L’ARCHETIPO – NOVEMBRE 2015
Anno XX n. 11
Novembre 2015
Anno XX n. 11
Novembre 2015
Quella che viene presentata qui di seguito è una conferenza di Giovanni Colazza, che è – a mio modesto parere – di una importanza fondamentale per tutti i praticanti interiori che seguono la disciplina occulta della Scienza dello Spirito.
In passato essa è apparsa, decenni fa, su una rivista romana “scaligeropolitana” semestrale, ma non trascritta fedelmente, bensì in ogni sua frase completamente rifatta secondo un criterio redazionale assolutamente arbitrario. Il testo pubblicato in tale rivista è un totale rifacimento del testo originario, trascritto dalla fedele Fanny Podreider, rifacimento o parafrasi condotta con intenti letterari, presumendo di abbellire la parola di Giovanni Colazza, ritenuta poco elegante o addirittura “sciatta”. Seguendo l’impulso di una tale presunzione, chi si è assunto il compito di un tale rifacimento, ha operato in maniera ortopedica su un testo sapienziale, nel quale come direbbe Platone deve essere cercato ciò che è vero e non la “venustà del periodare”. Personalmente, sono per la riproduzione più esatta possibile delle parole dei Maestri, perché dietro quelle parole vi sono i loro pensieri e le forze del Mondo Spirituale, che le hanno ispirate. La conferenza in questione, oltre che abbondantemente riscritta secondo un criterio arbitrario, è stata mutilata di varie frasi. Così stravolta e mutilata, essa è stata ripresa da vari siti del web e in vari social forum. Questo mi ha spinto a compiere la dolce fatica di ritrascriverla dai dattiloscritti originali – due per la precisione e perfettamente concordi tra loro, provenienti dall’archivio dell’allora Gruppo S. Remo di Milano e dal dono di un discepolo diretto del Maestro – avendo cura di rimanere il più possibile fedele alla viva parola di Giovanni Colazza. Ho confrontato il testo della conferenza anche con il testo apparso in Società Antroposofica in Italia, Bollettino per i Soci, Anno 1973 – n° 2, il cui testo è assolutamente uguale alle altre due copie d’archivio citate, e completamente difforme dal testo pubblicato nella suddetta rivista semestrale romana, il che, a questo punto, fa sorgere molti leciti interrogativi circa la legittimità e gli scopi celati dell’alterazione ripetuta operata disinvoltamente sui testi di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero da parte dell’editore che l’ha attuata. Il ripercorrere, il più esattamente e fedelmente possibile, le sue parole e i suoi pensieri fa risorgere nell’anima il risuonare della forza dell’esperienza spirituale dalla quale scaturiscono.
Il “redattore” di tale ortopedica operazione editoriale non è nuovo a cotali discutibili imprese sui testi di Giovanni Colazza e dello stesso Massimo Scaligero. Le conferenze di Giovanni Colazza, ch’egli fece a commento del libro Iniziazione di Rudolf Steiner, furono da lui completamente stravolte e pubblicate in un libro nel quale difficilmente si riconoscono la forza e lo stile di chi, in maniera viva, pronunciò tali mirabili parole. Per me è giusto attenersi ad un criterio assolutamente opposto.
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La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente
Conferenza tenuta da Giovanni Colazza al Gruppo S. Remo
a Milano, l’8 dicembre 1940
Trascrizione di Fanny Podreider non riveduta dal Dott. Colazza
Il conferenziere esordisce dicendo di essere lieto di essere tra gli amici a Milano e raccomanda di non aspettarsi di udire cose nuove. Parlerà di cose che molti già conoscono, ma è bene ripresentare cose note, per riguardarle alla luce di una maggiore maturità. Nel ritornare sopra tali idee, dopo trascorso un periodo di tempo, si scopre che nella coscienza si è fatto un passo avanti, si è giunti ad una visione più chiara, ad una determinazione più forte.
Oggi dunque, continua il Dottor Colazza, vi dirò alcune parole su un dato tema. È sempre difficile riunire in un titolo il contenuto della materia che si vuole svolgere in una conferenza. Questa di oggi si svolgerà intorno all’argomento “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”.
Sappiamo che in ogni fase della civiltà c’è sempre stata una relazione speciale dell’uomo col suo Io. Nei tempi remoti, l’essere umano discendeva nella sua interiorità e lì poteva trovare la voce degli esseri spirituali. Penetrando in se stesso, l’uomo riconosceva che nel suo intimo si manifestavano le forze divine, che in lui sorgevano gli impulsi di volontà, ispirati dalle entità divino-spirituali che agivano in lui. Ora invece il nostro Io ha tagliato i ponti col mondo spirituale, è disceso completamente nell’interiorità umana, si è immerso nel corpo fisico, nel corpo eterico e in quello astrale, di modo che si può affermare che è quasi prigioniero in essi. Da essi prende, però, in compenso, le forze per condurre la sua esistenza autonoma. Osserviamo per un momento la composizione di quest’involucro in cui abita l’Io. Il corpo fisico ha la sua autonomia, vive per sé, appoggiandosi però alle forze eteriche che lo permeano. L’astrale tende invece ad assorbire l’attività della entità umana, a riempire l’essere umano di se stesso e con l’aiuto delle forze luciferiche e arimaniche, lo compenetra, cosicché l’Io diventa suo schiavo. Per mezzo di tale immersione negli involucri umani l’Io si muove nel mondo, e attraverso la corrente della vita e delle passioni umane, tende al congiungimento del suo essere interiore col mondo.
In questo campo bisogna tener presente che l’antroposofo si trova in una posizione speciale, in una posizione privilegiata. Una persona qualunque, che si metta a riflettere sulla sua vita, si sente nel mondo come un essere estraneo ad esso, si trova in mezzo ad un complesso di fenomeni a lui estranei e quasi ostili, si sente come schiacciato dall’immensità cosmica, che non può comprendere. la distesa dello spazio, il firmamento con i suoi mondi ignoti, che nulla hanno a che fare con lui nella loro immensità spaziale, lo schiacciano; e di fronte ad essi si sente rimpicciolito e senza valore. Si sente posto, in questo breve periodo tra nascita e morte, come un prigioniero di forze ignote, sa che non avrà tempo di sviluppare la sua entità più profonda, in questo periodo così limitato. Tutt’al più se ha fede, l’essere umano potrà riconoscere di avere in sé un’anima, ma che questa lo tradisce continuamente, perché dalle sue profondità ignote, affiorano passioni e desideri, tempeste di ogni sorta di cui non conosce le origini. L’essere umano che vuol sentire la propria entità di fronte a tutto quello che gli dà la scienza moderna, non può sottrarsi ad uno stato di avvilimento, ad un senso di umiliazione, paragonando la sua piccolezza di fronte a questo cosmo sconosciuto.
Diversa è la posizione dell’antroposofo, quando guarda il cielo, perché sa che le forze delle stelle operano anche in lui, è cosciente che tutto lo Zodiaco con le sue forze spirituali, collabora a formare il suo corpo; e che le influenze che scendono dai pianeti sono in relazione vivente con il suo essere.
L’antroposofo può guardare al mondo sapendo che dietro al fisico-sensibile vi è lo Spirito. Il suo corpo fisico non gli appare come un semplice peso morto, perché egli sa che è stato formato attraverso una progressiva evoluzione da epoche lontane. Sa che la parte di calore di esso, gli viene dall’evoluzione Saturno, la parte aeriforme dall’evoluzione che chiamiamo Sole, quello che ha in sé dell’elemento liquido è retaggio dell’evoluzione Luna e la materia pesante è l’elemento che appartiene alla Terra. L’essere umano sente in sé tutta l’evoluzione planetaria sommata nel suo corpo fisico, che da epoche antichissime è stato elaborato, sviluppandosi nella sua discesa verso la materia solida terrestre. L’antroposofo sa che questo corpo fisico è un dono delle gerarchie spirituali e sa che in altro periodo esse gli hanno dato il suo corpo eterico, poi il corpo astrale e da ultimo il suo Io.
Attraverso tali arti, egli si sente in costante relazione con le predette gerarchie. In ogni momento, soffermandosi a meditare, egli può sentire in sé, nel suo interno, tale rapporto col cosmo, tale vivere attuale in unione alle forze delle gerarchie. Vi è una differenza immensa in questo campo, tra un’individualità umana qualsiasi e l’antroposofo che sa di avere avuto in dono dalle gerarchie questo involucro del suo io, e sa che da esso egli può prendere forze viventi durante il suo lavoro di trasformazione e d’evoluzione interiore.
Osservando tutto questo l’antroposofo deve cercare di realizzare queste conoscenze in un quadro vivente. L’antroposofo, infatti, all’esposizione teorica di dottrine, come viene fatta in altri campi del sapere umano, cerca di sostituire dei quadri viventi che sviluppino, di per se stessi, forze d’evoluzione e di trasformazione. Così se riesco a riunire, in un quadro vivente, l’operare delle forze delle gerarchie che hanno contribuito ed operano tuttora alla nostra formazione umana, io risveglio in me la coscienza di quanto vive nel mio essere: mi ricongiungo a tali forze in una relazione attiva, vivente. Ritrovo allora il mio passato cosmico, che è racchiuso nel mio essere attuale, e posso giungere così ad un superamento dei limiti di tempo e di spazio, ad un albore d’esperienza spirituale, ci conduce alla soglia del mondo dello Spirito. Purtroppo, accanto a tutto questo, bisogna anche riconoscere che la nostra attività esterna resta ancora separata, resta ancora lontana da questa realizzazione di un mondo spirituale. Di questa grande esperienza cosmica non se ne vede in noi, e nelle nostre azioni, che poche tracce, molte volte non se ne sente nemmeno la presenza. Qui tocchiamo dei problemi di psicologia antroposofica. Ed in questo campo, sia pure a tentoni e spesso deviando, anche la psicologia moderna ha spesso presentito profonde verità. Così essa afferma che nell’essere umano esistono i cosiddetti complessi, ossia centri di forze psichiche autonome con vita propria, complessi animici separati nella coscienza, con autonomia e vitalità proprie, così che si sottraggono al controllo cosciente dell’Io.
Qui per rendere chiaro l’argomento, ci serviremo di una dimostrazione un po’ schematica. Abbiamo, nell’essere umano, il corpo fisico, l’eterico, l’astrale e l’Io, che descriverò uno dopo l’altro. Sappiamo però che in realtà, essi si compenetrano. Quindi abbiamo:
Io
corpo astrale
corpo eterico
corpo fisico
oggetto reazione
Mettiamo ora che un oggetto venga a colpire la nostra attenzione: (vedi oggetto) attraverso gli organi fisici noi accogliamo un’impressione, nell’eterico questa si sviluppa come sensazione, nell’astrale diventa percezione, poi sale fino all’Io.
Quando si forma la percezione, tale immagine percepita porta al risveglio delle forze della memoria. Se noi, ad esempio, vediamo un oggetto, cerchiamo subito di paragonarlo ad altri oggetti già conosciuti e quindi di renderlo riconoscibile attraverso la memoria. Il risveglio di questa, da quanto il Dottor Steiner ci ha spiegato, sappiamo che avviene nella zona tra l’eterico e l’astrale. Sappiamo pure che altra cosa è l’associazione di percezioni e la vera e propria memoria. Alla prima giungono anche gli animali, la seconda è possibile soltanto all’essere umano.
