GABRIELE D’ANNUNZIO

Un piccolo aneddoto della vita di Gabriele D'Annunzio e lo smascheramento di una menzogna

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Le mie delinquenziali simpatie nei confronti del Vate-Soldato sono ormai note al colto e all’inclita, e in maniera alquanto divertita prendo conoscenza dei malumori che suscita questa mia propensione per lui. Ma siccome il Cielo possiede, oltre che lungimirante spregiudicatezza, anche un curioso senso dell’umorismo, non si perita di inviare ad un malinquente lupaccio come me uno di quegli Angeli maliziosi e stravaganti, che disvelano le verità più «scomode» per coloro che vivono di menzogne, di affabulazioni, di abilmente mascherate finzioni  e disinformazioni.

Da molto tempo, vi è tutt’una cerchia politico-esoterica – pessima accoppiata quella dell’esoterismo prestato alla politica, e quella della politica, che inquina e asserve l’esoterismo – di stampo evoliano-kremmerziano, la quale cerca di «infeudare» la Scienza dello Spirito donata da Rudolf Steiner e la Via del Pensiero, alla quale Massimo Scaligero aveva votato la vita. Per di più, nel minestrone-macedonia evolian-kremmerziano-antroposofico – un «fricandò con le cipolle» lo avrebbe definito il mio amico L., un «fritto misto di totani, calamari e gamberi» lo definirebbe il mio fratellaccio d’armi C. – ci mettono pure abbondanti dosi di cattolicesimo del più sentimentale, e una qual certa deferente «tenerezza» nei confronti della nota Potenza Straniera d’Oltretevere. Senza molti infingimenti costoro affermano oralmente e per iscritto che la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e la Via del Pensiero di Massimo Scaligero, sono una ottima introduzione al tantrico «Yoga della Potenza» di Julius Evola e alla sedicente «alchimia trasmutatoria» a base di stravaganti «omelettes» e «coctails» dai discutibili sapore e fattura, proposta da Giuliano Kremmerz.

In particolare, questi gaglioffi – autentici pendagli da forca – stanno riscrivendo all’indietro la storia dell’esoterismo italiano del trascorso secolo. In cotale poco nobile intrapresa di falsificazione della memoria storica, questi signori (si fa per dire…) si sono occupati del «Gruppo di UR», facendo addirittura un gruppo di tal nome su «Yahoo!». In tale riscrittura si fa le viste di «svelare» gli eteronimi, o gli ieronimi, dei vari componenti del Gruppo di UR. In molti casi, costoro mentono per la gola, in qualche caso hanno preso per veri taluni fraintendimenti di alcuni autori.

 Per esempio, Renato Del Ponte, evoliano e per decenni direttore della rivista «Arthos», persona onesta e limpida, indipendentemente dalle convinzioni «tradizionaliste» non condivisibili, scrisse in una sua rievocazione storica che ad «Arvo» corrispondeva il duca Giovanni Colonna di Cesarò, mentre è dimostrato che sotto tale pseudonimo si celava proprio Julius Evola, come si deduce abbondantemente dagli articoli inneggianti al «Neugeist» e alle sue «pratiche» allora in voga in Germania, e che mai il duca Colonna di Cesarò avrebbe potuto condividere. Del resto alcuni articoli di Evola con la firma di «Arvo» apparvero nell’edizione di «Introduzione alla Magia», edita dalla benemerita casa editrice Fratelli Bocca nel 1955, quando il duca era morto ormai da una quindicina di anni. Che «Arvo» in UR fosse Evola, era noto e reso pubblico sin dagli anni trenta da Mario Fille e Cesare Accomanni su «Asia Mysteriosa». Il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della Baronessa Emmelina de Renzis, si firmò «Krur» in UR, e cambiò il suo eteronimo in «Breno», quando KRUR nel 1929 divenne il nome della rivista, dopo la rottura tra Evola e i pitagorici Arturo Reghini e Giulio Parise. Il fraintendimento in buonafede è stato poi riportato il libri e riviste, e immortalato persino su Wikipedia, ove non vengono praticati rigorosi controlli sulla veridicità dei contenuti pubblicati.

Fraintendimenti in buona fede a parte, non possiamo tacere l’opera di falsificazione affabulante di quei figuri che sulla rete telematica affermano,  con una faccia tosta degna di un venditore di macchine usate scassate, un po’ tirando a indovinare e molto mistificando,  e pretendono di «rivelare» che per esempio un membro del Gruppo di UR, che in una monografia del 1927 si firma «Alba», sarebbe – a loro dire – la Principessa Elika d’Antuni del Drago, che già nel 1909 aveva accolto Rudolf Steiner a Roma a Palazzo Del Drago, ove tenne una serie di conferenze. Cotali gaglioffi fanno una serie di temerarie affermazioni, mettendo su un’operazione che Elleni e Romani – riferendosi alla falsa ostentazione di una spiritualità misterica – chiamavano «mistificazione».

Infatti, questi avventurieri dell’occulto – moralmente degni di quei gentiluomini di mare che gli ufficiali di Marina di S.M. Britannica erano un tempo usi impiccare all’albero di trinchetto come pirati – in una monografia apparsa in uno dei gruppi, facenti capo al motore di ricerca di «Yahoo!», dopo averci «comunicato» che Rudolf Steiner, dopo aver fondato la Seconda Classe della sua Scuola Esoterica col nome di «Mystica Aeterna» avrebbe – a loro dire – inutilmente chiesto a Theodor Reuss i cosiddetti «Arcana Arcanorum» del Rito di Misraim, che Reuss non avrebbe posseduto. Allora Steiner – sempre a loro dire – si sarebbe rivolto a Franz Hartmann, il quale lo avrebbe indirizzato all’Italia, essendo «l’Italia la fonte agognata dell’insegnamento». Chi fa una tale «misteriosofica comunicazione» sa di mentire per la gola, perché è noto che i rapporti tra il Dottore e Franz Hartmann furono sempre pessimi, e ciò sin dagli anni ottanta dell’Ottocento, quando già nel suo periodo viennese scrisse parole severe nei suoi confronti. E fin dal periodo nel quale Steiner era stato chiamato alla Presidenza della Società Teosofica in Germania, lo Hartmann operava attraverso Hugo Vollrath a costituire un gruppo teosofico a lui ostile a Lipsia.

 Nel proseguo, i nostri intraprendenti pirati dell’occulto sfrontatamente  affermano che: «Nel medesimo periodo, tramite Franz Hartmann, Steiner ebbe il suo contatto con l’Ordine Egizio, nella persona di Elika del Drago, principessa d’Antuni, e venne in Italia ripetutamente negli anni 1909, 1910, 1911 e 1912, per ricevere dai delegati dell’Ordine Egizio, le effettive pratiche, inerenti ai gradi 87, 88, 89 e 90 del Misraim. Di Elika del Drago, UR (1927) pubblicò l’insegnamento «De Naturae Sensu», sotto lo pseudonimo di Alba, giacché ella rappresentò veramente l’alba dell’antroposofia in Italia». Buum!!!

Si tratta di una palese e dimostrabile menzogna. Rudolf Steiner non aveva certo bisogno di venire in Italia per conoscere la principessa Elika d’Antuni del Drago nel 1909, perché la conosceva perlomeno dal 1907, quando ella partecipò alla rappresentazione del dramma di Schuré «I Figli di Lucifero», che fu messo in scena a Monaco. Vi è anche una lettera dello Schuré, inviata da Barr in Alsazia il 9 settembre 1907, nella quale il drammaturgo alsaziano scrive: « Sulla cartolina postale che vi ho inviato da Monaco, ringraziandovi della vostra, credo di avervi trascritto le parole della Principessa d’Antuni del Drago, mia vicina alla  rappresentazione:

«Sono sconvolta. Non li avrei creduti capaci di ciò». Anch’io sono rimasto sconvolto. Perché ero giunto con le più grandi apprensioni e come l’incredulo Tommaso. Dalla seconda giornata di replica al teatro ero rassicurato. Ho dato alcune indicazioni, espresso alcuni desideri per certi dettagli ai quali ci si è conformati il più possibile. Ma ho avuto molto più da imparare che da criticare. Perché Steiner si è rivelato un professore di dizione, uno scenografo di prim’ordine, un costumista, un tecnico geniale, che stupisce gli operatori con le sue conoscenze meccaniche (per esempio nella sistemazione della stella di Lucifero che appare e brilla in diversi modi in parecchi momenti del dramma). Ciò che era ammirevole e che ha notato anche la Principessa d’Antuni, con il suo gusto greco-latino, è l’armonia generale, il carattere religioso e sacro che egli ha saputo imprimere al tutto».

Mentre in un’altra lettera del 17 marzo 1909, inviata all’indologo Angelo de Gubernatis, così scrive:

« Tra il 24 marzo e il 3 aprile il dottor Rudolf Steiner terrà presso la Principessa Antuni del Drago  (Palazzo del Drago, alle Quattro Fontane) una serie di conferenze esoteriche sulla teosofia cristiana come egli la intende. La sua collaboratrice e organizzatrice, signorina von Sivers, mi ha pregato di indicare alla principessa un certo numero di persone interessate a questi argomenti. Siccome voi conoscete il tedesco e vi chiamate Angelo de Gubernatis, vi ho messo in cima alla lista».

Si trattava delle prime conferenze che il Dottore tenne a Roma, nelle quali incontrò pure Giovanni Colazza. Steiner a Roma fu il Maestro e la principessa Elika del Drago la discepola, non viceversa come affermano velenosamente gl’infidi kremmerziani.

