19 Giugno 2013

LA PREGHIERA NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

 Gregoriodinazianzo

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Cos’è la preghiera?

Credo che il suo significato più elevato nell’ambito della Scienza spirituale cristiana sia racchiuso in queste poche parole: “è il santuario segreto dove Dio si unisce a noi” (C. Bruyère).

Una parentesi: l’ indicare in brevi frasi il cui alto senso invita l’anima ad una inabituale profondità, può essere considerato come un qualcosa di “difficile”. Ma è difficile per chi? Per le molte anime a cui ciò che non naviga in superficie procura timore o ripulsa. Recentemente ho letto due squallidi dibattiti su quanto sia difficile Scaligero e quanto sia facile la comunicazione antroposofica, naturalmente FdL e scritti consimili a parte (c’era altro ma stringo). Con l’esibizione di una robusta ignoranza in ogni affermazione ed una superficialità d’animo che squalifica tali individui sia verso Scaligero che verso il Dottore e la sua Opera. Comprendo la disgrazia di non possedere memoria, nostalgia, religio nei confronti dello Spirito.

Dati i tempi considero più inaccettabile il pessimo uso o la latitanza del pensiero logico, dell’attenzione e persino di una corretta documentazione. Mi si può controbattere che in questo senso non parlo di Spirito: appunto! Parlo di ciò che qualsiasi cretino deve mettere in moto per fare un esame, per imparare nella professione…insomma quello che necessita in ogni campo della vita pratica.

Ho conosciuto kabbalisti, ermetisti, kremmerziani, buddisti, eccetera, che praticando dottrine non facili (nessuna dottrina è “facile”), hanno dovuto faticare molto (simboli enigmatici, alfabeto ebraico, indicazione criptate, testi rari). Persino gli astrologi seri si curano anni di studi che sembrano… di matematica universitaria! Tutti a muoversi, in salita, verso il senso della loro dottrina. Nessuno che dica loro: “Riposatevi ragazzi, basta un po’ di lettura facile e siete a cavallo, briglia sciolta nelle praterie del giudizio”. E non sfioro nemmeno il nodo delle rispettive discipline interiori.

Mi auguro che Eco mai faccia di contenitore a quello strame e che utenti e lettori non siano di quella pasta.

Scusatemi, ora torno alla preghiera.

La preparazione alla preghiera.

Purezza della vita.

Cassiano scrive: “Lo scopo supremo a cui tende l’orante, il punto culminante della perfezione del cuore, è costituito da una preghiera perseverante, ininterrotta; è la ricerca di una tranquillità immobile, d’una purezza perpetua, nei limiti consentiti dalla debolezza umana. (…) Fra esercizio delle virtù e orazione esiste un legame inseparabile. Il lavorio della virtù tende ad un solo scopo, che è la perfezione della preghiera. (G. Cassiano. Collationes Patrum, IX, 2.)

Il raccoglimento.

“Si dovrà proibire ogni divagazione e distrazione di pensiero. Tutto quello che abbiamo in mente prima di cominciare a pregare si ripresenta inevitabilmente alla memoria mentre preghiamo. Le disposizioni di un’anima che prega dipendono dallo stato precedente. Quando ci inginocchiamo per pregare tornano davanti ai nostri occhi le immagini degli atti e delle parole che percepiamo prima, e ci fanno adirare o rattristare a seconda dei moti che già suscitarono in noi. Può darsi persino che torniamo alla concupiscenza e alle passioni di prima, che ridiamo di un riso sciocco al ricordo – è vergogna persino dirlo – di qualche facezia udita o di qualche gesto comico osservato” (Coll. IX, 3.).

Si tratta insomma di allontanare le preoccupazioni vane e la moltitudine confusa dei pensieri inutili.

Il silenzio (in questo contesto, anche verbale) ha lo scopo di obbligare l’anima a raccogliersi, ritraendosi dalla vita dei sensi e dall’immaginazione indisciplinata.

Il lavoro intellettuale.

Nell’anima religiosa esso ha lo scopo di consacrare a Dio l’intelligenza e lo studio delle Opere sacre è un invito a ripetere col Salmista: “Come sono grandi la tue opere, Signore! Tu hai fatto tutto con sapienza” (Sal. 103, 24.), non di soddisfare curiosità o lusingare l’orgoglio.

“moltiplicare i libri non ha alcun fine, e il molto studio è tormento per l’anima” (Eccle. 12, 12.).

Allora: è dannosa l’intemperanza intellettuale ma è utile nutrire lo spirito con lo studio.

“Leggere senza sosta, imparare a memoria i testi sacri: questo ci tiene dapprima lontano dai cattivi pensieri, poi se non arriviamo a comprendere in maniera esatta, li meditiamo in silenzio, di notte, poi allora con più chiarezza comprendiamo i significati celati che non avevamo prima afferrato e che Dio ci rivela anche attraverso il sonno” (Coll. XIV, 11.).

Le giaculatorie.

Pratica universalmente raccomandata dai Padri che attribuivano grande importanza a questi brevi e frequenti aneliti a Dio. “Dobbiamo pregare spesso, ma per poco tempo, affinché il nemico non trovi nella lunghezza un’occasione per distrarci” (Coll. IX, 36.). Ad esempio S. Caterina era affezionata a “Deus, in adjutorium meum intende” (Salmi. 69, 2.). S. Teresa amava il versetto: “Misericordias Domini in aeternum cantabo” (Salmi. 88, 2.).

L’anima fedele a tale pratica si avvicinava al semper orare del Vangelo (e, in tempi più recenti della Filocalia che ne fa la tecnica per eccellenza).E’ un grandissimo aiuto per zittire le passioni, per moderare l’attivismo, per uscire dalla pigrizia interiore, per abituarsi a vivere nell’intimità con lo Spirito.

L’esame di coscienza.

E’ la “revisione della giornata” da voi ben conosciuta, con l’enorme differenza che questa è una via umida. Esercizio antico, già praticato da re Ezechia: “ Ho riflettuto sulle vie che percorro, e ho rivolto i miei passi verso la tua testimonianza” (Salmi. 118, 59.). Via umida ma anche equilibrata, quando senza esagerate contrizioni si volge con abbandono (e fiducia) nelle mani paterne del Signore: “Signore, se la mia vita dev’essere così, e se così dovrà vivere la mia anima, tu mi correggerai e mi ridarai la vita” (Is. 38, 15.).

E’ bene che l’esame di coscienza sia breve e che non si trascini nello strascico di interminabili apprensioni. In genere, gli atti dell’anima dovrebbero essere decisivi, rapidi ed energici. La lungaggine è spesso una camuffata pigrizia o una vana minuziosità: ciò potrebbe valere anche ora nel lavoro interiore di chi segue la Scienza dello Spirito.

L’uomo entra in relazione con il Divino per mezzo della preghiera: ciò avviene da tempi remotissimi. Pur essendo in sé meritoria, tuttavia se ne assicura l’efficacia con la purezza d’intenzione che la muove: nel colloquio con Dio l’uomo eviti ogni intromissione e ogni preoccupazione estranea a Dio.

Cristo dice: “Tu invece quando preghi ritirati nella tua stanza, chiudi l’uscio e prega il Padre tuo in segreto; e il Padre tu che vede nel segreto ti ricompenserà” (Mt. 6, 6.).

Preghiamo nella “nostra camera” quando ci ritraiamo dalla confusione dei pensieri e delle preoccupazioni. Preghiamo a “porta chiusa” stando a bocca chiusa, in completo silenzio. Preghiamo in segreto quando la preghiera parte dal cuore e dall’attenzione della mente. Neppure gli spiriti (del male) possono conoscere questa preghiera. Pregare il Padre in segreto significa anche agire in quello spazio interiore che troviamo quando usciamo dalla vita dei sensi e si fortifica in noi l’uomo interiore. Allora l’anima non cerca più Dio in simboli o immagini, ma rientrando in sé lo avverte ancor più verso l’interno. Cipriano, Benedetto, Teresa, distanti tra loro nel tempo, non differiscono in nulla: l’esperienza è la stessa.

La preghiera non è smodata. Dice il Signore: “Nelle vostre preghiere non moltiplicate le parole, come fanno i pagani; essi pensano di venir esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro; il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima ancora che voi glielo chiediate” (Mt. 6, 7-8.).

Benedetto precisa questo canone nella sua Regola: “La preghiera dev’essere breve e semplice, a meno che la grazia dell’ispirazione divina non ci stimoli a prolungarla” (Regola XX; in s.Benedicti).

La preghiera non deve comunque disperdersi su pensieri diversi ma concentrarsi con tutta l’attenzione su uno solo. E’ constatabile che l’intelletto si esercita pienamente quando unifica e semplifica le diverse nozioni, più di quanto si disperde in una varietà di riflessioni appena sfiorate.

Gli antichi prescrivevano tale metodo soprattutto ai principianti; l’abate Pafnuzio, per esempio, ordinò alla penitente Thais: “Seduta, con la faccia rivolta ad oriente, ripeti sovente queste sole parole: Tu che mi hai creata, abbi pietà di me” (Vita sanctae Thaidis, II). Dopo tre anni di questa unica (e breve) preghiera, Thais (prima di ciò, donna generosamente “perduta”) ebbe persino modificazioni nel suo corpo fisico.

Credo di aver abbozzato qualcosa che ovviamente risente, in negativo, in ampiezza e in direzione. 

Concludo con una immagine straordinariamente correttiva e buona per tutti (come ogni medicina davvero amara). E’ di Caterina da Siena e da lei fu vissuta come una lezione stringata del Signore:

“Sappi che io sono colui che è, tu sei colei che non è”

TRADIZIONE

Cenni sul ricordare lo Spirito

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Possiamo esaminare le indicazioni che il dott. Colazza diede a proposito del “ricordare”.

Mi pare che un mio carissimo amico – tra i pochi rimasti – abbia scritto qualcosa, anni fa, su l’Archetipo e forse dirò le stesse cose oppure no.

Inizio subito con l’autorità delle parole di Rudolf Steiner, che per il senso generale dell’esperienza interiore, sono perfettamente chiare e valide.

” In epoca più o meno lontana si è avuta una data esperienza. In un determinato momento – per una qualsiasi causa – essa risorge dai sostrati dell’esperienza dell’anima. Si sa che ciò che così è risorto corrisponde ad una esperienza; e lo si riferisce a questa esperienza. Nel momento però del ricordare  non si ha dell’esperienza altro di presente che l’immagine ritenuta dalla memoria. Ci si figuri ora il sorgere nell’anima di un’immagine, a mo’ di una immagine ricordata, però tale che questa immagine non esprima qualcosa di precedentemente sperimentato, ma rappresenti qualcosa di sconosciuto per l’anima”. (Dal I capitolo della Soglia del Mondo spirituale).

Ora, riguardo a ciò di cui qui si parla, mentre la dinamica spiegata dal Dottore è valida ed esatta, ricordiamoci che si rivolge al percorso della veggenza. Qui ci accontentiamo di trattare esperienze più “tenui” (ma non necessariamente deboli), tali che possono sorgere anche in persone che conducono una vita normale e non conoscono gli indirizzi della Scienza dello Spirito.

Perciò uso con prudenza il termine “immagini”, giacché nella vita o nei primi passi di un cammino interiore, possono capitare esperienze abbastanza diverse. Mi spiego: può succedere che, nello stesso percorso interiore indicato da Steiner nelle precedenti righe, in qualcuno sorga la memoria di un quid senza immagini, di una forza sconosciuta, di un potente sentimento che non si allaccia a nessuna esperienza precedente; di una sostanza animica (cioè un quid) che, seppure ascendente da ignote profondità, l’anima sperimenta come cosa non sua: essa o esso entra nella consapevolezza ma non ha mai fatto parte di precedenti esperienze.

Questo fenomeno, che è quasi una rivelazione, è meno raro di quanto si pensi.

Dipende in primo luogo dalla capacità di accorgersene, poi da quel mix ereditario e spirituale che forma la nostra attuale entità e (molto) dagli impulsi che provengono dalle esperienze remote, quelle vissute prima della nostra nascita.

Poi la disciplina interiore, per dirla breve, di concentrazione, meditazione, contemplazione e percezione pura, può dare frequenza e intensità al fenomeno che comunque si manifesta per forza propria.

Non dimentichiamoci che il Soggetto perenne ricorda mondi dello Spirito ed esperienze legate ad incarnazioni precedenti. Ed è questo il Soggetto che si fa strada nelle vere discipline esoteriche.

Ai tempi del Dottore non furono pochi coloro che iniziarono a sperimentare il “ricordo dello Spirito” attraverso una dedita lettura dei suoi scritti. Un esempio a noi particolarmente vicino è stato quello di Arturo Onofri, la cui particolare natura, con più lettura che discipline, gli permise di gettare uno sguardo sui mondi invisibili. Pure il dott. Colazza proponeva importanti cambiamenti delle condizioni animiche nell’accogliere l’influenza dei grandi temi dell’antroposofia, qualora questi divenissero vivi e operanti nell’anima del discepolo.

Egli dice: “Nell’ordine della conoscenza occulta non si può rimanere passivi dinnanzi a quel che si riceve, e che non viene dato con l’intento di “informare”, ma con quello di condurre gli altri alle stesse conquiste interiori”.

Perciò diventa essenziale trovare la forma più giusta di ricezione.

La prima cosa è la trasformazione dei pensieri che riguardano i mondi superiori in vive immagini.

La forma discorsiva va superata permettendo la creazione di immagini, non come echi delle parole scritte o udite, ma osando con libertà nostra, la loro formazione: passando dalla comprensione concettuale a immagini create da noi stessi.

In quest’opera la forza “solare” dell’Io cosciente e volente deve incrociarsi con la spontaneità creativa dell’immaginare che possiamo chiamare forza “lunare”: è essenziale che l’operazione sia costantemente atto d’equilibrio tra le due forze. Non va presa alla leggera: è atto magico…e come le magie di tutti i tempi, questo se non è creativo può essere nocivo.

E’ fondamentale che si senta propriamente nostra tale attività: solo così essa è coinvolgente e trapassa dalla testa alla sfera del cuore naturalmente, spontaneamente.

Però qui parliamo di un sentire che non va confuso con le solite reazioni emotive. E’ un sentire che, come dice la parola stessa, ascolta, sente. Possiamo ricordare il simbolismo dei due manici del vaso: un tempo raffigurarono le orecchie del cuore.

E’ salvifico non fantasticare. Di più: è inaccettabile. Ordinariamente il sentire non sa essere un organo di percezione.

E’ una faccenda seria: siamo così assuefatti nella ricezione passiva dei contenuti che dal sentire salgono alla coscienza al punto che eserciti di antroposofi e spiritualisti hanno rovesciato il percorso meditativo nell’illusorio tentativo di facilitarlo ripetendo nella disciplina il guasto strutturale a cui si è abituati: si evocano immagini o parole e si appiccicano a queste il sentimentuccio che passa per il torace in quel momento. Che sia un sentimento elevato suscitato dalla memoria generale, è sempre cosa appiccicata con la colla.

Forse ne abbiamo già parlato e allora è inutile dilungarsi.

Insomma, con le immagini antroposofiche si tratta di immaginarle.

Troviamo chiare indicazioni nel ciclo intitolato L’evoluzione secondo verità: “Questo è in sostanza ciò a cui dobbiamo giungere: trasformare le nostre rappresentazioni in immaginazioni, in immagini. Anche se le nostre immagini sono goffe, anche se sono antropomorfiche, anche se quelle sublimi entità hanno l’aspetto di uomini alati, tutto ciò non conta. Alla fine la realtà vera ci sarà data e quel che deve essere eliminato lo sarà.”

Così tutto ciò acquista la forza e l’intimità di un ricordo proprio.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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