Franco Giovi

COME LA PIANTA D’ARANCIO (di F. Giovi)

(Aranceto di Ewa Niewadzi) 

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Dov’era l’essere Pianta d’arancio ‘A’ prima di essere pianta visibile e vegetante in questo vaso?

“Nel seme”.

E prima?

“Era nella pianta che portava il suo seme”.

E prima ancora?

“Nel seme della pianta che ha portato il suo seme”.

E così via, indietreggiando, essa era in un seme in cui erano tutte le piante d’arancio che l’hanno preceduta.

E prima ancora?

“Forse in altra pianta, non d’arancio, ma di una specie madre da cui sono uscite man mano forse (o senza forse) la specie degli aranci ed il primo seme di arancio, non specificato, meno arancio che quello d’ora e un’altra o più altre specie; ad esempio quella dei limoni o dei mandarini.

Ad ogni modo è chiaro e certo: che l’individuo Pianta d’arancio ‘A’ che mi sta davanti con la sua inalienabile forma, era se stessa meno quando era nel seme di arancio – e cioè forza involuta nel seme – e meno ancora quando era nella pianta da cui il suo seme è caduto; e ancor meno quando era nella pianta da cui è caduto il suo seme; e così via.

Procedendo a ritroso troveremo che la pianta, nel passato, era sempre meno personalmente se stessa che oggi. Questo infinito non essere suo, sempre attenuantesi (innullantesi), quanto più risaliamo alle origini, è il nulla, il suo primordiale nulla, da cui essa, inesserandosi, sorge. E in avvenire?

Se ieri era meno di oggi, oggi sarà meno di domani: domani sarà più di oggi sè stessa.

Perchè andare indietro non si può.

Ma pure, io la vedo morire.

Io, la pianta che ho qui davanti, la vedo: essa è se stessa più oggi di quanto era in seme – perchè più esplicata – e più di quanto era nella pianta sua madre.
Perchè?

Perchè, in sua madre, il suo essere era confuso con quello di moltissime altre piante d’arancio sorelle, e con quella di essa pianta sua madre; mentre questa vita è più solitaria: più sua.

Ed è precisamente di questa – sua – vita che muore, appunto perchè sua vita: anzi, è l’unica vita in cui possa morire: perciò è sua. La sua intimità è più raggiunta qui che nel seme, in cui era involuta, che nella pianta sua madre in cui essa era ancor più involuta. Questa sua vita – di cui muore – è devoluta alla produzione dei grani.

In questi grani essa è, perchè fatti della sua stoffa; come era prima, nella pianta sua madre e nei grani della pianta sua madre. Dunque i grani sono suoi: ma in questi grani che appartengono a lei, al suo vegetale organismo, alla vita sua, ferve la forza vitale della specie: in quei grani – oltre lei – vi è già tutto ciò che non è lei.

Dunque, come prima, la sua personalità si perde? Tutt’altro! Perchè mentre con le piante sue ascendenti essa era in rapporto da figlio a padre (e a nonno), cioè di atto a potenza – di mondo a chaos – qui con le piante sue discendenti è in rapporto inverso: di padre a figlio. Insomma, mentre nella pianta madre il suo essere era mischiato a quello delle altre, nelle piante figlie -nei grani- il suo essere è arricchito di altri esseri che essa crea (concrea) ed impronta di sè, pur avendo, con la sua vita, attinto alla fonte eterna della specie: nei suoi grani è discesa la forza genitrice della specie: ed è discesa grazie alla propria trasfusione nel seme.

Dunque la sua intimità, che essa viene acquistando con la sua vita, essa l’acquista ancora più con la sua morte (che è il suo organamento e disorganamento): ciò che la porta la formazione dei grani.

Perchè con ciò si fa producente.

Essa attinge per la sua vita-morte all’eterna specie, s’immerge in essa: vi muore: nell’atto di sgranare essa raggiunge la propria intimità immortale: perchè per mezzo dei suoi grani essa continua ad essere…

E’ vero che le piante d’arancio che sorgeranno dai suoi grani saranno altre piante d’arancio: saranno loro stesse: ma pure in loro essa persiste: e vi persiste – questo va fermato e inteso – in quanto è producente, in quanto si è fatta producente, cioè in quanto ha granato: si è congiunta con la sua essenza, la specie che è discesa in lei: verbum caro factum est et habitavit in nobis. Di vita s’è fatta datrice di vita: ha raggiunto la propria attività: la propria intimità (la propria solitudine): la propria intimità creatrice: perchè si è data, si è prodigata, e non ha neppure la compagnia delle proprie foglie e dei rami: del corpo materiale, di cui si è spogliata.

Da creata si è fatta creante.

Quello che accade nella pianta accade anche in noi.
Anche noi germiniamo: germiniamo parole vitali. E con ciò conquistiamo, come la pianta d’arancio, la nostra intimità creatrice: la nostra immortalità: ma siccome il privilegio dell’uomo è la coscienza della propria mortalità – il privilegio di vivere la propria morte – così è privilegio la coscienza della propria immortalità: cioè in lui è cosciente la persistenza nella propria essenza creatrice.

Come questa pianta d’arancio è incoscientemente – o molto meno coscientemente di noi – in tutte le piante d’arancio che vegeteranno dai suoi grani, ed in quelle che vegeteranno dai grani di quelle che sorsero prima dai suoi, come forza generatriva – vitamorendo, evolvendo in sè i grani si è fatta genitrice, cioè si è fatta compartecipe al creatore – così noi, facendoci creatori, partecipiamo, coscientemente, alla creazione: vivendo nell’infinito.
L’immortalità dell’uomo è cosciente, perchè la mortalità dell’uomo è cosciente.

Insomma: tu soppravviverai alla tua inevitabile morte (inevitabile perchè tu sei fatto di nulla, di morte: sei morte) in quanto avrai evoluto dentro te i tuoi grani immortali: in quanto avrai raggiunto dentro te il tuo Io immortale: partorirsi.

L’io separato è – per sè – nulla: ma diviene in quanto si nega: cioè in quanto muore ed accoglie in se l’universalità: in quanto si fa seme vivo.
Come la pianta d’arancio è, per sè, nulla, effimera, muore ma diventa in quanto evolve la propria semenza: ed in essa semenza essa soppravvive a se stessa.
Ora, la semenza umana è cosciente (noi elaboriamo la nostra semenza intima, cosciente: il nostro io spermatico, creatore) e la permanenza umana, nella creazione è cosciente… perchè morte e mortalità umane sono coscienti.

Ed è tanto più cosciente la propria immortalità in coloro in cui è più cosciente la mortalità, cioè in chi sa e vive il proprio morire.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

LA FEDE NELLA DISCIPLINA INTERIORE (di F. Giovi)

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Metto giù qualche parola dettata dalla sonorità del cuore.

La fede che l’asceta ha in sé non è una fede ignorante, oscura, ma una fede luminosa: fede nella Luce, non nell’oscurità.

Può essere chiamata cieca dall’intellettualismo scettico già solo perché rifiuta di essere guidata dalle apparenze esteriori o da quelli che sembrano essere fatti, perché essa cerca il vero dove sono altri coloro che non vedono e non poggia sulle grucce della prova sensibile e dell’evidenza.

E’ un’intuizione che non attende l’esperienza per essere giustificata: è la potenza che conduce all’esperienza.

Se io credo nella capacità dell’autoguarigione, troverò domani o tra mille anni il modo di guarirmi. Ma se comincio la disciplina con il dubbio e continuo con dubbi ancora più grandi, fino a che punto potrò proseguire il viaggio che cerco di intraprendere?

Questa fede speciale non dipende dall’esperienza diretta. E’ qualcosa che esiste in me prima dell’esperienza.

Quando si inizia la Concentrazione del pensiero, tale inizio non è quasi mai basato sulla forza dell’esperienza, nemmeno la logica del processo, anche compresa, non è sufficiente.

Esso principia con un profondo atto di fiducia, che chiamo con lo scandaloso nome di fede. E’ così non solo nella vita spirituale ma anche nella vita comune.

Tutti gli uomini d’azione, esploratori, inventori, creatori di conoscenza, procedono con fede incrollabile finché la prova non si presenti o l’impresa riesca… e vanno avanti malgrado delusioni, fallimenti, contraddizioni, negazioni: solo perché vi è qualcosa che dice loro che sono sul campo della verità e che l’impresa va portata a termine.

Secondo il grande Ramakrishna la fede o è fede oppure è altro: deduzione ragionata, convinzione provata, conoscenza accertata.

La fede che qui intendo è la testimonianza dell’anima verso qualcosa che non è ancora manifestato, compiuto, realizzato, ma che Colui che è in noi conosce anche senza previe indicazioni e ci avverte che è vero, che è il valore estremo da seguire e realizzare.

Qualcosa in noi persiste, resiste anche se la mente viene tormentata e la psiche corporea si rivolta e rifiuta. L’ascesi del pensiero comporta lunghi periodi di delusione, di smacchi, di stanchezza e oscurità. Eppure qualcosa in noi ci sostiene, ci spinge nostro malgrado: sentiamo che ciò che seguiamo è vero e davvero, in fondo, lo sappiamo.

La fondamentale fede nell’ascesi del pensiero, nel risveglio di sé, è che l’uomo spirituale esiste e che reintegrarsi a esso è il valore supremo della vita.

Finché un uomo ha questa fede, è segnato dallo Spirito, e se anche la sua natura fosse piena di ostacoli, gremita di negazioni e difficoltà e dovesse lottare per la vita e ancora oltre, è destinato al Risveglio della Vita spirituale.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

PICCOLI GRADINI (di F. Giovi)

(La scala fenicia nella roccia-Capri)

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Quando scrivo alcune cose che riguardano quanto attornia la disciplina fondamentale è per fornire qualche consiglio che vorrei avuto quando ero molto più giovane.

A essere del tutto sincero, quando ho iniziato il mio tortuoso cammino nell’Occultismo, avevo ricevuto alcuni buoni consigli ma non li presi troppo sul serio perché, primo, non giudicavo di grande livello (mi parevano troppo “alla buona”) le persone ed i consigli che mi avevano dato e, secondo, proprio i concetti che riguardavano un occultismo semplice e senza fronzoli, non mi furono ripetuti in continuazione.

Così ignorai quelle che in realtà erano indicazioni semplici e sane e seguii le più complicate ed oscure direttive propinate in arcani testi magici e che, sebbene ancor più diluite sono la stessa roba che si insiste a proporre oggi, più per far cassa che per fermezza di idee.

So per diretta esperienza, e dai resoconti di parecchi, che bisogna essere assai ben determinati per restare sui binari delle operazioni semplici e del tutto coscienti, così da non essere risucchiati dalla baraonda che predomina nelle teste e nelle librerie.

