Dicembre 2013

LA RUOTA DEL TEMPO

 stelle

 

Mille vite ho già vissuto!

Nei sepolcri ho abbandonato

molte ossa: son tornato,

ed ogni volta ho veduto

nuovo il mondo.

E più non torno

a mani vuote.

Ma pianto

in ogni riso, in ogni pianto

l’Eternità del mio giorno.

(L. Caffarelli)

*

Cari Amici di Eco, auguro a tutti voi un anno spruzzato di VERO di BUONO e di BELLO!

CANI, UOMINI E BESTIE

                       cora sola                                

Il mio ultimo cane è una biondina, un po’ piccola per la sua razza, ma è leggera e veloce. Ora ha compiuto tre anni: dicono che ormai, rispetto al bambino lei resterà così, ma ciò non è vero, contrasta col fatto che impara sempre cose nuove. Magari per associazione.

Uno dei suoi più grandi divertimenti consiste nella lotta con i quadrupedi pelosi che ci stanno. Assisti ad un continuo intrecciarsi di corpi, zampe, zanne e code e devi schivarti spesso poiché un furibondo rotolamento di 60/80 e più chili può spezzarti una gamba. Può succedere che uno dei due sia irrefrenabile, più eccitato. Cosa si fa allora? Ognuno dei padroni afferra il proprio peloso e gli ordina il ‘seduto’. In meno di un minuto, già stanchi e soddisfatti, riprendono la loro attività primaria: immergersi nel  vasto e misterioso mondo degli odori.

Sono solo cani, perciò abbaiano poco, non si mordono per farsi male e rimangono amici.

E se non c’è amicizia? Qualche impercettibile segnale (un movimento della coda, il rizzarsi dei peli dorsali, un sordo ringhio) e ognuno per la sua strada.

Mi si domanderà: e quelli che abbaiano forte, che tendono il guinzaglio ed esibiscono una dentiera feroce? Lo crediate o meno sono una sparuta minoranza di cui, la maggior parte, nasconde solo paura. I cattivi sono pochissimi e sono tutti squilibrati. Ossia portano nell’anima gravi e irrimediabili ferite, sempre provocate dall’uomo.

Noi siamo un gradino più su, ma è un gradino importante e non perdo tempo a parlare dell’uomo ad antroposofi (poi preferirei parlare di cani o con cani: meno stress).

Allora chiedo a uomini e cultori di antroposofia: perché tanto astio tra personalità che vorrebbero o dovrebbero comunicare qualcosa, dare qualcosa?

Certo, i motivi ci sono e ci sono stati, con feritori e feriti, ma è davvero impossibile dominare lo spirito malvagio che trova facilmente giustificazione razionale, anzi, tutte le giustificazioni del mondo? E’ impossibile scrivere una frase che non stilli, freudianamente all’incontrario, biasimo su ogni cosa? E tanto meno è logico ritenere che il male provenga tutto da ovest ed il bene tutto da est? Chi affermasse ciò sarebbe da immediato ricovero. E’ impossibile per un antroposofo separare l’individualità col suo destino da eventuali pensieri che, da cristallini sono passati alla cristallizzazione, divenendo una gabbia per chi li ha pensati?

C’è persino qualche ossessivo…professionista che generalmente nuota in acque bassissime  a cui non dispiacerebbe respirare, fingendo nobiltà di sentimenti, l’odore del sangue (degli altri, beninteso).

Beh, anch’io ho sempre ritenuto più coerente la civiltà che dirimeva gli oltraggi con la spada o la pistola: non ditemi che coerenza e coraggio (anche a rischio di vita) siano miserabili difetti mentre valanghe di insinuazioni e maldicenze siano preclaro esempio di virtù.

Non ditemi che spruzzare getti di moralismo a parole su altri esseri umani che hanno un punto di visione diverso, un carattere diverso, e allestire lo spettacolino con esibizioni di virtuosità finta come un fondale per marionette, sia nient’altro più che miserabile.

E’ una fissazione questa, di inforcare lenti monocromatiche per obbligarsi a vedere tutto sotto una sola, personalissima, luce colorata.

Sembra che l’arena esoteristica sia la continua dimostrazione del pensiero leviatanico di Hobbes.

Una cosa sola m’addolora profondamente: vedere il Dottore usato come zerbino o trattato da cavia di vivisezionatori dilettanti (per diletto).

Potete anche non credermi, io posso solo darvi la mia parola che è vero.

Arrivo al concreto: ognuno a suo modo, incontra l’Opera del Dottore, poi legge: diffidente o con grande apertura, comprendendo poco o molto, trova affermazioni che lo scandalizzano o riempiono di gioia la sua anima. Ognuno a suo modo.

Ma poi, se possiede un briciolo d’autocoscienza e d’attenzione, trova necessariamente in tutti i Testi indicazioni per una lettura più rigorosa di cui un’anima sufficientemente sana sente con maggior forza il bisogno.

L’Autore non gli chiede di credere a quanto scrive ma di pensare quei pensieri. Se guardiamo le cose con obbiettività, è l’esperimento necessario. In caso contrario saremmo degli sprovveduti che si fanno abbindolare da ogni Guru che passa (e ciò succede nella realtà quotidiana poiché i cialtroni sono innumerevoli e moltitudini genuflettono coscienza e anima con fedeltà canina, cioè ad un grado subumano che nel cane è bellissimo, nell’uomo no) e l’antroposofia – come in effetti lo è l’antroposofismo – sarebbe l’ennesima cialtronata “usa e getta”.

Se i pensieri della Scienza dello Spirito vengono davvero pensati succede che trovino ognuno il suo posto in un “edificio di pensieri” e ci si accorge che esso è capace di reggersi da sé. Sembra poca cosa ma osservate per un momento come tutto il mondo percepito deve reggersi su altro da sé: il bicchiere sul tavolo, il tavolo sul pavimento, eccetera. E nel mondo della cultura e del pensiero ordinario non cambia niente: tutto si riferisce ad altro che lo convalidi e lo sostenga. Nella religione abbiamo persino la “dogmatica” per mantenere fisse ed immutabili le colonne ed i puntelli. E chi crede di uscire dall’oppressione del sacro prefissato, spesso s’infila nel giogo delle Logge o delle chiesuole estemporanee…o al bar.

L’attività che l’anima applica nello studio della scienza occulta rosicruciana porta davvero alla dimostrazione  della sua realtà.

Poi si può anche confrontare questa impressione di realtà con le altre costruzioni di pensiero del mondo e si osserverà (forse con genuino stupore) che simile auto fondatezza non esiste in nessun’altra concezione di pensiero. Provai una sera a seguire con desta attenzione il discorso scientifico di un noto volto tra i fondatori del CICAP, l’organizzazione dalla maschera benigna…un tantino diversa dagli scopi meno palesi e e molto più oscuri. Bene! Anzi molto male! Rintracciai in quel discorso una impressionante e continua sequenza di affermazioni campate nel vuoto, senza alcuna base seriamente scientifica e senza nessi logici. Su Eco, ora, si parlava del gesuitismo, ma anche questi non sono mammole…

Nella sfera dell’attività che porta il pensatore nello studio della Scienza dello Spirito, valutare se c’è chi sa più o meno antroposofia è uno scivolone: se l’antroposofia è una esperienza consapevole ciò non ha senso. Anzi ha un significato trascendente per un ex gesuita che fa l’ antroposofo: ero presente quando si faceva conoscere e dopo nome e cognome, la sua pistola fumante era “Ho letto tutta l’Opera omnia”… (e una mentalità di questo tipo viene seguita ed esaltata da tanta gente).

Notate, prego, che non tiro fuori di tasca, trinità, deva o “cosa succede nei mondi spirituali”. Specie questi ultimi sono solo patacche.

Non credo serva incensare gli Immortali per trovare quel tenore di pensiero, d’anima e destità che  serve a pensare il pensiero come è stato plasmato in accuratissime parole dal Dottore.

Qualora tale pensiero sia stato veramente pensato si è anche sperimentato un ‘essere sé stessi’ un po’ oltre la inamidata e spesso rabbiosa reazione della personalità, quella più elementare e contingente.

Sono d’accordo sul fatto che l’anima non può mantenere elevatezze tutto il santo giorno: prodursi in simile atteggiamento significherebbe torcersi in una falsa immagine di sé stessi: una menzogna stabilizzata. Né sembra utile l’immane tentativo di modificare artificiosamente il carattere, anzi: prendere treni deviati su binari di sosta non porta a destinazione. In tali casi si dilapidano tutte le poche forze in atteggiamenti che consumano la sana spontaneità del tessuto interiore. Tutto già visto..e troppo spesso.

Ciò vale anche per l’hobby della demonizzazione dei caratteri di Tizio e Caio, specie se sospetto che non facciano quello che io faccio o facciano quello che io non faccio.

Però, ritornando a quelle esperienze di base sopraddette e che già non fanno parte del “sapere comune”, che già traggono anima e pensiero oltre il comune sensibile, non sarebbe forse possibile imparare da esse un minimo tenore interiore che si protenda verso il senso dello Spirito? Non sarebbe possibile la coerenza di rispettare e onorare (gratitudine) l’Autore che è stato capace di donare i pensieri che sono divenuti una direzione alla nostra più intima vita (anche se occorrerà tanto di più per intuire l’immensa grandezza sua e della Comunità Interiore a cui partecipa)?

E magari ricordarsi di ciò tra le mille difficoltà dei rapporti umani?

Difendere con forza le proprie idee, con ardore…ma tentando di rispettare l’individualità che difende le sue con pari energia. Se manca il minimo punto d’incontro, basta che ognuno vada per la sua strada con il meglio di sé: ricordatevi che se le idee si accendono a causa dello scontro, sono idee deboli: idee galvanizzate dall’adrenalina? Che cavolo sono?

Concludo il mio inutile sermone con poche righe  assolutamente serie.

Non si usino frasi del Dottore come pietre. Non le si frantumi fuori dal contesto. Non se le ritraduca come fossero secrezioni personali. Non si svilisca nel sapere straccione le  rivelazioni del sovra-umano!

Ciò non è accettato dai Mondi Spirituali che poco si occupano della superficie della vita quotidiana ma sono davvero severi per quanto riguarda quello che l’uomo riesce a fare con contenuti spirituali strappati dal livello d’appartenenza per interessi ben poco encomiabili.

Di sfuggita ricordo che tale abuso ottiene l’effetto inverso a quanto vorrebbe prefiggersi: è una ‘gridata’ manifestazione di infantilismo (e spesso di incredibile ignoranza strutturale) in personalità che si stimano adulte (poi nel campo che vorrebbe essere considerato esoterico, tra professori, iniziati e gran maestri, tutto ciò diviene solo un perfetto Hellzapoppin’).

Scusate queste dolèances, di cui Eco e i suoi commenti non c’entra per nulla.

Su queste allegre note, colgo, come si dice, l’occasione di augurare al mondo, insieme a Zeno Cosini, mio più famoso concittadino, una fine…scoppiettante!

I LAMPI DEL SILENZIO

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CIO’ CHE MANCA E’ IL SOVRUMANO.

IL RAGIONARE E’ SEMPRE PIU’ DECISO E ACUTO MA LA DIREZIONE DI FONDO, IL TONO E LE SCELTE DEL SUO OPERARE  SONO RIPOSTE NEGLI ANELITI PROFONDI DEL SENTIRE DI CIASCUNO.

LA  POTENZA E LA QUALITA’ ESSENZIALE DI OGNI ARGOMENTARE RAZIONALE SCATURISCE DAL SILENZIO IN CUI  L’ANELITO PROFONDO SCANDISCE (SPESSO INCONSAPEVOLMENTE) IL PROPRIO  ADERIRE AD UN INDICIBILE E VIVENTE VALORE.

IL MONDO E’ POPOLATO DA ESSENZE VIVENTI (SOVRUMANE  E SUBUMANE) CUI NELLE PROFONDITA’  DEL PROPRIO  ANELARE SI ADERISCE.

NEL BENE COME NEL MALE.

QUANDO SI ARTICOLA UN PENSIERO E CON ESSO SI DA’ VITA AD UN ARGOMENTARE, L’ATTIMO CHE LO PRECEDE  E’ UN LAMPO DI VOLONTA’ NEL SILENZIO INTERIORE, IN CUI L’ANIMA SI DENUDA E FA IRREVOCABILMENTE APPELLO AD UNA SINTESI VIVENTE DI TUTTE LE SENSIBILITA’ INTERIORI (SOVRUMANE O SUBUMANE) SINO A QUEL  PUNTO ACQUISITE VOLONTARIAMENTE (CASO RARISSIMO)  O INCONSAPEVOLMENTE EVOCATE.

TUTTO IL  RAZIONALE E’ IN FONDO UN ATTINGERE ED UN PROPAGARE POTENZE MAGNETICHE VIVENTI (NEL MALE), O UN IRRAGGIARE POTENZE DEL CALORE CHE IN SE’ CUSTODISCONO UNA CERTA QUAL MISURA  DI VIVENTE INNALZARE.

IL SILENZIO CHE SEPARA UN PENSIERO DALL’ALTRO E’ IL POTERE VIVENTE IN CUI LAMPEGGIA LA SINTESI VERA DELLA PROPRIA VITA E CHE MANIFESTA LA POLARITA’ ESSENZIALE CUI SI E’ DEVOTI ED ALLA QUALE SI ADERISCE.

SIMPATIE E ANTIPATIE SI MANIFESTANO IN BASE AL COLLIMARE O AL CONFLIGGERE DI TALI ESSENZE PROFONDE E VIVENTI E MAGICHE, SOVRUMANE O SUBUMANE.

IL PROBLEMA E’ CHE TALI POTENZE VIVENTI POSSONO VENIRE IPOTIZZATE ED ANCHE RAZIONALMENTE RICONOSCIUTE COME LOGICO RETROTERRA DI OGNI PENSIERO, MA NON POSSONO (RIMANENDO NELLA USUALE E COMUNE COSCIENZA DI VEGLIA) VENIRE SPERIMENTATE, OSSIA COSCIENTEMENTE SCELTE, OSSIA OPERATIVAMENTE E VIVENTEMENTE VISSUTE.

TALE E’ L’ABISSO DELLA COSCIENZA SOLTANTO RAZIONALE CHE E’ IL COMUNE LIVELLO DI ACUME DEL MONDO ATTUALE, RAZIOCINANTE NEL DESERTO E NELLE TENEBRE, NEL VASTO DISPIEGARSI DI IMPULSI PRERAZIONALI CHE DECIDONO TUTTO.

INSERIRSI NEL LIVELLO DEL SILENZIO IN CUI IL SOVRUMANO LAMPEGGIA: TALE E’ IL COMPITO  CHE LA SOVRABBONDANZA DI INTELLIGENZA RAZIONALE ((GRATUITAMENTE DILAGANTE )  PRESUPPONE.

MENTRE LA POTENZA PRERAZIONALE E’ SPONTANEA NELLA FURIA DELLE CRISI UMANE INFERE (SIA ESSA AVIDITA’ ECONOMICA, O DISPERAZIONE POLITICA, ODIO, LIBIDINE, SETE OMICIDA O ALTRO), NON ALTRETTANTO E’ POSSIBILE NEL SOVRUMANO.

NULLA DELL’ANTICO SENTIRE POETICO, RELIGIOSO, FILOSOFICO E’ SOPRAVVISSUTO NEL BENE CON ALTRETTANTA POTENZA DEL MALE.

SPONTANEA (IN VARIO GRADO E MISURA) E’ SOLTANTO LA DISCESA NEGLI INFERI, DISCESA GRATUITA E FAVORITA, OBBLIGATA.

LA RIASCESA NEL BENE E’ POSSIBILE SOLO ATTRAVERSO L’ASCESI DEL PENSIERO CHE E’ IL FULCRO CENTRALE DELL’INSEGNAMENTO DI RUDOLF STEINER ( LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA’ ) E CHE SENZA LA SPERIMENTAZIONE ASSOLUTA DI MASSIMO SCALIGERO SAREBBE RIMASTA PER SEMPRE NON PRATICATA, INCOMPRENSIBILE, DISATTESA, SMINUITA, TRADITA.

INSERIRSI REDENTORIAMENTE LADDOVE IL SILENZIO CHE PRECEDE OGNI RAZIOCINARE E’ GIA’ PREDA DI VOLIZIONI NON UMANE E MALEVOLE, E’ ATTO DELL’IO, ATTO DI ONESTA’ LOGICA, VOLONTA’ DI VERIFICA SOLITARIA E PURAMENTE EMPIRICA.

DAL SILENZIO IN CUI SI GENERA  IL SENSO DI CIO’ CHE POI SI TRADURRA’ IN PENSIERI ESPRESSI A PAROLE NEL MENTALE RAZIONALE, OCCORRE DISCENDERE AL MENTALE RAZIONALE  E SU DI ESSO FONDARE L’ASCESI DEL  PENSIERO.

