L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2017
Anno XXII n. 11
Novembre 2017


Anno XXII n. 11
Novembre 2017



Se questa nota fosse veramente ambiziosa e rigorosa potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nel comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo, Tilopa, Roma 1963), esse, di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato essenziale, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile. La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino «in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi». Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo… potremo continuare all’infinito. Occorre compiere un piccolo sforzo per realizzare che, fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero), non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo. Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria, e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dall’interiore mondo del pensiero.
Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana, ed è parimenti quella meno avvertita. In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo, ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora la desta autocoscienza si spegne durante il processo: riaccendendosi solo dopo, nel riverbero in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.
So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema, ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e piú importante tra le esperienze interiori è la coscienza pensante, sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il piú negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.
A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, e se davvero fosse cosí il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra. Purtroppo cosí non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione, per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono familiari nel mondo sensibile. Questo è un errore, ma vi sono errori ancora piú profondi, laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile. Per non parere astratto vi riporto un fatto realmente accaduto alla presenza di una certa élite di esoteristi.
Jules-Benoit Doinel fu il fondatore della Chiesa Gnostica (ho citato il suo nome nella nota biografica su Paul Sédir) su conferimento degli “antichi vescovi albigesi” nel modo qui di seguito descritto. È l’autunno del 1890, ora del crepuscolo. Il luogo è l’Oratorio della Duchessa di Pomar . Presenti un Barone spagnolo, sei o sette importanti occultisti e un potente medium. «Una Presenza riempiva l’Oratorio» scrive Doinel, e dopo un prolungato silenzio, la pesante antica tavola intorno alla quale i nostri personaggi sono seduti inizia a fremere e a modulare onde sonore. Lady X con una bacchetta d’avorio scorre un quadrante alfabetico: alla lettera corrispondente il tavolo emette colpi secchi. Cosí si forma la frase: «Preparatevi a ricevere i Vescovi del Sinodo Albigese di Montségur». Scintille luminose sprizzano dalle pareti, di fremiti vibrano le porte, dal centro del tavolo parte una specie di rullo di tamburi temperato, come al passaggio di augusti personaggi. Poi torna il silenzio e l’alfabeto forma una nuova frase: «È qui Guilhaberto di Castres, Vescovo di Montségur e i quaranta Vescovi dell’Alto Sinodo del Paracleto sono venuti con lui». Tutti i partecipanti si alzano in piedi e Guilhaberto di Castres (a colpi di tavolo) parla: «Ricostituite ed insegnate la Dottrina Gnostica che è la Dottrina Assoluta, e per Vangelo prendete il Quarto, quello di Giovanni, che è il Vangelo dell’Amore. Ricostruite apertamente la Chiesa Gnostica, la Santa Chiesa del Paracleto, composta di Perfetti e di Perfette, come la nostra Chiesa. Colui che dovrà ricostruirla, è in mezzo a voi stasera. Egli verrà consacrato mio successore in questo stesso Oratorio, secondo l’antico rito: e avrà Elena-Sofia per fidanzata e sposa. Lo Spirito Santo vi manderà Coloro che vi sono necessari. La gioia dello Spirito e la pace del cuore siano con voi, Primizie della Gnosi Nuova!». I presenti sono sconvolti, si inginocchiano, il tamburo riprende a battere, un vento scaturisce dall’invisibile e tutti odono una voce che dice: «La benedizione del Santo Pleroma e degli Eoni sia con voi! Noi vi benediciamo come benedimmo i Martiri di Montségur. Amen, amen, amen». Poi tutto torna alla quiete, la tavola rimane muta, ma nello stesso istante, è sempre Doinel che scrive: «Ebbi l’impressione di una bocca e di un bacio: era il sacro bacio della mia mistica Sposa».
Poco tempo dopo quanto narrato, Doinel venne consacrato Vescovo Gnostico (con il nome di Valentino II) e i piú valenti esoteristi di Francia: Papus, Sédir, Haven, Guénon ecc. furono consacrati vescovi di altrettante città europee. Anche l’Ordine Martinista venne travolto dalla slavina: l’Art. VII del Decreto Sinodale dichiara il Martinismo d’essenza gnostica, e i suoi Superiori Incogniti prendono posto nella classe dei Perfetti.
Desidererei che osservaste l’accaduto con lucida e distaccata coscienza: esso non fu altro che una fragorosa, scenografica seduta spiritica, la quale però, in quel momento e nei successivi avvenimenti, intrappolò il fior fiore degli esoteristi francesi che cadde nel pentolone come pollame da brodo (a onor del vero ad alcuni degli attori venne data successivamente una ben piú elevata possibilità: la connessione a Maître Philippe). Voglio sottolineare che una corrente spiritualista di una certa apparente importanza sul piano dell’esoterismo europeo originò da una seduta medianico-spiritista, cioè dalla massima antitesi di una vera manifestazione spirituale.
Mi sono dilungato nel racconto per non restare nelle astrazioni, per raccontarvi una storia e per affermare (credo ragionevolmente) che moltissimo di quanto passa come mondo esoterico ascende, pur con tante differenze formali, dalle stesse suggestive oscurità che si manifestarono nell’Oratorio della Duchessa di Pomar. E non andrebbe dimenticato che da quelle parti si manifestarono, a conti fatti, soltanto dei fenomeni medianici a effetti fisici, quelli che piacciono tanto ai tecnologi della parapsicologia che in oltre cent’anni di studi “scientifici” non hanno tirato fuori nemmeno un ragno dal buco.
