l’abituarsi a brevi meditazioni distribuite a volontà nell’arco giornaliero. Tali meditazioni possono consistere in una parola o un’immagine tolta dalle comunicazioni di Scienza dello Spirito, o ancora, da un fenomeno naturale. Le piú semplici sono anche le migliori. Facciamo qualche esempio, magari ricordandoci che sulla Via del Pensiero l’attività messa in moto è piú importante dell’oggetto che la supporta: basta l’isolamento che deriva dalla certezza che nei prossimi tre minuti nessuno chiederà una vostra risposta o che non stiate viaggiando in corsia di sorpasso in autostrada, alla guida. Prendete, ossia evocate, una parola che, magari soltanto oggi, impressioni la vostra anima: Coraggio, Luce, Logos, Folgore ecc. Non ripetetela come pappagalli: frenatevi! Evocatela una volta soltanto e ponetevi in silenzioso ascolto dell’eco interiore che essa ha provocato. Provate e riprovate con desta serenità: quando funziona è come una delicata vibrazione, comunque avvertibile, che si espande nell’anima. Ogni intervento arresta l’esperienza che già dura poco; poi si ascolti paziente- mente il nulla successivo per uno o due minuti ancora. È ancora piú semplice rievocare un fenomeno naturale che, se portate un poco di giovinezza dentro, quale sia la vostra età biologica, vi ha incantato per la sua caratteristica o per nessun motivo plausibile (una goccia di rugiada pendente dalla curva estremità di una foglia, la luce del sole riflessa da un bianco granito, il continuo flusso di un torrente ecc.). Evocate l’immagine e permettete che l’impressione/sentimento irraggi in voi, senza aggiungere altro, evitando il compiacimento estetico.

Non sforzatevi di trattenerla, e quando va via attendete ancora un poco. «Ma non devo fare proprio nulla?» mi si chiederà. Infatti, posso dire che tutto ciò è anche la palestra del non-fare personale.

Questi piccoli esercizi possiedono diverse implicazioni – e in realtà non sono piccoli esercizi – poiché tutto nella vita dovrebbe diventare meditazione.

Il Silenzio può venir sviluppato direttamente, però occorrono tempo, pazienza e buoni muscoli interiori. Il principio è semplice: si porta il pensiero potenziato dalla concentrazione (dopo la concentrazione, oppure staccandosi da essa appena si ravviva o in momenti del tutto diversi, in questo ultimo caso però, quando si è capaci di contemplare, nella concentrazione, l’immagine finale) a un nulla silenzioso e quieto, “raccogliendo intorno ad esso i poteri dell’anima”. È bene ricordare che la forza-pensiero persiste ma raccolta in se stessa. Si tronca di netto il pensiero dialettico e anche le eventuali immagini. Quando ciò riesce, l’esercizio consiste nello sviluppare (prolungare) il silenzio in qualità e durata. La pratica indica con un sentimento liberatorio di interiore riposo la realizzazione dello stato di silenzio. Se un moto d’insofferenza insorge all’im- provviso, non reagire ad esso, realizzando adialetticamente che è una cosa qualsiasi: esterna ed estranea al silenzio. Essere indifferenti a tutto.

Il tempo che si impiega nell’esercizio del silenzio è per principio un fatto individuale, inoltre risente interiormente del grado e della profondità raggiunta ed esteriormente del tempo concesso dagli obblighi della vita corrente. In alcuni casi varrebbe il detto “piú è meglio” anche tenendo conto della straordinaria ‘timidezza’ animica, purtroppo presente nei cultori di Scienza Spirituale. Il silenzio non fa male! Anzi guida l’anima verso il proprio originario essere, verso il Fondamento, e questo è un immenso beneficio per la sua natura, e di conseguenza, per il corpo: in particolare per lo stravolto sistema nervoso e per gli organi di senso. Se, come per qualsiasi disciplina, intervengono stanchezza, sonnolenza e l’incapacità di mantenere alla perfezione lo stato di silenzio, si concluda con calma l’esperienza.

Con la pratica prolungata nel tempo, il silenzio interiore può divenire una condizione stabile dell’interiorità come nella vita ordinaria è la propria casa a cui si torna dopo aver svolto il lavoro; ma il paragone non è esaustivo, poiché concentrazione e silenzio interiore formano nell’anima un assetto permanente che ci permette di mantenere una parte di noi immobile e imperturbata anche quando si sia del tutto immersi nelle vicende del mondo, intendendo con questo termine pure le azioni e le rappresentazioni che paiono nostre ma appartengono in sostanza al mondo esteriore.

«Si elimina il pensare, se accogliamo l’intero contenuto percettivo, riempiendocene completa- mente, piú intensamente di quanto, come di solito, quel contenuto viene attenuato dai pensieri, dalle rappresentazioni» (R. Steiner, I confini della conoscenza della natura, O.O. 322, Ed. Antropo- sofica, Milano 1979, p. 99). Con questa premessa possiamo tornare a quanto Colazza indicava come disciplina basilare nel primo dei suoi articoli citati in precedenza (Avviamento all’esperienza del corpo sottile), ossia di avvertire una speciale risonanza interiore davanti al percepito che inizialmente è quello fuori di noi, poi piú avanti, quando risulta possibile, si volge l’attenzione verso qualsiasi moto o impulso dell’anima, finché al senso di sé corporeo si sostituisce o si aggiunge uno nuovo, piú ampio, mobile ed aspaziale. Il silenzio è la condizione base dell’esperienza. Esso è la prima forma di immobilità interiore che permette al sovrasensibile incantato intorno a noi di resuscitare dalla fissità della (nostra) caduta. Si faccia una lunga passeggiata tra boschi e prati con la mente ricondotta al silenzio, magari mantenendo lo sguardo rivolto a qualche albero distante o al mare d’erba sottile nel suo moto ondoso provocato dal vento, oppure all’invisibile aria che riempie lo spazio di una radura (per l’occultista l’aria è tutt’altro che invisibile). Nelle prime fasi (positive) dell’esperienza può essere necessario un cuore coraggioso, poiché ciò che si osserva acquista intensità. Nell’ordinario non sperimentiamo intensità dal mondo ma solo immagini. Ora tutto si in- tensifica e l’anima non esercitata può sentirsi minacciata, aggredita e si spaventa subito. Diverso è il caso di chi ha sviluppato lo stato della devozione e venerazione: con esso non si respinge l’esperienza ma anzi la si incontra con gioia. Piú esattamente la contemplazione silenziosa intensifica quello che il Dottore chiama venerazione, che diviene dinamica o “estasi attiva”. Tutto diventa pos- sente: è Volontà operante quella che ci viene incontro (vedasi di Rudolf Steiner: Il Mondo dei Sensi e il Mondo dello Spirito, O.O. 134, II Capitolo) e cresce ancora: qualcosa ci balza dentro… oppure è da dentro che qualcosa incontra quello che c’è fuori. In definitiva è come se la triade composta dall’oggetto, dall’anima e dallo spazio venisse modificata. La spazialità si altera o svanisce, e l’oggetto e l’anima si fondono partorendo una rapida immagine vivente.

Piú in generale diventa ormai possibile avvertire, correlata a ciò che si osserva, una nota, una impressione animica, che però proviene dall’oggetto osservato. Ma occorrerà maturare un silenzio piú intimo e profondo (Scaligero lo chiamava “profonda quiete” e anche “riposo”) per favorire la discesa della coscienza verso il suo vero centro, analogicamente corrispondente al cuore.

Naturalmente la grande difficoltà non sta nella tecnica. Non dobbiamo dimenticarci che tutte le azioni umane sono interiori (non esistono per l’uomo “azioni esteriori”) e poiché l’uomo è un essere spirituale, esse sono anche morali e implicano delle scelte.

Per addentrarsi in quello di cui accenno nelle precedenti righe occorre, con vita e discipline, agire su scelte radicali: si tratta di morire al mondo personale o, se volete, scendere da esso (fermare il mondo) e fare, con il punto di autoconsapevolezza che permane, alcuni passi concreti in ciò che per lo stato di esseri fisio-psichici è ignoto e pare persino (alla coscienza usuale) inumano. Non importa che ciò si realizzi per un quarto d’ora o per sempre: occorre la medesima attitudine, un grandissimo coraggio e un ‘atomo’ di vero amore per lo Spirito. Nessuno incolpa nessuno ma, diciamocelo francamente, sono forze che mancano a quasi tutti i sostenitori della realtà dei Mondi Spirituali.

La capacità e la possibilità di sostare lungamente nel silenzio interiore – sia per una condizione d’obbligata immobilità causata da un malanno o un incidente, sia utilizzando un’intera giornata di cammino solitario in natura, in un bosco o sulle alte vie di montagna possono produrre risultati eccezionali. Succede che si avvia un temporaneo risveglio di sensi sottili, e nel caso della lunga camminata silenziosa, dapprima si percepirà il significato delle rocce, dei laghetti, la loro interazione extrasensibile; poi appariranno gli esseri elementari: all’inizio come labili impressioni, poi sufficientemente percepibili. In questo caso occorre mantenere davvero imperturbabilità e silenzio: non tutto ciò che si vede ha caratteristiche carine o buffe! Sembra che questi esseri apprezzino (a modo loro) la presenza di asceti silenziosi, e una moltitudine di essi ti accompagna per lunghi tratti di strada.

Anche i luoghi quieti ma assai piú mondani, ad esempio i parchi pubblici e frequentati, sono fonte di sorprese. Voglio descrivere una tra tante esperienze possibili, non priva di implicazioni che lascio alla riflessione di chi mi legge. Avevo accennato alla percezione silenziosa dell’aria che nel vedere comune sembra soltanto ciò che non si intromette quando guardiamo le cose vicine o lontane. Ora invece l’aria diviene visibile e la avvertiamo alla stregua di una sostanza minerale dotata di forme in continuo movimento; poi la sentiamo come se ad essa si aggiungesse sostanza animica. Ma questa non le appartiene, poiché esala dall’attività interiore umana. Si riconoscono (nell’aria) istinti, sentimenti e pensieri. Questa impressione è sorprendente, perché tali istinti e sentimenti sono assai diversi da come vengono normalmente conosciuti quando essi vivono dentro l’uomo, cioè dentro noi stessi. Ma è su un fatto singolare che volevo indirizzarmi: si percepisce con netta chiarezza la differenza, tra tutte le emanazioni di pensiero, di quelle di coloro che pensano o discutono con passione di argomenti spirituali! Compresi i piú goffi e disarticolati. Il vostro narratore ne fu cosí colpito che, quasi superando i limiti della decenza e sfiorando di sicuro il ridicolo ad imitazione dell’ispettore Clouseau, fece il possibile per ascoltare poi da (molto) vicino le persone che parlavano tra loro, e ha sempre ricevuto conferma sensibile di quanto era, per cosí dire, manifesto nell’aria che circondava tali persone. I pensieri che abbiano un minimo contenuto spirituale irraggiano nel mondo circostante un elemento diverso da tutti gli altri pensieri pensabili!

Non andrebbe comunque dimenticata la disciplina della parola: essa non porta direttamente al Silenzio (ma nei Monasteri sí; in quei luoghi l’obbligo del silenzio funziona: dall’esterno all’interno), però ridurre, con un po’ di disciplina cosciente, la montagna giornaliera di sciocchezze che esce dalla nostra bocca, anche se si parla poco, fa bene a noi stessi, all’Umanità e all’intero Universo.

Franco Giovi

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per gentile concessione di

http://www.larchetipo.com/2008/nov08/esercizi.pdf

RAMANA

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Cari lettori, avete spesso visto, in testata ad alcuni articoli, una fotografia in bianco e nero di Massimo Scaligero. E’ una delle foto che preferisco perchè più risponde all’uomo che conobbi.

Osservando quella foto osserverete che sul muro alla sua destra si trova appesa una piccola immagine. Un volto con barba e capelli candidi. Non era l’unica che Scaligero aveva appeso sui muri ma è quella che dalla foto non esce mai più. Mi sembra più che giusto che quel volto indistinto (nella foto) non vada da altre parti: non stava lì a caso né serviva a vivacizzare la parete.