SI COSTRUISCE UN DECORSO LOGICO DI PENSIERI ESPRESSI A PAROLE, PER ESEMPIO DESCRIVENDO  A SE STESSI UN OGGETTO FABBRICATO DALL’UOMO, UN OGGETTO FISICO MOLTO SEMPLICE, E POI SI TENTA DI CONTEMPLARE TUTTO ASSIEME IL RIASSUNTO  (OSSIA IL CONCETTO) DI CIO’ CHE SI E’ DESCRITTO.

CONTEMPLARE IL SENSO DI CIO’ CHE SI E’ DESCRITTO IMPLICA IL SILENZIO NELLA VOLONTA’ COSCIENTE, POICHE’ SENZA PAROLE SI INCITA SE STESSI A MANTENERE VIVO E PRESENTE IL SENSO, LA FORMA, IL SIGNIFICATO DI CIO’ CHE SI E’ RAZIONALMENTE COSTRUITO MEDIANTE CONNESSIONI LOGICHE DI PAROLE NEL CHIUSO DELLA PROPRIA MENTE.

L’INCITAMENTO E’ VOLONTA’ CHE SI MUOVE SENZA INCLINAZIONI ANIMALI.

A QUALUNQUE LIVELLO E’ PURA.

A QUALUNQUE LIVELLO SIA LA PROPRIA ANIMA: PER ATTIMI DI DEDIZIONE, NEGLI APICI, SFIORA LA PURITA’ MENTRE TACCIONO LE PAROLE CEREBRALI.

PER ATTIMI IL PROPRIO IO CHE VAGA NEL MONDO TRASCINATO DA UNA PROSAICITA’ TROPPO UMANA AD UN’ALTRA,  PER ATTIMI LAMPEGGIA LA PROPRIA SOVRUMANA NATURA IN VIRTU’ DELLA QUALE IL DIO SOLARE SI E’ FATTO UOMO  IN OGNI INDIVIDUO.

ED E’ IL RITO SOLARE DEI NUOVI TEMPI.

PER IPOTESI DA VERIFICARE:  IL SOLO E L’UNICO.

L’IMPRESCINDIBILE.

SENZA TALE ATTINZIONE CONTINUA E RIPETUTA VANA E’ OGNI RAPPRESENTAZIONE INTERIORE DI VERITA’ DI CUI NON SI SA SFIORARE LA POTENZA.

LA POTENZA E’ IL MANIFESTARSI COSCIENTE DI UN POTERE CHE SOVRUMANIZZA E CHE LOTTA INCESSANTEMENTE PER MANTENERSI TALE NEL SILENZIO IN CUI L’UMANO ACCOGLIE L’ESSENZA VIVENTE DELLA MORTA CONSEGUENZIALITA’ RAZIONALE.

IL SILENZIO ACCOGLIE LA VOLONTA’ CHE INSEGUENDO IL VERO PERMETTE AL SOVRUMANO DI IRRORARE I CUORI DAL SOLE ETERICO.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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Nota

PRECEDENTEMENTE APPARSO  IN :  ANTROPHORUM / 7 GIU 2010/

IL RIASSUNTO

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Cari amici,

dopo aver letto gli interessantissimi commenti di mittel e hugo, mi verrebbe, quasi, di nascondermi in qualche anonima spelonca per poter arrossire in santa pace a causa delle mie abissali ignoranze, anche se mi chiedo quale possa essere il motivo di tali conoscenze così ferocemente approfondite che potrebbero essere un astutissimo modo per allontanare da essi ogni traccia di sospetto…mah!

Rimando a tempo debito un giudizio e, giudiziosamente mi dedico ad altro tema con il quale ho costipato tempo fa una sezione di Eco.

Lì ritorno con una nota riassuntiva.

Perché? Perché ho notato che ormai, fin troppo spesso, spiritualismo fa rima con dieta e dietetica (no, non fa rima, ma è lo stesso così).

Non credo che sia una cosa troppo giusta, anche e soprattutto perché un discepolo della Scienza spirituale moderna dovrebbe giungere da sé ad una sensibilità animica tale da permettergli di percepire, da momento a momento, ciò che per lui è bene o male nel contesto dei cibi da assumere.

Mi sembra che le diete siano divenute una sorta di Decalogo a cui obbedire: dapprima i dieci comandamenti, poi il catechismo, ora l’alimentazione: una delle tante facce della “rettorica”, che si contrappone alla via dell’individualismo etico tracciata dalla Filosofia della Libertà.

Poi in definitiva, le diete più assurde sono spesso quelle che incontrano più favore…per rimanere nel campo dell’irrazionalità o della bigiotteria che pare più luccicante e fascinosa che la realtà.

Prometto che questo sarà l’ultimo articolo che, in un certo senso, è concatenato ai precedenti. Quello che potrebbe restare fuori da quella linea, a mio parere, ha a che fare con dettagli non troppo importanti nel grande disegno delle cose.

L’alimentazione non dovrebbe essere granché diversa dalla semplice applicazione individualizzata di alcuni principi fondamentali e fondati.

In ciò simile alla Scienza spirituale, quando venga compresa la chiave di volta di quest’ultima.

Oltre a ciò, i giochi di parole sul fatto che un alimento fornirà una condizione migliore di salute o, per esempio, una maggior perdita di grasso, è un classico esempio dell’andare fuori strada.

Essenzialmente, quando si è ben padroni dei fondamentali, si è fatto il 95% del lavoro: il rimanente non contribuirà molto ai risultati. Ciò è estremamente vero per le “integrazioni” ma è vero anche per alcuni dettagli alimentari su cui sembrano fissarsi i media per brevi periodi durante i quali fanno da grancassa a risultati “scientifici” che, nello spazio di pochi mesi, negano quanto avevano affermato poco tempo prima.

Per le stesse ragioni per cui alcuni si preoccupano se sia meglio fare o meno due minuti in più di meditazione, alcuni amanti della dieta si preoccupano a causa dei due punti di differenza nell’indice glicemico tra due nutrienti. Queste preoccupazioni indicano la non conoscenza di cosa sia l’alimentazione fondamentale.

In questo semplice articoletto voglio concentrarmi su un riepilogo di alcune indicazioni alimentari fondamentali. Fate queste cose in modo corretto, sempre, accompagnatele con qualche attività appropriata e sarete a posto.

Proteine

Tutti dovrebbero conoscere i benefici delle proteine. Vi sono, nel nostro Paese, parecchi che, in nome della dieta mediterranea, tendono quasi a dimenticarle.

Nello sport può invece capitare che si mangino più proteine di quelle che è possibile assimilare. In questi casi le proteine, anche se non causano problemi di salute (nulla indica che l’assunzione proteica sia dannosa per la salute dei reni, al contrario del “si dice che”) diventano semplicemente una fonte di calorie costosa, visto che l’eccesso viene convertito in glucosio.

Una assunzione proteica a due grammi o meno di peso corporeo, è più che sufficiente se le fonti proteiche sono di buona qualità come pesce, pollame, fagioli, latticini, ecc. Senza dimenticare che anche i vegetali le possiedono in piccole quantità.

Le polveri proteiche, in casi particolari non sarebbero inutili…se non stessero cercando di separarvi dai vostri soldi.

Grassi

Se c’è una cosa su cui quasi tutti si sbagliano, è l’errato tentativo di eliminare i grassi dalla dieta corrente. Abbiamo bisogno di alcuni tipi di grassi ma non di altri tipi.

La qualità dei grassi è molto più importante della quantità dei grassi.  In generale penso che dovrebbe essere assunta una quantità del 20% sul cibo giornaliero, proveniente da fonti salubri come l’olio d’oliva, semi, noci, ecc. Ciò è d’aiuto per fornire una quantità sufficiente di calorie senza esagerare. I grassi saturi provenienti da animali e l’olio di noce di cocco e del cuore di palma, dovrebbero essere tenuti al minimo perché sono associabili a problemi di salute (attenzione, poiché le Aziende, tolti i famigerati grassi idrogenati, li hanno sostituiti con l’olio di noce di cocco con la definizione generica di “olio vegetale”).

Carboidrati

I carboidrati possono essere sia sotto che sopravvalutati. In genere, in Italia, sono ampiamente sopravvalutati. Si tende ad assumerne troppi, specialmente quelli molto raffinati, spesso al posto dei grassi salubri.

Molti guru della dieta d’oltre oceano indicano nei carboidrati l’origine di tutti i mali. Ma queste diete (chetogeniche) non sono l’ideale per una vita sana. I carboidrati sono necessari per chiunque sia attivo e tanto più se l’individuo è intensamente attivo.

In generale, i carboidrati possono rappresentare il 50% della dieta. Di questa percentuale, una parte dovrebbe essere costituita da alimenti amidacei, come il pane, la pasta e le granaglie, e l’altra parte dalla verdura e dalla frutta ricca di fibre. Ciò assicura livelli adeguati di glicogeno oltre ad una assunzione di fibre e di nutrienti.

Frutta e verdura

Se c’è un’altra cosa in cui ci si può sbagliare è il non consumare una quantità sufficiente di frutta e verdure. La frutta e le verdure sono fondamentali per una alimentazione corretta. Non dovrebbe essere difficile mangiare cinque porzioni al giorno di frutta e verdure, cioè almeno due frutti e tre porzioni di verdure.

Una porzione di verdura non è grande quanto pensate: per esempio una tazza di verdure equivale a due porzioni.

L’alta assunzione di fibre terrà in salute il colon e migliorerà l’assimilazione dei nutrienti. Ovviamente, troppe fibre (oltre i 50 g al giorno) possono essere deleterie. L’equilibrio, anche in questo caso, è la chiave.

Acqua

Non lo ripeterò mai abbastanza: bevete molta acqua. Il minimo dovrebbe essere di cinque orinazioni chiare al giorno. Molte persone vivono di bevande gassate e caffè che non contano per l’assunzione di acqua. Conta invece il contenuto d’acqua del latte, della frutta e dei succhi di frutta.

La maggior parte delle persone è cronicamente disidratata, il che non è sano. Prendete una bottiglia d’acqua e riempitela e svuotatela 2-3 volte al giorno, a quel punto sarete sulla strada giusta. Alla fine diventa un’abitudine.

Stabilire le calorie

C’è molta confusione su come stabilire le calorie per obbiettivi diversi. Parte di questa confusione deriva dal fatto che qualsiasi equazione può essere solo una stima e non dovrebbe essere considerata una scrittura sacra.

Come ogni altra cosa della vita, l’assunzione calorica dovrà essere modificata a seconda degli obbiettivi.

Come regola generale, una assunzione calorica di circa 15 calorie ogni 0,5 kg è la dose di mantenimento. Per perdere peso (grasso), riducetela del 10-15%; per guadagnare peso, aumentatela del 10-15%. Dopo qualche settimana dal cambiamento, controllate i risultati e apportate altre correzioni, fino a trovare le cifre giuste per voi.

Frequenza dei pasti

Anche se francamente non ci sono grandi vantaggi nel fare molti pasti come pensa la gente (a parità di assunzione calorica), è sempre una buona idea farli.

Fare molti pasti più piccoli tende a smorzare l’appetito, evita il sovraccarico della digestione e rende più semplice consumare un numero sufficiente di calorie.

Tre pasti al giorno sono il numero minimo e tre pasti più diversi spuntini sarebbe meglio.

Perdere peso

Fondamentalmente perdere peso non è più difficile del guadagnarlo. Per costringere a mobilizzare il tessuto grasso, dovete mangiare di meno di quanto avete bisogno.

Tutti i programmi alimentari, indifferentemente da quello che viene detto, vi fanno semplicemente mangiare di meno (e muovervi di più), così il tessuto è mobilizzato per fornire carburante. Nessuna magia, solo semplice fisiologia.

Se volete perdere peso, riducete le calorie un po’ alla volta fino a che cominciate a vedere i cambiamenti. Poi mantenete quell’assunzione calorica fino a che vi fermate e poi riducete ancora un po’ di calorie. Fino a che la vostra energia non diminuisce non state perdendo muscolo ma solo grasso.

Normalmente si consiglia di ridurre i carboidrati amidacei perché anche una piccola riduzione (un panino al giorno) può ridurre sufficientemente le calorie da causare una perdita di grasso. Poi vi sono approcci più estremi come La Zona o le diete chetogene.

Ma, per attivare la perdita di grasso, iniziate sempre con i cambiamenti più piccoli e più semplici che potete fare. Un sano aiuto per la perdita del peso è di aumentare il lavoro aerobico, come passeggiate veloci. Oppure buttatevi da una rupe e volate con un gran battito di braccia.

Quanto ho scritto vale per l’individuo sano e di media età. Deve essere chiaro che situazioni diverse possono o devono comportare indicazioni particolari. Quanto ho scritto sulle calorie abbisogna di tabelle per gli alimenti più comuni: esse sono di facile reperibilità (le trovate anche nei libri di cucina). Per approfondimenti ritornate agli articoli precedenti e se proprio non vi interessa, passate avanti.

GLI ESERCIZI SPIRITUALI DEI GESUITI

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GLI ESERCIZI SPIRITUALI DEI GESUITI

di Fortunato Pavisi

 Trieste, 1 ottobre 1946

*

 

1 – Oscura origine degli esercizi

 

       Due cose distinguono la Compagnia di Gesù da ogni altro ordine religioso:

– l’esenzione dalla preghiera in comune;

– la pratica degli esercizi spirituali.

       Ogni ordine religioso ha come regola principale l’obbligo per i suoi affiliati di partecipare alla preghiera in comune, di assistere collettivamente all’ufficio divino. L’orazione in comune dà il senso della fratellanza e riscalda la vita del sentimento. La Compagnia di Gesù, fin dal suo sorgere, ha ottenuto l’esenzione dalla preghiera collettiva. Tale fatto dimostra chiaramente che essa è un ordine religioso del tutto speciale, unico e stante a sé nel grembo della Chiesa cattolica, non fondato sulla vita del sentimento. Il gesuita sta solo, dal punto di vista del sentimento, dentro il suo ordine; egli è sentimentalmente isolato dagli altri suoi confratelli.

       La pratica degli esercizi spirituali manca del tutto negli ordini religiosi; essa è esclusiva dei gesuiti. Bisogna tener presente che i comuni esercizi religiosi, come sono conosciuti dalla maggior parte dei fedeli, sono tutt’altra cosa che gli esercizi praticati dai gesuiti. I fedeli o gli aderenti di altri ordini religiosi, quando vogliono edificare la loro anima con i cosiddetti esercizi spirituali, si ritirano per qualche giorno in convento, ascoltano in comune dei sermoni e alla fine fanno la confessione generale e si accostano al banchetto eucaristico. Niente di tutto ciò nelle pratiche spirituali della Compagnia di Gesù, come vedremo nel corso di questa conversazione. Il gesuita fa i suoi esercizi singolarmente e in segreto, nel modo che il suo Maestro ritiene più adatto al suo sviluppo spirituale. Come vedremo, gli esercizi spirituali dei gesuiti sono un mezzo efficace e quasi infallibile per ottenere in breve tempo quell’esperienza diretta dei mondi soprasensibili che noi chiamiamo immaginazione. L’antroposofo, pur non potendo accettare le pratiche dei gesuiti, resta tuttavia grandemente sorpreso dinanzi alla profonda conoscenza esoterica sulla quale esse si basano.

       Ciò fa sorgere il problema dell’origine degli esercizi spirituali dei gesuiti. Dirò subito che quest’ori­gine è avvolta nel più profondo mistero. I biografi di Ignazio di Loyola, pur seguendo la sua vita passo per passo, non sono riusciti a scoprire il minimo indizio rivelatore dell’origine degli esercizi. I padri della Compagnia di Gesù sono naturalmente dell’opinione che il santo fondatore del loro ordine abbia concepiti gli esercizi sotto la diretta ispirazione del Cielo. Gli storici obiettivi hanno formulato le più svariate ipotesi. Tra queste vale la pena di citare quella di Hermann Müller, il quale dice: “Negli esercizi di Ignazio di Loyola troviamo chiare tracce dei procedimenti gnostici propri delle sette mussulmane”.

       L’affermazione può sembrare avventata e sospetta in bocca di un avversario, ma un dottissimo dominicano, profondamente versato in questioni di mistica e di ascesi, a proposito degli esercizi ignaziani si esprime in modo quasi simile: “Io li trovo così inusitati, così strani, così poco simili a tutte le pratiche spirituali in uso nella Chiesa, che li ritengo addirittura di un’altra religione”.

       Ignazio di Loyola porta nella Chiesa cattolica qualcosa che non ha precedenti nella sua storia. Donde l’abbia tratto , è un mistero, come del tutto misteriosa, nonostante i suoi cento e più biografi, è la figura di Ignazio di Loyola.

       Una cosa è certa. Quando nel 1535, all’età di 30 anni, Ignazio di Loyola lascia la professione delle armi e giunge a Parigi per darsi agli studi, egli è già completamente padrone di una tecnica e di un metodo iniziatico perfetto in tutti i suoi particolari. Tanto è vero che si pone subito alla ricerca di persone che stima mature per accogliere le sue dottrine basate su procedimenti interiori. La sua casa diventa in breve un ritrovo di fedeli. Ciò suscita i sospetti dell’Inquisizione e per ben quattro volte lo studente spagnolo viene citato a comparire davanti al Tribunale della Chiesa. D’allora in poi diventa estremamente guardingo nello scegliere i suoi amici. Mette al corrente solo i più intimi delle pratiche che egli ha escogitate per il perfezionamento interiore e coloro che hanno compiuto gli esercizi diventano quasi sempre fanatici seguaci del Maestro.

