L'ARCHETIPO – AGOSTO 2015
Anno XX n. 8 – Agosto 2015

Anno XX n. 8 – Agosto 2015

Se mi è permesso, pongo Giovanni della Croce tra le grandi individualità dello Spirito. Di lui ne avevo già parlato… ma il nostro non è un campo della vita in cui è meglio ripetere spesso le cose?
E’ un fatto personale: ancora apprendista maghetto, rimasi lungamente colpito nell’anima da alcune sue immagini (La notte oscura): esperienze profonde che mi attiravano e che, giovane com’ero, temevo. Mi perseguitarono per diversi anni con il fascino di un abisso che, essendo pieno di me stesso sentivo come tremendo, eppure incredibilmente volto verso l’alto. Solo una rigorosa disciplina interiore mi permise una serena visione della natura della sua visione, che sfrondata dall’elemento personale (immancabile anche tra i più grandi mistici) resta uno tra i più splendidi gioielli della Scienza spirituale cristiana.
Il tratto fondamentale della scienza mistica di Giovanni della Croce è, probabilmente, l’ascesi del “nulla” quale risulta dalla povertà evangelica, dalla sofferenza eroica e dall’annientamento di di sé fin oltre le radici dell’orgoglio:” Se vuoi possedere il Tutto, studiati di ricercare nulla in nulla”.
Il Nostro nasce nel 1542. Troppo presto la morte porta via il padre e la madre Caterina si logora nel lavoro per sfamare tre figli. Troppo presto il piccolo Giovanni va al lavoro per fronteggiare la miseria: falegname, sarto, scultore in legno, pittore. Nonostante la buona volontà non riesce in alcun mestiere.
La carestia spinge la famiglia a Medina del Campo, ove Giovanni trova nutrimento per corpo e anima tra i “Fanciulli della Dottrina”, lì raccoglie le elemosine per i bambini poveri.
Viene notato, forse per il suo contegno grave e dignitoso, da Don Alonso Alvares che da nobile cavaliere si è fatto servo dei poveri.
Così Giovanni passa nell’Ospedale della Concezione: è adibito al reparto delle pustole. Nel tempo libero gira a chiedere l’elemosina per i poveri.
A 21 anni potrebbe seguire il desiderio di Don Alonso, terminare gli studi e diventare cappellano dell’ospedale, ma una voce gli indica il Carmelo.
Che però, mitigato, è divenuto un luogo mediocre. Ecco perché Francesco di S. Mattia (è il suo nome tra i Calzati), dopo 5 anni, aspira ad una assoluta solitudine che spera di trovare nella Certosa.
Non sa ancora che una donna eccezionale ha già parzialmente realizzato quello che è il suo sogno e che l’ideale carmelitano risplende ancora per l’eroismo contemplativo di giovani castigliane.
Nel 1567 Giovanni incontra Teresa di Gesù. Quella tosta che alle monache che vantavano esperienze spirituali, subito modificava la dieta: più abbondante e carnea. Quella che vedendo il Signore apparirle davanti fece subito le corna (immaginate come si sarebbe comportata oggi con le reincarnazioni delle “dame in lilla” che, per scissione si sono moltiplicate come batteri).
Comunque il piano è stabilito. Nel novembre dell’anno dopo, nel villaggio di Duruelo, in una misera casa che Teresa chiama “stalla di Betlemme” inizia la Riforma dei Carmelitani Scalzi.
Scelto a maestro spirituale della Riforma, Giovanni diventa, con Teresa, la sorgente che alimenterà spirito, vita e dottrina del Carmelo. Ogni riforma porta in sé un germe rivoluzionario. Vi fu lotta dentro e fuori la Spagna. Per 5 anni Giovanni dirige le 130 carmelitane Calzate in Avila, avvalorando con il suo essere, il magistero di Teresa.
Nella notte del 3 dicembre del 1577, la porta della casupola dove vive viene abbattuta e Padre Maldonado, con l’aiuto del “braccio secolare”, arresta Giovanni.
Ricevute per due volte le “verghe”, viene rinchiuso a Toledo. Il ribelle è gettato in un ripostiglio scavato nella roccia: stretto, buio e senz’aria.
Lì marcisce nel rigido inverno e nell’inferno toletano, tormentato dalla dissenteria e dalle febbri, nell’ovvio fetore. Accompagnato in refettorio, mangia per terra. Ordinariamente pane e acqua. Poi arriva la “disciplina pubblica”: Spesso il sangue e le piaghe incollano la veste alle spalle.
Ciò è solo l’esteriore. All’interno imperversa la terrificante notte dello Spirito, più atroce di qualsiasi pena.
Quando, dopo 9 mesi di prigionia, viene “liberato dalla Vergine”, appare alle Scalze di Toledo “così consumato e sfigurato da parere l’immagine della morte”.
Tremendo è il martello di Dio ma sotto i suoi colpi sprigiona le scintille della Notte Oscura e del Cantico spirituale.
Tra il martirio e l’esperienza mistica c’è spazio per la calunnia, processi infamanti, viene persino – lui, Padre della Riforma – spogliato dall’abito.
Così il Dottore del “nulla”, gettato in disparte, vilipeso, martirizzato nel corpo e sovrano nello Spirito, conclude la vita terrena il 14 dicembre 1591, a 49 anni.
A ciò vorrei aggiungere una cosa frequentemente dimenticata o ignorata: la sua statura intellettuale.
Bambino, impara a leggere e scrivere tra i Fanciulli della Dottrina. All’Ospedale della Concezione compie, per 6 anni circa, studi letterari sotto ottimi maestri del Collegio dei Gesuiti. Poi apprende le scienze a Salamanca dove compie l’intero corso filosofico. I Teologia può ascoltare i più quotati maestri del suo tempo, come i domenicani Mancio e Gallo e l’agostiniano Giovanni di Guevara.
Studente, dà ripetizioni ai condiscepoli del collegio di S. Andrea.
Sempre a Salamanca studia il grande Tommaso, anche se come dottore avrà una direzione diversa dall’Aquinate.
Quando il Carmelo di Teresa, nemico come la fondatrice, della mezza ignoranza e della mezza dottrina, fonda i collegi nelle università di Alcalà e di Baeza, Giovanni è il primo Rettore. Tale è la sua profondità che il Maestro domenicano Fernandez ne è rapito. Molti dotti religiosi e professori lo ritengono capace di dirigere le tesi a Salamanca.
Riferisco ciò per non dimenticare la sua statura di uomo terreno, anche se la sua dottrina deriva principalmente da esperienze che trascendono concetti e parole.
Teresa ci dà testimonianza della sua grandezza interiore considerandolo “il vero padre della mia anima”; “Io cerco qua e là la luce: trovo tutto quel che mi occorre nel mio piccolo Seneca”; “Le ricchezze e i tesori che Dio ha riposto in quell’anima nessuno li conosce: sono grandissimi”. Teresa afferma ancora che “egli era arrivato a tanta santità quanto una pura creatura può possedere in questa vita”.
Come altri contemplativi i testimoni ce lo dipingono soave e mansueto, ma che riprende con severità, pronto per altro ad inginocchiarsi ai piedi del colpevole. E’ remissivo, ma quando gli altri tacciono la sua parola è diritta e rovente.
Caccia i demoni con l’orazione e il digiuno; placa le tempeste con un gesto del suo mantello; converte i tentatori con lo sguardo.
Ma non solo: il “contemplativo” lavora coi manovali portando a spalla pietre e legno. Ama la madre che spesso lo segue nei conventi, chiama il fratello e lo presenta a persone di riguardo dicendo: “ecco mio fratello, la persona che più amo al mondo”. Coltiva l’amicizia di nobili e di poveri, come attestano le sue lettere.
Eppure spaventa ancora tanti preti (mi rammento come il parroco della chiesa vicina a casa, che era uomo ben inserito nel mondo, prima cercò di dissuadermi di leggerlo, poi iniziò ad avere qualche timore anche verso di me, nemmeno ventenne).