E’ l’immagine di un asceta dell’India moderna, Ramana Maharshi (30-12-1879 14-04-1950), dunque per decenni contemporaneo a Massimo Scaligero.

Sarei tentato verso qualche similitudine ma è cosa che non mi piace e che non trovo produttiva, come trovo esempio di volgare superficialità ridurre a brevi battute frammenti di osservazioni di Ramana. Come sdrucciolano i mistici compari: senza ombra di devozione o rispetto davanti a queste grandi anime. Userebbero pure padreterno per farsi pubblicità: incommentabili!

Nella spiritualità (vera) del XX secolo tutti i giganti dello Spirito oltrepassano il ricco terreno delle tradizioni, fatto che Guenon e Evola non notano chissà perché. Esemplare è Aurobindo che rifiuta l’evasione conclusiva del samādhi e tende, con il suo Yoga integrale, allo spirito che trasforma l’uomo storico e la materia terrestre: egli porta i cieli nella zolla di terra che è l’uomo incarnato. Trasformatore di trascendenze che in lui divengono atto immanente.

Rischiando di semplificare, direi che per Ramana questo (formidabile) problema pare non esistere, poiché non vi è contrasto o incompatibilità tra l’esistenza e la liberazione, tra l’illusione e la realtà. Per Ramana c’è un solo ostacolo: l’identificazione dell’Io con l’ego.

Erano tanti coloro che andavano da lui con desideri non appagati, oppure per conoscere la soluzione dei mali del mondo. Velleitari riformatori che udivano l’invariabile risposta: “Hai per prima cosa riformato te stesso?”.

A parole tutti vorrebbero cambiare in meglio il mondo ma ciò è autogratificazione: porre mano alle cose per escludere ciò che sarebbe la prima cosa da farsi: trovare il proprio Soggetto. Il culmine del più vero servizio è l’Autoconoscenza.

Nel Sutra-Bhāsya, il saggio Bāșkali dopo esser stato ripetutamente interrogato, disse: “Noi abbiamo già dichiarato la verità ma tu non hai compreso. L’Io è pace, silenzio.” Ramana parlava poco e avvertiva gli interlocutori che domande e risposte appartenevano all’avidyā (nescienza): erano soltanto indicazioni. E in verità, molti al suo cospetto furono orientati dal suo Silenzio.

Ma se il pensiero rappresentativo si figurasse una figura immobile e staccata cadrebbe nell’errore. Ramana leggeva con cura il giornale (lo ridava al possessore come se non l’avesse mai sfiorato), accudiva agli animali della comunità, era solito a dare una mano in cucina, preparando la cottura dei vegetali. Passeggiava spesso intorno alla sacra collina di Arunachala seguito rispettosamente da tigri ed elefanti e gli uccelli che in cielo lo accompagnavano indicavano alla comunità dei discepoli dove egli si trovasse.

Dava, se richiesto, spiegazioni di testi sacri che gli erano persino ignoti sino a quel momento.

Il bisturi che Ramana propone per aprire un varco sino alla realtà dell’Io è sostanzialmente uno e semplice, si chiama ātma vicāra o jnana vicāra. Discriminazione conoscitiva che giunge al vero essere dell’uomo. In pratica è una domanda rivolta a se stessi: “Chi sono io?”. Domanda non oziosa ma operosa: veicolo che assume varie forme per quanti possano essere gli involucri che nascondono la realtà dell’essere supremo.

Ho visto che in rete vi sono molti Siti che scrivono di Ramana, diversi copiano le stesse cose di gente che ci campa sopra. Per distinguere Eco da essi faccio una cosa ribalda. Poiché ho seguito l’insegnamento di Ramana per tempi non troppo brevi, provo a ricapitolare parte della sua Via attingendo dalla mia esperienza diretta. Mi pare una strada più concreta e meno noiosa.

Si inizia, come per tutte le cose, con quello che si è e che si ha, e pazienza se è poco.

L’apprendistato di base è, in un certo senso, volto alla negazione: il “non questo, non quello” (Neti neti). Ci si chiede: “Io sono questo corpo?”, poi, dal senso/immagine corporea si sale ai comuni contenuti dell’interiorità. “Questi sentimenti sono Io?”. Si giunge al mondo dei pensieri che salgono o entrano nella coscienza e la domanda viene ripetuta. Neppure essi sono l’Io.

Naturalmente il lettore capirà che non ci si trastulla con semplici (automatiche) domande avendo in tasca la facile risposta. Faccio un esempio: la risposta intellettuale non vale nulla. Occorre realizzare quanto profondamente ci identifichiamo nelle sensazioni corporee, come ci riconosciamo allo specchio e nelle foto, come tutti ci riconoscono vedendo il nostro modo di camminare, la nostra figura, i nostri lineamenti che sono unici…

Occorre realizzare tutto questo, conficcarcisi dentro, prima di realizzare che tutto questo non è l’Io. Perciò si medita, si medita a lungo (io, credendo di fare chissà cosa, meditavo per mezz’ora due volte al giorno. Lessi poi che Ramana, consapevole dei tempi limitati dei suoi affacendati discepoli occidentali, consigliava loro il minimo sufficiente: due ore al mattino e altre due alla sera). E si deve giungere ad una persuasione assoluta.

Ho parlato del corpo sensibile, poi le difficoltà aumentano e raggiungono l’apice con il pensiero, sebbene il vicāra e il meditare svolgano un ruolo non secondario. Perché non sono solo i pensieri erratici a turbare la condizione dell’operatore ma soprattutto il pensiero dell’Io: l’Io come pensiero radice e tutte le radici di pensiero andrebbero divelte, rimanendo nell’anima soltanto l’interrogativo implacabile, ormai del tutto privo di parola e forma.

A questo punto possono essere auspicabili degli aiuti per penetrare in una condizione di enstasi attiva. Per me furono utili due esercizi collaterali: il controllo del respiro e la fissazione oculare. E prima di venir lapidato lasciate che mi spieghi in cosa essi consistevano.