Da decenni sono un appassionato ricercatore della figura della benemerita principessa. Nelle mie ricerche, condotte con l’ostinazione di un lupaccio affamato, ho avuto modo investigarne la biografia, anche attraverso amici della sua famiglia. Per cui – mi piace essere preciso nelle affermazioni in proposito – posso tranquillamente affermare che la nostra nobile discepola del Dottore si chiamava – è giusto riportarne i titoli – Donna Elika Spada Veralli dei Principi Potenziani, nata a Bologna il 7 ottobre 1874, e fu la seconda sposa di  Don Ferdinando Maria Cristina Urbano Filippo Giovanni, Marchese di Riofreddo e Principe del Drago, nato a Roma il 21 febbraio 1857 e morto, sempre a Roma il 2 Maggio 1906. E qui s’inserisce l’aneddoto dannuziano del quale è cenno nel titolo dell’articolo. Dalla testimonianza di Giuseppe Tavanti risulta che:

«Gabriele D’Annunzio venne a Montecatini accompagnato da Angelica Spada Veralli, da poco vedova. Montecatini Terme ha reso omaggio a Gabriele D’Annunzio con un concerto monografico dedicato alle sue liriche che furono messe in musica dal conterraneo Francesco Paolo Tosti. D’Annunzio fu ospite illustre delle Terme: il poeta vate venne a Montecatini portando con sé tutto il fascino raffinato e decadente che accompagnava la sua figura di letterato, insieme al clamore scandalistico che suscitò la sua vita privata. Già annunciato nell’estate del 1901, il poeta giunse sicuramente alle Terme il 21 Luglio 1906, come attesta la firma sul libro d’onore del Grand Hotel & La Pace. Con lui venne la Principessa del Drago, ossia Angelica (più confidenzialmente Elika) Spada Veralli dei principi Potenziani, sposata con Ferdinando dei principi del Drago e marchese di Rioffredo».

Ulteriori ricerche mi fecero constatare che la nostra principessa, discepola fedele di Rudolf Steiner, della quale possiedo un autografo dedicato alla baronessa de Renzis, risulta esser deceduta il 18 ottobre 1919. Quindi non può aver partecipato al Gruppo di UR, né tampoco aver scritto nel 1927 l’articolo «De Naturae sensu» sotto l’eteronimo di «Alba». Del resto mi risulta che nessuna donna scrisse nelle monografie del Gruppo di UR, infatti neppure la principessa Ersilia Caetani Lovatelli si nasconde sotto l’eteronimo di «Ekatlos, come affermato dai mistificanti kremmerziani e poi ingenuamente riportato da altri.

Chi dunque era l’«Alba», autore del suddetto articolo, che non era antroposofo? Pur conoscendolo, non voglio rivelarne il nome, sia perché non voglio fornire ai pirateschi scarrafoni dell’italiota occultismo fognardo una notizia ch’essi poi sfrutterebbero sporcandola, sia perché mi è stato insegnato esser cosa buona che «i demoni della curiosità devono essere fatti morire di fame».

Ci sarà modo di ritornare sulla speculazione falsificatrice in opera ai danni del Gruppo di UR, dei nomi di Rudolf Steiner, di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero. Gli amici dovrebbero guardarsi dal bersi come verità quanto su un social forum come Facebook circola sotto i più disparati nomi sedicenti antroposofici scientifico spirituali, ove viene spacciato l’immangiabile minestrone catto-evolian-antropo-kremmerziano, proposto da personaggi che sono patenti provocatori, dediti alla mala arte della falsificazione e della mistificazione.

Dispiace infine leggere su «Antroforum» un articolo intitolato «Come sviluppare l’immaginazione. Uno scritto di Elika del Drago?», a firma di P. C., ove è detto:

« Secondo alcuni, la principessa Elika del Drago, partecipò al gruppo di UR, con lo pseudonimo Alba. Ur nel 1927 pubblicò postumo il saggio “De Naturae Sensu”, che credo di aver trovato in internet, e che mi ha colpito parecchio nel suo complesso. Si intravede come nasce la facoltà immaginativa, grazie all’osservazione della natura e alla relativa risposta interiore. Moltissimi spunti di riflessione di cose che ci accadono speso nella vita, ma che se non coltivate, vanno nel dimenticatoio.

Poiché l’ho trovato su un sito kremmerziano, in cui erano state evidenziate le parole Rito e Fuoco nel finale, come per evidenziare, un particolare rito del fuoco conosciuto in quell’ambiente, volevo chiedere se questa evidenziazione, secondo voi, è stata un’aggiunta postuma. Qualora fosse così, secondo voi a quale rito, la principessa ha fatto riferimento? Potrebbe essere quello della concentrazione o meditazione quotidiana?».

Conoscendo quanto sia inquinata la fonte kremmerziana, colpevole della suddescritta mistificazione, forse sarebbe d’uopo consigliare l’autore del suddetto articolo di essere alquanto più prudente nel proporre esercizi che hanno come scopo lo sviluppo non della «immaginazione creatrice» della Via rosicruciana, bensì della «percezione magica» di una Scuola occulta che non è quella di Rudolf Steiner. E parimenti dovrebbe essere più diligente e rigoroso nella verifica delle fonti, per non diffondere involontariamente notizie che sono vere e proprie menzogne. Come si dice amici avvisati…

 

 

GABRIELE D'ANNUNZIO, POESIA

D'ANNUNZIO E IL CORAGGIO DELLA VERITA'

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Omnia vincit Veritas.

Siccome ho una delinquenziale simpatia per Gabriele D’Annunzio – e anche solidarietà perché, sapete com’è, tra lupacci cattivissimi e incalliti malinquenti ci si vuole un gran bene… – e siccome non credo che si debba dar credito alle molte calunnie, alle tante diffamazioni, che il mito «virtuista» (come lo chiamavano Arturo Reghini e Vilfredo Pareto) e l’azione distruttiva ed omnicorruttrice che la corrottissima Potenza Straniera d’Oltretevere con grande abbondanza per oltre diciassette secoli – davvero troppi – hanno generosamente profuso sulla nostra povera Italia caduta in mani tanto sciagurate, non mi devo preoccupare dei giudizi e dei pregiudizi dei piccoli uomini e dei macachi su di lui. Mi preoccupo, invece, e moltissimo, del fatto che nell’ambito della Comunità spirituale circolino, pensieri imperfetti e generici, molte deformazioni e talune inconsapevoli menzogne.

In questo campo, la buona fede non è sufficiente. Quando venni accolto, prima da Massimo Scaligero e poi da discepoli fedeli di Rudolf Steiner e di Marie Steiner del Lascito, nella Scuola Esoterica, presi molto sul serio l’esigenza dichiarata a chiarissime lettere dallo stesso Rudolf Steiner, ossia «l’impegno di fronte alla Potenza Sacra di Michele, non solo di dire quello che in buona fede crediamo essere la verità – questo impegno gli esseri umani lo assumono a fior di labbra con grande facilità e leggerezza – bensì di indagare il più profondamente possibile per verificare se sia veramente verità quello che crediamo essere verità. Perché menzogne o non verità, anche pronunciate in buona fede, agiscono in maniera distruttiva nel movimento spirituale».

Nelle pagine passate di questo sito, sono state pronunciate parole molto affrettate e superficiali sul Vate-Soldato, e sulle sue tendenze ed aspirazioni esoteriche. Nei suoi confronti sono state usate, con una certa leggerezza parole del Dottore – cosa che reputo impropria – e contro di lui sono stati usate espressioni guenoniane come «controiniziazione» o «pseudoiniziazione» a proposito di una sua appartenenza alla massoneria. Nesciunt de quo loquuntur.

Essendo – ancorché bene informato, per quanto possibile, in proposito – un lupaccio solitario, ed un orso dal pessimo carattere, evito – per incoercibile tendenza alla disobbedienza – d’intrupparmi in Obbedienze, massoniche o meno, nelle quali abbondano mediocrità, arrivismo e stupidità (ma ci sono anche – è giusto riconoscerlo – tante brave persone, come in ogni consorzio umano, e qualche raro sapiente), non spetta quindi a me la fatica e il fastidio della loro difesa: che se la sbrigassero loro, se la cosa a loro piace. Molto diverso è il discorso sul principio dell’Iniziazione, e delle forme rituali o non rituali della medesima.

Concetti guenoniani di «controiniziazione» o di «pseudoiniziazione», sarebbero – a mio modesto parere – da evitare, anzitutto perché in se stessi scorretti e fuorvianti, e soprattutto perché sono proprio i concetti che René Guénon adopera, in maniera ostile e denigratoria, nei confronti di Rudolf Steiner. E lo stesso vale per i concetti di «iniziazione virtuale» e di «iniziazione effettiva», che tante illusioni e speranze creano nell’anima degli sprovveduti. Affermare poi che «dal 1890 i rituali massonici siano obsoleti» è una grossa sciocchezza. Vuol dire non avere idea di che cosa sia un simbolo, né che cosa sia e come operi un rito. Manca, evidentemente, sia una adeguata conoscenza esoterica che una conoscenza semplicemente storica.

Come sarebbe da evitare, al fine di farsi un giudizio corretto e onesto, di attingere a fonti dedite alla sindrome complottarda compulsiva, a quelle personalità e a quei siti che, pur svolgendo un’attività di parossistica denuncia delle mene «mondialiste» o «globaliste» che dir si voglia, mostrano chiaramente che la loro plot-theory con i suoi toni sommessamente apocalittici è espressione, goffamente variata, del medesimo male che pretenderebbero denunciare: manipolazione delle coscienze, suscitamento di stati d’animo, poi facilmente manipolabili e strumentalizzabili per ben celate finalità politiche e confessionali. Viene da loro accuratamente evitata, invece, l’indicazione di quale sia la vera schiavitù, che asserve l’uomo attuale e che lo rende di conseguenza facile oggetto di ogni manipolazione e strumentalizzazione: il passivo stato della coscienza riflessa, legata alla mediazione univocamente sensoriale della percezione e cerebrale del pensare. Così come viene accuratamente evitata l’indicazione della Via della liberazione: l’Ascesi del Pensiero, capace di svincolare radicalmente attraverso la concentrazione l’atto pensante dalla mediazione cerebrale.

