Giugno 2013

L'ARCHETIPO – LUGLIO 2013

archtros

anno18n7

corno-magico

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 53

Socialità
L.I. Elliot La Decima Gerarchia

Poesia
F. Di Lieto Vento d’estate

Esercizi
Grifo La strada essenziale

AcCORdo
M. Scaligero La nuova Eucarestia

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni La dinamica del pensare

Pubblicazioni
G. Burrini Alberi e Miti – Antichi mestieri
L. Tancredi Alchimia musicale
M.M. Maccari Christus Mundi Redemptor

Ascesi
F. Giovi L’azione del soffio vitale nell’occultismo

Architettura
V. Leti Messina L’espressione architettonica di R. Steiner

Musica
Serenella L’ABC della musica

Inviato speciale
A. di Furia Abbasso il karma, viva l’antisocialità inosservata

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Il Maestro e l’opera
E. Erra Massimo Scaligero, spiritualista per vocazione

Juvenilia
Y. Uchiyama Vita del pensiero come impulso sociale

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Scienza dello Spirito
R. Steiner Le Gerarchie spirituali

Costume
Il cronista Palestre

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
O. Tufelli Oplontis

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL MISTERO DELL’ESTATE (di Rastignac)

la campagna in estate

*

Carissimi,

ho per tutti voi una piccola strenna…natalizia (sì, natalizia…se non vi spiace).

E’ noto che Goethe diceva di sentirsi a più agio nel periodo dell’anno in cui le giornate si allungano.

Le sue forze creative, la sua ispirazione, favorite dalla letizia che gli infondeva l’inoltrarsi verso la stagione nella quale il sole più splende, erano particolarmente deste.Invece quando, dopo trascorso il mese di luglio, le giornate iniziavano ad accorciarsi, una particolare ombra di tristezza veniva avvertita come imprigionante lo spirito, ostacolandogli la fecondità creativa.

Per lui era una gioia quando, nel cuore dell’inverno, il processo s’invertiva e le ore di luce duravano ogni giorno di più.

Con la luce, alla quale segue il calore, viene in aiuto all’uomo, da fuori, tutto l’universo.

Gli spiriti della natura gli si affollano intorno per dargli, senza sua fatica, ciò che nell’inverno egli si vede negato e deve conquistarsi a prezzo di gran sforzo. Da Natale a Pasqua i giorni danno sempre più luce si prepara infine ciò che sboccia a Pentecoste:

“Quando piove, del maggio ai primi albori,

su tutto, un lieve volteggiar di fiori,

e la verde dei campi acconciatura

risplende ad ogni umana creatura,

Elfi piccini, ma dal grande cuore,

dove possan giovare, accorron là:

incolpevole o reo, nel suo dolore

li muove ogni infelice alla pietà.

(Goethe, FAUST II, I atto. Vers. di V.E.)

Tutta la natura offre all’uomo i suoi doni. Essa così parla all’uomo: “Sciogliti da te stesso, abbandonati a me nella luce e nel calore. Ed io ti porterò là, dove riceverai un dono prezioso”.

L’uomo, fiducioso, si abbandona alla grande madre, il suo essere sembra dissolversi nel procedere verso l’estate, come in un sognare. E s’arriva a S. Giovanni:

“La splendente bellezza dei mondi

a scioglier mi move, dal fondo dell’anima,

al cosmico volo le forze divine

della propria mia vita,

ad abbandonarmi, per cercare me stesso,

fiducioso, sol nella luce

e nel calor dei mondi”

(Steiner, CALENDARIO DELL’ANIMA, S. Giovanni. Vers. di F. C.)

Così, andando più oltre, da S. Giovanni si arriva al cuore dell’estate, al vero e proprio Mistero dell’estate, che possiamo chiamare “Natale occulto”, perchè esso è il vero parallelo o meglio il contrapposto estivo del Natale invernale.

Nel fervore di luglio, circa intorno alla seconda domenica del mese, quando lo spirito dell’uomo è tutto effuso nello splendore e nel calore del cosmo esteriore, avviene una comunione, che è una vera fecondazione, dell’anima umana con lo spirito dell’universo:

“Io sento, come preso da incantesimo

nell’apparenza dei mondi,

il tesser dello spirito.

Esso ha ravvolto l’esser mio

nell’ottusità del sensibile,

per donarmi forze, che il mio io

è impotente a darsi

nella sua limitazione.

 

(Steiner, CALENDARIO DELL’ANIMA, III settimana da S. Giovanni. Vers. di F. C.)

Ecco che qui la natura dà le forze, il dono promesso, all’io umano che si è abbandonato a lei.

Questo dono è lo stesso spirito cosmico, l’oro cosmico del Logos solare, che l’io riceve quando nel suo volo sognante al di là di sé stesso, nelle lontananze dello splendore e del calore estivi, il suo essere occulto giunge fino al Dio dei mondi, che regge e vivifica il corso dell’universo.

Questo dono dell’oro solare cosmico all’anima umana è veramente l’alimento spirituale che, insieme alle mature messi dorate, l’universo spirituale somministra all’uomo ogni estate attraverso la percezione e l’esperienza del mondo sensibile, affinchè l’individualità umana abbia ristoro e riacquisti le forze consumate nel travaglio invernale.

 

Nella IV settimana da S. Giovanni il Calendario dell’anima dice:

“Custodir nell’intimo

il dono dello spirito:

è questo il monito severo

che avverte l’anima mia,

affinchè maturando i doni divini,

fruttificando in seno all’anima,

rechino frutti all’essere interiore

dell’io.

(vers. di F. C.)

 

Questo dono di Dio, questo tesoro spirituale, immerso nell’anima umana nelle nozze cosmiche dell’estate, diviene poi il “figlio spirituale” che nasce nell’interiorità dell’anima a Natale.

E’ un onda crescente, fino al misterioso culmine sopra accennato, che si svolge nel crescere delle giornate dell’anno; è una sottile onda di gioia in cui le forze individuali sono portate da un empito cosmico, sollevandole dal sacrificio interiore poiché chiede all’anima solo di abbandonarsi alle forze universali agenti dall’esterno. Nel cuore del mese di luglio interviene una sosta: in tale sosta avviene, senza sforzo individuale, il sogno divino dell’estate: il dono dello spirito all’anima. In seno al tripudio della luce e del calore.

Aggiungo come nota che quanto descritto avviene, di solito, oltre la coscienza umana: esercizi e sensibilità portano alla percezione di quanto avviene. Allora basta poco o un attimo: la percezione balena!

Va anche ricordato che, comunque, per l’anima è sempre Natale invernale, è sempre il Natale estivo, ecc. Questi tempi dell’anno si dispongono in successione temporale sul piano fisico: hanno però un rapporto non temporale nello spirituale. Solo che nelle stagioni competenti le rispettive influenze predominano, dando il tono complessivo alla vita dell’anima.

Dopo le “nozze occulte” estive si produce nell’anima un analogo processo di gravidanza che dovrebbe compiersi mediante il concorso di una attività interiore cosciente dell’anima…e non occorre che continui, non vi pare? :)

Rastignac

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA BANALIZZAZIONE DELL'ANTROPOSOFIA

aiut!

*

Se isoliamo artificiosamente dal contesto spirituale la celebre frase della Tabula Smaragdina: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto…”, avremo pressoché già raggiunto la sintesi di questo articoletto. Infatti se il rigo viene decontestualizzato e letto nominalisticamente esso appare di significato scarso o nullo. A dirla tutta, ad un’anima sana e concreta frasi simili si presentano come sciocchezze che nella realtà non trovano alcuna conferma e nel pensiero paiono vuote. Pensate: in basso i piedi, in alto la testa; in basso i campi di grano, in alto sfilacci di nuvolo…differenze? Ma no! Eppure per tantissime persone (un esercito!) potrebbero quasi essere la stessa cosa. Più o meno. Forse quanto sto dicendo è solo un’assurda iperbole o un gioco. Ma non sto giocando affatto. Non è forse vero che i nostri Padri latini coniarono l’allocuzione “Semel in anno licet insanire” che Orazio, elegantemente modificò in “Dulce est desipere in loco”?

Essi, con la robusta, asciutta sensatezza che contraddistinse lo splendore della Civiltà Romana, limitavano l’insanire ed il desipere a pochi e opportuni momenti. Ora viviamo in un periodo di civiltà nella quale le regole e i riti, vista la proclamata sparizione della Trascendenza e del Sacro, si sono ridotti ai 245 articoli del Codice della Strada (avente evidenti tracce misteriosofiche, vista l’interpretazione personale e difforme tra le diverse pattuglie), alla compilazione del Mod.730, all’IMU ed a labirinti documentali e onerosi non dissimili. Questo nel presente, mentre nel futuro la Tecnologia ci renderà onnipotenti come ci viene assicurato da Emanuele Severino che,  da raffinato nichilista quale egli è, pur tuttavia non annichilisce il proprio pensiero ed è pure serissimo con sé stesso, perciò non scherza.

Allora: è “normale” insanire o desipere per alcune ore tutti i santi giorni quando si legge un testo di Antroposofia o si tiene una conferenza (o la si ascolta) sul medesimo argomento o si discute su un Forum dedicato?

Di sicuro esagero ma pregherei i lettori a sforzarsi d’immaginare per un momento quante sono e sono state le persone che accostandosi all’Antroposofia da due diverse direzioni (quelli che hanno approfondito alcune correnti sapienziali e quelli che non sanno nulla ma sono dotati d’impulso verso il Trascendente), dopo una brevissima immersione scappano a gambe levate: non è possibile contarle singolarmente ma a legioni sì.

Certo, avevano appena sfiorato la superficie, ma molti s’allontanano disgustati. Disgustati di che? Non dall’Antroposofia che rimane e forse rimarrà per loro una cosa sconosciuta ma piuttosto dalla banalità piatta, volgare e frammentaria che viene proposta troppo spesso come fosse Antroposofia.

Qualche “fuggitivo”, nonostante la vista del panorama desolato trova tuttavia la strada essenziale verso la Scienza dello Spirito per un retto impulso interiore che, come ogni intuizione veritiera non è irrazionale ma sovrarazionale, contenente perciò anche tutta la logica del reale: egli acquista i testi di Rudolf Steiner (e di Scaligero) e mentre li legge sbarra porte e finestre alle chimere di cartapesta che vagano per le strade.

Come esempio, ricordo “forte e chiaro” le parole che un vecchio amico, brillante studioso e scrittore nonché asceta e sperimentatore di Scienza dello Spirito, espresse con animo incupito decenni orsono mentre eravamo fradici reduci  dall’ascolto di una conferenza indecentemente comica su temi antroposofici: “Se non conoscessi Steiner per mio conto, abbandonerei tutto o mi accosterei al Buddhismo che almeno è serio!” : era lo sfogo di una profonda malinconia e di  indignata impotenza per lo spregevole vandalismo (perpetrato da importante rappresentante) di cui eravamo stati testimoni.

Gli animi ingenui suppongono che l’Antroposofia sia una, ma questa è illusione, di quelle gravi che lasciano dietro a sé danni. Innanzi tutto le antroposofie sono tante quante sono le anime che si dedicano a questa via di conoscenza: ognuno trae dalla Scienza dello Spirito quanto può ed elabora il quantum assimilato secondo le proprie forze e le inclinazioni di carattere e di destino: ciò è un fatto inevitabile che comporta conseguenze di vario genere a seconda dei casi.

E’ invece un fatto gravissimo che il ricercatore possa trovare l’unica relazione sicura con l’Antroposofia attraverso le Opere di Steiner, essendo divenuto accadimento rarissimo o eccezionale la connessione con indicatori e studiosi dotati almeno d’onestà, correttezza e rispetto. A scanso di equivoci dovrebbe essere chiaro che non alludo a ladruncoli o maniaci nel senso comune.

Il vuoto, ai nostri giorni si presenta come una generale incapacità di seguire Rudolf Steiner da parte dei sedicenti discepoli.

Tale affermazione significa semplicemente che si sta perdendo la disciplinata coerenza conoscitiva per quanto riguarda l’attività del pensare. Steiner non sembra chiedere moltissimo quando indica il modo della lettura: pensare i pensieri nella concatenazione offerta, dunque ripercorribile. E’ il limite estremo (quello esterno) della Scienza dello Spirito. Pensare con rigore attento i pensieri affinché scatti, nel pensarli, il  potere della sintesi in cui inizia a risorgere la forza di Vita di quanto giace nel pensiero indicato dalla parola scritta.

Con questa semplice operazione si entra nell’Antroposofia, al contrario “sforando” con pensieri estranei o ulteriori si esce dall’Antroposofia. L’opera a cui ci si attenga, proprio quando pare riduttiva ci conduce nel Mondo Spirituale mentre quando sembra ampliare i nostri orizzonti ci abbandona con il sudario dello Spirito: la sua impronta razionalistica. Quest’ultima è il risultato di molti decenni privi (volutamente privi!) di disciplina interiore.

Chi non pratica l’esercizio interiore non possiede gli organi interiori per riconoscere e dominare le soddisfazioni che irraggiano dall’astrale inferiore. Perciò sente tali soddisfazioni e le giudica come un chiaro indizio della giustezza della via intrapresa.

Parlo del pensare perché esso contiene, in profondità, anche tutto il resto ossia il volere pre-corporeo ed il sentire puro. Mettere il pensiero nella categoria della manifestazione di “un freddo egoismo” contraddice tutta l’Opera di Rudolf Steiner e palesa platealmente la pseudo conoscenza di un’antroposofia lontana anni-luce dall’Antroposofia vera. E’ una cretinata colossale, ma è quello, come si suol dire, che passa il convento. Uno strano convento in cui si entra se ci si ammattisce a contatto con la sapienza spirituale. E’ il luogo dell’anima dove il desipere si sorregge su tre colonne:

La prima è l’ordinaria lettura, spesso ingorda e affrettata, dei molti (troppi) testi – occhi sul libro e testa altrove – cioè la bulimia psichica nell’assumere o ingurgitare notizie spirituali  identificate in frasi riconoscibili. Questo modo bramoso e primitivo di procedere riproduce semplicemente il subumano circuito animico del pettegolezzo ma viene anche chiamato, con involontaria blasfemia, approfondimento antroposofico.

La seconda si evidenzia come la disarticolazione o chirurgica macellazione dei testi e dei cicli, ormai considerato “pratica” e legittima anche in sede di stampa specializzata. Essa, già discutibile e sospetta quando la si usa su resoconti di scienza del sensibile, viene accettata dai molti persino contenti di avere con facilità e rapidità il concentrato della sapienza esoterica garantita come il riassunto dei più importanti pensieri steineriani e delle più recenti novità dell’O.O.

La terza è l’evoluzione della seconda. Qui la coscienza ordinaria confidando in una astratta familiarità con ogni sorta di immagini raccattate mediante razionalismo enciclopedico, ricuce, con il filo deduttivo, ircocervi ovviamente inorganici e innaturali che paiono corretti solo perché sdoganati dalla estrema cura dei particolari e dal supporto massiccio di elenchi bibliografici e indici informativi a cui abboccano gli eruditi, gli ingenui e gli stolti. Alludiamo, per meglio comprenderci, a scritti che, per esempio, giustificano una Filosofia della Libertà con una mole (decontestualizzata) di comunicazioni tratte dalle comunicazioni antroposofiche. Ecco l’antroposofia come produzione sterminata e cicaleccio continuo.