Ma anche con idee chiare e un buon programma, gravi problemi e gli estremi rigori della vita corrente possono ostacolare brutalmente il progresso interiore; ma passare a più complesse meditazioni e ad ausili psicofisici o implementando tutta la giornata con i “5”, gli “8” o i “12”, state tranquilli che non servirà a niente.

Sebbene il porsi qualche immagine grandiosa delle nostre mete possa essere motivante, è la gestione dei passi giornalieri che determinerà il raggiungimento dell’obbiettivo finale.

E’ nel lavoro giornaliero che viene preparato il futuro raggiungimento. Se fate il vostro meglio oggi, domani, il giorno dopo, ecc…, si sommeranno mesi ben fatti e poi anni. In questo semplicissimo modo si creeranno tutte le modificazioni interiori indispensabili per raggiungere gli obbiettivi a lungo termine.

Anche adesso vi esorto a impegnarvi per gli obbiettivi che vi siete prefissati per il resto della giornata e per domani.

Impegnatevi a dare nutrimento spirituale all’anima, a soddisfare il suo bisogno perenne. Quando è il momento di una lettura “ispirata” o di Silenzio interiore, siate sicuri e adempienti. Se avete programmato uno spazio serale per la Concentrazione, impegnatevi a farla più dedita ed intensa del solito.

Ma impegnatevi anche – dovrei dire: disimpegnatevi – a chiudere porte e finestre del lavoro occulto e dedicatevi alla vita e alle persone che vi sono care.

Liberi di non credermi, ma vi sono non pochi occultisti, disciplinatissimi, che non riescono più a vivere con spontaneità e naturalezza. Per molte persone il vivere la vita è così difficile che preferiscono irrigidirsi in esercizi e valori. Ciò è tutt’altro che salutare, sia per l’anima che per il corpo.

Contemplate con calma e serenità il programma che vi siete dati: ricontrollate per la centesima volta che esso sia formulato sull’intensità e non sulla mera quantità e che inoltre sia dominato dagli esercizi di fondamento.

Impegnatevi ad aggiungere intensità a tutti gli esercizi principali, impegnatevi a passare qualche minuto in interiore silenzio ogni giorno: finché nel tempo esso diverrà la “normale” condizione della mente.

Esaminate con calma tutti i fattori che possono influenzare indirettamente il lavoro interiore, comprendendo anche sonno ed alimentazione e stabilite per ognuno obbiettivi giornalieri molto specifici. Che raggiungerete costantemente, settimana dopo settimana.

Se i piccoli gradini giornalieri non venissero mai raggiunti, è quanto mai difficile raggiungere in un futuro gli obbiettivi più grandi.

Concentratevi nel raggiungere ciò che è possibile nel breve termine, sempre, sempre e sempre, e l’obbiettivo a lungo termine giungerà da solo: questo è il fulcro del progresso e deve essere ripetuto.

Sarà il fulcro del progresso anche nella prossima settimana, nel prossimo anno, nel prossimo secolo.

E se voi o io non lo affronteremo nel modo giusto oggi e domani, la prossima settimana e in quelle successive, sprecheremo le nostre attuali possibilità per progredire.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

SPIRITUALITA’ (di F. Giovi)

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Può esser utile, talvolta, spendere qualche parola sul gassoso concetto di Spiritualità?

Niente di originale, essa in fondo è come un lontano lembo di terra intravisto dalla caravella, e di cui, dopo una vita sul mare e le sue correnti, nemmeno ci si ricorda della sua reale esistenza, anche se, stando in mare, se ne parla continuamente in maniera del tutto astratta, vitalizzata semplicemente da un sentire automaticamente acceso.

Si dovrebbe insistere sul fatto che la spiritualità non andrebbe mai ridotta ad un’alta intellettualità né all’idealismo né a qualche inclinazione morale della mente o ad una purezza e all’austerità etica, neppure a una religiosità o ad un fervore emotivo anche ardente o fanatico e neppure all’insieme di tutte queste cose (in parte eccellenti).

Una credenza della mente, un credo particolare o una fede o un’aspirazione emotiva, oppure un disciplinamento della propria condotta secondo una formula religiosa o etica, non sono affatto “ esperienze spirituali” né “realizzazioni spirituali”.

Tali caratteri hanno un considerevole valore per l’anima. Sono persino valide per una certa evoluzione interiore in quanto movimenti preparatori che disciplinano, purificano la natura umana, danno ad essa una forma più adeguata: ma appartengono ancora all’evoluzione dell’uomo sensibile. Non v’è in esse l’inizio di una esperienza, di una realizzazione e di una trasformazione nello Spirito.

La Spiritualità è essenzialmente un risveglio alla realtà interiore del nostro essere, al Sé profondo, all’Anima superiore: ben diversa dalla ordinaria coscienza, dal famigliare mondo interiore e dal senso comune della corporeità.

Piuttosto è una intensa aspirazione – del tutto interiore – verso la Realtà infinita, quella che trascende l’universo pur compenetrandolo, e che risiede anche in noi. Un’aspirazione ad unirsi con questa Realtà che è un capovolgimento, una conversione, una trasformazione di quanto chiamavamo l’essere nostro.

Esiste allora un divenire nuovo, un nuovo essere, un nuovo “Io”, in una nuova natura.

La disciplina esoterica è trasformazione della coscienza attuale in coscienza spirituale: ciò non è astrazione ma un cammino che giunge all’estinzione della coscienza comune e del suo mondo.

Chi ha avuto (vissuto) il “momento”, anche declinato in sfumature diverse, ha provato questo: improvvisamente qualcosa dentro di lui si è capovolta, (anche bruscamente) rovesciandosi verso l’interno e verso l’alto: dall’interno verso l’alto. Non un alto esteriore, bensì interiore e profondo, del tutto diverso da altezze note fisicamente.

Ciò modifica il nostro punto di vista sulle cose del mondo, le considerazioni e gli atteggiamenti: può essere parziale e temporaneo, in rari casi definitivo ed irrevocabile.

Rivolgersi (letterale) alla vita e alla realtà spirituale significa toccare l’Eterno: capacità quantitativamente invalutabile e nemmeno si può dire che si sia più o meno capaci di vivere spiritualmente, bensì che si giunga più o meno pronti affinché il rivolgimento interiore avvenga in modo decisivo.

Solo in ciò si vive veramente.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

DI LÀ DAL DRAMMA DELL’ ANIMA (di F. Giovi)

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La costituzione che ognuno di noi ha, grosso modo dobbiamo tenercela per tutta la vita. Purtroppo poiché due correnti distinte e quasi mai in armonia tra loro concorrono alla nostra formazione storica: quella che cammina dai nostri antenati fisici e che prosegue in noi e quella che viene nel mondo dalla nostra entità spirituale. La prima riduce, comprime abbastanza (troppo) la seconda.
Il risultato è sempre una deformante contrattura della nostra entità complessiva. I casi di un equilibrio tra le due correnti rappresentano delle eccezioni più uniche che rare (es. riceviamo in eredità un sistema nervoso scassato e si combatte una eterna guerra di trincea per almeno contenere il “danneggiamento”).

La scienza dello spirito è consapevole della situazione in cui si trova l’uomo moderno.

Per questo essa ci conduce, nonostante le mille difficoltà contingenti, nonostante la massività del sensibile e dei fatti, a divenire consapevoli del Pensiero, cioè dell’unica attività operante nell’umano che può essere reale e vera oltre ogni male dell’anima e del corpo.

Altroché concentrazione! Con essa o prima di essa. Il fatto che il pensiero esista, che possa essere percepito e che possa venire “compreso” come una realtà non meno reale di tavoli o sedie è, alla fine dei conti, assai diverso dal sapere una cosa del tipo: “ so che in Africa crescono le banane”. Ma ciò può essere dimenticato o mai compreso compiutamente.

insisto su questo, perché è la chiave per ogni esercizio interiore che poi si può compiere: non secondo ciò in cui psichicamente o fisicamente si è immersi, ma secondo un’attività in ogni momento capace di nascere indipendentemente dalla situazione psichica o fisica. Insisto su questo, perché nel futuro avremo lotte e prove senza respiro e sarà necessario attingere a una forza inesauribile e assolutamente incondizionabile dalla situazione corporea-animica.
Se si afferra che una formula matematica può essere pensata vera di là dal dramma dell’anima oppure oltre ogni guasto corporeo, si può fortificare al massimo questo pensiero…questo non può avvenire gratuitamente ma ogni volta dev’essere un atto di volontà” (M. Scaligero, 6 aprile 1970).

E’ una consapevolezza per nulla mistica, non è un sentimento ma un fatto da rievocare spesso nella coscienza, nella comune luce di sé.

E’ il primissimo, elementare “adamantino” che chiunque di noi può realizzare in ogni momento. E’ ancora un nulla antecedente qualsiasi opera interiore: “il triangolo ha tre lati, qualsiasi sia la sua forma o la sua grandezza, qualsiasi sia l’incazzatura che ho preso, l’ingiustizia che ho subito, il dolore che mi morde la spalla, la vita di m…a che sto vivendo”. Non è un mantra, una preghiera o un mini-rito e, discorsivamente non vale niente. Discorsivamente è solo una traccia.

Ma indica, se si vuole, l’unico, tosto modo, di uscire dagli sbrodolamenti, sacri o profani.

Almeno secondo la “matematica rosicruciana dello Spirito”.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

LO SHI-KIAI (di F. Giovi)

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Dell’alchimia estremo-orientale uno di filoni antichissimi e maggiormente suggestivi è quello conosciuto come “la soluzione del cadavere e della spada”.

Conosciuto? Mica tanto.

Le prime notizie, in Occidente, apparvero nella trama di un romanzo occulto dello scrittore ceco Gustav Meyrink: Der weisse Domenikaner, pubblicato nel 1921 a Vienna per le Ed. Rikola.

E i dissensi sollevati nei circoli misterici e di settore non furono minori del grande interesse sollecitato dal romanzo. Reso ancora maggiore dall’introduzione dell’autore che, per la prima e unica volta, osserva che, forse, il testo non è completamente suo: … Alla fine, non mi è restato che lasciar fare all’influenza che aveva dato a sé stessa il nome di Cristoforo Colombaia, di prestarle, per così dire, la mano e la penna a che potesse scrivere, cancellando dal libro quanto era nato dalla mia iniziativa personale”.

Dottrine che, negli anni ’20 erano sconosciute ai compilatori della famosa Enciclopedia Britannica e ai dotti critici che, anzi, dubitarono della reale esistenza di simili e curiose suggestioni.

Queste dottrine si basavano sulla credenza che esistettero e furono praticati in Oriente strani metodi di sviluppo mistico, per opera dei quali sarebbe stato possibile liberare lo spirito dal corpo, sia per mezzo della “dissoluzione del cadavere, sia mediante una misteriosa e mistica “spada”.

Poi, una prima traduzione di trattati cinesi ad opera del prof. Pfizmaier dell’Accademia di Vienna, permise al Mead, direttore della rinomata rivista Quest, di pubblicare alcuni esempi di questi metodi, assai differenti rispetto ai celebrati sistemi dello Yoga.
Trattasi di un genere di alchimia interiore che fa capo a due principali trasformazioni.

Nell’una, detta Shi-Kiai, l’operatore raggiunge una condizione in cui riesce a dissolvere completamente il corpo sensibile, rendendosi invisibile e elevandosi al grado di adepto immortale. In casi di imperfetto conseguimento perde soltanto la ponderabilità pur continuando a mantenere l’apparenza di persona comune.

Nell’altra trasformazione, chiamata Kien-Kiai, lo scomparso lascia al posto del proprio corpo una spada e, a volte, un coltello o un bastone o qualche indumento.

Entrambe le vie sono segrete e appartengono alla via (tao) alchemica.

Trascrivo alcuni esempi:

Tung Tshung Ki nacque a Hoai-nan. Nella sua gioventù fece uso dell’Aria e raffinò la sua Forma. A cento anni non era invecchiato. Ingiustamente accusato fu messo in prigione. Dissolse il suo corpo e disparve come un Immortale.

Il Principe del purpureo yang comunicò la via di dissolversi con la Spada che proviene dalla fortezza d’occidente. Colui che pratica questo metodo e tiene appesa la Spada divina per sette anni, insieme ai suggelli credenziali del Libro Rosso, si dissolve, si trasmuta e sparisce. Se si propone per compito il puro volo spirituale della prima aurora ricurva, acquista istantaneamente il potere di nascondersi e trasmutarsi.

Altri interessanti scritti si trovano nell’introduzione di J. Evola alla traduzione italiana del Domenicano Bianco del 1944 (Bocca Editore, Milano).

A far luce su questa complicata strada di meditazione e alchimia sono risultati fondamentali i sapienti lavori di Lu K’uan Yu (Charles Luk), tradotti anche in italiano dall’editore Ubaldini. In particolare, del medesimo autore, Lo Yoga del Tao (Ed. Mediterranee). Per i basilari principi dell’Opera, vale lo studio chiarificatore di K. Durckheim, intitolata Hara- Il centro vitale dell’uomo secondo lo zen (Ed. Mediterranee).

Il senso della precaria solidità del corpo fisico perdura come una memoria collettiva anche nell’Oriente moderno. I bei film cinesi (come, per es. La tigre e il dragone) di fantasia, con o senza riferimenti storici, mostrano di continuo la capacità di una leggerezza che supera la gravità sensibile e, in genere la capacità di trapassare la densità della materia. A Hong Kong è meta di devoti un contenitore trasparente che contiene il corpo di un sant’uomo senza i segni della corruzione.

Per una integrazione rettificatrice in relazione alla condizione occulto-esistenziale dell’uomo dei tempi nostri, rimando al II capitolo della Via della Volontà Solare di Massimo Scaligero, che tratta, come già svela il titolo, il profondo contenuto che separa la natura di una antica immortalità da quanto urge nell’uomo contemporaneo come potenza di Resurrezione: tra la virtù dello Shi-kiai e il germe della forza solare immesso nell’uomo con il sacrificio del Golgotha.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

IL PERCORSO CHE L’ANIMA INTRAPRENDE (di F. Giovi)

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Il percorso che l’anima intraprende per giungere all’apice della concentrazione è comparabile, per analogia concreta, alla conquista di un picco roccioso.
Alla sua base si raccoglie l’attrezzatura indispensabile, si ripassa con attenzione la via, che in molti casi è l’unica possibile, scoperta ed aperta in tempi antecedenti da scalatori d’élite: è questo che rende possibile il tentativo di chi viene dopo.

Si inizia. Cuore e respiro trovano un nuovo ritmo, muscoli e nervi protestano, obbligati a sottomettersi ad una determinazione inusuale.

Dopo un breve (brevissimo) tratto la mente non può più divagare in futilità e fantasie, ma solo convergere nello sforzo intelligente… caricare il peso sull’avampiede sinistro, premere l’estremità delle dita nell’ombra di una rientranza, scivolare con la gamba destra oltre un cordolo trasversale… Il respiro tagliato, l’occhio bruciato dal sudore, il dolore della carne violata dalla densa asprezza del minerale: c’è tutto e ancora altro, ma rimane fuori, sotto. È inessenziale per l’ascesa, per un salire che sente e tuttavia ignora paura, fatica e dolore; per un pensiero totalmente dedicato al moto del salire in solitudine perfetta.

Occorre tempo, interminabile, e sforzo al limite del possibile o forse oltre, e ci si accorge che l’anima è scomparsa. Rimane solo il corpo in movimento ed un soggetto che non è più il soggetto di prima e nemmeno il corpo è quello, opaco e pesante, che si sentiva all’inizio della via.

Quando Nietzsche, dando voce a una nostalgia profonda, nel contemplare le alte vette le chiamava “pure, non macchiate di spirito”, sbagliava: avrebbe dovuto dire “non macchiate dall’anima”! In questi momenti una caduta funesta sarebbe una tragedia per parenti ed amici, non per lo scalatore, che sperimenterebbe un librarsi meraviglioso e liberatorio nella viva vastità dell’Aria. Giunti alla cima, tutto l’assetto del rocciatore cambia ancora. Il lungo sforzo, soggettivamente quasi interminabile, la ferrea incandescenza dell’atto di assoluta determinazione, si convertono in un riposo potente.

Dalla cima, lo sguardo al mondo circostante non è grande per ciò che vede ma per l’immanenza dello Spirito in chi guarda. Sulla cima, l’uomo ha dato più del possibile e se in lui vive l’asceta, lascia, nella superiore attività del non-agire, che il Cielo espiri trasparenti altezze di Quiete che si aprono in segni di Luce e fisionomie di Saggezza e Forza.

Similmente, dopo anni penosi di tentativi e smarrimenti, per chi si era esercitato al controllo del pensiero, alla ricostruzione dell’immagine concettuale ed alla vera concentrazione che è soltanto il darsi perdurante di tutta l’attenzione in questa immagine, vinto l’irraggiamento centrifugo dell’anima e la frammentazione del flusso pensante, si instaura il picco, l’apice della concentrazione.
Genericamente la differenza tra chi ha iniziato da poco e chi ha lavorato strenuamente per anni o decenni è che di solito quest’ultimo si spinge più avanti in tempi più brevi; più esattamente la differenza è sportiva e si chiama intensità.

Nessuno conosce sui primi passi della via interiore cosa sia l’intensità nella sfera della coscienza pensante anche se nella vita qualcuno è stato afferrato con intensità da un’idea, molti dall’intensità di un sentimento.

Del resto tra l’essere afferrato da qualcosa, fosse anche un dio, e l’afferrare in volizione cosciente un concetto, un’idea, si apre un varco ampio come l’universo della fisica. L’intensificazione interiore, voluta e coscientemente alimentata tramite attenzione di pensiero che si enuclea in immagine concettuale, è sconosciuta alle coscienze scientiste, filosofiche, antroposofiche, tradizionaliste, formalmente diverse ma sostanzialmente identiche in quanto perfettamente intercambiabili nella loro celebrale riflessità, ossia in quel nulla che permette l’accendersi dell’autocoscienza ma che poi non afferra e non comprende nemmeno un filo d’erba.

Lo stato apicale: l’oggetto interiore, con o senza forma, acquista autonomia, la sua concreta saldezza implica la formazione di uno spazio animico in cui ci si raccoglie, la sua perdurante intensità assorbe tutto il pensare. Come, durante l’esercizio della disciplina, svanisce la presenza dell’anima intesa come esperienza personale, così ora cessa l’attività personale del pensiero: il noto sforzo dell’ascesi si interrompe, ha esaurito il suo propedeutico compito.

La possente Quiete impersonale che accoglie la coscienza reca in sé un penetrante sentimento di familiarità. Si ottiene subito la consapevolezza che questa condizione eccezionale è quasi immediata alla nostra più vera realtà, lontana ma soprattutto diversa dalla pallida opacità dei fondali dipinti che, nell’alienazione di noi stessi, chiamiamo realtà nostra e del mondo.

Un certo pericolo, a fianco dell’esperienza evocata, può verificarsi a causa di un eccesso di saturazione dell’immagine, se questa eccede e ci attrae, se tenta di risucchiarci dentro e attraverso sé. Abbandonarsi a ciò, che è assai simile alla forza di gravità in una caduta o ad una galleria del vento attivata, ci trascina di colpo dalla sfera ancora collegata al sensibile, in mondi che sovente sono troppo lontani dalle esperienze in cui permanga un sano nesso tra percezione ed autocoscienza. Per poter attraversare correttamente certe porte è necessario raggiungere una forte maturazione di precise forze animiche mediante diverse discipline indicate dalla Scienza dello Spirito e intuitivamente selezionate.

Ma il pensare-sentire-volere è davvero scomparso? No, è scomparso soltanto per riapparire. Però mutato, trasformato. Le forze che abbiamo sempre riconosciuto come “forze dell’anima” in realtà ordinariamente sottomesse all’astrale inferiore, dunque alterate e giustificate solo dall’inversione del Principio umano, ora riaffiorano nella loro natura originaria: come arti dello Spirito, organi dell’Io. Risorgono dalla possente intensità dell’immobilità e del silenzio per essere capaci di azione spirituale.

Frasi simili spiegano poco e per chi non trova ancora in sé un germoglio d’ascesi sembrano anche peggio; è però logico che le cose stiano in tale modo: v’è un limite lungo il quale ognuno può capire di tutto e fare di tutto. È il limite della dialettica, della parola mentale, già poco funzionale al solo mondo sensibile, e che diviene astratto arbitrio, inganno e menzogna qualora supponga di poter contenere alcunché di spiritualmente reale, fatti salvi i rari casi in cui venga riplasmata dallo Spirito attraverso il veggente o l’artista.

Oltre quel limite non c’è nulla da capire ma una strada da percorrere superando il bisogno di spiegazioni. Essa si chiama Concentrazione, Meditazione e Contemplazione. Solo su quella strada chi in qualche modo è stato chiamato può risvegliarsi al Fondamento di sé ed alla realtà dello Spirito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA STANZA VUOTA (di F. Giovi)

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Essere incrollabili (e rassegnati) davanti i “dardi dell’iniqua fortuna” perché capitomboli e incidenti sono universali.
E i motivi delle défaillance possono essere, anzi sono tanti. Possiamo esaminarli, almeno quelli che dipendono da noi, dai nostri errori umanamente più marcati.
Quasi sempre c’è di mezzo la rappresentazione personale. Ossia: ci rappresentiamo (con tribunale al seguito) quello che c’era, quello che c’è e quello che sarà o dovrebbe essere.
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Un esempio tragicomico?  Uno, sfregandosi animiche mani, dice a se stesso: “Ho la giornata libera, la dedicherò al lavoro spirituale”. Chi più chi meno non c’è uno tra noi che non sia caduto in questa tentazione. Allora inizia la giornata soddisfatto dal proprio elevato sentimento e, al momento opportuno, ben imbozzolato in una stanza… fa e strafà l’esercizio più dispersivo e deludente della sua carriera d’asceta.
Dopo due ore esce stracco ma imbottito di un malumore che si dissiperà lentamente con il misericordioso aiuto di qualche faccenda svolta nel più sensibile dei mondi. È un esempio, ma possiamo generalizzarlo.
Mi ricordo di quell’ amico che vacanzò con le migliori intenzioni immergendosi in una natura assai ventosa che gli portava via i pensieri. Non sto scherzando (e, poveretto, nemmeno lui).
C’è chi, sensibile agli spazi dilatati del cielo, sente come se la testa gli si vuotasse e non riesce a spiccicare due pensieri voluti di fila. Poi c’è chi non può fare nulla di niente sotto un particolare albero o arbusto. La lista è quasi infinita. Essenzialmente l’ostacolo vero è sempre uno solo ma, per un certo tratto, possiamo biforcarlo. Esiste l’ostacolo (gli ostacoli) esteriore.
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Siamo del tutto ciechi a quanto agisca in noi il mondo esterno.
Dapprima, e per molto tempo, gli esercizi rimangono solo virtualmente estracorporei: questa è la giusta direzione, ma è una direzione in divenire. In realtà il corpo ci sostiene: abbiamo un Io forte e desto perché aderisce al corpo, pensiamo con vigore se pressione e glicemia sono ai valori ottimali. C’è chi senza un caffè crede di non riuscire a pensare.
I massimi sistemi sono affascinanti, ma è da qui che inizia il nostro lavoro interiore. Inoltre condividiamo la corporeità con il mondo che ci circonda. La corporeità è davvero mondo esteriore plasmato dal Principio umano. E di ciò non siamo consapevoli. Se al rabdomante vibra la bacchetta o ruotano le due bacchette passando su di un terreno sotto il quale scorre un rigagnolo o giace sepolto un pezzo di ferro, significa che le emanazioni sottili attraversano il corpo, cioè avviene nel corpo una mutazione in quel punto del terreno. L’esempio è, in un certo qual senso, grossolano ma facilmente percettibile negli effetti.
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Più delicato e complesso è quanto emana dai luoghi: si avverte quanto sia salubre e benefico un punto, un masso, il bordo di un laghetto o, al contrario, quanto esso sia minaccioso e malefico… senza parlare del “genius loci”, che non è un modo di dire, e dei tantissimi esseri che popolano la natura tra il visibile e l’invisibile. Temi (realtà) che ci porterebbero troppo lontano.
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Il senso del discorso? Noi andiamo di qua e di là, ma ignoriamo completamente cosa ciò comporti per la nostra realtà sottile. Questo è un aspetto di quello che ho chiamato un problema forcuto. Ma mettiamoci bene in testa che il problema fondamentale sta nell’altro ramo della biforcazione: in noi e nel nostro lavoro, che non inizia oggi e termina tra qualche mese o anno. Le discipline a cui assoggettiamo l’anima sono, per la nostra costituzione, un illimitato e continuo divenire. Iniziamo ‘spremendo’ più corpo che pensiero: assai spesso occorre tanto tempo per imparare a pensare volitivamente per una manciata di minuti.
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L’esecuzione ripetuta ci irrobustisce interiormente e ci rende capaci, tra pochi alti e molti bassi, a delle temporanee modificazioni del corpo astrale. Sono operazioni che, in fondo, non finiscono mai, poiché esigono una attività sempre più intensa. Non esiste alcun ‘fissaggio’ o, peggio ancora, alcuna meccanicità su cui poggiarsi. I miglioramenti si situano solo nell’accrescimento della capacità.
Poi, se il lavoro prosegue costante, come un bicchiere che venisse riempito assai lentamente ed il cui contenuto eccedesse l’orlo, il prodotto essenziale dei cambiamenti attuati nell’anima, ancora più lentamente si trasferisce al corpo delle forze formatrici (corpo eterico).
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A questo punto – che non è un punto ma un ulteriore e superiore operare – subentrano modificazioni più importanti che manifestano una maggiore e diversa stabilità interiore e persino esteriore, giacché ogni mutamento eterico “tinge” in qualche misura persino il corpo fisico. Solo ora una parte della nostra coscienza raggiunge una certa indipendenza dal corpo e dagli influssi inconsci di questo. È come se nell’anima venisse costruita una stanza vuota: chiusa al mondo ma aperta alle sollecitazioni dell’universo spirituale. Di norma inattaccabile ai colpi o graffi dell’astrale inferiore. Da qui è possibile quello che nel mondo sensibile sarebbe una contraddizione: uno stato che con i termini disponibili chiameremo riposo o quiete, simultaneo ad un genere di attività totale.
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La “stanza vuota” continua ad esistere e basta un gesto interiore, simile al silenzio, per percepirla. È lì che tutto inizia ad essere possibile per l’operatore: meditare in condizioni che sarebbero da considerarsi proibitive, accogliere esperienze ultrasensibili sotto gli altoparlanti di una band… e girare il mondo senza defluire nei luoghi lontani ed estranei alla nostra costituzione. Certo, non è detto che le  esperienze di Tizio o Caio si dipanino nel modo che ho descritto. Però una cosa è certa, ed è la spina dolorosa di chi fa gli esercizi: il corpo fisico dà l’impressione di una certa fissità. Mi siedo fermo e le braccia non vanno per conto loro, la pelle non si increspa come il mare agitato, persino barba e baffi restano al loro posto. Questa staticità non è del tutto vera ma, solo per comodo nostro, vediamola in questo modo.
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Per gli altri corpi è tutta un’altra cosa: l’astrale è un luna park in miniatura tra feste e lutti, l’eterico è un flusso continuo come una possente fiumana. Il Soggetto che fa gli esercizi, pur non vedendo nulla, si trova ad operare in un complesso di corpi che seguono movimenti di tutti i tipi. Perciò trovare per una buona volta l’assetto migliore è… una favola bella.
La Via è dunque tutto un gioco di discipline che di volta in volta vanno bene e poi male o malissimo. È un continuo ricominciare, spesso daccapo: ma non è un ricominciare, è un diventare più forti delle burrasche: basta tener saldo il timone e non mollare mai. Se il cuore ha deciso, l’Io prende il comando e si lega alla volontà in un patto morale che non andrà mai spezzato. Mai: qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa si creda di essere.
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La vera moralità non consiste nel dire a se stessi: “Ho tanti difetti. Sono debole. Sono un criminale” ecc., ma nell’inesausto tentativo di modificare, con la disciplina, la propria anima oltre ogni debolezza, cattiveria, depravazione e aggiungetevi quel che volete. La disciplina è moralità concreta, attiva, e i piagnistei su se stessi sono viscidume, melma. Certo, occorre rimettere in moto virtù obsolete: fedeltà, coerenza, coraggio, trasparenza interiore ecc.
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La buona notizia è che tutto questo non si acquista al dettaglio ma c’è già nell’anima umana, e cresce non con pelosi autocompiacimenti ma con le discipline più semplici. Poche o pochissime, tentate giornalmente e disperatamente al meglio possibile.
SCIENZA DELLO SPIRITO

SUL BUONISMO E LA NOSTRA PREZIOSISSIMA PERSONALITA’ (di F. Giovi)

Pollo Super Pesante Rosso - Agro Re'

Raccogliere  attenzione e interesse per le Opere del Dottore e di Massimo: permettere loro di passare dalla testa al cuore, fare un minimo (almeno) di concentrazione o controllo del pensiero e mandare a quel paese le ‘notizie’ che alimentano la zona dell’anima che si nutre voracemente e a nostro danno di timori e incertezze.

Ecco che allora si potranno contemplare i fatti peggiori e persino il dolore con una serenità difficilmente alterabile. Perciò occorre una lunga preparazione ‘atletica’…

Qualora una persona comprendesse anche solo logicamente le indicazioni fondanti di una Scienza dello Spirito, possiederebbe un principio di un percorso interiore fattibile e sperimentabile, che proprio nella realtà della sua essenza non ha alcun punto di somiglianza o contatto con quanto gira nelle numerosissime sette che, per identità comune, sorgono come funghi, traendo una vita effimera dalla decomposizione di organismi morti.

In altre parole, la continuità tra “sacro” e “profano” non c’è, non esiste.

Il profano sono le chiacchiere, non importa se tratte da buona o cattiva fede: puoi chiacchierare sul tempo, sui fiori, sulle nubi e sull’antroposofia, e nulla cambia, né in te né fuori di te. Se all’opposto in seguito a una robusta disciplina da te stesso esercitata sulle forze dell’anima giungi alla soglia del silenzio, questa ‘elementare’ condizione cosa ha lasciato dietro di sé? Tutti i chiacchiericci del mondo e tutte le targhette identificative con cui i più adorano fregiarsi e magari sfregiarsi.

Il mondo così fisso come appare è già una illusione potente, ingannatrice, ma l’uomo sembra voler tessere ulteriori illusioni: accelerare la propria caduta. Egli è certamente strattonato da possenti nemici, ma è anche troppo comodo: si delega tutto – colpe ed errori – sempre ad altro-da-sé. Quanto è diverso l’uomo della Filosofia della Libertà, di fronte al quale il superuomo di Nietzsche e l’individuo assoluto di Evola sono come vagiti! Almeno la polizia zarista e alcuni anarchici, per opposte valutazioni, compresero qualcosa della ‘pericolosità’ di quel libro.

In tale senso anche l’antroposofia, quando essa appaia solo come riflessa in un truogolo di parole, può diventare soltanto un’illusione aggiunta o, se si preferisce, il manipolato mezzo per dare forma encomiabile al caos dell’anima: come è successo e sta succedendo in molte contrade depositarie di tracce di Spirito. Vi dico francamente: la stessa abusata definizione è alquanto stucchevole, impregnata di tante rovine e tradimenti: non io ma il Dottore si espresse in maniera tale da dire che avrebbe cambiato volentieri il termine, anche ogni giorno, se ciò fosse stato possibile in pratica.