Quanto all’efficacia dei rituali massonici, posso riportare quel che mi disse in proposito Massimo Scaligero stesso. Egli mi riferì – e ritornò con me e con altri in varie occasioni sull’argomento – di una discussione ch’egli aveva avuto con Romolo Benvenuti ( che su queste cose, in effetti, conosceva e capiva il giusto), il quale negava per l’insipienza di molti massoni (e su questa aveva, invece, molta ragione) ogni efficacia ai rituali massonici. Massimo Scaligero obbiettò che Romolo Benvenuti errava, e che i rituali massonici agivano ex opere operato, ossia per la forza spirituale intrinseca del rito e non per la sapienza o la degnità dell’operante, e che di conseguenza, se l’ignoranza fosse sufficiente a paralizzarne l’efficacia, i riti delle Chiese delle varie confessioni sarebbero ugualmente tutti inefficaci, il che non è. Con un mio qual certo dispiacere per quel che riguarda una certa Chiesa. Addirittura, ad una personalità, che era giunta alla Scienza dello Spirito infarcita dei molti pregiudizi provenienti da un problematico passato politico – la politica, ogni politica, è una cosa sudicetta assai assai –  la quale gli chiedeva cosa egli pensasse della massoneria, Massimo Scaligero si limitò a dire che vi sono massoni buoni e massoni cattivi.

Ma, soprattutto, parole molto chiare le pronunziò Rudolf Steiner. Ebbi modo di parlarne varie volte nei miei molti colloqui con Hella Wiesberger (l’ultima volta l’ho vista il 29 agosto di quest’anno ed è, pur novantatreenne, sempre lucidissima), del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, e mia carissima amica. Per scrupolo di esattezza, riporto quel ch’ella scrive nel suo Rudolf Steiners esoterische Lehrtätigkeit. Wahrhaftigkeit, Kontinuität, Neugestaltung. Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1997, pp. 180-183:

«La messa in sonno della cerchia di lavoro in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale e la presa di posizione che ne scaturì rispetto alla frammassoneria.

Una causa che senza discriminazione di razze e di interessi doveva servire l’insieme dell’umanità passa dal bene al male allorché diviene la base della potenza per certi gruppi umani.
Tratto dalla prefazione fatta da Rudolf Steiner per l’opera di Karl Heise «Entente-Freimaurerei und der Weltkrieg», Basel 1919, ristampata in «Beiträge…» Nr.24/25, Pasqua 1969.

Nella descrizione che Rudolf Steiner dà nella sua Autobiografia circa l’istituzione cultica di conoscenza, si può leggere che questa fu «messa in sonno», a partire dallo scoppio della guerra 1914/18. E ciò, benché non si trattasse di una società segreta, per il fatto che essa sarebbe stata ugualmente considerata come tale. Nel suo articolo «Rudolf Steiner era un frammassone?», Marie Steiner riferisce che egli aveva allora deciso che l’istituzione sarebbe stata disciolta. Come segno di ciò egli strappò il documento – da non confondere questo con il «Contratto e accordo fraterno» riprodotto in GA 265 – che la concerneva. Indubbiamente, egli agì in questa maniera, perché dall’inizio della guerra ci si poteva rendere chiaramente conto che attraverso l’intervento di certe società segrete occidentali, la frammassoneria era stata deviata e messa al servizio dell’ «egoismo di certi popoli», mentre in origine essa difendeva «una causa buona e necessaria» ed era al servizio dell’intera umanità.

Egli considerava che questo abuso a profitto di finalità politiche particolari era ugualmente responsabile dell’evoluzione catastrofica che fu provocata dalla guerra del 1914, e lo condannava fermamente. Nel corso di conferenze fatte durante gli anni del conflitto dal 1914 al 1918, questo tema – cfr. la serie di sette volumi di «Storia cosmica e umana» – viene abbondantemente trattato. Egli ci teneva molto a che si formi un’opinione sui retroscena occulti che sono all’origine della guerra. Egli ci teneva anzitutto a che si potesse sapere chiaramente a chi incombeva la responsabilità di quel conflitto. È per questo motivo che in risposta ad una richiesta, egli redasse una prefazione per il libro di Karl Heise sulla frammassoneria. Che quest’opera fosse poi buona o cattiva non entra qui in discussione. Essa aveva perlomeno il merito di essere la prima a divulgare alcuni documenti confermanti le tendenze evocate da Rudolf Steiner.

La severa condanna delle speciali tendenze politiche di certe società segrete occidentali, non aveva affatto di mira la causa massonica in quanto tale. Ciò venne confermò per esempio per il fatto che poco tempo dopo la fine delle ostilità, Rudolf Steiner consigliò ad un membro della «sua istituzione simbolica cultica messa in sonno» di sollecitare la sua ammissione in seno alla massoneria. Ciò risulta dalla sua lettera a Rudolf Steiner, che porta la data del 25.02.1919 ove si può leggere: «ho seguito il Suo consiglio e il 13 febbraio sono stato iniziato come membro dell’Ordine dei frammassoni. Sono entrato nella Federazione della Gran Loggia Madre degli Stati Prussiani, detta «Ai Tre Globi», affiliato alla Loggia di S. Giovanni «Alla Roccia sul Mare», la stessa della quale fanno parte i nostri amici A.W. Sellin, Kurt Walther, così come Hackländer di Wandsbeck. Spero che mi sarà possibile di risvegliare a poco a poco in quella cerchia un certo interesse per l’occultismo di orientamento antroposofico e di coltivarvelo. È sotto questo aspetto che ho fatto il mio passo. Speriamo che la ripresa delle riunioni nella nostra comunità occulta sarà presto possibile». (Johannes Geyer, allora pastore ad Amburgo, a partire dall’autunno del 1919 insegnante alla Scuola Waldorf di Stoccarda. Dal 1912 fece parte della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Secondo l’abbozzo della sua biografia, contenuto in «Der Lehrerkreis um Rudolf Steiner in der ersten Waldorfschule», Stuttgart 1977, egli avrebbe tenuto in cerchie massoniche numerose conferenze sulle origini spirituali del simbolismo massonico, viste dal punto di vista dell’Antroposofia, ottenendo per ciò pure alti riconoscimenti).

La tolleranza rispetto alla causa massonica si è manifestata una nuova volta nel 1923 in occasione della fondazione della società nazionale inglese. Venne allora sollevata la questione di sapere se il Segretario generale previsto per quel posto poteva essere confermato malgrado la sua appartenenza alla frammassoneria. Rudolf Steiner rispose nella maniera nella maniera seguente:

«Allorché venendo da un qualsiasi altro movimento – nel caso attuale la frammassoneria – si desidera entrare nel movimento antroposofico, ho detto sempre questo: non si tratta veramente di sapere che cosa uno sia in un altro movimento; allorché egli vuole entrare nel movimento antroposofico, la sola cosa che conta è quella di essere un buon antroposofo. Non si tratta veramente di sapere se egli appartiene ad una corporazione di calzolai o di fabbri. Non faccio paragoni, parlo soltanto del principio: il fatto di appartenere ad una tale corporazione non deve nuocere in nulla alle sue qualità di antroposofo. Il fatto di essere un buon antroposofo è la sola cosa che conta per il movimento antroposofico. Che il postulante sia per il resto un buon, un mediocre o un cattivo massone non riguarda affatto la Società Antroposofica. […] Sarebbe un giudizio irragionevole di voler far dipendere il valore di un antroposofo dal fatto ch’egli sia membro o meno della massoneria.

Già nel passato ho detto che un certo numero di membri tra i più vecchi e tra i più preziosi sono frammassoni. Io non posso immaginarmi in che cosa una qualsiasi forma di massoneria potrebbe costituire ostacolo all’appartenenza alla Società Antroposofica. Non mi riesce affatto pensarvi. Io trovo che la Società Antroposofica voglia essa stessa essere qualcosa. Essa non sarebbe feconda nel mondo s’ella non fosse capace – permettetemi di esprimermi così – di agire in maniera positiva a partire dalla propria semenza. Ciò che conta, è che essa agisca in maniera positiva. Poco importa come ciò si presenti quando la si paragona a questo o a quel dato. Quando compro un vestito, l’essenziale è che corrisponda al mio gusto, che corrisponda alla mia intenzione. Poco importa che mi si dica : questo vestito non assomiglia a quello portato dalla tale persona. Non si tratta di indossare il vestito dell’altro, bensì il proprio. Quando si diviene antroposofo non si indossa il vestito della massoneria. In fondo è impossibile emettere un tale giudizio.

Ora dentro a tutto ciò si nasconde qualcos’altro. Scusate il mio franco parlare: non sono dell’opinione che i membri stimino sempre nel suo vero valore l’Antroposofia. Esiste nell’umanità attuale una tendenza a sovrastimare ciò che è più antico, ciò che fa maggior pubblicità, ciò che giuoca col misterioso, etc. Ciò che si presenta apertamente e con sincerità viene allora giudicato in rapporto all’agitazione e a ciò che ostenta una superiorità del resto alquanto indeterminata. Esiste una sorta di svalutazione del movimento antroposofico, quando di esso si dice che può venir leso dal fatto che il tale o tal altro membro proviene dal talaltro movimento. Il movimento antroposofico sarebbe ben debole se potesse intaccato da tali cose». Londra, 2.09.1923, GA259».

Un grande discepolo di Rudolf Steiner, del quale egli fa menzione nel XXXVI capitolo de «La mia vita», fu Herman Joachim, definito dal Dottore «uno dei più fedeli collaboratori del nostro movimento spirituale», era massone di grado elevato e Gran Segretario della Gran Loggia Nazionale Prussiana, e riferisce Marie Steiner che ai funerali di Joachim fu «l’unica volta che Rudolf Steiner partecipò ad una cerimonia massonica» (GA 265, p. 104). Nell’elogio funebre che il Dottore fece di lui, disse che era un grande antroposofo che: «era membro dell’Ordine Massonico ed aveva scrutato profondamente nell’essenza della Massoneria e nella natura delle associazioni massoniche». Mise in evidenza altresì come Herman Joachim fosse un profondo meditatore.