       Ignazio di Loyola è un soldato nato. Dopo essere stato comandante di una compagnia al servizio del re di Spagna, assume il comando di una compagnia di militi religiosi, sottoposti a rigida disciplina e a cieca obbedienza.

       Dopo queste poche premesse di ordine storico, passiamo all’esame degli esercizi spirituali dei gesuiti, come venivano praticati subito dopo la fondazione della Compagnia.

 

2 – I rapporti tra maestro e discepolo

 

       Il novizio della Compagnia, o qualunque altra persona anche al di fuori della stessa, senza distinzione di sesso, purché ritenuta adatta, riceveva un istruttore spirituale. Il rapporto tra l’istruttore e l’allievo era quello che in antichi tempi correva tra il guru e il bhakta. Al novizio si richiedeva una fede cieca nel Maestro. Questi non dava alcuna spiegazione sul perché delle norme che dettava e sul risultato pratico che da esse si poteva sperare. Tutte le istruzioni venivano date in privato, personalmente e a voce. All’allievo non era lecito prendere appunti; doveva sforzarsi di mandare a memoria quanto apprendeva dalla viva voce del Maestro. Durante il tempo degli esercizi gli era persino proibito di leggere: tutto ciò che giungeva alla sua anima doveva passare attraverso la viva voce del Maestro. Durante le pause poteva leggere opere scelte dall’istruttore.

       Il magistero iniziatico era strettamente riservato. L’istruttore guidava il discepolo durante il periodo della preparazione, ma il ritiro, che durava quattro settimane e che comprendeva la vera e propria iniziazione, avveniva sotto la guida del Maestro superiore. Il numero di questi Maestri superiori fu, in ogni tempo della Compagnia, molto limitato.

       Gli istruttori della preparazione sono invece più numerosi, ma con ciò non è detto che da essi non si richieda una profonda conoscenza della psiche umana. Il periodo della preparazione è più o meno lungo secondo le disposizioni interiori del soggetto; può durare da poche settimane a molti anni.

       In che cosa consiste, nelle sue linee generali, questa preparazione? Il novizio deve imparare ad abnegare completamente la sua vita interiore. Per ogni uomo la vita interiore è un fatto personale; l’allievo gesuita invece non deve possedere un mondo proprio. La sua anima deve essere esposta completamente allo sguardo critico dell’istruttore. Fin dal primo momento, il novizio deve abituarsi a sottostare alle tre regole fondamentali che lo condurranno rigidamente durante tutto il tempo della sua appartenenza alla Compagnia, cioè, nella maggior parte dei casi, fino alla morte.

       La prima regola stabilisce il rendiconto di coscienza al superiore. Per rendiconto di coscienza s’intende l’esposizione totale del contenuto interiore del soggetto, non soltanto qual è al momento attuale, ma come si andato gradatamente formando dall’età della ragione. Il novizio deve dare conto della sua anima ogniqualvolta il suo istruttore lo richieda. Non si deve confondere questo rendiconto di coscienza con la Confessione. Il confessore è vincolato dal segreto sacramentale; l’istruttore può a suo arbitrio disporre del contenuto animico del suo allievo, sia per guidarlo meglio sulla via del Signore, sia per metterlo al servizio che più conviene a tutta la Compagnia.

       Leggiamo ora il 2° paragrafo del 1° capitolo delle “Costituzioni”:

       “I novizi siano avvertiti ch’essi non devono tener nascosta alcuna tentazione, ma devono rivelarla al loro istruttore, avendo cura che tutta la loro anima gli sia intieramente manifesta, non solo per quanto riguarda i difetti, ma anche le penitenze, mortificazioni, devozioni e virtù, il tutto con la pura intenzione d’essere guidati come si vorrà condurli, senza cercar di procedere di propria iniziativa, ma seguendo le istruzioni di coloro che per essi tengono il posto di Cristo Nostro Signore”.

       Da questo paragrafo risulta che il novizio deve completamente abnegare dalla propria volontà. La sua volontà è quella del Maestro che per lui occupa il posto di Gesù Cristo.

       La seconda regola stabilisce la mutua delazione dei falli commessi. La pratica della denuncia si svolge in due modi; secondo il primo modo ognuno ha l’obbligo di riferire al superiore in segreto quanto sa sul conto degli altri. In parole crude ciò si chiamerebbe “fare la spia”, ma i gesuiti hanno una propria morale che riguarda le leggi dell’evoluzione spirituale.

       Nel secondo modo la denuncia vien fatta davanti a tutti i confratelli e alla presenza dell’interessato. Ogni due settimane – almeno ciò avveniva agli inizi della Compagnia – i confratelli si riunivano e ciascuno a turno doveva accusare le mancanze che aveva rilevate negli altri e dire qual era la sua opinione sul conto dei confratelli. È da notare però che nessun inferiore poteva accusare un superiore.

       Oltre a questo, in ogni casa di gesuiti, c’è un cosiddetto “sindaco occulto” che fa la spia per conto del Padre provinciale.

       La terza regola dispone la correzione reciproca dei difetti. Secondo questa terza regola fondamentale della Compagnia di Gesù, ciascuno deve richiamare l’attenzione del singolo confratello sui difetti ch’egli ha notato in lui. “Tu sei pigro”, “tu sei bugiardo”, “tu sei ipocrita” e così via.

       È stato osservato che queste tre regole, le quali formano l’abito caratteristico del gesuita: vacuità interiore, delazione e indiscrezione, vanno contro tutte le leggi morali che guidano la vita degli uomini nel mondo.

       A questo proposito, bisogna notare che ogni mondo ha una propria etica. Nel mondo dei sensi la coscienza altrui è sacra e intangibile. Nel mondo nel quale entriamo dopo varcata la soglia della morte, la coscienza non ci appartiene più: il corpo astrale si dispiega tutt’intorno e il suo contenuto viene offerto allo sguardo di tutti.

       I gesuiti, nella loro educazione interiore tengono conto, magari in un modo che il vero occultista non può approvare, delle leggi del mondo spirituale.

       Nel libro “L’Iniziazione” di Rudolf Steiner c’è un capitolo dedicato alla calma interiore. Il contenuto di questo capitolo corrisponde alla preparazione dei procedimenti iniziatici gesuitici: l’oggettiva­zione della coscienza. Ma mentre nell’iniziazione gesuitica questa oggettivazione avviene davanti al Maestro “che sta in luogo del Cristo”, nella via iniziatica rosicruciana ha luogo davanti all’Io Superiore che è il Cristo stesso. Le conseguenze di tale fatto sono evidenti. Il gesuita serve gl’interessi della Compagnia incarnata nel Maestro, il rosacroce iniziato si pone al servizio di tutta l’umanità rappresentata dal Cristo.

       Il periodo di preparazione viene accompagnato nelle scuole gesuitiche dalla più assoluta castità e astinenza di certi cibi. Su ciò non occorre spendere molte parole. Ogni occultista sa che questi sono mezzi puramente tecnici per svincolare almeno in parte il corpo eterico dalle strettoie del corpo fisico. Per conseguire questo risultato, oltre a questi mezzi, il gesuita usa anche la scossa psichica! Questa viene ottenuta mediante il rapido cambiamento della disposizione dell’anima. L’allievo viene invitato ad immergersi per un giorno in una tristezza mortale, pensando a tutte le cause d’affanno che ha provate nella vita, alle sciagure che lo hanno colpito e che ancora lo attendono, alle terribili malattie che possono coglierlo distruggendo il suo corpo e tormentandolo come un dannato, agli incidenti che possono piombare su di lui. Deve, per esempio, vedersi stritolato da un carro mentre attraversa la via e provarne tutta l’angoscia. Il giorno dopo deve sforzarsi di realizzare in sé uno stato del tutto opposto. La sua anima deve riempirsi della più travolgente allegrezza, deve vivere solo nella gioia e nella felicità.

       Questi esercizi acutizzano in tal modo la sensibilità del soggetto che durante lo stato di depressione spasima come in agonia, il corpo è scosso da brividi violenti e si copre di freddo sudore, mentre nello stato euforico delira come un ubriaco e si abbandona a trasporti estatici. Queste convulsioni fisiche, questi sudori freddi, queste angosce psichiche sono un segno che i vincoli tra gli arti corporei sono alquanto allentati e che si può procedere alla vera e propria iniziazione. È da tener presente che durante il periodo preparatorio il novizio è stato sottoposto alla disciplina della concentrazione interiore; ha dovuto fare ogni giorno cinque meditazioni di dodici minuti ciascuna: due nella mattinata, due nel pomeriggio e una di notte interrompendo il sonno. L’occultista sa che soprattutto questa ultima è di particolare efficacia, perché dà la padronanza sul corpo astrale. Anche il discepolo rosicruciano viene invitato a fare le sue meditazioni immediatamente prima di addormentarsi e subito dopo il risveglio.

       Quando, a giudizio dell’istruttore, il novizio gesuita è maturo, viene condotto nel cosiddetto ritiro, dove, sotto la guida di un Maestro superiore, avrà la possibilità di avere dirette esperienze spirituali. Nel linguaggio dei gesuiti il periodo della preparazione si chiama purgazione, mentre il tempo del ritiro prende il nome di illuminazione.

 

 3 – Il ritiro

 

       Seguiamo ora il discepolo gesuita nel suo ritiro, dove rimarrà per quattro settimane. Dopo un digiuno prolungato e in uno stato di quasi completo esaurimento fisico, viene condotto in una cella sotterranea. Il Maestro gli dà le ultime istruzioni e poi lo lascia. La luce si spegne e la cella piomba nell’oscurità e nel silenzio più completi. Il discepolo ha avuto modo di adagiarsi su di un giaciglio e aspetta in preghiera. “Anima di Cristo – egli dice – io abnego da me stesso per consacrarmi completamente alla tua gloria”.

       Poco dopo in un canto della sua cella s’accende un tenue lume, come una sfera che mandi una fioca luce crepuscolare. Il novizio volge là il suo sguardo e resta immobile. Ciò lo aiuta nella concentrazione. Il suo spirito entra in meditazione. La caducità di ogni cosa creata si dispiega terribilmente davanti allo sguardo interiore del discepolo. La salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, la gloria e l’infamia, la felicità e la sventura, una vita di cent’anni o una vita troncata nel suo fiore, sono una stessa cosa e non hanno alcun valore di fronte alla vita eterna nello spirito. Perciò ogni desiderio è vano e ogni atto di volontà personale è inutile. Dappertutto è presente la morte.

       Che cosa avviene ora? Il discepolo si sente come incartapecorito, il suo cuore non batte più, il suo sangue ha cessato di fluire per le vene. Egli sente soltanto il suo scheletro, è come concentrato nelle sue ossa. Davanti lui si rizza un enorme orribile teschio, cresce continuamente di misura, riempie tutto l’universo.

       Il discepolo non è però atterrito. La sua anima si è fatta di ghiaccio ed è piombata nella più assoluta indifferenza.

       La visione sparisce ed entra il Maestro. Il discepolo dice: “La mia volontà è inutile. Da ora in poi seguirò soltanto la tua volontà, come il cieco segue la mano di colui che lo guida”.

       Il Maestro risponde: “Vi è una sola volontà: la volontà del nostro Capo. Essa è la volontà di Dio”.

       Ciò che noi abbiamo qui concentrato in poche righe riassuntive, si svolge in realtà in circa una settimana. Durante tutto questo tempo il discepolo rimane isolato e non riceve che la visita quotidiana del Maestro, che si sofferma presso di lui circa un quarto d’ora e gli dà le istruzioni verbali sul contenuto delle meditazioni.

       Dopo che ha avuto luogo l’immaginazione della morte, il Maestro ordina di cambiare l’oggetto della meditazione. Durante la seconda settimana, il discepolo medita sui suoi peccati e sulle pene dell’inferno. Seguiamolo anche questa volta. Eccolo là, pallido e affranto, prostrato sul suo giaciglio. Il suo corpo, esausto dal lungo digiuno, è coperto di freddo sudore, ma la sua anima è lontana. Il discepolo passa in rassegna tutti i peccati commessi durante la vita. Sa che per ogni peccato mortale si è meritato l’inferno. Improvvisamente si sente avvolto da una nera nube temporalesca, dal cui seno escono lampi sinistri e fragorosi tuoni. Egli trema per lo spavento e getta un grido: la nube si è fatta di sangue. Egli cammina sotto una pioggia di sangue, affonda in un mare di sangue. Prova un terribile senso di soffocazione e si trova circondato da diavoli mostruosi che lo assaltano con i loro tridenti e lo gettano nel fuoco eterno. Il fuoco lo investe, gli frigge le carni, lo tormenta in modo indicibile. Il discepolo urla come un pazzo, chiama aiuto con le deboli forze che ancora gli rimangono. Entra il Maestro. Il discepolo non sa più se è vivo o se è morto.

       “Maestro – grida – Maestro, io sono dannato nel fuoco dell’inferno”.

       “Ti salverai dall’inferno, se ti porrai al servizio di Cristo Re”, risponde grave il Maestro ed esce.

       Un certo senso di sollievo entra nel discepolo, ma le sue carni bruciano ancora e soffre terribilmente. Appena dopo due o tre ore, il senso di bruciore scompare ed egli può assopirsi.

       Nel tempo che segue, il suo spirito entra in un nuovo ordine d’idee. Egli si vede come un antico cavaliere errante, protetto da una pesante armatura e armato di spada. Va di paese in paese per debellare i nemici di Dio e per stabilire su tutta la Terra il regno di Cristo. Improvvisamente risuonano trombe d’argento e rullano tamburi. Le nubi si squarciano e l’imperatore del mondo appare in tutta la sua magnificenza. Ha la corona sulla testa, il manto sulle spalle e la spada in mano. Si siede sul trono e proclama. “Io sono il Cristo, il re del mondo. Chi non è con me, è contro di me. Chi non raccoglie con me, getta al vento. Chi non mi obbedisce, è il mio nemico. Nel primo giorno del mio regno, ricordatevi che vi ho assunti nella mia milizia e che vi ho arruolati sotto il mio stendardo”.

       La contemplazione lentamente dilegua e il discepolo torna in sé. Sente però ancora addosso il peso dell’armatura. Egli è forte e agguerrito. Quando entra il Maestro, gli dice: “Io sono un soldato del re Cristo”. Il Maestro lo ammonisce: “Chi vuol combattere per Cristo, deve entrare nella nostra Compagnia. Chi sarà con noi sulla Terra, avrà parte di gloria nei Cieli”.

       Allora il discepolo viene rapito in estasi. Il suo spirito si eleva nelle altezze e ha la contemplazione della gloria di Dio. Angeli e santi circondano osannanti il trono della maestà divina e nel coro celeste è egli stesso. La sua anima è piena di beatitudine.

       Quando torna in sé dallo stato di assorbimento interiore, ogni segno di stanchezza è scomparso dal suo corpo. Si sente fresco come una rosa appena sbocciata. Quando rivede il Maestro, non trova le parole per esprimergli la sua riconoscenza. Si getta tra le sue braccia e con quell’abbraccio testimonia che ormai egli appartiene, anima e corpo, per la vita e per la morte, alla Compagnia di Gesù. Non è più un discepolo, è un illuminato. Tra qualche anno sarà egli stesso un Maestro. Un solo pensiero occuperà d’ora in poi la sua anima: la sua felicità personale, la sua salute temporale ed eterna, i suoi sforzi per ottenerla, dipendono unicamente dalla sua fedeltà alla Compagnia di Gesù. Egli è divenuto un gesuita irremovibile e fanatico. Non ha più una sua volontà, la sua volontà è quella del Generale della Compagnia.

       Dobbiamo immaginare il gesuita come una roccia spirituale isolata da tutto il resto del mondo. Ci si forma l’opinione di solito che il gesuita è al servizio del Papa e della Chiesa. In teoria è così, in pratica no. Il gesuita serve soltanto la sua Compagnia e il suo Generale. Non gli è nemmeno lecito avere rapporti con gli altri uomini della Chiesa, se non è per ordine del Generale e nel senso che questi comanda.

       Ora chiediamoci: tutti i gesuiti sono passati attraverso l’iniziazione che abbiamo descritta e appartengono nell’ambito del loro stesso ordine, alla setta degli illuminati?

       Evidentemente no. Non ogni uomo è senz’altro adatto per essere sottoposto a un tanto pericoloso sistema d’iniziazione. Tutti i gesuiti fanno gli esercizi preparatori, ma se questi non danno l’esito sperato, l’istruttore non insiste per la loro prosecuzione.

