Settembre 2016

IL TEMPO DI MICHAEL

10270104 .

Parlare di Michele, ora che la ricorrenza si avvicina, è attingere, in un solo articoletto, ad alcune delle infinite sfaccettature che, con l’aiuto della Scienza dello Spirito, è possibile contemplare. Qui si parla di un’Entità divina, più vicina a noi di tante altre, più amica dell’uomo, ma ricordiamoci che Essa è del tutto sovrumana: perciò vicina ma anche tremendamente lontana. Ricordiamoci che solo uno tra gli Esseri divini ebbe la missione ed il coraggio (una follia assoluta!) di venire in ciò che è “fuori” dallo Spirito.

Facendosi parente stretto vostro e mio.

Allo stesso modo in cui Natale ed il San Giovanni estivo si oppongono e si completano, i due equinozi – Pasqua e San Michele – riflettono i due opposti volti di una situazione che interessa l’uomo, la natura e l’universo.

Questa situazione è quella del passaggio dalla morte alla vita e dalla vita alla morte.

La festa cristiana della Pasqua celebra in tre giorni morte, sepoltura e resurrezione. Ma certe religioni dei tempi antichi festeggiavano in autunno la resurrezione di un personaggio divino che aveva superato una prova paragonabile alla morte, come Adonis fa esempio.

Da cosa nasce questa confusione di avvenimenti che si ricollocano da un equinozio ad un altro?

Infatti si produssero due movimenti inversi: in primavera è la natura che passa dalla morte alla vita. Essa esce dalla tomba e resuscita. In autunno ripiomba nel sepolcro.

Però si produce anche un risveglio, ma questa volta nella coscienza individuale: che aspira ad addormentarsi in estate. Nelle belle giornate essa perde la concentrazione e la recupera in autunno. In autunno riprende il fardello del suo destino e del suo lavoro.

Questo “ritorno dall’evasione” la risveglia e la rende resistente all’impatto con il freddo e con il buio.

La natura soccombe, l’anima si rafforza: in un certo senso passa dalla morte alla vita.

Questa inversione fa eco nelle parole del Battista: “Bisogna che Egli cresca (il Sole dello spirito) e che io diminuisca (il sole fisico del solstizio)”.

La morte della natura è percepita da/nell’essere corporeo dell’uomo, ma il suo spirito non è subordinato a leggi naturali, ha suoi principi e ritmi.

Chiunque può percepire in sé stesso che la vita interiore è in “ragione inversa” alla vita della natura: le funzioni vitali, come per esempio la digestione o l’attività muscolare o una accelerazione della circolazione sanguigna rendono opaca la lucidità di coscienza e possono spegnerla completamente poiché è facile abbandonarsi al sonno. All’opposto, un’attenzione estrema, una riflessione intensa arrestano parte della vita dell’organismo: esempi grossolani si colgono quando, in questi casi, ci si ferma dal camminare o si trattiene il respiro.

La coscienza frena la vita, la vita disperde la coscienza.

Ritroviamo questa inversione nel contrasto delle stagioni. Possiamo constatare che l’equinozio di primavera rianima la vita nella natura ma indebolisce la concentrazione della coscienza come senso individuale, mentre verso San Michele è la natura che si placa e l’Io riprende nell’individuo la sua forza attrattiva.

Pasqua è un ritorno alla vita della natura; San Michele è un ritorno alla coscienza individuale.

Il tempo di San Michele è come se ci dicesse: “Guarda, tutto muore intorno a te. Questi colori, questa dolcezza dell’aria, questi quadri di bellezza che ti esaltavano, ora ti abbandonano. Il freddo, il buio, venti ostili ti attaccano. Rafforza te in te stesso, alimenta la luce interiore e veglia nella notte. Riconquista te stesso e supera la natura che t’abbandona. Ora è lo Spirito che in te vive, che t’invita alla gioia severa di questa festa!”

Chi desidera, legga con animo aperto i versetti che Rudolf Steiner ha scritto come “Atmosfera di San Michele” nel Calendario dell’anima.

Dei quattro Arcangeli che sono ciascuno il reggente dei quattro grandi punti cardinali dell’anno, Michele è quello che ha maggior rilievo nell’immaginazione degli uomini.

Una grande ineguaglianza regna, a questo riguardo, tra tali figure celesti: Uriel è caduto nell’oblio, Gabriel e Raphael sembrano impallidire davanti all’Arcangelo- cavaliere, Principe delle milizie dei cieli.

Già il suo Nome, “Micha-El” (Chi è come Dio) proclama forte quale altissimo “spazio” egli occupa. Egli è “colui che marcia davanti a Dio”, o ancora “il Volto di Dio”, “la folgore di Dio”, la Sua Luce.

La sua “attività” è ancora più possente quando non lo si compari solo tra i quattro Arcangeli che governano le stagioni, ma ai sette che presiedono la successione e la missione delle epoche.

Poiché Michele esprime solo una parte della sua natura nel ruolo d’Arcangelo dell’autunno.

In lui la tradizione riconosce l’Arcangelo del Sole, come in Gabriele quello della Luna, in Raffaele quello di Mercurio, in Anaele quello di Venere, in Zacariele quello di Giove e in Orifiele quello di Saturno.

La coscienza moderna non percepisce più i rapporti tra le forze planetarie e queste grandi figure della divinità, e soprattutto essa è priva della sensibilità che le permetterebbe di sentirsi connessa a tali esseri come il frutto all’albero che lo porta e lo sostiene. E comunque è l’intera struttura universale che sfugge a chi non vede o non vuol vedere come i regni inferiori hanno la loro corrispondenza nei regni che si elevano oltre l’uomo.

Molte soluzioni al problema dell’uomo terrestre e del suo ruolo, sono tuttavia contenuti in questo fatto.

Ad un piano sotto il livello che attualmente occupa l’umanità, troviamo gli animali, ancora privi di intelletto individuale; sotto di essi abbiamo le piante, prive di un proprio movimento e ancora più sotto “esistono” i minerali che, per l’appunto, hanno solo l’essere.

Da questo immenso laboratorio di forme si alza un appello, un sospiro, verso lo stato di coscienza al quale l’uomo si è elevato: poiché l’autocoscienza è il punto d’impatto del mondo fisico con il mondo spirituale interiore.

A partire dall’attività del pensiero cosciente l’uomo scopre lo Spirito e nello Spirito l’attività dei regni superiori: gli Esseri che chiamiamo Angeli egli può percepirli se medita il suo destino. Con altre forze di contemplazione si volge agli Arcangeli che hanno molteplici attributi. Egli può avvicinarsi poi ancora ad altri elevati regni ed esseri attivi nelle coorti delle Gerarchie sovrasensibili.

Secondo gli insegnamenti della conoscenza spirituale, compito degli Arcangeli è quello di governare i ritmi del corso dell’anno e la successione dei periodi della Storia umana sulla terra. Ogni sottodivisione del flusso storico dura da tre a quattro secoli e sta a significare che un altro Arcangelo-Spirito del tempo ne ha preso la guida. Il carattere del suo spirito riflette la mentalità della sua epoca. Egli è l’ispiratore comune di tutto quello che caratterizza individui e popoli entro quei tempi: è lo Spirito di un’epoca.

Nella cristianità, San Michele è sempre vittoriosamente attivo, presente.

Ricordo che in Italia, sul monte Gargano, Egli apparve e reclamò un Santuario su quel luogo. Inaugurato il 29 settembre del 492, divenne una intensa fonte di ispirazione e di miracoli. Due secoli più tardi, nuova apparizione, nuovo ordine di edificare una cappella alla sommità del Mont Tombe in Francia, luogo circondato dal mare, già in passato luogo sacro per i druidi. Diviene il noto Monte Saint Michel-au-péril-de-la-mer.

Malgrado le vicissitudini della storia, i pellegrini non hanno mai cessato di recarvisi. Si dice in Francia che non ci sia stato re che mancò ad un pellegrinaggio a Saint Michel.

Uno degli effetti dello spirito di Michele nella nostra epoca è il moltiplicare le occasioni che permettono agli uomini di incontrarsi oltre le frontiere.

Sotto l’azione della sua precedente reggenza, il pensiero fu reso universale e accessibile attraverso la filosofia. In una conferenza dell’agosto ’24 il Dottore dice: “ Anteriore al Mistero del Golgota, Egli si è dedicato alle gloriose imprese di Alessandro e all’espansione della filosofia di Aristotele”. Ora la sua reggenza (iniziata dopo l’autunno del 1879) deve creare l’universalità sul piano sociale. Michele non è più lo spirito di un particolare popolo ma di un’intera epoca e già si osserva la sua influenza. Gli uomini che hanno raggiunto una coscienza individuale, si uniscono in lingue, in blocchi. Là dove il fenomeno prende un carattere razziale, esso regredisce e ritorna ai tempi in cui il legame umano s’appoggiava al clan. Tali legami perdono ogni giorno la loro ragione d’essere. I nuovi apparentamenti nascono per interessi (idee e azioni) comuni.

Questo impulso è iniziale. Esso dovrebbe trasformare il bisogno di fusione negli ideali di una razza o di una nazione particolare in desiderio individuale di portare parte di ciò nel destino comune all’umanità, sperando che altri portino e condividano la loro particolare ricchezza di idee e creatività.

Questa tendenza non può essere un progresso se degenera nella propria caricatura: il livellamento sociale ottenuto sistematicamente con la distruzione della dignità individuale.

Il progresso sociale, secondo il carattere micaelita, non può portare che a forme di unione con il libero assenso degli individui che, sino in profondità, abbiano preso consapevolezza dell’umanità generale in misura non inferiore rispetto ad una maggiore destità dell’Io.

E’ purtroppo facile rappresentarsi la deformazione dell’uomo futuro: l’uomo-robot, privo di coscienza desta e persino fabbricato in serie.

Probabilmente questa sarà la lotta nella nostra epoca, più nostra che di Michele, poiché l’uomo stesso, con la conquistata coscienza di sé, può combattere con le proprie forze il Drago scacciato da Michele, che ora è in lui. Egli può combattere con la moralità che vive nel calore del suo sangue, con il pensiero – anch’esso reso vivente – che spazza le false astrazioni e l’inganno materiale, con la volontà di portare insieme ai suoi fratelli i destini dell’umanità a trionfare sul male che avvolge la terra.

La fioritura della coscienza individuale coincide con l’impulso micaelita di far regnare una luce universale che illumini tutto.

Tale sinergia sta in ciò che la festa di San Michele è per l’uomo contemporaneo: l’interiorizzazione della Luce.

Declinante nell’esteriore, essa rinasce nella coscienza.

La festa di San Michele dei tempi passati fu celebrata da uomini più di noi vicini alla natura della morte del mondo vegetale che resuscita al tempo di Pasqua. Al tempo odierno, lontano dalla natura, l’uomo cova i destini del suo Io all’interno della sua “buccia” individuale. Egli può sentire una affinità con una festa autunnale se vede che la Luce in lui si interiorizza e l’arma del coraggio di sopravvivere al declino di ciò che deve morire.

La festa di San Michele non celebra i grandi avvenimenti della vita del Cristo come invece lo fanno Natale e Pasqua, quando il decorso delle stagioni illustra perfettamente l’evento.

La festa d’autunno appare piuttosto come un passo sulla strada dell’avvenire dell’umanità.

Natale e Pasqua ricordano i doni portati agli uomini dallo Spirito che vive nel cosmo.

Le feste di San Giovanni e San Michele sono rivolte a festeggiare i giorni in cui lo spirito incarnato nell’uomo potrà rispondere allo Spirito dell’universo.

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 3 e 4

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

3. L’orientamento della sostanza terrestre

Se vogliamo portare le Parole or ora risuonate gradualmente in rapporto con ciò che accade embriologicamente, dobbiamo considerare ancora una volta il primo versetto della Genesi, innanzitutto la prima Parola di esse: Bereschit – «In principio».

In questa Parola è predisposto, come in un seme, l’uomo intero. Nella sua prima lettera, beth, appare l’idea della casa come primo gesto per il futuro corpo umano. Beth significa casa. Nelle parole che iniziano con b come bergen (nascondere), bauen (costruire), Baum (albero), Burg (castello), questo gesto può essere avvertito anche nella lingua tedesca. L’ultima lettera, tav, contiene un gesto che agisce verso l’esterno. Anche questo può essere avvertito nella lingua tedesca, in parole che terminano in t, come Licht (luce),  Blatt (foglia), Mut (coraggio), Shcwert (spada). Tav significa segno, anche segno della croce. Questo elemento alludente all’esteriore viene rafforzato tramite la schin di schith, come se una fiamma sfavillasse in scintille verso l’alto. Beth è la prima consonante pronunciata dall’alfabeto ebraico, tav l’ultima, e questi suoni s’incurvano così in un grande arco, già in questa prima parola, racchiudendo l’intero mondo consonantico udibile – come predisposizione del futuro corpo -, perché devono essere plasmatori di organi, la Parola deve creare il corpo. In mezzo tra le singole consonanti beth  e tav (b e t) è collocata la sillaba resch – in tedesco resch significa testa – e questa sillaba contiene di nuovo esch, il fuoco, la scintilla divina, che rende uomo l’uomo. Ora però, in beth vive il gesto della Terra, che agisce verso l’interno, creante uno spazio interno, e in tav il gesto del Cielo, l’elemento che si rivela verso l’esterno. E così nella Parola primordiale bereschith, sono contenuti, come radice e foglietto embrionale in un seme, i pensieri di Cielo e Terra, che poi crescono come ha-schamajim veth ha-aretz, come «Cielo» e  «Terra»: Bereschith bara Elohim eth-haschamajim veth ha-aretz – In principio Dio creò il Cielo e la Terra. E in mezzo come l’embrione tra radice e foglietto embrionale, così tra Cielo e Terra, cresce l’uomo.

Al primo versetto seguono le parole: ve ha-aretz hajta tohu va-bohu – «e la Terra era deserta e vuota». Come una eco, un riflesso speculare del primo versetto, appaiono tohu bohu, come se l’elementarietà della Terra primordiale, se si presta attenzione alla sua gestualità, richiamasse, per così dire, in queste Parole le lettere b. La b e la risuonano nella Parola bereschit attraverso lo spazio – la e la risuonano dalla profondità: tohu va-bohu – e la sostanza primordiale caotico-elementare della Terra riceve il suo orientamento. Su queste Parole RUDOLF STEINER dice (riportato a senso, non alla lettera): in tohu, forze al centro dello spazio irradiano in tutte le direzioni – in bohu di nuovo ritornano le forze della periferia a questo punto (vedi: I segreti della storia biblica della creazione). L’espressione «drunter und drüber» (letteralmente sotto sopra) ricorda chiaramente questa serie inesprimibile di suoni, come nell’espressione italiana «sottosopra».

Questo potente evento diviene adesso visibile nella minuscola immagine embriologica nel processi di formazione dei corpuscoli polari. L’ovocellula è la più antica cellula del corpo ancora capace di suddividersi; essa è nata nel corpo della nonna del bimbo che da lei deve nascere; poi nasce nell’organismo materno già all’epoca in cui, questo stesso non è ancora nato. Penetriamo qui con lo sguardo nella corrente ereditaria della sostanza organica che, per così dire, si perde nel buio delle generazioni. Così come la sostanza elementare della Terra può essersi risvegliata dal sonno cosmico ed essere emersa dalla notte cosmica, così scaturendo dalla notte del passato, l’ovocellula appare come sostanza primordiale del corpo umano, e viene ora chiamata ad una interna dinamica, ad un contrasto tra un interno ed un esterno. Questo contrasto ha la sua espressione nella formazione dei corpuscoli polari, un evento che ha l’aspetto di un’aratura della sostanza ovulare, tramite la quale la medesima viene orientata nello spazio terrestre. Tohu va-bohu risuona dall’ovocellula, allorché essa compie il processo della trasformazione dei corpuscoli polari.

4. Della sostanza primigenia e della Tenebra

Oggi viene sostenuta universalmente l’opinione che la Genesi mosaica sia una creatio ex nihilo, una creazione dal nulla. Questa opinione non è corretta, giacché la Genesi conosce una sostanza primigenia, solo non la chiama nella maniera in uso a molti altri racconti della Creazione. La conoscenza della sostanza primigenia è il suo segreto. Al medesimo ci accostiamo se adesso ascoltiamo le Parole: ve choschek al-pĕné tehom – «e la tenebra era sulla faccia dell’abisso». Da dove viene la «Tenebra», choschek da dove viene l’«Abisso», tehom? Tehom significa anche «acqua mugghiante», «abisso», «voragine». Linguisticamente è affine con Tiamat, la marea primordiale del mito babilonese della Creazione. Questo fa sorgere Tiamat come tenebrosa figura femminile, che deve combattere contro Marduk, il dio del Sole. Se lo scrittore della Genesi adopera la parola tehom, ciò non è avvenuto per ragioni di accostamento alla tradizione babilonese, come talvolta è stato supposto. Possiamo ritenere l’autore di questo testo sicuramente dotato di sufficiente originalità. E’ proprio l’inimitabilità di questo testo: che in esso ogni parola è necessità e che possono essere fatte questo tipo di osservazioni che posseggono carattere di universalità nella più grande misura possibile. Quando il mito babilonese della creazione racconta di una lotta tra Luce e Tenebre, la sua descrizione non è falsa in linea di principio, essa tuttavia presenta, per così dire, un aspetto della cosa come se fosse il Tutto.

Supponiamo che qualcuno voglia descrivere l’estremità anteriore di un vertebrato  e che descriva un’ala di un uccello. Quello che udremmo in proposito sarebbe appunto una descrizione veritiera, ma accanto ad essa ce ne sarebbero molte altre, per esempio quella di una pinna pettorale o la zampa a forma di vanga di una talpa e così via. Ma se si volessero riunire in un’unica descrizione tutte le estremità anteriori animali, lo si potrebbe fare benissimo, ma allora si dovrebbe descrivere il braccio o la mano di un uomo. L’uomo riunisce nella sua mano funzione e forma di tutte le estremità anteriori animali. Egli può allargare le braccia come se fossero le ali di un uccello, può compiere movimenti natatori e a vanga, ma non è “obbligato” a nessuna di queste attività. La sua mano è universale, ovverosia essa non è organicamente specializzata verso nessuna funzione. Ora come le singole “mani animali” stanno alla mano umana, così la storia babilonese della Creazione, e molte altre, stanno a quella biblico-mosaica. Quest’ultima, a giudicare da tutto ciò che di essa sappiamo, è la più universale e arriva, perciò, sicuramente più vicino alla verità. E se ora una tal parola, come tehom viene adoperata come avviene nella storia biblica della Creazione, viene messo al suo posto lo straordinario contenuto del sentimento ad esso innato cosicché possono esistere accanto ad esso tutti i rimanenti valori del sentimento necessari per la conoscenza della verità. Con una Parola il più grande di tutti i poeti evoca non soltanto quella certa situazione di lotta tra le Potenze creatrici, plasmatrici della Luce e dell’elementarità tenebrosa – si rifletta che poi si giunge, appunto, ad una separazione fra Luce e Tenebre -, bensì comporta altresì il pensiero di una preesistenza e quindi quello della sostanzialità primigenia.

Questa sostanza primigenia dev’essere pensata reale. Ve choschek al-pĕné tehom significa alla lettera: «E la Tenebra è sulla superficie dell’Abisso»; al-pĕné = sulla superficie. Ma pĕné viene da pani significa oltre che superficie anche volto, faccia, persona, personalità. Quindi potremmo tradurre secondo il significato delle parole: e la Tenebra era sulla faccia dell’Abisso, la Tenebra si trovava sull’essere delle Acque. Il corpo di questa entità è tehom , la tenebrosa sostanza primigenia della Terra. Con questa elementarità primordiale si congiungono gli Elohim. Giacché ora viene detto: «e lo Spirito di Dio covava sulle Acque» – lo Spirito di Dio, Ruach Elohim – covava sulle Acque, merachephet al-pĕné ha-majim. Di nuovo al-pĕné, sulla faccia. La Divinità compenetra l’essenziale elementarità primordiale col suo covante calore (5)  e comincia ad ordinare e a formare la medesima come suo corpo. Ciò che qui, dall’elemento «facciale(6)», guarda fuori, è la stessa Divinità. Le «Acque» appaiono con la marea tehom santificata dalla Divinità. In queste parole si nasconde la descrizione archetipica di un potente processo di terapia, che perciò viene posto al principio dell’essere terrestre.

E se di nuovo guardiamo ai rapporti embriologici, possiamo dire: l’ovocellula porta la sostanza primigenia; neppure questa sostanzialmente è sorta dal nulla, allorché con la scissura follicolare essa entra nello spazio terrestre. L’istante della scissura cellulare follicolare è dunque un momento cosmico. La cellula sessuale femminile diventa, in realtà, soltanto in tale momento un’ovocellula, poiché essa qui – se si può dire ciò sulla base di questa rappresentazione – viene compenetrata dall’idea vivente dell’uomo nascente e perciò, nuovamente, viene plasmata come archetipo del corpo umano. Tuttavia essa porta con sé la sua sostanza da condizioni precedenti. E con la sostanza da qui porta con sé anche la Tenebra giù nell’esistenza terrestre. Giacché alla sostanza è connaturata la Tenebra. Lo mostra già il semplice fatto che il giovane, gelatinoso e trasparente embrione attraverso l’incremento cellulare e il progressivo condensamento materiale diviene opaco. A dire il vero questa è una cosa ovvia – ma non sono forse le ovvietà a rivelarci in certi momenti le leggi cosmiche? – Per il fatto che l’ovocellula è mediatrice della sostanza fisica, la portatrice della sostanza umana attraverso le generazioni, essa è pure portatrice della Tenebra. La Tenebra ha la sua missione nel mondo. Nel caso dell’uomo essa costituisce la base per l’attività dello Spirito Umano nel terrestre, come lo stoppino per l’ardere della fiamma. Ma ci si guardi dall’identificare la Tenebra col Male; solo l’abuso della Tenebra conduce al male.


(5) Vedi: RUDOLF STEINER  Il Vangelo di Matteo (ciclo di conferenze, tenuto a Berna nel 1910); inoltre; Mag. HELLMUT FREY, Das BUCK der Anfänge (Il Libro degli Inizi), 1938.

(6) Vedi: La Genesi, misteri della storia biblica della creazione, ove RUDOLF STEINER, partendo dalla ricerca spirituale parla di un «elemento facciale» degli Elohim.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

DEGRADAZIONE O REINTEGRAZIONE

782315__wallpaper-alone-dark-desktop-games-war-wallper-game-wallpapers_p-2

Il ricercatore delle vie spirituali, che poi un giorno – si spera – diviene operatore, cosa se ne fa dei nostri giorni, del mondo che gira intorno a lui?

Non occorre edificare qualcosa per dare corpo all’interrogativo, visto che all’esperienza di tutti appare piuttosto evidente il suo rovescio, ovvero cosa fa il mondo di noi. Poiché viviamo un tempo assai simile a quanto un chicco di riso senziente e cosciente potrebbe provare dentro una pentola a pressione.

