Marzo 2014

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Terza Parte – prima visione

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www.maramaccari.com

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

Tavola VI
  Prima visione della terza parte

Ci troviamo nell’ambito fisico umano, dove le tre Gerarchie Spirituali in una complessa esecuzione organizzano e dirigono il “progetto Uomo”.

Dalla finestra centrale in alto escono 4 trombe; che, inteso cosmicamente, è il 4° giorno della creazione (Terra) e dei principi operativi nell’uomo, il quadrato è forma.

Il riquadro blu/nero e bianco roseo, rappresenta l’alveo fisico ed eterico dove la struttura umana trova luogo quale base affinché gli organi interiori suddividono le sostanze spirituali provenienti dai pianeti (castelli) negli organi fisici preposti (creati dagli stessi).

Presi nell’insieme rappresentano l’uomo microcosmico che nel modello dell’Archetipo (tav. II) si dovrà rispecchiare (pietra angolare).

L’immagine è in movimento circolare, ciclico, una continua purificazione e separazione.

La vita dell’uomo suddivisa nel ciclo delle reincarnazioni porta con sé (ciclo piccolo/sonno – ciclo grande/morte) la sua parte più elevata, l’Io (la fenice dentro lo specchio).

La 3° Gerarchia Spirituale entro la sfera lunare (suono che prorompe dalla bocca dell’Angelo) accoglie l’operato umano e separa le azioni sbagliate da quelle giuste (specie di uccello che sale verso le nubi-parte astrale) purificandole nel fuoco del purgatorio (nube nera) e facendo precipitare la scoria (specie di uccello che precipita in basso) nelle acque inferiori del cervello umano, della vita successiva (come memoria segreta), che opererà su di lui a pareggio dei suoi errori, in cui  la testa di drago/serpe (fauci spalancate-nuca) sarà la spina dorsale dell’uomo.

 

Tavola VI

Tavola VI

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

 

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

 

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

"LA VIA SOLARE" – Un libro di F. GIOVI

- La Via Solare - di Franco Giovi

 www.cambiamenti.com/

LA VIA SOLARE

Riflessioni e suggerimenti per la pratica

Editrice CambiaMenti
e-mail: cambiamenti@cambiamenti.com Bologna 2010

***

Apprendemmo a suo tempo, dalla rivista L’ Archetipo, della pubblicazione di un testo dell’amico Franco Giovi, un libro la cui lettura proponiamo.

www.larchetipo.com/2010/nov10/pubblicazioni.pdf

Di seguito un estratto dalla prefazione dell’Autore stesso:

” …La posizione di chi ha scritto queste pagine è in un certo senso la piú comoda del mondo: serenamente pessimista per quanto riguarda destità, coraggio e volontà d’azione degli uomini, pronti a gridare nobili ideali ma incapaci a dismettere la brioche e il caffè della prima colazione. L’esperienza di una vita mi offre la certezza che se quanto ho da dire è poco – inoltre mi ripeto di continuo – sono però pochissimi quelli capaci di fare davvero ciò che propongo in queste pagine, che non conducono all’Iniziazione, ma cercano soltanto di indurre la statua di sale che si è ad imparare a muoversi iniziando dall’unico punto fermo che l’uomo possiede, a fare un primo vero passo su quella strada che alcuni credono di conoscere (dissacrando il senso vero del conoscere) perché hanno letto libri di esoterismo. Testi che nel migliore dei casi aiutano il ricercatore a mantenere vivo l’impulso interiore, mentre piú spesso riempiono la sua testa di fantasie e il suo sentimento personale di una impressione di superiorità sugli altri uomini e sul mondo, che non esiste (la sua coscienza essendo sempre la comune coscienza umana) e che fa di lui uno spostato, innocuo o nefasto. Se il mio lettore è capace di accettare l’idea umiliante – e questa può essere già in pratica una prova tosta – che la sua coscienza desta è limitata al mondo fisico-sensibile, che la sua consapevolezza ordinaria è traballante e zeppa di automatismi (e comunque si spegne e si riaccende senza il suo intervento dominante), che non è mai capace di volere ma solo di desiderare o bramare, e che nel mondo esoterico potrebbe esserci una differenza assoluta tra il sapere ed il percepire, allora tra lui e queste pagine può prospettarsi un rapporto interessante.”

Franco Giovi

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Si trovano valore e alto contenuto in questo libro….d’oro. Conosciamo tutti le qualità di scrittore di Giovi, il quale le ha messe al servizio dell’Idea, con fedeltà e abnegazione. Per tutto ciò ci sentiamo di ringraziare questo Autore e quanti hanno voluto e considerato necessario pubblicare un lavoro simile.

La sua opera è particolare e forte, l’abbiamo imparato dai tutti i suoi scritti, permeati di amore, dedizione e volontà: nel suo genere è unica e non si riesce nemmeno a immaginare che possa non esserci.

Un libro che mancava oggi, in questi periodi difficili…un libro che è andato a riempire il suo posto che l’attendeva.

Molto è stato scritto qua e là, in articoli pubblicati su varie riviste, in interviste/pareri/testimonianze anche raccolte in un libro, su Massimo Scaligero, lo stesso Giovi ha scritto per un decennio circa rispondendo a quesiti importanti sulla Via del Pensiero nella rivista “L’Archetipo”: ma questo testo ora arriva finalmente e giustamente a presentare e testimoniare degli insegnamenti che sono sempre stati creduti astrusi, difficili e di un altro pianeta.

La testimonianza e l’esperienza danno all’autore il diritto di scriverne, e i tempi attuali – così come già Steiner prima e lo stesso Scaligero hanno dimostrato – si prestano all’uso della scrittura quando questa è usata  sinceramente e con fedeltà allo Scopo; ormai l’istruzione e i mezzi di comunicazione sono alla portata di chiunque e le risposte, i consigli, le testimonianze che possono essere date da persone come Giovi, urgono perché richieste ed attese. Riteniamo  “La Via Solare” essere un testo veramente di valore.

Ci auguriamo che questo antroposofo scriva presto un altro libro, ne possiede il talento, le capacità occorrenti e tutti i requisiti.

SENZA CATEGORIA, SENZA CASA

 scrivere

La verità non è il conoscere

che si persegue per il sapere

ma il conoscere a cui si subordini

ogni sapere.

(Sataro Don Marco)

***

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Ma per chi scrivi?

Questa domanda sembra innocente, ma chi me l’ha fatta non lo è.

Cosa rispondere di vero a uno che ti parla tra due silenzi e le cui parole provengono quasi sempre da luoghi lontani?

Scrivo perché posso farlo, perché posso attingere da una fonte inesauribile, che sia un fontanone o un rivolo non lo so, ma che scorra incurante del tempo e delle nostre piccole vite e morti, questo lo so e credo di averlo sempre saputo.

Ma per chi scrivo? Per altri viaggiatori, suppongo: per quelli che non vengono contati nei ranghi.

Individui che Colin Wilson quando faceva lo scrittore vero chiamò “outsiders” e che G. C. A. Evola definì “differenziati”.

In pochi tratti so bene cosa siano nell’ambiente comune: naturalmente immuni dalle adesioni emotive ai dibattiti culturali, alle sacrosante istanze socio-economiche, ai diritti dei popoli. Figure in ombra, né buoni né cattivi (non concepiscono lo sfizio di porsi in una categoria), indifferenti a molte cose ma artigliati, come padre Prometeo, dalla sofferenza che fedi e speranze non placano.

Lucidamente disperati: disperati poiché lucidi. Non lietamente ottusi.

Creature capaci di accogliere dentro sé conoscenza pericolosa perché è conoscenza celata, anzi vietata dalla coscienza del mondo.

Disgraziati che si concedono l’imperdonabile lusso dell’orgoglio negandosi agli accattivanti conforti delle ruffiane ideologie e delle fedi avvizzite. Sdegnosi a tendere le braccia ai soccorritori (chi ha il diritto di soccorrermi? Come ha ricevuto un simile diritto?). Nascondono a sé e agli altri l’intuizione della propria primogenitura anche se il mondo li definirebbe fuggiaschi e straccioni.

Stravaganti sotto copertura il cui andare faticoso nella vita non inizia dalla banalità quasi animale della nascita ma dal segreto di una perdita non dimenticata e certo non  finisce nel pietoso disgusto di un corpo che si sfalda ma nel mistero di una battaglia che continua da sempre tra lampi e bagliori e silenzi.

Il mondo non ama questa razza bastarda: anzi cerca di sopprimerla: legalmente con la pubblica istruzione, caritatevolmente con le medicine antiumane e se ciò non basta si può sempre infierire con l’indifferenza il disprezzo la derisione il tradimento.

Il sopravvissuto tra quelli che non si spezzano, colui a cui il cuore non si spegne, intravvede segni e cenni di sentieri, perlopiù ombrati da sconvolte, capovolte geografie.

Poi in momenti inattesi, spesso nelle più fitte oscurità prive di vita e speranza, una Memoria più antica dell’antica tragedia si protende con la velocità della folgore: s’è mossa da lontano ed è già presente in tutti gli attimi dell’ora: un ricordo e un sentiero: che può avere un nome sebbene provenga da fuori del tempo.

Nessun sentiero ha veramente bisogno di nomi: in realtà il “nome” velandolo lo difende : dalle furbesche zampe della canaglia e secondo la misericordia dello Spirito lo sottrae dal goffo slancio di chi abbraccia la sua illusione.

I nomi sono allusioni ad una conoscenza che seguì l’uomo nella arida palestra del mondo: metastorica lungo il divenire della storia.

A mio ininfluente parere i nomi più allusivi e veri sono: “ponte d’arcobaleno” e “filo di spada” o lama di rasoio: evocano un tracciato assai pericoloso dove i piedi si aprono a tagli sanguinanti e ai cui lati c’è solo abisso. E la terrificante possibilità di scivolare e di cadere è solo tua: il tuo regale diritto di essere o di perire.

Il trucco più congruo di questa conoscenza segreta è quello di risvegliare esseri cosmici immersi nel sogno di essere soltanto uomini.

E’ una conoscenza serpentina e morde di veleno come il cobra: avvelena l’uomo ma parimenti corrode le catene che lo tengono prigioniero. Quelle catene con cui ha creduto di amare le cose del mondo che lo hanno sempre complementato con la morte.

Le catene nella cui morsa aspira tuttavia alla libertà del suo essere: subitamente trovando e persino rincorrendo la trista genia di maestri e discepoli, nuovi e zelanti incatenatori, cesellatori di ceppi – antichi e rinnovati – fatti di obbedienza, negazione di sé, di fascinosi simbolismi, di osservanze rituali, di appartenenze…

L’offerta? Lo scotto?

Sempre il medesimo, antico e monotono: “Credimi e sarai un prodigio tra gli altri uomini”.

Inganno di scarsa fantasia eppure sottile: “A me dona il vero che pulsa in te ed io fingerò di ridartelo più ricco e forte”.

Suadente: “Consegnami l’Io e proteggerò la tua anima come una madre protegge i suoi figli”.

E’ a questi anarchici vagabondi a cui cerco, limitato e inascoltato, di parlare. Ma è una faccenda difficile…Allora perché sciupare tempo e fatica?

Mah, forse per amore: come sostanza della stessa Fonte è inesauribile!

I contenti, i soddisfatti, coerentemente, non hanno bisogno di nulla.

Aggiungo con tristezza a queste righe una osservazione calata nella realtà di questi giorni.

Succede, sempre più spesso, che si diano furiosa battaglia opposti modi di vedere certi fatti. Al punto che individualità che si dicono discepoli della Scienza Sacra si scontrino ferocemente  assomigliando piuttosto a manipoli di ammutinati che combattono sulla tolda di una piratesca nave…a insulti (c’è pure del ridicolo in questo).

Forse, anche tutto questo caos fa parte della libertà, ma un po’ ne dubito.

Tanto vorrei sbagliarmi che propongo un facile esperimento, una “cartina tornasole” per l’anima.

In piena vis polemica, fermatevi per dieci minuti e fate un perfetto esercizio di controllo del pensiero, senza che nulla di estraneo al tema entri nella coscienza.

Se l’esperimento non riesce significa, e lo sapete benissimo, che siete stati mossi dall’istintività che vi sta ingannando, sia che vi sentiate nel giusto o su altre posizioni.

E’ una ingenuità quanto ho scritto? E’ possibile. Ma dieci minuti non costano molto, non è vero?

Così, senza strepiti, saprete in cuor vostro se siete o no discepoli, appunto oltre gli esibiti stemmi e vessilli che non valgono. Nell’Occulto essi non valgono un bel niente.

Spero che questa minima proposta venga accettata anche se rispecchia il mio modo di vedere la realtà…però potreste essere un tantinello curiosi, tanto nessuno saprà niente!

Bonne chance.

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IL TORMENTONE

 porcellini

Cos’è un tormentone? Nell’accezione più popolare è una battuta, di solito comica, facilmente assimilabile che viene ripetuta molte o troppe volte. Può essere insopportabile perché tormentone è anche l’accrescitivo di tormento.

Mette radici nella zona crepuscolare, sognante, della mente.

Se posto questa nota nella sezione di Scienza dello Spirito, sono in tema o è una disattenzione? Vediamolo subito.

Il tormentone di cui parlerò è questo: “Bisogna fare tre passi nella morale e uno nella conoscenza”.

E’ il sigillo che troviamo posto al termine di ogni biascicamento che vorrebbe passare per antroposofia virtuosa. Verbum dei? No! Sbarra doganale del Dottore? Non mi pare.

E’ un vero peccato che Rudolf Steiner non abbia mai pronunciato (scritto) questa frase.

Essa gira abbondantemente solo nelle teste e nel sistema ritmico dei disattenti, dei pessimi lettori e dei tanti che usano l’affettato di antroposofia coerentemente: come fosse salame. Gustoso nei panini delle scampagnate  spiritualistiche.

Possiamo però risalire con facilità a dove (la fettina) è stata tagliata, additivata  e vuotata da (gusto e) senso e contesto.

Rintracciamo la sua origine vera e non bastarda in un sottotitolo (Il controllo dei pensieri e dei sentimenti) del capitolo “I gradini dell’iniziazione” del libro L’iniziazione di Steiner, dove dopo gli esercizi di meditazione/contemplazione sul seme e sulla pianta, l’Autore indica due ulteriori esercizi volti all’osservazione di due momenti che sostanziano l’elemento animico dell’entità umana: il momento del desiderio, della brama per qualcosa e il momento che segue l’appagamento del desiderio.

Dovrebbe essere abbastanza chiaro che queste discipline potrebbero non essere esenti da pericoli qualora lo sguardo interiore non fosse sufficientemente puro e sovrapersonale, qui l’immobilità dell’Io puro dovrebbe già essere una potenza/condizione realizzata.

In questo tipo di osservazione lo sperimentatore immaturo potrebbe correre almeno tre rischi: il più immediato è quello di venir coinvolto dalla forza delle brame altrui (occultisticamente si parla dell’ignificazione della luce astrale), il secondo (non impossibile ma più difficile) è dato dal potere magico che porterebbe al dominio sull’altro essere; infine il terzo potrebbe essere l’insorgenza, nello sperimentatore, di qualità interiori pessime, come il cinismo, la mancanza di rispetto ed il disamore verso l’oggetto dell’esperimento, ampliabile poi a tutti gli esseri umani.

Per l’estrema delicatezza insita in tali esercizi, Rudolf Steiner spende 107 (centosette) righe a incorniciare con tenore interiore e prudenza quanto su esposto. E in queste pagine troviamo le righe saccheggiate (la corsivizzazione delle parole che seguono è mia, il corsivo di “aurea” è di Steiner):

“Chiunque quindi cerchi di penetrare per visione diretta nei segreti della natura umana, deve seguire l’aurea regola della vera scienza occulta. E questa aurea legge dice: “Per ogni passo che fai nella conoscenza delle verità occulte, devi al tempo stesso fare tre passi verso il perfezionamento morale del tuo carattere”. Chi segue questa norma può fare gli esercizi del genere di quello che ora sarà descritto.”

Facile osservare che difficilmente il problema possa porsi, poiché in genere questi esercizi non li fa nessuno e tanto meno li realizza!

L’unico problema che rimane seriamente in campo riguarda l’incapacità di informazione corretta, di lettura corretta e di studio vero di uno tra i libri fondamentali dell’antroposofia.

Poi per la capacità di comprendere il livello del discorso, credo che siamo di due gradi sotto lo zero.

E, per carità, neppure sfioriamo in cosa consista la “vera scienza occulta”…rammento ai lettori solo la chiarificante appendice del ’18 al libro, che ho copiato su Eco per chi vuole, poco tempo fa.

Rimane il mistero dello sconsiderato successo del tormentone.

Quale moralità viene invocata dai molti “antroposofi allegri”? Quella kantiana del “tu devi”, o quella rabbinica dei mille e un precetti? Oppure la dogmatica cattolica?

Probabilmente, essendo pensata (?) come una specie di res incognita, essa pare simile a ciò che Steiner raffigurò umoristicamente con la frase “Cara stufa, il tuo dovere morale è di riscaldare la stanza!”. Già: poiché la moralità si manifesta pure nell’azione che vista dall’esterno con occhi filistei (ipocriti) è alquanto incomprensibile…e non parliamo nemmeno se e quando essa attinga dalla nostra libera intuizione ideale!

Dice il Dottore: “L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a voler solo sentire senza conoscere.” (La saggezza dei rosacroce, pag. 13. Ed. Antroposofica).

Il perdere di vista la priorità del conoscere rispetto ai soggettivi sentimentalismi è stato oggetto di netto e severo biasimo da parte di una figura iniziatica come il dott. Colazza.

Il soggetto del tormentone è la psiche.

La psiche, illegittima figlia della coscienza assoggettata al corpo, è meccanica.

Lo sanno bene i veri occultisti, lo sanno persino gli psicologi: premi il bottone scelto e la psiche reagisce con assoluta prevedibilità. Falsi veggenti, cartomanti e arruffapopoli sono veri artisti naïve in questo genere di cose.

Nella vuota ripetizione di questo vuota affermazione, la psiche è felice (appagata) per la propria vuota virtù.

E’ lo scudo che la ripara dalla conoscenza molesta che, in ogni caso, si dà al fine di superarla: non è neppure un’affermazione che vorrebbe tracciare un confine  tra il virtuoso ed i peccatori ma solo uno tra le innumerevoli scorciatoie (a prezzo stracciato) per la continua riaffermazione di sé, per la fame di autostima di cui la psiche ha un’implacata necessità.

Del sé impostore che grava sulla coscienza. Ottundendola.

ASVERO, L'EBREO ERRANTE

Asvero

Cari amici, oggi vi voglio raccontare di Ahasverus (o Asvero): l’Ebreo errante.

E’ una leggenda tratta dalla mitologia cristiana alla quale si possono dare diverse interpretazioni.
La più evidente è quella di vedere nell’ebreo errante la personificazione metaforica del popolo ebraico nella sua diaspora, ma Asvero è anche il simbolo di tutti noi, anime viandanti affamate di spirito, in cammino verso la Meta lontana, ed io ve la racconterò con le parole di Goethe.

Sto leggendo la sua autobiografia intitolata: “Dalla mia vita – Poesia e Verità” un libro molto interessante perchè, seguendo il racconto della sua vita, ci si trova immersi nei fatti e nelle atmosfere del secolo diciottesimo…..e poi raccontate da Lui , dal grande Goethe!

Egli descrive, anche, come gli venne l’idea di elaborare epicamente la storia dell’Ebreo errante, dramma che comunque, per vari motivi, non portò mai a termine, ma credo valga la pena di leggerla dalle sue parole:

“A Gerusalemme viveva un calzolaio al quale la leggenda dà il nome di Ahasverus.
Poichè dunque egli, nella bottega aperta, si intratteneva volentieri coi passanti, li stuzzicava, e alla maniera socratica incitava ciascuno secondo il suo carattere, i vicini e gli altri del popolo si fermavano volentieri da lui; vi passavano anche Farisei e Sadducei, e, accompagnato dagli Apostoli, il Redentore stesso compariva forse talvolta da lui.

Quantunque i pensieri del calzolaio fossero rivolti solo alle cose terrene, egli fu preso da un particolare affetto per Nostro Signore; e questo si espresse sopratutto nel fatto che egli tentò di convertire al proprio modo di pensare e di agire l’alto Uomo del quale non comprendeva l’animo.

Si mise perciò ad insistere con Cristo perchè uscisse dalla contemplazione, non andasse in giro per il paese con quegli oziosi e non allettasse il popolo a lasciare il lavoro per seguirlo nella solitudine: infatti una moltitudine di gente radunata, diceva, era sempre eccitata, e non sin poteva aspettare nulla di buono.

Dal canto suo il Signore, cercava di fargli comprendere simbolicamente le sue idee ed i suoi fini più alti, ma ciò non dava alcun frutto in quell’uomo grossolano. Perciò, quando crebbe l’importanza di Cristo ed Egli divenne anzi un personaggio pubblico, il calzolaio benpensante fece sentire la sua voce con sempre maggiore asprezza ed impeto, profetizzò che ne sarebbereo necessariamente derivati disordini e ribellioni e che Cristo stesso sarebbe stato costretto a dichiararsi capo di partito, la qual cosa non poteva certo essere nelle sue intenzioni.

Svolgendosi poi gli avvenimenti nel modo che sappiamo, con la cattura e la condanna di Cristo, Ahasvero si eccita ancor più violentemente allorchè Giuda, che apparentemente ha tradito il Signore, entra disperato nella bottega e racconta lamentandosi il suo gesto
malriuscito…..Ahasvero, per nulla mosso ad indulgenza per questo racconto, inasprisce invece ancor di più le condizioni del povero ex-apostolo, cosicchè a costui non rimane altro che correre ad impiccarsi.

… Allorchè Gesù, condotto a morte, passa davanti alla bottega del calzolaio, il sofferente cade sotto il peso della croce e Simone di Cirene viene costretto a trascinarla avanti.

Qui si presenta Ahasvero, alla maniera di quelle persone dure e guidate solo dalla ragione le quali, quando vedono un infelice per propria colpa, non sentono alcuna compassione, ma anzi, spinti da un senso di giustizia prematura, accrescono il male con i loro rimproveri. Egli esce fuori e ripete tutte le precedenti ammonizioni che ora trasforma in violente accuse.

Il Sofferente non risponde, ma in quel momento l’amorosa Veronica asciuga il volto del Salvatore col lino, e quando lo toglie e lo solleva in alto Ahasvero vi scorge il volto del Signore, ma non quello che soffre nel presente, bensì un volto meravigliosamente trasfigurato ed irraggiante vita celeste. Abbagliato da questa apparizione, distoglie gli occhi ed ode le parole:

“Tu dovrai errare su questa terra, finchè non mi rivedrai in questa figura”.

Il colpito ritorna in sè solo dopo qualche tempo e trova deserte le strade di Gerusalemme perchè tutti si sono affollati sulla piazza del giudizio;…. disperazione e desiderio di Lui lo trascinano via,

……ed egli comincia il suo eterno cammino.”

ALCUNE PAROLE NECESSARIE A FARE CHIAREZZA

Massimo-Scaligero

Da parte di alcune persone vengono rivolte ad Ecoantroposophia critiche e obbiezioni varie, che a me non sembrano ben fondate e, per dirla tutta, non mi sembrano fatte sempre con animo sereno. Alcuni collaboratori di questo blog hanno pubblicato scritti – articoli e commenti – di contenuto critico, e lo hanno fatto perché ciò sembrava loro necessario di fronte alla Verità. Negli scritti in questione, hanno mostrato – con un linguaggio estremamente chiaro ed argomentazioni circostanziate – quali fossero i motivi di forte dissenso nei confronti di posizioni francamente non condivisibili dal punto di vista della Scienza dello Spirito.

In taluni casi, si è trattato di una critica sulle idee, ed io penso che sia sempre fecondo poter dibattere, anche criticamente, con persone le quali, pur errando, sono alla ricerca della Verità. Naturalmente, nessuno dei collaboratori di Ecoantroposophia ha la pretesa al monopolio della Verità e della sua rivelazione, pretesa che lasciamo volentieri, tutta intera, alla nota Potenza Straniera d’Oltretevere, che da oltre diciassette secoli, con generosa abbondanza, si fa un dovere di procurare le maggiori sciagure al nostro amato paese e al mondo tutto.

Ma la lotta delle idee, sul piano terreno, è la vita dello Spirito. Si lotta con avversari che si rispettano, le cui idee non sempre si condividono, ma dei quali si stimano l’intelligenza, la lealtà, l’integrità morale. Personalmente, ho avuto ed ho amici carissimi, ai quali io sono stato e sono unito da una sorta di concordia discors, mai venuta meno sul piano ideale, e da una assoluta «fratellanza d’armi» giammai offuscata da nube alcuna.

Vi sono, purtroppo, altri individui che leali «avversari» non sono punto, e tanto meno fraterni amici nella vita. Individui che non cercano la Verità, e non hanno il culto della Verità. Ci siamo trovati talvolta nella necessità di denunciare le menzogne, le calunnie, le gratuite invenzioni, le imposture di costoro, e in taluni casi le abbiamo bollate a fuoco. Costoro non sono avversari delle nostre idee, cosa che avremmo apprezzato e che non ci avrebbe affatto diviso umanamente da loro, bensì nemici della Verità – e quindi anche nostri – e di «ogni bel vivere», per dirla dantescamente. Discutere con loro è cosa del tutto inutile, perché a loro proprio nulla cale della Verità e delle idee, che peraltro non hanno, ma solo il perseguire loro fini, dei quali non è ora il caso di parlare in questo articolo. Non risponderò, dunque, in questo articolo alle ingiurie, alle diffamazioni, alle coscienti e volute menzogne, alle minacce.

Ma è giusto dare una risposta a coloro che, forse trascinati da eccessiva tensione polemica, possono aver equivocato quanto detto, in tempi diversi, da Isidoro, da Savitri, da altri ancora, ed infine anche da me. Per cui cerchiamo, con parole le più chiare possibili, di dissipare fraintendimenti ed equivoci.

Abbiamo parlato della Concentrazione – quindi non del semplice «controllo del pensiero», pur assolutamente necessario – come dell’«esercizio a sé sufficiente». E c’è chi, di fronte a questa affermazione, si è stracciate le vesti. Ma questa affermazione non è nostra, bensì di Massimo Scaligero, e la si può ritrovare in varie “registrazioni” di sue riunioni, ad alcune delle quali ero personalmente presente e delle quali ne serbo chiaro ricordo. Ed è veramente comico, inoltre, che nella divampata polemica alcuni collaboratori di Eco vengano accusati di avere una vera e propria «ossessione» (i nostri avversari sono troppo buoni…) per la Concentrazione. In verità, non è proprio così. O meglio, non è ancora così – parlo per me – per debolezza di forze e insufficienza di dedizione. Ma in futuro – parlo sempre per me – cercherò di meritare meglio tale critica e obbiezione. Ma, anche in questo caso, l’espressione «ossessione per la Concentrazione» non è una «novità» dei nostri avversari, perché una tale espressione ritorna anch’essa sovente nel linguaggio che Massimo Scaligero adoprava nelle sue riunioni, tenute due volte a settimana, in Via Anton Giulio Barrili 12, a Roma. Espressione anch’essa immortalata dalle “registrazioni”. Il fatto è che Massimo Scaligero usava tale espressione in senso affatto positivo, auspicando che una tale unilaterale «ossessione per la concentrazione» vi fosse, e lamentandone malinconicamente, invece, l’assenza nei discepoli della Scienza dello Spirito. Auspicava l’insorgere di una tale «ossessione» come segno di quella «determinazione assoluta», che l’ottimo Isidoro, con espressione nipponica, ha chiamato kimé, che il grande Jigoro Kano – erede della Scuola Yawara dell’antico Jujitsu e fondatore del moderno Judo – persino immortalò nel suo Kimé-no-kata.

Il fatto che noi sosteniamo – e lo sostiene eziandio Massimo Scaligero – essere la Concentrazione l’«esercizio a sé sufficiente», non significa che ciò sia vero per tutti , e per ciascun singolo in ogni caso. Perché – ed è facile constatarlo – ben pochi sono capaci di tanta forza, di tanta «eroica» dedizione, da inverare la Concentrazione come esercizio realmente a sé sufficiente. Ben pochi – ahimé, troppo pochi – sono capaci di quella positiva «ossessione» per la Concentrazione, cui alludeva il nostro Maestro, ossia di una così intensa e unicitaria dedizione, tale da meritare ch’essa sia veramente (e non velleitariamente) l’«esercizio a sé sufficiente». Ben pochi sono capaci di una tale tensione interiore, e pochissimi tra questi pochi sono capaci di realizzare la continuità di tale dedita tensione, di mantenerla appassionata e intensa nel tempo.

Per cui va benissimo che per molti vi sia la necessità di una varietà di esercizi, di poter attingere quindi in situazioni diverse a particolari discipline, che la propria ispirazione o l’amichevole orientamento di qualcuno più esperto di noi può di volta in volta indicarci. E anche chi segua in maniera appassionata la Via Regia di una dedizione unicitaria alla Concentrazione, può vedere necessario talvolta il ricorrere a particolari esercizi e discipline, per «fluidificare» una volontà momentaneamente rappresa, o dissolvere uno stato interiore dell’anima ostacolante il cammino scelto. Un uomo libero non sa proprio che farsene di dogmi nella sfera conoscitiva e di regolette in quella morale. In ogni momento, egli sarà capace di generare di bel nuovo la verità nella conoscenza, e di intuire l’azione necessaria nel campo della volontà.  

Viene rimproverato agli amici, che scrivono su Eco, la grande predilezione ch’essi hanno per la Filosofia della Libertà, quasi che l’amore per essa li portasse a svalutare altri contenuti della Scienza dello Spirito. Che la via della Filosofia della Libertà sia una Via più radicale, « più sicura, più esatta e specialmente più pura, sebbene per molti più difficile», non lo dice l’ottimo Isidoro, o quel lupaccio della steppa di Hugo de’ Paganis, ma è lo stesso Rudolf Steiner a scriverlo queste parole – che più chiare non potrebbero essere – nel V Capitolo della sua Scienza Occulta, parole che abbiamo già riportate in un nostro precedente articolo su questo blog.

Ma la Via della Filosofia della Libertà non si contrappone affatto, né tantomeno esclude, quanto da Rudolf Steiner viene comunicato in Teosofia, o in Iniziazione, o in Scienza Occulta, o negli altri suoi scritti. Ne è semplicemente indipendente. Offre una Via radicale di realizzazione diretta dello spirituale attraverso l’esperienza intuitiva del pensare, che abolendo ogni mediazione al proprio movimento, si realizza al contempo come forza formatrice e forma di se stesso, coincidenza di potenza e atto, unico contenuto del proprio folgorante attuarsi. Che questa realizzazione del Pensiero Vivente sia di ardua conquista, è pacifico, nondimeno essa è possibile: dapprima per una «breve eternità», che può ripetersi, poi – dis bene juvantibus – può diventare l’esperienza continua dell’Io e lo stato fondamentale dell’anima. Su quest’ultimo punto Massimo Scaligero rispose affermativamente ad una mia precisa domanda.

La Via della Filosofia della Libertà – ma anche quella della Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, di Verità e Scienza, del Trattato del Pensiero Vivente – è l’autentica «Via del Pensiero», ossia la Via del pensare che si libera di tutti i pensieri, di tutti i pensati – compresi i pensati «antroposofici» – per divenire forma di se stesso, per sperimentare in maniera vivente il proprio «vuoto folgorante». La Via della Filosofia della Libertà è una Via del tutto autonoma, che non necessita di altro che dello sperimentare volitivamente i suoi pensieri, consumandone la forma verbale, e della più intensa pratica della Concentrazione. È la Via delle Vie, che riassume in se stessa – e supera – tutte le altre.

L’Antroposofia è una «via dei pensieri», pensieri che provengono dalla rivelazione  del Dottore circa le realtà spirituali. Tali realtà non sono l’esperienza diretta e immediata di chi legge le sue opere, mentre possono divenire esperienza diretta i suoi pensieri, adeguatamente – ossia volitivamente e intensamente – pensati, che di quelle realtà spirituali sono l’essenza. Da questo punto di vista, l’Antroposofia è una Via «mediata», che – ed è giustissimo che sia così – accoglie e si appoggia sui pensieri di chi, come Rudolf Steiner, ha già conquistato l’esperienza vivente del Pensiero Vivente e la Conoscenza diretta delle realtà spirituali. Tale Via necèssita assolutamente di tutto quello che come esercizi, pratiche, atteggiamenti interiori dell’anima, il Dottore indica come necessari in Iniziazione e nelle altre sue opere scritte. Ma lui stesso disse a chiare lettere, ch’egli aveva dovuto scrivere tali opere perché le persone erano incapaci di vivere l’essenza della Filosofia della Libertà, ed erano altresì incapaci di trarre dalla propria, autonoma, «fantasia morale» l’idea vivente, l’intuizione diretta, del concreto agire secondo lo Spirito.

La Via della Filosofia della Libertà è un «atto» e al tempo stesso il «metodo» per la realizzazione di tale atto. Come tale, essa non si lega a particolari «pensieri», neppure «antroposofici», mentre tutti li può assumere nella contemplazione per dissolverli nel proprio movimento. Come tema per il risorgere della vivente forza-pensiero e per rivivere il proprio originario, «vuoto», movimento, tutto può essere adoprato come oggetto del pensiero. Massimo Scaligero indica, come utili per questa aurea operazione, brani dell’ Yi-King, dei Veda, delle Upanishad, della Bhagavad Gita, del Taotehking, delle scritture sacre di tutti i popoli. E, naturalmente anche i pensieri dell’Antroposofia. Ma lo farà da una prospettiva diversa, e con un metodo radicalmente diverso dai metodi della Sapienza antica, e anche da come viene esposto nei libri «antroposofici» di Rudolf Steiner. Su questi punti Massimo Scaligero rispose a mie esplicite domande chiaramente nel senso dei pensieri sopra esposti.

La Via della Filosofia della Libertà, ossia la Via del Pensiero Vivente come Via «immediata» (senza mediazioni), e l’Antroposofia come Via «mediata» dei pensieri, sono ambedue Vie spirituali, e quindi iniziatiche, indipendenti l’una dall’altra, ma nulla vieta che esse vengano percorse e attuate insieme, per libera scelta, da uno stesso individuo.

Quando parliamo del fatto che in maniera surrettizia si cerca di far subentrare ad esse una «via dell’anima», non alludiamo ad una contrapposizione della Via “antroposofica” alla immediata e radicale Via del Pensiero Vivente – contrapposizione che non esiste e che sarebbe un vero non senso – bensì al fatto di voler «sostituire» alla Via autenticamente spirituale e iniziatica un’altra “via” di impronta sentimentale e mistica, con molte commistioni di tipo cattolico, e «rivelazioni» tratte non da autentica percezione spirituale, bensì da una «chiaroveggenza» incerta e non affidabile, che in non pochi punti contraddice quanto portato da Rudolf Steiner, come risultato di un’attività conoscitiva di limpidità matematica.

Ma talvolta coloro che propugnano una tale «via dell’anima» stigmatizzano come pericolosa ed egoistica la pura Via del Pensiero, arrivando a scrivere che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», o come disse lo scrittore di questa velenosa menzogna – e dico quello che ho udito personalmente quanto uscito dalla sua bocca – «La via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata». Allorché udii questa frase mi si gelò il sangue, ma ebbi il sangue freddo – è proprio il caso di dirlo – di fare parlare per molte ore l’autore di essa, affinché illustrasse ampiamente quello che voleva dire ed io scrutassi il fondo del suo cuore.

Dalla stessa fonte proviene la strumentalizzazione di frasi di Massimo Scaligero, citate in maniera incompleta e staccate dal contesto, del tipo: «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e simili. Lo scopo di una tale macchinazione? Arrivare a portare le persone ad arruolarsi in una «voie substituée», come la chiamava un esoterista francese, con tutto quel che ne consegue.

Chi segue la Via del Pensiero e la Filosofia della Libertà non è affatto nemico dei cinque esercizi, ampiamente descritti da Rudolf Steiner nei suoi libri e nei Quaderni Esoterici, anche se agli amici di Ecoantroposophia viene polemicamente «cucito addosso un vestito» in tal senso, al fine di aver motivo muovere contro di loro una critica facile e scontata. Questi amici vogliono unicamente sottolineare l’indipendenza della Via della Filosofia della Libertà e la fondamentalità della Concentrazione come «esercizio a se sufficiente», esercizio che non deve essere confuso col semplice dominio del pensiero. Per coloro che prediligono la «via dell’anima», che non è la Via antroposofica, vi sono le varie Chiese sempre disposte ad accoglierli nel loro avvolgente – e stritolante – abbraccio.

Come disse Rudolf Steiner, citando Goethe, «Chi ha scienza e arte, ha pur religione. Chi non ha né scienza né arte, abbia religione».

VINCERE LA PAURA

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Sembra strano pensare al sentimento della paura all’inizio di una primavera, quando il buio delle notti si sta riducendo sensibilmente, ma basta guardarsi intorno ed è indubbio che il sentimento della paura è il sentimento più diffuso e più generalizzato nell’umanità moderna.

Svariate sono le forme in cui si presenta, paure percepite “vicine” o un po più “lontane” nel tempo, ma comunque sempre incombenti.

Insicurezza generalizzata dell’esistenza, timore di sbagliare in campo morale e sociale, paura di perdere la salute, il lavoro o un affetto, forme che si traducono in sostanza, in paura della vita e della morte.

Vive quale sentimento di fondo, una fredda, grigia ragnatela che tenta di imprigionare sempre più gli esseri umani: paura del mondo esterno ma anche paura della propria vita interiore.

L’essere troppo identificati con il proprio corpo fisico porta con se il terrore di perderlo, ma anche il bramare con troppa intensità a una via di fuga verso lo spirito, può portare a degli squilibri nella vita psichica.

L’anima cosciente avanza e con essa avanza la possibilità di una sempre maggiore libertà per l’uomo, ma paradossalmente, pur essendo la libertà l’essenza suprema dell’umano ed il suo bene più prezioso, anch’essa fa paura ed in genere si preferisce il tepore del conosciuto al coraggio di qualcosa di nuovo, fossero anche solo dei nuovi pensieri.

Esistono anche paure che sono soltanto uno specchio delle nostre debolezze, della nostra volontà di sopraffazione, delle nostre invidie, dei nostri egoismi, delle nostre insincerità.

Queste deformazioni dell’anima ci impediscono di superare i momenti di paura, perché sono paure nascoste, non compenetrate di coscienza.

Dato che la paura è un fattore così reale nella vita dell’uomo singolo e del contesto sociale, è necessario, per tentarne il superamento, appellarsi a forze profonde dell’anima, perché non è sufficiente fare dei semplici appelli al coraggio.

Si può discernere tra elementi giustificati e ingiustificati, quali sorgenti di timore, e si può con coraggio spirituale cercarne il superamento.

Naturalmente, le capacità necessarie per distinguere fra una paura giustificata e una ingiustificata, si raggiungono soltanto con uno sforzo serio, che porti sempre più ad un’ auto conoscenza e ad una conoscenza del mondo priva di preconcetti.

Le paure possono certamente essere anche degli avvisi importanti nei confronti di pericoli imminenti ed è importante tenerne conto.

Siamo ancora capaci di provare un sano timore di fronte a certi aspetti distorti della vita che a molti sembrano normali?

Sappiamo restare vigili e quanto più possibile coscienti quando le modificazioni che la scienza ci impone in svariati campi ci assalgono in modo sempre più violento, o la rassegnazione, il relativismo, l’appiattimento e le uguaglianze ad oltranza, hanno spento questo sano campanello d’allarme, accendendone nel contempo altri non giustificati?

Il fenomeno paura è molto complesso!

Partendo da un auto osservazione, si può dire che una delle premesse fondamentali per superare la paura è il compenetrare con la coscienza i propri timori, ponendoseli di fronte, uno alla volta, e prestando attenzione alla forza che li vuole illuminare e comprendere.

Questa forza è ben conosciuta al singolo ricercatore della Verità. Quando egli si dedica in modo attivo a questa ricerca, il pensare si potenzia, così da giungere all’esperienza che la sua vita di pensiero, in un primo momento soggettiva e creduta erroneamente senza valore, si rafforza in modo tale da divenire oggettiva e percepibile come facente parte della realtà stessa del mondo.

Questa è l’unica forza capace di riunificare il particolare con il Tutto, l’unica forza capace di stemperare il sentimento della solitudine e dell’isolamento e anche l’unica strada che dia la possibilità all’uomo di raggiungere la conoscenza del mondo soprasensibile: il porto sicuro dove la paura non trova ormeggio!

Su questa via, se si vogliono raggiungere delle mete significative, è necessario ritrovare un rapporto con due sorgenti di forza che nel corso dei tempi sono andate in gran parte perdute: la fiducia e il coraggio spirituale.

E’ indispensabile ritrovare la fiducia nei confronti di una guida del proprio destino e la fiducia di fronte alla guida spirituale dell’umanità.

Se la fiducia è stata distrutta, questo non significa che non possa venir riconquistata!

Una tranquilla osservazione dei molti segni che il destino ci porta incontro, al di là di ogni cieca casualità, ci consente di ascoltare nuovamente la nostra “voce interiore”, la presenza silenziosa e forte che giuda i nostri passi nella vita.

Chi coglie questa voce, inizia a intravedere l’operare di elementi soprasensibili nell’uomo. Da questo sentore nasce la fiducia e dalla fiducia la sicurezza necessaria per tenere testa ai timori della vita.

Però, nella condizione in cui le onde di un agitarsi interiore o esteriore salissero minacciose, rischiando di sommergerci, potremmo chiedere aiuto a Colui la cui Forza può dominare gli sconvolgimenti di ogni mare.

Nei Vangeli viene descritto come “il Signore degli elementi” come “la Forza che placa le tempeste” o che “cammina sulle acque”.

Egli è Colui che ha detto: “…nel mondo avrete paura, ma fatevi coraggio, Io ho vinto il mondo”.

Per l’uomo moderno, c’è naturalmente il pericolo di considerare tali parole come espressioni di una fede che non ha più nessun collegamento con la pratica della vita. Ma se si provasse a tenerle nel cuore senza preconcetti, come se risuonassero in noi per la prima volta, potremmo trovare o ritrovare in esse tutta l’originaria potenza e ogni paura, per quanto forte, potrebbe mitigarsi al calore della sua Vita, vivendo nell’anima l’acquietarsi degli elementi.

L’anima, dopo essersi rifugiata in questi meravigliosi contenuti per meditarli, si potrà accostare all’esercizio della calma interiore che piano, piano l’aiuterà a riprendere quota e coraggio in quel volo meraviglioso che può essere la vita.

Ancora sugli Idoli e le loro inversioni di pensiero (di Savitri)

olivetti

Pochi mesi prima della morte di  Kühlewind, un caro amico di Isidoro, di Chicago (il dott. Federico Simone), ebbe occasione di parlare con K. e di intervistarlo. Vorrei riproporne alcune parti, contenute nell’articolo “Idoli” e commentarle brevemente.

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Simone: Il senso della sua opera?

Kühlewind: “Gli antroposofi parlano di cose che non percepiscono, di entità angeliche, di sfere spirituali conosciute solo attraverso la lettura di conferenze. Quello che manca è il lavoro interiore sulla concentrazione del pensiero, sul percepire puro, sul meditare. Ho cercato di rendere tali operazioni più comprensibili di quanto aveva fatto Massimo Scaligero che molti non sono ancora riusciti a comprendere. Se Steiner aveva scritto e parlato da un livello altissimo e aveva descritto la concentrazione in poche occasioni, colte da pochi, Scaligero si è avvicinato di più al livello del lettore, ma usando un linguaggio difficile. Io mi avvicino ulteriormente con un linguaggio più semplice. Di Scaligero ammiro di più il libro “Luce”. L’ho conosciuto personalmente, ho visitato più volte il suo studio e ho avuto frequenti scambi epistolari. Inoltre ho letto tutte le sue opere in italiano.”

Da notare la nota di K. sulla concentrazione, per quanto riguarda Steiner e Scaligero poi.
Sarebbe interessante sapere se la sua fatica di avvicinarsi di piu’ al livello del lettore sia stata come dice di aver voluto e se abbia raggiunto lo scopo.

Simone: Quali sono stati i motivi di disaccordo che lei cita?

Kühlewind: “Mah! Sono solo due. Il primo riguarda la figura del “padrone”. Scaligero gli dava un’importanza di vecchio stile, direi tipicamente italiana, in un certo senso arretrata e sentimentale, scollegata alla realtà economica moderna e globalizzata. Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti. L’uomo contiene la donna interiore e viceversa. Scaligero sostiene come fondamentale l’incontro con l’altro termine binomiale per la realizzazione graalica.”

Per chi ha letto Scaligero e quel che scrive in merito al futuro che si è appena iniziato a dispiegare, e a quello ancora da dispiegarsi, questo parere di K. sul concetto di “Padrone”,  secondo lui da Scaligero visto in maniera antiquata, può risultare risibile in merito alla tematica tutta del karma e del materialismo, e quindi del globalismo. Scaligero ha previsto in anticipo perfettamente la realtà attuale del lavoratore e della globalizzazione, conseguenze dirette, occulte e visibili, proprio del mancato riconoscimento e della mancata attuazione del vero alto rapporto karmico e spirituale tra dirigenti e lavoratori.

La degenerazione del valore spirituale dell’operaio o lavoratore si è sviluppato di pari passo all’annientamento dello spirito intuitivo e innovativo dei dirigenti, annientamento operato dall’ aver posto sul piedidstallo, in inversione completa quindi o capovolgimento, il materialismo o realtà visibile come idea prima, ossia come causa, invece che al suo giusto posto e come  conseguenza di una alienazione del pensiero.

A mio avviso K. commette lo stesso errore di inversione, nel voler dare importanza primaria al globalismo o globalizzazione tanto da dover questo condizionare e correggere, secondo l’ungherese, il pensare intuitivo, in questo caso il pensare  di Scaligero.
Ciò che K. ritiene errore in Scaligero – il non aver visto la realtà della globalizzazione in riferimento alla figura del padrone – è invece proprio lungimiranza, tant’è che Massimo sostenendo quel che sosteneva – e si può leggere nei suoi libri – indicava proprio il pericolo del  male della globalizzazione e insieme anche uno dei più importanti suoi rimedi nell’accorato richiamo a recuperare il perenne valore dirigenziale e il rapporto conseguente altrettanto sacro e occulto tra dirigente e operaio.

Un pericolo in particolare ora ricordo che lui ha indicato possibile se l’uomo non deciderà di compiere la reversibilita’ del suo pensiero: la schiavitù a vita del lavoratore con solo i minimi mezzi per sopravvivere, ossia per poter continuare a svolgere il suo lavoro. Ovviamente si parla dell’Uomo che arriverà a schiavizzare se stesso, a diventare aguzzino di se stesso, e non di distinzioni e contrapposizioni di classe. Per questo aggiungo e affermo questo: Massimo Scaligero sapeva benissimo cosa il materialismo – “idea” figlia di un capovolto sistema di pensiero – stava per portare, mentre invece K. stesso già era caduto nell’inganno, avendo rilegato nell’arcaico e nel superato proprio la figura “vivente” del “padrone”.

Il principio della figura spirituale del “padrone” è in sè immodificabile, ciò che nella realtà è avvenuto è la conseguenza del mancato riconoscimento e valore di quella figura. Va da sè che il concetto della figura spirituale dell’ “operaio” o “lavoratore” è allo stesso modo valore fisso da incarnare o verso cui tendere comunque, al di là di ogni errata equiparazione di tale significato a quello del lavoratore alienato e sfruttato (infatti qui si andrebbe in tutt’ altro discorso strumentale materialistico, Marx, pur nella sua buona fede, ebbe a innalzare a vittima alienata l’operaio e a dichiarare la lotta di classe quale stato di essere continuo del proletario, proprio in opposizione al concetto alto di relazione spirituale tra padrone e lavoratore).
Per chi fosse interessato al nobile e cruciale tema consiglio di leggere in particolare il cofanetto “Opere Sociali” di Scaligero e “Il Pensiero come antimateria”, sempre di Massimo Scaligero.

Per quanto riguarda questa altra affermazione di K:

“Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti.”

Mi ha colpito questo giudizio di K., il quale non e’ un Iniziato.

Senza operare una completa purificazione delle qualità isitintive non si sale alle vette dello Spirito.

Come è stato scritto in altro commento che condivido, l’ Opera di Massimo Scaligero – specialmente sul tema della coppia,  del Graal, e dell’Iside Sophia – contiene molto aiuto per chi volesse risolvere questo contrasto di “pensiero” e molti altri.

Hermann Keyserling

Hermankeiserling

Quasi in contemporanea con il lavoro di Rudolf Steiner, vi fu, negli anni ’20 l’attività del conte Hermann Keyserling (1880-1946), che fondò una Scuola sapienziale a Darmstadt, la quale  attirò l’interesse di molti spiritualisti occidentali di fatto e di direzione.

Sebbene la cosa sia impropria, alcuni giudicarono le sue intuizioni in linea con il sostrato epistemologico dato da Steiner, seppure in forma episodica. Fu un suo collaboratore, E. Rousselle, a dare una sintesi indicativa del pensiero del maestro.

Per K., l’istanza della cultura occidentale è la pulsione o esigenza verso una autorealizzazione. Esigenza che però non viene ancora posseduta dall’Io interiormente, come realtà di vita interiore, ma solo conosciuta dal di fuori, nei fenomeni che essa genera sul piano speculativo.

L’Io si concilia con la realtà solo razionalmente, la  cui sfera necessitante tradisce l’esigenza che l’ha prodotta: mantenendo un rapporto pseudo-metafisico con la realtà dell’Io.

Da cui la necessità di un passo ulteriore che traduca l’affermazione ideale in affermazione reale, rendendo concreta attualità l’astrazione della teoria del conoscere elaborata con l’idealismo.

La chiave delle vedute di K. è il fenomeno del comprendere: il punto in cui l’Io dice a sé: “ho compreso” è un punto di spontaneità e interiorità. Esso ha inoltre un carattere illuminativo di trasparenza assoluta di sé a sé nell’oggetto che si comprende.

Si cerchi allora di vivere la natura del significato (sinn), non di questo o quel significato ma del significato in generale: del puro elemento del comprendere identico a sé in ogni comprensione.

Per K., apparirà allora che in esso riluce qualcosa di ineffabile, una semplicità attuale e individuale che, pur contenendolo, trascende l’insieme di mezzi e forme da cui è propiziato.

Questo momento del puro comprendere è, per K., il momento dello Spirito.

Si dirà che un significato c’è ma in connessione ad una forma, è però vero anche l’opposto cioè che il venire compresa è la condizione affinché qualsiasi cosa abbia esistenza per l’Io e che quindi la funzione del comprendere è il prius assoluto: l’elemento di realtà a cui ogni esperienza partecipa.

Essendo dunque assurdo parlare di realtà nelle cose del mondo indipendentemente dall’Io, K. tende a definire una speciale funzione capace di riaffermare sull’intero ambito dell’esperienza il principio dell’Io libero e creatore.

Dunque il “senso” (sinn) è la condizione per ogni possibile esperienza e perciò tutto, nel mondo, assume il carattere di mezzo espressivo, di sostanza-simbolo che l’Io deve animare e ricreare con l’atto del suo comprendere.

La dualità, per K. si risolve tra  astratto mezzo espressivo e significato: la materia, la necessità non è altro che privazione del “senso”: la bruta “lettera” opaca a sé stessa.

Ciò porta al problema umano generale. Secondo K. non risolvibile con arte, religione e filosofia.

Gli artisti sono dei medium: la grandezza che parla in loro non coincide mai con la loro persona consapevole. La religione va esclusa poiché importa un principio di dogmatismo e autorità da una parte, di dipendenza e passività dall’altra: incompatibili col carattere auto affermativo connesso al “senso”. Peggio ancora per la filosofia, radicata in un mondo concettuale estraneo alla realtà e disgiunto dal proprio Io creatore.

Insomma, quello che importa è che l’Io non si faccia schiavo di una conoscenza astratta ma la produca interiormente come realtà vivente.

“La rappresentazione crea la realtà e non viceversa”, “La rappresentazione è incondizionata”, “L’Io può, mediante uno spostamento dei livelli di coscienza, possedersi in questa facoltà”.

Si aggiunge a ciò l’esigenza affermata dal nostro Michelstaedter: l’individuo deve assurgere al senso di una assoluta responsabilità, deve farsi sufficiente alla propria vita, non solo nel soggettivo ma anche nell’ordine del cosmo, dell’universale.

L’Io deve farsi a sé stesso l’estrema ragione, deve mettere su sé il peso della responsabilità mondiale, senza tentare di rimetterla ad altro: solo a condizione di assumerne la persona egli può tentare di superare il destino nella libertà.

Poi, in realtà, la “Schule der Weisheit” sulla metodologia dice poco: per il “come” ci si elevi dalla coscienza comune a quella del “senso”, K. si rimette a Rousselle. Vi giuro che ce l’avevo, questo “Mistero della Trasformazione”, ennesima scomparsa della mia biblioteca. E, per non affaticare nessuno, me compreso, posso dirvi che ne rimasi assai deluso. Ricordo che Rousselle distingue tre fasi: posizione, dispiegamento e trasformazione, che, mi pare, erano assai simili alla triade neoplatonica di purificazione, illuminazione ed unione. Insomma nulla di originale e ancor peggio si percepisce nettamente che Rousselle non parla per esperienza vissuta.

Questa vistosa carenza di mezzi e discipline confermerebbe l’assunto (comune ad altri pensatori e filosofi)) che Keyserling  abbia vissuto una certa esperienza interiore e abbia poi tentato di esprimerla, come al tempo fu questione per Michelstaedter, Braun, Hamelin, Weininger, eccetera.

Detto così è poco e non rende di sicuro un decente servizio al Conte. Però se poi il pensiero si volge alla Filosofia della Libertà di Steiner, siamo alle solite: Keyserling ti propone frasi luminose che poi si trasformano in nebbia indistinta. Steiner ti propone subito due quesiti e se possiedi volontà e coraggio ti porta a risponderti da te stesso…magari con quell’Io che altri hanno solo intuito e speranzosamente proposto!

SE CI FOSSE UN UOMO

 


SE CI FOSSE UN UOMO

.

Se ci fosse un uomo
un uomo nuovo e forte
forte nel guardare sorridente
la sua oscura realtà del presente.

Se ci fosse un uomo
forte di una tendenza senza nome
se non quella di umana elevazione
forte come una vita che é in attesa
di una rinascita improvvisa.
Se ci fosse un uomo
generoso e forte
forte nel gestire ciò che ha intorno
senza intaccare il suo equilibrio interno
forte nell’odiare l’arroganza
di chi esibisce una falsa coscienza
forte nel custodire con impegno
la parte più viva del suo sogno
se ci fosse un uomo.

Questo nostro mondo ormai è impazzito
e diventa sempre più volgare
popolato da un assurdo mito
che è il potere.

Questo nostro mondo è avido e incapace
sempre in corsa e sempre più infelice
popolato da un bisogno estremo
e da una smania vuota che sarebbe vita
se ci fosse un uomo…

Allora si potrebbe immaginare
un umanesimo nuovo
con la speranza di veder morire
questo nostro medioevo.
Col desiderio
che in una terra sconosciuta
ci sia di nuovo l’uomo
al centro della vita.

Allora si potrebbe immaginare
un neo rinascimento
un individuo tutto da inventare
in continuo movimento.

Con la certezza
che in un futuro non lontano
al centro della vita
ci sia di nuovo l’uomo.

Un uomo affascinato
da uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da corpi e da anime gioiose
che sanno entrare di slancio
nel cuore delle cose.

Popolato di fervore
e di gente innamorata
ma che crede all’amore
come una cosa concreta.

Popolato da un uomo
che ha scelto il suo cammino
senza gesti clamorosi
per sentirsi qualcuno.

Popolato da chi vive
senza alcuna ipocrisia
col rispetto di se stesso
e della propria pulizia.

Uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da un uomo talmente vero
che non ha la presunzione
di abbracciare il mondo intero.

Popolato da chi crede
nell’ individualismo
ma combatte con forza
qualsiasi forma di egoismo.

Popolato da chi odia il potere
e i suoi eccessi
ma che apprezza
un potere esercitato su se stessi.

Popolato da chi ignora
il passato e il futuro
e che inizia la sua storia
dal punto zero.

Uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da chi é certo
che la donna e l’uomo
siano il grande motore
del cammino umano.

Popolato da un bisogno
che diventa l’espressione
di un gran senso religioso
ma non di religione.

Popolato da chi crede
in una fede sconosciuta
dov’é la morte che scompare
quando appare la vita.

Popolato da un uomo
cui non basta il crocefisso
ma che cerca di trovare
un Dio dentro se stesso.

.

(Giorgio Gaber)

IDOLI

 idoli

Molti anni fa, leggendo la Rivista “Antroposofia” mi imbattei in un articolo più interessante degli altri. Si distingueva da quello stile accademico che incominciava ad essermi insopportabile. Era evidente ed eccezionale che l’autore rimandasse energicamente a esercizi e discipline. Fu una gradita scoperta e l’autore sconosciuto si firmava come Georg Kühlewind.

Non dimenticai questo nome, di cui alcune righe mi parvero persino famigliari. Più tardi mi capitarono tra le mani alcuni suoi libri che mi sembrarono equilibratamente modesti ma comunque interessanti perché dopotutto indicavano una via al “Pensiero Vivente”.

Mi colpì favorevolmente la libertà dell’autore nei riguardi del pesante vezzo di riferirsi continuamente all’oceano di frasi o testi del Dottore che si usano per giustificare ogni concetto espresso (purtroppo vedo che la von Halle non si è sottratta alle forche caudine di tale modo di scrivere). Vidi anche che nelle note a piè pagina citava sempre Massimo Scaligero, sebbene segnalasse una divergenza su alcuni imprecisati punti.

Decisi di conoscere un po’ meglio questa figura, diversa dai tanti, del panorama antroposofico.

Fui aiutato dalla sua biografia, apparsa, sembra su pressione dell’Editore Lindisfarne Press, aggiunta al libro Stages of consiousness, uscito nel 1984.

Si chiamava Gyorgy Székely e più tardi prese il “nom de plume” di Georg Kühlewind. Nacque da famiglia ebraica liberale il 6 marzo del 1924 a Budapest. Dal 1944 fu internato in diversi campi di prigionia tedesca sino alla liberazione, avvenuta nel 1945 a opera delle truppe americane. Dopo la guerra studiò scienze naturali e successivamente divenne professore di fisica chimica presso l’Università Tecnica di Budapest. Dagli anni ’60 incominciò a pubblicare libri di Linguistica, Psicologia e Epistemologia. Il perno del suo lavoro divenne la conoscenza e l’applicazione pratica di ciò che egli chiama “Pensiero Vivente” (Il termine vi ricorda qualcun altro? Lo vedremo poi.) sottolineando l’importanza dei processi conoscitivi rispetto ai risultati di questi. Ora sentiamo le sue parole:

“I miei primi interessi all’età di 15 anni, furono la psicoanalisi, Jung e la storia delle religioni e della cultura. A 17 anni divenni discepolo di Karol Kerenyi. La mia tendenza era quella di diventare filologo classico e d’imparare Latino e Greco. Freud e Jung mi avevano convinto che la vita non doveva essere compresa razionalmente. Studiai economia, cercai di cancellare in me tutte le abitudini, tradizioni e convenzioni. Ci riuscii. Rimase solo un deserto ( all’età di 5 anni ebbi una potentissima esperienza di essere un “io”, come quella di Jean Paul descritta da Rudolf Steiner in Teosofia). Incontrai l’Antroposofia all’età di 18 anni. Il mio sentimento fu: “è interessante, ma già la conosco, è viva in me”. Dopo la guerra vi fu un secondo incontro: Verità e Scienza e La Concezione Goethiana del Mondo. In seguito, il ciclo di conferenze sul Vangelo di Giovanni, tenute ad Amburgo, mi ispirarono e cominciai a leggere un libro dopo l’altro e continuai così per circa un decennio.

Poi sentii: “Questo è sterile, non sto facendo alcun passo sulla via del sentiero interiore (prassi) e questa pila di conoscenze che sto ammassando sembra essere soltanto un fardello – e infatti lo era! – “. A questo punto gettai via quasi tutta l’Antroposofia ma ebbi un sogno significativo e mi ricordai di un libro di Steiner che sapevo di non aver compreso: La Filosofia della Libertà. Così iniziai ad studiare quel libro e tutte le opere epistemologiche di Steiner. Volevo dare a queste ultime un’ultima chance. Senza andare ad approfondire le opere più esoteriche volevo comprendere questi lavori epistemologici per sé stessi. Dopo circa 6 mesi sapevo che in questi stava la direzione che dovevo prendere.

Vidi gli errori che avevo commesso e le incomprensioni (sentite come comprensioni) in cui ero caduto. Realizzai che il livello del  vero comprendere non è il livello utilizzato nelle altre scienze ma minimamente sfiora il gradino del vivente pensare, sperimentato. Da questo momento in poi (1958) iniziai lentamente la strada della disciplina interiore. Nel 1969 incontrai Massimo Scaligero, il pensatore antroposofico italiano. Di fatto, il nostro vero, effettivo incontro non avvenne personalmente ma solo attraverso i suoi libri, dopo l’avvenuta conoscenza personale (corsivo in originale). Da ciò emerse una amicizia profonda che mi ha aiutato e che dura ancora dopo la sua morte (1980) sebbene vi fossero questioni su cui non ero d’accordo. Eravamo tuttavia in perfetto accordo sulle questioni concernenti il conoscere e la via interiore.”

Qui mi fermo poiché escludendo una attestazione di grande stima per la scomparsa signora S. Rihouette Coroze, il resto mi pare una superficiale divagazione sui gusti personali, artistici e non, che non aggiungono niente. Già in ciò che ho tradotto, il tutto sembra ridursi ad un discorso notevolmente piatto di successioni temporali mentre  non affiora nulla dell’intimo  percorso conoscitivo dell’anima. Forse vale riportare un’altra riga per motivi che troverete verso la fine: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen, un incontro che ha avuto un fortissimo impatto sulla mia vita.”

Da parte mia crebbe una certa  disillusione e un sospetto, dunque volli saperne di più.

Poi mi rammentai che da Scaligero giungeva, seppure col contagocce, dall’Ungheria un gruppetto di “professori universitari” che si notavano per una caratteristica comune: sembravano molto seri e per nulla spensierati.

Ricordiamoci che a quel tempo l’Ungheria era schiacciata da un regime autoritario e totalitario (il “comunismo al gulasch” era una di quelle immagini semi false ad uso dell’ingenuità occidentale, così come il crudele regime di Tito era ribattezzato “diverso” poiché intruppato con i Paesi chiamati “non allineati” ed il folle regime di Ceausescu era visto con simpatia perché era definito “nazionale”).

Era assai difficile uscire da quei Paesi e solo cariche prestigiose o provata fedeltà al Partito permettevano rari e giustificabili visti d’uscita.

Il fatto che Gyorgy Székely venisse considerato poi un’audace “primula rossa” dell’antroposofia è del tutto ridicolo. Infatti…

Pochi mesi prima della sua morte, un mio caro amico di Chicago (il dott. Federico Simone) ebbe occasione di parlare con Kühlewind e di intervistarlo. Estraggo qualche domanda e risposta.

S.: Il senso della sua opera? K.: Gli antroposofi parlano di cose che non percepiscono, di entità angeliche, di sfere spirituali conosciute solo attraverso la lettura di conferenze. Quello che manca è il lavoro interiore sulla concentrazione del pensiero, sul percepire puro, sul meditare. Ho cercato di rendere tali operazioni più comprensibili di quanto aveva fatto Massimo Scaligero che molti non sono ancora riusciti a comprendere. Se Steiner aveva scritto e parlato da un livello altissimo e aveva descritto la concentrazione in poche occasioni, colte da pochi, Scaligero si è avvicinato di più al livello del lettore, ma usando un linguaggio difficile. Io mi avvicino ulteriormente con un linguaggio più semplice. Di Scaligero ammiro di più il libro “Luce”. L’ho conosciuto personalmente, ho visitato più volte il suo studio e ho avuto frequenti scambi epistolari. Inoltre ho letto tutte le sue opere in italiano.

“S.: Quali sono stati i motivi di disaccordo che lei cita? K.: Mah! Sono solo due. Il primo riguarda la figura del “padrone”. Scaligero gli dava un’importanza di vecchio stile, direi tipicamente italiana, in un certo senso arretrata e sentimentale, scollegata alla realtà economica moderna e globalizzata. Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti. L’uomo contiene la donna interiore e viceversa. Scaligero sostiene come fondamentale l’incontro con l’altro termine binomiale per la realizzazione graalica.”

(Qui Simone nota che il dissidio continuò per anni e che in una lettera di Scaligero a Kühlewind che lo affrontava su questo tema, Scaligero rispose che capiva la posizione di Kühlewind ma che in realtà le cose stavano così).

Tutto ciò non mi bastava, anzi avvertivo più incongruenze di prima, perciò scrissi e telefonai ad alcuni tra quelli che possedevano alcune caratteristiche importanti: erano stati da Scaligero settimanalmente per un decennio, erano rimasti fedeli alla sua figura e al suo insegnamento, possedevano un’ottima memoria ed erano pure persone serie e senza bende di velluto sugli occhi (davvero pochi!). Ecco l’iceberg balzato dagli abissi:

Tra i “professorini ungheresi” che venivano a Roma v’era anche chi aveva la camicia pulita ma i polsini lisi e le tasche vuote (non coniugando viaggio e cibo alcuni amici di Scaligero fecero ogni volta colletta). Uno in particolare: si chiamava Ivàn Biczò che si sposò una romana de’ Roma, Rosaura. Era l’incarnazione della fedeltà e della disciplina interiore. Usciva dall’Ungheria tra mille difficoltà, non essendosi omologato al Partito. Al contrario di György che andava e veniva a Roma e a Dornach senza intoppi. György a Roma, annotava, registrava e faceva lo stesso negli incontri (mi vien detto “assai polemici”) con Scaligero. Emulo di Max Heindel trafugò più che poteva. Ciò al punto che neppure ‘comprese’ quello Scaligero diceva, minimalista con le parole, così semplici e separate da silenzi: no, György voleva sapere di più, pertanto non vi fu vero collegamento, come a suo modo  egli stesso lo conferma nelle strane righe corsivizzate  dell’autobiografia riportata sopra.

Poi apparvero libri con una terminologia inusuale per l’antroposofia, quali “Pensiero Vivente” o “Percezione pura” (die reine Warhrnehmung)

A ognuno il suo: i Biczò hanno fatto la fame, fu tolta loro la casa e riassegnati a 20 metri di umiliante coabitazione. György non gli aiutò ma al contrario gli vessò, forte della tessera del Partito Comunista in tasca e della sua attività di delatore. Il figlio dei Biczò, Giovanni, per il rifiuto di aderire alla Federazione giovanile del Partito Comunista, fu picchiato a sangue con calci in faccia (essendo vivo e vegeto può confermare ciò che scrivo in qualunque momento). Del resto è merito di Rosaura e Giovanni se molti libri di Scaligero sono stati tradotti e stampati in Ungheria (ripeto: Ivàn è morto ma Rosaura e Giovanni vivono a Budapest e parlano italiano. Dunque se qualcuno volesse la prova di quello che ho scritto…) sebbene György girasse il mondo prendendosi tutti i meriti.

Negli ultimi tempi della vita di Massimo, gli mandò una lettera in cui derideva Graal in termini ingiuriosi al punto che seppur con la proverbiale mitezza, Scaligero chiese a Leopoldo Ceracchini di disegnare una caricatura del (vile) magiaro pesantemente significativa.

Mi fu pure comunicato (ma non ho prove in merito) che Mimma, in tempi successivi recatasi a trovare gli amici di Budapest, fu da lui maltrattata sino alle lacrime.

Per caratterizzare, almeno un poco l’uomo, rileggete le sue parole: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen….”. Nell’intervista del 2006 al mio amico, raccontò l’accaduto (uno splendore sintomatico).

“Prima di terminare il nostro incontro lo interrogai sulla sua scelta ‘Zen’ ed egli mi rispose che molti anni prima, al termine di una sua conferenza, un’ascoltatrice gli aveva suggerito che parlava come un maestro zen (!) e che riflettendo su questa impressione si era dedicato allo studio dello Zen”

Devo aggiungere altro? Farei un torto al vostro pensiero, credo.

Confesso d’aver barato: ho descritto  i fatti come si sono svolti ma ho omesso un particolare, per me essenziale: avevo trovato interessanti i libri di K. ad una lettura veloce e superficiale, mentre si disfacevano come sabbia se li pensavo sul serio: dopo tanti decenni, al pensiero attivo hanno resistito solo i testi di Steiner e Scaligero. Ciò per me è obbiettivo come il granito delle Dolomiti.

Troppo severo? E’ una categoria assai stretta. Che Kühlewind abbia seguito la propria strada mi è indifferente. Ma che sia stato uno di coloro che, facendo il suo, abbia storpiato e minimizzato la virile, dirompente carica dell’Insegnamento, espresso da Scaligero con l’avvallo dei Maestri della Rosacroce, forse converrete come non sia cosa da prendere alla leggera.

La smania o mania di trasformare questo e quello in idolo è una deviazione che non cessa mai. Spesso all’insaputa di chi viene idolatrato, anche esistendo lo scombiccherato  fenomeno di simulacri minimi che darebbero la vita pur di apparire degni di considerazione. E’ un suggestivo bisogno di dipendenza sia nei primi che nei secondi, esprimentesi in una relazione, più o meno sottile, tra incubo e succubo (suona sgradevole, non è vero?).

La via limpida che richiede preparazione, disciplina interiore e concentrazione mentale totalmente individuale, viene battuta raramente, non attrae, essendo a conti fatti una scomodissima ascesi che non conduce a poteri personali.

Ora, buona parte dello spiritualismo, serve per divagare, oppure diviene un ingrediente – associato frequentemente al sesso – a cui ricorre chi va a caccia di esperienze torbide che sono i surrogati che suppliscono ad una inesistenza di sé.

Ciò porta più che raramente oltre il campo soggettivo, mentre è reale il pericolo di finire in situazioni spiritualmente regressive e pericolose per l’anima della quale, ossessivamente, ci si preoccupa a parole.    

DAVANTI AL DILEMMA

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Nelle antiche culture, il “Bivio” rappresentava un punto di svolta nella vita dell’eroe-iniziato.
Nei Misteri l’iniziando doveva trovare la via di bivio in bivio e dimostrare così il grado della propria maturità.
Là, dove colui che era legato alle apparenze del mondo sensibile vedeva soltanto oscurità, il discepolo dello Spirito doveva trovare la direzione.
Egli non doveva deviare e naufragare né a destra né a sinistra.

Al tempo nostro, subentrano “dilemmi” nel corso della vita di ogni uomo – anche di quello che considereremmo la persona più metodica o mediocre che possa esserci – e richiedono decisioni.
E’ sintomatico per l’epoca dell’anima cosciente che il dilemma non sia più il pesante privilegio dell’iniziando, ma sia divenuto un fardello comune a tutti gli uomini.
Ai dilemmi dell’anima cosciente appartiene la problematica posta dalla civiltà moderna.
Da quando l’ingenuo ottimismo ottocentesco intorno al valore del progresso si è vaporizzato, l’ottimismo deve essere continuamente restaurato attraverso nuove scoperte e tecnologie che rendano più facile e desiderabile la vita.
Ma ciò nonostante, l’espressione “benedizioni portate dalla cultura e dalla tecnica” ha acquistato un significato ironico, sempre più amaro.
Da tempo, l’indagatore che possiede ancora una qual coscienza morale, sta sempre dinanzi al problema se debba conservare riserbo sulle sue scoperte oppure renderle di dominio pubblico (ma poi, forse, la medesima scoperta verrà fatta in un altro Paese o laboratorio, e tenerla chiusa nel cassetto sarà stato inutile…).

Ormai da molto tempo gli scienziati hanno considerato il loro lavoro come “moralmente neutrale”. Mezzo vero e mezzo falso poiché riflette il primo atto, quello dell’esperimento, ma tappa occhi e orecchie a quello che sarà il secondo atto: l’impiego del prodotto che ne consegue.
Ma al momento dell’impiego o spesse volte dopo che il vaso di Pandora è stato aperto, subentrano scrupoli (tardivi) o intensi sensi di colpa.
Si pone la questione: l’acutezza della coscienza sia andata di pari passo con l’affinamento “sattvico” dell’intelletto? La maggior parte delle impressioni e dei giudizi suona nel senso che lo sviluppo morale dell’umanità sia rimasto vergognosamente indietro, almeno di alcuni secoli.

Mi rammento (ho rintracciato) alcune parole pronunciate dal prof. A.V. Hill negli anni ’50 del secolo scorso quando assunse la Presidenza della British Association di Londra: “ Migliorare le condizioni della vita umana mediante lo sfruttamento di conoscenze scientifiche è una delle più elevate avventure dello spirito. Ma sarebbe pericolosa illusione credere che tale miglioramento possa compiersi fuori di una società basata su fondamenti morali” e dopo alcuni esempi con cui non voglio tediare nessuno, terminò il discorso con queste parole: “ Quando noi, secondo fondamenti etici, ci rifiutiamo di compiere il male perché così subentri il bene, potremmo compiere il bene quando le conseguenze evidenti fossero cattive?”.
Ciò suona quasi come il grido disperato di san Paolo: “Il bene che io voglio, non lo compio, ma il male che non voglio, questo lo compio”.
Però, nell’appello del prof. Hill, formulato alla metà del XX secolo, risuona un’eco che proviene dal Medio evo: il dualistico mondo dei dati di fatto e delle esigenze morali. Qui si parla come se l’uomo dovesse trarre le proprie determinazioni morali da un “aldilà dei fatti naturali” per trapiantarle entro il mondo che sta davanti l’indagatore. I valori morali si trovano nel mondo “di qua” come elementi estranei ad esso, come furono spiegate le dottrine della rivelazione nel Medio evo.
Tra i più alti valori a cui l’umanità dovrebbe attenersi, se non vuole trasformare insospettati benefici in distruzioni senza fine, lo scienziato della natura degli anni ’50 ascrive la fede nella inviolabilità dell’individuo umano.

Con tutto il rispetto per le idee esposte, si può percepire – nell’impostazione del problema – la forza del passato: non è forse insito in tale impostazione di “trapiantare principi morali” un presupposto oggi non più valido?

Attraverso l’Opera di Steiner si trova un atteggiamento fondamentalmente nuovo nei riguardi del dilemma.
Si può riconoscere l’uomo come il punto nel quale e per il quale si compie la bipartizione del mondo, ma che questa possa venir superata nel suo conoscere e nell’agire.
La realtà non conosce questa separazione che esiste solo per l’uomo, e anche per esso transitoriamente. Mediante la proiezione della scissura fra mondo dello spirito e mondo della materia su una pretesa struttura complessiva del mondo, sorge la “teoria dei due mondi” di un platonismo erroneamente inteso.

L’uomo è parte di un mondo unitario e guardando a lui ci si innalza oltre la teoria dualistica; l’autoconoscenza, come tracciata in Filosofia della Libertà sulle fondamenta della natura umana, svela anche l’origine della moralità nell’uomo.
Non vi è bisogno alcuno di trovare fuori di lui una esigenza morale, non occorre nemmeno aggiungere alla “realtà-uomo” un comandamento di fede circa l’inviolabilità dell’individuo, poiché la stessa sua dignità può essere rintracciata tra i dati che il mondo ci offre.
Nell’immagine completa dell’essere umano è data al contempo l’inviolabilità dell’io. Ciò che fu esigenza sollevata dal di fuori, diviene parte integrante di una complessiva conoscenza dell’uomo.

Dalla medesima fonte antropologica sgorga anche la visione della facoltà di libertà dell’io che sperimenta se stesso come atto spirituale: la scoperta dell’intuizione morale è al contempo scoperta dell’io quale essere spirituale incarnato.

La facoltà dell’intuizione in campo etico è la chiave di volta per la compiutezza dell’essere umano.
Ma da qui deriva l’importanza del dilemma per l’uomo. La libertà morale non è affatto semplice libertà di scelta tra due motivi, come a lungo fu sostenuto, ma è una facoltà creativa.
Oggi il destino conduce ogni uomo in situazioni in cui nessun principio già dato o accettato per tradizione può essere di aiuto: l’uomo può (con il linguaggio della Filosofia della Libertà) trarre dal mondo delle idee comune a tutti gli uomini che sviluppano conoscenza, quella sola intuizione che egli sperimenta corrispondente alla situazione da affrontare.
Invece di agire secondo principi tradizionali, egli diventa “giusto” riguardo alla situazione che ha dinnanzi.
Essa esige da lui “semplicemente quella decisione” che è sempre un vero nuovo inizio.
La decisione non si può evincere dai due termini del dilemma. Ciò significa che colui il quale agisce nell’epoca dell’anima cosciente deve procedere oltre l’esperienza del dilemma, verso una decisione perfettamente nuova.

Oltre le due possibilità che all’intelletto si presentano ugualmente non motivate, grazie alla corrispondente intuizione subentra una terza possibilità finora rimasta nascosta.
Afferrarla è percezione spirituale ed è anche giudizio sul da farsi.

Si può dire che per l’intuizione “sono oggi divenuti disponibili” nuovi concetti, poiché agli altri concetti si è unita l’idea dell’uomo.
Ciò è rivoluzionante per il mondo delle idee ed espresso antroposoficamente significa che il mondo che l’uomo sperimenta ha conseguito un altro carattere da quando l’entità umana è divenuta afferrabile come essere spirituale nell’esistenza sensibile. Tale mondo, per sussistere, abbisogna ora della collaborazione dell’uomo morale.
Il dilemma umano conserva la propria importanza quale indicatore della via. E’ la pressante esigenza di sviluppare l’organo intuitivo.

Il dilemma insegna a trovare il punto in cui dall’uomo si esige il non previsto, l’inaudito, ciò di cui non sono note le conseguenze, ciò che deve essere deciso “per la prima volta”.

Il termine intermedio tra concetto e percezione si definisce come “rappresentazione”. Nella coscienza comune (passata), la rappresentazione non è libera, interviene aprioristicamente. Per l’uomo che attinge dall’intuizione, Steiner chiama fantasia morale il libero immaginare che si forgia in rappresentazione sorgiva, non impedita da alcun pensato antecedente (forse è utile comprendere che la fantasia morale ha una parentela minima con quanto definiamo ordinariamente con il termine fantasia: la prima è dotata di vita fluente – nel corpo ma non del corpo – che manca alla seconda.).
Qui il mondo spirituale è tangente con l’uomo operante: tale mondo attende dall’uomo che egli faccia uso della facoltà in lui attuabile…e in ciò siamo terribilmente in ritardo.

IL CONSEGUIMENTO DELLA COSCIENZA ETERICA (di R. Benvenuti)

Due Arcobaleni

Quando noi pensiamo realmente, la connessione dei corpi sottili è diversa da quella che normalmente si dà: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed Io, tutti e quattro connessi. Nell’attività pensante il corpo fisico viene come sciolto nella sua connessione con gli altri tre, eterico, astrale ed Io. Cosí che la coscienza si rafforza in sé e si evolve da coscienza ad autocoscienza, permanendo tale nel moto del pensare, da essere capace di avere oggettivato il contenuto del pensiero, in quello che potremmo definire “lo spazio interiore”. Ecco la differenza tra esterno ed interno e i termini interiorità ed esteriorità. I primi valgono per significare posizione nello spazio tridimensionale esteriore-fisico, i secondi per lo spazio interiore che può presentarsi come bidimensionale e nel quale vivevano gli uomini antichi. Questo tipo di coscienza “bidimensionale” era presente ancora presso i pittori vissuti fino all’epoca preraffaellita.
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Colui il quale educhi l’attività pensante mediante gli esercizi spirituali ha modo di realizzare il vivere nella dimensione extracorporea, quindi è legittimo affermare che l’uomo il quale realmente pensi è già fuori della dimensione spaziale-corporea e non si avvede di ciò. Ha luogo l’entrata nello spazio eterico. Il pensiero è la manifestazione della vita, quindi principia con la sua pura attività un’esperienza del trascendente che continuamente si fa immanente. La vita è presente mediante il pensare e a contatto con il corporeo, con la materia, la illumina e la spiritualizza. È l’inizio di una lenta spiritualizzazione di essa, il cui compimento una parte dell’umanità può compiere secondo le leggi del vero e del bene in questo operare di vita pensante.
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È secondo la medesima direzione che la coscienza umana realizzerà lo stadio che segue quello che attualmente ha, ovvero: coscienza oggettiva in quello della coscienza eterica. È con la liberazione del pensiero dal suo strumento riflettente, il sistema nervoso centrale, che ha inizio l’esperienza della coscienza eterica che è piú alta, vasta e profonda rispetto a quella da cui prende le mosse (la coscienza oggettiva). Lo spirito del tempo presente attende che l’uomo per libera iniziativa realizzi questa vita pensante. Ma l’indirizzo che l’uomo sta dando, per cosí dire, a questa attività pensante ha segno e direzione contraria, legandosi pericolosamente alla materia cercando di eternizzarla.
 
Si può dire che il dolore delle prove drammatiche che stiamo attraversando sia causato da questa prepotente unilateralità nell’uso della forza pensante. La immoralità, il male, sono figli di questo pensiero materialistico, che nel suo cieco orgoglio uccide se stesso, concependo il sensibile-materiale come realtà unica, a se stessa e di per se stessa sufficiente.
 
È bene rammentare che la moralità nasce da attività spirituale, esprimentesi in pensieri privi di elementi assunti dal percepire sensibile, quindi avente in sé tutta l’autonomia del proprio contenuto, onde l’anima umana configurandosi a se stessa per la presenza in lei del puro atto pensante, vive sperimentando l’essere se stessa in stato di libertà, e realizza cosí il vero sentirsi un essere autonomo. Non esiste vera morale priva di libertà. Come non esiste separazione tra problema morale e problema di conoscenza. Conoscenza e morale sono una essenza sola. La conoscenza non rispondente al reale è falsa, è di per sé immorale. La conoscenza vera è moralità in atto, divenuta compiuta immanenza (v. R. Steiner Filosofia della libertà). Chi sia capace di puro pensare sa che il puro pensare è spirito, essenza universa, fonte di autentica morale. Occorrono forza di pensiero e pensiero volitivo in comunione con il coraggio: «…se non ti poni come dominatore di fronte all’idea ne divieni schiavo!» (id.)
 
Prima di proseguire è bene premettere che non si intende negare o sottovalutare la materia che si dà al conoscere mediante percezione sensibile, ma attirare l’attenzione del conoscente sul momento in cui la coscienza pensante compone a se stessa il percepito quale sintesi, rappresentazione. Scoprendo cosí che la materia assunta mediante coscienza pensante eleva questa a completa realtà. Tuttavia si dimentica che è l’azione del pensare che tale la fa alla coscienza conoscente. Cosí la natura del pensiero slegato dal suo strumento riflettente, il cervello fisico, rivela il suo potere di sintesi degli elementi sconnessi dell’oggetto percepito. Cioè al suo primo apparire alla mera percezione sensibile, l’oggetto che cosí si dà sembra essere compiuto in se stesso da per se stesso, ma ciò avviene per carenza di forza pensante, onde la coscienza muore a se stessa per essere coscienza dell’oggetto: il pensiero slegato o pensiero puro ha il compito di ristabilire completezza del vero stato di fatto, l’autentica realtà.
 
La vera natura della realtà è sintesi spirito-materia. Materialista è quella concezione che, ignorando la funzione della forza ideante, tuttavia la adopera per consacrare la materia come totale assoluta realtà, fino al punto di credere lo spazio tridimensionale come reale di per se stesso, mentre alla coscienza pensante, in se stessa e da per se stessa rafforzata, lo spazio si dà come idea.
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Domandiamoci: perché siamo spinti da necessità a dover pensare in presenza dell’oggetto osservato? Perché un sano conoscere scopre che la separazione tra materia e spirito è per la costituzione dell’uomo, che essendo cosí costituito come è, in modo tricotomico (corpo, anima e spirito), mediante gli organi dei sensi corporei riceve il lato sensibile e mediante l’animico spirituale ritrova l’essenza spirituale del sensibile. Abbiamo qui la fonte, la ragione della malattia al posto della salute, che, come ebbe a rettificare il Dottor Giovanni Colazza, rispondendo a chi affermava essere la malattia un fatto morale, disse: «No, la malattia non è un fatto morale, ma un fatto dello spirito».
 
Domandiamoci quale significato abbia la verità evangelica: «Tutti i peccati saranno rimessi tranne uno, il peccato contro lo Spirito Santo». Essendo il pensiero organo di percezione superiore o sovrasensibile, esso può, intensificandosi in se stesso, percepirsi quale entità, ora percettibile nella interiorità della coscienza permanente a se stessa anche al cospetto del percepito sensibile. A questo punto si manifesta quale pensiero-Logos, essenza e fonte di etere vita-luce. Il mondo eterico è sostanza-pensiero, è Vita, pensiero eterico-luce. Allora è possibile percepire a questo stadio le entità del mondo della vita, e tra queste il Sublime Essere creatore assoluto della Vita stessa, il Cristo. Il pensiero-Logos è pensiero cristificato, ovvero puro pensare, puro spirito, Spirito Santo.
 
La risposta alla domanda quale sia il peccato conto lo Spirito Santo, sarà: il pensiero materialistico, dominante nelle scienze naturali! È questo il peccato contro lo Spirito Santo.
 
Allorquando si sia capaci di realizzare, mediante disciplina spirituale, la coscienza pura, la catarsi dell’anima di coscienza, la coscienza vivente, eterica, si è pronti per il decisivo, importante avvenimento della nostra vita che è incominciato poco dopo la metà del secolo scorso: l’incontro con il Cristo eterico, annunciato da Rudolf Steiner. Numerosi sono i richiami nelle conferenze che vanno dal 1909 al 1913-14. Nella conferenza tenuta a Monaco il 28 agosto 1909, la sesta del ciclo: L’Oriente alla luce dell’Occidente, egli cosí dice: «…Nel Cristo, abbiamo davanti a noi un Dio che può essere trovato al di fuori e anche nell’interiorità». Va tenuto presente che il corpo eterico del Cristo è unico nel suo genere, il solo capace di operare come se fosse un corpo fisico materiale: agisce, cammina, apre le porte, parla (nessun altro essere eterico può farlo), non respira, attraversa i muri (esce dalla tridimensionalità) e un altro segno lo caratterizza: non scende mai le scale!
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All’inizio abbiamo compiuto una distinzione tra i termini esterno e interno, validi per lo spazio tridimensionale, tra esteriore e interiore, validi per lo spazio dell’anima, spazio o luogo animico. Occorre ancora fare una precisazione, una distinzione tra rappresentazione ed immaginazione. La prima nasce dalla percezione sensibile e si imprime nel vivente del cervello fisico, la seconda dalla osservazione di quanto svolgentesi nella interiorità dell’anima, e precisamente nella parte di essa in cui l’elemento astrale è pervaso, interpenetrato dalla vita, l’eterico, nella terminologia della Scienza dello Spirito. L’unione dell’ente astrale con l’ente eterico, i Greci antichi la denominavano psyché, noi, italianizzandola, psiche: l’elemento vivente dell’anima, ente luogo delle immaginazioni. Nel Vangelo di Giovanni (20-11,14) la Maddalena al sepolcro vede due figure distinte di angeli che il dott. Steiner chiarisce essere uno il corpo astrale, l’altro il corpo eterico del Gesú. È per questo motivo che li possiamo chiamare entità.
 
Il pensare in movimento scioglie il legame col corporeo materiale del fisico, portando la coscienza ad un livello superiore al livello eterico. Si diventa cosí di fatto cittadini legittimi del mondo eterico, del mondo della vita. Qui, nell’ora fatale del nostro destino, il grande momento s’invera: l’incontro con il sublime eroe solare, il Cristo.
Ora portiamo davanti alla nostra anima quanto il Dott. Steiner afferma nella 6a conferenza del ciclo L’Oriente alla luce dell’Occidente: «Nel Cristo abbiamo davanti a noi un Dio che può essere trovato al di fuori e anche nell’interiorità». Piú oltre nella medesima conferenza, dice: «Da divinità cosmica, il Cristo disceso in Terra diventa sempre piú un Dio mistico, che potrà essere sperimentato nell’intimo dell’anima umana». E ancora, nel ciclo Da Gesú al Cristo, nella 10a conferenza, precisa: «La diffusione della concezione antroposofica del mondo ai nostri tempi avviene appunto perché l’uomo possa essere preparato sul piano fisico a percepire l’evento del Cristo, o sul piano fisico o sul piano superiore».
 
Quindi, sia che si manifesti oggettivamente, fuori di sé, sia nel proprio spazio interiore, dentro di sé, siamo sempre sul piano eterico: piano nel quale il “qui” e il “là” non esiste, la distinzione spaziale perde di significato. Noi siamo dentro tutto ciò che percepiamo, in quanto il nostro intimo essere si espande fuori del corpo fisico (della pelle ) e diviene uno con tutto quanto vede attorno a sé. Chi percepisce su questo piano non è l’organo fisico, bensí quello eterico. La differente modalità di percezione dipende, come anche per l’esperienza del Guardiano della Soglia (v. R. Steiner, I segreti della Soglia) dalla costituzione interiore del soggetto, dalle sue predisposizioni e attitudini, dal suo passato karmico.
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Ed è appunto per questo passato karmico che oggi ci si ritrova insieme, con il cuore acceso alla causa dello Spirito, potendo inserire in questa realtà del presente la conoscenza delle forze operanti nel retroscena degli avvenimenti inverantesi nel presente momento e l’ardua capacità di misurarsi per vincere le potenze demoniache dell’abisso. La divisione tra gli uomini è in atto. L’umanità si spacca in due, generando la razza dei malvagi e quella degli eletti. Ancora poco visibile, ma non lo resterà per molto, poco visibile.
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Urge la necessità che vi siano uomini realizzati nella coscienza eterica, che consentirà loro il grande incontro con il Cristo presente nel mondo eterico.
A noi, che conosciamo il sentiero della conoscenza dei Maestri Rosacroce ed il loro appello, è rimesso nel nostro cuore un impegno antico: essere i realizzatori dello Spirito, percorrendo veramente questo sentiero nel presente momento, unico nella storia di tutti i tempi per la sua gravità e particolarmente irto delle difficoltà poste dalle potenze demoniache, in una battaglia occulta in cui si decide della salvezza del mondo. Portiamo veramente presente nel nostro cuore il monito del Maestro dei Nuovi Tempi: «L’esperimento “Uomo” potrebbe anche fallire!»
 Facciamo sí che possa esser detto veridicamente in ciascuno di noi, nel segreto del nostro cuore: «Non sbigottir, ch’io vincerò la prova!»
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Romolo Benvenuti

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Per gentile concessione della Rivista

www.larchetipo.com

www.larchetipo.com/2001/nov01/antroposofia.htm

 

LUCE OLTRE LA SIEPE

 luce siepe

Buon giorno a tutti.

Scrivo qualcosa che di certo ho già scritto quando Eco era un forum. Sicuramente non ha fatto parte delle mie note migliori e sarà così anche questa volta. Inoltre la natura del tema si presta ad infiniti “distinguo” poiché mi pare impossibile abbracciare tutto quello che potrebbe venir detto.

Il fatto è che non passa mese o anche meno che qualcuno, avuto il mio indirizzo, non mi scriva chiedendo cose complicate o terribili. Semplici, quasi mai. Allora tento comunque una risposta stringata, quasi telegrafica e mi accorgo, un’ora dopo, di non aver ancora terminato, poiché la risposta assume  il carattere di un trattato. E mentre scrivo, anche velocemente, chiedo pietà a Spiriti e Maestri per la responsabilità che mi prendo.

La domanda/richiesta che mi viene spesso fatta, tralasciando i modi diversi, è in sostanza questa: “Mi può spiegare come dovrei fare la concentrazione?”.

Qui devo specificare che, di solito, sono domande piuttosto concrete, cioè che parlano dello zero in su. Non dell’elemento interiore all’esercizio. In questo caso, più raro, rimando gentilmente il mio interlocutore alle indicazioni date da Massimo Scaligero nei suoi libri, magari indicando i Testi che credo più consoni allo scopo, sottolineando quanto sia necessaria una lettura assai attenta, ripetuta e sempre prolungata pazientemente anche nel tempo, poiché ci si trova di fronte a concetti che non sono mai assimilabili in poco tempo e con facilità.

Un’intima persuasione richiede tempo: non quello dell’orologio o del calendario…e questo al netto del superamento di ogni genere di preconcetti o altre costruzioni mentali istituzionalizzate nel nostro animo. Già questa fase di ciò che potremmo chiamare “vero percorso conoscitivo” può richiedere anni di gestazione in chi è dotato di buona volontà.

Chi ha conosciuto un onesto mentore, chi ha avuto la fortuna di aver stabilito sani rapporti con altri ricercatori, può essere avvantaggiato.

Ma chi è solo? Non pochi, ordinario ambiente sociale a parte, sono lì, con un impulso dentro, qualche libro fuori e tutto il resto è nebbia fitta.

In realtà possono essere persino fortunati, perché è molto facile che, quando cominciano a guardarsi attorno non trovino strade pulite ma gabbie e trappoloni, alcuni grossolani ma tanti che imitano caricaturalmente le vie del sacro. Per taluni, che sanno non fermarsi mai, le trappole appaiono (poi) deviazioni temporanee che sviluppano l’interiore criterio di distinzione del falso dal vero. Sono dunque inciampi positivi.

Altri invece imparano la cosa peggiore che può capitare ad un’anima: imparano a credere di sapere. Se il karma non porge loro un aiuto, rimangono crocifissi alle menzogne più assurde, dalle quali potranno liberarsi solo dopo la morte. Tutto ha un significato, anche questo. Non v’è tenebra che non contenga un atomo di luce.

Poi, in realtà, a leggere e rileggere bene testi come Tecniche della concentrazione interiore e il V capitolo di Scienza occulta si dovrebbe sapere anche più del necessario…ma nella vita le cose sono spesso più indistinte e complicate.

Così succede che persino le indicazioni date dal Dottore per un corretto modo di leggere ciò che viene dopo (penso a Teosofia o alle prefazioni e al capitolo introduttivo della Scienza Occulta), non vengono colte da uno su cento (mentre stavo scrivendo queste cose è intervenuto Hugo con un importante articolo sul livello che lo Studio esige: leggetelo con attenzione).

La barchetta del mentale allora si incaglia subito, anzi – perdonate la metafora – resta nell’imbrago sulla riva. E, purtroppo, così deve essere, così è sempre stato: la Tradizione perenne, quale sia stato il volto che abbia preso nei tempi, segue sempre e comunque il rigore assoluto datole intemporalmente dallo Spirito e l’uomo, quale entità autocosciente è la cosa più lontana dallo Spirito che possa esserci nel Cosmo. L’uomo, a differenza del sasso o del filo d’erba, odia lo Spirito con il meglio della sua coscienza.

Lo so, è un paradosso, ma è un paradosso bello grande e concreto e non basta certo blaterare di spirito per ribaltare lo stato delle cose.

Ma il senso di questa nota è davvero semplice; vuole essere un rapido ripasso di ciò che gira intorno alla disciplina e che non dovrebbe mai essere considerato come un aiuto interno alla disciplina che, fondata interamente sul soggetto, non può ricevere aiuti. Cercare aiuti nella concentrazione è aver sbagliato indirizzo, città e Paese!

No. Sto parlando di tutto quello che è tangibilmente utile e sommamente inutile. Anzi, essendo l’uomo istintivo sempre in agguato, potrebbe gironzolare per l’animaccia l’impulso allo sconfinamento, ossia il credere che azioni di qualunque tipo possano entrare come parti in causa nell’esercizio che, invece, essendo assolutamente interiore non ha nulla a che fare con l’esteriore mondo dei sensi.

Chiarito questo punto non irrilevante, possiamo passare in rassegna quelle cose che, poste là dove devono stare, potrebbero favorire o sfavorire la condizione in cui si fa o si tenta di fare la più importante tra la notevole quantità degli esercizi che Maestri e Iniziati hanno divulgato attraverso la parola scritta.

a) l’ambiente: tenendo ben presente che importa ciò che si fa e non dove lo si fa, di solito è saggio fare l’esercizio in una stanza chiusa, dove il rischio di una improvvisa interruzione sia ridotto al minimo. Se si vive in famiglia, oltre la porta chiusa, sarà cura dell’operatore far capire alla propria tribù che, per i prossimi 15 minuti egli non dovrà essere chiamato o altro, per nessun motivo. Con molto tatto e moltissima fermezza. Inoltre, cellulari o fissi, se presenti, devono venire preventivamente staccati o spenti. Conviene essere svegli su queste cose e accollarsi con rassegnazione l’eventuale mancanza d’attenzione e le sue conseguenze;

b) postura: il migliore assetto del corpo è da seduti, soprattutto senza incrociare gli arti inferiori. I circuiti non vanno chiusi come nelle asana del popolare Hatha Yoga. La colonna dorsale è eretta e la testa può essere leggermente piegata in avanti. Meglio che in ciò non vi sia tensione o sforzo; al caso un cuscinetto lombare aiuta la posizione. Le mani cadono sulle ginocchia o sui braccioli della sedia/poltrona. In relazione allo stare seduti è buona abitudine il vestire comodamente e quando ciò non sia possibile, evitare costrizioni eccessive come la cintura e i lacci delle scarpe troppo stretti;

c) altro: si eviti di compiere l’esercizio in piena digestione o subito dopo un pesante esercizio fisico: in ambedue i casi le attività del metabolismo favoriscono la sonnolenza proprio quando si dovrebbe essere svegli come grilli.

A questo proposito mi ricordo che quando Scaligero era tra noi, scorrevano fiumi di caffè, che è un buon stimolante del sistema nervoso centrale. Qui tutto verte sul buon senso e la sensibilità personale. A qualcuno ciò non serve, ad altri possono bastare quantità minime: anche le droghe “buone” andrebbero amministrate con cura e senza inutili esagerazioni.

In alcuni casi (parlo di individui sani) Scaligero consigliava l’assunzione di alcuni medicinali omeopatici ad alta diluizione.

In un ambito ancora più individuale e lontano da contesti di disciplina o pseudo-analogie purificatorie, talvolta sarà utile una breve doccia, né troppo fredda né troppo calda. Non fa male lavarsi (spesso) le mani con acqua corrente, meglio ancora dai gomiti alle dita.

Però, lo ripeto, non date assolutamente a queste cose un carattere rituale o apotropaico: nulla di tutto ciò ha qualcosa che lo leghi direttamente alla disciplina della attenzione totale polarizzata su un tema o un’immagine.

Piuttosto è l’intensità immessa nell’esercizio che, specie nei tempi in cui tutto è presente come potenza ma con l’atto che si realizza a tratti e scossoni, provoca indirettamente alcune “esperienze” interessanti, ma forse è meglio che ognuno constati da sé queste cose. Esse possono essere la prova che l’esercizio “funziona”, ma potrebbero venire anche valutate come sottili distrazioni.

Ne è prova che, quando l’assorbimento voluto nel quid meditativo giunge ad un buon livello, le percezioni straordinarie che vengono avvertite nel corpo o nella psiche, tendono a scomparire. Scompaiono persino eventuali lampi di veggenza che qualcuno portava ancor prima attraverso profondi retaggi.

L’anima, con il lavoro interiore, non si complica ma si semplifica e se la via allo spirituale è corretta, lascia cadere tutto quello che non le è necessario, mondo ordinario compreso.

Sulla linea di confine tra mondo ed esercizio mi pare assai importante sottolineare una modalità che Massimo Scaligero non incorniciò nei suoi libri, ma che fu causa di correzioni piuttosto severe con non pochi tra coloro che andavano a visitarlo.

E’ scorretto – e chi conosce il senso dell’atto pensante nell’uomo dovrebbe intuirlo – inghirlandare l’anima o tentare aiutini, nel momento immediatamente precedente l’esercizio. Rilassamenti psicofisici, preghiere rappacificanti o altro del genere non possono e non devono essere la “spinta” della concentrazione: nel migliore dei casi, sono altro: non è il loro posto.

In concreto, posate le onorevoli posterga sul supporto (sedia o poltrona) si parta immediatamente con l’esercizio, convergendo tutto l’impegno possibile alla sua esecuzione: pura azione senza  trascinare con sé alcun ninnolo. Si “scaldi” l’anima in altri momenti.

Quello che cerchiamo di attuare nella concentrazione, sul primo vero gradino di essa, è “l’accordo del pensiero con la volontà”. Già questo è un tentativo possibile ma una realizzazione difficile.

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