Ho citato le insanie percettibili e controllabili: esse sono nient’altro che le manifestazioni più grossolane del male che è l’aver portato l’Antroposofia ad un livello d’inversione in cui di Essa non rimane più traccia. Certo che attività e libri non sono spariti. Ma se Essa “sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento” e, aggiungo, dalla disperata percezione dei limiti personali o da una coerenza conoscitiva che non si ferma a metà strada, allora la Scienza dello Spirito è, in polpa e gheriglio, un cammino interiore individuale da percorrere.

Ma qual’è il punto di partenza di questa lunga strada, sconosciuta e a tutta prima inconoscibile perché è pure estranea all’ordinario caos che, con orgoglio mal riposto, chiamiamo nostro mondo interiore? Essa inizia con la lettura (lo studio) delle principali opere di Rudolf Steiner, le quali andrebbero precedute da novantanove approfondimenti delle prefazioni e dei capitoli introduttivi che indicano con matematica esattezza i caratteri e le forze dell’anima da smuovere per la successiva lettura: ciò vale per La Filosofia della Libertà, La Scienza Occulta, L’Iniziazione, ecc. E non meno per i “Cicli”, a cui è lecito accostarsi con rispetto e un’attenzione persino maggiore. Vi siete mai accorti che il Dottore offriva agli ascoltatori,prima di tutto il resto, gli strumenti necessari per seguirlo? In genere, nella prima conferenza di un ciclo, lo Steiner introduceva una sequenza di rappresentazioni poggianti su esperienze (rappresentazioni) tratte dal sensibile ma articolate in forme inusuali atte a formare una speciale sintesi di pensieri, sentimenti e impressioni che equivalgono (se portati ad atto) alla modificazione animica sufficiente e necessaria per proseguire nella comprensione sperimentale di immagini ed eventi che non poggiano più su alcun dato sensibile. Spesso ciò non viene avvertito poiché lo Steiner,  con l’immenso rispetto per la libertà e l’iniziativa di ciascuno che sempre lo contraddistinse, non incitava, non coerciva seppure benignamente: esempio di amore purissimo e totale rispetto per l’individualità umana…e nemmeno questo è stato compreso dai più.

Cari lettori, non ci sono alternative o peggio l’alternativa pessima consiste nel leggere parole che, raggruppate, diventano nozioni per dispiegarsi in una sorta di sapere e chi sa di più viene persino considerato “iniziato” o la reincarnazione del tal dei tali.

Oggi sembra che (quasi) tutti accettino l’impoverimento ed il degrado delle forze dell’anima con passiva indifferenza: “Fuori piove, la penna scrive, io sono un asino. E’ lostato delle cose”. E tra non molto si arriverà ad un’ulteriore, ancora più degradata semplificazione: “ L’albero è una cosa, il tavolo è una cosa, io sono una cosa”.

Già nei primi anni dell’altro secolo Steiner notava come si fosse fortemente sbiadita la potenza del sentire paragonandola a quanto si manifestava nel salotto culturale di Maria Eugenia delle Grazie negli anni ’80 del XIX secolo. Io stesso ricordo figure di anziani antroposofi, che avevano assistito di persona alle conferenze del Dottore, spontaneamente alzarsi in piedi prima del lavoro di studio del Gruppo per invocare con vibrata solennità e devozione la Presenza del Logos Solare e degli Spiriti delle Gerarchie: imbarazzando visibilmente i soci appena di poco più giovani.

Eppure se il sentire latita, le immagini antroposofiche non trasformano l’anima, se dalla testa esse non scendono nel cuore, la Sofia rimane lontana e anche l’uomo si spegne. Occorrerebbe quello che va mancando: ardore, devozione, meraviglia: virtù dell’anima perse per strada.

Lo ripetiamo all’infinito: all’uomo di adesso urge la disciplina interiore. Subito. E’ divenuta il tentativo estremo per non affondare.

Ripetiamo ad nauseam che la Concentrazione è totalmente indispensabile. Non è certo l’unico atto interiore; la meditazione, la contemplazione, la percezione pura sono tutte operazioni fondamentali ma tutte presuppongono, attuata, la potenza, anche minima, della Concentrazione. Inoltre è l’unica disciplina che ti dà costante consapevolezza della tua condizione, del tuo “stato d’opera” senza finzioni. Perché la Concentrazione? Perché essa è l’unica operazione interiore che inizia a partire dalla condizione (occulta e palese) in cui veramente ti trovi. Se scavalchi la Concentrazione inizi da un sentire instabile, fiacco o dinamizzato dalla natura, oppure da un volere percepito sempre a posteriori attraverso il sistema nervoso e muscolare e, in tal caso, ti condanni ad un super inserimento nel corpo fisico-sensibile nemmeno contemplato dagli Dei per un’entità pensante durante la sua condizione umana.

Senza la Concentrazione com’è possibile quel grado d’attenzione che ti permette un’immersione non superficiale nel percepito?

Il temibile Hugo è troppo buono (un bignè alla crema) quando scrive di un’attenzione che non raggiunge il minuto: nemmeno a dieci secondi s’arriva. Solo dove l’attenzione permane contempli qualcosa e solo contemplando qualcosa il cuore si apre all’essere suo e tuo.

La Concentrazione lavora in profondità a tua insaputa. L’incontrollabile flusso del pensiero inconsistente rallenta un poco, a momenti s’inceppa e l’attenzione guadagna il terreno che aveva quando eri bambino e che da grande hai perduto. Leggendo le righe scritte dal Dottore scopri nessi mai prima colti; le singole parole e le frasi apparentemente più semplici acquistano forme e spessori che toccano e sollecitano l’anima; senti che il modo delle Sue parole apre porte da sempre chiuse nella tua interiorità e senti pure nella tua interiorità un muoversi di sostanze: forze dell’anima di cui forse cianciavi ma che non avevi mai sentito sul serio. E ti stupisci: sono momenti di meraviglia. Da questo momento riprenderai in mano il testo che leggevi con una speciale, intima riverenza. Comprendi in balenii o a poco a poco che il passo successivo consiste nel fare un grande passo indietro. Il senso della tua attività è permettere al libro di parlarti, di agire sulla tua anima: di lasciare che la concatenazione dei pensieri dormienti nel Testo riacquistino vita con la forza del tuo pensiero.

E’ quello che il Dottore ti chiedeva con discrezione in testa ai suoi libri; letto da tutti, fatto da pochissimi. I molti preferiscono ridurre a niente le Sue parole: “…se invece si leggono nel modo giusto comunicazioni intorno a fatti soprasensibili, ci si trova a vivere entro il flusso dell’esistenza spirituale…” L’intensità e le caratteristiche variano individualmente e su ciò vale il riserbo ma è quanto succede in chiara realtà.

Dalle molte impressioni che ricevi sorgono sentimenti profondi: intravvedi quale sia la natura spirituale di Rudolf Steiner ed il senso della sua opera. Una sacra devozione sgorga spontaneamente. Ho sentito soltanto Massimo Scaligero pronunziare il Suo nome con il genere di rispetto che gli andrebbe tributato. Comprendi che avvicinarti a Lui è ben diverso che leggere libretti in cui si raccontano “le sue vite precedenti”.

Se vivi anche per attimi discontinui nelle impressioni conoscitive che si producono nella tua anima  avverti il nascere di una libertà che incenerisce dubbi, preconcetti e giudizi in quanto provenienti dalla contingente personalità. Nella superiore libertà della vivente Scienza dello Spirito, attiva e non statica, puoi anche intuire (in te stesso ma oltre te stesso) cosa in Essa sia la Via Solare ed il senso che per Essa si esprime nella disciplina della Concentrazione. Quest’ultima non rappresenta un generico “controllo del pensiero” ma è il varco diretto al Pensiero Vivente, corrente di Luce viva che nell’attuale periodo del divenire dell’uomo preme a fluire nella sua coscienza (e in tutto l’uomo, sino nella corporeità). Vedere il pensiero che pensa risponde alla desta riconquista dell’Albero Sempre Verde, alla connessione con il Logos Solare come non fu mai nell’antico e nel remoto. Come ho accennato prima, il Dottore non ti suggestiona con termini fascinosi, non sottolinea le indicazioni essenziali. Dona tutto a tutti ma non ti aiuta: non fa nulla di quanto sia tu stesso a dover (voler) fare. Dunque spetta a te l’iniziativa di comprendere la portata di cosa intenda l’Iniziato del Sole quando chiude un certo paragrafo del V capitolo della Scienza Occulta con le parole “…arrecherà i più bei frutti per l’intero avvenire”.

                                                                                                             

SCIENZA DELLO SPIRITO,

VITA SI CREA MENTRE IL DENARO MUORE

 SOLIS CENTRO CRUX ET ROSAE GIU 2013 FK 077

*

VITA SI CREA MENTRE IL DENARO MUORE

 

IL DENARO E’ SOLO UN SIMBOLO DELLE RICCHEZZE REALI CHE GIA’ ESISTONO. 

UN SIMBOLO ASTRATTO E CONVENUTO.

IL DENARO RAPPRESENTA I NUMERI MEDIANTE I QUALI CONTARE E VALUTARE CIO’ CHE SI PRODUCE E CHE  SI E’ PRODOTTO.

 

NON PUO’ PRODURRE RICCHEZZA ESSO STESSO.

NON PUO’ E NON DEVE.

DOVREBBE FERMARSI AL SOLO RAPPRESENTARLA NUMERICAMENTE.

 

IL DENARO DEVE RIMANERE INERTE SIMBOLO DI UNA VITA PRODUTTIVA CHE E’ SOLO AZIONE UMANA.

 

SE VIENE ADORATO E MOLTIPLICATO COME SOGNO DI INTERESSI E DI SCOMMESSE FINANZIARIE :

ALLORA VIVE DI UNA VITA CHE UCCIDE GLI ATTI DELL’UMANO.

ED I SACERDOTI FINANZIARI TENDONO AD IMPORLO COME RELIGIONE ASSURDA.

 

COME ARMA DI UN’ASTRATTEZZA CHE MASSACRA.

 

LA SACRITA’ DEL DEBITO NELL’ATTIMO IN CUI IL DENARO VIENE STAMPATO : E’ UN ATTO DI IMPOSTURA.

E’ L’ARMA DELL’ECCIDIO.

 

QUANDO IL DENARO VIENE CREATO COME NUMERO

RAPPRESENTA SOLTANTO  RICCHEZZE REALI CHE GIA’ ESISTONO

E NON PUO’ ESSERE PROPRIETA’ DI CHI LO STAMPA.

NON PUO’ ESSERE ATTRIBUITO A CHI LO EMETTE

NON PUO’ ESSERE BANCARIA PROPRIETA’ DEGLI EMANATORI.

 

IL DENARO E’ DI TUTTI E PUO’ ESSERE SOLTANTO NUMERATO.

CHI LO EMETTE E’ SOLO UN ESECUTORE CHE VALUTA A QUANTO AMMONTA TUTTA LA RICCHEZZA COLLETTIVA.

E’ SOLO UN ESECUTORE DEGLI ORDINI DI TUTTI COLORO CHE ALLEANDOSI DANNO VITA AD UNO STATO.

 

IL DENARO E’ UN NUMERO INERTE E TALE DEVE RIMANERE.

 

INFINE IL DENARO DEVE ESSERE DONATO.

 

DEVE ESSERE DISTRIBUITO IN BASE ALLA FRAZIONE DI RICCHEZZA COLLETTIVA CHE PERMETTE UNA MINIMA VITA DECOROSA.

IL RIMANENTE E’ DELLO STATO.

DI UNO STATO CHE NON PUO’ IMPORRE TASSE E CHE LE HA ABOLITE TUTTE.

 

INFINE IL DENARO DEVE MORIRE IN UN LASSO DI TEMPO DEFINITO.

 

SOLO LA MORTE  DEL DENARO SALVA LA VITA DEGLI UMANI.

UNA MORTE AD ESEMPIO DECENNALE.

 

DOPO  :  UNA NUOVA MONETA VERRA’ EMESSA

E ANCH’ESSA DOVRA’ POI MORIRE.

 

LO STATO STAMPERA’ OGNI ANNO (AD ESEMPIO) IL 10 PER CENTO IN PIU’ DI MONETA RISPETTO A TUTTA LA RICCHEZZA REALE COLLETTIVA.

IN UN DECENNIO LA MONETA DOVRA’ MORIRE VOLUTAMENTE INFLAZIONATA.

 

LA MORTE FINANZIARIA DEL DENARO RESTITUIRA’ LA VITA INTERIORE ED ESTERIORE  AL CUORE ED ALLA MENTE DEGLI UMANI.

 

SOLO LA MORTE DEL DENARO GLI IMPEDIRA’ L’ACCUMULO CHE LO RENDEREBBE MATERIA ASTRATTA DI CONCRETI SACERDOTI FINANZIARII.

VERI STREGONI DELL’ASSURDO IMPOVERIRE PRELEVANDO RICCHEZZE

ESTORTE IN BASE A UN PRETESO DEBITO CHE NON C’E’.

E CHE NON DEVE ESISTERE.

 

SOLO RICCHEZZA VERA  E REALE

MORALMENTE PRODOTTA MEDIANTE DEDIZIONE  E AMORE VERSO CIO’ CHE SI PRODUCE.

IMMERSI IN UNA PROSPERITA’ MINIMA E DI BASE

CHE E’ ATUTTI DOVUTA IN QUANTO FIGLI VIVENTI DI UNA CIVILTA’ IN CUI SI CREDE.

 

CIVILTA’ DA CUI SONO ESCLUSI TEMPORANEAMENTE I BARBARI CHE NON NE CONDIVIDONO GLI ASPETTI E CHE NON RIESCONO AD ESSERE LEALI.

 

AVE DIVINO SOLE DELLA MERAVIGLIA CHE SI INNAMORA DEGLI APICI IDEALI.

MENTRE TENDE A REALIZZARLI NELLA LEALTA’ DI PURISSIME INTENZIONI.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

http://folgoperis.blogspot.com/

http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

http://fuocoimmateriale.blogspot.it/2009/05/la-via-della-verita-rudolf-steiner.html

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

ORO OLTRE IL DESERTO CAP.3

 ALBA SU ROMA 9 GIU 2013 FK 024

*

ORO OLTRE IL DESERTO    CAP.3

(OROLDES)

 

1/9011

AFFILATA GLORIA SOLARE

 

OVE LA SUPERBIA SONNOLENTA E’ GRANDE :

IL BEOTA SI PASCE DI SE STESSO.

 

UBRIACO DI TERRA.

EBBRO DEI TELLURISMI REGREDIENTI.

 

UNA FORZA DI FOLLIA SPINGE LE ANIME A PERDERE L’ESSENZA DEL SOLARE.

UNA TORPIDA NEBBIA AVVOLGE LE COSCIENZE.

PORTANDOLE A BLATERARE NEL FIELE

MENTRE INVERTONO E DEFORMANO I VALORI DEL CUORE SACRO DELL’INTELLIGENZA.

 

PALLIDO IL MEDIANICO INSUPERBIRE

HA UNA FEDE CIECA NEL SUPPURARE ALLUCINATORIO DEL PROPRIO INFETTO SENTIRE.

 

TITANICA L’ISTERICA FIDUCIA NEL GHIGNO DEL MENTITORE

DOMINA LA TREMULA UMANITA’ DI CHI VOLGE AL DELIQUIO.