       Alcuni, pur essendo stati giudicati maturi per l’iniziazione, non sono stati in grado di superarla, e allora la prova è stata sospesa. Si è dato anche il caso che l’iniziando ha bensì avute delle immaginazioni, ma non quelle richieste dal metodo ignaziano. Così, per esempio, una donna, dopo la meditazione sulle pene infernali, anziché avere l’esperienza da noi descritta, ha visto una chiesa in vetta d’un monte e una lunga processione di gente con un cero acceso in mano che la stava raggiungendo. Il Maestro ha sospeso senz’altro la prova, perché questa non si svolgeva nel senso desiderato e quella donna è stata eliminata dalla Compagnia senza pietà. A questo proposito notiamo che l’appartenenza alla Compagnia non è mai sicura. Chiunque, in qualunque momento, quale sia il grado, può essere espulso dalla Compagnia ad assoluta discrezione del Generale.

       Fare gli esercizi in modo giusto e praticare il ritiro nel senso voluto non sono dunque cose facili. Soprattutto nei primi tempi della Compagnia, quando il metodo ignaziano non era stato ancora corroborato dalla pratica e dall’esperienza, e mancava un’esatta tecnica procedurale, il ritiro ha causato profondi danni morali e materiali a molte anime. Molti dal ritiro sono usciti, non illuminati ma neuropatici o completamente pazzi. Questo per il fatto che la Compagnia contava moltissimi postulanti e un esiguo numero di Maestri veramente pratici. Secondo l’opinione di Ignazio di Loyola, ai suoi tempi vi erano soltanto cinque Maestri sui quali si poteva fare pieno affidamento per la buona riuscita degli esercizi. Oggi il magistero iniziatico, nel seno della Compagnia, è strettamente riservato a qualche raro padre versato e provato in un’arte così difficile. Soltanto pochi e promettenti allievi vengono condotti attraverso la completa trafila dell’iniziazione. Essi sono destinati a formare il potentissimo Stato Maggiore della Compagnia. Ciononostante gli esercizi costituiscono il fondamento essenziale dell’Istituto ignaziano.

       Precisiamo che non il singolo sceglie la Compagnia, ma i gesuiti stessi con acutissimo discernimento scelgono i loro futuri adepti. Vediamo ciò in un caso davvero singolare. A Parigi, Ignazio di Loyola aveva fermato la sua attenzione su un suo giovane compatriota, Gerolamo Nodal da Maiorca, un nobile che studiava per entrare in seguito nella carriera ecclesiastica e conquistarsi qualche canonicato ricco di prebende. Dette subito incarico ai suoi seguaci di “lavorare la vigna” dell’anima del giovane spagnolo, ma le loro suggestioni furono vane e Gerolamo Nodal si rifiutò di sottoporsi a pratiche ed esercizi che non conosceva e che non erano in uso nella Chiesa. Allora intervenne lo stesso Ignazio, ma con non migliore risultato. Gerolamo posò la mano sul Vangelo e disse: “Ecco chi voglio io seguire, e non te che vai dove io non so. Lasciami in pace e va per la tua strada. Addio”.

       Ignazio di Loyola non insistette; andò per la sua strada. Passarono anni. Un giorno, mentre si trovava nel suo possesso di Valdemosa, a tre leghe da Palma, Gerolamo Nodal ricevette la visita del suo amico Don Filippo Cervello, vicerè di Maiorca, il quale lo mise al corrente delle ultime notizie che aveva mandate da Roma l’ambasciatore spagnolo. Gerolamo Nodal apprese così che la Compagnia fondata da Ignazio di Loyola aveva grandemente prosperato, ch’era stata approvata dal Pontefice e che aveva stabilito la sua sede a Roma. Ne fu profondamente turbato. Decise tosto di partire per Roma, senza però un piano prestabilito su ciò che intendeva fare. A Roma fu ricevuto da Ignazio di Loyola con estrema, ma finta freddezza. Tuttavia da quel momento i gesuiti non lo abbandonarono per un istante. Nodal ripeteva: “Io sono un pesce che non s’impiglia nella vostra rete”. Ma s’impigliò spinto da curiosità, accettò di sottoporsi agli esercizi. Fu condotto per il ritiro in una casa solitaria ed ebbe due Maestri eccezionali: lo stesso Ignazio e Gerolamo Domenech, il più abile degli istruttori. La prima settimana passò nel modo previsto ma quando, dopo la contemplazione delle pene infernali, si trattò di fare la meditazione detta “dell’elezione”, Gerolamo Nodal cadde in deliquio. Il suo corpo fu assalito da violenta febbre, il volto divenne cadaverico e mutò espressione, gli occhi si fecero vitrei e sbarrati, l’intelligenza disparve.

       Ignazio di Loyola fu preso da spavento. Disse: “Ecco un pazzo in più e un illuminato di meno”. Si sbagliava, però.

       Il sopire di Gerolamo Nodal durò undici giorni. Il 23 novembre 1545, alle 6 e ½ di sera, nel diciottesimo giorno del ritiro, Gerolamo Nodal rientrò in sé. Era un altro, mutato persino nella fisionomia. Lo spirito era agile e il corpo non serbava alcuna traccia delle sofferenze trascorse. Chiese penna e calamaio e stese l’atto di appartenenza cieca ed assoluta all’Istituto ignaziano. Gerolamo Nodal fu per la Compagnia un acquisto formidabile. In poco tempo ascese al grado maggiore. A un suo cenno si aprivano tutte le porte. Ministri, ambasciatori, vescovi, nunzi, cardinali, principi e persino sovrani lo riverivano e gli obbedivano. Gerolamo Nodal fece della Compagnia di Gesù una potenza mondiale.

       Ignazio di Loyola aveva visto bene quando aveva posato l’occhio sul giovane studente parigino. Qui abbiamo un esempio del modo con il quale i gesuiti scelgono la loro gente. A Vienna, nella seconda metà del secolo XIV, vi fu una serie di misteriose sparizioni di uomini eminenti per posizione sociale ed intelligenza. Qualcuno di essi, poi ricompariva alla luce come aggregato o affiliato alla Compagnia di Gesù, mantenendo naturalmente il più assoluto silenzio sui casi occorsigli. Tuttavia un po’ alla volta la verità venne a galla. I gesuiti sequestravano gli uomini che parevano loro adatti, li trasportavano in una casa di campagna, li rinchiudevano in celle senza finestre, li facevano digiunare per una o due settimane, li suggestionavano con i più appropriati mezzi e li trasformavano in fedeli servi dell’idea gesuitica. La Compagnia smentì ufficialmente queste voci definendole ridicole, ma il Padre Polomeo nelle sue “Cronache della Compagnia di Gesù” annota. “I nostri uomini migliori sono venuti a noi dal mondo per questa via. Essa pertanto mi sembra il miglior mezzo per accrescere il numero delle reclute veramente serie”.

       Se si deve credere alla testimonianza degli autori, ancor oggi i gesuiti non disdegnano di procedere per queste vie traverse. A Hermann Müller un eminente personaggio politico tedesco fece un giorno la seguente confessione: “Qualche anno fa fui irretito dai gesuiti. Feci i miei esercizi con tutta coscienza e buona fede. Dopo trenta giorni di pratiche, condotte con straordinaria potenza suggestiva, non ero più padrone né del mio corpo né della mia anima. Ero, nel vero senso della parola, allucinato e persuaso che solo entrando nella Compagnia di Gesù potevo raggiungere il mio fine terrestre e celeste. Dovette passare più di un anno prima che potessi riprendere il mio equilibrio e liberarmi dall’idea che, se volevo salvare la mia anima dalla dannazione eterna, dovevo farmi gesuita”

       Per concludere questo cenno informativo e non critico sugli esercizi spirituali dei gesuiti, dobbiamo dire che il metodo iniziatico di Ignazio di Loyola, pur essendo rapido, concentrato e straordinariamente efficace, pecca contro il maggior bene dell’uomo: la libertà. A buona ragione possiamo chiederci fino a che grado l’illuminato gesuita è un iniziato e fino a che grado è un posseduto. Ma a prescindere da queste considerazioni di ordine morale, dobbiamo essere persuasi che coloro che agiscono nel mondo con potenza e con piena consapevolezza dello scopo da raggiungere, siano essi gesuiti o massoni, sono tutti passati attraverso una educazione occulta. Senza scienza iniziatica non si può agire proficuamente nel mondo. Coloro che negano ciò sono destinati a diventare con facilità i ciechi strumenti delle cosiddette potenze occulte del mondo. Una di queste è lo stesso gesuitismo. Il gesuita non veste sempre l’abito talare. Gli aggregati della Compagnia, uomini e donne, personaggi politici influenti o umili uscieri di banca, vivono ed agiscono inosservati. La potenza della Compagnia sta appunto nel fatto che la maggior parte della gente ignora questa potenza. Anche i cenni che oggi ho dato sui procedimenti iniziatici dei gesuiti, parranno incredibili. Eppure sono autentici perché li ho tratti da un’opera seriamente documentata di un gesuita spagnolo: don Michele Mir. Michele Mir fu allevato dai gesuiti e rimase nella Compagnia dall’infanzia all’età matura. Uscito dalla Compagnia per divergenze a quanto pare politiche, divenne un paladino dell’autorità papale menomata, a suo modo di vedere, dai privilegi e dalle esenzioni carpite dai gesuiti. Ciò richiama la nostra attenzione sul fatto che nella stessa Chiesa cattolica vi è una vigorosa corrente che tenta di opporsi al gesuitismo. Esiste un Papa bianco e un Papa nero. Il Papa bianco è qualche volta un santo; il Papa nero è sempre un iniziato. Da ciò la sua potenza.

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Per gentile concessione de www.larchetipo.com

Così è anche se non pare

 marionetta

 

Qualche mite pensierino, mentre i sistemi metabolici, proprio in giorni di festa, sono costretti agli straordinari…ma anche questo va bene: coscienze abbassate come saracinesche.

Così posso dire quel che mi pare e piace (magari!). Se potessi farlo sarei immediatamente bandito dal Giardino di Eco dall’implacabile Amministrazione con catastrofiche conseguenze per molti di voi poiché il terribilissimo Mangiafuoco, liberatosi dall’ultima catena, si papperebbe le anime belle, le anime pie e le anime stolte. Insomma, restereste in pochi…comunque bollati e dannati ora e sempre dal giudizio del Mondo.

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Sarà perché le diversità tra gli uomini sono grandi e poi perché pensieri e parole non sfiorano nemmeno un percorso così intimo, solitario e variegato qual è il gesto ascetico di pensiero. In sede d’apprendimento o di giustificazione logica già sembra che ci sia di mezzo una variante della maledizione di Babele, dove ogni voce sgomita per esprimere i giudizi o i vagiti più insensati o stravaganti.

Però la polifonica più stonata appartiene ad un limite decisamente basso, ipogeico e decisamente superabile: non si tratta, come vorrebbero le linguacce, di acritico accoglimento del verbo di chi, affascinandoci, per intrinseca debolezza umana poniamo sul trono del magistero.

Però è interessante che proprio chi pensa in questo modo è, di regola, succube dei tromboni che a paludarsi da professori, maestri e iniziati di quinto grado, con l’astuzia dei ruba galline, ci marciano e ci mangiano a crepa panza secondo la natura della filiera alimentare darwiniana.

Al contrario, il solo avvicinarsi alla disciplina del pensiero, implica un grande sforzo di conoscenza e di volontà: la “persuasione” michelstaedteriana necessaria per osare un passo nell’Opus solare può, per molti, essere il primo risultato di un lungo (parliamo di anni o di tanta polenta) e sofferto incontro a schiaffoni (e altri tormenti: già la vita comune ce ne offre con lieta abbondanza) con la propria anima, assieme a quel briciolo di logica che viene usata per connettere qualsiasi cosa ma mai quale possa essere il suo significato per la coscienza da cui sorge: non ce ne accorgiamo ma è il primo seme di quella impersonalità che non è vuota parola  e che anzi, seppure ad intervalli aritmici, è una delle colonne fondanti della verità oltre la meschinità personale che, prima, era l’unico nostro mondo.

Certo, occorre l’aiuto, la trasmissione. Qualcuno che sia desto per scuotere gli addormentati.

E, come tutti sanno, nemmeno questo è sufficiente. Piaccia o meno, a monte della nascita, deve esserci stato un accordo o un legame che le dissoluzioni non possono disarticolare: un nesso sacro, adamantino.

Questa immagine non piace al soggetto ribelle (anche se essere ribelli è spesso una ottima attitudine), quello che si crede coi piedi ben piantati, che non vuole legami e aiuti: un modo di sentire e di pensare (di essere) che sarebbe rispettabilissimo se fosse puro e sincero: peccato sia spesso un’astrazione, quasi sempre sostenuta da una congrua dose di miopia, ignoranza e insincerità.

Al punto che ogni tentativo di fornire a questa orgogliosa condizione dell’anima, idee, spunti di riflessione, angoli d’osservazione non usuali, è fatica sprecata.  Eppure nella realtà comune il contadino che seminasse su lastre di granito e attendesse lo sbucare del grano sarebbe un pazzo.

In effetti qui incontriamo un’altra delle leggi che governano i “mondi superiori” e, come in alto così in basso, pure il nostro (in quanto mondo di anime): si comprende davvero solo quello che già si sa, che in qualche modo è stato sperimentato anche se in forma diversa e inconsapevole.

Non è una regola volatile, cambiata dal tempo in cui Platone identificava la conoscenza con il ricordo.

L’obiezione che non potevamo ricordarci di questo o quello poggia sul ridicolo assunto che nell’archivio della coscienza non c’era.

Immaginate una sala più grande di 100 stadi di calcio e, da qualche parte metteteci una candelina: illumina intorno a sé una periferia ridottissima, poi solo ombre indistinte e un buio immenso. La candelina è la nostra autocoscienza e nell’immenso buio opera l’anima nostra. Mi pare che il Dottore dica, con un filo d’umorismo, che se la vita del nostro essere dipendesse dalla personale coscienza desta, moriremmo in un amen.

Il dottor Colazza, collaborando spregiudicatamente nel gruppo di Ur, offre allo studioso molti consigli e indicazioni pratiche. Alcune delle quali volte a potenziare il senso del ricordo.

E’ improbabile che ne sia stato fatto un serio uso.

Eppure la vita del ricercatore assumerebbe una notevole e diversa dimensione se l’atto del sapere fluisse nella coscienza come un intimo ricordo – sebbene sconosciuto –  della nostra propria anima: l’effetto collaterale consisterebbe nell’embrionale ma certa consapevolezza dell’immensità che l’anima cela nella tenebra: oltre i bordi della coscienza desta, da cui al massimo sbucano frammenti di sogno che spesso non hanno né capo né coda ma da cui molte anime attingono speranze e vaticini.

Mi sto già portando troppo in là, poiché anche quello che in buona fede si crede di sapere non è mai vero che sia scontato.

In realtà tutti hanno ragione, specie quelli che non si avvicinano alla concentrazione: nessuno andrebbe spinto a farla. Sfido io, non è mica la scelta del colore dei calzini!

In tanti casi è l’approdo dopo un lungo viaggio sul mare. Può iniziare solo quando altre avventure hanno terminato di farci palpitare, quando la barca di molte illusioni riprende il largo senza di noi.

Naturalmente esiste una via più veloce e diretta, ma implica un surplus di sforzo e coraggio e l’intuizione sacra della necessità dell’azione nel punto dove il terreno sotto i piedi sembra mancare: si apre un baratro nella vita e finalmente o ci si ammazza o si salta!

E’ un’azione maledettamente obbligata: da Pitagora alla Golden Dawn, da Patanjali a Steiner, da Tilopa a Scaligero, da Ramakrishna a Reghini, non trovi uno che in salse diverse non l’abbia indicata come il gradino iniziale della Grande opera di reintegrazione nello Spirito.

Questo valeva anche quando il transito dalla percezione della materia sensibile al mondo della vita creante era, per molti versi, piuttosto facile. Però, come ho detto, è atto differibile se siamo alle prese con situazioni ed eventi che assorbono ancora tutto il nostro essere: cullato o affogato nel suo saṃsāra.

Poi la corrente mahayanica e successivamente il tantrismo scoprirono che l’ascesa e la liberazione non implicava il distacco dal divenire… dentro le cose c’è la Shakti che le fa essere, nella maya c’è la Shakti che la sostiene per noi imbecilli…

Noi, storicamente e strutturalmente siamo andati avanti: ci siamo spinti più avanti, anche se prendendo una montagna di fischi per fiaschi. Per i tradizionalisti questa “evoluzione” è una fregatura bella e buona, poiché a ragione, vedono il peggio: la decadenza e la morte dell’antico splendore, il Caos dove regnava l’ordine del Cielo.

E’ davvero difficile, per chi sia compiutamente incarnato e dotato di buona vista, trovare qualcosa che, ai nostri giorni, possegga il carattere del bello, del vero e del buono a cui tuttavia le anime umane anelano…sempreché non ci si accontenti della giornata trascorsa senza troppi danni.

Oppure, nel campo dello Spirito, quando si trovi un borghesissimo equilibrio tra l’asprezza lacerante della realtà e appaganti comunelle in cui, con o senza tè e pasticcini, si chiacchieri di profonde verità spirituali che appagano con l’aiuto del comfort, menti e cuori.