Si pensi a come il Duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina de Renzis, traduttore, come sua madre, di varie opere di Rudolf Steiner con l’eteronimo di «Saro Giadice», fosse un 33° grado del Rito Scozzese Antico Accettato dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, membro del Gruppo di UR, sulla cui rivista scriveva con gli eteronimi di Krur e di Breno, e non di Arvo (che era invece lo stesso Julius Evola, come rivelava apertamente già negli anni trenta in un suo libro il suo amico Cesare Accomanni della Confraternita dei Polari) come errando afferma l’evoliano Renato Del Ponte. Ciò nonostante, Giovanni Colonna di Cesarò partecipò al Convegno di Natale del 1923 di fondazione della Società Antroposofica Universale. Si pensi a come lo stesso Pietro Scabelloni – «adamantino e luminoso come un Patriarca Zen», lo definì suo nipote Massimo Scaligero – fosse anche lui un 33° grado dell’Obbedienza «Scozzese» di Piazza del Gesù, e come fosse, oltre che un raffinato umanista, un ardente spiritualista, un elevato esoterista ed una degnissima persona.

Lo stesso Massimo Scaligero disse – ero presente al colloquio – ad A.P., proveniente da un passato massonico, che, qualora lo avesse ritenuto necessario o utile, poteva continuare a frequentare la loggia dalla quale proveniva e che questo non ostacolava affatto il suo lavoro interiore nella Scienza dello Spirito. Ciò dimostrò la grande tolleranza e la grande apertura di cuore del nostro Maestro.

Quanto scritto in questo articolo non ha lo scopo – come detto più sopra – di difendere Obbedienze massoniche, delle quali proprio nulla mi cale, ma unicamente di difendere la verità, e di correggere una serie di rappresentazioni errate e talune «mitologie» sentimentali paraconfessionali, che abbondantemente circolano negli ambienti «scaligeropolitani», come li chiama il mio caro amico C. Per cui pregherei di non trarre conclusioni sbagliate da quanto ho qui scritto, anche se sono sicurissimo che imbecilli ed alcune fetentissime malelingue in pessima fede non mancheranno certamente di trarne.

Su questi argomenti e sulla figura del Vate-Soldato avremo modo di ritornare. Ma prima di terminare, vogliamo ricordare quello che diceva Platone:

Possiamo perdonare ad un bambino di avere paura del buio, ma non possiamo perdonare ad un adulto di avere paura della luce.

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Tesoro dei Poveri

era una volta, non so piú in quale terra, una coppia di poverelli.

Ed erano, questi due poverelli, cosí miseri, che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla.

Non avevano pane da mettere nella madia, né madia da mettervi pane. Non avevano casa per mettervi una madia, né campo per fabbricarvi una casa.

Se avessero posseduto un campo, anche grande quanto un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricarvi la casa. Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia. E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebbero potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola.

Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane, erano in verità assai tapini. Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza, quanto della casa. Del pane ne avevano abbastanza per elemosina; e qualche volta avevano anche un po’ di companàtico. Ma i poveretti avrebbero preferito di rimanere sempre a digiuno, e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco e ragionar placidamente dinanzi alla brace. Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza anche del mangiare, è posseder quattro mura per ricoverarsi. Senza le sue quattro mura, l’uomo è come una bestia errante.

E i due poverelli si sentivano piú miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale; triste soltanto per loro, poiché tutti gli altri in quella sera hanno il fuoco nel camino e le scarpe quasi affondate nella cenere. Come si lamentavano e tremavano, sulla via maestra, nella notte buia, s’imbatterono in un gatto che faceva un miagolío roco e dolce. Era, in verità, un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli su la pelle.

S’egli avesse avuto molti peli sulla sua pelle, certo la pelle sarebbe stata in condizioni migliori. Se la sua pelle fosse stata in condizioni migliori, certo non avrebbe aderito cosí strettamente alle ossa. E s’egli non avesse avuto la pelle aderente alle ossa, certo sarebbe stato forte abbastanza per pigliar topi e per non rimaner cosí magro. Ma, non avendo peli, ed avendo invece la pelle sulle ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello. I poverelli son buoni e s’aiutano fra loro.

I due nostri dunque raccolsero il gatto, e neppure pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di lardo che avevano avuto per elemosina.Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare dinanzi a loro e li condusse a una vecchia capanna abbandonata. C’eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di luna illuminò un istante, e poi sparve.

Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, innanzi al nero focolare che l’assenza del fuoco rendeva ancor piú nero. «Ah! – dissero – se avessimo appena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole!» Ma, ohimè! non c’era fuoco nel focolare, perché essi erano miseri; in verità, miseri assai.

D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino: due bei carboni gialli come l’oro. E il vecchio si fregò le mani in segno di gioia, dicendo alla sua donna: «Senti che buon caldo?» «Sento, sento!» rispose la vecchia. E distese le palme aperte innanzi al fuoco. “Soffiaci sopra – ella soggiunse. – La brace farà la fiamma”. “No – disse l’uomo – si consumerebbe troppo presto”. E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, perché si sentivan tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni accesi. I poverelli si contentan di poco e son piú felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell’intimo cuore, del bel dono di Gesú bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesú.

Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri ormai d’esser protetti dal bambino Gesú, poiché i due carboni brillavano sempre come due monete nuove, e non si consumavano mai.

E quando venne l’alba, i due poverelli, che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il povero gatto che li guardava coi suoi grandi occhi d’oro. Ed essi non ad altro fuoco s’erano scaldati, che al bagliore di quegli occhi.

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Gabriele D’Annunzio

(per gentile concessione de www.larchetipo.com)

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL VULTURE DEL SOLE (Poesia di G. D’Annunzio)

(Raggiungersi – Marina Sagramora)

*

S’io pensi o sogni, se tal volta io veda
quasi vampa tremar l’aria salina,
se nel silenzio oda piombar la pina
sorda, strider la ragia nella teda,

sonar sul loto la palustre auleda,
istrepire il falasco e la saggina,
subitamente del mio cor rapina
tu fai, di me che palpito fai preda,

o Gloria, o Gloria, vulture del Sole,
che su me ti precipiti e m’artigli
sin nel focace lito ove m’ascondo!

Levo la faccia, mentre il cor mi duole,
e pel rossore dè miei chiusi cigli
veggo del sangue mio splendere il mondo.

*

ARTE, GABRIELE D'ANNUNZIO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL D’ANNUNZIO INASPETTATO

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Se non ti aspetterai l’inaspettato, non giungerai alla Verità.
Eraclito

Ho raccontato, nel precedente articolo, come il destino mi fece incontrare il mio amico G., «asceta d’altra dottrina» e praticante un’antica Via, e come da questo incontro sia scaturito il mio interesse nei confronti di una personalità di rango spirituale come A., che aveva partecipato al Gruppo di UR – in precedenza aveva attivamente fatto parte della cerchia pitagorica che si riuniva attorno ad Arturo Reghini, alle riviste esoteriche di Atanòr del 1924 e Ignis del 1925 da questi dirette – e che per tutta la vita era stato un grande amico di Massimo Scaligero, arrivando a condividerne la scelta di dedicarsi alla Scienza dello Spirito e a seguirlo nella disciplina della concentrazione e della meditazione. Il mio amico G., da me incontrato quasi alla metà degli anni novanta, era una persona di profonda e vasta cultura, e di raffinata educazione. Non un selvaggio dagli inurbani e orsolupeschi modi, come il mio amico Attila e il sottoscritto.

Sia come sia, il mio amico G. mi si era profondamente affezionato ed usava nei miei confronti un’affabilità ed una generosità veramente regali. Credo che nei suoi ultimi anni della sua vita, un altro sapiente amico ed io fossimo gli unici veri amici che avesse. Per andarlo a trovare, ogni volta mi alzavo la mattina ad ore antelucane, mi sciroppavo svariate ore di treno, mi attraversavo talvolta a piedi una città – le mie finanze, che sono sempre state endemicamente e drammaticamente scarse, mi costringevano spesso a farmi la scarpinata – per venire accolto a braccia aperte in casa sua. Passavamo ore e ore a parlare di cose meravigliosissime, nelle quali il mio amico G. – con un metodo maieutico simile al Rinzai Zen – mi sollecitava e mi guidava a scoprire con le mie forze gli arcani della sapienza ermetica. Ogni volta che, come in un lampo, realizzavo un’intuizione, G. ne gioiva visibilmente, e a quel punto mi sollevava alquanti veli circa quelle segrete cose sulle quali, come dice Dante, «il tacere è bello».

Alla fine della mattinata, mi portava a ‘desinare’ – come dicono a Firenze – in ristoranti di lusso, ove egli era evidentemente ben conosciuto, e dove i maître di sala e i camerieri, per far piacere a lui trattavano come un principe me, che ero vestito come un pezzente e mi muovevo in quei luoghi come un selvaggio. A tavola, gustando vivande arcane e mirabili, continuavamo a parlare delle nostre cose mirabili ed arcane. Poi tornavamo a casa, dove annegandoci nel caffè e intossicandoci col fumo di sigarette lui e di sigari toscani io, proseguivamo le nostre ermetiche discorse. Nel tardo pomeriggio, infine, mi accompagnava a piedi alla stazione dove riprendevo il mio treno per tornare a casina, beatificandomi per tutto il viaggio di ritorno della rimembranza delle cose meravigliosissime vissute in una giornata così intensa e proficua. Cercando soprattutto di «fissare il volatile».

Le esperienze e le verità che con grande generosità mi donava, non me le regalava: mi guidava a conquistarmele con notevole sforzo, come nel disvelamento di un difficile koan nella pratica zen. E devo dire col suo «metodo», decisamente inusuale e apparentemente stravagante, il mio amico G. mi aiutò molto ad andare avanti nella mia strada, facendomi scoprire molte cose, e molte me ne rivelò generosamente lui.

Molte volte il mio amico G. mi parlò del Gruppo di UR, le cui pratiche egli aveva a lungo sperimentate direttamente, e della figura di A., del legame di questi col suo Maestro, e di Gabriele D’Annunzio. Mi spinse – come fece nei confronti di altre figure spirituali recenti o antiche – a ricercare alcuni testi per lui particolarmente rivelatori. Fu così che mi misi diligentemente in caccia, ed una volta in biblioteca trovai un articolo di A. su D’Annunzio, da lui pubblicato nell’agosto del 1940, pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia in quella guerra, che tanti lutti e tante sciagure avrebbe portato al nostro amato paese.