Dalle Massime spirituali:
E’ meglio essere carico di peso in compagnia del forte che essere spedito in compagnia del debole. Quanto più sei aggravato, stai vicino a Dio che è la tua fortezza e assiste i tribolati; quando sei alleggerito, stai vicino a te, che sei la tua stessa fiacchezza.
La forza dell’anima cresce e si corrobora nel faticoso esercizio della pazienza.
Iddio stima in te più la propensione all’aridità e al patire per l’amor suo, che tutte le visioni spirituali che tu possa avere.
E’ più gradita al Signore l’anima che con pena e aridità si assoggetta a ciò che è ragionevole che non quella che, mancando in questo punto, fa tutte le cose con piacere.
L’opera pura e intera, fatta per amor di Dio, prepara nel cuore puro un intero regno per il suo Signore.
Un solo pensiero dell’uomo vale più di tutto il mondo: solamente Iddio è degno del pensiero umano.
Rifletti che il tuo angelo custode, benché sempre illumini la ragione, non sempre muove l’appetito ad operare. Perciò, per esercitare le virtù non aspettare il gusto, ché ti basta la ragione e l’intelletto.
Beato colui che, lasciando da parte l’inclinazione propria, attende alla ragione e alla giustizia nel fare le cose.
Se vuoi andare al santo raccoglimento, non devi andare ammettendo, ma rinnegando.
Non credere che l’essere gradito a Dio consista tanto nell’operare molto, quanto piuttosto nell’operare con buona volontà, senza spirito proprio ed umani riguardi.
Poiché nell’ora del rendiconto ti dovrai pentire di non avere impiegato il il tempo presente in servizio di Dio, perché adesso non lo impieghi come in punto di morte vorresti aver fatto?
Pensa che devi essere il nemico di te stesso.
L’anima che cammina in amore, non si stanca, né stanca.
Opere spirituali, lettera terza:
D’altra parte, è certo che il progresso di un’anima sulla via della perfezione non è legato al numero di nozioni che acquisisce, bensì all’assimilazione attiva che ne fa.
Ciò che manca, supposto che di qualcosa si senta la mancanza, non è lo scrivere, né il parlare, perché tutto questo anzi abbonda: ciò di cui dobbiamo sentire la mancanza è il tacere e l’agire.
Quando si è fatto conoscere ad un’anima tutto quello che è necessario al suo progredire, essa non ha più bisogno né di prestare orecchio alle parole di altri, né di parlare essa stessa: non ha che da mettere in pratica quanto conosce, con generosità, applicazione e silenzio.
In umiltà, carità e disprezzo di sé, senza l’irrequieta ricerca di cose nuove, che servono soltanto a soddisfare l’appetito delle consolazioni esteriori senza mai esaurirlo, e che lasciano l’anima debole, vuota, spoglia di spirito interiore e di virtù autentica.
Succede a quest’anima quel che accadrebbe a colui che tornasse a prender cibo prima d’aver digerito il precedente:il calore naturale, dividendosi fra tutti questi cibi, non sarebbe sufficiente a fargli assimilare il tutto e convertirlo in sostanza; è di qui che provengono le malattie.
Nella vita dello spirito, infatti, conta soltanto ciò che è tradotto nella pratica. I bei pensieri, i grandi sentimenti che non producono solide virtù non hanno valore alcuno; il collaudo di una dottrina si ha nella pratica.
Il desiderio di istruirsi nella scienza soprannaturale denota senza dubbio uno spirito retto; ma chi si limita a studiare la verità, senza la volontà efficace di mettere a frutto le ricchezze dell’intelletto, dà prova di illogicità e di debole convinzione.
Salita al monte Carmelo:
Per arrivare a quello che non sai
devi andare per dove non sai.
Per arrivare a quello che ora temi
devi andare per dove non ti piace.
Per arrivare a quel che non possiedi
devi andare per dove non possiedi.
Per arrivare a quello che non sai
devi andare per dove non sai.
SECONDA PARTE
Introduzione
Settimo settennio
1849 – 31 luglio: arriva a San Marino, scioglie la legione e riparte con soli 250 fedelissimi. Anita ha un attacco febbrile, probabilmente malaria, ma continua a seguire Garibaldi.
– 1° Agosto: Anita a Cesenatico: s’imbarca coi suoi tredici bragozzi, diretto a Venezia. Avvistato e cannoneggiato dagli austriaci, approda a Magnavacca, con Anita gravissima e 30 compagni.
– 4 agosto: morte di Anita
– 8 agosto: il compagno di Garibaldi, padre Ugo Bassi, sacerdote barnabita e massone, per i clericali “prete rinnegato”, ed il capitano Livraghi senza processo vengono condannati a morte e fucilati a Porta Sant’Isaia a Bologna. Ugo Bassi fu a lungo torturato dalle autorità ecclesiastiche.
“Bassi cadde vittima dei preti, che guidarono le palle austriache. Infami preti! Mercanti d’Italia! Voi vendeste la vita di Bassi, come avete venduto la vita d’Italia. Ma la vostra religione! Ah si! Non essere che la religione dell’inferno!…… Il Papa è Lucifero… la parola d’ordine , il giorno della vendetta sarà: Bassi!”
– agosto: fuga di Garibaldi attraverso l’Appennino soccorso dalla “filiera” montana di Romagna e Toscana.
– 4 settembre: Garibaldi giunge in Liguria.
– 6 settembre: arrestato e portato a Genova. Il capo di accusa è di essersi introdotto illegalmente nel Regno di Sardegna, avendo lui perso la cittadinanza sarda. A favore di questa tesi si schierò anche Cavour. Secondo lo Statuto del 1848 ogni suddito sardo avrebbe perso la cittadinanza se avesse servito nelle forze armate d’uno stato straniero.
-16 settembre: partenza da Genova per l’esilio. La Marmora dopo averlo visto scrisse: “Garibaldi non è un uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è molto espressiva. Parla poco e bene: ha inoltre penetrazione, sempre più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per battersi e perché i suoi servigi erano stati rifiutati. Né lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come sia riuscito a salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo”.
– 25 settembre – 6 ottobre: arriva per la prima volta alla Maddalena. “La Maddalena e Caprera…, possono avere suscitato qualche ricordo sentimentale perché somigliavano in modi diversi a Laguna, la città natale di Anita”.
Scrive le sue memorie nella loro prima stesura.
1850 – giugno: partenza da Tangeri per gli Stati Uniti via Liverpool.
– 30 luglio: arrivo a New York
“Subito dopo aver lasciato Liverpool, Garibaldi era stato colto da un violento attacco reumatico che gli aveva impedito di camminare; dovette essere portato a braccia giù dalla nave”.
Il Dwight, che per primo pubblicò le sue memorie, ricorda che la forma reumatica gli indebolì il braccio destro. Per vivere Garibaldi fece il lavorante di candele nella fabbrica del fiorentino Antonio Meucci. Giocava a bocce, a domino ed andava spesso a caccia. Fallimento finanziario.
-11 novembre – 7 dicembre: viaggio a Cuba.
1851 – 28 aprile -12 settembre: viaggia nelle Americhe, prima a Chagres e poi a Panama. Qui cadde seriamente malato di febbre tropicale.
– ottobre: continua il viaggio a Lima. Qui partecipa ad una rissa con il francese Charles Ledo, che lo aveva precedentemente schernito.
1852 – 19 marzo : morte della madre. Garibaldi sta andando a Canton su la “Carmen”. Quella notte di tempesta, sofferente per un attacco di reumatismi ha la visione di sua madre e di una processione funebre.
– Aprile – dicembre: viaggio in Cina, Australia e Nuova Zelanda come capitano di navi mercantili.
1853 – settembre; torna in America; altri guai finanziari.