In ogni tempo l’uomo ha dovuto soddisfare un quantum di doveri nella società e nella famiglia ma il poco o molto che rimaneva per lui era simile al silenzio che vige tra la nota precedente e quella successiva. Silenzio, pausa, vacanza che, assieme al sacro, è defluita dalla vita comune in cambio di seducenti sciocchezze indotte dall’industria culturale, alacre produttrice di miraggi non statici ma tesi a rodere quel poco di anima che è il nostro bagaglio naturale.

Ora il mondo sta divorando l’integrità interiore che ognuno portava in sé quasi sino alla metà del secolo scorso.

Detto ciò non si vuole rivangare i “bei tempi andati” che in realtà furono sovente duri ed impietosi. Osservo soltanto che essi non aggredivano la stabilità di una certa dignità che sempre appartenne all’umano. L’andare “avanti” significa, di solito, un ulteriore decadimento, una discesa verso gli inferi cioè sotto la desta coscienza dell’Io e della sana presenza dell’anima.

Ora all’uomo moderno vengono offerti prodotti a largo spettro: ogni gusto possibile purché si sia rinunciato al gusto, estrinsecazioni di vitalità purché si abbia abdicato alla vita, attivismi di ogni genere purché l’attività venga sacrificata.

Ad esempio, viene offerta l’intera gamma del soddisfacimento delle perversioni mentali. Si strilla nevroticamente nei confronti della incivile efferatezza della corrida mentre si gode alla vista filmica di sevizie, di massacri sul ring, di impietosi documentari di operazioni chirurgiche. Ciò è voyeurismo sadico.

Invece coloro che ambiscono la regressione di qua dell’Io possono affidarsi a partite (di calcio) dove il gioco di squadra e la collettiva simulazione della passione sostituiscono l’emozione comunitaria e l’esistenza personale in un circoscritto ambiente di studiato squallore.

Un buon training all’isteria è procurato dal settore rosa della (si fa per dire) letteratura, dal gossip dei rotocalchi, dagli eroi tesi e contraffatti di quasi tutti i film. Alla regressione alla schizofrenia, provvedono i giochi stupidi, come il contare a ritroso, i giochi intelligenti delle parole incrociate e, in genere l’assuefazione allucinatoria di sequenze cinematografiche.

Tutte le malattie hanno il loro banco di smercio.

Credete stia esagerando? Allora trovatemi un individuo equilibrato: con tutti i suoi difetti e le sue qualità esso, seppure raro, porta una distinzione avvertibile: pare un santo senza estasi.

Tanti si illudono di essere fuori dal giro perché scelgono prodotti alternativi o spregiano la letteratura popolare, oppure amano solo il jazz freddo col suo sinuoso invito alla demenza e spregiano le smancerie: nessuno consuma tutti i prodotti e le opzioni tra i banchi danno una sufficiente illusione della libera scelta, mentre la servitù è il trovarsi dentro questo immenso magazzino in cui ogni scelta è già coatta.

Pure il magazzino culturale offre ogni possibile apparenza: basta rinunciare ad ogni sostanza, alla nozione di reale e di falso. Così si sente almeno il bisogno dell’informazione cronachistica: il susseguirsi di accavallati accadimenti vuoti di significato.

L’uomo queste cose le sente ma non sa di sentirle. Simile a chi si assoggetta alla droga, egli ottunde ciò che sentirebbe se non chiudesse porta e finestre con l’aiuto di una dose ulteriore. Cosa rischia di sentire? Un dolore intenso e totale. Da cosa dipenderebbe, in ultima analisi, ciò che chiamo dolore? Rispondo con una sintetica frase di Adorno: “Essere dalla parte della propria degradazione”. E’ un’ottima intuizione, ma capita sempre che le cose grandi sembrino piccine o di poco conto.

Le doppiezze segrete che si usano come rifiuto del degrado sono quasi innumerevoli. Ad esempio si può fingere di agire per umiltà, ma l’umiltà consapevole di sé non è, non esiste vera. Si può fingere di ricavare significati eternamente umani nella obliqua contemplazione dello spettacolo dell’abiezione, ma sostanzialmente traendo da questo il gaudio per la propria immagine.

A questo proposito ricordo come una metà dei giovani che ascoltavano Scaligero negli incontri settimanali sentiva l’anima alleggerirsi quando l’oratore spendeva qualche battuta umoristica verso una domanda troppo ingenua o mal posta. Ad una parvenza di crocifissione altrui ecco il sentirsi più bravi, intelligenti. Ma la stessa presenza di Scaligero spegneva subito questa tendenza. Poi ai giovani molto può anzi deve essere perdonato.

Tornando ai bottegoni delle meraviglie, all’industria dell’inganno, dove non c’è oggetto che non puzzi del lezzo del Caprone (leggete Cose preziose di S. King dove la paccottiglia infima vale diabolicamente al massimo grado), c’è un sofisma che difende il sonno di chi vi è del tutto inserito ed impedisce a qualcuno che potrebbe uscirne, di destarsi: si stima che nelle artefatte arti di massa si manifesti la sostanza e la vitalità del tempo.

E’ il tempo dell’amore per il cibo guasto. Il sofisma su cui poggia il vizio è l’identificazione del popolare con il prodotto di grande consumo, così il fascino del circo equestre è diventato seduzione della letteratura industriale, del cinematografo, della televisione e della navigazione elettronica. Da questi, attraverso travestimenti poco avvertiti, sventolano i valori oscuri del tempo.

I fautori della tradizione, per carattere e cultura, hanno compreso tutto ciò ma mancano di risposte vive: chi rimanda ad “organismi tradizionali” che hanno perduto la metànoia necessaria, chi invita a “cavalcare la tigre” senza fornire sella e redini agli aspiranti cavalieri.

Solo la tradizione vivente può offrire la possibilità di formare, dentro sé, un centro permanente di forza talmente concreto da poter attraversare senza danno la demonia che pervasivamente infuria senza tregua, persino respirandone la tossicità sino a trasmutarla in una continua occasione di rettificarla per il bene del mondo e per la salute dell’anima.

Ho chiamato vivente quella tradizione che sa suscitare nell’anima, come intimo ricordo l’essere dell’uomo e della stessa Creazione: ricordo, non rappresentazione culturale. Possibilità che sorge come potere del pensare-sentire-volere se questo riesce ad animarsi oltre la barriera del personale.

Possibilità che può prendere partenza dallo studio di Teosofia e Scienza Occulta qualora si intenda un percorso immediato, cioè mediato dal pensiero puro. Nella natura di queste righe per “pensiero puro” intendo soltanto un pensiero agile, attento e purificato da qualsivoglia invadenza personale: un pensare attivo per intima forza propria, già svincolantesi dal sistema nervoso. Infatti il suo svincolato scaturire ha spazio in una condizione non ordinaria di quiete.

Qui non parlo di ciò che il Trattato del Pensiero Vivente indica magistralmente: l’aprirsi nell’umano alla possanza adamantina dello Spirito, ma solo del minimo essenziale per quello che rosicrucianamente si indica come “studio” e che dalla qualità dello studio potrebbe generarsi purché si diventi capaci di estrarre immagine quasi da ogni singola parola.

Dunque solo un pensiero purificato e sostenuto da un amore per la verità che abbia la forza di una passione sovrumana. La necessità di concentrazione e meditazione potrebbe sorgere organicamente, come un forte invito di saggezza sorgente dai frutti vivi dello studio.

Allora, come i primi raggi del sole danno luce, così l’alba della luce interiore offre salda pienezza all’esistenza: con essa una vasta gratitudine, bene espressa da Goethe: “Essere sublime, tu mi dai tutto ciò che avevo chiesto”. E’ l’inizio di una immensa avventura.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’AVVERSIONE ALLA VIA DEL PENSIERO E ALLA CONCENTRAZIONE

MAX

A quanto pare la Via del Pensiero, alla realizzazione della quale Massimo Scaligero ha consacrato l’intera sua vita, Via ch’egli – ricordiamolo sempre di nuovo agli immemori e agli ingrati – con infinita abnegazione e sacrificio, ci ha trasmesso, suscita alquanti concitati stati d’animo. Viene da chiedersi il perché di cotanta esagitazione di sentimenti verso di essa, e perché pur di non affrontarla si cerchino affannosamente tutte le vie e tutti i sentieri traversi, tutti gli escamotage, nonché tutte le più raffinate giustificazioni dialettiche, psicologiche, religiose, e persino esoteriche.  

Naturalmente, le vere “ragioni” di cotanta concitazione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione non vengono confessate, o almeno non apertamente confessate: talvolta neppure a se stessi. Generalmente, le ragioni reali vengono più o meno abilmente “mascherate”, perlopiù con grande dispendio di parole e di dialettica. Anche qui vi è da chiedersi il perché di tanto timore nel confessare agli altri – ma soprattutto a se stessi – una tale paura, e il perché della necessità di un tale “mascherare”, travestendole, le vere ragioni di un rifiuto, di un’opposizione, di una vera e propria avversione. Al punto tale che si è disposti ad addentrarsi sempre più in una sempre più intricata giungla di menzogne, consapevoli o meno, pur di narcotizzare la paura e l’angoscia che, prepotenti, salgono dal profondo dell’anima. Ma paura di che?  

Visto che questo lupaccio dalle “anime belle” – quanto poi “belle” avremo modo in futuro di constatare – viene imputato di non esser punto – neanche un pochino – cristiano (il che è semplicemente vero), anzi di esser un impenitente e incallito “pagano” (il che è più vero di quel ch’essi non pensino), e gli si vuol fare l’immeritato onore di essere buddhista (troppo onore…), shivaita (troppo buoni), o addirittura taoista (veramente lusingato…), nonché molt’altro ancora, cercherò di mostrare, rifacendomi all’insegnamento del Buddha Shakyamuni, la natura di una tale compulsiva paura e le sue celate, ben mascherate, radici profonde.  

Se non si vuol proprio barare alla grande con se stessi, e se si vuole invece guardare freddamente in faccia la realtà, bisogna ammettere che la condizione dell’essere umano, da ogni punto di vista, non è delle più “felici”. Egli affronta la vita, l’esistere, in uno stato di tramortimento, che è uno stato di profondissima ignoranza. Tramortimento come stato di coscienza, ossia nel precipitare in quella corporeità che Orfici, Pitagorici e Platonici significativamente chiamavano soma-sema, ossia “corpo-tomba”, “corpo-prigione”, la fulgurea forza del pensiero vivente si assottiglia, si diminuisce e si spegne nel riflettersi nel sistema nervoso e negli organi di senso, lasciandovi affiorare solo uno smorto riflesso della metafisica vitalità spirituale propria al suo stato incorporeo prenatale. La vitalità spirituale che sfugge al disanimato pensare fluisce, invece, corrompendosi, nella soggettiva emotività e nella compulsiva istintività.

Massimo Scaligero nell’Appendice, intitolata Della Concentrazione Interiore, al Trattato del Pensiero Vivente, III ediz., pp. 129-130 così descrive la condizione conoscitiva e morale dell’attuale uomo moderno:

“Il pensiero, quale viene quotidianamente sperimentato dal moderno uomo razionale, è il continuo deterioramento, ora deduttivo-induttivo, ora istintivo-cerebrale, di una forza superiore, che è in sé corrente sintesi di Luce e di Vita. Qui il pensare ha interno a sé il sentire, il sentire ha interno a sé il volere. In una zona supercosciente, le tre facoltà dell’anima, pensare, sentire, volere sono una sola splendente forza. Se, come tale, cioè con il suo originario potere di Luce di Vita, simile forza scendesse nell’organismo umano, lo distruggerebbe. Per incarnarsi, perciò, questa forza si scinde in tre correnti, delle quali una soltanto, il pensare, diviene cosciente: ma diviene cosciente a spese del suo riflettersi nell’organo cerebrale. Rinunciando al proprio elemento sottile di vita, il pensiero diviene smorto riflesso, ombra, dotata di moto in cui non c’è più anima, o luce interiore: è il moto dialettico, così caro ai moderni filosofi, materialisti, o spiritualisti: il pensiero dell’impotenza. Le altre due correnti, il sentire e il volere, mantengono bensì il loro elemento di vita, ma a condizione di vincolarsi alla subconscia sfera somatica, cioè al corpo senziente e al corpo vitale, o eterico, così che la loro dynamis si altera e ascende alla coscienza rispettivamente sotto forma di flusso emotivo e di flusso istintivo”. 

La diagnosi freddamente realistica  di Massimo Scaligero così prosegue, pp. 130-133 e segg., mettendo in evidenza tutta intera la patente contraddizione dello stato di impotenza conoscitiva dell’uomo animalmente identificato alla univoca dimensione corporea:  

“Normalmente l’uomo si trova in stato di sogno rispetto al vivo sentire e in stato di sonno profondo rispetto al vivente volere: è sveglio soltanto nel pensiero privo di vita. Questa privazione di vita rende il pensiero indipendente dalla sua corrente sintetica originaria, onde l’uomo è bensì libero nel pensiero, ma di una libertà astratta, priva di potere sulle cose, perché priva di spirito. Il vuoto guscio di questa libertà normalmente si riempie di contenuto istintivo: per tale ragione l’uomo giustamente si ritiene libero, ma viene sostanzialmente manovrato dagli istinti. Non essendo cosciente dell’originaria forza sintetica, il pensiero non riesce a distinguere sé dai contenuti sensibili, così come non riesce a compiere una reale sintesi della molteplicità del mondo, che gli viene incontro mediante le percezioni sensorie: non riesce se non a compiere parziali sintesi concettuali e a muovere secondo la relazione dialettica delle quantità misurabili. Lo sbrindellamento del pensiero viene appena sanato dalla logica del pensiero fisico-matematico. La reale forza-pensiero invero si scinde in serie continue di rappresentazioni, il cui piccolo caos viene appena ordinato dal formalismo logico. Gli istinti e gli stati emotivi spadroneggiano nella coscienza, grazie a questa impotenza del pensiero, forte soltanto sul piano dell’astratta quantità o del meccanicismo assoluto: incapace di riconoscere l’origine di questa sua minima forza”. 

Così come fece il Buddha Shakyamuni, 2600 anni fa, nel parco di Isipatana, col dare a “coloro che hanno poca polvere sugli occhi” e al mondo tutto le Quattro Nobili Verità, Massimo Scaligero mostra al contempo diagnosi, etiologia, prognosi e terapia dell’antico e ormai cronico male umano: 

“La concentrazione restaura, sia pure ogni volta per breve momento, il dominio dell’Io nell’anima, in quanto esige dal pensiero il movimento secondo il potere sintetico originario: ciò consegue mediante un tema voluto per sé, come mezzo per l’unificazione e l’intensificazione della corrente del pensiero normalmente dispersa. Mediante l’attenzione rivolta illimitatamente a un tema o ad un’imagine o a un concetto, che deve campeggiare esclusivamente nella coscienza, il pensiero ritrova la propria unità originaria, la forza dell’Io.

L’errore generale umano, così come l’errore di taluni che presumono ritrovare la dimensione sovrasensibile, senza rendersi conto di muovere da una coscienza dialettica, consiste normalmente nel fatto che la presenza reale dell’Io nell’uomo non è diretta, ma continuamente riflessa dal corpo fisico e perciò dal corpo senziente, o psiche, rispondente a ciò che induisticamente viene chiamato kàma rupa, e dall’esoterismo occidentale « corpo astrale », cioè dal corpo animico vincolato alle categorie corporee. Nell’uomo comune, in effetto, all’impulso metafisico dell’Io, continuamente si sostituisce l’impulso psichico del corpo astrale. Mediante il corpo astrale, la corporeità fisica, con le sue potenze istintive e le sue demonìe emotive, giunge a manovrare il pensiero. Una simile situazione caratterizza specificamente l’uomo moderno, il cui pensiero è caduto talmente nella cerebralità, da giungere persine a dubitare di una propria autonomia rispetto all’organo cerebrale e di costruire dottrine e teorie fondate sulla persuasione di una priorità dei processi cerebrali sul pensiero: che è la condizione del mondo animale. L’animale infatti non pensa, ma opera mediante un saggio « pensare » adialettico, la cui immediatezza muove dalla sua corporeità fisica, sorretta da forze della propria incorporea « anima di gruppo »”.

Se vi è, dunque, una colpa originaria – l’avidya delle dottrine dell’Oriente hinduista e buddhista  – questa è proprio lo stato di tramortita ignoranza nella quale l’uomo ristagna ormai da innumerevoli millenni. Questa ignoranza si è talmente connaturata all’essere umano che questi, nella maggior parte dei casi, neppure concepisce una condizione diversa da questo stato di coscienza semispento, da lui scambiato per condizione normale originaria spontaneità : non conosce, non intuisce, né tampoco concepisce la realizzazione di uno stato di completo risveglio. Ma ciò che l’uomo non conosce, e tuttavia oscuramente presente nella sua agitata vita emotiva e nella sua compulsiva vita istintiva, egli lo teme. L’essere umano teme il completo risveglio, teme la conoscenza che si attui come dissolvitrice della tramortita ignoranza, perché la natura sentimentale, emotiva, istintiva in lui è avida di servaggio alla natura corporea.

La natura – la natura caduta e deformata in modo davvero caricaturale rispetto allo stato primordiale dell’uomo delle origini – vive in una condizione di potente identificazione all’essere corporeo. Ma questa identificazione – che è una mera illusione, una maya, perché come farebbe l’essere aspaziale, atemporale e immateriale dell’anima a identificarsi con la corporeità spaziale e materiale, vista l’assoluta eterogeneità dei due termini: anima e corpo? – non è una mera convinzione intellettuale, sia pure erronea, che possa essere perciò corretta mediante una sana logica sul piano concettuale. L’identificazione con l’essere corporeo – ed è proprio questa identificazione che diminuisce, spegne la consapevolezza dell’anima ed alimenta l’ignoranza che la genera – è data da una potente attrazione magnetica per il corpo, attrazione che il Buddha Shakyamuni chiama col suo vero nome: brama ardente, sete divorante. La stessa sete divorante che l’essere umano impara a conoscere e sperimenta dolorosamente dopo la morte, e dalla quale egli deve disavvezzarsi.

In realtà, secondo il Buddhismo, in questa “sfera di brama”, kamadhatu, in questo mondo di “brama ardente”, kamaloka, l’essere umano è immerso sempre durante la vita, ma non se ne accorge perché il vero aspetto di questo mondo di passioni divoranti, con la loro consumante demonìa, passioni e pulsioni istintive che si scatenano nella ricerca e nell’appagamento del piacere, durante la vita corporea è come coperto da un velo d’illusione. Ma allorché il corpo, con la morte, viene meno, la “brama ardente”, la “sete divorante”, essendo animiche e incorporee, rimangono, ma in tal caso manca l’agognato oggetto della brama e viene meno il velo d’illusione che durante l’esistenza corporea celava il vero, insospettato, aspetto della ricerca del piacere e della soddisfazione della brama.

Ma lo stato di tramortito stordimento, nel quale si trova l’essere umano soggetto all’identificazione corporea, non genera soltanto la brama, ma anche le sue venefiche sorelle: la paura e l’avversione. La paura è la paura di perdere l’illusorio possesso dell’oggetto della brama, e in maniera più radicale la paura di perdere la stessa brama dalla quale si è posseduti, perché essendo incapaci di essere coscienti di essere, si trae un illusorio senso di sé dall’identificazione col mero esistere. Non si conosce la gioia di essere, e si insegue affannosamente nell’in-significante e sempre agitato divenire l’inafferrabile appagamento della voluttà di esistere. 

La brama e la paura generano a loro volta l’avversione nei confronti di ciò che ostacola l’appagamento della bramosa voluttà, o minaccia di sottrarre l’oggetto della brama, o impedisce la conquista abile o brutale dell’oggetto della bramosa cupidigia.  Brama, paura e avversione sono le tre malefiche figlie dell’ignoranza, e a loro volta con la loro azione riversano nell’anima angoscia e dolore. Tutto ciò non solo tramortisce e rende come ebbro lo stato di coscienza dell’essere umano immerso nell’ignoranza, ma paralizza pure le forze dell’anima, la quale ben difficilmente riesce ad uscire da un tale stato di servaggio e di abiezione.  

A questo punto è semplice comprendere donde nascono paura e avversione nei confronti della Concentrazione e della Via del Pensiero. Semplice da comprendere, ma non certo facile da ingoiare e digerire: almeno non per le “anime belle”, e in particolar modo non per l’ego, ossia per quella figura contraffatta e caricaturale che la natura inferiore si costruisce per simulare la presenza di un Io consapevole e libero. Mentre è vero esattamente il contrario: l’ego è menzogna, e non vera e consapevole conoscenza; l’ego è schiavitù – più o meno travestita – agli stati d’animo, agli istinti, e soprattutto allo stato di morte del pensiero riflesso, e non libertà, che neppure riesce autenticamente a concepire.

Pur di far sopravvivere lo stato di abiezione nel quale l’anima è tramortita e schiava, la natura inferiore mette in atto ogni sorta di grossolana o raffinata strategia. Vuole rabbiosamente sopravvivere a qualsiasi costo, perché la natura SA bene che l’azione dell’Io colpisce a morte la natura inferiore stessa e il suo caricaturale fantoccio, l’ego. Per la prima volta nella storia dell’uomo, con la Via del Pensiero è l’Io ad agire, e non l’anima: è l’Io che opera, e non il corpo astrale. Per cui, di fronte all’azione radicale dell’Io nel pensare, decadono e svaporano tutti i misticismi religiosi, tutti i moralismi, tutti i sentimentalismi, tutti i dialettismi dei quali si era ampiamente pasciuta per millenni la natura inferiore.

Natura inferiore che, per scongiurare il pericolo del proprio dissolvimento da parte dell’azione dell’Io, scatena l’arrogante vitalismo istintivo, in apparenza incoercibile, oppure il moralismo sentimentale. Il vitalismo istintivo è una tentazione particolarmente grossolana, facilmente smascherabile e, nella sua rozzezza, tutto sommato, meno pericoloso. Il moralismo – specialmente quello confessionale – è molto più insidioso e, per le “anime belle”, particolarmente seducente.

Da una parte, il moralismo viene usato per suscitare negli incerti, nei pavidi e nei pigri alquanti dubbi e sensi di colpa, instillando abilmente in anime deboli e pusillanimi l’idea che “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo”, che inoltre “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, e via dicendo. A tale proposito, vengono usate – staccate dal contesto e contro l’intenzione del loro Autore – le parole stesse di Massimo Scaligero. Quanto vilissima, infame e in pessima fede sia l’usare le parole di Massimo Scaligero contro la sua stessa intenzione, è cosa che lascio alla valutazione e all’intelligenza del candido lettore. Il non dichiarato fine di tale subdola operazione è lo scoraggiare la pratica intensa della Concentrazione, e al contempo fornire un comodo, apparentemente verosimile, alibi alla fiacchezza interiore, alla rinuncia alla lotta, alla latitanza, alla diserzione.

Dall’altro, il moralismo viene usato per attaccare quegli animosi praticanti che vogliono rimanere fedeli all’indicazione di Massimo Scaligero. Coloro che vogliono difendere la Via del Pensiero, coloro che soprattutto vogliono realizzarla, e trasmettere tale aurea Via nella sua purezza stellare – così come l’hanno ricevuta dal Maestro – ai liberi cercatori spirituali, costoro dalle “anime belle”  vengono ampiamente e sistematicamente infamati, diffamati, e calunniati come individui “egoisti”, “immorali”, “anticristici”, “antigraalici”, “segretamente oppositori e nemici del Logos”, “invasati dagli Asura”, e via dicendo. Il candido lettore è pregato di credere che chi scrive sa bene quel che dice e si riferisce a innumerevoli, e ripetuti, precisi casi concreti.  

Ma l’attacco, pur prendendo di mira i “reprobi impenitenti”, gli “incorreggibili”, i “refrattari”, in realtà è rivolto alla Via del Pensiero Vivente in generale, e a Massimo Scaligero in particolare. Naturalmente, il tutto viene operato con una consumata arte di dissimulazione, perché difficilmente gli autori di un simile attacco confesserebbero apertamente questa loro avversione e opposizione alla Via Solare e a Colui che ce l’ha donata. E solo per un grossolano errore di valutazione nei confronti del presente lupaccio cattivissimo – veramente imperdonabile dal suo punto di vista – venti anni fa, l’Innominato si scoprì inabilmente con l’affermare in casa mia che “la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata”, e dicendo molte altre cose nei confronti di Massimo Scaligero profondamente ingiuste, meschine, e false.   

Ma il moralismo – e gli attacchi che da esso hanno origine – è solo un mascheramento sentimentale e dialettico delle vere ragioni, che sono molto più profonde: ragioni radicate in una zona animica e vitale molto oscura, e come tali perlopiù non riconosciute e insospettate da chi ne è vittima. 

Lo scorso 23 giugno, la nostra Savitri volle ripubblicare uno scritto di Massimo Scaligero, che apparve prima nel 1955 con l’eteronimo di Massimo nell’edizione di Introduzione alla Magia, III  volume, a cura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca, e poi con quello di Maximus nella successiva edizione  ad opera delle Edizioni Mediterranee, sia pure con alcune improvvide alterazioni del testo, operate da Julius Evola, alterazioni delle quali lo stesso Massimo Scaligero ebbe a lamentarsi. A questa ripubblicazione sul temerario blog di Eco, volli fare un commento, che ripropongo qui di seguito con minime aggiunte e variazioni, in quanto parvemi che il momento presente e le considerazioni svolte nel presente articolo decisamente lo richiedano:

“Un grazie di cuore alla nostra Savitri per la ripubblicazione di questo articolo di Maximus “Appunti sul distacco”, originariamente apparso nel III volume di “UR”, che sin dagli anni settanta del trascorso secolo fece su di me una impressione profondissima e che considero fondamentale per chi segua la “Via Regia”, ossia la radicale “Via del Pensiero”.

Tale Via radicale, da alquanto tempo, sta ricevendo molti attacchi da parte delle “anime belle”, che l’avversano per una sorta di pavor metaphysicus, di autentico terrore di fronte alla travolgente incandescenza dello Spirito che riduce a niente tutti i valori meramente “umani”, uniformandosi ai quali molti sedicenti spiritualisti, che hanno rinunciato all’assoluta impresa interiore, ricercano una comoda giustificazione per sedare la loro buona coscienza, e una consolazione a buon mercato per il senso di fallimento interiore che la rinuncia all’impresa spirituale comporta.

La “Via Regia”, la Via assoluta, la Via eroica, instancabilmente indicata da Massimo Scaligero,  è proprio quella che percorrendo i vari gradi di progressiva intensificazione volitiva della Concentrazione, conduce alla Concentrazione profonda, alla Contemplazione dell’Essere estraformale dello Spirito, che è il “nulla” di tutto ciò che l’essere umano sensibilmente e psichicamente conosce, o si illude di conoscere.

La “natura” – ciò che in tale articolo Maximus, usando la terminologia del Samkhya-Yoga e del Vedanta, chiama “prakriti” – è ciò che l’essere umano, coinvolto dalle sue spire, teme abbandonare, teme vedere dissolversi, e un tale “spavento-terrore” – come lo chiama il Buddha Shakyamuni in un Sutra del Majjhima Nikaya – diviene facilmente avversione per la Via del Pensiero, odio più o meno mascherato per la radicalità della Concentrazione.

La Concentrazione, condotta sino alle sue ultime conseguenze, “arde” e dissolve ogni fallace appoggio dell’illusoria “natura”; recide il legame di oscura brama, di “sete”, che si cela nelle profondità sognanti del sentire, in quelle dormenti del volere; legame che avvince ferreamente l’anima alla sfera corporea, vitale e animale, oltre che alla visione illusoria del mondo.

Pur di rimanere legata a tale abietto servaggio rispetto alla natura caduta, l’ego – il simulacro distorto e caricaturale dell’Io nel corpo astrale – è disposto persino a quella forma cosciente o incosciente di “magia di patto” con potenze avverse allo Spirito, potenze antispirituali suscitatrici del “caos” ad ogni livello.

Rispetto ad una tale prospettiva di “collusione” con le forze dell’antispirito – collusione che può prendere le forme di una titanica “via della potenza”, ma anche le forme più insidiose, dolciastre e stucchevoli, quelle del più sciropposo sentimentalismo moralistico – Massimo Scaligero scrisse in Della Concentrazione Interiore, posta in appendice alla III edizione del “Trattato del Pensiero Vivente”, pp. 137-138, le seguenti emblematiche parole, che completano quanto detto in proposito nell’articolo di Maximus nel III volume di UR :

“Ma il caos ha pure una ragione profonda di essere: suscitare le forze trascendenti dell’Io, perché s’incarnino nell’umano. il semplice “umano” non ha il potere di dominare e trasformare gli istinti: al massimo può pervenire a un “patto” che le entità che manovrano l’uomo mediante gli istinti: ma ciò non è azione spirituale. Occorre donare illimitato potere all’essere trascendente dell’Io, che, in sé identico al Logos, ha tale potere come segreto dell’anima, come segreto del cuore”.

E ciò, come dice il mio amato Dante, “fia suggel ch’ogni uomo sganni”!”

A questo punto è evidente che non è certo con il moralismo, o con il sentimentalismo, o con il misticismo, che si riesce ad uscire dallo stato di tramortimento della coscienza, e a liberarsi dalla paralisi della volontà dell’anima magneticamente attratta dalla corporeità, avvinta alla corporeità in un abbraccio stritolante e mortale. Perché quel sentire mistico, sia pure in forma diversa, oggi è espressione esso pure della inferiore natura egoica esattamente quanto lo sono le più grossolane e rozze pulsioni istintive.

Certo è che la Via del Pensiero è una Via eroica, e non è una via comoda, consolante, adulante e lusingante le vanità e le paure dell’ego. A cavallo tra Ottocento e Novecento, il grande orientalista Thomas William Rhys Davids, fondatore a Londra della Pali Text Society, nella sua opera Early Buddhism, London, 1908, p.7, scrisse che: “Buddhism has no milk for babies”, ossia egli avvertì crudamente che la Via del Buddha non ha latte per bambini. Una tale espressione radicale, che indubbiamente può apparire dura, ma che è assolutamente realistica, è – a mio orsolupesco e paganaccio modo di vedere – ancor più vera nei confronti della Via Solare, della Via del Pensiero Vivente, la cui disciplina della Concentrazione esige di volere, di volere intensamente, di volere a lungo : esige la consacrazione assoluta della volontà a Ciò che è oltre il semplice umano.

Certo che l’Assoluto Spirituale, che nella sua incandescenza spirituale dissolve la natura – sia la rozza natura umano-animale, che la più “raffinata” natura animica intellettuale, razionale e affettiva  – genera paura e spavento nell’umano: solo gli stupidi e gli sprovveduti possono pensare che di fronte all’assolutezza dello Spirito non tremeranno mai e non sperimenteranno mai nella loro appassionata ricerca quello che il Buddha Shakyamuni, nel Bhaya-bherava Sutta, chiama appunto Spavento e terrore. E solo gli stupidi, gli arroganti e gli illusi su se stessi possono pensare che nel procedere sul Sentiero dell’Iniziazione non sbaglieranno mille volte, non cadranno mille e poi altre mille volte. Ma il problema vero non è certo l’errare, non è il cadere, che in definitiva sono felicissimae culpae, e come tali previste e addirittura auspicate, ossia aventi notevole importanza formatrice, educatrice e purificatrice delle forze dell’anima. I forti, i coraggiosi, errano e cadono mille e poi mille volte, ma ogni volta si rialzano e riprendono – senza concedersi tregua veruna – la lotta mortale con l’inferiore natura e contro quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Armata della Morte, e il suo Oscuro Signore.

Il problema, appunto, non è cadere, ma una volta caduti mettersi a strisciare, e – ed è proprio il caso di dirlo – con una serpentina logica terra-terra giustificare dialetticamente la rinuncia a rialzarsi, lo scegliere vilmente la latitanza e la diserzione dalla lotta in un momento veramente tragico della storia dell’uomo. Momento tragico nel quale :

“La dimensione esclusivamente razionale degrada l’uomo al livello animale: la sua intelligenza infatti è mondialmente mobilitata a soddisfare bisogni fisici e ad attuare un ferreo sistema di organizzazione economico-sociale conforme alla visione fisico-animale del mondo. Se v’è un momento primordiale della evoluzione umana, in cui l’uomo originario come entità spirituale supera il caos, occorre dire che l’attuale imporsi dell’organizzazione fisico-animale della società, è un ritorno del caos sotto forma tecnologico-scientifica. Nuovamente lo Spirito è chiamato a fronteggiare il caos, l’avvento sistematico del demoniaco. Il dramma del presente tempo consiste nel fatto che l’Io ordinario non dispone del potenziale di profondità di cui invece dispone il demoniaco. Occorre all’Io la forza da cui ha origine”.

A questo punto, le lapidarie parole di Massimo Scaligero sono di una chiarezza che non lascia spazio alcuno a funambolismi verbali o a interpretazioni dialettiche forzate. Chi vuol capire, capirà

“La concentrazione dà modo al pensiero di estrinsecare la propria forza pura, indipendente dalla psiche. Il pensiero eccezionalmente si sottrae al dominio del corpo astrale, cioè alla forza delle potenze istintive. Tali potenze sono in realtà forze dell’Io, cioè forze del volere di profondità, deviate verso la necessità strutturale corporea. L’Io le subisce come opposte e deviatrici, finché è un Io riflesso o dialettico, privo della propria indipendenza rispetto al corpo astrale e perciò del potere di presa su esso.

L’esercizio della concentrazione, in realtà movendo dall’Io, comincia a restituire all’Io il dominio originario sul corpo astrale. Il pensiero è l’arto immediato dell’Io. Dominando il pensiero attraverso il corpo astrale, le potenze corporeo-istintive s’impongono all’Io. Liberando il pensiero dalla soggezione al corpo astrale, l’Io riprende i comandi dell’anima e perciò del corpo, controlla e trasforma le potenze corporeo-istintive. Queste sono in sostanza forze superumane smarrite dall’Io, che l’Io ha il compito di recuperare attingendo al proprio potere superumano. Il recupero ha inizio mediante la retta concentrazione del pensiero: occorre dar modo al pensiero di manifestare la propria obiettiva forza indipendente dal corpo astrale e perciò capace di veicolare nell’anima la potenza trascendente dell’Io: solo questa può trasformare gli istinti. Colui che aspira all’Iniziazione nel presente tempo, deve anzitutto sperimentare il pensiero come forza pura, indipendente dall’oggetto o dal tema mediante cui si manifesta, epperò come attività estra-psichica: in tal modo egli apre il varco alla potenza trascendente dell’Io.

Il senso dell’esperienza è l’autonomia della coscienza dell’Io rispetto alla propria base corporea: autonomia che le consente la prima forma di conoscenza non dialettica, bensì diretta, del Sovrasensibile, e perciò della reale fenomenologia della coscienza in rapporto alla funzionale « localizzazione » corporea dei tipici movimenti dell’anima”.

Dunque, l’avversione alla Via del Pensiero e alla Concentrazione ha le sue cause profonde nell’avida brama che lega con potente magnetismo l’essere umano a quello stato di abiezione che è l’identificazione alla corporeità animale, e nello spavento-terrore che l’anima, ignorante e schiava della prigionia somatica, prova all’idea di abbandonare la propria prigione e le catene che la avvincono a un tale turpe servaggio. Questa avversione e questo spavento-terrore portano i deboli, i pavidi, gli indecisi a rinunciare all’impresa spirituale. ossia portano alla latitanza, alla diserzione rispetto alla lotta per lo Spirito e contro il dilagare distruttivo dell’Antispirito.

Avversione, spavento, e diserzione possono anche produrre qualcosa di ancora peggiore, e soprattutto qualcosa di ancora più meschino, ossia quella che si può chiamare invidia metafisica : una cosa davvero sudicietta assai. La meschinità di tale metafisica invidia porta a decidere che quel che chi ha abbandonato il campo di battaglia e la lotta per lo Spirito, ha rinunciato a realizzare, “altri” non devono realizzare, non devono conoscere, volere, tentare, osare realizzare. Gli “altri” sono quei animosi lupacci, i quali – magari in maniera tumultuosa e poco elegante – vogliono portare avanti  quella Via del Pensiero e realizzare quella Concentrazione, alle quali le “anime belle” hanno personalmente rinunciato, ritenendo poi che pure gli “altri” – ovvero i lupacci cattivissimi – non debbano realizzare, o anche solo tentare di realizzare. E tanto meno essi  devono diffondere, nella sua forma autentica, la  “eretica pravità” di una Via del Pensiero Vivente, alla quale essi son venuti meno.

Ma siccome i lupacci – pessimi soggetti dal carattere davvero poco raccomandabile – hanno davanti agli occhi la possente figura spirituale di Massimo Scaligero che la Via del Pensiero Vivente ha realizzata, e fatta conoscere coi suoi scritti, dedicando la sua vita ad orientare e aiutare – con abnegazione assoluta e il sacrificio di ogni più legittima aspirazione personale – i cercatori della realizzazione spirituale, ecco che sorge la necessità per le metafisiche – e mefitiche – invidiose “anime belle” di calunniare abilmente – cercando di demolirla o ridimensionarla – agli occhi dei suddetti lupacci cattivissimi, la sua figura spirituale, metterne in dubbio la realizzazione personale, alterarne l’opera scritta, diffondere poco edificanti aneddoti totalmente inventati. Peccato che i lupacci cattivissimi abbiano sviluppato nel corso di lunghi anni – per la loro sopravvivenza – occhi acuti ed una efficientissima “fiutoveggenza”, e sono ben lungi dal “bersi” fideisticamente e acriticamente quanto, sempre più apertamente, questi ambigui figuri vanno raccontando sul conto di una figura spiritualmente abbagliante come Massimo Scaligero, e quanto con fumosi dialettismi, conditi con stucchevole, dolciastra, sentimentalità, vanno dicendo sull’aurea Via del Pensiero Vivente.

Cosa li muove? Brama per il servaggio all’animale vita corporea, accidiosa inerzia animica, ricerca della comodità interiore, spaventoterrore di fronte alla travolgenza del puro Spirituale, avversione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione, avversione e ingratitudine nei confronti di Colui che le donò, e  “invidia metafisica” verso coloro che temerariamente si impegnano in una impresa spirituale alla quale essi hanno vilmente rinunciato.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE
Torna in alto