Il “controllo del respiro” non era parente del prānāyāma. Aveva una minima affinità formale con il Qigong cinese, breve e semplificato. Si trattava solo di un rallentamento della respirazione che si fa dolce e lieve (dicono i Testi che il respiro non dovrebbe smuovere una piccola piuma). Indipendente dalla meditazione, lo praticavo per una decina di minuti giornalieri. Porta una maggiore calma nel corpo ed acquieta la mente (diversi studi hanno dimostrato che la pratica del Qigong è positivamente terapeutica in diverse malattie).

Il secondo esercizio menzionato, fuori da una desta coscienza meditante e se prolungato oltre ad un minimo, può essere senza dubbio pericoloso. Senza la dedizione completa all’impulso profondo innestato dal vicāra, esso rischia di trascinare a visioni medianiche, al medianismo (credo che il valoroso dott. R. Moody con esperimenti simili abbia imparato cose oscure a proprie spese). Scrivo con spassionatezza di discipline ma non le indico come suggerimenti da imitare: spero che ciò sia chiaro.

Detto questo, la fissazione oculare (guardare nel silenzio un punto luminoso) va fatta per pochissimi minuti. Talvolta basta un attimo.

Il mondo, il corpo, il respiro, le tracce di pensiero: tutto pare congelarsi, tutto si arresta in virtù di “fiamma fredda”. Su questo delicato tema, il Dottore parla di un nesso tra il nervo ottico ed il fuoco kundalini nella O.O. 54 del 1906 . Poi, se la dynamis del vicāra non si arresta, il suo informale dardo prosegue il viaggio oltre la muraglia del sonno (il potente impulso ad un sonno non naturale mi parve l’ostacolo più grande e penoso).

E poi cosa succede? A questo punto, per me che stavo vivendo una serie di fenomeni come vengono descritti da G. Meyrink, niente di più, poiché un tale mi scrisse di abbandonare – in pratica – questa via: ”Ma, caro amico, una volta nella corrente del pensiero vivente, si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le posso assicurare che si sa tutto, a questo punto si possono buttare i libri. Si può tutto, ma occorre ravvisare la condizione vera, il vero sādhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. Se le è necessario si giovi ancora dei supporti ramaniani ma metta al centro la magia del pensiero e i 5 esercizi come correttivo di tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. E’ la via dei forti e dei risoluti. (da una lettera di M.S. all’autore, del 9 gennaio 1970). Per conoscenza e ragione essenziale sapevo che Scaligero diceva il vero: così dovetti combattere una breve e feroce battaglia tra inclinazione istintiva e coerenza logica. Non a gradi: abbandonai drasticamente il precedente lavoro con una crisi da contraccolpo (mi parve di essere vuoto in un vuoto senza appigli) per poi dedicarmi all’assurdo pensiero concentrato su una ridicola, insignificante matita. Una disciplina talmente estranea dalla mia condizione animica, tale da dover essere aiutato: da un lampo che conteneva tutto.

Ma l’amore per questo lontano Maestro rimane in me intatto, anche se credo di aver trovato qualcosa di grandemente diverso che, se mi è permessa una battuta, sembra chiedere moltissimo per dare pochissimo.

Ora, per terminare questa nota, trascrivo qualche parola del grande nato-due-volte. Volontariamente evito ciò che piace di più: le fulminee battute, quasi socratiche, che si svolgevano tra Ramana e i devoti. Scelgo piuttosto qualcosa di costruttivo che riguarda cosa sia e cosa non sia la ricerca del Sé, trascritte da un discepolo occidentale a cui va un pensiero di gratitudine: A. Osborne. E rammento di non fermarsi alla semplicità delle frasi: quale sarebbe il senso di farle più complicate?

Quando la mente indaga incessantemente sulla propria natura, trapela la constatazione che non c’è quella tal cosa detta “mente”. Questa è la via diretta ed è per tutti.

La mente non è che un coacervo di pensieri. Di tutti i pensieri, quello dell’io è la radice. Quindi, la mente è solo il concetto io. Donde nasce? Cerchiamo entro di noi: sparisce. Questo è perseguire la Saggezza. Quando l’io svanisce, appare, da solo, un Io-Io. Questo è l’Infinito (purnam).

Quando l’ego è, ogni cosa è. Se l’ego non è, le altre cose non sono: invero l’ego è tutto. Perciò la ricerca di quello che veramente è l’ego è il solo modo di abbandonare tutto.

Lo stato in cui l’io non emerge è lo stato in cui si è QUELLO. Se, non si cerca questo stato nel quale l’io non emerge più è lo stato in cui si è QUELLO. Se non si ricerca, nel quale l’io non emerge più e non lo si raggiunge, come è possibile raggiungere la propria estinzione, dalla quale l’io non rivive? Senza questo raggiungimento, com’è possibile prendere dimora nel vero stato nostro, nel quale si è QUELLO?

Così come, per ripescare qualcosa che è caduto in acqua, occorre tuffarsi, così ci si deve immergere nel nostro intimo, con coscienza acuta e ben concentrata, controllando parola e respiro e trovando dove si origina l’io. La sola ricerca che conduce all’Auto-Realizzazione è quella della fonte della parola io. La meditazione “io non sono questo”, “io non sono quello” è di aiuto nella ricerca ma non è la ricerca. Se uno si chiede “chi sono io” nella mente, il mentale cade umiliato appena si raggiunge il Cuore, e immediatamente si manifesta la Realtà spontaneamente, come Io-Io, e per quanto si manifesti come Io, non è l’ego ma l’Essere Perfetto: il Sé assoluto.

I concetti di legame e di liberazione non sono che modificazioni della mente. Non hanno realtà propria e non possono funzionare per proprio moto. Essendo modificazioni in qualcos’altro, ci deve essere una entità da essi indipendente che ne è sorgente e sostegno comune e se cerchiamo in quella sorgente per sapere di chi è la liberazione o il vincolo, troviamo che essi sono attribuiti a me.

Se si cerca davvero “chi sono io” si vedrà che non esiste nulla che sia io o me. Al vedere che l’io non esiste, rimane qualcosa che è conosciuto immediatamente ed inequivocabilmente come auto-luminoso e sussistente soltanto come Sé. Questa viva presa di Coscienza, che è una diretta e immediata esperienza della Verità Suprema, giunge in modo del tutto naturale, senza alcun aspetto straordinario, a chiunque rimanga com’è, e ricerchi introspettivamente senza permettere alla mente neppure un momento di esteriorizzarsi o di perder tempo in chiacchiere inutili. Non vi è quindi il minimo dubbio riguardo alla certa conclusione che, per coloro che hanno raggiunto questa Realizzazione ed in tal modo risiedono nel nel Sé, ad esso identici, non v’è né legame, né liberazione.

Il Sé è pura Consapevolezza. E tuttavia l’uomo si identifica col corpo, che è insenziente e che di per sé non dice: “io sono il corpo”: chi lo dice è qualcun altro. E neppure lo dice l’illimitato Sé. Chi lo dice allora? Tra la pura Coscienza ed il corpo insenziente sorge un io spurio, che si immagina di essere limitato dal corpo. Cercatelo ed esso svanirà come uno spettro. Quello spettro è l’ego, la mente, la personalità. Tutti gli insegnamenti di saggezza trattano di questo fantasma ed il loro scopo è la sua eliminazione. Lo stato presente è pura illusione, che deve dissolversi.”

ANELITO E PENSIERO

13 OTT 2015 7 49 FK 050

INFLIGGERE DOLORE E’ L’UNICO MUTAMENTO CHE SANNO CONCEPIRE.

STRETTAMENTE COLLEGATI ALLA FORZA DEL MENTIRE
SENZA IL QUALE NON AVREBBERO POTENZA.
 
SONO MASSE DI INCATENATI A UN CREDO DI VELENOSA INVIDIA
CHE HANNO DA TEMPO CONSUMATO E PERSO
E CHE PURE ANCORA LI SPINGE A FARSI ORDA ED A SENTIRSI BRANCO.
 
DAL MALEDIRE SI TRAE QUELLA CALUNNIA ETERNA CHE HANNO BISOGNO DI SCAGLIARE.
DAL MALEDIRE SCATURISCE L’UNICA PREGHIERA PERENNEMENTE PRONUNCIATA.
 
ANCHE NEL TORPORE DEL MENTALE  : 
L’ANIMA CONTAMINATA CONTINUA NELL’INVEIRE IN CUI LA RABBIA SOLLEVA OGNI TEMPESTA.
 
NON SANNO STARE FERMI.
DEBBONO INCESSANTEMENTE LACERARE.
VOTATI ALLA PERENNE DISTRUZIONE DEGLI INERMI.
 
SCHIERE DI MORTI ENERGIZZATI
CHE SOLO MANIFESTANDO CRUDELTA’
POSSONO MENTIRE SU UNA VITA CHE NON HANNO.
 
OVE POSSONO NUOCERE LI GUIDA UNA PERVERSA INTELLIGENZA.
LA BRAMA DEL DISTRUGGERE CENTUPLICA LE FORZE DEPRIMENTI.
FOLLIA RAZIONALE NELLA BUROCRAZIA E’ IL NORMALE SEDIMENTARE DI QUELLA RABBIA.
 
RAZZA DI POSSEDUTI DALL’ODIO CHE GENERA CATASTROFE.
USANO LE MACERIE CHE HANNO PROVOCATO PER ACCUSARE ALTRI DI CIO’ CHE ESSI HANNO DEVASTATO.
DISTRUTTORI DI ANIME E DI BENI MATERIALI.
 
FISIONOMIE BARBUTE ED IMPLACABILI
RINGHIANO NELL’OLTRETOMBA CHE LE AVVOLGE
E CHE ANCORA QUALI OMBRE SENZA FISIONOMIA E SENZA RICORDO:
LE USA PER AVVOLGERE DI MOSTRI I PIU’ SENSIBILI AL MEDIANICO RIFLETTERE.
 
 .
LA PICCOLA PERSONA CRESCE FRA I FANTASMI NATI DAL VOLERE INSANO.
GIUNGE NEL PROFONDO E SI DISTENDE QUALE DEFORME ESSENZA
DI UN MALIGNO MATURARE.
QUANDO LA MESCHINITA’ OTTIENE IL GIGANTISMO OCCULTO.
MONTAGNE DI ENERGIE AVVOLGONO I MEDIOCRI E LI RENDONO PIU’ TRISTI.
INSISTONO FAMELICI IN CIO’ CHE LA FORZA SVILUPPA DAL POCO CONSACRATO.
 
QUANDO L’INSISTERE NELLA VOLONTA’ E’ L’OSSESSIONE DEI MEDIOCRI :
NOTE DI GELO SI TRAGGONO DAL FANGO
E L’IMPLACABILITA’ NE DIVIENE COROLLARIO.
VENGONO AVVOLTI DA UNA FURIA CHE ALTRIMENTI  MAI LI AVREBBE RIVESTITI.
E L’INCUPIRE INCEDE FRA LE DEVASTATE ESSENZE DEL CALORE.
 
ANIME LIMITATE ULTERIORMENTE SI RESTRINGONO.
MENTRE L’EQUILIBRIO E’ PERSO FRA LE TENEBRE.
E NULLA INGENTILISCE LO STRIDORE DELL’OLTRAGGIO.
L’AMORE E’ PERSO ASSIEME ALLE LUCI DELL’INTELLIGENZA CHE SOSTIENE E CHE COMPRENDE QUANTO DEVE ESSERE SANATO.
QUANDO LA CAPARBIETA’ RESTA MEDIOCRE MA INSISTE FRA LE  BRAME DEL TITANO.
 
 
ANIME VASTE OCCORRONO.
COLME DELL’IMMENSO SLANCIO GENEROSO
CHE E’ PROFONDAMENTE ODIATO DALL’UMANO QUOTIDIANO ESISTERE.
 
