LA RICERCA DEL SANTO GRAAL

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. TREDICESIMA PARTE.

 

Pur senza chiedere il permesso del candido lettore – della cui tolleranza, mi rendo conto, spesso abuso – mi prendo la licenza di parlare, in una maniera che potrà apparire a tutta prima divagante, di un tratto curioso della mia vita, che un tempo mi appariva assai enigmatico, ma che trovò poi la sua ragion dʼessere alla luce di una serie di eventi nei quali il destino operò con caratteri di assoluta fatalità. È davvero il caso di dar ragione allo stravagante e simpaticissimo Oscar Wilde il quale affermò che: «La vita è lʼinsegnante più difficile. Prima ti fa lʼesame, e poi ti spiega la lezione». A tale proposito, mi ritornavano ogni volta in mente le parole, dapprima enigmatiche e poi illuminanti di Rudolf Steiner, il quale nella sua Filosofia della Libertà, nella ottima traduzione a cura di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 19, così si esprime:

«Che significato può avere per me il potere o non poter fare una cosa, quando dal motivo io fossi obbligato a farla? Ciò che importa anzitutto non è se io possa o no fare una cosa quando il motivo ha agito su di me, ma se esistano motivi tali da agire su di me con necessità costringente. Se io debbo volere una cosa mi è, in certi casi, del tutto indifferente che io possa poi farla o no. Quando, a causa del mio carattere e di circostanze esterne, mi venisse imposto un motivo che il mio pensiero riconoscesse come irragionevole, dovrei anzi essere contento di non poter fare quello che voglio».

Beh, la vita – senza chiedermi preventivamente nessun ʽconsenso informatoʼ – mi portò a dover fare lʼesatto contrario di quel che, in una maniera che a me appariva del tutto ragionevole e legittima, avrei desiderato. Mi sarebbe piaciuto fare il liceo classico, e venni invece mandato allo scientifico. Avrei voluto proseguire con gli studi nel campo dellʼOrientalistica – la mia passione erano: lingue orientali, storia, filosofie e religioni dellʼOriente – magari a Caʼ Foscari a Venezia o allʼIstituto Orientale di Napoli, ed invece mi ritrovai per quattro anni a studiare Ottica e Scienza della Visione in un borgo della campagna toscana, che aveva sì e no mille anime. Avrei voluto andare in Oriente, e perseguire colà, in un regime di felice, errante, spartana povertà, la ricerca di una Conoscenza liberatrice, la vidyā e la mukti dell’antichissima sapienza indiana, della quale ero innamoratissimo, e invece i Numi, più accorti e ben più savi di me, e soprattutto alquanto preoccupati di cotanta mia noncurante e lieta spensieratezza, mi fecero passare – qua in Occidente e non in Oriente – un periodo breve ma molto agitato dal punto di vista esteriore. Ma alla fine tutto ciò mi portò esattamente là dove dovevo arrivare. E capìi più tardi come tutto ciò fosse stato, in ogni suo singolo aspetto, assolutamente necessario. E, piano piano, intuii come tutto ciò corrispondesse realmente a qualcosa di ʽconosciutoʼ e di ʽvolutoʼ nellʼesistenza prenatale da parte del mio essere più profondo. Tale preordinato intreccio di situazioni e di eventi mi portò, nellʼagosto del 1969, ad incontrare L., il quale mi mostrò la Via e mi fece incontrare Massimo Scaligero: già questo basterebbe ed avanzerebbe, perché – come mi disse una amica sapiente – colui che ti fa conoscere Massimo Scaligero è certissimamente lʼamico più grande della tua vita! Ma anche tutta la serie deglʼincontri che si son succeduti poi nel corso di molti anni e decenni – importanti per il mio cammino nella Scienza dello Spirito, e decisivi per la mia stessa vita interiore ed eziandio per quella esteriore – sono scaturiti dal percorso attraverso varie esperienze che, lo ripeto, mi fu imposto dall’enigmatico destino, senza peraltro richiedermi mai verun preventivo ʽconsenso informatoʼ. Ma, ne devo convenire col simpaticissimo Oscar Wilde, la successiva ʽspiegazioneʼ è stata molto ʽconvincenteʼ e, devo dirlo, del tutto ʽsoddisfacenteʼ. Questo, anche rispetto a successivi e numerosi periodi della mia vita, anchʼessi notevolmente agitati, ma che, poi, hanno essi pure portato risultati insospettati e, devo proprio dirlo, per me davvero insperati. Si capirà in un successivo studio il perché dellʼesposizione delle presenti considerazioni, solo in apparenza di contenuto e valore personale. Il candido lettore abbia ancora un pochino di benevola pazienza.

Uno dei risultati maggiormente notevoli di questo mio, in apparenza stravagante e divagante percorso, fu lʼincontro con una amica di rango spirituale veramente alto, che si rivelò nei miei confronti una preziosa, leale, e infinitamente cara ʽcompagna dʼarmiʼ: per me essenziale per tutta una serie di rigorose distinzioni di valori, che dovetti operare sia nella mia ricerca interiore, che nelle conseguenti scelte esteriori. Ho già avuto occasione di raccontare su questo scomodo, e temerario blog, come ebbi modo dʼincontrare Hella Wiesberger per la prima volta a Dornach, ai primi di aprile del 1985, alla Rudolf Steiner Halde, a quel tempo ancora sede della Rudolf Steiner Nachlassverwaltung, ossia della benemerita Istituzione che curava il Lascito di Rudolf Steiner e quello della sua più grande e più stretta collaboratrice Marie Steiner. Il Lascito ha fatto per decenni opera sommamente meritoria col salvare l’eredità spirituale di Rudolf Steiner e della sua fedele compagna di vita e di lotta dal saccheggio, dalla deformazione, dalla voluta alterazione, dalla premeditata occultazione, dalla dispersione, dalla strumentalizzazione, che ne facevano Albert Steffen, Guenther Wachsmuth and Co., con metodi che Marie Steiner ebbe a definire da “gangsters”: metodi portati avanti dopo di loro per alquanti decenni, in perfetta malafede, da coloro che son poi succeduti allo Steffen nella direzione della Società Antroposofica Universale. Naturalmente, di quanto affermo ho le prove provate – anche cartacee – di come Marie Steiner, dopo esser stata emarginata e derubata, venisse sabotata, vilipesa, e calunniata nella maniera più ignobile e meschina. A tale proposito, Hella Wiesberger mi trasmise, sin dal nostro primo incontro, tutta una documentazione da lei stessa raccolta, con sopra pure i suoi personali commenti autografi: documentazione che parla un linguaggio che più chiaro non potrebbe essere, e che conservo come un piccolo aureo tesoro personale della nostra militante amicizia. Persino nel bollettino della sezione italiana della Società Antroposofica apparve decenni fa un attacco calunnioso dellʼallora presidente del Vorstand, appunto, ossia della Direzione dornacchiana della Società Antroposofica, Rudolf Grosse, contro Marie Steiner e Hans Werner Zbinden, il suo più stretto e fedele collaboratore. Più recentemente, si son potuti vedere critiche e attacchi alla figura stessa di Rudolf Steiner e alla sua Opera da parte di preminenti rappresentanti della direzione del Goetheanum, come il tedesco Bodo von Plato, apertamente colluso e in combutta con calunniatori al soldo della nota potenza straniera dʼOltretevere, come il livido e cinico teologo e storico svizzero Helmut Zander.

Non meraviglia che tali deprecabili eventi si siano verificati nella Istituzione alla quale Rudolf Steiner dedicò il suo generoso operare, e alla quale alla fine fu costretto – più che per il veleno propinatogli dalla ʽparte avversaʼ, per la inadeguatezza, la superficialità, la fatuità, la vanità, la pavidità, e in taluni, gravissimi casi, per veri e propri tradimenti di taluni antroposofi – a sacrificare la sua stessa vita. La cosa non meraviglia affatto, perché nella nostra amata Italia, oggetto di avversione e persecuzione, oltre che della superficialità, vanità, pavidità e stupidità, da parte di coloro che pur avevano ricevuto l’aristocratico dono della Scienza dello Spirito, l’inestimabile donazione celeste dellʼAntroposofia, furono, sia in vita che dopo la loro dipartita, prima Giovanni Colazza, e poi Massimo Scaligero. Ambedue furono, oltre che diffamati e perseguitati, anche vilmente traditi proprio da coloro che meno di tutti gli altri avrebbero dovuto. Anzi, proprio nel caso di Massimo Scaligero, dopo la sua dipartita, si ripeterono − come da lui profeticamente previsto in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, p. 38, ove scrive che: «Contro l’Impulso Solare di questa epoca, è prevista una serie di attacchi, da quelli frontali a quelli insidiosi e inconsci (ho persino accennato ad attacchi dall’interno medesimo della cittadella, ad opera degli zelatori discorsivi delle dottrine)» − con una dinamica in maniera stupefacente simile, la serie di eventi proditori e predatori che avvennero dopo la morte di Rudolf Steiner. Ma per il momento, de hoc satis. Avremo sicuramente occasione e modo di riparlarne.

***

La Scienza dello Spirito reca allʼattuale essere umano una conoscenza di sé – a rigore di termini, dovrei dire conoscenza della sua anima, perché è il , o lʼIo, colui che la conosce – la quale, oltre ad essere oltremodo preziosa, gli è assolutamente necessaria. Assolutamente necessaria, soprattutto sʼegli vuole inoltrarsi nellʼaspro sentiero dellʼIniziazione, se coraggiosamente vuole elevarsi allʼesperienza spirituale diretta, alla percezione immediata della realtà essenziale, occulta, non apparente, del mondo dello Spirito. La Via ad una tale vita spirituale più alta, in particolar modo per lʼuomo attuale, non è scevra di pericoli. In realtà, essa potrebbe essere affatto scevra di pericoli se, e solo se, il discepolo del sentiero occulto seguisse con geometrica esattezza, con algebrica precisione, la Via retta, diritta, senza veruna deviazione, senzʼalcun personale arbitrio, l’aureo Sentiero che gli viene indicato. Ma, per far ciò, occorre assolutamente avere un cuore puro. Purtroppo, come avverte il vecchio Tolkien, «il cuore degli uomini si corrompe facilmente». Occorre, inoltre, possedere una volontà coraggiosa, eroica, tenace, ostinata, risoluta, che si dimostri dura contro gli innumerevoli ostacoli che ne intralceranno il cammino, ossia dura contro queglʼinnumerevoli, troppi, ostacoli che tenderanno a fiaccarne e ad usurarne la forza. Ora, se un tale cuore puro non è ancora presente, è assolutamente necessario che lo si generi. Se una tale risoluta, dura, volontà non è ancora posseduta è assolutamente necessario chʼessa venga conquistata. Per generare un tale cuore puro, e conquistare la risoluta volontà necessaria alla realizzazione spirituale alla quale audacemente aspira, cioè allʼIniziazione, il discepolo deve possedere quella che Massimo Scaligero in Tecniche della concentrazione interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, nel XXII capitolo, Determinazione assoluta, pp. 152 e segg., pone come una esigenza imprescindibile. Ma una tale ʽdeterminazione assolutaʼ non è cosa che sʼimprovvisa: è essa stessa aspra conquista e risultato di una inflessibile, oserei dire ostinata, ascesi. Emblematiche sono le parole – in alcuni punti da me messe in evidenza – di Massimo Scaligero, che leggiamo alle pp. 158-161:

«Nello sperimentatore realmente moderno, il processo interiore dellʼAutocoscienza, sorta mediante la determinazione del pensiero nella sfera matematico-fisica, può assurgere, per via di trapassi dinamici mediati dalla logica dellʼelemento libero del pensiero, a processo trascendente. Al quale risponde lʼArchetipo cosmico: il Logos, che già ha operato lʼunione dellʼumano con il Superumano.

Lʼuomo volitivo, libero edificatore della propria coscienza, può dimostrare a se stesso, non dialetticamente, ma sperimentalmente, la realtà del Logos: la sua trascendenza, nella immanenza: il potere assoluto del Fondamento, che non può non essere intimo allʼIo. LʼIo ha in sé tutta la Forza: deve soltanto essere se stesso, per attuare secondo Essa la comunione con il mondo. […]

Il discepolo che coltivi lʼintento profondo, può conoscere il momento magico, di una lucidezza assoluta, rivelatore di tutta la Forza a venire. Per attimi egli può realizzare come forza della decisione pura la Memoria delle cose divine. È un moto dellʼIo che ancora non realizza il senso finale dellʼAscesi, ma ne intuisce il contenuto ultimo di trasmutazione: un atto che  a t t r a v e r s a  tutta la vita, giungendo sino al fisico, con la potenza di un istinto irresistibile: movendo dal puro Io.

Questo impulso dellʼIo, scocca istantaneo, dallo Spirituale alla corporeità, anche senza le discipline che gli abbiano ancora aperto il varco. È un momento di ricordo dellʼIo, che si apre il varco da sé, ma solo istantaneamente, essendogli ancora impossibile la continuità. Mediante la concentrazione, la continuità può essere iniziata dallʼanima, che afferri il senso dellʼAscesi indicata da quel momento trascendente: momento in realtà donato dal Mondo Spirituale.

È il momento di una decisione dellʼIo, di cui occorre percepire la forza unificante dal metafisico al fisico, per ricordarlo e fare di esso lʼintento profondo. Quello scoccare dellʼIo, infatti, svanirà: sia pure per ripresentarsi in altri momenti decisivi, come autoritaria Luce originaria, indicatrice dellʼintento dimenticato.

Riguardo a tale possibilità, quello che umanamente difetta è il potere del ricordo, della coerenza, della fedeltà. Questo momento dellʼIo, che può lasciarsi percepire dopo una estrema tensione della volontà, o del dolore, esige diventare d e t e r m i n a z i o n e   a s s o l u t a: esso tende a scomparire dopo aver irradiato la sua istantanea Luce: non può perdurare, perché lʼattuale costituzione dellʼuomo non è preparata a sostenerne la Potenza. Esso indica un còmpito, ma non può sussistere come impulso: la sua istantaneità può divenire continuità soltanto nellʼassunto ascetico. Il contenuto qualitativo dellʼascesi, la retta concentrazione, la retta meditazione, debbono essere presenza di quella direzione: lʼascesi che le corrisponde, non unʼascesi condizionata dalla natura. Lʼintento profondo deve quotidianamente costruire se stesso come intuito rinnovato della balenata direzione dellʼIo. Questo intento, ove perduri, è la misura del ritrovamento della Memoria delle cose divine, e dellʼAscesi che veramente le corrisponde, nell’attuale tempo».

A tale riguardo è bene che non ci si faccia illusione alcuna. Certo, vi sono molte persone che hanno nellʼanima tante belle qualità, ma tali qualità sono ʽnaturaʼ, persino ʽnatura spiritualeʼ, non sono – o non ancora sono – ʽspiritoʼ. Sono qualcosa di ʽereditatoʼ: dal proprio popolo, dalla stirpe familiare alla quale si appartiene, o possono essere anche ʽereditàʼ di antiche vite, perciò – ancora una volta – appunto, ʽnaturaʼ, non ʽspiritoʼ. Per essere ʽspiritoʼ, esse devono essere conquistaogni vòlta novella conquista – dellʼIo, e non eredità dellʼanima. Lʼeredità dellʼanima è ogni vòlta il meramente ʽesistenteʼ, il ʽpassatoʼ, il ʽdivenutoʼ, il già ʽfattoʼ, il già ʽprodottoʼ, il ʽcausatoʼ, lʼʽeffettoʼ effettuato, il ʽcondizionatoʼ, il meramente ʽcontingenteʼ, mentre solo e unicamente lo Spirito veramente ʽèʼ, e perciò solo esso è lʼeternamente ʽpresenteʼ, il ʽdiveniente mai divenutoʼ, lʼʽattoʼ perennemente attuantesi, il ʽcausanteʼ non causato, lʼeternamente ʽcreanteʼ, e mai creato, ossia: lʼIncondizionato, lʼAssoluto. Perché – come avverte lapidariamente Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore. Lineamenti dellʼesperienza sovrasensibile «nello Spirito non si sta, nello Spirito si è».

Per questo essenziale motivo, seguire la Via della Iniziazione è seguire una ʽVia eroicaʼ: la Via eroica contrapposta alla via egoica. Per lo stesso essenziale motivo, anzi a maggior ragione, voler percorrere il Sentiero della Conoscenza richiede coraggio, un coraggio a tutta prova: tutto il coraggio che il discepolo può generare in se stesso. Infatti, così leggiamo – cito, mettendone in evidenza alcuni punti, da una antica, bella, umile, spartana edizione, che proprio per questo mi è tanto più  cara – in Rudolf Steiner, L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1952, pp. 58-59:

«Per questo via lʼuomo si avvicina sempre più al momento in cui può effettuare i primi passi nellʼiniziazione; prima che ciò si verifichi occorre però ancora una cosa, di cui, forse, la necessità riuscirà dapprima poco evidente al discepolo dellʼoccultismo; più tardi la comprenderà.

Occorre, dunque, che lʼiniziando sia provvisto sotto un certo riguardo di un coraggio e di unʼintrepidità specialmente sviluppati. Il discepolo deve appunto cercare delle occasioni favorevoli per lo sviluppo di queste qualità. Nella disciplina occulta esse devono sistematicamente coltivate, ma la vita stessa, specialmente a questo riguardo, è una buona scuola occulta; forse la migliore. Affrontare serenamente un pericolo, cercare di superare le difficoltà senza sgomentarsi, – di questo deve essere capace il discepolo. Di fronte a un pericolo, egli deve immediatamente sviluppare il sentimento: «il mio timore non serve a niente, non devo avere affatto paura, ma pensare soltanto a ciò che vi è da fare». E deve educarsi a tal punto, che nelle occasioni che prima gli incutevano timore, gli riesca ormai impossibile «aver paura» o «perdere il coraggio», almeno come sentimento interiore. Lʼautoeducazione in questa direzione sviluppa nellʼuomo forze ben determinate, di cui ha bisogno se deve essere iniziato nei misteri superiori. Come lʼuomo fisico ha bisogno della forza nervosa per utilizzare i suoi sensi fisici, così lʼuomo animico ha bisogno di quella forza che si sviluppa in nature coraggiose e intrepide. – Chi penetra nei segreti superiori vede, cioè, delle cose, che le illusioni dei sensi tengono nascoste alla vista dellʼuomo ordinario. Difatti, sebbene i sensi fisici non ci permettono di vedere la verità superiore, essi, appunto per questo, sono anche i benefattori dellʼuomo, perché gli nascondono cose che lo spaventerebbero moltissimo e di cui egli, impreparato, non potrebbe sopportare la vista. Il discepolo deve essere temprato a sopportare tale vista. Egli perde nel mondo esteriore appoggi chʼerano dovuti al fatto di trovarsi imprigionato nellʼillusione, realmente e letteralmente succede, come se si richiamasse lʼattenzione di qualcuno su di un pericolo al quale già da molto tempo era esposto, ma senza saperlo: ora però che sa del pericolo, viene assalito dalla paura, sebbene il fatto di esserne a conoscenza non abbia aumentato il pericolo stesso».

La situazione paradossale dellʼattuale essere umano non iniziato, preso nella imprigionante rete dellʼillusione – della ʽmayaʼ, come la chiamano glʼindiani – è chʼegli teme, più di tutto, proprio quella conoscenza, che gli disvela lʼesistenza del pericolo. Egli – affetto comʼè da viltà conoscitiva – inconsciamente teme, e tenacemente avversa, una tale conoscenza del pericolo più del pericolo stesso, la cui esistenza non vuole vedere, e quanto più una tale conoscenza si fa consapevolmente presente al suo sguardo, tanto più nei confronti di essa crescono in lui tale paura e avversione: sino a diventare una parossistica forma di odio nei confronti di ogni conoscenza spirituale, e nei confronti dello Spirito stesso. Il paradosso, anzi la contraddittoria illogicità della situazione, sta tutta nel fatto che se vi è qualcosa che può diminuire il pericolo è proprio la ʽconoscenzaʼ. Solo essa è fonte di forza e di coraggio; solo essa ha una efficacia liberatrice. Per questo Rudolf Steiner aggiunge alle pp. 59-60:

«Le forze del mondo sono distruttrici e costruttrici; il destino degli esseri esteriori è di nascere e perire. Il savio deve osservare lʼazione di queste forze, il corso di questo destino. Il velo che si stende nella vita ordinaria davanti allʼocchio spirituale deve essere allontanato. Lʼuomo stesso però è contessuto con queste forze, con questo destino. Nella sua propria natura esistono forze distruttrici e costruttrici. Come le cose tutte si svelano allʼocchio spirituale del veggente, così pure gli si svela la sua anima di fronte a tale autoconoscenza il discepolo non deve smarrirsi, e, perché la forza non gli venga a mancare, occorre chʼegli ne sia provvisto ad esuberanza. Per riuscire in questo intento egli deve imparare a conservare la calma e la sicurezza interiore nelle condizioni difficili della vita; deve coltivare in sé una ferma fiducia nelle forze benefiche dellʼesistenza. […] Le ragioni su cui prima si basava non avranno ormai più valore. Se egli ha agito talora per vanità, ora si accorge quanto la vanità sia assolutamente futile per il savio; se ha agito talora per avidità, si avvede ormai che questa esercita unʼazione distruttrice; egli dovrà sviluppare dei moventi completamente nuovi per i suoi atti e i suoi pensieri, e per far questo deve appunto sviluppare coraggio e intrepidità.

Si tratta soprattutto di coltivare questo coraggio e questa intrepidità nelle profondità più intime della vita del pensiero».

Questʼopera di autoconoscenza, che costituisce la catarsi, lʼindispensabile purificazione e lʼassolutamente necessaria preparazione di ogni Iniziazione, è un capitolo cruciale, e per molti assai doloroso, inconcepibilmente, e irresponsabilmente, sottovalutato dalla quasi totalità dei sedicenti seguaci di un esoterismo, che il più delle volte si rivela essere – quando va bene – soltanto una mera posizione intellettuale, o una raffinata curiosità culturale, che porta un poʼ di colore nel grigiore di una vuota, ripetitiva, in-significante, profana, vita borghese, spesso addirittura piccolissimo-borghese. Molti credono che si tratti di una sorta di ʽconoscenza psicologicaʼ, come nel caso di quella grandissima, illudente, autentica frode che è la moderna psicanalisi o psicologia analitica freudiana, junghiana, adleriana, gestaltica, fenomenologica, umanistica, maslowiana, assagioliana, ecceteriana. La catartica autoconoscenza non è cosa affatto comoda, ed è – come ammonisce zio Arturo – una operazione interiore che «nella realtà delle cose va compiuta con tenacia, con abbandono di sé, senza misericordia, e, quando riesce, richiede molti, lunghi anni». Egli avverte altresì che la «morte iniziatica» alla quale conduce la catarsi, lʼautentica, non illusoria, non meramente intellettuale e psicologica, conoscenza di sé, «non è cosa da prendere a gabbo». Ossia, come direbbe il mio amato Dante, Inf., canto III, vv. 14-15:

«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta».

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Questa non breve premessa è necessaria per comprendere – ossia per intendere senza fraintendere – la dimensione autentica dellʼimpresa del Graal, che essa è – lo si tenga sempre ben presente – una impresa ʽeroicaʼ, e non un tema salottiero per piacevoli disquisizioni in tavole rotonde, o in conversazioni su canali telematici, o anche in talk-show televisivi o radiofonici, e soprattutto non è un tema che sia lecito strumentalizzare per inconfessati ma sin troppo evidenti scopi politici o confessionali, o addirittura ambedue gli scopi, magari sotto una menzognera maschera dalla facies ʽesotericaʼ e ancor meno è un tema che sia lecito banalizzare a livello di una sentimentale, stucchevole, dolciastra, favola da telenovela.

Nel campo della ricerca spirituale, per molti operanti è facilissimo errare, anche in buonissima fede, per il fatto di mancare di quello che nellʼOttuplice Sentiero del Buddha Shakyamuni rappresenta il primissimo, e assolutamente necessario, gradino, ossia il «retto pensare», la «retta visione», la quale esige – ripeto: esige – che lʼasceta deterga il proprio conoscere da ogni forma di soggettività, da ogni forma di guasta emotività, di subconscia istintività, di sregolato immaginoso visionarismo, di arbitrario fantasticare, per ʽvedereʼ – mediante un osservare oggettivo – le cose, gli esseri, i vari processi del reale, yathābhūtaṃ, ovvero «così come sono». Ad impedire una tale limpida, e oggettiva, visione dellʼessere e del reale, e a trascinare lʼessere umano nellʼattossicante gorgo della soggettività e delle correlative illusioni, dalle quali nascono le tre male figlie dellʼignoranza, della avidyā – letteralmente, della «non visione» – ossia brama, paura, e  avversione,  è una sorta di cieca, automatica, memoria animale, una mneme ostinata e insistente, costituita dalle vāsanā e dai saṃskāra, ossia dalle ʽtendenze innateʼ, che come ʽsemiʼ, provenienti da altre vite, poi nella presente germinano e si sviluppano, e dalle ʽconformazioniʼ, dalle ʽconfigurazioniʼ, irrigidite e cristallizzate, le quali nel conoscere, nel sentire, e nel volere, normalmente portano lʼessere umano ad obbligate reazioni automatiche, scambiate regolarmente per ʽspontaneitàʼ. Una cotale spontaneità, in realtà, è una frode menzognera, della quale lʼasceta deve energicamente liberarsi. Per cui è savio ascoltare il consiglio del caro zio Arturo, il quale citando Paolo di Tarso, scrive che: «Ciò che è vecchio convien che muoia»

Se non ci si libera di quella natura inferiore, che nellʼuomo funziona come una memoria automatica, che il soggetto conoscente nella sua passività scambia per ʽspontaneitàʼ del suo autentico originario essere, tutto il conoscere ne viene condizionato, tutto il conoscere ne viene colorato e deformato come da un filtro che si interpone tra il soggetto conoscente stesso e lʼessere reale. La ʽpercezioneʼ dellʼessere non è ʽpuraʼ, non è libera dagli arbitrii della deformante soggettività: essa è sempre ʽcolorataʼ da una indebita interferenza emotiva, e ʽinquinataʼ e ʽalterataʼ da una inavvertita intrusione istintiva. Per cui, il primo còmpito dellʼasceta è quello di ʽdetergereʼ il proprio conoscere – il percepire e il pensare – da ogni forma di soggettività, eliminando ogni colorazione e alterazione che possano provenire dalla indebita intruzione della sfera emotiva e di quella istintiva nel percepire e nel pensare. Tali sfere emotiva e istintiva – espressioni di una inferiore natura dominata da forze antispirituali – sono per loro essenza ʽreazionarieʼ, e come tali si oppongono ostinatamente ad ogni forma di rinnovamento della vita dellʼanima, ed avvelenano altresì tale vita dellʼanima con i prodotti di cadaverica decomposizione di ciò che un tempo fu vivente. Ciò che nel passato fu vivente, e che si ripresenta e vuole agire nel tempo attuale, ha natura spettralmente fantasmatica, ed opera con distruttiva forza paralizzante e ʽmortificanteʼ, o ʽmortiferaʼ, su ciò che in maniera vivente ha in sé i germi di una realtà futura. Mentre il ʽpensare puroʼ e la ʽpercezione puraʼ attuano con il reale essere la relazione autentica, oggettiva, priva di colorazioni e dʼinquinanti deformazioni emotive e istintive. Di una tale ʽpuraʼ, oggettiva, impersonale, relazione con lʼessere accenna Rudolf Steiner nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. a c. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, nel capitolo Lʼentità dellʼuomo, p. 20:

«Le seguenti parole di Goethe contrassegnano mirabilmente il punto di partenza di una delle vie che conducono a conoscere la natura dell’uomo: «Non appena si accorge degli oggetti attorno a lui, l’uomo li considera in relazione a se stesso; e con ragione, poiché tutto il suo destino dipende dal fatto che essi gli piacciano o no, lo attraggano o lo respingano, gli giovino o gli nuocciano. Questo modo del tutto naturale di guardare e giudicare le cose sembra essere altrettanto facile quanto necessario, eppure espone l’uomo a mille errori che spesso lo umiliano e gli amareggiano la vita. Un compito ben più difficile si assumono quelli che, mossi da un vivace impulso di conoscenza, aspirano ad osservare gli oggetti della natura in sé e nei loro reciproci rapporti, poiché ben presto lamentano la mancanza della norma che è loro di aiuto quando, come uomini, osservano le cose in relazione a se stessi. Manca loro la norma del piacere e dispiacere, dell’attrazione e repulsione, dell’utile e dannoso. A tutto ciò devono interamente rinunciare; quali esseri indifferenti e per cosi dire divini, devono cercare e investigare quel che è e non quel che piace. Così, né la bellezza né l’utilità delle piante devono commuovere il vero botanico; egli ha da investigare la loro struttura, il loro rapporto col restante regno vegetale; come il sole le ha fatte spuntare e le illumina tutte, così egli le deve guardare e abbracciar tutte con sguardo equanime e tranquillo, traendo la norma delle sue cognizioni, i dati del suo giudizio non da se stesso, ma dalla cerchia delle cose osservate». 

Questo superamento conoscitivo della deformante soggettività è quanto Massimo Scaligero stesso mise in evidenza ne La Via della Volontà Solare, Fenomenologia dellʼUomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Roma-Napoli, s.d. ma 1962, p. 36, ove scrive:

«È notevole però come in un simile equivoco non incorresse, per esempio Goethe allorché contemplò la natura, guardandola con quello «sguardo puro» con cui avrebbe potuto guardarla un tempo un maestro Ch՚an, grazie ad un altro tipo di correlazione».

Ora, per i più è molto difficile liberarsi e disfarsi delle suddette ʽtendenze innateʼ, delle vāsanā, e delle ʽconformazioniʼ, o ʽconfigurazioniʼ, ossia dei saṃskāra, che ci provengono da antiche vite, dalla ereditarietà biologica e animica della stirpe cui apparteniamo, dai condizionamenti, familiari, educativi, sociali, addirittura religiosi nonché delle esperienze vissute, perché tutto ciò normalmente va a incidere, come su una tabula rasa, su una coscienza estremamente passiva a livello pensante, le cui ʽconvinzioniʼ, perlopiù, non nascono da cosciente e attiva elaborazione conoscitiva, bensì sono quanto viene imposto dalla sfera emotiva e da quella istintiva. E se i condizionamenti deformanti di una tale distorcente soggettività vengono indebitamente portati all՚interno della concezione che il discepolo si fa della Scienza dello Spirito, dell՚Antroposofia, ne può risultare solo l՚incomprensione più grande del messaggio che Rudolf Steiner ha portato al mondo, e addirittura – come, appunto, rilevò profeticamente sin dal 1972 Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – una sorda opposizione, nonché a celati o aperti attacchi «allʼinterno medesimo della cittadella». Ora, se con tali condizionamenti – soprattutto sotto l՚influenza di quelli confessionali – si affrontano temi e contenuti quant՚altri mai sacri e delicati come quelli della Iniziazione cristiana, della Iniziazione rosicruciana, e quello del San Graal, ne scaturiranno di necessità i più grandi disastri, ed una serie di ʽsincere menzogneʼ, che possono avvelenare le anime di coloro che, in maniera insana e improvvida, in buona fede, ma senza alcun senso critico, ingenuamente si aprono all՚accoglimento di problematiche e improbabili ʽrivelazioniʼ. E il tentare di svegliare gli entusiasti persuasi di tali ʽrivelazioniʼ può suscitare rabbiose reazioni di feroce avversione. Da questo punto di vista, il mito della Caverna di Platone, nella Repubblica, è emblematicamente istruttivo di quanto sia diffusa, attiva, e rabbiosa la misologia, ossia l՚avversione alla ragione, che è sempre avversione al Logos

Vi è oggi nel mondo un elemento mortifero che, mescolandosi alla vita spirituale del mondo attuale, tende a paralizzarne l՚elemento vitale-spirituale, acciocché questo non porti ad un futuro luminoso e ad una palingenesi spirituale radicale dell՚individuo e della società, ma piuttosto favorisca l՚affermarsi di una esiziale forza mummificante ed il perdurare di una sostanza spirituale cadaverica, per un impossibile ritorno ad un passato che non c՚è più, e che, in quella forma, non può e non deve ritornare. Massimo Scaligero, già nella sua prima opera dedicata alla Via del Pensiero, in Iniziazione e Tradizione, Edizioni “Tilopa”, Roma, s.d. ma 1956, riportando un insegnamento del Maestro dei Nuovi Tempi, così scrive a p. 25:

«Nell’uomo sono l’uno accanto all’altro il passato e la possibilità dell’avvenire. Nella natura, in quanto minerale e vegetale, è solo il passato: l’elemento che nell’uomo opera come avvenire già nel presente, è quella che ha in sé l’essenza della libertà. Essenza che manca alla natura. Dell’elemento invisibile e sovrasensibile che è in lui, l’uomo deve aspettarsi la reincarnazione in una ventura esistenza terrena, né può aspettarsela riguardo al suo corpo fisico e a quello etereo che sono perituri: così l’avvenire della Terra non può derivare dai suoi regni minerale e vegetale. Solo se saremo capaci d’inserire nella Terra qualcosa ch’essa non possiede, potrà sorgere una Terra futura. Ora, ciò che non esiste spontaneamente sulla Terra sono soprattutto i pensieri operanti dell’uomo che possano vivere e tessere indipendentemente dal suo organismo naturale e dalle sue attuali condizioni di equilibrio. Se l’uomo fa sorgere questi pensieri autonomi, dona avvenire alla Terra. Ma a ciò occorre che egli li abbia questi pensieri autonomi, perchè tutti i pensieri che egli si forma sull’elemento perituro della conoscenza naturale odierna, sono pensieri riflessi, non realtà. Quando l’uomo si abbandona a questi pensieri, non fa che ripetere il passato, vive nei cadaveri del Divino; ma se egli vivifica i suoi pensieri, egli si unisce con la propria essenza spirituale, egli attua una nuova Comunione con il Divino che compenetra il mondo e di questo assicura la resurrezione che è la sua resurrezione».

Ora, quel che vi fu di vivente e di positivo nel mondo antico, e in particolar modo nella romanità antica, si presenta, oggi, in una degenerata forma spettrale in varie manifestazioni del mondo moderno, ma soprattutto in quelle della Chiesa cattolica. Su questo punto Rudolf Steiner pronunciò parole estremamente chiare quanto inascoltate, che proprio nella cerchia dei seguaci della Scienza dello Spirito suscitano sovente una forte opposizione, proprio perché vanno a colpire quegli strati subrazionali, sognanti o dormienti, di una irrazionale natura inferiore, reazionaria e nemica di quell՚elemento spirituale, che solo potrebbe trasformarla e trasfigurarla. Misoneismo, avversione al nuovo, e misologismo, avversione alla ragione e al Logos, sono le caratteristiche di questa interiore e inferiore natura reazionaria. Infatti, così si espresse Rudolf Steiner nella prima conferenza di Die soziale Grundforderung unserer Zeit. In geänderter Zeitlage, GA-186, Zwölf Vorträge, gehalten in Dornach und Bern vom 29. November bis 21. Dezember 1918, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1. Auflage 1963, tradotta in italiano a cura di Beniamino Lievers, col titolo Esigenze sociali dei tempi nuovi, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, pp. 23-24:

«Che lo spettro del romanesimo potesse acquistare unʼinfluenza così profonda, deriva appunto dal fatto che sostanzialmente nel pensiero umano il pensare secondo la concezione dellʼAntico Testamento non è ancora superato. Il cristianesimo in effetti non è che agli inizi. Il cristianesimo non è ancora riuscito a compenetrare effettivamente gli animi. A questo fine ha già fatto quel che era necessario la Chiesa romana che, per quanto riguarda la teologia, è completamente soggetta allʼinfluenza dello spettro romano. Come ho già spesso accennato, la Chiesa romana ha più contribuito a tenere lontana dalle anime e dai cuori umani lʼimmagine del Cristo, piuttosto che ad introdurvela. Questo perché le rappresentazioni, utilizzate nellʼambito della Chiesa romana, per afferrare il Cristo, corrispondono in tutto alla struttura sociale e politica dellʼantico Impero romano. Anche se gli uomini non lo sanno, tuttavia questo fatto agisce nei loro istinti.

Le rapresentazioni che vigevano nellʼAntico Testamento e che hanno trovato la loro secolarizzazione nel romanesimo – anche se è diametralmente opposto allʼebraismo tuttavia è in campo secolare quello che lʼebraismo è spiritualmente – quelle rappresentazioni sono penetrate nel nostro presente per il tramite del romanesimo e vi agiscono spiritualmente. Secondo la sua vera origine, bisogna cercare nellʼuomo questo pensiero non ancora cristianizzato dellʼAntico Testamento. Bisogna trovare risposta alla domanda: «Da quali forze deriva proprio questo modo di pensare, quale si manifesta nel pensare dellʼAntico testamento?».

Questo pensare dipende da quel che può essere ereditato di generazione in generazione col sangue. La capacità di pensare conformemente allʼindirizzo di pensiero dellʼAntico Testamento viene ereditata, succedendosi gli uomini, nel sangue. Ciò che ereditiamo, quanto a capacità, dai nostri progenitori, semplicemente per il fatto di essere nati, per il fatto di essere passati per lo stato embrionale prima della nostra nascita, quanto dunque ereditiamo come forze del pensare, quanto vive nel sangue, è il pensare dellʼAntico Testamento. Infatti il nostro pensiero si suddivide in due parti distinte. Lʼuna è rappresentata dal pensiero che abbiamo per mezzo della nostra evoluzione fino alla nascita, vale a dire il pensiero che ereditiamo dai nostri padri e dalle nostre madri. Siamo in grado di pensare come si pensava secondo lʼAntico Testamento perché siamo stati embrioni. Importante del popolo ebraico antico è che nel mondo, che si attraversa fra la nascita e la morte, esso non ha voluto imparare nulla oltre alle capacità che si ricevono per il fatto di essere stati embrioni fino al momento della nascita. Si potrà comprendere il pensare secondo lʼAntico Testamento soltanto se lo si interpreta nel modo seguente: si tratta del pensare che abbiamo in forza del fatto che siamo stati embrioni.

Il pensiero che vi si aggiunge è quello che poi acquistiamo dopo il periodo embrionale, nel corso dellʼevoluzione umana. Per certe esisgenze esteriori, l’uomo acquisisce bensì ogni genere di esperienze, ma ciò non lo porta ad una reale trasformazione del pensare; ancor oggi il pensiero dellʼAntico Testamento agisce quindi molto più di quanto si creda».

Per cui, se non ci si libera dell՚impronta configurante che ha sull՚anima umana l՚azione spettrale della Chiesa cattolica, è fatale per l՚asceta e per il ricercatore spirituale equivocare i contenuti della saga del Graal e di conseguenza fallire l՚iniziatica impresa eroica allusa nelle figurazioni e negli eventi della leggenda di Parzifal. Già in passato l՚azione della nota potenza straniera d՚Oltretevere operò a svuotare l՚epopea del Graal di ogni suo contenuto iniziatico. Per esempio, così avvenne nel XIII secolo coi poemi, Lancillotto, Perceval o il racconto del Santo Graal, di Chrétien de Troyes, poeta al servizio dei Conti di Fiandra, e dei Conti dello Champagne, nonché di dame e principesse della corte di Francia, operò una ʽortopedicaʼ cattolicizzazione della leggenda, suscitando per cotanto scempio i più aspri rimproveri di Wolfram von Eschenbach, il cui Parzival – così come il Willehalm, e l՚incompiuto Titurel – è tutto fuor che cattolicamente ortodosso, ed è autenticamente iniziatico. Avrò modo, in futuro, di tornare su queste questioni. Ma anche in tempi più recenti si son visti vari e ripetuti tentativi di ʽortopedizzareʼ l՚epopea del Graal in senso di volta in volta pagano, o celtico, o islamico, ma soprattutto in senso cattolico, con deprecabili quanto scontate strumentalizzazioni da parte di fazioni politiche eversive. Ciò obbligò Massimo Scaligero ad aggiungere a La Tradizione Solare, Teseo, Roma, s.d. ma 1971, una necessaria Appendice, alle pp. 215-217, nelle quali usa parole di fuoco per denunciare una tale indegna strumentalizzazione, affermando, inoltre, a p. 216, che:

«Oltre qualsiasi interpretazione di parte, di destra o di sinistra, la simbologia del Graal permane intoccabile come un riferimento assoluto, come un՚alta speranza speranza di ritrovamento del valore dell՚uomo. L՚impresa dello Spirito, adombrata nelle simbologie solari, è invero l՚impresa della più alta moralità: che non patisce contaminazioni attivistiche o politiche, ponendosi come un՚ istanza di essenziale concordia umana, al di sopra delle parti e dei loro conflitti».

Una tale alterazione della concezione dell՚impresa del Graal, e la conseguente strumentalizzazione in senso politico e confessionale, è avvenuta purtroppo anche in talune cerchie – non in tutte, naturalmente, e non ovunque, per fortuna – che si richiamano a vario titolo al nome, all՚opera, e all՚insegnamento di Massimo Scaligero. Ciò rende oggi urgente e necessaria un՚azione di rettifica delle alterazioni avvenute – non sempre attuate in buona fede – in modo che il ricercatore dello Spirito possa formarsi liberamente, senza subire suggestioni fuorvianti, un suo personale, ponderato, giudizio autonomo, e compiere in maniera pienamente consapevole una scelta responsabile rispetto alla Via di realizzazione spirituale. Per questo motivo, viene pubblicato, sul presente blog, un primo contributo ad una tale opera di chiarificazione e rettificazione. Il candido lettore si accorgerà facilmente come i contenuti qui presentati – i quali provengono tutti rigorosamente solo dalle comunicazioni di Rudolf Steiner – sono alquanto diversi e spesso addirittura diametralmente opposti, sia nella concezione d՚insieme, sia nei singoli particolari, rispetto a quanto affermato da altra fonte, a mio modo di vedere, non coerente con l՚insegnamento del Rudolf Steiner e con quello di Massimo Scaligero. A questo primo contributo ne seguiranno altri. Sicuramente, questi ʽcontributiʼ susciteranno – come già avvenuto in passato – aspre polemiche e, in taluni casi, rabbiose opposizioni, giunte tavolta alle minacce, alla diffamazione e al volgare insulto nei confronti di chi qui scrive. Ma ciò non sarà mai un valido motivo per astenersi dal testimoniare in favore della Verità, perché è alla Verità e non ad altro, che deve essere reso leale omaggio e il massimo onore. Del resto, quanto verrà detto per quel che riguarda i contenuti del tema che ci sta a cuore,  occorre sottolineare esplicitamente ancora una volta, a scanso di spiacevoli ed interessati equivoci, che tali contenuti non sono affatto escogitazione od opinione di chi qui scrive, bensì sono comunicazioni di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero. Di ciò il lettore può essere assolutamente certo, perché su questo punto sono sempre stato intransigente sia con me che con gli altri. Ma procediamo col primo di questi contributi.

*** 

Come ho già avuto modo altrove di raccontare, fu nel 1985 che incontrai per la prima volta alla Rudolf Steiner Halde, allora ancora sede della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia del ʽLascitoʼ, la mia amica Hella Wiesberger. Tra noi vi fu da sùbito reciproca simpatia, nonché la nascita di una sorta di ʽfratellanza d՚armiʼ spirituale. Dovendo in quegli anni andare spesso, per motivi professionali, a Basilea in Svizzera, e a Friburgo in Germania, i nostri incontri furono frequenti. La Wiesberger mi aveva preso a ben volere, mi trattava con grande familiarità, ed ogni tanto mi faceva qualche dono sempre molto gradito. Fu in occasione di uno di questi incontri che, approssimandosi il Natale, Hella volle farmi un regalo che si rivelò di estrema importanza per me. Mi regalò la riproduzione del bozzetto di un trittico, dal profondo valore spirituale e simbolico, eseguito da una discepola molto speciale di Rudolf Steiner. Questa discepola, valente artista, si chiamava Anna May-Rychter, e il trittico aveva come titolo quello, estremamente suggestivo, di «Gral». Lʼautrice aveva partecipato alle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Neuchatel, nelle quali il Dottore parlò del mistero di Christian Rosenkreutz, ed il dipinto fu realizzato seguendo fedelmente le indicazioni e le spiegazioni delle varie figure di Rudolf Steiner. Il che conferisce un valore molto particolare al dipinto stesso. Hella Wiesberger accompagnò il dono con una sorta di esergesi orale, nella quale mi illustrò, secondo le comunicazioni di Rudolf Steiner, il significato complessivo del dipinto, addentrandosi pure in molti particolari del medesimo. Per me fu come l՚aprirsi di un mondo nuovo, anche perché in quel periodo Hella Wiesberger stava curando ed andava pubblicando tutto il materiale della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, in modo particolare quello della seconda Sezione, quella cultico-conoscitiva, ossia il materiale della ʽMystica Aeternaʼ, del quale mi illustrò la relazione profonda col graalico trittico «Gral», dipinto da Anna May-Rychter. Il dipinto venne esposto dal 5 febbraio al 15 marzo 1918 – quindi nel corso della prima guerra mondiale – a Monaco di Baviera alla galleria d’arte Das Reich, una creazione di Alexander von Bernus, grande amico di Rudolf Steiner.

Il dipinto ha una esplicita connotazione fortemente ʽcainitaʼ, come del resto aveva la stessa ʽMystica Aeternaʼ. Il dipinto originale, eseguito su tre distinte tavole, era stato concepito per essere esposto prima nel Johannesbaum, la cui costruzione originariamente era stata prevista proprio a Monaco di Baviera, ma che non poté realizzarsi per la drastica opposizione delle locali autorità per meschini motivi confessionali. Avrebbe poi dovuto essere esposto nel primo Goetheanum, ma ancora una volta il confessionale ʽodium theologicumʼ della nota potenza straniera d՚Oltretevere, ed eziandio quello della mai troppo esecrata compagnia, a San Silvestro del 1922, mandò in cenere l՚edificio prima ancora che la sua costruzione venisse ultimata: fu un delitto esplicitamente annunciato! Il dipinto seguì poi le vicende, notevolmente agitate, che si svolsero dopo la morte di Rudolf Steiner nella Società Antroposofica, ed infine finì ad Amburgo ospitato nelle sede della locale Scuola Waldorf, ove purtroppo andò distrutto nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, nel corso dei bombardamenti inglesi sulla città anseatica.

Per fortuna, la nipote di Anna May-Rychter, la Dott.ssa Margarethe Hauschka-Stavenhagen aveva conservato il bozzetto del trittico, e nel 1975, cinque anni prima della sua dipartita, lo rese pubblico sull’organo ufficiale della Società Antroposofica. Vedi: Margarethe Hauschka, Das Triptychon ‘Gral’ von Anna May, in Das Goetheanum, 15. Juni 1975, Nr. 24, S. 187-190, articolo nel quale, tuttavia la riproduzione fotografica era in bianco e nero. È lo stesso bozzetto che viene riprodotto a colori su questo animoso blog.

Dopo che Hella Wiesberger me lo donò, io volli mostrarlo ad una persona di Roma, che ritenevo potesse comprenderlo e apprezzarlo, ma mi sbagliavo clamorosamente. La vista del medesimo suscitò nella suddetta persona un moto immediato di avversione e di ripulsa, allora per me tanto incomprensibile nella sua violenza quanto immotivato. In séguito, compresi sin troppo bene il perché di una tale avversione, che peraltro mi sembrò esser ancor più immotivata ed ingiusta.

Viene qui pubblicata eziandio la presentazione del dipinto stesso redatta, seguendo le indicazioni di Rudolf Steiner, in occasione della presentazione del trittico a Monaco. Nel presente articolo non mi è possibile dire tutto quello che su di esso potrebbe essere detto. Del resto il tema è per sua natura inesauribile, e va affrontato meditativamente nel silenzio sacro della solitaria esperienza interiore. Ma qualcos’altro potrà, tuttavia, essere detto in un altro studio, che seguirà lʼattuale: è una promessa che faccio al candido lettore, che avuto la pazienza di seguire le tredici parti, lungo le quali si sono svolte le presenti considerazioni.

***

IL TRITTICO «GRAAL»

di Anna May, Monaco

Aggiungiamo questa descrizione, che a suo tempo fu data – tuttavia soltanto a grandi linee, al Glaspalast a Monaco, allorché il quadro venne là esposto. Essa rimase nellʼufficio della giuria nel caso di un acquisto o di una richiesta.

Il Trittico «GRAAL»

«Da Salomone a Christian Rosenkreutz attraverso il Golgotha».

Alcune correnti spirituali e fisiche (quella dellʼoro della sapienza e quella del sangue) si uniscono allʼumanità : allʼinterno delle medesime sorgono le grandi individualità come Abramo, Isacco, Mosè, il Buddha, lʼevangelista Giovanni, Paolo.

Pernio di questa storia dellʼumanità è il Mistero del Golgotha. «Graal» è la Parola per lʼuomo, nella misura in cui egli cerchi rapporto con tale evento. La leggenda dice che il Graal sarebbe stato ricavato dalla pietra che Lucifero perdette dalla sua corona nella sua caduta. Salomone lo ricevette dalla Regina di Saba (parte sinistra del Trittico).