E’ l’immensa saggezza dell’equilibrio tra una vita tranquilla ed il moderato esercizio interiore: così tutto è stimolante e facile (gradevole) alla digestione, come affermava una vecchia pubblicità e la sensatezza trionfante.

Gli asceti – quelli che danno testate ai bastioni di pietra dura – non andrebbero nemmeno commiserati. Andrebbero abbattuti, come tutte le bestie stupide e fastidiose poiché cozzano continuamente contro gli ostacoli impossibili. Insistono senza speranza (Rudolf Steiner usa la parola “rassegnazione”). Tutti gli spiritualisti di buon senso dovrebbero convenire che una rassegnazione attiva, imprudente, che non molla, che non molla mai di dar testate, è più scandalosa di un bestemmione rimbombante in una chiesa.

Eppure mi chiedo (stupido come sono): “Cosa potremmo fare senza la concentrazione?”.

Se il termine, troppo ripetuto, finisce con l’irritare, possiamo anche sostituirlo con “attenzione polarizzata” o con l’esotico tatraka, termine ambiguo perché comunemente si traduce con “fissazione” (ma il bello dei termini in sostanza intraducibili è che possiamo ritradurli a piacere nostro). In fondo ci alleniamo a far convergere tutte le potenze interiori verso una semplice immagine di pensiero, preparandoci prima con un percorso discorsivo breve, ma voluto. Riscaldare muscoli, stirare tendini è cosa ben conosciuta in tutti gli sport, assai meno nel tentativo occulto.

Già, cosa potremo fare senza la capacità di portare l’attenzione polarizzata su qualcosa per più di un mezzo respiro? Ovviamente niente di speciale…ma la natura aiuta e si campa lo stesso. Però in questo caso, se esisteva nel vostro cuore uno speciale ricordo, una vampa di nostalgia per lo Spirituale che chiedeva di rafforzarsi, di farsi sentire anche oltre, correte pure in chiesa o nella loggia o nei gruppi: lì troverete un po’ di soddisfazione, forse troverete qualche sintomatico che attenua il “morso del serpente”. Quasi certamente il prezzo da pagare sarà l’inganno: ingannerete voi stessi e il mondo. Così vanno le cose: ciò che non si tenta di attuare è tradimento: molti discepoli hanno tradito il Dottore, molti amici hanno tradito Scaligero.

Ma quello di molti è un tradimento lieve, anzi è cosa da poco, quasi incolpevole, poiché gestito da un pensiero lieve, superficiale…che rimase superficiale con tutto, su tutto. Come una fogliolina, staccata e leggera, che  portata dal capriccio del vento, sfiorò ogni cosa e volò subito via: senza volere e senza valore.

Mentre ruffiani e prostituti sono emersi dal fondo, come bolle di metano. Attivissimi nel depredare o nello scalare le vette ove le corrispondenti funzioni avrebbero dovuto essere di severo sacrificio di sé. Le sparse mandrie applaudono a cotante, iridescenti e puzzolenti bolle, volgendo (talvolta) con malcelata antipatia occhiate interrogative agli insignificanti operatori. Vedono molta arroganza, presunzione, esasperato individualismo…insomma nulla di buono nella dichiarata ossessione di questi ultimi.

Tutto comprensibile, poiché la mandria non concepisce la singolarità, la spoliazione animica, il distacco interiore (interiore!)……in cui gli asceti  trovano, con la Concentrazione a lungo perseguita, lo spazio vuoto d’anima, dove la Forza dell’Universo può manifestare la propria realtà di vita-luce o (almeno) annunciare l’alba del Sole Vittorioso.

Il Canto del Sogno di Olaf Åsteson

Il Canto del Sogno di Olaf Åsteson

*

Winter land with the church

Durante un viaggio in Norvegia fu per Steiner “molto interessante trovare sintetizzato in una magnifica saga, conosciuta come “La leggenda del sogno”, il pensiero che con differenti parole è stato espresso in moltissime conferenze intorno al Mistero del Cristo.”
“Essa è la leggenda che in modo meravigliosamente bello ci racconta di come Olaf Åsteson venga iniziato – mediante forze naturali – allorchè egli cade addormentato la sera di Natale, dorme durante i tredici giorni e le tredici notti fino al 6 gennaio e vive tutte le vicissitudini che l’essere umano deve sperimentare attraverso le incarnazioni dall’inizio del mondo fino al Mistero del Golgotha. Racconta di come, avvicinandosi al 6 di gennaio, Olaf Åsteson abbia la visione dell’intervento nell’umanita’ dello Spirito-Cristo, di cui lo Spirito-Michele è il precursore.”
( da Le Tredici Notti Sante – Rudolf Steiner )

“Tutto il contenuto della poesia è collegato col Natale e con i giorni che lo seguono. La poesia racconta come Olaf Åsteson, un personaggio mitico, impiegò in un modo del tutto speciale i tredici giorni che seguono il Natale e che terminano col giorno dell’apparizione del Cristo. Ci viene così ricordato come nel mondo delle saghe popolari viva l’antica concezione di una primitiva chiaroveggenza dell’umanità. In sostanza il contenuto è che Olaf Åsteson nella notte di Natale arriva alla porta della chiesa, cade in una specie di sonno e nelle cosiddette tredici notti sperimenta a modo suo i misteri del mondo spirituale; li sperimenta nella sua semplice e primitiva natura infantile.
In quei giorni, nei quali in un certo senso vi è in natura la massima oscurità fisica sulla terra, in cui si ha il minimo germogliare della vegetazione, in cui per così dire tutto è esternamente fermo nell’esistenza fisica della terra, sappiamo che si risveglia l’anima della terra che ha allora il suo pieno stato di veglia.
Se ora l’anima umana confluisce col suo essenziale nocciolo spirituale in ciò che sperimenta lo spirito della terra, l’anima, se ha conservato il suo primitivo stato naturale, può aprirsi alla veggenza del mondo spirituale che l’umanità dovrà man mano riconquistare tendendo a quel mondo.
Vediamo così come Olaf Åsteson sperimenti in sostanza quel che riacquistiamo dal mondo spirituale.”
(da Formazione del destino e vita dopo la morte – in Settima conf. – Rudol Steiner )

Vi propongo la lettura di una traduzione alternativa a quella contenuta nella edizione dell’ Antroposofica, più che altro per attingervi in maniera più semplice dal punto di vista storico tradizionale:
http://bifrost.it/GERMANI/Fonti/Ballatesca…raumkvedet.html

 

Qualche anno fa, sembra ieri, ad alcuni di noi amici il carissimo Asgard inviò dalla Norvegia gli auguri di Natale e questo dono che possiamo ascoltare cliccando su questa traccia audio:
.

 

E’un frammento musicale cantato della saga. Lo ritengo veramente prezioso. Vi confesso che lo ascolto ogni periodo di Natale da allora.

“Cari amici,
come mio augurio personale per un sereno ed intenso (interiormente, si intende) periodo natalizio, spero di farvi cosa gradita inviandovi un frammento cantato de “Il canto di Olaf Åsteson”.

Nelle terre scandinave di Norvegia, dalle quali vi scrivo, questo canto è ancora in uso durante il periodo natalizio. Esso sopravvive nella tradizione del canto a cappella per voce sola, che è uno dei modi principali in cui si esprime la musica tradizionale popolare di questi luoghi. Il Canto del Sogno, è forse il più noto e il più tipico esempio della tradizione espressamente norvegese.
Due nomi di cantanti (oggi impropriamente definite “folk”) che magistralmente esprimono questo antico stile, sono Kirsten Bråten Berg e Agnes Buen Garnås (considerata quest’ultima una stella di prima grandezza), per chi volesse fare una ricerca in merito.

Nelle chiese norvegesi, non solo ad opera di volenterosi antroposofi, ma in modo assai più esteso, si organizzano tutt’ora concerti in cui viene eseguito il “Draumkvedet”, il Canto del Sogno. I concerti, hanno un aspetto assai semplice ed informale, dove le luci in sala non vengono spente e il pubblico ha il testo del canto da leggere.
Ovviamente, esiste una disputa su quali cantanti siano i migiori esecutori di questo canto, e tale disputare mi pare il segno di quanto ancora sia viva e vissuta tale tradizione.

Il canto viene fatto risalire ad un periodo compreso tra il 1200 e il ‘300, cioè dopo la cristianizzazione della Scandinavia, avvenuta ad opera di San Olaf (detto anche Olaf il Grande, stesso nome del protagonista del Canto, e non casualmente, avendo questo nome nella sua etimologia un diretto riferiemento a “ciò che viene prima e ciò che viene dopo”, cioè ad un senso di eterna continuità nel tempo), che regnò tra il 1015 e il 1028. Nei tredici soli anni del suo regno (in realtà violentissimo), avvenne un passaggio storico determinante per la Scandinavia, che segnò la fine della cosiddetta era vichinga. Di seguito a tale passaggio, il paganesimo fu combattuto in modo acerrimo, e molto sangue è stato sparso.
Il Canto del Sogno di Olaf Åsteson, data le sue incerte origini, secondo la filologia storica convenzionale, al periodo delle Crociate baltiche, nel quale (tra le altre cose) la resistenza pagana vichinga fu definitivamente abbattuta. La schiavit fu bandita dalla Chiesa, in favore di un più mite servaggio (la differenza è sottile, ma a quei tempi poteva voler dire molto essere servi ma liberi…), secondo il concetto che un padrone cristiano non poteva avere sotto di sè schiavi che erano essi stessi cristiani. Ciò, in un contesto più ampio di trasformazioni politico-sociali, aiutò tra l’altro la definitiva conversione al cristianesimo delle fasce sociali più basse, nelle quali l’antico paganesimo ancora sopravviveva.

L’origine precisa del canto è persa nella storia più antica del popolo norvegese: non vi sono certezze in merito, ma solo ragionevoli ipotesi. Dal canto mio, non trovo affatto casuale che Olaf si metta all’ingresso di una chiesa (dove non gli è permesso di entrare, ma, diciamo così, con il volente o nolente beneplacito del prete che sta officiando la Messa) e da lì canti per i fedeli che si trovano all’interno, attraendone lo spirito con il mistero delle sue visioni, avvenute in sogno durante un sonno che dura tutto il periodo delle tredici notti sante. Essi non vedono Olaf, ma lo sentono disvelare le sue immagini dentro se stessi, ricollegandosi alle proprie radici spirituali senza tempo. Ma lascio a voi ogni interpretazione possibile….

Il testo in uso tutt’oggi, è simile al testo riportato da Steiner (in “Formazione del destino e vita dopo la morte” O.O. 157). Dico simile perchè nella esecuzione cantata dei 43 versi a noi giunti (manca infatti una parte, forse fondamentale, della visione dell’al di là di Olaf), si trovano molte ripetizioni e il cantante ha anche spazio per allungare o sottolineare in tal modo alcune parole chiave, (ad esempio “Luna”), nella chiusura dei capoversi.
La lingua in cui il testo è stato trascritto, solo alla metà dell’800 (questa versione che vi invio riprende il testo di Moltke Moes, del 1890), è un norvegese assai musicale. In Norvegia sono in uso due varianti linguistiche, il Bokmål, la lingua principale, quella della politica, del commercio, della saggistica, della narrativa, etc. e il Ny Norsk (nuovo norvegese), lingua più legata alle antiche tradizioni rurali e delle popolazioni della lunga costa oceanica, che è tutt’ora la lingua della poesia, del teatro e del canto. In una antica variante di Ny Norsk, ci giunge il Canto del Sogno.

Il brano che vi invio (l’unica versione registrata a mia disposizione) è cantato da Berit Opheim Versto, in una recente edizione discografica (2006), eseguita dal vivo nella Chiesa di Voss (non c’e’ alcun reverbero digitale aggiunto alla registrazione). Si tratta della prima e della seconda parte del testo, secondo l’edizione antroposofica citata più sopra. L’esecuzione integrale dura oltre una trentina di minuti, troppo per un unico invio tramite posta elettronica, e invierei volentieri gli altri frammenti a chi di voi fosse interessato ad ascoltarla, in varie email successive.

Vi auguro quindi un sereno, musicale periodo di Natale.
Con affetto, Matteo (asgard)”

ANIMA DELL’UOMO!

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Carissimi,

se può servire a qualcuno, questa in calce è la traduzione dell’Anima dell’Uomo stampata nel 1939 (Trani editore).

Sottolineo il fatto, secondo me di non poca rilevanza, che è l’unica versione dal tedesco (seppur datata) controllata personalmente ed autorizzata dalla signora Maria Steiner von Sivers.

(Rastignac)

,

***

Anima dell’uomo!
Tu vivi nelle membra,
Che pel mondo spaziale
Nell’essere del mare spirituale
Ti portano.
Dello Spirito usa memoria
Nelle profondità dell’anima,
Dove in dominante
Essere Creator dei mondi
L’Io
Nell’Io Divino
Si sostanzia:
E vita vera avrai
Dentro la cosmica
Entità dell’uomo.

Perchè regge
Lo Spirito del Padre nell’altezze,
Essere generando
Nelle profondità dei mondi.
Voi Spiriti di Forza:
Dall’altezze fate risonare
Ciò che nelle profondità
Trova sua eco,
Che dice:
Dal Divino sorge
L’umanità.
Odono ciò gli Spiriti
A Est-Owest-Nord-Sud:
Uomini possano udirlo

*

Anima dell’uomo!
Nel battito tu vivi
Del cuore e del respiro,
Che te, col ritmo del tempo
Nell’essenzial sentire
Dell’anima tua propria adduce.
Usa considerar lo Spirito
In equilibrio d’anima,
Là, dove il fluttuante
Agire del divenir dei mondi
L’Io
Coll’Io dei Mondi
Unisce:
E sentir vero avrai
Nell’umano operar
Dell’anima.

Perchè domina
Il voler del Cristo a te d’intorno,
Nei ritmi dei mondi
Grazia donando all’anime;
Voi Spiriti di Luce:
Dall’Oriente fate infiammare
Quanto in Occaso si forma,
Che dice:
Nel Cristo divien vita la morte.
Odono ciò gli Spiriti
A Est-Owest-Nord-Sud:
Uomini possano udirlo.

*

Anima dell’uomo!
Nella calma della testa
Tu vivi,
La qual da fondi di Eternità
I cosmici pensieri ti dischiude.
Usa contemplar lo Spirito
In quiete di pensier,
Là, dove
Gli eterni fini degli Dei
Luce sostanzial dei mondi
All’Io
Per suo libero volere
Donano:
E pensar vero avrai
Nel profondo
De l’uman tuo Spirito.

Perchè governano
I cosmici pensieri dello Spirito,
Nella realtà dei mondi
Luce implorando:
Voi Spiriti dell’Anime,
Dalle profondità fate pregare
Ciò che nell’altezze viene ascoltato
Che dice:
Nei cosmici pensieri dello Spirito
L’anima si sveglia.
Odono ciò gli Spiriti
A Est-Owest-Nord-Sud:
Uomini possano udirlo.

*

Nella svolta dei tempi
Entrò la Luce Spiritual dei Mondi
Nel corso della terrestre
Realtà.
Notturna tenebra
Avea sgombrato;
Chiaro giorno di luce
Anime umane irradiò.
Luce, che scalda
I poveri cuor dei pastori;
Luce, che illumina
Sagge teste di re.

Divina Luce,
Sole del Cristo;
I cuor nostri riscalda,
Le nostre teste illumina,
Che a bene riesca
Ciò che dai cuor nostri
Fondiamo,
Ciò che dalle nostre teste
Condurre vogliamo.

Rudolf Steiner

SILENT NIGHT

Ecoantroposophia.it

porge di vero cuore a tutti gli amici e a tutti i lettori gli auguri di

BUON NATALE!

CONFORTO DEL MONDO, VIENI!

800px-Pieter_Brueghel_de_Jonge_-_Volkstelling_te_Bethlehem,_1605-1610

brueghel-bethlehem ( Belgio )

*

Conforto del mondo, vieni!
Sgombro da ogni cosa, ti aspetto.
Si apre ogni cuore, come un vaso.
Oh benedizione! riempi questo vuoto!

Effondi il suo essere, oh Padre, con forza
allarga le tue braccia, separalo da te;
un dolce pudore lo trattiene, il mare del suo amore
innocente Gesù, non indugiare in te.

Mandalo nelle nostre braccia
soffio di te, caldo essere, Dio;
che radunato su di noi, greve nube
cumulo d’amore discenda.

In acque, fresca pioggia sul mondo
o in fuoco, attanagliato al suo oggetto,
in aria, unguento, suono, rugiada
da lui percorsa, terra lievitata!

Oh santità! guerra meravigliosa
nella sua cattiveria è chiuso il maligno;
inestinguibile scorre dai cieli
aria di paradiso che fiorisce.

Come respirando, terra con cielo,
s’innalza più molle ogni prato
aumenta ogni cosa come fiato
grembo che attira il suo cielo.