L’articolo di A. l’ho trascritto nelle righe che seguono. Per me fu una rivelazione: cambiò totalmente il mio modo di considerare il Poeta-Soldato, la sua vita e la sua opera. Negli anni, ebbi modo di discutere con G. varie volte di D’Annunzio e di alcune cose da lui scritte. Anche in tali casi, il mio amico G. trovava modo di sollecitarmi ad una più audace penetrazione del pensiero di lui, di quanto non fossi stato capace ad un iniziale esame. Anzi si servi di alcune parole di D’Annunzio, con mio grande stupore e meraviglia, per condurmi al punto in cui mi potesse essere sollevato il velo che per lui celava il Grande Arcano.

Lascio quindi la parola ad A.

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Del meditare come arte.
D’Annunzio e il realismo magico
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«L’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà». Così Massimo Bontempelli in un suo ultimo «D’Annunzio o del martirio», saggio che per molti riguardi a me pare tra i migliori, se non il migliore sul D’Annunzio; intendo il migliore tra i saggi non letterari o non solamente letterari. Poiché D’Annunzio è stato abbastanza notomizzato, martirizzato dall’indagine letteraria, diffamato anche se con propositi laudatori da quelli che lo hanno scelto come maestro di vita, d’azione, d’eroismo, ma capito male in genere nella sua unità o totalità. Bontempelli è tra i pochi che abbia saputo accostarsi al suo vero genio. Che la morte sia stata considerata dal Bontempelli come un atto di volontà come un atto di volontà è di per sé abbastanza significativo; anche Massimo Scaligero ha scritto della morte di Cesare come di un preciso atto della volontà di Cesare; queste sono affermazioni che potrebbero sembrare pressoché gratuite; appartenendo ad un ordine alquanto diverso da quello in cui normalmente si svolge l’esame dei dati esteriori dei sensi, tali affermazioni non avrebbero bisogno di dimostrazione. Sono problemi che sottintendono un’esperienza; un’esperienza capace di portare a stati di coscienza diversi, come si verifica del resto nell’esperienza mistica. Inutile dunque cercare di dimostrare ciò che non è dimostrabile con i mezzi ordinari; occorre più che dimostrare, meditare; offrire un metodo di meditazione su verità che in precedenza sappiamo tali in quanto unicamente rivelabili. Se nella sua più alta accezione, il genio rivela, la sua rivelazione perché sia attiva deve suscitare in chi la riceve un processo pressoché identico di successive illuminazioni.

La morte come atto di volontà non va intesa come un imperativo che l’individuo dà a se stesso in un certo momento, di morire; tale atto sarebbe assurdo o ridicolo o banale. La meditazione a che cosa ci porta? Nel cammino della meditazione occorre andare cauti. Se nel linguaggio e con la tecnica filosofica è possibile risolvere molti problemi nel senso di una sistemazione intellettualistica, ciò dal punto di vista della meditazione non costituisce un grado apprezzabile per la conoscenza. Conoscenza può essere intesa nel modo mistico; come corrente capace di trasmettere moti di vita, non moti esteriori, per i quali siano possibili equilibri propri tra il nostro essere e il mondo circostante. Allora la volontà ci appare non come un movimento riflesso ma quale forza indispensabile per una sistematica creazione del nostro organismo.

Bontempelli, infatti dice che «l’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà», dove quel vigilata presuppone un vigilatore.

L’affermazione, audace, acquista un senso solo in quanto la volontà sia in rapporto reale con tutti gli elementi fisici e metafisici concorrenti a uno stato di esistenza in cui siano da escludere quei moti riflessi comandati dalla volontà non vigilata. Camminare è un atto di volontà, ma chi cammina non sa di compierlo, ecc. ecc.

Che molte verità più che dimostrate debbano essere meditate, lo insegna ogni teologia. La meditazione e la concentrazione sono capitoli importanti di ogni pratica religiosa. Per molti aspetti l’arte, nelle più alte manifestazioni si accosta alla religione; niente di così straordinario che spesso le relative tecniche abbiano momenti somiglianti.

Chi legga il “Notturno” di D’Annunzio, astraendo dal mero valore letterario, potrà facilmente scoprire un’arte della meditazione: meditazione scritta, attenta vigilatissima molteplice, nella quale gli stessi elementi del reale si trasfigurano e si potenziano acquistando originarie potenze; ed esercitano un vero potere suscitativo. In questo senso D’Annunzio, il D’Annunzio notturno come già qualche critico ha intravisto, è lo scrittore più positivamente qualificato a creare stati di coscienza perché una volta entrati nelle maglie sottilissime della sua arte è difficile – a meno di essere marci di letteratura – di non procedere avanti in riscoperte e chiarificazioni.

Si è tanto discusso di realismo magico, a proposito e a sproposito; soprattutto a riguardo di stranieri. Il termine magico, inteso come allusivo a forze suscitate da una tecnica, nei confronti della tecnica del linguaggio in particolare fu dal D’Annunzio stesso applicato all’arte di Giovanni Pascoli. E, come al solito, con significati profani. («In nessun laboratorio d’uomo di lettere m’era avvenuto di sentire la maestria quasi come un potere senza limiti, penso che nessun artefice moderno abbia posseduto l’arte sua, come Giovanni Pascoli la possedeva. La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era ineffabile, ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di lui sapeva e dimostrava come l’arte non sia se non una magia pratica. “Insegnami qualche segreto”, gli dissi a voce bassa; ma, in verità, un’ombra di superstizione era nel mio sentimento»). Ma a quale artefice – arte come artifizio, come artigianato, anche – più che al D’Annunzio si può attribuire questa qualifica di magico? Egli ha saputo affinare l’arte della parola fino a farne vera e propria opera di magia, in questo riprendendo segni e insegnamenti della più schietta tradizione italiana. Più volte egli si è compiaciuto di definirsi operaio e lo studio attento dei vocabolari delle arti, dei mestieri, delle specialità non risponde in lui ad esigenze estetiche; è un bisogno sentito nel più profondo, un bisogno di chi è persuaso nella parola esser riposta un’arcana forza creativa. L’arte – artigianato ha in D’Annunzio un rappresentante tra i più significativi; un maestro conoscitore di molti segreti dell’arte sua. La tecnica non fine a se stessa ma dispiegata in tutta la sua importanza, la tecnica come fatto spirituale; ecco ciò che accosta ancor più D’Annunzio ai nostri sommi e in particolar modo a Leonardo.

Il realismo del “Notturno” ha in certi momenti il rapido procedere cronachistico. Nel ricordo ogni minimo istante rivive e la visione si fa più densa più si lega al fuggevole; l’attenzione del Poeta è sublimata in questo bagno nella realtà. Morte di Miraglia. Chi ha mai potuto e con più ritmata partecipazione accostarsi al dissolvimento della morte seguendone così minuto per minuto, grado per grado il corso devastatore? Poche volte pagine scritte hanno potuto fermare con tale incisiva costanza ciò che ripugna ed esalta ad un tempo, il dissolversi e il permanere; alzare con sì lieve mano i veli vietati, persuadere alla Bellezza quando tutto è dissoluzione.

Modi di meditare; per trovarne altri di uguale durata occorre rivolgersi a testimonianze mistiche. L’intensa volontà è presa e serrata in moti interiori e così quanto è argomento di rappresentata mutabile realtà si conchiude in un’armonia che vive di una propria vita.

Perché crea la vita. Il metodo di Leonardo ha i medesimi segni; anche per Leonardo il reale ha un valore magico, e lui che nelle statue antiche prima si ostinava in misurazioni meccaniche con quella geniale pedanteria che ha sempre distinto l’audacia, che tanto si macera nell’osservare riscopre le leggi più antiche per significazioni sempre nuove.

Lo stato di coscienza eroica in cui D’Annunzio per istinto si pone – eroismo che si affina fino a sconfinare con l’ebrezza del martirio – è lo stato di coscienza più proprio a capire al di fuori e al di là di ogni definizione intellettualistica gli enigmi che la vita impone di risolvere se non si vuole rinunziare a vivere. È forse in virtù di questo stato di coscienza che D’Annunzio è sempre stato capito a metà dai letterati che hanno mirato soprattutto a ridurre a meri valori letterali i valori molteplici della sua azione; la critica ultima e ultimissima si è esercitata in codesta direzione, distinguendosi nel tagliare dall’opera d’arte dell’opera i poteri d’azione e D’Annunzio era lo scrittore che doveva più rimetterci; un altro ci ha rimesso ed è Pascoli.

***

Le severe parole di A. nei confronti degli inintelligenti lettori e critici di Gabriele D’Annunzio e di Giovanni Pascoli, si applicano oggi con ancor maggior severità nei confronti degli inconcludenti, inintelligenti, divaganti e pigri lettori e seguaci di Massimo Scaligero e di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi. Questi non sono stati capiti neppure per un decimo.

E spesso li si è voluti ridurre ad un edulcorato e brodoso misticismo, che è una delle disperate difese dell’ego, che cerca di sopravvivere, nei confronti di una energica Ascesi del Pensiero, alla quale l’ego cerca in ogni modo di sottrarsi. Così come è una menzogna ed una estrema difesa dell’ego l’intellettualismo parolaio e dispersivo, analitico e dialettico, capace a parole di dimostrare tutto e il contrario di tutto, senza mai afferrare – come ammonisce Massimo Scaligero – una briciola di realtà e di verità.

Non vi è verità che sia vera, se questa non viene realizzata in una pratica interiore: se non si giunge, nell’intuirla e viverla, a modificare ontologicamente la nostra costituzione interiore e se questa verità non si riversa poi nella nostra ulteriore azione esteriore e interiore. Ma questo intuire e vivere radicalmente le verità spirituali è il meditare. E la forza del meditare più radicale si invera nella concentrazione profonda, la quale può giungere nel proprio moto estraformale – nel quale il pensare folgorante è libero di pensieri – a farsi tutt’uno con l’atto di essere della Verità.

Gabriele D’Annunzio visse fortiter gli errori e le verità, le luci e le ombre della propria vita: compromettendosi sempre fino in fondo, vivendo coraggiosamente ed energicamente, pagando sempre di persona, rischiando la vita e affrontando la morte guardandola in faccia. Traendone persino una sottile e preziosa sapienza. A quanti, con facile critica, rilevano quelle che a loro appaiono inadeguatezze della vita di D’Annunzio, offro le parole di Massimo Scaligero – che di D’Annunzio era estimatore al punto di dare ad alcuni discepoli suoi versi come temi di meditazione – il quale più volte affermò che «il Logos ama chi si compromette», e che dal punto di vista spirituale sia «meglio essere delinquente che borghese». Ed io la penso esattamente come lui.

Da qui nasce tutta la mia più delinquenziale simpatia e ammirazione nei confronti di D’Annunzio.

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

INCONTRO CON D’ANNUNZIO

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*

Più di quaranta anni fa, passeggiavo per Via Flaminia, a Roma, assieme a L., un caro amico, che mi fece conoscere la Scienza dello Spirito, e soprattutto mi fece incontrare Massimo Scaligero. Per inciso, va sottolineato come colui che ci ha fatto conoscere e incontrare Massimo Scaligero sia sempre l’amico più grande della nostra vita, come a lui dobbiamo illimitata gratitudine per il prezioso dono fattoci: indubbiamente il dono più prezioso.

Era una tarda mattinata e giunti quasi a Piazzale Flaminio, incontrammo A., un uomo visibilmente molto anziano, accompagnato dalla sua consorte. Il mio amico me lo presentò, dicendomi con evidente ammirazione: “Questo è uno degli ultimi membri del Gruppo di Ur ancora viventi.”. Allora ne erano rimasti ben pochi.

Già da qualche anno mi ero immerso con grande foga nello studio dei tre volumi della Introduzione alla Magia, riedizione pubblicata dalle Mediterranee nel 1971, della precedente edizione del 1955 fatta dalla gloriosa casa editrice Fratelli Bocca, fatta chiudere dalla mai troppo infamata compagnia, che a sua volta riproduceva – con aggiunte e rielaborazioni varie – le annate delle rarissime riviste UR-KRUR del 1927-1929.

L’incontro con A., naturalmente, a me poco più che ventenne fece una impressione fortissima. Il mio amico L. lo conosceva bene da decenni, perché abitava in un edificio di Villa Strohl-Fern, sito poco sopra il Piazzale Flaminio, con un magnifico parco adiacente a Villa Borghese, e facente parte dei possedimenti dell’Ambasciata Francese a Roma. Nel medesimo edificio abitavano vari artisti e scrittori del milieu intellettuale dell’epoca.

Il mio amico mi raccontava come A. avesse riunito attorno a sé un piccolo cenacolo di cultori dell’esoterismo, di «magisti», come usava allora dire. Sin dalla sua giovinezza, A. aveva avuto modo di conoscere le personalità più notevoli dell’esoterismo italiano come Arturo Reghini, Giulio Parise, Ercole Quadrelli, Julius Evola, e naturalmente Giovanni Colazza e Massimo Scaligero: tutte personalità collegate al suddetto Gruppo di Ur, e alle vicende per certi versi tragiche che determinarono la chiusura di quelle belle e importanti riviste. Secondo varie testimonianze concordi, l’amicizia di A. nei confronti di Massimo Scaligero rimase viva sino alla propria morte.

La formazione spirituale di A. fu molto complessa. Sin da giovane egli fu attratto dalla Tradizione Classica, che lo condusse ad immergersi nel mondo della sapienza orfico-pitagorica, nel mondo degli Antichi Misteri, nella religiosità egizia, ellenica e romana. Quel mondo lo condusse poi – oserei dire fatalmente – ad innamorarsi dell’Ermetismo e dell’Alchimia medievali e rinascimentali, di quella «Magia filosofica», che nel Rinascimento ebbe tra i suoi maggiori rappresentanti l’abate Giovanni Tritemio con la sua Steganographia e Poligraphia , Enrico Cornelio Agrippa con la sua De occulta philosophia, Paracelso, Giordano Bruno, Tommaso Campanella. Di tutti loro, il nostro «magista» fu sapiente e profondo cultore, così come fu cultore di una forma elevata, non volgare, di Astrologia.

Una persona, che ebbe modo di incontrarlo e di parlarci a fondo, mi raccontò come A. fosse un fine conoscitore di Plotino e di Meister Eckhart. Tutto ciò lo portò ad incontrare inevitabilmente la tradizione rosicruciana e la Scienza dello Spirito, pur tenendosi lontano dall’aggregarsi alle organizzazioni formali, che non si confacevano al suo spirito libero e indipendente. Un caro amico, discepolo di Massimo Scaligero sin dagli anni quaranta, era in cordiale amicizia con A., e mi testimoniò come questi si incontrasse ogni settimana con Massimo Scaligero e quanto profonda e libera fosse la sua adesione alla Scienza dello Spirito.

In un certo senso fu tutta colpa di A., se mi sono riaccostato negli anni novanta alla figura di Gabriele D’Annunzio, facendomene scoprire aspetti per me insospettati. Tra le vicende abbastanza strane – e decisamente curiose dal punto di vista del destino – della mia vita vi fu l’incontro con G., una persona di elevato rango spirituale, che seguiva un’antica Via spirituale. Un «asceta d’altra dottrina», come lo definirebbero i testi del Sutta Nikayo del Buddhismo originario.

G. era una di quelle persone che molto avevano osato nel cammino spirituale, pagando anche di persona, spingendosi in zone per i più inesplorate. Sin dal primo incontro, la mia stima per la sua sottile e profonda sapienza e il suo grande coraggio furono sconfinate, e l’affetto che mi ha fraternamente legato a lui sino alla sua morte, e che tuttora mi unisce a lui, oltre la morte, profondissimo. Egli faceva parte di quella sparuta serie di temerari cercatori, affamati di Spirito e assetati di Assoluto, che Isidoro ed io chiamiamo il «sale della terra». Fu lui, che peraltro stimava moltissimo Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, a riparlarmi dopo tanti anni di A., di come A. fosse una personalità di notevole rango spirituale, di come A. fosse amico di colui che egli stimava essere il suo Maestro, che a sua volta nei confronti di Massimo Scaligero provava anche lui stima ed un’amicizia di antica data.

Ricercando, su consiglio del mio amico G., alcuni scritti di A., che rincontrai la figura di Gabriele D’Annunzio. Egli me ne mostrò alcuni aspetti di radicale coraggio spirituale, che mi sorpresero assai. Ascoltando Massimo Scaligero in alcuni incontri e riunioni, avevo udito la grande stima ch’egli aveva di D’Annunzio, pur non celando affatto eventuali suoi aspetti problematici. Ma per il Mondo Spirituale valgono come realtà solo gli aspetti positivi di un essere, non i suoi errori e le sue deficienze.

Tuttavia, pur avendo ascoltato e accolto quel che Massimo diceva di lui, egli rimaneva per me una figura enigmatica. Tanto più, che la mia amica M., una fedelissima di Massimo Scaligero, parlando con me del processo della meditazione, mi raccontò di come Massimo le indicasse alcune poesie di D’Annunzio come temi proficui di meditazione. Ma dovevo ancora giungere ad una visione mia di D’Annunzio. Fu proprio leggere alcuni scritti di A., e il parlarne successivamente con il mio amico G., che mi aprì gli occhi, e mi offrì una prospettiva affatto nuova per contemplare la sua figura spirituale. Come vedremo nel prossimo articolo.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CORAGGIO OLTRE IL LIMITE

G D'A.

.« Limite alle forze?
Non v’è limite alle forze.
Limite al coraggio?
Non v’è limite al coraggio.
Limite al patimento?
Non v’è limite al patimento.
Dico che il non più oltre
è la bestemmia al Dio
e all’uomo più oltraggiosa.
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Di là dal coraggio,
di là dal sacrificio,
di là dalla vita,
di là dalla morte,
ecco il luogo altissimo,
ecco il luogo profondissimo,
ecco il luogo segreto,
mistico e ardente,
dove io respiro ».

Gabriele d’Annunzio,
Ai compagni d’ala e d’anima.
Il dì 7 di agosto 1918. Sul campo di S. Pelagio.

*

Vi è un impulso interiore nell’anima del quale il cercatore dello Spirito ha assolutamente bisogno, se vuol percorrere sino alla mèta la Via ch’egli si è liberamente prescelta per giungere alla realizzazione cosciente dello Spirito. Posto, tuttavia, ch’egli si sia realmente prescelta, liberamente e coscientemente, una tale Via, poiché – come ammonisce Lao-tse – la Via dello Spirito non è e non può essere la via ordinaria, ossia la via volgare, la via comoda, in definitiva, la via egoica: quella che seguono tutti. E ciò che rattiene tutti, o i molti, nella comodità della via egoica è la paura. Paura di che cosa? Paura dell’ignoto spirituale che ci trascende e che temiamo conoscere. Paura di quell’ignoto spirituale che esige imperiosamente che noi superiamo la eccessivamente comoda natura umano-troppo umana in noi, ossia quella natura umano-animale che è la distorta, caricaturale, immagine dell’autentico Uomo Interiore, del verace Uomo Spirituale, ossia di quello che sapientemente Lao-tse chiama: l’Uomo Vero. Il che naturalmente – vorremmo dire: ovviamente – implica che l’«uomo ordinario», in quanto essere umano-animale, non è l’Uomo Vero, e che, perciò, egli si trova immerso in uno stato di menzogna: menzogna su se stesso, sul mondo, sullo Spirito. L’«uomo ordinario» è immerso in uno stato inautentico, in uno stato antispirituale, contraddicente il suo essere originario. Ed egli teme conoscere la verità su tale sua vilissima condizione di vera abiezione. La teme talmente da scambiare per « spontaneità della sua natura », quella che in realtà non è altro che il suo impotente assenso, il suo passivo subire la manifestazione non ostacolata della decaduta e nondimeno arrogante natura psichica e animale in lui. Paura di conoscere, quindi, la sua stessa paura.