Piú raffinato e complesso è il fenomeno del visionarismo, tenendo in poco conto l’esperienza dell’Importante Teosofo che passeggiando per Roma vede tra i bighelloni Christian Rosenkreuz (Ieratico? Frettoloso? Questo non lo sapremo mai). In tale tipo di fenomeni, senza che vi sia di necessità un mutamento o un particolare rafforzamento dell’anima, si aggiungono alla coscienza comune, come se la realtà non ne fosse già strapiena, figure, immagini e scenari. Questi casi possono avere differenti origini e diversa rispettabilità. In genere le visioni sono di tre tipi:
prodotti di patologie connesse a danni chimici o neurologici, in alcuni casi aggravate da erronee discipline interiori e, peggio del peggio, rafforzate da irriconosciute predisposizioni ad aperture medianiche;
residui di antica veggenza atavica in cui il sangue è percettivo e le immagini sono echi di percezioni spirituali (eteriche), sovente caratterizzate da una certa obiettività con fatti piú antichi o lontani. Esse, intendo le visioni, di solito non danneggiano l’individuo (fanno parte di lui, spesso ereditate dal ceppo familiare), che sovente è protetto dalla semplicità intellettiva e/o da un isolato ambiente sociale;
fenomeni collaterali karmici che sorgono spontaneamente sui primi passi di una vera disciplina interiore. Gustav Meyrink, nel suo romanzo La faccia verde, dà una debordante ma sostanzialmente esatta descrizione di quanto può verificarsi: «La via che ti mostro è tutta cosparsa di vicende straordinarie: i morti che hai conosciuto vivi risorgeranno davanti a te e ti parleranno! Non saranno che immagini. Esseri luminosi, sfolgoranti e gloriosi t’appariranno e ti benediranno! Non saranno che immagini, figure immateriali che, emanate dal tuo corpo (mio è il corsivo), trapassano per la morte magica, sotto l’influsso della tua mutata volontà, dalla materia allo Spirito, come il duro ghiaccio evapora sotto i raggi del sole».
Dovrebbe essere ben chiaro per l’asceta che le esperienze del III tipo sono positive come indicatrici del suo lavoro e del tutto negative se valutate e coccolate come rivelazioni o altro di simile. Di solito questo genere di fenomeni cessa proprio quando l’anima diventa un tutt’uno con la Via dello Spirito.
I casi descritti hanno in comune la corporeità fisica – Meyrink lo evidenzia – che è in effetti il buio archivio di tutte le forze magiche del passato, quindi il problema non è il possesso (il “cosa”) di una inesauribile miniera di pietre preziose, ma il fatto di estrarle nel modo giusto (il “come”). Basilio Valentino conosceva il problema quando indicò l’Opus con l’acronimo VITRIOL (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem).
Mi permetto di accennare ad una categoria minoritaria, di cui, a ragione, nessuno parla e la cui natura è priva di definizione perché è del tutto individuale, intima e occulta. Fa parte di essa chi continua, di vita in vita, un determinato lavoro interiore e ne diviene consapevole progressivamente oppure in momenti cruciali della vita. Qui non esistono schemi. Racconto di uno che aveva all’incirca quarant’anni: mentre pregava (non era confessionale ma a suo modo assai religioso) il mondo circostante sparí e apparve il Maestro antico: «Sono nuovamente sulla terra, muoviti a cercarmi!». Impiegò anni a trovarlo. Parlo di uno solo perché, estroverso e generoso, non nascose l’accaduto e se n’è andato da tempo, ma devo tacere di altri che hanno scelto il silenzio. Sono pochi ma non pochissimi e a descrivere il loro come e quando parrebbe una raccolta di sfrenate fantasie. Gli scarsi caratteri comuni sembrano comunque essere: a) avere frammentari rapporti con l’invisibile già dai primi anni di vita, b) la riaccensione di un fuoco interiore (eterno?) che spinge nella ricerca, nello studio e nelle discipline, c) l’incontro con il Maestro.
Dalle poche righe che su questo ho osato scrivere, chi sa leggere con il cuore comprenderà quanto intima e delicata sia tale sfera: per l’attuale modo di pensare, diciamolo senza ipocrisie, la segretezza infastidisce. Io spero che chi si dice occultista abbia la minima sensibilità, almeno in questo caso, di comprenderla.
L’attuale situazione per gli aspiranti ricercatori dell’Occulto si presenta grave e severa ed esige un grande sforzo del cuore e della mente, poiché quasi tutto quello che si offre alla loro ricerca sembra offrire mete spirituali per le quali il prezzo del biglietto consiste in forme, anche complesse e difficili, di completa passività. Guardate che, anche tenendo in nessun conto i sincretismi all’acqua di rose e le dottrine sognate a tavolino, se ci si accosta ad insegnamenti di provata radice metafisica, il fatto della passività sembra reggere. Ad esempio il chi cino-taoistico dovrebbe manifestarsi solo dopo aver cancellato quello che lo impedisce: se voglio spingere un oggetto uso di norma muscoli, legamenti ecc. Ma se voglio che sia il chi a spingere, devo allora esercitarmi nella negazione dei muscoli fisici. Diamine! Il chi è spirituale, perciò impersonale, e quindi saturerà il suo campo quando toglierò di mezzo quel fastidioso “io sono” che ingombra la testa e tutto il resto. “È stato tirato” conferma il cortese monaco dopo che Herrigel, dimentico di sé, compie l’impossibile impresa.