ANIME VASTE OCCORRONO.
COLME DELL’IMMENSO SLANCIO GENEROSO
CHE E’ RITO MILLENARIO DEI MALVAGI LACERARE E SPEGNERE
AFFINCHE’ L’UMANO QUOTIDIANO ESISTERE PERMANGA INCATENATO AL SUBUMANO.
 
ANIME VASTE OCCORRONO.
COLME DELL’IMMENSO SLANCIO GENEROSO
CHE SOLO PUO’ FECONDARE LA PIU’ ESTREMA ASCESI DI CHI NON E’ MEDIOCRE.
CHE SOLO PUO’ FECONDARE LA PIU’ INTENSA ASCESI DI CHI GUARISCE DALLA MEDIOCRITA’ DEL CEREBRALE INSUPERBIRE MINERALE.
 
L’ESSENZA DELLA VERA FORZA E’ TALE CHE SOLO SE IRRAGGIATA ESSA SI MANIFESTA.
SOLO SE DONATA ESSA SI ACCENDE.
SOLO SE OFFERTA ESSA SI CREA.
 
ANIME VASTE OCCORRONO.
CHE SAPPIANO CONCEPIRSI TALI ANCHE SE INARIDITE.
CHE SAPPIANO MANIFESTARE L’ESSENZA DEL RICORDO.
CAPACI DELLA SOLA INGENUITA’ CHE SA CREARE :
QUELLA CHE ANELA.
 
AVE DIVINA ASCESI DELL’IDEA CHE SORGE FRA LE MACERIE DI UNA PROFONDITA’ CHE FU PREGHIERA.
 
UNA PROFONDITA’ DI ANELITO CHE SOLO FRA LE SUE VETTE FECONDA IL RITO DELL’ASCESI.
 
ATTO DI LIBERTA’ CHE SOLO LA MEMORIA SOTTILE RENDE POSSIBILE.
 
MEMORIA SOTTILE E’ IL RICORDO DI QUANDO SI ERA SANI NEL COSMO DELL’INTELLIGENZA.
RICORDO DELLE ESSENZE DI CUI NON SI HA PIU’ LA FORZA.
 
RICORDO DELLE POTENZE CHE ORA SONO SPENTE
MA CHE POSSONO ANCORA ESSERE AMMIRATE.
 
NEL RICORDO SOTTILE LA SOPITA VITA IMMATERIALE  :
RISPLENDE INCORONATA FRA LE MANTENUTE POTENZE DEL RISORGERE.
 
AURA SOVRUMANA CHE SOCCORRE CHI E’ TANTO FEDELE DA NON DIMENTICARE.
CHI E’ TANTO FEDELE DA MANTENERE VIVA L’ESSENZA LOGICA DELL’UNICO VALORE.
 
E’ POSSIBILE ESSERE COSCIENTI SOLTANTO PER VIRTU’ D’AMORE.
AMORE LOGICO CHE NELL’ESSENZA E’ SOLE.
 
LINEARITA’ DEL VERO CHE QUALE FIAMMA ARDE  OVE IL PENSARE VIVE.
 
L’ANELITO CHE ILLUMINA LE TENEBRE DELLA PERDUTA VERA
INTELLIGENZA :
E’ GIA’ RIASCESA NEL MONDO DELLE IDEE VIVENTI.
 
SOLO L’ANELITO FECONDA L’ASCESI DEL PENSIERO.
SOLO LA VOLONTA’ MANTIENE LA LUCE DEL RICORDO.
 
TALE FORZA E’ RITO NEL SACRARIO INTERNO DELLA VERA INTELLIGENZA.
E SOLO FRA TALI ALTARI IL RITO DEL PENSARE MUTA LA SORTE ED IL DESTINO.
 
SCOCCA LA FOLGORE NEI LAMPI ALTI DELLA SINTESI VOLUTA
IN CUI DI RINNOVATA FEDE SI ACCENDE L’ATTO SUPREMO DELL’INTELLIGENZA.
 
L’ASCESI PUO’ NASCERE ANCHE NEL PIU’ ESTREMO DESERTO.
MA POI LA PURITA’ CHE INNESCA CHIEDE IL SUO RICORDO.
CHIEDE LA FIAMMA.
CHIEDE UN PENSIERO PRIVO DI PAROLE CHE MANTENGA TRACCIA DELLA NUOVA INTELLIGENZA.
 
ANELITO CHE SAPPIA CUSTODIRE IL SENSO DELLA NUOVA SACRITA’ SFIORATA.
DIVINA INTELLIGENZA FRA CORONE DI FOLGORI CHE MUTANO L’ESSENZA DEL REALE.
 
ETERICO INCESSANTE CONSACRARE.

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L’ ATTO DI VOLONTA’

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L’ importanza del II dei VI è, fino ad un certo punto, difficilmente comprensibile, proprio perché la corrente della Volontà si muove sotterranea e lontana dai margini della coscienza ordinaria.

Finché non se ne fa esperienza diretta è difficile anche riconoscere il modo giusto, in quanto il punto non è “fare l’esercizio” ma volerlo in tutta la sua interezza; non è agirlo come un compitino da svolgere e spuntare in una ipotetica “lista della spesa”, ma volerlo fare mentre lo si fa, immettendo consapevolmente volontà nell’ azione che si è, preventivamente, scelto di compiere.

L’ azione costantemente ripetuta fa decadere, poco a poco, anche le ultime fisime circa il cosa fare, che azione scegliere, per quanto tempo compierla. Quel che conta è fare, fare volitivamente e incessantemente, con un moto che può immergersi sempre di più nell’azione, sempre più strenuamente. Paradossalmente, per la coscienza ordinaria almeno, questo volere l’azione lo si riporta, in maniera diversa, nel I esercizio, laddove si smette di attendere un risultato qualsiasi e si agisce attraverso le immagini, permanendo nella volontà di agirle per se stesse, per il compito che ci si è posti.

In tempi come quelli odierni in cui impera la ricerca del risultato imemdiato, in cui non deve esistere nemmeno uno iato tra azione e riconoscimento esteriore, pena la nullità esistenziale, un esercizio come questo è pressoché incomprensibile, oltreché avversato, anche perché mette di fronte alla incapacità di agire per coerenza interiore e non aspettandosi la pacca sulla spalla ad ogni passo.

Fondamentalmente siamo un’ umanità ancora adolescente, nella perenne attesa di qualcuno che risolva i nostri piccoli e grandi problemi, ancora tenacemente attaccati alle gonnelle di qualcuno che ci nutra e, perlopiù, incapaci di nutrirci da noi stessi.

Gli esercizi ti cambiano, gli esercizi svellono e scardinano le certezze e le fossilizzazioni, ti mettono di fronte ai limiti, alle possibilità e alle potenzialità. Gli esercizi ti pongono di fronte alla responsabilità di ciò che puoi e vuoi portare nel mondo. Sono la lama attraverso cui vieni trafitto, fin nelle fondamenta della incoerenza quotidiana. E perciò sono temuti, dimenticati, edulcorati.

RITO DI PRIMAVERA (di F. Di Lieto)

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I glutini vischiosi ancora avvolgono 

i nostri corpi, inadeguate ali
stentano a distaccarsi dagli alveoli,
dai gusci di crisalide.

Mutiamo dentro la scorza dove si perpetua
una vita piú alta, che prescinde
dalla carne e dal sangue, ci trascende.

Nel fresco alone di un’acacia in fiore
l’anima colma di stupore canta.

Una luce affilata incide il giorno:
il profilo dei tetti ricavato
nell’etere turchino si delinea:
torri, verande, chiome verdeggianti
di alberi che mettono le foglie
o percossi dal vento già si spogliano
dei loro inimitabili candori.

Con l’estro culminante dei cipressi,
plasmano cirri i sogni della terra.

Nell’inesausta lotta per durare,
la pietra sfida l’aria, ma si sfalda:
grifi, leoni, satiri si arrendono
alla lebbra dei secoli: corrosi,
saranno anch’essi polvere. Ma tu,
anima sempre nuova, tu vivrai,
ripeterai la tua segreta storia,
nel tuo strenuo persistere, l’arcana
musica delle sfere ti accompagna.

Leggera, ad ogni maggio, danzerai
nel fresco alone di un’acacia in fiore.

(Fulvio Di Lieto)

L’INCIAMPO DEL DILETTANTE

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Una quindicina di anni fa, un amico che lavorava a Milano e che talvolta ritornava a respirare un po’ d’aria di mare, mi raccontò una storiaccia che girava in quel di Dornach. Più precisamente tra persone che lavoravano nel “polo museale” chiamato Goetheanum.

Queste, avvalorando coscienziosamente la tesi della pericolosità della magia, narravano come a Trieste (Italy), diversi anni prima fosse stato officiato un rito finito tragicamente a causa dell’evocazione di forze che, incontrollate, avevano ucciso tre degli operatori.

Ciò chiacchierato a Dornach ma essendo accaduto in Italia, rimbalzò sino a Milano negli ambienti occultistici e antroposofici ed in questi ultimi l’amico venne a conoscenza della storia.

Tutto ciò mi parve assurdo poiché sarei, in diversi modi, venuto a saperlo. Se non altro per la riconosciuta capacità degli occultisti a mantenere il segreto sui segreti più segreti…

Poi, lentamente, mi affiorò nella mente una specie di déjà vu: un vecchio ricordo o una alterazione della memoria? La chiacchiera favolistica coincideva abbastanza con una delle disavventure in cui inciampai all’alba del mio breve tirocinio magico. E per mancanza di altre vicende simili, non poteva essere se non quella. Avessero saputo a Dornach i precedenti di un loro socio (munito pure di ambedue le tessere)!

Tenendo in considerazione gli sguardi corrucciati di chi mi legge, indico a mia parziale discolpa che il fattaccio avvenne quando fui e fummo molto giovani.

Tutto iniziò in un bel pomeriggio di primavera. Un mio amico – ruvido discepolo dei Tantra – aveva pescato un ragazzo assai suscettibile come soggetto per esperimenti d’ipnosi, durante uno spettacolo del prof. Steno Schaffer (costui fu uomo dalle multiformi capacità: esperto illusionista, per campare collaborava con i medici dell’Ospedale psichiatrico, si esibiva in esperimenti di telepatia e di fascinazione a distanza. Inoltre ho le prove che fosse conoscitore e operatore di vere operazioni magiche: almeno quelle di basso conio che vediamo nei film e che strabiliano i profani).

Così passammo parte del pomeriggio con la nostra cavia in esperimenti davvero interessanti. Esaurito un bel mazzo di questi, tentammo un salto di qualità. Ci sedemmo intorno ad una boccia di vetro riempita d’acqua – noi svegli, lui in trance – e procedemmo ad una invocazione tratta da un testo di Pietro d’Abano. Nessun risultato apparente e la cavia non vide nulla.

Al tramonto tornai a casa, con la sgradevole sensazione di non essere solo. Era una sensazione soltanto, ma perché mentre camminavo, da dietro i muri delle villette più vicine i cani si mettevano ad ululare (i lupi ululano, i cani abbaiano)?

Dopo cena, come al solito mi trovai con gli amici di zona su una strada a quel tempo deserta. Così dimenticai il pomeriggio. Alle dieci di sera eravamo rimasti in tre. Il discorso si incanalò sull’ipnosi e uno dei due mi sfidò a provare con lui. Dopo ripetute sollecitazioni, nel timore di perdere la faccia, acconsentii. In piedi, nell’androne semibuio di una casa isolata. Sentii subito una intensa corrente fluire dalle dita, quasi crepitante e bastarono pochi comandi per portare nella trance l’amico. Mi parve affaticato (una lacrima era scesa da un occhio) e quasi subito iniziai il processo inverso. Lui era scombussolato, perciò lo feci sedere su un muretto mentre parlavo con l’eccitato testimone.

Mi accorsi che l’amico seduto era rimasto immobile e fissava la luna piena. Troppo a lungo. Lo presi per una spalla per scuoterlo e distoglierlo: lui si girò con uno scatto violento, ringhiando.

Valutai in un lampo che la mia forza era superiore alla sua…ordinariamente. Ma quale poteva essere la forza di un uomo-lupo? Mi riavvicinai con maggior prudenza e delicatezza, ripetendo più volte il suo nome. Si alzò ma gli occhi erano fissi e sbarrati. Il volto una maschera congelata. Incominciò a palparsi e ad osservare i propri vestiti. Scoprì le tasche da cui estrasse le poche cose che teneva e le guardò attento. Osservò con attenzione anche una solitaria vettura che passava in quel momento. Sto usando termini inesatti poiché era privo di ogni espressione nel volto e nello sguardo.

Dissi al testimone superstite (che stava tremando) di correre a chiamare gli unici due occultisti che abitavano vicino. Un “vicino” assai relativo ed il poveraccio dovette farsi una maratonina per raggiungerli. Io intanto sorvegliavo e seguivo l’amico perduto che gironzolava intorno.

Arrivarono il prima possibile. L’essere prese un rametto spinoso, lo spezzò e, a gesti, mi fece capire che dovevo impugnarlo nella destra. All’amico del pomeriggio, terribile discepolo della Potenza, diede un fiore. Simbolismo palese: io minacciato, lui coccolato.

Mandammo a casa il corridore che stava cedendo ad una crisi di paura (dormì per sei mesi con la luce accesa). Il terzo “tra cotanto senno” occulto, lanciò intorno a It diversi pentacoli mentali che non suscitarono alcun effetto.

Poi, non ricordo chi, ebbe l’idea di scrivere sul dorso del muricciolo un simbolo magico. Funzionò. Chi era dentro al mio amico, a gesti, volle il pezzo di mattone e iniziò a coprire un tratto del muro con tante figure geometriche di cui riconoscemmo solo la stella a cinque ed a sei punte, una spirale e poco altro. Poi fissò il buio sopra di noi e tracciò un segno zigzagante: un istante dopo crepitò in cielo il primo di molti fulmini non lontani. Pensai per un attimo che fosse stato lui a chiamarli, magari per poi incenerirci.

Forse (di sicuro) esasperato dalla nostra totale ignoranza abbandonò l’impresa di comunicare e, subito dopo, entrò nel cantiere di una casa in costruzione, nel garage che era già finito. Ci ritrovammo tutti e tre con l’essere che ci veniva incontro, ma che, improvvisamente, si arrestò. Vedemmo meravigliati che non poteva superare un’asticella di legno poggiata per terra. Il legno era per lui un ostacolo insormontabile.

Allora, rapido, con una scheggia di mattone, il “pentacologo” disegnò un cerchio intorno a noi tre. Funzionò. Fu impressionante vedere come il mio ex amico trovava un invalicabile impedimento, sia a terra che nell’aria. Ci trovavamo, noi e lui in una classica posizione di stallo alla messicana. Non ricordo chi suggerì, dopo un po’, di lasciarlo entrare. Bastò un segno sul cerchio per annullare la sua difesa. Del resto avevamo avvertito che il senso di rabbia o frustrazione se n’era andato. Sul muro alle nostre spalle, tracciò sopra le teste per ognuno un complicato segno diverso. Poi si sedette su dei mattoni accatastati, noi lo imitammo.

Che potevo fare? Pregai con tutte le mie forze per il ritorno del mio amico. It, come percependo ciò, mi mise una mano sulla nuca e, a gesti mi fece raddrizzare il rametto spezzato che da ore tenevo in mano. Era un ottimo auspicio, come se mi avesse perdonato. Poi si alzò e sfregiò i segni che aveva fatto sopra le nostre teste. Uscì velocemente dal garage mentre i tuoni stavano tambureggiando con maggior violenza. Si fermò accanto ad una buca, si tolse la maglietta e, a gesti, chiese il fuoco di un accendino che avevamo usato per fumare nervosamente qualche sigaretta.

Accese la maglietta e la tenne alta in mano mentre bruciava. Poi la gettò nella buca. Prese una pietra abbastanza grande e piatta, vi incise due segni: riconobbi uno dei due: era simile all’omega greco. Gettò anche la pietra nel buco. Poi, furiosamente, lo riempì di terra con le mani.

E corse. D’istinto lo chiamai per nome. Lui alzò una mano a palmo aperto, come a dire “fermatevi”. Noi lo seguimmo lo stesso e vedemmo che spezzava (annullava) tutti i simboli con cui aveva coperto il dorso del muretto per dieci metri buoni. Bastava un taglio minimo.

Poi si fermò, immobile. Un momento dopo si piegò, come uno che prende un pugno in stomaco. Si raddrizzò nuovamente con l’espressione e gli occhi allegri che ci erano famigliari.

Erano passate quattro ore dall’inizio di questa storia e le sue prime parole furono: “Ma cosa vi succede? Avete gli occhi fuori dalla testa”. Lui, riposato e fresco, non ricordava nulla.

Poi, come succede nei racconti, arrivò una pioggia scrosciante che cancellò parte dei segni, rendendoli irriconoscibili.

Quella notte, credo poco dopo, un maremoto si abbatté contro le rive di una cittadina attigua a Trieste e due persone persero la vita.

Nei giorni successivi vi fu un pellegrinaggio di occultisti che volevano decifrare il muretto. Non credo che qualcuno ne ricavasse qualcosa. Con me furono gentilissimi, prevedendo la mia morte a breve. La connessione logica non l’ho mai trovata appieno ma in quei giorni ero pronto ad accettare il mio destino di colpevole.

Fu una lezione che non dimenticai. Mai più, dissi a me stesso. Coerentemente, l’anno dopo e nello stesso giorno del medesimo mese, dopo una lunga opera di convincimento, la vittima della nostra follia si trovò disteso su di un letto, ben legato e circondato da un vero pentacolo, mentre, con le passate magnetiche, lo trasportavo nella trance profonda. Ma questa è un’altra storia.

Così, narrando questa piccola avventura, regalo un po’ di fieno alla greppia dei fessipedi e solipedi che giudicano non tanto bene chi scrive e questo sito di matti. 

L’ARCHETIPO – MAGGIO 2016

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