L’«uomo ordinario» teme, appunto, conoscere questa scomoda verità sul suo reale stato, ma teme ancor più conoscere l’autentico stato spirituale che trascende e supera lo stato di miserabile abiezione nel quale egli normalmente si trova. Ignora, e segretamente teme, l’autentico Spirituale che lo trascende. Teme, soprattutto, la radicale trasformazione interiore a lui richiesta e necessaria per innalzarsi alla conoscenza di un tale Spirituale. Teme, infine, lo sforzo, l’energia della quale dovrebbe essere capace per realizzare tale conoscenza. La sua è proprio una condizione vilissima.
Ma qual è, dunque, l’impulso interiore necessarissimo – e assolutamente imprescindibile – del quale ha bisogno il cercatore sincero che, coscientemente e audacemente, sceglie il sentiero della realizzazione concreta – e quindi non filosofica, non culturale, non mistica – dello Spirito, ossia la «Via» non ordinaria cui allude Lao-tse? Come nasce, come si alimenta e vien tenuto vivo quest’impulso interiore capace di sospingere il cercatore sull’arduo sentiero spirituale da lui scelto? Indubbiamente, è necessario un grande coraggio per affrontare una Via che richiede tutto da chi la affronta. Un tale coraggio è necessario per affrontare la verità su se stessi, evitando la tentazione di attenuarla, di diluirla, di edulcorarla, di «travestirla» a se stessi con illudenti menzogne. Un coraggio anzitutto conoscitivo. Ma un tale coraggio, pur tanto necessario, non è sufficiente perché egli è ancora fermo entro il limite che lo paralizza. La sua conoscenza non è ancora sufficientemente coraggiosa e quindi egli ancora non conosce realmente. Non conosce così intensamente da poter superare il limite, trascendendo la natura umano-animale che lo asserve e lo imprigiona. Entro tale limite egli può rimanere anche per tutta la vita, pur continuando a macerarsi in un’autoconoscenza che diviene, alla lunga, sterile e impotente, e quindi, in definitiva, insincera e illusoria.

Quello che gli necessita è il coraggio di voler conoscere l’inconosciuto Spirituale, che è oltre il limite che fatalmente lo arresta. Limite dal quale egli si fa arrestare. Limite fatale al quale, tuttavia, non è fatale ch’egli si arresti. Limite che è un pensiero ch’egli non riesce compiutamente a pensare. Si lascia fermare e paralizzare da un pensato oltre il quale egli non riesce, non vuole, non osa pensare o imaginare . Gli occorre, infine, il coraggio di conoscere la forza, l’intensità della forza che è necessaria per attuare la trasformazione dell’anima che faccia dischiudere in lui il nuovo stato interiore: l’assolutamente diverso, l’affatto inaspettato. La forza che può far superare la bronzea barriera che arresta l’uomo ordinario – barriera che spegne l’aspirazione condizionata, insufficientemente intensa – viene da oltre il limite.

Questa forza, tuttavia, pur provenendo dallo Spirituale al di là del limite, in realtà è già presente nell’anima del sincero ricercatore, dunque al di qua del limite. Massimo Scaligero chiama tale forza: volontà solare, e chiama: «Via della volontà solare», l’arduo sentiero che questi deve percorrere. Questa «volontà solare» è quella che si attua nella concentrazione. Vi è una progressione dell’intensificarsi della forza di questa «volontà solare» nei gradi di attuazione della concentrazione: a partire da un preliminare, semplice, volitivo controllo del pensiero logico, alla concentrazione vera e propria come ricostruzione del concetto-sintesi dell’oggetto, alla concentrazione su questo stesso concetto-sintesi, sino alla concentrazione-contemplazione profonda del concetto-idea percepito al di là di ogni possibile forma, e alla contemplazione della pura forza-pensiero libera da ogni oggetto. La «volontà solare» si attua sempre più nel processo della concentrazione come forza indivisa, nella quale pensare sentire e volere sono uno. Anzi essi sono l’Uno. Questo progressivo attuarsi della «volontà solare» è un audace atto di donazione assoluta di sé, un incondizionato donarsi che è un radicale essere liberi dal passato, dal già fatto, dai movimenti obbligati della memoria automatica, da ogni routine spenta e meccanica, dalle abitudini, dalle forme cristallizzate di una decaduta «natura» coagulata in noi come psiche razionale e animale. È il progressivo intensificarsi di un «fuoco» che, ardendo, «purifica», disciogliendo e cancellando le coagulate configurazioni della «natura», che condizionano l’«uomo ordinario». È un de-configurarsi, un de-condizionarsi, un coraggioso far tabula rasa di tutto ciò che noi veramente non siamo, ma con cui ottusamente e fiaccamente c’identifichiamo.

Naturalmente, questo far piazza pulita di tutto il passato e il conseguente attuarsi del «vuoto» dell’antica natura è temuto e avversato dalla parte umano-animale dell’«uomo ordinario», che reagisce in ogni modo possibile nel tentativo di sopravvivere al proprio naufragio. L’umano-animale può reagire in maniera virulenta o sottile. Può reagire con imponenti emergenze istintive o emotive, con la brama o con l’angoscia, con la fatuità o col deviare il problema sul piano «culturale», o «mistico», o peggio ancora «politico». Si può presentare addirittura il caso in cui nell’ «intellettuale impegnato» – ossia nell’asceta mancato – si fondano, in maniera insana e improvvida, «cultura», «misticismo» e «politica». Vi è da chiedersi, allora, quale sia la causa che spinge ad inoltrarsi su questi binari morti sui quali si arresta e fallisce l’impresa interiore. Il veleno offuscante e paralizzante è sempre la paura. La paura che impedisce l’intraprender «lo cammino alto e silvestro», che spinge a ritornare alla «selva selvaggia», alla «diserta piaggia», a rinunciare alla «speranza de l’altezza», e a volgersi indietro «a lo passo che già mai lasciò anima viva».
Illuminanti, a questo proposito, sono le parole di Massimo Scaligero ne La Tradizione Solare:

«La correlazione metafisica è la donazione di Sé all’e s s e n z a, epperò il moto d’amore incondizionato, realizzabile nell’anima: l’essenza essendo identica in ogni ente. Insufficiente è la volontà di verità in chi muove non dall’elemento originario della coscienza, bensì da un principio che si rappresenta fuori di sé, attribuendogli una virtù suscitatrice che non sa scorgere in sé: non gli è concepibile l’atto di amore inscindibile all’atto della conoscenza »(p. 120). E poco più oltre:
«La conoscenza è la ricerca della verità. L’amore per la verità può essere tale da far scorgere il segreto della presenza dell’elemento solare nell’anima. La insufficienza dell’amore per la verità, è sostanzialmente insufficienza del coraggio necessario a contemplare il processo del pensiero nella coscienza. Tale contemplazione è un atto improgrammato, non previsto, non tradizionale: un atto libero, che immette nei processi del mondo un elemento di interna resurrezione: l’elemento originario solare che va oltre essi. È l’atto possibile a chi muove dall’elemento solare della coscienza, non dai prodotti cristallizzati di essa, assunti come premesse per un ulteriore argomentare. Invero la Tradizione perenne è il ritrovamento del Logos solare. Perciò viene detta Tradizione Solare» (pp.120-121).

Dalla dimensione della paura può sorgere, in taluni, l’impulso ad attaccare la Via del Pensiero Vivente, che è il veicolo – l’unico – dell’attuarsi della volontà solare. È capitato di udire come «la Via del Pensiero possa diventare la via del sublime egoismo», come «occorra stare attenti a non fare troppa concentrazione perché può far male», come, in definitiva, la Via della concentrazione non sarebbe la Via Regia al Logos e che, di conseguenza, la Via indicata da Colui che è stato chiamato il Maestro d’Occidente sarebbe «una via incompleta e superata». In realtà, può essere superato unicamente ciò che stato conosciuto, attuato e conquistato. E non si può non vedere nelle suddette espressioni, che possono ingannare molti, se non l’espressione non solo della paura dello Spirituale, bensì anche della radicale avversione nei confronti dello Spirituale e della sua conoscenza. La concentrazione – se eseguita così come è stata instancabilmente indicata con abbagliante e ripetuta chiarezza da Massimo Scaligero, se eseguita con coraggio e purità di cuore – non può mai fare male, perché essa è l’attuarsi dello Spirito in noi e attuare lo Spirito non solo non può far male, anzi è la medicina radicale del male umano, di ogni male umano. Mentre fa sicuramente malissimo non attuare lo Spirito.