 

Nel tempo si diventa sazi e stanchi di quello che si vede e si sente e si legge di un certo mondo che vuole definirsi antroposofico: costituito da fazioni e faziosità, eterni battibecchi, dissimulate lotte per giungere a inutili e ridicole posizioni di potere, sovente (questa è la novità contemporanea) persino digiune delle più elementari nozioni dei contenuti di base e soprattutto privo del sentimento del Sacro che non è un semplice sentimento: insomma una sorta di babelica caciara simil-politica da far sfigurare Montecitorio nelle sue peggiori giornate.

 

E, per rendere ripugnante tutto questo, l’imbellettatura dei poveri resti col surrogato adultero della bontà: il buonismo.

I cretini dissertanti di oggi sparirebbero impauriti davanti ai caratteri delle personalità di ieri: Lina Schwarz, l’ing. Gentilli, il dott. Colazza, Alfred Meebold (che era di casa), Maria Cassini ecc. Quelli ti fulminavano se osavi un nesso concettuale peregrino o una parola sbagliata, chi con una certa violenza (Meebold), chi con la severità del silenzio (Colazza). Scrivo di ciò non per esaltare il buon tempo antico ma perché sembra invalso, in questo mondo di apparenze, il giudizio sul carattere di questo o quello confondendolo con lo Spirito. L’operatore vero, liberandosi dall’identificazione alle proprie caratteristiche psico-fisiche, si serve di esse allo stesso modo come la capacità di vedere usa l’occhio.

A questo riguardo, quando lessi su “Dallo Yoga alla Rosacroce” il trattamento che Bonabitacola riservava ai visitatori, sorrisi di cuore.

Nel momento in cui incontrai la prima persona in cui fluiva copioso un nesso autentico con lo spirituale, costui mi trattò malissimo. Poi, ricomposte le penne e imbrigliato a malapena l’orgoglio, chiesi sempre più spesso il permesso di fargli visita: erano bastonate su tutto, inframmezzate da parole dure e occhiate di disprezzo. Venivo sistematicamente messo alla prova, e l’alternativa era la porta. Non sono un mite naturale: lo avrei strangolato… ma era anche Spirito che mi parlava attraverso la sua straordinaria spontaneità: ciò che la mia anima cercava nonostante me stesso.

Più lottavo per salvare i ‘miei valori’ più egli falciava senza pietà ogni mia certezza: fu uno dei più fertili periodi della mia vita. Senza carinerie e buone maniere. Sono necessari questi percorsi estremi? Probabilmente non lo sono, ma ci vorrà pure qualcosa che permetta di superare l’incantesimo della propria, preziosissima personalità che, a guardarla o sfiorarla, starnazza come un pollo, perennemente offesa da tutto ciò che le sembra diverso dal suo nulla.

 

Proprio in questa zona, fragile e incerta, prosperano le sette o i gruppi settari che, coccolando alcune morbidezze della personalità, ti fregano l’anima: le tecniche di plagio sono sempre le stesse: love bombing, brain washing ecc.

Il fine? Penosamente e banalmente universale: il piacere del dominio, il sesso e i soldi.

Qualcuno esagera per moltissimo tempo e, come D. S., va in galera. Altri fortunosamente la evitano perché l’umiliazione e la vergogna d’esser stati gabbati alla grande impedisce la denuncia (del resto, come osservava Ernst Jünger, v’è una oscura complicità tra vittima e carnefice).

Non mi scandalizza per nulla quello che suscita in altri turbamento. Le possibili ‘infiltrazioni’ avvengono in quel genere di gruppi cui accennavo nelle precedenti righe, ma la Scienza dello Spirito resta intangibile. Fortunatamente e purtroppo.

Tutti i possibili problemi si riassumono in un punto solo: l’uomo.

 

Non la rappresentazione generica o ideale di esso ma l’uomo concreto, cioè voi, io, i nostri amici e tutti gli altri. Non metto a caso alcuni aggettivi: tempo fa, indicando ad un lettore la palestra o il dojo come contributi alla soluzione di un problema, avevo scritto che l’adesione ad un corso era, di fatto, subordinata ad allenatori ovviamente esperti ma anche dotati di “serietà, dedizione e disciplina”, perché la differenza fondamentale tra il pessimo ed il migliore sta in chi possiede o meno tali qualità che non restano dentro ma determinano l’atmosfera morale e pratica dell’ambiente circostante.

Sono esperienze che tutti possono fare: si visiti una palestra piena di gente forte e un’altra di gente debole e svogliata e si osservi di quale stoffa sia l’allenatore responsabile della prima e della seconda. E magari è facile scoprire che il migliore è uno aspro e brontolone, mentre l’ambiente peggiore è diretto da un tipo buono come il krapfen alla crema (la stupidità di valutare l’estrinsecazione caratteriologica!).

Ciò vale anche per la Scienza dello Spirito: sono le qualità o potenze interiori che l’uomo concreto spende con essa a farla rivivere che contano: le vostre, le mie, ecc. La capacità di coerenza logica (checché ne dicano gli sciocchi, il pensiero è, dapprima, l’unico universale che accomuna gli uomini oltre ogni differenza personale: la lunghezza e larghezza misurata di un tavolo è la stessa per tutti: è la prima comunione possibile a portata di mano oltre ogni singola mònade sentimentale), di sincerità con se stessi (devozione alla verità), di fatica coraggiosamente sostenuta, di umiltà intellettuale e altro ancora sono le componenti dell’uomo “normalmente organizzato” cui il Dottore si rivolge nella Filosofia della Libertà.

 

Sembra complicato ma non lo è: ciò che appare manchevole può essere sviluppato se non si evita il lavoro e la fatica di pensare. «Solamente non bisogna far confusione fra l’“avere immagini mentali” e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare».

Per pensare occorre voler pensare. La concentrazione insegna il pensare voluto.

Si attiva il pensare voluto quando sia temporaneamente dominata la corrente istintiva che subordina ordinariamente il pensare. Le esperienze interiori conseguenti al riallineamento dell’organizzazione umana permettono la meditazione e la contemplazione che, se ripetute con costanza sino ad apici di intensità, portano lo sperimentatore dalla condizione della comprensione alla percezione dei contenuti ove questi si esprimono come realtà. La realtà della Scienza dello Spirito si situa là dove Pensiero e Vita coincidono.

La realtà dell’Insegnamento e dei suoi ispiratori esiste e si giustifica in quel mondo, vastissimo e complesso, che nella terminologia viene chiamato ‘eterico’, il cui carattere, per analogia con il sensibile, è confrontabile con le differenze esistenti tra un uomo vivo e cosciente e un cadavere.

Non c’è antroposofia o scienza dell’occulto o gnosi che non abiti in quel mondo, e tutto quello che non sia corretta emanazione (in pensieri, immagini e parole) di quel mondo è solo imitazione o impostura.

Dunque, come è sempre stato, i contenuti spirituali si difendono da soli. Potete esserne certi:  allora si continui a lavorare dando il meglio di sé, evocando i sentimenti più sacri di cui ci si sente capaci e fuori da questo sacrario spendersi a onorare i debiti che il mondo ci pone di continuo. Magari con qualche sorriso: che non guasta ma risana.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA BIODINAMICA DA STEINER AL VINO (di F. Giovi)

A proposito dei vini antroposofici.

Non tutti gli antroposofi vedono nelle bevande alcoliche il vero nemico dello Spirito. Mi ricordo che il compianto Salvatore Colonna, invitato ad un meeting internazionale, ci riferì, scandalizzatissimo, che molti tra i partecipanti non disdegnavano il ‘cicchetto’!
È un problema che riguarda sia la Madre che le Figlie – soprattutto le seconde, che spesso ignorano i contenuti antroposofici. Le prove limite me le fornì un buon amico assai attivo nella Società, che riesce a volermi bene nonostante le mie posizioni paurosamente anarchico-eretiche.

Mi raccontò di una visita ad un consorzio agricolo (biodinamico) estero. Tale entità funziona talmente bene da esser divenuta una vera industria, economicamente florida e in ulteriore sviluppo. Entusiasmato per cotanto successo, chiese al manager se vi fosse l’intenzione di stampare testi antroposofici, in particolare dello Steiner. La secca risposta dell’imprenditrice fu, all’incirca: «Steiner chi? Antroposofia? Noi con l’agricoltura biodinamica facciamo ottimi affari, mica libri!».

Non è mia invenzione, e da questo mi sembra di vedere la produzione vinicola come la più lieve delle preoccupazioni. Sinceramente, lo scorretto uso dell’immagine del Dottore è poco a paragone di tutto quello che, ingiustificatamente, è stato scagliato contro la Sua figura.

Fu accusato d’essere massone e antimassone, di essere cripto-cattolico, persino gesuita, e anti-cattolico, filo-ebraico ed anti-ebraico, poi pagano, razzista, filo-germanico e anti-germanico… e se dimentico qualcosa vogliate scusarmi. L’ignoranza, la stupidità e l’avversione non hanno limiti. Forse che la difficile possibilità di intervento sui media possa correggere le… qualità elencate?

Intanto cerco di ricordare che Rudolf Steiner proibì (ai discepoli della Scuola Esoterica) soltanto una cosa: l’alcol.
In tempi più recenti Massimo Scaligero dedicò a questo unico precetto un breve capitolo del suo Manuale pratico della Meditazione.

I ricercatori, mediamente adulti, per coerenza e maturità, si sobbarchino poi l’onere delle proprie azioni. Non siamo, per così dire, nati ieri e sappiamo che non pochi si difendono dicendo: «Io non faccio gli esercizi, dunque questa regola per me non vale; poi la scienza dimostra che un po’ di vino fa bene».

Mentre le Vie allo Spirito hanno sempre saputo, sperimentalmente, che, al di là di particolari e preparatissimi atti rituali, tutto quello che è altro (hetheron) è una privazione per l’Essere, una corruzione che rimanda a uno stato di imperfezione.

Inoltre l’alcol e le droghe sono entità attive: esercitano attivamente una propria azione in contrasto con le forze dell’Io. Allora l’individuo non consiste ma cede e moltiplica le molte passività che lo allontanano da se stesso. Anche senza esercizi (ma si potrebbe rilevare che un’attenta lettura di contenuti spirituali è già un esercizio formativo per l’uomo interiore!).