Impossibile al di fuori di uno specifico karma personale e di particolari influenze. In fondo basta togliere la desta autoconsapevolezza al desto e autoconsapevole uomo occidentale! Saltar via dalla propria condizione strutturale è impossibile, mentre è possibile ottunderla. Ma questo significa, per l’uomo contemporaneo che ha perduto gli stati sottili di coscienza, acquisendo in cambio un punto desto di tangenza con il Principio – questo è l’Io – consegnarsi, regredendo, alla corporeità. Steiner osserva che le forze dell’anima, nello specifico il percepire e il volere, dipendono nella vita tanto dall’elemento corporeo quanto da forze extracorporee. L’intensificazione dell’attività pensante trae fuori dal corpo le forze dell’anima e le rende indipendenti dai processi corporei. Nel caso contrario le attività animiche di competenza umana divengono semplici manifestazioni di attività organiche. Lo sperimentatore si lega alla corporeità in misura maggiore (patologia) rispetto alla normale coscienza di veglia. Ciò che sta sotto manifesta la propria attività in contenuti ed immagini eliminando parzialmente (visionarismo) o totalmente (medianità) le forze di coscienza che, ora, appartengono all’Io. In pratica la linea di confine consiste nel percepire un abbassamento della destità di coscienza che nella pratica interiore non deve mai scendere sotto la consapevolezza del pensiero ordinario. Fate attenzione: nel suddetto caso si avverte una stasi, una sonnolenza o una stanchezza piuttosto strana, perché è incomprensibile se sia fisica o mentale; poi, siatene sicuri, arrivano presto esperienze e visioni. Se l’anima non è predisposta alle vie della dissoluzione, questi fatti saranno soltanto inciampi fortuiti sui primi passi. Però non vanno assolutamente coltivati. La coscienza s’abbassa? Si concluda immediatamente l’esercizio. Eventualmente si riprendano nuovamente (in un secondo tempo) le formule iniziali degli esercizi, ossia il ripartire dalla forma piú elementare della tecnica, riducendo i tempi, avvantaggiando l’intensità e rivisitando aspetti irrisolti del carattere o almeno aumentando il potere dell’attenzione.
La direzione opposta consiste nell’intensificazione dell’attenzione pensante che inizia dal controllo o dominio del pensiero ordinario e può giungere alla percezione del pensare indipendente dalle categorie corporee. Attenzione: l’esperienza del pensiero-che-è-piú-che-pensiero, si dà. Non sarebbe esatto dire che essa sia il risultato dell’immagine sintesi: questa ne è, per cosí dire, la base necessaria. Pure il termine “immagine sintesi” sembra portare confusione anche in chi vorrebbe indicare agli altri il cosa e il come e sorge la bislacca tentazione di “pensarla” come uno stravagante puzzle di immagini raccolte durante la ricostruzione dell’oggetto, e cosí si sbaglia alla grande. Certo, la concentrazione è una tecnica, ma non intellettualistica, è tutta pensiero, ma un pensiero che esige anche pazienza, coraggio, volontà e dedizione ben oltre i naturali limiti: si tratta di osservare il pensiero e questa è, nell’ordinario, una impresa impossibile che può diventare possibile a tappe. Se dico a Tizio di darmi un turacciolo, Tizio me lo dà poiché ha suscitato e riconosciuto il concetto di turacciolo: un lampo nemmeno troppo consapevole che per un attimo si è acceso all’interno della coscienza. La concentrazione estrae e contempla in chiara realtà questo lampo. Per giungere a ciò si evoca un tema (il turacciolo) e si ricostruiscono davanti alla coscienza le caratteristiche dell’oggetto: con questa operazione si fa volitivamente convergere la corrente del pensiero sul tema. Lo si estrae dall’interno della coscienza. Poi si mantiene l’attenzione solo sull’oggetto: essa è sempre corrente di pensiero! L’oggetto (che naturalmente è di pensiero) può anche rivestire la forma percepita nella visione sensibile. Per molto tempo esso tenderà a sparire nel nulla vuoto, e occorrerà attingere continuamente ad un intimo sforzo creativo per ricrearlo e porlo all’attenzione interiore. Con la pratica e l’insistenza incrollabile, l’immagine comincerà a mantenersi, statica o dinamica, quasi fosse indipendente dallo sforzo dell’operatore che deve sostenere comunque la massima concentrata attenzione (però avvengono sottili modifiche interiori nel modo di chi guarda e in ciò che è visto). Continuando l’operazione, si osserverà che l’immagine tenderà a dissolversi, ma non come all’inizio. La situazione è diversissima, poiché ora l’eventuale vuoto è saturo, il nulla è pieno perché dall’oggetto, formalmente scomparso, fiorisce un intenso quid pieno di vita (è vita dell’etere, quindi tutt’altro che astratta: è la prima volta nella vita in cui si percepisce la vita!). Questo quid pieno di vita è avvertito dalla coscienza come il concetto puro privo di “materia”, cioè di categorie sensibili. Perciò, se la terminologia di immagine sintesi vi ingarbuglia, potreste chiamarla “immagine creativa”, poiché lo sforzo maggiore sta nel mantenerla e ricrearla (sono consapevole che sintetizzando l’operazione non ho potuto tener conto di diverse variabili individuali). Nella terminologia usata dalla Scienza dello Spirito il vertice di questa eccezionale esperienza è chiamato col nome di pensiero puro libero dai sensi e trae con sé l’elemento puro del volere e del sentire: si può dire che un secondo uomo nasce dall’intensificazione del pensare. Un’entità vastissima che inizia ad agire nel campo universale delle Potenze cosmiche. Il pensiero libero dai sensi non è soltanto il fondamento certo per una conoscenza di sé quale entità dello Spirito, ma è anche il mezzo tramite il quale l’uomo può conoscere per esperienza diretta quanto del Mondo Spirituale è significativo per la sua ulteriore maturazione.