Osiamo dire che tale Via del Pensiero, recando in sé l’elemento solare originario, non solo è insuperata bensì è anche insuperabile. Questo elemento solare non è possibile superarlo, ma solo illimitatamente attuarlo. Attuarlo sempre di più, oltre il limite raggiunto lottando, oltre la misura di conoscenza, di volontà, di coraggio, dei quali si è stati capaci sino a quel momento, oltre quello che si è stati capaci di pensare o di imaginare. Avere tanta volontà di Assoluto, tanta sete d’Incondizionato, da aprirsi in sé stessi alla forza che può portarci oltre il limite che prima ci arrestava. Avere il coraggio di trovare il riposo nel movimento incessante, nell’agire instancabile che rinuncia al mero fruire del già fatto – che irrigidirebbe al di qua del limite – e di portarsi oltre ogni barriera alla quale la natura, anche come natura spirituale, aspirerebbe arrestarsi. Un tale coraggio è quello richiesto per percorrere sino alla mèta la Via che lo Spirito esige dal ricercatore sincero, Via, che in contrapposizione alla via egoica, vien detta Via solare ed eroica.
Rispetto all’importanza per l’ascesi individuale solitaria e per quella attuata dall’individuo nella Comunità Solare, sono decisive, a nostro avviso, le seguenti parole de La Tradizione Solare, nella quale, alle pp.133-134, è detto:

«L’Evento centrale accennato, anche se riguarda la totalità del genere umano, nella sua dimensione invisibile fa appello alle comunità spirituali e alle rare individualità che costituiscono nei popoli le minoranze sconosciute, o isolate, o misconosciute il cui còmpito è collegare il karma dei popoli con il principio solare. Resta tuttavia a vedere quanto dell’elemento solare nelle personalità qualificate sia ancora suscitabile ai fini di una restituzione della Tradizione Solare: quale potenziale irriducibile di volontà e di dedizione sia ancora in essi possibile in senso sacrale, e fino a che punto il caos delle parvenze e l’ethos del laido e del livellato, divenuto valore della cultura, abbiano avuto il potere di spegnere in essi l’impeto della fedeltà e della lotta. Un simile spegnimento equivale a un tradimento, ossia a una dissoluzione dello Spirito, non dissimile a quella in atto nella cronaca quotidiana dell’attuale vita dei popoli.
Anche se non si può parlare di un tradimento cosciente, bensì di insufficienza di coscienza che rende possibile il tradimento, l’entità decisiva di tale tradimento non è quella delle associazioni e dei gruppi spirituali, scadenti nel destino delle chiese e dei mediocri pontificati medianico-dialettici, ma quello di coloro che conoscono e tuttavia rifiutano di rendere operante l’elemento solare dell’anima. La Tradizione Solare è la Scienza dello Spirito che restituisce all’interiorità umana la coscienza dell’elemento solare e il metodo per realizzarlo nell’attività in cui può divenire immediatamente consapevole. Chi riesca a riconoscere in tale Scienza il còmpito che le corrisponde, non può non avere in esso l’indicazione dell’impegno dominante della propria vita».

Queste parole severe di Massimo Scaligero sono più che giustificate dall’insufficienza di dedizione dimostrata dall’immemore accolita di molti che da lui ricevettero insegnamento, consiglio e aiuto e che poi hanno smarrito il dono della Luce ricevuta nei meandri paludosi di una torpida e ottusa quotidianità, di una fiacca compromissione con i valori ambigui e illudenti di una esteriorità mondana, fatta di brama, di delusione, di disgusto e di avversione. In altri casi, indubbiamente più gravi, si è giunti all’aperta o all’abilmente mascherata avversione nei confronti della Via Solare da lui indicata, per la coscienza, o il rimorso, di aver fallito l’impresa interiore, di non aver osato, o di aver rinunciato, per paura della tensione assoluta che la Via Vera esige .
La Sapienza Celeste è una Dea che dai suoi innamorati esige ch’essi per suo amore tutto donino, tutto sacrifichino, tutto osino: che La amino con assolutezza, che non condividano questo amore per Lei con altri oggetti – inevitabilmente di natura effimera e volgare – perché una tale condivisione non potrebbe essere, ai suoi celesti occhi, altro che adulterio e tradimento. Per esser veraci amanti della Sapienza Celeste è necessario divenire Fedeli d’Amore. E la misura autentica di amare la Sapienza Celeste è di amarLa senza misura, perché solo un Amore Assoluto, cioè voluto incondizionatamente oltre ogni ostacolo, oltre ogni barriera, oltre ogni limite, può congiungere il cercatore che si faccia Fedele d’Amore a Lei.

Anni fa, parlavo con un caro amico sapiente, audace ermetista e grande ammiratore di Massimo Scaligero. Egli mi fece un’esegesi spirituale delle mirabili parole di Gabriele d’Annunzio, riportate all’inizio come motto. Mi mostrò quanto fosse importante, per la Via eroica, l’atteggiamento interiore e lo stato interiore dell’anima in esse alluso. Poiché, al di là di quel che è stato detto più sopra, vi è un grande segreto celato in tali parole, lasciamo alla sagace meditazione del sincero ricercatore la gioia della sua scoperta. Il disvelamento di un arcano che può essere intuito solo con Intelletto d’Amore.

Poiché la figura del Vate-Soldato ha suscitato e suscita in taluni cultori della Scienza dello Spirito varie difficoltà e non poche prevenzioni, è il caso di riproporre alcuni pensieri su Gabriele D’Annunzio pubblicate a suo tempo sul vecchio forum da Attila, che volentieri ne concede ad Ecoantroposophia la disponibilità e un necessario adattamento del linguaggio al presente sito, eliminando talune espressioni virulentemente polemiche – secondo noi, peraltro, pienamente giustificate.

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L’impacabile veggenza interiore conduce alla solitudine dell’anima”.
Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio cultore di una celata Sapienza? Assolutamente sì, se in un’epoca – quello che fu chiamato le siècle stupide – nella quale il positivismo faceva a fine Ottocento la mistica della locomotiva a vapore e del motore a scoppio, a lato delle fatuità dei balli ai Grand Gala nei vari Grand Hôtel, illusioni che la Prima Guerra Mondiale tutte spazzerà via sanguinosamente, egli scriveva parole come queste: “Io sono un ardentissimo novizio della scienza occulta. Da qualche tempo io vivo in un altro mondo. so finalmente come si fa a sollevarsi dalla terra, a navigare verso una nuova regione, a camminare per una selva di sogni, a ragionare con gli spiriti, ad esse ospite in un reame di fiabe, ad abitare in palazzi d’oro immateriali e di perle imponderabili. Io so che tutto è una emanazione della sostanza una, infinita ed eterna; e che l’uomo terrestre è l’immagine dell’uomo celeste; e che li universi sono i riflessi dell’Uno”. E questo è il Vate ermetista e kabbalista.

Ma pochi sanno come D’Annunzio fosse attento lettore di Rudolf Steiner. Infatti, egli possedeva nella sua biblioteca il libro Iniziazione e Misteri, edito a Napoli, nel 1923, dalla Casa Editrice Partenopea, dove a p. 43 vi è una citazione di Filone d’Alessandria, riportata da Steiner, e ben evidenziato da D’Annunzio, segno di attenta e interessata lettura, che con parole significativamente simili dice: “Sovente, allorché mi riscoto dal sopore della corporeità e rientro in me, distogliendomi dal mondo esteriore, e penetro dentro me stesso, scorgo una mirabile bellezza; allora io sono certo di essermi internato nella parte migliore di me; metto in attività la vita vera, sono unito col divino, e in lui fondato, e conseguo la forza di trasferirmi nel mondo trascendentale”.

Ma D’Annunzio aveva anche altre opere di Rudolf Steiner, tuttora presenti nella biblioteca del Vate al Vittoriale, tra queste il libro Teosofia, edito nel 1922 a Milano dalla Casa Editrice Aliprandi. Ed ancora anni dopo, il 3 settembre 1935, segno di un suo profondo e persistente interesse, il Vate abruzzese così scrive ad Antonio Bruers che al Vittoriale gli riordinava la biblioteca: “Tu che meglio di chiunque altro leggi l’incognito, svela al tuo misero fratello la divinazione di Steiner nella mia Officina operosa”. E si hanno anche varie notizie e testimonianze di altre opere di Steiner, possedute e lette dal Poeta-Soldato, andate poi smarrite o rimaste in altre mani dopo la di lui morte.
Che, malgrado la sua vita caotica e trasgressiva, nella parte più profonda di sé D’Annunzio avesse le idee ben più chiare di tanti antroposofazzi ed antroposofesse chiacchierone, lo si può vedere dalle parole davvero illuminanti, riportate nel suo Libro segreto, ove dice: “ A Eleusi in un pomeriggio d’estate appresi da una pietra che, secondo un’essenzial legge dello Spirito, l’arte stessa può diventare esotèrica. In antico religioni e filosofie non vissero se non di silenzio: conobbero ed osservarono la necessità del silenzio. Quelle che a tale necessità si sottrassero, quelle furono sempre mal comprese difformate profanate avvilite”. Chiaro, no?!

Ma c’è di più! Il valente orientalista Enrico Pappacena, sincero e ardente seguace della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, nonché discepolo e amico di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, così scrive di Gabriele D’Annunzio, chiamandolo “il più grande poeta che l’Italia ha avuto dopo l’iniziatissimo Alighieri”, alludendo palesemente a rapporti con chi avrebbe potuto essergli Maestro: “D’Annunzio era, senz’altro, a conoscenza dell’iniziazione e delle possibilità che l’Iniziazione offre, nonché delle norme e delle espressioni che essa impone. Le prove esteriori di tale conoscenza sono numerose e facilmente individuabili, da un lettore attento. Mi basterà ricordare una sola, e di per sé eloquentissima. La simbologia della rosa, del giglio, del melograno. Da fonte autorevole seppi, anni fa, in Abruzzo, che Gabriele D’Annunzio aveva ricevuto da un grande Maestro di vita spirituale, l’invito a rinnegare tutte le proprie opere – come Platone rinnegò la sua abbondante produzione poetica -, per dare inizio ad una vita nuova e ad una nuova scrittura. D’Annunzio si rifiutò. Egli si sentiva celebratore dell’Universo quale appare ai sensi scaltriti e della Vita quale può essere liberamente sperimentata. Non volle varcare la soglia, o passare nel Regno della sola Pura Spiritualità Causatrice, ove sovrani dominano tutti i Grandi che conosciamo e quelli che ignoriamo ( le Guide operanti, ma non manifeste), dai primissimi Cantori del divino sino al Goethe e a Rudolf Steiner. È chiaro che D’Annunzio non avrebbe potuto ricevere quell’invito (i Maestri lasciano poi, sempre, assoluta libertà), se non fosse stato giudicato idoneo al superamento, che, d’altronde egli fece pur bene a non attuare, in questa vita”.

E questo fia suggel ch’ogni uomo sganni.

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Sicuramente D’Annunzio visse in maniera coraggiosa la sua tragica vita, e coraggiosamente agì sia nelle sue imprese migliori che nei suoi errori, ch’egli – come ricordava Attila nella chiusa del suo articolo sul precedente forum – pagò sempre di persona. S’egli peccò, peccò fortiter, ossia virilmente, temerariamente compromettendosi. Ma come affermava Massimo Scaligero, il Logos ama ed è vicino a chi coraggiosamente si compromette.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,
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