Si scioglie l’inverno; una culla
è l’inizio di ciò che germoglia
inizia di nuovo la terra
principio del mondo è un bambino.

Gli occhi sono colmi di Dio
ma vedono il suo volto redentore
coronato di fiori è il suo capo
ma lui stesso nei fiori, fiorito sorriso.

Dio nella stella, Dio nel sole
è la fonte, acqua della vita
è nell’erba, nel sasso, nel mare, nella luce
sparso sorriso, Dio bambino.

Nelle cose c’è il suo gioco di bambino
il suo amore è insinuato in ogni cosa
dimentico di sé nel suo volo
si annida più stretto in ogni cuore.

È Dio per noi; in sé sconfinato bambino
un polline d’amore è il suo cuore.
È il nostro cibo, è colui che ci disseta;
la sua gioia è la nostra fedeltà.

Soffochiamo sotto tanta miseria
una luttuosa coperta è sul cuore
fa’ che incontriamo l’amato
tornerà da te, Padre, con noi.

( Novalis )

*

 

PERENNE RISORGERE DEL SOLE NELL’AMORE

 natale solare evid

PERENNE RISORGERE DEL SOLE NELL’AMORE.

 

IL LORO SEMPLICE VIVERE E’ CONTINUO INFETTARE LE ANIME ALTRUI.

IMMETTONO ORRORE MEDIANTE LA FEROCE ATTENZIONE CHE DEDICANO AL PROPRIO OPERARE.

 

PROFONDAMENTE CONVINTI DI ESSERE SVEGLI E OPEROSI :

NON HANNO PIU’ NULLA CHE LI SEPARI DAL MALE.

 

IL FUTURO –LONTANO- DOLORE AVVOLGENTE CHE LI COLPIRA’

POTRA’ FORSE CURARLI MA NON CERTO SALVARLI DAL MALE CHE HANNO COMPIUTO.

 

IL LORO NUMERO E’ ORDA.

 

SONO EFFICIENTI OPEROSI E CONTORTI.

IMMENSO E’ L’IMPURO SENTIERO LEGALE CHE HANNO TRACCIATO IN BASE AI PROPRI APPETITI.

IMMENSO SPIETATO DANNOSO BLASFEMO E ASSASSINO.

 

ARMONIA E COMMOZIONE

CHE RISPLENDONO E VIVONO (IMMENSI) NEL NATALE SOLARE

NON TROVANO SPAZIO NELL’OSCURO SENTIRE DEI BUROCRATI INFETTI

MENTRE DIVORANO E IMPONGONO DEBITI IMMENSI E INVENTATI

FRA OCEANI DI ASTRATTO DENARO CHE FUORIESCE DA DEMONI ERRANTI ED IRATI.

 

ARMONIA E COMMOZIONE RISPLENDONO NELL’INVITTO SOLLIEVO DEI CUORI OBERATI.

RISPLENDONO E ARDONO.

COMUNQUE RISPLENDONO.

INAVVERTITE E PROFONDE POTENZE DEL CUORE RISPONDONO AL CELESTE CHE APPARE.

 

E CHE  – NUOVO –  RISORGE.

 

E CHE  – ETERNO – MUTA IN ORO DIVINO L’AFFANNO INFLITTO DAL PIOMBO DEI VILI.

 

CELESTE RESPIRO DEL PURO MUTARE IL DOLORE NELL’ETERICA VESTE DEL RINASCERE DEI.

 

IL FUOCO DIVAMPA E LA SUA ESSENZA E’ LA GLORIA.

 

SI PREANNUNCIA NEL CIELO IL SIGNORE DEL SOLE

CHE FORNISCE L’IMPOSSIBILE ARMA SUPREMA  :

IL REDIMERE ESTREMO MEDIANTE LA LIBERTA’ NELLA FOLGORE

CHE ALBERGA NELL’IO.

 

E’ ASCESI ED E’ RITO.

E’ IL PENSARE CHE INNALZATO OLTRE L’UMANO CEREBRALE ACCUMULARE IL PARLOTTIO CORPOREO :

PUO’ CONTEMPLARE IL PROPRIO POTERE UNITIVO CHE MANTIENE L’OCCULTA MEMORIA DEI CONCETTI ERETTI E POI RIASSUNTI NEL RITO DELL’IDEA.

 

E’ FUOCO SENZA NEPPURE IMMATERIALE IMMAGINE DI FIAMME.

E’ FUOCO INCONCEPIBILE CHE SI TRAE DALL’ATTO DEL PENSARE CHE CONTEMPLA IL PROPRIO RICORDARE.

E’ CHIARORE SOVRUMANO CHE SI RICONGIUNGE ALL’UOMO MENTRE INCONSAPEVOLE SI INNALZA NELL’ETERE DEL LOGOS.

 

ATTO COSCIENTE DEL CONTEMPLARE NEL PENSARE IN CUI PERENNEMENTE RINASCE LA FIAMMA DELL’AMORE.

NATALE SOLARE DEL SOVRUMANO ALLORO.

 

MISTERO PALESE CHE LIBERAMENTE CHIUNQUE

PER ONESTA’ DI ACUME

PUO’ ATTUARE.

 

E CHE LIBERAMENTE – SU TUTTI-  IRREVOCABILMENTE GIUNGE A RIVERBERARE.

 

ATTO DI LIBERTA’ COSCIENTE E SOLA MEDICINA.

 

AURA SOTTILISSIMA DEL PERENNE RINASCERE DI AMORE.

 

ORO SOLARE.

_______________________________

 

🔥

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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NEL PRESEPE (di F. Di Lieto)

nativita

NEL PRESEPE

I tre re Magi vanno in fila indiana
incolonnati sul termosifone:
un africano, un arabo, un caldeo.
A ruota segue un docile cammello,
portando masserizie e vettovaglie,
all’occorrenza serve da trasporto
dovesse uno dei tre venire meno,
provato dalla lunga camminata,
reggendo in mano i segni dell’ossequio:
l’incenso, l’oro e il balsamo di mirra.
In alto fa da guida la cometa
lucente nei suoi guizzi di stagnola
e avviva a tratti la scenografia
di cartapesta che non varia mai,
da secoli la stessa, ripetuta
nei soliti cliché codificati:
pastori, pecorelle, cherubini,
il ponticello a gobba di somaro,
un lago col mulino, una massaia
rubizza in viso, il cèrcine sul capo
sormontato da un cesto d’uova fresche.
E poi cafoni sparsi coi regali:
caciotte, serti d’aglio e di castagne,
mappate di leccornie e le fascine
adatte per diffondere calore
nella capanna dove il Redentore,
allo scoccare della mezzanotte,
verrà a giacere nella mangiatoia
atteso da Giuseppe e da Maria.
Conosciamo la storia e i figuranti,
il canovaccio, le battute e i tempi,
gli effetti delle luci e la regia.
Ma quello che piú incanta dell’insieme
è l’espressione d’estasi beata
che trasfigura tutti i personaggi,
rendendoli paciosi e soddisfatti,
fiduciosi dell’oggi e del domani,
sicuri che gli eventi prenderanno
la piega giusta, che realizzeranno
i sogni di ciascuno, le speranze.

Cosa distingue la cosmogonia
felice del presepe dalla nostra
di cittadini oppressi, martoriati
dalle nevrosi d’ogni tipo e grado?
Innanzitutto non ci son bandiere
che impongano la fede nazionale,
mancano i passaporti e le frontiere,
una è la lingua, uno l’ideale.
Nessuno grida “A morte!” oppure “Abbasso!”,
sono aboliti pulpiti e tribune,
blasoni, stemmi, le camicie brune
o rosse o bianche, a strisce o ricamate.
Ognuno veste come l’estro vuole,
usando stoffa semplice e colori
dettati solo dalla fantasia.
Non ci sono filosofi e maestri,
parlamentari, fiscalisti ed altri
impegnati a dividersi la torta
delle risorse pubbliche e private.
Inoltre le signore del presepe
indossano vestiti castigati,
sottane lunghe, zinaloni e cioce,
non fanno le civette coi signori,
e questi son garbati, gente a modo,
come conviene a chi sta percorrendo
la strada che conduce alla dimora
dove la Verità viene alla luce.
Questo è il presepe casalingo, un eden
montato tra il buffet e la libreria,
popolato da uomini di gesso
piú veri dei modelli in carne e ossa.
E noi che li mettiamo tutti gli anni,
ficcati nella sabbia e segatura,
in fondo ne invidiamo la ventura
di credere nell’astro che dal cielo
rischiara il buio per i loro passi,
e il mondo inerte libera dal gelo.

Fulvio Di Lieto

F. Di Lieto, Spazi di fuga, Ed. Il Ventilabro, Roma 1994

(NATIVITA’ – acrilico su tela di Giuseppe Solimando)

 

L'ALBERO DI NATALE

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“La Scienza dello Spirito e’ chiamata ad imprimere sempre piu’ profondamente nei cuori e nelle anime degli uomini il significato del simbolo dell’albero di Natale.”

Steiner vide il terreno dal quale sarebbe nato l’albero, il suo simbolo, nell’impulso che Taulero diede alla Cristianita’ del suo tempo, con numerose immagini, “colme di bellezza e solennità”, a Strasburgo: con i suoi sermoni di Natale questo mistico pronuncio’ la “piu’ profonda saggezza”.

Nel 1642 si ebbero le notizie del primo albero di Natale apparso in una casa tedesca a Strasburgo.

Secondo R.S. nel simbolo dell’Albero Natale dobbiamo vedere il simbolo di quella luce che deve scaturire dalla nostra anima e che sara’ mezzo per conseguire la nostra immortalita’ nella esistenza spirituale, nel passaggio dalla fratellanza di sangue alla fratellanza spirituale, che lo stesso Cristo dalla Croce affido’ a sua Madre e a Giovanni.

Non e’ un caso, continua il Dottore, che questo simbolo sia nato recentemente, le ragioni spirituali di cio’ possono sfuggire ad una esamina esteriore, ma esse giacciono in profondita’.

Albero di Natale: “costume universale e fonte di gioia…Scaturito da un profondo impulso spirituale che, invisibile, conduce gli uomini. Espressione esteriore della luce interiore che deve brillare nel mondo.”

“L’antroposofia deve rivestire d’oro l’esteriore tradizione dell’Albero di Natale divenuta cosi’ materialistica, deve essere saggezza attiva, donare agli uomini luce e calore.”
Steiner nella corrispondente conferenza inserisce anche riferimenti all’Albero della vita e a Goethe.

Alla fine, mi viene spontaneamente da concludere che probabilmente, essendo questo simbolo nato in Europa, e piuttosto recentemente, esso possa essere una prova e simbolo dell’inizio della rinascita della Spiritualita’ degli uomini, compito affidato all’Occidente.

Un augurio che la nostra luce spirituale, nell’accogliere l’Essere Antroposofia, la Divina Iside-Sophia e il Cristo Vivente, possa destarsi ed adornare d’Oro …tutti i mondi.

*

LA NASCITA DI DIO NELL’ANIMA DELL’UOMO
(La predica di Natale)
“ Un bimbo è nato in noi, un figlio ci è stato dato” (Is 9,6)
.
Questa predica sulla triplice nascita di Dio insegna come dobbiamo raccogliere le tre forze della nostra anima e rinunziare alla nostra volontà.
In questo giorno la santa cristianità celebra una triplice nascita, in cui ogni cristiano dovrebbe ricevere immensa gioia e giubilo interiore.
E un uomo che non sperimentasse nulla in sé dovrebbe spaventarsi.
La prima e più sublime nascita avviene nel momento in cui il Padre celeste genera il Figlio unigenito nell’essenza divina e nella distinzione della persona. La seconda nascita, che oggi viene appunto celebrata, è la vergine e pura fecondità materna.
La terza nascita avviene quando Dio nasce, in modo vero e spirituale, ogni giorno ed ogni ora nell’anima buona.

Queste tre nascite del Signore vengono celebrate nelle tre sante Messe.

La prima Messa si celebra nella notte oscura ed inizia con le parole: “Il Signore mi disse: Figlio mio oggi ti ho generato”.
Questa Messa tratta della nascita nascosta che avvenne nell’oscuro della sconosciuta divinità.

La seconda Messa inizia con le parole: “Oggi la luce risplenderà sopra di noi”. E celebra lo splendore della natura umana divinizzata, parte nel buio e parte durante il giorno, poichè questa nascita era solo in parte conosciuta.

La terza Messa si celebra con il chiarore del giorno e comincia con queste parole: “Un bambino è nato in noi e un figlio ci è stato dato”. In essa si simbolizza l’amata nascita che avviene e deve avvenire in ogni anima buona e santa, solo se questa saprà rivolgersi ad essa con attenzione e amore, poiché se quest’ anima vorrà sperimentare e sentire in sé tale nascita dovrà farlo rivoltando e raccogliendo tutte le sue forze.

In questa nascita nell’anima, Dio diventa così aderente ad essa che sembra mai fosse altra cosa più propria. La Sacra Scrittura dice: “Ci è nato un bimbo, ci è stato dato un figlio. Egli è nostro, più proprio di ogni altra cosa propria, egli nasce in noi ininterrottamente”. Di tale nascita a cui si riferisce l’ultima Messa vogliamo parlare per prima.
Se vogliamo che questa nobile nascita avvenga in noi nel modo più fruttuoso dobbiamo apprendere dalla prima nascita paterna, quando il Padre genera il suo Figlio nell’eternità.
Infatti, per la sua infinità bontà Dio non poteva chiudersi in se stesso ma doveva diffondersi e comunicarsi.
Come dicono Boezio e Agostino, la qualità e la natura di Dio è quella di diffondersi, così il Padre si è effuso nella processione delle persone divine e poi si è diffuso nelle creature.
Sant’ Agostino ha detto che “noi esistiamo perché Dio è buono e tutto quello che le creature hanno di buono deriva solo dalla bontà essenziale di Dio”…..
…La compiacenza di Dio si effonde in un amore ineffabile che è lo Spirito Santo, così Dio resta in se stesso esce da sé e vi rientra…Il corso dell’uomo come il corso del cielo sono i più nobili ed i più perfetti, in quanto ritornano alla propria origine. La proprietà che il Padre ha di entrare in sé e di uscirne, la deve avere in sé anche l’uomo che vuol diventare una madre spirituale di questa nascita divina.
(…) Deve avvenire un energico rientro, una riparazione, un raccoglimento interiore di tutte le facoltà, le superiori e le inferiori, e deve esserci una concentrazione da ogni dispersione, così come tutte le cose unite sono più forti (…), come tutti i rami escono fuori dal fusto dell’albero, così tutte le facoltà sensibili, concupiscibili e irascibili, sono unite alle superiori nel fondo dell’anima: questo è il rientrare.
Se deve esserci allora un’uscita, cioè un’elevazione al di fuori e al di sopra di se stessi, noi dobbiamo rinunziare ad ogni nostro volere, desiderio ed azione; non deve restarci che una nuda e pura intenzione di Dio e assolutamente nulla del nostro essere, divenire e guadagno, ma solamente un appartenergli, un fargli posto nella parte più elevata e più intima, affinché Egli possa realizzare in noi la sua opera e non venga da noi ostacolato nella sua nascita. Perché quando due devono diventare uno, uno deve comportarsi da paziente, l’altro da agente.

Se il mio occhio deve percepire le immagini sulla parete o vedere qualunque altra cosa, deve essere privo di ogni altra immagine, perché se avesse innanzi a sé un solo colore, non vedrebbe più alcun altro colore; o se l’orecchio percepisce un tono, non può sentirne bene un’altro. Qualsiasi cosa deve ricevere
Dev’essere vuota, libera e sgombra. A questo riguardo Sant’ Agostino dice: “Vuotati, perché possa essere riempito; esci per poter entrare”. E in un altro luogo: “O tu, nobile anima, o nobile creatura, perchè vai a cercare fuori di te Colui che è interamente, in tutta verità e nudamente in te; e dal momento che sei partecipe della natura divina, cosa ti importa di tutte le creature o cosa hai da fare con esse.“Se l’uomo preparasse così il posto, il fondo, non c’è alcun dubbio che Dio dovrebbe riempirlo completamente pure se dovesse rompersi il cielo per ricolmare il vuoto”. Dio non lascia le cose vuote, sarebbe contrario a tutta la sua natura ed alla sua giustizia.

Perciò è molto importante che tu taccia, così sentirai parlare il Verbo in te. Ma sii certo che se tu vuoi parlare Egli deve tacere. Non si può servire meglio il Verbo che tacendo e ascoltando. Se gli farai posto uscendo completamente egli entrerà interamente, perchè né meno né più di quanto tu esci egli entra. Quando Dio, nel primo libro di Mosè comanda ad Abramo di allon¬tanarsi dal suo paese e dalla sua parentela perché gli voleva mostrare ogni bene. Ogni bene è questa divina nascita che da sola comprende ogni bene. Il suo paese e la sua terra, da cui doveva uscire, simbolizza il corpo con tutte le sue concupicenze e disordini; per parentela s’intende l’inclinazione della facoltà sensibili e le loro fantastiche illusioni che attirano il corpo e lo trascinano, arrecandogli le agitazioni del piacere e del dolore, della gioia e della tristezza, del desiderio e del timore, dell’inquietudine e della leggerezza. Da tale famiglia, che è la parentela più prossima, vi si deve uscirne del tutto se si vuole il bene di questa nascita…Cristo ha detto: “Chi per amor mio lascia padre, madre e campi, riceverà in cambio il centuplo e in più la vita eterna” (Mt 19,29)…

…Sant’Agostino ha detto: “Maria fu molto più felice perchè Dio nacque spiritualmente nella sua anima, che non per il fatto che nacque fisicamente da lei”.
Chi ora vuole che questa nascita avvenga nobilmente e spiritualmente nella sua anima, come nell’anima di Maria, deve prestare attenzione alle qualità che aveva in sé la santissima Maria, che fu madre fisicamente e spiritualmente. Ella era una casta ancella, ed era una vergine fidanzata e viveva ritirata, separata da tutto, quando l’angelo si recò da lei.
Così pure deve essere una madre spirituale di questa nascita di Dio: dev’essere una vergine casta e pura. Se ha perduto qualche volta la purità, deve riacquistarla e così ridiventa pura e verginale. …Questa vergine deve vivere in ritiratezza; tutti i suoi pensieri, i suoi costumi, il suo comportamento devono essere interiori, così ella porta molto frutto, un grande Frutto, Dio stesso, il figlio di Dio, il Verbo di Dio che è e porta in sé ogni cosa.
Maria era una vergine promessa; anche la nostra vergine dev’essere promessa, secondo l’insegnamento di san Paolo. Tu devi immergere la tua volontà mutevole nella volontà immutabile di Dio, affinché la tua debolezza venga sostenuta.
Come Maria era una vergine ritirata, così deve essere ritirata la serva di Dio, se vuole sperimentare in sé questa nascita, astenendosi non solo dalle uscite materiali che talvolta appaiono dannose, ma pure dalla pratica sensibile della virtù. Deve cioè fare calma e silenzio in se stessa, chiudersi in sé, nascondersi e occultarsi dai sensi nello spirito; sfuggire spesso ad essi e realizzare in se stessa un silenzio, una pace interiore…

…Quando c’è un vero silenzio, allora si sente veramente il Verbo: perchè se Dio deve parlare tu devi tacere; se Dio deve entrare tutte le cose devono uscire. Quando nostro Signore Gesù Cristo entrò in Egitto, tutti gli idoli che erano nel paese caddero a terra; sono i tuoi idoli (nonostante ti dimostri buono e santo) che impediscono la vera e immediata entrata della nascita eterna del Cristo.
Nostro Signore Gesù ha detto: “Io sono venuto a portare una spada per tagliare tutto ciò che appartiene all’uomo, madre sorella, fratello; perché, quello che ti è intimo, è il tuo nemico, perché la molteplicità delle immagini che nascondono e velano in te il Verbo, impediscono questa nascita nella tua anima. (…)
Che tutti possano preparare un posto in se stessi a questa nobile nascita, così da diventare una vera madre spirituale. Che Dio ci aiuti. Amen.

“Il sermone di Natale” di Giovanni Tauler

LE TREDICI NOTTI SANTE

Massimo Scaligero

LE TREDICI NOTTI SANTE

Due domande a Massimo Scaligero.
Trascrizione di alcuni estratti di conferenze del dicembre 1979.

*

“Le tredici notte sante”: vuoi parlarcene?

Questo periodo è una tradizione ormai per noi, una conoscenza che ci viene dalla Scienza dello Spirito: dal 25 dicembre al 6 gennaio, l’Epifania.

Sono 13 notti in cui c’è una situazione particolare del corpo eterico dell’uomo; perchè noi ogni notte abbiamo l’esperienza del mondo spirituale però non ce lo ricordiamo, il corpo eterico è troppo risonante delle impressioni del giorno e quindi è difficile che riesca a raccogliere il messaggio della notte, nel momento in cui c’è  il sonno profondo senza sogni, che dura una ora e mezza due, anche qualcosa di più,  ed è il vero sonno perchè  il resto è tutto regalato .

Ora, in queste tredici notti, c’è la possibilità  per il corpo eterico di una risonanza verso il mondo spirituale…. della quale……..veramente si trova l’Io…, quindi il mondo spirituale stesso…: per dare qualche orientamento, qualche intuizione, qualche direzione, e il periodo è  piuttosto particolare perché ci sono diverse condizioni cosmiche, diverse condizioni particolari della terra che rispondono a un momento delicatissimo del cosmo, perché  nel solstizio d’inverno il respiro della terra raggiunge il massimo della interiorità, si concentra verso il centro e quindi c’è un momento di stasi prima della ripresa della espirazione che raggiunge il massimo nel solstizio d’estate.

Allora in quella sospensione, in quel momento, che del resto basta non esser troppo presi dalle feste esteriori del Natale per accorgersene perche’ c’e’ veramente un momento di grande calma anche nella natura…._ potrebbe anche venire una tempesta, in questi giorni ormai tutto e’ possibile… – però per solito sono sempre giorni di una grande pace della natura, e c’è  l’eco “pace in terra..” ect , e del canto dei Re Magi, in cui c’è l’eco della cantica del Buddha …. Quindi e’ un’occasione grandiosa, per cui se uno di noi riesce a entrare nel sonno con una certa apertura può veramente sentire questo dono e giovarsene.

Non crediamo di dover aggiungere altro perchè è tutto qui.
Cioè si potrebbe dire molto dal punto di vista della significazione cosmica di questo ma è sufficiente richiamare la condizione dell’anima a questo momento particolare del passaggio dal trattenimento massimo del respiro all’inizio di una nuova respirazione della terra che si esprimerà, comincerà ad esprimersi, con la primavera…

*

La corrente eterica che unisce la testa con il cuore e poi con il centro della volontà nel plesso solare può essere messa in relazione con la possibilità spirituale che in queste notti sante si ha di avere un contatto con il mondo spirituale?

Questo senz’ altro.

Ne abbiamo parlato l’altra volta. Possiamo ripetere questo.
In queste notti noi abbiamo una maggiore mobilità, una maggiore disponibilità del corpo eterico in rapporto alle esperienze della notte, ogni notte noi abbiamo un rapporto purissimo col mondo spirituale, che dura …. in quel periodo in cui non abbiamo assolutamente sogni …ossia una ora e mezza .. .due, dopo cominciano i sogni, il vero riposo avviene in quelle due ore.

In quelle due ore noi siamo veramente nel mondo spirituale, lo siamo ma ciascuno in forma diversa perché c’è un rapporto con le gerarchie, coi mondi spirituali, rapporto che il quel momento subisce tutte le conseguenze dei contenuti della giornata e avviene che uno abbia una delusione oppure una critica, che abbia un rapporto col mondo spirituale che la coscienza inferiore si rifiuta di accogliere mentre chi ha, chi fa un lavoro interiore, ha la possibilità di sentire con grande intensità, quindi anche con dolore, il risultato di questo confronto della propria anima col mondo spirituale perché questo poi sarà rivissuto dopo la morte.

Ora capita che degli esseri molto poco evoluti abbiano per esempio dei sogni bellissimi mentre degli esseri che fanno un lavoro spirituale veramente serio abbiano dei sogni terribili.
E quindi quasi sembra che essi siano colpevoli e quegli altri no, invece è il contrario.
Non ci dobbiamo mai spaventare se abbiamo dei sogni terribili, è un buon segno, è segno che meritiamo di capire in quale zona ci muoviamo e quali forze dobbiamo attingere in noi per affrontare certi ostacoli che si presentano sotto forma di sogno, ma per il fatto che prima nello stato di sonno senza sogni noi abbiamo attinto al puro spirituale, abbiamo attinto all’io superiore.

Ora in queste notti però c’è una specie di tregua per tutta l’umanità, questo è veramente un dono del Cristo, si può dire la strenna della Befana, il dono che ci viene fatto, se l’umanità potesse in questi giorni fare, seguire il Natale con sincerità, e non ridurlo a una specie di festa di famiglia con bei pranzi e poi scambi di doni e basta, ma invece riuscisse a sentire il Natale come quello che è, non ci sarebbe da aggiungere nulla.
Fare silenzio in sè, calma, per far risonare il momento del Natale che è; queste ore qui…., in queste ore la percezione spirituale funziona da sé, ma in questi giorni avverrà, avviene sempre…
Allora: avviene che durante la notte noi possiamo avere aiuti, nel senso che la visione del sogno riflette con una certa immediatezza, con una certa fedeltà, il contenuto spirituale che noi attingiamo nelle prime ore di sonno senza sogni.
E certo bisogna essere lì sul varco .. bisognerebbe addormentarsi in un certo modo e poi durante il giorno bisognerebbe essere molto memori, memori di quello che è il senso potente del Natale.

Il solstizio di inverno è un momento di pace universale anche astronomicamente, è un momento di stasi della natura in cui tutto sembra si sia fermato e che debba nascere qualcosa di grandioso, e nasce ogni volta, bisogna accorgersene.

IN DIFESA DI MARIE STEINER-VON SIVERS E DELLA VERITA'

Marie St.

Non è nelle mie abitudini entrare in discussione con persone, i cui metodi sono palesemente sleali e in pessima fede, perché lo ritengo moralmente improduttivo e, sotto ogni aspetto, totalmente inutile. Al massimo posso trovare divertente rileggere nelle ore notturne dedicate alla mia dolcissima insonnia, quanto di comico viene scritto da coloro non solo non hanno amore per la verità, ma credono altresì di avere a che fare con dei tonchi totali.

Infatti ci è capitato di leggere che, in un qual certo sito nel quale, coloro che vorrebbero snaturare e corrompere la Scienza dello Spirito attraverso un processo di cattolicizzazione strisciante abbastanza palese, vengono a dire a quelli che da oltre quattro decenni seguono con amore, ardore e disciplina, la Via Solare indicata da Massimo Scaligero, che tali discepoli  – i quali Massimo Scaligero lo hanno davvero incontrato e ascoltato centinaia di volte, per anni hanno meditato con lui, ne hanno ritualmente (ossia meditativamente e non intellettualmente) studiate con dantesco e virgiliano amore l’Opera – di lui e del Maestro dei Nuovi tempi non avrebbero capito un bel niente e per di più, per la loro intransigenza ideale e ascetica, sarebbero proprio dei ‘bambini cattivi e discoli’, mentre per fortuna ora arrivano loro ad apportarci il verbo salvifico e correttore di tanta nequizia, che la Potenza Straniera d’Oltretevere si degna di ammannire generosamente all’esoterico popolo catecumeno.

Naturalmente, noi rimaniamo stupefatti ed estasiati da cotanta «teologica» esegesi dell’Opera di Massimo Scaligero e del Maestro dei Nuovi Tempi, per cui lacrimando ci battiamo il petto, scoprendo quanta riottosa ed eretica pravità noi alberghiamo nel nostro corrotto cuore, e come coperti di sacco, a piedi nudi nella neve, ci dovremmo trascinare lacrimanti e flagellanti fin in sul sagrato della michelagiolesca basilica trasteverina, a chieder d’esser mondati e redenti di ogni nostra precedente imperdonabile colpa, anelando di esser illuminati dall’ignaziano ierofante circa supremi arcani del vero.

Peccato che in colloqui personali, e in lettere – che conservo come un piccolo personale e prezioso tesoro – Massimo Scaligero mi dicesse e mi scrivesse esattamente il contrario di quanto costoro affermano, e aggiungesse con tagliente severità: «Ricordati: prima o poi tutti i traditori dello Spirito finiscono nelle braccia della Chiesa Cattolica». Conciosiacosaché di colpo mi risveglio dalla mistica estasi e dall’ammirata stupefazione e, ritrovato sangue freddo e sguardo lucido, me ne ritorno tutto contento sui mali sentieri dell’eretica pravità. Tanto più che, nell’Ellade, la parola «hairesis» onorevolmente significava «elezione», «scelta», «preferenza» ed aveva eziandio financo il senso di «scuola filosofica»: pitagorica, platonica, stoica e così via. Solo con la venuta al potere dell’intollerante ignoranza confessionale, vittoriosa sulla Sapienza Classica, tale parola assunse un dispregiativo significato settario.

Si sa come il gregge credulone, obbediente e bene inquadrato, non debba mai prendere iniziative di sorta, non debba mai compiere autonomamente scelte di pensieri né di azioni, bensì debba incondizionatamente «credere» a ciò che gli viene prescritto di pensare dal ‘Sacro Soglio’, e debba altrettanto diligentemente «adempiere» a quei precetti emananti dal Supremo Oracolo d’Oltretevere. Disobbedire ai quali è mettere a repentaglio la salvezza eterna  dell’anima immortale, e in certi periodi anche quella del corpo. Perciò è d’uopo, in tale stato di obbediente cecità, farsi mungere, tosare e peggio.

Divertente poi, è il susseguo da professorino di liceo col quale agli ostinatamente riottosi «scaligeropolitani» vien da costui rivelato che: «Il Metodo Scientifico a cui ha fatto riferimento Rudolf Steiner nella sua opera, prevede due metodologie principali: il metodo Induttivo e quello Deduttivo». Veramente, Massimo Scaligero ci insegnava come il ragionar induttivo ed eziandio quello deduttivo, siano frutto di quella impotenza conoscitiva che reclude negli angusti limiti dell’anima razionale-affettiva, paralizzando l’anima cosciente. La verità non la si scopre certo lungo le vie pedestri della cartesiana logica induttivo-deduttiva, bensì nell’intensità volitiva di un atto pensante che, «ardendo», consuma e dissolve ogni «forma» dialettica del pensare e del conoscere. La verità è lampo, è folgore che trapassa l’anima – trasformandola – e nella cosciente immedesimazione intuitiva la rende «una» con l’essenza indicibile del reale. Mentre è proprio del metodo della Potenza Straniera transtiberina  offrire o una disseccata teologia razionale, fatta di dialettiche discettazioni e di casuistiche distinzioni, o – in sostituzione o a lato della medesima – porgere la pratica di una sensuale e subrazionale (meglio se collettiva) sentimentalità devozionale: ambedue nascenti dalla frattura prodottasi nell’anima tra idea e vita, tra pensiero e volontà. L’asciutta – e temuta – disciplina della concentrazione è la terapia – l’unica, ma assolutamente necessaria e in sé sufficiente – che possa rimarginare una tale frattura e scissura dell’anima, laddove i metodi propugnati e predicati dalla suddetta Potenza Straniera d’Oltretevere coltivano e ampliano assai tale frattura e scissura.

La Scienza dello Spirito è fondata sulla sovrarazionale esperienza del pensiero vivente, conseguente alla pratica radicale della concentrazione e della meditazione secondo il canone indicato dalla Via Solare, e non sulla frantumazione logico-razionale propria al pensiero riflesso. Il pensiero  vivente non è il pensiero razionale saturato di intensa sentimentalità: è la radicale estinzione, o il «vuoto», l’annientamento che della loro disanimata forma la volontà pensante attua nel suo stesso movimento.

Comunque decenni di studio e di insegnamento scientifico mi hanno reso familiari i metodi scientifici, sia logici che sperimentali. Non aspettavo certo l’arrivo di un teologizzante catto-scientista per iniziare a conoscere i metodi dell’operare scientifico che, pur nei loro inevitabili limiti, per limpidità di procedimento e fecondità di risultati obbiettivi, giudico ben superiori ai soggettivi sogni di una farlocca teologia.

Il nostro improvvido catechizzatore, non contento della sua lezioncina, mi ammonisce ulteriormente con le seguenti rampognanti e sollecitanti parole:

«Senza entrare nello specifico, si potrebbe dire che un procedere in maniera “scientifica”, non dovrebbe avvenire attraverso anatemi e accuse, ma nel procurare le prove e le fonti di quanto si sostiene, in modo che, tutti gli interlocutori possano giungere per via propria ad una sintesi, ed essere sempre aperti a rivedere le proprie posizioni. Non aiuta la comunità dei ricercatori, il fatto che le proprie ricerche personali non siano state pubblicate. Quindi chiediamo a Hugo di pubblicare la sua documentazione, così da rendere tutti in grado di formulare un corretto giudizio sugli avvenimenti del dopo Steiner».

Certo, ma come no?! Ma perché non ce lo ha detto subito: provvediamo di corsa! Siamo al supermercato dell’esoterismo: il nostro catechizzatore passa col carrello e si serve da sé: prende pelati, patate, detersivi, barattoli  di marmellata, carta igienica, «mantram» e documenti storici delicati. I documenti sono a sua comodissima disposizione: bastava dirlo prima! Vuole, mentre li legge e li esamina, anche un caffè e due paste alla crema? O preferisce una cioccolata calda?

Queste sono le pretese plebee  tipiche di un  «parvenu» piccolo borghese! La Sapienza è per sua natura aristocratica e non plebea. A chi è degno viene donata – a chi è sinceramente amico della Sapienza, e quindi  anche amico e fratello nostro – essa viene illimitatamente donata con grandissima gioia. Ma la Sapienza esige essere amata, disinteressatamente venerata e rispettata,  e di conseguenza deve essere difesa dalle mani di chi si presenta sotto false spoglie, di chi un cercatore disinteressato non è, di chi nasconde, distorce, stravolge, manipola la verità, e la sfigura, «ad majorem gloriae Societatis Jesu et Romanae Ecclesiae», naturalmente.

Dubitiamo assai che il nostro catechizzatore voglia sinceramente e disinteressatamente che l’Hugo dal pessimo carattere pubblichi «la sua documentazione, così da rendere tutti in grado di formulare un corretto giudizio sugli avvenimenti del dopo Steiner». Ovverossia, dubitiamo fortemente del disinteresse, e della lealtà d’intenzione di una tale richiesta.  Un amico sapiente ha insegnato ad Hugo che «i demoni della indebita curiosità devono essere fatti morire di fame». Anche perché quanto finisce nelle mani di tali molto poco disinteressati curiosi viene, appunto, poi distorto, sfigurato, manipolato, strumentalizzato, come vedo costoro già fare con le parole di Massimo Scaligero, separate dal contesto e usate in maniera irrispondente alle palesi ed espresse intenzioni di lui, per colpire proprio coloro che vogliono essergli fedeli.

La gesuitica e bolscevica arte della disinformazione è un’arte antica, nella quale la parte a noi avversa, in quasi venti secoli, ha raggiunto una rara eccellenza che, dolcemente suadendo, facilmente contagia anche molte persone in buona fede, che non  verificano rigorosamente ogni volta la veridicità di affermazioni menzognere, fatte dalla parte avversa con una bronzea faccia tosta a tutta prova. E alla bisogna viene sfoderata una consumata dialettica, condita con una insinuante calunnia. Ne darò subito al candido lettore un esempio oltremodo eloquente.

Se c’è un tema al quale un lupaccio arrabbione come me è oltremodo sensibile (anche i lupacci della steppa hanno un cuore…), è quello della figura umana e spirituale di Marie Steiner-von Sivers, la compagna, la infaticabile ed abile collaboratrice, la fedele e coraggiosa continuatrice dell’Opera di Rudolf Steiner, opera ch’ella difese contro le ambizioni, le distorsioni, le volontà di strumentalizzazione, di saccheggio e di affossamento di tanti sedicenti antroposofi, indegni di tal nome e traditori.  Ora nel suddetto sito qualcuno – grande ammiratore e difensore della ‘grandezza’ e della ‘moralità’ gesuitica – arriva a scrivere: 

«… come non capisco il parlare di “fedeltà a Steiner” (almeno si dovrebbe dire Rudolf Steiner): che io sappia, da vero scienziato, Rudolf Steiner non chiedeva di essergli “fedele”, che mica fondò una chiesa: figuriamoci se lui non apprezzava che chiunque non condividesse ciò che “proponeva” se ne andasse per la sua strada. Penso che da buon ex-anarchico la sua simpatia si volgesse agli spiriti ribelli che accoglievano e maturavano da soli le loro convinzioni piuttosto che a coloro che lo seguivano ciecamente, o quasi (ipse dixit).
Sembra che chi ha conosciuto l’antroposofia e poi l’abbandona in toto o in parte sia un rinnegato, un eretico, uno spergiuro… questo non è un atteggiamento consono a chi vuole coltivare l’anima cosciente.
Un’ultima cosa, giacché ci sono, e già che si citano altri forum:
a proposito della cacciata di Ita Wegman, ciò che ho letto io tempo fa (preciso che non saprei più indicare dove) è che non fu Marie Steiner a vivere la vicenda in stato sognante ma bensì Albert Steffen, che non seppe tenere la situazione in pugno e lasciò fare, appunto, alla vedova di Steiner».

Eccone, appunto, un altro che, a partire dalla – da lui molto laudata – a noi avversa parte cattolica, viene a dirci come ci si deve comportare per essere dei ‘bravi bambini’, ed attuare «un atteggiamento consono a chi vuole coltivare l’anima cosciente» e che, dopo un tale predicozzo moralista e virtuista, insinua la sporca menzogna che sia stata Marie Steiner a cacciare Ita Wegman dal Comitato Direttivo e dalla Società Antroposofica. Ciò è assolutamente falso. E costui  ha anche l’impudenza di precisare pure di «non sapere indicare dove» egli abbia letta una cosa del genere. Ma intanto, sottilmente insinua in chi legge il veleno della calunnia. E concede pure le attenuanti generiche – per incapacità mentale di intendere e di volere – ad Albert Steffen, il quale fu, invece, l’unico autore e fattivo attore della cacciata di Ita Wegman.

E non è neppure vero che Rudolf Steiner non abbia mai chiesto a qualcuno fedeltà nei propri confronti. Vi è infatti la testimonianza – tra le altre – di Paolo Gentilli, il quale di fronte all’arrogante ambizione, ai tradimenti di Albert Steffen, si richiamò alla fedeltà che il Dottore gli chiese personalmente in un colloquio avvenuto all’atto del suo accoglimento nella Classe Esoterica. Paolo Gentilli dette questa testimonianza in un resoconto, che fu trascritto e pubblicato numerose volte. Io ricevetti direttamente da Massimo Scaligero una copia dattiloscritta di quel resoconto.   

Purtroppo,  l’insinuazione menzognera viene in buonissima fede confermata, da un interlocutore – amico della nostra buona causa, e non nemico – che risponde al suddetto infido insinuatore, e che senza controllare fonti e testimonianze arriva a scrivere:

«Veniamo alle cose più serie : la vicenda tristissima del “dopo Steiner”.
Li ci fu, in un primo momento, l’allontanamento del gruppo “Wegman-Stein-Kolisko” voluto sia da Marie che da Albert Steffen. In un secondo momento Steffen “si liberò” anche della Vedova Steiner, concentrando il “potere” nelle sue mani e cercando di esautorare Marie da qualsiasi gestione delle cose lasciate dall’Iniziato Solare.
Questi i nudi ed esteriori fatti».

Purtroppo le cose non stanno affatto così. Come dice Rudolf Steiner in GA 192 p. 319: «È necessario chiamare menzogna la menzogna». Altrove egli dice addirittura che la menzogna deve essere bollata a fuoco, che non bisogna mai lasciarle spazio all’interno della comunità spirituale, perché agirebbe in maniera dirompente con tutta la sua potenza corruttrice e distruttrice. Non si può essere complici di essa, colludere per una sorta di buonismo in stile «new age» con autentiche menzogne, consapevolmente messe a giro per fuorviare ed ammalare le anime. Infatti, non è in questione il rispetto dovuto a chi in buona fede, dopo aver conosciuto la Scienza dello Spirito, muta le sue convinzioni e si allontana dal sentiero indicato dal Maestro dei Nuovi Tempi. Possiamo non condividere le sue nuove convinzioni, ed anche deplorare una scelta che riteniamo errata, così come lui può ritenere errate e deplorare a sua volta le nostre scelte e le nostre convinzioni. La questione bruciante è nei confronti di chi pretende di imporsi nel movimento spirituale antroposofico, con duplicità di comportamento, con inconfessabili riserve mentali ed oblique intenzioni di azione, con doppiezza animica, con menzogna e ipocrita simulazione, al fine di deviare il movimento spirituale, di inquinarlo, di paralizzarlo, di condurlo dove non vuole e non deve andare. Ma questo, riguardando la figura di Valentin Tomberg e i suoi seguaci, lo affronteremo un’altra volta. Ora ci limiteremo a difendere doverosamente la figura umana e spirituale di Marie Steiner.

Un amico di Hella Wiesberger, Georges Ducommun, limpido traduttore di molte opere di Rudolf Steiner in francese, e coraggioso testimone della verità a proposito delle tristi vicende del movimento antroposofico, prima di morire fece una serie di conferenze nelle quali mise in evidenza tutta intera la perfidia dell’operare di Albert Steffen, come vedremo tutt’altro che sognante, nel gestire con machiavellica abilità tutta la vicenda della cacciata di Ita Wegman e degli amici di lei. Quelle conferenze, rielaborate, sono il tema di un piccolo ma denso libro dal titolo «Il Convegno di Natale 1923-1924… e dopo…», nel quale il suo autore così scrive:

«Albert Steffen non s’impegna che molto prudentemente nel conflitto latente, è sempre più apprezzato dai membri, molto più come scrittore e poeta che come Presidente nel quale egli sembra giuocare un ruolo ponderatore. Nondimeno, saturati dalle agitate dispute incessanti nella Società, alcuni membri dei paesi nordici suggeriscono di affidare ad Albert Steffen i pieni poteri. L’interessato non vi si oppone ed è persino favorevole ad una modifica degli statuti che dica ch’egli sia il solo autorizzato a firmare le domande di adesione dei nuovi membri. Ciò vuol dire al tempo stesso ch’egli può rifiutare la sua firma a candidati presentati da Ita Wegman. A ciò si aggiunge a partire dal 1930 il fatto che Albert Steffen si mette a  militare per l’applicazione del «metodo giusto» nel lavoro antroposofico, cioè il suo. Questa campagna è destinata ad avversare il lavoro che viene fatto presso gli amici di Ita Wegman. La pressione si accentua col fine di escludere Ita Wegman dagli affari della Società. Circolano racconti tendenziosi e falsificati riguardo alle attività raggruppate attorno a Ita Wegman. Gli amici di questa reagiscono mettendo in dubbio l’integrità di Albert Steffen nella conduzione degli affari della Società.

L’assemblea generale dell’aprile del 1935 conosce una preparazione strana. Nel febbraio viene messo in circolazione un memoriale di 150 pagine (detto «Denkschrift») sugli avvenimenti nella Società antroposofica degli anni tra il 1925 e il 1935. Esso enumera alla rinfusa i pasticci, gli errori, le macchinazioni, giustificate o inventate, che possono essere rimproverati a Ita Wegman e ai suoi amici. Questo documento riferisce altresì le ferite patite da Albert Steffen in seguito alle osservazioni critiche o scortesi fatte nei suoi confronti. Al tempo stesso egli viene presentato come la guida esoterica ideale per la Società antroposofica. Il clima nel quale si svolgerà l’assemblea sembra ben orchestrato in anticipo!

Sorvoliamo sui dettagli dei dibattiti spesso concitati tra i partigiani del Comitato diretto da Albert Steffen e i partigiani degli altri due membri del Comitato direttivo. Sapendo perfettamente che maggioranza dei membri condivide la sua visione delle cose, Albert Steffen propone una conclusione dei dibattiti «mirata».

Ferito dalle critiche al proprio riguardo avanzate da una minoranza, egli dichiara:

«O voi mi considerate come escluso dalla mia funzione di Presidente, oppure allora voi concludete che, tenuto conto delle circostanze presenti, le altre personalità (Ita Wegman e Elisabeth Vreede) sono escluse di fatto!».

Il voto è significativo: 1691 sostengono l’azione di Albert Steffen, 76 sono contrarie, 73 si astengono.

Consideriamo questo:

assistiamo al fatto straordinario che un membro del Comitato direttivo esoterico, il suo Presidente, incita l’assemblea generale a pronunciare l’esclusione di altri due membri che erano stati egualmente designati da Rudolf Steiner a far parte di quel Comitato esoterico. Ora la faccenda si svolge mentre ci si rende conto che è un’assemblea di carattere democratico (quella della Società) che prende una decisione riguardante la realtà esoterica, e che il gran numero dei membri presenti non hanno conosciuto il Convegno di Natale, e non ne sanno granché poiché nel 1935 il testo del Convegno di Natale non era stato ancora pubblicato. Non lo sarà che nel 1944.  

Ecco dunque l’immagine della Società antroposofica dieci anni dopo il Convegno di Natale!

Non posso terminare questo breve racconto senza menzionare l’intervento storico del conte Polzer-Hoditz col quale Rudolf Steiner aveva intrattenuto stretti legami di fiducia e di amicizia. Nel corso di quell’assemblea generale egli tentò invano di ricondurre i protagonisti alla ragione ricordando la posta in giuoco del Convegno di Natale. Le sue considerazioni coraggiose e di alto livello rimasero senza effetto, poiché dalle due parti le posizioni erano definitivamente crisallizzate.

Sappiamo inoltre che nel quadro della Libera Università di scienza dello spirito, il conte Polzer-Hoditz era stato designato da Rudolf Steiner da Rudolf Steiner come lettore della Classe. Come «ringraziamento» per il suo intervento in occasione dell’assemblea del 1935 il Comitato direttivo gli ritirò l’autorizzazione che Rudolf Steiner gli aveva dato.

Ecco ancora un fatto strano: sino al 1985 (ottantacinque!) il Comitato direttivo della Società antroposofica universale ha impedito la pubblicazione dell’intervento di Polzer-Hoditz nel 1935.

Terminiamo questo racconto del decennio 1925-1935 indicando che nel 1948, poco tempo prima della morte di Marie Steiner, e su sua proposta, la Società antroposofica ha riconosciuto che la destituzione di Ita Wegman e di Elisabeth Vreede era stata un errore. La decisione del 14 aprile 1935 venne allora annullata. Quanto al «Denkschrift» caratterizzato con il suo deplorevole livello di foglio di combattimento, esso non venne mai smentito ufficialmente, ma semplicemente ritirato dalla circolazione nel 1949…».  

Come si vede a compiere tutta la machiavellica opera di esclusione di Ita Wegman e Elisabeth Vreede, membri del Vorstand, ossia del Comitato direttivo della Società Antroposofica, e dei loro amici, fu unicamente proprio Albert Steffen. L’insinuazione bugiarda di una volontà colpevole di Marie Steiner nella vicenda dell’esautorazione e della espulsione della Wegman e della Vreede, la demolisco subito.

Nel medesimo scritto, vi è una post-fazione di Conrad Schachenmann, un amico di lunga data della fedele cerchia di Marie Steiner, il quale con poche parole precisa che:

«Il mio amico Georges Ducommun ed io stesso abbiamo assistito con una sofferenza quasi identica allo svolgimento della storia della Società antroposofica. Posso così identificarmi con la descrizione ch’egli ne dà qui. Mi identifico ugualmente con la maniera in cui egli l’ha fatta, descritta con una fine sensibilità dal Dottor Hériard Dubreuil.

Mi sembra utile aggiungere tre precisazioni che possono permettere di illuminare maggiormente ciò che è successo.

1-      La «democratizzazione» nella struttura della Società cominciò nel febbraio del 1925 quando Rudolf Steiner era sul suo letto di morte. Egli fu costretto a sottoscrivere una nuova formulazione degli statuti sotto la pressione di certe persone. Günther Wachsmuth giuocò il ruolo di autentica «eminenza grigia» dietro Ita Wegman e Albert Steffen, cosa che ebbe una ripercussione pure sui tragici eventi ulteriori. (Documenti d’archivio).

2-      In occasione dell’assemblea generale del 1935, nella quale furono escluse Ita Wegman ed Elisabeth Vreede, Marie Steiner non era presente. Ella si era rotto un braccio in tournée. Apprendendo al suo ritorno quel che si preparava a Dornach, ella ne fu profondamente infelice, ma non poté cambiare  nulla in quegli eventi».

Terminiamo qui la citazione di Conrad Schachenmann, perché ciò che segue non ha rapporto diretto con la difesa di Marie Steiner-von Sivers dalla calunnia di aver lei voluto ed operato l’esclusione e l’espulsione di Ita Wegman ed Elisabeth Vreede dalla Direzione del Goetheanum e dalla Società Antroposofica, mentre abbiamo visto ch’essa fu interamente l’opera di quell’anima machiavellica di Albert Steffen. Vicenda della quale soltanto in questo articolo intendevo parlare. Ma il candido lettore non tema: gradualmente amplieremo il discorso, perché è assolutamente necessario portare una parola di verità sulle drammatiche vicende del movimento antroposofico, le quali – a mio, ma non solo mio, giudizio – costituiscono la tragedia spirituale del XX secolo.     

Non m’interessa minimamente polemizzare con coloro che scientemente diffondono una tale calunnia nei confronti della fedele compagna e della massima collaboratrice di Rudolf Steiner, nonché continuatrice competente e consacrata della sua Opera. Mi interessa unicamente che amici sinceri non assorbiscano per insufficiente verifica affermazioni, che è possibile dimostrare essere false. Piano piano tirerò fuori tutto quanto possa aiutare gli amici leali e sinceri a formarsi una corretta immagine di pensiero degli avvenimenti tragici, che costituiscono la storia del movimento antroposofico. Essi mostrano eloquentemente a quali estremi ed eccessi si giunge quando, allontanandosi dalla autentica pratica interiore, ci si dà alla vanità, all’intellettualismo, alle spregiudicate macchinazioni del più sporco stile politico, alla mucillaginosa sentimentalità, all’ambizione e alla volontà di potenza. La forza della concentrazione profonda travolge e annienta ogni volta i rigurgiti dell’ego, e le suddette manifestazioni della mediocrità plebea e piccolo-borghese.

  

 

 

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