Forse è più proficuo ricordare due precetti: il primo, antico, ammonisce di non permettere che quello su cui nulla possiamo possa qualcosa su di noi. Il secondo lo troviamo nell’Iniziazione di Steiner e dice che «se sono in collera o mi irrito, erigo un bastione nel mondo animico…». Questa osservazione, del tutto vera, è davvero terribile: basta pensare che possiamo passare intere giornate in uno stato di irritazione anche senza quasi accorgercene.

Per mutare tale stato, spesso cronico, non bastano i buoni propositi. Occorre preparare una zona di calma interiore (mai come atteggiamento ma come risultato, ad esempio, della pratica dei 5 esercizi) per separare la giusta riprovazione dall’avversione e dall’odio che a questa s’accompagnano.

Il Dottore descrive una disciplina assai importante nel suo scritto I gradi della conoscenza superiore, dove indica come tutto quello che viene percepito come falso o ingiusto debba venir sentito e sofferto con intensità, ma separandolo dagli uomini che l’hanno formulato.

Il tipo di calma ‘magica’ conseguente a questa pratica aiuta il divenire dei fatti alla correzione. Da tali attività interiori, che sono esteriormente silenzio, prendono le mosse tutte le più reali forze rettificatrici. Poiché le cause dei fatti sono sempre spirituali, il problema più urgente consiste nella formazione di operatori spirituali che possano sanare le deviazioni alla loro origine.

SCIENZA DELLO SPIRITO

I PENSIERI SON PICCOLI DIAVOLETTI (di F. Giovi)

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I pensieri sono piccoli diavoletti che abbisognano di spazi ristretti e ben chiusi, così lo pensava (diavoletti a parte) il grande Leonardo. E i monaci, esperti in queste cose prima e dopo Leonardo, non s’imbucavano forse in cellette ben poco più vaste degli austeri giacigli?

In effetti l’uomo naturale è natura, pur se plasmata dal Principio: datemi due bacchette ricurve e vi trovo subito l’acqua o metalli sepolti: questo significa solo che acqua e metalli hanno sul mio corpo invisibili poteri e altri poteri hanno l’aria, lo spazio, le pietre, i rigagnoli montani: insomma tutte le presenze del luogo e più su la luce, il sole, la luna.

Elémire Zolla mi raccontava, molti anni fa, che, nel tempo in cui insegnava all’Università di Genova, vicino alla sua casa quando la luna tondeggiava in cielo, c’era un cane che disturbava la notte, ululando per ore. Zolla, con discrezione, si dedicò a una indagine che non dava frutti. Nessuno tra le casette vicine possedeva quel cane. Però il modo signorile e l’incredibile calma del mistico scrittore aprì molte porte e qualche cuore, così il mistero fu svelato: nessun cane, solo un signore che, dominato dalla luna, diventava un lupo mannaro.

Tornando al tema: Si può scoprire che il vento porta via i pensieri, che lo spazio li evapora e che le crepuscolari e potentissime rappresentazioni di come-saranno-gli-esercizi ti bruciano già alla riga di partenza. È giusto provare tutto: fa parte del gioco, della sperimentazione e, sportivamente, dobbiamo accettare i tanti calci che sono il positivo frutto dell’esperimento.

La mente supera la materia, anzi è lei che fissa in forme finite il perpetuo moto dell’infinito. Ma per il Soggetto umano che è sveglio e autocosciente grazie alla contrapposizione che la mente ha creato forgiando la maya materica, per una destità che fiorisce in misura della sua aderenza al senso di sé corporeo, si intuisce facilmente quanto sia lunga e quasi tutta in salita la strada per riconquistare la nostra reale natura.

Gli esercizi esoterici, ripeto sempre che basterebbe “quasi” la concentrazione, il silenzio e, negli anni, una pazienza sovrumana, modificano lentamente i ‘corpi’ dell’uomo, rendendoli atti ad allineamenti sottili (modificazioni di coscienza) che ci permettono tutto: allora possiamo meditare sotto il palco di un avvinazzato complesso irlandese e passare attraverso il meditare (non dalla meditazione come tanti dicono) oltre “il velo dipinto” di questo mondo, oppure praticare il percepire puro ai margini di una strada affollata e sciogliere il mondo dai suoi incantesimi, e magari fare una perfetta concentrazione nella sala macchine di una carretta di pescatori. Atti interiori puri (radicalmente privi di limiti rappresentativi) causano immediate modificazioni interiori (percepite) che provocano illuminazioni: tutto in una manciata di secondi. Sembra facile? È facile, ma per arrivarci bisogna addestrarsi ad estinguere tutto. Come osserva un mio acuto amico, anche la stessa concentrazione, così come viene intesa, va superata. Tempo di cottura? Se va bene, una vita: oppure si passa ai tempi supplementari.

Ma, tornando al contingente, si scopre che è saggio usare per anni la stessa stanza, la medesima sedia, l’identica positura. Perché l’ostacolo corporeo e psichico è enorme e le forze interiori sono dedite alla sensazione rifiutando l’Io. L’esercizio interiore deve allora essere ripetitivo e implacabile: indifferente, cieco e ottuso verso il continuo insuccesso.

Anche immersi nella natura si può far molto; indirettamente. Ad esempio camminare con un ritmo regolare convincendo dolcemente il pensiero della sua inutilità davanti ad alberi e monti e al movimento delle proprie gambe: esse (nel moto) sono più importanti dei pensieri. Guardare il verde che ci attornia. Accontentarsi della semplicità del vedere. Tutto ciò senza contrapposizioni: i grandi alberi, se rispettati, ci saranno amici. Riempire di riconoscenza l’anima nei confronti dell’aria che a noi si dedica infondendoci vita attimo dopo attimo. Così, senza evocare il Vate ed i panici tripudi, anzi in assoluta modestia, si può avvertire un sentimento religioso irradiare tra noi e i mille raggi nei quali la luce, giocando con le finte tenebre dei rami, si moltiplica: foreste come cattedrali dello Spirito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LEGGERE CON MAGGIOR ATTENZIONE TESTI QUALI TEOSOFIA O LA SCIENZA OCCULTA (di F. Giovi)

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«Leggere con maggior attenzione testi quali Teosofia o La Scienza Occulta, ascoltare il più possibile soltanto sé stessi e quello che si sente vero nelle parole del Dottore, e imparare a fare a meno delle ‘opinioni’ degli altri».

Questo è un consiglio, non un’opinione. Confesso che tra un’opinione e un cobra, senza esitazione scelgo il cobra (tra l’altro ai serpenti la meditazione, a modo loro, piace… ma questa è un’altra storia): di solito, nei tanti gruppi che ho frequentato, quando qualcuno con voce esitante ed educata chiedeva la parola con la magica formula: «Forse non ho capito bene, ma vorrei esprimere la mia opinione…» fiondava un istante dopo una cretinata più grossa d’un elefante impazzito ed altrettanto catastrofica, poiché nessuno aveva il coraggio di imbrigliare la cosa.

Un giorno provai a contrastare tale fenomeno in un gruppo di studio indipendente, con la massima diplomazia di cui ero capace a quel tempo: «Ma dai! Chiudi la bocca e non dire scemenze!». Ebbene, una dozzina di volti ruotarono nella mia direzione manifestando irritazione e tristezza, quasi avessi lordato il Santissimo: solo l’opinionista zittito mi guardò e disse: «Scusa».

Si, l’anima umana è davvero complicata. Non credo che un’individualità entrata nel percorso della Scienza dello Spirito scelga l’una o gli altri (lettura o esercizi): con buona pace per l’idea primitiva e personale della libertà, è l’Antroposofia che attrae te o, se preferisci, sono impulsi pre-natali che ti dirigono ad essa.

E, non di rado, si veicolano dapprima alla brama: in alcuni come brama di conoscenza, in altri persino come brama di potenza. Mi sembra meschino guardare queste cose, quando si fanno strada nell’anima, con la lente del moralismo. L’anima dice a se stessa: «Ho bisogno di queste cose». Dice il Dottore: “Sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento”. Il “bisogno” è potente ed elementare (hai una fame nera: hai bisogno di mangiare; cammini, zaino in spalla, da otto ore: hai bisogno di fermarti). L’aspetto sostanziale sta semplicemente nell’intensità del bisogno. Chi di sete sta morendo non s’attarda a selezionare le bevande, similmente chi trova la Scienza dello Spirito come ciò che ha sempre cercato come senso della propria vita, afferra di essa quanto, al momento, gli è più vicino.

Fintanto che il ricercatore permane (immerso) nella corrente del karma, la sua azione è assistita da una saggezza sovrapersonale. Spesso si dice: “il peso del karma” o frasi consimili, tutte allusive alla gravità del destino. Non voglio contestarle, da un certo punto di vista sono oro colato, ma l’incontro con i contenuti dello Spirito modifica molte cose nell’anima. Ne cito una, drammatica e decisiva: quella che in precedenti note ho chiamato “assunzione di responsabilità”. Se essa è radicale, il karma muta, per così dire, professione: passa da tutore ad accompagnatore. Allora nella sfera dell’Io devi sostenerti da solo, solo tue diventano le sconfitte, le vittorie e le scelte: tessi tu stesso il tuo destino e divieni cosciente (o semi-cosciente) dell’abisso che si apre a destra e a sinistra intorno a te. Per l’uno sono impressioni diversificate di forze interiori, per l’altro lampi immaginativi, il terzo avverte tempeste ed angosce, mentre il quarto purtroppo sente solo paura e si contrae o scappa in tutti i modi possibili. Chi non scappa, a volte tra mille turbamenti, concepisce che la propria evoluzione dipende, ora, dalla sua attività, e inizia a completare ciò che la ‘natura’ ha abbandonato in corso d’opera: fa gli esercizi, magari oscillando tra un sentimento di pochezza “Domine non sum dignus”e il prometeico impulso del “Che importa. Io li faccio lo stesso”.

Sono consapevole che il disegno tratteggiato è assolutamente incompleto, frammentario: ma è per qualcuno l’itinerario reale, e non è del tutto necessario che si svolga oggi in un fiato: spesso le consapevolezze salgono lente da luoghi profondi.

Gli esercizi non sono “un problema”. Non portano danni all’anima, spaccature alla psiche, ingestibilità alla coscienza morale: casomai è proprio il contrario. Se si impara a dominare le forze dell’anima che spesso e volentieri (sempre!) scorazzano indipendenti e selvatiche, è tutta la struttura umana che, semmai, si riarmonizza: dove prima c’era il caos inizia l’ordine. Inoltre aiutano non poco le ‘letture’ di testi il cui contenuto non si ferma al riflesso del mondo sensibile ma dovrebbe essere “risvegliatore della vita spirituale del lettore, non una somma di comunicazioni” (purtroppo la “somma di comunicazioni” s’è ampliata a dismisura e viene concepita come qualcosa di assai positivo!).

I continui avvertimenti lugubremente ammonitori sulla incalcolabile serie di danni che l’operatore si troverebbe a subire tre minuti di disciplina voluta, e che sento da oltre cinquant’anni, sono queruli, noiosi e inutili. Stare attenti, ma in nome di tutti gli dei, da che cosa? Non c’è uno tra gli accademici avvoltoi che abbia tentato davvero una disciplina forte e vera. Non uno che abbia sperimentato qualcosa che non sia la propria, onanistica, elucubrazione. Farsi sordi ai canti sirenici delle acque infere, leggere assai lentamente qualche testo di Steiner e di Scaligero con cuore aperto, volontà di comprendere e pensiero disciplinato.

Lasciare che singole frasi o parole vibrino nell’anima: questo è lo schema del meditare. I pensieri suscitati dalla lettura, se sperimentati nell’anima, sono il miglior viatico per il lungo cammino che ci aspetta. Se poi l’anima avverte che la vita nella lettura sta inaridendosi, che non giunge più fino al cuore, allora potrebbe essere giunto il momento di darsi una scrollata da cane bagnato e di iniziare, con attenta cura, gli esercizi di fondamento. Credo non vada dimenticato che il pensiero ordinario è strutturalmente funzionale alla sfera ahrimanica, cioè al mondo dei sensi, e quando astrae da questo mondo s’intrappola nella rete luciferica che chiamiamo astrazione; dire questo è corretto, ma è pure straordinariamente scorretto non aggiungere l’indicazione che è possibile formarsi pensieri coscienti in cui agisce l’elemento puro del volere voluto dall’Io e non dagli dèi degli ostacoli. La concentrazione e poi la meditazione paralizzano l’azione di Lucifero e di Ahrimane: ciò è, in un certo senso, sperimentabile per l’asceta. Nella concentrazione la determinazione univoca rivolta all’oggetto spinge a realizzare l’inutilità dei pensieri più acuti, dei giudizi, di tutto il pensiero ordinario. Ci si incammina sulla via di liberare il pensare dai pensieri. Poi sarà possibile giungere allo spirituale che pensa in noi: questa è la via di Michael.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’EQUIVALENTE DELLA STELLA POLARE (di F. Giovi)

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Sono stato un lettore accanito sin dai banchi delle primarie, e per molti anni onnivoro, anche se il cuore accelerava quando leggevo accenni a qualche mistero. Quando passai faticosamente e con intense lotte interiori dall’Oriente all’Occidente e infine all’antroposofia, mi costruii rapidamente una delle piú ricche biblioteche private del Paese: avevo tutto, a cominciare dalla prima edizione della Filosofia della Libertà edita nel 1918 ed i libriccini di piccole edizioni nate e morte in un battito di ciglia.

Tra i tanti che mi aiutarono ad accumulare, in tempi di magra, proprio tutto, oltre alla gentile signora Bossi-Riganti di Milano ricordo il teosofo e bibliofilo Erwin Danussi, che faceva parte della compagnia di maghi e occultisti di cui ho raccontato qualcosa varie volte.
Danussi era un omone germanico che si sentiva orgogliosamente italiano ma lottava inutilmente con il linguaggio, pesantemente condizionato dal suo d’origine, e cosí lo sentivi spesso tuonare: “Zölo nella nostra pella lincua…” sinché da un diverso punto del serpentone dei tavoli accostati una tagliente voce tantrico-divertita lo interrompeva: «Zitto Erwin! Che se parli, ti portano dentro per oltraggio all’italiano».

Quanto leggevo! Mi rovinai il sonno perché depredavo la notte con i testi che erano ancora chiusi alla sera. Ho divorato tutto quello che c’era. Serve davvero? Certo, finché la brama del conoscere ti cuoce l’anima, e soprattutto finché ti muovi: finché ti muovi sei salvo, ma se ti esaurisci con il primo che capita e non passi avanti, sei fregato.
Già qui entra l’immisurabile, perché la quantità di informazioni o i tentativi pratici sono soltanto l’immagine esteriore del bruciante morso animico che ti sospinge incessante verso ciò che non hai ancora, verso l’incontro con quello che attende che tu lo raggiunga: oltre l’illusione rappresentativa e culturale.
Leggere molto, sapere molto, sarebbe una trappola se non avverti che ti viene richiesta la capacità di discriminare, di distinguere il buono dal cattivo, il vero dal contraffatto: ma dopo aver letto senza pregiudizi. Di solito è un percorso per nulla lineare.

Mi ricordo un sentimento assai prossimo all’invidia di fronte alle robuste certezze che il mio amico tantrico traeva dalla sua bibbia: L’Uomo come Potenza che era un testo terribile, inadatto alle anime delicate (le edizioni successive vennero ‘normalizzate’ e annacquate dallo stesso Autore). Certezze che non possedevo, perché un dubbio mi disturbava l’anima: “Ma l’autore ha sperimentato quello di cui parla?”. Tale dubbio fu per me l’equivalente della stella polare per i vecchi marinai. Non volevo chi sa scrivere ma chi sperimenta quello che dice.

Trovai Scaligero perché il suo era al momento l’unico libro nuovo in libreria – ne parlavano tutti male, era un “caso preoccupante” o “un traditore” – iniziai comunque a leggere quello che mi parve scritto in uno stile terribilmente impervio, e la sorpresa giunse presto, in alcune righe che riguardavano un’antica forma di alchimia cinese a me famigliare: mi accorsi che questo Autore parlava con l’autorità dell’esperienza diretta (c’è chi ha scritto quasi un’intera pagina di prefazione ad un proprio libro per comunicare urbi et orbi – ma sopratutto agli orbi – l’opposto. Mi parvero righe insincere e funzionali alle ambizioni del personaggio).

Quel poco che a quei tempi riuscivo a comprendere mi rimise faticosamente sulle tracce di Colui che avevo da tempo abbandonato per via delle tante critiche sparate dal tradizionalismo, su cui svettava Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo di Evola.
Mi si perdoni per la lunga descrizione del mio percorso iniziale, ma è quello che posso descrivere meglio perché lo conosco bene: essendo soggettivo mi consente il massimo dell’osservazione oggettiva.

Se non ci si ferma, prima, durante o poi si devono fare i conti con quello che si sa e magari anche si capisce. Che cosa? Che l’esoterismo ‘letto’ è solo un atto preliminare, da uomo moderno che inizia supponendo una identità tra il sapere e il percepire sovrasensibile, tra il leggere e la trasformazione di sé. Questa confusione in principio si chiama ingenuità e se si protrae troppo a lungo possiamo avvertirla come ottusità a fondo cieco.

È anche vero che nell’oceano del ciarpame vi sono testi in cui le parole esprimono un contenuto sovrasensibile (mantrico), però non ho mai conosciuto nessuno che, tolta una abhinavaguptiana “caduta di potenza”, privo di forze interiori maturate, tragga da quei testi qualcosa che sia la percezione animico-spirituale e non un accumulo di sapere. Il punto cruciale del problema è se all’anima basti il placido accatastarsi di libri oppure si possegga ancora un po’ di disperazione per i propri limiti e di volontà di liberazione.
«Quella che verrà data non sarà una risposta teorica, da portare poi con sé come una semplice convinzione conservata nella memoria …ma si indicherà un campo di esperienze dell’anima nel quale …per virtú dell’attività interiore dell’anima, (l’uomo) tornerà ad avere una risposta viva …affinché …possa ulteriormente esplorare in larghezza e profondità i misteri della vita…». Sono parole estratte (ma sequenziali) dalla Prefazione alla Filosofia della Libertà.

Un serio ricercatore potrebbe impiegare anni per capire la loro portata ma sembra che pochi desiderino sprecare il loro tempo per così poco. E sembra che quasi nessuno afferri la differenza che passa tra il leggere, il capire ed il conoscere.
E se si vuole conoscere, i testi diventano altissimi percorsi interiori e allora in una vita ne basterebbero pochi, pochissimi. Fare antroposofia non significa leggere e fare i buoni, per questo basta il volontariato o lo scoutismo, ma agire nel senso della percezione spirituale e per essere degni di ciò occorre trasformare le potenze dell’anima: per iniziare a trasformarle occorrono gli attrezzi idonei che si conviene chiamare discipline o esercizi. Ma se gli esercizi vengono prolungati ed intensificati nel tempo, succede un fatto increscioso per le accademiche virtù: succede che si può accedere a lampi di una realtà più reale di quella dei fatti, delle cose… e pure dei libri.

Diventano cenere le cose e anche il pensiero sulle cose nella misura in cui ci si accontentava di fabbricare passive rappresentazioni di quelle. Un indicativo e realistico esempio: occorre una vita d’attività interiore per immaginare consequenzialmente quanto descritto nella Scienza Occulta e farne sintesi che sarebbe una vera azione di magia spirituale. Spero di esser stato chiaro. No? Pazienza. Oltre i testi scritti del Dottore (e qualche ciclo di eccezionali conferenze come Coscienza d’Iniziato) consiglierei ben poco: essi sono già molto. In una seria ricerca Scaligero è fondamentale! Dubito che al presente, pur sapendo molto, il ricercatore possa trovare la dimensione viva della Scienza dello Spirito senza l’aiuto di Massimo Scaligero. Opinione mia, s’intende.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

GLI SCRITTI DEI MAESTRI (di F. Giovi)

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Ho sempre considerato gli Scritti, per molti versi, più importanti di altre cose: certamente la vivacità, in questi, è smorzata o addirittura non esiste, ma essi altresì non dipendono da contingenze e dagli interrogativi di qualche singola anima. Essi sono stati curati e prodotti per tutti i lettori o almeno per tutti i ricercatori che provano interesse per i percorsi della Scienza dello Spirito, sebbene un po’ meno per chi in questa cerca emozioni di qualunque tipo.

Poi non è secondario il fatto che gli scritti i quali discendono da una fulgida visione spirituale possano essere pensati dai lettori, anzi lo scopo del veggente che abbia avuto la capacità ed il permesso di scrivere è sostanzialmente questo: che ogni sua parola possa venir pensata, che ogni nesso tra questa e quella possa offrire da guida a fare altrettanto: ciò diventa un movimento meditativo nostro, che si dipana nella nostra anima: il suo pensiero diventa nostro pensiero, perché possiamo volerlo in libertà e piena consapevolezza. E se per lui lo scritto è esperienza spirituale tradotta in pensieri interconnessi in modo particolare, così – in perfetta chiarità – possiamo risalire il suo percorso.
Una caratteristica del pensiero è di non essere qualcosa che uno possiede solo per sé medesimo. Il pensiero è universalmente condivisibile.

Steiner e Scaligero, seppure in maniera diversa, non si rivolgono affatto al lettore onnivoro, al “turista (spirituale) per caso”, ma a tipologie animiche non proprio comuni (secondo la terminologia di Evola: differenziate), comunque, in un certo qual modo, particolari.
Come spesso accade all’impressione dei lettori, il linguaggio del Dottore, poiché incurante delle ortodossie terminologiche, sembra forse più semplice, mentre quietamente apre le porte alle conoscenze più elevate – più ardite – che possano essere avvertite sul limitare del pensiero sveglio e consapevole. Certo, Egli invita a prestare la massima attenzione verso tutte le facoltà dell’anima, ma per poter fare ciò è necessario che l’indagatore non ne sia in queste sommerso: dunque è bene vivere appieno i moti dell’anima ma è al pari importante procurarsi la forza per poterli contemplare in assoluta indipendenza.

Scaligero sfida la difficoltà di offrire i mezzi per comprendere la situazione in cui si trova immancabilmente il pensiero ordinario, sia esso esotico o esoterico, il suo limite e dunque il modo per il suo trascendimento. Operazione non facile, perché il lettore non può non usare se non il livello di pensiero che dovrebbe superare: la comprensione di tale superamento è uno dei motivi della ripetitività di alcuni concetti fondamentali che riappaiono costantemente nella lettura dei suoi scritti.

Scaligero, come ho già evidenziato altre volte, si rivolge agli esoteristi di qualsiasi appartenenza per svegliare in essi l’idea di una priorità epistemologica ed operativa ignorata, nonostante la loro passione: che molte volte è geniale, impetuosa, ma che essi credono venire dalle profondità della tradizione abbracciata: una splendida audacia “naturale” che diviene, proprio a causa del pensiero discorsivo che l’avvolge, il limite che andrebbe eroicamente superato.

Eppure, almeno a mio parere, non è soltanto la Scienza spirituale ad unire nell’essenza tali grandi figure, non sono solo i contenuti, ma anche il rapporto che c’è o potrebbe esserci tra questi ultimi ed i lettori.
Senza pregiudizi è facile notare ciò che non c’è: ambedue trattano di esperienze spirituali, di realtà operative senza darsi alcuna pena per quanto vive nel contingente sensibile quando esso si riflette nell’anima, mentre informano l’indagatore su quali possono essere le vie da intraprendere al massimo delle forze.

Permettetemi un siparietto che già in sé spiega qualcosa.

Mi è stato raccontato da un amico che, andato un giorno a incontrare Scaligero, questi, appena esauriti i saluti, impassibilmente gli chiese ragguagli sulla salute del suo gatto. Avuta risposta (il gatto stava benissimo), Scaligero continuò chiedendogli risposte su cose di tenore più o meno simile. Ottenute monosillabiche e stupite risposte in merito, Scaligero con più vivacità esclamò: “Ma allora oggi possiamo parlare di spirito!”. Poi, mantenendo questo lieve umorismo raccontò qualcosa della valanga di sciocchezze settimanali postegli sul tavolo dai tanti deferentissimi amici.
Morale della storiella è che se le condizioni del gatto o di ogni altra cosa si presentano come il prius interiore, diventa impossibile concedere se stessi ai momenti di disciplina, questa iniziando da una lettura in pensieri desti di un testo spirituale e giungendo fino alla contemplazione, itinerario impossibile per chi non riesce a dominare le sue preoccupazioni e le banalità che sempre infesteranno l’anima: abbiano pur esse una base di verità obbiettiva o siano frutto di fantasia: c’est toujour la même chose.

In questo genere di cose Scaligero si è mostrato (quasi sempre) molto paziente, compassionevole e gentile. Anzi, ho potuto constatare che, se nel tempo qualcuno deludeva la propria potenzialità di ascesi, verso costui aumentava in Scaligero la gentilezza.
Del resto chi fu presente e desto in quegli anni alle riunioni settimanali potrà convenire circa la sua santa capacità di incamerare in alte tematiche domande che forse avrebbero imbufalito anche la Mitezza incarnata.

SCIENZA DELLO SPIRITO

PROVOCARE LA NOIA (di F. Giovi)

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Se fossi severo come un Inquisitore da celluloide, sapere che vi state autotorturando sarebbe uno spasso… Naturalmente sto scherzando. Quasi…
Per pignoleria ripassiamo il lavoro corretto. Di solito si inizia l’esercizio della concentrazione cambiando l’oggetto: ciò è corretto ed è indicato pure dal Dottore nella completa versione dei 5 esercizi, come si può controllare dalla perfetta traduzione di Scaligero nel suo “Manuale pratico della Meditazione” o nelle “Indicazioni per una Scuola esoterica”. Steiner aggiunge che «si può mantenere lo stesso pensiero per parecchi giorni» e non quantifica. Dunque fa parte della sperimentazione dell’operatore provare soluzioni diverse. In una fase iniziale delle discipline non credo trovi posto il concetto di giusto o sbagliato: si fa quello che si è compreso, e l’eventuale errore, che di sicuro c’è sempre, fa solo parte d’inizio partita.

Poi magari ci si accorge che evocare le stesse immagini, volere gli stessi pensieri, in qualche modo rassicura : il percorso è stabile: e anche questo va bene, pur comportando un solo, grande pericolo. Meglio chiarire. Già dal momento in cui ci si siede per pensare pensieri evocati per decisione predeterminata inizia uno sforzo animico inconsueto, poiché ordinariamente si è del tutto passivi nei confronti del flusso pensante. In realtà ci capita alle volte di costringere il pensiero a dedicarsi a temi impegnativi: allora è pensiero voluto.

Un testo da studiare, un manuale d’istruzioni da comprendere o una attività manuale complessa a cui non siamo abituati, comportano uno sforzo di pensiero più elevato del solito. E, senza nasconderci dietro un dito, simili attività spesse volte si presentano già con carattere di fatica e sgradevolezza. Rispetto a queste, la concentrazione (corretta) si presenta su di un gradino di difficoltà notevolmente più alto. Massimo Scaligero, nei suoi libri, ha spiegato e rispiegato assai chiaramente il senso e lo scopo di tale difficoltà: nell’esercizio della concentrazione dovrebbero essere del tutto assenti i mille motivi che comunque ci inducono ad un pensare volontario. I “mille motivi” sono essenzialmente uno: l’interesse personale.

Può venir chiamato con termini giustificativi: essi vanno dalla curiosità al desiderio conoscitivo. Può essere nobilitato con il nobile carattere del tema: lessi le affermazioni di una nota personalità del panorama antroposofico: essa scrive che l’antroposofia è per lei «…un godimento che non finisce mai… una festa della mente e del cuore senza fine». Sono parole assai belle (magari l’antroposofia fosse sentita così da molti) ma le ho anche sentite formulate da altri, in altri campi, in altri domini (persino da industriali), perché appartengono all’ordinario dell’anima quando essa, non assopita, abbraccia con passione il proprio agire. Sebbene possano venir considerate come “positive reazioni d’incontro”, non è mai esistita una via iniziatica (esoterica) che non trascenda feste e godimenti personali nel suo itinerario (e nemmeno le mistiche d’Occidente e d’Oriente, avendo significati del tutto differenti sia la “beatitudine” che la “delizia” o l’“ānanda”), oppure si pensi ad un Goethe che fa il chiasso animico della festa nel giardino botanico di Palermo!

La concentrazione sviluppata secondo il proprio canone si fa, si realizza nel momento in cui nessun motivo naturale la sostiene. Ripeto che la concentrazione deve divenire indipendente dalla natura fisica e animica dell’operatore: non si fa concentrazione con gli entusiasmi, ma con il pensiero via via purificato da ogni traccia soggettiva (una nota per chi usa soprattutto la parola mentale: persino l’uso di aggettivi nella descrizione dell’oggetto, celando essi giudizi di funzionalità o d’estetica o comunque rafforzativi, dovrebbe venir cancellato). Poi, fare e rifare la medesima concentrazione, con il medesimo percorso più volte al giorno per settimane che diventano mesi, rende furibondo l’animico e persino il vitale per quanto inerisce al primo.

La concentrazione, a farla breve, è una dichiarazione di guerra per l’alterata costituzione occulta dell’uomo, che vorrebbe in effetti continuare a far festa senza fine. Se l’operatore resiste durante il tempo dei bombardamenti pesanti (immagini impazzite, pensieri molesti, sensazioni insopprimibili ecc.) l’attacco arriva subdolamente, poiché è sempre assai difficile pensare pensieri fondati solo sul puro volere. Allora basta addormentarsi – attenzione: solo un pochino – in modo che la coscienza non s’accorga di nulla e la concentrazione non c’è più: resta di essa una riproduzione, spesso formalmente esatta, ma meccanica, ipnotica: questa la fa l’astrale con l’eclissi dell’Io.

E magari esiste lo spudorato che chiama esercizio questo stato di dolce rimbambimento e considera rivelazioni dello Spirito le eventuali immagini di sogno che facilmente sorgono poiché si dorme. Questa è l’origine della rêverie, usata scientemente nella produzione artistica e nella pratica psicoanalitica, e in stolida incoscienza negli ambienti occulti. Si potrebbe trarne uno slogan: “Con l’espulsione dell’Io tutto diventa facile”. Allora si proceda nell’autotortura: superare questi momenti rafforzati e pronti per il dopo, che è una ritmica incursione in una noia terribile.

Noia è il termine usato dal Dottore in alcune conferenze per gli operai che costruivano il Goetheanum: «Occorre rimanere sani e saper provocare la noia artificialmente. Chi dice la verità su come si possa entrare nel Mondo Spirituale, deve anche dire: occorre saper provocare in sé noia artificiale, altrimenti non si riesce per niente a entrare nel Mondo Spirituale» e aggiunge di seguito: «Che cosa si desidera oggi? Si vuole di continuo evitare la noia…[la gente] si vuol sempre divertire. Che cosa significa volersi sempre divertire? Significa allontanarsi dallo Spirito e nient’altro».

Credo che ben pochi orientatori contemporanei, magari con termini diversi, abbiano il coraggio e l’esperienza per dire queste cose, ossia le cose come stanno. La concentrazione, sempre determinata volitivamente ma pure sempre ripetuta, più volte al giorno e sette giorni su sette, usando le medesime immagini, lo stesso oggetto, produce velocemente la condizione indicata da Rudolf Steiner. È una condizione che va vissuta con tutto il nostro essere, in cui dobbiamo immergerci completamente e… agonizzare. Così si superano i limiti e arrivano mutamenti e risultati. It’s not 5 p.m. tea.

 
SCIENZA DELLO SPIRITO
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