– novembre: parte per Londra con la nave “Commonwealth”
1854 -11 febbraio: arriva a Londra ed incontra Mazzini. Conosce il rivoluzionario russo Alexandr Herzen il quale lo definì: “un eroe dell’antichità; una figura dell’Eneide”. Dissidio con Mazzini circa il suo modo di fomentare le insurrezioni. A Londra ricevette anche una spada, un telescopio ed un diploma di benvenuto.
– 7 maggio: arriva a Genova durante l’epidemia di colera. Si offre volontario agli ospedali, ma non viene accettata la sua offerta. Lo coglie un violentissimo attacco reumatico. Si reca a Nizza: gioca a bocce e a dama. Non ama invece gli scacchi, persuaso che occorresse più tempo a divenire buon scacchista che non un buon generale.
1855 – 8 agosto: è nominato capitano marittimo di prima classe.
– 11 novembre: morte del fratello Felice: eredità.
– 29 dicembre: acquista metà dell’isola di Caprera
1856 – viaggi marittimi.
Ottavo settennio
1856 – 8 agosto: è a Torino dove incontra per la prima volta Cavour.
1857 – viaggi marittimi, ha un naufragio. A Caprera Garibaldi porta anche Battistina Ravello perché cucinasse e tenesse casa per lui; fu amante di Garibaldi. Conosce Maria Speranza von Schwartz che tradusse le sue memorie in tedesco.
1858 – si stabilisce definitivamente a Caprera dove diventa agricoltore e allevatore.
– agosto: chiede a Speranza di sposarlo: lei chiede tempo per riflettere. Mentre camminavano sottobraccio egli lo ritrasse nei pressi della casa, spiegando che le donne della sua casa avevano l’abitudine di spiarlo con un cannocchiale. Ha un incontro con Cavour: accordo per i volontari.
– 31 dicembre: nasce per sua richiesta l’inno di Garibaldi. Parole di Mercantini, musica di Olivieri.
1859 – febbraio; e a Torino incontra per la prima volta Vittorio Emanuele.
– 11 marzo; è nominato maggior – generale piemontese, comandante del Corpo Cacciatori delle Alpi: incomincia ad addestrare i volontari.
– 25 aprile: si prepara a partire; ha un violento attacco reumatico al ginocchio.
– 27 aprile; dichiarazione di guerra all’Austria, con la Francia alleata del Piemonte.
– 21 maggio: passa la Sesia.
– 23 maggio : passa il Ticino.
– 26 maggio: combattimento di Biumo Inferiore e Malnate.
– 27 maggio: battaglia di San Fermo: conosce e si innamora di Giuseppina Raimondi.
– 9 giugno: Vittorio Emanuele gli conferisce la medaglia d’oro al valor militare.
– 14 giugno: battaglia dei Tre Ponti.
– 11 luglio: armistizio di Villafranca.
– 1° agosto: si dimette da generale sardo.
– 17 agosto: viene nominato vice-comandante in capo dell’Esercito dell’Italia Centrale.
– settembre: lancia la sottoscrizione “un milione di fucili” per l’unità d’Italia (Fondo Garibaldi)
– 16 novembre: si dimette da generale dell’esercito toscano.
1860- 4 gennaio: incontra Alexandre Dumas.
– 24 gennaio: sposa a Fino Mornasco Giuseppina Raimondi. Il matrimonio durò un giorno, lei era l’amante del giovane ufficiale Luigi Caroli. Non le avrebbe parlato mai più.
– 24 marzo: cessione di Nizza alla Francia. Garibaldi fonda un “Comitato per Nizza” ed entra in politica.
– 12 aprile: è eletto al Parlamento.
– 6 maggio: partenza dei Mille dallo scoglio di Quarto; sono 1150 uomini su due vapori: il Piemonte ed il Lombardo della compagnia Rubattino.
– 7 maggio: sbarco a Talamone.
– 11 maggio: sbarco dei Mille a Marsala.
– 13 maggio: occupa Salemi, proclama la leva in massa e assume la dittatura in nome di Vittorio Emanuele.
– 15 maggio: battaglia di Calatafìmi: guida l’assalto sotto il fuoco nemico incurante delle pallottole.
– 27 maggio: entra in Palermo.
– 6 giugno: resa dei Borbonici a Palermo ed evacuazione delle truppe.
– 10 luglio: battaglia di Milazzo
– 24 luglio: firma della capitolazione delle truppe borboniche di Milazzo.
– 27 luglio: occupazione di Messina.
– 6 agosto: raggiunge Punta Faro con le truppe.
“Almeno una volta, e spesso due volte al giorno, saliva in cima al faro, e guardava la Calabria con il cannocchiale. Talvolta stava tutto il giorno e tutta la notte lassù, nella torre, in una angusta stanzetta che conteneva solo un lettuccio pieghevole, due sgabelli ed una cassa. A un chiodo era appesa la sua sciabola, e ad un altro una camicia ed un paio di pantaloni”.
– 18 agosto: salpa da Taormina per lo sbarco in Calabria.
– 19 agosto: sbarca a Melito.
– 21 agosto: battaglia di Reggio Calabria.
– 22 agosto: occupazione di Villa San Giovanni.
– 30 agosto: resa delle ultime truppe borboniche: la Calabria è libera.
– 31 agosto: arrivo a Cosenza.
– 7 settembre: ingresso trionfale a Napoli; al balcone del palazzo reale fece per la prima volta il “segno di Garibaldi”. Levò, cioè, un dito – l’indice – della mano destra a significare “una Italia”. Andò nella cattedrale dove il sangue di san Gennaro si liquefece in suo onore. Il popolo gridava: “Viva Garibardo” e presto fu chiamato “Bardo”.
– 7 settembre – 8 ottobre: fu dittatore su tutto il Regno di Napoli.
– 30 settembre: battaglia del Volturno.
– 2 ottobre: battaglia di Caserta.
– 26 ottobre: incontro a Teano con Vittorio Emanuele II.
– 9 novembre: imbarco per Caprera dove tornarono i reumatismi.
1861- 27 marzo: è eletto deputato di Napoli al nuovo parlamento italiano.
– aprile: è bloccato a Torino da un attacco reumatico che gli impedisce di prendere parte alle sedute parlamentari.
– 15 maggio: alle sedute partecipa in poncho e camicia rossa.
Si sposa la figlia Teresita con Stefano Canzio.
– 6 giugno: muore Cavour pochi giorni dopo un violento attacco di Garibaldi nei suoi confronti. In quei giorni Cavour lo definì un orso incerto su quale preda divorare.
– luglio: si interessa della guerra civile americana, ma decide di rifiutare l’offerta di Lincoln di prendervi parte: ci sarà comunque una “Guardia Garibaldi” di volontari in camicia rossa.
1862 – 14 maggio: Sarnico: arresto di volontari garibaldini pronti ad invadere il Tirolo.
– giugno: parte da Caprera per Palermo onde liberare Roma e Venezia. Conia il motto “O Roma o morte”.
– 29 agosto: sull’Aspromonte scontro con l’esercito regio agli ordini del colonnello Pallavicino.
“Mentre Garibaldi stava davanti ai suoi uomini esortandoli a non sparare, una pallottola sparata dai soldati in avvicinamento colpì un albero, rimbalzò e penetrò nella sua caviglia destra. Quasi nello stesso istante, un’altra pallottola lo colpì alla coscia sinistra; ma egli rimase diritto davanti alla linea, e alzandosi in tutta la sua statura continuò a gridare ai suoi uomini di non sparare”.
– 31 agosto: prigionia nel forte di Varignano (La Spezia).
– 5 ottobre: amnistia.
– 23 novembre: il dottor Zanetti estrae la pallottola dal piede senza amputazione. Garibaldi teneva la mano di Jessie White Mario e masticava un sigaro toscano. Per più di un anno poté camminare solo con l’aiuto delle stampelle.