Esso divenne poi la coppa dellʼUltima Cena, nella quale Giuseppe dʼArimathea avrebbe raccolto il sacro sangue (parte centrale del Trittico).

Allorché questo sangue del Christo in un lontano futuro sarà penetrato sin nella parte più interna della Terra, esso diventerà anche lʼuomo completamente cristificato, il Parzifal del futuro, si risveglierà dalla coppa del Graal come da una bara, e riunirà tutte le religioni e le precedenti filosofie in un vivente sapere cristico. Poi anche Michael avrà incatenato il drago, e la «Donna» dellʼApocalisse porterà di nuovo in sé il Sole ed avrà la Luna sotto i piedi, cioè la Terra avrà riportata la vittoria sullʼelemento materiale.

La parte superiore del Trittico Graal rappresenta il Mondo Spirituale (oro); le superiori teste più grandi: gli Spiriti del Tempo (Archai), che tendondosi le mani attraverso ampie epoche, si alternano. A loro sostegno, gli Spiriti dei Popoli (Arcangeli).

Sotto di loro, volgenti lo sguardo in basso agli uomini, gli Angeloi, ossia gli Angeli. La parte inferiore, cioè le due Colonne, rappresenta la corrente del sangue, che scorre attraverso lʼumanità, e che in collegamento con lo Spirituale (oro) incarna le alte Guide, che dirigono lʼevoluzione dellʼumanità. A sinistra, dallʼalto verso il basso «Melchisedek», il grande Iniziato solare, che porta pane e vino ad Abramo, sotto Abramo ed Isacco, sotto Giacobbe e la scala celeste. Sotto (a sinistra della croce) Mosè nella posizione, come se vedesse il roveto ardente.

Queste individualità sono quelle che stanno come pietre miliari per la preparazione del sangue nel popolo ebraico, per formare il corpo del Christo.

Le tre parti del Trittico

la parte superiore media sopra il Golgotha : il Graal – la Pietra, che cadde dalla corona di Lucifero nella lotta in Cielo.

Immagine di sinistra : la Regina di Saba lo ha portato tra varie preziosità al Re Salomone. In séguito il Christo elargisce dalla Coppa del Graal lʼUltima Cena, e Giuseppe dʼArimathea vi raccoglie il sacro sangue sul Golgotha, che compenetra la Terra e viene accolto dalle Madri, le tre forze terrene, pensare, sentire e volere. Col Christo, lo Spirito del Sole, discesero sulla Terra Entità spirituali, le quali lavorano questa, cosicché il sangue penetri profondamente in essa e la cristifichi.

Immagine di destra : mostra il  Cristianesimo esoterico, rinnovato, risvegliantesi dalla Coppa del Graal come dalla bara di cristallo che viene diretto da Christian Rosenkreutz; attorno a lui (al centro) i sette santi Rishi come rappresentanti dei primordiali Misteri planetari atlantidei. 

A destra e a sinistra : uniti a questi i rappresentanti delle cinque epoche di evoluzione o epoche di civiltà postatlantiche, la antica indiana, l’antica persiana (Zarathustra), quella egizio-caldaica (Hermete), quella greco-latina (Socrate, Platone, Agostino) e come rappresentante della nostra epoca la Pulzella dʼOrléans.

In alto a sinistra della parte centrale : la più grande individualità prima dellʼEvento del Chrsto, il Buddha, al di sotto nella corrente del sangue: un Iniziato precristiano con gli occhi chiusi, cioè non ancora iniziato in uno stato cosciente.

In alto a destra della parte centrale : dopo lʼEvento del Christo : Giovanni lʼEvangelista, con la sfera terrestra, che significa : il Christo sulla croce gli affidò sua Madre, la Terra. Sotto, un Iniziato nel senso cristico con gli occhi aperti, cosciente.

A lato della parte centrale, in basso a destra : Paolo (non io, ma il Christo in me) come contraltare a Mosè (Ehjeh asher ehjeh – Io sono lʼIo Sono).

Nella inferiore corrente sanguigna : la «bestia» incatenata da Michael, al di sopra la «Donna», che reca il Sole in sé e la Luna sotto i piedi, cioè alla fine dellʼevoluzione terrestre si riuniscono le forze solari con le forze lunari, cioè la Terra sarà completamente cristificata.

Lʼambiente per questa raffigurazione venne indicato dal Dr. Steiner nel seguente modo:

Un ampio ambiente in legno, a forma di nicchia, sotto con una sorta di elemento come un ampio altare. Il tutto splendente, ma corroso blu-indaco. Nella rotondità sopra lo zodiaco, le costellazioni ma circondate da figure immaginative come una nebbia dorata, nella quale rilucono le stelle.

***

Da quanto esposto, risulta chiaro che, secondo Rudolf Steiner, il Graal è il senso della Terra, ossia quello della sua trasformazione da «Cosmo della Saggezza» in «Cosmo dell’Amore». Infatti, così egli scrive nel VI capitolo, Presente e futuro dell’evoluzione cosmica e umana, della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, trad. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista e aggiornata da W. Schwarz, Gius. Laterza e Figli, Bari, 1947, pp. 309-311:

«La Terra è la discendente dell’antica Luna, e quest’ultima si è costituita, con tutto ciò che le apparteneva, come «Cosmo della Sapienza». Orbene, la Terra segna l’inizio di un’evoluzione per mezzo di cui una nuova forza verrà introdotta in questa saggezza; essa conduce l’uomo a sentirsi cittadino indipendente di un mondo spirituale. Ciò dipende dal fatto, che il suo «Io» viene formato dagli Spiriti della Forma, durante il periodo terrestre, al modo stesso come il suo corpo fisico venne elaborato su Saturno dagli Spiriti della Volontà, il suo corpo vitale sul Sole dagli Spiriti della Saggezza, e il suo corpo astrale sulla Luna dagli Spiriti del Movimento. Dalla collaborazione degli Spiriti della Volontà, della Sapienza e del Movimento nasce ciò che si manifesta come Saggezza. Per opera di queste tre categorie di Spiriti, gli esseri e i processi della Terra possono armonizzarsi in saggezza con gli altri es-seri del loro mondo. L’uomo riceve il suo «Io» indipendente dagli Spiriti della Forma; questo Io si armonizzerà nell’avvenire con gli esseri della Terra, di Giove, di Venere e di Vulcano a mezzo di quella forza che s’introduce nella saggezza durante il periodo terrestre. È questa la forza dell’amore. Questa forza dell’amore deve nascere nell’umanità terrestre e il «Cosmo della saggezza» deve svilupparsi in «Cosmo di amore». Tutto ciò che l’Io può sviluppare in sé deve trasformarsi in amore. Quale universale «archetipo dell’amore» si presenta con la sua rivelazione il sublime Essere solare, che è stato caratterizzato nella descrizione dell’evoluzione del Cristo. […] Ciò che si è andato preparando come saggezza su Saturno, il Sole e la Luna, agisce nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale dell’uomo e si manifesta come «Saggezza del Mondo»; nell’Io però s’interiorizza. A partire dallo stato terrestre, «la saggezza del mondo esteriore» diventa saggezza interiore nell’uomo; e quando si è in tal modo interiorizzata diventa il germe dell’amore. La saggezza è condizione necessaria per l’amore; l’amore è il frutto della saggezza rinata nell’Io». 

Alcune pagine prima, Rudolf Steiner per la prima volta nella Scienza Occulta parla  della della novella, moderna, Via dell’Iniziazione rosicruciana come della Via del Graal. Infatti, così egli scrive alle pp. 303-308:

«La «sapienza occulta», che esercita in tal modo la sua azione sull’umanità, e sempre maggiormente l’eserciterà, si può chiamare simbolicamente la conoscenza del «Graal». Chi impara a penetrare la profonda essenza di questo simbolo, quale viene raccontato nella storia e nella leggenda, si accorge che esso rappresenta in modo significativo la natura di ciò che abbiamo chiamato la conoscenza della nuova iniziazione, con il mistero del Cristo al centro. Gli iniziati moderni possono essere perciò chiamati «iniziati del Graal». Quella via verso i mondi soprasensibili, di cui abbiamo descritto in questo libro i primi gradini, conduce alla «scienza del Graal». Tale conoscenza ha la peculiarità, che i fatti a cui allude possono essere investigati soltanto dopo l’acquisto dei mezzi necessari, quali sono indicati in questo libro. Quando però i fatti sono stati investigati, essi possono essere compresi appunto per mezzo delle forze animiche sviluppatesi nel quinto periodo; e veramente diventerà più evidente che tali forze troveranno ognora maggiore sempre più soddisfazione in quelle conoscenze. Nel tempi in cui ora viviamo, quelle conoscenze devono essere accolte nella coscienza generale più largamente di quanto non lo fossero nel passato, ed è da tale punto di vista appunto che sono stati comunicati  gl’insegnamenti contenuti in questo libro. A misura che l’evoluzione dell’umanità assimilerà le conoscenze del Graal, l’impulso dato dall’avvento del Cristo acquisterà maggior forza e significato; la parte esteriore dell’evoluzione cristiana andrà sempre più associata a quella «interiore».  Tutto ciò che può essere conosciuto intorno ai mondi superiori, nei riguardi del mistero del Cristo, a mezzo dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione, penetrerà sempre meglio nella vita intellettiva, sentimentale e volitiva dell’uomo. La «sapienza occulta del Graal» diverrà manifesta, e come forza interiore compenetrerà sempre più le manifestazioni della vita umana. […]

Si vede dunque come la «conoscenza del Graal» c’insegni il più alto ideale dell’evoluzione umana che all’uomo sia dato concepire; quella spiritualizzazione, cioè, che egli conquista per forza propria, e che si palesa infine come il risultato armonico, che egli ha potuto stabilire, durante il quinto e il sesto periodo dell’evoluzione attuale, fra le forze da lui acquistate del sentimento e dell’intelletto e le conoscenze dei mondi soprasensibili».  

Voglio concludere questa ancora una volta troppo lunga trattazione, trascrivendo alcuni stralci di quanto dice Massimo Scaligero a conclusione del sopra citato Iniziazione e Tradizione alle pp. 42-45, poiché quanto ivi dice è veramente una mirabile sintesi del tema che siamo andati svolgendo: tema al quale egli aveva consacrato l’intera sua vita e tutte le sue forze:

«I Maestri della Iniziazione hanno potuto comunicare ciò nei seguenti termini: «Quello che novellamente è nato nell’umanità, il mistero dell’Io Superiore, viene custodito da una segreta comunità. La continuità del Mistero che novamente si appressa all’anima dell’uomo là dove essa può trovare il suo intimo principio non riducibile alla natura, si esprime con un simbolo: la Coppa di cui si servì il Cristo la sera dell’ultima cena e nella quale vennero poi raccolte stille del Suo sangue da Giuseppe d’Arimatea». Secondo la leggenda, la sacra Coppa venne portata dagli Angeli in Occidente e qui venne eretto per essa un tempio dove i fratelli della Rosa-Croce divennero custodi del suo contenuto, ossia custodi dell’essenza del Dio che, vincendo la morte, suscita la nuova nascita dell’Io. Il Mistero del Dio novellamente nato, oltre il dominio della morte, attende inconosciuto l’uomo che sappia svincolarsi dall’incantesimo della esistenza esteriore. È il Mistero del San Graal: che si pone come la via attuale della Iniziazione. L’evangelista Giovanni poté dire: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». E poté annunciare che «il Verbo si è fatto carne». Tuttavia, ciò che questo significa non può essere ritrovato attraverso nessuna parola scritta o parlata, ma solo grazie a un rapporto radicale con quello che realmente, come evento cosmico, si è verificato con il Sacrificio del Golgotha e che è appena riflesso nei Vangeli. […]

Soltanto una conoscenza sovrasensibile, indipendente dalla disanimata eco delle antiche iniziazioni – che erano semplicemente restaurazioni sempre più deboli di una illuminazione che si andava perdendo e ormai è definitivamente perduta sia in Oriente che in Occidente – e portata agli uomini da uno dei custodi della Saggezza primordiale, può far intravvedere la direzione verso tale via. Egli [sc. Rudolf Steiner] l’ha veramente mostrata. E questa nostra sintesi deriva dal suo insegnamento: al quale possiamo rimandare il lettore che intenda attingere alla fonte diretta.

Viene insegnato da tale Maestro come «Colui che era alprincipio con Dio» sia nato di nuovo nell’Essere che, vincendo la morte, ha impresso nel segreto della sostanza minerale dell’uomo fisico la potenza della Resurrezione. Ormai il còmpito dell’iniziato è far affiorare in sé, per il veicolo del pensare liberato, il principio interiore, indipendente dalla natura e dalla terra, per via del quale unicamente ci si può riconnettere con il proprio Maestro: principio della individualità integrale, che perciò può compiere l’Operatio Solis. Esso può visitare interiora terrae e suscitare la virtù adamantina, il potere che risolve la mineralità della «pietra nera».
È la Via del Diamante-folgore o Via del San Graal. […]

Al principio era il Mistero dell’Io Superiore umano: esso permase come segreto della «pietra fulgurea» perduta prima da Lucifero e poi ancora da Adamo. Perciò nella Rocca del Graal è custodito il Mistero dell’Io imperituro dell’uomo. Coloro ai quali è possibile contemplare questo Mistero, sanno che per giungere al centro spirituale originario, debbono affrontare l’enigma dell’esperienza cruciale che suggella il segreto della trasmutazione del male e della morte, attraverso la «questione» risolutiva che l’Io pone alla sua essenza perenne, affermandosi già in ciò come un affiorare dell’Io superiore medesimo. […]

L’impresa del Graal è più che mai innanzi alla decisione dell’uomo, per il suo essere o per il suo non-essere: l’enigma del Graal è attuale ed è la possibilità di liberazione dell’avvenire. La questione del Graal deve essere posta dall’iniziato, dal ricercatore di quel centro spirituale per il quale soltanto si dissolvono le parvenze e l’errore del mondo. La via del Graal è ancora oggi sconosciuta, ma può essere ritrovata, se l’attaccamento alla parvenza terrestre e ad ogni sua proiezione dottrinaria
spiritualistica e tradizionale, non ha del tutto spento lo slancio verso l’imperituro, l’amore per l’infinito, la volontà di liberazione». 

Quod bonum, felix, faustumque sit!

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. DODICESIMA PARTE.

Dopo una non breve assenza, Hugo ritorna ad affrontare il tema centrale di questo studio in più puntate. Difficoltà varie – sue e di alcune persone care – ed eziandio altri eventi, hanno impedito che quanto maturato in lunghe ricerche venisse ad avere la possibilità di essere qui pubblicato. Ma nulla avviene a caso, e il periodo trascorso ha permesso una ulteriore maturazione dei pensieri. Ciò fa sperare nellʼindulgenza del benevolo lettore.

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Elemento centrale della Esoterische Schule, della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner nel 1904 è il Sentiero della Conoscenza, del quale egli parla nel capitolo finale del libro Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, apparso nella sua prima edizione tedesca proprio nel 1904, e da allora tradotto molte volte anche nella nostra lingua. Una bella traduzione di quel libro fondamentale è quella di Iva Levi Bachi, molte volte ripubblicata dalla milanese Editrice Antroposofica. In quel capitolo finale Rudolf Steiner dà la trama di pensiero del Sentiero della Conoscenza, ossia del percorso che deve condurre il discepolo dalla illusoria conoscenza sensibile allʼautentica Gnosis, alla folgorante Conoscenza sovrasensibile: Conoscenza che è visione trasformatrice, trasfiguratrice e trasmutatrice dellʼintero essere umano.

Senza una intensa pratica interiore, lʼintera Scienza dello Spirito è un non senso: rischia di diventare o una grigia teoria, che ingolfa la memoria, o un misticismo sentimentale, o un eccentrico estetismo intellettuale. E precisamente questa fu ed è la tragedia del movimento antroposofico. Rudolf Steiner, con molta amarezza, più volte, mise in evidenza come molti antroposofi allora leggessero – e tuttora leggono – un libro come la sopra citata Teosofia come si legge un libro di cucina, mentre dovrebbe essere un libro ʽrisvegliatoreʼ, ossia la lettura di un tale libro dovrebbe essere un ʽRitoʼ sacro, un intenso esercizio interiore, capace di trasformare radicalmente lʼanima del lettore meditante. E aggiunse che se gli antroposofi avessero usato in cotal modo i libri da lui scritti – soprattutto Teosofia, Iniziazione, La Scienza Occulta, egli si sarebbe risparmiato la fatica di tenere migliaia di conferenze. Perché i contenuti di quelle conferenze sarebbero stati conquista interiore ed esperienza diretta degli asceti interiormente attivi e operanti. Ma così – nobili eccezioni a parte – non fu, e purtroppo ancor oggi non è, e questa, appunto, come sopra detto, fu ed è la tragedia del movimento e della Società Antroposofica. È tragico che in Germania, in ambienti esoterici seri, con feroce sarcasmo, si parli della Società Antroposofica come di «eine okkulte Gesellschaft ohne Okkultisten», ossia, detto nella lingua del nostro Dante l’attuale Società Antroposofica è una società occulta senza occultisti

Un discorso a parte va fatto a proposito della Scuola Esoterica da lui fondata e strutturata nelle tre Classi, delle quali ho avuto modo di parlare più volte su questo animoso e temerario blog. In essa, soprattutto nella prima Scuola Esoterica, che visse ed operò tra il 1904 e il 1914, appartennero alcune centinaia di discepoli occulti che si erano rivolti al Maestro chiedendogli una direzione spirituale, discepoli che operarono in silenzio a percorrere lʼarduo sentiero che conduce alla Iniziazione ad una superiore vita spirituale. A parte Marie Steiner, la fedele compagna e collaboratrice del Maestro, voglio ricordare soltanto Martina von Limburger in Germania, e Giovanni Colazza in Italia: figure luminose che, appunto in silenzio e riservatezza, portarono avanti lʼascesi indicata loro da Rudolf Steiner, e che ci hanno altresì trasmesso un prezioso lascito operativo. Lascito scaturito da una pratica interiore effettivamente eseguita, praticamente attuata, e non meramente letta nei libri o semplicemente immaginata.

All’interno della seconda Classe della suddetta Scuola Esoterica – la Classe culticoconoscitiva, in séguito conosciuta anche come ʻMystica Aeternaʼ – Rudolf Steiner donò la Leggenda del Tempio o Leggenda Aurea come tema centrale sul quale doveva incessantemente esercitarsi il meditare di coloro che erano stati accolti come membri della seconda Classe. I contenuti dellʼintera Scuola Esoterica furono preservati – e difesi dalla azione emarginatrice e disgregatrice della dirigenza della Società Antroposofica, messa in atto soprattutto ad opera di Albert Steffen e di Guenther Wachsmuth – dalla Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia dal ʽLascitoʼ di Rudolf Steiner, e dobbiamo alla dedizione sacrificale, alla competenza sia interiore che professionale, al lavoro pluridecennale di Hella Wiesberger, alla quale va tutta la nostra gratitudine e il nostro amore, il fatto che oggi i contenuti della prima Scuola Esoterica siano giunti sino a noi e messi a disposizione del libero ricercatore spirituale. La pubblicazione di tale aureo patrimonio della Scuola Esoterica non fu affatto una arbitraria, e – al dire dei suoi detrattori – discutibile decisione di Hella Wiesberger – come in maniera insana e improvvida ha scritto in maniera oltremodo ingiusta e offensiva su un noto social forum N.R. Ottaviano – ma una precisa volontà di Marie Steiner, avallata dalla stessa parola di Rudolf Steiner, e testimoniata da sue disposizioni testamentarie scritte. Lei, ancora vivente, dovette addirittura difendersi da velenosi e calunniosi attacchi da parte di vari membri della ipersteffenianizzata Società Antroposofica allorché, negli ultimi anni di una vita tutta dedita a servire con amore – e a salvare – lʼOpera di Rudolf Steiner, curò la pubblicazione dei primi tre ʽQuaderni Esotericiʼ (lʼultimo dei quali uscì postumo), che costituirono poi il primo nucleo della successiva pubblicazione del lascito esoterico di Rudolf Steiner. Tali primi ʽQuaderniʼ furono sùbito tradotti una prima volta in italiano ad opera di Mario Viezzoli, che succedé a Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis, ed io ne possiedo una copia con sopra gli appunti e le correzioni di mano di Massimo Scaligero, che custodisco come un piccolo prezioso tesoro. Quei ʽQuaderniʼ, poi completati con altro materiale, furono in séguito ritradotti in italiano più volte, anche tenendo conto delle osservazioni e correzioni di Massimo Scaligero, lʼultima versione dei quali ad opera di alcuni amici sotto la direzione di Romolo Benvenuti, che diresse per decenni il Gruppo Novalis dopo Giovanni Colazza, Mario Viezzoli, Caio Sallustio Crispo.

Il testo della Leggenda del Tempio ci è giunto in varie versioni, tutte di mano di Rudolf Steiner. La parte riportata nel presente articolo si trova nel volume 265 dellʼOpera Omnia del Dottore. Una parte di quel volume – il GA-265 dellʼedizione tedesca – è stato parzialmente tradotto ed in séguito pubblicato dalla milanese Editrice Antroposofica. Per vari motivi, che per il momento non intendo approfondire, tale edizione non è soddisfacente – sia perché manca larga parte della importante  introduzione storico-documentaria curata da Hella Wiesberger, sia per taluni grossolani fraintendimenti presenti nella traduzione pubblicata – per cui ho preferito tradurre a mia volta dallʼoriginale tedesco la parte che riporto nella presente puntata di questo mio studio. La parte che riguarda la versione della Leggenda del Tempio che ho scelto di tradurre, si trova alle pp. 365-368 della GA-265, che in tedesco ha titolo Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987. La traduzione è stata eseguita nella forma più letterale possibile – anche a costo di sacrificare la «venustà del periodare», per usare una espressione del caro «zio» Arturo – per tema di tradire il pensiero, che ne costituisce l’essenza.  

«La leggenda del Tempio.

«La parte significante simbolicamente lʼevoluzione dell’umanità»,

come essa veniva comunicata nel primo Grado.

Testo secondo il manoscritto originale di Rudolf Steiner.

All’inizio dellʼevoluzione terrestre uno tra gli Spiriti di Luce o Elohim discese dalla regione solare in quella terrestre e si congiunse con Eva, la madre primordiale del vivente. Da questa unione sorse Caino, il primo degli uomini terreni. In seguito, un altro spirito della classe degli Elohim, Jahve o Jehova, plasmò Adamo; e dalla unione di Adamo con Eva sorse Abele, il fratellastro di Caino. La diversità dellʼorigine di Caino e Abele (generazione sessuale e asessuale) provocò il contrasto tra Caino e Abele. E Caino colpì Abele. Abele era andato in rovina a causa della generazione sessuale, Caino a causa della caduta morale della vita nel mondo spirituale. Al posto di Abele, Jehova dette in sostituzione alla coppia come figlio Seth. Da Caino e Seth provengono due diversi tipi umani. I discendenti di Seth potevano guardare nel Mondo Spiritale in particolari (sognanti) stati di coscienza. I discendenti di Caino persero completamente questa visione. Essi dovettero, nel corso delle generazioni, elaborare la riconquista delle facoltà spirituali attraverso la graduale educazione delle forze umane terrestri.

Uno dei discendenti di Abele-Seth fu il sapiente Salomone. Egli aveva ancora ereditato il dono della chiaroveggenza sognante; aveva ricevuto questo dono, come predisposizione in un grado eccezionale; così accadde che la sua sapienza divenne così vastamente famosa, che di lui si racconta che possedesse un trono dʼoro e dʼavorio (oro e avorio come simboli della sapienza).

Dalla stirpe di Caino provennero uomini che, nel corso del tempo, sempre più si resero atti allʼevoluzione ascendente delle forze umani terrestri. Uno di questi uomini fu Lamech, il custode dei libri-T, nei quali venne riprodotta la sapienza primordiale nella misura in cui ciò fu possibile mediante forze umane terrestri, cosicché questi libri sono inintellegibili agli uomini non iniziati. Un altro discendente dell’umanità cainita è Tubalcain, che nella lavorazione dei metalli progredì talmente da poter plasmare artisticamente i metalli in strumenti musicali. E, come contemporaneo di Salomone visse Hiram Abif o Adoniram, della stirpe di Caino, il quale con la sua Arte era talmente progredito, che questa confinava in maniera immediata con la visione dei mondi superiori, e per lui vi era appunto appena un sottile diaframma da abbattere nei confronti della Iniziazione.

Il sapiente Salomone ideò il progetto di un Tempio, che nelle sue forme avrebbe dovuto portare simbolicamente ad espressione l’evoluzione dellʼumanità. Mediante la sua sapienza sognante, egli poté ideare i pensieri di questo Tempio in tutti i suoi singoli particolari, ma gli mancava la conoscenza delle forze terrestri per la sua effettiva edificazione, la quale doveva essere conquistata unicamente attraverso l’educazione delle forze terrestri nella stirpe di Caino. Perciò Salomone si alleò con Hiram Abif. Ora questi costruì il Tempio che esprimeva simbolicamente lʼevoluzione dell’umanità.

La fama di Salomone era giunta sino alla Regina di Saba, Balkis. Questa si recò un giorno alla corte di Salomone per sposarlo. Le vennero mostrate tutte le magnificenze della corte di Salomone ed anche il possente Tempio. Ella non poteva concepire, per le rappresentazioni che sino ad allora ella si era conquistata, come un architetto avente a disposizione unicamente forze terrestri, avesse potuto realizzare un qualcosa del genere. Ella aveva appunto saputo che la guida degli operai aveva potuto dirigere contemporaneamente sufficienti schiere di operai attraverso il possesso di ataviche forze magiche. Ella ottenne di poter vedere l ̓ architetto per lei degno in modo così raro. Non appena egli la incontrò, il suo sguardo fece su di lei una impressione eccezionalmente profonda. Poi dovette mostrarle, chʼegli guidasse gli operai attraverso semplici relazioni umane. Prese il martello, salì su di un colle, e ad un suo segno con il martello si appressarono grandi schiere di operai. La Regina di Saba notò come potevano essere sviluppate forze umane di cotale importanza. Sùbito dopo la Regina si recò con la sua nutrice (nutrice sta per persona profetica) di fronte alle porte della città. Qui incontrarono Hiram Abif. Nel momento in cui le due donne scorsero lʼarchitetto, lʼuccello Had-Had dallʼaria volò sul braccio della Regina di Saba.

La profetica nutrice spiegò ciò col fatto che la Regina di Saba era destinata non a Salomone bensì a Hiram Abif. Da quel momento in poi, la Regina sempre di più non pensò ad altro che a poter sciogliere il fidanzamento con Salomone. Si racconta poi come al Re, in uno stato di ebrezza, dal dito venisse levato lʼanello di fidanzamento, cosicché la Regina potesse ora esser considerata la sposa destinata a Hiram Abif. (Alla base di questo tratto della leggenda vi è il fatto che nella Regina di Saba deve vedersi lʼantica Sapienza Stellare, la quale fino a quellʼepoca era stata congiunta con le antiche forze ataviche, che vengono simboleggiate in Salomone. Le leggende occulte nei simboli di personaggi femminili esprimono la Sapienza, che può disposarsi con la parte maschile dellʼanima. Con lʼepoca di Salomone è cominciata lʼèra in cui questa Sapienza deve passare dalle antiche forme ataviche alle forze dellʼIo terreno riconquistate. Lʼ«anello» è sempre il simbolo dellʼ«Io». Salomone viene pensato come ancora in possesso di un io non pienamente terrestre, bensì di un io  che è tale  soltanto nel riflesso dellʼ«Io superiore» dellʼangelo nellʼatavica coscienza chiaroveggente di sogno. La «ubriacatura» incdica che questo Io viene nuovamente perduto allʼinterno delle forze animiche semicoscienti, mediante le quali era stato conquistato. Solo Hiram è in possesso di un «Io» umano-reale).

Da questo momento una violenta gelosia afferra Salomone nei confronti del suo Architetto. Fu facile perciò per tre compagni traditori trovare ascolto presso il Re per un’azione tramite la quale essi volevano rovinare Hiram Abif. Essi sono suoi nemici, giacché dovettero venir da lui respinti allorché pretesero il Grado e la Parola di Maestro, per le quali non erano maturi.

Ora, questi tre compagni traditori decisero di rovinare a Hiram Abif l’opera, ch’egli voleva eseguire a coronamento del suo lavorare alla corte di Salomone. Era la fusione del «mare di bronzo». Si trattava della fusione prodotta ad arte, a partire dai sette metalli fondamentali (piombo, rame, stagno, mercurio, ferro, argento, oro), sì da essere perfettamente trasparente. La cosa venne eseguita sino alla fusione finale, che doveva essere eseguita di fronte alla corte riunita – di fronte pure alla Regina di Saba – fusione mediante la quale la sostanza ancora torbida doveva essere cangiata sino a perfetta trasparenza. Ora, i tre compagni traditori mescolarono qualcosa di non corretto nella fusione, cosicché questa, invece di illimpidirsi, sprigionò scintille di fuoco. Hiram Abif cercò di placare il fuoco con lʼacqua . Non vi riuscì, anzi le fiamme divamparono da tutte le parti. Ma Hiram Abif udì uscire dalle fiamme e dalla massa rifulgente una voce: «Gettati nelle fiamme; tu sei invulnerabile». Egli si gettò nelle fiamme, e scorse sùbito che la sua via conduceva al centro della Terra. A metà strada incontrò il suo antenato Tubalcain. Questi lo guidò al centro della Terra, ove si trovava il suo grande avo Caino, nello stato in cui questi era prima della colpa. Qui Hiram Abif ricevette la spiegazione del fatto che l’energico sviluppo delle forze umane terrestri alla fine conduce al sommo della Iniziazione, e che l’Iniziazione ottenuta su questa via avrebbe dovuto subentrare nel corso della Terra in luogo della visione dei figli di Abele-Seth, che sarebbe scomparsa. La forza donatrice di coraggio, che Hiram Abif ricevé da Caino, simbolicamente viene espressa dicendo che Hiram ricevé da Caino un nuovo martello, con il quale egli ritornò alla superficie della Terra, toccò il Mare di Bronzo, e tramite ciò riuscì a provocare la sua perfetta trasparenza. (Mediante questa simbologia viene dato quel che nella corretta meditazione solleva l’entità interiore dell’evoluzione umana sulla Terra allʼImaginazione. Il Mare di bronzo può essere considerato come il simbolo di ciò che lʼuomo sarebbe diventato se non avessero preso posto nell’anima le tre forze traditrici: dubbio, superstizione, illusione del sé personale. Mediante queste tre forze lʼevoluzione dellʼumanità sulla Terra è giunta allʼepoca lemurica al divampare del fuoco, che non poté essere sedato mediante lʼevoluzione acquea nellʼepoca atlantica. Piuttosto, deve aver luogo una evoluzione delle forze umane terrestri tale, che nellʼanima venga reintegrata la condizione originaria, che era presente in Caino prima del fratricidio. Di fronte alle forze terrestri, possono conservarsi non le sognanti forze animiche dei fratelli di Abele-Seth, bensì quelle dei discendenti di Caino che giungono allo sviluppo pienamente reale dellʼIo).

Una ulteriore trascrizione della Leggenda del Tempio secondo un manoscritto originale di Rudolf Steiner.

(Manca la prima parte)

Da quel momento Salomone sʼinfiammò di gelosia nei confronti del suo Architetto. Si trovarono perciò ad appoggiarlo tre compagni traditori, i quali nella loro ambizione avrebbero voluto ottenere dallʼArchitetto la Parola e il Grado di Maestro, che questi non aveva potuto concedere loro, perché a ciò essi non erano maturi. Essi decisero allora di vendicarsi nel modo seguente.

Hiram Abif doveva eseguire a coronamento dei suoi lavori alla corte di Salomone il cosiddetto Mare di Bronzo. Questo doveva essere una fusione metallica prodigiosa, nella quale erano fusi tutti i metalli della Terra in proporzioni tali da risultarne una splendida armonia. Tutto era stato predisposto da Hiram Abif sino allʼultimo atto. Questo doveva essere eseguito durante una festa particolare. Lʼintera corte si era radunata per lʼavvenimento, e vi era pure la Regina di Saba. I tre compagni traditori, in un momento decisivo, mescolarono un elemento errato nella fusione; ed accadde che il tutto non giunse ad unʼarmonica conclusione, dalla fusione si spigionarono delle fiamme. Hiram Abif tentò di placare le fiamme con lʼacqua. Ma dalla fusione si elevarono spaventose masse fiammeggianti. Tutti quelli che si erano radunati fuggirono. Ma Hiram Abif udì sortir dalle fiamme una voce, che gli disse: «Non temere, gettati nelle fiamme; tu sei invulnerabile». Egli si lanciò nelle fiamme. Si accorse sùbito che il suo volo conduceva al centro della Terra. A metà cammino incontrò Tubalcain, che lo condusse dal suo avo Caino, al centro della Terra. Caino era nella forma precedente alla sua caduta peccaminosa. Questi dette a Hiram Abif un nuovo simbolo-T, e gli disse di ripetere con esso la fusione, una volta tornato alla superficie della Terra. E che da lui sarebbe sorta una stirpe, la quale avrebbe vinto i figli di Adamo sulla Terra, ed avrebbe di nuovo introdotto il grande culto del Fuoco, riconducendo così lʼumanità alla divina Parola Creatrice.

Anche in questa leggenda vi è un significato profondo. Prima che l҆ʼuomo discendesse dal grembo della Divinità nellʼincarnazione terrestre, egli era in un regno spirituale che poteva percepire. Egli udiva la divina Parola Creatrice. Egli si incarnò in masse metalliche, che allora erano ancora allo stato fluido nel fuoco. Prima che ciò avvenisse, non avrebbero potuto avvicinarglisi i tre compagni traditori: dubbio, superstizione, e illusione del sé personale. Non avrebbe potuto dubitare del Mondo Spirituale, appunto perché questo era attorno a lui. Non avrebbe potuto cadere nella superstizione, perché egli vedeva lo spirituale nella sua vera forma. La superstizione consiste nella rappresentazione dello spirituale sotto falsa forma. Lʼillusione del sé personale non avrebbe potuto afferrarlo, poiché egli si sapeva nella spiritualità universale; non ne era ancora tagliato fuori con la sua reclusione nel corpo. Se questi tre compagni traditori non avessero potuto morderlo al calcagno, il suo corpo sarebbe diventato un puro, armonico, tramite con la materia. Essi mischiarono lʼimpurità, che gli fece obliare la Parola Creatrice divino-spirituale. Attraverso ciò la fusione venne distrutta. Quindi, il viaggio di Hiram Abif al centro della Terra rappresenta il procedere dellʼuomo sul sentiero occulto. Attraverso questo, lʼumanità ottiene nuovamente il possesso del T, della divina Parola Creatrice, la natura umana (Caino) conosce come essa fosse prima della caduta, e come possa nuovamente renderla pura».

Da tutto quanto abbiamo visto sinora, possiamo constatare come, alla luce della Scienza dello Spirito, vi sia una radicale contrapposizione tra la visione spirituale del mondo propria della ‘stirpe jahvetico-abelita’ e quella propria, invece, della ‘stirpe dei Figli del Fuoco’, ossia della ‘stirpe cainita’. Questa contrapposizione, che – dal punto di vista della Scienza dello Spirito – potremmo goethianamente definire ‘polare’, naturalmente, nell’evoluzione dell’uomo e del cosmo ha avuta la sua ragion d’essere. Il che, tuttavia, non la rende, ancor oggi, meno aspra, pur nella sua giustificata necessità.

Al fine di rendere meno impervia la comprensione di una tale ‘polare contrapposizione’, e, di conseguenza, aiutare l’intuizione del libero ricercatore che, sola, può far penetrare, in totale autonomia, il ‘mistero’ dal quale tale aspra contrapposizione scaturisce, giova forse richiamare – una volta di più – le immagini del ‘mito’ del ‘Concilio degli Dèi’. Ora, secondo tale ‘mito’ – ‘mito’ vero, pur nella poeticità delle sue immagini – l’Assoluto Divino pose, all’origine dei tempi – dei ‘nostri tempi’, naturalmente, ché nell’Assoluto tempo non v’è – alle Celesti Gerarchie un còmpito da esse difficilmente attuabile e realizzabile: portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Còmpito invero arduo per esse, giacché esse stesse libere non erano affatto, essendovi, al principio, in esse solo ‘necessità’, sia pure ‘metafisica’, e non libertà.

Più volte Massimo Scaligero, rievocando in incontri e riunioni tale primordiale ‘Concilio degli Dèi’, mise in evidenza come le Gerarchie divino-spirituali, e le Entità ad esse appartenenti, fossero, a vari gradi, ‘manifestazione’, immediata e necessitante, dell’Assoluto Divino, del quale esse erano e sono emanazione ed espressione. In quanto tali, esse, di per sé, non hanno autonomia rispetto all’Assoluto del quale sono, appunto, la manifestazione: sono legate all’essere, come ad una ‘funzione’ alla quale non possono – per ora – sottrarsi. Ad esempio gli Spiriti della Sapienza o della Saggezza non si può dire che abbiano ‘Sapienza’, bensì che essi sono ‘Sapienza’, e non possono, per ora, sottrarsi a tale loro immediato essere, per essere diversamente da come attualmente sono. E così gli Spiriti del Coraggio, dell’Armonia, e persino gli Spiriti dell’Amore. Le Entità divino-spirituali, in special modo quelle più elevate, hanno sì ‘coscienza sovrasensibile’‘onnipotenza’, assoluta ‘bontà’ e ‘moralità’, ma non conoscono, e non hanno ‘Autocoscienza’‘Libertà’, e ‘Amore’.

Così come tali elevate Gerarchie divino-spirituali, anche le Entità Avverse – gli Ostacolatori – non sono affatto libere. Le Entità Ostacolatrici svolgono, esse pure, un ‘còmpito’, una ‘funzione’ alla quale – per così dire – sono ‘assegnate’‘costrette’, ‘comandate’, senza potersi a tale cogente condizione minimamente sottrarre. Gli Spiriti dell’Ostacolo svolgono la loro assegnata ‘funzione’ in maniera inesorabile, con l’impersonale ‘necessità’ delle forze della Natura.

L’unica possibilità, in quell’esiodeo ‘Concilio degli Dèi’, che le celesti Gerarchie ebbero di attuare il còmpito loro assegnato dall’Assoluto, e di portare quindi ad esistenza la libertà, era di ‘creare’, ossia da se medesime ‘generare’‘emanare’,  un primordiale ‘Uomo Cosmico’, al quale tutte le suddette Gerarchie donassero, come effettivamente avvenne, parte della loro ‘essenza’, e che, quindi, di esse tutte egli fosse  una mirabile ‘sintesi’. L’Uomo Primordiale – l’Adàm Kadmòn della Kabbalàh israelitica e cristiana – possedeva in sé ‘sapienza’‘potenza’, e ‘moralità’ esattamente come le Celesti Gerarchie – gli ‘Eoni’ di quell’antica Gnosi, tanto calunniata, soprattutto quella abbagliante culminazione ch’essa ebbe in Mani, Gnosi caricaturalmente sfigurata, violentemente avversata, sanguinosamente perseguitata dai Padri delle poco ‘cristiche’, ortodosse, Chiese cristiane – delle quali l’Uomo Primordiale era ‘emanazione’, ma come esse, appunto, egli non era, né poteva essere – perlomeno, non sùbitonon immediatamente, o non ancora – autocosciente e libero. Una conoscenza sovrasensibile, un atto morale, sorgevano in lui con la necessità immediata propria dei processi della Natura: così come nell’uomo oggi sorgono fame, sete, sonno, e tutta la serie immediata delle emozioni e degli istinti. L’Uomo primordiale era, in certo qual modo, un ‘automa spirituale’, e tale sarebbe eternamente rimasto – come un pupazzo, un burattino, o una marionetta, appeso a fili a lui ignoti, e meccanicamente, seppur sottilmente, mosso da agenti a lui esterni – finché fosse rimasto nel seno di quelle Celesti Gerarchie che, emanandolo, lo avevano generato. Ma, come scrive Massimo Scaligero in Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 61, parlando dell’ineludibile còmpito che l’uomo ha di realizzare la più radicale autonomia,  la più incondizionata libertà, così ammonisce:

«L’autonomia profonda di simili forze è ciò che il principio cosciente, mediante il pensiero, dovrebbe realizzare come propria autonomia sul piano della coscienza di veglia. La dipendenza in effetto è, per il pensiero, la contraddizione con le Forze originarie. Giustamente, un tempo veniva insegnato che «Delude gli Dèi, colui che vuole dipendere dagli Dèi».

Perché l’Uomo è la mèta delle Gerarchie – come avverte Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche – e non viceversa.  In questo senso, la posizione dell’Uomo è ‘suprema’, e ‘suprema’ è la sua dignità. In questo sta, nellʼessenza, la differenza tra la lunare jahvetica stirpe abelita, e la stirpe cainita, scaturita dallʼEloah o Eloha solare.

Per cui, l’Uomo Primordiale, l’Adàm Kadmòn, dovette venire ‘isolato’‘escluso’, e per così dire ‘espulso’ da quella ‘comunione’ con le Gerarchie, e con l’Assoluto, che costituisce – come ricorda Massimo Scaligero ne La Via della Volontà Solare, Fenomenologia dell’Uomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Roma, 1962, pp. 275-296 – quella ‘Quiete delle Gerarchie’ di cui parlava, nel Medioevo, la platonica Scuola di Chartres, e che Giovanni Colazza chiamava, con un’espressione di sapore estremo-orientale, taoista o chán, il ‘Riposo Divino’. Naturalmente, ‘fuori’ dell’Assoluto‘fuori’ dello Spirito, ossia ‘fuori’ dell’Uno, dell’Essere, a rigor di termini, niente è. Perché – come ammonisce Parmenide di Èlea nel suo Περί ΦύσεωςPerí Phýseos, nel suo De Rerum Natura – l’Essere ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, è, e non è possibile che non sia, mentre il non-essere ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, non è, ed è necessario che non sia.

Quindi, a rigor di termini, solo apparentementeillusoriamente, l’Uomo Primordiale poteva essere ‘escluso’ dalla comunione con l’Infinito, con l’Assoluto. L’Uno, essendo ‘unico’, non può avere ‘fuori’ di sé né ‘altro’, né ‘altri’. Per cui la ‘unicità’ dell’Uno Unissimo – come veniva concepito nella Accademia Platonica d’Atene, perlomeno sino a che essa non venne soppressa nel 529 dall’infamissimo, intollerante, sacrilego e assassino, imperatore Giustiniano, violento persecutore dell’Ellenismo, del culto di Iside a Philae in Egitto, dei Manichei – non viene distrutta dal sorgere delle ‘apparenze’, le quali sono soltanto un illusorio ex-sistere, un mero diveniente ‘esistere’, non un autentico permanente ‘essere’. Tale illusorio apparire incontestabilmente ‘esiste’, ma non ‘è’Est et non est, avrebbe detto, nel XIII secolo, in Occitania, il sapientissimo Maestro cataro Bartolomeo di Carcassona, o Giovanni di Lugio, anche lui cataro, autore del Liber de duobus principis, fortunosamente sfuggito alla furia distruttiva della Santa Inquisizione dell’eretica pravità, e ritrovato nel 1939 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, per una sorta di ironia del destino, dal R.P. Antoine Dondaine, domenicano, e la stessa cosa, nell’VIII secolo della nostra èra, avrebbe affermato Śaṅkarâcârya, Maestro dell’Advaita Vedânta, il quale affermava che la Mahâ Mâyâ, la ‘grande illusione’‘è, e non è’.

Il còmpito di ‘espellere’ l’Uomo Primordiale dalla comunione immediata con l’Assoluto, il farlo ‘cadere’ nella dionisiaca frantumazione dell’apparente molteplicità, sino ad ‘isolarlo’ – gradualmente nel corso di molti millenni – completamente nell’unidimensionale visione sensibile, fu ‘affidato’ a ‘Spiriti dell’Ostacolo’, i quali vennero – essi pure – ‘esclusi’ dalla ‘Quiete delle Gerarchie’, dal ‘Riposo Divino’. Giunto al totale ed esclusivo isolamento nell’apparente sfera sensibile, l’essere umano non avrebbe più ricevuto ‘ispirazioni’‘oracoli’‘comandamenti’ dagli Dèi, ed avrebbe dovuto ‘scegliere’ da se stesso, in totale autonomia con le sole proprie forze, a proprio rischio e pericolo, attraverso il doloroso e faticoso, oltremodo accidentato, aspro sentiero dell’errore e dell’esperienza, la propria ‘via’.

Ma, pur isolato in tale mondo di illusorie apparenze, e imprigionato, a causa della offuscante ‘ignoranza’ in lui generata dagli ‘Spiriti dell’Ostacolo’, sempre più negli astringenti vincoli corporei di una inferiore natura, un tale uomo è pur sempre fondato sull’Assoluto – e non potrebbe essere diversamente – e ad un tale Assoluto, al Divino, comunque base del suo essere, egli può sempre fare liberamente appello. Ed è questo ciò che gli Dèi si attendono da lui: ch’egli esca da una sorta minorità spirituale, da una ‘irresponsabile infanzia divina’, e finalmente ‘voglia’, liberamente – ossia non obbligato, non sollecitato, bensì in totale autonomia – ‘voglia’ il proprio stesso volere e il fine, l’oggetto, di tale suo autonomo volere. Vi è un momento in cui cessano le ‘rivelazioni’, che dal mondo divino hanno accompagnato l’uomo nel suo progressivo discendere verso il fondo dell’abisso, nel quale lo attendeva la suprema prova dell’abbandono, del silenzio, della solitudine, del gelo, e della morte. A tale proposito, Massimo Scaligero ha parole di assoluta, inattenuata, radicalità, parole che non lasciano spazio alcuno a dubbi, o ad accomodanti ‘adattamenti’. Infatti, in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, nel primo capitolo, La Via adamantina d’Occidente, pp. 10-11, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza l’originaria natura. Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando ancora egli traeva le sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita degli stati trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La Madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente».

Ma la discesa dell’Adàm Kadmòn, dell’Uomo Primordiale, sin giù nel baratro dell’individuazione e della frantumazione, sin giù nell’abisso della più tenebrosa solitudine, è qualcosa che è avvenuto con una certa gradualità. Nel suo discendere in tale tenebroso e divorante baratro, che potremmo con Virgilio, – Aeneis, I, 118,  Adparent rari nantes in gurgite vasto, Appaiono pochi naufraghi nuotanti nel vasto gorgo. Aeneis VI, 295-297, Hinc via Tartarei quae fert Acherontis ad undas. Turbidus hic caeno vastaque voragine gurges / aestuat atque omnem Cocyto eructat harenam. Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte. Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia. – chiamare “gurge”, o “voragine”, l’essere umano è stato accompagnato da Deità “regolari”, contrastanti l’opera oscuratrice e disgregatrice delle Entità “ostacolatrici”. Questa azione viene esemplarmente descritta – con parole che sarebbe savio meditare profondamente e a lungo – da Massimo Scaligero in Kundalini d’Occidente. Il centro umano della potenza, Edizioni Mediterranee, Roma, 1980, pp. 21-22:

«Secondo il mito, Jehova, accogliendo l’uomo nel Paradiso terrestre, sostanzialmente tende ad impedire che egli acquisisca la conoscenza. Jehova tende a dominare, o a guidare l’uomo, in modo che senza traumi, o senza libertà, egli giunga a realizzare lo Spirito. Lucifero invece ha interesse a donare allʼuomo la conoscenza come esperienza senziente, perciò lo spinge verso la libertà, ancor prima che egli disponga di forze morali per usarla giustamente. Come entità celeste caduta, Lucifero tende a riconquistare il rango perduto, servendosi dellʼuomo. Agisce come intermediario tra l’uomo e il Divino: aiuta l’uomo, ma al tempo stesso ha bisogno, come Jehova, di dominarlo. Perciò lʼuomo, mentre necessita dell’aiuto di Lucifero, ha bisogno altresì di sottrarsi al suo assoluto dominio, proprio mediante l’uso cosciente della forza da Lui inoculatagli. Attraverso l’uomo, Lucifero in definitiva tende a ritrovare il Cristo, per redimersi. Ma l’uomo che si liberi, può diventare lui l’intermediario verace tra Lucifero ed il Cristo: mediante libertà superando Jehova, ma superando anche Lucifero. Questo è il segreto. Christus Lucifer verus. Senza la redenzione dell’uomo, non può esservi redenzione di Lucifero. Infatti, ove sulla Terra l’uomo riconosca il Cristo, troverà, dopo la morte, quale divinità superiore orientatrice, Lucifero, riemergente alla sua funzione celeste».

Questa condizione dell’essere umano esiliato dalla patria spirituale, apparentemente ‘abbandonato’ da quegli Dèi, che pur lo hanno generato, viene anch’essa descritta in maniera radicale, tale da non dar luogo ad equivoci di sorta  da Massimo Scaligero in un’opera fondamentale come L’Uomo Interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976 – alla quale purtroppo, nella ristampa del 2012, è stato ‘tagliato’, secondo una ben discutibile, totalmente arbitraria, ma non casuale, scelta, il sottotitolo, Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, e parte della sintesi descrittiva del contenuto del volume, scritta direttamente dall’Autore, nella quarta di copertina – ove alle pp. 204-207, possiamo leggere parole di un realismo assoluto, tali da togliere ogni residua illusione circa la possibilità di indugiare nel ‘sogno’ di una Tradizione oramai irrimediabilmente perduta, e quella di una mistica ‘via dell’anima’, che permetta di evitare lo sforzo e l’impegno nella lotta spirituale per l’essere o il non essere dell’uomo:  

«L’epoca di tale comunione spontanea con lo Spirituale si conclude con il periodo che nel mondo risponde alla protostoria mediterranea: è il periodo in cui la « conoscenza » non è più comunione diretta, ma « visione imaginativa », che più tardi si rifletterà nel mito: questo a sua volta avrà la sua sensibilizzazione nella poesia cosmogonica e nell’epos, mentre si verifica il compimento di un processo millenario: una sorta di distacco (il termine ha valore puramente allusivo, ossia relativo a un modo di essere dello Spirituale) del mondo animico o psichico, dal dominio sovrasensibile: una perdita di rapporto dell’« umano » riguardo al « divino », che non può non essere – per l’umano – regresso, o caduta, in uno stato inferiore. In séguito a tale evento, che si verifica attraverso lunghi decorsi di tempo, o epoche, l’uomo è costretto a elaborare il suo conoscere entro i limiti della individualità psichica, la cui massima possibilità comincia con essere la capacità razionale.

Lo Spirituale con cui prima la personalità dell’uomo costituiva un tutto e dal quale traeva motivo di elevazione, limitandosi ad essere impersonalmente conferme alla sua legge, diviene ora – dal punto di vista della « caduta » dell’uomo – mondo esteriore. Vedendolo ormai separato da sé e non più essendone posseduto ed ispirato, l’uomo in sostanza non lo vede: lo riduce alla sua attuale limitata visione, è costretto a rivolgersi ad esso come ad oggetto – d’indagine, cosi che di esso via via non rimarranno se non il nome ed il concetto: sul piano religioso, la vuota forma rituale, e, nell’anima umana. L’inconscio impulso a riferirsi a un potere fatale o provvidenziale, che continui ad agire invece dell’Io personale nascente. […]

Si è veduto, però, come la necessità di trarre la coscienza dell’Io da un livello inferiore, in quanto condizionato dalla esteriorità sensibile, pur apparendo una caduta, in definitiva abbia come obiettivo il compimento dello « stato umano ». L’uomo tende a ricostruire la vita spirituale all’interno della individualità, con i mezzi che la coscienza, costretta a trarre il senso di sé dal mondo finito, va via creandosi, per recare luce là dove l’antica spiritualità si è fatta natura. È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio essendovi al principio solo necessità, sia pure metafisica. Ma tra lo stato d’illuminazione originaria e la possibilità d’illuminazione cosciente, v’è una fase di oscuramento: lunga, per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare la trascendenza entro se stessa. Sarà inevitabile che la ricerca patisca i limiti dell’astrattezza e da questa si faccia in varie forme deviare. Ma, a un dato momento, essa può scoprire di poter evocare al livello della individuazione e come superamento del finito la « forza interiore originaria »: può riconoscere quel principio Logos che in un determinato punto del tempo ha operato nel terrestre la rettifìcazione invisibile: non conosciuta, che potrà essere conosciuta: che sorge come possibilità di libertà.

L’uomo può ridestare in sé la luce originaria – quella che « risplende nelle tenebre » – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafìsica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e dalla natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può realizzare nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda la possibilità dell’uomo di ritrovare, mediante spirito eroico e conoscenza, l’Io originario perduto.

Il processo di distacco, come si è accennato, implica da prima un oscuramento e una perdita: con le sole forze della individualità, da quel momento, l’uomo deve cominciare a guardare il tema dell’essere. Chiuso nei limiti egoici, egli tenderà a evocare in sé il Divino: tenderà a questo anche attraverso fasi di inconsapevolezza; ma il Divino agirà sempre in lui sotto forma di questo impulso all’auto-superamento, mentre echi e reviviscenze dell’antica comunione con il Sopra-mondo lo assisteranno lungo il cammino, operando attraverso la funzione mediatrice di Santi e di Mistici e grazie ad una residua apertura del « sentire » umano: sino al momento – l’attuale – in cui cessa del tutto la risonanza, sia pure emotiva, del Sovrasensibile nellʼanima umana: ché ogni « sentire » è ormai contessuto con la natura fisico-sensibile.

La solitudine del mondo sensibile è ora il limite dell’uomo, ma anche l’àmbito della possibilità del suo risorgere: condizione che, pertanto, riguarda l’uomo in generale, ma in particolare l’« individuo » più recente, che, nel suo agnosticismo, essendo più indipendente, dall’antica esperienza sovrasensibile, si può considerare il più evoluto: più prossimo alla possibilità della risalita, o della reintegrazione cosciente, ma perciò stesso, per la sua autonomia rispetto ad ogni tema trascendente, più chiuso ai richiami dell’esperienza liberatrice.

Al tipo di uomo capace di attraversare il processo della individuazione e di percorrerne le tappe, i mezzi che si offrono per portare a· compimento l’opera sono da prima il pensiero e i sensi: soltanto con questi egli può muovere alla conoscenza del mondo e organizzare la sua vita. È l’esperienza dell’Occidente, dalla quale nasce la civiltà meccanica e materialistica. In tale civiltà si riflettono obiettivamente i caratteri del pensiero che l’ha prodotta: pensiero matematico, scientifìco, nettamente individuato, ma disanimato: pensiero astratto, ormai chiuso ad ogni forma di fede, ma appunto per questo recante una indipendenza che è già una dimensione spirituale, mai prima conosciuta e che, positivamente assunta, secondo Scienza dello Spirito, può resuscitare nell’anima l’essenza sovrasensibile come forza cosciente».

Un caro amico, nostro sodale, lʼeleusinio Trittolemo, in una nostra conversazione avvenuta mesi fa, si stupì dellʼaffermazione circa la non libertà degli Esseri delle Gerarchie Celesti, anche di quelle più elevate. Naturalmente lʼaffermazione non era mia, ché io riportavo, con la massima fedeltà, quanto più volte esposto da Massimo Scaligero in varie riunioni nelle quali egli evocava – come in una sorta di mito esiodeo – quel ʽConcilio degli Dèiʼ nel quale, ai primordi della immemorabile storia dellʼuomo e del Cosmo venne deciso di portare ad esistenza nellʼUniverso la libertà. Ma lʼaffermazione della non libertà delle Gerarchie Celesti la possiamo leggere – con parole che più chiare non potrebbero essere – in Rudolf Steiner, per esempio nel ciclo di conferenze Geistige Hierarchien und ihre Widerspiegelung in der physischen Welt. Tierkreis, Planeten, Kosmos, GA-110, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1991, edizione curata da Hella Wiesberger con la collaborazione del Dr. G.A. Balaster, tenuto a Düsseldorf dal 12 al 18 aprile 1909, con risposte a domande dei partecipanti nei giorni 21 e 22 aprile 1909, traduzione e prima edizione italiana di Lina Schwarz, Fratelli Bocca, Milano, 1940, riveduta da Iberto Bavastro e pubblicata dalla Editrice Antroposofica, Milano, 1972. Ora, basta leggere quel che dice Rudolf Steiner nellʼultima conferenza, quella del 18 aprile 1909, che cito dallʼedizione della Editrice Antroposofica, dalla quale stralcio, mettendone in rilievo alcuni punti, – ma andrebbe letta e ben meditata tutta – quanto è scritto alle pp. 148-149 e segg.:

«Abbiamo dato così un rapido sguardo al divenire del nostro sistema solare e ci siamo chiesti: quale posizione ha dunque realmente lʼuomo di fronte alle entità delle gerarchie superiori che in sostanza furono i suoi predecessori umani? Possiamo cominciare dai più elevati, da serafini, cherubini, troni, e appunto col caratterizzarli potremo farci un giusto concetto dellʼuomo. Se ci innalzassimo al di là dei serafini entreremmo nel campo della Divina Trinità. Qual è dunque la speciale caratteristica dei serafini, dei cherubini, dei troni, chʼessi soli posseggono sopra le altre entità del mondo? Hanno ciò che si è chiamato «la visione immediata della Divinità». Essi possiedono fin dal principio quello che lʼuomo deve conquistarsi a poco a poco. Noi uomini diciamo che dobbiamo prendere le mosse dal nostro punto attuale, per raggiungere sempre più elevati poteri di conoscenza, di volontà ecc.; e questo modo ci avvicina sempre più alla Divinità. Essa ci sarà presente sempre più. Noi evolviamo verso ciò che per noi è ancora coperto da un velo, verso la Divinità. La differenza tra i serafini, i cherubini e i troni, e lʼuomo è che fin dal primo inizio della nostra evoluzione queste supreme entità delle gerarchie spirituali circondano immediatamente la Divinità, la Trinità Divina, e ne godono la visione sin dal principio. Esse possono già quello a cui lʼuomo deve pervenire. È dunque dʼimmensa importanza sapere che quelle entità, quando cominciano a esistere, vedono Dio, e mentre vivono continuamente contemplano la Divinità. Quanto esse operano, quanto fanno, è suscitato dalla loro visione di Dio; Dio agisce attraverso esse. Non sarebbe loro possibile fare diversamente, non sarebbe loro mai possibile agire diversamente da come agiscono, perché la visione divina è una forza tanto possente, agisce su di loro in tal modo, che esse con immediata sicurezza, con immediato impulso, eseguiscono gli ordini della Divinità. Ponderare, giudicare, tutto ciò non esiste nelle schiere di quelle entità; non vʼè che la visione degli ordini divini e il conseguente immediato impulso a tradurre in atto quanto si è loro palesato. Vedono così la Divinità nella sua forma originaria e vera, la Divinità quale è. Esse si vedono solo come le esecutrici del volere e della saggezza divina. Così è per la gerarchia suprema».

È evidente che in tale conoscenza diretta, senza mediazione alcuna, e in tale immediatezza esecutiva della volontà, non vi è spazio veruno per la libertà. Non vi è separazione alcuna, nessuna successione temporale, tra potenza e atto, tra conoscenza e volontà, tra percezione e azione. Si può dire che vi sia una immedesimazione identificativa con la Divinità, che diviene fulminea simultaneità nel volere. Ma non molto diversa è la condizione degli Esseri delle Gerarchie, sottoposte come seconda Gerarchia a quella suprema di Serafini, Cherubini e Troni. Infatti, sùbito dopo, a p. 150, possiamo leggere:

«Se scendiamo alla successiva gerarchia, a quelle entità che chiamiamo dominazioni, virtù e potestà, o anche spiriti della saggezza del movimento e della forma, dobbiamo dire: esse non hanno più così direttamente la visione della Divinità, non vedono più Dio nella sua forma immediata quale Egli è, ma nelle sue rivelazioni in cui Egli (se così si può dire) si rivela per mezzo della sua faccia, della sua fisionomia. Naturalmente è loro impossibile non riconoscere che quella è la Divinità; hanno anche loro un impulso immediato di seguire le rivelazioni della Divinità, come è per serafini, cherubini e troni. L’impulso non è più tanto possente, ma è ancora immediato. Per serafini cherubini e troni sarebbe impossibile dire che essi potrebbero non eseguire ciò che vedono essere prescritto da Dio; sarebbe impossibile a motivo della loro prossimità a Dio. Ma sarebbe pure assolutamente escluso che le dominazioni, le virtù e le potestà intraprendessero qualcosa che non fosse voluto dalla Divinità stessa».

Dopo di che, Rudolf Steiner passa a descrivere lʼorigine del Male. Anzi, potremmo dire: lʼorigine prevista, voluta, programmata, organizzata del Male, e la sua funzione nel divenire dell’Universo. E che questo sia un punto cruciale, decisamente difficile da concepire ed accettare per i più, si evince dalle stesse parole di Rudolf Steiner, che così si esprime, sempre a p. 150: «Affinché lʼevoluzione potesse progredire. Dovette perciò avvenire un fatto del tutto particolare. Qui entriamo in un campo che fu sempre di difficile comprensione per gli uomini, anche per coloro che erano progrediti fino a un certo grado nella saggezza dei misteri». In effetti quella dellʼorigine del Male, della sua temporanea funzione nell’evoluzione del uomo e del Cosmo, della sua trasmutazione in un più grande Bene, è il punto centrale dei Misteri Manichei, che tanta esiziale opposizione trovò nella storia dellʼesteriore Cristianesimo ecclesiale sia cattolico, che ortodosso, e protestante.

E così, infatti, leggiamo poco dopo a p. 151-152:

«Nel periodo intermedio tra lʼevoluzione di Giove e quella di Marte (tra lʼantico Sole e lʼantica Luna), a un certo numero di entità appartenenti alla sfera delle virtù [Dynameis] fu dato lʼordine, se mi è lecito esprimermi così, d’intervenire in modo da porre ostacoli al processo evolutivo invece di favorirlo. Questo fatto è quello che abbiamo imparato a conoscere come la lotta nei cieli. Dunque fu come introdotta nellʼevoluzione lʼopera di certe virtù a cui era stato impartito quel comando; le gerarchie imperanti dovettero infatti dirsi: «Mai potrebbe avvenire ciò che deve avverarsi, se la via continuasse a procedere diritta. Mète più alte devono esser raggiunte!» […]

Poniamo che la Divinità avesse lasciato lʼevoluzione quale essa era fin dopo Giove; certo gli uomini avrebbero potuto svilupparsi bene; ma, ponendo ostacoli sulla via dellʼevoluzione, lʼumanità poteva divenire anche più forte. Per il bene dellʼumanità si doveva dare quel comando a certe virtù; queste non erano malvagie; non occorre concepirle come virtù malefiche; si può dire persino chʼesse si sacrificarono opponendosi quali ostacoli al processo evolutivo. Queste virtù si possono perciò chiamare le Divinità degli ostacoli, nel più vasto senso della parola. Sono infatti le Divinità degli ostacoli; degli ostacoli che furono posti sulla via dellʼevoluzione. Da questo punto in poi fu data la possibilità a tutto quanto si verificò nellʼavvenire. Queste virtù così comandate non erano ancora cattive per se stesse; erano al contrario le grandi forze promotrici dellʼevoluzione, in quanto contrastavano lʼevoluzione normale. Ma appunto perché la contrastarono, furono le generatrici del male; ché, in seguito a ciò, a poco a poco nacque il male»

Poi, Rudolf Steiner espone come questa azione comandata dallʼAssoluto alle Virtù, alle Dynameis, e perciò da esse recepita in modo tuttʼaltro che libero, abbia poi agito in maniera “seduttiva” su una parte delle entità angeliche della terza Gerarchia, che sullʼantica Luna attraversavano il grado umano, generando appunto il Male. Una parte di queste entità angeliche recepirono lʼazione “seduttiva”, mentre una parte non lʼaccolsero. Ma, a p. 153, Rudolf Steiner ribadisce: «Ma le azioni delle virtù erano ben fondate nel piano cosmico-divino: dobbiamo sempre tenerlo presente». Per cui è da ben riflettere quanto abbia potuto essere “libera” lʼazione di quelle entità angeliche, sia di quelle che subirono la “seduzione” delle Virtù-Dynameis, sia di quelle che unendosi alle entità solari la rifiutarono. Che, in qualche modo, vi sia stata scelta, è certo, ma – appunto – quanto libera? Si è liberi se si conoscono i motivi-impulsi delle proprie azioni, ossia se li si compenetrano con un pensare autocosciente che sia realmente indipendente da quelle azioni e da quei motivi e impulsi. Si è realmente e totalmente liberi, se si è i creatori mediante vivente pensare ideante dei motivi delle proprie azioni. Ma ciò, allora non era ancora possibile, in quanto l’Io autocosciente non era ancora nato. Certamente, vi era un Io in quelle entità angeliche, ma non autocosciente, non fondato su se stesso, non “autore” del proprio conoscere e del proprio agire. La conseguenza di questo coartante processo cosmico di evoluzione è quanto Rudolf Steiner aggiunge a p. 153:

«Tutto ciò fece sì che durante lʼevoluzione terrestre vi fossero uomini-angeli più avanzati e altri rimasti indietro. Gli uomini-angeli più avanzati si accostarono allʼuomo allʼepoca lemurica, quando egli divenne maturo per ricevere il germe dellʼio umano, e rimisero al suo arbitrio il salire subito nei mondi spirituali, non occupandosi più di quanto, dallʼepoca lunare, si era frammischiato al corso regolare dellʼevoluzione cosmica. Furono gli esseri che allora erano rimasti indietro, e che chiamiamo entità luciferiche, quelle che vennero a influenzare il corpo astrale dellʼuomo (allʼio non potevano accostarsi), e innestarono nel corpo astrale tutte le conseguenze della lotta nei cieli.. mentre dunque le virtù erano state comandate a provocare la lotta nei Cieli, erano state create Divinità degli ostacoli, le conseguenze delle loro azioni sʼinsinuarono ora nel corpo astrale umano, e qui ebbero un significato diverso; qui significano la possibilità dellʼerrore e la possibilità del male. Oramai lʼuomo aveva acquistato la possibilità dellʼerrore e la possibilità del male, ma al tempo stesso anche la possibilità dʼinnalzarsi per forza propria al di sopra dellʼerrore e al di sopra del male».

Può forse stupire – e lʼeleusinio amico Trittolemo nella nostra conversazione di mesi fa in effetti se ne stupì assai – che le Celesti Gerarchie abbiano sì coscienza sovrasensibile, illimitata sapienza e travolgente potenza, ma non conoscano autocoscienza e libertà, eppure proprio così è. In questo, la sapienza indiana – sia il Sanatana Dharma hindù, che il Saddharma buddhista, che il Jainismo di Mahavira – concordano assolutamente con quanto afferma la Scienza dello Spirito, ossia che la condizione umana è suprema, potendo egli liberamente realizzare lʼAssoluto, lʼIncondizionato, mentre gli stessi Dèi – gli esseri delle Celesti Gerarchie, per conoscere il mondo in concetti e sperimentare la libertà, devono incarnarsi sulla Terra come uomini, o attendere che un giorno lʼUomo, liberatosi da ogni condizione limitante, si faccia emanatore della libertà, e addirittura – come scrive Massimo Scaligero ne LʼUomo Interiore – liberatore di altri mondi. Questo è la ragione precipua per cui – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche lʼUomo è la mèta delle Gerarchie. E non viceversa. Ma, poiché a molti spiritualisti, anche a seguaci della Scienza dello Spirito, la cosa risulta di difficilissima comprensione – ed in effetti, essa lo è sempre stata, altrimenti il Manicheismo non sarebbe sorto, e non sarebbe stato così spietatamente perseguitato – giova riportare le esplicite, inequivocabili parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che più chiare non potrebbero essere. Anche a costo di esser pedantemente antologico, trascrivo quanto Rudolf Steiner afferma a p. 154:

«Vediamo così che sotto un certo riguardo soltanto per il fatto che le virtù ricevettero quellʼordine, fu data allʼuomo la possibilità di raggiungere per forza propria la mèta che neppure i più elevati serafini potevano raggiungere per forza propria. Questo è lʼessenziale. Serafini, cherubini e troni non possono assolutamente agire altrimenti che seguendo direttamente gli impulsi dati dalla Divinità. Nemmeno le dominazioni e tutta la seconda gerarchia possono agire diversamente. Delle virtù una parte ricevette il comando di opporsi allʼevoluzione; dunque anche le virtù, che per così dire si frapposero come ostacolo sulla via dellʼevoluzione, non potevano fare altro che che seguire i comandi divini. Anche in quello che si potrebbe chiamare lʼorigine del male, anche in ciò eseguiscono il volere divino. Facendosi serve del male, compiono il volere divino il quale, attraverso il male, vuole sviluppare il più forte bene. Se discendiamo ora alle entità che chiamiamo potestà, anchʼesse, da sé non avrebbero potuto divenire «cattive» per forza propria; neppure gli spiriti della personalità e neppure gli spiriti del fuoco. Quando questi infatti erano uomini sul Sole, le virtù non avevano ancora ricevuto quel comando, e non esisteva ancora la possibilità di diventare cattivi. I primi che ebbero la possibilità di diventare cattivi, furono gli angeli, perché questa possibilità cominciò ad esistere soltanto a partire dallʼevoluzione lunare. Fu allora, tra lʼevoluzione del Sole e quella della Luna, che si svolse la lotta celeste. Una parte degli angeli rifiutò questa possibilità, non si lasciò per così dire sedurre dalle forze che dovevano introdurre degli ostacoli, e serbarono fedeltà allʼantica natura. Così fino agli angeli, e ancora in una parte di essi, troviamo entità delle gerarchie spirituali che non possono assolutamente far altro che seguire il volere divino, per le quali non vi è possibilità di derogare dal volere divino. Questo è lʼessenziale».

Risulta chiaro, da quanto esposto da Rudolf Steiner, come nella scala delle Gerarchie neppure le più alte – anzi soprattutto le più alte – non conoscano né attuino la libertà, che rimane per esse, per lo meno attualmente, un mistero. Quanto alla Gerarchia degli Angeli veri e propri – quella che sta immediatamente al di sopra del grado umano – una parte rimase fedele allʼantico rapporto col Divino – rapporto di assoluta conformità al volere divino, non certo di libertà – mentre unʼaltra accolse in sé lʼazione di ostacolante opposizione degli Spiriti del Movimento, o Virtù-Dynameis. Ma è evidente che anche questa parte della schiera angelica dovette “scegliere” di accogliere una tale azione oppositrice, altrimenti lʼintero piano divino in funzione dellʼuomo e della sua attuazione della libertà sarebbe fallito. In altre opere, infatti, Rudolf Steiner afferma che questi Angeli, per così dire “deviati”, avevano lʼimpulso ad essere “istigatori” della libertà, e non erano essi stessi liberi. Si può dire che la loro “ribellione” fosse stata programmata e voluta dal Divino stesso, al fine di permettere allʼuomo di compiere lui stesso, e non loro, lʼesperienza della libertà. In realtà, sia gli Angeli “fedeli”, sia quelli “ribelli”, obbedivano, sia pure in maniera diversa, al comando divino. Infatti, se leggiamo quanto scritto nel paragrafo successivo, sempre a p. 155, la cosa apparirà immediatamente chiara:

«Giungiamo ora a due categorie di entità: anzitutto agli angeli che si sono precipitati nella corrente prodotta dalle virtù durante la lotta nei cieli; sono quelli che, a cagione delle loro azioni seguenti, chiamiamo esseri luciferici. In seguito, durante lʼevoluzione terrestre, queste entità si accostarono al corpo astrale dellʼuomo e gli diedero la possibilità del male, ma insieme anche quella di svilupparsi per propria libera forza. In tutta la scala delle gerarchie troviamo così la possibilità della libertà [si noti bene la possibilità della libertà, non ancora la libertà] solo in una parte degli angeli e negli uomini. Per così dire nella schiera degli angeli comincia la possibilità della libertà, ma solo nellʼuomo essa si sviluppa del tutto e nel giusto modo».

Ora, per non prolungare eccessivamente, abusando ulteriormente della paziente e diligente buona volontà del candido lettore, la presente esposizione, mi limiterò – abbreviando a malincuore – a riportare solo alcune delle parole più rilevanti, connesse col nostro tema, di Rudolf Steiner, che possiamo leggere alle pp. 160-161:

«Abbiamo dunque nellʼuomo un membro delle nostre gerarchie e lo vediamo differire grandemente dagli altri. Vediamo come la condizione dellʼuomo sia diversa da quella dei serafini, cherubini e troni, diversa dalle dominazioni, virtù e potestà, diversa anche da quella degli spiriti della personalità o principati, degli spiriti del fuoco o arcangeli, e di una parte degli angeli. Se si guarda al futuro lʼuomo può dirsi: io sono chiamato a cercare nella mia più profondainteriorità tutto quello che mi spinge allʼazione, e non nella vista della Divinità, come i serafini. […]

Con ciò vediamo pure come in realtà lʼevoluzione universale non si ripeta semplicemente, ma accolga in sé del nuovo, perché unʼumanità quale la vive lʼuomo non era ancora mai esistita, né fra gli angeli, né fra gli arcangeli, né fra i principati. Tocca allʼuomo compiere una missione completamente nuova nel mondo, la missione che abbiamo ora caratterizzata. Per compierla è disceso nel mondo terreno, e come libero aiutatore è sorto nel mondo il Cristo, non come un Dio che agisce dallʼalto, ma come il primogenito fra molti.

Solo così comprendiamo tutta la dignità e lʼimportanza dellʼuomo tra i membri delle nostre gerarchie, e guardando verso lo splendore e la grandezza delle gerarchie superiori, possiamo dirci: Siano esse pur grandi, siano esse pur sagge e buone tanto da non poter mai deviare dalla retta via, grande è pure la missione dellʼuomo, poiché egli deve portare nel mondo la libertà, e con la libertà quello che si chiama amore, nel vero senso della parola. Senza libertà, lʼamore è infatti impossibile. Un essere che sia incondizionatamente costretto a seguire un impulso, lo segue senzʼaltro; ma per un essere che può anche agire in modo diverso, vi può essere una sola forza motrice: lʼamore. Libertà e amore sono due poli tra loro connessi».

La realizzazione dellʼimpulso alla Conoscenza e alla Libertà è stata nei millenni la caratteristica della stirpe cainita, e non avrebbe mai potuto realizzarsi a partire dalla stirpe abelita, la cui caratteristica fondamentale è stata non la Conoscenza ma la fede nella Rivelazione, non la Libertà ma la Legge, conformità a quanto emanava da Jahve-Jehova, ossia dallʼEloha o Eloah che scelse come sua sede la Luna. Tuttavia, ambedue glʼimpulsi sono stati necessari alla realizzazione di quel còmpito che lʼAssoluto volle dare agli Dèi, ossia agli esseri delle Gerarchie Celesti. Le note del presente studio sono state altresì redatte e pubblicate per rettificare idee pericolosamente errate – come mostrato su questo temerario blog in un mio precedente studio – circa la cosmologia della Scienza dello Spirito in generale, e in particolare lʼerrata identificazione di Lucifero con lʼEloha lunare Jahve-Jehova, apparse in una serie di libri pubblicati da una casa editrice romana sotto lʼeteronimo di Orao. Tali idee errate possono avere conseguenze esiziali per il ricercatore spirituale, che acriticamente le accolga come vere, e generare dubbi paralizzatori della volontà, nonché una immagine caricaturale dello Spirituale, una superstizione che agisce in maniera distruttiva nellʼanima del ricercatore spirituale e nel mondo, e che deve essere respinta, perché il Maestro dei Nuovi Tempi così si esprime in Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, trad. di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, nel capitolo Il sentiero della conoscenza, p. 149:

«Svaniscono i dubbi che ancora potevano sorgere in lui riguardo allo spirito, poiché dubitare può soltanto chi sia ingannato dalle cose sul conto dello spirito che opera in esse. Poiché il «discepolo della saggezza» può comunicare con lo spirito stesso, scompare in lui anche ogni falsa immagine che se nʼera fatta prima. La falsa immagine in cui ci si rappresenta lo spirito è superstizione. Lʼiniziato è al di sopra di ogni superstizione, perché conosce quale sia il vero aspetto dello spirito. Lʼaffrancamento dai pregiudizi della persona, del dubbio e della superstizione è il contrassegno di chi, sul «sentiero della conoscenza», sia salito al grado di discepolo».

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La tredicesima parte concluderà questo lungo studio, ed il lettore verrà ricompensato della sua pazienza da una piccola “sorpresa”, che spero sarà gradita.

 

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. UNDICESIMA PARTE.

Quella che Rudolf Steiner chiama ‘Leggenda del Tempio’ o ‘Leggenda Aurea’ è un capitolo di estrema importanza della Scienza dello Spirito, ed un contenuto di meditazione tra i più profondi che siano mai stati donati al ricercatore spirituale. Sin dai primi anni del suo magistero pubblico di Istruttore spirituale – sùbito dopo la svolta tra il secolo XIX e il XX – egli ne parlò e la espose ripetutamente all’interno della ‘Esoterische Schule’, di quella ‘Scuola Esoterica’, ch’egli volle formare all’interno della cerchia prima teosofica e poi – dopo la rottura con Mrs. Annie Besant e il distacco dalla Società Teosofica di Adyar, fondata nel 1875 da Helena Petrovna Blavatsky – antroposofica. Ne parlò più volte nella prima Sezione della ‘Scuola Esoterica’, soprattutto in preparazione di quella che avrebbe dovuto essere l’istituzione ‘cultico-conoscitiva’, ossia della seconda e terza Sezione della ‘Scuola’ stessa, le quali costituivano la cosiddetta ‘Mystica Aeterna’, della quale ho già avuto modo di scrivere su questo animoso e temerario blog.

L’importanza di tale ‘Leggenda’ sta nel mostrare in maniera evidente la radicale differenza, la polarità oppositiva, tra due diverse e, appunto, opposte modalità di accostamento alla ‘Conoscenza’. Ossia, la differenza tra un ‘passivo accoglimento’ della ‘Conoscenza’, come Saggezza sperimentata in uno stato di coscienza sognante, ‘rivelata’ dall’«Alto», e precisamente dall’Eloha, Reggente della Luna, Jahve o Jehova, come nel caso di Abele-Seth, e la ‘attiva volitiva conquista’ di una ‘Conoscenza’, come Sapienza conquistata in maniera cosciente, elaborata dal «basso», con forze puramente umane, accese in Caino e nella sua stirpe dall’Eloha solare, che nella leggenda delle origini si era congiunto con Eva, la Madre dei viventi.

Abbiamo visto, nelle parti precedenti del presente studio, come la ‘missione’ dell’uomo sia quella d’inverare Autocoscienza, Libertà e Amore, e questo può realizzare unicamente un uomo che – secondo l’eloquente espressione di Rudolf Steiner – «si regga sulle sue gambe», e che quindi non dipenda, deludentemente, dagli Dèi che lo hanno generato, ma che si scelga e si costruisca da solo la propria Via, il proprio destino, e sia l’autonomo intuitore e creatore dei motivi delle proprie azioni, dei propri ideali. Tali ideali egli perseguirà, non perché obbedirà a ‘verità rivelate’ e a ‘comandamenti divini’, trasmessi da una qualsivoglia confessione religiosa, bensì in libertà e per amore: con slancio, entusiasmo, uniti a consapevolezza della Mèta – di quella che il Buddha Shakyamuni chiamava la “Eccelsa Mèta” – e pertinace volontà. Quindi intensa, ben ‘sveglia’, volitiva, attivamente conquistata, percezione cosciente della realtà, e non una percezione sognante – che può anche avere caratteri di grandiosità – non una passiva recezione di una saggezza ‘concessa’ da Entità sovrumane, che all’uomo tutto posson dare, fuorché la Libertà ed una Autocoscienza autonoma, fondata esclusivamente su se stessa, e non su di loro. E talvolta – come ammoniva la Sapienza ellenica – l’uomo deve guardarsi dalla ‘invidia’ e dalla ‘gelosia’ degli Dèi. Questa la differenza radicale tra la visione spirituale del mondo ‘cainita’ e quella ‘abelita’.

Quella che, ora, viene qui proposta è l’esposizione della ‘Leggenda del Tempio’, che Rudolf Steiner fece all’interno della ristretta cerchia della sua Scuola Esoterica, in particolar modo all’interno della ‘Sezione cultico-conoscitiva’, ossia della ‘Mystica Aeterna’. La versione qui proposta è inedita in italiano, ed è stata tradotta dal sottoscritto. Per scrupolo di esattezza e di fedeltà nei confronti di contenuti così delicati, cosciente della mia abilità men che mediocre nella lingua tedesca, ho voluto far rivedere la traduzione da me eseguita al mio ‘eleusinio’ amico ‘Trittolemo, che qui vivamente ringrazio, e al quale devo altresì la trasmissione del testo originale tedesco della versione della ‘Leggenda del Tempio’, che qui viene presentata. Come scrive J. Emmanuel Zeylmans van Emmichoven in Die Erkraftung des Herzens, Verlag des Ita Wegman Institut, Stuttgart, 2009, p 118: 

«Questa Leggenda del Tempio risale al tardo Medioevo, e fu per secoli patrimonio d’insegnamento occulto della Frammassoneria, sino agli inizi del XIX secolo allorché venne pubblicata. Nel già menzionato libro Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, GA-265, Dornach, 1987 [Per la storia e dai contenuti della sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914], e già in un precedente volume, Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, GA-93, 3. Aufl., Dornach, 1991 [La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica di misteri passati e futuri dell’evoluzione dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica], il Rudolf Stener Archiv ha riunito tutto quello che nel Rudolf Steiner Nachlass e anche altrove si può trovare in relazione a questo tema. Se si studia questo ingente materiale (si tratta quasi di 900 pagine), si può facilmente dimenticare, che non si tratta di documenti da studiare, bensì di contenuti da esercitare. Il molto sapere esteriore, del quale ci si può impadronire attraverso questi libri, non è affatto di aiuto per un discepolato occulto, anzi è piuttosto di ostacolo, perché stimola l’intelletto, invece di mettere in movimento il processo immaginativo.

Nel caso della Leggenda del Tempio, che qui viene riprodotta in una versione, che è stata tramandata da Maria Röschl, si può stabilire la differenza tra stimolazione dell’intelletto (lo «studiare») e lo stesso «esercitare».

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«La leggenda del Tempio 
All’inizio dell’evoluzione terrestre uno degli Spiriti del Fuoco del regno solare si congiunse con Eva, la Madre primordiale di tutti i viventi, e generò con lei Caino. Jehova creò Adamo. Questi si congiunse con Eva e sorse Abele. Tra Caino e Abele operò una contrapposizione, giacché  Caino, come figlio di uno Spirito del Fuoco, aveva saltato l’evoluzione lunare, mentre Abele portava in sé tutti i gradini dell’evoluzione. Caino era agricoltore, si conquistava i frutti della terra. Abele era pastore, badava agli animali che gli erano dati. Allorché ambedue ebbero presentato a Jehova il loro sacrificio ricavato dal loro lavoro, il sacrificio di Abele venne accettato, non però quello di Caino, il fumo del suo sacrificio venne rigettato. Perciò Caino uccise Abele.

Al posto di Abele, Jehova dette alla coppia di genitori, Adamo ed Eva, Seth, che aveva la stessa natura di Abele.

I discendenti di Abele-Seth erano i portatori della chiaroveggenza, sperimentata immaginativamente, non così quelli di Caino. Questi volsero le loro forze all’elaborazione della terra e alla formazione dell’umanità. Così Enoch insegnò agli uomini l’arte di lavorare le pietre e di erigere case, di organizzare la convivenza sociale. Methusael ideò le lettere dell’alfabeto e scrisse i libri del Tao, che Lamech conservò. Questi libri contenevano in una forma incomprensibile ai non-iniziati la Sapienza primordiale dell’umanità. Jubal inventò gli strumenti musicali, Tubalcain aveva insegnato la lavorazione dei metalli e del bronzo.

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Il re Salomone aveva sviluppato i doni dei suoi antenati [sc. di Abele-Seth] in grado particolarmente elevato attraverso la sua elevata saggezza e la sua forza di veggenza, egli poteva sapere esattamente come dovesse apparire il Tempio ch’egli voleva edificare – in quanto opera terrestre a lui era però impossibile costruirlo. A ciò gli occorreva l’aiuto di un figlio di Caino, e lo trovò nell’architetto Hiram Abif o Adoniram di Tiro. Questi venne ed eseguì il progetto del Tempio di Salomone. 

La fama della saggezza e della ricchezza e potenza di Salomone era penetrata così lontano, che la regina di Saba concepì il desiderio, di vederlo. Così ella venne e scorse Salomone sedere sul suo trono, che era un capolavoro d’oro ed avorio. Su questo trono, sedendo immobile nella più preziosa veste, egli apparve apparve alla Regina di Saba stessa come una inanimata opera d’arte, cosicché ella si avvicinò e soltanto al toccarlo scoprì, ch’era vivo, e non era affatto un idolo. Le venne mostrato tutta la magnificenza e la ricchezza di Salomone, e allorché conobbe la sua saggezza, ella gli si promise in sposa.

Allorché venne condotta nel Tempio, ella si stupì di quest’opera e ottenne di vedere l’architetto. Venne chiamato Hiram. Questi fece una profonda impressione su di lei, che si rafforzò ancor più, allorché egli mediante il semplice sollevare il suo martello schierò tutti gli operai attorno a sé. La Regina di Saba, la rappresentante della sapienza stellare e dell’anima dell’umanità, sentì che lei e Hiram si appartenevano reciprocamente, e rifletté a come potesse sciogliere il suo fidanzamento con Salomone.

Allorché un giorno ella uscì davanti alle porte della città con la sua nutrice, discese improvvisamente il sacro uccello Had-Had. In quel momento Hiram le incontrò. La profetica nutrice indicò ciò come il fatto che i due erano reciprocamente destinati per fato. Presto la Regina di Saba riuscì a prendere dal dito di Salomone l’anello di fidanzamento, mentre questi era ubriaco.

Hiram Abif aveva nella costruzione del Tempio tre compagni, che esigevano da lui il grado di Maestro. Tuttavia essi avevano mostrato la propria inabilità, tagliando troppo corta una insostituibile trave per la costruzione del Tempio. Hiram poté mutare questa sventura in bene, per il fatto che egli attraverso le sue forze particolari aveva potuto allungare la trave nella giusta lunghezza. Perciò egli rifiutò ai compagni il grado di Maestro. Essi meditarono per vendetta come poter rovinare Hiram Abif. Salomone sapeva del pericolo che incombeva sul suo Architetto, ma divenendo sempre più geloso della Regina di Saba, non fece nulla per proteggere Hiram.

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Il completamento della costruzione del Tempio doveva essere coronato mediante un’opera, nella quale Hiram Abif pensava di riconciliare la tensione e l’inimicizia dei figli di Caino e di quelli di Abele. Questa era «il Mare di Bronzo», la cui fusione metallica  dei sette metalli (piombo, stagno, ferro, oro, rame, mercurio e argento) doveva essere mischiata all’acqua, il metallo della Terra, così che la fusione finita doveva essere completamente trasparente. Questa fusione venne compiuta sino all’ultima fase, la quale come momento culminante della festa in presenza dell’intera corte e della Regina di Saba doveva essere compiuta come coronamento conclusivo dell’opera di Hiram. La corte era riunita. Allora i tre compagni traditori, che avevano il còmpito di completare l’ultima parte, aggiunsero l’acqua in maniera errata, invece di diventare trasparente, la fusione esplose in fiamme devastanti. Il fiume di fuoco si riversò sul luogo, la corte fuggì, e Hiram Abif dovette vedere annientata la sua opera.

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Allora egli udì una voce chiamare dalle fiamme: «Non temere! Gettati nel fuoco, tu sei invulnerabile!». Egli si gettò nelle fiamme e raggiunse, guidato dal suo antenato Tubalcain, il centro della Terra, là egli scorse il suo avo primevo Caino, il primo uomo terrrestre. Questi gli dette il Triangolo d’Oro con la Parola di Maestro. A metà strada verso l’alto, Tubalcain gli consegnò un martello e gli prescrisse di toccare con quello la fusione del Mare di Bronzo. Ritornato sulla superficie terrestre, Hiram Abif toccò col martello di Tubalcain la sua opera distrutta, e la fusione risorse nella completa trasparenza della sua perfezione.

***

Hiram volle vedere la sua opera, il Tempio, per l’ultima volta, e vi si recò di notte. Là gli si erano appostati i falsi compagni. Il primo lo colpì presso ad una porta sulla tempia sinistra, cosicché il sangue si riversò fin sulla spalla. Hiram si diresse alla seconda porta per abbandonare il Tempio. Là gli inflisse il secondo compagno un colpo sulla tempia destra, sì che il sangue scorse fin sulla spalla. Si diresse alla terza porta. Là lo colse sulla fronte il colpo del terzo compagno, cosicché stramazzò. I compagni fuggirono. Egli si trascinò ancora fin presso ad un pozzo, nel quale gettò il Triangolo d’Oro. Poi spirò. I tre compagni seppellirono il suo cadavere. 

Così la Parola di Maestro con Hiram Abif era andata perduta, i compagni non l’avevano ricevuta. Ai sapienti era noto, che dalla tomba di un Iniziato cresceva un albero di acacia. Essi decisero di tacere durante la ricerca della salma di Hiram. La prima parola che venisse allora pronunciata, avrebbe dovuto essere la nuova Parola di Maestro. Allorché, dopo molto penare, venne trovato il cadavere, in quell’istante ad uno di loro sfuggì la parola: Mach-ben-ach, che significa: «lo spirituale-animico si è separato dal fisico-corporeo», «il figlio terrestre del dolore». Questa fu accolta come nuova Parola di Maestro.

Venne cercato poi il Triangolo d’Oro e fu trovato nel pozzo. Sul triangolo fu posta una pietra cubica con i dieci comandamenti, e così venne segretamente murata nel Tempio.

*** 

Hiram Abif rinacque come Lazzaro e così divenne colui, che per primo fu iniziato dal Christo. Con lui venne istituita la corrente del centro, che stava tra la corrente di Caino e quella di Abele. La corrente di Caino nel corso dei tempi trovò i suoi principali rappresentanti nella F. (corrente della Frammassoneria), mentre l’abelismo trovò la sua espressione nella corrente sacerdotale, della chiesa (cattolica). Ambedue le correnti rimasero reciprocamente fortemente nemiche. Solo una volta esse si riunirono in concordia: nel loro odio contro la corrente del centro. Il risultato di questa concorde unione di ambedue le correnti, altrimenti nemiche, fu la distruzione del Johannesbaum (Goetheanum)».

Si può notare come, in chiusura della sopra riportata versione della “leggenda”, quella trasmessaci da Maria Röschl, Rudolf Steiner metta in relazione la stessa Leggenda del Tempio con il Goetheanum, e addirittura proprio con le due correnti – pur ancor sempre tra loro nemiche – che si sarebbero messe insieme e alleate per la distruzione del Goetheanum stesso, avvenuta nella tragica notte di San Silvestro del 1922. In effetti, si deve considerare che, oggi, sia la corrente ‘abelita’, che quella ‘cainita’, presentano aspetti sia positivi che negativi. Ovvero, detto più chiaramente, e con un riferimento storico più attuale, a partire da ambedue le correnti originarie, che hanno attraversato la storia dell’umanità, si sono generate correnti figlieprogredienti e positive, e correnti ‘figliastre’ regredienti e negative.

Partendo dalla descrizione di un’esperienza spirituale avuta dal giovanissimo Rudolf Steiner, descritta da Hella Wiesberger in Rudolf Steiners Lebenswerk in seiner Wirklichkeit ist sein Lebensgang, un profondo studio – una disamina che è un vero e proprio saggio esaustivo – apparso nella bellissima e importante rivista del Lascito’ di Rudolf Steiner, e precisamente nei numeri 49/50 (Pasqua 1975) e 51/52 (S. Michele 1975), dei Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtausgabe, Veröffentlichungen aus dem Archiv der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, tradotto in italiano da Stefano Pederiva, e pubblicato dalla Editrice Antroposofica di Milano, nel 1984, col titolo L’opera di Rudolf Steiner nella sua realtà è la sua vita, ma che, per mio personale esercizio, preferisco ritradurre, troviamo la chiave per la comprensione di una simile nefasta e nefanda ‘alleanza, attuata dalle correnti involutive e degenerescenti delle suddette due correnti ‘abelitae ‘cainita, la quale, prima, nel secolo XIX, portò all’assassinio di Kaspar Hauser, e di conseguenza al fallimento della sua ‘graalica missione in Europa centrale, e, poi, nel XX secolo, alla distruzione del Goetheanum, nonché al tentativo di brutale ‘eradicazione della Scienza dello Spirito dalla faccia della Terra e dall’evoluzione spirituale dell’uomo. Nella prima parte del suo studio, Die drei Jahre 1879 bis 1882 als eigentliche Geburts-Zeit der anthroposophischen Geisteswissenschaft, ossia I tre anni dal 1879 al 1882 come periodo di nascita della Scienza dello Spirito antroposofica, in un capitoletto, Der biographische Entstehungsmoment der Zeit-Erkenntnisovvero Il momento biografico del sorgere della conoscenza del tempo, pp. 15-23, e nel successivo Die Zeit-Erkenntnis als «Grundnerv» des anthroposophischen Forschungsanfange, La conoscenza del tempo come «nerbo fondamentale» del principio della ricerca antroposofica, pp. 24-28, Hella Wiesberger mette in evidenza quanto sia fondamentale l’esperienza del giovanissimo Rudolf Steiner riguardante la doppia corrente del tempo per tutta la futura concezione antroposofica ch’egli porterà nel mondo, allorché assumerà la funzione pubblica di Istruttore di coloro che anelavano ad una concreta e scientifica visione spirituale del mondo, e all’Iniziazione.

Secondo la visione rosicruciana–  e, nel prosieguo, vedremo anche manicheadel tempo, vi è una doppia corrente di questo: una progrediente ed evolvente dal passato verso il futuro, ed un’altra regrediente ed involvente, in senso inverso, dal futuro verso il passato. A questa esperienza, direttamente vissuta dal Dottore già nella sua adolescenza, allude Édouard Schuré, come viene riportato in Beiträge zur Rudolf Steiner-Gesamtausgabe, Nr. 42/Estate 1973, ove – secondo la traduzione più letterale possibile che ne faccio –  leggiamo:

«Von dieser Doppelbewegung hatte der junge Steiner seit seinem 18. Jahre ein unmittelbares Gefühl», ossia, traducendo alla lettera: «Di questo doppio movimento il giovane Rudolf Steiner ebbe, nel suo 18° anno, un sentimento immediato».

Di questa percezione peculiare – che era ben più di un semplice sentimento, sia pure profondo, di come afferma qui Schuré – contemplata nell’esperienza spirituale diretta, parlò Rudolf Steiner in uno scritto ch’egli redasse proprio per Édouard Schuré, il quale in seguito con ogni evidenza vi attinse, mentre era suo ospite nel 1907 a Barr, in Alsazia. Questo documento autografo di Rudolf Steiner venne pubblicato dal Lascito sia nella citata rivista «Beiträge zur Rudolf Steiner-Gesamtausgabe», Nr. 13/Pasqua 1965, che in Rudolf Steiner — Marie Steiner-von Sivers. Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-Nr. 262, ossia nell’ Epistolario tra il Dottore e la sua fedele collaboratrice, Marie Steiner. In quel prezioso documento, infatti, possiamo leggere: 

«In dieser Zeit fiel und das gehört schon zu den äußeren okkulten Einflüssen die völlige Klarheit über die Vorstellung der Zeit. Diese Erkenntnis stand mit den Studien in keinem Zusammenhang und wurde ganz aus dem okkulten Leben her dirigiert. Es war die Erkenntnis, daß es eine mit der vorwärtsgehenden interferierende rückwärtsgehende Evolution gibt – die okkult-astrale. Diese Erkenntnis ist die Bedingung für das geistige Schauen». 

«In questo periodo, – e ciò appartiene già alle influenze occulte esteriori – cadeva la piena chiarezza circa la rappresentazione del tempo. Questa conoscenza non stava in alcun rapporto con gli studi e venne diretta completamente a partire dalla vita occulta. Era la conoscenza, che con una evoluzione progrediente vi è una interferente evoluzione regrediente – quella occulto-astrale. Questa conoscenza è la condizione per la visione spirituale».

Lo stesso Rudolf Steiner – come osserva sempre Hella Wiesberger a p. 15 del suo studio – parlò di questa esperienza spirituale del tempo in una conferenza biografica, ch’egli tenne a Berlino, all’epoca del suo distacco dalla Società Teosofica di Adyar, retta da Mrs. Annie Besant, il 4 febbraio 1913. Ivi, egli racconta : «[…] wie er von jener Meisterpersönlichkeit, der er in Wien zwischen seine Jahre begegnete, eingeführt wurde in jene «eigenartigen Strömungen, die durch die okkulte Welt gehen, die man nur erkennen kann, wenn man eine aufwärts- und eine abwärtsgehende Doppelströmung ins Auge faßt»

cioè:

«[…] come egli venisse introdotto da quella personalità, dal Maestro, ch’egli aveva incontrato tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno, «nelle peculiari correnti, che attraversano il mondo occulto, e che si possono riconoscere unicamente se con lo sguardo si coglie la doppia corrente, una ascendente e una discendente».

E che in questo caso si tratti proprio della doppia corrente del tempo – osserva Hella Wiesberger – risulta chiaramente dagli appunti che Rudolf Steiner aveva scritto in preparazione di quella conferenza berlinese. Infatti, nei suoi taccuini, egli scrive: «Doppelstrom der Zeit», «Doppelströmung des Werdens», ossia, «doppio flusso del tempo», e «doppia corrente del divenire».

Questa doppia corrente del tempo – ascendente e discendente – contemplata da un punto di vista cosmogonico, mostra l’esistenza di una tragica dualità, ossia di una necessitante, cogente, non libera, polarità che si verifica nel divenire del Cosmo tra evoluzione e involuzione. 

Il mistero, l’enigma, della dualità che vi è tra evoluzione e involuzione, che si manifesta – sia cosmologicamente che cosmogonicamente, nelle due contrapposte correnti del tempo: quella progrediente dal passato al futuro, e quella regrediente dal futuro verso il passato – in un cosmo nel quale vi è necessità, ma non ancora libertà, sta tutto nella legge costringente che stabilisce come sia impossibile che alcune entità spiritualmente si elevino, senza che altre sprofondino. Ossia, affinché alcune entità evolvano e progrediscano spiritualmente – in un Cosmo nel quale ancora non esiste libertà – è necessario, per ora inevitabile, ineluttabile, che altre entità involvano e regrediscano spiritualmente. In un Cosmo in cui domina la Legge, e nel quale ancora non son sorte Autocoscienza, Libertà e Amore, è appunto inevitabile, fatalità inesorabile, che il ravvivarsi della Lucerenda più dense le Tenebre, che tanto più si addensano quanto più la Luce, liberandosene e respingendole, vieppiù intensamente risplende.

Per questo motivo, possiamo scorgere come nel corso del tempo, dalla stessa corrente ‘sacerdotale’, ‘abelita’, sia potuta sorgere, evolutivamente, una mirabile Mistica cristiana come quella medievale renana, in Germania, con personalità come Meister Eckhart, Johannes Tauler, Heinrich Suso, pur provenienti da quell’Ordine domenicano in origine sorto per la distruzione del Cristianesimo cataro, nonché di ogni altra ‘eretica pravità’, santi come Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi, per citare solo alcuni nomi tra moltissimi. E possiamo, altresì, scorgere come, sempre nel volgere dei secoli – anche considerando soltanto quelli della nostra èra – dalla corrente ‘cainita’, ‘hiramitica’, siano potuto sorgere l’Ermetismo alessandrino, una personalità abbagliante come la sapiente filosofa neoplatonica, Iniziata, Epopta, e Ierofantide, Ipazia d’Alessandria, figlia del matematico Teone, la stessa tradizione alchemica dei ‘philosophi per ignem’, ossia i ‘filosofi mediante il fuoco ermetico’, con personalità come Arnaldo da VillanovaRaimondo Lullo, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Paracelso, Alexander Sethon, Michele Sendivoglio, detto, come il precedente, il ‘Cosmopolita’, per giungere alla tradizione ‘rosicruciana’ con Heinrich Kunrath, Adriano di Mynsicht, conosciuto come ‘Madathanus’, Michele Maier, in Germania, Robert Fludd, Thomas Vaughan, detto ‘Eugenio Filalete’, Ireneo Filalete, in Inghilterra, Federico Gualdi, Francesco Maria Santinelli, in Italia e nel XVIII secolo, Sincerus Renatus, il principe Raimondo di Sangro, il Conte di Cagliostro, il Conte di Saint-Germain. manifestazione dello stesso Christian Rosenkreutz.

Si ebbe persino il caso di personalità che pur appartenendo in origine ad Ordini religiosi, provenienti della stirpe ‘sacerdotale’, e quindi ‘abelita’, trovarono la connessione con la ‘cainita’ tradizione ermetico-alchemica, divenendo addirittura – come si dice in tale tradizione – dei ‘Maestri dell’Arte’, come nel caso di Giovanni Tritemio abate mitrato prima del monastero benedettino di Sponheim e poi di quello di Würtzburg, e Maestro del mio amato Enrico Cornelio Agrippa, l’autore del De occulta philosophia, vero ‘corpus philosophicum’ di tutta la sapienza ermetico-alchemica e kabbalistica dell’epoca, o nel caso di Basilio Valentino, anch’egli monaco benedettino del monastero di Erfurt, autore del Currus Triumphalis Antimonii, ovvero Il Carro trionfale dell’antimonio, dell’Azoth, e di altre mirabili opere, tenute tutte in somma stima dai ‘Maestri dell’Arte’.

Ma accanto a queste due correnti ‘evolventi’, ‘positive’, ‘progredienti’, sono presenti ed agenti altre due correnti, sempre più degenerescenti – ‘abelita’ l’una e ‘cainita’ l’altra – che si palesano come ‘involventi’, ‘negative’, ‘regredienti’. La corrente ‘abelita’ degenerata si manifesta principalmente nella Chiesa, nella quale vive – come afferma esplicitamente Rudolf Steiner – lo ‘spettro’ dell’antica romanità, non più vivente, e tuttavia recante nel morente mondo attuale il suo decadente impulso che, in forma irrigidita, cristallizzata, mummificata, si mescola come un veleno mortifero ad un nuovo mondo sorgente, per paralizzarne le forze, e possibilmente farne abortire la nascita. Rudolf Steiner caratterizza tale decadente impulso come quello che vuole «narcotizzare e distruggere nell’umanità l’anima cosciente». Perché per essa gli esseri umani han da esser tremule ‘pecorelle’, inscienti e irresponsabili, da condurre dai lor ‘pastori’ ad un sedicente ‘sicuro ovile’, ed esse devono essere anima e corpo, ma non spirito. L’elemento spirituale deve essere loro amministrato – e giuridicamente regolato secondo un diritto canonico che, appunto, non è altro che lo ‘spettro’ del non più vivente antico diritto romano – secondo una prassi sacramentale, della quale la gerarchia ecclesiastica si riserva il monopolio. Solo i sacramenti, da loro amministrati in regime di privativa e monopolio, possono – a loro dire – mettere l’uomo in comunione con lo Spirito, ma da questa comunione la Chiesa si riserva il diritto e il potere scomunicare i disobbedienti, i dissenzienti, gli ‘eretici’, ossia coloro che fanno una scelta, hàiresis, diversa da quella da lei stessa giuridicamente proclamata valida e costringente. Ciò ha portato allo sterminio degli Gnostici, dei Manichei, dei Catari, alla distruzione quasi totale della loro vasta letteratura, alla distruzione dell’Ordine dei Templari, agli innumerevoli ‘eretici’, morti martiri sui roghi, dopo gli orrori di indescrivibili torture. La forma estrema, addirittura parossistica di tale impulso di dominio temporale, sempre più mondano della Chiesa, lo si può osservare in tutto ciò che caratterizza la storia e la spregiudicata azione della Societas Jesu negli ultimi cinquecento anni.

L’involvente e degenerata corrente ‘cainita’, a sua volta, col decorso sempre più accelerato del Kali Yuga, della ‘età oscura’, si è manifestata nella decadenza di Ordini e Fratellanze occulte, a volte deviate anch’esse, come la Chiesa, in senso sempre più mondano, giungendo talvolta a degenerare in militante agnosticismo e materialismo, altre volte, invece, deviate in direzione di una ricerca di una oscura potenza magica, posta al servizio di un egoismo individuale o di gruppo. In ambedue i casi – come direbbe la mia sapiente amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma – «si è smarrita o dimenticata l’intenzione originaria». In tali casi, si può parlare non di semplice decadenza, bensì di un vero e proprio tradimento, del rovesciamento in senso antispirituale delle forze dell’Iniziazione, sino a trasformarsi progressivamente in una vera e propria ‘controiniziazione’. Di una tale degenerazione in senso agnostico e materialistico, oppure in senso magico ed egoistico, non si può certo far colpa all’impulso ‘cainita’ originario, che era ottimo, ma solo alla corrente involutiva di esso, che ha attuato l’inverarsi dell’adagio che dice: «corruptio optimi pessima», ossia che non vi è niente di peggio che il pervertimento e la corruzione di ciò che è migliore.

Quindi la differenziazione delle due diverse correnti – una evolutiva e un’altra involutiva – che si manifesta nelle due stirpi, ‘cainita’ e ‘abelita’, a sua volta ha dato luogo ad una ulteriore differenziazione all’interno delle suddette stirpi – secondo quel duplice movimento ascendente e discendente, o progrediente e regrediente, del tempo, del quale parlava Hella Wiesberger nel suo studio su Rudolf Steiner – ossia ambedue le stirpi in parte evolvono e in parte involvono. E questo per quella inesorabile legge secondo la quale l’ascensione e la purificazione verso il Bene e la Luce di alcuni, comporta la discesa e la degradazione verso il Male e la Tenebra di altri. L’avanzare veloce di alcuni ha come controparte il ritardatario rallentare e rimanere ‘indietro’, di altri. Ciò avviene perché il purificarsi è un liberarsi dal Male e dalla Tenebra, non è ancora – per ora – una trasformazione del Male in Bene, e della Tenebra in Luce. Rudolf Steiner descrive questo duplice movimento di ‘evoluzione-involuzione’, per esempio, là dove nel IV capitolo della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1978, intitolato L’evoluzione del mondo e l’uomo, parlando della differenziazione che si attua sull’Antico Sole, alle pp. 145-146, troviamo scritto:

«Per caratterizzare il corso ulteriore dell’evoluzione solare, dobbiamo richiamare l’attenzione sopra un fatto del divenire cosmico che è della massima importanza: quello cioè che, nel corso di un’epoca, non tutti gli esseri raggiungono la mèta della loro evoluzione; ve ne sono alcuni che restano indietro. Così, durante l’evoluzione saturnia, non tutti gli spiriti della personalità raggiunsero effettivamente lo stadio umano loro destinato nel modo sopradescritto; così pure non tutti i corpi fisici umani sviluppati su Saturno raggiunsero il grado di maturità adatto per essere capaci sul Sole di divenire veicolo di un corpo vitale indipendente. Ne viene come conseguenza che vi sono sul Sole degli esseri e delle forme che non sono adatte alle condizioni solari; essi devono ora ricuperare durante l’evoluzione solare ciò che hanno trascurato spiritualmente di fare su Saturno. Durante l’epoca solare si può quindi osservare spiritualmente che quando gli spiriti della saggezza cominciavano a far affluire il corpo vitale, il corpo del Sole in certo qual modo si offusca. Lo compenetrano delle formazioni che in realtà apparterrebbero ancora a Saturno; sono formazioni di calore che non hanno la capacità di condensarsi in aria nel modo giusto. Sono gli esseri umani che, rimasti indietro al gradino di Saturno non possono diventare il veicolo di un corpo vitale normalmente costituito».

Qui sta tutto il ‘mistero’ di ciò che ha portato ad esistenza nel mondo l’egoismo, e – come conseguenza – l’errore, la malattia, la morte e il male. Ma senza l’egoismo non vi sarebbe stata nessuna possibilità che l’uomo riuscisse nell’impresa di portare ad esistenza la libertà. Infatti le Entità spirituali che avevano generato, emanandolo dal proprio seno, l’essere umano potevano ‘educarlo’, o – servendosi di Spiriti dell’Ostacolo – ‘istigarlo’ alla libertà, non donargli la libertà. Infatti, la libertà può essere unicamente autonoma conquista, non un dono. Del resto, quelle Entità spirituali – sia regolari che irregolari – non potevano donargli una libertà che, in realtà, esse non possedevano e che si aspettavano da lui. Infatti, nemo dat quod non habet, ossia: nessuno può donare ad altri quel ch’egli stesso non possiede. Infatti, se tali Entità spirituali avessero posseduto Autocoscienza, Libertà, e Amore, non avrebbero avuto alcun bisogno di creare, emanandolo da se stesse, l’essere umano. L’uomo doveva passare dall’esperienza cruciale dell’egoismo. Il duplice aspetto dell’egoismo viene messo in luce da Rudolf Steiner nella nona conferenza de Die Theosophie des Rosenkreutzers, GA-99, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1962, pubblicata in italiano col titolo La Saggezza dei Rosacroce, trad. di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1959, pp. 95-96, ma che – data la delicatezza del tema e di talune espressioni in esso usate – preferisco ritradurre dal testo tedesco originale del Dottore. Infatti, a p. 97, leggiamo:

«Legoismo è qualcosa che ha due lati, uno eccellente [vortrefflich] e uno riprovevole [verwerflich]. Se, allora su Saturno e sui pianeti successivi non fosse stata piantata sempre di nuovo lessenza [Wesenheit] dell’egoismo, l’uomo mai sarebbe diventato un essere indipendente, capace di dire «Io» a se stesso. A partire dall’epoca di Saturno venne inoculata nella corporeità umana la quantità di forza che fa dell’uomo un essere indipendente, diverso da qualsiasi altro. Per questo dovettero operare gli spiriti dell’egoismo, gli Asura. Prescindendo da piccole differenze, ve ne sono di due tipi. Un tipo è quello di coloro che hanno sviluppato l’egoismo in maniera nobile e indipendente, che si è elevato sempre di più nella formazione del senso della libertà: questa è l’eccellente indipendenza [vortreffliche Selbständigkeit] dell’egoismo. Questi spiriti hanno guidato l’umanità lungo tutti i successivi pianeti. Essi sono gli educatori dell’uomo all’indipendenza [Selbständigkeit].

Ora vi sono su ogni pianeta anche spiriti tali, che sono rimasti indietro nell’evoluzione. Essi sono spiriti stazionari, non vollero progredire oltre [sie wollten nicht weiter]. Da questo fatto riconoscete una legge: allorché ciò che vi è di più eccellente [das Vortrefflichste] cade, quando compie il «grande peccato» di non seguire l’evoluzione, allora esso diventa addirittura ciò che vi è di peggiore [gerade das Schlechteste]. Il nobile senso della libertà viene trasformato nel suo contrario, nel più riprovevole abominio [Verwerflichkeit]. Questi sono gli Spiriti della Tentazione [Geister der Versuchung] – di difficile valutazione [schwer zu Betracht kommenden] – che inducono al riprovevole egoismo. Ancor oggi, questi malvagi spiriti di Saturno sono nel nostro ambiente. Tutto ciò che è malvagio trae forza da questi spiriti».

Questo è il prezzo – un prezzo invero ben elevato – che l’uomo paga per realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore: per attuare la missione che l’Assoluto dette agli Dèi, e per realizzarsi – secondo la parola di Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche – come «mèta delle Gerarchie». Questo perché tutte le entità dell’immensa scala dellessere sono appunto ‘legati’ a un tale ‘essere’, ossia esse ‘devono’ essere quello che sono, e – per ora – non possono essere né agire diversamente. Mentre l’uomo può essere non solo ‘libero’, ma anche agire come ‘liberatore’, perché come lapidariamente afferma Friedrich Schiller – citato da Peter Selg in Natura della volontà umana, in Rivista Antroposofia, Anno LXVI, N.1, Gennaio-Febbraio 2011, Editrice Antroposofica, Milano, p. 25 – «Tutti gli esseri devono qualcosa, mentre l’uomo è lunico essere che vuole», per cui – giustamente osserva sùbito dopo Peter Selg: «Si potrebbe dire che tutti gli esseri sono creature, mentre luomo è un creatore». Ossia, come scrive Massimo Scaligero nell’ottavo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, p. 27:

«Luomo deve farsi. Egli non è passivo ricettore dellesperienza terrestre, ma cooperatore del suo compiersi: che esige il tramutarsi di lui da creatura dipendente dalla natura a essere libero: i cui stati danimo non siano il giuoco della natura in lui, ma la presenza agitante dello spirito. Onde egli realizzi nella natura il proprio stato: la sopranatura.

Egli deve passare da creatura a essere che crea secondo il proprio principio, il Logos, ogni creatura vincolata alla condizione terrestre attendendo da lui la propria liberazione».

Ed è inevitabile richiamarsi ad una affermazione di Johann Gottlieb Fichte, tratta dal suo scritto Contributo per rettificare i giudizi del pubblico sulla Rivoluzione francese, 1793, che Rudolf Steiner amava citare spesso, che dice: «Luomo può ciò che egli deve; e se dice: Io non posso’, segno è che non vuole». Infatti, a coloro che obbiettavano che affrontare e soddisfare le alquanto esigenti richieste interiori poste nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, Rudolf Steiner rispondeva: «Uno non deve dire: non posso’, deve dire ‘non voglio». Ovvero – come direbbe la mia sapientissima amica Fang-pai, nobile figlia del Celeste Impero e Maestra del Dharma – «Là dove vi è una volontà, là vi è una Via»: una Via eroica, appunto. E la Via della Scienza dello Spirito indicata da Rudolf Steiner, da Giovanni Colazza, da Massimo Scaligero è – lo è radicalmente – una Via eroica.

Ma non solo gli esseri vincolati alla condizione terrestre – ossia le creature che si sono sacrificate, legandosi ai regni minerale, vegetale e animale della natura, affinché l’uomo potesse compiere l’esperienza della libertà – bensì tutte le Entità spirituali regolari ed irregolari attendono che l’uomo realizzi, conquistandola, la libertà e agisca, poi, come liberatore nei loro confronti. Per la stessa antica concezione indiana – sia brahmanica che buddhista – la posizione dell’essere umano, con la sua duplice natura mortale e immortale, è ‘suprema’, e gli Dèi medesimi, se vogliono conseguire ciò che in India vien chiamata mukti, o moksha, la liberazione, devono rinunciare al loro rango divino e incarnarsi sulla Terra come uomini: rinuncia, incarnazione, e umanazione, che – secondo l’insegnamento di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligeropochi tra i Numi hanno osato compiere: le altre Deità una tale liberazione la attendono dall’uomo liberatore di se stesso e di loro. Nel nostro Rinascimento, Pico della Mirandola, nel suo De hominis dignitate, pone anche lui, e per gli stessi motivi, la posizione dell’essere umano nella creazione e nel Cosmo come ‘suprema’.

La liberazione di tutti gli esseri, su qualunque gradino siano nella scala dell’essere – siano essi superiori o inferiori all’uomo, regolari o irregolari – è il più audace – addirittura nobilmente temerario – ideale del Buddhismo Mahâyâna e del Manicheismo. Nel Mahâyâna è l’ideale del Bodhisattva che conseguita la Prajñâpâramitâ, ossia la perfezione della Sapienza Trascendente, ma operando con Mahâkaruṇâ, con lIllimitata Compassione, decide di non accedere al Nirvâṇa, di rimanere nel Saṃsâra, ossia nel mondo dell’illusoria relatività, dominato da quella Mâyâ illudente e condizionante, la quale s’impone allessere umano poco consapevole, facendolo soffrire perché come scrive Massimo Scaligero nel decimo capitolo del su citato Trattato del Pensiero Vivente, p. 35:

«È il mondo che sfugge ancor più quando si crede di amare o di soffrire, o di bramare o di odiare, perché sono gli stati danimo e gli istinti in cui l’astrattezza del mondo, ossia la sua irrealtà, si è fatta potenza interiore, sete della vita riflessamente rappresentata e pensata: che è dire assunta nella sua inversione. Onde si crede di amare ciò che è limagine della continua perdita di una segreta capacità di amare, e si odia ciò che non risponde all’elemento di brama di questo illusorio amore».  

Il Bodhisattva fa voto solenne di non entrare nel Nirvâṇa, e di agire, invece, con ogni sua forza all’altrui salvezza: «sino a che l’ultimo granello di sabbia del Gange, l’ultimo filo d’erba, tutti gli esseri senzienti, sapienti o ignoranti, intelligenti o stolti, buoni o malvagi che siano, nessun escluso, non abbiano raggiunto l’Illuminazione». A sua volta, il Manicheismo ha, come suo più audace ideale, quello di superare la dualità tra Spirito e Materia, tra Luce e Tenebra, tra Bene e Male: trasformando la Materia in Spirito, la Tenebra in Luce, il Male in un più grande Bene. Per cui l’asceta dei nuovi tempi, nella preghiera autenticamente christica, non chiederà più: ‘liberaci da Male’, consapevole che del Male del quale egli si libera, altri ne saranno preda, bensì conquisterà Saggezza e Forza per la spiritualizzazione del Male stesso dentro la propria anima, operando altresì sacrificalmente a liberare di un tale schiacciante peso coloro che ne sono oppressi.

Abbiamo visto come Rudolf Steiner, nella versione della Leggenda del Tempio qui da me tradotta, parli della figura di Hiram, rinato in Lazzaro-Giovanni, come quella di colui che per primo venne iniziato dal Christo – e come di colui attraverso il quale venne costituita quella ‘corrente del centro’, che sta in una posizione intermedia tra la corrente cainita e quella abelita, conciliando così le due polarità contrapposte. In tal modo, nella Via rosicruciana che ne scaturisce, viene superato il dualismo tra fede e scienza, tra libertà e necessità, tra mondo esteriore e mondo interiore, tra conoscenza e moralità, e prepara al quel superamento e trasmutazione del Male in Bene, che si realizza radicalmente nella Via del Graal: come Massimo Scaligero ha indicato col suo insegnamento, e realizzato nella sua vita. In prosieguo di questo studio, verrà approfondito e completato questo tema, mettendolo sempre più in relazione col Mistero del Golgotha, con la ‘Via rosicruciana’ e con la ‘Via del Graal’.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. DECIMA PARTE.

Mi scuso doverosamente col benevolo lettore per la mia lunga latitanza da questo temerario blog, latitanza determinata da serie di ragioni indipendenti dalla mia volontà. Tuttavia, come potrà vedere il lettore, questo periodo non è stato infecondo, anzi il lavoro svolto potrà dare interessanti futuri risultati, che non mi sembrano trascurabili. Riprendo quindi la trattazione del tema, che mi sta a cuore.  

  ***

Da tutto quanto abbiamo visto sinora, possiamo constatare come, alla luce della Scienza dello Spirito, vi sia una radicale contrapposizione tra la visione spirituale del mondo propria della ‘stirpe jahvetico-abelita’ e quella propria, invece, della ‘stirpe dei Figli del Fuoco’, ossia della ‘stirpe cainita’. Questa contrapposizione, che – dal punto di vista della Scienza dello Spirito – potremmo goethianamente definire ‘polare’, naturalmente, nell’evoluzione dell’uomo e del cosmo ha avuta la sua ragion d’essere. Il che, tuttavia, non la rende, ancor oggi, meno aspra, pur nella sua giustificata necessità.

Al fin di rendere meno impervia la comprensione di una tale ‘polare contrapposizione’, e, di conseguenza, aiutare l’intuizione del libero ricercatore che, sola, può far penetrare, in totale autonomia, il ‘mistero’ dal quale tale aspra contrapposizione scaturisce, giova forse richiamare – una volta di più – le immagini del ‘mito’ del ‘Concilio degli Dèi’. Ora, secondo tale ‘mito’ – ‘mito’ vero, pur nella poeticità delle sue immagini – l’Assoluto Divino pose, all’origine dei tempi – dei ‘nostri tempi’, naturalmente, ché nell’Assoluto tempo non v’è – alle Celesti Gerarchie un còmpito da esse difficilmente attuabile e realizzabile: portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Còmpito invero arduo per esse, giacché esse stesse libere non erano affatto, essendovi in esse solo ‘necessità’, sia pure ‘metafisica’, e non libertà.

Più volte Massimo Scaligero, rievocando in incontri e riunioni tale primordiale ‘Concilio degli Dèi’, mise in evidenza come le Gerarchie divino-spirituali, e le Entità ad esse appartenenti, fossero, a vari gradi, ‘manifestazione’, immediata e necessitante, dell’Assoluto Divino, del quale esse erano e sono emanazione ed espressione. In quanto tali, esse, di per sé, non hanno autonomia rispetto all’Assoluto del quale sono, appunto, la manifestazione: sono legate all’essere, come ad una ‘funzione’ alla quale non possono – per ora – sottrarsi. Ad esempio gli Spiriti della Sapienza o della Saggezza non si può dire che abbiano ‘Sapienza’, bensì che essi sono ‘Sapienza’, e non possono, per ora, sottrarsi a tale loro immediato essere, per essere diversamente da come attualmente sono. E così gli Spiriti del Coraggio, dell’Armonia, e persino gli Spiriti dell’Amore. Le Entità divino-spirituali, in special modo quelle più elevate, hanno sì ‘coscienza sovrasensibile’‘onnipotenza’, assoluta ‘bontà’ e ‘moralità’, ma non conoscono, e non hanno ‘Autocoscienza’‘Libertà’, e ‘Amore’.

Così come tali elevate Gerarchie divino-spirituali, anche le Entità Avverse – gli Ostacolatori – non sono affatto libere. Le Entità Ostacolatrici svolgono, esse pure, un ‘còmpito’, una ‘funzione’ alla quale – per così dire – sono ‘assegnate’‘costrette’, senza potersi a tale cogente condizione minimamente sottrarre. Gli Spiriti dell’Ostacolo svolgono la loro assegnata ‘funzione’ in maniera inesorabile, con l’impersonale ‘necessità’ delle forze della Natura.

L’unica possibilità, in quell’esiodeo ‘Concilio degli Dèi’, che le celesti Gerarchie ebbero di attuare il còmpito loro assegnato dall’Assoluto, e di portare quindi ad esistenza la libertà, era di ‘creare’, ossia da se medesime ‘generare’‘emanare’, non ‘creare dal nulla’, un primordiale ‘Uomo Cosmico’, al quale tutte le suddette Gerarchie donassero, come effettivamente avvenne, parte della loro ‘essenza’, e che, quindi, di esse tutte egli fosse  una mirabile ‘sintesi’. L’Uomo Primordiale – l’Adàm Kadmòn della Kabbalàh israelitica e cristiana – possedeva in sé ‘sapienza’‘potenza’, e ‘moralità’ esattamente come le Celesti Gerarchie – gli ‘Eoni’ di quell’antica Gnosi, tanto calunniata, soprattutto quella abbagliante culminazione ch’essa ebbe in Mani, Gnosi caricaturalmente sfigurata e violentemente avversata dai Padri delle poco ‘cristiche’, ortodosse, Chiese cristiane – delle quali l’Uomo Primordiale era ‘emanazione’, ma come esse, appunto, egli non era, né poteva essere – perlomeno, non sùbito, non immediatamente, o non ancora – autocosciente e libero. Una conoscenza sovrasensibile, un atto morale, sorgevano in lui con la necessità immediata propria dei processi della Natura: così come nell’uomo oggi sorgono fame, sete, sonno, e tutta la serie immediata delle emozioni e degli istinti. L’Uomo primordiale era, in certo qual modo, un ‘automa spirituale’, e tale sarebbe eternamente rimasto – come un pupazzo, o una marionetta, appeso a fili a lui ignoti, e meccanicamente, seppur sottilmente, mosso da agenti a lui esterni – finché fosse rimasto nel seno di quelle Celesti Gerarchie che, emanandolo, lo avevano generato. Ma, come scrive Massimo Scaligero in Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 61, parlando dell’ineludibile còmpito che l’uomo ha di realizzare la più radicale autonomia,  la più incondizionata libertà, così ammonisce:

«L’autonomia profonda di simili forze è ciò che il principio cosciente, mediante il pensiero, dovrebbe realizzare come propria autonomia sul piano della coscienza di veglia. La dipendenza in effetto è, per il pensiero, la contraddizione con le Forze originarie. Giustamente, un tempo veniva insegnato che «Delude gli Dèi, colui che vuole dipendere dagli Dèi».

Perché l’Uomo è la mèta delle Gerarchie – come avverte Rudolf Steiner nelle Massime Antroposofiche – e non viceversa.  In questo senso, la posizione dell’Uomo è ‘suprema’, e ‘suprema’ è la sua dignità.

Per cui, l’Uomo Primordiale, l’Adàm Kadmòn, dovette venire ‘isolato’‘escluso’, e per così dire ‘espulso’ da quella ‘comunione’ con le Gerarchie, e con l’Assoluto, che costituisce – come ricorda Massimo Scaligero ne La Via della Volontà Solare, Fenomenologia dell’Uomo Interiore, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Roma, 1962, pp. 275-296 – quella ‘Quiete delle Gerarchie’ di cui parlava, nel Medioevo, la platonica Scuola di Chartres, e che Giovanni Colazza chiamava, con un’espressione di sapore estremo-orientale, taoista o chán, il ‘Riposo Divino’. Naturalmente, ‘fuori’ dell’Assoluto‘fuori’ dello Spirito, ossia ‘fuori’ dell’Uno, dell’Essere, a rigor di termini, niente è. Perché – come ammonisce Parmenide di Èlea nel suo Περί ΦύσεωςPerí Phýseos, nel suo De Rerum Natura – l’Essere 

ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, 

è, e non è possibile che non sia,

mentre 

il non-essere ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι,

non è, ed è necessario che non sia.

Quindi, a rigor di termini, solo apparentementeillusoriamente, l’Uomo Primordiale poteva essere ‘escluso’ dalla comunione con l’Infinito, con l’Assoluto. L’Uno, essendo ‘unico’, non può avere ‘fuori’ di sé né ‘altro’, né ‘altri’. Per cui la ‘unicità’ dell’Uno Unissimo – come veniva concepito nella Accademia Platonica d’Atene, perlomeno sino a che essa non venne soppressa nel 529 dall’infamissimo, intollerante, sacrilego e assassino, imperatore Giustiniano, violento persecutore dell’Ellenismo, del culto di Iside a Philae in Egitto, dei Manichei – non viene distrutta dal sorgere delle ‘apparenze’, le quali sono soltanto un illusorio ex-sistere, un mero ‘esistere’, non un autentico ‘essere’. Tale illusorio apparire incontestabilmente ‘esiste’, ma non ‘è’Est et non est, avrebbe detto, nel XIII secolo, in Occitania, il sapientissimo Maestro cataro Bartolomeo di Carcassona, o Giovanni di Lugio, anche lui cataro, autore del Liber de duobus principis, fortunosamente sfuggito alla furia distruttiva della Santa Inquisizione dell’eretica pravità, e ritrovato nel 1939 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, per una sorta di ironia del destino, dal R.P. Antoine Dondaine, domenicano, e la stessa cosa, nell’VIII secolo della nostra èra, avrebbe affermato Śaṅkarâcârya, Maestro dell’Advaita Vedânta, il quale affermava che la Mahâ Mâyâ, la ‘grande illusione’‘è, e non è’.

Il còmpito di ‘espellere’ l’Uomo Primordiale dalla comunione immediata con l’Assoluto, il farlo ‘cadere’ nella dionisiaca frantumazione dell’apparente molteplicità, sino ad ‘isolarlo’ – gradualmente nel corso di molti millenni – completamente nell’unidimensionale visione sensibile, fu ‘affidato’ a ‘Spiriti dell’Ostacolo’, i quali vennero – essi pure – ‘esclusi’ dalla ‘Quiete delle Gerarchie’, dal ‘Riposo Divino’. Giunto al totale ed esclusivo isolamento nell’apparente sfera sensibile, l’essere umano non avrebbe più ricevuto ‘ispirazioni’‘oracoli’‘comandamenti’ dagli Dèi, ed avrebbe dovuto ‘scegliere’ da se stesso, in totale autonomia con le sole proprie forze, a proprio rischio e pericolo, attraverso il doloroso e faticoso, oltremodo accidentato, sentiero dell’errore e dell’esperienza, la propria ‘via’.

Ma, pur isolato in tale mondo di illusorie apparenze, e imprigionato, a causa della offuscante ‘ignoranza’ in lui generata dagli ‘Spiriti dell’Ostacolo’, sempre più negli astringenti vincoli corporei di una inferiore natura, un tale uomo è pur sempre fondato sull’Assoluto – e non potrebbe essere diversamente – e ad un tale Assoluto, al Divino, comunque base del suo essere, egli può sempre fare liberamente appello. Ed è questo ciò che gli Dèi si attendono da lui: ch’egli esca da una sorta minorità spirituale, da una ‘irresponsabile infanzia divina’, e finalmente ‘voglia’, liberamente – ossia non obbligato, non sollecitato, bensì in totale autonomia – ‘voglia’ il proprio stesso volere e il fine, l’oggetto, di tale suo autonomo volere. Vi è un momento in cui cessano le ‘rivelazioni’, che dal mondo divino hanno accompagnato l’uomo nel suo progressivo discendere verso il fondo dell’abisso, nel quale lo attendeva la suprema prova dell’abbandono, del silenzio, della solitudine, del gelo, e della morte. A tale proposito, Massimo Scaligero ha parole di assoluta, inattenuata, radicalità, parole che non lasciano spazio alcuno a dubbi, o ad accomodanti ‘adattamenti’. Infatti, in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, nel primo capitolo, La Via adamantina d’Occidente, pp. 10-11, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza l’originaria natura. Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando ancora egli traeva le sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita degli stati trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La Madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente».

Ma la discesa dell’Adàm Kadmòn, dell’Uomo Primordiale, sin giù nel baratro dell’individuazione e della frantumazione, sin giù nell’abisso della più tenebrosa solitudine, è qualcosa che è avvenuto con una certa gradualità. Nel suo discendere in tale tenebroso e divorante baratro, che potremmo con Virgilio, – in Aeneis, I, 118, 

«Adparent rari nantes in gurgite vasto»,

«Appaiono pochi naufraghi nuotanti nel vasto gorgo»,

e in Aeneis VI, 295-297,

«Hinc via Tartarei quae fert Acherontis ad undas. Turbidus hic caeno vastaque voragine gurges / aestuat atque omnem Cocyto eructat harenam.»,

«Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte. Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia» 

chiamare “gurge”, o “voragine”, l’essere umano è stato accompagnato da Deità “regolari”, contrastanti l’opera oscuratrice e disgregatrice delle Entità “ostacolatrici”. Questa azione viene esemplarmente descritta – con parole che sarebbe savio meditare profondamente e a lungo – da Massimo Scaligero in Kundalini d’Occidente. Il centro umano della potenza, Edizioni Mediterranee, Roma, 1980, pp. 21-22:

«Secondo il mito, Jehova, accogliendo l’uomo nel Paradiso terrestre, sostanzialmente tende ad impedire che egli acquisisca la conoscenza. Jehova tende a dominare, o a guidare l’uomo, in modo che senza traumi, o senza libertà, egli giunga a realizzare lo Spirito. Lucifero invece ha interesse a donare all’uomo la conoscenza come esperienza senziente, perciò lo spinge verso la libertà, ancor prima che egli disponga di forze morali per usarla giustamente. Come entità celeste caduta, Lucifero tende a riconquistare il rango perduto, servendosi dell’uomo. Agisce come intermediario tra l’uomo e il Divino: aiuta l’uomo, ma al tempo stesso ha bisogno, come Jehova, di dominarlo. Perciò l’uomo, mentre necessita dell’aiuto di Lucifero, ha bisogno altresì di sottrarsi al suo assoluto dominio, proprio mediante l’uso cosciente della forza da Lui inoculatagli. Attraverso l’uomo, Lucifero in definitiva tende a ritrovare il Cristo, per redimersi. Ma l’uomo che si liberi, può diventare lui l’intermediario verace tra Lucifero ed il Cristo: mediante libertà superando Jehova, ma superando anche Lucifero. Questo è il segreto. Christus Lucifer verus. Senza la redenzione dell’uomo, non può esservi redenzione di Lucifero. Infatti, ove sulla Terra l’uomo riconosca il Cristo, troverà, dopo la morte, quale divinità superiore orientatrice, Lucifero, riemergente alla sua funzione celeste».

Questa condizione dell’essere umano esiliato dalla patria spirituale, apparentemente ‘abbandonato’ da quegli Dèi, che pur lo hanno generato, viene anch’essa descritta in maniera radicale, tale da non dar luogo ad equivoci di sorta  da Massimo Scaligero in un’opera fondamentale come L’Uomo Interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976 – alla quale purtroppo, nella ristampa del 2012, è stato ‘tagliato’, secondo una ben discutibile, totalmente arbitraria, scelta, il sottotitolo, Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, e parte della sintesi descrittiva del contenuto del volume, scritta direttamente dall’Autore, ossia dallo stesso Massimo Scaligero, nella quarta di copertina – ove alle pp. 204-207, possiamo leggere parole di un realismo assoluto, tali da togliere ogni residua illusione circa la possibilità di indugiare nel ‘sogno’ di una Tradizione oramai irrimediabilmente perduta, e quella di una mistica ‘via dell’anima’, che permetta di evitare lo sforzo e l’impegno nella lotta spirituale per l’essere o il non essere dell’uomo:  

«L’epoca di tale comunione spontanea con lo Spirituale si conclude con il periodo che nel mondo risponde alla protostoria mediterranea: è il periodo in cui la « conoscenza » non è più comunione diretta, ma « visione imaginativa », che più tardi si rifletterà nel mito: questo a sua volta avrà la sua sensibilizzazione nella poesia cosmogonica e nell’epos, mentre si verifica il compimento di un processo millenario: una sorta di distacco (il termine ha valore puramente allusivo, ossia relativo a un modo di essere dello Spirituale) del mondo animico o psichico, dal dominio sovrasensibile: una perdita di rapporto dell’« umano » riguardo al « divino », che non può non essere – per l’umano – regresso, o caduta, in uno stato inferiore. In séguito a tale evento, che si verifica attraverso lunghi decorsi di tempo, o epoche, l’uomo è costretto a elaborare il suo conoscere entro i limiti della individualità psichica, la cui massima possibilità comincia con essere la capacità razionale.

Lo Spirituale con cui prima la personalità dell’uomo costituiva un tutto e dal quale traeva motivo di elevazione, limitandosi ad essere impersonalmente conforme alla sua legge, diviene ora – dal punto di vista della « caduta » dell’uomo – mondo esteriore. Vedendolo ormai separato da sé e non più essendone posseduto ed ispirato, l’uomo in sostanza non lo vede: lo riduce alla sua attuale limitata visione, è costretto a rivolgersi ad esso come ad oggetto – d’indagine, così che di esso via via non rimarranno se non il nome ed il concetto: sul piano religioso, la vuota forma rituale, e, nell’anima umana, l’inconscio impulso a riferirsi a un potere fatale o provvidenziale, che continui ad agire invece dell’Io personale nascente. […]

Si è veduto, però, come la necessità di trarre la coscienza dell’Io da un livello inferiore, in quanto condizionato dalla esteriorità sensibile, pur apparendo una caduta, in definitiva abbia come obiettivo il compimento dello « stato umano ». L’uomo tende a ricostruire la vita spirituale all’interno della individualità, con i mezzi che la coscienza, costretta a trarre il senso di sé dal mondo finito, va via via creandosi, per recare luce là dove l’antica spiritualità si è fatta natura. È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio essendovi al principio solo necessità, sia pure metafisica. Ma tra lo stato d’illuminazione originaria e la possibilità d’illuminazione cosciente, v’è una fase di oscuramento: lunga, per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare la trascendenza entro se stessa. Sarà inevitabile che la ricerca patisca i limiti dell’astrattezza e da questa si faccia in varie forme deviare. Ma, a un dato momento, essa può scoprire di poter evocare al livello della individuazione e come superamento del finito la « forza interiore originaria »: può riconoscere quel principio Logos che in un determinato punto del tempo ha operato nel terrestre la rettifìcazione invisibile: non conosciuta, che potrà essere conosciuta: che sorge come possibilità di libertà.

L’uomo può ridestare in sé la luce originaria – quella che « risplende nelle tenebre » – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafìsica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e dalla natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può realizzare nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda la possibilità dell’uomo di ritrovare, mediante spirito eroico e conoscenza, l’Io originario perduto.

Il processo di distacco, come si è accennato, implica da prima un oscuramento e una perdita: con le sole forze della individualità, da quel momento, l’uomo deve cominciare a guardare il tema dell’essere. Chiuso nei limiti egoici, egli tenderà a evocare in sé il Divino: tenderà a questo anche attraverso fasi di inconsapevolezza; ma il Divino agirà sempre in lui sotto forma di questo impulso all’auto-superamento, mentre echi e reviviscenze dell’antica comunione con il Sopra-mondo lo assisteranno lungo il cammino, operando attraverso la funzione mediatrice di Santi e di Mistici e grazie ad una residua apertura del « sentire » umano: sino al momento – l’attuale – in cui cessa del tutto la risonanza, sia pure emotiva, del Sovrasensibile nell’anima umana: ché ogni « sentire » è ormai contessuto con la natura fisico-sensibile.

La solitudine del mondo sensibile è ora il limite dell’uomo, ma anche l’àmbito della possibilità del suo risorgere: condizione che, pertanto, riguarda l’uomo in generale, ma in particolare l’« individuo » più recente, che, nel suo agnosticismo, essendo più indipendente dall’antica esperienza sovrasensibile, si può considerare il più evoluto: più prossimo alla possibilità della risalita, o della reintegrazione cosciente, ma perciò stesso, per la sua autonomia rispetto ad ogni tema trascendente, più chiuso ai richiami dell’esperienza liberatrice.

Al tipo di uomo capace di attraversare il processo della individuazione e di percorrerne le tappe, i mezzi che si offrono per portare a compimento l’opera sono da prima il pensiero e i sensi: soltanto con questi egli può muovere alla conoscenza del mondo e organizzare la sua vita. È l’esperienza dell’Occidente, dalla quale nasce la civiltà meccanica e materialistica. In tale civiltà si riflettono obiettivamente i caratteri del pensiero che l’ha prodotta: pensiero matematico, scientifìco, nettamente individuato, ma disanimato: pensiero astratto, ormai chiuso ad ogni forma di fede, ma appunto per questo recante una indipendenza che è già una dimensione spirituale, mai prima conosciuta e che, positivamente assunta, secondo Scienza dello Spirito, può resuscitare nell’anima l’essenza sovrasensibile come forza cosciente». 

Ora, se l’uomo deve uscire da una millenaria infanzia e minorità spirituale, egli ‘deve’ – necessariamente ‘deve’ – affrancarsi dalla ‘tutela’ obbligata e costringente delle Deità ‘regolari’ che lo hanno generato, così come dall’azione stimolatrice, ma anche distruttrice, delle ‘irregolari’ Deità ostacolatrici, le quali, del resto – come abbiamo più sopra rilevato sulla base delle comunicazioni della Scienza dello Spirito – non hanno certo ‘scelto’, ossia assunto ‘liberamente’, di loro ‘autonoma iniziativa’, tale ruolo al contempo distruttivamente stimolante e ostacolante della libera volontà umana. In effetti, tali ‘irregolari’ Spiriti dell’Ostacolo a tale incomodo ruolo sono stati ‘missionati’, ossia ‘comandati’ e ‘costretti’, senza possibilità alcuna di sottrarvisi, da ‘regolari’ Deità superiori, anch’esse non libere, e anch’esse attendenti dall’uomo la sua autonoma conquista della libertà, e il ‘dono’ ch’egli di essa farebbe a Deità ‘regolari’ e ‘irregolari’: realizzando così la missione da esse ricevuta dall’Assoluto.

Questo ritrovare mediante folgorante Conoscenza, mediante ‘Gnosis’, l’Essere Primordiale, l’Assoluto, è ciò che rende liberi dalla ‘Legge’, dal Nòmos, dai condizionanti e costringenti legami di sangue, che fanno dell’individuo un esemplare, come tanti altri, della collettiva ‘anima di gruppo’ , che discende lungo le generazioni. L’antico israelita sentiva di appartenere, mediante il sangue, alla discendenza del padre Abramo, di essere un rappresentante della stirpe più che un Io individuato. Nella comunione con l’ente della stirpe con tutti coloro che erano usciti “dal seno di Abramo”, sentiva di essere pervaso dal Dio della stirpe, da Jahve-Jehova, e sentiva che per essere spiritualmente in regola doveva obbedire alla Torah, al Nòmos, alla Legge di Mosè, il Nomotèta, il Legislatore d’Israele. Non vi era per l’antico israelita problema o necessità di libertà, di autocoscienza individuale su sé fondata, di esperienza dell’Io sono: era richiesta unicamente l’obbedienza alla Legge, la cui trasgressione suscitava l’ira del Dio, di Jahve-Jehova, e quella degli uomini, preposti come giudici, gli shofetîm, alla punizione della trasgressione.

Nel Vangelo di Giovanni assistiamo alla contrapposizione tra la Legge mosaica, cui si sentono ancora legati i discendenti di Abramo, e l’impulso – veramente rivoluzionario – che sollecita alla Conoscenza, alla libertà, al fondarsi con l’autocoscienza individuale sullIo sono. Già alla fine del Prologo, nel testo originario, ai vv. 15-18, nell’originale testo greco, leggiamo:

Ἰωάννης μαρτυρεῖ περὶ αὐτοῦ καὶ κέκραγεν λέγων, Οὗτος ἦν ὃν εἶπον· Ὁ ὀπίσω μου ἐρχόμενοςἔμπροσθέν μου γέγονεν, ὅτι πρῶτός μου ἦν· ὅτι ἐκ τοῦ πληρώματος αὐτοῦ ἡμεῖς πάντες ἐλάβομεν, καὶ χάριν ἀντὶ χάριτος· ὅτι ὁ νόμος διὰ Μωυσέως ἐδόθη, ἡ χάρις καὶ ἡ ἀλήθεια διὰ Ἰησοῦ Χριστοῦ ἐγένετο, θεὸν οὐδεὶς ἑώρακεν πώποτε· μονογενὴς θεὸς ὁ ὢν εἰς τὸν κόλπον τοῦ πατρὸς ἐκεῖνος ἐξηγήσατο.

Che nella traduzione, la Riveduta, condotta sul testo cinque-seicentesco del valdese riformato Giovanni Diodati (1576-1649), del valdese Giovanni Luzzi, così suonano:

Giovanni gli ha resa testimonianza ed ha esclamato, dicendo: Era di questo che io dicevo: Colui che vien dietro a me mi ha preceduto, perché era prima di me. Infatti, è della sua pienezza che noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia sopra grazia. Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità son venute per mezzo di Gesù Cristo. Nessuno ha mai veduto Iddio; l’unigenito Figliuolo, che è nel seno del Padre, è quel che l’ha fatto conoscere.

Ma la contrapposizione più aperta e drammatica tra il mondo mosaico e jahvetico della Legge e quello ‘gnostico’ della Conoscenza e della libertà lo troviamo nell’ottavo capitolo del Vangelo di Giovanni, ove, ai vv. 32-33, leggiamo:

Ἔλεγεν οὖν ὁ Ἰησοῦς πρὸς τοὺς πεπιστευκότας αὐτῷ Ἰουδαίους· Ἐὰν ὑμεῖς μείνητε ἐν τῷ λόγῳ τῷ ἐμῷ, ἀληθῶς μαθηταί μού ἐστε, καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς.

ἀπεκρίθησαν ⸂πρὸς αὐτόν⸃· Σπέρμα Ἀβραάμ ἐσμεν καὶ οὐδενὶ δεδουλεύκαμεν πώποτε· πῶς σὺ λέγεις ὅτι Ἐλεύθεροι γενήσεσθε;

Che nella traduzione dei primi del Novecento del valdese Giovanni Luzzi, diventa:

Gesù allora prese a dire a que’ Giudei che aveano creduto in lui: Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi.

Essi gli risposero: Noi siamo progenie d’Abramo, e non siamo mai stati schiavi di alcuno; come puoi tu dire: Voi diverrete liberi?

E, poco oltre, ai vv. 57-58, è scritto:

εἶπον οὖν οἱ Ἰουδαῖοι πρὸς αὐτόν· Πεντήκοντα ἔτη οὔπω ἔχεις καὶ Ἀβραὰμ ἑώρακας;

εἶπεν ⸀αὐτοῖς Ἰησοῦς· Ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, πρὶν Ἀβραὰμ γενέσθαι ἐγὼ εἰμί.

Ossia,

I Giudei gli dissero: Tu non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo?

Gesù disse loro: In verità, in verità vi dico: Prima che Abramo fosse nato, Io Sono.

Il sorgere dell’essere umano come individualità autocosciente e libera, implica il definitivo liberarsi dalla obbligante ‘tutela’ esercitata dalle Deità che lo hanno originariamente emanato e generato, il non voler dipendere più da quelle ‘rivelazioni’, e dalle correlative mediazioni rituali, dalle costringenti imposizioni della mosaica e jahvetica ‘Legge’, prescrittagli dall’esterno, con le quali tali Deità generatrici lo hanno accompagnato lungo il graduale processo di progressivo accecamento della sua immediata percezione sovrasensibile – che era, appunto, un gratuito ‘dono’ degli Dèi, e non autonoma conquista dell’uomo, altrimenti egli, se ne fosse stato realmente autore e signore, non l’avrebbe mai smarrita, come ricorda sempre Massimo Scaligero – nonché nella sempre più accelerantesi paurosa discesa nell’oscuro baratro dell’individuazione e della disperante solitudine, che tanto atterriva l’antico uomo delle civiltà tradizionali, ed ancor oggi atterrisce, e al contempo attrae, molti che temono – abyssus abyssum invocat, recita il biblico Salmo 41 di Davide, re d’Israele – l’istanza radicale di doversi reggere unicamente sulla propria essenza originaria, sull’Io, abbandonando l’illusorio appoggio su una precaria e infida ‘natura’, da molti millenni dominio e pastura di Deità ostacolatrici, e vedono cotale discesa nel baratro secondo la dantesca e virgiliana immagine di Giovanni Pascoli, Sotto il velame. Saggio di un’interpretazione generale del poema sacro, seconda edizione, Nicola Zanichelli, Bologna, 1912, pp. 76-77:

«Noi profondiamo nel miro gurge; e sentiamo il freddo e la vertigine dell’abisso. Noi scendiamo nel cupo del pensiero dantesco per la prima volta dopo sei secoli». 

Ma, oggi non è più concesso all’uomo di evitar la prova, ad affrontar la quale oramai si è soli, senza più appoggio, ausilio, e indicazione da parte dei Numi, i quali – come abbiam visto – liberi non sono, e anzi proprio dall’uomo, ‘loro mèta’, essi attendono liberazione. In questa lotta per uscir dalla ‘selva selvaggia aspra e forte’, affrontare ‘l’alto passo’, per affrontare il quale Dante ‘uscì de la volgare schiera’, il cercatore di libertà e salvezza è – come il divino Poeta – solo e come lui, in Inferno, II, 1-6, non può concedersi riposo e scoraggiamento:

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra 
da le fatiche loro; e io sol uno                                          

m’apparecchiava a sostener la guerra 
sì del cammino e sì de la pietate, 
che ritrarrà la mente che non erra.  

Questa, ovviamente, è una impresa estrema, un andare a ‘calcare la soglia della morte’, e non è una mera questione di studio razionale o di cultura intellettuale, come oggi molti son usi a ridurre l’esoterismo e la Via dell’Iniziazione. Perché come sin troppo chiaramente avverte quel paganaccio mio concittadino, Arturo Reghini, in Parole sacre e di passo, Atanòr, Todi, 1922, pp. 161-162, rifacendosi agli Antichi Misteri del Mondo Classico: «Non basta udire queste cose per apprenderle, dice Apuleio, occorre accostarsi al limite della morte, calcare la soglia di Proserpina; e questa, non è impresa da pigliare a gabbo; è un poco più rischiosa che sfogliare volumi ed eseguire degli scavi». E, infatti, per affrontare una cotale suprema impresa, non si può procedere ad uno sperimentalismo selvaggio, provando a casaccio, disordinatamente, quel che capita, o addirittura quel che attrae e piace, perché cliniche psichiatriche, cimiteri, e l’Ade sono pieni di disperati che su un tale periglioso sentiero hanno perso la salute, la ragione e sovente anche la vita. Conciosiacosaché io prenderei sul serio – molto sul serio – l’avvertimento e il savio consiglio del mio polemicissimo concittadino, che, parafrasando il periodare dantesco, a p. 192, così scrive:

«Anche la preliminare purificazione interiore, in pratica, non si effettua senza una esperta guida. Occorre a Dante la sapienza di Virgilio, che di servo lo trae a libertade, e lo conduce sino alla catarsi del paradiso terrestre da cui esce rinnovellato di novella fronda, puro e disposto a salire alle stelle; ed occorre poi altrettanta sapienza per arrivare a dislegare l’anima sua da ogni nube di mortalità. Questa è la funzione dell’Hermes Psicopompo, di Tot Trismegisto. Occorre dunque un maestro e benché la selva sia oggi non meno aspra, selvaggia e forte di quanto fosse al tempo di Dante, pure noi riteniamo che il pellegrino che vi si smarrisca possa e debba ancor oggi rinvenirvi il suo Virgilio».

Quindi grande ventura è per il ricercatore spirituale incontrare la Scienza dello Spirito, un Maestro che, col suo provvido insegnamento, faccia da Virgilio allo smarrito ‘pellegrino d’Amore’. Tale è oggi l’insegnamento di Rudolf Steiner e quello di Massimo Scaligero. Tale fu per me – ancor più grande ventura – l’aver incontrato al termine della mia agitata e affannata adolescenza Massimo Scaligero, e l’avermi egli mostrato l’Aureo Sentiero, inconosciuto o smarrito dai più negli ambienti antroposofici, e persino da molti ‘scaligeropolitani’, ossia quella Via del Pensiero Vivente, quella Via della Concentrazione Assoluta, che è l’autentico ‘manifesto mistero’ dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi. Per questo, nel mio cuore a lui – e solo a lui – come in Inferno, II, 139-142, io dissi:

«Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestro».

Questa la radicale e tragica situazione dell’uomo, oramai giunto al ‘cimento supremo’, allo scontro finale di quella lotta nella quale si deciderà del suo essere o del suo non essere, una lotta per la vita o la morte. E un ritornare indietro, tornare ad una sorta di innocente, incolpevole, irresponsabile ‘infanzia divina’, per lui davvero non v’è, poiché, come abbiamo visto, Massimo Scaligero ammonisce: «Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere». E quella sarebbe una impresa vana perché quei riesumati stati di coscienza non potrebbero essere quel che furono in antico, non sarebbero altrettanto innocenti: sarebbero solo una caricatura deforme e demoniaca dei medesimi.

Ma l’uomo è chiamato al coraggio, alla realizzazione di se stesso, ad esser lui, e non altri, autore e signore del suo stesso destino. A realizzar ciò, non dovranno nutrire l’uomo effimere irrealtà e vane illusioni, «ma sapienza, amore e virtute» (Inf., I,104), realizzando così Autoscienza, Libertà e Amore, e giungere infine a contemplare «la divina podestate, la somma sapienza e ’l primo amore» (Inf., III, 5-6), ossia quell’«L’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par., XXXIII, v. 145), ultimo verso di quella Comoedia”, che Giovanni Boccaccio volle chiamar “Divina”.

Ora, la posizione ‘cainita’ dell’uomo di totale indipendenza, e di assoluta autonomia, di individuale responsabilità del proprio destino, fu espressa con assoluta chiarezza da Rudolf Steiner già nelle prime, giovanili, opere filosofiche, che io amo chiamar ‘filosofali’, in particolare in Einleitungen zu Goethes Naturwissenschaftlichen Schriften, zugleich eine Grundlegung der Geisteswissenschaft (Anthroposophie), GA-1, Rudolf Steiner Verlag, 1987, Dornach, Schweiz. Infatti così possiamo leggere in Introduzione agli Scritti Scientifici di Goethe, Per una Fondazione della Scienza dello Spirito (Antroposofia), Editrice Antroposofica, Milano, 2008, pp. 104-105, ne Le opere scientifiche di Goethe, che preferisco citare nella bella edizione dei Fratelli Bocca, Milano, 1944, p. 84:

«Ogni uomo che pensi rettamente, dovrebbere respingere una felicità che gli venisse pôrta da una qualche potenza esteriore, non potendo sentire come tale una felicità offertagli come dono immeritato. Un creatore che avesse intrapresa la creazione dell’uomo pensando di dargli addirittura in dono la felicità, avrebbe fatto meglio a lasciarlo increato. Se quanto l’uomo compie viene sempre crudelmente distrutto, ciò aumenta la sua dignità; ché, in tal caso, egli deve sempre di nuovo creare e produrre, e la sua felicità sta nell’essere attivo, sta in ciò ch’egli stesso può compiere. La felicità donata, è pari alla verità rivelata. Degno dell’uomo, però, è solo il cercare la verità da sé, senz’esser guidato né dall’esperienza né dalla rivelazione. Quando ciò sarà una volta pienamente riconosciuto, le religioni rivelate avranno esaurito il loro còmpito. Allora l’uomo non potrà più nemmen volere che Dio gli si riveli o gli largisca in dono le sue benedizioni. Vorrà conoscere per virtù del suo proprio pensiero e fondare la sua felicità per forza propria. Se qualche potenza superiore guidi i nostri destini verso il bene o verso il male, non ci riguarda; noi stessi dobbiamo prescriverci la via da percorrere. L’idea più elevata di Dio resta pur sempre quella che considera essersi Egli totalmente ritirato dal mondo, dopo aver creato l’uomo, abbandonando questi interamente a se stesso.

Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo».

Questa è la posizione al contempo austera, audace, addirittura ‘rivoluzionaria’ della Scienza dello Spirito, tale che esige dal sincero ricercatore spirituale il coraggio di fare a meno di grucce’, ‘stampelle’, ‘appoggi’, di rifugiarsi nel ‘sicuro ovile’ (sicuro, si fa per dire…) delle Chiese, e delle petites chapelles, ossia delle grandi e potenti Chiese istituzionalizzate, sedicenti detentrici di una discutibilissima ‘ortodossia’, e delle varie chiesuole, a pretese ‘esoteriche’, sedicenti detentrici di una ‘Gnosi’, che nel migliore dei casi è solo letteraria. Chi abbia veramente sete d’Incondizionato, di Assoluto, oggi, vede quanto sia profonda – sia detto con tollerante sopportazione – la decadenza irreversibile dei cosiddetti Ordini ‘tradizionali’, un tempo gloriosi, ma la cui funzione – ripeto, oggi – è esaurita e superata. In effetti, sulla Via dell’Aucoscienza e della Libertà, non si può chiedere ad un rituale – sia pure antico e venerando – quel che non si è capaci, o non si vuole, o si teme chiedere al proprio pensare e al proprio volere. Una tale decadenza, anzi una totale degenerazione ha colpito anche le varie Società spiritualistiche, compresa quella antroposofica. Si può affermare – ed è una constatazione molto dolorosa – che proprio l’istituzione creata da Rudolf Steiner ha raggiunto nel tempo livelli che non hanno uguali. La storia del movimento antroposofico – come ebbi a dire nel 1985 a Hella Wiesberger nel nostro primo incontro – è la tragedia spirituale del XX secolo, come lo è altresì del nostro. 

Giova, perciò, ricordare le severe parole di Massimo Scaligero, nel capitolo 20 del suo Trattato del Pensiero Vivente, Tilopa, Roma, 1979, p. 62, ove parlando della forza-folgore del Pensiero Vivente, così scrive

«Nessun determinato pensiero reca quella forza e tutti scaturiscono da essa: onde la verità non può appartenere ad alcun pensato – e di conseguenza a nessuna dottrina, o scuola, o accademia, o corrente spiritualistica – ma al pensiero nel quale viva la forza onde nascono le verità e le dottrine. Che non è più l’ordinario pensiero.

La verità è appunto questa forza, non le dottrine che la dialettificano, onde nessun conoscere la verità è la verità, ma solo il conoscere in quanto espressione di tale forza: non il conoscere che si persegua per il sapere, ma quello a cui si subordini ogni sapere. Il vero sapere è il pensare che sappia essere pensiero: puro conoscere».

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. NONA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

Con il presente studio, da me temerariamente intrapreso su questo non meno temerario blog, so di scontrarmi non solo con le grandissime difficoltà inerenti al delicato tema affrontato, ma anche con i moltissimi pre-giudizi di tanti i quali, malgrado si diano ad una ricerca sedicente ‘esoterica’, non sono coscienti, e tantomeno liberi, rispetto all’azione configuratrice della ideologia confessionale delle varie poco cristiche Chiese ‘cristiane’– spacciata dalle gerarchie ecclesiastiche per ‘teologia’ – e della liturgia sacramentale – della quale da esse viene sovente fatto un uso non precisamente spirituale e disinteressato – che condizionano gli individui tanto più radicalmente e profondamente, quanto meno questi siano consapevoli di una tale azione magicamente efficace.

Ma mi curerò il giusto – ovverossia, pochissimo o punto – del contrasto che mi possa venire da tali pre-giudizi, perché dietro ad essi non vi sono veri pensieri – pensieri coscienti, liberamente voluti – bensì unicamente ‘stati d’animo’, ‘emozioni’, ‘sentimentalità’, ‘pulsioni istintive’: amalgamati caoticamente in un impasto di paura, di inerte indolenza, di reazionario istinto di conservazione da parte di una menzognera natura inferiore, alla quale l’uomo è narcoticamente identificato, e che illegittimamente lo domina e lo manovra. Ergo, mi consolerò, sia pure immeritatamente, con quanto il sapientissimo abate Giovanni Tritemio, Iniziato e Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, scrisse a quest’ultimo in una lettera da Würtzburg l’8 aprile 1510:

«Nec retrahat a proposito quorumque consideratio nebulorum, de quibus vere dictum est: Bos lassus fortiter figit pedem».

Ovvero, tradotto, parafrasato, ed esplicitato nella bella lingua di Dante, il sapientissimo Tritemio così invita il suo coraggioso ed intelligente discepolo:

«Non lasciarti ritrarre dalla tua impresa da ciò che gente senza valore può avere da dire. Il pigro bove rimane ostinatamente immobile».

In effetti, posto di fronte all’esigenza conoscitiva di osare, con coraggio, di andare spregiudicatamente oltre – e se necessario – contro gli inveterati pre-giudizi, l’animale uomo, come un ignavo e accidioso bove – lassus bos – punta energicamente il piede e scalcia – fortiter figit pedem – onde nulla cambi nella sua stagnante, ottusa, condizione, e in maniera veramente reazionaria, reagisce in difesa del più abietto e deprimente status quo. L’asservito prigioniero si è infine innamorato delle proprie catene, e delle mura della propria prigione, e reagirà con paura, rabbia, ed estrema violenza nei confronti di coloro che vogliano mostrargli la Via della liberazione.  

In un suo scritto, apparso su East and West, la bella e importante rivista dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, e che un giorno vorrei tradurre per il lettori di Ecoanthroposophia, Massimo Scaligero mise in evidenza come lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni, sia l’autentica forza veramente rivoluzionaria, che percuote, abbatte, e dissolve, tutto ciò che non vuole trasformarsi secondo lo Spirito, e come tutto il disseccato tradizionalismo, così come il materialismo, sia invece l’elemento reazionario che resiste alla trasformazione spirituale, si cristallizza. E, a tale proposito, Massimo Scaligero ivi cita e commenta, da un classico testo di ascesi guerriera, il verso che riporto dalla Bhagavadgîtâ, Il Canto del Beato, XI, 32, introduzione e traduzione di Raniero Gnoli, BUR – Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1987, p.179:   

«Io sono il Tempo, distruttore dei mondi, l’antico, e mi adopero a divorare i mondi».

Per cui, non curandoci di tali pre-giudizi e contrasti, è bene tornare al tema che mi preme. Ora, se bene si leggono le Sacre Scritture – sia il Vecchio che il Nuovo Testamento – è facile constatare come al ‘serpente’, al ‘nachash’ del racconto mosaico, venga data una valenza non solo negativa, ma anche decisamente positiva.

Nell’Antico Testamento, oltre che nel libro della Genesi, la figura appare alcune volte, sia con connotazione negativa, sia con connotazione positiva. Per esempio, in Esodo VII, 8-12, traduzione del valdese Giovanni Luzzi, leggiamo:

«L’Eterno [sc. Jahve-Jehova] parlò a Mosè e ad Aaronne, dicendo: ‘Quando Faraone vi parlerà e vi dirà: Fate un prodigio! tu dirai ad Aaronne: Prendi il tuo bastone, gettalo davanti a Faraone, e diventerà un serpente’. Mosè ed Aaronne andaron dunque da Faraone, e fecero come l’Eterno aveva ordinato. Aaronne gettò il suo bastone davanti a Faraone e davanti ai suoi servitori, e quello diventò un serpente. Faraone a sua volta chiamò i savi e gl’incantatori; e i magi d’Egitto fecero anch’essi lo stesso, con le loro arti occulte. Ognun d’essi gettò il suo bastone, e i bastoni diventaron serpenti; ma il bastone d’Aaronne inghiottì i bastoni di quelli».

Per esempio, nel Vangelo di Giovanni – che cito, come sempre, nella traduzione della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi, III, 3-15 – il Christo a Nicodemo, che era venuto da Lui «di notte», spiega il ‘mistero’ della ‘rigenerazione’, ossia della ‘palingenesi iniziatica’. Ma, questi sul momento poco intende le parole del Signore. Infatti, ivi leggiamo:

«Gesù gli rispose: In verità, in verità, io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio. […]

Non ti meravigliare se ti ho detto: bisogna che nasciate di nuovo. […]

Nicodemo replicò e gli disse: Come possono avvenir queste cose? Gesù gli rispose: Tu se’ il dottor d’Israele e non sai queste cose? In verità, in verità io ti dico che noi parliamo di quel che sappiamo, e testimoniamo di quel che abbiamo veduto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? E nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figliuol dell’uomo che è nel cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna».

L’episodio, al quale allude il Signore nel suo colloquio «notturno» con Nicodemo, si legge nel quarto libro del Pentateuco mosaico, ossia in Numeri, XXI, 4-9, che cito nella traduzione di Giovanni Luzzi, ove è scritto:

«Poi gl’Israeliti si partirono dal monte Hor, movendo verso il mar Rosso per fare il giro del paese di Edom; e il popolo si fe’ impaziente nel viaggio. E il popolo parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: ‘Perché ci avete fatti salire fuori d’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua, e l’anima nostra è nauseata di questo cibo tanto leggero’. Allora l’Eterno mandò fra il popolo de’ serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e gran numero d’Israeliti morirono. Allora il popolo venne a Mosè e disse: ‘Abbiamo peccato, perché abbiam parlato contro l’Eterno e contro te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti’. E Mosè pregò per il popolo. E l’Eterno disse a Mosè: ‘Fatti un serpente ardente, e mettilo sopra un’antenna; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, scamperà’. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra un’antenna; e avveniva che, quando un serpente avea morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, scampava».

E come raccontato nel II Libro dei Re, XVIII,1-6, il serpente di rame così venne distrutto:

«Or l’anno terzo di Hosea, figliuolo d’Ela, re d’Israele, cominciò a regnare Ezechia, figliuolo di Achaz, re di Giuda. Avea venticinque anni quando cominciò a regnare, e regnò ventinove anni a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abi, figliuola di Zaccaria. Egli fece ciò ch’è giusto agli occhi dell’Eterno, interamente come avea fatto Davide suo padre. Soppresse gli alti luoghi, frantumò le statue, abbatté l’idolo d’Astarte, e fece a pezzi il serpente di rame che Mosè avea fatto; perché i figliuoli d’Israele gli aveano fino a quel tempo offerto profumi; ei lo chiamò Nehushtan [sc. in ebraico: pezzo di rame]. Egli ripose la sua fiducia nell’Eterno, nell’Iddio d’Israele; e fra tutti i re di Giuda che vennero dopo di lui o che lo precedettero non ve ne fu alcuno simile a lui. Si tenne unito all’Eterno, non cessò di seguirlo, e osservò i comandamenti che l’Eterno avea dati a Mosè».

Certo – direbbe un Iniziato mio concittadino, da tempo passato ai Campi Elisi – bisogna proprio dire che gli Ebrei, usciti dall’Egitto, e che avevano passate già molte tribolazioni, erano sottoposti a un Dio – lo Jahve o Jehova del quale dovremo più volte riparlare – «di molto difficile contentatura». Ma, nello specifico caso in questione, vorrei far notare al volenteroso lettore, appunto, l’ambivalenza dell’immagine del ‘serpente’, del ‘nachash’ mosaico. Quel che dà la morte, ossia i ‘serpenti ardenti’, è anche ciò che – oserei dire ‘omeopaticamente’ – dà anche terapia e salvezza, ossia il ‘serpente di rame’ innalzato su una ‘antenna’ a forma di ‘tau’, ossia su una forma arcaica di ‘croce’. E non è senza importanza che il ‘serpente’ innalzato sul ‘tau’ sia proprio di ‘rame’.  

Chi conosca la tradizione ermetica e alchemica sa bene come il ‘rame’ sia il ‘metallo’ analogicamente collegato al pianeta Venere, e abbiamo visto – nel precedente studio – come il pianeta Venere sia la vera dimora di un Eloha come Lucifero. Sappiamo altresì come Venere sia la Dea dell’Amore – naturalmente la Venere Urania, che presiede all’Amore Celeste, e niente affatto la Venere Libitima, o Pandemia – e quindi essa ha ben a che fare col ‘Mistero del Graal’. Faccio notare, inoltre, al benevolo lettore, come un Iniziato – il Conte di Cagliostro, diffamato, vituperato, torturato, e infine assassinato dalla degenerata ‘abelitica’ parte avversa – avesse grandissima stima della Donna, e che ad essa concedesse, allo stesso titolo che all’uomo, l’Iniziazione: una Iniziazione reale, e non un ‘contentino’‘une aimable bagatelle’, come, celiando, dicevano, e stupidissimamente facevano nel Settecento in Francia i massoni nei confronti delle loro compagne, ‘per tenersele buone’, con la cosiddetta ‘Massoneria d’Adozione’. Ora, il Conte di Cagliostro, che era di evidente stirpe ‘cainita’, nel suo Rito Egiziano, poneva al centro delle logge femminili un albero, a forma di ‘tau’, sul quale vi era un ‘serpente’ che mordeva l’edenica mela. Nello svolgimento del Rituale, la Donna iniziata, colpisce col pugnale il ‘serpente’, mozzandogli la testa, così come nel sigillo personale del Conte di Cagliostro il ‘serpente’, che morde la ‘mela’, viene – more apollineo – trafitto da una freccia. La cosa ha profondi significati ermetici e alchemici, che lascio alla diligente meditazione del volenteroso lettore.

L’ostilità alla Donna è forte nella tradizione ‘abelita’ degenerata. Infatti, l’ortodossa, e molto poco ‘cristica’, Chiesa cattolica – sia latina occidentale, sia greca orientale – negano alla Donna qualsiasi forma di accesso al sacerdozio. Ed anche varie, oramai più che decadute, e a volte addirittura degenerate, Obbedienze massoniche sedicenti ‘regolari’, dimentiche della loro origine ‘cainita’ e ‘rosicruciana’, negano l’accesso alla Donna la possibilità dell’Iniziazione.

A totale smentita di una tale unilaterale, presuntuosa ed esiziale, posizione ‘abelita’, è sufficiente osservare come in Egitto la Donna poteva essere iniziata ai Misteri di Iside, l’Unica Dea; che ad Eleusi vi erano sacerdotesse iniziate chiamate ‘melisse’, come pure erano chiamate ‘melisse’ le sacerdotesse di Artemide ad Efeso, ossia ‘api’ per la loro purezza e castità, e vi erano altresì delle ‘Ierofantidi’; che in una ‘Via’ inizatica ‘apollinea’ e ‘solare’ come quella dell’Ordine Pitagorico, vi erano molte donne iniziate, delle quali Porfirio e Giamblico ci trasmettono molti nomi, a cominciare da Teano, sposa e collaboratrice di Pitagora, che a Crotone insegnava alle Donne nel tempio di Hera Lacinia, la beata sposa di Zeus.; che a Roma, già in epoca repubblicana, i Misteri di Cerere Eleusina venivano celebrati da sacerdotesse greche fatte venire appositamente da Napoli o da Velia, alle quali venivano tributati grandi onori, e concessa la cittadinanza romana; che, sempre a Roma, massima venerazione era prodigata verso le Vestali; che in Egitto la figlia del matematico Teone, Ipazia d’Alessandria, vittima del bestiale furore ‘abelita’ dell’infame, e assassino, Patriarca d’Alessandria Cirillo, venerato come santo dalla Chiesa cattolica latina e greca, e proclamato nel 1882 – ancorché eretico monofisita – dottore della Chiesa da Papa Leone XIII, era Iniziata ed Epopta, e veniva chiamata ‘Ierofantide’ dal suo discepolo, il neoplatonico e vescovo cristiano, Sinesio di Cirene.  

In àmbito manicheo, la Donna poteva percorrere tutti gradi di realizzazione spirituale della ‘Via’: sino al grado di ‘Eletta’. E furono delle Donne, delle ‘Elette’ manichee, ad assistere Mani durante i 26 giorni della sua ‘passione’, sino al suo ultimo respiro. Così come sotto la croce ad assistere agli ultimi momenti della passione del Christo – a parte Giovanni-Lazzaro – vi erano tre Donne, e non certo gli Apostoli, i quali pur dopo la Resurrezione, ancora per molto tempo, sino alla Pentecoste, a Gerusalemme, se ne stavano timorosi, rintanati, chiusi e sbarrati nel Cenacolo. Nel Catarismo medievale, le Donne potevano, proprio come gli uomini, ricevere ed impartire il Consolamentum, la trasmissione dello Spirito Santo nel ‘Battesimo spirituale’, o ‘Battesimo di Fuoco’, mediante l’imposizione della mano, come nel Cristianesimo primitivo, e come si vede chiaramente a Ravenna in un meraviglioso mosaico del Battistero degli Ariani. La stessa imposizione della mano da parte delle quattro Donne  belle sulla testa di Dante nel Paradiso terrestre viene descritta in Purg, XXXI, 104-105: Rito di sicura origine catara, e non certo cattolica. Del resto, DantePar., IX, 13–65 – pone tranquillamente in Paradiso una catara ‘consolata’, come Cunizza da Romano, ch’egli conobbe personalmente, sorella del terribilissimo Ezzelino III, la quale passò i suoi ultimi anni nella casa di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di Guido, anch’egli di sicura fede catara. Nella pirenaica Occitania, vi fu la ‘perfetta’ – nel Medioevo gl’inquisitori dell’eretica pravità chiamavano ‘perfetti’ (‘perfetti’ per il rogo, chiosa ironicamente la mia amica Maria Soresina) i catari ‘consolati’ –  e sapientissima Esclarmonde de Foix, colei che nel 1204 fece riedificare il diroccato castello di Montségur, che secoli prima dell’Anno Mille era stata, assieme a San Juan de la Peña, quest’ultimo sul versante ispanico dei Pirenei – Rudolf Steiner dixituna delle sedi del Graal. E si può scorgere tutta l’arroganza medievale ‘abelita’, dal fatto che in uno degli ultimi incontri che vi furono tra Catari e rappresentanti della Chiesa di Roma, svoltosi a Pamiers nel 1207, un domenicano la insultò dicendole: «Va’ a filare la tua conocchia! Non è consentito alle donne di prendere la parola in queste discussioni!». Quella fu l’ultima discussione tra Catari e Cattolici: l’anno successivo il papa Innocenzo III proclamò la crociata di sterminio  contro i catari.

Quanto diversa, rispetto alla ‘abelitica’ posizione della Chiesa, invece, era la posizione di Enrico Cornelio Agrippa, l’umanista, kabbalista, e mago, discepolo di Giovanni Tritemio, e autore del De occulta philosophia, il quale scrisse il De nobilitate et praecellentia foeminei sexus, Anversa 1529, che oggi il curioso, e volenteroso, lettore può leggere in Cornelio Agrippa, La nobiltà delle donne, a cura di Daniele Palmieri, Libreria Gruppo Anima, Milano, 2018, ma che fu tradotto in italiano sin dal 1549, e in successive numerose edizioni! Ne esiste, fra le altre una bella edizione settecentesca, che ha addirittura come titolo Dell’Eccellenza e Preeminenza del Femminil Sesso sopra il Maschile di Cornelio Agrippa. Trasportato dal latino nell’italiano, da Giuseppe A. Graglia. Professore di lingue. Dedicato alle gentil donne. Londra. Per Alessandro Grant, Stampatore, MDCCLXXVI.

Malgrado che la posizione di Agrippa sulla Donna fosse chiarissima, ciò non pertanto egli venne sordidamente calunniato, ma a tale proposito fanno testo le parole scritte da Arturo Reghini, anche lui mio nobil concittadino, nel suo saggio, Enrico Cornelio Agrippa e la sua magia, di ben 165 pagine, posto come Introduzione all’edizione italiana del De occulta philosophia, edita da Alberto Fidi nel 1926, ove, alla p. XII, contro tali calunnie così si espresse:

«Meno male, diranno i lettori, e specialmente le lettrici. Però Agrippa, non solamente non ha mai scritto nulla di simile, ma è stato al contrario un convinto ed ardente femminista, ed ha scritto persino un libro sulla «Nobiltà e Superiorità del sesso femminile», in cui sostiene, non la eguaglianza dei sessi, ma addirittura la superiorità del sesso femminile. E provò la sincerità di questi suoi sentimenti prendendo moglie tre volte». 

E più oltre, a p. XXI, Arturo Reghini così aggiunge:

«Dopo il Pimandro Agrippa commentò, non si sa se a Pavia od a Torino, il Convito di Platone, in un discorso diretto a dei giovani, candidissimi auditores, probabilmente studenti. Nel suo commento egli segue la concezione socratica dell’amore: L’amore, dice egli, per consenso di tutti i filosofi e di tutti i teologi, è il desiderio che ci porta verso la bellezza, ma sopra tutto verso la bellezza nascosta (occultum formosum), di cui le bellezze visibili non sono che il simbolo; esalta, quindi, conformemente più al suo che non al sentimento di Socrate, l’amore verso la donna, ma non quello sensuale, preconizzando un sentimento divino che eleva e nobilita. Questa orazione trovasi nell’edizione delle opere (ed. Lione, 1600, Tom. II, parte IIa, pp. 389-401)».

Se leggiamo le parole introduttive di Daniele Palmieri alla citata edizione italiana del testo di Agrippa, troviamo che, a p. 14, dopo aver descritto gli eccessi ‘abelitici’ della Chiesa contro la Donna – eccessi, che portarono alla tragica, secolare, ‘caccia alle streghe’ – così scrive:

«In un clima simile, in cui il pregiudizio misogino viveva un nuovo, intenso, fermento, forse tra i più intensi della storia, è facile intuire la portata rivoluzionaria del discorso di Cornelio Agrippa.

A discapito di equivoci ed estreme semplificazioni, bisogna tuttavia aggiungere che sso, alla sua pubblicazione, non rappresenta un unicum nella storia del pensiero.

Ė sempre esistita, nel corso della storia del pensiero una corrente filosofica minoritaria, ma non per questo meno importante, che a partire da Platone, passando per Plutarco, e arrivando fino ai poemi epico-cavallereschi, al Dolce Stilnovo e a Giovanni Boccaccio, aveva elogiato le virtù della donna, elevandola a pari dignità dell’uomo se non, addirittura, a incarnazione stessa della Sapienza Divina».

Se il curioso, e volenteroso, lettore vuol togliersi davvero ogni dubbio circa la concezione unilaterale, e decisamente misogina, che la tradizione ‘abelita’ degenerata ha nelle sue varie espressioni, basta che legga quanto sulla Donna scrissero, e scrivono, autori antichi e moderni sedicenti ‘cristiani’. Cominciamo con un noto padre della Chiesa cattolica latina del II-III secolo, Quinto Settimio Florente Tertulliano, il quale nel suo De habitu mulieri, tradotto e pubblicato in italiano dalla nota casa editrice cattolica EDB, nel 1986 e nel 1999, in una brossura di 224 pagine, nella collana Biblioteca patristica, col titolo L’eleganza delle donne, a cura di Sandra Isetta, testo che viene presentato “in rete” con le seguenti parole:

«[…] egli si rivolge alla donna cristiana, invitandola a evitare di adornarsi con eccessiva cura, per non divenire strumento del demonio, che persevera nella sua opera di rovina seduttiva trascinando nel peccato l’uomo e pregiudicandone la salvezza eterna».

Ma le parole di Tertulliano possono esser ancora, se possibile, più feroci, visto ch’egli, in De cultu foeminarum, Libro I, 1, dopo aver detto: «Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, – l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione», così apostrofa – giova riportare il testo latino di Tertulliano – la Donna  e la Madre dei Viventi con parole che, tradotte nella lingua di Dante, ne offendono, come poche altre, la sacralità: «In doloribus et anxietatibus paris, mulier, et ad virum tuum conversio tua, et ille dominatur tui (Gen., 3, 16), et Evam te esse nescis? Vivit sententia Dei super sexum istum in hoc saeculo: vivat et reatus necesse est. Tu es diaboli ianua; tu es arboris illius resignatrix; tu es divinae legis prima desertrix; tu es quae eum suasisti, quem diabolus aggredi non valuit; tu imaginem Dei, hominem, tam facile elisisti; propter tuum meritum, id est mortem, etiam filius Dei mori habuit: et adornari tibi in mente est super pelliceas tuas tunicas (cfr. Gen., 3, 21)?».

Ovvero: «Tu, donna, partorisci tra dolori ed ansietà, e, la tua tensione è per il tuo uomo, ed egli ti domina: e non sai che tu sei Eva? Dura ancor in questo secolo la condanna di Dio sopra il tuo sesso; la tua trasgressione vive di necessità ancor oggi. Tu sei la porta del diavolo! Tu hai dissuggellato il quell’albero [sc. l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male]! Tu sei la prima disertrice della legge divina! Tu sei colei che persuase colui [sc. Adamo] che il diavolo non riuscì ad aggredire! Tu che così facilmente distruggesti l’immagine di Dio, l’uomo! E per quel che tu meritasti, ossia la morte, che persino il Figlio di Dio ebbe a morire: e hai ancora in animo di coprire di ornamenti le tue tuniche di pelle? (cfr. Gen. 3,21)».

E quanto all’azione spirituale della Donna ecco una clamorosa espressione del rigorismo estremista di Tertulliano, che poi era ed è quello della Chiesa cattolica latina e greca, riportata in Elaine Pagels, I Vangeli gnostici, Milano, Mondadori, 1981, p. 122:

«Non è permesso che una donna parli in Chiesa, né è permesso che insegni, né che battezzi, né che offra l’eucarestia, né che pretenda per sé una parte in qualunque funzione maschile – per non parlare di qualunque ufficio sacerdotale».

Potrei citare con pochissima ricerca e lieve fatica moltissimi autori dei primi secoli della Chiesa cattolica, ma – anche per non abusare della pazienza del benevolo lettore, me ne rendo ben conto, pazienza che metto spesso a dura prova – voglio limitarmi a qualcuno soltanto. Gli altri molti, che non cito, la pensavano e la pensano, ancor oggi, esattamente come quelli citati. Un autore, oggi poco noto, ma ai suoi tempi famoso e influente è l’Ambrosiaster, dell’epoca di Papa Damaso, ossia del IV secolo della nostra èra. Nelle sue opere egli si serve delle Sacre Scritture per giustificare la totale subordinazione della Donna all’uomo. Per esempio, per lui lo statuto di subordinazione della Donna è fondato sulla negazione a questa della partecipazione all’immagine di Dio, che invece – a suo dire, ovviamente – sarebbe propria dell’uomo. Egli scrisse una serie di Quaestiones, basandosi soprattutto sulla Genesi, dalle quali trascelgo alcune sue significative parole. Nella Quaestio XLV, dedicata a Gen., 1, 26, l’Ambrosiaster dà due spiegazioni dell’imago divina propria dell’uomo maschio (ibid., 2-3). Secondo la prima, l’uomo è imago Dei, ossia immagine di Dio, perché egli è quell’unus dal quale unicamente gli altri esseri carnali traggono origine, come da Dio gli spirituali; la seconda spiegazione, veramente capziosa, fa coincidere l’imago Dei, propria dell’uomo maschio, con la dominatio sul creato espressa in Gen., 1,28: ma, proprio poiché quella dominatio è proclamata da Dio nella Genesi sia per l’uomo sia per la donna, non si può affermare che in quest’ultima consista l’immagine di Dio, che secondo lui sarebbe un absurdum attribuire alla donna:

«Se l’uomo ha l’immagine di Dio nel dominio, essa è assegnata anche alla donna, così che anch’ella sarebbe immagine di Dio, il che è assurdo. Come infatti è possibile dire della donna che è immagine di Dio, lei che si sa essere soggetta al dominio del marito e non avere alcuna autorità? Infatti non può insegnare né testimoniare né dare garanzia né giudicare: a maggior ragione non può comandare!».

Ed ecco il testo latino tratto dal, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 50, edito da Alexander Souter:

«Si imaginem Dei homo in dominatione habet, et mulieri datur, ut et ipsa imago Dei sit, quod absurdum est. Quo modo enim potest de muliere dici, quia imago Dei est, quam constat dominio viri subiectam et nullam auctoritatem habere? Nec docere enim potest nec testis esse neque fidem dicere nec iudicare: quanto magis imperare!». 

Altre considerazioni, altrettanto dialetticamente capziose, l’Ambrosiaster le svolge nel capitolo XVII della lunga Quaestio CVI, sempre sul libro della Genesi, dove si ripete che l’immagine divina consiste nell’essere stato creato l’uomo maschio come unus […] quasi dominus dal quale tutti gli esseri umani derivano: il che, a suo dire, esclude la donna:

«Questa immagine di Dio dunque è nell’uomo: e cioè egli è creato come uno solo, quale signore da cui tutti gli altri nascessero, avendo il potere di Dio quasi ne fosse vicario, dal momento che ogni re ha l’immagine di Dio. E per questo la donna non è fatta a immagine di Dio. Dice infatti così: «E Dio fece l’uomo, lo fece a immagine di Dio». Per questo l’Apostolo dice: L’uomo non deve velare il capo, perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece perciò lo vela, perché non è gloria o immagine di Dio».

«Haec ergo imago Dei est in homine, ut unus factus sit quasi dominus, ex quo ceteri orirentur, habens imperium Dei quasi vicarius eius, quia omnis rex Dei habet imaginem. Ideoque mulier non est facta ad Dei imaginem. Sic etenim dicit: Et fecit Deus hominem, ad imaginem Dei fecit eum (Gen 1,27a). Hinc est unde Apostolus: Vir quidem, ait, non debet velare caput, quia imago et gloria Dei est; mulier autem ideo velat, quia non est gloria aut imago Dei» (cfr. 1 Cor 11,7).

Se, infine, sempre tra gli antichi, leggiamo Ambrogio di Milano, l’arrogante persecutore di coloro che avevano voluto rimanere fedeli alla Religione classica romana, nonché il persecutore dei Cristiani Ariani, tralasciando quanto egli ripete, più o meno con le stesse parole, dei ragionamenti degli autori sopra citati, e andando invece a quanto del suo ragionare è a lui peculiare, vediamo ch’egli identifica la Donna con l’αἴσθησις, àisthêsis, coi sensi, con la passiva, e ricettiva, percezione sensibile,  con la sentimentalità, mentre invece attribuisce all’uomo il νοῦς, noûs, termine che in greco antico indica, sin dall’epoca di Omero, l’organo sede della rappresentazione delle idee chiare, quindi la ‘comprensione’ e l’intendimento che le provoca, la facoltà mentale quindi l’intelletto, che Ambrogio invece nega alla Donna, la quale è da lui profondamente disprezzata come causa della originaria, colpevole, caduta dell’uomo..

Infatti, Ambrogio, ne Il paradiso,  opera dedicata all’esegesi di Genesi, 2,8 e segg., ed. Karolus Schenkel, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 32/1, stabilisce e descrive una polarità netta tra maschio=positivo contrapposto a femmina=negativo. La Donna, per Ambrogio, è subordinata e asservita all’uomo, allorché egli propone l’identificazione dell’uomo con la mens, con la «mente», e quella della Donna con il sensus, con la «sensibilità». Egli ribadisce l’inferiorità della faemina in più punti della suddetta opera: il vir è creato fuori dal paradiso (in quanto si dice che Dio lo pose [posuit] in esso, ma è superiore, mentre la donna è creata in paradiso ma è inferiore (ibid., 4,24); a Eva si attribuisce la colpa maggiore nel tradimento (ibid., 12,56: sexus prodit qui prius potuerit errare), ovvero «il sesso manifesta chi per primo poté peccare»; quello femminile è comunque il sexus infirmior, ossia «il sesso più debole» (ibid., 14,70). Ambrogio fa altresì una gerarchia delle qualità, delle colpe e delle relative condanne in relazione al peccato originale: allegoricamente egli attribuisce al nachash, al serpente la delectatio, ossia il «piacere», alla Donna il sensus la «sensazione», la «sensualità», e all’uomo la mens, l’«intelligere», il «comprendere», per cui egli giunge ad affermare che la colpa più grave fu quella del primo, del serpente, cui seguirono la seconda, quella della Donna, di Eva, e solo come terza, quella dell’uomo, di Adamo. dunque, tre e diverse furono le condanne (ibid., 15,73): colpa e condanna della Donna sono, dunque, per Ambrogio, maggiori che non per l’uomo.

Il fazioso delirio conoscitivo di Ambrogio di Milano raggiunge l’apice, allorché nel suo scritto Sulla verginità, 15, 93, ed. e trad. a cura di Franco Gori – mobilitando considerazioni filologiche veramente insulse e forzate – arriva ad affermare che, se è vero che anima sexum non habet, che l’anima non ha sesso, tuttavia essa «ideo fortasse faemineum nomen accepit, quod eam violentior aestus corporis agit», ovvero «forse per questa [sc. l’anima] ha preso un nome femminile, perché una più violenta passione del corpo la agita».

Ma fermiamo qui la serie di citazioni dei Padri della Chiesa, il cui livore ‘abelitico’ si scaglia contro la Donna. Tra i moderni voglio citare solo un autore, Attilio Mordini, che si pretende ‘tradizionalista’ vicino alle posizioni di Julius Evola e di René Guénon, e che in realtà è un cattolico integralista, largamente abbeveratosi ai testi della Patristica, e che sulla Donna ne Il mito primordiale del cristianesimo quale fonte perenne di metafisica, Milano, Scheiwiller, 1976, pp. 72 e 73, così si esprime:

«[…] la donna è il numero due della dialettica con l’uomo (e, quindi, è il negativo), in posizione del tutto analoga a quella di Lucifero, che è il numero due e negativo rispetto a Dio Creatore; è appunto dalla medesima radice indoeuropea DWI che si formano tanto il termine greco dvo (due) quanto diabolos».

Veramente in greco ‘due’ è δύο, dyo, o poeticamente δύω, dyô, e non dvo, e ‘diavolo’ nell’antica Grecia è διάβολος, diàbolos, con lo ‘iota’, ossia con la nostra ‘i’, e non con la ‘v’, che in greco classico si era persa, col significato di ‘dividere’, ossia ‘colui che divide’, il ‘calunniatore’, ‘accusatore’; derivato dal greco διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia ‘attraverso’bàllo‘getto’, ‘metto’, quindi getto, caccio attraversotrafiggo, e metaforicamente anche calunnio, diffamo.

Ma ecco, cosa il Mordini scrive ne La Via del Verbo, reperibile in rete sul sito di Gianfranco Bertagni:

«La legge che ci mosse dall’Eden fu per noi legge dolorosa dal ventre della donna colpevole». 

La posizione di Rudolf Steiner sulla Donna è – e davvero non potrebbe essere diversamente – estremamente chiara, nonché diametralmente opposta a quella dei Padri della Chiesa, dei teologi medievali e moderni, dei sedicenti ‘tradizionalisti’, riesumatori e coltivatori non della autentica Tradizione, ma solo di un intellettualismo filologico che opera sul cadavere imbalsamato di quella che fu, un tempo, la Tradizione vivente. Ora Rudolf Steiner nel XIV capitolo de La Filosofia della Libertà, intitolato Individualità e specie, che amo citare dalla limpida e precisa traduzione del matematico Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 201-202:

«È impossibile comprendere del tutto un uomo, se si pone il concetto della specie a base del nostro giudizio. La maggiore ostinazione nel giudicare secondo la specie si riscontra là dove si tratta del sesso; quasi sempre l’uomo vede nella donna, e la donna nell’uomo, troppo del carattere generale dell’altro sesso, e troppo poco di quello individuale. Nella vita pratica questo nuoce meno agli uomini che alle donne. La posizione sociale della donna è per lo più poco dignitosa, perché, in molti punti in cui dovrebbe esserlo, essa non è determinata dalle peculiarità individuali della singola donna, ma dalle rappresentazioni generali correnti circa i cómpiti naturali e i bisogni della donna. L’attività dell’uomo nella vita si regola secondo le sue individuali attitudini e inclinazioni; quella della donna si vuole invece condizionata esclusivamente dalla circostanza che appunto essa è donna. La donna deve essere schiava del principio della specie, dei caratteri generici della femminilità. Fino a quando gli uomini discuteranno se la donna «per la sua costituzione naturale» sia atta a questa o a quella professione, la cosiddetta questione del femminismo non potrà uscire dal suo stadio più elementare. Si lasci giudicare alla donna stessa quello che, secondo la sua natura, essa può volere. Se è vero che le donne sono unicamente adatte al compito che oggi viene loro assegnato, difficilmente potranno assumerne un altro per forza propria; ma devono poter decidere da sé che cosa sia conforme alla loro natura. A chi nutra il timore che il considerare le donne, non come esemplari della specie umana, ma come individui, possa scuotere la nostra struttura sociale, si può opporre che una struttura sociale, entro la quale una metà dell’umanità conduce un’esistenza indegna di esseri umani, ha proprio grande bisogno di essere migliorata».

E nella nota a piè della p. 202, egli ribadisce energicamente il suo pensiero in difesa della dignità della Donna:

«Fino da quando comparve questo libro (1894) mi è stata fatta a questo proposito l’obiezione, che, nell’ambito della specie, la donna può già adesso vivere liberamente la sua vita con tutta l’individualità che vuole, anzi più liberamente ancora dell’uomo, il quale viene disindividualizzato già dalla scuola e più tardi anche dalla guerra e dalla professione. Io so che oggi questa obiezione verrà forse sollevata con forza ancora maggiore. Eppure devo lasciare le mie affermazioni come sono, sperando che vi siano lettori i quali comprendano quanto una simile obiezione urti contro il concetto di libertà svolto in questo scritto, e che giudichino le mie affermazioni con criteri diversi da quello della disindividualizzazione dell’uomo per opera della scuola o della professione».

Ho particolarmente insistito su questa trattazione circa l’ingiusta opposizione ‘abelita’ nei confronti della Donna, non perché io ami particolarmente la filologia, della quale pochissimo, anzi punto, mi cale, bensì perché la posizione della Donna – che, come dice Dante, ha ‘Intelletto d’Amore’ – per la sua indispensabile e insostituibile ‘funzione spirituale’, come vedremo dalle parole di Massimo Scaligero, è essenziale nell’ impresa del Graal. Ma prima di trascrivere quanto Massimo Scaligero dice in proposito, voglio riportare le parole di un importante testo dei primi tempi della nostra èra: il Vangelo di Tomaso. Si tratta di un Vangelo ‘gnostico’ – nel senso che indica una ‘Via di Conoscenza’ – tipicamente ‘cainita’, che indica il cammino da percorrere per la ricostituzione dell’Androgine Celeste, e per la restituzione dello ‘stato primordiale’. Le parti del Vangelo di Tomaso che trascriverò sono tratte dalle due belle edizioni degli Apocrifi del Nuovo Testamento, a cura di Luigi Moraldi, Vol. I, U.T.E.T., Torino, 1971, e da I Vangeli Gnostici, a cura di Luigi Moraldi, Aldelphi Edizioni, Milano, 1984. A tale proposito il traduttore e curatore così scrive a p. 84 de I Vangeli Gnostici: «Si rivela subito come uno scritto esoterico contenente parole di Gesù che non devono essere svelate ai profani, perché non sono alla portata di tutti e perché la loro comprensione è apportatrice di vita». Di questo testo si conosceva appena qualche citazione, semplice menzione, contenuta in opere di Padri della Chiesa, soprattutto Clemente Alessandrino, Origene, Eusebio, e il suo influsso fu grande nell’antichità, ed oggi si sa che questo Vangelo fu conosciuto da Mani, il fondatore della Religione della Luce, come si evince anche da uno scritto di Agostino di Ippona, Contra Epistulam quam vocant Fundamenti, contenuta in Patrologia Latina, 32, 397 e segg.

Nei pressi di Nag Hammadi, l’antica Chenoboskion, la Šénesēt copta, nel 1945-1946, venne ritrovata una intera biblioteca di un gruppo gnostico, ed in questa biblioteca era contenuto, nella sua interezza, il Vangelo di Tommaso nella versione copta. Si tratta di 114 Lògia, ossia Detti del Signore, alcuni dei quali verranno da me citati nella traduzione dal copto, di Luigi Moraldi. Dato il significato profondissimo che hanno i detti che verranno citati, e il loro sapore ‘ermetico’, il lettore è invitato a farne oggetto di proficua meditazione.

Queste sono le parole nascoste dette da Gesù, il vivente, e scritte da Didimo Giuda Tomaso.

[1] Egli disse: – Colui che scopre l’interpetrazione di queste parole non gusterà la morte.

[2] Gesù disse: – Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando  non avrà trovato; quando avrà trovato sarà turbato e, se sarà turbato, si stupirà, e sarà re su tutto.

[10] Gesù disse: – Ho gettato fuoco sul mondo e lo custodisco fino a che divampi.

[82] Gesù disse: – Colui che è vicino a me, è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal regno.

[106] Gesù disse; – Quando di due ne farete uno, sarete figli dell’uomo; e quando direte a un monte: «Allontanati!» si allontanerà.

[114] Simon Pietro disse loro: – Maria deve andar via da noi! Perché le femmine non sono degne della vita. Gesù disse: Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché lei diventi uno spirito vivo uguale a noi maschi. Poiché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel regno dei cieli.

La risposta, molto dura peraltro, che nel Vangelo di Tomaso il Signore dà a Pietro ricollega direttamente la figura spirituale della Donna al Mistero dell’Androgine Celeste, e quindi all’impresa del Graal. Massimo Scaligero in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, s.d., ma 1969, nel II capitolo, L’Androgine e l’Eden, dopo aver rievocato le immagini cosmogoniche dei primordi della Terra, alle pp. 24-25, così scrive:

«In conseguenza del distacco del Sole dalla Terra, l’uomo accoglie in sé più intime forze plasmatrici, per riprodurre da sé la forma corporea: che è originariamente la struttura dell’Androgine. Dall’influenza del Sole operante da fuori della Terra e da quella della Luna unita ancora alla Terra, sorge la possibilità che l’uomo tragga da sé l’essere androginico.

Il mistero dell’Androgine è contemplabile come il momento di un potere formatore dell’uomo, scaturente dalla sua possibilità di accogliere forze più elevate epperò più profonde, in rapporto all’elemento lunare potenziato sul piano fisico dalla separazione del Sole dalla Terra. Le correnti capaci di dominare l’elemento lunare infero, saranno ravvisabili nell’accennato simbolo della Vergine. Rispondente all’aspetto dell’Iside-Sophia.  Si vedrà nel corso del presente studio come la via alla restituzione della forza radicale dell’Androgine sia l’impresa allusa nella saga del Graal e parimenti risponda al simbolo della Iside-Sophia. Questa infatti assume e redime in sé l’Ecate tenebrosa. Si vedrà ugualmente perché la donna detenga le chiavi della reintegrazione dell’uomo, onde la Vergine verrà chiamata Janua Coeli, […]».

La valutazione della funzione e della dignità della Donna in Massimo Scaligero è altissima, arrivando egli a scrivere, a p. 26, che:

«Dopo il distacco, il rapporto occulto con la Luna continuerà sul piano umano mediante la donna: la donna deterrà da allora le chiavi dell’opera di resurrezione dell’uomo. Grazie al sopravvivere in lei dell’elemento celeste androginico, presso alla necessità delle funzioni della riproduzione, la donna continuerà a mantenere il rapporto della specie umana con le potenze estrasensibili della Luna, assumendo perciò simultaneamente la duplice funzione di Iside: celeste e infera. Nella saga del Graal, la riconsacrazione del Castello e del Tabernacolo celeste fa appello all’intervento della stessa figura femminile a cui si deve la caduta di Amfortas: così Gerbert de Mostreuil spiega il primo momento di impotenza di Parsifal con l’aver egli dimenticato la propria donna».

Poi nel III capitolo, La Donna Celeste, a p. 43, Massimo Scaligero entra più a fondo nei segreti della costituzione occulta della Donna:

«Il mistero celato nella figura della donna come portatrice della reintegrazione, o come distruttrice, è intuibile in base alla nozione metafisica dell’Androgine: una verità segreta che si disvela come illuminazione decisiva, in tale direzione, è il carattere femminile della figura dell’Androgine, o dell’essere originariamente maschio-femmina, portatore della sintesi animica delle forze solari-lunari. La configurazione metafisica dell’Androgine è femminile: nella donna sopravvive la più alta possibilità di una magia reintegratrice, in virtù della sua specifica struttura animico-corporea. L a  c o n f i g u r a z i o n e  m e t a f i s i c a  d e l l’ A n d r o g i n e  è  f e m m i n i l e: nella donna sopravvive la più alta possibilità di una magia reintegratrice, in virtù della sua specifica struttura animico-corporea. Ciò non significa che l’essere androginico originario fosse conforme a caratteri di femminilità – che sarebbe una contraddizione sostanziale – ma che la donna, per il rapporto del suo essere animico con l’involucro corporeo, attua inconsciamente la natura dell’androgine, in quanto in lei l’essere androginico dell’anima ha rispetto alla corporeità un’autonomia che l’uomo non possiede: l’anima dell’uomo è più inserita nella struttura fisica, che quella della donna. Questa diversità di rapporto si trasmette al corpo eterico che, essendo nella donna maschile, ha una consonanza androginica con la corrispondente parte dell’anima, come non è possibile al corpo eterico dell’uomo, più aderente e perciò asservito alla corporeità fisica.

Questo inconscio elemento androginico affiorante nella forma fisica, grazie ad una relativa indipendenza del corpo eterico dalla fisicità, rende la donna agli occhi dell’uomo simbolo di angelicità, o di deità, destando risonanze di remote beatitudini. Ma l’uomo ignora il contenuto del simbolo, né sa di avere innanzi a sé vivente un simbolo, ovvero una realtà sensualmente impenetrabile. Questo elemento androginico esige essere ridestato e restituito alla sua magica funzione, nel momento in cui la funzione dell’oblio, o della «caduta», risulta esaurita».

Dalle parole di Massimo Scaligero qui riportate risulta come sotto molti aspetti la posizione spirituale della Donna sia suprema, come assolutamente necessarie siano la sua azione e la sua presenza nell’impresa del Graal, nell’opera di ricostituzione dell’Androgine Celeste. Per cui non può non stupire moltissimo leggere su un noto social forum non essere – al dire di taluni – Marie Steiner-von Sivers, la fedele compagna e collaboratrice di Rudolf Steiner, una Iniziata, perché «la donna non può giungere all’Iniziazione, non può realizzare l’Iniziazione». Naturalmente, una tale enormità è solo una grandissima sciocchezza, frutto di un ignorante presumere di possedere una conoscenza, mentre si può affermare con certezza che chi una tale offensiva enormità proclama, in realtà nulla conosce, ed ha per scusante della sua presunzione unicamente la propria grossolana ignoranza.

Eppure, un tale pre-giudizio è più diffuso di quanto non si creda. In oltre cinque decenni di Scienza dello Spirito, ho potuto udire più di una volta  una simile apodittica affermazione – da me accolta talvolta con manifesta indignazione, talaltra con divertito stupore – sia a Roma sia nella mia città. In realtà, non solo non vi è una sola parola di Rudolf Steiner o di Massimo Scaligero in tal senso, bensì vi è addirittura abbondanza di esplicite affermazioni in senso contrario ad un cotal pre-giudizio. Basterebbero le parole di Rudolf Steiner ne La Filosofia della Libertà, o nei Drammi Mistero – ove la figura di Maria ha un ruolo iniziatico inequivocabile – o leggere l’Epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, che Hella Wiesberger mi indicò con calde parole come ‘Via’ di meditazione per cogliere il ‘mistero’ del rapporto ‘graalico’ tra Rudolf Steiner e la sua fedele compagna e collaboratrice, Marie Steiner. Ma anche richiamando alla memoria la storia dell’esoterismo e della spiritualità iniziatica d’Oriente e d’Occidente, come non ricordare Teano, sposa di Pitagora, Iniziata ed Iniziatrice, come non ricordare Diòtima, sacerdotessa d’Apollo a Mantinea, Iniziatrice di Socrate nei Misteri dell’Amore Celeste, o Asclepiade, figlia di un diàdoco, ossia di colui che presiedeva alla direzione dell’Accademia Platonica di Atene, che iniziò Proclo alla Teurgia, ai Misteri orfici, e agli Oracoli Caldaici, o la stessa neoplatonica Ipazia, che iniziò ai ‘Veri’ taluni cristiani come Sinesio e moltissimi pagani. Come non ricordare, nell’India del XIX secolo, la ‘brahmani’ che iniziò Ramakrishna, o, in tempi più recenti Ananda Mayi Ma, che lo stesso Shri Aurobindo dichiarava apertamente essere a lui stesso superiore nella realizzazione spirituale. Come non pensare alle innumerevoli Donne, le quali negli oltre 2600 anni di esistenza della ‘Via del Buddha’, hanno realizzata l’Illuminazione, ed hanno ‘gustato’ – secondo l’espressione tradizionale buddhista – l’elemento d’immortalità, ed il Nirvâṇa.

Massimo Scaligero, in colloqui e riunioni, fece più volte notare come nei Vangeli, mentre vi sono una quantità di espressioni da parte del Signore molto dure nei confronti dei maschi – ‘ipocriti’, ‘sepolcri imbiancati’, ‘mentitori’, ed espressioni anche più brutali, persino nei confronti di Pietro, spesso e volentieri improvvidamente errante – non vi è mai una espressione di rimprovero verso la Donna.

Conciosiacosaché, a tal proposito, io mi atterrò all’opinione di Enrico Cornelio Agrippa più sopra esposta, a mio modo di vedere assolutamente giustificata, nonché da me totalmente condivisa, ed avremo modo di vedere, nelle successive parti del presente studio, ove la corretta valutazione della Donna condurrà la nostra temeraria ricerca.   

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. OTTAVA PARTE.

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La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea, alle quali Rudolf Steiner dava sì tanta importanza nella prima ‘Scuola Esoterica’, da lui fondata nel 1904 e operante sino al 1914, sono per molti ‘antroposofi’ –  legati o meno alla ‘ufficiale’ Società Antroposofica – ma anche per molti che, in varia maniera, fanno riferimento al pensiero e all’Opera di Massimo Scaligero, di non facile comprensione, e questo non perché Rudolf Steiner non parli chiaro, ché, anzi, egli lo fa, sempre, in modo limpidamente esemplare, bensì perché, da una parte, essi son temi che richiedono un notevole approfondimento meditativo, che solo una energica pratica interiore può dare, dall’altra, perché chi si accosta a tali temi deve – ripeto: non solo può, ma deve – liberarsi dei condizionamenti che mediante una quasi bimillenaria ‘fascinazione’ è stata abbondantemente esercitata sulle anime da parte delle varie poco cristiche confessioni religiose ‘cristiane’.

Non va affatto sottovalutata questa occulta azione di ‘fascinazione’ – di ‘envoûtement’, direbbero i francesi, termine espressivo che nell’Ottocento gli occultisti italici traducevano ad litteram con ‘involtolamento’ – da parte della gerarchia ecclesiale di ogni epoca, perché essa è stata esercitata mediante un uso decisamente ‘magico’, quasi bimillenario, della ritualità liturgica. Una tale ritualità – largamente desunta, copiata, per non dire addirittura ‘scippata’, dagli Antichi Misteri egizi, ellenici, orientali e romani del Mondo Classico – ha una sua indubbia potenza di efficacia magica, e può sortire i più diversi effetti, spesso non precisamente positivi, nel venire usata secondo la volontà e l’arbitrio di chi ne detiene il potere e le chiavi. Una tale ritualità è lontanissima dalla spartana semplicità in uso tra i primissimi cristiani, e – come riconobbe pure lo stesso R.P. Antoine Dondaine O.P., scopritore e curatore dell’edizione del Liber de duobus principiis del cataro Giovanni di Lugio, e lui stesso domenicano, ossia appartenente proprio a quell’Ordo Praedicatorum nato per lo sterminio della ‘eresia’ catara, definita, per certi versi giustamente, ‘manichea’ dalla ‘Santa Inquisizione dell’eretica pravità’, della quale l’Ordine Domenicano era magna pars – è proprio nei semplicissimi e scarni ‘Riti’ della ‘traditio orationis’, ossia nella trasmissione del Pater Noster, nella ‘fractio panis’ della mistica Cena, nel ‘Battesimo spirituale’, ossia nel ‘Consolamentum’ dei Catari che è possibile ritrovare e vedere i puri e semplici riti praticati dai primissimi cristiani.  

Dunque, un tale condizionamento di quasi due millenni, operato ‘magicamente’ attraverso la ritualità, la predicazione, l’elaborazione teologica, ha ‘configurato’ le anime in profondità, e ‘deconfigurarsi’, e l’affrancarsi da una tale massiccia ‘configurazione’ richiede indubbiamente un grandissimo sforzo, che va contro la bimillenaria passività artatamente indotta nelle anime da un cotale insidioso condizionamento. Ed è necessario operare a lungo ed energicamente per dilavarne sin nelle profondità dell’anima anche le minime tracce.

Nulla è più difficile, in questo campo spirituale, del fatto di vedere limpidamente e in profondità il senso della contrapposizione – fatale, ma al contempo necessaria – tra la stirpe e la corrente spirituale di Abele-Seth e la stirpe e la corrente spirituale di Caino.  E nulla è più difficile del cogliere i vari e profondi sensi celati nel racconto della Genesi a proposito della ‘seduzione’ di Eva da parte del ‘serpente’ nel giardino dell’Eden. Ma leggiamo cosa è scritto nel terzo capitolo della Genesi mosaica, che riflette la tradizione abelita delle confessioni religiose ebraica e cristiana. Così leggiamo nella traduzione – la famosa ‘Riveduta’ – del valdese Giovanni Luzzi:   

«Or il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti; ed esso disse alla donna: ‘Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?’  E la donna rispose al serpente: ‘Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al giardino Iddio ha detto: Non ne mangiate e non lo toccate, che non abbiate a morire’. E il serpente disse alla donna: ‘No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male’. E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si apersero gli occhi ad ambedue, e s’accorsero ch’erano ignudi; e cucirono delle foglie di fico, e se ne fecero delle cinture. E udirono la voce dell’Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell’Eterno Iddio, fra gli alberi del giardino. E l’Eterno Iddio chiamò l’uomo e gli disse: ‘Dove sei?’ E quegli rispose: ‘Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perch’ero ignudo, e mi sono nascosto’. E Dio disse: ‘Chi t’ha mostrato ch’eri ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero del quale io t’avevo comandato di non mangiare?’. L’uomo rispose: ‘La donna che tu m’hai messa accanto, è lei che m’ha dato del frutto dell’albero, e io n’ho mangiato’.  E l’Eterno Iddio disse alla donna: ‘Perché hai fatto questo?’ E la donna rispose: ‘Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato’.  Allora l’Eterno Iddio disse al serpente: ‘Perché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre, e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno’. Alla donna disse: ‘Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figliuoli; i tuoi desiderî si volgeranno verso il tuo marito, ed egli dominerà su te’. E ad Adamo disse: ‘Perché hai dato ascolto alla voce della tua moglie e hai mangiato del frutto dell’albero circa il quale io t’avevo dato quest’ordine: Non ne mangiare, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto; perché sei polvere, e in polvere ritornerai’. E l’uomo pose nome Eva alla sua moglie, perch’è stata la madre di tutti i viventi. E l’Eterno Iddio fece ad Adamo e alla sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì. Poi l’Eterno Iddio disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo’.  Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto. Così egli scacciò l’uomo; e pose ad oriente del giardino d’Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita».

Dalla lettura di questo terzo capitolo della Genesi mosaica, di tradizione ‘abelita’ di stretta osservanza, che preannuncia tutti i drammi, le tragedie, le sofferenze, e gli strazi, che accompagneranno l’umanità nei millenni, risultano evidenti alcune ‘cose’, che hanno la loro grandissima importanza dal punto di vista dell’Esoterismo Cristiano – in contrapposizione alla visione ‘ortodossa’ della Chiesa cattolica sia latina che greca, e di quella protestante e riformata – e in particolare hanno notevole rilevanza in una visione ‘gioannita’, ‘gnostica’, ‘manichea’, ‘catara’, e ‘rosicruciana’. Naturalmente, proprio in questo campo, notevoli saranno nelle anime i pregiudizi, le resistenze, e in molti casi anche il rifiuto, come conseguenza del bimillenario condizionamento del quale è stato detto più sopra.  

Anzitutto, leggendo il testo da un punto di vista di chi non si accontenti della semplice ‘fede rivelata’, sempre ‘ingenerata e ricevuta dall’Alto e mai generata dall’uomo’, ovvero quella che gli antichi Gnostici valentiniani chiamavano πίστις, pìstis, ma ricerchi quella che sempre i Valentiniani definivano γνῶσις, gnôsis, ‘Conoscenza’, che contrapponevano alla semplice ‘fede’, risulta che il ‘serpente’ – ὄϕις, ophis, in greco, e נָחָשׁ, nâḥâsh in ebraico, da qui la corrente gnostica degli ‘Ofiti’, ὀϕίται, ophītae, o ‘Naasseni’ – abbia detto a Eva una ‘scomoda verità’ – nella fattispecie ‘scomoda’ per il ‘Signore’, ossia ‘Adonai’, ovvero ‘Jahve-Jehova’. Infatti, non fu affatto il ‘gustare il frutto dell’Albero della Conoscenza’ che dette, di per sé, la morte all’uomo. Semmai – come si accorse sùbito Eva – il gustare tale frutto dette a lei e ad Adamo una speciale ‘intelligenza’, in particolare la ‘conoscenza del Bene e del Male’. È evidente che Jahve-Jehova non desiderava affatto che la donna e l’uomo ricevessero una tale ‘intelligenza’, la quale donava all’essere umano qualcosa che, in qualche modo, lo elevava a livello divino. Il ‘serpente’ non offrì affatto ad Eva un ‘frutto avvelenato’, un ‘frutto mortale’. La susseguente e conseguente ‘morte’ furono, al contrario, la ‘punizione’ decisa da Jahve per il fatto che l’essere umano ricevette tale ‘intelligenza’. Infatti, è Jahve che, nel testo della Genesi, pronuncia le parole: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo».

È bene soppesare le parole, che non sempre nelle varie traduzioni rispecchiano interamente – e, aggiungerei, inevitabilmente – il senso dell’originario testo biblico, per cui, per documentazione del candido lettore, riporto la traslitterazione del testo ebraico.  La prima parte della frase in ebraico suona così:

Va-jjòmer Jahve Elohìm : hen ha-adàm kě-achàd mimmènu la-da‘ath tov va-ra‘ ve-‘attah. 

Dunque, il ‘serpente’ non mentì affatto a Eva dicendole :«No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». Infatti l’intero brano ebraico, integralmente riportato, così suona :

Vě ha-nachash hayah ‘arum  mikkòl hayyoth hassadeh asher ‘assah Jahve Elohim. Va-jjomer el ha-isshah: Af ki-amar Elohìm lo to’kělu mikkòl ‘etz ha-ggan? Va-tomer ha-isshah el ha-nnachash: mi-pěrì etz ha-ggan nokhel. U-mi-ppěrì ha-‘etz asher bě-thokh ha-ggan amar Elohim, lo thokhělu mimmènu vě-lo tig‘u bo pen-těmutun. Va-jjòmer ha-nnachash el ha-isshah: Lo-moth temuthun, ki yodea‘ Elohim ki be-jjòm akhalekhèm mimmènu nifqěhù ‘ejnikhèm vihějitèm ke-Elohìm jodea‘ tov va-ra’.

Nell’Esoterismo Cristiano il termine Jahve-Elohìm – anche se nelle varie Bibbie cattoliche latine e greche, e in quelle protestanti e riformate, viene tradotto come Dio, l’Eterno Iddio, il Signore, e simili espressioni – non designa affatto il Divino, l’Altissimo – ebraico El ‘Eljòn, al quale, nella Genesi, XIV, 18, sacrifica Melchisedec, re e sacerdote – nel senso dell’Assoluto, e nemmeno Lucifero, come è stato dimostrato nel mio precedente studio, bensì un Eloha o Eloah, un’entità della Gerarchia degli Elohim, delle ‘Exousiai’, ovvero delle ‘Potestà’, un’entità di quelli che nella Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner vengono chiamati ‘Spiriti della Forma’.

Considerando il racconto della Genesi in una prospettiva cainita – chiaramente inaccettabile da parte di chi si ponga all’interno della “ortodossia” abelita – proprio non si capisce perché l’essere umano non debba nutrirsi del ‘frutto dell’Albero della Conoscenza’, visto che esso dona, come sperimentò per prima Eva, Madre dei Viventi, l’“intelligenza”. Evidentemente, prima di gustare tale ‘frutto proibito’, l’essere umano era in uno stato di innocente ‘inconsapevolezza’, di inintelligente ‘ignoranza’, di non responsabile, infantile, non colpevole, ‘irresponsabilità’. L’essere umano era in uno stato di immeritata ‘purezza’: immeritata perché non frutto di conquista, ma ‘grazioso’ dono di Jahve-Jehova, di una deità che non desidera che l’uomo acceda alla ‘intelligenza’, e attraverso questa, alla ‘Conoscenza’: una deità che, nel Vecchio Testamento, dimostra esser molto ‘gelosa’ del suo possesso umano. Anche secondo la abelitica teologia cattolica, l’uomo nel Giardino dell’Eden era in possesso di facoltà e doni ‘preternaturali’, che lo rendevano capace di illimitata sapienza e potenza. Ma tali qualità erano appunto ‘gratuito’, ‘grazioso’, dono di Jahve, non conquista dell’uomo: arbitrario dono, che in maniera altrettanto arbitraria – ‘libito licito’ – gli poteva essere tolto. Come, in effetti, poi avvenne. E Massimo Scaligero, fin dalla sua prima grande opera, negli anni Cinquanta del trascorso secolo, nell’Avvento dell’Uomo Interiore, G.C. Sansoni Editore, Firenze, 1957, p. 57, delinea il senso della fatale ‘caduta’ dell’uomo primordiale sino all’attuale tristissima, e abietta, condizione di ottusa reclusione nell’effimero, nel contingente, e nell’illusorio, e avverte che:

«In realtà l’Io superiore è divenuto ego, perché l’ego si faccia Io superiore. Si può dire che l’uomo originario è stato strappato alla trascendenza da potenze superiori e avviato a un’esperienza del mondo finito, perciò lungo una «via discendente», il cui senso è riflesso nel simbolismo delle Quattro Età. S e  d e l l a  c o n d i z i o n e  s u p e r i o r e   p r o p r i a  a l l a  P r i m a  E t à, o  «E t à  d e l l’ o r o», l’ u o m o  f o s s e  s t a t o  v e r a m e n t e  a u t o r e  e  s i g n o r e, c e r t a m e n t e  n o n  s a r e b b e  p o t u t o  d e c a d e r e  d a  e s s a. Si tratta, in effetto, della condizione nella quale egli era contenuto, era ispirato, non libero».

Quindi, se l’uomo di quell’originario stato di sovrumana grandezza, nel quale egli si trovava nell’Eden, non aveva alcun proprio ‘merito’, neppure aveva veruna personale ‘colpa’ per la perdita di esso. Anzi – da uno spregiudicato punto di vista ‘cainita’ – una cotale, fatale perdita fu, paradossalmente, una ‘felix culpa’, perché gli permise di conquistare, con le proprie forze, perciò con proprio ‘merito’, e con ‘umana sapienza’ con ‘Anthroposophia’ – Autocoscienza, Libertà e Amore. Vedremo, nel corso del presente studio, come sia propria questa ‘felix culpa’, in una prospettiva ‘cainita’, la chiave della penetrazione conoscitiva, in senso manicheo, del ‘Mistero del Male’, dell’inverarsi di una ‘Filosofia della Libertà’, del compimento della ‘impresa del Graal’, della restituzione dello ‘stato primordiale’, della realizzazione dell’Androgine Celeste.   

Del resto è il testo stesso della Genesi mosaica che  afferma che Eva vide che l’albero era desiderabile per diventare intelligente [lě-ha-skil]. In ebraico biblico abbiamo una radice trilittere – sin-kaf-lamed – dalla quale, se consultiamo l’ancor ottimo e utile, seppur datato, Francesco Scerbo, Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento, Libreria Editrice Fiorentina, 1912, a p. 371, nn. 3-4-5, discende la parola sekhel, che come verbo ha il significato di ‘esser prudente’, ‘esser savio’, ‘agire saggiamente’; come aggettivo verbale ha il significato di ‘prudente’, ‘probo’, ‘intelligente’, ‘savio’, e addirittura ‘pio’; e come sostantivo quello di ‘intelligenza’, ‘prudenza’, ‘buon senno’. Dunque, lo ripeto ancora una volta, il ‘serpente’, nell’Eden, non mentì affatto proponendo alla donna un frutto sì prezioso, che le donava ‘intelligenza’. Inoltre, è il Christo stesso che nel Vangelo di Matteo, X, 16, avverte i suoi seguaci che non basta esser ‘puri come colombe’, ma è necessario eziandio esser ‘prudenti come serpenti’γίνεσθε οὖν φρόνιμοι ὡς οἱ ὄφεις καὶ ἀκέραιοι ὡς αἱ περιστεραί, ghinesthe oùn frònimoi hos òi òfeis, ài akéraioi hos ài peristerài.  

Ma nelle varie poco cristiche Chiese cristiane, si sposa totalmente il punto di vista abelita, e si ritiene essere solo ‘presunzione’, ‘superbia’, ‘blasfemia’, ‘ribellione’, la volontà dell’uomo di ‘conoscere’. Un esempio di ciò è quanto scrive Ireneo, vescovo di Lione del II secolo, feroce avversario, derisore e calunniatore, degli Gnostici. Infatti così scrisse in Adversus haereses II, 26, 1:

«È dunque meglio e più salutare essere semplici ed ignoranti ed appressarsi a Dio mediante la carità piuttosto che credere di sapere molte cose e dopo molte avventure di pensiero essere blasfemi contro Dio».

Del resto, è Jahve stesso che conferma quanto rivela la dichiarazione del ‘serpente’, ossia che col gustare il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza, l’uomo diveniva «come gli Dèi – kě-Elohìm – conoscitore del bene e del male – jodea’ tov va-ra’».  

Ma nel Vangelo di Giovanni X, 34-36, trad. della Riveduta di Giovanni Luzzi, è il Christo stesso che afferma la suprema dignità dell’Uomo:

«Gesù rispose loro: Non è egli scritto nella vostra legge: Io ho detto: Voi siete dèi? Se chiama dèi coloro a’ quali la parola di Dio è stata diretta (e la Scrittura non può essere annullata), come mai dite voi a colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo, che bestemmia, perché ho detto: Son Figliuolo di Dio?».

Per documentazione del benevolo, e volenteroso lettore, riporto l’originale del testo greco di questo brano giovanneo:

ἀπεκρίθη αὐτοῖς ὁ Ἰησοῦς· Οὐκ ἔστιν γεγραμμένον ἐν τῷ νόμῳ ὑμῶν ⸀ὅτι Ἐγὼ εἶπα· Θεοί ἐστε;  εἰ ἐκείνους εἶπεν θεοὺς πρὸς οὓς ὁ λόγος τοῦ θεοῦ ἐγένετο, καὶ οὐ δύναται λυθῆναι ἡ γραφή,  ὃν ὁ πατὴρ ἡγίασεν καὶ ἀπέστειλεν εἰς τὸν κόσμον ὑμεῖς λέγετε ὅτι Βλασφημεῖς, ὅτι εἶπον· Υἱὸς τοῦ θεοῦ εἰμι;

Ora, se mi son permesso di riportare il testo ebraico di alcuni versi della Genesi mosaica, e quello greco dei Vangeli, non è stato per  sfoggiare una ‘edificante erudizione’ a pro’ del benevolo lettore – cosa che reputo essere inutile, oltre che vanitosa – bensì perché alcune parole del testo biblico originario sono particolarmente significative, e possono illuminare molto il tema che ci sta a cuore: il tema del Graal. Infatti, sia il ‘serpente’, nachash, che l’Eloha o Eloah Jahve, usano parole tra loro correlate: la voce verbale jodea‘ e il sostantivo da’ath. Ora, nel sopra citato Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento di Francesco Scerbo scopriamo, alle pp. 111 n. 13, e 112 n. 1, che ambedue le parole sono costruite a partire dalla radice trilittere jodh-daleth-‘ajin, dando origine al verbo jadà‘ col significato di ‘accorgersi’, ‘conoscere’, ‘sapere’, ‘avere intendimento’, e, a p. 59, da‘ath, col significato di ‘conoscenza’, ‘sapere’, ed aggiungo io, di ‘Gnosi’.

Ed è, appunto, questa da‘ath tov va-ra‘, questa ‘Gnosi del Bene e del Male’, che Jahve-Jehova non voleva che gli esseri umani, e nel caso specifico Adamo ed Eva, facessero loro perché – come apertamente dichiara il ‘serpente’, e conferma lo stesso Jahve, li rendeva  ke-elohìm jodea’ tov va-ra’, come gli Dèi, conoscitori del Bene e del Male. Ma il verbo jada‘, in ebraico, ha anche un altro senso, un senso traslato, quello legato alla generazione fisica. Infatti al primo verso del quarto capitolo della Genesi è scritto: Vě-ha-Adam jada‘ eth-Chavah ishtò, e Adamo ‘conobbe’,  ossia ‘fecondò’, Eva, sua moglie.

Di molti Patriarchi, nell’antico Testamento, viene detto che ‘conobbero’ la loro sposa, e questa ‘concepì’, e partorì un figlio. E persino nel Vangelo di Luca, I, 26-35, sempre nella citata traduzione del valdese Giovanni Luzzi, all’annuncio fatto dall’Arcangelo Gabriele, Maria risponde usando il verbo ‘conoscere’, cui viene dato appunto il significato traslato usuale nell’Antico Testamento. Infatti leggiamo:  

«Al sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea detta Nazaret ad una vergine fidanzata ad un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. E l’angelo, entrato da lei, disse: Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è teco. Ed ella fu turbata a questa parola, e si domandava che cosa volesse dire un tal saluto. E l’angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco tu concepirai nel seno e partorirai un figliuolo e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande, e sarà chiamato Figliuol dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, ed egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine. E Maria disse all’angelo: Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? E l’angelo, rispondendo, le disse: Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà, sarà chiamato Figliuolo di Dio».

Il testo greco del Vangelo di Luca, al verso 34, riportando la risposta di Maria, dice: εἶπεν δὲ Μαριὰμ πρὸς τὸν ἄγγελον· πῶς ἔσται τοῦτο, ἐπεὶ ἄνδρα οὐ γινώσκω, èipen de Mariàm pros ton ànghelon, pôs èstai toùto, èpei àndra où ghinòsko. Le parole di Maria: àndra où ghinòsko, non conosco uomo, stanno appunto a significare il legame significativo che, anche nei Vangeli, ha il ‘conoscere’ col ‘generare’, col ‘fecondare’. Ed è di grandissimo momento che proprio Rudolf Steiner dia, et pour cause, una interpretazione ‘superiore’, un ‘sovrasenso’, una interpretazione, oserei dire – dantescamente – iniziaticamente ‘anagogica’, alla speciale identità tra il concetto di ‘conoscere’ e quello di ‘fecondare’: una interpretazione ‘iniziatica’, che può condurci, come vedremo, direttamente nel cuore stesso del Mistero del Graal. Infatti, così leggiamo in Rudolf Steiner, XII conferenza de Il Vangelo di Giovanni,intitolata La Vergine Sofia e lo Spirito Santo, tenuta ad Amburgo il 31 maggio 1908, traduzione di Emmelina De Renzis, Prefazione di Marie Steiner, R. Carabba Editore, 1930:   

«Dobbiamo ora comprendere, che l’uomo, quando conseguirà questa iniziazione, diverrà in fondo affatto diverso da quel che era prima. Mentre prima non era in rapporto altro che con le cose del mondo fisico, dopo, invece, acquista la possibilità di praticare ugualmente i processi e gli esseri del mondo spirituale. Questo implica, che l’uomo raggiunge la conoscenza in un senso molto più reale di quello astratto, timido, prosaico, con cui si parla ordinariamente della conoscenza. Per chi consegue la conoscenza spirituale, il processo cognitivo è anche tutt’altro; è una vera e propria realizzazione del bel detto: «Conosci te stesso!». Ma è pericolosissima cosa, nella sfera della conoscenza, comprendere questo detto in modo errato, come oggidì succede anche troppo spesso. Molti si spiegano quel detto nel senso, che essi non debbono più guardare attorno nel mondo, ma soltanto curiosare nella propria interiorità o cercare in essa sola ogni spiritualità. Questa è una interpretazione molto errata di quel detto, che ha invece tutt’altro significato. L’uomo deve rendersi chiaramente conto, che una vera conoscenza superiore è anche un’evoluzione, che da un punto di vista, che l’uomo aveva già raggiunto, conduce a un altro, che prima non aveva raggiunto ancora. Se ci si esercita nell’autoconoscenza in modo, come se ci si covasse interiormente, si vede soltanto ciò che già prima si aveva; non si acquista nulla di nuovo, ma solamente una conoscenza, intesa nel senso che oggi è corrente, del proprio io inferiore. Questa interiorità non è che una parte di quanto si richiede per la conoscenza; l’altra parte, che le occorre, deve ancora aggiungersi. Senza entrambe le parti, non si conchiude nulla. Per mezzo dell’interiorità, l’uomo può arrivare a sviluppare in sè gli organi, coi quali esercita le sue facoltà cognitive. Ma come l’occhio, organo sensorio esteriore, non conoscerebbe il sole, se guardasse introspettivamente in sé stesso, invece di guardar fuori verso il sole stesso, così del pari anche l’organo cognitivo interiore deve guardar fuori, s’intende verso una esteriorità spirituale, per poter veramente conoscere. Il concetto di «conoscenza» aveva nei tempi, in cui s’intendevano le cose spirituali più realisticamente, un significato assai più profondo, più realistico di oggi. Leggete nella Bibbia, che cosa significa: «Abraham conobbe sua moglie!» oppure, che questo o quel patriarca «conobbe la propria moglie». Non dovete faticare molto a comprendere, che in quei passi s’intende parlare di fecondazione, e se si considera il detto: «conosci te stesso» in greco, non significa: «va a curiosare nella tua interiorità», bensì «feconda il tuo sé con ciò che fluisce a te dal mondo spirituale». Conosci te stesso! significa: Feconda te stesso col contenuto del mondo spirituale! – All’uopo occorrono due requisiti: che l’uomo si prepari con la catarsi e l’illuminazione, e poi che apra la sua interiorità liberamente al mondo spirituale. In questa connessione con la conoscenza, possiamo paragonare l’interiorità dell’uomo all’elemento femminile, e l’esteriorità al maschile. L’interiorità bisogna renderla atta a ricevere il Sé superiore; quando a ciò sia resa atta, il Sé superiore dell’uomo, dal mondo superiore, fluisce e penetra nell’uomo stesso. Dove infatti è il Sé superiore dell’uomo? Sta forse là dentro, nella persona umana? No! Durante i periodi di Saturno, del sole e della luna, il Sé superiore era riversato sull’intiero Cosmo; l’Io del Cosmo fu allora riversato sull’uomo, e questo Io, l’uomo deve far lavorare su di sé, deve farlo lavorare sulla propria interiorità preparata in precedenza. Vale a dire, che deve essere purificata e purgata, nobilitata, assoggettata alla catarsi l’interiorità dell’uomo, in altre parole: il suo corpo astrale. Allora egli può aspettarsi che la spiritualità esteriore penetri in lui, a illuminarlo. E questo succede quando l’uomo è tanto bene preparato, da avere sottoposto il suo corpo astrale alla catarsi e da avere per tal mezzo formato i suoi organi interiori di conoscenza. Il corpo astrale, allora, è sotto ogni riguardo tanto progredito, quando s’immerge nel corpo eterico e in quello fisico, da far seguire l’illuminazione, il fotismo. Ciò che veramente si verifica è per l’appunto che il corpo astrale dà al corpo eterico l’impronta dei propri organi, con che si determina il fatto che l’uomo percepisce il mondo spirituale che gli sta d’attorno, ossia che la sua interiorità, il corpo astrale, accoglie ciò che gli può offrire il corpo eterico, ciò che il corpo eterico gli trae da tutto il Cosmo, dall’Io cosmico».

Ho citato l’esegesi che Rudolf Steiner fa del Vangelo di Giovanni nella traduzione di Emmelina De Renzis, edita nel 1930 a Lanciano da R. Carabba Editore, pur apprezzando molto l’ottima traduzione di Willy Schwarz, edita per la prima volta nel 1956 da L’Editrice Scientifica di Milano, e in seguito più volte dall’Editrice Antroposofica, perché l’edizione del 1930 porta la prefazione di Marie Steiner, la fedele compagna di Rudolf Steiner, alla cui abnegazione, oltre che alla sua competenza spirituale, dobbiamo la salvezza dell’Opera di Rudolf Steiner, sia per il rapporto ‘graalico’ che l’ha unita al Maestro dei Nuovi Tempi: elemento sacrale che ha un rapporto diretto e profondo col tema del presente studio. L’elevatezza della figura spirituale di Marie Steiner fu anche oggetto dell’ultimo colloquio ch’io ebbi, assieme al mio amico ‘eleusino’ Trittolemo, con Hella Wiesberger nel 2013, ed è per me un gioioso dovere ricordare e rendere omaggio a Colei, la cui fatidica ‘domanda’ permise a Rudolf Steiner di donare al mondo l’Antroposofia.  

Dunque, l’uomo deve al ‘serpente’, al biblico ‘nachash’, l’aver avuto accesso, mediante ‘intelligenza’, alla ‘Conoscenza’, alla ‘Gnosi’. La parola greca γνῶσιςgnòsis, oltre che nello Gnosticismo,  era usuale nella filosofia pitagorica e platonica, nelle religioni dei Misteri Classici, nell’Ermetismo alessandrino, ed aveva il significato di una conoscenza ‘vitale’, ‘diretta’, ‘intuitiva’ nel senso etimologico del termine, della reale natura dell’uomo come natura ‘divina’, recante in sé, pur nello stato di ‘caduta’, di ‘esilio’, dal luminoso ‘stato primordiale’, una ‘scintilla’ che può condurre l’uomo alla ‘liberazione’ dallo stato di abiezione e di schiavitù nel quale geme, alla folgorante ‘Illuminazione’: appunto alla ‘Gnosi’, all’unione con l’Uno-Tutto, con l’Uno Unissimo.

La ‘Gnosi’ è, dunque, un ‘vissuto’, una ‘Conoscenza folgorante’, una abbagliante ‘consapevolezza’, una ‘animadversio’ la chiamerebbe Massimo Scaligero, e come tale si contrappone alla conoscenza meramente ‘intellettuale’, all’εἶδειν, eídein, come una appercezione diretta si contrappone ad una rappresentazione mentale riflessa. Infatti il ‘genio della lingua’ in italiano contrappone ‘conoscere’ a ‘sapere’, in francese ‘connaître ’ a ‘savoir’, in castigliano conocer’ a ‘saber’, in tedesco ‘kennen’ a ‘wissen’, ed anche in latino ‘cognoscere’ a ‘scire’. Ed è proprio questa folgorante ‘Conoscenza’ diretta, questa ‘percezione’ diretta, ‘in-mediata’ – ossia ‘non mediata’ da un organismo istituzionale – che la jahvetica tradizione abelita ha sempre avversato, e che la stirpe ‘cainita’, invece, ha sempre appassionatamente cercato.

Ma è evidente che solo la ‘Conoscenza’ può ‘generare’, ‘fecondare’ e non il ‘sapere’. Infatti, il Christo nel Vangelo di Giovanni, VIII, 32, proclama:  καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς. Kài gnòsesthe ten alètheias, kài he alètheia eleutheròsei hymàs, che nella sua Vulgata Gerolamo traduce come et cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos, e nella bella lingua di Dante: e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. ‘Cognoscere’, non ‘scire’; ‘conoscere’, non ‘sapere’. Ed uno dei motti più eloquenti di Christian Rosenkreutz, fondatore della Fraternitas Rosae Crucis era ‘summa scientia nihil scire’

Massimo Scaligero, nel Trattato del Pensiero Vivente, una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979,  pp. 13-14, parlando dell’estrema concretezza dell’esperienza folgorante, in-mediata, del Pensiero Vivente, nel capitolo terzo così scrive:

«Come esperienza, è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori».

Il Pensiero Vivente è vivificante,  creante, fecondante, risanante, trasmutante, perché reca in sé l’etere della vita: l’amṛta, l’ambrosia, il ‘cibo d’immortalità’ che dall’Alto si riversa nella ‘Coppa del Graal’. Ed il fecondante processo di conoscenza s’illumina di particolare luce leggendo quanto, sempre nella XII conferenza sul Vangelo di Giovanni, Rudolf Steiner aggiunge alle comunicazioni  sopra riportate:

«L’esoterismo cristiano chiamava questo corpo astrale purificato, purgato, che nel momento di sottoporsi all’illuminazione non contiene più nessuna delle impressioni impure del mondo fisico, ma solamente gli organi per la conoscenza del mondo spirituale: «la pura, casta, sapiente, vergine Sofia». Per mezzo di tutto ciò che accoglie nella catarsi, l’uomo purifica e monda il suo corpo astrale sino a farne la Vergine Sofia. E alla Vergine Sofia muove incontro l’Io cosmico, l’Io dei mondi, che opera l’illuminazione, che fa sì che l’uomo abbia luce, luce spirituale attorno a sé. Questo secondo elemento, che si aggiunge alla Vergine Sofia, l’esoterismo cristiano chiamava – e lo chiama ancor oggi – lo «Spirito Santo». Di guisa che, in senso cristiano esoterico, si dice cosa giustissima, quando si dice che il cristiano esoterico per mezzo dei processi iniziatici ottiene la purificazione, la purgazione del suo corpo astrale; che egli fa di quest’ultimo la Vergine Sofia, e che viene illuminato – se volete, potete dire: adombrato – dallo «Spirito Santo», dall’Io cosmico dei mondi. E chi dunque è illuminato, chi, in altri termini, nel senso dell’esoterismo cristiano, ha ricevuto in sè lo «Spirito Santo», parla oramai in senso diverso da prima. Come parla egli? Parla in modo, che non esprime il suo parere, quando discorre di Saturno, del Sole, della Luna, delle varie membra dell’entità umana, dei processi dell’evoluzione cosmica. Dei suoi giudizi non fa neppure cenno. Quando un cotal uomo parla di Saturno, è Saturno stesso che parla attraverso di lui; quando parla del Sole, è l’entità spirituale del Sole che parla attraverso di lui. Egli è uno strumento; il suo io si è sommerso, vale a dire, che per dei momenti come quelli ora citati, è divenuto impersonale, ed è l’Io cosmico che si serve di lui come di uno strumento, per parlare attraverso di lui. Nei veri insegnamenti esoterici, perciò, che provengono dall’esoterismo cristiano, non si può parlare di punti di vista e di opinioni. Sarebbe un errore nel più alto senso della parola: non esistono. […]

Abbiamo così cominciato col conoscere due concetti, nel loro significato spirituale: cioè l’essere della Vergine Sofia, che è il corpo astrale purificato, e l’essere dello Spirito Santo, dell’Io cosmico dei Mondi, che viene accolto dalla Vergine Sofia e che può allora parlare dal corrispondente corpo astrale. Conviene però conseguire ancora dell’altro, conseguire un grado più alto: potere, cioè, aiutare il prossimo, potergli dare gl’impulsi per realizzare quei due concetti. Gli uomini del nostro periodo di evoluzione possono accogliere nel modo suddescritto la Vergine Sofia (il corpo astrale purificato) e lo Spirito Santo (l’illuminazione). Soltanto Cristo Gesù poteva dare alla Terra, ciò che all’uomo era necessario. Egli ha inoculato nella parte spirituale della Terra le forze, che rendono possibile il verificarsi di ciò che si è descritto con l’iniziazione cristiana».

Caratteristica della jahvetica coscienza ‘abelita’ è una ‘lunare’ coscienza sognante, che riceve discendente dall’Alto la ‘saggezza’ come ‘rivelazione’ del sovrasensibile, come un ‘dono’, esattamente come Epimèteo del mito greco: quella ‘abelita’ è una coscienza ‘ricettiva’, ‘mediata’, ‘riflessa’, ‘passiva’, ‘sacerdotale’, ‘tradizionale’, vòlta al passato. La coscienza ‘cainita’, invece, è ‘solare’, pienamente ‘sveglia’, elabora e conquista, con le proprie forze, ascendendo dal basso, la ‘Gnosi’, ‘Scienza’ e ‘Conoscenza’, esattamente come il Promèteo del mito greco: quella ‘cainita’ è una coscienza ‘operativa’, ‘in-mediata’, ‘attiva’, ‘iniziatica’, ‘costruttiva’, vòlta al futuro.

L’etica ‘abelita’ è la passiva accettazione del volere di Jahve-Jehova, la scrupolosa conformità alla ‘Legge’, alla ‘Torah’. È un passivo ‘dipendere’ da un altrui volere: un ‘non sui juris esse’. La morale ‘cainita’, al contrario, è l’attivo voler esser fondati solo su se stessi, sul proprio ‘libero volere’, un voler – romanamente – esser ‘faber fortunae suae’, ‘facitori del proprio destino’, ovvero, come ammonisce il motto di Teofrasto Paracelso: ‘alterius non sit, qui suus esse potest’, ‘non sia di altri, chi può esser di se stesso’. L’etica ‘abelita’ è  ‘eteronima’, quella ‘cainita’ è ‘autonoma’

Questa posizione ‘cainita’ di radicale autonomia dell’essere umano, questa volontà di ‘conoscenza diretta’ della verità e della realtà, indipendente da antiche ‘rivelazioni’, è quanto ricollega la ‘Via’ percorsa dalla stirpe ‘cainita’ al ‘manicheo’ tema del ‘Graal’, al tema della reintegrazione dello ‘stato primordiale’, della restituzione dell’Androgine Celeste. Questo tema, infatti, lo ritroviamo in Massimo Scaligero, Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, ove, nel primo capitolo, La Via Adamantina d’Occidente, alle pp. 10-12, prendendo spunto da una istanza del tantrismo indiano, spiritualmente ancora insufficiente rispetto alla richiesta dei ‘nuovi tempi’, ma già prefigurante l’esigenza dell’attuale radicale ‘Via dell’Io’, e  della correlata ‘Via del Pensiero’, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo, perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza la sua originaria natura. Chi vuol tronare indietro, segue la «»via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando egli ancora traeva sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita di stati di coscienza trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente. […]

Il metodo per la realizzazione di un simile còmpito, teoricamente presenta qualche affinità con la posizione idealistica occidentale della i m m a n e n z a  a s s o l u t a. Ogni trascendenza è astrazione per l’uomo che non ha più la diretta percezione del Divino: la coscienza da cui si prendono le mosse è l’immediatezza identica a sé, che non può essere ignorata o saltata. La coscienza che si ha, la costituzione che si ha, il corpo che si ha, sono i punti di partenza: se il Divino è alla base del mondo, esso sarà ritrovato». 

Che il gesto di Eva, nell’Eden, di accettare l’offerta del ‘serpente’, del ‘nachash’, di nutrirsi del frutto dell’‘Albero della Conoscenza’, sia stata una necessaria, ‘felicissima culpa’, è quanto Massimo Scaligero mette in evidenza nell’ultimo capitolo, Restituzione dell’Albero della Vita, del Graal, Saggio sul Mistero del Sacro Amore. Infatti, così scrive alle pp. 150-151:

«L ’u o m o  n o n  a v r e b b e  p e r d u t o  l’ i m m o r t a l i t à,  s e  a v e s s e  r i n u n c i a t o a l l a  C o n o s c e n z a: si sarebbe cibato del frutto dell’Albero della Vita perennemente, se avesse obbedito al monito del Signore, di non cibarsi del frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Scacciato dall’Eden, egli non può più cibarsi del frutto dell’albero della Vita, ma la virtù di tale Albero fluisce come vita fisica, vita estranea alla coscienza, alla quale da quel momento egli è congiunto mediante i sensi, mediante brama. Sete di vita, impossibilità di estinguerla, è da quel momento il prezzo mediante cui l’uomo paga il nascere dell’autocoscienza, la possibilità della libertà. La conoscenza non è all’altezza della vita, non ha potere di vita: le sfugge la vita».

Naturalmente, sarebbe stata cosa vilissima se Eva, Madre dei Viventi, avesse rinunciato a cibarsi di tale prezioso ‘frutto’: la sua fu, quindi, una intelligentissima, coraggiosissima, e felicissima ‘colpa’. Infatti, Massimo Scaligero, a p. 153, così aggiunge:

«L ’ u o m o  n o n  a v r e b b e  p o t u t o  p e r d e r e  l ’ i m m o r t a l i t à  d e l l ’ E d e n,  o  l ’ i m m o r t a l i t à  t e r r e s t r e,  s e  q u e s t a  n o n  f o s s e  s t a t a  u n  d o n o. Se fosse stata un suo possesso, un bene da lui fatto sorgere e da lui irradiato, egli non avrebbe potuto perderla. La perdita dell’immortalità, la «caduta», la necessità della malattia e della morte, sono state necessarie, perché l’uomo riconquisti come proprio essere, ciò che era meramente un dono. L’Eden è il suo vero regno, ma è il regno che attende da lui essere restituito: tale il senso dell’autocoscienza».

Vedremo, nel proseguo del presente studio le conseguenze conoscitive – in senso sia umano che cosmico – di questa visione ‘cainita’ e ‘manichea’ dell’impresa del Graal, e della funzione occulta del Male e della sua ‘trasmutazione’ in un superiore Bene.  

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SETTIMA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_LightNelle parti precedenti del presente studio è stato accennato alla correlazione profonda che vi è tra il tema della ricerca del Graal e quelli della Leggenda del Tempio, della Leggenda Aurea. La correlazione profonda, segreta, tra questi temi, come avrà modo di rendersi conto il benevolo lettore nel corso di questo studio, può essere scorta proprio nella questione della peculiare concezione del Male, e nell’essenza del Manicheismo, così come esse vengono messe in evidenza dalla Scienza dello Spirito, dall’Antroposofia di Rudolf Steiner. Ma per molti non è affatto un còmpito facile quello di giungere ad una reale, autentica, e corretta, comprensione della questione del Male, e ciò porta necessariamente a non intendere, nonché spesso fatalmente a fraintendere, come vedremo, alcuni dati fondamentali della Scienza dello Spirito, proprio in relazione della questione del Graal e della Leggenda Aurea.      

Un esempio lampante di un tale non intendimento e, di conseguenza, di fatale fraintendimento, del tema del presente studio, lo possiamo trovare proprio nella concezione che sta dietro all’interpolazione, ossia all’indebito inserimento, nel testo di Rudolf Steiner – da me citato nella sesta parte di questo studio volutamente a partire dalla corretta, e soprattutto onesta, traduzione di Bruno Roselli dell’Esoterismo Cristiano, edita nel 1940 dai Fratelli Bocca – di un passo che non vi è né nell’originale francese, né nel testo tedesco della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia pubblicata dal benemerito Lascito di Rudolf Steiner, passo che si trova, invece, inserito nella traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, la cui prima edizione apparve nello scorso secolo, senza data, nel 1981, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré,  ove si trovano aggiunte, a p. 121, le seguenti parole:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Indipendentemente dalle intenzioni, che nel presente contesto non saranno indagate ulteriormente, di chi ha inserito surrettiziamente nella traduzione del testo di Rudolf Steiner tale passo interpolato, è interessante notare come quanto affermato in tale passo sia veramente lontano, e contraddica molte affermazioni di Rudolf Steiner. È noto come nelle sue esposizioni della Scienza dello Spirito, Rudolf Steiner sovente illustri esseri, cose, fatti ed eventi, da molti punti di vista diversi: punti di vista anche, almeno per la concezione comune, piuttosto lontani tra loro e, spesso apparentemente, ma solo apparentemente, tra loro contraddittori. Lo ‘studio’ della Scienza dello Spirito‘studio’, rosicrucianamente, ossia ritualmente, e asceticamente, inteso, e non certo quello intellettuale ed universitario – richiede che si vada molto a fondo nella pratica della ‘Via del Pensiero’, e che si scorga il rapporto con essa, non certo moralistico, bensì conoscitivo, degli ultimi tre ‘esercizi ausiliari’, nonché del risultante ‘equilibrio creativo’, dati dal Maestro dei Nuovi Tempi nelle Regole iniziatiche date da Rudolf Steiner ai discepoli della Scuola Esoterica, esercizi che sono fondamentali, e che troviamo nella bella traduzione di Massimo Scaligero – traduzione che è proprio sua – in fondo al libro Manuale pratico della meditazione, prima edizione Teseo, Roma, senza data, ma 1973, pp. 144-152.

Proprio a chi voglia penetrare conoscitivamente il tema della origine e della funzione del Male, il tema della Leggenda del Tempio, quello della Leggenda Aurea, il tema stesso del Graal, e quindi quello della Coppia Primordiale e dell’Androgine Celeste, è appunto richiesta molta, ma molta, equanimità, e soprattutto moltissima positività ed alquanta spregiudicatezza, perché a chi voglia con coraggio affrontare simili temi, è richiesto di affrancarsi radicalmente dalle inevitabili, scontate, automatiche reazioni emotive, dalle automatiche pulsioni istintive, che quasi due millenni di suadente fascinazione confessionale in àmbito cristiano hanno configurato, e stratificato, nelle anime dei più, come una ‘seconda natura’, indotta dall’esterno, ed erroneamente scambiata per genuina ‘spontaneità’, mentre in realtà si tratta dell’effetto di una ‘ipnotica suggestione’, vòlta deliberatamente ad anestetizzare la sensibilità autentica, e a narcotizzare, paralizzare, spegnere nel singolo essere umano, e nelle varie collettività, la nascente, appena affiorante, anima cosciente. Questa  ‘seconda natura’, illudente, dis-orientante, e deviatrice, veniva chiamata dagli antichi Gnostici ‘spirito contraffatto’, e dagli antichi Egizi, nel cosiddetto ‘Libro dei Morti’, veniva descritto come il ‘cattivo pilota’

La Scienza dello Spirito delinea nella storia cosmica dell’uomo, a partire dalla Leggenda Aurea e dalla Leggenda del Tempio, la nascita, la formazione, e la successiva evoluzione di due diverse, e contrapposte, stirpi umane, quella di Caino, generato dall’unione di un Eloha, o Eloah, con Eva, e quella di AbeleSeth, nato dall’unione di Adamo, plasmato da un altro Eloha o Eloah, JahveJehova – come afferma la Genesi, II, 7 – dalla ‘polvere della terra’, ‘aphar min adamah, con Eva. Da qui, la minaccia, e la punizione, di Jahve-Jehova nei confronti dell’essere umano, che ha ascoltato l’esortazione del ‘serpente’, nahash, a nutrirsi del frutto dell’Albero della Conoscenza, affinché a lui ‘si aprissero i suoi occhi’, e divenisse così ‘come gli Dèi-Elohim’, ‘conoscitore del Bene e del Male’. Le punitive parole minacciose di Jahve-Jehova ricordano all’uomo ‘caduto’‘felix culpa’, per gli gnostici ofiti-naasseni, ed anche per chi qui scrive, perché una tale colpa apre all’essere umano la possibilità dell’Autocoscienza e della Libertà – che egli morirà, «quia pulvis es et in pulverem reverteris», come scritto nella Vulgata (Genesi III,19) di Gerolamo, ossia «perché sei polvere e in polvere ritornerai».

Per inciso, è da rilevare che nell’Ermetismo rinascimentale e settecentesco, e soprattutto nell’Alchìmia rosicruciana, viene dato un senso molto peculiare a questa ‘aphar min adamah, a questa ‘polvere della terra’ dalla quale Adamo è stato formato, e alla quale, come punizione, con la morte, egli viene condannato da Jahve-Jehova a fatalmente ritornare. Tale morta ‘polvere’ alla quale Adamo viene condannato, è sicuramente un gran ‘male’, ma da una tale ‘polvere della terra’ – lavorata ‘per viam transmutationis’ – può essere tratto un gran ‘bene’: la ‘pietra filosofale’ stessa, la chiave di una non più smarribile immortalità. Per esempio, questo è quanto indica un autore rosicruciano del XVII secolo – ‘le siècle d’or’ dell’Alchìmia, secondo gli ermetisti francesi – Eugenius Philalethes, ossia il gallese Thomas Vaughan, nella sua opera Anthroposophia Theomagica, del 1648, ossia nella prima opera avente il termine ‘Antroposofia’ sin nel titolo. Eugenius Philalethes, Thomas Vaughan, ricavò il termine ‘Antroposofia’ dall’opera di Enrico Cornelio Agrippa, che lo menziona nel suo Arbatel, opera della quale vi è una bella traduzione in francese di Marc Haven, il coraggioso riabilitatore della figura del Conte di Cagliostro, calunniato e diffamato con ogni mezzo dalla ‘parte avversa’. Per gli ermetisti rosicruciani, dunque, una tale ‘polvere della terra’, così come le ‘ceneri’, e il ‘caput mortum’, che il diligente alchimista trova e raccoglie in fondo al ‘vaso’, sia qualcosa non solo da non disprezzare, ma addirittura da ritenere particolarmente prezioso. Ciò mostra come si debba avere una savia ‘prudentia’ – nel senso latino e romano del termine – nel valutare la natura, e la funzione, del ‘Male’.  

Nell’ebraico del testo biblico della Genesi vi è una relazione stretta tra ‘Adam’, che letteralmente significa ‘uomo’ e ‘adamah’, l’umida e fertile ‘terra rossa’, così come in latino, secondo un’etimologia cara agli ermetisti rinascimentali, vi è una relazione stretta tra ‘homo’ e ‘humus’. E il sapientissimo rosicruciano Thomas Vaughan, nella sua sopra citata ‘Anthroposophia Theomagica’, sulla scorta e l’esempio di Enrico Cornelio Agrippa, del quale egli si riteneva discepolo postumo, parla di una ‘triplice terra’. A p. 27 di The Works of Thomas Vaughan : Eugenius Philalethes, Edited, Annotated and Introduced by Arthur Edard Waite, Theosophical Publishing House, London, In the Year of the Lord MCMXIX,  il Nostro così scrive:

«Ma io parlo di nature celesti, occulte, note unicamente a maghi assoluti, i cui occhi sono nel centro, non nella circonferenza; e in questo senso ogni elemento è triplice. Per esempio, vi è una triplice terra : in primo luogo, una terra elementare, poi vi è una terra celestiale, ed infine vi è una terra spirituale».

Ossia di quella che Thomas Vaughan, sempre a p. 27, chiama Terra Adamica. E Arthur Edward Waite, in nota a piè di pagina, chiarisce: «Cioè, Terra elementaris, Terra caelestis e Terra Spiritualisquest’ultima essendo Terra viventium».

Il candido lettore non si spaventi per l’enigmaticità del linguaggio ermetico e alchemico di Eugenius Philalethes: il suo significato diverrà gradualmente sempre più chiaro nel corso delle successive di questo studio, e soprattutto nella parte finale del medesimo. Il lettore abbia solo una necessaria pazienza: le cose, nei limiti del lecito, possono essere esposte solo con la dovuta gradualità. Ma, sin d’ora, sia chiaro che si tratta sempre della spiritualizzazione della materia, e della redenzione del Male, della sua trans-mutazione – qui  è proprio il caso di usare questo termine alchemico – del Male in un più grande Bene. Ossia, si tratta prima di ‘solvere’, di ‘volatilizzare il fisso’, di ‘spiritualizzare il corpo’, e poi di ‘coagulare’, di ‘fissare il volatile’, di ‘corporificare lo spirito’: operazioni che sono quanto di più audacemente concreto, e di meno mistico si possa concepire. 

Come abbiamo detto, il fatto che l’uomo plasmato dalla ‘polvere della terra’, dall’aphar min adamah, sia mortale, e alla ‘polvere della terra’, con la morte, debba fatalmente ritornare, è sì di per sé un gran Male, ma una tale ‘polvere’, e una tale ‘terra’, sapientemente ‘lavorate’ secondo quell’Arte Regia cara ad Ermetisti e Rosacroce, possono non solo restituire all’uomo l’immortalità perduta con la cacciata dall’Eden, reintegrandolo nello ‘stato primordiale’, ma possono addirittura condurlo ad una condizione ben superiore a quella ‘edenica’, da lui smarrita a causa della ‘caduta originaria’, ossia possono portarlo alla realizzazione non solo della sua ‘angelificazione’, ma anche a quella dell’‘Androgine Celeste’, e a raggiungere quella condizione che Dante chiama ‘indiamento’: l’unione assoluta col Divino.

Questa ‘lavorazione’ della ‘terra’, della ‘polvere’, aphar min adamah, è in gran parte un’opera di ‘purificazione’. Lumi su una tale ‘opera’ li possiamo trarre da un testo proveniente da cerchie rosicruciane dello scorso secolo. Si tratta del libro Die entschleierte Alchemie. Das Geheimnis des Steins der Weisen erstmalig erklärt von Johannes Helmond, 1963, Karl Rohm Verlag, Bietigheim Württemberg, ossia de L’Alchìmia disvelata. Il segreto della pietra filosofale per la prima volta spiegato di J.H.

Di questo libro esiste una traduzione italiana, ma – sia detto con sopportazione – si tratta di una traduzione davvero non felice, in vari punti incompleta e insoddisfacente. Per cui, preferisco ritradurre nuovamente i paragrafi che ci interessano in modo particolare per il presente studio. A p. 77 del testo tedesco, Johannes Helmond prima cita una poetica strofa dell’alchimista tedesco Siebmacher così concepita, e poi la commenta:

«La generazione di questa pietra è ovunque: / la sua fecondazione è negli inferni, / la sua nascita è sulla terra, / essa conduce la sua vita in Cielo».

L’Opera alchemica penetra effettivamente nei tre mondi di fronte a sé: nel mondo inferiore, tenebroso, poi nel mondo intermedio, paradisiaco; ed infine nel superiore mondo celeste».

Mentre, alle pp. 83-84, così scrive:

«Questa congiunzione con lo spirito celeste, tuttavia, per il principio animale, cioè per l’inferiore anima astrale, l’antico Adamo in noi, è in certo qual modo mortale, cosicché esso attraversa una condizione di morte, perde la sua forma astrale divenuta sino ad allora demonica, e penetra nuovamente nel limbo prenatale, cioè nella sua primeva indifferenziazione creatrice, appunto la sua materia prima! Ora esso è divenuto nuovamente TERRA, dalla quale egli è stato tratto, cioè APHAR min ha-ADAMAH, una rossa aurea polvere tinturale, unita con la rugiada del Cielo (Genesi, II, 7)».

Ora, il senso di queste enigmatiche parole ed immagini della tradizione alchemica rosicruciana – uno tra altri e più profondi sensi e significati – è che ciò che vi è di più ‘basso’, ‘inferiore’, ‘corporeo’, ‘materiale’, è sì, per il suo stato di ‘caduta’, un ‘male’, ma quel ‘male’ può essere ‘purificato’‘trasformato’, ‘trasfigurato’, ‘trasmutato’, sino a reintegrarsi nella sua originaria, luminosa, essenza spirituale, ritornando così ad essere un ‘bene’. E questa è l’autentica essenza dell’insegnamento manicheo, ossia che il ‘Male’ non è affatto – come erratamente è stato infinite volte ripetuto a partire da Agostino di Ippona, e da molti altri Padri della Chiesa, in poi – un che di ‘assoluto’, bensì esso è una realtà limitata e provvisoria, destinata ad essere superata e reintegrata nel luminoso stato primordiale. ‘Assoluto’, ‘incondizionato’, e fondato su sé, è unicamente lo Spirito, e non certo il ‘Male’, che invece è una realtà – a rigore, dovrei dire : una ‘irrealtà’, ossia una potente e illudente ‘maya’‘relativa‘, ’condizionata’, ‘fondata su altro’, ma siccome al di fuori dello Spirito nulla può essere riconosciuto come realmente ‘ex-sistente’, l’autonoma realtà del ‘Male’ è soltanto, appunto, una illudente ‘apparenza’: una ‘irrealtà’. Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ben mostrano, come nella concezione manichea, dietro al ‘dualismo cosmologico’ sia celato un metafisico ‘monismo ontologico’.

Questa apparente ‘dualità’ – questo ‘binario’ come lo chiamavano un tempo gli antichi occultisti – tra ‘Bene’ e ‘Male’, tra ‘Luce’ e ‘Tenebra’, tra ‘Essere’ e ‘Non Essere’, tra ‘soggetto’ e ‘oggetto’, nasce dalla apparente ‘alter-azione’, dalla apparente ‘alien-azione’, dell’Uno‘Uno Unissimo’ lo chiamavano i Pitagorici e i Platonici – ad opera dell’avidyâ, della ottenebrante ‘ignoranza’,  della ‘non conoscenza’, letteralmente della ‘non visione’. E questo dà un senso profondo a quanto Eugenius Philalethes, Thomas Vaughan, scrive, alle pp. 28-29, in Anthroposophia Theomagica :

«In secondo luogo, dovete apprendere che ogni elemento è duplice. Questa duplicità o confusione è quel Binarius del quale tratta Agrippa in Scalis Numerorum, e sia lui che Tritemio nelle loro Epistolae. Altri autori che ne trattarono, in questa scienza furono dei pragmatici scribacchini e non compresero questo Segreto dell’Ombra [Secretum Tenebrarum]. Questo è ciò in cui prevarica la creatura e decàde dalla sua primeva armonica unità. Voi dovete dunque sottrarre la diade [Subtrahere Binarium] e allora la triade del mago può venire ridotta “dalla tetrade nella semplicissima monade”, e di conseguenza “in una metafisica unione con la Suprema Monade” [In metaphysicam cum Supremâ Monade unionem]».

Questo enigmatico linguaggio ‘rosicruciano’ – indubbiamente difficile da intendere per chi non abbia una discreta pratica con i testi ermetici – allude, tra le altre cose, al superamento di ogni ‘realismo’ – come lo chiamava Massimo Scaligero – mediante il superamento della ‘dualità’ tra oggetto e soggetto, tra Io e mondo, tra percezione e pensiero, tra pensiero e volontà. Ciò mostra il senso ‘iniziatico’‘rosicruciano’ e ‘manicheo’ – della ‘Via del Pensiero’, così come indicata da Rudolf Steiner nella Filosofia della Libertà, e da Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Non solo, ma è anche l’aurea chiave – per chi sappia ‘vedere’ – del ritrovamento e della realizzazione dell’Androgine Celeste, e quindi anche la chiave dell’impresa del Graal.

L’impresa di una sì audace ‘trasmutazione’, tale da apparire addirittura temeraria agli occhi di molti, è in realtà una eroica impresa ‘cainita’, e non certo ‘abelita’. Da questo punto di vista, non è ‘Caino’ che attende dall’uomo di esser ‘redento’, bensì è la stirpe dei ‘Figli di Caino’, dei ‘Figli degli Elohim’, che mediante il ‘fuoco’ opera, con coraggio e abnegazione, alla ‘trasmutazione’ del ‘Male’ in ‘Bene’, della ‘Tenebra’ in ‘Luce’: sia nell’Uomo, che nella Natura. Ovvero, come affermato nel detto rosicruciano, oltremodo incompreso ed equivocato, ‘igne natura renovabitur integra’, ovvero ‘mediante il fuoco l’intera natura verrà rinnovellata’: il che ha un senso sia microcosmico che macrocosmico. Da questo punto di vista, l’Opera di Rudolf Steiner, e quella di Massimo Scaligero, hanno un forte, ed esplicito, carattere ‘cainita’, ossia un carattere ‘gioannita’, ‘rosicruciano’, e cristicamente ‘manicheo’. Un’opera di Massimo Scaligero in cui un tale carattere è particolarmente accentuato, è Kundalini d’Occidente, Edizioni Mediterranee, Roma, 1979: l’ultima sua opera pubblicata lui ancora vivente, mentre Iside-Sophia. La Dea ignota, Edizioni Mediterranee, e Zen e Logos, Tilopa, sono sue opere che apparvero postume, a Roma, nel 1980. Così alle pp. 37-38, di Kundalini d’Occidente leggiamo:  

«L’uomo deve rendersi conto del livello in cui è caduto: non può decidere di essere vero uomo, se non lo conosce. È il livello all’altezza del quale è inevitabile il Materialismo, ma è parimenti il livello in cui l’uomo comincia a essere libero, perché può accogliere non estaticamente l’Io puro, bensì allo stato di veglia. Ma prima occorre che egli in tale stato di veglia divenga cosciente di sé. La coscienza dialettica è ancora semi-sognante, perciò di tipo medianico: ogni odierna ossessione dialettica, o ideologica, è in sostanza l’inizio di una infestazione medianica. È importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere egoico. È inevitabile che l’autocoscienza nasca come inferiore individualismo. Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti sopraffà l’uomo, perché è di natura superumana. L’uomo può educarla, evitarla, smorzarla, ma non conquistarla, se non mette in atto ciò che in lui è superiore all’umano, l’Io: che non ha bisogno di lottare, per dominare gli istinti: è sufficiente la sua presenza. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla “croce nera”: segno, questa, dell’ordine originario dei quattro elementi, riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentesi all’Io. Un discepolo non può iniziare se stesso, ma può preparare se stesso a ricevere l’Iniziazione dal proprio Maestro, che lo segue anche se egli non lo conosce. La meditazione sulla Rosacroce è importante per una tale preparazione. Il discepolo ben presto si rende conto che sperimentare lo Spirituale non significa avere sensazioni eccentriche, o evocare simboli dottrinariamente pre-interpretati, bensì penetrare praticamente determinati simboli, secondo ciò che essi esigono occultamente, non secondo ciò che essi significano all’intelletto, sino a percepire concretezze sovrasensibili, altrettanto obiettive quanto quelle sensibili, ma perciò tanto insolite da destare la paura della coscienza ordinaria, rispetto alla loro diversità».

E, poco oltre, nel capitolo Il sistema eterico della testa, alle pp. 46-48, ove, come mio solito, metterò in risalto in grassetto alcuni punti particolarmente importanti per il nostro tema, Massimo Scaligero affronta il problema radicale dell’uomo: il problema della morte, alla quale la decisione di Jahve-Jehova condannò l’uomo con la cacciata dall’Eden e con la proibizione, a lui ingiunta, di gustare i frutti dell’Albero della Vita:

«Mediante la disciplina della concentrazione, in sostanza l’uomo entra in contatto con la forza della morte: nel dominarla vi inserisce il potere di un volere che, nell’essenza, reca la trasmutazione della Morte, cioè la corrente novella della Vita. Il senso ultimo della concentrazione, secondo il canone del Maestro dei nuovi tempi – che nessun altro canone può sostituire – è dominare ciò che rende necessaria la Morte, perché il volere così suscitato appartiene all’Io, in cui è il Logos come essenza. Perciò l’ego, che abbia coscienza di sé e sappia di essere un nulla senza l’essenza, o la propria reale scaturigine, trova infine il Logos, il senso ultimo dell’autocoscienza, grazie al quale trasmuta. Senza tale ritrovamento, l’autocoscienza è al servizio dell’animalità umana, la quale è al servizio del Demone della Terra. Mediante l’innocente animalità, il Demone della Terra domina l’uomo, sino al pensiero.

La concentrazione vince la Morte, perché s’impossessa del potere illegittimo di Ahrimane sul pensiero: è il potere della caduta, per il quale è inevitabile che l’uomo venga distrutto dai suoi istinti. La concentrazione insegnata dal Maestro dei nuovi tempi, consegue il proprio oggetto, perché toglie il pensiero agli istinti, alla psiche, all’animalità, mediante la luce arida, lo sforzo arido, il tema prosaico. In questa aridità v’è il bene prezioso del sentiero verso il concetto puro, che si libera dell’obiettività sensibile: lo sforzo è penoso, privo di entusiasmo, vuole solo arida volontà: e questo è appunto ciò che occorre, una volontà pensante inusitata, nuova alla coscienza abituata alle accensioni emotive della psiche animale: una volontà non egoica e tuttavia fortemente individuale, appena affiorante e tuttavia intensa, capace di estrinsecarsi nel pensiero puro, nel pensiero senza oggetto. In questo volere affiora la forza di cui tutto l’essere ha bisogno: una forza superiore al marasma quotidiano dell’anima, una tangenza con il Logos che sorregge la vita. Il primo darsi dello Spirito: perciò Spirito Santo.

Qui il pensiero ha a che fare con la Morte e con la possibilità di restituzione della Vita. Si vedrà come i pensieri viventi, quelli eccezionalmente vissuti nel momento pre-cerebrale, grazie alla volontà di profondità, giungano sino alle ossa, abbiano a che fare con lo scheletro, perché contengono tutta la logica e la matematica cosmica, mediante cui lo scheletro viene edificato dalle Gerarchie, per il regno di Ahrimane: superano la fisicità dell’organo cerebrale, possono entrare nel regno stesso della Morte, perché recano il potere originario della Vita».  

Che la ‘Via del Pensiero’, e l’Ascesi della Concentrazione, siano – come, con parole che più chiare non potrebbero essere, afferma Massimo Scaligero – una ‘Via’ aspra, dura, arida, per nulla consolante, e tantomeno ‘mistica’, oramai il lettore di questo temerario blog lo sa bene. E chiunque in una tale ‘Via’, e in una tale ‘Ascesi’ con serietà e abnegazione si impegni, sa bene quanto essa sia una ‘Via eroica’ una ‘Via’ – per dirla con le parole del mio amico C., ‘asceta d’altra dottrina’, e fratello d’armi di molte battaglie – molto ‘achea’, ‘dorica’, ‘spartana’, ‘secca’, che esige intenso sforzo volitivo, tenacia, continuità a tutta prova, e come tale, essa non può essere accetta all’anima, ancora schiava della inferiore natura animale, che, sottoposta ad una tale disciplina, giustamente si sente letteralmente ‘morire’: preludio alla ‘nigredo’, all’ermetica ‘opera al nero’, al ‘nigrum nigro nigrius’, al ‘nero più nero del nero’ degli autentici testi alchemici rosicruciani.

Nei paragrafi immediatamente successivi, Massimo Scaligero delinea un tema che fu molto caro agli antichi Manichei, e che venne beffardamente, meschinamente, e alquanto stupidamente, dileggiato da Agostino d’Ippona, dimentico dei esser stato anch’egli un tempo – per ben nove anni – ‘uditore’ manicheo. Sulla base di quanto comunicato da Rudolf Steiner, e sulla base della sua personale, rigorosamente controllata, esperienza interiore, Massimo Scaligero descrive come nel processo della percezione sensoria, e in quello della nutrizione, vi sia un ‘separare’, un ‘liberare’ per restituirli al ‘Mondo della Luce’, loro realtà originaria, i ‘semi di luce’ – come li chiamavano i Manichei – dalla prigionia della ‘hỳle’, dal ‘caos’ della ‘materia’, che altro non è se non la ‘maceria’ dello Spirito, dominata dall’Oscuro Signore. Alle pp. 48-49, troviamo scritto:

«Il semplice esercizio della concentrazione, secondo il canone della mera oggettività vissuta per entro e oltre la cerebralità, va incontro a un’operazione eterica continua, di natura divina, grazie alla quale, in una zona privilegiata della testa, di continuo la pura essenza minerale dell’esperienza dei sensi si unisce con la quintessenza del processo nutritivo, dal quale vengono espulsi l’elemento animale e l’elemento vegetale, perché permanga come puro essere della forza l’elemento minerale originario, l’elemento solare dei cibi. Questa sintesi minerale, dell’estratto della percezione dei sensi e dell’essenza della nutrizione, operata dalle più elevate forze eteriche della testa, sotto la direzione incorporea dell’Io, viene chiamata dal Maestro dei nuovi tempi “il Cibo del San Graal”. È infatti il germe dell’azione trasmutatrice movente dalla mineralità spirituale verso la mineralità normalmente dominata dalla Morte, malgrado il suo potere di organizzazione fisica: azione dell’Io vittorioso sulla materia, perché recante la forza di vita da cui ha origine la possibilità di annientamento della materia. Negli organismi che subiscono la Morte, tale materia è temporaneamente dominata. Chi contempla il Graal non è più soggetto alla Morte, perché scatta in lui la coscienza di ciò che gli dà il potere di contemplare il formarsi della materia dalla Luce caduta, risorgente per virtù del Logos: il più alto Mistero dell’Universo: mediante tale coscienza egli si sente rivivere, comincia a percepire la Resurrezione.

Nella testa dell’uomo si svolge l’impresa del Graal, perché nella testa egli soggiace alle forze della Morte: proprio per questo suo soggiacere alle forze della Morte, nella testa urgono di continuo, mediante il pensiero, le forze della Resurrezione. Mediante tre ordini di nervi cerebrali operano rispettivamente le correnti del pensare, del sentire, del volere: il volere, come corrente istintiva, si manifesta mediante i processi del ricambio dei nervi cerebrali, il sentire mediante i processi ritmici di tali nervi (è il respiro sottile connesso con la circolazione del sangue e i moti del liquido cefalo-rachidiano), il pensare mediante l’attività nervosa, la più pura, indipendente dai processi ritmico-metabolici. Tale indipendenza, però, raramente si attua nell’uomo, perché viene da lui sollecitata soltanto quando egli pensa razionalmente, secondo rigorosa astrazione del processo razionale da influssi esteriori ed interiori. Per solito i processi ritmico-metabolici, espressivi della psiche istintiva ed emotiva, sopraffanno i puri processi nervosi mediatori della coscienza pensante vera, così che viene invertita la funzione obiettiva del pensiero quale veicolo dell’Io nella coscienza: gli istinti e gli stati d’animo giungono ad asservire il pensiero, che diviene persino strumento e codificatore scientifico della propria caduta nella natura inferiore. Per tale via, per ora, la Scienza aiuta l’uomo a conoscersi e a superarsi, solo a condizione che egli l’assuma con un pensiero capace di superare il livello della sua astratta razionalità».

Alle pp. 61-62 del successivo capitolo – Luce-Folgore del Logos – Massimo Scaligero riprende l’immagine manichea della liberazione dei ‘semi di luce’ che l’essere umano, nella nutrizione e nella conoscenza, libera dall’incantamento dell’apparire minerale:

«Questa luce viene dal Sole spirituale, di cui il Sole fisico è la parvenza. L’uomo gode dei doni del Sole, ma la Scienza, limitata a peso e misura delle cose, lo aiuta ben poco a conoscere le forze di cui si avvale e di cui gode. Lo Spirito del Sole diviene vivente in lui, attraverso i cibi, la frutta, il pane, il frumento impregnato di vita solare. Così la luce, i colori, i suoni, così il pensiero: nell’essenza fluisce in lui un’unica eterica vita, che egli frammenta nelle percezioni, che crede esteriori e obiettive, mentre esse sorgono dall’incontro delle sue forze solari con la struttura solare delle cose. Suo compito è restituire ad esse l’unità dell’essenza, a cui la sua degradazione nella sfera della materiale molteplicità, le ha tolte.

Finché l’uomo si limita a godere dei doni del Sole, ignorando la loro sorgente una in lui e nelle cose, subendo l’incantesimo di una realtà obiettiva esistente fuori di lui, indipendente dal suo conoscerla, non è libero: ignora la verità del proprio essere, operante nelle cose, la verità che può renderlo libero. Ignora la propria natura solare, perché rinuncia a stabilire un rapporto cosciente con il Principio del Sole in lui, che è dire, con il suo Io nel mentale, e perciò con la potenza del Sole nascente nel cuore. Ahrimanicamente si estrania alla propria origine cosmico-solare, e con ciò prepara le proprie catastrofi ».

Ma, ritornando al precedente capitolo di Kundalini d’Occidente – Il sistema eterico della testa – leggiamo che, sempre a p. 49, Massimo Scaligero scrive:

«Il pensiero ritorna strumento dell’Io  e delle forze riedificatrici dell’umano. Queste forze sono tali  che, per penetrare nell’umano, debbono dapprima distruggere la natura [sc. il ‘solvere’] , ciò che nell’umano è animale: debbono produrre dei canali vuoti attraverso i quali lo Spirito possa passare come volontà riedificatrice [sc. il ‘coagulare’]. Ma a tale fine, lo Spirito deve muovere nell’organismo umano dal supporto della mineralità, che gli dà modo di essere libero nell’interiorità cosciente. L’«alimento del Graal» è già mineralità spiritualizzata. […] Qui lo Spirito comincia a entrare vittorioso nella terrestrità». 

E, più oltre, alle pp. 53-54, Massimo Scaligero usando un’immagine, che ricorda molto da vicino quella dello Jesus patibilis, che il manicheo Fausto di Milevi non riuscì a far intendere alla ‘intelligentissima stupidità’, preconcetta e partigiana, di Agostino di Ippona – il quale, recluso com’era nelle sue cristallizzate rappresentazioni della sua rigida e disseccata ortodossia, non era punto in grado di concepire l’essenza cristica del Manicheismo – così scrive:

«Si tratta in realtà del vivente eterico sempre paralizzato per la coscienza egoica, o riflessa: che è dire che il Logos viene sempre crocifisso dall’Io inferiore dell’uomo, cioè dall’Io riflesso, che esige il dominio delle leggi della natura e della realtà opposta allo Spirito, cioè il dominio della Morte: sul quale invece il Logos ha vinto.

La Resurrezione fu preparata perché operasse per questa morte del pensiero, cui è legata la distruzione e la morte del corpo. La Morte è necessaria all’immortalità. L’introduzione alla riconquista della vita, ha inizio con la resurrezione del pensiero, di cui l’uomo ha la segreta chiave, l’iniziativa, nel volere individuale dell’ego».

Questa audace concezione che nell’operatività interiore porta l’asceta al superamento di ogni forma di ‘realismo ingenuo’, sia esso il volgare ‘realismo primitivo’, sia il ‘realismo critico’ di stampo kantiano, sia il ‘realismo scientifico’, come pure il ‘realismo spiritualista’, e persino quello ‘antroposofico’ – tema sul quale in incontri personali, in riunioni e nei suoi scritti, Massimo Scaligero insistette alquanto negli ultimi tempi, anzi: sin nelle ultime ore della sua vita – e di conseguenza ogni forma di ‘realismo’ che veda l’oggetto conosciuto fuori dell’‘atto’ del conoscere. Egli mostrò come l’unico concreto, e valido, ‘realismo’  – che come tale deve essere sperimentato dall’asceta operante – sia il ‘realismo del pensare’, ch’egli chiamava anche ‘realismo eterico’, o ‘realismo cristico’. Il ‘Male’ sorge proprio in questa ‘frattura’, in questa ‘scissione’ che per l’essere umano vi è tra il pensare e l’essere. L’uomo non risolverà mai, per quanta buona volontà e nobili aspirazioni morali egli abbia, nessun problema – sia esso scientifico, economico, sociale, etico, religioso – finché egli vedrà una ‘realtà’ su sé fondata  nel mero ‘fatto’ scientifico, economico, sociale, etico, religioso, fuori dell’‘atto’ del pensare che invera il conoscere. E questa è la sostanza, l’essenza stessa della ‘Via del Pensiero’: la sua cristica essenza manichea. Ed è altresì il senso ultimo dell’evoluzione dell’uomo: la vittoria sulla dualità, il dissolvimento dell’alterità: di ogni dualità ed alterità, che sono il ‘Male’ nella misura in cui dominano l’uomo, e asservono l’Io ai moti dell’anima condizionata dal corpo e dall’illusoria esteriorità del mondo. ed è quello che Massimo Scaligero indica, alle pp. 69-70, nel capitolo Luce-Folgore del Logos del libro Kundalini d’Occidente.

«L’uomo è dominato dalla corrente della Morte, che si esprime negli istinti e nelle passioni soverchiami l’Io, in quanto, al livello della coscienza fisica, egli è dominato da Ahrimane. Ma l’uomo può percepire la forza-pensiero, che opera nella sua indagine fisica, e intendere come possa liberarla dalla soggezione osseo-nervosa. Mediante questa forza-pensiero, l’uomo dissolve il regno di Ahrimane, perché le leggi matematiche della materia sono la proiezione intellettuale della cristallizzazione di forze spaziali discendenti sulla Terra da ritmi dello Spirito, che lo Spirito ha il potere di riafferrare. Tale potere è la forza della Resurrezione, grazie a cui il pensiero, da morto pensiero della materia fisica, ritorna vivente. Solo un pensiero morto può edificare una Scienza del mondo fisico, in cui non c’è posto per la vita, essendo questa sostanzialmente sovrasensibile: una Scienza che suscita la connessione delle quantità misurabili, ossia con ciò che della natura è esclusivamente la Morte, e perciò può produrre solo meccanismi morti, etica morta, socialità morta, o astratta. In questa sfera di Morte, il pensiero può muovere solo in quanto astratto e riflesso. Ma può volere coscientemente questo movimento e insistere nel volerlo, sino a scorgere nella sfera della Morte il Resuscitatore della Vita: egli lo reca sconosciuto in sé, ma può farlo sorgere, se muove volitivamente in tale ambito di Morte.

Solo l’Io dell’uomo può scendere nel regno della Morte, in quanto reca in sé il Logos: ma lo reca sconosciuto. Egli deve conoscerlo, per incarnarlo, o realizzarlo, mediante volontà cosciente. L’Io accende in sé la segreta folgore-Logos, per il fatto che incontra la mineralità che gli si oppone mediante angoscia e paura, o brama. A questa opposizione, sperimentabile solo nella sfera terrestre, l’Io deve la possibilità di evocare in sé con assolutezza il potere del Logos, capace di penetrare vittorioso la struttura delle ossa: il cui simbolo ermetico è la «discesa nella tomba», l’Opera al Nero, la sua realtà la Resurrezione».

L’esperienza qui esplicitamente indicata da Massimo Scaligero – ma anche, sia pure più velatamente, dallo stesso Rudolf Steiner – è la realizzazione della trasmutazione del ‘Male’ in ‘Bene’, della ‘Tenebra’ in ‘Luce’, la connessione  della ‘Via del Pensiero’ con l’Arte Regia, ossia con la Grande Opera, con la ‘Operatio Solis’ dell’Alchìmia ermetica e rosicruciana, e con la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, alcuni paragrafi dopo, a p. 71, leggiamo:

«La via iniziatica di questo tempo esige dal discepolo gradualmente il progredire volitivo, mediante autocoscienza purificata, verso l’evento della Pentecoste. Nelle ossa, simbolo della morte, è celata l’istanza ultima della Resurrezione: lo scaturire di un pensiero che incarni lo Spirito Santo.

Questo pensiero nasce come luce che vince il buio dell’anima: deve contenere tutta la potenza del cuore, lo splendore dell’Oro Filosofale, la forza spirituale del Sole raccolta in unico punto, da cui irraggia nel mondo come potenza d’Amore salvatrice. Questo pensiero, capace di conoscere e dissolvere la tenebra della malvagità e perciò di instaurare la fraternità umana, nato dall’eroicità lucida nella sofferenza, segretamente diviene, per mediazione angelica, folgore delle ossa, che annienta Ahrimane e restituisce l’eros come corrente creatrice, secondo il Logos».

Su questo aspetto ‘cainita’ del nostro tema, avrò da ritornare proprio per approfondire – sulla base delle cosiddette ‘opere filosofiche’ di Rudolf Steiner, che io amo chiamare ‘filosofali’ per il loro occulto e misconosciuto contenuto – nelle successive parti del presente studio. Il candido e benevolo lettore, che avrà avuto la diligente pazienza di seguire la concatenazione dei pensieri, vedrà gradualmente chiarirsi una parte del linguaggio simbolico, tipico della letteratura ermetica dell’antico Rosicrucianesimo medievale, rinascimentale, e settecentesco. Avremo, inoltre, modo di penetrare più a fondo nel senso della contrapposizione fatale che storicamente vi è stata nei millenni tra la corrente abelita e quella cainita, e come essa trovi il suo superamento e la sua composizione nella Scienza dello Spirito, nell’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha donato al mondo.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SESTA PARTE.

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Continuiamo il presente studio, che vorrebbe portare ad una maggiore comprensione delle immani forze che operano nell’attuale tragica situazione dell’uomo e dell’umanità, ossia delle forze che sono attive nell’attuale ‘guerra occulta’ tra Michele e gli Spiriti delle Tenebre, i quali sconfitti nei Cieli, e scaraventati nel terrestre, si avventano sull’uomo per portarlo a perdizione. Ma questa è, appunto, la natura del Male, e la comprensione della sua funzione ci riporta all’essenza dell’insegnamento di Mani, alla missione umana e cosmica del Manicheismo. Prima di affrontare il mistero del Male delle origini, è savio ricordare – una volta di più – la pericolosità dell’attuale situazione, nella quale l’essere umano si aggira stordito e inconsapevole. A tale proposito giova riportare le parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che si trovano in chiusura di uno dei suoi più importanti cicli di conferenze, ciclo tenuto poco dopo la fine del primo conflitto mondiale. Il tema affrontato da Rudolf Steiner è collegato con quello della soluzione del problema sociale, che oggi, forse ancora più drammaticamente di allora, assilla il singolo uomo, e le comunità. Ho trascritto quel testo letteralmente: ho solo sostituito alla parola ‘triarticolazione’ quella di ‘tripartizione’, che fu adoperata in Italia, col consenso del suo autore, sin dalla primissima edizione del suo libro sulla questione sociale. Del resto, ‘tripartizione’ fu la parola costantemente usata, et pour cause, da Massimo Scaligero nelle sue opere, ed ha una diretta connessione con la ‘tricotomia’ di Paolo di Tarso, con la ‘tripartizione’ della struttura occulta dell’uomo in corpo, anima, e spirito. Per cui leggiamo in Rudolf Steiner, La missione di Michele, GA-194, Editrice Antroposofica, Milano 1981, pp. 218-219:

«La missione di Michele

Conferenza tenuta a Dornach il 15 dicembre 1919

Se il corso del mondo proseguirà come è avvenuto per la vita spirituale, venuta da oriente ma in corso di degenerazione, allora la vita spirituale, che a un estremo all’inizio, era stata la verità più elevata, precipiterà all’altro estremo nella menzogna più terribile. Nietzsche dovette esporre come già i greci si preservarono dalla menzogna nella vita mediante la loro arte. L’arte è in effetti la creatura divina che preserva gli uomini dalla caduta nella menzogna. Se questo primo ramo della civiltà sarà seguito solo unilateralmente, questa corrente [sc. la corrente spirituale] sfocerà nella menzogna. Negli ultimi cinque o sei anni [sc. durante la prima guerra mondiale] si è mentito in seno all’umanità civile, più che in tutti gli anni della storia del mondo; quasi mai venne detta la verità nella vita pubblica, quasi nessuna parola corsa per il mondo era vera. Mentre questa corrente sfocia nella menzogna, la corrente centrale sfocia nell’egoismo. Una vita economica come la angloamericana, che dovrebbe approdare al dominio del mondo, se non si adatta a lasciarsi compenetrare dalla vita spirituale indipendente e dalla vita statale indipendente, sfocerà nel terzo abisso della vita umana, nel terzo dei tre. Il primo abisso è la menzogna, degenerazione dell’umanità attraverso Arimane; il secondo è l’egoismo, degenerazione dell’umanità attraverso Lucifero; il terzo è la malattia e la morte sul piano fisico, la malattia e la morte della civiltà sul piano culturale.

Il mondo anglo americano può raggiungere il dominio del mondo: senza la tripartizione, con tale dominio riverserà malattia e morte sulla civiltà del mondo, poiché queste sono il dono degli Asura, così come la menzogna è un dono di Arimane e l’egoismo un dono di Lucifero. Dunque il terzo abisso che si pone degnamente accanto agli altri due, è un dono delle potenze asuriche.

Questi fatti ci devono infondere entusiasmo e fuoco per cercare le vie per illuminare quanti più uomini è possibile. Illuminare l’umanità è oggi compito di chi ha compreso la realtà. Dobbiamo fare tutto il possibile per contrapporre alla stoltezza che si crede saggezza, e pensa di aver agito magnificamente, tutto quanto possiamo acquisire dall’aspetto pratico della scienza dello spirito orientata antroposoficamente». 

Queste le parole – attuali oggi come non mai – del Maestro dei Nuovi Tempi, dette in chiusura del ciclo sulla ‘missione di Michele’, missione che in definitiva viene a coincidere con urgenza che l’uomo fronteggi e risolva l’enigma del Male. Quindi, essa è anche la ‘missione dell’uomo’. Questo ci riporta all’essenza del Manicheismo. Ora, già nella seconda conferenza (II capitolo del libro), La missione del Manicheismo, tenuta nel 1906 a Parigi, trascritta da Édouard Schuré in Esoterismo cristiano. Lineamenti di una cosmogonia psicologica, tradotta da Bruno Roselli, e pubblicata da Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 31-32, leggiamo:

«L’occultismo cristiano procede in gran parte dai manichei la cui tradizione è sempre viva e il cui fondatore, Mani, visse sulla terra trecento anni dopo Gesù Cristo.

L’essenziale dell’insegnamento manicheo poggia sulla dottrina del bene e del male. Per l’opinione comune, il bene e il male sono due assoluti irreduttibili, di cui l’uno (il bene) deve distruggere l’altro (il male). Per i manichei, al contrario il male è una parte integrante del cosmo; esso collabora alla sua evoluzione e deve infine essere assorbito, trasfigurato dal bene. La grande originalità del manicheismo è di studiare la funzione del male e del dolore».

Nel capitolo XII, là dove si parla degli strati che costituiscono l’interno della Terra, a p. 164, viene data da Rudolf Steiner una breve descrizione – non più di un accenno – dello strato più interno, il nono ed ultimo, con le seguenti parole:

«L’ultimo strato è dotata di una sostanza dotata d’azione morale, ma opposta a quella che deve elaborarsi sulla Terra; poiché la sua sostanza, la forza ad essa inerente, è la separazione, la discordia, l’odio. È qui che nell’Inferno di Dante, si trova Caino, il fratricida. Tale sostanza è l’opposto di tutto ciò che tra gli uomini è buono e bene. Il travaglio dell’umanità per stabilire la fraternità sulla Terra neutralizza e depaupera, in proporzione diretta, il potere di tale sfera. È la forza dell’amore che trasformerà, in ragione della sua spiritualizzazione, il corpo stesso della Terra. Questa nona sfera è l’origine sostanziale di ciò che appare sulla Terra nella magia nera, cioè nella magia fondata sull’egoismo».

Ho preferito trascrivere la traduzione eseguita da Bruno Roselli, e pubblicata nel 1940 dai Fratelli Bocca, e non la traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, senza data, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano. 18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré, perché nella versione pubblicata dalla Tilopa di Roma, si trova aggiunta, a p. 121, sùbito dopo il paragrafo da me trascritto, la seguente frase, che non si trova nell’originale francese, né nel testo tedesco edito dal Lascito, come si può constatare, nel volume GA-94, pp. 109-110. Tale frase, che non corrisponde affatto allo stile di Rudolf Steiner, e nemmeno a quello di Schuré, così recita:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Il testo tedesco letteralmente dice:

Neuntens: Diese letzte Schicht besteht aus einer mit moralischer Aktivität ausgestatteten Substanz, aber ihre Moralität ist entgegengesetzt derjenigen, die sich auf der Erde entfalten muß. Denn ihr Wesen, die mit ihr verbundene Gewalt, das ist: die Trennung, die Zwietracht und der Haß. Hier in der Danteschen Hölle befindet sich Kain, der Brudermörder. Diese Substanz ist entgegengesetzt allem, was unter Menschen gut und schön ist. Die Bemühung der Menschheit zur Verbreitung der Brüderlichkeit auf der Erde vermindert in entsprechendem Maße die Macht dieser Sphäre. Es ist die Macht der Liebe, die in dem Grade, wie sie sich vergeistigen wird, sogar den Leib der Erde umbilden wird. Diese neunte Schicht ist der substantielle Ursprung von dem, was auf der Erde als schwarze Magie erscheint, das heißt als Magie, die auf den Egoismus begründet ist.

Non vi è traccia di quella frase aggiunta. Qualunque sia il valore di questa arbitraria interpolazione al testo originario, ho ritenuto preferibile attenermi con rigorosa fedeltà alla parola di Rudolf Steiner, riportata dallo Schuré. 

Nel XIV capitolo della traduzione di Bruno Roselli, edita dalla benemerita, scomparsa, casa editrice Fratelli Bocca, capitolo intitolato Redenzione e Liberazione, ritroviamo un argomento sul quale si era soffermata Hella Wiesberger, e che avevo affrontato nel precedente studio. In questo capitolo, troviamo nominati in particolare sia il mistero della morte, che il mistero del male, che sono collegati in modo precipuo al tema del presente studio. Infatti, alle pp. 169-171, leggiamo:

«Vi sono sette segreti della vita dei quali non si è mai parlato, sino ad oggi, fuori delle confraternite occulte. Solo all’epoca attuale se ne può parlare liberamente. Essi vengono chiamati anche i sette segreti inesprimibili o indicibili e sono: il segreto dell’abisso, il segreto del numero (che si può studiare nella filosofia pitagorica), il segreto dell’alchìmia (che si può comprendere dalle opere di Paracelso e di Jakob Böhme), il segreto della morte, il segreto del male (al quale accenna l’Apocalisse), il segreto della Parola o del logos, e il segreto della felicità di Dio, che è il più occulto.

Tenteremo di parlare del quarto segreto, quello della morte.

Ricordiamoci che sul pianeta che ha preceduto la nostra Terra, sull’antica Luna, abbiamo distinto tre regni naturali, molto diversi dai regni terrestri. Il nostro regno minerale non esisteva ancora. Esso è nato dalla condensazione, dalla cristallizzazione del minerale-pianta lunare. Il nostro mondo vegetale è sorto dalla pianta-animale lunare. E ciò che costituisce attualmente il mondo animale proviene da ciò che fu sulla Luna l’animale-uomo. Vediamo, dunque, come ciascuno di questi regni lunari compì sulla Terra una discesa verso la materializzazione.

La stessa cosa può dirsi per gli esseri che sulla Luna erano al di sopra dell’animale-uomo: gli spiriti del fuoco. Gli uomini di quel tempo aspiravano quel fuoco come noi, oggi, aspiriamo l’aria; per ciò il fuoco è rimasto, nelle leggende e nei miti, come la prima manifestazione degli dei. Nel Faust, Goethe vi allude quando dice: «Facciamo un po’ di fuoco perché gli spiriti possano rivestirsene». Tali spiriti del fuoco dell’antica Luna, nella fase terrestre, s’incarnano nell’aria. Pertanto anch’essi sono discesi verso una maggiore materialità, verso l’aria che noi attualmente inspiriamo ed espiriamo. Essi sono la sostanza stessa dell’aria che vive attorno a noi, in noi ed avviluppa la Terra della sua atmosfera.

Ora, se tali spiriti sono così discesi sino all’aria, se i regni lunari si sono così involuti, ciò fu affinché l’uomo potesse elevarsi, grazie ad essi, sino alla divinità. S’è compiuto, infatti, un doppio movimento in seno a ciascuno dei regni lunari, la parte inferiore discendendo mentre quella più affinata s’elevava. Così l’animale-uomo fu scisso in due gruppi, dei quali l’uno, sotto l’influenza della respirazione e dell’azione degli spiriti del fuoco che si prolungano negli spiriti dell’aria, lavorò per l’elaborazione del proprio cervello, mentre l’altro discendeva verso il regno animale. Tale scissione si ritrova persino nella costituzione dell’uomo, la cui parte inferiore s’avvicina all’animale, mentre la parte superiore si eleva verso gli spiriti. Secondo che l’uno o l’altro carattere fosse più o meno pronunciato, si formarono a poco a poco, due specie di uomini: una legata, per mezzo della sua natura inferiore alla Terra; l’altra più sviluppata e svincolata dalla Terra. I primi regredirono verso gli animali; gli altri poterono ricevere in sé la scintilla divina, la coscienza dell’io. […] L’espressione fisica correlativa a questa evoluzione fu lo sboccio e la crescita del cervello umano, che divenne un tempio ove Dio poté abitare».