L’Opera epistemologica di Rudolf Steiner e in particolare La Filosofia della Libertà offre in tal senso il necessario processo conoscitivo e lo sforzo richiesto al pensiero stesso. Non posso però tacere la modestia dei risultati (rimproverata ai membri della Società Antroposofica da Steiner stesso) ottenuti nella prima parte del XX secolo, mentre nei molti decenni successivi si è potuto assistere al parziale oscuramento del tema (e su ciò sarebbero inevitabili delle osservazioni che sono certamente scabrose poiché coinvolgono la guida dell’Associazione).
Il lavoro sacrificale di Massimo Scaligero ha ridato comprensione, realtà e mezzi al processo epistemologico che chiamiamo anche Via del Pensiero. Non v’è pagina nei suoi scritti in cui la concatenazione dei pensieri non permetta la risalita dal pensiero astratto alla percezione del pensiero pensante. Oltre Scaligero, mi si può far notare la presenza di altre figure che hanno espresso simili contenuti, ma ciò è vero in minima parte, in quanto trattasi di persone che hanno conosciuto e incontrato Scaligero apprendendo e annotando da lui tutto il possibile per “personalizzarlo” in tempi successivi. Fa parte dei tratti del carattere di Scaligero (meglio sarebbe dire: della sua grandezza spirituale) il non aver denunciato tali scorrettezze, mantenendo persino rapporti epistolari amichevoli con i suddetti autori. Del resto Scaligero non ha mai ritenuto come “suo” il proprio lavoro. Magari un analogo sentimento permeasse chi si ritiene custode delle sue parole! Che, seppure lentamente, raggiungono in tutto il mondo le anime che avvertono una carenza o frattura nell’essenza di ciò che viene presentato come Scienza (?) dello Spirito dai suoi formali espositori. Questa è la spiegazione sensibile ed è incompleta. Quanto vi è di altro non compete a questa nota.
La liberazione dai legami corporei non è una sorta di distacco spaziale, ma un rovesciamento dell’essere e delle sue forze conoscitive. Per la prima volta l’uomo vede cosa sia il corpo sensibile e il corpo fisico: sono due esperienze intense e completamente diverse. L’uomo cosmico vede l’uomo terrestre e impara (intuisce) quali siano le forze addormentate e contratte che questi cela. Circa la corretta rappresentazione di alcune esperienze è di particolare interesse il ciclo di Rudolf Steiner intitolato Dell’Iniziazione (Ed. Antroposofica, Milano 1985) permettendomi di ricordare che nemmeno il Dottore dice tutto dappertutto. Del resto nel IV capitolo della Scienza Occulta sono inserite in forma di immagini le chiavi per accedere ai grandi segreti celati nell’uomo… qualora l’asceta possa attingere alla parte di sé in cui eternamente scorre il pensare liberato.

FOGLIE
Un vento di gran lasco,
un soffio teso,
preludio di partenze,
raso ai tetti,
agita gonfaloni,
banderuole sposta
al capriccio dei suoi colpi.
Quando sarà il momento,
quale strappo avrà ragione
del peduncolo che tiene la foglia
unita al vincolo del ramo?
Ora lassú, nel sole che declina,
è un luccicare, un brivido arpeggiante
degli alberi che sentono,
insidiato dalla buriana, il popolo vociante,
già chiazzato di ruggini, scambiarsi,
da cima a cima, gli echi dell’estate:
il frusciare di nuvole,
l’azzurro venato d’oro e cremisi al tramonto,
nel crogiolo salino, rara alchímia,
il raggio verde che gli innamorati
coglievano in un lampo all’orizzonte.
E conchiglie sonore, e voli a stormo,
orme incalzanti le orme fuggitive.
Tutto questo è memoria che si estenua
nel febbrile stormire arborescente,
suggendo al tempo l’ultimo respiro.
Poi, a un urto piú secco il tronco freme,
scrolla nel vuoto la sua chioma,
allenta l’eterico dominio delle linfe.
Cosí la foglia si abbandona
al flusso della vita che va e che ritorna.
Poiché, se il vento chiama,
deve andare,
leggera, nell’eterno navigare.

Mi è stato chiesto di pubblicare qualcosa che riguardi l’equanimità. Anni addietro lo avevo già fatto. Perciò riprendo rivedendo (quasi) a nuovo il tema.
Parto da un fatto vero, da un incontro realmente avvenuto tra me e un giovanottone di cui fu padrino di battesimo
Non so come sia andata poi, ma il fatto era che il mio figlioccio si accingeva ad iniziare il terzo dei famosi cinque esercizi.
Per giungere al bisogno/impulso di procedere oltre il controllo del pensiero e l’atto puro, gli erano occorsi degli anni! E già da questo potreste ammettere che la cosa che sto raccontando è del tutto vera.
Da ciò, poiché si sta parlando di una persona reale, potete vedere quanto può essere diverso il lavoro interiore tra uomini in carne e ossa diversi: chi fa un esercizio al mese, chi aveva ricevuto l’indicazione di farli tutti cinque subito e nella stessa giornata, chi dei cinque non fa mai gli…ultimi quattro. C’è posto pure per quelli che i “cinque esercizi” non li fanno proprio e fanno altro, infine ci sono anche tanti che non fanno niente e anch’essi avranno le loro ragioni…non le trovo ma di sicuro le avranno.
Dunque, per piacere, evitiamo inutili giudizi, poiché come in ogni esercizio di preparazione esoterica contano soprattutto la dedizione e l’intensità, cioè la merce più rara e più elusiva, alquanto celata per gli umani strumenti di misura e valutazione.
Allora, tornando alle prime righe ricapitolammo minuziosamente alcuni aspetti dei primi due esercizi. Osservai quanto era stato notevole sentire dal figlioccio come la concentrazione lo avesse aiutato durante il durissimo periodo di un grave lutto personale (la sua compagna era morta in un incidente stradale). In quella situazione aveva fatto quello che anche suggerisco spesso: brevi concentrazioni molte volte al giorno.
Rivisitammo anche il secondo esercizio (quello che, sulla carta stampata “pare” facile) e convenimmo su tre cose: a) l’assetto interiore dell’atto, silenzio interiore e consapevolezza, nel compiere l’azione libera da motivi personali, senza il preventivo controllo del pensiero è troppo poco, non coinvolge i corpi sottili; b) è piuttosto importante che l’azione venga predeterminata il giorno prima e che, come un fiume carsico, scorra sotto traccia, anche durante il sonno notturno; c) in condizioni di possibilità l’azione pura non sarà lunga, anzi sarà semplice e breve, ma articolata e completa come le azioni che si espletano ordinariamente: i gesti troppo elementari, come il portare un oggetto da una tasca all’altra possono essere visti come eccezionali ripieghi in eccezionali occasioni: atti di buona volontà e – si spera – non di astuta pigrizia.
Il terzo esercizio, senza un minimo risultato di disciplina e di minima realizzazione dei primi due, è più o meno impossibile.
Ricordiamoci che gli essenziali – volontà nel pensiero (I) e pensiero nella volontà (II) – sono il punto di partenza per il III, ossia il contenimento di impulsi ordinariamente inarrestabili provenienti da una sfera possente che in massima parte è fuori dal controllo conseguito con una condizione interiore che si renda, almeno in taluni momenti, indipendente da natura, carattere ed educazione.
A meno che non si “bari” brutalmente con la depauperazione sistematica dell’anima (sul modello della vecchia educazione “all’inglese”). Pur di evitare, coscientemente o meno, un incontro diretto con la propria interiorità (ciò terrorizza più gente di quanta si possa credere) vi sono quelli che, sentendo una personale inadeguatezza in varie forme di rapporto sociale, fanno il possibile per darsi modi e abitudini più raffinate: modificano lo stile comportamentale da fuori a dentro, come viene fatto nelle scuole per ufficiali nell’Esercito. Ma questo è un capitolo che esorbita dal nostro tema.
Con il III esercizio i tentativi “titanici” sono fallimentari e possono alterare la sana vita animica.
Il terzo esercizio è difficile poiché, lo si interpreti come si vuole, porta ad un impoverimento del proprio sentirsi abituale, ed è proprio ciò che Steiner dice senza dirlo quando scrive che “ si diventerà più ricettivi per tutta la gioia e il dolore che ci attornia” e questo è possibile solo quando non si sia immersi nella propria gioia o nel proprio dolore.
In effetti il Dottore si preoccupa che il discepolo non tenti la bravata indicata sopra, cioè tenti la strada sbagliata dell’insensibilità e dell’indifferenza che alla fine sono solo manifestazioni della perdita della più alta potenza dell’anima.
La richiesta “tecnica” è orientare l’essere interiore a “padroneggiare l’espressione del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore”. Si domina cioè la manifestazione istintiva.
Questo viene sottolineato più volte: a ragione poiché trattiamo di un lungo lavoro, reso ancora più difficile dalla sottile necessità di separare, come nell’alchimia, il sottile dal denso: dunque la percezione del dolore dall‘invadenza del dolore.
Il risultato dell’esercizio è la creazione di una zona animica indipendente dai sentimenti personali e dalle loro fluttuazioni: il Dottore la descrive come di “intima calma”.
Alla fine si tratta di dare forma nell’anima a qualcosa che già può esserci se il I ed il II esercizio sono stati esercitati davvero a lungo e in profondità: si plasma consapevolmente qualcosa che già dovrebbe esserci.
Mentre i primi due esercizi possiedono caratteri formali che possono renderli più accessibili, con il terzo esercizio (equanimità) entriamo in un certo qual modo nelle discipline a cui manca il supporto certo. Il dott. Colazza direbbe che sono “atteggiamenti” dell’anima. Con l’equanimità siamo a metà strada (mentre con il IV e V esercizio, a dirla tutta, sono dolori: cioè impazzano le “traduzioni” personali, quasi sempre abbondantemente astratte ed astruse).
E’ possibile avvicinarsi progressivamente all’equanimità a passi relativamente certi.
In primis ricordo un consiglio che Scaligero ci diede (buono per qualsiasi esercizio che abbia la caratteristica dell’interfaccia tra anima e mondo esterno).
Si tratta di meditare per immagini e per più settimane la scena dell’esercizio. Dico “scena” come un attore che prepari anima e gesto per la parte che svolgerà sul palcoscenico. E’ un immaginarsi in una situazione che, nell’ordinario, causerebbe immediatamente una reazione emotiva, mentre in tale immaginare si realizza se stessi come osservatori spassionati.
Ci si cala così in un antefatto dell’esercizio…con le caratteristiche del meditare ossia poche immagini semplici la cui impressione riesca ad risuonare nell’anima.
Esiste poi una quasi- equanimità che è più facile, più controllabile.
Mi ricordo che veniva spesso suggerita da Mimma Benvenuti, cugina di Scaligero, alle tante persone che trovavano più facile confidare a lei le difficoltà incontrate nella pratica.
Se vi è chiaro il senso della parola “espressione” usata dal Dottore, troviamo un gradino di mezzo, del tutto corretto e sicuro che può essere praticato più volte nella giornata.
Si tratta di dare uno stop all’immediatezza della propria reazione sensibile, magari per tre secondi.
Facciamo un esempio facile: suona il telefono, siamo da una vita abituati a precipitarsi per rispondere: ora invece rimaniamo fermi: scatti il silenzio dei centomila pensieri (esercizio I), il dominio cosciente sul movimento fisico (esercizio II).
Centouno, centodue, centotré… poi (solo poi) assecondiamo la vecchia abitudine.
Lo stesso vale alla fermata del bus, al suono del campanello, alla parola che vorremmo far uscire dalle labbra, ecc.
Dai, che tre secondi non vengono nemmeno notati!
Qui ho dato uno schema abbastanza facile, spetta alla libera capacità di ognuno modificarlo, allargarlo, inspessirlo, ecc.
Poi, quando diventa una capacità reale si può, con maggiore sicurezza, passare a “stoppare” manifestazioni più forti o insospettabili.
Le più difficili appartengono alle relazioni tra esseri umani, specie in famiglia.
Quando si avverte che la nuova capacità “tiene”, occorre grande prudenza: in tempi in cui stress, rabbia e frustrazione sono la pessima atmosfera comune, la calma non è qualcosa con cui adornarsi in piazza. Non v’è disciplina esoterica senza una controparte magica che agisce sul mondo circostante: può essere un toccasana per chi ci circonda ma in alcuni fomenta collera cieca. Senza esagerazione potrei dire che la tua calma imbufalisce quelli che nemmeno sognano cosa essa sia. E non sto scherzando!
Forse è inutile ricordare che “l’equanimità” è uno tra gli esercizi più difficili per il comune stato dell’anima: sarà trasformante ma, in genere, può venir colto come un doloroso passo indietro. Pur con le dovute cautele, si incide nel tessuto animico: per essere capaci di farsi male nella sfera del sentire, è assolutamente necessaria la forza di dominio coltivata col I e II esercizio.
Infine, per le traduzioni iper-minimaliste del tipo “vino & tarallucci”, potremo continuare allegramente la chiacchierata nel bar più vicino…
AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2017)
1/18031
FARMACO DI ARMONIA
LA SCONFINATA OTTUSITA’ SULL’ORLO DELLA BESTIA
IN CUI L’ELEMENTO TEMPESTOSO DEL SELVAGGIO
IMPRECA FRA FLUSSI DI SUPERBIA.
BRANCHI DI OSCURE FIGURE CHE SENZA VERAMENTE VOLERLO CERCANO IL DIAVOLO CHE POSSA RIEMPIRLI.
INTRICO DI ENERGIE CHE DAI CORPI FISICI ESTRAGGONO BESTEMMIE OSSEE.
NELLA CECITA’ ANIMICA DEL BELLUINO OLTRAGGIO.
SONO I SENZA UMANITA’ POICHE’ MAI CONOBBERO L’APOLLINEA AURORA.
INTRICO DI FLUIDE POTENZE VITALISTICHE
CHE EMERGONO DALLE PROFONDITA’ DEL SANGUE
PER TENDERE IRREVOCABILMENTE VERSO L’OSSEITA’.
CORPOREITA’ ENERGIZZATE IN CUI IL VOLTO INTERIORE E’ SPENTO.
RIFUGGONO IL PENSARE POICHE’ LA DEVOZIONE E’ SOMMERSA DAL TUMULTUARE DI APPETITI CHE IMPONGONO SUPERBIA.
TANTO LONTANI DALLA LUCE IN QUANTO OLTREMODO OCCULTAMENTE DENSI NEL CORPOREO.
DEVASTANTE IMPRONTA DI MATERIALITA’ ESISTENZIALE
CHE GIUNGE VENEFICA NEL CUORE IMMATERIALE DELLA LUCE D’OCCIDENTE.
MA – OLTRE L’IMPOSSIBILE – TUTTO PUO’ ESSERE GRADUALMENTE RISANATO.
NEI PROLUNGATI APICI IN CUI LA LUCE DEL PENSARE ATTINGE NEL POTERE UNITIVO DELLA FOLGORE : L’AUREO VOLTO DELLA NORMA MANIFESTA L’UNICA ESSENZA DELLA VERITA’.
AVVIENE L’IRRAGGIARSI DELLA SCULTOREA IMPRONTA.
DALL’IMPOSSIBILE SI RICREA IL VALORE IN CUI LA DEVOZIONE DISSOLVE IL VITALISMO SUBUMANO.
UN ARGINE APPARE NEL COSMO DELLE FORZE FORMANTI.
UN POTERE IRROMPE OVE IL DESTINO – PRIMA DI COMPIERSI –
PREPARA LE SUE VESTI.
E TALE POTERE
– ATTINTO OVE IL PENSARE RESPIRA NELLA LUCE UNITIVA DEL RICORDO –
MANIFESTA L’ESSENZA LOGICA DELL’UNICA VERITA’.
RIVESTITA DI FERRO CELESTE
LA POTENZA SCULTOREA DEL VERO
IMMETTE IL FARMACO DI ARMONIA
CHE DISSOLVE IL BESTIALE.
NELL’AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI
DA CUI IRRAGGIA IL VOLTO DEL SOLARE.
OVE IL PROTENDERE ALLA LUCE NON E’ UN TENUE SENTIRE PROSSIMO AL TRADIRE
MA E’ STRENUO ATTO DEL VOLERE CHE GIUNGE OVE LE FOLGORI PERCORRONO IL DESTINO E LO MUTANO NEL SEGNO DELL’ARCANGELO.
OVE L’IDEA GIUNGE A CONTEMPLARE CIO’ CHE LA TIENE UNITA FRA LE POTENZE LOGICHE DELL’UNICA VERITA’.
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2/18032
VIRTU’ ALATA
PRIMA ANCORA DI PENSARE SI IMMERGONO NELL’AMARA CALUNNIA.
I LAMENTI LUNARI DEGLI ISTERICI NEL CRUDELE SINGHIOZZO NEGANTE.
UNA NUBE CHE DESIDERA IL MALE LI AVVOLGE E LI MUOVE.
CAPRICCI FEROCI ENTRO PICCOLE ANIME PROTESE AL FERIRE.
I SENZA DIMORA CELESTE IL CUI FURORE PIANGENTE
INSEGUE LA SCIMMIA E NE IMITA L’IMPROVVISO NEGARE.
PICCOLE ANIME DELL’ETERNA PLEBAGLIA
CHE GREMISCE LE SPONDE DEGLI INFERI E NE VIVE ILTERRORE.
IL LORO AGIRE NEGA LA LUCE
E ODIA IL PENSARE CHE -RISORGENDO- DISTACCA DAL MAGNETE CORPOREO.
L’IMPRONTA CHE CONSEGNANO AL MONDO E’VOLONTA’ SENZA SENSO CHE TENDE AL MALIGNO E LO ADORA.
MA E’ UNA DEBOLE IPNOSI DAL TENACE FURORE CHE HA PAURA DEL BENE.
IL FATO ATTENDE DAL LIBERO ARBITRIO DELL’UOMO IL LAMPO CHE POSSA ARGINARE E DISSOLVERE L’OSCURITA’ PRECEREBRALE DI QUELLA POTENZA MEDIANICA.
E INFATTI OGNI ATTO D’ASCESI CHE GIUNGE OVE L’UNIRE I CONCETTI E’ RESPIRO CHE CONTEMPLA UN VALORE : EQUIVALE AD UN LAMPO.
EQUIVALE AD UNA LUCE INSISTITA CHE URTA E CONSUMA QUEL MALE.
UN ATTO VOLITIVO CHE MEDIANTE IL PENSARE RIESCA A MANTENERE EVIDENTE L’ESSENZA MOBILISSIMA DEL POTERE UNITIVO DI UN RICORDO : RESPIRA NELLA FONTE LOGICA DEL BENE.
ED E’ UN LAMPO CUI PUO’ ESSERE CONCESSA L’AURA FERREA DELLA REDENZIONE.
IN VARIO GRADO PUO’ ESSERE CONCESSA : MA SEMPRE IMMERSA NELLA VIRTU’ ALATA DELLA CONSACRAZIONE.
OVE IL SIGNORE DELLE FOLGORI ACCOGLIE L’ESSENZA SPONTANEA DI PREGHIERA CHE GIUNGE OVE IL FERRO METEORICO SOSTIENE L’ANELITO DEL CUORE.
OVE IL CREARE E L’ATTO DEL REDIMERE COINCIDONO.
NELLA LONTANISSIMA E ALLEATA AURA DELL’ARCANGELO.
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3/18033
SOTTILISSIMA LUCE
LE CEREBRALITA’ OBERATE DALL’INCONSAPEVOLE DISGUSTO ESISTENZIALE.
INTENSO SPENDERE LA VOLONTA’ UMANA OVE L’UMANO NON PUO’ CHE ACCUMULARLA NEL DISGUSTO.
OVE LA FORZA SPESA NEL BANALE PORTA ALLA FOLLIA.
UMANITA’ CHE INFRANGE LE FRONTIERE DELL’UMANO
PRECIPITANDO AL CENTRO DELL’INFERNO.
PRECIPITANDO OVE LA POTENZA NON HA PIU’ PENSIERO E QUINDI NON RAGIONA.
PRECIPITANDO NELLA MULTIFORME BOLGIA IN CUI L’UNICA DIREZIONE E’ CONTRADDIRE IL LOGOS.
SENZA ORIZZONTI NE’ CONFORTO.
L’INTENSO IMPEGNO OVE L’ANIMALITA’ CREDE SOLO NELLA MORTE :
GENERA OCCULTE FIGURE DI MENZOGNA CUI ULTIMO SBOCCO E’ LA FOLLIA.
SONO I VOLITIVI DELL’OTTUSO AGIRE SENZA DIO.
FORZE DEFORMATE ATTINTE NEL CAOTICO VENGONO IMPRESSE DALL’IMPEGNO NEL TROPPO UMANO INARIDIRE RAZIONALE.
GROVIGLI DI ENERGIE INFERNALI TUMULTUANO OVE LA RAGIONE GALLEGGIA FRA GLI ABISSI DEL DISGUSTO.
-OCCORRE UN ASSOLUTO CHE OTTENGA DA QUELLE VOLONTA’ ATTI COSCIENTI DI RICONSACRAZIONE-
ATTI DI SOVRUMANITA’ IN CUI REDIMERE E INNALZARE QUANTO E’ PRECIPITATO AL DISOTTO DELL’UMANO.
OCCORRE CHE SI RINNOVI IL RITO DELL’AURORA NELL’AMPIO DELLA RESURREZIONE RESPIRO ELETTO.
AZIONE DEL PENSARE CHE GIUNGA CONTEMPLARE IL POTERE CHE UNISCE I CONCETTI NEL LAMPO DEL RICORDO.
ASCESI DEL PENSIERO IN CUI LA VOLONTA’ E’ SPESA PER UNIRE APICI DI PURA LUCIDITA’ COSCIENTE OVE L’INTELLIGENZA RESPIRA OLTRE L’UMANO.
OVE NEL CUORE DEL METALLO
SPLENDE -CELESTE – LA STELLA DELLA DIVINITA’ CHE OPERA DALL’IMPOSSIBILE CONNETTERE NEL CENTRO AUREO DELL’INTELLIGENZA.
NELL’APPARENTE SOLITUDINE IN CUI MOLTITUDINI ERRANTI RICEVONO DAI POCHI : AIUTO ED ATTIMI DI SOTTILISSIMA LUCE.
OVE NELL’APOLLINEO VOLTO SPLENDE L’IMPRONTA DELL’ARCANGELO.
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4/18034
SOVRAMENTALE LUCE
PROFONDA NELLA BLASFEMIA LA RABBIA AGITA LE PAROLE.
FORMULA OPINIONI CHE NON SONO PENSIERO MA OMBRE DI VOLONTA’.
SEMPLICI APPETITI DELLE TENEBRE DIVENTANO CONTORTA IDEOLOGIA
NELLA MEDIANITA’ DEGLI SPROFONDATI.
MA FRA LE ANIME CHIUSE
PUO’ ACCENDERSI -DIROMPENTE- LO SPLENDORE.
COME LA TENEBRA
OPERATIVO NELL’INCONSAPEVOLE
MA -OLTRE LA TENEBRA- VOLUTO NELLA LIBERTA’ :
SI PUO’ IMPRIMERE L’ATTO DEL REDIMERE.
LUCE UNITIVA CHE AGISCE IRRAGGIANDO QUALITA’ SOVRAMENTALI
NEGLI APICI IN CUI L’IDEA OTTIENE ATTIMI OVE RESPIRA OLTRE I FRANTUMI DEL PICCOLO RAZIOCINIO.
COME I VOLERI DELL’INCUBO ALITANO FRA LE MASSE ASSETATE DI BLASFEMIA :
COSI’ ALTRETTANTO OPERATIVI
– DALL’IMPOSSIBILE –
POSSONO SCOCCARE LAMPI DI RESURREZIONE
CHE MEDIANTE ATTIMI DI LIBERO ARBITRIO
– ASCETICAMENTE —
TOCCANO ANIME OBERATE
PERMETTENDO IL REINNALZAMENTO.
NEL LIBERO GIOCO DELLE FOLGORI
IN CUI ALL’AUREO SIGNORE DEL PENSARE
E’ FORNITA LA POSSIBILITA’ DI AGIRE SCULTOREAMENTE SUI DESTINI UMANI.
ASCESI DEL PENSIERO PRATICATA DA COLORO CUI INASPETTATAMENTE E’ CONCESSO DI CREARE SPAZI OCCULTI PER IL MANIFESTARSI OPERATIVO DELLA SOVRAMENTALE LUCE.
NEL MONDO DELLE CAUSE IN CUI NELL’INCESSANTE LOTTA DELLE VOLIZIONI
E’ STRENUAMENTE ATTESA LA LIBERTA’ DELL’UOMO SPESA NEL LOGOS.
FRA LONTANISSIME E ALLEATE LUCI DELLA NETTISSIMA ARCANGELICA PRESENZA NEL LAMPO DELLA CONTINUAMENTE RINNOVATA ASCESI.
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5/18035
GLI ATTI DEL FUTURO
LA CARNE ENERGIZZATA CHE RATTIENE NEL NEGARE.
OVE LA TENEBRA SPROFONDA NEL PESO DEI CERVELLI FISICI E LI MUOVE.
NODI DISCETTANTI IN CUI LA FALSA VITA FINGE IL RAZIOCINIO.
SONO I LUOGHI DELLA MORTE IN CUI GLI AUTOMI DEL PLAUSIBILE FINGONO DI VIVERE RECITANDO UN CAOTICO PENSARE.
NELL’OMBRA IN CUI IL NEGARE ESERCITA IL CONTRARRE
SI MUOVE SENZA SENNO L’AMARISSIMO CHE IMPRECA.
MA SI MOSTRA IN QUANTO OSTILE A CIO’ CHE HA IL POTERE DI ANNIENTARLO.
SI MOSTRA AL POTERE SOLVENTE CHE IN IDEA REINNALZA I LIVELLI DI LUCE MORALE IN QUANTO NE SFIORA LA FONTE CREANTE.
INVISIBILE E AGENTE NEL VIVERE USUALE :
IL MALE OSTACOLA QUANTO NEL RITO D’IDEA SI CREA E RISPLENDE E SI ELEVA.
NELL’ESTREMO SILENZIO LA FORMA DEL CONCETTO E’ UN ATTO CHE RIVIVE POICHE’ VIENE CONTEMPLATO.
IN TALE SILENZIO IL MALE VIENE URTATO PRIMA CHE DIVENTI ATTO DEL DESTINO.
IN TALE SILENZIO LA FOLGORE MODELLA GLI ATTI DEL FUTURO.
ELEVANDOLI ALLO SGUARDO DELL’ARCANGELO.
OVE PUO’ ACCADERE CHE LE VIE DEL FATO VENGANO PERCORSE E RIMODELLATE DAL LOGOS D’OCCIDENTE.
NELL’AURA DELLA RESURREZIONE CHE SU TUTTO L’UMANO PUO’ RIVERBERARE.
SOVRUMANIZZANDO.
HELIOS FK AZIONE SOLARE


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Anno XXII n. 10
Ottobre 2017

