
*
Alcuni amici, con i quali condivido da lunghi anni la pratica della concentrazione e della meditazione, e che quindi sono per me “fratelli e sorelle d’armi” nella Via del Pensiero Vivente, mi chiedono a volte quale sia la mia posizione nei confronti delle Vie dell’Oriente, vedendo come a volte io citi volentieri testi della Sapienza d’Oriente, o come talvolta ne tragga immagini che, secondo una mia personale valutazione, possano rivelarsi feconde per la pratica interiore.
Una tale domanda è ben comprensibile, perché questa epoca oscura, malvagia e stupida, è anche l’epoca della massima confusione spirituale. E come mi ha fatto notare recentemente una persona, da me molto stimata proprio riguardo alla suddetta “fratellanza d’armi”, la volgarità plebea dell’attuale minestrone sedicente “spiritualista”, sia in salsa tradizionalista sia in salsa new age, riduce l’esoterismo all’essere una mera “una veste culturale, un sentiero di multiforme conoscenza, di spiritualismo tradizionalista, una Gnosi teosofica”. Tutto ciò a chi segue, con sincerità interiore, l’Ascesi del Pensiero non importa un bel niente, perché la realizzazione del pensiero-folgore attraverso la concentrazione è semplicemente l’annientamento di tutto ciò. Da questo punto di vista, per chi voglia radicalmente realizzare lo Spirito, la Via del Pensiero-Folgore non è ‘una’ via tra le vie, come da taluni si vorrebbe che fosse, e come viene stucchevolmente predicato dall’attuale neo-spiritualismo, che concepisce la tolleranza come uno stanco “tanto diciamo tutti le stesse cose”, e ne trae come corollario un dolciastro ‘compito-dovere’ di un ‘amorevole’ stare “tutti insieme appassionatamente”, ad ogni costo e a forza: tutto ciò è solo menzogna e ipocrisia.
La Via del Pensiero-Folgore non è neppure la Via più alta in una ipotetica piramidale gerarchia delle vie. Per chi – non concedendosi illusione veruna – guardi con concreto realismo alla costituzione interiore dell’uomo attuale, decaduto ad un livello di abiezione mai in precedenza raggiunto, ed alla sua condizione di estremo pericolo, in una “civiltà”, che non si deve esitare a chiamare barbarie – la quale erode e sgretola a velocità sempre crescente le forze dell’uomo interiore – l’Ascesi del Pensiero Vivente, la Via del Pensiero-Folgore, non può essere che la “unica Via”, perché essa è l’unica che svegli l’uomo interiore dal tramortimento, dalla narcosi paralizzante, nella quale egli si trova, e solo la concentrazione è il Rito che opera alla resurrezione del conoscere vivente dal cadavere della morta riflessità.
Senza questo Rito della resurrezione del pensiero vivente, senza questa operazione della concentrazione profonda, vòlta a denudare la potenza folgorante dell’atto del pensare da ogni forma e da ogni contenuto – anche spiritualista – ogni “sapere” e ogni “pratica” si rivela inutile e fuorviante. Non è che nello Yoga originario, nel Taoismo, nel Buddhismo Theravâda, Mahâyâna, Vajrayâna e Zen ad esempio non vi siano contenuti di valore eterno, ma tali contenuti – forme e manifestazioni nel divenire storico di una estraformale e immanifestata Sapienza Perenne – per l’uomo attuale, incapace persino di pensare una sedia per un minuto senza distrarsi, tali contenuti sono semplicemente inesistenti. così come inesistenti sono il Pitagorismo, il Platonismo, l’Ermetismo, la Kabbalah, l’Alchìmia, in quanto egli nel pensiero riflesso li riduce ad un mondo di vuote parole, permeate da una poltiglia istintivo-sentimentale, la quale è solo un patetico surrogato della loro autentica vitalità spirituale, che si è incapaci di far sorgere nell’atto vivo del pensare.
Nell’indicare la concentrazione profonda come unica via all’esperienza della nuda potenza del pensare, Massimo Scaligero è stato un Maestro unico. È stato ed è mio unico Maestro.
Ritorno spesso col pensiero agli incontri che nella mia giovinezza ebbi con Massimo Scaligero. Il primo incontro fu mediato da un amico, artista romano, che avevo conosciuto nell’estate precedente, avvenne nel 1970, sul finire della primavera. Colui che ci ha fatto conoscere Massimo Scaligero è e rimarrà sempre il nostro più grande amico, perché, mediando l’incontro con il Maestro, egli ci ha sicuramente fatto il più grande dono della nostra vita. Il debito di gratitudine verso un tale amico è illimitato e felicemente impagabile. Egli si rivelò essere uno di coloro che nel Buddhismo venivano chiamati Kalyâṇa-mitra, ossia “nobili amici”, “ammirevoli amici” o “amici virtuosi”. Ma se vi fu uno con il quale si sviluppò questa Kalyâṇa-mitratâ, questa “mirabile amicizia spirituale”, per antonomasia questi fu proprio Massimo Scaligero, ed io ringrazio ogni giorno il Cielo e i Numi di un sì prezioso e incomparabile dono.
Quando incontrai Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, molto entusiasta e molto sciocco. E questa fu la mia fortuna! Perché non sapendo praticamente nulla dell’Ascesi Solare ch’egli indicava, non avevo pre-giudizi, né pre-clusioni o pre-formazioni. Io venivo dalle vie orientali: dal Buddhismo Theravâda, Mahâyâna e Zen, e dallo Yoga. Ma quello che mi veniva indicato da Massimo Scaligero era talmente diverso e inaspettato, che non potevo paragonarlo a nulla di quanto dell’Oriente, nella mia adolescenza aveva nutrito la mia anima. Mi ponevo di fronte a quello che da lui mi veniva mostrato come un foglio bianco, o una tabula rasa. Perciò – con la foga dei miei 19-20 anni – gli chiedevo tutto: come si pratica il controllo del pensiero, la concentrazione, la concentrazione profonda, la meditazione, la contemplazione, la percezione pura, l’ascesi della volontà, come si compie l’elaborazione meditativa dei testi della Sapienza Sacra, e via dicendo. Massimo fu estremamente generoso, e soprattutto molto paziente. Perché di sciocchezze, inevitabilmente, ne facevo tante e continuai a farne una caterva. Ma siccome dai miei errori e dalle molte sciocchezze compiute ho imparato non poco, ho deciso di seguitare con acceso entusiasmo ad espormi alla possibilità di novelli e fecondissimi errori.
Quel che con inaspettata sorpresa scoprii, fu come Massimo Scaligero mi invitasse ad approfondire molto lo studio – meditativamente inteso – della Sapienza d’Oriente. A tale proposito mi dette una serie di indicazioni di autori e di opere, ma anche indicazioni operative, che custodisco nel cuore come un raro, prezioso, piccolo tesoro. Egli rinnovellava in me – me ne resi gradualmente conto in seguito – passando attraverso la rinascente vita del pensiero nella concentrazione e nella meditazione, dei contenuti di un’antichissima sapienza, ch’egli vedeva connessi con la mia “storia interiore”. Un chiarimento a proposito di questa spregiudicatezza e imprevedibilità dell’atteggiamento interiore di Massimo, tutt’altro che dogmatico, può venire da quel che ha scritto di recente Franco Giovi nel suo eloquente articolo, Aspro e duro è il terreno…, apparso ne L’Archetipo di Giugno 2013, ove dice:
«Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero, poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. Sia chiaro: non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava ≪la propria tradizione interiore≫ a cui, continuava, ≪bisogna essere fedeli≫.
L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero cosi, ma in profondità le cose cambiano, poiché in realtà non v’è alcuna frattura, alcun contrasto.
Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente cosi non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche, e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della tradizione interiore, ovvero ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto».
A me colpiva lo straordinario clima interiore nel quale in Oriente si svolgeva la ricerca spirituale, la ricerca del Divino, che è al contempo la ricerca della assoluta libertà. Mi colpiva soprattutto l’intensità sacrale dell’Ascesi, lo stato interiore dell’anima, ieratico, limpido, di cercatori assetati di Assoluto, cercatori capaci di volontà energica ed eroica. Questo clima di spiritualità “guerriera” era ciò che sentivo a me più congeniale, e in Massimo Scaligero lo vedevo come un ideale vivente incarnato. Era ciò che mi ricordavano continuamente le parole della Sapienza dell’Illuminato.
‘Guerrieri, guerrieri’. Perché, o asceti, siamo chiamati guerrieri? Perché lottiamo per la suprema sapienza e per l’eccelsa virtù, per questo siamo chiamati ‘guerrieri’! Anguttara Nikayo.
Queste parole del principe Siddhârtha Gautama, della stirpe guerriera degli Shâkya, e per tale motivo chiamato, una volta conseguita l’Anuttarâ-samyak-saṃbodhi, ossia la ‘insuperabile, perfetta, Illuminazione’, Buddha Shâkyamuni, l’Illuminato Asceta degli Shâkya, mi hanno sempre profondamente colpito, sin da quando le lessi per la prima volta, nella mia ormai lontana giovinezza.
Queste parole del Sublime Buddha mi toccavano – sin da allora – profondamente nell’anima, perché evocavano quell’intenso clima spirituale di energica lotta interiore, che è assolutamente necessario alla realizzazione spirituale, e mi sembravano contrastare da una parte con la tragicità dei tempi nei quali ci è stato dato in sorte di vivere, e dall’altra con la dispersione, il rapido sgretolarsi delle forze spirituali dell’uomo interiore, operato da questo mondo moderno in preda ad una parossistica demonìa economicistica e consumistica, accompagnata da una sorta di smarmellamento dell’infiacchita volontà, dal narcisismo di un intellettualismo pseudo razionalista, vacuo e vanitoso macinatore di inutili parole, dalla narcotica e svirilizzante azione ‘consolatrice’ di una decadente, menzognera, religiosità dogmatica, la quale da sempre ha avuto il terrore dell’autentica e diretta esperienza spirituale, e l’ha costantemente perseguitata con ogni sua forza e perfidia.
Di fronte ad un tale quadro, indubbiamente angosciante se si ha la forza e il coraggio di contemplarlo nel suo crudo, inattenuato realismo, la parola del Buddha ha la forza di scuotere dal suo torpido sonno la coscienza e di accendere energicamente la spenta e paralizzata volontà dell’ottuso uomo moderno.
In questo mondo, sempre più stupido, oscuro e malvagio, sarebbe essenziale, anzi vitale e salutifero, l’esser svegli, attenti, consapevoli, e invece gli esseri umani sempre più si muovono distratti, scentrati, storditi ed ebbri. E oggi, come 2600 anni fa, suonano severamente ammonitrici le parole del Sublime nel capitolo sulla vigilante attenzione, l’Appamâdavaggo del Dhammapada:
«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […] Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno»,
e quelle, più oltre, nel capitolo ‘dei fiori’, il Pupphavaggo:
«Come chi vada cogliendo fiori, così la morte coglie la vita degli uomini distratti: come un’inondazione che si abbatte su di un villaggio addormentato».
Queste ultime parole si rivelano addirittura paradigmatiche nel mostrare tutta la fragilità e lo stordimento, l’inconsapevolezza della condizione dell’uomo attuale, esposto – come mai prima – ai più grandi pericoli, che mettono in forse il suo stesso essere. Unica via di salvezza – per vincere le forze del caos distruttore e giungere ad attuare il proprio autentico essere – per l’uomo è conoscere e realizzare lo Spirito: realizzarlo direttamente, e non accontentarsi dei surrogati intellettualistici o sentimentali di una religiosità fideistica e dogmatica, oramai svuotata di ogni senso. Ciò conduce al difficile Sentiero dell’Iniziazione per il quale vale, oggi come un tempo, l’ammonimento – già da noi altrove, in precedenza, riportato – della sapienza vedica:
Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente. Katha-Upanishad, 1.3.14
Quel che dall’Oriente possiamo trarre come alimento per l’Ascesi Solare, non sono tanto delle tecniche ascetiche, che nella Scienza dello Spirito non mancano di certo, bensì quanto riusciamo a trasformare in idee-forza e in slancio interiore. Purtroppo – lasciatemelo dire – l’ambiente dei seguaci della Scienza dello Spirito – a parte le doverose e quantomai rare eccezioni – è ben lontano dal dimostrare la serietà, l’energia, la devozione, la dedizione, l’eroicità, la radicalità, il senso del sacrificio, l’oblio di sé, l’abnegazione, la compassione, il coraggio, che si riscontrano presso molti seguaci del Buddhismo e dell’Induismo.
Quando nelle cerchie della Scienza dello Spirito si sente parlare di una “via dell’anima”, che – al dire di taluni – sarebbe più adatta a molti, della pretesa necessità di un “sentire” da porre in atto come necessario correttivo di una “unilaterale” via del pensiero, facilmente destinata – sempre a loro dire – a trasformarsi in una “via del sublime egoismo”, non ci si rende conto, che spesso nel caso del correttivo proposto non si tratta affatto del sentire celeste – espressione, attraverso il pensare vivo, della presenza dello Spirito nell’anima – bensì di una emotività traentesi dalla natura inferiore, la quale facilmente trova mille travestimenti e inganni per proporre una via più comoda all’ego, pauroso ed avido di torpida inerzia, che vuole permanere così com’è. Tant’è che una tale sentimentale e facilmente eccitabile emotività di regola difficilmente riesce a scorgere le deviazioni – per lo più inavvertite – e le deformazioni – anche le più grossolane ed evidenti – della Via, che suscitano facili, passeggeri o ostinati, entusiasmi. Un tale imbelle e volubile sentimentalismo teme, avversa e odia l’azione prosciugante di ciò che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia l’avvampante fuoco del pensare, nel quale l’umida emotività egoica si sente essiccare e congelare. A mio giudizio, dovrebbero essere ben meditate le severe parole di Massimo Scaligero, il quale in Kundalini d’Occidente scrive che:
«In epoca di crisi e di pericolo – come la nostra – il sovrasensibile ha le più alte possibilità di proiezione di energie nell’uomo, della massima donazione di sé. Ma perché l’uomo possa pervenire alla propria liberazione, occorre, da parte sua, una partecipazione autentica e completa, un impegno che nasca dalla sua interiorità profonda».
Egli, parlando ad alcuni di noi, affermava che oggi – proprio in questa epoca oscura e malvagia – sono possibili le più audaci realizzazioni spirituali, che invece sono più rare in epoche più “spirituali” e “tradizionali”, epoche nelle quali molti, anche con “qualificazioni” di ordine superiore, tendono ad “addormentarsi” nell’inerzia sognante nell’anima, mentre il pericolo scuote e sveglia le forze dell’Io. Quella dell’Io è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede – anzi esige – a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e graalico Intelletto d’Amore.
