L’ARCHETIPO-GIUGNO 2017
Anno XXII n. 6
Giugno 2017



Una delle cose intelligenti e importanti nell’uomo contemporaneo è la capacità di dubitare, tant’è che l’alternativa opposta è credere a tutto, prendere ogni cosa per oro colato, che è roba da imbecilli. Poi però anche dubitare di tutto potrebbe essere anche peggio…se comincio a dubitare del mio portacenere mi piomba addosso la psichiatria e mi appiccica una sindrome, mia ma col nome di un altro. Insomma mi infilo in un pasticcio da cui il mio Garmin non se la cava con percorsi alternativi.
Non di meno vorrei scrivere sul dubbio, però mi assale il dubbio che sarebbe impossibile scrivere di qualcosa che sembra senza fine. O forse per trattare convenientemente l’argomento occorrerebbero 60, 600 pagine…Ma nemmeno 6.000 pagine, anche se convincenti, potrebbero convincere il dubbio a darsi certezza.
Esso esiste per sé medesimo e la sua funzione è il dubitare: sempre, anche quando uno pare convinto. Magari mi convince di essere l’oggetto di una ricerca proba e onesta, ma probabilmente lo fa per convincere il me sconsiderato ad accoglierlo per poi prendermelo in casa e rimpinzarlo. Forse per tutta la vita.
Comunque sia, continuo queste righe. Però non dal dubbio ma dalla folle esigenza che lo Spirito sia una certezza concreta: tanto concreta quanto qualsiasi fenomeno percepibile ai sensi, anzi un poco o tanto di più.
La certezza dello Spirito non deve eguagliare in concretezza tutto quello che nel mondo può essere testimoniato da vista, udito, tatto, ecc. e, non occorre dirlo, nemmeno dai pensieri o immagini fondati su questi: tutto questo fa parte di un mondo in cui il dubbio è lecito e spesso terribilmente necessario…
Lo Spirito che sia Spirito dev’essere indubitabile: come la luce del giorno o l’aria che si respira, non certo per quella strana paresi animica che lo sciocco di oggi giustifica con la fantasima di una gran cosa che un tempo fu chiamata fede: miserabile alibi per poter credere a tutto con la letea comodità di pensare a niente.
Per chi ha provato un momento di verità il problema si pone come permanenza: essa il più delle volte ( quasi sempre, anzi sempre) non c’è proprio ed è un vero tormento. Come uno, che abituato alle più crudeli intemperie venisse portato nel conforto di una casa e immediatamente dopo venisse respinto fuori. Oppure a chi ormai morente di sete, ricevuto un mezzo dito d’acqua freschissima, fosse subito abbandonato a cuocere nel deserto.
Perlopiù l’esperienza spirituale viene e si ritira un attimo dopo, attendendo che l’elemento umano sia più che preparato e disposto a sopportarne la realtà infinita, per non parlare della rivoluzione radicale che porta in sé.
Ci si può rendere conto a fatica o con lucidissima disperazione di questo venir presi per attimi ed abbandonati per mesi o anni o anche per un tantino di più.
Ma dubitare per questa ragione dovrebbe essere insensato. Non si dubita dell’esistenza dell’aria se il vento forte soffia raramente, non si dubita della luce solare se viene il buio tra il crepuscolo e l’aurora.
Forse la difficoltà sorge a causa della “super normalità” dell’esperienza spirituale.
La “normalità”, debole e limitata riesce difficilmente a stabilire un contatto con l’esperienza spirituale, tanto più vasta ed intensa che può venir colta spesso a posteriori nella coscienza riflessa, nella sensazione, entrambe più scialbe, diluite: dopo l’attimo vero e indubitabile ciò che si può trattenere sembra, nel tempo, diafano come un sogno. La testa, nonostante la sua indiscutibile importanza, non riesce a contenere l’esperienza spirituale.
Le esperienze decisive non possono essere “provocate”. La permanenza (che le renderebbe normali su un piano superiore) non può farsi stabile finché il pensiero riflesso interpone riserve, pregiudizi: insistendo con questi per conseguire la certezza dello Spirito tutto ritorna confuso. Prova provata sino al codazzo delle infinite discussioni in cui si tenta di imbrigliare l’immateriale in stampini.
Sulla via del ragionamento, del dubbio, dell’inchiesta e di tutto il ciarpame dell’ignoranza (avidyā) si giunge alla verità certa e inconfutabile della…confusione mentale.
E il riferirsi allo Spirito scade sempre in penose chiacchiere da astemi avvinazzati.
Esiste nella capacità dell’uomo l’atto di più-che-pensiero che estingue il pensiero riflesso: questo è il grande segreto dato dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente: segreto manifesto che almeno alcuni fingono di cercare, ma con pensieri ulteriori: grandiosi, acuti…purché siano ulteriormente riflessi (a gloria del proprio soggetto usurpatore dell’uomo). E qui già siamo nella élite, giacché per tanti i citati sono testi in antico, incomprensibile aramaico.
La scomodità dell’esperienza spirituale sta tutta qui. Purtroppo per noi le esperienze spirituali non sono affatto simili alle costruzioni mentali o agli impulsi vitali. Non sono “ cose pensate” ma realtà sentite e vissute nella sostanza e nell’essenza di ciò che crea mondi e il principio umano.
Senza dubbio la coscienza pensante è sempre presente, può intervenire. Ha il modo di pensare intorno allo Spirito, può avere credenze, è aperta alle emozioni, ai riflessi mentali delle verità spirituali e può anche giungere ad una specie di realizzazione che può ricalcare, nel modo migliore consentito dalle sue possibilità, una qualche forma di verità e tutto ciò non è transitoriamente privo di valore ma non è concreto, né profondo, né sottratto al dubbio.
Per se stessa, la coscienza che pensa di riflesso è incapace di definitiva certezza.
Essa può dubitare di tutto ciò che crede, può negare tutto ciò che afferma, può gettar via tutto ciò che afferra (ma se il baloccarsi viene superato, strada facendo si viaggia più leggeri).
Potete sofisticheggiare che questa è la sua libertà, il suo nobile diritto, il suo privilegio: forse si esaurisce qui ciò che si può dire a sua lode. Ma con queste virtù non si speri di giungere a certezze definitive. E’ una ragione di sostanza quella per cui l’indagine sullo Spirito non è in grado di fare luce su Esso.
Se la coscienza è sempre impegnata con i suoi piccoli pensieri, con la grassa trippa delle conoscenze inutili (che si accompagnano sempre ad una folla di impulsi vitali, di desideri, di fideismi, di idee fisse e di tutto ciò che smorza e vizia il pensiero umano), anche senza tenere conto della innata insufficienza della ragione e del sapere ordinari, come mai può esserci posto in noi per un nuovo mondo di conoscenza, per esperienze mai vissute nella vita di qua o per le formidabili irruzioni dello Spirito?
E’ possibile invece che nel sereno svolgimento delle sue abituali, prosaiche attività, l’anima umana sia colta di sorpresa e come sommersa o rapita dalla folgorazione improvvisa dell’esperienza dello Spirito.
Ma se l’ordinaria coscienza si mette a interrogare, a dubitare, a fabbricare teorie e supposizioni su ciò che queste cose potrebbero essere, se sono vere e in quale misura oppure dove nascondono l’errore, cosa può fare la Potenza spirituale se non ritirarsi ed attendere che la coscienza finisca di agitarsi e fermentare?
A tutti coloro che dell’intellettualità astratta fanno criterio giudicante dell’esperienza spirituale (è una tentazione quasi generale), si potrebbe porre una semplice domanda: “Credete che lo Spirito sia più o meno della vostra coscienza così saccente?”
La coscienza astratta, con il suo pensiero astratto, con il suo argomentare senza fine, col suo dubbio perenne, con le sue certezze di un giorno, è qualcosa di a) superiore o di b) eguale alla coscienza spirituale oppure le è c) inferiore?
Se più grande non v’è alcuna ragione, alcuna ricerca da fare.
Se uguale, allora l’esperienza interiore è del tutto superflua.
Ma se è inferiore, come diventa possibile – e a che serve – sfidare, giudicare, citare lo Spirito come accusato o testimone davanti al proprio tribunale, convocarlo davanti a commissioni esaminatrici o schiacciarlo tra i vetrini nel proprio microscopio?
Se la coscienza comune non è la stessa cosa dello Spirito, allora non è nemmeno una fantasia arbitraria e tirannica insistere affinché la coscienza riconosca i propri limiti, se ne faccia una ragione, impari a rinunciare alle pretese e permetta gli atti interiori che sanno trarsi oltre al suo modesto livello.
Non intendo dire che la coscienza ordinaria non abbia nulla a che vedere con la vita spirituale, ma soltanto che non può esserne lo strumento principale e meno ancora l’autorità che subordina tutto al proprio giudizio, compreso lo Spirito. Chi ha sviluppato almeno una disposizione meditativa inizia a comprenderlo.
E’ la coscienza ordinaria che deve farsi radicalmente modesta, per ricevere in silenzio quanto una Coscienza più grande le insegna: subordinarsi nell’ascesa (ascesi) a stati che non operano secondo i canoni del mentale, permettendo che la sua penombra vacillante sia ridisegnata, forgiata da una Luce (forte, reale, più intensa di un masso di granito che ci crollasse addosso) che dissipa la cecità, la sordità, l’insensibilità che chiamiamo destità umana, pure talvolta filantropica, e che la certezza, la pienezza, la gioia (ânanda) sostituisca l’antecedente contenuto dell’anima, quello incerto, limitato, deluso e dubbioso.

Da molto tempo, parvemi che all’interno delle file “scaligeropolitane” regni una qual certa confusione circa la differenza tra l’esercizio del controllo del pensiero e la pratica della Concentrazione, e in generale tra i cosiddetti cinque esercizi “ausiliari”, che io preferisco chiamare “basilari”, o “fondamentali”, e la Via della Concentrazione.
Una tale confusione è in parte comprensibile, in quanto riguarda la differenza – per molti, anzi per i più, difficilmente intuibile e afferrabile – tra la semplice via “antroposofica” – che in realtà non è punto “semplice” – e la radicale Via del Pensiero. Per molti – per quasi tutti – la via antroposofica è inconsapevolmente una “via dei pensieri”, ovvero una “via dei pensati”, i quali vengono generalmente accolti più o meno passivamente, e a volte tradotti in attività razionale-intellettuale, o mistico-sentimentale: raramente in concreta, fattiva, attività interiore. È già molto difficile vivere la via antroposofica in maniera autentica, e non distorcerla, non deformarla, non profanarla, non tradirla: come purtroppo sta invece ampiamente accadendo. Come mette in evidenza Massimo Scaligero in tutta la sua opera, i più nei confronti dell’esoterismo e dei contenuti spirituali non riescono a superare i limiti dell’anima senziente e dell’anima razionale-affettiva. Molti hanno una stringente necessità del supporto di tali «pensati», senza i quali – com’è detto nel Trattato del Pensiero Vivente – il loro pensare «non saprebbe essere pensiero». Ma questa è, purtroppo, la generale condizione umana. Che si possa andare oltre tale condizione è un còmpito – una impresa veramente eroica – «realizzabile forse da pochissimi».
Pochissimi, infatti, riescono a intuire, o a sperimentare, l’essere del pensare prima, e oltre, e senza i pensieri, ossia senza quei «pensati» dei quali ordinariamente l’uomo ha cogente necessità per pensare. Conobbi una persona, razionalmente molto dotata, la quale di fronte a questa condizione radicale del «pensare vuoto di pensieri», e del fatto che in realtà, com’è detto ne La logica contro l’uomo, «l’Io non pensa, non sente, non vuole, ma s’identifica, o si disidentifica, col pensare, col sentire e col volere», provò, e confessò, un terrore tale da abbandonare per sempre la Scienza dello Spirito, e darsi alla lucrosa attività del “fare i soldi”. Un’altra persona, a sua volta, maggiormente dotata dal punto di vista razionale e ascetico, di fronte all’idea dell’esperienza dell’oggettività del pensare vivente su sé fondato, e non funzione soggettiva e atto di “potenza” del miserabile ego umano, ebbe egli pure tale paura da ribellarsi violentemente alla Scienza dello Spirito e da giungere persino a irridere pubblicamente la Concentrazione e la Via del Pensiero, pur da lui praticata per anni, per poi darsi alla ricerca di vie della facile forza, della rapida conquista della tanto disiata e bramata “potenza”, nonché darsi al vitalismo più edonistico e trasgressivo. Altri ancora, invece, meno onesti, per non confessare a se stessi, di fronte alla richiesta radicale della Via assoluta, quello che il Buddha Shakyamuni nel Bhayabherava-sutta, quarto Sutta della prima cinquantina del Majjhima Nikaya, chiama il “terrore-spavento”, scartano il problema buttandosi nei mistici languori delle morbide e consolanti “vie dell’anima”, oppure nell’inconcludente dialettismo intellettuale.
La via “antroposofica”, in quanto via dei pensieri, è una via “mediata”, la quale di per sé – se lealmente e onestamente percorsa – può portare veramente molto lontano: anche a incontrare la Via Assoluta, l’autentica Via del Pensiero. Infatti, essa, ancorché mediata, è un’autentica via spirituale e non una “via dell’anima”. Quest’ultima, invece, è ciò che dai “birbonipolitani” – i quali sarebbero, secondo la calzante e divertita espressione del mio ottimo amico C., gli abitanti di Birbonopoli, capitale della nefandissima “Birbonia” – surrettiziamente, col “trasbordo ideologico inavvertito”, si cerca di sostituire alla verace Via spirituale mediata o immediata, donata dal Maestro dei Nuovi Tempi e riposta al centro da Massimo Scaligero.
Che la Via del Pensiero, come Via Solare, o Via Assoluta, non coincida con la Via antroposofica, è dimostrato, tra l’altro da quel che più volte mi disse personalmente Massimo Scaligero, riferendosi per esempio, tanto per citare un caso fra altri, ad antichi asceti buddhisti, come Nagarjuna e al suo Shunyavada, o “dottrina del Vuoto”, della quale Massimo Scaligero parla ampiamente ne La Via della Volontà Solare, e in molti suoi articoli. Ma, in alcuni colloqui personali, egli mi rivelò pure che vi erano nel mondo alcune persone – autentici asceti operanti – le quali, da sole, «avevano scoperto il segreto del pensiero: l’essenza segreta della Via del Pensiero Vivente», e – con mio evidente e gioioso stupore – mi comunicò che tali persone nulla sapevano dell’Antroposofia né di Rudolf Steiner, del quale non conoscevano neppure il nome. E, in maniera significativa, aggiunse: «Noi che abbiamo scoperto il segreto della resurrezione del Pensiero Vivente siamo tutti collegati, e ogni notte noi ci incontriamo nel Mondo Spirituale». Mi prendo la totale responsabilità circa la veridicità di questa mia testimonianza rispetto a questa comunicazione che Massimo Scaligero mi fece. E forse non la fece solo a me.
È noto come Rudolf Steiner avrebbe voluto dare al mondo unicamente quelle opere riguardanti la pura e radicale Via del Pensiero: l’Introduzione alle opere scientifiche di Goethe (1883–1897), la Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo (1886), Verità e Scienza (1892), la Filosofia della Libertà (1894), Nietzsche, lottatore contro il suo tempo (1895) la Concezione goethiana del mondo (1897), I Mistici all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi (1901) gli Enigmi della Filosofia (1914). Egli considerava essere questo il suo precipuo còmpito: indicare la Via della liberazione del pensiero, donandola al mondo nella forma di un ascetico idealismo magico. Anche su questo punto, Massimo Scaligero con me fu assolutamente esplicito. Dopo aver cercato per un paio di decenni di indicare al mondo la Via solare del pensiero, di fronte alla totale irrispondenza e alla incomprensione del mondo scientifico e culturale di allora, si rivolse alle uniche persone che allora in Germania erano sinceramente interessate ad una ricerca spirituale: i teosofi. Questi, in generale, erano gran brava gente, ma perlopiù – tolte alcune eccezioni – erano persone semplici e ingenue, e non erano all’altezza di comprendere la Via ‘immediata’ che Rudolf Steiner indicava, troppo ‘abbagliante‘ per molti di loro. Fu perciò necessario che venisse da lui donata una Via più ‘mediata’, adatta alla comprensione e al linguaggio di coloro che, all’interno delle cerchie teosofiche, erano disposti con buona volontà ad ascoltarlo, e a praticare.
Tuttavia, egli non rinunciò, nella Prefazione di Teosofia, p. 12 dell’edizione italiana del 1994, nell’appendice del 1918 al libro Iniziazione, pp. 183 et seq. della edizione del 1952 dei Fratelli Bocca, e a metà del quinto capitolo della Scienza Occulta, pp. 225-226 della edizione di Laterza di Bari, del 1932, a indicare che la Via del Pensiero era una via ‘immediata’, distinta dalla via ‘mediata’ delle comunicazioni dell’Antroposofia circa il Mondo Spirituale:
«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in sè stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».
Ora va da sé che sia che si segua la Via ‘mediata’ – ovvero la Via antroposofica – sia che con maggior audacia si segua la Via ‘immediata’ – la Via Assoluta o Solare – è necessario il controllo del pensiero. E il pensiero non è controllato se i nostri pensieri sono – come avrebbero detto i Futuristi del primo Novecento – “pensieri e parole in libera uscita”: quello che Rudolf Steiner nei Quaderni Esoterici chiama «il fatuo accendersi dei pensieri». Va da sé, altresì, che il nostro pensiero non è controllato, né tampoco “libero”, se il suo oggetto e il suo svolgimento sono imposti e condizionati, dall’ora del giorno, dal nostro stato di salute, dall’educazione ricevuta, dall’eredità familiare ed etnica, dallo stato sociale, dalle esperienze attraversate, dai pregiudizi correnti, e via dicendo.
Rudolf Steiner indica brevemente ma chiaramente lo scopo dell’esercizio del controllo del pensiero. E che per Rudolf Steiner l’esercizio di tale controllo non coincida con l’effettiva pratica della Concentrazione risulta chiaramente da quanto egli dice nei suddetti Quaderni Esoterici, che riporto nella traduzione fatta fare da Romolo Benvenuti:
«Tutti gli esercizi di meditazione, di concentrazione e di altro tipo diventano infatti privi di valore e, da un certo punto di vista, addirittura dannosi, se la vita non viene impostata secondo queste regole preliminari. Non si tratta di fornire all’individuo nuove forze, bensì di sviluppare quelle che già esistono in lui. Da sole, esse non si sviluppano, perché trovano molti impedimenti, interiori e esteriori all’uomo stesso.
Gli impedimenti esteriori vengono rimossi per mezzo delle seguenti regole di vita; quelli interiori, per mezzo di particolari indicazioni riguardanti la meditazione e la concentrazione».
E, poche righe oltre, così descrive l’esercizio del controllo del pensiero:
«La prima condizione consiste nel conseguire un pensiero perfettamente chiaro. A tale scopo, sia pure per breve tempo, anche solo per cinque minuti ogni giorno, (e anche di più se possibile) ci si deve rendere liberi dal confuso vagare dei pensieri. Bisogna rendersi padroni del proprio mondo di pensiero. Non se ne è padroni se le condizioni esterne, la professione, una tradizione qualsiasi, le relazioni sociali, persino l’appartenenza a un certo popolo, particolari ore del giorno, determinati doveri, condizionano di fatto il corso e lo svolgimento del nostro pensare. Occorre dunque scegliere un breve lasso di tempo, durante la giornata, in cui poter svuotare completamente l’anima, per libera volontà, dal corso diuturno e consueto dei pensieri, e in cui porre al centro dell’anima, per propria libera iniziativa, un determinato pensiero.
Non bisogna credere che debba essere un pensiero elevato o interessante. Ciò che sul piano occulto deve essere raggiunto, si consegue persino meglio se, da principio, ci sforziamo di scegliere il pensiero meno interessante e meno significativo possibile. Con questo esercizio, infatti, viene stimolata la forza autonomamente attiva del pensare, ed è questo che importa; un pensiero interessante, al contrario, trascinerebbe con sé l’attenzione per sua intrinseca forza. È meglio dunque che questa condizione del controllo dei pensieri venga attuata scegliendo come oggetto del pensare uno spillo, piuttosto che Napoleone il Grande.
Si dice a se stessi: “Parto da questo pensiero e, in forza della mia autentica iniziativa interiore, aggiungo ad esso tutto quanto può esservi appropriatamente connesso”. Alla fine del tempo prefisso, il pensiero deve sostare innanzi all’anima ancora altrettanto colorito e vivace quanto al principio».
Nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, che amo citare nella traduzione di Emmelina de Renzis e di Emma Battaglini, recante la mirabile Prefazione del poeta Arturo Onofri, pubblicata in prima edizione nel 1924, e in seconda edizione nel 1932 da Giuseppe Laterza & Figli, Bari – la stessa edizione dalla quale, nella primavera del 1940, Massimo Scaligero lesse, come racconta egli stesso in Dallo Yoga alla Rosacroce, ‘aprendola a caso’, una pagina che per lui fu un’esperienza folgorante, decisiva per tutto il suo ulteriore cammino – così viene descritto il medesimo esercizio del controllo del pensiero, alle pp. 216-217:
«È necessario in tutti i campi che il pensiero dell’uomo sia conforme ai fatti, sia obiettivo. Nel mondo fisico-sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’Io umano all’obiettività. Se l’anima lasciasse errare qua e là i suoi pensieri senza scopo, verrebbe ben presto corretta dalla vita, a meno di volersi mettere in conflitto con questa. L’anima deve conformare i suoi pensieri alla realtà dell’esistenza. Ma quando l’uomo distoglie l’attenzione dal mondo fisico sensibile, gli viene a mancare il necessario correttivo, e se allora il suo pensiero non è al caso di correggere se stesso, si abbandonerà alla confusione. Il pensiero perciò dello studioso di occultismo deve esercitarsi in modo da prefiggersi la propria direzione e il proprio scopo. La saldezza interiore e la capacità di concentrarsi esclusivamente sopra un oggetto: ecco le qualità che il pensiero deve tendere ad acquistare. Difatti, per gli esercizi della «meditazione» non si devono cercare soggetti lontani o complicati, ma facili e familiari. Chi riesce a fissare il suo pensiero durante varii mesi, almeno per cinque minuti al giorno sopra un oggetto qualsiasi (per esempio, una spilla, una matita, ecc.), e ad escludere durante quel tempo ogni altra idea, che non si riferisca a quell’oggetto, avrà già fatto molto per raggiungere il suo scopo (si può pensare tutti i giorni a un nuovo oggetto, o pure conservare il medesimo per varii giorni). Anche colui che sente di essere un «pensatore» non deve disprezzare questo modo di rendersi «maturo» per l’educazione occulta; perché, se l’uomo fissa il pensiero per qualche tempo sopra un oggetto familiare, può essere sicuro di pensare obiettivamente. Chi chiede a se stesso: Come è costituita una matita? Come viene preparato il materiale che costituisce la matita? Come vengono connesse le diverse sue parti? Quando è stata inventata la matita? – E così di seguito; chi pensa a quel modo armonizza le proprie idee molto più con la realtà, di colui che riflette sopra la discendenza dell’uomo, o su ciò che è la vita. Gli esercizi semplici del pensiero ci preparano molto meglio a orientarci nelle evoluzioni, di Saturno, del Sole e della Luna, che non le idee complicate e erudite, perché non si tratta affatto di pensare questa o quella cosa, ma di pensare obiettivamente per virtù di forza interiore. Se l’uomo si è educato all’accuratezza del pensiero con lo studio di un processo fisico-sensibile facile ad osservare, il suo pensiero si abitua a essere obiettivo, anche quando non si sente più dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi; egli perde l’abitudine di lasciare errare il suo pensiero».
Un tale esercizio, consistente nel portare un ordine cosciente nel proprio pensare, esige un certo impiego della volontà nell’essere attenti e vigili. È una condizione essenziale perché come afferma il Buddha Shakyamuni nei primi versi dell’Appamadavagga del Dhammapada:
«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno».
Mentre nel Jaravagga del Dhammapada, così avverte e ammonisce il Sublime:
«Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti, come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato».
È evidente che senza una tale attenzione, un tale volitivo controllo dei pensieri, nel sentiero spirituale non si va proprio da nessuna parte. Ma la Concentrazione, come trasmessaci da Massimo Scaligero, pur presupponendo, naturalmente, il suddetto volitivo controllo del pensiero, è una Via più radicale, così come lo è nell’esempio più sopra riportato dalla Scienza Occulta, la Via ‘immediata’ del pensiero puro della sua Filosofia della Libertà rispetto alla Via ‘mediata’ del pensiero libero dai sensi che ripercorre le comunicazioni della Scienza dello Spirito. Lo scopo dell’esercitarsi nel controllo del pensiero è quello di portare ordine nello svolgimento del processo pensante, di pensare in maniera oggettiva e impersonale, senza subire qualsivoglia condizionamento: esteriore o interiore, fisico o psichico. Scopo e mèta della Concentrazione, invece, è quello di sperimentare l’essere originario del pensare.
Solo apparentemente l’esercizio del controllo del pensiero e la Concentrazione sono simili nella loro fase iniziale. Naturalmente, ambedue devono fare appello all’attenzione volitiva. Mentre il controllo del pensiero è vòlto, come detto più sopra, a portare ‘ordine’ nello svolgimento dei pensieri, nella loro logica concatenazione, all’attenersi al tema scelto, all’evitare il divagare, e in tal senso l’esercizio ha una profonda, e necessaria, azione educatrice, e persino terapeutica, la Concentrazione ha un solo obbiettivo: la messa in atto della più energica volontà nel veicolo del pensare. È la forza-pensiero che deve essere sperimentata e non l’oggetto o il tema del pensare, che è mero pretesto per la messa in atto della volontà pensante. Anzi nelle fasi avanzate della Concentrazione, l’oggetto del pensiero perde sempre di più la sua importanza, sino al punto in cui unico oggetto del pensiero è il pensare stesso: tutt’uno con il fluire sempre più impersonale del volere pensante. È un andare ben al di là della funzione propedeutica ed educativa dell’apparentemente semplice esercizio del controllo del pensiero.
Parvemi che alcuni amici confondano, comprensibilmente, il primo tempo della Concentrazione con l’esercizio del controllo del pensiero, e ritengono che la Concentrazione vera e propria si identifichi con il secondo tempo della Concentrazione. Ma è un errore: controllo del pensiero e primo tempo della Concentrazione sono solo apparentemente simili. Nella Concentrazione – indipendentemente dal fatto che si tratti del primo o del secondo tempo di essa – l’essenziale è l’attenzione assoluta e la forza di volontà in essa impiegata. Se l’impegno dell’asceta nel primo tempo della Concentrazione è energico, totale, senza risparmio, tale primo tempo è già la Concentrazione nella sua completezza e come tale può portare all’esperienza della forza-pensiero. A tale proposito, Massimo Scaligero è estremamente chiaro, al punto di scrivere, nel quarto capitolo Logica e tecnica della Concentrazione, nella seconda parte de La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, p. 243:
«Giova sottolineare che il I tempo dell’esercizio è già una forma compiuta di concentrazione, tipicamente sufficiente a sé, ai fini dell’ascesi del pensiero e della introduzione all’esperienza del «vuoto» (ossia dell’annientamento consapevole e perciò volitivo della attività così conseguita, per l’affiorare di forze originarie della coscienza). In tal senso esso dà luogo in altro ma non dissimile modo, al superamento del residuo formale del tema, che si richiede specificamente nel II tempo.
Il primo tempo può condurre di per sé allo svincolamento del pensiero, ove sia praticato con regolarità e continuità, in quanto la sua intensità giunge ad obbiettivare il contenuto interiore del tema. Lungo la stessa direzione, il secondo tempo consiste nell’avere come oggetto il contenuto enucleato del primo. Nell’uno e nell’altro, il senso del tema viene condotto ad esaurimento, perché al suo luogo affiori la forza-pensiero suscitata.
La distinzione dei due tempi è utile ai fini della coscienza gnoseologica dell’esercizio, epperò in relazione all’esigenza di ritornare talora a insistere sull’analitica preliminare del primo tempo, oppure a sospenderla temporaneamente.
Si può dire che il II tempo sia la compiutezza del I e che il I, ove consegua la propria interezza, contiene in sé il II. In definitiva l’esercizio è uno. La sua compiutezza può portare lo sperimentatore alle soglie del pensiero vivente, ossia alla possibilità di contemplare l’attività suscitata dalle profondità dell’anima cosciente, nei due tempi: che non è più un pensare, o un contemplare pensante, bensì l’inizio di un percepire interiore».
Indubbiamente, la pratica della Concentrazione è un’ascesi dura – “aspra e forte”, un “cammino alto e silvestro” direbbe il mio amato Dante – e il praticante è fortemente tentato di “prendersela comoda”, di “addolcirne” l’asprezza, di diminuirne la faticosità. Per cui accade che taluni cerchino di fare rapidamente, e approssimativamente, il primo tempo della Concentrazione, per passare poi al secondo tempo, ritenuto più interessante e soprattutto più “riposante”: è una illusione ed un errore che rendono inutile l’intero esercizio. Perché se l’esercizio deve essere l’esperienza della forza-pensiero, la volontà nel pensare deve essere impegnata tutta, messa in giuoco tutta, senza residui. Non bisogna farsi sconti a tale proposito. Attenzione e volontà impegnate a fondo – sino all’ultimo ‘atomo’ di forza – nel primo tempo dell’esercizio.
A tale proposito, voglio riportare quel che disse Massimo Scaligero sull’esecuzione della Concentrazione ad una persona della mia città:
«Devi eseguire l’esercizio con attenzione assoluta, come un alpinista che deve scalare una verticale parete dolomitica. Come per l’alpinista ogni movimento delle mani e dei piedi deve essere ben cosciente, e non automatico, così come l’alpinista prova la saldezza di ogni appoggio prima di un movimento di ascesa, così tu devi essere illimitatamente attento ad ogni singolo pensiero: volere coscientemente ogni singolo pensiero della concentrazione. Se l’alpinista mettesse un piede in fallo, precipiterebbe e si sfracellerebbe sulle rocce alla base della parete: per questo egli è illimitatamente attento ad ogni singolo movimento ed esegue i suoi movimenti uno per volta. Così devi operare con ogni singolo pensiero della tua Concentrazione: come se sbagliando un pensiero, tu dovessi precipitare e sfracellarti».
Quindi volitiva attenzione assoluta ad ogni singolo pensiero: eseguendo i singoli pensieri uno per volta. Nella rieducazione visiva di bambini con particolari problemi si fa loro praticare un esercizio nel quale essi devono trapuntare con un ago o uno spillo una figura filiforme disegnata su un foglio bianco: devono eseguire tale esercizio lentamente, senza furia, e con attenzione assoluta. È evidente che il bambino che si esercita così non può traforare la figura disegnata sulla carta in più punti contemporaneamente: può traforare solo in un punto alla volta. Ugualmente nella Concentrazione ogni singolo pensiero del primo tempo di essa deve essere attentamente voluto: deve essere pensato ogni singolo pensiero con attenzione assoluta, come se il pensiero precedente non fosse mai esistito e come se il successivo non esisterà mai. Non si devono pensare due o tre o venticinque pensieri alla volta, come avviene nell’ordinario caos del pensare quotidiano. Ogni singolo pensiero dell’esercizio deve essere intensamente voluto nella sua unicità: impegnando in esso tutta intera la volontà.
Se questo primo tempo della Concentrazione viene eseguito con attenzione assoluta, con totale dedizione volitiva e risoluta energia – “da teppista”, mi scrisse Massimo Scaligero – allora, poi, il secondo tempo è fruttuoso e fecondo: in esso si può raggiungere gradualmente l’immobilità della contemplazione dell’oggetto-sintesi, sino alla contemplazione della forza-pensiero “vuota” di pensieri. Ma non ci si arriva a tale alto risultato se, per pigra comodità, ci si è “risparmiati” nel primo tempo dell’esercizio. Non ci sono scorciatoie, e gli Dèi non rispondono ai pavidi e ai pigri. Ma la perseveranza e la fedeltà prima o poi vengono sicuramente premiate. Vi sono persone che hanno sperimentato la liberazione del pensare dal supporto fisico e la travolgenza del Pensiero Vivente praticando con tenacia e disperazione il primo tempo della Concentrazione.
Fatica notevole, davvero: come vangare o zappare un campo da dissodare. O come dice Rudolf Steiner, riportato da quell’elementaccio di Franco Giovi: “lavoro di edilizia pesante”. Qualcosa di più e di molto diverso dal semplice controllo del pensiero.
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Come sempre di quanto segue ne abbiamo già parlato. Credo che se ne possa parlare ancora, poiché chi tenta di seguire la Via occulta dovrebbe affinare una qualità di discernimento più alta ed incisiva del comune. L’anima che possiede una coscienza lucida è come un falò in una notte buia dove tutto d’intorno è un coacervo di cose o esseri celati: tutti vorrebbero trovar spazio nell’uomo. Per fare un esempio concreto, in particolare nel nostro Paese, può essere oltremodo difficile il saper separare i sentimenti religiosi da una sorta di subconscio cattolico: esso è un ente reale. E’ suadente: vuole.
A tal proposito non parlo di coloro che sono stati cattolici e antroposofi consapevoli. Un tempo ce ne furono. Di costoro conobbi uno che faceva la spola tra Marie Steiner e Padre Pio: il karma non è mai semplice e probabilmente costui seguiva correttamente il dharma, la propria interiore legge. Di questo signore, scomparso da anni, posso raccontare un aneddoto: egli ad un certo momento e dopo lunghe meditazioni, aveva messo insieme una forma rituale e, prima di farne, con i suoi amici un uso pratico, mise accuratamente tutto su carta. Prima portò il documento all’attenzione di Marie Steiner. Avuto da lei l’assenso andò a incontrare Padre Pio. Lì, nella chiesa attese che il sacerdote passasse. Voleva parlargli, spiegare. E il Santo passò veloce, toccò la borsa che conteneva la descrizione del rito, alzò gli occhi sul nostro e, quasi senza fermarsi gli disse: “Figliolo, va bene”.
Il male è piuttosto quando, inconsapevolmente si agisce (ad esempio) per la Chiesa di Roma supponendo che la molla dell’azione provenga dalla Filosofia della Libertà. Del resto, immergersi nella mistica “assistita” è mille volte più facile che osare il cammino della libertà: questo, già in se difficilissimo, è incompreso, perciò odiato, persino negli ambiti dove si coltiva la spiritualità che vorrebbe essere di contenuto esoterico.
Troppo spesso ciò che passa per spiritualismo è solo un complicato reticolo di osservanze, regole, condizionamenti, pregiudizi culturali, educazione famigliare e sociale: si crede di fare qualcosa mentre l’anima è sepolta (schiacciata) sotto il peso abnorme di latenze psichiche e di pregiudizi non avvertiti. L’antica inimicizia tra la via della chiesa e la via occulta, per quanto ho potuto sperimentare in ambedue, mi pare giustificata.
Si cerchi di non dimenticare che il senso della parola “puro” è parecchio distante da quegli strati geologici che si sono sedimentati nelle anime come frutto del comune sentire e che, nella pratica, diventa carattere di azioni obbligate, come fossimo schiavi in catena. La purezza di S. M. Goretti e la purità del Mago sono cose assai diverse.
Premetto che in tutto ciò non vi è alcuna antipatia o avversione nei confronti della vita comune, sociale o religiosa: che andrebbe compresa e rispettata quando chi la segue non possiede altra via d’uscita (anche se per “noi”è più facile rispettare “loro” che il contrario). Queste sono semplici osservazione che, per analogia, ci portano solo a distinguere le banane dall’uva.
Se ci riportiamo al senso proprio del termine “puro”, troviamo innanzitutto il concetto fondamentale di “ciò in cui non è presente alcun elemento estraneo” o “che non è mescolato con altra cosa” e poi, per estensione, quello di “vero”, “semplice”, ecc…
Si potrà dunque dire che nella pienezza del termine, l’attributo “puro” è applicabile solo a Principi sussistenti per virtù propria, mentre ogni cosa (o essere) manifestato è interdipendente o composto di svariati elementi e determinazioni non proprie. Da ciò risulta che la purità trova esistenza solo in ambito metafisico.
Perciò, nella prassi, una via di purificazione – intesa nel senso più profondo – non può non tendere ad una identificazione con un puro Principio. E questo, guarda caso, è il fine di una via iniziatica.
Cito alcuni passaggi di Chuang-Tse, in sostanza eternamente validi:
“Nel corpo di un uomo, egli non è più un uomo…Infinitamente piccolo è ciò per cui è ancora un uomo, infinitamente grande è ciò per cui è uno con il Cielo”
“L’essere che ha ridotto il suo io distinto a quasi nulla non entra più in conflitto con chicchessia, perché è stabilito nell’Infinito, cancellato nell’indefinito. Esso è pervenuto e si è stabilito nel punto di partenza delle trasmutazioni, punto neutro in cui non vi sono conflitti. Concentrando la sua natura, alimentando il suo spirito vitale, chiamando a raccolta tutte le sue potenze, esso si è unito al Principio di tutte le genesi”.
Questo potrebbe far intendere quale possa essere il senso della “purificazione” preliminare e necessaria per comprendere e ricevere le forze atte a procedere nelle fasi iniziali ed intermedie del processo iniziatico.
Essenzialmente si tratta di condurre l’essere che si è verso una condizione di semplicità indifferenziata (analogo allo stato di materia prima della saggezza ermetica) che sospenda o cancelli in momenti via via più ampi e radicali le sovrastrutture provenienti dalle contro-forze dell’apparenza sensibile e della sua impressione psichica.
Senza questa condizione gli ostacoli al Fiat Lux dell’esperienza interiore sono barriere permanenti.
Contrariamente a quanto il sentire comune è portato a credere, la fase di preliminare purificazione non consiste in alcun rafforzamento delle qualità come ordinariamente vengono riconosciute, nell’arricchimento delle “capacità mentali” o dei propri assunti morali, ma in un relativo e realissimo processo di inversione e cancellazione delle determinazioni personali. E qui troviamo subito una contraddizione, poiché il soggetto che si adopera per questo scopo deve sviluppare una grande forza che gli permetta i momenti di una spoliazione di sé.
Scrive il Dottore, nella sua superbamente incompresa Verità e Scienza: “...al principio della teoria della conoscenza si deve escludere ciò che già rientra nel campo del conoscere; se la teoria della conoscenza vuole veramente illuminare l’intero campo del conoscere, deve prendere per punto di partenza qualcosa che da questa attività non sia stato affatto toccato, donde anzi questa attività stessa riceva il primo impulso. Ciò da cui si deve cominciare sta fuori del conoscere…”. Sì, non è condizione raggiungibile con l’ebetismo: l’Opera al Nero chiede una forza sconvolgente.
Da un punto di vista strettamente personale si potrebbe parlare più di perdite che di guadagni: ma questo dovrebbe in fondo apparire, seppure difficile, “normale” in chi si senta spinto a liberarsi dalle aspre limitazioni inerenti l’angusta condizione personale per realizzare la natura dell’Uomo Vero.
Dunque l’Opera Iniziatica implica una sequenza di sacrifici: essi non rimangono “vuoti” ma ad ogni atto in cui si consegua una morte interiore corrisponde la nascita di una forza che era sconosciuta e che modifica anima e corpo. Non a caso nella terminologia coniata dal Dottore, il concetto di “pensiero puro” indica una condizione in cui il pensare si sia liberato dalle rappresentazioni del sensibile ed in cui si riveli solo potenza e atto di se stesso. Questo ci riporta alla necessità di volgersi ad un Principio sussistente per se stesso.
La purificazione, nella struttura dell’uomo contemporaneo, si rivolge sostanzialmente al denudamento e all’inversione delle forze del pensare, del sentire, del volere, del ricordare e del giudicare (i livelli di lavaggio dei metalli dalle impurità). In sede di operazioni pratiche ci si può indirizzare verso i cinque “ausiliari” dati da Rudolf Steiner. Essi hanno una portata assai più vasta di quanto il giudizio superficiale possa ritenere. Forse vale la pena ricordare che, di solito, il loro apprendimento è tragicamente sminuito dal pensiero riflesso o profano con il quale – in un primo momento o per tutta la vita – gli si considera come compresi.
In tempi più antichi si mediava ritualizzando attraverso gli “elementi” che sono i più ‘semplici’, validi non soltanto per gli uomini ma anche per gli oggetti, luoghi ed edifici.
Vicino alla nostra cultura abbiamo l’esempio dell’acqua: nel Battesimo come nella benedizione di luoghi e nelle abluzioni. A nord i corpi venivano bruciati sulle pire, nel fuoco.
Cose che nulla hanno avuto a vedere con prescrizioni igieniche o di pulizia corporea secondo la sciocca concezione moderna che sembra compiaciuta nello scegliere sempre l’interpretazione più ottusa e grossolana. Come altrettanto avviene con le pretese spiegazioni “psicologiche” che alla base non sono migliori.
Vale a dire che l’azione effettiva dei riti non è ‘credenza’ né teorizzazione ma fatto attivo e positivo.
Rivolgendosi al moderno Occidentale è importante insistere che, per cominciare un lavoro iniziatico è indispensabile uscire dai giri viziosi delle elaborazioni mentali e dagli astrattismi deduttivi per rivolgersi con i mezzi appropriati allo scopo ovvero alla pratica costante e ben diretta dello sforzo interiore e dell’interiorizzata vita rituale. Ciò senza accennare ai tanti rattenimenti, crisi e soluzioni che l’anima attraversa: prima e durante.
E’ una strada determinata e sostenuta dall’Io che estrae da una oscurità tombale il volere, da cui divampa l’igneo splendore dell’elemento solare: essa è dunque una via magica e pura.

L’incontro tra Medico e paziente è, nel microcosmo umano, la traccia dell’ Incontro Archetipico Macrocosmico.
La relazione tra i due, a maggior ragione se su un percorso di realizzazione interiore, può divenire il teatro del disvelamento delle Forze che ciascuno porta, più o meno consapevolmente, in sé.
Attraverso la Luce della comprensione delle dinamiche disarmoniche, osservate su entrambi i fronti, ereditario ed individuale, con il sostegno del Calore animico della compassione per la sofferenza del malato e di quello spirituale del Pensiero diretto all’aiuto concreto, per tramite della Parola rivelatrice della realtà della malattia e utilizzando i giusti Rimedi, questo incontro può portare alla guarigione, su piani diversi.
Fondamentale, in questo raccordo di intenti, è la volontà del paziente di oltrepassare e superare i limiti che hanno portato alla malattia, che sono sempre limiti interiori i quali chiedono di essere superati, sempre più consapevolmente e a seconda delle forze di ciascuno.
In questo processo, il Medico è un catalizzatore che non travalica la libertà del malato, anche quella di non guarire, ma può permettergli, attraverso le Forze che suscita in sé, di oltrepassare il guado e trasformare una debolezza in una forza.
Questo rapporto si instaura su entrambi i fronti, Medico e paziente crescono nel prendersi cura l’uno dell’altro; sì, perché il paziente si prende cura del Medico, attraverso la gratitudine nei confronti del suo impegno e anche perché la sua storia, può essere vista come uno spunto ulteriore per una comprensione, sempre più profonda, delle dinamiche di salute e malattia.
Ciò che conta è, impersonalmente, il disvelarsi della Meraviglia per il creato, in ogni più piccolo andito, di cui la storia del paziente è un frammento che dice il Tutto, senza il quale quelle comprensioni non sarebbero state possibili.
E questo modo di guardare alla malattia, come fonte di benedizione e comprensione, è parte del processo di guarigione che nell’ Arte Medica si può inverare.
Il Medico, come pedagogo e artista, che dipinge sulla tela del destino del paziente, i colori dell’incontro tra due individualità in divenire.