 

TELLURISMI REGREDIENTI OTTUNDONO IL SENTIRE

MENTRE LA VOLONTA’ SI IMMERGE NEL VOLUBILE ESAGERARE.

 

PICCOLE VANITA’ OTTENGONO IL POTERE DEL GIGANTISMO OCCULTO.

RIUSCENDO COSI’ AD UNIFICARE L’INTERIORITA’ NELL’ATTIMO INCOERENTE

CHE OTTIENE LA MASSIMA POTENZA NEL FARFUGLIARE DELL’ANTI INTELLIGENZA.

 

L’UMANA PERSONALITA’ E’ FRANTUMATA E MORTA

LA RAZIONALITA’ PERDUTA GIACE FRA LE MACERIE DELL’INDIVIDUALITA’ TRAVOLTA.

 

MA DINANZI ALLA LUCE DELL’IDEA SI MOSTRA LA MENZOGNA CHE

– COERENTE CON L’ASSUNTO COMPITO DI DIABOLICA INCOERENZA NELL’AVVERSO –

ABITA E INDOSSA E USA IL VOLERE ED IL SENTIRE DELLA CROLLATA INTELLIGENZA.

 

LA PAZZIA E’ SEMPRE MALVAGIA.

 

L’INDOLE PROFONDA NE LIMITA EVENTUALI MANIFESTAZIONI ESTREME.

MA L’ENTE DEL MENTITORE NE ABITA LE CARNI.

 

L’ESSENZA DELLA SANTITA’ ABITA SEMPRE I LUOGHI DELLA VERA INTELLIGENZA

COSI’ COME LA MALVAGITA’ PERCORRE SEMPRE  SENTIERI DI  FOLLIA.

 

MEDIANITA’ MORTE E FOLLIA DANZANO ASSIEME I RITMI DI UNA SPONTANEITA’ INFETTA CHE SORGE DAGLI INFERNI.

FALSA SPONTANEITA’ CHE SOLO IL –PALESE O NASCOSTO- BESTEMMIARE HA COME SCOPO.

 

DINANZI AL PENSIERO CHE VIVE AL COSPETTO DELL’INTELLIGENZA

-NELL’ATTO CHE CONTEMPLA IL CONCETTO RICORDATO-  

SI SVELA IL CONTESTO OSCURO DI CIO’ CHE NEGA IL SOLE INTERNO AL CONCEPIRE.

 

NELL’ASCESI VENGONO VISSUTI GLI ATTI INTERIORI CHE PORTANO AL MENTIRE.

VENGONO AFFRONTATI COME OSTACOLO CHE NEGA L’UNIRE DELL’IDEA .

 

OGNI ATTO COMPIUTO NELL’ASCESI DEL PENSIERO LACERA I NODI DEL MENTIRE.

ATTUA UNA DEDIZIONE CHE E’ L’ESSENZA DELL’INTELLIGENZA.

 

OLTRE LE CARNI CEREBRALI SPLENDE IMMATERIALE LA VERA INTELLIGENZA.

SPLENDE E RESPIRA NELLO SCULTOREO LAMPO IN CUI LA VERITA’ CONSACRA E L’UOMO E’ FRA GLI DEI.

 

OLTRE LE CARNI CEREBRALI L’IDEA SCORGE GLI ABISSI DI FOLLIA E COME TALI LI DISVELA.

E COME TALI  PER IL SOLO FATTO DI ESSERSI ACCESA :  LI COMBATTE.

CONSUMANDOLI.

 

ARDE E SI ACCENDE L’ESSENZA DI OGNI FORMA.

ARDE E SI INNALZA.

E SPLENDE.

 

E LO SPAZIO CONQUISTATO AL BENE  :

FRA LUOGHI IMMATERIALI CHE NON CONOSCEVA  :

VIENE STRAPPATO AI GORGHI DI FOLLIA CHE LO CONTAMINAVANO.

 

ED E’ PURIFICARE.

 

E’ PURIFICARE I NODI SERRATI IN CUI VENGONO ALTERATE LE SCELTE INTERIORI.

E’ INTACCARE E CONSUMARE IL CAOS DEL BIOLOGICO FURORE CHE VUOLE BESTEMMIARE.

 

LA SOLA IMMATERIALITA’ E’ NELL’ATTO COSCIENTE DEL PENSARE

CHE CONTEMPLANDO L’ESSENZA DEL CONCETTO RICORDATO

VIVE REALMENTE NEL POTERE DA CUI L’INTELLIGENZA SORGE.

 

VIVE NEL RESPIRO SOVRUMANO DA CUI L’UNICA SANITA’ SI TRAE E DISCENDE.

 

NEL MISTERO DELL’ASCESI IN CUI L’ATTO CONTEMPLANTE DELL’IDEA DIVENTA RITO :

UN PALESE VALORE SOVRUMANO ACCENDE NELL’AUREO

ZONE DELLA COMPAGINE INTERIORE CHE ALTRIMENTI VERREBBERO SOPRAFFATE DAL CORPOREO.

 

SOVRUMANITA’ SI AGGIUNGE ALL’UOMO CHE CONTEMPLA IL PENSARE

E CHE  -COSCIENTE NEL SILENZIO IN CUI RIASSUME I TRATTI DELLA SINTESI-

RESPIRA E VIVE OLTRE IL QUOTIDIANO CONTINUO PARLARE CEREBRALE.

 

SILENZIO CONOSCENTE CHE RIUNIFICA LE PARTI DEL RICORDO.

SILENZIO CONOSCENTE IN CUI LE POTENZE DELLA FORMA

OFFRONO IL PROPRIO PURISSIMO VOLERE COME SPAZIO OCCULTO

IN CUI LA PIU’ ALTA POTENZA DEL SOLARE PUO’ INCARNARSI NELL’UMANO.

 

LOGOS DELL’IO E DEL CUORE.

 

LOGOS APOLLO.

 

ESSENZA DELLA FOLGORE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

http://folgoperis.blogspot.com/

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

http://fuocoimmateriale.blogspot.it/2009/05/la-via-della-verita-rudolf-steiner.html

 

 

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Quarta Lettera (parte III)

Denderah

 

 QUARTA LETTERA

Luglio 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(Continuazione)

Possiamo trovare pure l’immagine di questi eventi dentro la forma umana. La cassa toracica umana è una immagine reale del Cancro. La cassa toracica circonda e protegge gli organi interni, in special modo il cuore e i polmoni; e tuttavia, nella misura in cui la cassa toracica separa gli organi interni dall’esterno, vive dentro la cassa toracica il desiderio di venire in contatto con il mondo esterno. Questo desiderio può giungere sino ad essere egoismo; il desiderio di possedere tutto quello che giunge alla portata dell’essere. Dobbiamo adesso immaginare che quest’immagine della cassa toracica è soltanto pallidamente indicata negli eventi descritti sopra, perché gli esseri connessi con gli eventi del Cancro dell’Antico Saturno sono ancora molto dipendenti dall’aiuto degli Spiriti dell’Amore. Essi non hanno neppure raggiunto la coscienza dell’Io simile a quella umana, così dobbiamo vedere in qualche modo il peso di questi eventi nella Costellazione del Capricorno. Ciò appare ora come le giunture nella forma umana, in special modo nei gomiti e nei ginocchi. Così troviamo di nuovo il rapporto con gli eventi nel quarto ciclo di Saturno. Abbiamo detto che gli avvenimenti dei Gemelli e del Sagittario appaiono entro la forma umana come la parte superiore delle braccia seguite dai gomiti. Comunque, si può chiedere: “Che cosa hanno a che fare i gomiti con gli organi dei sensi?”. Se non si fa l’errore di immaginare gli organi dei sensi unicamente come li ha oggi l’essere umano, si può trovare la soluzione. Se immaginiamo le percezioni soprasensibili degli Spiriti dell’Amore che compenetrano i corpi di calore e nell’atto della compenetrazione, per così dire, creanti organi di percezione sulla superficie della “pelle” di quei corpi, possiamo allora sperimentare quanto segue: fuori dei corpi di calore – il luogo di dimora degli Arcangeli – l’influenza degli Spiriti dell’Amore è qualcosa di simile a linee “rette”, ma essa nel penetrare la pelle di quei corpi viene ritorta, e così viene creato una specie di organo – come una giuntura – che cambia la “direzione” esterna in una “direzione” interna. Solo dall’esatto rapporto tra ambedue le “direzioni”, attraverso un organo di senso simile ad una giuntura, possono aver luogo le corrette percezioni. Questo, per esempio, è il modo come agisce l’occhio umano, in quanto sorta di organo di senso Archetipico simile ad una giuntura. Nel caso del gomito, come immagine del periodo dell’Antico Saturno, avremmo un attivo organo di senso perché esso è usato per la nostra attività proprio come dobbiamo immaginare gli organi di senso ispirati dagli Spiriti dell’Amore: come organi attivi, creativi. 

Il successivo gradino dell’Antico Saturno, il sesto grande ciclo, conduce oltre lungo questa linea. Finora vi erano facoltà di percezione create dentro le creature di calore, e adesso durante questo ciclo viene instaurata una sorta di digestione. Gli eventi dentro Saturno sono non solo percepiti, bensì le sostanze di calore nell’ambiente circostante vengono pure accolte nell’essere di calore. Là esse attraversano una specie di “metabolismo”; così hanno luogo processi di nutrizione e di escrezione. 

Questa evoluzione viene causata da due specie di Esseri Spirituali. Gli “Angeli” o “Figli del Crepuscolo”, e gli “Spiriti dell’Armonia” o “Cherubini”. Nell’Antico Saturno gli Angeli hanno una coscienza ancora più bassa degli Arcangeli. La loro coscienza potrebbe essere paragonata con il grado di coscienza che oggi hanno le piante, ed essi pure agiscono sui corpi di calore in una maniera pallidamente simile. Essi provocano questo primordiale metabolismo che è simile alla circolazione della linfa nelle piante, ma non potrebbero farlo da soli. Li aiutano elevati Esseri Spirituali, chiamati Spiriti dell’Armonia. Questi hanno acquisito il potere di dirigere le correnti cosmiche di calore. Se noi fossimo capaci di dirigere volontariamente la nostra corrente sanguigna, allora avremmo una pallida idea di ciò che questi Esseri possono fare. Consistendo di calore, questa corrente di sangue cosmica appare da fuori come suono. E’ l’”Armonia delle Sfere”; per questo, questi Spiriti sono chiamati Spiriti dell’Armonia. L’ordine nel quale essi dirigono le correnti cosmiche, che da un lato è calore e dall’altro volontà, è così bello e armonioso che appare come musica celeste. 

Ambedue le Gerarchie insieme creano il metabolismo primordiale. Possiamo trovare questo stadio di evoluzione rimembrato nella Costellazione del Leone e dell’Acquario. La costellazione del Leone può essere trovata, in Febbraio a mezzanotte, alta sull’orizzonte meridionale. E’ una Costellazione veramente notevole. Al di sotto vi è l’Idra e sopra di essa, verso il cielo settentrionale, il corpo dell’Orsa Maggiore. In questa Costellazione sono inscritte le azioni degli Angeli. Essa pure è strettamente collegata col cuore. Il leone sulla Terra ha un rapporto peculiarissimo tra il battito del cuore e il respiro. Si può dire anche che il corpo di questo animale è principalmente orientato verso il cuore. Esso è, preso come un tutto, un grande “cuore”, e perciò è il “re degli animali”. 

Senza grandi difficoltà, ora, possiamo vedere in questa regione il metabolismo di calore come è stato creato dentro i corpi di calore su Saturno, perché il cuore è ancora oggi l’organo centrale del metabolismo del calore connesso col calore del sangue.

46 - Leo 1

 

La Costellazione dell’Acquario può essere vista, verso la fine di Agosto nelle ore di mezzanotte, tra la Costellazione dei Pesci e il Capricorno. Le nostre vecchie mappe Stellari la mostrano come una figura umana che riversa acqua da un’anfora negli spazi celesti. In questa regione sono inscritte le azioni degli Spiriti dell’Armonia. L’acqua che viene riversata nell’Universo non è, naturalmente, acqua terrestre. E’ la corrente di calore che gli Spiriti dell’Armonia dirigono attraverso l’Universo dell’Antico Saturno. Dentro il corpo umano, la circolazione della corrente sanguigna è ancora l’immagine dell’attività di quegli Spiriti Divini. Sappiamo che, talvolta, parliamo persino del suono dello scorrere impetuoso della corrente sanguigna. Gli avanbracci e i polpacci sono pure collegati con l’Acquario. Coloro che hanno una qualche esperienza nella cura dei bambini sanno che gli avambracci ed i polpacci sono un eccellente mezzo per la misurazione e la regolazione del metabolismo del calore, così come un controllo della velocità cardiaca. 

Acquario

 

Nella prossima Lettera concluderemo la descrizione dell’evoluzione dell’Antico Saturno e riassumeremo le nostre esperienze sullo Zodiaco, che ci renderanno capaci di delinearne un’immagine più completa. Ciò sarà necessario dopo il nostro viaggio in qualche modo rapido attraverso questo grande giro dell’evoluzione cosmica. Possano i lettori non diventare impazienti se queste descrizioni sembrano molto difficili. Dobbiamo fare questo duro lavoro per stabilire una reale e fondamentale conoscenza dell’Universo Stellare, che si dimostrerà utile in molte maniere.

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, se non espressamente autorizzata per iscritto dall’editore, salvo piccole citazioni in recensioni o articoli.

ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

AZIONE INTERIORE E PRESENZA ESTERIORE

Agrippa

*

Un’amica, dal nome pugnace, pone una domanda, anzi due, che sorgono del tutto naturali a chiunque affronti il cammino spirituale con senso di responsabilità.

La prima dice: «Detto questo però rimane in me sempre una domanda. Dunque, è giusto e doveroso lavorare alla propria evoluzione personale e dedicarvi tutte le forze possibili, ma questo basta?». La risposta, doverosa, è e no! Ma perché una tale duplice risposta? Veramente, ce ne sarebbe anche una terza, in stile Rinzai Zen – la Scuola buddhista, sino-giapponese, dell’«urlo e il bastone» – ma i tempi oggi sono ben poco propensi ad accogliere questi upâya, ossia questi oltremodo salutari «espedienti», o upâya-kaushalya, questi «abili mezzi», davvero poco convenzionali, che gl’imprevedibili e tempestosi Maestri della Scuola della «Illuminazione improvvisa» in Oriente amavano «compassionevolmente» usare, con indubbia efficacia, su quei discepoli temerari, che avevano lo «sciagurato» e «felice» coraggio di affidarsi – come del resto fecero Naropa con Tilopa, e Milaraspa con Marpa – anima e corpo alla loro guida.

A dirla tutta, tali sistemi – per nulla sentimentali e molto poco rispettosi delle varie «ortodossie» accettate – a Massimo Scaligero non dispiacevano affatto, e qualche volta…
Una risposta non può prescindere dalla concretezza delle singole persone asceticamente operanti. Ossia è importante chi opera, come opera, che cosa faccia, perché e a qual fine egli percorra il sentiero dell’ascesi. Ogni essere umano ha la sua «storia» invisibile, il suo «passato» cosmico, la sua «tradizione interiore». Una risposta «radicale» sarebbe quella di ricordare che essendo in definitiva il mondo – per la coscienza spiritualmente sveglia – cittamâtra e vijñâptimâtra, cioè solo pensiero e sola coscienza, l’azione verace, l’azione autentica, non può che essere quella «interiore», e che ad essa nulla manca per operare ad una integrale trasformazione di sé e del mondo. Il Samâdhirâjasûtra, o Sûtra regale della contemplazione, afferma: «O figli dei Vittoriosi, i tre regni non sono altro che mente». La scuola Cittamâtra o Vijñânavâda del Buddhismo Mahâyâna sostiene appunto che i fenomeni, così come noi li percepiamo, non sono altro che mente, non esistono se non come «apparenze», come percezioni che si inverano dentro e non fuori della mente e della coscienza. L’unica cosa realmente esistente è la coscienza.

Un ermetista dei secoli passati (ma sono poi veramente “passati”?!) ci ricorderebbe, inoltre, che Igne Natura Renovatur Integra, che l’intera Natura – quindi l’uomo corporeo e quello interiore, la sfera degli elementi, i regni naturali e quello umano, il microcosmo e il megacosmo, vengono tutti trasformati, trasmutati, rinnovati attraverso l’opera del «fuoco». Ma non si tratta del selvaggio fuoco distruttore, che viene usato nell’industria e nelle cucine, e spesso purtroppo anche per distruggere uomini, natura e mondo. Si tratta piuttosto di un «fuoco» di natura non «esteriore», bensì «interiore», di un fuoco «occulto», non visibile, ma ben operante e trasmutante. E la «pietra» che scaturisce dalla lavorazione che il «fuoco ermetico» fa della «materia prima» è chiamata la «medicina dei tre regni», per la sua virtù trasmutatrice e risanatrice della natura umana e di quella naturale.

Ma ben pochi sono capaci di percorrere e realizzare l’arduo sentiero di quella nobile Scuola buddhista, e pochissimi sono in grado di scorgere o accendere il trasmutante fuoco ermetico, del quale con grande profondità ed entusiastico amore parlava cinque secoli fa Enrico Cornelio Agrippa nel suo De Occulta Philosophia.

Lo stesso Massimo Scaligero avverte nella prefazione del suo aureo Trattato del Pensiero Vivente: «Il presente trattato, anche se logicamente articolato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi». Ricordo come negli ultimi tempi – e ne parlò persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – egli contrapponesse sempre più spesso il «realismo eterico» o «realismo del pensare», o «realismo del Logos», al volgare realismo che vede cose, oggetti, esseri, ed eventi, come esistenti «in sé», al di fuori e indipendente mente dall’atto del conoscere che li invera nella coscienza.

E la cosa che più ripugnava a Massimo Scaligero era quel «realismo antroposofico», grossolanamente primitivo, che si figura l’essere umano con gli «arti» della sua costituzione occulta, e l’Universo coi suoi mondi, come fossero delle matriosche russe o delle scatole cinesi, rigidamente concepite e infilate una dentro l’altra, in una forma spesso decisamente rozza rispetto all’immagine del mondo, alla quale erano e sono tuttora capaci di sollevarsi taluni scienziati seri e onesti.

Vi è da dire che per molti il muoversi nell’atmosfera del pensiero puro, il sollevarsi con la concentrazione al momento dinamico del pensiero, che vuole il proprio atto pensante indipendentemente dalla mediazione di qualsiasi contenuto pensato, anche «spiritualista», è qualcosa che li manda in debito d’ossigeno, fa loro «mancare l’aria», e l’incandescente «fuoco sidereo», che anima un tale volitivo pensare, viene sentito come «raggelante», e addirittura come «mortifero» nei confronti della spensierata natura animale. Tutto ciò è più vero di quel che in genere non si sospetti: ma qui sta il coraggio richiesto, qui è la prova che viene raramente superata e frequentemente, invece, viene astutamente evitata – con la sentimentalità, col misticismo, con l’attivismo esteriore, con l’«impegno» politico, con il vacuo e inconcludente intellettualismo, col praticare l’ascesi al risparmio – e in molti casi tragicamente fallita.

Dunque, dobbiamo affermare che , è giusto dedicare tutte le forze possibili alla realizzazione dell’Ascesi della resurrezione del pensiero, e che questa è al contempo condizione assolutamente necessaria e totalmente sufficiente, e che ciò basta e avanza. Il problema è che di una tale dedizione assoluta si deve essere realmente capaci, e non si deve meramente o sentimentalmente o misticamente sognare di esserne capaci, perché questo sarebbe un patetico scambiare il desiderio per la realtà. Tale assolutezza deve essere attuata, ad essa si deve tendere con tutto se stessi, ma appunto essa è tutta ancora da attuare, non già bella e attuata. Le parole di Massimo Scaligero, da lui scritte alla fine degli Anni Cinquanta del trascorso secolo nell’Avvento dell’Uomo Interiore e già proposte tempo fa su queste pagine, furono per me sin dalla prima volta che le lessi la divisa interiore, il punto di riferimento assoluto del mio orientamento interiore:
« La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».
Per cui, anche se alla domanda della nostra amica dal nome pugnace è possibile rispondere no, una tale risposta non può che essere provvisoria nella misura in cui non si sia ancora capaci della richiesta assolutezza, ma si opera energicamente a creare le forze e l’intensità di coscienza per attuarla!

Quanto alla seconda domanda, che così suona: «Che cosa importa al mondo se io evolvo? Aiuta qualcuno la mia evoluzione personale? I frutti di questo lavoro si devono tradurre anche in azioni nel mondo che mi circonda o questo è da considerarsi un di più perché è più importante dedicare tutte le forze per arrivare al Pensiero-Folgore?», essa riguarda proprio la motivazione o l’impulso che ci spinge a voler percorrere il sentiero dell’Iniziazione. Al mondo importa moltissimo se il discepolo pratica intensamente l’Ascesi del pensiero, perché il «fuoco» di una tale pratica dissolve molto dei guasti liquami che infestano, deformano, ammalano il mondo umano e non umano.

Molto del karma problematico del mondo viene pareggiato, trasformato, mutato dal silente lavoro interiore dei votati alla concentrazione e alla meditazione. Ma è proprio il dedicare tutte le forze alla pratica interiore per realizzare il Pensiero Vivente, che dà poi la possibilità che la realtà spirituale e l’intensità vissute nel sacrario dell’anima «tracimino» poi nella spontaneità delle azioni quotidiane, sino a gradualmente trasformare le consuete attività del vivere quotidiano in un Rito di concentrazione o meditazione ininterrotto, come l’osservazione della vita di Massimo Scaligero mostrava a chi aveva occasione di contemplarla e in qualche modo di parteciparvi. Ma per arrivare a ciò molta è la strada da percorrere.

Non occorre proporsi «impegni» esteriori non richiesti, coinvolgimenti che possono rivelarsi velleitari e devianti. Quel che è richiesto è semplicemente, fuori dei momenti consacrati al lavoro interiore, di vivere con empatica partecipazione e vigile presenza ai doveri effettivamente richiesti, eseguendo gli atti necessari al quotidiano operare come atti di consacrazione al Divino, come veicoli dell’azione dello Spirito attraverso noi. Agire con distacco dai frutti dell’azione, nishkâmâ karman, agire per amore dell’azione stessa, «liberi di brama e di passione», kâmâragavivarjitam dice il Supremo nella Bhagavad Gîtâ, con totale presenza e attenzione.

Il proporre come azione ulteriore «doverosa», al fine di «superare l’egoismo», un coinvolgimento nell’agitazione politica, col pretesto di «portare lo Spirito nella politica», è qualcosa di estremamente grave, qualcosa di veramente equivoco, che porta rapidamente alla paralisi e alla perversione delle forze interiori e al tradimento. Contro le contaminazioni di esoterismo e politica – di qualsiasi colore e a qualsiasi scopo – Massimo Scaligero ha usato sempre parole di fuoco e messo in guardia, senza mai cedere a verun compromesso. Anche se oggi assistiamo persino al fiorire di «corsi» nei quali si insegna – naturalmente a pagamento – come si possa e si debba portare lo Spirito in quella immensissima cloaca che è la politica italiana e internazionale.
Meglio tenersi lontanissimi da tali «avventure»…

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASCESI E COMBATTIMENTO SPIRITUALE

kamakura123lr

*

Alcuni amici, con i quali condivido da lunghi anni la pratica della concentrazione e della meditazione, e che quindi sono per me “fratelli e sorelle d’armi” nella Via del Pensiero Vivente, mi chiedono a volte quale sia la mia posizione nei confronti delle Vie dell’Oriente, vedendo come a volte io citi volentieri testi della Sapienza d’Oriente, o come talvolta ne tragga immagini che, secondo una mia personale valutazione, possano rivelarsi feconde per la pratica interiore.

Una tale domanda è ben comprensibile, perché questa epoca oscura, malvagia e stupida, è anche l’epoca della massima confusione spirituale. E come mi ha fatto notare recentemente una persona, da me molto stimata proprio riguardo alla suddetta “fratellanza d’armi”, la volgarità plebea dell’attuale minestrone sedicente “spiritualista”, sia in salsa tradizionalista sia in salsa new age, riduce l’esoterismo all’essere una mera “una veste culturale, un sentiero di multiforme conoscenza, di spiritualismo tradizionalista, una Gnosi teosofica”. Tutto ciò a chi segue, con sincerità interiore, l’Ascesi del Pensiero non importa un bel niente, perché la realizzazione del pensiero-folgore attraverso la concentrazione è semplicemente l’annientamento di tutto ciò. Da questo punto di vista, per chi voglia radicalmente realizzare lo Spirito, la Via del Pensiero-Folgore non è ‘una’ via tra le vie, come da taluni si vorrebbe che fosse, e come viene stucchevolmente predicato dall’attuale neo-spiritualismo, che concepisce la tolleranza come uno stanco “tanto diciamo tutti le stesse cose”, e ne trae come corollario un dolciastro ‘compito-dovere’ di un ‘amorevole’ stare “tutti insieme appassionatamente”, ad ogni costo e a forza: tutto ciò è solo menzogna e ipocrisia.

La Via del Pensiero-Folgore non è neppure la Via più alta in una ipotetica piramidale gerarchia delle vie. Per chi – non concedendosi illusione veruna – guardi con concreto realismo alla costituzione interiore dell’uomo attuale, decaduto ad un livello di abiezione mai in precedenza raggiunto, ed alla sua condizione di estremo pericolo, in una “civiltà”, che non si deve esitare a chiamare barbarie – la quale erode e sgretola a velocità sempre crescente le forze dell’uomo interiore – l’Ascesi del Pensiero Vivente, la Via del Pensiero-Folgore, non può essere che la “unica Via”, perché essa è l’unica che svegli l’uomo interiore dal tramortimento, dalla narcosi paralizzante, nella quale egli si trova, e solo la concentrazione è il Rito che opera alla resurrezione del conoscere vivente dal cadavere della morta riflessità.

Senza questo Rito della resurrezione del pensiero vivente, senza questa operazione della concentrazione profonda, vòlta a denudare la potenza folgorante dell’atto del pensare da ogni forma e da ogni contenuto – anche spiritualista – ogni “sapere” e ogni “pratica” si rivela inutile e fuorviante. Non è che nello Yoga originario, nel Taoismo, nel Buddhismo Theravâda, Mahâyâna, Vajrayâna e Zen ad esempio non vi siano contenuti di valore eterno, ma tali contenuti – forme e manifestazioni nel divenire storico di una estraformale e immanifestata Sapienza Perenne – per l’uomo attuale, incapace persino di pensare una sedia per un minuto senza distrarsi, tali contenuti sono semplicemente inesistenti. così come inesistenti sono il Pitagorismo, il Platonismo, l’Ermetismo, la Kabbalah, l’Alchìmia, in quanto egli nel pensiero riflesso li riduce ad un mondo di vuote parole, permeate da una poltiglia istintivo-sentimentale, la quale è solo un patetico surrogato della loro autentica vitalità spirituale, che si è incapaci di far sorgere nell’atto vivo del pensare.

Nell’indicare la concentrazione profonda come unica via all’esperienza della nuda potenza del pensare, Massimo Scaligero è stato un Maestro unico. È stato ed è mio unico Maestro.
Ritorno spesso col pensiero agli incontri che nella mia giovinezza ebbi con Massimo Scaligero. Il primo incontro fu mediato da un amico, artista romano, che avevo conosciuto nell’estate precedente, avvenne nel 1970, sul finire della primavera. Colui che ci ha fatto conoscere Massimo Scaligero è e rimarrà sempre il nostro più grande amico, perché, mediando l’incontro con il Maestro, egli ci ha sicuramente fatto il più grande dono della nostra vita. Il debito di gratitudine verso un tale amico è illimitato e felicemente impagabile. Egli si rivelò essere uno di coloro che nel Buddhismo venivano chiamati Kalyâṇa-mitra, ossia “nobili amici”, “ammirevoli amici” o “amici virtuosi”. Ma se vi fu uno con il quale si sviluppò questa Kalyâṇa-mitratâ, questa “mirabile amicizia spirituale”, per antonomasia questi fu proprio Massimo Scaligero, ed io ringrazio ogni giorno il Cielo e i Numi di un sì prezioso e incomparabile dono.

Quando incontrai Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, molto entusiasta e molto sciocco. E questa fu la mia fortuna! Perché non sapendo praticamente nulla dell’Ascesi Solare ch’egli indicava, non avevo pre-giudizi, né pre-clusioni o pre-formazioni. Io venivo dalle vie orientali: dal Buddhismo Theravâda, Mahâyâna e Zen, e dallo Yoga. Ma quello che mi veniva indicato da Massimo Scaligero era talmente diverso e inaspettato, che non potevo paragonarlo a nulla di quanto dell’Oriente, nella mia adolescenza aveva nutrito la mia anima. Mi ponevo di fronte a quello che da lui mi veniva mostrato come un foglio bianco, o una tabula rasa. Perciò – con la foga dei miei 19-20 anni – gli chiedevo tutto: come si pratica il controllo del pensiero, la concentrazione, la concentrazione profonda, la meditazione, la contemplazione, la percezione pura, l’ascesi della volontà, come si compie l’elaborazione meditativa dei testi della Sapienza Sacra, e via dicendo. Massimo fu estremamente generoso, e soprattutto molto paziente. Perché di sciocchezze, inevitabilmente, ne facevo tante e continuai a farne una caterva. Ma siccome dai miei errori e dalle molte sciocchezze compiute ho imparato non poco, ho deciso di seguitare con acceso entusiasmo ad espormi alla possibilità di novelli e fecondissimi errori.

Quel che con inaspettata sorpresa scoprii, fu come Massimo Scaligero mi invitasse ad approfondire molto lo studio – meditativamente inteso – della Sapienza d’Oriente. A tale proposito mi dette una serie di indicazioni di autori e di opere, ma anche indicazioni operative, che custodisco nel cuore come un raro, prezioso, piccolo tesoro. Egli rinnovellava in me – me ne resi gradualmente conto in seguito – passando attraverso la rinascente vita del pensiero nella concentrazione e nella meditazione, dei contenuti di un’antichissima sapienza, ch’egli vedeva connessi con la mia “storia interiore”. Un chiarimento a proposito di questa spregiudicatezza e imprevedibilità dell’atteggiamento interiore di Massimo, tutt’altro che dogmatico, può venire da quel che ha scritto di recente Franco Giovi nel suo eloquente articolo, Aspro e duro è il terreno…, apparso ne L’Archetipo di Giugno 2013, ove dice:
«Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero, poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. Sia chiaro: non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava ≪la propria tradizione interiore≫ a cui, continuava, ≪bisogna essere fedeli≫.
L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero cosi, ma in profondità le cose cambiano, poiché in realtà non v’è alcuna frattura, alcun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente cosi non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche, e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della tradizione interiore, ovvero ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto».

A me colpiva lo straordinario clima interiore nel quale in Oriente si svolgeva la ricerca spirituale, la ricerca del Divino, che è al contempo la ricerca della assoluta libertà. Mi colpiva soprattutto l’intensità sacrale dell’Ascesi, lo stato interiore dell’anima, ieratico, limpido, di cercatori assetati di Assoluto, cercatori capaci di volontà energica ed eroica. Questo clima di spiritualità “guerriera” era ciò che sentivo a me più congeniale, e in Massimo Scaligero lo vedevo come un ideale vivente incarnato. Era ciò che mi ricordavano continuamente le parole della Sapienza dell’Illuminato.
‘Guerrieri, guerrieri’. Perché, o asceti, siamo chiamati guerrieri? Perché lottiamo per la suprema sapienza e per l’eccelsa virtù, per questo siamo chiamati ‘guerrieri’! Anguttara Nikayo.

Queste parole del principe Siddhârtha Gautama, della stirpe guerriera degli Shâkya, e per tale motivo chiamato, una volta conseguita l’Anuttarâ-samyak-saṃbodhi, ossia la ‘insuperabile, perfetta, Illuminazione’, Buddha Shâkyamuni, l’Illuminato Asceta degli Shâkya, mi hanno sempre profondamente colpito, sin da quando le lessi per la prima volta, nella mia ormai lontana giovinezza.

Queste parole del Sublime Buddha mi toccavano – sin da allora – profondamente nell’anima, perché evocavano quell’intenso clima spirituale di energica lotta interiore, che è assolutamente necessario alla realizzazione spirituale, e mi sembravano contrastare da una parte con la tragicità dei tempi nei quali ci è stato dato in sorte di vivere, e dall’altra con la dispersione, il rapido sgretolarsi delle forze spirituali dell’uomo interiore, operato da questo mondo moderno in preda ad una parossistica demonìa economicistica e consumistica, accompagnata da una sorta di smarmellamento dell’infiacchita volontà, dal narcisismo di un intellettualismo pseudo razionalista, vacuo e vanitoso macinatore di inutili parole, dalla narcotica e svirilizzante azione ‘consolatrice’ di una decadente, menzognera, religiosità dogmatica, la quale da sempre ha avuto il terrore dell’autentica e diretta esperienza spirituale, e l’ha costantemente perseguitata con ogni sua forza e perfidia.

Di fronte ad un tale quadro, indubbiamente angosciante se si ha la forza e il coraggio di contemplarlo nel suo crudo, inattenuato realismo, la parola del Buddha ha la forza di scuotere dal suo torpido sonno la coscienza e di accendere energicamente la spenta e paralizzata volontà dell’ottuso uomo moderno.
In questo mondo, sempre più stupido, oscuro e malvagio, sarebbe essenziale, anzi vitale e salutifero, l’esser svegli, attenti, consapevoli, e invece gli esseri umani sempre più si muovono distratti, scentrati, storditi ed ebbri. E oggi, come 2600 anni fa, suonano severamente ammonitrici le parole del Sublime nel capitolo sulla vigilante attenzione, l’Appamâdavaggo del Dhammapada:
«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […] Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno»,
e quelle, più oltre, nel capitolo ‘dei fiori’, il Pupphavaggo:
«Come chi vada cogliendo fiori, così la morte coglie la vita degli uomini distratti: come un’inondazione che si abbatte su di un villaggio addormentato».
Queste ultime parole si rivelano addirittura paradigmatiche nel mostrare tutta la fragilità e lo stordimento, l’inconsapevolezza della condizione dell’uomo attuale, esposto – come mai prima – ai più grandi pericoli, che mettono in forse il suo stesso essere. Unica via di salvezza – per vincere le forze del caos distruttore e giungere ad attuare il proprio autentico essere – per l’uomo è conoscere e realizzare lo Spirito: realizzarlo direttamente, e non accontentarsi dei surrogati intellettualistici o sentimentali di una religiosità fideistica e dogmatica, oramai svuotata di ogni senso. Ciò conduce al difficile Sentiero dell’Iniziazione per il quale vale, oggi come un tempo, l’ammonimento – già da noi altrove, in precedenza, riportato – della sapienza vedica:
Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente. Katha-Upanishad, 1.3.14

Quel che dall’Oriente possiamo trarre come alimento per l’Ascesi Solare, non sono tanto delle tecniche ascetiche, che nella Scienza dello Spirito non mancano di certo, bensì quanto riusciamo a trasformare in idee-forza e in slancio interiore. Purtroppo – lasciatemelo dire – l’ambiente dei seguaci della Scienza dello Spirito – a parte le doverose e quantomai rare eccezioni – è ben lontano dal dimostrare la serietà, l’energia, la devozione, la dedizione, l’eroicità, la radicalità, il senso del sacrificio, l’oblio di sé, l’abnegazione, la compassione, il coraggio, che si riscontrano presso molti seguaci del Buddhismo e dell’Induismo.

Quando nelle cerchie della Scienza dello Spirito si sente parlare di una “via dell’anima”, che – al dire di taluni – sarebbe più adatta a molti, della pretesa necessità di un “sentire” da porre in atto come necessario correttivo di una “unilaterale” via del pensiero, facilmente destinata – sempre a loro dire – a trasformarsi in una “via del sublime egoismo”, non ci si rende conto, che spesso nel caso del correttivo proposto non si tratta affatto del sentire celeste – espressione, attraverso il pensare vivo, della presenza dello Spirito nell’anima – bensì di una emotività traentesi dalla natura inferiore, la quale facilmente trova mille travestimenti e inganni per proporre una via più comoda all’ego, pauroso ed avido di torpida inerzia, che vuole permanere così com’è. Tant’è che una tale sentimentale e facilmente eccitabile emotività di regola difficilmente riesce a scorgere le deviazioni – per lo più inavvertite – e le deformazioni – anche le più grossolane ed evidenti – della Via, che suscitano facili, passeggeri o ostinati, entusiasmi. Un tale imbelle e volubile sentimentalismo teme, avversa e odia l’azione prosciugante di ciò che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia l’avvampante fuoco del pensare, nel quale l’umida emotività egoica si sente essiccare e congelare. A mio giudizio, dovrebbero essere ben meditate le severe parole di Massimo Scaligero, il quale in Kundalini d’Occidente scrive che:
«In epoca di crisi e di pericolo – come la nostra – il sovrasensibile ha le più alte possibilità di proiezione di energie nell’uomo, della massima donazione di sé. Ma perché l’uomo possa pervenire alla propria liberazione, occorre, da parte sua, una partecipazione autentica e completa, un impegno che nasca dalla sua interiorità profonda».

Egli, parlando ad alcuni di noi, affermava che oggi – proprio in questa epoca oscura e malvagia – sono possibili le più audaci realizzazioni spirituali, che invece sono più rare in epoche più “spirituali” e “tradizionali”, epoche nelle quali molti, anche con “qualificazioni” di ordine superiore, tendono ad “addormentarsi” nell’inerzia sognante nell’anima, mentre il pericolo scuote e sveglia le forze dell’Io. Quella dell’Io è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede – anzi esige – a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e graalico Intelletto d’Amore.

buddha_lotus

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

TRAPIANTO DI TESTA: SI PUO' FARE?

******

SI…PUO’….FARE!!!

images

Negli ultimi giorni abbiamo visto una notizia molto particolare balzare e rimbalzare nel  flipper massmediatico. Tralasciando i professionisti della “notizia shock” ab-usata per indicare tanto gli accadimenti più seri quanto quelli rientranti nel campo del “tittytainment” tale evento è stato presentato da alcuni come una “possibilità straordinaria”, da altri come “un traguardo fantascientifico” o come “progetto complicato” con tutti gli annessi e connessi (o disnessi e sconnessi) del caso in quanto all’etica e all’opportunità. 

Di cosa stiamo parlando? Tenetevi forte: è roba da far girare la testa! Anzi, a quanto dice il neurochirurgo Sergio Canavero la testa si trapianterà proprio del tutto. Certo, ci vorranno ancora un paio d’anni, ma che volete che siano data l’epocalità della cosa? 

Il progetto si chiama HEAVEN/GEMINI (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion), ma l’idea non è recentissima dato che i primi passi a livello pratico risalgono al 1970, allorquando la prima unione cefalosomatica venne realizzata dal Dr. Robert White utilizzando due macachi. Il ricevente visse ben 8 giorni, a quanto pare in maniera normale (!) e senza complicazioni di sorta. 

Lo stesso Dr. White ebbe a scrivere qualche anno dopo: “…Ciò che è stato realizzato nelle cavie animali..è pienamente realizzabile nella sfera umana. Per sapere se tali procedure sensazionali troveranno mai giustificazione in campo umano dovremo attendere non solo le continue conquiste della scienza medica ma, in maniera più appropriata, le giustificazioni morali e sociali di tali imprese”. 

Ma la tecnologia allora disponibile non permetteva ancora di passare anche all’atto pratico sugli esseri umani poiché l’impossibilità di connettere tutti i nervi della spina dorsale avrebbe comportato la paralisi del corpo dal collo in giù. 

Frankenstein Junior

Cionondimeno nel 1999, il Dr. White predisse che “…ciò che era stata da sempre materia di fiction scientifica – la leggenda di Frankestein, nella quale un intero essere umano veniva costruita cucendo tra loro parti di diversi corpi – diverrà realtà clinica nel XXI secolo…il trapianto di cervello, almeno ad uno stadio iniziale, sarà un trapianto della testa a tutti gli effetti (o trapianto di corpo a seconda dei punti di vista) …considerando i significativi miglioramenti nelle tecniche chirurgiche e nella gestione post-operatoria…è ora possibile considerare l’applicazione delle tecniche di trapianto della testa agli esseri umani“. 

Sembra dunque giunto il momento fatidico, perlomeno stando a quanto pubblicato dal Dr. Canavero stesso sulla rivista Surgical Neurology International(http://www.surgicalneurologyint.com/article.asp?issn=2152-7806;year=2013;volume=4;issue=2;spage=335;epage=342;aulast=Canavero): il sopracitato problema della connessione sarebbe stato risolto grazie ad un particolare tecnica di taglio chirurgico (definita nella pubblicazione “clean cut”) e all’utilizzo di polimeri inorganici (chiamati fusogeni o sigillanti di membrana) che dovrebbero «ricucire» la lesione midollare rendendo dunque possibile la continuità del midollo spinale fra donatore e ricevente. 

1

Senza scendere troppo nei dettagli (chi fosse interessato può facilmente trovare maggiori ragguagli sul web nonché nell’intero articolo sul sito della rivista sopralinkata) : la testa del ricevente (tetraplegico o affetto da patologia neuromuscolare degenerativa) verrebbe portata ad una temperatura tra i 10°C e i 15°C, per essere poi chirurgicamente asportata da parte di una equipe medica, mentre una seconda equipe provvederebbe al contempo all’asportazione della testa del soggetto donatore (deceduto a seguito di un trauma cranico puro oppure di un ictus fatale). La bassa temperatura permetterebbe il corretto svolgimento dell’operazione da concludersi nel tempo massimo di un’ora. Tempo permettendo il donatore sarebbe altresì sottoposto ad un’autotrasfusione di sangue da rimettere poi in circolo ad anastomosi compiuta. 

2

Concluso l’intervento si trasferirebbe il ricevente in terapia intensiva dove rimarrebbe sedato per tre giorni  indossando un collare cervicale, dopodiché avirebbero sedute di fisioterapia fino al massimo recupero funzionale possibile. 

A livello psicologico viene invece prefigurato un intervento volto ad occuparsi dell’identità e dell’immagine corporea. Inoltre gli psichiatri dovrebbero tra le altre cose occuparsi di monitorare un corretto decorso dal punto di vista delle aspettative del paziente rispetto all’allotrapianto, affinché esse siano mantenute positive ma realistiche. 

Le ultime fasi della sperimentazione dovrebbero svolgersi avvalendosi della solita collaborazione dei primati oltreché di soggetti umani, in condizione di morte cerebrale e prima di un eventuale espianto di organi. 

Per quanto riguarda invece il dilemma etico esso viene esposto chiamando in causa il racconto di Thomas Mann “Le teste mozzate” (1940)*, in particolare considerando il fatto che quella che il Dott. Canavero indica come “HEAVEN created chimera” avrebbe la mente del ricevente ma in caso di riproduzione la prole erediterebbe il patrimonio genetico del donatore. 

Ad ogni modo, nel giro di un paio d’anni il progetto HEAVEN “potrebbe portare i suoi frutti”. Non so se in questo caso sia necessario aspettare i frutti, da cui riconosceremo. Forse la semina è già più che sufficiente.

Come dite? Potrebbe essere peggio? Beh si, in effetti…potrebbe piovere! 

Igor

* Molto sinteticamente: Ambientato in India, e basato su di un mito indiano, esso vede protagonisti due amici,  psicofisicamente differenti essendo uno (Shridaman) mercante brahmano spiritualmente dotato ma non fisicamente prestante e l’altro (Nanda) un fabbro e vaccaro di bell’aspetto e dal corpo curato. Shridaman sposa la bella Sita, ed i tre si recano sei mesi dopo il matrimonio (con Sita in dolce attesa) a trovare i di lei genitori. Durante il viaggio Shridaman, in preda a turbamento religioso, si decapita autosacrificandosi in un tempio dedicato  alla dea Kali e l’amico, scopertone il cadavere, fa lo stesso per timore di venir accusato di omicidio. Quanto Sita, che era consapevolmente attratta fisicamente da Nanda, trova i cadaveri tenta di impiccarsi, convinta che la causa del tutto risiedesse nella gelosia dei due verso di lei. A questo punto entra in scena direttamente la dea Kalì, che erudisce Sita su quanto è in realtà avvenuto dandole al contempo la facoltà di ristabilire la situazione. Ma Sita, sopraffatta dall’emozione commette un errore, cosìcché la testa di Shridaman viene a trovarsi sul corpo di Nanda e quella di Nanda sul corpo di Shridaman. Inizialmente i due amici paiono soddisfatti della nuova situazione, ma resta da definire chi a questo punto debba legittimamente essere il marito della giovane donna. L’asceta Kamadamana, all’uopo interpellato, sentenzia che il legittimo consorte dev’essere colui che ha ereditato la testa di Shridaman (“Sposo è chi porta il capo maritale”), con gran delusione di Nanda che decide di diventare un anacoreta. Col passare del tempo però anche il nuovo corpo di Shridaman (non esattamente un tipo dalla vocazione atletica)  comincia ad inflaccidirsi, tornando ad essere “uno di quei corpi che possono ben servire da complemento e appendice a una testa nobile e sapiente”. Nel frattempo viene alla luce il piccolo Sadhami (soprannominato poi Andhaka, ossia ciechino, essendo affetto da forte miopia) e Sita aprofitta di una breve assenza di Shridaman per recarsi a trovare Nada e fargli conoscere quel bambino che era anche carne della sua carne. Passarono nuzialmente insieme un giorno ed una notte, fino a quando Shridaman, tornato dal suo viaggio ed intuito dove si trovasse la moglie, li raggiunse ponendo così Sita nella condizione di dover effettuare una scelta. Non sussistendo la possibilità per la donna di poter vivere con entrambi, l’unica soluzione risulta essere il suicidio dei due, seguiti ritualmente nella stessa sorte da Sita in un rogo funebre appiccato dal piccolo Andhaka, il quale poi condurrà una vita molto spirituale e diverrà lettore presso la corte del Re di Benares.

 

ALTRO, SENZA CATEGORIA

LA DIVINA SOPHIA, REGGITRICE DELLA BILANCIA SOLARE

libromorti

*

Come ho già accennato in un commento all’articolo “Non è per niente facile” di Isidoro, queste righe sono nate dalla necessità di sviluppare maggiormente (almeno ci proverò!) alcuni concetti accennati in conclusione di tale scritto.

Ripeterò dunque il monito: <<mai dare per scontato l’esercizio della Concentrazione.>>, queste parole andrebbe scritte a caratteri cubitali sull’ingresso di casa.

Benché sia un tema importantissimo e di grande attualità, cercherò di non entrare in merito alla questione se i lavori sul Pensare siano più importanti degli esercizi legati a Volere e Sentire. Ci vorrebbe un altro articolo per sviluppare adeguatamente questa patata bollente!

In queste poche righe mi piacerebbe condividere con voi ciò che avverto forte in me, ovvero la impellente necessità di ridare vita alla Sophia. Può risultare utile osservare la questione da due prospettive diverse.

La prospettiva Interiore

Rimanendo nella sfera del Vivo Pensare, vi è da sottolineare che la strenuante e massacrante – nonché mortale! – ricerca di questa condizione rappresenta attualmente l’unica maniera per affermare interiormente la propria assoluta Libertà. Nel puro atto della concentrazione non vi è sostegno da parte del mondo spirituale, l’uomo si trova completamente solo a sfidare con le proprie forze il Demone della morte che, difendendosi dai colpi della “lama tagliente” della concentrazione, si rifugia man mano in una zona sempre più intima e centrale della nostra cerebralità. Ed è proprio qui che tale Demone costruisce la sua fortezza, è da qui che fa sortite cercando di distrarci distogliendo la nostra attenzione dall’assedio finale, ed è proprio qui, in questo centro quasi anatomicamente identificabile, che la finale uccisione del mostro interiore lascerà spazio per la rinascita di quell’Entità Silenziosa che ci permetterà di entrare in profondissima comunione con il Cristo eterico.

Molte più cose si potrebbero raccontare, ma è ben più importante che ognuno faccia, in piena autonomia e Libertà, la propria esperienza. Su questo Blog e su pochi altri, ahimè, si possono trovare numerossime e quanto mai preziose indicazioni per procedere correttamente sulla Via del Puro Pensare.

Mi permetto soltanto di ribadire un aspetto da molti obliato: amici miei, questa battaglia non può essere vinta con l’ostinazione e lo sforzo fisico, le stesse concezioni maturate in una vita di duro lavoro vanno messe da parte. La brama e il desiderio di ottenere un pensare libero dai sensi deve cessare, senza un astrale adeguatamente preparato e fatto germinare nell’eterico non si potrà mai, ripeto MAI, attingere al vero frutto che la Concentrazione totalizzante può dare. La Dea Ignota deve rinascere in noi e solo per mezzo della sua intercessione si potrà <<trasformare in amore e compassione la malvagità umana>> per diventare dunque <<Veri Uomini>> (Massimo Scaligero, Iside Sophia). Altrimenti si rischia di irrigidirsi troppo e di combattere così a lungo un nemico da finire con l’identificarsi col duello stesso cadendo nel tranello appositamente architettato dal Re della Menzogna. Ritroviamo la rinata Sophia, da questo non si può prescindere!

La prospettiva Esteriore

 D’altra parte come si potrebbe avere un chiaro e completo quadro valutando solo le vicende che avvengono nel Microcosmo umano?

A più di un secolo dalla fine del Kali Yuga sempre più persone si sentono spinte da una forza interiore che le traina verso l’occultismo. Gli ostacolatori hanno lavorato magistralmente per dirottare questo possente impulso, diretto dall’altissimo Michele, creando tutte quelle pericolose pseudo-discipline che si raggrauppano col nome di New Age. In realtà il loro lavoro è stato talmente raffinato da riuscire anche a dirottare gran parte del movimento antroposofico corrompendone il cuore svizzero. Come ci poniamo, noi tutti, dinnanzi a questa disastrosa situazione? E’ chiaro a noi tutti che qualcosa di marcio è al lavoro nel nostro mondo e non credo che si possa rimanere indifferenti di fronte a tale spettacolo.

L’epoca del solitario ascetismo è ormai giunta al termine. Se fino a qualche secolo fa si poteva ancora agire legittimamente fin dentro la mineralità rimanendo raccolti in Silenzio Interiore, al giorno d’oggi questo non è più totalmente possibile. Anche grandi Iniziati, come Steiner e Scaligero, dovettero, a costo di grandi sacrifici, portare la loro azione spirituale nel cuore stesso della società. Ovviamente qui stiamo parlando di grandissime Individualità e ogni paragone risulta quanto meno forzoso, però anche nel nostro piccolo possiamo portare un contributo significativo.

L’amico in difficoltà, i dilaganti disastri globali che investono tutti i settori del vivere umano, il dolore che si vede sul volto dei troppi bambini maltrattati e seviziati non possono lasciarci indifferenti. Queste tragiche esperienze che affliggono i nostri compagni di cammino non devono essere da noi ignorate con. L’epoca moderna in cui viviamo non permette più un solitario ascetismo, gli impulsi Morali dovranno sempre più essere tradotti in immediata azione, sia interiore, che esteriore giacché queste due prospettive tendranno a coincidere sempre più nel mondo di domani.

Per questo motivo non me la sentirei di condannare nel modo più assoluto l’apparentemente errato comportamento di molti sedicendi esoteristi. Qui è richiesta un’azione ben più radicale e difficile della seppur giusta “difesa del Vero”, dobbiamo infatti noi, ciascuno secondo propria attitudine, accompagnare questi nostri amici nel loro viaggio. Dirò di più! Noi tutti siamo chiamati a rapportarci non solo con gli amici, ma anche e soprattutto con quelli che chiamiamo nemici. Ebbene sì, se vogliamo davvero agire con il Cristo che pulsa nel nostro Cuore, dobbiamo trovare la forza per accompagnare l’”amico in difficoltà” in ogni sua caduta, dobbiamo noi stessi volontariamente cadere per poi condividere con egli le forze della risalita che, grazie al lavoro interiore, abbiamo già distillato. Sia ben chiara una cosa, questa Opera è paragonabile per difficoltà e per impegno alla Concentrazione più pura. Allo stesso modo, in questo agire esteriore noi dobbiamo essere in grado di rinunciare alla nostra egoicità, a morire ogni volta con il nostro prossimo per poter rinascere nuovi e risanati.

L’essenza delle future società, che già comincia a farsi sentire, è la Condivisione che, per come la intendo io, non è nient’altro che una forma più moderna ed attuale della Compassione di cui l’Avalokitesvara è il divino portatore. Questo compassionevole gesto regolerà in modo sempre più incisivo le relazioni sociali future.

L’umanità con grandi sacrifici è riuscita, almeno in potenza con il gesto del Cristo, ad ottenere quel seme di Libertà totale che l’ha affrancata da ogni tipo di decaduto legame materiale legato al sangue, lo Spirito sarà il comune denominatore dei rapporti umani nelle epoche future. L’avarizia e l’egoismo dovranno lasciare spazio alla magnanimità e alla bontà d’animo giacché sarà sempre più moralmente impossibile trattenere per sé i frutti che l’incontro con il Cristo Interiore ci avrà dato. E sarà impossibile perché la stessa Dea Rinata, che interiormente ci schiudeva il frutto ultimo della Concentrazione, agisce nel vivere sociale portando proprio l’impulso della Condivisione. Questo è il ribaltamente dell’antica prassi Romana, il do ut des, giacché la Condivisione non prevede, dalla propria prospettiva, un dare per ricevere in cambio qualcos’altro, essa muove l’agire umano per assoluta volontà di dedizione e di sacrificio. E’ la stessa Volontà del Logos che si muove in noi e che misteriosamente trasporta le stesse forze che crearono il Mondo stesso. Iside-Sofia è la chiave per il recupero della forza creatrice nascosta nell’uomo, ma per ottenere questa chiave è prima necessario sviluppare un relazionarsi secondo la più alta Morale.

Questa è dunque la riflessione maturata leggendo le ultime righe dell’articolo di Isidoro, una riflessione che mi piacerebbe tradurre in un accorato appello.

La Comunità Solare è da sempre faro di Luce e di vero Amore disceso in Terra, ma per necessità karmiche il suo agire più umano si è sdoppiato in due correnti figlie che nel corso della lunga storia si sono trovate più e più volte a combattere l’una contro l’altra. Se nel passato questi scontri potevano anche essere costruttivi, ora è venuto il momento di ritrovare il punto di unione fraterna per procedere rettamente verso gli ardui compiti che spettano a tutti i suoi membri.

Lasciamo che la Sophia, che abbiamo visto essere sempre la chiave di volta in entrambe le prospettive, illumini il nostro percorso. Sotto la sua bandiera e con la spada di Michele potremo portare molta ricchezza nelle nostre anime e, come diretta conseguenza, nel mondo intero. Lasciamo che Sophia ispiri il nostro agire, accogliamola in tutto il nostro essere, facciamo sì che l’uomo ritrovi la Sophia affinché possa finalmente diventare un vero Antropo-sofo.

CIBON

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA PREGHIERA NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

 Gregoriodinazianzo

*

Cos’è la preghiera?

Credo che il suo significato più elevato nell’ambito della Scienza spirituale cristiana sia racchiuso in queste poche parole: “è il santuario segreto dove Dio si unisce a noi” (C. Bruyère).

Una parentesi: l’ indicare in brevi frasi il cui alto senso invita l’anima ad una inabituale profondità, può essere considerato come un qualcosa di “difficile”. Ma è difficile per chi? Per le molte anime a cui ciò che non naviga in superficie procura timore o ripulsa. Recentemente ho letto due squallidi dibattiti su quanto sia difficile Scaligero e quanto sia facile la comunicazione antroposofica, naturalmente FdL e scritti consimili a parte (c’era altro ma stringo). Con l’esibizione di una robusta ignoranza in ogni affermazione ed una superficialità d’animo che squalifica tali individui sia verso Scaligero che verso il Dottore e la sua Opera. Comprendo la disgrazia di non possedere memoria, nostalgia, religio nei confronti dello Spirito.

Dati i tempi considero più inaccettabile il pessimo uso o la latitanza del pensiero logico, dell’attenzione e persino di una corretta documentazione. Mi si può controbattere che in questo senso non parlo di Spirito: appunto! Parlo di ciò che qualsiasi cretino deve mettere in moto per fare un esame, per imparare nella professione…insomma quello che necessita in ogni campo della vita pratica.

Ho conosciuto kabbalisti, ermetisti, kremmerziani, buddisti, eccetera, che praticando dottrine non facili (nessuna dottrina è “facile”), hanno dovuto faticare molto (simboli enigmatici, alfabeto ebraico, indicazione criptate, testi rari). Persino gli astrologi seri si curano anni di studi che sembrano… di matematica universitaria! Tutti a muoversi, in salita, verso il senso della loro dottrina. Nessuno che dica loro: “Riposatevi ragazzi, basta un po’ di lettura facile e siete a cavallo, briglia sciolta nelle praterie del giudizio”. E non sfioro nemmeno il nodo delle rispettive discipline interiori.

Mi auguro che Eco mai faccia di contenitore a quello strame e che utenti e lettori non siano di quella pasta.

Scusatemi, ora torno alla preghiera.

La preparazione alla preghiera.

Purezza della vita.

Cassiano scrive: “Lo scopo supremo a cui tende l’orante, il punto culminante della perfezione del cuore, è costituito da una preghiera perseverante, ininterrotta; è la ricerca di una tranquillità immobile, d’una purezza perpetua, nei limiti consentiti dalla debolezza umana. (…) Fra esercizio delle virtù e orazione esiste un legame inseparabile. Il lavorio della virtù tende ad un solo scopo, che è la perfezione della preghiera. (G. Cassiano. Collationes Patrum, IX, 2.)

Il raccoglimento.

“Si dovrà proibire ogni divagazione e distrazione di pensiero. Tutto quello che abbiamo in mente prima di cominciare a pregare si ripresenta inevitabilmente alla memoria mentre preghiamo. Le disposizioni di un’anima che prega dipendono dallo stato precedente. Quando ci inginocchiamo per pregare tornano davanti ai nostri occhi le immagini degli atti e delle parole che percepiamo prima, e ci fanno adirare o rattristare a seconda dei moti che già suscitarono in noi. Può darsi persino che torniamo alla concupiscenza e alle passioni di prima, che ridiamo di un riso sciocco al ricordo – è vergogna persino dirlo – di qualche facezia udita o di qualche gesto comico osservato” (Coll. IX, 3.).

Si tratta insomma di allontanare le preoccupazioni vane e la moltitudine confusa dei pensieri inutili.

Il silenzio (in questo contesto, anche verbale) ha lo scopo di obbligare l’anima a raccogliersi, ritraendosi dalla vita dei sensi e dall’immaginazione indisciplinata.

Il lavoro intellettuale.

Nell’anima religiosa esso ha lo scopo di consacrare a Dio l’intelligenza e lo studio delle Opere sacre è un invito a ripetere col Salmista: “Come sono grandi la tue opere, Signore! Tu hai fatto tutto con sapienza” (Sal. 103, 24.), non di soddisfare curiosità o lusingare l’orgoglio.

“moltiplicare i libri non ha alcun fine, e il molto studio è tormento per l’anima” (Eccle. 12, 12.).

Allora: è dannosa l’intemperanza intellettuale ma è utile nutrire lo spirito con lo studio.

“Leggere senza sosta, imparare a memoria i testi sacri: questo ci tiene dapprima lontano dai cattivi pensieri, poi se non arriviamo a comprendere in maniera esatta, li meditiamo in silenzio, di notte, poi allora con più chiarezza comprendiamo i significati celati che non avevamo prima afferrato e che Dio ci rivela anche attraverso il sonno” (Coll. XIV, 11.).

Le giaculatorie.

Pratica universalmente raccomandata dai Padri che attribuivano grande importanza a questi brevi e frequenti aneliti a Dio. “Dobbiamo pregare spesso, ma per poco tempo, affinché il nemico non trovi nella lunghezza un’occasione per distrarci” (Coll. IX, 36.). Ad esempio S. Caterina era affezionata a “Deus, in adjutorium meum intende” (Salmi. 69, 2.). S. Teresa amava il versetto: “Misericordias Domini in aeternum cantabo” (Salmi. 88, 2.).

L’anima fedele a tale pratica si avvicinava al semper orare del Vangelo (e, in tempi più recenti della Filocalia che ne fa la tecnica per eccellenza).E’ un grandissimo aiuto per zittire le passioni, per moderare l’attivismo, per uscire dalla pigrizia interiore, per abituarsi a vivere nell’intimità con lo Spirito.

L’esame di coscienza.

E’ la “revisione della giornata” da voi ben conosciuta, con l’enorme differenza che questa è una via umida. Esercizio antico, già praticato da re Ezechia: “ Ho riflettuto sulle vie che percorro, e ho rivolto i miei passi verso la tua testimonianza” (Salmi. 118, 59.). Via umida ma anche equilibrata, quando senza esagerate contrizioni si volge con abbandono (e fiducia) nelle mani paterne del Signore: “Signore, se la mia vita dev’essere così, e se così dovrà vivere la mia anima, tu mi correggerai e mi ridarai la vita” (Is. 38, 15.).

E’ bene che l’esame di coscienza sia breve e che non si trascini nello strascico di interminabili apprensioni. In genere, gli atti dell’anima dovrebbero essere decisivi, rapidi ed energici. La lungaggine è spesso una camuffata pigrizia o una vana minuziosità: ciò potrebbe valere anche ora nel lavoro interiore di chi segue la Scienza dello Spirito.

L’uomo entra in relazione con il Divino per mezzo della preghiera: ciò avviene da tempi remotissimi. Pur essendo in sé meritoria, tuttavia se ne assicura l’efficacia con la purezza d’intenzione che la muove: nel colloquio con Dio l’uomo eviti ogni intromissione e ogni preoccupazione estranea a Dio.

Cristo dice: “Tu invece quando preghi ritirati nella tua stanza, chiudi l’uscio e prega il Padre tuo in segreto; e il Padre tu che vede nel segreto ti ricompenserà” (Mt. 6, 6.).

Preghiamo nella “nostra camera” quando ci ritraiamo dalla confusione dei pensieri e delle preoccupazioni. Preghiamo a “porta chiusa” stando a bocca chiusa, in completo silenzio. Preghiamo in segreto quando la preghiera parte dal cuore e dall’attenzione della mente. Neppure gli spiriti (del male) possono conoscere questa preghiera. Pregare il Padre in segreto significa anche agire in quello spazio interiore che troviamo quando usciamo dalla vita dei sensi e si fortifica in noi l’uomo interiore. Allora l’anima non cerca più Dio in simboli o immagini, ma rientrando in sé lo avverte ancor più verso l’interno. Cipriano, Benedetto, Teresa, distanti tra loro nel tempo, non differiscono in nulla: l’esperienza è la stessa.

La preghiera non è smodata. Dice il Signore: “Nelle vostre preghiere non moltiplicate le parole, come fanno i pagani; essi pensano di venir esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro; il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima ancora che voi glielo chiediate” (Mt. 6, 7-8.).

Benedetto precisa questo canone nella sua Regola: “La preghiera dev’essere breve e semplice, a meno che la grazia dell’ispirazione divina non ci stimoli a prolungarla” (Regola XX; in s.Benedicti).

La preghiera non deve comunque disperdersi su pensieri diversi ma concentrarsi con tutta l’attenzione su uno solo. E’ constatabile che l’intelletto si esercita pienamente quando unifica e semplifica le diverse nozioni, più di quanto si disperde in una varietà di riflessioni appena sfiorate.

Gli antichi prescrivevano tale metodo soprattutto ai principianti; l’abate Pafnuzio, per esempio, ordinò alla penitente Thais: “Seduta, con la faccia rivolta ad oriente, ripeti sovente queste sole parole: Tu che mi hai creata, abbi pietà di me” (Vita sanctae Thaidis, II). Dopo tre anni di questa unica (e breve) preghiera, Thais (prima di ciò, donna generosamente “perduta”) ebbe persino modificazioni nel suo corpo fisico.

Credo di aver abbozzato qualcosa che ovviamente risente, in negativo, in ampiezza e in direzione. 

Concludo con una immagine straordinariamente correttiva e buona per tutti (come ogni medicina davvero amara). E’ di Caterina da Siena e da lei fu vissuta come una lezione stringata del Signore:

“Sappi che io sono colui che è, tu sei colei che non è”

TRADIZIONE

Cenni sul ricordare lo Spirito

.                    luna-in-testa  sole-nel-cuore

                                                                           .

Possiamo esaminare le indicazioni che il dott. Colazza diede a proposito del “ricordare”.

Mi pare che un mio carissimo amico – tra i pochi rimasti – abbia scritto qualcosa, anni fa, su l’Archetipo e forse dirò le stesse cose oppure no.

Inizio subito con l’autorità delle parole di Rudolf Steiner, che per il senso generale dell’esperienza interiore, sono perfettamente chiare e valide.

” In epoca più o meno lontana si è avuta una data esperienza. In un determinato momento – per una qualsiasi causa – essa risorge dai sostrati dell’esperienza dell’anima. Si sa che ciò che così è risorto corrisponde ad una esperienza; e lo si riferisce a questa esperienza. Nel momento però del ricordare  non si ha dell’esperienza altro di presente che l’immagine ritenuta dalla memoria. Ci si figuri ora il sorgere nell’anima di un’immagine, a mo’ di una immagine ricordata, però tale che questa immagine non esprima qualcosa di precedentemente sperimentato, ma rappresenti qualcosa di sconosciuto per l’anima”. (Dal I capitolo della Soglia del Mondo spirituale).

Ora, riguardo a ciò di cui qui si parla, mentre la dinamica spiegata dal Dottore è valida ed esatta, ricordiamoci che si rivolge al percorso della veggenza. Qui ci accontentiamo di trattare esperienze più “tenui” (ma non necessariamente deboli), tali che possono sorgere anche in persone che conducono una vita normale e non conoscono gli indirizzi della Scienza dello Spirito.

Perciò uso con prudenza il termine “immagini”, giacché nella vita o nei primi passi di un cammino interiore, possono capitare esperienze abbastanza diverse. Mi spiego: può succedere che, nello stesso percorso interiore indicato da Steiner nelle precedenti righe, in qualcuno sorga la memoria di un quid senza immagini, di una forza sconosciuta, di un potente sentimento che non si allaccia a nessuna esperienza precedente; di una sostanza animica (cioè un quid) che, seppure ascendente da ignote profondità, l’anima sperimenta come cosa non sua: essa o esso entra nella consapevolezza ma non ha mai fatto parte di precedenti esperienze.

Questo fenomeno, che è quasi una rivelazione, è meno raro di quanto si pensi.

Dipende in primo luogo dalla capacità di accorgersene, poi da quel mix ereditario e spirituale che forma la nostra attuale entità e (molto) dagli impulsi che provengono dalle esperienze remote, quelle vissute prima della nostra nascita.

Poi la disciplina interiore, per dirla breve, di concentrazione, meditazione, contemplazione e percezione pura, può dare frequenza e intensità al fenomeno che comunque si manifesta per forza propria.

Non dimentichiamoci che il Soggetto perenne ricorda mondi dello Spirito ed esperienze legate ad incarnazioni precedenti. Ed è questo il Soggetto che si fa strada nelle vere discipline esoteriche.

Ai tempi del Dottore non furono pochi coloro che iniziarono a sperimentare il “ricordo dello Spirito” attraverso una dedita lettura dei suoi scritti. Un esempio a noi particolarmente vicino è stato quello di Arturo Onofri, la cui particolare natura, con più lettura che discipline, gli permise di gettare uno sguardo sui mondi invisibili. Pure il dott. Colazza proponeva importanti cambiamenti delle condizioni animiche nell’accogliere l’influenza dei grandi temi dell’antroposofia, qualora questi divenissero vivi e operanti nell’anima del discepolo.

Egli dice: “Nell’ordine della conoscenza occulta non si può rimanere passivi dinnanzi a quel che si riceve, e che non viene dato con l’intento di “informare”, ma con quello di condurre gli altri alle stesse conquiste interiori”.

Perciò diventa essenziale trovare la forma più giusta di ricezione.

La prima cosa è la trasformazione dei pensieri che riguardano i mondi superiori in vive immagini.

La forma discorsiva va superata permettendo la creazione di immagini, non come echi delle parole scritte o udite, ma osando con libertà nostra, la loro formazione: passando dalla comprensione concettuale a immagini create da noi stessi.

In quest’opera la forza “solare” dell’Io cosciente e volente deve incrociarsi con la spontaneità creativa dell’immaginare che possiamo chiamare forza “lunare”: è essenziale che l’operazione sia costantemente atto d’equilibrio tra le due forze. Non va presa alla leggera: è atto magico…e come le magie di tutti i tempi, questo se non è creativo può essere nocivo.

E’ fondamentale che si senta propriamente nostra tale attività: solo così essa è coinvolgente e trapassa dalla testa alla sfera del cuore naturalmente, spontaneamente.

Però qui parliamo di un sentire che non va confuso con le solite reazioni emotive. E’ un sentire che, come dice la parola stessa, ascolta, sente. Possiamo ricordare il simbolismo dei due manici del vaso: un tempo raffigurarono le orecchie del cuore.

E’ salvifico non fantasticare. Di più: è inaccettabile. Ordinariamente il sentire non sa essere un organo di percezione.

E’ una faccenda seria: siamo così assuefatti nella ricezione passiva dei contenuti che dal sentire salgono alla coscienza al punto che eserciti di antroposofi e spiritualisti hanno rovesciato il percorso meditativo nell’illusorio tentativo di facilitarlo ripetendo nella disciplina il guasto strutturale a cui si è abituati: si evocano immagini o parole e si appiccicano a queste il sentimentuccio che passa per il torace in quel momento. Che sia un sentimento elevato suscitato dalla memoria generale, è sempre cosa appiccicata con la colla.

Forse ne abbiamo già parlato e allora è inutile dilungarsi.

Insomma, con le immagini antroposofiche si tratta di immaginarle.

Troviamo chiare indicazioni nel ciclo intitolato L’evoluzione secondo verità: “Questo è in sostanza ciò a cui dobbiamo giungere: trasformare le nostre rappresentazioni in immaginazioni, in immagini. Anche se le nostre immagini sono goffe, anche se sono antropomorfiche, anche se quelle sublimi entità hanno l’aspetto di uomini alati, tutto ciò non conta. Alla fine la realtà vera ci sarà data e quel che deve essere eliminato lo sarà.”

Così tutto ciò acquista la forza e l’intimità di un ricordo proprio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

O NOTTE!

 

Caffarelli libro*

 O Notte!

Ti chiamo, Io Luce!

Gelo,

odi il soffio del Fuoco!

O Sonno,

ascolta il Risvegliato!

Rimonta dalla fossa dell’Abisso.

Incontro a te si muovono le stelle,

e la Festa del Fuoco in te riprende.

O Notte,

Non sarai separata dall’Amore.

Come l’Amore

potrebbe amare

se non avesse te per avversaria?

Cadi, e sprofonda nelle solitudini.

Amore ti cerca

Amore ti vuole

Amore ti raggiunge sopra un raggio,

e dalla tua caduta, lentamente,

con secoli d’affanno fa una Stella.

*

 

(Da Canti dei tre misteri di Lamberto Caffarelli)

ARTE, POESIA

LAMBERTO CAFFARELLI

**

caffarelli_1946

 

Poeta, pensatore, musicista, nacque a Faenza il 6 agosto 1880 e a Faenza morì il 13 marzo 1963.

Caffarelli, con la propria arte e con il grande amore verso lo spirito, realizza l’alto programma della sua vita, programma che può diventare preziosa sollecitazione ed esempio per molti.

Nella biblioteca comunale di Faenza si conserva devotamente tutto ciò che apparteneva al Maestro:

musica, libri, manoscritti, lettere, appunti, documenti.

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, la sua città lo ricorda con gratitudine e ammirazione riproponendo due suoi lavori letterari, scritti nei primi anni venti del secolo scorso, stampati in un unico testo:

Canti dei tre misteri

Galeotus

Viene inoltre pubblicato un volume sulla sua vita a cura di Giuseppe Fagnocchi edito da MobyDick.

33-caffarelli

Chi l’ha conosciuto ha lasciato di lui una descrizione-immagine molto pregnante:

“Il volto era leonino. Gli occhi profondi. Sguardo penetrante. L’apparenza era gelida, nettamente in contrasto con la voce che incantava per il calore e la dolcezza: chiara, carezzevole, gradevolissima.

Caffarelli visse quasi da eremita: amante non dell’azione, bensì della solitudine, del silenzio, dell’attività contemplativa.

Gelosissimo il suo sacro attaccamento alla libertà: di vita, di idee, di critica, di azione. Sembrò spesso un misantropo, ma fu sempre irreprensibilmente cortese.

Non cercò mai guadagni. Li disprezzò, pago della sua piuttosto misera vita.

Si aggirava per le vie e per i mercati di Faenza con la sporta per la spesa, fermandosi, piuttosto che ai banchi dei generi alimentari, davanti alle bancarelle dei libri usati. Sfogliava le rarità con cupida esultanza. Ricercatore instancabile si sforzò sempre di conciliare l’Arte e la vita interiore con il Vero, di cui ebbe ardentissima sete.

Religioso, in un senso sinceramente ed austeramente cristico, non cercò la simpatia né dei cattolici né dei positivisti. Quanto agli atei li tenne lontani.

Nel 1907 Caffarelli scoperse la Teosofia.

Il movimento angloindiano ebbe il gran merito di svelare la sapienza precristiana e, in special modo, la sapienza indiana: quella vèdica, quella bramanica,quella buddistica. Ebbe anche il demerito di considerare il Cristianesimo alla pari con quelle religioni antiche, le quali ne furono il necessario preludio.

L’errore fu sanato da Rudolf Steiner con l’Antroposofia e con la Cristologia antroposofica.

In una lettera del 5 maggio 1916 Caffarelli accenna alla sua crisi di passaggio dal cattolicesimo alla teosofia: “…nell’anima mia avvenivano processi di distacco violento da tutto quello che mi era stato insegnato. Una imperiosa tendenza ai significati profondi mi portò allo studio della teosofia. Così la religiosità tornò in me, ma arricchita dal nuovo studio che divenne un mio studio prediletto”.

Nel 1922 a Vienna, al West Ost Kongress, Caffarelli incontrò Rudolf Steiner e, com’era inevitabile abbracciò l’Antroposofia. Di questa aveva già avuto qualche cognizione, ma non tale da determinare una radicale metamorfosi dell’anima, cosa che avvenne durante quell’incontro.

Nel Natale 1923 Caffarelli era presente all’importante convegno con cui Steiner fondò, a Dornach, la Società Antroposofica Universale.

Di Caffarelli, in quell’occasione, si eseguirono nel Goetheanum alcuni “Canti Spirituali di Novalis” cantati dal contralto Maria Fuchs.

Caffarelli, felice dell’approdo, vivrà da allora, nella sfera della concezione steineriana del Mondo, della Vita, della Religione, della Scienza e dell’ Arte: il suo spirito divenne sempre più maturo, consapevole; la sua produzione sempre più significativa e più limpida”.

Caffarelli in vita non ebbe grandi riconoscimenti, forse la sua troppa luce, come normalmente accade, non venne capita e riconosciuta.

La sua opera lirica Galeotus, “ poema scenico-musicale in quattro azioni” testo e musica dell’artista, venne scelta dalla Casa Sonzogno di Milano per venir eseguita alla Scala.

L’imprevista morte di Riccardo Sonzogno e l’inizio, di lì a poco, della prima guerra mondiale, impedirono il coronamento della già programmata esecuzione che avrebbe certamente conferito alla vita e alla carriera del musicista una svolta ben diversa da come invece avvenne.

Succede anche che un’anima incontri la sua opera, vi si immerga, riporti in vita quei tesori spirituali al momento quasi sconosciuti,e abbia voglia di raccontare di lui.

 Lamberto Caffarelli  Faenza  Centenario 2012

 

 

LIBRI E AUTORI

SEGNI DI UNA MISSIONE NUOVA DEL PENSIERO (di M. Scaligero)

coscienzadellaluce

(Coscienza della luce – Marina Sagramora)

*

Della crisi di questa civiltà si sono avuti non pochi interpreti, ai quali non si può non riconoscere il merito di aver descritto all’uomo moderno, con tagliente evidenza, gli aspetti del suo decadere. Su un motivo quasi tutti questi pensatori, sotto forme dialetticamente diverse, si trovano concordi: sulla deficienza di spiritualità e sulla conseguente perdita di una direzione morale. Quale dunque il rimedio? Respiritualizzare la vita, immettere nuovamente lo spirito nella vita: tale il concorde riconoscimento. Ma, in riferimento ad esso, fioriscono innumeri gli equivoci di diversi tipi di intellettualisti della religione o della filosofia, che credono di poter salvare il mondo con formule tradizionaliste o soggettive, comunque attinte alla stessa inanimata cultura che essi intendono rivoluzionare e rinnovellare.

Ora, il mondo moderno va veramente salvato? È stato realmente compreso il senso di quello che ci appare come un suo decadere? Non è forse possibile che esista un retroscena di questo immane dramma, ancora piú occulto di quello identificato dai maggiori esponenti dell’indagine anti-moderna? Ci sembra ora di porre questi interrogativi, perché, se ad una soluzione è urgente lavorare, occorre far sí che essa possa scaturire al di fuori di tutti i sistemi, le correnti e le culture che sino ad oggi hanno mostrato nient’altro che la loro impotenza: il che significa che occorre giovarsi di una conoscenza anzitutto capace di condurre al superamento di quella logica formale ed esterioristica, attraverso cui sono stati accettati come verità i maggiori errori del pensiero astratto in ogni campo.

All’epoca delle grandi civiltà pre-cristiane di tipo “tradizionale”, allorché la costituzione interiore dell’uomo era tale che il piano psichico si trovava spontaneamente aperto a una diretta comunione con il piano spirituale (due piani che, per poter chiarire il problema interiore dell’uomo, occorre distinguere come lo distinsero le antiche tradizioni, il Cristianesimo primitivo e attualmente la Scienza spirituale), l’anima dell’uomo era ricettiva alle verità d’ordine metafisico e accettava, in adesione perfetta ad esse – mediata da quegli uomini piú eletti che erano i sapienti e i sacerdoti – la possibilità di un sistema di certa conoscenza che finiva con il tradursi in ordine sociale. In quanto ciò avveniva attraverso una comunione spontanea della “psiche” (anima), non era necessario che il bene morale e sociale dell’uomo costituisse un problema e fosse oggetto di indagine razionale: lo spirito agiva attraverso l’interiorità dell’uomo, esprimendo in esso un ordine che si manifestava nella vita come ordine morale.

L’epoca di tale comunione spontanea con lo Spirituale si conclude con il periodo che a noi si presenta come la proto-storia della civiltà mediterranea: è il periodo della conoscenza riflessa nel mito attraverso la cosmogonia e l’epos, nel quale si verifica il compimento di un processo millenario: una sorta di distacco (il termine, si badi, ha un valore puramente simbolico e analogico, in quanto lo spirito assume valori spaziali semplicemente dal punto di vista di uno tra i suoi infiniti modi di essere, che è la materia) del piano animico, o psichico, dal piano puramente spirituale, distacco che naturalmente appare come un regresso, o caduta, dell’uomo in uno stato inferiore. In seguito a tale evento, l’uomo è costretto a elaborare la sua conoscenza entro i limiti della sua individualità psichica, la cui massima possibilità comincia con l’essere la capacità razionale: lo spirituale con cui prima l’interiorità dell’uomo costituiva un tutto e dal quale essa traeva ogni motivo di perfezione, limitandosi ad essere impersonalmente conforme alla sua legge, diviene un mondo estraneo a quello umano; onde l’uomo, considerandolo qualcosa di separato da sé e non piú essendone posseduto ed ispirato, è costretto a rivolgersi ad esso come ad un oggetto della sua indagine; e ad esso, temporaneamente, non può giungere se non con mezzi di cui dispone e che appartengono al piano psichico: la conoscenza razionale mediata dalla percezione sensibile. È questa la fase che segna l’inizio dell’esperienza filosofica e del pensare scientifico.

I primi filosofi provarono nella loro indagine la sensazione che il pensiero razionale cui dovevano la loro possibilità di speculare sull’origine del creato fosse una sorta di capacità nuova, oltre quella di rappresentarsi il mondo sotto forma immaginativa e quella stessa dovuta ai sensi. La distinzione di tale valore, sotto il riguardo logico e psicologico, si dové a Socrate il quale, ricercando l’elemento generale oggettivo del sapere che rendesse possibile la comunione soggettiva, giunse al concetto. Ma l’identificazione decisiva del significato del pensiero razionale viene compiuta da Aristotile, già forte della esperienza socratica e platonica.

La nascita della filosofia greca coincide con il sorgere stesso dell’individualismo, che viene quasi a disorganizzare l’unità collettiva mantenuta interiormente in uno stato di obbediente spontaneità, dall’antica coscienza mitica la quale in sostanza era la condizione di una conoscenza generale oggettiva promanante dai mondi superiori, senza necessità di una mediazione razionale. Allorché tale coscienza viene abbandonata, l’attività razionale si rende necessaria quale connessione della psiche umana con la realtà esteriore; ma essa a quel tempo non ha ancora il valore di organo di conoscenza, in quanto comincia ad esprimersi soltanto come una nuova funzione della interiorità individuale, il cui senso etico è presente nella poesia lirica e gnomica e nella “scienza” dei Sette Savi.

Cosí, fra le dilacerazioni dell’antica fantasia mitica – ultimo residuo di una coscienza cosmico-simbologica – traendosi dalla letteratura teogonica e dalle riforme morali-religiose di tipo orfico e pitagorico, nasce la prima forma di sapere razionale, la filosofia, la quale procede man mano dalla contemplazione interrogativa del cosmo alla elaborazione scientifica dei concetti.

In sostanza, questa necessità di trarre il senso dell’io da un piano inferiore a quello spirituale, pur apparendo una caduta, presenta come ultima finalità una conquista veramente eroica dell’uomo: la ricostruzione della vita spirituale entro il piano animico, con i mezzi che l’individualità dell’uomo, costretta ad essere se stessa e ad assumere coscienza di sé nel mondo finito della realtà materiale, andrà via via creandosi, per recare luce nei piani inferiori della coscienza corporea. Ma tra lo stato di illuminazione metafisica originaria e il conseguimento di una illuminazione cosciente del mondo fisio-psichico, si doveva attraversare una fase intermedia che è stata necessariamente una fase di oscuramento, nella quale l’uomo ancora oggi si trova. L’interiorità individuale si è strappata al piano della trascendenza, per “ri-evocare” – se cosí si può dire – tale trascendenza entro se stessa, con suoi mezzi, grazie all’impulso di quel principio divino che è potenzialmente in essa e che permane attraverso ogni apparente regresso: l’uomo potrà un giorno riprendere contatto cosciente con lo Spirituale e rendere il pensiero cosciente – acquisito attraverso l’apparente discesa in un piano anti-metafisico, positivo, razionalistico – veicolo dell’affermazione di questo Spirituale nel piano che per ora in lui è dominato dall’incosciente e dalla natura animale. Ma il processo di distacco, come si è accennato, implica dapprima un oscuramento e una perdita: con le sole forze della sua individualità, da quel momento, l’uomo deve cominciare a risolvere il proprio problema e, chiuso nei limiti della sua individualità, egli tenderà a rievocare in sé il Divino: egli tenderà a questo, anche attraverso una fase di inconsapevolezza: ma il Divino rimarrà sempre in lui sotto la forma di questo impulso all’auto-superamento.

All’uomo che sia stato capace di attraversare questo processo e ne abbia percorso tutte le tappe, i mezzi che si offrono per portare a compimento la mirabile opera sono dapprima il pensiero e i sensi: soltanto con questi l’uomo può muovere alla conoscenza del mondo e regolare la sua vita: cosí nasce la civiltà meccanica e materialistica. In tale civiltà si riflettono obiettivamente i caratteri del pensiero che l’ha creata: un pensiero matematico, scientifico, nettamente individuato, ma avulso dallo spirituale; un pensiero che non tiene neppure conto del fenomeno “fede” che tuttavia permane in una parte dell’umanità come eredità inconsapevole della comunione spirituale originaria.

Proprio una civiltà del tipo moderno ha il compito di riflettere all’esterno ciò che manca nell’interno dell’uomo: queste creazioni del materialismo meccanico, scaturite dall’uomo dei nuovi tempi, ritornano contro di lui quasi a chiedere che egli integri spiritualmente la loro esistenza. Il mondo moderno è uno specchio nel quale l’uomo può ben vedersi e comprendere al tempo stesso la sua grandezza esteriore e la sua miseria interiore.

Che cosa può imparare l’uomo da questo riconoscersi nella unilateralità del temporaneo mondo che ha creato? Egli può comprendere la sua incapacità di vivere moralmente. Se esamina i rapporti tra la sua interiorità e il mondo esteriore, egli può comprendere che non esiste connessione morale tra il suo pensiero e la vita. Ogni esigenza morale viene vissuta nel piano del pensiero e lí si arresta: da lí è incapace di passare nella vita, di trasformarsi in azione.

Ma perché questo? È semplice spiegarselo, se si tien conto di quanto si è prima accennato. La morale non può essere un concetto, non può essere un semplice schema speculativo, ma principalmente una forza che deve scaturire dai piani spirituali per passare nell’anima e poi tradursi in azione. Tale forza può passare attraverso il vaglio del pensiero cosciente, ma non può nascere esclusivamente dal pensiero. Da secoli, da piú di un filosofo il problema della morale è stato, sotto forme diverse, brillantemente risolto. E poi? Esso è rimasto lettera inanimata nelle pagine di un libro o tutt’al piú esigenza intellettuale di un pensatore, rettorica di una corrente sociologico-politica.

Da diversi secoli, dunque, il problema della morale viene esaurientemente pensato, ma non sino in fondo. Se esso venisse pensato fino in fondo, il filosofo morale scoprirebbe che cosa veramente può dare origine a una morale capace di incidere sul piano vitale e su quello fisico: scoprirebbe che la morale non è qualcosa che si possa preparare sul piano “mentale”, ma una forza che la psiche umana deve attingere ad un piano “sopra-mentale”. Còmpito del mentale è di elaborare in forme di coscienza ciò che a lui può scendere dai piani superiori, ove esso sia capace di aprirsi a questi: simultaneo dunque è per l’uomo il còmpito già additato da Aristotile e poi chiarito da Tommaso, di educare il suo intelletto perché si dignifichi sino ad accogliere forze che sono verità metafisiche. Non esiste verità metafisica che non sia una forza trasformatrice: purtroppo, l’uomo da secoli ritiene di poter speculare sul metafisico, essendo distaccato da esso e chiamando tuttavia metafisico quel che egli invece sperimenta attraverso la meccanica – sia pure la piú ideale – dei concetti.

Ora, ciò che in antico l’uomo sperimentava come un vivere morale, ignorando qualsiasi assunzione filosofica di tale esperienza, non era se non un costume esteriore che rifletteva all’esterno il contatto dell’interiore con forze d’ordine metafisico. Allorché la vita interiore dell’uomo, staccata dallo Spirituale, si è ridotta al solo piano del pensiero, essa ha guadagnato in vastità, ma ha perduto in altezza e in profondità: l’altezza è la comunione con il piano sopramentale o metafisico, la profondità è il corrispondente possesso del piano vitale e fisico. La morale, dunque, da effettivo costume di vita risultante dalla immissione di una forza spirituale nell’interiorità dell’uomo, divenne oggetto di indagine del pensiero – nel quale rimaneva come esigenza dialettica – incapace di tradursi in vita. In sostanza l’uomo, per poter compiere lo sviluppo della sua individualità raziocinante, per poter scendere a contatto con gli aspetti attivi del piano fisico e cominciare a crearsi il senso dell’io attraverso l’urto con la realtà materiale, ha dovuto rinunciare a un dono che anticamente gli veniva dal Divino, attraverso gli Dei: la possibilità di vivere spontaneamente in forma morale. Ma tale rinuncia ha soltanto un valore temporaneo e prelude a un bene nuovo dell’uomo, in quanto implica l’azione dello spirito in un piano in cui l’ostacolo della necessità del finito e del materiale rende necessario, attraverso l’urto e il combattimento, lo sviluppo di autocoscienza e di libertà, ossia le uniche forme in cui lo spirituale può consistere consapevolmente nel mondo della realtà fisica. E qui occorre porre in guardia contro un possibile equivoco ricorrente, purtroppo, anche in coloro che si atteggiano a spiritualisti: non si deve intendere, allorché si parla di un “bene nuovo dell’uomo”, che si tratti di qualcosa che si crei di bel nuovo, di contro a possibilità prima non esistenti, ma semplicemente di una delle infinite possibilità dello spirito, che nel caso nostro è quella di essere se stesso ed assumere forme corrispondenti alla sua essenza anche là dove il regno della forma e della materia sembra esserne l’antitesi.

Il problema attuale dell’uomo si può allora riassumere in questi termini: non si tratta per lui di rinnegare quel che egli si è conquistato attraverso qualche millennio di duro travaglio: il pensiero esatto e la coscienza razionale della individualità: rinunciare a questi significherebbe per l’uomo tornare indietro, degradarsi: si tratta invece di ridestare l’antica spiritualità con le forze del nuovo pensiero, con la nuova auto-coscienza: riconquistare il contatto con il piano sopramentale ossia con quello che risponde alla direzione – puramente simbolica – in altezza, cosí che egli possa agire spiritualmente nel piano vitale e fisico rispondente alla direzione in profondità. Allora veramente il pensiero può divenire uno strumento per il vivere morale dell’uomo moderno e agire come un trasformatore delle forze spirituali fluenti verso la realtà sensibile.

Nuovi tempi annunciano questa possibilità: il pensiero è ormai una forza che, avendo svolto la sua missione nella interiorità dell’uomo, si trova spinto dalla sua stessa unilateralità a superare i limiti concettuali abitudinari, per integrare la sua direzione con altre dimensioni dello spirito, o meglio, per divenire veicolo dello Spirituale nel piano che è apparentemente anti-spirituale. Con senso di responsabilità si può a questo punto affermare che esiste una Tradizione metafisica la quale offre all’uomo la possibilità di ricongiungere il suo pensiero con i piani superiori o soprannaturali, senza che esso rinunci alla sua auto-coscienza e a quelle forze cognitive che nei piani inferiori lo hanno messo in condizione di sperimentare con esattezza matematica. Si tratta di condurre queste forze di conoscenza a compiere la loro vera e totale funzione.

Massimo Scaligero

da «La Vita Italiana», XXXII, serie II, fasc. 2-3 (366-367) ottobre-novembre 1944

(Per gentile concessione de L’Archetipo)

SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto