CONTROLLO DEL PENSIERO E CONCENTRAZIONE

Massimo - Copia (2)

Da molto tempo, parvemi che all’interno delle file “scaligeropolitane” regni una qual certa confusione circa la differenza tra l’esercizio del controllo del pensiero e la pratica della Concentrazione, e in generale tra i cosiddetti cinque esercizi “ausiliari”, che io preferisco chiamare “basilari”, o “fondamentali”, e la Via della Concentrazione.

Una tale confusione è in parte comprensibile, in quanto riguarda la differenza – per molti, anzi per i più, difficilmente intuibile e afferrabile – tra la semplice via “antroposofica” – che in realtà non è punto “semplice” – e la radicale Via del Pensiero. Per molti – per quasi tutti – la via antroposofica è inconsapevolmente una “via dei pensieri”, ovvero una “via dei pensati”, i quali vengono generalmente accolti più o meno passivamente, e a volte tradotti in attività razionale-intellettuale, o mistico-sentimentale: raramente in concreta, fattiva, attività interiore. È già molto difficile vivere la via antroposofica in maniera autentica, e non distorcerla, non deformarla, non profanarla, non tradirla: come purtroppo sta invece ampiamente accadendo. Come mette in evidenza Massimo Scaligero in tutta la sua opera, i più nei confronti dell’esoterismo e dei contenuti spirituali non riescono a superare i limiti dell’anima senziente e dell’anima razionale-affettiva. Molti hanno una stringente necessità del supporto di tali «pensati», senza i quali – com’è detto nel Trattato del Pensiero Vivente – il loro pensare «non saprebbe essere pensiero». Ma questa è, purtroppo, la generale condizione umana. Che si possa andare oltre tale condizione è un còmpito – una impresa veramente eroica – «realizzabile forse da pochissimi».

Pochissimi, infatti, riescono a intuire, o a sperimentare, l’essere del pensare prima, e oltre, e senza i pensieri, ossia senza quei «pensati» dei quali ordinariamente l’uomo ha cogente necessità per pensare. Conobbi una persona, razionalmente molto dotata, la quale di fronte a questa condizione radicale del «pensare vuoto di pensieri», e del fatto che in realtà, com’è detto ne La logica contro l’uomo, «l’Io non pensa, non sente, non vuole, ma s’identifica, o si disidentifica, col pensare, col sentire e col volere», provò, e confessò, un terrore tale da abbandonare per sempre la Scienza dello Spirito, e darsi alla lucrosa attività del “fare i soldi”. Un’altra persona, a sua volta, maggiormente dotata dal punto di vista razionale e ascetico, di fronte all’idea dell’esperienza dell’oggettività del pensare vivente su sé fondato, e non funzione soggettiva e atto di “potenza” del miserabile ego umano, ebbe egli pure tale paura da ribellarsi violentemente alla Scienza dello Spirito e da giungere persino a irridere pubblicamente la Concentrazione e la Via del Pensiero, pur da lui praticata per anni, per poi darsi alla ricerca di vie della facile forza, della rapida conquista della tanto disiata e bramata “potenza”, nonché darsi al vitalismo più edonistico e trasgressivo. Altri ancora, invece, meno onesti, per non confessare a se stessi, di fronte alla richiesta radicale della Via assoluta, quello che il Buddha Shakyamuni nel Bhayabherava-sutta, quarto Sutta della prima cinquantina del Majjhima Nikaya, chiama il “terrore-spavento”, scartano il problema buttandosi nei mistici languori delle morbide e consolanti “vie dell’anima”, oppure nell’inconcludente dialettismo intellettuale.

La via “antroposofica”, in quanto via dei pensieri, è una via “mediata”, la quale di per sé – se lealmente e onestamente percorsa – può portare veramente molto lontano: anche a incontrare la Via Assoluta, l’autentica Via del Pensiero. Infatti, essa, ancorché mediata, è un’autentica via spirituale e non una “via dell’anima”. Quest’ultima, invece, è ciò che dai “birbonipolitani” – i quali sarebbero, secondo la calzante e divertita espressione del mio ottimo amico C., gli abitanti di Birbonopoli, capitale della nefandissima “Birbonia” – surrettiziamente, col “trasbordo ideologico inavvertito”, si cerca di sostituire alla verace Via spirituale mediata o immediata, donata dal Maestro dei Nuovi Tempi e riposta al centro da Massimo Scaligero.

Che la Via del Pensiero, come Via Solare, o Via Assoluta, non coincida con la Via antroposofica, è dimostrato, tra l’altro da quel che più volte mi disse personalmente Massimo Scaligero, riferendosi per esempio, tanto per citare un caso fra altri, ad antichi asceti buddhisti, come Nagarjuna e al suo Shunyavada, o “dottrina del Vuoto”, della quale Massimo Scaligero parla ampiamente ne La Via della Volontà Solare, e in molti suoi articoli. Ma, in alcuni colloqui personali, egli mi rivelò pure che vi erano nel mondo alcune persone – autentici asceti operanti – le quali, da sole, «avevano scoperto il segreto del pensiero: l’essenza segreta della Via del Pensiero Vivente», e – con mio evidente e gioioso stupore – mi comunicò che tali persone nulla sapevano dell’Antroposofia né di Rudolf Steiner, del quale non conoscevano neppure il nome. E, in maniera significativa, aggiunse: «Noi che abbiamo scoperto il segreto della resurrezione del Pensiero Vivente siamo tutti collegati, e ogni notte noi ci incontriamo nel Mondo Spirituale». Mi prendo la totale responsabilità circa la veridicità di questa mia testimonianza rispetto a questa comunicazione che Massimo Scaligero mi fece. E forse non la fece solo a me.

È noto come Rudolf Steiner avrebbe voluto dare al mondo unicamente quelle opere riguardanti la pura e radicale Via del Pensiero: l’Introduzione alle opere scientifiche di Goethe (1883–1897), la Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo (1886), Verità e Scienza (1892), la Filosofia della Libertà (1894), Nietzsche, lottatore contro il suo tempo (1895) la Concezione goethiana del mondo (1897), I Mistici all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi (1901) gli Enigmi della Filosofia (1914). Egli considerava essere questo il suo precipuo còmpito: indicare la Via della liberazione del pensiero, donandola al mondo nella forma di un ascetico idealismo magico. Anche su questo punto, Massimo Scaligero con me fu assolutamente esplicito. Dopo aver cercato per un paio di decenni di indicare al mondo la Via solare del pensiero, di fronte alla totale irrispondenza e alla incomprensione del mondo scientifico e culturale di allora, si rivolse alle uniche persone che allora in Germania erano sinceramente interessate ad una ricerca spirituale: i teosofi. Questi, in generale, erano gran brava gente, ma perlopiù – tolte alcune eccezioni – erano persone semplici e ingenue, e non erano all’altezza di comprendere la Via ‘immediata’ che Rudolf Steiner indicava, troppo ‘abbagliante‘ per molti di loro. Fu perciò necessario che venisse da lui donata una Via più ‘mediata’, adatta alla comprensione e al linguaggio di coloro che, all’interno delle cerchie teosofiche, erano disposti con buona volontà ad ascoltarlo, e a praticare.

Tuttavia, egli non rinunciò, nella Prefazione di Teosofia, p. 12 dell’edizione italiana del 1994, nell’appendice del 1918 al libro Iniziazione, pp. 183 et seq. della edizione del 1952 dei Fratelli Bocca, e a metà del quinto capitolo della Scienza Occulta, pp. 225-226 della edizione di Laterza di Bari,  del 1932, a indicare che la Via del Pensiero era una via ‘immediata’, distinta dalla via ‘mediata’ delle comunicazioni dell’Antroposofia circa il Mondo Spirituale:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in sè stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Ora va da sé che sia che si segua la Via ‘mediata’ – ovvero la Via antroposofica – sia che con maggior audacia si segua la Via ‘immediata’ – la Via Assoluta o Solare – è necessario il controllo del pensiero. E il pensiero non è controllato se i nostri pensieri sono – come avrebbero detto i Futuristi del primo Novecento – “pensieri e parole in libera uscita”: quello che Rudolf Steiner nei Quaderni Esoterici chiama «il fatuo accendersi dei pensieri». Va da sé, altresì, che il nostro pensiero non è controllato, né tampoco “libero”, se il suo oggetto e il suo svolgimento sono imposti e condizionati, dall’ora del giorno, dal nostro stato di salute, dall’educazione ricevuta, dall’eredità familiare ed etnica, dallo stato sociale, dalle esperienze attraversate, dai pregiudizi correnti, e via dicendo.

Rudolf Steiner indica brevemente ma chiaramente lo scopo dell’esercizio del controllo del pensiero. E che per Rudolf Steiner l’esercizio di tale controllo non coincida con l’effettiva pratica della Concentrazione risulta chiaramente da quanto egli dice nei suddetti Quaderni Esoterici, che riporto nella traduzione fatta fare da Romolo Benvenuti:

«Tutti gli esercizi di meditazione, di concentrazione e di altro tipo diventano infatti privi di valore e, da un certo punto di vista, addirittura dannosi, se la vita non viene impostata secondo queste regole preliminari. Non si tratta di fornire all’individuo nuove forze, bensì di svilup­pare quelle che già esistono in lui. Da sole, esse non si sviluppano, perché trovano molti impedimenti, interiori e esteriori all’uomo stesso.

Gli impedimenti esteriori vengono rimossi per mezzo delle seguenti regole di vita; quelli interiori, per mezzo di particolari indicazioni riguardanti la meditazione e la concentrazione». 

E, poche righe oltre, così descrive l’esercizio del controllo del pensiero:

«La prima condizione consiste nel conseguire un pensiero perfettamente chiaro. A tale scopo, sia pure per breve tempo, anche solo per cinque minuti ogni giorno, (e anche di più se possibile) ci si deve rendere liberi dal confuso vagare dei pensieri. Bisogna rendersi padroni del proprio mondo di pensiero. Non se ne è padroni se le condizio­ni esterne, la professione, una tradizione qualsiasi, le relazioni sociali, persino l’appartenenza a un cer­to popolo, particolari ore del giorno, determinati doveri, condizionano di fatto il corso e lo svolgimento del nostro pensare. Occorre dunque scegliere un breve lasso di tempo, durante la giornata, in cui poter svuotare completamente l’anima, per libera volontà, dal corso diuturno e consue­to dei pensieri, e in cui porre al centro dell’anima, per propria libera iniziativa, un determinato pensiero.

Non bisogna credere che debba essere un pensiero elevato o interessante. Ciò che sul piano occulto deve essere raggiunto, si consegue persino meglio se, da principio, ci sforziamo di scegliere il pensiero meno interessante e meno significativo possibile. Con questo esercizio, infatti, viene stimolata la forza autonomamente attiva del pensare, ed è questo che importa; un pensiero interessante, al contrario, trascinerebbe con sé l’atten­zione per sua intrinseca forza. È meglio dunque che questa condizione del controllo dei pensieri venga attuata scegliendo come oggetto del pensare uno spillo, piuttosto che Napoleone il Grande.

Si dice a se stessi: “Parto da questo pensiero e, in forza della mia autentica iniziativa interiore, aggiungo ad esso tutto quanto può esservi appropriatamente connesso”. Alla fine del tempo prefisso, il pensiero deve sostare innanzi all’anima ancora altrettanto colorito e vivace quanto al principio». 

Nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, che amo citare nella traduzione di Emmelina de Renzis e di Emma Battaglini, recante la mirabile Prefazione del poeta Arturo Onofri, pubblicata in prima edizione nel 1924, e in seconda edizione nel 1932 da Giuseppe Laterza & Figli, Bari – la stessa edizione dalla quale, nella primavera del 1940, Massimo Scaligero lesse, come racconta egli stesso in Dallo Yoga alla Rosacroce, ‘aprendola a caso’, una pagina che per lui fu un’esperienza folgorante, decisiva per tutto il suo ulteriore cammino – così viene descritto il medesimo esercizio del controllo del pensiero, alle pp. 216-217:

«È necessario in tutti i campi che il pensiero dell’uomo sia conforme ai fatti, sia obiettivo. Nel mondo fisico-sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’Io umano all’obiettività. Se l’anima lasciasse errare qua e là i suoi pensieri senza scopo, verrebbe ben presto corretta dalla vita, a meno di volersi mettere in conflitto con questa. L’anima deve conformare i suoi pensieri alla realtà dell’esistenza. Ma quando l’uomo distoglie l’attenzione dal mondo fisico sensibile, gli viene a mancare il necessario correttivo, e se allora il suo pensiero non è al caso di correggere se stesso, si abbandonerà alla confusione. Il pensiero perciò dello studioso di occultismo deve esercitarsi in modo da prefiggersi la propria direzione e il proprio scopo. La saldezza interiore e la capacità di concentrarsi esclusivamente sopra un oggetto: ecco le qualità che il pensiero deve tendere ad acquistare. Difatti, per gli esercizi della «meditazione» non si devono cercare soggetti lontani o complicati, ma facili e familiari. Chi riesce a fissare il suo pensiero durante varii mesi, almeno per cinque minuti al giorno sopra un oggetto qualsiasi (per esempio, una spilla, una matita, ecc.), e ad escludere durante quel tempo ogni altra idea, che non si riferisca a quell’oggetto, avrà già fatto molto per raggiungere il suo scopo (si può pensare tutti i giorni a un nuovo oggetto, o pure conservare il medesimo per varii giorni). Anche colui che sente di essere un «pensatore» non deve disprezzare questo modo di rendersi «maturo» per l’educazione occulta; perché, se l’uomo fissa il pensiero per qualche tempo sopra un oggetto familiare, può essere sicuro di pensare obiettivamente. Chi chiede a se stesso: Come è costituita una matita? Come viene preparato il materiale che costituisce la matita? Come vengono connesse le diverse sue parti? Quando è stata inventata la matita? – E così di seguito; chi pensa a quel modo armonizza le proprie idee molto più con la realtà, di colui che riflette sopra la discendenza dell’uomo, o su ciò che è la vita. Gli esercizi semplici del pensiero ci preparano molto meglio a orientarci nelle evoluzioni, di Saturno, del Sole e della Luna, che non le idee complicate e erudite, perché non si tratta affatto di pensare questa o quella cosa, ma di pensare obiettivamente per virtù di forza interiore. Se l’uomo si è educato all’accuratezza del pensiero con lo studio di un processo fisico-sensibile facile ad osservare, il suo pensiero si abitua a essere obiettivo, anche quando non si sente più dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi; egli perde l’abitudine di lasciare errare il suo pensiero».

Un tale esercizio, consistente nel portare un ordine cosciente nel proprio pensare, esige un certo impiego della volontà nell’essere attenti e vigili. È una condizione essenziale perché come afferma il Buddha Shakyamuni nei primi versi dell’Appamadavagga del Dhammapada:

«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno». 

Mentre nel Jaravagga del Dhammapada, così avverte e ammonisce il Sublime:

«Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti, come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato».

È evidente che senza una tale attenzione, un tale volitivo controllo dei pensieri, nel sentiero spirituale non si va proprio da nessuna parte. Ma la Concentrazione, come trasmessaci da Massimo Scaligero, pur presupponendo, naturalmente, il suddetto volitivo controllo del pensiero, è una Via più radicale, così come lo è nell’esempio più sopra riportato dalla Scienza Occulta, la Via ‘immediata’ del pensiero puro della sua Filosofia della Libertà rispetto alla Via ‘mediata’ del pensiero libero dai sensi che ripercorre le comunicazioni della Scienza dello Spirito. Lo scopo dell’esercitarsi nel controllo del pensiero è quello di portare ordine nello svolgimento del processo pensante, di pensare in maniera oggettiva e impersonale, senza subire qualsivoglia condizionamento: esteriore o interiore, fisico o psichico. Scopo e mèta della Concentrazione, invece,  è quello di sperimentare l’essere originario del pensare. 

Solo apparentemente l’esercizio del controllo del pensiero e la Concentrazione sono simili nella loro fase iniziale. Naturalmente, ambedue devono fare appello all’attenzione volitiva. Mentre il controllo del pensiero è vòlto, come detto più sopra, a portare ‘ordine’ nello svolgimento dei pensieri, nella loro logica concatenazione, all’attenersi al tema scelto, all’evitare il divagare, e in tal senso l’esercizio ha una profonda, e necessaria, azione educatrice, e persino terapeutica, la Concentrazione ha un solo obbiettivo: la messa in atto della più energica volontà nel veicolo del pensare. È la forza-pensiero che deve essere sperimentata e non l’oggetto o il tema del pensare, che è mero pretesto per la messa in atto della volontà pensante. Anzi nelle fasi avanzate della Concentrazione, l’oggetto del pensiero perde sempre di più la sua importanza, sino al punto in cui unico oggetto del pensiero è il pensare stesso: tutt’uno con il fluire sempre più impersonale del volere pensante. È un andare ben al di là della funzione propedeutica ed educativa dell’apparentemente semplice esercizio del controllo del pensiero.

Parvemi che alcuni amici confondano, comprensibilmente, il primo tempo della Concentrazione con l’esercizio del controllo del pensiero, e ritengono che la Concentrazione vera e propria si identifichi con il secondo tempo della Concentrazione. Ma è un errore: controllo del pensiero e primo tempo della Concentrazione sono solo apparentemente simili. Nella Concentrazione – indipendentemente dal fatto che si tratti del primo o del secondo tempo di essa – l’essenziale è l’attenzione assoluta e la forza di volontà in essa impiegata. Se l’impegno dell’asceta nel primo tempo della Concentrazione è energico, totale, senza risparmio, tale primo tempo è già la Concentrazione nella sua completezza e come tale può portare all’esperienza della forza-pensiero. A tale proposito, Massimo Scaligero è estremamente chiaro, al punto di scrivere, nel quarto capitolo Logica e tecnica della Concentrazione, nella seconda parte de La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, p. 243:

«Giova sottolineare che il I tempo dell’esercizio è già una forma compiuta di concentrazione, tipicamente sufficiente a sé, ai fini dell’ascesi del pensiero e della introduzione all’esperienza del «vuoto» (ossia dell’annientamento consapevole e perciò volitivo della attività così conseguita, per l’affiorare di forze originarie della coscienza). In tal senso esso dà luogo in altro ma non dissimile modo, al superamento del residuo formale del tema, che si richiede specificamente nel II tempo. 

Il primo tempo può condurre di per sé allo svincolamento del pensiero, ove sia praticato con regolarità e continuità, in quanto la sua intensità giunge ad obbiettivare il contenuto interiore del tema. Lungo la stessa direzione, il secondo tempo consiste nell’avere come oggetto il contenuto enucleato del primo. Nell’uno e nell’altro, il senso del tema viene condotto ad esaurimento, perché al suo luogo affiori la forza-pensiero suscitata.

La distinzione dei due tempi è utile ai fini della coscienza gnoseologica dell’esercizio, epperò in relazione all’esigenza di ritornare talora a insistere sull’analitica preliminare del primo tempo, oppure a sospenderla temporaneamente.

Si può dire che il II tempo sia la compiutezza del I e che il I, ove consegua la propria interezza, contiene in sé il II. In definitiva l’esercizio è uno. La sua compiutezza può portare lo sperimentatore alle soglie del pensiero vivente, ossia alla possibilità di contemplare l’attività suscitata dalle profondità dell’anima cosciente, nei due tempi: che non è più un pensare, o un contemplare pensante, bensì l’inizio di un percepire interiore». 

Indubbiamente, la pratica della Concentrazione è un’ascesi dura – “aspra e forte”, un “cammino alto e silvestro” direbbe il mio amato Dante – e il praticante è fortemente tentato di “prendersela comoda”, di “addolcirne” l’asprezza, di diminuirne la faticosità. Per cui accade che taluni cerchino di fare rapidamente, e approssimativamente, il primo tempo della Concentrazione, per passare poi al secondo tempo, ritenuto più interessante e soprattutto più “riposante”: è una illusione ed un errore che rendono inutile l’intero esercizio. Perché se l’esercizio deve essere l’esperienza della forza-pensiero, la volontà nel pensare deve essere impegnata tutta, messa in giuoco tutta, senza residui. Non bisogna farsi sconti a tale proposito. Attenzione e volontà impegnate a fondo – sino all’ultimo ‘atomo’ di forza – nel primo tempo dell’esercizio.

A tale proposito, voglio riportare quel che disse Massimo Scaligero sull’esecuzione della Concentrazione ad una persona della mia città:

«Devi eseguire l’esercizio con attenzione assoluta, come un alpinista che deve scalare una verticale parete dolomitica. Come per l’alpinista ogni movimento delle mani e dei piedi deve essere ben cosciente, e non automatico, così come l’alpinista prova la saldezza di ogni appoggio prima di un movimento di ascesa, così tu devi essere illimitatamente attento ad ogni singolo pensiero: volere coscientemente ogni singolo pensiero della concentrazione. Se l’alpinista mettesse un piede in fallo, precipiterebbe e si sfracellerebbe sulle rocce alla base della parete: per questo egli è illimitatamente attento ad ogni singolo movimento ed esegue i suoi movimenti uno per volta. Così devi operare con ogni singolo pensiero della tua Concentrazione: come se sbagliando un pensiero, tu dovessi precipitare e sfracellarti».

Quindi volitiva attenzione assoluta ad ogni singolo pensiero: eseguendo i singoli pensieri uno per volta. Nella rieducazione visiva di bambini con particolari problemi si fa loro praticare un esercizio nel quale essi devono trapuntare con un ago o uno spillo una figura filiforme disegnata su un foglio bianco: devono eseguire tale esercizio lentamente, senza furia, e con attenzione assoluta. È evidente che il bambino che si esercita così non può traforare la figura disegnata sulla carta in più punti contemporaneamente: può traforare solo in un punto alla volta. Ugualmente nella Concentrazione ogni singolo pensiero del primo tempo di essa deve essere attentamente voluto: deve essere pensato ogni singolo pensiero con attenzione assoluta, come se il pensiero precedente non fosse mai esistito e come se il successivo non esisterà mai. Non si devono pensare due o tre o venticinque pensieri alla volta, come avviene nell’ordinario caos del pensare quotidiano. Ogni singolo pensiero dell’esercizio deve essere intensamente voluto nella sua unicità: impegnando in esso tutta intera la volontà.

Se questo primo tempo della Concentrazione viene eseguito con attenzione assoluta, con totale dedizione volitiva e risoluta energia – “da teppista”, mi scrisse Massimo Scaligero – allora, poi, il secondo tempo è fruttuoso e fecondo: in esso si può raggiungere gradualmente l’immobilità della contemplazione dell’oggetto-sintesi, sino alla contemplazione della forza-pensiero “vuota” di pensieri. Ma non ci si arriva a tale alto risultato se, per pigra comodità, ci si è “risparmiati” nel primo tempo dell’esercizio. Non ci sono scorciatoie, e gli Dèi non rispondono ai pavidi e ai pigri. Ma la perseveranza e la fedeltà prima o poi vengono sicuramente premiate. Vi sono persone che hanno sperimentato la liberazione del pensare dal supporto fisico e la travolgenza del Pensiero Vivente praticando con tenacia e disperazione il primo tempo della Concentrazione. 

Fatica notevole, davvero: come vangare o zappare un campo da dissodare. O come dice Rudolf Steiner, riportato da quell’elementaccio di Franco Giovi: “lavoro di edilizia pesante”. Qualcosa di più e di molto diverso dal semplice controllo del pensiero.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE