MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (8° PARTE)

Mas

Non è tanto importante ciò che noi percepiamo negli altri uomini e negli animali superiori, quanto il fatto che per tal mezzo ci educhiamo e percepiamo, dietro agli uomini e agli animali, gli Spiriti che appartengono ad una delle categorie della prima Gerarchia, gli spiriti della Volontà, o, come li chiama l’esoterismo occidentale i Troni. Percepiamo allora Entità che possiamo descrivere soltanto dicendo: “Non sono costituite di carne, né di sangue, né di aria, né di luce, ma soltanto di ciò che possiamo percepire in noi stessi quando siamo consapevoli di avere una volontà”. Sono costituite nella loro sostanza interiore soltanto di volontà.
La forza che conduce il pianeta attraverso lo Spazio, che regola il suo movimento nello Spazio, emana dagli Spiriti della Volontà: essi danno al pianeta l’impulso di volare attraverso lo spazio. Il movimento del pianeta nello spazio corrisponde dunque agli Spiriti della Volontà, o Troni.
Come possiamo avere comunione con tali Spiriti della Volontà? Dobbiamo perdere completamente il senso di esistere in un punto qualsiasi del mondo come esseri separati: dobbiamo giungere non soltanto a ritrovarci nelle altre entità – pietra animale albero uomo – restando simultaneamente accanto ad esse con la nostra capacità di esperienza, ma dobbiamo realmente sentire le altre entità come nostro Sé: dobbiamo uscire completamente da noi stessi e sapere di essere tutt’uno con una determinata entità e da questa guardare indietro a noi stessi. Questo ci educa a percepire gli Spiriti della Volontà.
La correlazione profonda con questi Esseri è il coraggio: l’uomo infatti è riportato a se stesso, ossia ad una relazione con l’Io autentico, e scopre la sua possibilità di contemplazione profonda. E’ come se fosse lo specchio dell’Universo: tutto accoglie, rimanendo se stesso; con tutto si identifica; tutto infine può riflettersi in Esso. Il tessuto del coraggio è perciò la dedizione, quella dedizione di cui non si può essere capaci se non dietro la conoscenza di Sé e della propria missione nel mondo: da ciò può nascere l’autentica Volontà, e nella Volontà è il Coraggio.
L’uomo è ancora un essere soltanto intelligente, ma ben poco di ciò che egli vive nella sua intelligenza riesce a vivere come volontà; la forza del suo volere è appena in embrione. Il discepolo sa che deve fin d’ora preparare la base di quella potente Volontà che è nell’essenza, capacità di dedizione assoluta. Non vi può essere dedizione senza la base di una adamantina volontà. Una grandiosa mèta attende l’uomo e ad essa la Scienza Spirituale dà il nome di Grande Sacrificio. Esso è l’atto splendente di amore e di coraggio; reca con sé una potenza di volontà che pone l’uomo volente in condizione di donarsi radicalmente, senza residui. Ed è chiaro che non si può donare se non ciò che realmente si possiede. Questo è l’inizio delle esperienze della volontà creatrice: nell’esaurimento dell’ego nasce l’Io. Ciò che per ora è base della individualità è portato ad estinzione e nella capacità di tale estinzione nasce la volontà creatrice.
L’oscurità del soffrire umano può essere sfittita dalla chiara luce, se l’umo sa ricreare se stesso con il dono degli Spiriti della Volontà, se egli sa trarsi dalla ottusa adesione al mondo delle sensazioni e al consueto mondo mentale, se egli sa vivere nella essenziale luce del pensare voluto di qua dalla sfera cerebrale, indipendente dal respiro. Egli può contemplare. Ma è inevitabile che egli giunga a ciò attraverso un costante operare, un fervido aspirare: lo sforzo, la fatica, il coraggio, il sacrificio, la dedizione, la resistenza, la fiducia attraverso la lotta, sono un’unica opera di formazione della Volontà magica.
Accogliere cosmici pensieri, vivere in cosmici pensieri, lasciarsi tessere dalla vita del sentire cosmico, crearsi della sostanza degli Esseri della Volontà. Il dolore e l’angoscia, l’oscura depressione dell’anima sono qualcosa, hanno valore, in quanto l’ego necessità di essi e li accoglie facendosi togliere vita: l’Io dimentico della sua vera natura li fa suoi, e li crede suoi, si identifica con essi. Ma l’Io acquisire coscienza di essere quello che è al centro della meditazione, di potersi appoggiare a ciò che è indipendente come pura vita del pensare e opera nell’anima, creando. A questo occorre giungere, affinché le sensazioni e i sentimenti divengano mezzi di conoscenza.
E ancora più veracemente dietro una simile educazione del conoscere, la vita del cosmo diviene liberatrice, quando si giunge a leggere nell’anima, nella struttura del proprio essere, nelle forse degli organi, il linguaggio creativo delle Stelle: nella visione delle forze che sorreggono la natura e i mondi, si ritrova il fondamento della nostra vita animica e corporea, mentre lo spirito è vivente nella relazione che appunto in ciò diviene conoscenza. Sollevarsi dalla visione limitata delle cose, liberarsi dal pensare legato al mondo sensibile, ma simultaneamente portarsi sopra la sfera della oscura angoscia, dell’oscuro soffrire, là dove l’angoscia ed il soffrire rivelano il vero senso, dove essi divengono forza per una aspirazione più decisa all’esperienza dello spirito. Questo è penetrare nel mondo di Lucifero, per instaurarvi l’essenza del Cristo.
Ora la conoscenza del regno di Lucifero è la chiave dell’Iniziazione. La verità finale è che gli adepti che si sono rivolti al Cristo, vedono per prima cosa riapparire il mondo luciferico. Quando l’influenza del Cristo ha agito per qualche tempo nell’anima, questa rimane imbevuta della sostanza di Lui, e così cristificata diventa matura, atta a penetrare nuovamente nel regno delle entità luciferine. Punto di partenza è una conoscenza del Cristo, di natura “paracletica”, che va men oltre ciò che può essere donato dalla comunione con i Vangeli.
Questa è la via dei R+C.
La conoscenza del Cristo vivente, nella sua attiva realtà, può illuminare l’anima al punto che essa riacquista la facoltà di penetrare nel regno di Lucifero. Vi penetreranno primi gli Iniziati R+C, i quali poi daranno al mondo ciò che essi avranno conosciuto del Principio Luciferico. La sostanza del Cristo che è penetrata nell’anima umana, verrà compresa dagli uomini per mezzo delle facoltà spirituali che essi avranno maturato con l’aiuto del principio di Lucifero, che è affluito nell’anima di ogni singolo come sotto nuova forma. (Via della Filosofia della Libertà) Lucifero= =Chr.
Gli iniziati R+C saranno i primi, perché essi si sono dedicati ad approfondire la figura di Cristo, a far penetrare nelle anime loro il Cristo Cosmico, a farlo vivere in loro. Essi hanno trovato, per così dire, in quella sostanza del Cristo la forza che li guida e li difende in ogni avvenimento. Questa sostanza del Cristo diviene nelle loro anime Luce Nuova che li illumina interiormente; una luce astrale interiore: il Graal.
La risonanza del Graal nell’anima rende attuale la guarigione di essa dal male luciferico e perciò ahrimanico. Soccombendo alla tentazione di Lucifero, l’uomo nella sua caduta ha trascinato tutta la natura: così l’ordine morale è stato escluso dalla natura. Il fenomeno di fecondazione è in realtà in contraddizione con la natura originaria del mondo vegetale. A causa del male luciferico, mondo minerale, vegetale e animali a sangue freddo sono entrati nella sfera della sessualità. Questi non hanno più forza interiore: occorre loro un’azione nuova dal di fuori. Questa dipende dalla scelta dell’uomo, dal suo riconoscere il Christo.

(Fine)

Breve nota aggiunta.
Come sapete ho cercato di mantenere integro lo scritto di Scaligero. Tenete presente che la carta originale era vecchia, alcune parole erano frequentemente semi cancellate (al punto da dover disturbare qualche vecchio avvoltoio per il confronto), che posso aver fatto qualche errore nella battitura e che tutte le parole corsivizzate, nell’originale erano sottolineate. Detto questo, sarò ben felice di non accettare alcuna critica.

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (7° PARTE)

Mas

Occorre avere la coscienza del senso relativo dell’essere. Non è sufficiente saper che è Maya: occorre giungere a percepire mediante quali forze il rapporto della vita con il Mondo, con il Cosmo, con lo Spirito, appare Maya. Questo è già in noi ma ora soltanto si rivela e porta a stati di serenità, di calma risanatrice: esiste una certezza superiore, esiste una libertà più alta. Lo spirito non si nasconde dietro la vita, ma parla attraverso essa: il suo linguaggio, non compreso, è Maya, compreso, è conoscenza liberatrice.

Ogni vera conoscenza è nata dal dolore, dall’angoscia. E se con i mezzi della scienza dello Spirito si tenta di percorrere la via verso i Mondi Superiori, si potrà giungere a una  mèta soltanto se si è passati attraverso il dolore. Senza aver sofferto, senza aver molto sofferto, ed essersi così liberati dell’elemento egoistico insito nel dolore, non si può accedere al Mondo Spirituale. Abbiamo troppo poco il senso della realtà del Mondo Spirituale e delle Gerarchie: sarebbe sufficiente coltivare con serietà questo senso della realtà degli Esseri Spirituali, che operano nel mondo e nell’uomo, per procedere lungo la via dell’Iniziazione. Non vi è serio lavoro interiore che non colleghi con un mondo di Realtà e di Forza, che potranno essere presenti nell’anima attraverso ogni prova.

Che cosa significa liberarsi di ciò che il dolore ha di depressivo? Non rifiutare il dolore, non opporsi al dolore, ma azione interiore nel mezzo di esso: significa volgersi con tutte le forze interiori al senso ultimo di esso, a ciò che vuole realmente significare. Occorre essere conoscenti di qua dal dolore, liberare il sentimento del dolore dall’attaccamento personale. Siamo noi che rendiamo depressivo il dolore: il nostro egoismo. La sofferenza diviene così veicolo interno di affinamento. Noi comprimiamo il sentire con il peso del nostro ego: da questo peso nasce la deformazione dei sentimenti. Il dolore diviene oscura forza che logora l’anima e il corpo. Forze di conoscenza debbono sollevare l’Io al di sopra di questa oscura, luciferica inclinazione. Occorre trarsi al di qua del sentire, perché i sentimenti sorgano come forze, immagini, percezioni, contatti con il Mondo Spirituale.

Gli uomini, nei tempi che sempre più annunciano l’avvento di una “sub-natura”, debbono operare con dedizione e purezza, con volontà e ardimento: debbono evitare le Guide dell’umanità trovino difficile o impossibile il rapporto con loro. Il dolore non risolto secondo conoscenza esige nuovo sacrificio, esige martirio. Il dolore va affrontato con serenità, con certezza assoluta della realtà del Mondo Spirituale. Occorre liberarsi della paura di soffrire: il coraggio è la via diretta verso lo Spirito. La viltà esige ancora oscuro soffrire, ancora sacrificio, martirio. In questa vicenda viene coinvolta la personalità più alta, ogni iniziato che percorra la via del Cristo. Alludiamo ora a Christiano Rosenkreuz.  Coloro che sanno come realmente stiano le cose con questa individualità, sanno anche che Christiano Rosenkreuz sarà il più grande martire fra gli uomini, a prescindere dal Cristo, il quale ha sofferto come un Dio. E i dolori che lo renderanno il grande martire, nasceranno dal fatto che gli uomini tanto poco prendono la decisione di guardare intimamente nella propria anima per cercare la sempre più sviluppantesi individualità e sottomettersi alla incomodità (derivante dal fatto) che la verità non viene presentata loro come su un vassoio, pronta; bensì bisogna conquistarla in un rovente tendere, (aspirare), lottare, e cercare, e che non possono venir poste altre esigenze nel nome di Colui che si indica come Christiano Rosenkreuz.

Occorre di continuo sollevare la vita da quella condizione di sordità,per cui si passa innanzi al mondo, alla natura e agli esseri senza riconoscerli. E’ come se ciò che vi è di più prezioso, ciò che vi è per noi di più desiderabile, ciò che è il valore finale dell’essere nostro, ci passasse vicino, e noi non ce ne avvedessimo, anzi lo respingessimo, per volgersi a miti o a fantasmi. Occorre attingere a quella fonte sacra della realtà, che è la conoscenza di sé: lasciare che i moti dell’anima parlino il loro linguaggio, che parli la sofferenza, che parli l’angoscia, l’oscuro gelo dell’anima. Questo ascoltare è sollevarsi ad una luce rischiaratrice, che fa cogliere la realtà di se stessi. Parla allora anche il Mondo, la Natura, la Vita. E se possiamo con la stessa trasparente liberata chiarità guardare il Mondo, la Natura, la Vita, allora troviamo noi stessi.

E’ un sollevarsi a quel clima, per il quale si vive in libertà di fronte alla sfera delle emozioni e degli istinti e si ha per ogni soffrire, il suo coronamento, il suo senso: tutto chiede all’uomo che egli ritrovi se stesso, tutto lo esorta e lo incalza perché egli ritrovi se stesso. L’uomo deve cessare di smarrirsi in una semi-cosciente adesione alla visione del mondo sensibile, dimentico delle forze che operano in lui, degli enti che tramano nel suo esistere: non può usare della vita rinunciando a conoscere le sue basi, non può muoversi nella vita dell’anima rinunciando a conoscere la fonte di essa.

Se egli dice IO di se stesso, non può rassegnarsi ad avere questo poco più che come una parola: già sarebbe qualcosa se egli potesse averne l’immagine. Il compito dell’autoconoscenza deriva dalla necessità che l’uomo sia l’Io che dice di essere. L’uomo si comporta come il padrone di una bellissima casa che viva fuori di essa, in un gradino fuori della porta, soffrendo gelo e caldo, pur affermando di essere il padrone di casa. Eppure tutto insiste, attraverso eventi di ogni giorno, attraverso angoscia, dolore e illuminazione, tutto insiste perché l’uomo si conosca come IO.

“…Se si potesse afferrare l’Io e porselo davanti come il mondo esteriore fisico e se si volesse parimenti ricercare quanto è attorno all’Io, questa Um-gebung, dalla quale l’Io altrettanto dipende quanto il corpo umano da tutto ciò che vien visto mediante gli occhi e percepito mediante i sensi, come si ha questa Um-gebung nel mondo fisico, nelle nuvole, negli alberi, nei monti ecc.; oppure come il corpo fisico dipende dai suoi mezzi di nutrizione, allora si giungerebbe ad una caratteristica cosmica, ad un quadro cosmico, in cui parimenti impregnata e contenuta la nostra antica Um-gebung (ambiente) invisibilmente cacciata dentro; e ciò è parimenti collegato con il quadro cosmico dell’antico Saturno. Ciò significa: chi vuol conoscere l’Io nel suo mondo, costui deve potersi porre dinnanzi agli occhi un mondo, quale era l’antico Saturno. Questo mondo è coperto, è un mondo supersensibile per l’uomo. Al grado attuale della sua evoluzione l’uomo non lo potrebbe sopportare.

Gli è occultato grazie al Guardiano della Soglia. Si tratta di una visione a cui occorre prima abituarsi. E’ necessario giungere ad una rappresentazione, a tutta prima, che occorre per giungere a sperimentare un siffatto quadro cosmico, come qualcosa di reale (concreto, operante). “Quanto percepite coi sensi, dovete cacciarlo col pensiero ed ugualmente escludere col pensiero il vostro mondo interiore, in quanto questo stesso consiste dei modi abituali di sentimento (stati d’animo). Ulteriormente l’uomo dovrebbe cancellarsi di quanto possiede nel mondo in fatto di rappresentazioni. Quindi dal mondo esteriore dovreste togliere quanto i sensi possono percepire e, dall’interno, tutto quanto sia moto di sentimento, rappresentazione”.

“Se di fronte a tale disposizione d’animo ci si volesse fare un concetto, quando si afferri realmente il pensiero, “tutto ciò sia pur cancellato, ma l’Uomo resti ancora”, allora altrimenti non ci si può dire che “conviene che l’Uomo impari a poter provare Orrore, Paura di fronte al Vuoto infinito che ci si fa (su), attorno. Bisogna che si possa parimenti provare il proprio “ambiente” completamente saturo e colorito di quanto intorno a noi da tutti i lati suscita Orrore, Spavento, e occorre contemporaneamente essere in condizione di superare questa paura mediante fermezza interiore e sicurezza del proprio essere (Wesen – ente realtà).

Senza queste due condizioni di Spirito – Orrore e Spavento di fronte al Vuoto infinito dell’Essere (Dasein) – non si può sperimentare alcuna impressione di quanto sta alla base del nostro essere (Dasein) come Essere-Saturno. “Per afferrare quanto sta alla base del mondo non basta parlarne in concetti e farsene idee; più necessario è bensì poter evocare “ciò che si sente” (Empfinden) di fronte all’Infinito Vuoto dell’antico Essere-Saturno: l’animo allora afferra, anche se solo ne possiede il sospetto, il sentimento del Raccapriccio (Schaudern). E’ qualcosa che può essere paragonato con l’orrore del vuoto che si prova su una parete a picco in alta montagna: si tratta di una condizione di vertigine che non può essere messa da parte e che ha una ragion d’essere: non può essere negata o ignorata.

“Ora, vi sono due possibilità per l’uomo attuale: una sicura è l’aver compreso gli evangeli ed essersi aperto alla forza che emana dal Mistero del Golgota. Chi si regoli secondo questo impulso con profondità, si rende sicuro, consegue qualcosa in quel Vuoto, che gli si ingrandisce da un punto e riempie il vuoto con qualcosa simile a Coraggio che è un sentimento di coraggio, di essere-riparato, mediante l’essere-unito a quella Entità che sul Golgota ha compiuto il Sacrificio.

L’altra via è quella per cui si penetra nel mondo spirituale senza passare per i Vangeli, ma mediante autentica, pura, Theosofia. Occorre sempre porre mente, anzitutto, che non si parte dai Vangeli quando si considera il Mistero del Golgota, ma vi si perverrebbe anche se non vi fosse alcun Vangelo. Ciò non sarebbe potuto verificarsi prima che avvenisse il Mistero del Golgota. Oggi però è il caso, poiché è accaduto qualcosa nel mondo, grazie al Mistero del Golgota, per cui l’Uomo può immediatamente afferrare da sé il Mondo Spirituale dalle impressioni sensibili, grazie alla forza del “pensiero puro”.

Ciò è quanto denominiamo il valere (il vigere, il dominare) dello SPIRITO SANTO nel mondo, il dominare del Pensiero Cosmico nel mondo. Se prendiamo l’una o l’altra via, non possiamo perderci e precipitare nell’abisso infinito, appena ci troviamo di fronte al Vuoto-pieno-di-raccapriccio.

Si impara allora a conoscere la natura degli Spiriti della Volontà o Troni, proprio in modo che per noi diviene come una effettiva esperienza ciò che potremmo dire un “ondoso mare di coraggio”. “Quanto al principio l’Uomo può soltanto rappresentarsi, diviene realtà chiaroveggente. Pensatevi immersi nel mare – ora immersi quale entità spirituale che si sente una con la Entità-Cristo, portati in mare dalla Entità-Cristo, nuotanti, ma non in un mare di acqua, bensì in un mare riempiente lo spazio infinito di straripante, mareggiante (fluttuante) coraggio, di straripante energia! E non si tratta puramente e semplicemente di un mare indifferenziato: ma tutte le le possibilità e differenzialità vi sono comprese, di ciò che si può indicare con il sentimento del Coraggio, che ci viene incontro. Impariamo a conoscere allora Entità come esseri concreti, consistenti di Coraggio, sostanziati di Coraggio”.

Queste Entità compiono un sacrificio verso i Cherubini, nella intemporeità: d’onde nasce il tempo. Sperimentando questo sacrificio, qualcosa si distacca dal nostro essere – sono gli Archai (Nascita del tempo – Archai = Spiriti del TEMPO). E’ importante intuire e sentire questo sacrificio offerto dagli Spiriti della Volontà ai Cherubini, e alla nascita del Tempo…Similmente il fumo del Sacrificio dei Troni, che partorisce il Tempo, è ciò che denominiamo il Calore di Saturno. Ma questo calore scaturisce come calore di sacrificio che gli Spiriti del Volere presentano ai Cherubini. Ovunque è calore, abbiamo in verità Sacrificio, Sacrificio dei Troni di fronte ai Cherubini.

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(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (6° PARTE)

Mas

Occorre che il R+C giunga allo spirito attraverso il pensare cosciente: per virtù dell’intima forza del pensiero, egli può varcare l’abisso. Nel periodo dell’anima cosciente gli Angeli operano nel corpo astrale: nell’uomo dormiente (ma anche negli stati di sonno compresenti nella coscienza di veglia), anche nell’uomo veramente immerso nella meditazione. Ogni angelo agisce per un singolo uomo, ma in cooperazione con gli altri.

Gli Angeli formano immagini nel corpo astrale, sotto la guida degli Spiriti della Forma; preparano la trasformazione dell’umanità secondo le Gerarchie, ossia secondo il Cristo. Essi preparano nell’uomo l’impulso della fraternità (per cui si giunge a non poter avere pace se altri soffrire), l’impulso a riconoscere il “divino” nell’uomo (tutta la religione libera che nell’avvenire si svilupperà nell’uomo: in ogni uomo il divino sarà realmente riconosciuto nella pratica della vita e non solamente in teoria: già fin d’ora il R+C che può riempire l’anima di celeste beatitudine quando riesce a percepire il divino nell’altro).

Dagli Angeli viene preparato il pensare celeste che porta oltre il limite (nel coltivare il pensare puro si va incontro all’opera degli Angeli e si sa che questo pensare è già l’inizio di tale opera). Risultati: a) – l’Angelo desta nell’anima un impulso a compenetrarsi dell’altro uomo, del proprio fratello: viene infuso dall’alto un essenziale segreto, “che cosa è realmente un altro uomo, la sua storia, il suo destino”. E ciò come qualcosa di realmente attivo; (mirabile la conseguenza risanatrice e il riflesso sociale). b) – Radicale adesione al Cristo e libera religiosità. c) – Conoscenza concreta della natura spirituale del mondo.

Questo evento futuro è già inserito nella volontà umana, secondo il Volere Divino. Gli esseri luciferici lo ostacolano cercando di oscurare all’uomo la pratica della sua libera volontà, nonostante che essi tendano a far di lui un essere buono (che sentirà invece come infrazione o eresia ogni moto o atto di libertà). Lucifero vuole realmente il buono e lo spirituale nell’uomo, ma in modo che divenga automatico, senza la libera volontà, che egli può sviluppare nello sperimentare il sensibile. In certo modo l’uomo deve essere portato automaticamente, secondo i buoni principi, alla visione superiore. In sostanza Lucifero tende a eliminare nell’uomo la libera volontà, la possibilità che egli conosca il male, per divenire un essere libero. Vuole che l’uomo agisca dallo spirito, ma non come un “IO”, bensì come immagine spirituale riflessa, automatica.

Gli esseri luciferici hanno interesse ad afferrare l’uomo, così che egli non giunga alla libera volontà, perché essi stessi sono indietro, non hanno acquisita la libera volontà: questa infatti può essere acquisita solo sulla Terra, ma essi non vogliono avere a che fare con la Terra: si arrestano alla Luna; odiano in certo senso la libera volontà dell’uomo. Agiscono in modo altamente spirituale, ma automatico. Con ciò vi sarebbe il pericolo che l’uomo, diventando troppo presto un uomo spirituale automatico, prima che funzioni la sua anima cosciente, lasci passare come in sonno la manifestazione dell’Angelo nell’Astrale.

Il discepolo deve regolare la sua vita in modo da non lasciar passare come addormentato ciò che deve verificarsi nella sua anima: altrimenti la sua evoluzione attraverserà serio pericolo. Certe entità spirituali evolvono attraverso l’uomo, in quanto l’uomo evolve con esse: gli Angeli che operano nel corpo astrale hanno una loro meta. Tutto sarebbe un inutile gioco se l’uomo attivasse le forze dell’anima cosciente, trascurando coscientemente ciò: diverrebbe un inutile gioco lo sviluppo del corpo astrale.

Se l’uomo non si apre alla conoscenza spirituale, vive come immerso nel sonno. Ciò che deve essere raggiunto con le “immagini” angeliche attive nel corpo astrale umano, può diventare un’azione degli Angeli per via diversa. Ciò che l’uomo impedisce che si attui nel suo corpo astrale allo stato di veglia, dovrebbe essere raggiunto in questo caso per il fatto che gli Angeli realizzassero i loro intenti nei corpi umani addormentati. Ciò che viene trascurato nello stato di veglia e che gli Angeli non possono raggiungere, può essere raggiunto con l’aiuto dei corpi eterico-fisici durante il sonno: ivi si cercherebbero le forze per raggiungere ciò che non è possibile raggiungere nell’uomo sveglio grazie al suo pensare autonomo (Filosofia della Libertà) quando le anime sveglie si trovano nel nel corpo eterico e nel fisico. Potrebbe accadere che gli Angeli dovessero portare via tutta la loro azione dal corpo astrale umano per immergerlo nel corpo eterico, affinché essa possa realizzarsi. L’uomo non sarebbe presente in essa: se fosse presente allo stato di veglia, la impedirebbe. Ma questo già si sta verificando.

Le conseguenze di tale non attuata coscienza interiore, possono essere:

A) quando l’uomo dorme verrebbe creato qualcosa che egli non troverebbe attraverso la libertà, ma al mattino al risveglio; gli diventa istinto qualcosa che dovrebbe invece sorgere in lui per via di coscienza attiva e libera. Ciò significa distruzione delle forze creatrici dello spirito. Certe conoscenze istintive che debbono penetrare nella natura umana e sono collegate con il mistero della nascita, della procreazione e del sesso, si presenterebbero in forma corrotta: taluni istinti penetrerebbero anche nella vita sociale, agendo attraverso il sesso nel sangue, e impedirebbero all’uomo lo sviluppo di qualsiasi fraternità. Si possono sviluppare istinti orrendi: gli scienziati saranno pronti a spiegare che si tratta di necessità naturali.

B) una conoscenza istintiva di certi mezzi di cura, dannosissimi: conquista di nuovi mezzi terapeutici che provocheranno danni gravi alla salute degli uomini. Ciò che è malato sarà chiamato sano.

C) si conosceranno determinate forze, per mezzo delle quali, attraverso armonizzazioni di vibrazioni, si potrà manovrare grande potenza meccanica.

L’uomo si sentirà soddisfatto del suo conoscere nuovi mezzi curativi e i segreti di certe sostanze; proverà benessere nel seguire certe aberrazioni degli istinti sessuali, esaltando tali aberrazioni come vie verso il superumano, o forme elevate di spregiudicatezza, di disinvoltura: ciò che è brutto diverrà bello e viceversa.

Se il guardare nello spirituale è un ulteriore svegliarsi rispetto allo stato di veglia abituale, così come questo è uno svegliarsi dal sonno, possiamo dire che la vita di veglia non ordinata è dannosa all’esperienza del sonno. Occorre essere ben desti nell’Io, nell’anima cosciente, affinché gli Angeli operino. Le idee sono come messaggeri che conducono agli ultimi esteriori risultati del pensiero, ma non hanno niente a che fare con tali ultimi risultati stessi. Esse vengono a vivere in noi nel loro universale tessuto, quale che sia il contenuto meditativo con cui ci apriamo ad esse.

Non passa giorno nel quale non accada un miracolo nella nostra vita: si tratta di accorgersene. Se qualche giorno non troviamo un miracolo nella nostra vita, è perché ci è sfuggito. Si può scoprire ogni giorno un avvenimento che – si potrà notare la sera – è entrato in modo strano nella nostra vita: si tratta di afferrare taluni delicati rapporti. Si può anche chiedere che cosa con un dato atto è stato impedito che accadesse.

*

Soltanto nella concentrazione attuata secondo il metodo R+C, l’uomo realizza la volontà libera: la volontà si afferma nel ricondurre sempre il pensiero all’oggetto e col tenerlo fermo al tema. L’oggetto è il mezzo per il manifestarsi libero del volere. Questo volere viene sottratto al mondo istintivo e alla sostanza istintiva delle emozioni.

Quanto più l’uomo in rapporto al suo corpo fisico e in genere come essere del mondo fisico è vincolato alle necessità, tanto più è libero il suo corpo eterico: in quanto, allora, il corpo eterico è completamente affidato alle sue forze. Il corpo eterico rimane affidato a se stesso; invece per tutto ciò che vincola l’eterico ad una necessità, l’uomo è libero sul piano fisico. Mentre dunque il corpo fisico soggiace alla necessità, l’eterico dispone di una uguale misura di libertà.

Esempio: costringendo ad una disciplina il fisico, si libera l’eterico, il quale ordinariamente è necessitato invece dall’automatismo, (ossia dalla “falsa” libertà) del corpo. Costringendo secondo un ordine interiore l’eterico, esso svolge in libertà ciò che deve nei riguardi del fisico. Chi impara a riconoscere la necessità spirituale, si rende via via sempre più libero per tutto quanto concerne la vita sul piano fisico. Se ci uniamo alla corrente spirituale dell’Universo, se lasciamo scorrere in noi la corrente Cristo-micheliana, accogliamo in noi quel che si svincola dall’incatenamento del mondo fisico. Quanto più, di volta in volta, ci colleghiamo per via del corpo eterico con la necessità del piano spirituale (che è per noi la libertà), tanto più ci si libera dalla necessità del piano fisico.

Con la nostra coscienza ci protendiamo incontro ad Esseri che dal mondo spirituale ci compenetrano, e mentre accettiamo la necessità degli impulsi che vengono dal mondo spirituale, attendiamo che si riversi nella nostra spontaneità la virtù di quei Esseri. Si produce in tal modo quella relativa, profonda, “incoscienza” per la quale sentiamo l’azione di ciò che opera in noi spiritualmente, come di solito “sentiamo” un’azione incosciente. Questo ci dà la certezza che lo Spirito è in noi e che ci è lecito obbedirgli. Si è presso la soglia del supermondo, là dove la memoria ritorna memoria spirituale. La memoria agisce nell’uomo come uno specchio: riflette infatti le conseguenze delle impressioni sensibili. Questo specchio può essere superato, si può cercare quella realtà che è dietro la cortina speculare della memoria.

Per via dell’attività interiore libera, per via del pensiero, ogni volta nell’essere corporeo viene annientata la materia e con essa tutte le leggi della natura; la vita materiale viene rigettata nel Caos, così che dal Caos può risalire una nuova natura permeata di impulsi morali. Tutto ciò che agisce come processo di distruzione è sotto (o dietro) lo specchio della memoria: quando dunque possiamo guardare oltre questo specchio possiamo vedere che cosa in realtà siamo. L’uomo può guardare all’interno la sua malvagità, scoprire il Male Nascosto che opera e per forza del quale la materia viene distrutta; contemplare come là dove la materia viene respinta nel Caos aleggino le mirabili forze degli impulsi morali.

Si può contemplare così il principio dell’essere spirituale in noi: percepiamo in noi stessi lo spirito creativo. Mentre le leggi morali operano sulla materia-caos, abbiamo in noi lo “spiritualmente attivo” (che opera come la natura creatrice). Allora non siamo più entro il limite della soggettività, ma lo superiamo perché ci affacciamo sulla scena interiore del mondo. L’uomo penetra per mezzo di dedizione e di amore; oltre la cortina dei sensi e si protende a percepire le entità che si palesano a lui mediante la totale donazione di sé, per mezzo di quello che egli deve lasciar valere come parola interna. Possibilità questa di ogni uomo moderno che voglia.

Tutto ciò che viene percepito coi sensi è morente, è cadaverico: è ciò su cui si intessono pensiero e cultura moderna che vedono una materia esistente in sé e permanente attraverso tutti i fenomeni. Ma la Terra e il Cielo passeranno, ciò che vuol farsi valere attraverso i sensi sparirà. Quello che però sorge come vita interiore, parola occulta, nel Caos interiore dell’Uomo, nel focolare di distruzione, quello continuerà a vivere dopo che cielo e terra saranno passati. Attraverso le prove, il dolore, la dedizione e la volontà, si formano nell’anima segreta dell’uomo i germi dei mondi nei quali vive il Cristo: germi di un Cosmo futuro in sé perenne, per virtù del quale la carne ritornerà Verbo.

(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R.STEINER (5° parte)

 Mas

Il discepolo conosce se stesso nello sperimentare sensibile: si dona all’esperienza dei sensi nella misura in cui non ne sia sopraffatto. Egli non offre presa all’aspetto angosciante del destino, non per aridità o insensibilità, ma per capacità di dedizione e di liberazione: la sua possibilità di immergersi nell’altro lo porta nell’intimo valore degli eventi, in ciò che essi significano come direzione saggia del mondo. Egli può guardare oltre la maschera terrificante di Arimane, può risalire l’onda della paura e dell’angoscia, e ritrovare la forza dispersa di cui sono tessute.

Non ci sono fatti del mondo spirituale o di quello fisico che non siano per lui vie di conoscenza; se essi significano dolore e distruzione, egli ha la forza di sopportarli, per poterli guardare: ne contempla la necessità, ne coglie l’interno senso e coopera con fermezza alla loro risoluzione. Non v’è nulla al mondo né in cielo né in terra, che possa piegarlo, nulla in cui egli non possa immergersi con dedizione, che è per lui il suo rivivere.

Egli consegue la possibilità di non recitare, non fingere, in quanto conosce ciò che nasce, nella sua verità profonda: riconosce le tensioni che dal fisico salgono nell’animico sembrano assoggettare lo spirito. Verso lo Spirituale è in stato di calma devozione: egli si volge al mistero del Cristo. Al Cristo egli tende ad aprire il varco nel pensare e nel sentire, e radicalmente nel volere. Donato, egli procede con sicurezza che non è sua, perché gli fluisce dal mondo spirituale. Dimentico di sé, vive nella compassione verso gli esseri che procedono senza saperlo, che sognano e dolorano. Egli non dà nulla che non sia richiesto dall’oggetto, non chiede, non impone.

Nella semplificazione ha lo scioglimento delle tensioni, e, in tale libertà, può parlare agli altri, perché la sua parola non viene da lui, nella misura in cui venga dallo Spirito. Ignora la lotta infeconda delle parole.

Una caduta non lo scoraggia: lo rende consapevole di sé e deciso per l’avvenire, lo rende più umile e dedito. Senza proporsi di esserlo, è modesto. Riposa nel profondo di sé, alle radici della vita, perché, donato, è veramente fondato su sé, là dove l’uomo comune è fondato su impulsi e passioni. Non conosce invidie, o gelosie, lascia agli altri il dominio della parvenza, perché il lasciarli liberi li può fare accorti di quanto è vanità. Non vuole affermarsi, non vuole vincere sul piano umano, perché non ha senso: gli è sufficiente agire nel sensibile secondo libera intuizione. A lui interessa questa sacra coerenza, non l’opinione del mondo: di questa prende atto per conoscere il gioco delle forze.

Sapendosi collegato nell’essenza con l’umanità, egli non può conoscere nessuna retorica dell’unità interiore e in nessuna filosofia può indulgere, ma opera per essere egli stesso questa unità, senza illudersi circa i suoi raggiungimenti. L’interna distensione è la sua forza, l’esaurimento dell’avidità, l’amore per il mondo. Tende a fare della sua anima un luogo di manifestazione per gli altri, per le cose e per gli esseri. Perciò conosce il segreto del silenzio. Lungi da recitazione e da finzione, egli realizza la vera sicurezza nel sentirsi a disposizione degli esseri e delle cose: per ciò non ha gesti, non guasta ciò con declamazione. Non altera il suo rapporto con gli altri con ornate loquele o enfasi, ma dice solo ciò che è necessario e, quanto necessario, dotato di potere di vita anche nella espressione più semplice.

Il suono della sua voce in tal senso vale più di quello che dice: la sua voce ha perduto il potere di ferire, anche quando ha il tono della severità. Dimentico di sé, non è distratto: il suo stile è una continuità. Lo spirito in lui ritorna istinto; egli sparisce di continuo per farlo essere.

E’ portatore di un clima interiore, di cui non gioisce, non si compiace: la sua stabilità così opera intorno a lui come amore, sollevando l’altrui animo, suscitandone le forze. Di ciò egli sa che gli Dei sono autori, mediatore il suo “IO” e ad Essi va la sua gratitudine.

Le velleità del temperamento sono in via di dissoluzione in lui, anche se la sua vita esteriore non rifiuta nulla alla necessità dell’esistere; ma anche in questa risposta, la sua trasparenza rimane intatta, il suo abbandono segreta meditazione. Non si preoccupa del dominio altrui: sa che ciò che vale deve valere e che nella parvenza del valore v’è anche il principio della sua dissoluzione. Lascia dunque che degli ossessi facciano la loro esperienza: sa che non v’è altro giovamento per loro che il suo operare in profondità. La guarigione del mondo ha solo inizio nel suo giusto operare, nel suo puro pensare. Non ha gesti che non siano spontanei e sorgano da necessità: nulla di ciò che compie è inutile. Ma sotto la sua riservatezza ferve un caldo ed irradiante amore per ogni cosa e per ogni essere.

Il suo amore ha la veste della calma beatifica: esso va all’estraneo come al congiunto, al nemico come all’amico. Le condizioni del malvagio, il suo servaggio al mondo degli istinti, lo toccano, lo rattristano, ma suscitano in lui volontà di soccorso e dedizione all’opera salvatrice. Non conosce avversario perché l’ha conosciuto e lasciato dissolvere. Il male egli non lo combatte, ma lo penetra con la sua forza e lo trasforma in bene.

E’ aperto a tutto, è in ascolto verso i suoni terrestri, come per quelli celesti. Tutto da lui è lasciato nella libertà del suo manifestarsi: soltanto egli è rivolto dall’intimo, là dove la libertà scaturisce, alla cooperazione santa con l’opera delle Gerarchie.

*

Per accedere al Mistero del Graal, il discepolo si educa a contemplare l’immagine della Vergine Madre con il Cristo-Bambino nel grembo. Se egli sa vivere questa immagine, giunge a sentire il Graal: ogni altra deità, ogni altra luce vengono superate dallo splendore della Sacra Coppa, dalla Madre lunare tòcca dal Cristo, dalla “nuova” Eva, portatrice dello spirito solare. Nel simbolo del Graal, il discepolo sente confluire due ordini di forze:  quanto all’uomo è originariamente venuto dalla Luna, ed è sorto poi nella Madre della Terra, in Eva, per manifestarsi di nuovo nella Vergine Maria, si unisce con ciò che viene dall’antico Signore della Terra, Ieova, e che come forza del nuovo Signore della Terra appare come essenza-Cristo, che si riversa nell’aura terrestre.

Egli sente il confluire di ciò che agisce ormai dalle stelle – simboleggiato dalla scrittura stellare – per l’esperienza terrestre dell’umanità. E’ un leggere la scrittura celeste, conoscere l’evoluzione umana per mezzo della storia cosmica di Saturno Sole Luna Terra -come è alluso al principio del Vangelo di Giovanni. Per il discepolo si tratta di esserne degno.

La giusta cooperazione delle correnti di vita dell’anima, pensare – sentire – volere, nella prima parte del periodo post-atlantico doveva venir regolata non da forze che provenissero da tutti i pianeti, ma soltanto da forze del Sole, della Luna e della Terra. L’anima di quell’Essere, che divenne più tardi Gesù di Nazaret, prese forma di anima cosmica tale che la sua vita, in certo modo, non si svolse né sulla Terra, né sul Sole, né sulla Luna, ma circondando la Terra, in accordo con essi: gli influssi terrestri giungevano a Lui dal basso, quelli solari e lunari dall’alto. Il discepolo vede quest’Essere nel suo fiore , nella medesima sfera in cui la Luna circola intorno alla Terra. Egli sente così il disperato appello dell’anima umana, in cui pensare sentire e volere sono afferrati dalla tenebra. Evoca così in sé nuovamente il sublime Spirito Solare (Cristo), perché ancora una volta operi nell’umano.

L’immagine del Sole ha un linguaggio polivalente;  così la Luna. Le contraddizioni sono apparenti. Ogni raffigurazione dell’occulto ne contraddice un’altra che guarda un altro aspetto dello stesso contenuto. L’uomo ordinario vuol trovare le contraddizioni per giustificare la sua paura di conoscere la realtà.

Allorché nel cielo appare la falce aureolucente della Luna, la grande Ostia è la parte nera del disco e sulla falce è il nome di Parsifal. S’intende che qui viene trovato il nome del Graal, non il Graal. Quando i raggi solari cadono sulla falce e ne vengono riflessi aureosplendenti, una parte di essi tuttavia penetra nella materia fisica: ciò che penetra è la parte spirituale dei raggi solari. La forza spirituale del Sole non viene come la forza fisica del Sole arrestata e riflessa: essa penetra. Mentre viene trattenuta dalla forza della Luna, un R+C vede realmente appunto nella parte scura, che giace nell’aurea coppa, la forza spirituale del Sole. Nella  parte aurea, ossia nella coppa-falce, si vede la forza fisica del Sole. Così, quando consideriamo il Sole, lo Spirito del Sole riposa nella Coppa della sua forza fisica: lo Spirito Solare riposa in realtà nella coppa lunare. Ciò che la Luna fa fisicamente, si presenta dunque come un simbolo: mediante quel che essa compie fisicamente, riflettendo il Sole e producendo la coppa aurea, essa si palesa portatrice dello Spirito Solare, che in lei riposa come un’Ostia, in forma di disco. Nella leggenda di Parsifal, ogni Venerdì Santo, al servizio divino, scende dal cielo l’Ostia e viene immersa nel Graal: viene rinnovata come cibo restauratore nella festa di Pasqua.

Una purificazione è possibile quando tali simboli possono vivere con il loro contenuto nell’anima. Il discepolo sa bene che è questo contenuto che importa, ma esso deve poter vivere non per moto intellettuale, bensì per vivificazione di pensiero e per devota liberazione del sentimento e della volontà dell’anima. A tal uopo preparatrice è la confessione. Nel votarsi al Cristo come all’essenziale Principio Cosmico, il discepolo può fare in ispirito la propria confessione e potrà nel silenzio, nella quiete della meditazione, ottenere da Lui la remissione dei peccati. Tra la sua anima e il Cristo può stabilire un legame così intimo da non poterne rinnovare troppo spesso la coscienza.

La remissione dei peccati è connessa con il nome del Cristo: essa va fin d’ora preparata. Il peccato può venire estirpato e tramutato in rinascente vita soltanto se il Cristo può congiungersi con l’anima, in quanto essa si sia aperta a Lui, secondo l’immagine paolina: “Non io, ma il Cristo in me”.

*

(continua)

appunti

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (4° parte)

Mas

Il poterci unire a Lui quando siamo arrivati giù, e poter essere il suo custode, ci fa comprendere il rapporto in cui, come veste dell’uomo terrestre, il corpo eterico-fisico sta con ciò che lo pervade quale forza superiore dell’Io e dell’astrale. Nasce nel corpo fisico come una realtà, una specie di forza che lo rende capace in certo modo di separarsi dall’essere animico: tuttavia, resta unito, non cede, perché nell’epoca attuale l’esercizio occulto non deve andare tanto oltre da danneggiare il corpo: v’è in effetto una forza nella formazione occulta, che conduce sino alla possibilità  che l’eterico e il fisico coltivino forze interiori distruttive.

L’incontro con il Guardiano non è verificabile senza la possibilità di avvertire il pericolo di inoculare forze distruttive nell’eterico-fisico. Il rimedio è coltivare devozione, amore per gli altri, interesse per il mondo. Inoltre praticare i noti cinque esercizi. Dallo sperimentare interiore soltanto si comprende il rapporto degli involucri esteriori con l’essere spirituale dell’uomo, quando si sente l’entità esteriore come custode di quella interiore.

Si protende lo sguardo di là dal Guardiano fin giù nel mondo fisico. L’uomo guarda giù nel mondo fisico e vede l’immagine di se stesso come uomo. Egli osserva in sé il corpo astrale, ma questo che si palesa ora come una immagine riflessa, è diretto verso il basso, non vuole sviluppare le forze per affluire al mondo spirituale: rimane aderente al fisico, non si eleva. Il discepolo vede anche l’immagine riflessa dell’altro essere, il cui corpo astrale fluisce verso l’alto: ha il senso che questo scorra entro il mondo spirituale. Si dice: “Tu stai di nuovo laggiù; al posto dell’altro essere sta un uomo davvero differente laggiù: è un uomo migliore di te, il suo astrale tende verso l’alto, sale come il fumo: il tuo corpo astrale tende in basso verso la Terra”.

L’uomo acquisisce un senso dell’Io che vive in lui, mentre guarda quaggiù e riceve la terribile impressione: “In te spunta una tremenda risoluzione: uccidere l’altro che senti migliore di te”. L’uomo sa che questa decisione non proviene completamente dall’Io, perché esso è lassù. E’ un altro essere che parla quaggiù in lui, ma questo istiga alla risoluzione di uccidere l’altro. Egli sente di nuovo la voce, che prima ha dato l’ispirazione, ma ora come una tremenda voce: “Dov’è tuo fratello?” e da questo Io si sprigiona la voce opposta a quella di prima.

Prima l’ispirazione era: “Per esserti unito con le potenze benefiche dell’altro, tu ti riverserai con queste all’ingiù e farò di te il custode dell’Altro”. Ora da questo essere che l’uomo riconosce come Sé stesso si sprigionano queste parole: “Non voglio essere il custode di mio fratello”. Da prima la decisione di uccidere l’altro, poi la protesta contro la voce che era ispiratrice. “Dal momento che hai voluto unire il tuo gelo a quel calore, ti nomino custode dell’Altro”. “Non voglio essere il custode” è la protesta.

Quando si è avuta questa esperienza immaginativa, si sa che, invertite, le qualità più nobili del mondo spirituale possono divenire le più malefiche nel mondo fisico. Il discepolo deve essere preparato a un simile pericolo: che istinti molto bassi si manifestino in lui come segno della sua spiritualità che chiede di essere svincolata dall’essere sensibile. Nel fondo dell’anima, per l’inversione della più nobile volontà di sacrificio, può nascere il desiderio di uccidere il proprio fratello.

Si sperimenta gradatamente come questo uomo terrestre, così come è situato sulla Terra, sia il rovescio di ciò che era in origine.

La conoscenza antica si è dovuta smorzare, così come gli istinti e le forze inferiori, perché l’orrore originario in cui domina Arimane diminuisse e venisse indebolita la sua forza. L’insieme di queste forze si è dovuto attutire perché esse dominassero sull’uomo soltanto in modo che con i suoi concetti e le sue idee egli potesse trasferirsi negli altri esseri. Quando si cerca di far penetrare un concetto in un altro essere, quando si cerca di immergere una rappresentazione nell’essere di un’altra persona, tale rappresentazione è l’arma – ora spuntata – con cui Caino trafisse Abele.

E che quest’arma sia stata smussata rese possibile che ciò che ad un tratto è stato cambiato nel proprio contrapposto, si trasformasse in evoluzione. Così l’uomo in lenta evoluzione, lungo un crescente processo di conoscenza, può evolvere ciò che egli non ha potuto esplicare nel mondo fisico perché in questo è divenuto istinto di distruzione, e lo evolve a poco a poco, prima nella conoscenza “oggettiva” – che è l’attuale – poi nella conoscenza “immaginativa”, che già penetra nell’essere dell’altro, nella conoscenza ispirativa che penetra ancor più profondamente, nella intuitiva che penetra sino alla identità con l’altro (in cui la cainità è  estinta).

Si comprende così gradualmente cos’è effettivamente l’Io. Il corpo astrale, considerato nella sua natura più intima, è il grande Egoista: l’Io non vuole soltanto sé, ma sé anche nell’altro, vuole anche passare dentro l’altro. La conoscenza, come viene conseguita sulla Terra, è questa brama smorzata di penetrare nell’altro: (man mano che si spiritualizza perde il carattere cainico), (e, per converso, la “decainizzazione” della conoscenza significa la sua ascesa). Si tratta di un’ascesa dell’egoismo oltre se stesso.

Dal momento in cui, procedendo nell’esperienza interiore, l’Io continua ad avere per noi maggior valore che gli altri, nasce l’errore: è posto il germe della magia nera, quando non si accompagni lo sviluppo interiore con l’apprezzare gli interessi degli altri più dei propri. L’uomo non sperimenta veramente il suo corpo astrale: ciò che egli sperimenta è l’astrale, quale viene riflesso dall’eterico. E l’Io non è il vero Io, ma ciò che di esso si riflette nel fisico.

Perciò se egli sviluppa l’astrale e l’Io prima di aver conseguito un’attività interiore – pensiero libero dai sensi – indipendente dall’eterico-fisico, può nascere in lui l’istinto a nuocere, a ignorare gli altri. La forza dell’egoismo deve essere estesa agli altri, ossia agli interessi generali del mondo. L’ideale deve essere poterci immergere nell’altro, proponendoci di non cercare in lui noi stessi con i nostri interessi, bensì di trovare che l’altro Essere è più importante di quello che noi stessi siamo. Esso è il vero Io, cercato oltre l’Io riflesso; tale la chiave della via R+C. Il nostro vero Io è quello dell’altro.

Deve avvenire che i nostri propri affetti, i nostri istinti, desideri, velleità, passioni, non possano più scaldarci o darci motivo di vita, ma che, familiarizzandoci col corpo astrale, ci si familiarizzi col gelido isolamento e con questo stimolo ci si apra a un calore più vero, cioè all’interesse caldo che scorre dagli altri e che vuole riunirsi alle forze benefiche che emanano dall’altro Essere. Non si può salire in alto se non si vuol guardare in basso questo duale quadro di Caino e Abele (se stessi e il rappresentante dell’Io superiore), ma anche l’intermediario fra sé e le Gerarchie. Ciò che si può chiamare l’errore di Lucifero consiste soltanto nel fatto che qualcosa che era adatto per l’uomo della Luna, e cioè di compenetrarsi di egoità, è stato da lui inserito sulla Terra. Sul piano terrestre, o sensibile, l’ego è il responsabile dell’egoismo.

La forza dell’ego deve essere realizzata fuori dal sensibile, perché operi positivamente. Nel sensibile l’ego opera sempre distruttivamente. Perciò il discepolo segue la via del “pensiero libero dai sensi”.

I desideri, (non quelli che provengono dalla vita interiore, che sono luciferici), ciò che attira dal di fuori, ciò che attira verso esseri e cose, di guisa che per interesse personale si segue tale attrazione, tutto ciò dunque che seduce dall’esteriore al godimento, gli uomini imparano a conoscerlo come impressione di Arimane. Si impara altresì a riconoscere come impressione arimanica tutto ciò che incute paura dal di fuori. Due poli corrispettivi sono godimento e paura. Ciò che i materialisti negano, ossia la presenza immanente dello spirito dovunque essi vedono materia, produce la paura: e quando i materialisti che la paura si avvicina dai substrati della loro anima, dall’astrale, allora essi si stordiscono, escogitano nuove teorie materialistiche.

Solo quando si giunge a vedere o a concepire Arimane, ci si può difendere da esso: allora si vede che egli ci sta spiando dalle seduzioni del piacere, dalle impressioni della paura. Ovunque l’uomo sogna vi sia materia, epperò forma esteriore, in realtà fa sorgere Arimane. E’ il più grande inganno è la teoria materialistica della fisica, cioè degli atomi materiali, perché questi in realtà non sono che le forze di Arimane. La paura andrà sempre più assediando l’uomo, o il gelido egoismo o il degradante piacere, finché egli non riconosca se stesso come un Io indipendente e nella indipendenza di tutti gli altri Io.

Con la comparsa del Cristo in corpo fisico è stato provveduto perché l’uomo potesse fortificarsi, accogliendo l’impulso Cristo, contro la necessaria influenza esercitata da Arimane.

Nella purificazione di Caino e nel suo ricongiungersi per amore con Abele v’è il segreto della calma e della sicurezza, del sicuro riposo: nell’essere umano l’astrale inferiore deve poter effondersi tranquillo nella sede peculiare della volontà fluente verso il mondo esteriore.

L’Io dell’uomo, quanto più evolve, tanto più tende ad effondersi. Qualsiasi entità si intenda conoscere richiede che in essa si immerga la nostra coscienza dell’Io. Questo è l’impulso sano dell’Io a “uscire” e a diffondersi, a trasferirsi nell’altro, e a far vivere oltre in quell’essere ciò che prima ha vissuto soltanto in sé (nel sé). Questa tendenza ad allontanare da sé la propria coscienza (riflessa, che dà lo stato di veglia), si palesa in un gradino più basso nel sonno. In effetto l’astrale e l’Io, offrono all’iniziato l’immagine di un sole circondato dai suoi pianeti che si moltiplica e si diffonde verso altre entità. L’uomo per mezzo di ciò che dalle riproduzioni del suo Io gli viene riflesso di queste altre entità riconosce la loro natura.

Nella loro forma esteriore, gli animali, come esseri singoli, le piante meno di essi e ancor meno i minerali, sono immaginazioni di Arimane.

Venendo coscientemente dominate e smorzate le impressioni esteriori dei sensi, viene a trasformarsi quell’anima cosciente che appunto si forma per mezzo di esse. L’anima cosciente viene purificata, affinata, tratta verso il suo interno: può invertire il suo movimento: si trasforma in coscienza immaginativa: che è la sua vera formazione. Tale formazione è contraddetta dall’accentuazione del senso dell’Io contingente nella civiltà moderna, persino nel campo del pensiero, in cui di solito si tiene ad avere il proprio pensiero, il proprio punto di vista: mentre i pensieri non ci appartengono e l’anima cosciente appartiene a quell’Io che tende ad effondersi nell’Infinito e che ovunque si riconosce nell’altro.

Chi coltiva i cinque esercizi e le precedenti immaginazioni coopera con le Gerarchie. E chi sappia abbracciare questa idea in tutta la sua grandezza, con dedizione, sente che presso ad ogni pericolo, lotta, terrore, egli è collegato con la trasformazione del Cosmo e muove incontro alla beatitudine del mondo spirituale. L’iniziato è forte del pensiero che rimuove ogni terrore, del pensiero che è entusiasmo e coraggio: il pensiero della cooperazione con gli Dei. E pensare ciò è già tale cooperazione.

(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 3° parte )

Mas

Allorché si “percepisce” come i pensieri abbiano forza propria, per mezzo della quale essi pensano se stessi in noi, si verifica un accordo del sentimento e della volontà. (Il pensiero si isola da essi, essi lasciano libero il pensare e ne vengono alleviati). Il sentire, si potrebbe dire, diviene sempre più attivo e la volontà si lascia temperare di più dal sentimento. Sentimento e volontà cominciano ad essere in armonia più di quello che prima non fossero sul piano fisico. Allora non si può più concepire un impulso volitivo senza sviluppare con esso un sentimento. Molto di quello che facciamo desta amarezza o sollievo: come se un giudice dall’interno giudicasse.

Occorre coltivare un senso che permetta di riconoscere la differenza tra il sentire egoistico, che tende verso il godimento, e il sentire non egoistico, rivelantesi come un dovere interiore spirituale (che è il sentire rivolto all’altro, al mondo, che sente per ciò che è, non per ciò che interessa personalmente).

Sempre più si realizza che sentimento e volontà sorgono da noi stessi, mentre il pensiero si manifesta in noi: si comincia a percepire l’egoità soltanto nel sentimento e nella volontà, mentre i doni della saggezza (dopo la liberazione del pensare e il suo silenzio) dai quali ci si sente pervasi, si sentono come quello che ci unisce al mondo intero.

Si comincia poi a sperimentare questa interiore attività di sentimento e di volontà, contessuta di interiore simpatia o antipatia. Si comincia a dirsi: “Se tu compi questa o quell’altra azione, è vergogna, perché tu possiedi una determinata saggezza”. Di un’altra azione si potrà sentire: “E’ bene che tu la compia, perché sei aperto a questa determinata saggezza”. Nel sentire comincia naturalmente a sorgere un controllo di sé. Un sentimento di amarezza ci assale quando si sente sorgere in noi una volontà che ci spinge verso qualche azione non giustificabile di fronte alla saggezza di cui ora siamo partecipi in quanto abbiamo potuto aprire un varco ad essa nell’anima.

Analogo processo si verifica per il pensiero. Di fronte ad un pensiero di cui si può sapere di averlo formato secondo l’impersonale saggezza, si sviluppa un senso di gratitudine per la fonte da cui scaturisce. L’inverso è che ci si rimprovera e ci si vergogna per un pensiero che contraddice tale saggezza.

Questo controllo in realtà non è un fatto razionale, non proviene da critica intellettuale, ma sorge come moto immediato del sentire in quanto il sentire sia sempre meglio educato. Colui che è soltanto intelligente o logico, colui che critica, non può arrivare a questa possibilità, che sorge nel sentimento. In taluni momenti, è come si sentisse la saggezza (dopo il superamento del pensare e l’armonizzarsi del sentire col volere) venirci incontro dall’alto fino al basso. D’altra parte si sente come nel nostro corpo scorra incontro ad essa un senso di “vergogna”: ci si identifica con questo sentimento e ci si volge a ciò che vi è di saggezza come a qualcosa che viene data da fuori di noi.

Occorre pertanto non dimenticare come questa più alta e profonda vita del sentire sia preparata da una interiore e ritmica vita del pensiero. Nel sentire il pensare ritrova i germi della sua forza.

Il dolore di dover biasimare può presentarsi come un segno di evoluzione esoterica. Quanto più si sente piacere nel dover biasimare e nel trovare che il mondo è ridicolo, tanto meno si è maturi. Occorre suscitare gradualmente un sentimento che sviluppi in noi sempre più una vita che ci permetta di contemplare sciocchezze ed errori non con occhio canzonatorio, ma con un occhio bagnato di lacrime (un altro però asciutto).

Essenziale è l’immagine dell’IO spirituale che contraddice la sua natura (in realtà, la sua natura-Logos viene contraddetta) nel divenire io umano, che aderisce alla natura e la sperimenta “finita”. Come se a un albero poderoso che va crescendo in splendore e nutrisce in sé rigogliosi animali (ricordare gli animali sacri e lo Zodiaco), che soltanto da da questo albero possono aver nutrimento, venisse praticato in un determinato punto un foro, così che da questo punto in poi si dissecchi, si raggrinzisca e con lui muoiano quegli esseri che da lui hanno nutrimento; così appare il corpo fisico umano all’occhio spirituale.

E l’uomo sa che da quando l’albero era vivo e gli animali anche (era il Paradiso), Lucifero spinse l’uomo (l’Io) entro la vita del suo corpo originario, che perciò appassì. Spinto entro la struttura di luce del suo originario essere arboreo-animale (eterico-astrale), l’Io perdette il proprio ambito, uscì dal regno della forma originaria, ottenendo fuori della forma delle aperture, che sono i sensi fisici.

Così dal piccolo spazio del corpo raggrinzito, l’uomo cominciò a percepire soltanto ciò che è fuori, e questa estroversione verso il mondo sensibile diviene la misura del suo rivolgersi alla propria interiorità. L’interno, un tempo, era il vero spazio: era l’Eden. L’uomo ne è stato cacciato: è stato espulso dalla sua interiorità, è stato espulso dalla vastità e dalla beatitudine.

Allorché il discepolo gradualmente riesce a rendere libero il suo corpo animico, a renderlo indipendente dal fisico e dall’eterico, è bene che si armi soprattutto contro le influenze degli altri corpi astrali. Quando l’astrale comincia a liberarsi, non essendo più difeso dall’involucro eterico-fisico, diviene attaccabile da tutto ciò che a quel livello può ricondurlo alla sua sede inferiore: altre forze astrali possono sopraffarlo. (La inconsapevolezza di ciò è quella che paralizza Parsifal al primo suo incontro con il Graal: il suo astrale è libero, ma senza difesa, rispetto alle altre forze astrali. Gli manca la forza tutelatrice dell’anima cosciente: la compassione).

*

Hanno diritto di agire nel super-mondo soltanto quelle individualità che rinunziano ad esercitare sugli altri qualsiasi influenza personale, e perciò recano agli altri la più benefica vita dello spirito. L’ideale del R+C è non voler arrivare a nulla a cui abbia interesse la sua personalità contingente; egli elimina tutte le decisioni e le azioni che dipendano dalla sua simpatia o dalla sua antipatia. Ciò che per un R+C vi è di più indifferente è in verità il proprio insegnamento. Tale insegnamento ha importanza proprio in quanto egli non vi attacca alcun interesse personale, ma tiene assoluto ad esso solo in quanto possa essere di aiuto ad altre anime.

Nessun R+C vorrà mai imporre ad alcuno il proprio insegnamento: neppure alla propria epoca, se egli sa che esso non può giovare a tale epoca. (Rudolf Steiner, in sostanza ha dato ciò che rispondeva alle esigenze dell’epoca e inoltre ciò che determinati gruppi o determinati discepoli erano in grado di chiedergli).

Per la superiore educazione dell’astrale, il discepolo non si lascia attrarre da ciò che tende ad attaccarsi a lui: per amore non vincola a sé alcuno: il suo amore agisce in forma interiore e reale verso gli altri. Instaura così una libertà ignota (Cristo) che opera come autentico amore. Nella sua educazione l’astrale trova la propria giustificazione soltanto quando i suoi interessi egoici non hanno natura personale – quella che finisce con l’incalzare con moltiplicata forza – quando egli è capace di abbracciare, come fossero propri, gli interessi dell’umanità e del mondo.

A questo punto come un contrappeso all’egoismo del corpo astrale, quanto più le forze egoistiche si agitano nell’astrale divenuto libero, tanto più si sente sorgere un senso di solitudine, di glaciale isolamento. Questo isolamento glaciale ha il compito di guarire della tentazione di lasciar prendere il sopravvento all’egoismo; e si sarà veramente preparati se a questo punto si potrà sentire tanto l’impulso ad essere tutto per mezzo di sé e per sé, quanto l’avvicinarsi del glaciale isolamento. Questo diviene uno stimolo ad accendersi della presenza del Cristo. L’Io si riempie del suo eterno essere.

L’impulso della “guerra di ciascuno contro tutti” ancora non si desta nell’anima, perché il corpo fisico e l’eterico sono stati preparati in modo che questo desiderio è attutito, non lo si vede, in quanto non si può vedere il proprio corpo astrale. Qui un simile impulso già vi è in germe: il discepolo lo sperimenta come gelo ed orrore, che chiede di essere risolto in pura conoscenza ed amore. Gli istinti distruttivi smorzati si traducono in conoscenza.

Un’anima umana durante la sua evoluzione, se non sviluppa una saggia coscienza di sé, può essere capace di ciò che è l’opposto delle più alte capacità di abnegazione. L’ispirazione di Caino, prima della seconda perdita dell’Eden, risuona dall’alto pressappoco in questi termini: “Per esserti tu unito con le potenze benefiche dell’altra entità (Abele), tu ti riverserai con queste verso il basso. Io farò di te il custode dell’altro essere. La risposta della parte dell’essere che rappresenta Caino è invariabilmente: “Non voglio”.

Eccone il senso. Si supponga che il discepolo sia passato dinnanzi al Guardiano, e abbia celebrato la sua unione con la immaginazione del Paradiso. Egli sperimenterà se stesso in un corpo astrale che si apre verso l’alto, che vuol fluire verso l’alto, e vedrà l’altro come un “IO” il cui corpo astrale invece spiega le sue forze verso il basso. Sorge allora questa coscienza: “Tu vali meno di questo altro essere: ciò che vale in lui è la sua possibilità di aprire il suo astrale verso il basso: così può riversare in giù le sue forze dall’alto”. Si ha a questo punto l’impressione di aver abbandonato il mondo fisico.

Le forze che dal corpo astrale dell’altro essere scorrono verso il basso, fluiscono nel mondo fisico e vi agiscono come forze benefiche: si ha l’impressione che esso faccia scendere come una pioggia benefica spirituale ciò che gli viene dalla sua natura spirituale. Mentre noi stessi non possiamo dirigere il nostro astrale verso il basso, l’essere astrale dell’altro vuole in effetto andare verso il basso.

Allora si giunge alla decisione spirituale di portare il nostro isolamento verso questo secondo Essere, di unirci a Lui, così che il nostro gelo si scaldi al calore di Lui. Si ha allora per un momento l’impressione che la coscienza stia per spegnersi: ci sembra di aver compiuto una specie di uccisione o combustione del nostro essere interiore.

Nell’auto-coscienza, che già si sentiva come spenta, irrompe allora qualcosa che ora soltanto si impara a conoscere: la forza dell’Ispirazione. E’ la conversazione tipica con un essere che si impara solo ora a conoscere, perché esso ci dà la sua ispirazione. Pressappoco egli dice: “Poiché tu hai trovato la via verso l’altro e ti sei unito alla sua pioggia di sacrificio, ti è permesso ritornare sulla Terra con lui, in lui, e io nomino te a suo custode sulla Terra”.

(continua)

terza parte isidoro

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 2° parte )

 Mas

Mentre l’uomo ha un Io individuale, nel corpo astrale vive ancora qualcosa di un Io collettivo. Questo “io animale” vive in ogni corpo astrale umano e l’uomo se ne rende indipendente solo quando acquisisce la visione astrale.

E’ la coscienza ispirativa: quindi parimenti l’atto del pensiero puro, che libera dall’animalità terrestre e porta l’anima a vivere secondo lo spirito.

Il discepolo diviene compagno degli esseri astrali; le anime collettive degli animali gli si fanno incontro come sul piano fisico i singoli uomini.

Nel mondo astrale si muovono esseri che quaggiù non possono scendere se non a frammenti, nella forma dei molteplici animali del piano fisico. Alla fine della loro esistenza essi riacquistano la possibilità di ricongiungersi con il resto di questa entità che vive nel mondo astrale. Una specie zoologica terrena è nel mondo astrale un “individuo”.

Tali individui sono stati caratterizzati nel secondo sigillo dell’Apocalisse, come aventi qualità che li fanno ripartire in quattro classi: Leone, Toro, Aquila, Uomo (l’Uomo che però non è ancora sceso nel piano fisico). Questi quattro animali dell’Apocalisse sono le quattro classi di anime collettive che nel mondo astrale hanno maggiore affinità con l’anima individuale umana.

Nel R+C il sistema nervoso deve educarsi a non prendere parte al perturbamento per acclimatazione fisica: deve venir meno l’intimo collegamento tra il sistema nervoso e il sanguigno: quest’ultimo diviene più autonomo e, in certo modo, più sensibile alle influenze del clima e del suolo, mentre il sistema si fa esso stesso più indipendente. Le variazioni climatiche debbono influire sulla corporeità, salvo il sistema nervoso, la cui funzione è solo mediatrice.

L’esoterista avverte una diversità interiore tra stagione e stagione, ma come differenziazione di un medesimo concerto di ritmi. Egli sente la la differenza di temperatura come l’uomo ordinario, ma anche qualcosa di speciale che avverte mediante il sistema nervoso, in quanto non coinvolge tale organo, per cui ad esempio, gli riesce più facile concepire in estate determinate idee collegate con il cervello fisico, che non in inverno.

Ciò dipende dal fatto che lo strumento per il piano fisico – il sistema nervoso – registra le oscillazioni dei cambiamenti di stagione: interiormente più indipendente dal complesso dell’organismo, tuttavia oscilla con esso più di quello che di solito non faccia. E’ importante in tale caso rafforzare l’attività sovrasensibile del pensiero, così che le oscillazioni non afferrino l’anima, non suscitino stati d’animo.

Una trasformazione però del corpo fisico, che può assumere aspetti seri, è che generalmente si comincia a sentire il corpo fisico più di prima: diventa più sensibile, più difficile a sopportare, per l’esistenza dell’anima.

Il midollo spinale ed il cervello divengono sempre più indipendenti l’uno dall’altro. Le parti interne del cervello diventano più indipendenti rispetto a quelle periferiche, mentre queste ultime, nella vita normale collaborano con le parti interne.

Tale dipendenza si manifesta nel fatto che per il discepolo il pensiero astratto diventa sempre meno possibile, sempre più difficile, sino ad incontrare nel cervello un’opposizione. Ma tale opposizione, che si esprime come una impossibilità all’astrattezza, è l’inizio di una presenza dello spirito.

La logica del discorso non è che la chiarezza della limitazione dello spirito. Il regno dello spirito è oltre ogni discorso. Ma ciò che può articolarsi nel discorso va riconosciuto come ciò che in primis va liberato dalla discorsività.

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Il cervello dell’uomo, direttamente, ha pochissimo a che fare con ciò che è l’azione solare sulla Terra: indirettamente ha a che fare  come organo di percezione, in quanto per esempio, percepisce luce e colori, ma ciò appunto è mera percezione sensoria, ossia dato che per valere, esige il fluire dell’immediata luce del pensiero.

Il Sole, in realtà, vive nel cuore umano: ciò che è nel cosmo, oltre il Sole, vive nella struttura del cervello umano. Occorre osservare che qui si parla di cervello, non di pensiero: di struttura interiore del cervello e non del rappresentare che si svolge per mezzo di esso. In effetto il cervello è in rapporto con ciò che il Sole opera sulla Terra soltanto per mezzo della percezione sensibile.

Il cervello in realtà è immerso in una vita interiore cosmica così profonda che persino il Sole è un ente troppo limitante perché della sua azione qualcosa possa svolgersi nel cervello.

Quando l’uomo nella meditazione è dedito ad immaginazioni, si svolgono nel suo cervello processi che niente hanno ha che fare con il sistema solare ma corrispondono a processi al di fuori di tale sistema. E’ il remoto mondo dello Zodiaco.

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Nella meditazione profonda, peculiare è l’effetto dell’eliminazione dell’udito. Per questo occorre arrivare a tale astrazione che anche se vi è qualcosa di audibile nelle vicinanze non si ode.

Occorre imparare ad astrarsi volitivamente da quanto è udibile.

Il corpo fisico è il corpo dello spazio, il corpo eterico è il corpo del tempo.

Se il discepolo vuol condurre il corpo eterico ad animazione e liberazione, così come prima ha dovuto “sopprimere” la percezione dei sensi, deve gradualmente eliminare anche il pensiero ordinario, naturalmente in quanto lo possegga: egli deve eliminare il pensiero astratto e passare a poco a poco al pensiero concreto, essenziale, vivente.

Egli deve passare dal “pensiero” al “pensare”, indi lasciar cadere anche questo. Egli tende a presentare al mondo spirituale la coscienza vuota: perciò lascia cadere i pensieri, sente come il pensare che vive in lui svanisca, e dilegui, per così dire, ciò che con i propri sforzi egli ha finora suscitato, come suo pensare: in compenso egli si sente meravigliosamente animato da pensieri che affluiscono in lui da mondi sconosciuti, che sono là per lui. E’ una fase di transizione della vita dell’anima che si può caratterizzare così:

L’uomo cessa di essere intelligente e comincia a diventare saggio. L’intelligenza che si elabora interiormente, per mezzo del giudizio, della sagacia, che è un bene terreno, svanisce. Si arriva soprattutto all’atteggiamento interiore di non tenerlo in gran pregio: perché si sente gradatamente risplendere in noi una saggezza donataci dagli Dei.

Di fronte a questa saggezza l’uomo diventa sempre più modesto. Si può essere superbi soltanto della intelligenza umana o della sagacia egoicamente elaborata; ma dinanzi a questa saggezza donata dagli Dei, si sente gradualmente come affluisca nel corpo eterico, riempiendolo: tanto più quanto più si sia capaci di attuarne la possente impersonalità.

Si sente andar via la vita, ci si sente nuotar via con la corrente del tempo. La corrente della saggezza è tale che ci muove incontro: mentre noi in sostanza scorriamo, per così dire, con l’ordinario scorrere del tempo, essa si riversa in noi come una corrente opposta, e si sente tuttavia questo riverberarsi in noi come una forza tessuta di tempo. Essa penetra nella testa e si riversa nel corpo, accolta in noi.

Allora non ci si sente più nello spazio: si conosce l’eterico come un essere di tempo: si impara ad incontrare Entità spirituali che ci muovono incontro come dall’altra parte del mondo, dall’avvenire, e ci donano saggezza.

Ci si prepara ad accogliere tale saggezza, sviluppando il giusto atteggiamento riguardo all’avvenire: serenità di fronte a quel che esso ci reca e perciò dinnanzi ad ogni nuova esperienza. Ciò non è possibile se si muove incontro alle esperienze con antipatia o simpatia, se non si ama il proprio Karma, o non si sia in accordo con esso.

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L’intelligenza umana ha un valore relativo, sebbene sul piano fisico la si debba portare con noi per quanto più è possibile, quando si intenda percorrere la via ai mondi superiori. Se si vogliono acquisire sensi superiori sani, occorre prendere le mosse da una sana facoltà di giudizio; ma questa deve trasformarsi, per la contemplazione superiore, in facoltà di visione.

Ciò che è sorto prima dal nostro giudizio e dalla nostra conoscenza viene da noi stessi: ciò che viene dopo è come affluito in noi, ci è venuto incontro, ci è stato concesso. L’intelligenza deve cedere alla saggezza, che fluisce per virtù di dedizione alla corrente che ci muove incontro dall’avvenire. Si edifica la coscienza nel sentire sempre più: “Non io suscito i pensieri ma i pensieri pensano se stessi in me”.

Ma tale forza sarà sempre impedita dalla retorica spirituale, dal discorso spirituale in cui si immette la propria persona e la propria necessità di esprimersi per valere. Occorre aver cara la rettitudine nel sapere e nel conoscere, come nel parlare dello spirito: che non è il discorso forbito e logico, non è la dialettica, né la tensione oratoria, né lo sforzo egoico della espressione. Ogni volta che si tenda a persuadere altri, si fa violenza alla sua libertà; ogni volta che si creda di far passare lo spirito nel proprio discorso, per il discorso, si abbassa il livello dello spirito: vengono perdute le forze.

(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 1° parte )

 Mas

L’azione dei R+C inizia tramite l’iniziato che seguendo la scuola esoterica di Paolo, in Atene, sotto il nome di Dionigi Areopagita, istituisce una dottrina introduttiva ai nuovi Misteri.

Nei tempi moderni  la via dei R+C si differenzia di ogni altra perché può valere unicamente grazie all’atto del pensiero libero dell’individuo autocosciente. Essa può essere seguita da ognuno, quale che sia la sua fede e le sue condizioni di vita.

Tale via si differenzia sostanzialmente dalla Gnosi tradizionale, ma ne possiede il contenuto perenne, dandogli il senso a cui esso tende nei nuovi tempi, come al suo compimento.

Nella “via cristiana” il discepolo deve avere la forza di far vivere nell’anima ogni giorno, per mesi, per anni, i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni.

Qualunque evento avverso tenti di annichilire la sua anima, egli non si piega, grazie a forze che riesce ad accogliere mediante il sentimento. Per i R+C tali forze si esprimono mediante idee e immagini volitivamente destate. Ogni momento dell’ascesi cristiana può essere rivissuto dal R+C mediante attività ideale e contemplazione immaginativa.

Come è noto a chi medita secondo la Scienza dello Spirito, uno dei gradi della via cristiana è la Crocifissione. Il discepolo deve abituarsi a portare nel mondo il proprio corpo come si porterebbe un oggetto estraneo (es: una tavola). Il suo corpo deve divenirgli estraneo: egli deve portarlo fuori di casa e riportarlo, come un oggetto.

Nel grado ulteriore – “la morte mistica” – l’iniziato dice: “Io appartengo al mondo intero”: egli realizza un rapporto col mondo, analogo a quello del dito con la mano. Si sente inserito nel mondo che lo circonda, come se appartenesse ad esso.

Tenebre e dolore, male e sciagure divengono ora l’esperienza che egli accetta, perché sa che lo Spirito soffre nella trama della Terra. E’ la discesa negli Inferi per ripercorrere il percorso dello Spirito nella Terra. Allora il velario si squarcia ed egli vede.

Il grado successivo è la Sepoltura e la Resurrezione. L’iniziato è potuto giungere a tale maturità da dire: “ Io mi sono già abituato a considerare estraneo a me il corpo, ma ora considero tutte le forme e le cose del mondo a me così inerenti come il mio proprio corpo, il quale pure è stato formato da questi stessi materiali. Ogni fiore, ogni sasso, ogni cosa è così inerente a me come il mio corpo”.

Allora l’uomo “viene sepolto” nel terrestre. Necessariamente questo VI grado viene congiunto ad una nuova vita, per il fatto viene a sentirsi uno con lo spirito profondo del pianeta, con l’essere del Cristo: di Colui che già disse: “Chi mangia il il mio pane mi calca coi piedi!”.

La via R+C si differenzia da quella iniziatica “cristiana” non per il contenuto ma per il metodo.

Questo si fonda sull’animazione del pensare puro. Nessuno può vedere un circolo perfetto nella realtà. Come idea, invece, lo si può contemplare. In tal senso il metodo R+C porta all’essenziale rapporto dell’Io con il Cristo.

Nella disciplina R+C è eliminata la dipendenza del discepolo dal maestro. Questi non la esige, non ne ha bisogno. Mentre mediante libera intuizione il discepolo può riconoscere il maestro e alimentare in sé la fiducia e la devozione come virtù di rapporto e di trasmutazione.

Il discepolo deve abituarsi a quella forma di pensiero che fa derivare un pensiero dall’altro, secondo relazione pura. All’immaginare secondo contenuto sovrasensibile egli può giungere anche mediante determinate elevazioni dell’immaginazione.

Egli si educa a vedere dietro ogni forma lo spirito della Terra. Il pensiero puro e la libera immaginazione sono per il discepolo del Graal l’identico movimento. Così a lui viene insegnato:

Guarda il calice del fiore che accoglie il raggio solare: questo ridesta le pure forze riproduttive, sopite nella pianta. Perciò il raggio solare viene chiamato la sacra lancia d’amore. Ora guarda l’uomo: egli è più elevato della pianta, ha in sé gli stessi organi, però egli porta compenetrato da desideri e appetiti impuri ciò che la pianta ha in sé completamente puro e casto”.

Lo sviluppo futuro dell’evoluzione consisterà in ciò: l’uomo, avendo penetrato la vita dei sensi, avendo ritrovato lo spirituale nel sensibile, restaura la castità: egli riprodurrà mediante un nuovo organo – che sarà il il suo trasmutato organo di generazione – il suo proprio simile: egli genererà mediante la parola.

L’organo di riproduzione diverrà casto, libero da stimoli e appetiti, come il calice del fiore che in purità si volge alla “santa lancia d’amore”. Così l’uomo si rivolgerà allo spirituale raggio della sapienza e questo lo renderà atto alla procreazione di una nuova generazione dello spirito. L’organo di riproduzione sarà un giorno la laringe trasformata.

Il discepolo R+C viene rivolto a considerare questo: “La pianta, nonostante la sua minore elevatezza evolutiva, ha questo casto calice. L’uomo l’ha perduto. Egli evolvendo si è degradato sino agli appetiti più impuri”.

Dal raggio solare spiritualizzato egli dovrà farlo risorgere; deve sviluppare nella castità quanto, in tali condizioni, è opera del San Graal dell’avvenire. Da prima viene resa pura la funzione della natura: ciò prepara la sua trasmutazione avvenire.

Così facendo l’iniziato mira in alto al Grande Ideale (Pietra filosofale). Quanto l’intera umanità raggiunge con lenta evoluzione, l’iniziato deve vivere in sé molto prima, per aprire il varco.

Lapis philosophicus: come la pianta si costruisca l’organismo col carbonio, si osserva nel carbon fossile che è il cadavere della pianta. Il cadavere dell’uomo è calcare: infatti egli è con l’anima legato alla mineralità, onde la mineralità appare visibile. Grazie al ritmizzato e interiorizzato processo del respiro, l’uomo formerà in sé l’organo atto alla emanazione dell’ossigeno: egli diverrà in tutto il suo essere come la pianta (cfr. la meditazione della Rosacroce). Egli tratterrà in sé il carbonio, costruendosi con questo il proprio organismo, onde il corpo sarà sempre più simile a quello della pianta: allora esso può incontrare il “santo strale d’amore” (“Io sono” attuato).

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Un grado della via R+C è la visione delle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo.

Quanto oggi si trova nell’organismo fisico dell’uomo, è andato gradatamente sorgendo da fuori di lui. Per es. le ghiandole, nella fase solare della Terra, crescevano fuori di lui come oggi, per esempio, i funghi. Quanto oggi è racchiuso entro la pelle, nel corpo umano, un tempo era fuori.

Così ogni arto – fisico, eterico, astrale – si trovava fuori dell’Io che perciò armonicamente li rapportava a sé e li permeava.

L’anima, come “Io sono” era immersa in seno alla divinità.

Tale era la divinità essenziale, o la perfezione originaria dell’Io.

Per intendere come una parte del macrocosmo si andò intensificando e restringendo sino a farsi struttura organica dell’essere dell’uomo, occorre meditare sul punto interiore-corporeo che nel tempo suggella tale processo come recludersi del divino nell’umano.

Occorre riferirsi alla parte interiore della fronte, la radice del naso: questo punto dà a conoscere come un quid di preciso che era “fuori” dell’uomo, è ora “dentro” di lui.

Se mediante la meditazione si penetra in quest’organo, internandovisi profondamente con la coscienza (ciò implica ben più che un semplice concentrarsi in tale punto), allora si comincia a conoscere la parte dell’universo invisibile che gli corrisponde. Così è per la laringe, per il cuore ecc. Ciò non è un mero concentrarsi in sé stessi: questo non approderà a nulla, anzi pregiudicherà l’esperienza.

Per la preparazione della Pietra Filosofale: il carbonio ne è il simbolo esteriore. Solo allora esso diverrà Pietra Filosofale: quando l’uomo saprà produrlo da sé col suo acquietato processo di respirazione. L’istruzione a ciò è segreta. Se la si rendesse pubblica, gli uomini nel loro egoismo, si servirebbero di questo alto mistero per soddisfare le loro brame interiori.

(continua)

Appunti e pensieri da R. Steiner. - Massimo Scaligero

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