Dunque, per mezzo della memoria riproduciamo un oggetto, una data esperienza del mondo, ad altre esperienze precedentemente avute, ed immediatamente da questa zona, da questo complesso della nostra anima, si svolge una reazione che da noi parte verso il mondo esterno. (Vedi reazione). Se studiamo come avviene tale reazione nell’essere umano, vediamo dunque la tendenza a riunire le esperienze in gruppi simili; a reagire di fronte a date situazioni, quasi automaticamente come in passato.
In tal modo vediamo che, malgrado nella nostra coscienza siano entrate delle nuove esperienze che avrebbero dovuto modificare le nostre reazioni, le forze dei complessi, che sono radicate nella memoria, ci portano ad agire come prima. Qui vi è nell’anima umana, qualcosa che tende ad annullare lo sviluppo nuovo. Può così accadere che ripetiamo esperienze che sono in fondo superate e che commettiamo, di fronte ad esse, lo stesso errore, benché nella luce della coscienza ne sia già avvenuto il superamento. Questo si verifica appunto per la schiavitù dei complessi, da cui non riusciamo a liberarci.
Questo, che nel ramo psicopatologico può portare a situazioni tragiche, ed a volte pure ridicole, si rispecchia anche nella realtà della vita quotidiana. Per dare un esempio, è facile notare che una persona, che è stata per anni in condizioni poco agiate e che si è poi arricchita, quando si tratterà di comprare qualche cosa, istintivamente sarà ripresa da quel senso di paura di spendere che è la ripetizione dell’esperienza del passato.
Ma tutti abbiamo in noi sentimenti radicati che, nati in una certa forma, continuano a sopravvivere benché sussistano ormai tutti i presupposti per superarli. Ciò perché non riusciamo ad attivare il controllo della coscienza questa direzione. Sappiamo che date cose non hanno alcun valore, eppure esse hanno ancora la forza effettiva di portarci a perdere il nostro equilibrio interiore. Ci abbandoniamo così a reazioni che in realtà ripugnano alla nostra coscienza, ma che al momento non riusciamo a dominare. Questo accade a tutti nell’esperienza quotidiana.
Ora il Dottor Steiner aveva presente questo stato dell’anima umana, e ci ha dato anche il rimedio, ci ha dato i mezzi per il superamento dei complessi. Ci ha insegnato cioè a lottare contro queste forze interne in cui l’elemento arimanico e quello luciferico trovano il loro campo d’azione. Tutti certamente conoscono quanto il Dottor Steiner ci ha dato a tale scopo, ma sovente non si riesce a realizzare l’enorme importanza della reale forza degli esercizi da lui suggeriti.
Il Dottor Steiner consiglia, in primo luogo, di prendere per la concentrazione un pensiero che non ci interessi in modo speciale. Un pensiero che non ci piace, preso a caso, il quale non susciti in noi alcuna reazione d’interesse. Tale pensiero bisogna tenerlo fisso davanti a noi con tutte le forze, con un attivo sforzo cosciente. Allora, se si riesce a farlo realmente, noi lavoriamo per la liberazione del nostro pensare dai complessi animici, poiché un pensiero forte non è quello che da sé suscita in noi una forte reazione involontaria, bensì quello che noi vogliamo sia forte per la nostra volontà ben cosciente.
Un altro esercizio, che certamente tutti conoscono, è quello di proporsi un atto di volontà, di dirsi, ad esempio: “Domani, ad una data ora, compirò un atto semplice che non susciti in me nessuna attrazione, né piacere, né interesse personale”. Ma propostosi tale atto, bisogna eseguirlo a qualunque costo. Si giunge così ad impregnarsi di volontà per propria libera decisione. Mentre prima agivamo per impulso, ora è un atto di puro volere che immettiamo in noi. Non è per impulso momentaneo che ci abbandoniamo ad una reazione di volere, bensì creiamo in precedenza un’attitudine di volontà nel senso vero della parola, attitudine che non si sviluppa immediatamente nell’azione. Se io dico: “Voglio fare una cosa”, e la compio, quando l’azione volitiva è compiuta, la volontà si è esaurita. Se io mi propongo: “Domani voglio compiere questa azione”, io resto in un’attitudine volitiva latente che impregna il mio essere per tutto questo periodo e che sviluppa la mia volontà in modo speciale.
Il Dottor Steiner consiglia di continuare questo esercizio per alcune settimane. Se lo si compie in modo giusto, si lavora a rendere la volontà libera. Allora non è più un atto di reazione incosciente, ma si trasforma in un impulso che viene dall’Io. Quindi riassumiamo:
Il 1° esercizio porta alla liberazione del pensiero.
Il 2° esercizio porta alla liberazione della volontà.
Vi è poi un altro esercizio, quello chiamato dell’equanimità. Qui basta riassumere, perché tali esercizi sono descritti ampiamente nei libri del Dottor Steiner e tutti li conoscono. Io vorrei parlarvi piuttosto dei risultati, degli effetti che per essi si raggiungono nella trasformazione dell’anima umana. Questo esercizio tende dunque a fare acquistare un equilibrio di fronte al piacere e al dolore, a far sì che queste reazioni non si manifestino automaticamente in noi. Per esempio, arriva a noi una percezione che dovrebbe portarci a sentire piacere. Ebbene, noi la fermiamo, per così dire, e ce la poniamo davanti come una realtà oggettiva, per deciderci se dobbiamo accettarla oppure no. Così pure per il dolore: ci giunge qualcosa che attraversa il nostro desiderio, e che come un urto ci colpisce e vuole portarci dispiacere. Noi dobbiamo essere capaci, per realizzare questo esercizio, di fermare la reazione dolorosa e, ad esempio, imporsi: “Ora pensiamo qualcosa d’altro, lasciamolo da parte; più tardi, in pieno equilibrio dell’anima, io potrò riesaminare tale sensazione, riceverla se lo voglio, e trovare in essa quel tanto di esperienza necessaria per la mia evoluzione”.
Attraverso quest’esercizio, raggiungiamo dei risultati molto importanti. Precedentemente, spiegando lo schema, è stato omesso di affermare che, naturalmente, al ricevere di una percezione o di una esperienza, se ad esperienze simili nel passato si era unito nell’anima piacere o dolore, insieme al ricordo, la memoria ci riporta automaticamente anche quel complesso psichico che li conserva in noi, la nostra reazione verso il mondo ne viene immediatamente colorata. Noi attraverso questo esercizio, invece giungiamo ad ottenere che nel campo del sentimento non si verifichi più una reazione automatica, ma che ogni volta, di fronte ad una data esperienza, noi conserviamo un’attitudine libera nel sentire e vagliamo le cose al lume della nostra esperienza attuale.
Con tale esercizio giungiamo quindi alla liberazione del sentimento.
L’esercizio successivo è quello della positività. Esso suscita sovente dei malintesi. Si tratta solamente di proporsi, per un certo periodo, di guardare intorno a noi solamente a quanto è positivo, di cercare il lato migliore d’ogni cosa, di rifiutarsi di vedere il lato negativo, il lato brutto delle cose. (Il Dottor Steiner cita a tale proposito la leggenda dei Vangeli apocrifi, sul Christo che nella carogna di un cane vede e ammira i denti, che erano belli).
Non si tratta, qui, di andare per il mondo come un ottimista sciocco, di vedere tutto bello e di cadere in ogni trappola della vita: oppure di avere una falsa visione dell’esistenza. Si tratta invece di acquistare, per un dato periodo di tempo, la facoltà di vedere positivamente le cose. Il lato positivo è quello che ci porta vicino all’Io. Il vero Io, difatti, è di natura spirituale, e perciò non può vedere negativamente, essendo tutto ciò ch’è spirituale, costruttore e creativo. La parte negativa viene dal nostro atteggiamento di fronte all’esperienza, ed è perciò necessario liberarci del preconcetto delle nostre esperienze passate. Così s’impara l’autonomia del giudizio, ci si esercita a non giudicare secondo date etichette che abbiamo già messe sulle cose. Per le abitudini del passato, per l’educazione, per quei rapporti che si sono creati nella nostra giovinezza, per le finalità abbracciate allora, noi siamo abituati a considerare le persone e le cose secondo schemi fissi. Ci sono giudizi che oggi sarebbero da rivedere alla luce dell’Antroposofia, ma essi sono così forti e radicati nell’anima nostra, che ci trascinano a giudizi affrettati, senza lasciare che nuova luce vi penetri.
Attraverso l’esercizio della positività, ci liberiamo da essi e guardiamo in modo nuovo. A poco a poco possiamo arrivare a sentire qualcosa del Karma. Ciò avviene, perché con tale attitudine positiva si sviluppano le qualità che ci permettono di avvicinarci alla visione del Karma degli uomini. Un giudizio positivo porta luce su ciò che vive di buono in una persona, e ci guida a vedere quelle forze che impediscono a questo lato di prendere il sopravvento, ci porta a vedere il peso che impedisce all’uomo di muoversi nella direzione del bene. Così ci si avvicina alla comprensione degli altri e si giunge gradatamente alla liberazione del giudizio.
Un altro esercizio molto importante è quello della spregiudicatezza (esso ha dei punti in comune con quello precedente, ma non è la stessa cosa). Si tratta di non accettare nulla come già giudicato definitivamente e di porre tutto nella luce piena della nostra coscienza. Supponiamo che qualcuno pronunci una frase che abbiamo già udito altre volte. Ebbene, dobbiamo esaminarla come se l’udissimo per la prima volta e vedere se questa volta non ci riveli nulla di diverso e non ci appaia sotto un nuovo aspetto. Si può, con tale esercizio, accorgersi se in noi è nato qualcosa di nuovo, se comprendiamo forse meglio e più a fondo del passato. Si può giungere a realizzare in modo attivamente cosciente, i progressi fatti per la comprensione del mondo.
Se facciamo per un certo tempo questo esercizio, giungiamo ad una purificazione della nostra memoria, la obbiettiviamo gradualmente. Se di fronte a un fatto qualsiasi io dico a priori che lo conosco, attribuisco ad esso, automaticamente, un dato contenuto della memoria, senza un confronto attuale. Se di fronte ad un’affermazione io dico: “ho già udito tutto questo e non può essere vero”, io mi pregiudico un giudizio attuale. Se invece dico: “Voglio esaminare la cosa a nuovo”, metto di fronte alla percezione il giudizio attuale, in modo oggettivo accanto a quello del passato che vive nella memoria. In tal modo vedo da che cosa proviene il contenuto della memoria stessa, e percorro la via dei ricordi, facendo sì che questi siano per me qualcosa di oggettivo. Così riguardando indietro alla mia vita, risalgo attraverso i ricordi in modo oggettivo, e posso giungere al punto in cui non ho davanti a me il vuoto, bensì quanto, come essere reale, vive in essa, vale a dire il mio Io come ha iniziato questa esistenza, venendo da incarnazioni precedenti. Così libero l’Io dal campo della memoria. Essa non è più un cimitero, un campo obbligato, bensì un campo obiettivo che posso esplorare liberamente e che si stende limpido davanti a me. Questo esercizio vuole quindi portare alla liberazione della memoria.
Se si osserva questo esercizio intimamente, e lo si continua, si vedrà che ingigantisce in noi per i suoi effetti ed assume una grande importanza. Il Dottor Steiner non si preoccupava tanto che noi accogliessimo gli insegnamenti teorici dell’Antroposofia, ma ci teneva soprattutto a che noi si sviluppasse una coscienza antroposofica, voleva che a poco a poco noi sviluppassimo la capacità di pensare liberi dalle influenze di Arimane e di Lucifero. Ci teneva che gli antroposofi acquistassero la possibilità di portare la loro attività nel mondo esterno, senza che queste forze guastassero la loro opera.
Indubbiamente abbiamo dinanzi a noi un compito difficile, ed è difficile anche sentirsi degni di tale opera. Eppure non bisogna tralasciare nessuno sforzo per giungere a realizzare l’Antroposofia. È vero che l’iniziazione è una mèta lontana, verso cui l’essere umano può solo tendere, ma non c’è giorno che, per chi vuole lavorare, non si possa segnare un passo in direzione di questa conoscenza superiore. Il Dottor Steiner ci ha amorevolmente mostrato la via e ci ha dato i mezzi potenti per aiutarci a percorrerla.
Sappiamo che ogni entità umana porta, nel suo spazio interiore, tutto un passato cosmico. È in nostro potere rendere questo passato cosciente in noi. Ma in tale spazio non vi è soltanto l’evoluzione passata; vi è pure in germe l’evoluzione avvenire. La coscienza umana può già da ora realizzare le condizioni future del Cosmo. Non vi è, in noi soltanto l’evoluzione Saturnia, Solare, Lunare e Terrestre, vi è anche l’evoluzione futura di Giove, e l’uomo può raggiungerla nella sua coscienza.
Infatti se libera se stesso dai pesi delle influenze di Lucifero e di Arimane, può avvicinarsi al Sé spirituale. Il primo passo sulla via dell’evoluzione interiore è un senso di fiducia in se stessi, poiché si può mancare per orgoglio, ma anche per umiltà fuori posto. Si può non avere fiducia in noi e credere, per tale sbagliata umiltà, che il lavoro dell’evoluzione sia riservato a pochi privilegiati. Questo è errato, perché tale lavoro su se stessi deve essere compiuto da chiunque voglia seguire l’insegnamento dato dal Dottor Steiner. Possiamo imparare a sentire cosmicamente in noi, a sentire che la storia cosmica si realizza nel nostro essere umano. Per andare in tale direzione, non è solo necessario accogliere le conoscenze antroposofiche, ma è indispensabile questo lavoro quotidiano fatto su noi stessi, lavoro che libera la nostra coscienza, che l’avvicina gradatamente alla luce dello Spirito.
Questo lavoro si compie in ogni minuto accogliendo dall’esperienza quotidiana, quell’incitamento, quell’impulso all’evoluzione, che tante volte non riusciamo a leggere e a comprendere per farne tesoro. Bisogna giungere gradatamente a farci un’idea chiara del peso reale che Arimane e Lucifero hanno su di noi, bisogna guardare in faccia questo loro potere, e riconoscere in noi stessi il nostro oscillamento tra l’uno e l’altro. Nella vita quotidiana non dobbiamo porci come mèta la perfezione, bensì dobbiamo proporci di giungere alla chiara coscienza della nostra vita interiore. Proporci una mèta di perfezione ci porterebbe presto allo scoraggiamento, mentre nel lavoro quotidiano di illuminare la nostra coscienza, giungeremo a porre noi di fronte a noi stessi. Così vedremo la nostra limitatezza, ma anche la nostra lenta trasformazione che ci porta a divenire strumenti delle forze spirituali. In tal modo dunque, realizzando in noi il lavoro delle gerarchie, operiamo nella nostra anima così da renderla uno strumento adatto, uno specchio sempre più terso in cui possa riflettersi il mondo spirituale. Anche colui che dal destino non è destinato a porgere l’insegnamento antroposofico ad altri, a diffonderlo nel mondo, svilupperà in sé una luce interiore che porterà i suoi frutti. Creerà un’armonia delle forze spirituali, nostalgia di conoscenza; desiderio e comprensione per l’Antroposofia, in qualunque ambiente esso si trovi. Le poche cose dette oggi sono state esposte solo per mostrare i risultati di alcune meditazioni, per rivedere argomenti che conosciamo. È da augurarsi che in ogni occasione in cui ci troviamo sia un punto di partenza, un impulso verso un’attività più forte, verso una volontà più intensa di lavoro spirituale. Così la riunione odierna avrà raggiunto il suo scopo se sarà riuscita a far sì che, ritrovandoci insieme, ci sentiamo rafforzati in questo nostro compito comune.
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CONCLUSIONE
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Rapporto col mondo inglese, francese ed irlandese.
Nessun straniero ha suscitato in Inghilterra un tale entusiasmo quanto Garibaldi. Da quando, giovane e appena sfuggito ai pirati, incontrò un militare inglese che gli donò un paio di scarpe, ebbe sempre un rapporto privilegiato con questa nazione.
Era spiritualmente legato a quei popoli, si unì a loro anche animicamente quando entrò nella massoneria. Persino fisicamente: “I suoi modi calmi, i suoi movimenti relativamente lenti, i suoi capelli e la sua barba quasi sassoni, parevano caratteristici d’un europeo del nord, piuttosto che del sud; pure i suoi occhi, la sua voce e il suo portamento erano essenzialmente italiani”.
Gli inglesi accorsero in suo aiuto per tutta la vita e alcune delle formidabili condizioni che accompagnarono la spedizione dei mille furono, a detta di molti, pagate a caro prezzo in sterline. L’appartenenza alla massoneria spiega in parte ciò, l’entusiasmo e la simpatia popolare trascendono questo aspetto ed hanno radici più profonde.
Di contro, fin dai tempi in America, Garibaldi fu animato da una avversione per la Francia. Nato sotto il giogo di Napoleone, vide sempre Nizza in bilico tra due nazioni, fino al definitivo passaggio, con la Savoia, alla Francia. Il sostegno incondizionato al Papa e quello ai suoi nemici in America segnarono le sue antipatie. Fu sempre nemico dei francesi fino alla battaglia di Mentana. Nel 1870 si schierò a favore della Terza Repubblica e combatté per essa. Le polemiche per la restituzione del vessillo tedesco e per l’abbandono di Digione rinfocolarono il suo astio.
Se l’Inghilterra lo adorò, l’Irlanda l’odiò. Gli irlandesi, pur continuando a vivere un cristianesimo pratico e vitale, dopo l’opera di San Patrizio, divennero papisti e quindi anti – inglesi. Come fedeli di Roma non vollero tollerare le continue invettive di Garibaldi contro i preti.
Artù-Bohort
Garibaldi fu un Artù, egli primo tra i dodici trasmetteva il cristianesimo celtico ai suoi discepoli. Iniziato ai misteri d’Ibernia si mise al servizio del Cristo eterico per purificare i corpi astrali dei discepoli e preparare un nucleo di vera cristianità nel cuore dell’Europa.
Nell’869 si fusero le correnti del Graal da oriente, in cui l’impulso Cristo viveva nel cuore degli iniziati, e quella di Artù, da occidente, in cui si percepiva l’aura eterica del Cristo e si preparò il cristianesimo esoterico.
L’iniziazione del Parsifal è ora congiunta con quella di Galvano, la via microcosmica e quella macrocosmica divengono entrambe possibilità per l’uomo moderno, si preparano i nuovi misteri.
La leggenda di Parsifal, la cerca del Santo Graal si innesta quindi sui personaggi arturiani ad indicare anche il cambiamento a cui essi devono andare incontro. Nella “Cerca del Santo Graal”, manoscritto anonimo cistercense, la trattazione è leggermente diversa ed i cavalieri assumono connotazioni diverse dal “Parzifal” di Wolfram von Eschenbach. Qui diversi cavalieri partecipano alla cerca ed ognuno di essi assume un valore simbolico – archetipico e rappresenta una modalità di approccio diverso al Graal e alla moderna iniziazione cristiana.
Bohort è uno dei tre predestinati che portano a compimento la Cerca. È il rappresentante della via eroica; è il solo a non essere vergine, ma casto; è quindi l’immagine della conoscenza del proprio corpo terrestre e lo sforzo ascetico per dominarlo e sorpassarlo (58).
Diversi avvenimenti lo portano al Graal, vediamo schematicamente quali
1) eremo: adotta una disciplina ascetica (si nutre di pane ed acqua)
2) tentazioni da vincere: libera la terra dalla dama della torre – mondo terreno
3) libera damigelle minacciate da violenze – combatte suo fratello Lyonnel e falsi eremiti nella foresta – abbazia dei monaci bianchi: gli spiegano il significato dei suoi sogni e delle visioni. – mondo eterico
4) combattimento: sfida con Lyonnel vengono separati dalla folgore – incontro con il piccolo guardiano
5) nave di Salomone e cavalcata solitaria per 5 anni – oltre la soglia
6) il castello del Graal: gli viene affidata la spada spezzata e rinsaldata di Galaad. Vede il Cristo. – Incontro con il grande guardiano.
7) Bohort è l’unico che ritorna indietro al castello di Artù – decisione del sacrificio per il bene dell’umanità – ulteriore incarnazione.
Sono ovviamente descritte le tappe iniziatiche che si svolgono nell’interiorità e nei mondi spirituali, dalla purificazione delle forze dell’anima, all’incontro con il piccolo guardiano e la separazione del proprio io inferiore (Lyonnel) fino al grande guardiano. In questo senso è la via alchemica che trasmuta il piombo in oro.
Garibaldi la percorre interiormente come monaco irlandese del IX secolo e ciò che visse spiritualmente si ripresentò come avvenimenti esteriori nella vita successiva. Eccolo cavalcare solitario, guidato dalle sue visioni e dalla voce interiore. Libera terre spogliate, damigelle minacciate da violenza e attraversa foreste desertiche nel corso di cavalcate dure ed interminabili.
Bohort è il cavaliere “terrestre” divenuto “celeste”; Garibaldi dovette ritornare “terrestre” per le condizioni del tempo in cui scelse di vivere.
Seguì allora la profezia del Cristo ai dodici eletti della Tavola del Santo Graal: “Voi morirete tutti in servizio, ad eccezione di uno solo tra voi”.
Il significato di questa incarnazione è profondamente legato alla sfera arcangelica di Michele e Raffaele, come vedremo. Se unilateralmente Garibaldi è un rappresentante della via eroica di Bohort, in quanto maestro iniziato è legato alla figura di Artù.
Due aspetti della sua figura mi preme sottolineare. Artù è in qualche modo legato all’Italia ed in particolare all’Italia meridionale. Nella cattedrale di Otranto c’è un mosaico del 1165 in cui si vede Artù che ha in mano uno scettro e cavalca una capra. In Sicilia fiorirono numerose leggende secondo le quali Artù sarebbe stato ancora vivo in una caverna sotto l’Etna. Il miraggio che si vede nei pressi di Messina è noto come fata Morgana (la sorellastra di Re Artù).
Nel centro Italia visse l’enigmatica figura di san Galgano. Anche nel nome il riferimento a Galvano è evidente. Egli infisse la sua spada nella roccia ripercorrendo proprio questa via iniziatica. Il castello di Klingsor, il mago nero malvagio con cui si confronta Galvano è il castello di Caltabellota in Sicilia. In un certo senso le profezie circa un ritorno di Artù in Sicilia si concretizzarono nel 1860 con lo sbarco dei Mille.
Un altro aspetto si ritrova nel nome stesso di Artù – Arturo che è anche il nome della stella che Garibaldi, come abbiamo visto, si scelse come protettrice. Arturo è una brillante stella rosso – arancione che fa parte della costellazione di Boote. Il nome Arcturus viene dal greco e significa Guardiano dell’Orsa, mentre Boote è il mandriano che guida l’Orsa Maggiore attraverso il cielo; essendo essa una costellazione circumpolare è collegata con le tradizioni del nord e dell’ovest.
Nelle antiche tradizioni esoteriche si conosceva il rapporto di quella corrente con il male e la morte. Per i Persiani, ad esempio, l’Orsa era un feretro che trasportava i defunti. Nel mondo arabo c’è il detto: “L’amicizia con l’orso è fonte di guai”. Numerosi altri motivi della vita di Garibaldi si riallacciano alle tradizioni del mondo celtico.
Caccia e astronomia
Sono due passioni di Garibaldi che si rifanno al mondo del Nord, da un lato la figura dell’eroe guerriero che prova la sua audacia e la sua bravura, dall’altro il Druido Sacerdote che regola le attività sociali ed agricole secondo l’andamento delle stagioni.
Nave
Il motivo della nave e dell’acqua è un motivo centrale nella cultura celtica.
Proprio per il legame con il mondo eterico i celti veneravano le acque e quindi gli esseri elementari e gli angeli che vi si manifestavano. I grandi “santuari” celtici sono i laghi e le fonti sacre. Tutti i popoli del nord – ovest erano dei grandi marinai e poterono tenere sotto controllo il continente americano utilizzando al meglio questa possibilità.
Nella tradizione esoterica la nave ha assunto il simbolo da un lato del vagare dell’iniziando nel mondo astrale che ancora non domina e dall’altro è il veicolo che traghetta l’uomo nei mondi spirituali e in quello dei defunti.
Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele
Furono i quattro artefici dell’unità d’Italia. Nacquero tutti nel Regno di Sardegna tra il 1805 e il 1820. Avevano caratteri completamente differenti, concezioni politiche opposte e non andarono quasi mai d’accordo. Tuttavia, per usare un termine medico, si comportarono come una unità funzionale, tesa al raggiungimento del fine ultimo: l’unità d’Italia. Appare invero miracoloso che queste quattro personalità abbiano potuto cambiare il corso della storia italica se non si tiene conto delle indicazioni di Steiner. Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele furono discepoli, in una vita precedente, di Garibaldi e arrivarono dai quattro angoli del mondo per apprendere l’insegnamento del Maestro in una di quelle colonie monastiche che, come si è detto, fertilizzarono l’Europa centrale nella seconda metà del primo millennio. Confluirono tutti nella corrente occidentale e fino ad un certo grado percorsero l’iniziazione cavalleresca come l’abbiamo intesa precedentemente.
Senza entrare nei particolari, si può vedere come anche nelle vite di questi personaggi qualcosa tesse alle loro spalle; alcuni archetipici propri del mondo celtico affiorano dietro le quinte della loro vita.
Analizziamoli molto brevemente.
Vittorio Emanuele era un uomo bello, brillante. Era conosciuto in tutta l’Italia come il Re Galantuomo. Andava volentieri a caccia, preferiva curiosamente i rustici piatti contadini con aglio, ai banchetti regali e allo stesso tempo preferì una donna del popolo alla nobiltà di corte. Questo fu un suo aspetto caratteristico; balzato al trono improvvisamente al posto di Carlo Alberto, non sembrò sempre a suo agio in quel ruolo.
Garibaldi gli rimase fedele in maniera incondizionata anche quando questi lo tradì palesemente; spesse volte lo trattava da suo pari o addirittura sembrava che il sovrano fosse lui, scandalizzando ovviamente il parlamento subalpino.
Dietro di lui si staglia la figura del cavaliere Galvano, che rappresenta lo stadio di apprendistato pre – iniziatico. È il cavaliere terrestre contrapposto a quelli celesti Parsifal e Galaad.
“Nel corso del suo peregrinare, Galvano incrocia un giorno una Dama e tralascia di salutarla. Costei oltraggiata dalla dimenticanza, gli lancia un sortilegio, augurandogli di assomigliare al primo cavaliere che incontrerà. Galvano incrocia allora il nano di Estrangore, un tempo figlio del re, che aveva assunto questa forma per i malefici di una maga. È d’altronde probabile che sarà a seguito di un’avventura analoga, che egli farà il voto di salutare e rispettare le Dame”(59).
Galvano divenne quindi il cavaliere galantuomo (!). Galvano è l’appoggio, il sostegno di re Artù; Galvano rappresenta infatti le forze lunari che traggono forza e vitalità dal sole. Vittorio Emanuele è il discepolo a cui Garibaldi è più legato, in particolar modo, per il legame con lui, il Maestro sente l’obbligo di reincarnarsi, e Vittorio Emanuele è il Galvano che fu primo a fare il voto di entrare nella Cerca, seguito da tutti.
Il simbolo di Galvano è l’aquila bipenne ed egli porta ed usa sia la spada nella roccia che Excalibur; sono simboli da un lato di uno status regale temporale, dall’altro dell’inizio della lotta per la purificazione delle forze dell’anima.
Se Galvano ricevette in sogno la visione dei cavalieri della Tavola Rotonda come 150 tori, Vittorio Emanuela pose la sua tavola Rotonda nella città del toro, Torino. Pur essendo di nobili origini, Galvano ebbe la visione nella notte di Santa Maria Maddalena, un chiaro simbolismo della presa di coscienza del lavoro ancora da compiere sulla propria anima, un evento che lo avvicina al popolo. Vittorio Emanuele era amante dell’arte e a differenza di Garibaldi e Cavour sapeva trattare con la gente grazie alla sua sincera partecipazione emotiva.
Cavour era conte e proprietario terriero, aveva passato alcuni anni quale paggio reale alla corte sabauda; alla carriera militare preferì dedicarsi allo sviluppo dell’agricoltura nei suoi possedimenti. Fu sempre fedele al Regno di Sardegna più che a quello d’Italia; riteneva che per conseguire l’unità d’Italia fosse più utile costruire delle ferrovie piuttosto che attuare un assassinio politico. Aveva una figura inelegante, la faccia tonda e grassa, i suoi occhiali, i suoi abiti trasandati lo facevano assomigliare più ad un mercante che ad un aristocratico.
Dotato di un grande senso pratico fu un ottimo amministratore, e un diplomatico molto abile e privo di scrupoli. Non era però un grande pensatore e come statista aveva notevoli debolezze. Poteva andare a scoppi emotivi che oscuravano il suo giudizio, ed era spesso influenzato da preconcetti e da antipatie personali; e non sempre trattava le persone con il tatto dovuto. In lui si intravede la figura di Keu, il siniscalco.
Keu è il siniscalco sarcastico, fratellastro di Artù non ne riconosce la grandezza spirituale e pur tuttavia lo serve fedelmente. È espressione del pensiero morto, preda delle passioni e negatore delle verità spirituali. Per il suo carattere non docile in alcune tradizioni lo si chiama Kai olo Grenant (Keu il brontolone).
A Mazzini si può accostare la figura di Sagremor, l’altro fratellastro di Artù, che pretende dapprima di fargli da maestro e poi successivamente lo serve fedelmente. È caratterizzato dall’impetuosità ed è l’espressione della volontà non ancora purificata, delle passioni.
Mazzini finissimo pensatore, non partecipò mai ad una attività politica pratica, anzi i tentativi di insurrezione ispirati alle sue teorie fallirono sempre in bagni di sangue.
Riepilogando:
Un grande percorso iniziatico
Proprio grazie alla nave, al suo essere marinaio, Garibaldi ripercorre fisicamente le tappe della iniziazione ai misteri d’Ibernia. Prima raggiunge l’Oriente, va a Costantinopoli. È il polo luciferico: lì ha una gran febbre che lo costringe a letto e dopo svolge una attività didattica, vive nel pensiero. Poi la nave gli serve per raggiungere l’America, il polo arimanico: qui è tutto volontà, diviene corsaro e incontra la guerra.
Il centro dovrebbe per lui essere Roma, è ossessionato dalla liberazione della Città Santa (o Roma o Morte), ma in realtà la potenza franco – papalina glielo impedisce. Il suo equilibrio lo troverà a Caprera, dove troverà pace.
| ORIENTE | CENTRO | OCCIDENTE |
| COSTANTINOPOLI | CAPRERA | AMERICA |
| CAPO | SIST. RITMICO | VOLONTA’ |
“Bardo”
Accanto a questo percorso “iniziatico” nello spazio egli compie un percorso temporale, in cui vengono riprese le figure della società celtica.
A COSTANTINOPOLI: Parte come marinaio (Guerriero), la guerra, più che altro la subisce e diventa insegnante (Bardo)
A NAPOLI: il popolo in festa lo acclama chiamandolo “Bardo”, in realtà è al culmine del suo essere guerriero, è addirittura Dittatore (Re)
A CAPRERA: Si dedica all’agricoltura e alla pastorizia. Come parlamentare e Gran Maestro Massonico assume il ruolo di guida etica, sociale e spirituale (Druido). Per tutti, però, è il grande guerriero.
Questi due percorsi portano con sé diversi aspetti:
= A differenza di un percorso iniziatico interiore accaduto nel mondo e non nell’anima del ricercatore.
= Non sono tappe di un percorso interiore cosciente e volontario,Garibaldi è trascinato dagli eventi di destino che gli si fanno iincontro.
= Non è un percorso che modifica tanto l’interiorità di Garibaldi, quanto modifica invece le persone, le società e le nazioni nel cui contesto esso si trova.
È la via del Galvano di Wolfram von Eschenbach, ma questa è presentata, come deve essere, connessa a quella interiore di Parsifal. Si crea così una situazione sbilanciata e non consona ad uomo moderno. Come mai ?
Tristano ed Isotta
Il suo incontro con Anita avviene in circostanze straordinarie. Ancora una volta sono le forze del karma che conducono per mano Garibaldi. Le modalità con cui questo incontro avviene lo uniscono in un contesto che va ben oltre le comuni vicende della vita.
Per comprenderlo bisogna guardare oltre, avventurarsi in grandi incontri tra innamorati descritti nelle antiche culture. Essi narravano, però, non solo avvenimenti terreni: erano anche descrizioni in cui l’amata (l’anima) veniva sottratta al marito (io inferiore) e fuggiva con il bel principe (l’io superiore). Il racconto celtico di Tristano e Isotta è in questa dimensione.
L’incontro di Garibaldi ed Anita ripercorre queste tappe, ma qui tutto è nel mondo fisico. I due amanti, come rapiti in un incantesimo, si incontrano e si riconoscono. Fuggono dal marito di lei; novello re Marco, e danno vita ad una stupenda storia d’amore che culmina con la morte di Anita.
Garibaldi vede per la prima volta Anita attraverso un cannocchiale.
Isotta è in lingua celtica Adsiltia (colei che è guardata!) e in tedesco medievale Isolde (fermezza di ghiaccio), qualità che ben si adattano alla storia ed al carattere di Anita.
In realtà quella di Tristano ed Isotta è una storia che si rifà all’antico racconto mitologico greco di Perseo ed Andromeda; quando ancora il mondo greco celebrava la via eroica del guerriero. E cosi vediamo Anita cercare il marito tra i morti sul campo di battaglia come le donne di Ilio nel poema omerico.
La vita amorosa di Garibaldi continua, imprevedibile, ad intrecciarsi alle vicende di Tristano. Questi nel poema decide, consigliato dall’eremita Ogrin, di restituire Isotta a Marco e così pure Garibaldi deve, costretto dalla vita, abbandonare la sua Anita, morta, alla famiglia Ravaglia per la sepoltura. Dopo molte peripezie Tristano in preda all’angoscia per aver perduto la sua amante acconsente a sposare Isotta dalle Bianche Mani, proibendosi però di consumare il matrimonio. Lei lo porterà alla morte.
Questo motivo si ritrova in tutto il mondo nordico: Sigfrido è costretto a dimenticare Brunilde e a sposare Crimilde; secoli dopo Shakespeare ne riprenderà alcuni elementi per il suo “Romeo e Giulietta”.
Garibaldi prova a consumare un matrimonio “borghese”, ma anche la sua
Isotta dalle Bianche Mani (Giuseppina Raimondi) lo delude ed il matrimonio ha la durata di un giorno. Invece di condurlo a morte, però, la vicenda fa da preludio alla impresa dei Mille. Garibaldi ritrova in un certo senso la sua amata quando dalla torre di Faro guarda attraverso il cannocchiale le sponde della Calabria che di lì a poco avrebbe conquistato.
Ferite e malattia
Il tema delle ferite è molto importante nella tradizione culturale celtica e la loro descrizione e la parte anatomica colpita non sono mai arbitrarie, ma richiamano la connessione del corpo fisico dell’uomo con le forze spirituali che lo edificano. In questo senso possiamo leggere anche le ferite di Garibaldi.
La prima ferita grave avviene il 15 giugno del 1837, poco prima di compiere trent’anni. Una pallottola si infila nel collo e miracolosamente si ferma sulla carotide. Il tema della ferita al capo e della decapitazione è frequentissimo nel ciclo arturiano. In particolare ricorda l’episodio dell’incontro di Galvano con il Cavaliere Verde (Sir Gawain and the Green Knight). È lo scontro con la forza della Natura: perdendo il capo, il mondo fenomenico dei sensi e mettendosi nelle sue mani ci si svela il mondo spirituale che opera in essa e comincia così il mondo iniziatico.
Garibaldi vive anche le potenti forze elementali del Sud America, quando è ferito. È giunto nel Rio Grande del Sud per fare il commerciante, diviene dopo un anno corsaro e questa ferita, nel suo primo vero combattimento lo inizia alla guerra. Le successive ferite sono elementi ancor più archetipici.
Le ferite alla caviglia e alla coscia in Aspromonte fermarono il suo spirito rivoluzionario ed egli consegnò definitivamente l’Italia nelle mani del re
Vittorio Emanuele II. E’ la ferita nel tallone di Achille e nella coscia di Artù, per entrambi il segno della fine della loro attività.
Anche la malattia reumatica che lo accompagnò per buona parte della sua vita nasconde un segreto. Certo i reumatismi in un marinaio non sono rari, ma al di là delle cause fisiche, in una vita come quella di Garibaldi è necessario vedere quale aspetto della sua attività spirituale si presenta qui.
I reumatismi compaiono durante la sua esperienza in America. È l’incontro dell’antico iniziato irlandese con la statua maschile. Egli doveva provare uno stato di irrigidimento fisico di inverno nel corpo.
Così, prima, a Costantinopoli sorse la febbre, quale eco della sensazione di calore che l’iniziando dei Misteri d’Hibernia doveva suscitare in sé davanti alla statua femminile.
Questa iniziazione così particolare produsse quella strana combinazione tra l’idealista fantasioso, ma inconcludente nel pensiero ed il vecchio marinaio che, bloccato dai reumatismi doveva essere portato in giro a braccia. In mezzo a ciò, però, sorse in lui la figura del Cristo ed egli poté comunque agire come cavaliere di Michele.
Un momento emblematico si ha nel giorno della morte della madre, l’antica chiaroveggenza di cui il Maestro era, nella vita precedente, dotato, ritorna in quanto si ripresentano quelle condizioni favorevoli, la tempesta (la forza degli elementi) e l’attacco reumatico (la particolare capacità di irrigidimento fisico) che furono gli elementi tipici dell’antica iniziazione celtica.
Il ciclo epico irlandese
Anteriormente alla saga di Artù, diversi altri racconti celebravano il mito del re eroe e guerriero. Sono questi racconti in cui si evidenzia maggiormente l’elemento pagano, quella vivida religiosità che già prevedeva l’evento del Golgota.
Si avvicinano molto alle celebrazioni degli eroi del mondo greco antico, per esempio Ercole o Achille. In realtà la matrice indoeuropea è comune ed ambedue traggono origine dalle precedenti epoche della storia umana, in particolare dal mondo persiano. Anche in oneste saghe traspaiono alcuni elementi archetipici che si ritrovano nella vita di Garibaldi e dei suoi discepoli.
Garibaldi ricorda insieme Cù Chulainn, l’eroe irlandese e Fergus Mac Roich il maturo e saggio guerriero.
Vittorio Emanuele sia il re Couchobor Mac Nessa che lo stesso Cù Chulinn in quanto giovane che deve venire condotto all’iniziazione.
Cavour incarna invece Sencha Mac Ailella, il saggio consigliere e l’arbitro delle dispute.
Mazzini ricorda Bricriu Nemhthenga “Lingua velenosa”, colui che esaspera le inimicizie e semina discordia tra gli amici.
In Cù Chulainn abbiamo sia il motivo del cambio del nome che lo avvicina a Garibaldi, sia quello del confronto con il toro, come abbiamo già visto per Galvano, che li accomuna a Vittorio Emanuele.
Accanto a questo “ciclo dell’Ulster” particolare interesse rivestono pure i racconti legati alle “Fiana”. “La Fiana è una confraternita di uomini privi di radici che hanno troncato le proprie affiliazioni tribali per abbandonarsi alla pericolosa libertà della vasta terra di nessuno che si estende al di là dei confini della società organizzata. E costoro vagano, con fenomenale velocità e agilità, per le terre indomite dell’Irlanda e della Scozia gaelica, combattendo, cacciando e mercanteggiando” (60).
Questo superamento dei limiti imposti dai legami di sangue è, naturalmente, un impulso michaelita e rappresenta la fase precedente nel cui contesto dopo l’evento del Golgota compaiono le figure dei cavalieri della Tavola Rotonda. Quanto sono simili le gesta dei Fiana alle intenzioni da Garibaldi espresse a Londra nel 1854!
“Che c’è di meglio della mia idea, che c’è di meglio che raggrupparsi ad alcuni alberi di nave, e scorrazzare l’oceano temprandosi nella dura vita del mare, nella lotta con gli elementi, con il pericolo? Una rivoluzione navigante, pronta ad attraccare a questa o a quella sponda, indipendente ed irraggiungibile”.
Il cavaliere della carretta
Garibaldi intraprende il suo esilio in Sud America quando legge la notizia della sua condanna a morte sul giornale: è l’incontro di Galvano con il cavaliere della carretta. La carretta era il mezzo con cui venivano trasportati i condannati a morte, ed infatti Galvano, spaventato da questa immagine di morte, rifiuta di salirci.
I condannati a morire sono gli uomini che si incarnano, il carro, con le sue ruote, rappresenta il karma che tesse. Garibaldi salì sulla carretta. Quando fu condannato a morte in Italia andò a cercarla e a vincerla in America.
Inoltre Garibaldi si reincarna per adempiere ad un compito che è connesso con la responsabilità che ha nei confronti dei suoi discepoli. Il sacrificarsi incarnandosi per gli altri contraddistingue i veri iniziati cristiani; in questo senso Garibaldi si pone nella “Imitatio Christi” e può adempiere al compito più grande che gli assegna S. Michele.
Il cavaliere vermiglio
Il 20 aprile 1843 a Montevideo per la prima volta Garibaldi e i suoi soldati indossano la camicia rossa. Meglio di qualsiasi altro, questo simbolo rappresenterà le azioni e gli uomini legati a lui. Da allora per i nemici diverrà il “Diavolo rosso” ed egli si presenterà con quella veste a tutte le sedute del Parlamento a cui prenderà parte. La veste rossa contraddistingueva la casta dei guerrieri – re nel mondo celtico, prima e poi divenne il simbolo dei cavalieri – monaci Templari. Nel ciclo del Graal compare come armatura rossa. Dapprima è il cavaliere vermiglio ad indossarla.
Quando Parsifal giunge alla corte di Artù, si presenta anche costui che ingiuria il re e la regina. Parsifal raccoglie la sfida e lo uccide con un colpo di giavellotto. Spogliatolo però non è in grado di indossarne l’armatura e pertanto la fa trasportare dal suo cavallo. In questo contesto dunque l’armatura rossa rappresenta le forze del sangue legate ai tempi antichi che devono essere trasformate.
Sarà Galaad, il cavaliere iniziato ai misteri del Graal, a presentarsi con la croce rossa in campo bianco. Simbolo della trasformazione cristica del sangue e della riunificazione della corrente regale (rosso) con quella sacerdotale (bianco). La veste rossa è quindi connessa con l’impulso di Michele che accende la volontà e modifica i vincoli di sangue: il segno esteriore che la vita di Garibaldi si pone al servizio dell’Arcangelo del tempo e prepara le condizioni perché l’ulteriore sviluppo dell’Italia sia possibile.
L’impulso di Michele
Perché un iniziato ai misteri di Irlanda si è incarnato in Italia ed è stato l’artefice della sua riunificazione? In parte Steiner dà la risposta quando ci parla del legame che unisce il Maestro ai discepoli nella corrente di Artù.
Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele, da soli, non avrebbero potuto adempiere a questa missione. Tutti e quattro insieme, invece, pur scontrandosi quasi sempre sulla teoria, hanno potuto, forti nell’unitarietà dello scopo, portarlo a termine. È chiaro che così si sposta però solo il problema su tutti e quattro ed occorre indagare le reali motivazioni spirituali che agiscono nella riunificazione dell’Italia.
Le spinte nazionalistiche che investono il mondo tra le fine del 700 e il XX secolo traggono origine da reali impulsi provenienti dal mondo spirituale. In realtà le rivoluzioni che portano a questi sconvolgimenti politici in America, in Francia e poi in Italia rispondono da un lato ad un progressivo risveglio della coscienza individuale e nazionale connesso con il compito della nostra quinta epoca post – atlantica. Dall’altro recano alcuni elementi sovra – nazionali ed universali che li collocano nel periodo di reggenza di Michele.
Tuttavia ogni medaglia ha il suo rovescio e qualcosa degli avvenimenti in questione pare stridere con le fonti morali archetipiche da cui hanno tratto spunto. Le grandi rivoluzioni d’America e di Francia immettono anticipatamente nel subcosciente gli ideali di libertà nella cultura, uguaglianza nel diritto e fraternità economica che l’uomo può iniziare a comprendere e piano piano a cercare di portare a compimento soltanto con la fine del Kali – Yuga e l’inizio della reggenza di Michele nel 1879.
In realtà questi ideali angelici vengono immessi con il sangue nella civiltà umana dalle logge occidentali, delle quali la Massoneria è buona rappresentante. Ne scaturiscono alcuni elementi caricaturali drammatici in Francia, il Terrore, e il contraccolpo da essi generato porta alla dittatura napoleonica.
Come sempre Michele deve confrontarsi con il drago. La sua reggenza si prepara già nel IX secolo dopo Cristo. Le correnti dei misteri cristianizzate si pongono al suo servizio nel già ricordato incontro nell’869. Le dure correnti confluiscono nel centro dell’Europa, si pongono in un sano equilibrio dinamico che è la forza stessa del Cristo. Accanto a questo avvenimento evolutivo ne originano altri due che ne rappresentano una deformazione demoniaca.
Nel nord la corrente misterica del sud si impianta direttamente in Inghilterra, dando origine alla Massoneria, la quale però nel tempo tende a fenomeni di degenerazione. Nel sud la corrente dei cavalieri si impianta direttamente nella chiesa romana, la quale a sua volta nella sua estrema degenerazione dà origine al gesuitismo.
Così al Nord la penetrazione dell’impulso luciferico penetra nel regno arimanico portando alla degenerazione quelle correnti massoniche che si allontanano dall’impulso cristico, mentre al Sud l’impulso arimanico che penetra nel regno luciferico porta a corruzione le correnti religiose nelle quali è andato sempre più perdendosi il collegamento con l’evento del Golgotha. Nell’Europa centrale viene a manifestarsi l’impulso cristico autentico nella corrente rosicruciana.
Massoneria degenerata, e Gesuitismo sono entrambe delle deformazioni del sano sviluppo michaeliano. Mentre, però, l’impulso di Michele è sovranazionale e fraternità, libertà, uguaglianza sono ideali che gradualmente devono venire in libertà conquistati da tutta l’umanità, queste due correnti non attraggono lo spirito individuale degli uomini, ma si impiantano nella loro anima inferiore ed assumono un aspetto nazionale e nazionalistico.
Paradossalmente Gesuitismo e Massoneria degenerata non riconoscono l’identità comune dei loro scopi nella loro unilateralità e si combattono, almeno in teoria, strenuamente. Garibaldi in parte viene in contatto con ambedue queste forze.
Lui è un uomo del Nord e pertanto si sente attratto dalla Massoneria come tutte le anime delle grandi personalità del Nord. Dalla Massoneria accoglie nella coscienza la dottrina spirituale, però in realtà immette in essa una quantità impressionante di nuovi impulsi che conducono ad una sua profonda modificazione. In particolare vede la necessità per la Massoneria di uscire dal settarismo per riportare i suoi impulsi nel sociale e quindi cristianizzarsi realmente e di aprirsi alle donne, cosa che poi proprio grazie a lui avvenne. Fu anche promotore e artefice della riunificazione dei diversi rami della Massoneria e venne da essi unanimemente proclamato “Il primo Massone del mondo”.
Garibaldi si rivolse, come tante grandi individualità del ‘700 – ‘800 alla Massoneria perché trovava unicamente lì, l’eco della antica spiritualità perduta nel materialismo. Ciò si spiega con la particolare costituzione animico – spirituale di Garibaldi. Egli mai percorse la via di iniziazione dell’uomo moderno.
L’io dell’uomo è oggi al contempo Parsifal e Galvano, deve poter unire il microcosmo al macrocosmo, la via di progresso interiore ed il risanamento sociale. Per le condizioni di educazione del tempo, ci dice Steiner, Garibaldi non poté percorrere appieno il percorso dei nuovi misteri in coscienza desta e per scelta libera.
Tuttavia è un soldato di Michele, sceglie cristianamente il sacrificio della sua via di Parsifal per poter aiutare i suoi discepoli a compiere la missione di reimmettere l’Italia nel giusto corso della storia, gettando le basi per lo sviluppo dell’anima cosciente.
SPIRITO : Sviluppa l’impulso di Michele
ANIMA: Segue l’impulso michaeliano come via di Galvano. E tutto protetto all’esterno, gli impulsi spirituali gli giungono dalla vita. Diviene il tramite per la creazione di un nuovo stato sociale, tanto in America del Sud, quanto in Italia. Il lato interiore non segue la via di Parsifal, ma trova conforto nella Massoneria. Il vero compito che ha Garibaldi venne espresso da Steiner a Dornach il 20 ottobre 1918, quando disse :
“E in Italia? Da dove attinge l’Italia moderna la forza impulsiva con la quale l’elemento nazionale si impone fino a chiamarsi “sacro egoismo”? Bisogna spesso cercare in profondità le ragioni degli avvenimenti del mondo, e se si risale a quel decisivo momento della storia precedente l’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, si vede che la forza dell’Italia moderna, nei suoi diversi aspetti, proviene da quanto il popolo romano ha immesso nell’anima italiana.
L’importanza del papato per l’Italia, risiede proprio nel fatto che esso ha instillato la sua essenza nell’anima italiana, anche se, come spesso avviene agli apprendisti stregoni, ne è risultato proprio quanto non si voleva, cioè il distacco dell’Italia moderna dal papato stesso. Spesso l’intenzione cozza coi risultati ottenuti.
Le forze di sentimento e di entusiasmo, esistenti pure in Garibaldi, sono residui del vecchio entusiasmo cattolico che, invertendo la direzione, si è rivolto contro il cattolicesimo. In Italia la possibilità di poter sviluppare l’anima cosciente dovette seguire una strada particolare. Garibaldi quale iniziato ai misteri di Hibernia aveva già acquisito fino ad un certo grado l’anima cosciente. Dovette, per sacrificio sociale, immergersi fino in fondo nell’anima senziente italiana ed iniziare a trasformarla. Per fare questo dovette rinunciare ad uno sviluppo regolare in condizioni sociali migliori”.
Egli non solo si rivolse all’Italia, ma anche contribuì a portare l’America del Sud ad un maggiore grado di coscienza. Rinunciò alla vita contemplativa spirituale per immergersi da vero cavaliere michaelita nella materia. Perché individualità legate all’Irlanda dovettero sentire questo legame con Roma da un lato e con l’America dall’altro. Questo è in relazione al momento dell’evento del Golgota e che gli irlandesi poterono percepire nel corpo eterico della Terra.
In realtà in quel momento percepirono non solo la morte di Gesù sulla croce; ebbero la loro più grande immaginazione legata alla loro particolare scuola di iniziazione essi videro in America e a Roma, connessi con l’avvento del Cristo si ebbe lo scuotersi delle potente luciferiche ed arimaniche.
Compito dei nuovi Misteri è ricondurre anche queste popolazioni nel vero impulso cristiano. Garibaldi e i suoi discepoli si assunsero questo compito e combatterono per portarlo a termine. Se la storia è, come disse Hegel: “Il progredire dell’umanità nella coscienza della libertà”, allora Garibaldi vi prese parte non in uno, ma in due Mondi.
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Note
58) G. de Sorval, Missione cavalleresca, I libri del Graal.
59) D. Viscaux, L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di re Artù, Ed. Mediterranee.
60) Proinsiac Mac Cana, Il cielo epico irlandese.
Una delle piú elementari forme di lavoro rituale, ben conosciuta dalla maggior parte degli studiosi di Antroposofia, è lo studio o lettura di un testo di Scienza dello Spirito, in un giorno ed ad un’ora concordata tra piú amici o in un gruppo, con una cadenza d’incontro solitamente settimanale.
Questa è stata una delle colonne operative del movimento antroposofico dal tempo della formazione dei gruppi, spesso fondati dallo stesso Rudolf Steiner, alcuni dei quali ancora attivi al presente.
Tale lavoro consisteva (e consiste) generalmente nella lettura di un “detto mantrico” dello Steiner, seguito da un breve silenzio, all’inizio ed alla fine dell’incontro; poi, nel mezzo, la lettura di un numero progressivo di pagine di un’opera fondamentale di Scienza dello Spirito, come Filosofia della Libertà, Teosofia, La Scienza Occulta ecc.
Questo tipo di lavoro comune è forse divenuto sterile e ripetitivo accademismo o innalza l’anima degli associati alle luminose ed edificanti Forze attive dei Mondi Soprasensibili? L’esperienza non riesce a fornire in tal senso una risposta definitiva, poiché il lavoro descritto può portare a risultati estremamente diversi.
Se, ad esempio, il gruppo di lavoro si accontenta di sedersi e abbandonarsi, per antichi e subconsci retaggi, o per pigrizia, alla formula del ex opere operato, in realtà attende che l’ambiente circostante (lettura compresa) lavori al suo posto: crei premesse, condizioni e sviluppo. Il carattere di questo tipo d’incontro è meccanico, piú simile ad una sonnambolica liturgia che al tentativo di conoscenza e trasformazione interiore.
In realtà è passato un secolo di accelerati mutamenti da quando il Dottore aveva indicato talune modalità d’incontro: l’uomo è cambiato.
Il sentire sovrapersonale possedeva ancora radici, seppur limitate, nell’anima dei giovani discepoli degli anni Venti a fianco dell’ordinaria vita di sentimento. L’entusiasmo alimentato dai possenti pensieri cosmici, dal rinnovamento ideale e cultuale cristiano e dai nuovi impulsi artistici quali l’euritmia, l’arte della parola ecc., manteneva accesa in molti di costoro, per l’intera vita, una sorta di fiamma interiore, un calore «che perfeziona tutto dal principio alla fine» (G. Pontano).
Si è potuto constatare che diversi tra questi discepoli diretti di Steiner, ora non piú incarnati, apparissero nell’avanzata maturità come involucri trasparenti di luce flammea, precorrendo da vivi la vestizione spirituale che l’entità umana assume quando, abbandonato il corpo minerale, attraversa la Soglia.
L’uomo è cambiato, i tempi mutati: in questi anni la piú sincera garanzia che qualsiasi tentativo esoterico si fondi su solida roccia è data innanzitutto da azioni interiori che, principiando dall’Io cosciente, strappino pensiero e volontà dal decorso ordinario e naturale.
Come sentenzia Geber nel suo Libro delle Bilance: «Solo con giuste premesse i risultati non potranno essere che veri», cosí i risultati di un lavoro in comune dipendono subito dal grado di corretta attività svolta da tutti i partecipanti.
Le qualità che appaiono quali condizioni necessarie per un vero lavoro in comune sono:
il rigoroso rifiuto di ogni forma animica di antipatia e di critica verso qualsiasi membro del gruppo, almeno per il tempo dell’incontro;
uno stato d’animo elevato, ma non ebbro da smarrire una decisa polarizzazione della coscienza nei confronti del tema in svolgimento;
lo sforzo di evitare ogni disponibilità interiore verso pensieri estranei: in special modo quelli di sapienziale collegamento ad altri pensieri rammentabili in relazione al medesimo tema;
la concentrazione assoluta nella lettura: non sulle frasi già lette, ma permettendo all’attenzione pensante il passaggio dal pensiero precedente al pensiero successivo, attenendosi alla comprensione immediata (la “scorza” di Goethe), poiché la capacità sintetica del pensiero è già attiva nel pensiero che pensa, non fuori o dopo di esso;
infine la cosa piú difficile: non fare altro, nient’altro durante il lavoro.
L’elenco probabilmente può bastare: ma poiché in sintesi è piuttosto semplice, a causa di un malanno generalizzato e chiamato ipertrofia dell’ego, tutto viene spesso complicato, impedendo al puro essere del Pensiero di ri-animarsi, rianimando la potenza inerte e non costrittiva che giace nelle parole e frasi del testo di studio che non deve essere culturale o oggetto del giudizio critico ma «deve risorgere immune nell’anima secondo un atto diretto, non prevenuto da alcun itinerario che non sia il pensiero stesso nel proprio immediato movimento» (M. Scaligero).
Affinché la meditazione in comune, comunque difesa dagli ostacoli personalistici per la propria natura adialettica, non naufraghi per carenza di forza al terzo o quarto incontro, abbisogna del supporto vitale della disciplina giornaliera individuale dei pochi partecipanti.
Oltre alla magia del pensiero, ritmizzata come concentrazione, che rimane l’asse portante di tutte le discipline interiori, possono essere indicati gruppi di tecniche ad esempio simili alle direttive di preparazione comunicate nei fascicoli di «Ur» come istruzioni individuali di catena (se separate da ogni sensazionalismo magico). In effetti le discipline della ricapitolazione serale del giorno trascorso, della predeterminazione delle azioni del giorno successivo o, in alternativa, l’atto puro realizzato in brevi episodi su tutto l’arco del giorno e la pratica del silenzio interiore, oltre ad affinare gli “strumenti del rito”, producono una sostanza dinamica nella disciplina che favorisce il sottile rovesciamento della visione del mondo dell’operatore: una sorta di “spostamento dei lumi”. In parole povere vengono assunte dalla coscienza come realtà primarie gli impulsi e le impressioni interiori che sorgono dagli esercizi, e come realtà secondarie le possenti ma passive esperienze ricevute dal sensibile quotidiano: è una scissione di Mondi per la quale l’arte sarà l’entrare e l’uscire dall’uno o dall’altro con rapidità, inafferrabilità, rifiutando la sottile presa del ricordo mistico, magico o sensuale.
Il rito in comune diviene una concentrazione di moltiplicate forze interiori: la coscienza meditativa può aprire un varco vuoto alle forze eteriche precorporee; inizia ad albeggiare una sensazione di libertà, mobilità ed ampiezza mai prima sperimentata.
Per ottemperare ad una disciplina individuale organizzata e quasi continuativa vanno imparate corrispondenti strategie: è necessario conciliare determinazione (tanta!) e coraggio con una progressione attenta e delicata, poiché le forze istintive, se incalzate frontalmente, reagiranno contro l’operatore con un impeto incontrastabile. Se la preparazione intensificata “tiene”, l’asceta sperimenta in sé nuovi e radicali assetti interiori, come ad esempio il diventare letteralmente due esseri diversi: uno che domina l’altro che esegue (a ciò fa riferimento M. Scaligero in Yoga, Meditazione, Magia(1), e che, ripetiamo, va preso alla lettera), oppure la percezione di Mahâkâly ânanda: la gioia pura del Volere che spezza ogni limite, e altro ancora.
Queste note d’antefatto a quanto Massimo Scaligero aveva comunicato ad alcuni discepoli per un iniziale rito meditativo in comune, si giustificano a causa della grande forza necessaria affinché il tentativo non divenga una farsa inutile. In essenza, due sono le caratteristiche indispensabili: la prima è che tutti i partecipanti siano completamente attivi; la seconda che qualsiasi rito esige da sempre un assoluto rigore formale, interiore ed esteriore. Scaligero stesso confermò ciò, in incontri diretti e con esempi concreti che non sono stati piú dimenticati.
Per stabilire e mantenere il massimo livello negli atteggiamenti e nelle operazioni suggerite può essere imprescindibile l’abitudine alla consapevolezza di compiere ogni azione in presenza del Logos, sentito o intuito con elementare ed inconfutabile immediatezza.
Franco Giovi
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Rito è ciò che si compie, mediante ripetizione e ritmo, come atto volitivo predeterminato, che colleghi l’animico-corporeo con lo Spirituale: rito sia pure in forma lineare, è il riunirsi un determinato giorno, ad una determinata ora, per studiare insieme Filosofia della Libertà. Rito in senso sacro può cominciare ad essere l’incontrarsi ad una determinata ora, di un determinato giorno, per meditare insieme.
Ci si riunisce, con la massima puntualità: qualche minuto di silenzio, poi uno di voi legge un mantra del Dottore (per esempio quello di Michele) o un brano dei Vangeli, poi si fa penombra o oscurità – ad evitare la reciproca visione fisica – e si medita.
Fino a che il gruppo non sia veramente formato ed armonico, è meglio che ciascuno faccia la sua personale meditazione, cercando di dare il meglio, l’assolutamente meglio di sé.
Occorre un segnale per terminare insieme! Uno di voi può prendersi l’incarico di sorvegliare il tempo (minimo mezz’ora), a dieci minuti prima della fine dare un tocco sul tavolino, cinque minuti prima un secondo tocco, un terzo per terminare (ciò per prepararsi alla fine della meditazione).
Al termine, qualcuno recita ad alta voce i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni. Un minuto di silenzio e congedo reciproco, cercando di mantenere il piú a lungo possibile il tono conseguito.
Un simile lavoro insieme può essere prezioso, condurre molto lontano, se si è capaci di fedeltà alla via del Pensiero.
…Intanto vi auguro il vero lavoro, quello che si compie superando ogni volta, almeno pochi attimi al giorno, la propria possibilità umana, cosí che possa essere sentita la Forza che urge nel mondo, la reale unica presenza dello Spirito: contro cui è schierata tutta la mediocrità umana, con i suoi dialettismi e persino con i suoi conati esoterici(2).
Massimo Scaligero
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(1)M. Scaligero, Yoga, meditazione, magia, Ed. Teseo, Roma 1971, p. 96
(2) da una lettera di M. Scaligero all’Autore del 15 agosto 1970
per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2001/giu01/esercizi.htm
Cari amici, nonostante vi voglia bene, cercherò il più possibile di essere molto noioso. Necessariamente noioso perché c’è ben poco da dire, molto da ridire. Avete letto l’articolo di Scaligero, quello del ’48? Da lì a poco avremmo avuto tre decenni che, confrontati con i giorni nostri furono quasi paradisiaci – intendo come atmosfera interiore – e già Massimo Scaligero parlava della tragica situazione del comprendere. Se la capacità di comprendere era, eufemisticamente, in crisi, se il capire era in massima parte capitombolato nel bestiale, univoco riconoscimento delle parole, fate uno sforzo d’immaginazione che realizzi l’attuale situazione. Ed essendo anche figli del proprio tempo non illudetevi di essere rocce svettanti fuori dalla corrente.
Cerco sempre di non pappagallare Scaligero ma ripeto sempre che la comprensione è atto difficile e anche chi si sforza realmente di capire, deve di solito combattere con se stesso per molto tempo poiché non ci si rende capaci di osservazione e di pensiero come se si passasse dalla cucina al soggiorno. E’ il motivo per cui il Dottore principiava il titolo di molte conferenze (e qualche scritto) con la parola “Enigmi”. E’ un assetto dell’anima il rendersi conto che il mondo e l’anima umana ci compaiano davanti come misteri. Essendo alimentati dalla sub-natura ci si abitua a credere che si comprenda con una sorta di infusione automatica e in effetti nel mondo pietrificato la comprensione viene da sé, non essendoci nulla di comprendere al suo morto livello. Nel mondo morto si inglobano parole come Spirito, Graal, Karma, Gerarchie, ecc. Perciò si opera poi nel male come consuetudine e senza sforzo: la banalità della Arendt applicata alle cose del mondo spirituale.
Spero che qualcuno intuisca ciò che intendo seppur goffamente. Così spero che qualcuno capisca che c’è davvero bisogno di tracciare sempre a nuovo le medesime cose: esse volano via come fossero segni sulla sabbia sferzata dal vento.
E’ possibile non accorgersi che tutto è defluito, che l’anima è stata anestetizzata: rimane una parvenza meccanica, capace di riprodurre meccanicamente le formule della conoscenza e degli atti interiori. Ciò non produce nulla. Gli orologi, complessi e mirabili, non fanno le uova.
Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi nell’illusione l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinaria coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.
Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori al punto che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, costringerla ad essere per pochi secondi.
Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, cioè un portacenere, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi, osservate se un attimo prima eravate desti o sognanti o dormienti davanti a ciò che vi circondava.
Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.
Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata o forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione VI) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Scrivere su un quaderno cosa si è visto dell’oggetto osservato e aggiungere, giorno dopo giorno le caratteristiche sfuggite nei giorni precedenti.
Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una occasione, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.
Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.
E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene mai avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi. Dove il concetto c’è ma non si vede.
E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.
E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.
Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).
Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia o alla comprensione logica di essa, si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e giudizi, passano tutti per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando i ricercatori pigri – sono legioni – s’imbarcano nelle evasioni pseudo-yoghiche, nei magismi mollaccioni o nei turgori moralistici: in cui il messaggio segretamente sussurrato oppure gridato è indurre a pensare che non occorra pensare, che il pensiero è un incomodo da cui sfuggire.
Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione materialista: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica che coltivi le libidini dell’anima ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.
Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a vedere il pensiero come si vedono gli oggetti del mondo” (il pensiero, non il pensiero di qualcosa!).
Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.
Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.
Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.
Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario, il suo “sonno” (parola del Dottore nei mantra della Classe) è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire ( che cela il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” della corporeità.
Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro. E’ piuttosto facile non capire la sua sintetica importanza. E’ piuttosto strano che venga evitata come la peste da parecchi discepoli che sembrano rivolgersi ad una bizzarra ortodossia davanti alla quale pare oltraggiosa l’individuale attività di pensare autonomamente e con logica.
Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, verissimo.
E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima che qualcuno le comprenda.
Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile farci atto di fede ma questo fa parte delle sciocchezze): un tipo serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo poiché ciò deve essere pura esperienza.
Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.
Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri voluti, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.
Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.
Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione dal momento in cui ci si siede.
E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Siamo capaci di ciò. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.
E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile adialetticamente la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.
Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi, continuativamente. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.
Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si inganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.
Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra) che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni o echi di immagini estranee che riducono la forza messa in moto e che riconducono sempre al senso corporeo.
Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o da rievocare con la facilità della coscienza ordinaria.
Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà. Quest’ultima non è la volontà ordinaria ma l’essere della volontà che la dedizione assoluta nella disciplina ha sollecitato.
Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo essere qualcosa non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con esso svanisce anche il soggetto comune che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.
Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o si proietta) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche il carattere famigliare della coscienza muta sebbene permanga una sottile identità di sé con sé.
Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di riflessità ciò è impossibile.
E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae subito nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.
Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci due risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso.
AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI
(29 SETT.2015)
1/18016
FERREA LOGICITA’ DELLA MEMORIA
INTERNA ALLE FORZE DELLA BASSA CEREBRALITA’ AGISCE LA CERTEZZA DEL MENTIRE.
ESTREMA ARROGANTE POTENZA CHE CONSIDERA IMPOSSIBILE L’ATTUARSI DELLA VERITA’ NEL RITO DELL’IDEA.
NELL’ATTO DELL’ASCESI.
NELL’INNALZARSI DELLA SINTESI VOLUTA.
VENATURA DI ENERGIE CHE
– SICURE DEL MENTIRE –
VORREBBERO RIDURRE ALL’INSINCERITA’ TOTALE
OGNI VITA INTERIORE DEL PENSARE.
ENTE VOLITIVO DEL MENTIRE CHE SA DI NON POTER PENSARE.
MA INFINE – COME SE UNA TENUISSIMA QUALITA’ AUREA AVESSE IL POTERE DI FRANTUMARE LA ROCCIA –
LA MINERALE ENERGIA FRANTUMA E ARRETRA.
POICHE’ LA CERTEZZA E’ INTERNA AL COSCIENTE TENTATIVO DI MANTENERE CONTEMPLATA L’ESSENZA DELLA SINTESI.
E DA TALE VOLUTA CONTINUTA’ NEL CENTRO DELL’IDEA :
SORGE UNA VERITA’ CHE E’ UN VALORE.
IL SOLO VALORE FONDAMENTO DELL’INTELLIGENZA.
LOGICA CONTINUITA’ NEL MANTENERE INTATTA LA MEMORIA.
E’ L’IMPOSSIBILE LOGOS DEL PENSIERO.
LOGOS SOLARE.
STRETTAMENTE CONGIUNTO ALLA PRESENZA DELL’IO NEL CONTEMPLARE.
IO CHE IN TALI FLUSSI DI VOLITIVA CONTINUTA’ NELLA MEMORIA :
AUREA SACRITA’ RESPIRA.
ATTRAVERSO L’UNICA VIA DEL LAMPEGGIANTE FERRO DELL’ARCANGELO
CHE IN TALE AGIRE SORGE E SI IRRAGGIA.
PERMEANDO DI SCULTOREE QUALITA’ IL REALE.
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2/18017
INCENDIO CHE RESPIRA
L’UMANO PERFIDO OMAGGIARE LE ISTANZE DI VERGOGNA.
LA BRAMA CHE CONVINCE E CHE COSTRINGE AI PIU’ SORDI COMPROMESSI.
CORRENTE CEREBRALE CHE SENZA ARGINI DILAGA.
PRONTA AD OGNI MALE POICHE’ E’ DIMENTICATA L’AUTORITA’ DELL’ANIMA CELESTE.
TUTTO IL VISCIDUME MALPENSANTE E’ CERTO DELLA PROPRIA CORRUZIONE.
EUFORICO NELL’ABBANDONARSI AL TURPE :
COLTIVA SOTTILISSIME MENZOGNE CEREBRALI.
L’ENTE CHE ABITA QUELLE CONVINZIONI E’ COME UN’AGGHIACCIANTE PERSONA NON UMANA
CHE VIVE ALL’INTERNO DEI PENSIERI ELABORATI DAGLI INDIVIDUI DECADUTI.
UNA MALATTIA E UNA PIAGA.
UN AMARO INEBRIARSI FRA LE ESSENZE PIU’ MALIGNE.
EPPURE INIZIANO AD ARRETRARE QUANDO SUBISCONO IL BAGLIORE DEL SILENZIO.
UN SILENZIO CONTEMPLANTE CHE PER POTERSI MANIFESTARE : LAVA.
IL SILENZIO DELL’IDEA CHE PER POTERSI CONTEMPLARE :
INNALZA INESORABILMENTE I LIVELLI DI PENSIERO OLTRE IL CEREBRALE DECADUTO.
OLTRE LA MORTE.
NEL VUOTO IN CUI LA VOLONTA’ IMMESSA NEL CONTEMPLARE : SPLENDE.
UN IMPOSSIBILE VALORE SI CREA.
UMANAMENTE IMPREVEDIBILE POICHE’ UMANAMENTE INCONCEPIBILE.
EPPURE –MEDIANTE FEDELTA’ LOGICA- : UMANAMENTE REALIZZABILE.
SEMPRE COMUNQUE E OVUNQUE.
SEPPURE IN VARIO GRADO E ATTRAVERSO INFINITI LIVELLI DI LIMPIDA POTENZA.
ATTO DEL PENSIERO NEL TENUISSIMO FERRO DEL LAVACRO.
IN CUI E’ POSSIBILE CHE AL CUORE DEGLI UMANI SI AGGIUNGA IL VALORE DELL’ARCANGELO.
SI AGGIUNGA LA QUALITA’ DEL NUME DELLE FOLGORI.
E ALLORA E’ INCENDIO CHE RESPIRA.
E CHE PURIFICA.
NEL SACRO RINNOVATO.
NELL’AUREO.
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3/18018
TEMPESTE IMMATERIALI
QUANDO L’APPIATTIMENTO TERREO DIVENNE LA SOLA VOLONTA’ ATTIVA FRA I PENSIERI :
DALL’ASPETTO BENEFICO DEL FATO GIUNSERO PER I DEGNI LE GIUSTE DELUSIONI.
GIUNSE DOLORE.
GIUNSERO I ROVESCI CHE PREDISPONGONO AL PERDONO.
MA NULLA PUO’ IL DOLORE QUANDO FRA LE ANIME SEPOLTE E DENSE
TALE E’ LO SPEGNIMENTO CHE NULLA SI PUO’ PIU’ INTUIRE.
E ALLORA LA VIA DELL’UNICO RISORGERE PASSA SOLTANTO ATTRAVERSO IL RITO DELL’IDEA.
ATTI DI IMMENSA LUCE POSSONO FERMARE IL FATO.
ARGINE IMPOSSIBILE CHE PURE E’ POSSIBILE INNALZARE.
ARGINE IMPOSSIBILE CHE INFINE VIENE ERETTO.
I LAMPI DELL’ASCESI DILUISCONO SE STESSI NEL FLUSSO DEGLI EVENTI.
E LI FECONDANO DI CIO’ CHE AD ESSI MANCAVA IN ASSOLUTO :
IL CONTATTO CON L’ETERNO.
IL FUOCO SOVRUMANO.
TRAPASSANDO IMMENSI FLUSSI DI TELLURISMO CEREBRALE :
UN TENUISSIMO POTERE DI ARMONIA PUO’ GIUNGERE AD IMPORRE LA PROPRIA LUCE.
PER ATTIMI PUO’ ACCENDERSI IL RESPIRO DEGLI DEI.
ED IN QUEGLI ATTIMI DI LUCE IMMATERIALE : ARRETRA MUTATO IL FATO.
POPOLI IMMALVAGITI
EBBRI DEL PROPRIO DOPPIO
POTREBBERO SUBIRE ATTI DI LIEVITA’.
ATTI DI SCONVOLGENTE LUCE.
CHE IMPREVEDIBILE E INAVVERTITA CONTIENE L’IMPRONTA FERREA DEL SOLARE.
I TRATTI DELL’ARCANGELO ATTRAVERSO IMPERCEPIBILI TEMPESTE IMMATERIALI.
I LUOGHI DELLA FOLGORE ED IL SUO CUORE.
DALL’ETERNO.
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4/18019
OVE L’IMMATERIALITA’ TORNA ESPERIENZA
VESSILLO REINNALZATO OLTRE LE TEMPESTE CEREBRALI
L’APICE DELL’IDEA RESPIRA E TENTA DI IMPORRE L’ARMONIA CHE PER ATTIMI HA SFIORATO.
TENTA DI IMMETTERE IL SUO VALORE ESTREMO.
LA SUA QUALITA’ CHE ATTUA L’UNICO SANARE.
MANTENERE L’EVIDENZA DI UN CONCETTO CONTEMPLATO E’ INNALZARE ATTI DI LUCE.
E’ MANTENERLA OLTRE I GORGHI DI ENERGIE
CHE NULLA SANNO DEI CIELI ETERICI CONTRO CUI PURE SCAGLIANO IL NEGARE.
MANTENERE LA SINTESI ESTREMA DI UN CONCETTO PER POTERLO CONTEMPLARE
E’ MANTENERSI FEDELI AD UNA VERITA’ LOGICA
CHE OCCORRE CONTINUAMENTE RICREARE.
TALE FEDELTA’ E’ OLTRE L’UMANO.
E SFOCIA NEL RITO CHE L’UMANO ATTENDE.
SFOCIA LADDOVE LA VOLONTA’ GIUNTA NEL PENSARE :
SUPERANDO I DESERTI ANIMICI DELLE INDIVIDUALITA’ INABISSATE :
AMA.
E NELLA PURITA’ SUPREMA DEL LOGICO CONNETTERE : CONSACRA.
E QUANTO PIU’ COMPATTI E INESTRICABILI I GORGHI CEREBRALI INTRALCIANO :
TANTO PIU’ SOTTILE E OCCULTA LAMA RISPLENDE.
LAMA DELL’ARCANGELO NEL CUORE DELLE FOLGORI.
OVE L’IMMATERIALITA’ TORNA ESPERIENZA.
OVE VIVENTE IMPRONTA CELESTE TRACCIA GLI IMPREVEDIBILI CAMMINI.
FERREA LINEARITA’ COSCIENTE CHE NITIDISSIMA REINNALZA.
____________________________
5/18020
OVE DEL SOLE FOLGORA L’ESSENZA
IN ALTO
OLTRE LE FRONTI
VI E’ IL RESPIRO IMMATERIALE CHE SOLLEVA.
ATTIMO CONTINUAMENTE RINNOVATO IN CUI LA COMPLETEZZA DEL CONCETTO SPANDE IL SOLLIEVO.
PERMETTE DI ATTINGERE SANITA’ OVE LA MORSA CEREBRALE E’ TACITATA.
OLTRE IL PARLARE CEREBRALE
VI E’ IL CAMPO DI LOTTA FRA LE ESSENZE.
VI E’ LA ZONA IN CUI LE ENERGIE TENTANO IL NEGARE.
FRA ESSE L’IDEA GIUNGE QUALE POTERE IMMATERIALE CHE LE DISSOLVE.
QUALE POTERE AL CUI COSPETTO
OGNI POTENZA MINERALE SVELA IL PROPRIO NEGARE.
L’ATTO DELL’IDEA DISSOLVE IL GERME DELLA PIETRA.
ILLUMINA E DISTENDE VIE VERSO LO SCONOSCIUTO COSMO MORALE.
IMPONE IL POTERE CONNESSIVO DELLA LUCE CHE SI TRAE DAL CONTEMPLARE L’IDEA IN SENO ALLA TEMPESTA.
NON VI E’ CHE DA ESSERE SINCERI.
IN TALE DIREZIONE LIBERAMENTE SCELTA :
LA SINCERITA’ E’ SOLTANTO COSCIENTE VOLONTA’ CHE INSISTE NEL RICORDARE.
E A VOLTE IL LAMPO INCORONA TALE AGIRE.
IRROMPE NELLA CORRENTE DEL RICORDO LA FERREA FISIONOMIA CHE LIBERA ED INNALZA.
CHE IMMETTE NEI MONDI DEL PERENNE AUREO RICREARE.
OVE DEL SOLE FOLGORA L’ESSENZA.
HELIOS FK AZIONE SOLARE
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