Nono settennio
1864 – 19 marzo: partenza per la visita in Inghilterra, dove incontra Mazzini; è accolto trionfalmente. Disraeli si rifiutò di incontrarlo e Carlo Marx ridicolizzò il benvenuto tributatogli. Incontra Mc Adam, suo uomo di fiducia nei rapporti con la massoneria britannica. Viene accolto nella loggia “egiziana”, di lingua francese, di rito memphitico, “Les Philadelphes” del Rito Massonico Orientale di Memphis, diretta da Jean-Philippe Berjeau, che gli rilascia per l’occasione un diploma. Si reca in Cornovaglia; a causa di disturbi di salute e per evitare di essere usato sia dai politicanti che dal governo inglese anticipa il rientro in Italia.
Maggio: è a Caprera.
I865 – ammiratori inglesi acquistano e gli donano la residua metà dell’isola di Caprera.
1866- 10 giugno: lascia Caprera per la campagna del Trentino.
– 24 giugno: stabilisce il suo quartier generale a Salò.
– 3 luglio: battaglia del Monte Suello. Mentre dirige le operazioni fu raggiunto da una pallottola alla coscia e deve ritirarsi; seguirà le operazioni in carrozza.
– 21 luglio: battaglia di Bezzecca
– 25 agosto: riceve l’ordine di ritirata; risponde a La Marmora con il famoso telegramma, “Obbedisco”, suscitando le ire dei mazziniani.
1867 – 16 febbraio: nasce la figlia Clelia da Francesca Armosino.
– 24 febbraio: va a Venezia, poi gira il Veneto liberato.
A Verona una donna usci dalla folla, presentandogli il suo bimbo di tre settimane e chiedendogli che lo battezzasse.
“Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu divenire un apostolo del vero: ama il tuo simile; assisti gli sventurati; sii forte a combattere i tiranni dell’anima e del corpo. Sii degno del bravo Chiassi di cui ti impongo il nome”.
Questo suscitò ovviamente le ire della Chiesa.
– 22 settembre: arresto a Sinalunga, mentre prepara l’invasione per liberare Roma; viene rinchiuso nella fortezza di Alessandria.
– 26 settembre: è liberato, ma confinato a Caprera
– 13 ottobre: alle 22 Garibaldi, da solo, si mette in mare con i remi fasciati per attutire il rumore ; fugge da Caprera.
– 16 ottobre: galoppa, a sessant’anni per 17 ore consecutive.
– 19 ottobre: è in Toscana.
– 23 ottobre: arriva a Monterotondo: si ricongiunge con il figlio Menotti.
– 3/5 novembre: battaglia di Monterotondo e Montana contro i franco – papalini, in una ambulanza inglese è presente H. P. Blavatsky. Sconfitto, viene arrestato ed imprigionato nel forte di Varignano.
– 25 novembre: liberato si ritira a Caprera. Qui inizia la sua attività di romanziere.
1868- scrive “Clelia, o il governo dei preti” e “Cantoni, il volontario”
1869- 10 luglio: nasce la figlia Rosa da Francesca Armosino.
Decimo settennio
1870 – settembre/ottobre: si offre di aiutare la Francia repubblicana durante la guerra franco – prussiana.
– 7 ottobre: sbarca a Marsiglia.
– 25, 26 novembre: battaglia di Digione.
– 1° dicembre: battaglia di Autun.
1871 – gennaio: occupazione di Digione; è immobilizzato da un attacco reumatico. Il giorno di Capodanno muore a Caprera sua figlia Rosa di 17 mesi. Garibaldi è in condizioni disastrose per i reumi.
– 31 gennaio: abbandona Digione.
– 13 febbraio: rassegna le dimissioni dall’esercito francese, tra le polemiche del parlamento parigino circa la sua condotta bellica.
1872- segue gli avvenimenti dell’Intenzionale socialista. Muore Mazzini.
1873- pubblica il suo terzo romanzo. “I Mille”.
– 23 aprile: nascita del figlio Manlio.
1874- novembre: è eletto deputato a Roma.
– 19 novembre: ottiene una pensione annua dal governo: la rifiuta.
1875- 25 gennaio: arriva a Roma per presenziare all’apertura del parlamento.
– agosto: muore di malaria la figlia sedicenne Anita, cresciuta da Speranza von Schwartz e che non andò mai d’accordo con il padre.
1876 – 9 aprile: è costretto ad accettare, per bisogno, la pensione governativa.
– 26 maggio: presenta alla Camera un progetto di deviazione del Tevere per bonificare l’agro romano.
1878 – muore Vittorio Emanuele.
Undicesimo Settennio
1880 – 14 gennaio: la Corte di Appello di Roma annulla il matrimonio con la marchesa Raimondi.
1881 – 26 gennaio: sposa civilmente Francesca Armosino, mamma di Clelia e di Manlio.
1882 – 2 giugno: ore 18.22 muore a Caprera dopo un attacco di bronchite.
“Garibaldi vide una nave passare davanti alla finestra e chiese se era quella che portava Ricciotti e Teresita: gli risposero di no; però sorrise quando gli dissero che era una nave diretta in Sicilia. Due capinere entrarono dalla finestra aperta, ed egli mormorò ai suoi amici di non mandarle via, perché erano forse le anime delle due bambine, le due Rose, che venivano a prenderlo”.
Note fisiche e caratteristiche
Dell’aspetto fisico di Garibaldi non abbiamo nessun ritratto o fotografia prima del 1842, quando cioè aveva 34 anni; le sue fattezze vennero però annotate in quattro occasioni nei registri della Regia Marina Mercantile di Nizza e Genova: “Altezza: oncie 39, ¾; capelli castagni o biondi; sopracciglia bionde; occhi : castano – chiari; fronte: alta; naso: regolare; bocca: media; volto: rotondo; barba: bionda; faccia: ovale; colorito: buono; segni particolari: nessuno”. Lontano dai tratti liguri suscitò dunque, a ragione in molti, l’impressione di una origine nordica. Ciò che più colpiva in lui era il suo portamento semplice e dignitoso. La sua calma franchezza, la sua spontanea sincerità e la sua quieta cortesia. Tutte qualità che però, in caso di ingiuria o di insulto, erano pronte a trasformarsi in una collera violenta.
Bartolomè Mitre, futuro presidente dell’Argentina, conobbe Garibaldi mentre rifugiato a Montevideo era maggiore nell’esercito della città. Mitre diede una descrizione dell’aspetto di Garibaldi cosi come era l’ultima volta che lo vide, il 17 novembre 1843.
“Garibaldi aveva allora 36 anni; era basso e tarchiato, con spalle rotonde, l’incedere un po’ dondolante del marinaio, i lunghi capelli rossi e la barba lo facevano somigliare alla raffigurazione tradizionale di Cristo”.
Come tanti altri osservatori, Mitre trovò “gli occhi di Garibaldi azzurri e non castani, come realmente erano” (16).
Anche Mitre rimase stupito ed affascinato dal suo carattere e fu colpito da quella dissociazione tra pensare, sentire e volere che in molti notarono. Garibaldi aveva “un cuore ed un cervello in dissintonia”, tuttavia fu “un vero eroe in carne ed ossa, con un ideale sublime, con idee eccessive e distorte circa la libertà, ma con le virtù necessarie a grandi cose”.(17).
La stranezza del suo carattere venne sottolineata anche dallo storico Jasper Ridley, il quale scrisse:
“Il suo carattere aveva però due facce: da adulto, fu un uomo d’azione fortunato e, insieme, un idealista, un utopista. Seppe prendere rapide decisioni, e ottenere grandiosi risultati, mentre i politici ed i teorici perdevano tempo in chiacchiere; ma talvolta, nel bel mezzo dell’allegria e del trambusto di un ricevimento o di una riunione mondana, era capace di restare con lo sguardo perduto chissà dove, assolutamente dimentico di ciò che accadeva intorno. Era nato così: una strana combinazione d’idealista sognatore e di generale vittorioso.”( 18).
Dove si posasse quello sguardo è uno degli enigmi per la storiografia tradizionale.
–
Il visionano sognatore
“Parea di là guardarlo, allora apparso, Arturo
e Garibaldi assorto era nel ricordare
di qual Argo il timone esso reggea, securo,
in una sacra notte, in un ignoto mare”.(19).
Della spiritualità di Garibaldi si sa molto meno che delle sue imprese guerresche. Accanito anti – clericale fu comunque sempre indulgente nei confronti della fervente religiosità materna. Fu un sostenitore della Religione del Vero e in qualità di Gran Maestro della Massoneria ci sono pervenuti diversi scritti, tanto che da essi si è potuto estrapolare un pensiero massonico di Garibaldi (20) che non sembra essere particolarmente geniale e apparentemente poco si discosta dalla “ortodossia” massonica. In realtà ciò che fu il mondo spirituale di Garibaldi va ricercato tra le pieghe della sua vita.
Comunque, è singolare che, al di là del collegamento formale con la Massoneria più esteriore, in parte già impegnata nei sommovimenti relativi agli eventi politici del Risorgimento italiano e a quelli del nascente movimento sociale operaio e contadino, egli abbia cercato una connessione profonda con due Riti massonici, ai quali era propria, soprattutto a quell’epoca, una visione spirituale di tipo occulto e misterico: il Rito Egiziano di Misraim e il Rito Orientale di Memphis. E come lui, che per un tempo ne fu Gran Maestro, molti dei suoi seguaci, specialmente ufficiali garibaldini, si fecero iniziare di questi due particolari Riti. Alcuni suoi ufficiali, come il generale Avventore Solutore Zola, portarono poi il rito di Memphis in Egitto, dove aderirono molti italiani e francesi colà residenti, e le più distinte personalità del mondo egiziano.
Diverse esperienze spirituali sono riportate nella sua biografia; tuttavia egli molto difficilmente parla degli avvenimenti intimi del suo animo se non hanno un significato epico – simbolico, utile al messaggio che vuole dare (21).
Possedeva una qualche forma di chiaroveggenza; la prima esperienza documentata si ha durante la prima visita a Roma, quando ebbe la visione di Roma capitale; possiamo però supporre che fin da piccolo poté sentire le forze elementari della natura, tanto che spesso si rifugiava per ore nei boschi solitario.
Anche il legame con la madre portò ad esperienze particolari:
“Ho, abbenché non superstizioso certamente non di rado, nel più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’oceano , dalle grandini del campo di battaglia… mi si presentava genuflessa, curva, al cospetto dell’infinito, l’amorevole mia guaritrice, implorando per la vita del nato dalle sue viscere!… Ed io benché poco credente dell’efficacia della preghiera, n’ero commosso! Felice! O meno sventurato!” (22).
Il 19 marzo 1852 Garibaldi è in viaggio sulla “Carmen” nel Pacifico diretto a Canton. Nella notte la nave si imbatte in un tifone molto forte; era scossa dalla tempesta, e Garibaldi, sofferente per un attacco reumatico, giaceva nella sua cuccetta, quando ebbe una visione di sua madre e di Nizza, e di ciò che gli parve una processione funebre. Un anno dopo venne a sapere che proprio quella notte era morta Rosa Garibaldi.
Questa chiaroveggenza innata si unì all’iniziazione massonica che ebbe nel 1844 e divenne fino ad un certo grado più cosciente.
“E’ l’anima che presentiamo, che noi vediamo con l’occhio dell’immaginazione” (23).
Divenuto Maestro Massone la sua visione spirituale lo portò a presagire, come vedremo, le sue origini spirituali. Le capacità chiaroveggenti non furono tuttavia così chiare; però paradigmatica è la situazione che si ebbe sulla nave a Canton, perché la visione che sorse dalla furia degli elementi e dall’attacco di reumatismi riecheggia, come si vedrà, antiche tradizioni iniziatiche.
Al di là del quadro di chiaroveggenza cosciente che raggiunse, il mondo spirituale che in altre epoche gli stette davanti come sublime saggezza, in questa vita si riversò nelle sue membra e lo guidò a mutare i destini di “due mondi”.
Non si può cogliere appieno la vita di Garibaldi se non considerando quanto disse di lui Rudolf Steiner. Steiner parlò ampiamente di Garibaldi in diverse occasioni durante gli ultimi anni della sua vita. In particolare il Generale fu oggetto dell’indagine karmica di Steiner, in risposta ad una domanda che gli venne posta (24). Diverse volte, dunque, egli tratta di Garibaldi nei cicli di conferenze ora racchiuse nei volumi “Considerazioni esoteriche su nessi karmici” che rappresentano un eccezionale lascito sulla evoluzione del mondo occidentale e sugli impulsi spirituali che ne stanno alla base.
Nelle 81 conferenze tenute in diverse città europee nel 1924 vengono, come è noto, trattati una moltitudine di temi e diverse biografie vengono presentate ed analizzate in relazione alle loro precedenti incarnazioni. Tra i diversi temi trattati molti ricorrono in più conferenze ed in particolare ciò che preme a Steiner di lasciare alla Società Antroposofica sono questi 4 punti:
1 – RIPRENDERE ED APPROFONDIRE LA MODALITÀ DI AZIONE E DI INVESTIGAZIONE DEL KARMA.
2 – LA PRESENZA IN EUROPA DI CORRENTI INVOLUTIVE LEGATE DA UN LATO ALL’ARABISMO MATERIALISTA E DALL’ALTRO AGLI IMPULSI IMPERIALI ROMANI.
3 – LA PRESENZA IN EUROPA DI CORRENTI CRISTIANE ESOTERICHE CHE SI PONGONO SOTTO LA GUIDA DI MICHELE.
4 – IL KARMA DELLA SOCIETÀ ANTROPOSOF1CA E SUOI COMPITI NEL FUTURO.
(CONTINUA)
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Note
16) J. Ridley, Garibaldi. A. Mondadori 1975
17) Ibidem
18) Ibidem.
19) Da: Giovani Pascoli, I dodici esuli.
20) G. Gentile, Giuseppe Garibaldi –- ed. Bastogi.
21) La scarsa obiettività nelle sue memorie ha fatto sì che esistano quattro versioni differenti, olto romanzate. Per esempio in una di esse non nomina Mazzini in quanto deluso dal suo comportamento. Ben evidente è anche la ritrosia a parlare dei suoi drammi familiari; non fa cenno né alla morte della sorella Teresita, né a quella della figlia Rosita. Anche sui nomi e date il pensiero di Garibaldi fu estremamente debole.
22) Dwight, Scritti II 18 – 19 :
23) G. Gentile, Giuseppe Garibaldi –- ed. Bastogi
24) Si veda “ Considerazioni esoteriche su nessi karmici” volume quinto. A pag. 53 è scritto : “ Quando un giorno mi venne rivolta la domanda: quali potrebbero essere i nessi karmici di quella personalità?”.

INTRODUZIONE
In questo scritto si cercherà di confrontare l’evoluzione embrionale umana con la storia biblica della creazione. Il punto di partenza per quest’impresa fu un’idea che sopravvenne all’autore allorché questi, nell’anno 1964, si trovò di fronte alla rappresentazione fotografica della blastula umana.
Si chiama blastula uno stadio precoce dello sviluppo embrionale nel quale l’embrione ha la forma di una sfera vuota. Fino a pochi decenni fa veniva insegnato come nel caso dell’uomo il primo agglomerato di cellule che si sviluppa dall’ovulo formi proprio una sfera, così come si scorge nel caso dello sviluppo dei vertebrati, ma che, al contrario dello sviluppo di quelli, in quello dell’uomo in questa formazione sferica, non sorgerebbe alcuno spazio cavo. Perché mai l’uomo nel suo sviluppo non ha un tale “Cielo” interno, si disse una volta l’autore durante il periodo delle sue scuole superiori non appena venne a conoscere lo sviluppo embrionale della rana, non ha forse l’uomo perfezionato in maniera estrema nel suo essere quello spazio interiore che lo separa e lo distingue dal mondo come anima – e ciò che è organico deve essere in armonia con l’essere interiore. In questo caso, però, ciò non sembrava verificarsi, e allo studente liceale non rimaneva altro se non invidiare alla rana la sua magnifica cupola, che sembrava riprodurre il mondo intero, il cosmo intero e che, con una parola così incalzante, viene designata come blastocele.
Ma la ricerca procedette oltre. Sinora i limiti delle possibilità tecniche impedivano ai ricercatori di venire in possesso degli embrioni umani più precoci. Ancora un ultimo segreto misterioso, come ultimissimo residuo di quel mistero del divenire corporeo umano, un tempo avvolto in profonda oscurità, separava l’occhio del ricercatore dalla completa comprensione del processo embriologico. Tuttavia anche le ultime barriere dovevano cadere, questa era una necessità dell’evoluzione. I ricercatori americani HERTIG e ROCK scoprirono per primi la blastula umana. La trovarono in preparati provenienti da operazioni ginecologiche. Poi si procedette alla fecondazione in vitro e da pochi anni si conoscono quasi completamente i rapporti morfologici dell’embrione umano, durante le prime ore dopo la fecondazione e durante questa medesima.
La ricerca procedette su vasta scala e divenne sempre più profonda la conoscenza dei processi fisici e chimici che si svolgono sul piano materiale nei processi biologici. La ricerca trasforma il mondo. E più profondo diventa il nostro sapere, più elevata diventa la nostra responsabilità. Sorsero gli anticoncezionali biologici, sorse la “pillola”. Come mai prima, una droga si diffonde così rapidamente sull’intero globo terrestre. Come mai in precedenza l’intera umanità, quasi in ogni suo singolo rappresentante, venne chiamata in siffatta misura alla responsabilità come dai risultati di queste ricerche. Tuttavia dobbiamo prepararci a portare responsabilità anocra maggiori, giacché stiamo imparando ad adoperare su vasta scala forze il cui uso in tempi precedenti era riservato soltanto alla Natura. E poiché ci manca la superiore visione generale, attraverso tale uso disturbiamo continuamente innumerevoli equilibri biologici e superbiologici, mettendo a poco a poco addirittura in questione l’esistenza dell’uomo e della Terra. Indietro non possiamo più tornare. Neppure lo vogliamo. Dobbiamo però cercare vie che ci conducano ad una comprensione e ad una conoscenza dell’Uomo e della Terra sempre più profonde, onde possiamo in futuro avere la superiore visione generale e con essa la forza di sopportare i frutti della nostra scienza.
Andando alla ricerca di tali vie, l’autore allora trovò la blastula umana e con essa una idea. La blastula fu il punto di partenza di una via, della quale l’idea era la mèta spirituale sfolgorante. Da lungo tempo la vita gli aveva portato la certezza che lo spirituale sta alla base di tutto l’elemento fisico – ma qui vi era ora un punto che concedeva una vista su di una tal cosa. – Chi abbia trovato un cotal punto, ne troverà anche altri di questo tipo, ed infine riconoscerà che ogni creazione della natura può servire per gettare uno sguardo in un mondo spirituale. Ma dalla conquista scientifica di un tale sguardo dipende il fatto se possiamo o meno liberarci dalla fascinazione secondo la quale l’essere umano si esaurisce nella materialità.
Proprio quei rami della scienza che trattano questioni biochimiche e biofisiche trasmettono sempre più, oggi, la coscienza del fatto che tutti gli oggetti delle loro scoperte alla fine sono soltanto il lato esteriore di un evento svolgentesi su un piano rispetto ad essi più elevato. E. GRUNDMANN dice nella sua opera Cittologia Generale: “La cellula vivente è qualcosa di più della somma dei legami molecolari in essa contenuti e qualcosa di più della somma delle reazioni che si svolgono in essa. Il mistero del suo primo sorgere è al tempo stesso il mistero della prima formazione della vita, del primo connettersi di processi chimici in strutture ordinate”. Qui sorge la domanda: Come si giunge ad una visione di àmbiti posti su un piano più elevato? GRUNDMANN a tale proposito dice sùbito dopo: “Forse una ‘evoluzione strutturale’ potrebbe, nella dimensione submicroscopica connettersi là dove i metodi dell’ ‘evoluzionismo chimico’ giungono ai propri limiti”. Noi chiediamo ancora: Ma che cos’è una struttura? E potremmo rispondere: Una struttura è un ritmo che si è arrestato nello spazio. Quest’ultimo [il ritmo] ha la sua vita nel mondo temporale e diviene struttura soltanto allorché si irrigidisce nella forma, si congela nello spazio. Se quindi cerchiamo la struttura nel suo scaturire vivente, ci ritroviamo nell’elemento temporale, nel mondo dei ritmi – ma questo è il mondo dei suoni e dei toni. Forse l’intero evento della vita si lascia disciogliere, secondo la proposta di GRUNDMANN, in singole strutture. Si ammettano allora ritmi, nella fattispecie elementi sonori di diverse frequenze, che nelle più svariate maniere si sovrappongono ed interferiscono con altri suoni. Ma anche in questo caso rimane aperta la domanda: Qui chi sta suonando? Oppure: Chi parla?
Nel presente scritto si tenterà d’indicare come le due vie, quella della storia biblica della Creazione e quella dell’evoluzione embrionale, si corrispondano e fondamentalmente siano identiche. Ciò che la Genesi dice in parole, nell’embrione diviene vita organica. Mediante la conoscenza e l’esperienza di questa identità può essere ottenuta la possibilità di scrutare più profondamente nell’operare dei principi formativi. Con ciò proprio i risultati della ricerca del nostro tempo diventano finestre attraverso le quali si riesce a gettare uno sguardo in domìni più elevati. La metodica attraverso la quale sono stati trovati i risultati che verranno presentati nel prosieguo è scaturita da quella della moderna Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, sul cui terreno sta l’autore.
A qualche lettore apparirà forse temerarietà il fatto che il contenuto di un tale testo [la Genesi] venga paragonato con fatti che per le nostre rappresentazioni convenzionali sono bassamente fisiologici ed embriologici. L’autore stesso ha avuto ripetutamente di tali scrupoli, egli però oggi crede che attraverso una tale trattazione, se viene condotta con la serietà e la volontà di verità a ciò assolutamente necessarie, la venerazione di fronte a un tale testo possa soltanto accrescersi.
Egli è persino dell’opinione che un tale tipo di trattazione comparativa sia addirittura la sola appropriata a risvegliare in modo giusto in qualche lettore la coscienza della grandezza e della sublimità di tale testo.
L’idea, sulla quale si accesero i pensieri del presente scritto, fu la seguente. Allo scorgere quella prima memorabile raffigurazione che mostra la sezione di una blastula umana (vedi Fig. 1), fu come se l’autore avesse avuto di fronte a sé l’immagine illustrante il primo versetto della Genesi che proclama: “In principio Dio creò il Cielo e la Terra”.
Figura 1: Blastula umana, sezione; disegnata a partire da una fotografia. Da HAMILTON et al. , Human Embriology, 1962. (Sezione mediana da una serie di sezioni microscopiche, HERTIG e ROCK et al., Carnegie, Coll. No. 8663)
E con incrollabile sicurezza, nel vivere questo pensiero, egli seppe che la Genesi, la storia biblica della Creazione, sin dal suo primo versetto altro non era che la descrizione dell’incarnazione dell’uomo. Con il presente scritto deve essere mostrato come questo pensiero si trovò via via dimostrato vero. Il contenuto di questo scritto in sostanza venne già presentato in forma orale in conferenze che l’autore tenne già negli anni sessanta di fronte a medici ed ad altri ascoltatori.
Il discorso libero ha molti vantaggi nei confronti della parola scritta o stampata. Attraverso di esso, con l’aiuto della gestualità e del disegno può facilmente essere portato a divenire esperienza qualcosa che solo a fatica viene cavato fuori dalla parola prigioniera dello scritto. Per la redazione scritta risultò perciò la necessità di descrivere con sufficiente precisione i processi embriologici ai quali si ricorreva rispettivamente nei singoli casi per la comparazione con la Genesi.
Le raffigurazioni aggiunte al testo, così come alcune tavole, possono inoltre facilitare lo studio e condurre il lettore a rappresentazioni il più possibile vitalmente vicine alle forme presentate nel loro trasformarsi. Il testo biblico appare nel corso dell’esposizione solo in forma di versetti o di frasi. E’ consigliabile consultare sempre nuovamente il testo in questione (vedi Appendice).
Ove nelle considerazioni sulla Genesi o sul suo rapporto con l’evento embriologico e con i dati anatomici non venga citata espressamente una fonte, ciò che viene presentato proviene dalla ricerca propria dell’autore.
Questo scritto non presuppone conoscenze specialistiche. Esso si rivolge a tutti i lettori per i quali la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore.
(Continua)
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La scienza moderna non considera il calore come una entità a sé stante ma accetta il fatto che esso modifichi le proprietà di un corpo.
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Le donne sono più spirituali degli uomini! E per affermare questo nemmeno oso addentrarmi nelle osservazioni del Dottore riguardanti la plasticità della donna confrontata con la più densa s(t)olidità del genere maschile.
Nossignori. Basta rimanere qui, coi piedi piantati saldamente per terra. Il grande saggista e romanziere inglese C. S. Lewis ha caratterizzato efficacemente questa innegabile verità in una sua deliziosa “fiaba per adulti” (That hideous strength) in cui la personalità che dirige un improbabile gruppetto di inconsapevoli eroi della Luce stabilisce che le ordinarie faccende domestiche vengano svolte con una netta separazione tra i sessi: solo donne o solo uomini.
Perché questo? Allo scopo di evitare, in cucina, insanabili fratture: se un uomo chiede ad un altro dove riporre un oggetto, il primo risponde al secondo: “Mettilo nella credenza, nel secondo cassetto in basso a sinistra”. Se una donna fa ad un’altra donna la stessa domanda, la risposta può essere: “Là” oppure “Laggiù”.
Il mistero è manifesto: tra loro le donne, in questo modo, si capiscono benissimo mentre per l’uomo una spiegazione di quel tipo gli cortocircuita le cellule grige generando frustrazione, irritazione e in alcune situazioni sfoghi violenti. Ma, nel migliore dei casi, tra i due sessi si litiga.
A me è capitato spesso (in salotto, non in cucina), dopo aver chiesto lumi su di un fatto ad una gentile amica e dopo una sua lunga, accuratissima narrazione del come e del perché, di uscirne poi senza una immagine che (per me) avesse un fondamento di sensibile realtà e persino più nebulizzato di prima…ma con una delicata e dedicata malinconia verso l’irrisolto tema a causa delle mie patenti incapacità.
Arguisco che le donne siano come dotate di poteri che nemmeno in sogno l’uomo può sperare di possedere. Esse invece detengono la signoria di un linguaggio ermetico, il quale essendo ermetico è di certo figlio nobile dell’Arte regia, cioè della tradizione ermetica che nel passato è stata la via spirituale di quelli che furono e sono chiamati alchimisti.
Qui però c’è un però, poiché con la lettura di un testo originario di Ripley o Sendivogio o Geber, ammesso che la (in)comprensione possa essere un metro di misura, si giunge presto all’impressione che tali signori siano stati molto, ma molto superiori alle donne: e parlo di chi tra essi scrisse, forse mosso a pietà dalle turbe di pecoroni – ovviamente maschi – duri di comprendonio, divulgando e spiegando nei particolari i segreti della Trasmutazione e della fabbricazione della Pietra filosofale. Parlo degli Alchimisti conosciuti poiché questi scrissero valanghe esplicative, condividendo con il lettore l’arcano, strappando (a detta loro) persino la foglia di fico che dissimulava il segreto dei segreti.
Se non l’avete mai fatto, provateci, leggeteli. E’ la migliore disciplina d’avviamento alla sublime condizione del Non-Capire: invero condizione naturale generalizzata, ma in questo caso prodotta da un duro lavoro cosciente.
Bando a scherzi, a me che provenivo da un Oriente tutto trascendenza, dannarmi sull’ambigua equivalenza tra metallurgiche operazioni sensibili e stati di coscienza servì ad avvicinarmi all’idea del sensibile/soprasensibile che è la chiave dell’indagine goethiana.
Visto il titolo di questa nota, ogni dissertazione su valenze simbolico-terminologiche di cui i testi alchemici sono ricchissimi, è fuori discussione. Salvo gli accenni ai fuochi filosofici.
Perché “è dal regime del fuoco che tutto dipende” (Filum Ariadnae). “L’Opera non si fa né col fuoco volgare, né con le mani, ma col solo calore interiore” (Pernety). “Mediante lento e paziente riscaldamento, con continuo e mite calore si opera sino ad ottenere lo spirito occulto del mondo chiuso dentro la Pietra” (Chymica Vannus). Col Fuoco si cuoce: “intendete tutto secondo natura e secondo regime. E credetemi senza cercar tanto. Io vi ordino solo di cuocere: cuocete al principio, cuocete nel mezzo, cuocete alla fine, senza far altro: poiché la Natura si porterà al compimento” (Turba Philosophorum).
Prima di continuare spendo qualche riga su due termini ancora in uso che indicano strade e attitudini diverse: “umido” e “secco”.
Può valere, tra i molteplici significati, quanto è scritto nel Liber singularis de Alchimia che caratterizza la via secca dall’azione del Fuoco nudo e dall’assenza del “nero”, cioè dalla mortificazione. Ciò significa un operare senza crisi o salti o alterazioni ma con un processo continuo di sfittimento, di progressiva luminosità: attivo data la continua presenza del Sole e dello Zolfo (principio Io/volontà). Per l’uomo antico e per chi si trovi ad avere una naturale relazione con l’extrasensibile, la via umida, devozionale potrebbe essere più immediata. A patto che non sbocchi in condizioni passive e di estasi mistiche in cui il Mercurio (etere universale) scardini e sommerga l’operatore. Muovere qualcosa nel corpo eterico oppure esserne mossi si traduce in direzioni fatali.
Poiché il passato si prolunga nel presente, credo si possano cogliere alcuni tratti della via umida o della via secca anche nelle disposizioni animiche di coloro che operano nella presente forma della Scienza spirituale.
Tornando al tema del fuoco filosofico, esiste un testo breve di Giovanni Pontano che dà una relativa chiarezza e che potrei ricopiare per intero. Supponendo che ciò non sia un ardente desiderio vostro e mio, trascrivo qualche pagina saltando oltre le usuali lamentele delle fatiche e delle ambascie affrontate in lunghi anni di ricerca e di tentativi a vuoto, cosa familiare anche oggi a molti.
“…..La pietra filosofale dunque è una e si chiama in più modi: prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte qualità felici, che per opera dell’altissimo Dio, si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco.
E chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non sa nulla di filosofia, perché ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l’ignorano mai.
Ora bisogna dire le proprietà del nostro fuoco e se cioè convenga alla materia e in quale modo, affinché si trasmuti con la materia. Quel fuoco non brucia la materia, niente separa dalla materia, né divide le parti pure dalle impure, come dicono tutti i filosofi, ma converte in purità tutto il soggetto: non sublima, come Geber fa le sue sublimazioni, similmente Arnoldo di Villanova e altri, parlando di bilanciamento ed equilibratura dei principi e di sublimazioni. Rende perfetto in breve tempo.
E’ minerale, acqueo, eguale, continuo, non evapora se non si faccia avvampar troppo, partecipa del sulfureo da altro che dalla materia, disgrega, scioglie, congela tutto e similmente calcina ed è artificiale, facile a trovarsi e a comporsi, senza spesa o almeno con poca.
Il nostro fuoco è minerale ed eterno, non evapora se non è eccitato oltre misura: partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia: distrugge, dissolve, congela e calcina tutte le cose. Occorre molta abilità per scoprirlo e prepararlo: non costa nulla o quasi nulla. Inoltre è umido, carico di vapori, penetrante, sottile, dolce, etereo. Trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie. Egli è ancora la fonte d’acqua vitale nella quale il re e la regina della natura si bagnano continuamente.
Questo fuoco umido è necessario in tutte le operazioni alchemiche, poiché tutta la scienza è in questo fuoco. E’ alla sua volta un fuoco naturale, soprannaturale e antinaturale, un fuoco alla sua volta caldo, secco, umido e freddo che non brucia, né distrugge. E quel fuoco è fuoco con investigazione, con mediocre contributo: con fuoco languido tutto insieme produce tali equilibri.
E chi legge Geber e tutti gli altri filosofi, se vivesse cent’anni, non riuscirebbe a comprenderlo, perché soltanto per mezzo della profonda riflessione si riesce a trovare quel fuoco.
Allora si può capire nei libri e non prima.
(…) La pratica invero è questa: si prenda la materia e il più accuratamente possibile si triti con tritura filosofica e si metta al fuoco e la proporzione del fuoco si conduca in modo tale che ecciti semplicemente la materia, la tocchi tuttavia e in breve tempo quel fuoco, senz’altra apposizione delle mani, celermente compirà tutta l’opera, perché putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà e farà apparire i tre colori principali, nero, bianco e rosso, mediante il detto fuoco molteplice. Si aggiunga poi materia cruda non solo nella qualità, ma nella virtù.
Sappi dunque cercare con tutte le tue forze questo fuoco e ci arriverai, perché è quello che compie l’opera ed è la chiave di tutti i filosofi che non hanno mai rivelato…
Per quel poco che comprendo, davvero il Pontano si esprime più chiaramente degli altri alchimisti (resto al vostro servizio per le poche cose che paiono meno comprensibili, così ci faremo insieme almeno quattro risate).
Il fuoco o calore – sono termini intercambiabili – è dappertutto, come lo è stato dall’inizio della Creazione. Nell’uomo si affaccia come calore corporeo, perciò la nostra Pietra è naturalmente calda: essa manifesta la “vita della luce”, cioè abbiamo la vita che non possediamo e la luce che si palesa ma sembra nascosta.
Nell’uomo si avverte la vita come fuoco dei sensi, calore delle passioni. Nell’uomo il calore risorge come amore quando diventa percezione e pensiero ossia nell’atto che tende a restituire allo Spirito la materia. Nei confronti dell’anima la luce del pensiero deve incontrare il calore che promana dalla vita istintiva. Per comprenderci per il verso giusto si potrebbe parlare di realizzare una speciale condizione di “entusiasmo” indipendente dalle condizioni personali: sarebbe un buon termine qualora non venisse alimentato, come sempre avviene: a) dalle forme del sensibile (…partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia…), b) dal godimento della natura personale (...senz’altra apposizione delle mani...).
Così, nel comune divenire, anche spiritualista, si usa e si sostiene pure che l’entusiasmo e tutto quanto vi si correla sia cosa grande mentre è palese contraddizione: si rinserra la sezione mediana al fluire di ciò che libera il pensare ed il percepire dalla categoria corporeo-animale: il volere profondo: il volere pre-corporeo è la vera forza attraverso la quale l’uomo può essere libero.
Solo dalla (progressiva) libertà può scaturire l’amore e l’atto morale. Libertà è essere indipendenti dal corpo, è agire dalla straordinaria condizione nella quale ci si possa trasferire nel corpo eterico. E tutto quello che pifferai e zufulatori spargono in giro con ossessione tematica diversiva è solo piatta fuffa dialettico-luciferica.
Dunque c’è chi si entusiasma per ciò che legge, chi per ciò che fa, poi ancora c’è chi scoppia di entusiasmo rimirandosi allo specchio…è roba di tutti i giorni e non vale un accidente.
Come ho scritto sopra, l’opera è portare l’essere del pensare nella vita degli istinti: il sole, l’oro, lo zolfo hanno, detto alla buona, un senso analogo ed il punto di questa somma analogica non può essere che il centro più possente dell’anima che la simbologia architettonica occulta indica come zona cardiaca.
Nel cuore avviene l’incontro tra calore e luce che “trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie”.
Nelle più serie e veraci correnti occulte esauritesi meno di un secolo fa, l’opera consisteva nel sentire ed avvivare con l’immaginazione una caloricità nella zona del cuore, nutrendola progressivamente con sensazione e immaginazione. Sebbene fosse preparata da una pratica volta all’isolamento dell’uomo lunare, il suo limite era quello comune a tutti gli occultismi: trasferire nella corporeità la coscienza, disciplinata ma ordinaria, seppure purificata dall’umido naturale così caro al volgo.
In realtà c’era già tutto ma mancava soltanto ciò che può immergersi nel corpo essendo da questo indipendente: la forza-pensiero. Senza la forza-pensiero ogni operazione o rito è solo operazione corporea poiché officiata dalle possenti forze corporee dominanti la coscienza. Di questa essenziale forza e della sua, già difficilissima conquista, su Eco se ne parla tanto, forse così tanto da confondere il buon lettore. Allora rimando a qualsiasi opera di Massimo Scaligero ed in particolare al Trattato del Pensiero vivente (in particolare l’edizione del ’79 riveduta e ampliata dall’Autore poco prima della sua scomparsa).
Pur essendo del tutto convinto che la “pietra angolare” non soltanto sostenga ma riassuma in sé l’intero edificio, ad un certo punto della disciplina della liberazione del pensiero dal vincolo cerebrale è possibile indirizzare parte del lavoro interiore verso la dinamizzazione del fuoco cardiaco. Infatti il dott. Colazza dice: “Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore. E’ per questo che gli uomini del passato hanno tentato la via della devozione ma questa era troppo spesso inquinata da pregiudizi e da emozioni passive e non poteva dare la conoscenza. Scendendo nel cuore gli uomini perdevano il senso dell’Io per disperdersi nel sensibile sentimentale”
Ricordatevi dei “santini” in cui è raffigurato Gesù che tiene in mano il cuore fiammeggiante: ermeticamente semplificato in un triangolo rovesciato sormontato da una croce (tale simbolo ha anche altri significati. Nei tarocchi corrisponde al XII arcano: l’impiccato).
Molti sanno quale sia la disciplina: si trae, con l’immagine di normali processi sensibili (dal calore del sole al fuoco di un ceppo di legno), un sentimento o “senso” del calore. Se questo viene colto dalla coscienza della testa, il suo carattere lo traduce immediatamente nel cuore. Il processo, quando sia posseduto, accende subitaneamente la condizione a cui il dott. Colazza diede la migliore definizione possibile: “Emozione attiva”, del tutto indipendente da quanto può entrare in noi dal mondo esterno e dalla contingente personalità nostra.
Ma questo a che serve? Quasi già detto: porta a Vita la Luce. Ossia l’illuminazione si “accende”: diventa potere trasformante, giunge fino ai sistemi corporei, pervade ogni singola cellula del corpo e secondo misura e destino dissolve la materia e la sostanzia di etere spirituale. Parlarne come ora, indica, ma oltre non serve più di tanto: sono tutte condizioni, esperienze dell’anima metadialettiche, metarazionali: pure esperienze. Esse iniziano sempre dal pensare senza pensieri. Mi verrebbe da dire (e perciò lo dico): dal pensare…spensierato!