Dalle parole di Rudolf Steiner emerge la ‘legge del sacrificio’. Si tratta dello stesso sacrificio che ritroviamo in India sin dai tempi più antichi, ossia nei testi sacri dei Veda, nei quali dal sacrificio di Prajapati nasce l’Universo, e sorge Ṛtà, l’ordine cosmico. Lo stesso sacrificio lo ritroviamo in Grecia nel mito di Dioniso dilaniato dai Titani, e in Egitto in quello di Osiride assassinato e fatto a pezzi da Set-Tifone. Quella del sacrificio fu ritenuta essere la legge, Dharma, che ‘regge’, ‘sostiene’, la manifestazione cosmica. Infatti, il sanscrito Dharma ha la stessa radice del latino firmus: ciò che è saldo, stabile, incrollabile. Vedremo che questo sacrificio è duplice: da una parte, è il sacrificio di ciò, involvendosi, ‘scende in basso’, ossia il sacrificio di ciò che è ‘inferiore’; ma è eziandio il ‘sacrificio’ di ciò che, evolvendosi, ‘ascende in alto’, ossia di ciò che è ‘superiore’, ma che poi va incontro a ciò che, sacrificandosi, è rimasto in una condizione ‘inferiore’ allo sopo di permettere a ciò che è ‘superiore’ di ‘ascendere in alto’. Del resto, questo è il senso – o almeno, uno dei sensi – della ‘lavanda dei piedi’ dell’Iniziazione cristiano-gnostica descritta da Rudolf Steiner in moltissimi dei suoi cicli di conferenze, in particolare nella sua esegesi del Vangelo di Giovanni. Nel ‘sacrificio’ di ciò che, involvendo, ‘rimane indietro’, in una condizione ‘inferiore’, avremo la spiegazione dell’origine del Male, mentre nel ‘sacrificio’ di ciò che da una condizione ‘superiore’, acquisita evolvendo, va incontro a ciò che è ‘inferiore’, per ‘risollevarlo’, ‘trasformarlo’, ‘trasmutarlo’, avremo l’essenza dell’insegnamento di Mani e la missione del Manicheismo: la redenzione del Male.

Quanto all’origine e alla funzione del Male, nel divenire cosmico, Rudolf Steiner così ne parla nel proseguo della sua esposizione, pp. 171-175, mettendone in evidenza la natura non assoluta, anzi relativa, e finalizzata:

«Ma se si fosse realizzata soltanto questa evoluzione, sarebbe mancato ancora qualcosa: avremmo avuto minerali, piante, animali e persino uomini dal cervello sviluppato e capaci di giungere alla forma umana attuale, ma qualcosa sarebbe rimasto allo stato lunare. Sull’antica Luna non vi era nascita, né morte.

Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dalla nascita attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; essi erano rispetto a lui ciò che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello rispetto alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e, se la sua evoluzione sulla Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore dell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi nello specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei propri pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Iehovàh.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Iehovàh erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la loro evoluzione sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei di Iehovàh avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per gli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei iehovici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto tempo che Iehovàh.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III, 5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quella di aver coscienza di sé, di scegliere e di essere libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Iehovàh, sarebbe rimasto impersonale.

Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Iehovàh, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero, che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega san Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza, come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo  tre principi inseparabili e necessarî alla sua evoluzione: Iehovàh, Lucifero il Cristo».

Ma Rudolf Steiner, nel medesimo ciclo di conferenze da lui tenute a Parigi nel 1906, dopo aver affrontato il mistero dell’origine e del significato del Male, in funzione della formazione della coscienza e della realizzazione della libertà dell’uomo, affrontò pure nell’ultima conferenza, che rappresenta il XV capitolo del libro trascritto da Édouard Schuré, nella traduzione di Bruno Roselli ed edito dai Fratelli Bocca nel 1940, intitolato L’Apocalisse, il problema della ‘trasformazione’ del Male in Bene, della sua ‘trasfigurazione’, della sua alchemica ‘trasmutazione’, ossia della trasformazione della ‘tenebra’ in ‘luce’, della ‘materia’ in ‘spirito’. E questa viene ad essere la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, così leggiamo alle pp. 188-190:

«Analogamente, ciò che l’uomo possiede oggi nell’intimo della sua anima – i suoi pensieri, i suoi sentimenti – si esteriorizzerà e diverrà il suo ambiente. L’avvenire riposa in seno all’uomo: a lui la scelta di farne un avvenire di bene o di male. E come l’uomo ha lasciato dietro di sé, nel passato, ciò che costituisce il mondo animale odierno, così ciò che oggi è il male in lui formerà in avvenire, una specie di umanità degenerata. Attualmente, possiamo più o meno nascondere il bene od il male che sono in noi: verrà un giorno in cui non lo potremo più, in cui saranno scritti in modo indelebile sulla nostra fronte, sul nostro capo e persino sulla faccia della Terra. Allora, l’umanità si scinderà in due razze. Come incontriamo oggi delle rocce o degli animali, incontreremo allora degli esseri di puro male e di bruttezza. Oggi, solo il chiaroveggente legge negli esseri la loro bontà o la loro bruttezza morale; ma quando i caratteri somatici dell’uomo saranno l’espressione del suo carma [sc. Karma], gli uomini si distingueranno da se stessi, secondo la corrente alla quale manifestamente apparterranno; secondo che in essi la natura inferiore sarà stata vinta o avrà, invece trionfato sullo spirito. Tale distinzione comincia, a poco a poco, ad operarsi. Quando s’attinge nel passato la comprensione dell’avvenire e quando si vuole lavorare a realizzare l’ideale di tale avvenire, se ne vedono profilarsi i segni. Una nuova razza si formerà, che sarà l’anello tra gli uomini attuali e gli uomini spirituali dell’avvenire.

Occorre distinguere tra l’evoluzione delle razze e quella delle anime. È lasciato alla libertà di ciascuna anima di svilupparsi sino alla forma esteriore che avrà il proprio carattere del bene che incarnerà; si apparterrà liberamente a tale razza, per uno sforzo dell’anima individuale; la razza non sarà più una costrizione per le anime, ma lo scopo della loro elevazione.

Il senso della dottrina manichea è che le anime si preparano sin d’ora a tramutare in bene il male che apparirà nella sua pienezza soltanto nella sesta epoca. Occorrerà, infatti, che le anime umane siano molto possenti a far uscire il bene, per mezzo di una alchimia spirituale, dal male che si manifesterà.

Quando l’evoluzione del pianeta terrestre ripasserà, in senso inverso, per le fasi anteriori della sua involuzione, si verificherà dapprima una riunione della Terra con la Luna, poi di nuovo di questo globo misto col Sole. Ora, la riunione con la Luna segnerà il punto culminante del male sulla Terra, e l’unione successiva col Sole segnerà, per converso, l’avvento della felicità, il regno degli eletti».

Per l’uomo attuale, ossia per l’uomo del XXI secolo, nato in Occidente, e cresciuto all’interno di una civiltà materialistica, tecnologica, e intellettualistica, la cosmogonia manichea sicuramente non è di facile accostamento e comprensione. Mani parlava ad uomini antichi, nati per lo più in Oriente, che disponevano in parte ancora di una chiaroveggenza istintiva, uomini che ancora pensavano per immagini, e non per concetti astratti, uomini per i quali il linguaggio immaginativo toccava ancora corde profonde dell’anima, e risvegliava più facilmente le risonanze di una memoria spirituale. In effetti, non è certo con l’arido, e cerebrale, pensiero intellettualistico dell’uomo attuale, che si può cogliere il significato profondo della cosmogonia manichea. Ma, a tal fine, ci giunge in aiuto la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia conquistata e donataci dal Maestro dei Nuovi Tempi, il quale per la prima volta al mondo ha tradotto l’esperienza della concreta percezione spirituale nell’umano linguaggio concettuale. Come fece notare Simone Hannedouche, amica e discepola di Déodat Roché, a sua volta seguace entusiasta dell’Antroposofia, in due conferenze, Manès et le Manichéisme, e Le Catharisme Résurgence du Manichéisme, da lei tenute presso la sede della Association de Science Spirituelle, e pubblicate nei Cahiers d’Études Cathares, Ire Série, 5e année, 1954, N° 20 e N°21, 1955, la parola di Rudolf Steiner ha portato una grande luce anche su questo problema. Infatti nella prima conferenza Simone Hannedouche afferma:

«La Cosmogonia di Mani che Sant’Agostino ricostruisce sulla base della «Epistola del Fondamento» –  oggi perduta – e che si ritrova nei Kephàlaia (i Capitoli) attribuiti a Mani stesso, o a suoi discepoli immediati, è abbastanza difficile da comprendere in ragione della sua complessità e soprattutto del suo carattere immaginativo; poiché Mani si rivolgeva a popolazioni orientali che pensavano ancora per immagini. Ma riferendoci all’evoluzione cosmica, spiegata ai pensatori occidentali da Rudolf Steiner, potremo constatare la stupefacente concordanza che esiste tra le due, e l’una ci aiuterà a comprendere l’altra».

La cosa è per noi tanto più stupefacente in quanto i Kephàlaia manichei furono trovati a Medinet Madi, nel Fayyûm egiziano, solo nel 1931: sei anni dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Tradurrò e trascriverò – per utilità del volenteroso lettore – alcuni passi della bella sintesi che Simone Hannedouche fa della sorprendente concordanza tra l’immaginativa cosmogonia manichea e la concettualmente rigorosa cosmologia propria della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Così leggiamo nella prima conferenza-articolo:  

«Bisogna dapprima fare lo sforzo di pensare lo Spirito prima dell’apparizione dello spazio e del tempo: un oceano senza limiti di entità spirituali in incessante attività di pensiero; attività naturalmente invisibile ad occhi umani. Ma quel che occorre sottolineare, è che, benché distintegli uni dagli altri, questi esseri spirituali non sono separati, divisi: essi costituivano veramente un oceano agitantesi di pensieri creatori.

Ora, può accadere – ed è accaduto – che una parte di quest’oceano si separi dal resto, senza barriera separatrice naturalmente, divenendo in qualche maniera più ricettiva: una sfera immensa di essenza spirituale si offre all’attività delle entità circostanti. Si concepisce che, spiritualmente, si produce la separazione: uno «spazio» si pre-forma nello Spirito. Questa essenza spirituale, ancora appena distinta, è, secondo Rudolf Steiner, l’essenza dei Troni, e, l’immensa sfera ch’essa offre all’attività ambiente, è il periodo che la Scienza Occulta denomina come quello di Saturno.  Essa ruota su se stessa per permettere ad ogni gruppo di entità di pre-formare in successione le dodici parti del futuro corpo umano, e si stabilisce una successione: il tempo. Lo spazio a tre dimensioni non si formerà in realtà che sulla T erra. 

La Scienza Occulta indica poi come questa essenza saturnia, che può essere paragonata ad una specie di calore estremamente sottile, si sia condensata poco a poco restringendosi. Essa si scinde: una parte delle entità ricettive, troppo lente ad evolversi, tendono a ritardare l’evoluzione, ad appesantire il globo, mentre altre evolvono verso la pura luce. La sfera pimitiva passa così dal calore sottile allo stato di fumo, di vapore, si dice generalmente: di aria, poi secondo la medesima tendenza, allo stato liquido, e infine allo stato solido della nostra Terra attuale. La separazione iniziale si è dunque accentuata al punto di giungere ad una «Terra» completamente isolata in se stessa, e la cui materia densa è il contrario stesso dello Spirito; e poiché questa materia è, in origine, essenza di volontà spirituale (i Troni), essa manifesta ormai una tendenza estrema a mantenere questo isolamento, a divenire un mondo indipendente, il contrario, il nemico dello Spirito primordiale. Se questo irradia  come la luce, la Terra solida, al contrario, è oscurità; è l’opposizione manichea della «Terra lucida» primitiva, e della «Terra pestifera» attuale. È altresì ciò che si può chiamare il Male cosmico per opposizione al Bene cosmico, e procedente dalla divinità creatrice.

Ora, il corpo dell’Uomo, in origine fatto di calore, ha partecipato a questa densificazione; se non è arrivato alla durezza cristallina delle nostre montagne primarie, è che esseri spirituali lo hanno protetto da ciò, la carne che lo costituisce è ancora compenetrata di vita; solo, la struttura di sostegno, lo scheletro, si è ossificato, e la testa, per lungo tempo aperta verso l’alto, si è richiusa, isolando così il pensiero. Questo pensiero che la vita divina non attraversa più, questo pensiero «umano», è alla base di ciò che noi chiamiamo coscienza; esso è la condizione della nostra libertà nei confronti degli dèi. […] Il male cosmico ha dunque come risultato – e come scopo – quello di realizzare delle individualità umane, coscienti, e libere:  

«Le forze del male non esistono nel cosmo per portare gli uomini ad azioni delittuose. Esse esistono invece per suscitare nell’uomo, quand’egli sia chiamato a sviluppare l’anima cosciente, l’inclinazione ad accogliere la vita spirituale  nel modo», Rudolf Steiner, Lo studio dei sintomi storici, V conferenza , tenuta a Dornach, il 26 ottobre 1918, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, p.105.

[HdP: per la sua importanza rispetto al tema della funzione del Male nell’evoluzione dell’uomo e del mondo nel Manicheismo, trascrivo qui il corrispondente testo tedesco di Rudolf Steiner: «diese Kräfte des Bösen, um den Menschen zu verbrecherischen Handlungen zu führen, sondern sie sind im Weltenall dazu vorhanden, um, wenn der Mensch aufgerufen ist zur Bewußtseinsseele, in ihm die Neigung hervorzurufen, das geistige Leben so zu empfangen», Rudolf Steiner, Zeitgeschichtliche Betrachtungen, GA-185, Rudolf Steiner Verlag, Dornach. 1982, p. 111]

La coscienza della nostra solitudine, di quel che si chiama oggi l’assurdità della condizione umana, ci condurrà in effetti a ricercare e a ritrovare lo Spirito. Ma innumerevoli esseri hanno accettato nel nostro interesse di lasciarsi stregare [ensorceler in francese] nella materia, se altri hanno rallentato la loro evoluzione per non abbandonarci interamente, non è altro che giusto che l’uomo, dotato di un vantaggio inestimabile, li restituisca, poco a poco, nella misura dei suoi progressi, alla loro condizione spirituale prima, e, a sua volta, li aiuti nella loro evoluzione, giacché tutto evolve: è il debito cosmico dell’Uomo nei confronti dei regni inferiori. Tuttavia non vi è  soltanto il male cosmico: tutti abbiamo in noi la tendenza a isolarci nella nostra individualità personale, non soltanto dagli dèi, ma anche dai nostri fratelli umani: l’egoismo, l’incomprensione, la frenesia di voler tutto riportare a sé, è il male umano. Bisognerà vincere  anch’esso, e risollevare coloro che vi si abbandoneranno: questa redenzione, lenta ma necessariamente totale degli uomini malvagi e dei regni inferiori che si sono sacrificati per noi, è la ragion d’essere del manicheismo».  

Possiamo dire che questo pensiero dell’operare alla salvezza di coloro che per noi si sacrificarono, affinché ascendessimo ad una condizione spirituale più alta, sia l’essenza cristica stessa del Manicheismo, così come lo è della concezione del Mahâyâna del Bodhisattva, il quale è talmente interiormente ‘libero’ da decidere coraggiosamente di ‘rimandare’, sine die, la propria stessa ‘liberazione’, e la stessa beatitudine del Nirvâṇa, sino a che «l’ultimo filo d’erba, e l’ultimo granello di sabbia del Gange, non abbiano raggiunta l’Illuminazione, e la Liberazione prima di lui». È la Via della ‘Grande Compassione’, Mahâkaruṇa, che scaturisce dalla della ‘Sapienza Trascendente’, Mahâprajñâ, : la Via del Bodhisattva Avalokiteśvara. È l’impulso cristico del Graal, che nel Parzifal di Wagner fa pronunciare le parole finali: «Salvezza al Salvatore». Ma proseguiamo con la trascrizione delle parole di Simone Hannedouche:

«Ciò [sc. la redenzione e il risollevamento di coloro che, sacrificandosi per noi, sono caduti in una condizione inferiore] non si farà senza lotte, e la resistenza sarà violenta: è per questo motivo che Mani presenta la sua cosmogonia  come un combattimento che comincia con la manifestazione: da lì viene l’accusa di dualismo assoluto. Egli non parla di ciò ha preceduto tale lotta, egli insiste sull’esistenza effettiva del male, che Sant’Agostino negherà.

Il primo Eterno esiste prima di tutto ciò che è esistito ed esisterà: questo Dio unico è al di sopra di tutto, è il Padre della Grandezza (Zervan, il Tempo senza limiti) e dai lui procedono le «emanazioni divine». […]

La cosmogonia di Mani ci pone immediatamente nella fase di evoluzione che R. Steiner chiama la fase solare; l’elemento di calore si condensa, la luce si svincola verso l’alto, mentre che il «fumo», l’aria, si accumula verso il basso. Durante l’evoluzione del mondo solare, gli Arcangeli si costituiscono un corpo gassoso, ma lo lasciano, secondo un ritmo regolare, per irradiare nello spazio la Saggezza divina. È allora che si stabilisce un antagonismo: Lucifero l’entità ribelle, sedotto da Satana, il principe delle tenebre, vuole restare presente in questo corpo gassoso ed impadronirsi per se stesso della Saggezza divina, per rinchiuderla in sé e non irradiarla; mentre Colui che chiamiamo il Christo, si offre alle entità divine superiori perché, attraverso di Lui, esse possano irradiare la Saggezza. Due «regni», secondo l’espressione manichea, sono così in presenza; quello del Principe delle Tenebre la cui «sostanza» è l’aria e quello dell’Entità di Luce. E il desiderio nasce nel  Principe delle Tenebre di «conquistare con i suoi demoni quella regione straniera e sfolgorante, e di assimilarsela inghiottendola in sé», H. Ch. Puech, Le Manichéisme, Civilisation du Sud, S.A.E.P., Paris, p. 76.

Di fronte alla minaccia di un tale assalto, il Padre della Grandezza invia la propria «anima», quell’«io» che Mani chiama l’Uomo primordiale, ma questo Messaggero viene divorato dai Demoni. È facile riconoscere qui l’azione dei Cherubini che, dal circolo dello Zodiaco circondante la sfera solare, proiettano nella parte gassosa l’immagine delle quattro forme primordiali, l’Aquila, il Toro, il Leone, e l’Angelo, la cui armonia l’Uomo futuro realizzerà. Il Padre della Grandezza «mescola» così all’oscurità, quel lievito di potenza divina, di vita, che a poco a poco trionferà delle forze di condensazione inerenti all’elemento oscuro che diventerà materia.

E, difatti, per salvare l’Uomo primordiale  così «inghiottito», il Padre della Grandezza suscita una seconda creazione, lo «Spirito Vivente», che interviene in una nuova fase dell’evoluzione: l’antica Luna, secondo la Scienza Occulta di Rudolf Steiner. – L’aria è divenuta acqua e, in quel nuovo abisso, Lucifero è caduto con i suoi angeli, trascinando l’Uomo primordiale. Ma lo Spirito Vivente «chiama»: la Scienza Occulta spiega che ad ogni condensazione risponde uno svincolamento di un elemento più puro: il suono corrisponde all’acqua. Essi si separano più nettamente di quanto non abbiano fatto la luce e l’aria nel Sole: due astri si distaccano, l’uno, luminoso, l’altro, oscuro: è ciò che Mani indica con la chiamata dello Spirito Vivente e la risposta dell’Uomo primordiale che sale dall’abisso. Lo Spirito Vivente tende allora la mano destra all’Uomo primordiale ch’egli trae fuori dall’oscurità: questo segno di saluto si è conservato nella stretta di mano manichea. 

Ma se l’Uomo primordiale irradia come un nuovo Sole al di sopra dell’abisso, la sua anima è rimasta mescolata agli elementi densificati: essa è, in effetti, quella sostanza luminosa derubata e conservata da Lucifero. Lo Spirito Vivente organizza allora la fase seguente dell’evoluzione della Terra con il «rozzo corpo degli Arconti». Noi riconosciamo la struttura della Terra con i suoi continenti, i suoi oceani, ed altresì la disposizione del Cosmo con i dieci firmamenti, le dieci gerarchie (contando quella dell’uomo) e le otto terre, cioè gli otto pianeti dell’Omoforo, il corpo, il corpo portatore dell’uomo, porta sulle sue spalle: Terra, Luna, Venere, Mercurio, Sole, Marte, Giove e Saturno.

E, come terzo inviato, il «Messaggero», che forma il nostro «sé spirituale» (secondo Steiner), incaricato di liberare poco a poco la luce rimasta prigioniera nella materia mediante la trasmutazione di questa in spirito: ma sorge un nuovo contrattempo: la bellezza della forma luminosa del Sé spirituale suscita il desiderio di «Az», la materia concupiscente. Essa costruisce dei corpi della stessa forma, li riempie di materia, e Lucifero porta le anime ad introdurvisi «per conoscervi il bene e il male». E le anime sedotte si ritrovano prigioniere di quei corpi di carne e legati alla Terra mediante la procreazione carnale. La minaccia è grave: diviene necessario un quarto inviato: è Gesù-Splendore, Gesù Glorioso, l’Uomo-Dio, che noi chiamiamo il Christo. Questi «risveglia Adamo, gli apre gli occhi lo fa alzare ed ergersi… gli rivela l’origine infernale del suo corpo, la sorgente celeste del suo spirito, gli disvela la «gnosi», la scienza di tutte le cose, di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che è, e di tutto ciò che sarà», H. Ch. Puech, op. cit., p. 82.

A partire da questo momento, grazie alle forze solari del Christo ch’egli può prendere in sé, è l’uomo che condurrà la lotta contro il male, liberare la propria anima, e riconquistare il proprio corpo spirituale così come i suoi principi spirituali sino all’Io primordiale. I tre sigilli dell’iniziato manicheo sono i segni di questa evoluzione, ma l’uomo, perfezionandosi, purificandosi attraverso vite successive, libera la «sostanza divina inghiottita, che emerge e si libera dell’Oscurità al tempo stesso che esaurisce la vita della materia», H. Ch. Puech, op. cit., p. 83. Le peripezie di questa lotta, indicate sino al completamento della fase terrestre fisica, concordano con quelle che annuncia Giovanni nell’Apocalisse. In quel momento, la «Statua umana» sarà completata: il sé spirituale nel corpo spirituale, ma la realizzazione completa dell’Uomo, spirito della decima gerarchia, e la redenzione del male proseguiranno in fasi di evoluzione che Mani non precisa più e che dobbiamo ricercare nella Scienza dello Spirito.

***

Certamente, il manicheismo è all’opera sin dalla venuta del quarto inviato, il «Gesù-Glorioso», ma esso non si rivela che nel terzo secolo della nostra era con l’incarnazione di Mani. Prima del Christo, erano gli dèi di luce stessi che intervenivano per impedire alle anime di sprofondare totalmente nell’abisso; ora che esse hanno la forza di salvare se stesse, prima che l’Uomo abbia piena coscienza del suo potere, è Mani che interviene ogni volta che un pericolo grave minaccia l’evoluzione umana. […] È per questo che il suo nome personale rimane ignorato: egli è «Manas, Mani», il Sé spirituale e i suoi discepoli lo venerano come il Paraclito, lo Spirito Consolatore promesso dal Christo, lo «Spirito Santo».

Nel mito del Graal, nel suo precipitare dai Cieli, dal mondo della Luce, in séguito alla lotta con l’Arcangelo Michael, Lucifero perdette la pietra verde ch’egli portava col suo diadema sulla fronte. Da questa pietra verde venne poi ricavato il Graal, il Sacro Calice nel quale Giuseppe d’Arimathea raccoglierà parte del sangue del Christo. Il Graal fu portato in Occidente – fatto estremamente significativo – e dato in custodia prima a Titurel, poi ad Anfortas, e custodito nella inaccessibile Sacra Rocca, nel Castello del Graal. Infine, fu Parzifal a divenire Re e Custode del Graal. Per chi conosca la ‘leggenda del Graal’, così come essa venne sapientemente raccontata da un Iniziato come Wolfram von Eschenbach, non vi è alcun dubbio circa il fatto che, nella saga da lui riportata, si abbia a che fare con una forma iniziatica, e profondamente spirituale, di Cristianesimo che nulla doveva all’imperante, e arrogante, ortodossia  cattolica, che proprio in quegli anni, nella cosiddetta ‘crociata contro gli albigesi’, procedeva a sterminare i catari, da essa definiti, dal suo punto di vista con ragione, ‘manichei’. Anzi, molti studiosi hanno visto nella ‘spiritualità misterica’ che aleggia nella trilogia di Wolfram von Eschenbach – il Titurel, il Willehalm, il Parzifal – una forma di spiritualità ‘catara’ e ‘manichea’. La cosa è per me assolutamente certa, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner parla di Parzifal come del rinato Mani. Alla base dell’impresa del Graal vi è la restituzione dello stato primordiale dell’uomo in forma novella, la ricostituzione dell’Androgine Celeste, della Coppia Univoca, la redenzione del Male mediante la sua trasmutazione in Bene, la trasformazione della Tenebra in Luce.   

Nel mito, riportato da vari autori, il Graal è sia una ‘pietra’ – la gemma perduta da Lucifero nella sua caduta dai Cieli – sia un ‘vaso’, un ‘calice’ nel quale venne raccolto sul Golgotha il sangue del Christo – ed è singolare che il nome ‘Mani’ – che in sanscrito significa ‘gemma’, ‘pietra preziosa’, come nel caso della ermetica e alchemica ‘pietra filosofale’, autrice di ogni mirabile ‘trasmutazione’ – e che in siriaco ‘Mana’ significhi ‘vaso’, ‘ricettacolo’, e che Agostino di Ippona, che nella sua gioventù era stato ‘uditore’ manicheo per nove anni, riferisca che per i suoi antichi compagni di fede il nome ‘Manicheus’ – come anche veniva trascritto il suo nome nelle fonti latine –  significasse «pietra vivente» o «vaso vivente» (in siriaco Manî Hayyâ, e Mana Hayyâ). Questo ci riporta al tema del Graal, e della sua impresa. Il lettore avrà modo, nel proseguo del presente studio, di vedere la connessione profonda di queste considerazioni col tema che tanto ci preme approfondire.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. QUINTA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

(Mani)

Sin dall’inizio di questo nuovo studio, già nella parte introduttiva è stato parlato della lotta di Michele contro il Drago. Lotta che nella storia cosmica della Terra e dell’uomo – secondo le comunicazioni di Rudolf Steiner – si è ripetuta varie volte, ed è stata pure raffigurata in varie saghe e leggende. La lotta che, per il presente tema, riguarda l’uomo di quest’epoca, si svolse tra il 1841 e il 1879, tra Michele e le schiere degli Angeli ribelli, gli Spiriti delle Tenebre, i quali una volta sconfitti vennero cacciati dalla loro originaria dimora celeste, e precipitati giù nel terrestre, ove hanno operato nell’umano in maniera da allora sempre più distruttiva.

Si può dunque dire che tale lotta dai Cieli si sia spostata sulla Terra, da qui l’immagine, più volta evocata dal Maestro dei Nuovi Tempi, di Michele che incalza il Drago sin nel terrestre. Ma le schiere degli Spiriti delle Tenebre, già avverse all’uomo nella sfera cosmica, nel terrestre lottano per impadronirsi dell’umano, per asservirlo all’Oscuro Signore, per distoglierlo dal perseguire la sua mèta originaria, per obnubilarlo, per distruggerlo. Proprio per tale motivo, la drammatica situazione dell’uomo, non consente a questi di rimanere indifferente, neutrale, di fronte all’attuale lotta di Michele contro il Drago. L’uomo – il singolo uomo, e l’umanità tutta – si trova posta alla necessità di dover fronteggiare, di dover lottare, e vincere, il Male. Ma il dover lottare, dominare, e vincere il Male, implica – con logica stringente – l’esigenza di dover ‘conoscere’ il Male. Poiché si può dominare e vincere, unicamente ciò che si conosce. Per millenni tutto l’Oriente ha affermato, instancabilmente ripetuto, che l’ignoranza, la non conoscenza, è la radice di tutti i mali, mentre la ‘Conoscenza’, la ‘Gnosi’, è la fonte inesauribile di ogni bene. In fondo, anche il mondo antico dell’Occidente ha visto nella ‘Conoscenza’ non solo un valore supremo, ma anche in essa strumento e motivo di salvezza e di libertà. In modo particolare, nel Vangelo di Giovanni, 8, 32, è detto:  καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶςkài gnòsesthe ten alètheia, kài he alètheia eleutheròsei hymãs, ovvero, nella traduzione del valdese Giovanni Luzzi, «E conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». E poco oltre, 8, 36, ἐὰν οὖν ὁ υἱὸς ὑμᾶς ἐλευθερώσῃ, ὄντως ἐλεύθεροι ἔσεσθεeàn oùn hyiòs hymãs eleutheròse, òntos elèutheroi èsesthe«Se dunque il Figliolo vi farà liberi, sarete veramente liberi». Perché in Giovanni 14, 6, leggiamo Ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, Egò eimì he hòdos kài he alètheia kài he zoè«Io sono la Via, la Verità, e la Vita». Dunque la ‘Conoscenza’ è la ‘Via’ per giungere alla ‘Verità’, che, sola, è la ‘Vita’. Ne consegue che l’ignoranza, la non conoscenza, è il malo sentiero che fa smarrire la retta ‘Via’, e conduce alla ‘menzogna’, e alla ‘morte spirituale’: questo è il Male. Perché il Male è ignoranza, è illusione fuor-via-ntetra-via-nte – anche etimologicamente –, è smarrimento, menzogna: morte.

L’uomo deve affrontare oggi il Male perché il mistero del Male è collegato con quello della realizzazione della libertà. Per cui, prima di affrontare la questione dell’azione attuale nell’umano degli Spiriti delle Tenebre, dopo loro cacciata dai Cieli, come conseguenza della vittoria di Michele, e il loro precipitare nel terrestre, è prima necessario risalire, e chiarire il mistero dell’origine e della finalità del Male nell’evoluzione del cosmo e dell’uomo. Ciò rende necessario che, in questa quinta parte del presente studio, si affronti preliminarmente il mistero, e il significato, di questa origine.

Rudolf Steiner ne L’evento della morte e i fatti del dopo morte, conferenza tenuta a Lipsia il 22 febbraio 1916, Editrice Antroposofica, Milano, 1990, tratta da ciclo Il legame tra i vivi e i morti, GA-168, Editrice Antroposofica, Milano, 2010, conferenza nella quale alle pp. 28-30, leggiamo:

«Sappiamo e ne abbiamo spesso parlato (lo voglio menzionare ancora qui per concludere) che all’esistenza spirituale nella quale viviamo prendono parte Lucifero e Arimane. Sappiamo pure che nella Bibbia Lucifero viene simbolizzato dal serpente, dal serpente sull’albero. Il serpente fisico però, così come lo sperimentiamo oggi e così come lo dipingerà un pittore di oggi ogni volta che dipinge il paradiso, il serpente fisico non è un vero Lucifero, ma la sua immagine esteriore, l’immagine  fisica. Il vero Lucifero è un’entità che è rimasta indietro al tempo dell’evoluzione lunare. […]

Ciò significa che non è davvero passato molto tempo da che gli uomini sono stati del tutto sospinti entro il piano fisico. Quel che oggi ci viene raccontato dal mondo materialistico come decorso della storia spirituale dell’umanità, in sostanza non è altro che un inganno, poiché ci si immagina che l’uomo sia stato sempre come è diventato soltanto nei secoli più recenti, mentre non è per nulla lontano il tempo in cui con la sua antica chiaroveggenza guardava nel mondo spirituale. Solo che dovette uscirne, poiché non era libero, dovette uscirne per poter ricevere la piena libertà e la coscienza dell’io; ora deve riuscire a rientrare nel mondo spirituale. Per questa ragione la scienza dello spirito prepara qualcosa di importante, di essenziale: reinserirsi nel mondo spirituale. Sempre di nuovo possiamo porci davanti all’anima quanto sia importante il percepire, il sentire che le poche persone che oggi vivono in mezzo al mondo materialistico e che attraverso il proprio karma sono portate a cogliere i compiti più importanti dell’umanità per il futuro, che queste poche persone, attraverso la propria vita animica, hanno qualcosa di importante, di importantissimo. Senza essere superbi, occorre appunto pensare in tutta modestia e umiltà, quanto grande sia la differenza fra un’anima che si addentra nel mondo spirituale, e tutte le altre persone superficiali che oggi non ne hanno idea alcuna, e in particolare non vogliono avere idea alcuna dello spirito». 

Poiché Rudolf Steiner, nell’affrontare il mistero dell’origine del Male, varie volte fece riferimento alla figura di Mani, e alla corrente spirituale del Manicheismo, ch’egli descrisse come corrente spirituale addirittura superiore alla stessa corrente iniziatica rosicruciana, e poiché egli riconnetté apertamente al Manicheismo la corrente del Graal, è importante dare al lettore un quadro sia della vita di Mani, che del suo Insegnamento. Nel proseguo del presente studio verrà data anche una interpretazione di tale Insegnamento. Nella ‘lezione esoterica’ qui novellamente tradotta e presentata, Rudolf Steiner riguardo alla vita di Mani riporta una significativa ‘leggenda simbolica’, che per millesettecento anni venne tramandata all’interno di varie confraternite occulte che dal Manicheismo in vario modo nel corso di molti secoli gemmarono, e ad esso si richiamarono. Può, forse, essere di ausilio allo studioso leggere anche ciò che è scritto nell’Introduzione del Curatore della traduzione italiana dell’opera di Déodat Déodat degli Studi manichei e catari, pubblicata dalla felsinea casa editrice CambiaMenti, Bologna, 2002, ove alle pp. XXVIII-XXXV, leggiamo:  

* * * 

Vita di Mani

Mani nacque a Mardinu o Afrûnya, un piccolo sobborgo della Babilonia, nei pressi di Seleucia-Ctesifonte, allora capitale, profondamente ellenizzata, dell’impero partico degli Arsacidi, che presto soccomberanno sotto i colpi della sorgente dinastia persiana dei Sasanidi. La data della sua nascita, il 14 aprile 216 della nostra era, corrispondente allo 8 Nisan 527 dell’era seleucide, viene riportata nello Šabuhragan, opera in mediopersiano che lo stesso Mani dedico a Šâhpuhr, figlio di Ardašir, fondatore della dinastia sasanide. La stessa data è riportata nel primo dei Kephàlaia, vera summa dell’intera dottrina manichea in lingua copta, trovati nel 1930 a Medînet Mâdî, nel Fayyûm egiziano. Il suo nome, anticamente reso con Manes Manete o ancora Manichaios Manicheus, viene dal siriaco Mânî Ḥayyâ, «Mani il Vivente». Egli era di stirpe iranica: suo padre proveniva da Hamadan, l’antica Ecbatana della Media, ed era legato per parentela alla famiglia reale arsacide; sua madre Maryam, della famiglia dei Kamsaragân, aveva anch’essa parentela con gli Arsacidi.

Suo padre Patîk, in seguito ad una profonda crisi religiosa attraversata, e ad un comando interiore ricevuto in un tempio di Ctesifonte, aveva iniziato una ricerca spirituale, che lo condusse  ad unirsi, per lunghi anni, ai seguaci di una comunità giudeocristiana a carattere gnostico, i cui fedeli vengono chiamati nelle fonti greche e copte baptistai («battezzatori»), almuġtasilah («coloro che si lavano») dalle fonti arabe e mênaqqedê («coloro che si purificano») o ḥallê ḥewârê («dalle vesti bianche») in quelle siriache. Inizialmente questi seguaci furono scambiati, dagli studiosi moderni, per Sabei Mandei, appartenenti quindi a correnti gnostiche non cristiane o addirittura anticristiane. Ma, dopo il ritrovamento del codice greco di Ossirinco, nell’Alto Egitto, si è identificata con assoluta certezza questa comunità con quella fondata da Elkhasai attorno all’anno 100 della nostra era e che variamente si diffuse dalla Palestina alla Mesopotamia. Si trattava appunto, e lo si sa da molte fonti eresiologiche cristiane, tra cui Epifanio, di una comunità giudeo-cristiana a sfondo gnostico. In essa l’elemento della conformità alla Legge, ereditato dalla Tôrâebraica, era molto forte. All’interno di questa comunità fu allevato Mani dall’età di quattro anni. All’età di dodici anni egli ebbe la rivelazione paracletica attraverso la visione di un essere angelico, vero suo alter ego, che egli denominerà come «il Compagno», «il Gemello» (at-Tawm in siriaco). Questi, annunciandogli la sua futura missione, gli trasmise, con lampeggiamento istantaneo, la ‘Conoscenza’ trascendente, che lo fece diventare nei confronti del Paracleto «un corpo e uno spirito con lui» (Kephàlaia I, p. 16, 23 et seq.). Questa Rivelazione, che si ripeté quando egli ebbe ventiquattro anni, lo condusse fuori della comunità elcasaita e costituì la consacrazione dell’inizio della sua missione. Questa Rivelazione cosi viene espressa nelle parole di Mani riportate nei Kephalaia: «Negli anni stabiliti, sotto il regno di Ardašir, scese su di me il Paracleto Vivente e mi parlo. Mi rivelò il mistero occulto, che era nascosto al mondo e alle generazioni: il mistero delle profondità e delle altezze; mi rivelò il mistero della luce e delle tenebre» (Kephàlaia I, p. 14). Consapevole della universalità del suo messaggio, egli volse dapprima la sua predicazione ad Oriente, recandosi nelle regioni dell’India settentrionale, nelle regioni del Tûrân e del Makrân (l’attuale Beluchistan), permanendovi circa due anni, sino alla morte di Ardašir I, avvenuta nel 242. Mani torno nella Babilonia e attraverso l’amicizia, o meglio la devota ammirazione che provavano per lui Mihršâh, governatore della Mesene, e Pêrôz, governatore del Khorâsân, ambedue fratelli del nuovo sovrano, lo šahanšah Šâhpuhr I, poté incontrare appunto quest’ultimo. Šâhpuhr rimase profondamente colpito dalla figura e dall’insegnamento di Mani e non solo gli accordò il permesso di predicare liberamente in tutto l’Impero, ma lo prese spesso nel suo seguito, per esempio nella campagna che lo portò allo scontro con Roma, nella guerra contro Valeriano (256-260). La sua attività missionaria fu intensissima e, già egli vivente, essa sorpassò le frontiere iraniche, penetrando in Palestina, in Siria e in Egitto. Il lungo regno di Šâhpuhr I (242-273) permise un ampio diffondersi della nuova religione. Anche Hôrmizd I (273-274), che successe brevemente a Šâhpuhr, fu favorevole a Mani. Le sorti mutarono invece con la salita al trono di Bahrâm I (274-277), sotto il cui regno si rafforzò l’ortodossia mazdea come religione di stato ed ideologia nazionale: presto intollerante, sotto l’influenza del clero mazdeo ed abilmente manovrato dal capo dei magi il môbêKartîr, con un pretesto chiamò a corte Mani e, dopo un colloquio tempestoso, che oppose la violenta arroganza di Bahrâm alla calma jeratica dell’Apostolo, oramai consapevole della propria prossima fine, lo fece imprigionare e condannare senza appello, sotto l’accusa di lesa maestà e corruzione della religione di Zarathuštra. Nella città di Gundêšâpuhr (l’Attuale Bêlapat) si consumò la Passione dell’Apostolo, chiamata dai manichei coi nomi cristiani di dargideh o di staurosis, cioe ‘crocefissione’. Mani fu incatenato al muro con sessanta libbre di catene, che gli impedivano anche il minimo movimento. Dopo ventisei giorni di questo martirio, terminatosi probabilmente il 26 febbraio del 277, egli, esausto, spirò attorniato solo da poche discepole elette. Secondo l’uso del tempo, si infierì sul suo cadavere mutilandolo, dopodiché esso fu gettato ai cani, fuori delle mura della città.

A cominciare dalla morte di Mani, tutta la vita della sua comunità fu il passare, in ogni paese, da una persecuzione all’altra, e meraviglia che tanto a lungo essa abbia potuto resistere prima di scomparire storicamente.

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L’insegnamento di Mani 

Come è stato già detto, la dottrina di Mani è essenzialmente una cosmologia, una gnosi o una theosophia, che vuole rivelare all’uomo, smarrito nella molteplicità materiale e oppresso da un oscuro soffrire, di cui non sa trovare la ragione, la sua origine spirituale, le forze avverse, che in se stesso e nel cosmo egli deve riconoscere per liberarsi, quali siano le deità ostacolatrici da cui scaturiscono queste forze avverse, e quale cammino il mondo spirituale originario gli additi attraverso l’opera di Aiutatori, di Messaggeri, di Deità salvatrici. Il cammino, che l’Uomo percorre nella sua storia cosmica, è essenzialmente una vittoria sul Male, attraverso la trasmutazione delle Tenebre in Luce, il risollevamento di ciò che temporaneamente è caduto sotto l’incantesimo della materialità. La storia cosmica si scandisce in tre tempi: la separazione della Luce primordiale dalle Tenebre, la mescolanza che consegue all’aggressione delle Tenebre nei confronti del mondo della Luce, la redenzione della Luce sacrificatasi per la sconfitta delle Tenebre. Cercheremo di delineare questa storia cosmica nelle sue linee essenzialissime, rimandandone l’approfondimento ad opere di carattere più specialistico.

All’inizio troviamo la contrapposizione tra un mondo di luce, essenza e sostanza di tutto ciò che è, oltre che luminoso, buono, ordinato secondo principi di giustizia, di bellezza, di amore, e un mondo di tenebre e malvagità, diviso in se stesso, agitato da quel movimento caotico e contraddittorio, che costituisce l’essenza stessa della hỳle, la materia oscura e bramosa. Il mondo delle luci è retto dal «Padre della grandezza», detto anche «Re del Paradiso della Luce», identico allo Zurvân dell’antica religione zarathustriana. Ipostasi del Dio di Luce, o sue emanazioni, sono l’«Intelligenza», il «Pensiero», la «Riflessione», l’«Intenzione», il «Ragionamento»: essi sono sue «membra» o «sedi della realtà luminosa del Padre». Signore, invece, della Tenebra caotica, mossa da continuo disordinato movimento, è Ahrmên, l’Angra Mainyûh dell’Avesta, principe dell’oscuro pensiero, le cui ipostasi sono «Fumo», «Fuoco devastatore», «Vento distruttore», «Acqua torbida», «Tenebre». Queste ipostasi della Luce e delle Tenebre si manifestano in mondi gerarchicamente sovrapposti e concatenati.

Il disordinato movimento della hỳle, conduce le schiere demoniache di Ahrmên ai confini del Paradiso delle Luci, la cui trascendente bellezza sveglia in esse il desiderio di conquistare e sommergere la fonte di questa bellezza. Il Padre della Grandezza non può punire l’impotente tentativo del Regno del Male con una azione diretta, non essendovi nel mondo luminoso nulla di vendicativo o di malvagio, che possa rispondere alla tracotanza ed alla rapacità dei demoni di Ahrmên. Dal Dio di Luce procedono per «evocazione», o emanazione, successivamente il «Grande Spirito» e la «Madre dei Viventi». Questa a sua volta emana l’Uomo Primordiale, identificato con Ôhrmazd, lo Ahura Mazdâh avestico. I cinque figli dell’Uomo Primordiale (Aria, Vento, Luce, Acqua, Fuoco) costituiscono la sua «anima vivente», la sua armatura. Nello scontro con le Tenebre, l’Uomo Primordiale e sconfitto: soccombendo viene privato degli elementi luminosi (zîwanê), della sua armatura. L’Anima Vivente viene divorata dai demoni, dando cosi origine alla «Mescolanza» (gumêčišn) di Luce e Tenebre, che costituisce l’attuale mondo. In aiuto dell’Uomo Primordiale il Padre «evoca» in una seconda creazione l’«Amico delle Luci» (Narisafyazd), il «Grande Architetto» (Bân), e lo «Spirito Vivente» (identificato in Mihryazd, il Mithra avestico e misterico), che risveglia, chiamandolo dal Sonno Mortale, l’Uomo Primordiale. Questa «chiamata» (Xrôštag) costituisce un vero e proprio essere, cui va incontro, da parte dell’Uomo, la «Risposta» (Padvaxtag): da questa unione nasce il «Desiderio di Vita». Lo «Spirito Vivente» scende nella tenebra e tendendogli la mano destra libererà l’Uomo Primordiale, traendolo in alto al Mondo della Luce. Per la liberazione della Luce, rimasta prigioniera delle Tenebre, ha luogo una terza «evocazione» la cui figura principale e il «Terzo Messaggero»«dio del Regno di Luce» (rôšnšahryazd) che, quale Demiurgo, ordina il cosmo in modo da provvedere alla progressiva liberazione della Luce prigioniera. Puri vasi di luce sono il Sole e la Luna ed il mondo stellare. Sulla Terra si forma una razza umana, che ha mescolato in se stessa la Luce dell’Anima Vivente, forzatamente abbandonata dall’Uomo Primordiale nel cammino della sua riascesa, ed un elemento tenebroso, ahrimanico, proveniente dalla hỳle. Primo uomo terrestre, Adamo viene reso consapevole della sua misera condizione da Gesù «Fulgore», che gli porta incontro la gnosi, la ‘conoscenza’ salvifica. L’Anima Vivente, crocifissa nella materia, è lo Jesus patibilis, di cui il manicheo Fausto di Milevi parlò ad Agostino, un tempo anch’egli ‘uditore’ manicheo. La redenzione di Adamo e l’archetipo della redenzione di ogni uomo e, lentamente, la  redenzione dell’uomo conduce a sua volta alla redenzione della Luce sepolta nei vari regni della natura, ad un superamento dell’incantamento che imprigiona lo Spirito nella materia.

Nella sua prigionia terrestre, l’uomo e in stato di stordimento, di sonno mortale, di alienata non-consapevolezza (a-nous). Gesù «Fulgore» e per l’Uomo il Nous della Luce. Egli è per l’uomo l’«Io-Luce» (grêv rôšn), l’«Io Vivente» (grêv zîndag), l’«Io Supremo» (grêv burzist), che, attraverso la gnosi folgorante, scuote l’uomo dal sonno della vita somatica, riaccende la memoria spirituale della patria perduta, operando, mediante la Conoscenza, la resurrezione dell’Uomo Interiore.

Questa lunga opera di separazione della Luce dalle Tenebre viene nelle varie epoche impulsata da vari Inviati che accompagnano l’umanità nel suo cammino. Mani si pose come «sigillo dei Profeti» e accolse nella sua sintesi universalistica il messaggio di tutti i suoi predecessori: Seth, Enoch, Noè, Sem, Abramo, Buddha, Zarathuštra, Gesù e Paolo. Egli stesso definisce se stesso «Apostolo di Gesù Cristo» e vede nel Cristo colui che, alla fine di questa immane lotta cosmica, giudicherà, separando il Bene dal Male, da quella stessa Cattedra di Sapienza (Bêma), che nella festa più cara ai seguaci della Chiesa Eletta ricorda il martirio di Mani e il suo Insegnamento.

Si può dire che la logica sottile, che muove la cosmologia manichea, e l’intuizione che la Luce non può lottare col Male, dissolverne la Tenebra, rimanendo sul proprio piano trascendente, bensi soltanto sacrificandosi, non resistendo alla malvagità del Princeps huius mundi, ma operando come lievito della Tenebra, come farmaco trasmutatore all’interno della stessa hỳle, opaca alla Luce dello Spirito e sorda al suo richiamo.

L’uomo, incontrando in se medesimo questa lotta tra il suo principio spirituale e la corporeità, nella quale subisce il dominio della materialità, può, per usare un’espressione goethiana, «morire e divenire», superare se stesso, inverandosi in quell’Io-LuceIo-Gioia, l’unione con il quale affranca l’uomo dal servaggio dell’ignoranza, della paura, dell’avversione e della brama.

Il manicheismo volle usare, per significare la morte dell’Apostolo, il termine buddhista di parinirvâṇa. Per il manicheismo, la progressiva liberazione dei semi di luce, sepolti nella materia, conduceva al superamento, alla fine dei tempi, del saṃsâra da parte del nirvâṇa. Forse fu proprio questa intuizione della trascendenza della Luce, immanente nella inerte ottusità della tenebra, l’idea che attrasse tanti spiriti, la cui nostalgia ricercava, oltre il dualismo cosmologico dei due Principi opposti – Bene e Male – un monismo ontologico, che fosse al contempo slancio etico di purificazione mediante l’altrui redenzione e di conoscenza liberatrice (gnôsis, sophia) dall’aspetto illusorio del mondo. Questi due aspetti, che furono espressi nel Buddhismo Mahâyâna come Illimitata Compassione (mahâkaruṇâ) e come Sapienza Trascendente (mahâprajñâ), vollero nel manicheismo congiungersi con l’idea del Logos-Luce, che, con la propria potenza fulgurea, va incontro all’uomo caduto, che si dibatte nella dualità alla ricerca di una via di liberazione. Il manicheismo volle essere l’appagamento dell’esigenza umana di una libera e diretta conoscenza dello Spirito, perché «l’uomo non deve credere, finche non ha visto con i propri occhi l’oggetto della propria fede» (Kephàlaia, p. 142), e della spinta morale alla redenzione di sé e del mondo, perché «sulla Croce della Luce – come disse Fausto di Milevi – Gesù, Vita e Salvezza degli uomini, è appeso ad ogni ramo».

Queste immagini potenti del manicheismo, alle quali si ispireranno, come a idee forza, pure molti insegnamenti del catarismo medievale, forse ricorderanno all’uomo attuale, in un’epoca difficile e spiritualmente pericolosa, quegli enigmi dell’anima che egli, per nuove e più ardite vie – nuove per la forma, non nel contenuto d’eternità –, è chiamato a sciogliere in un mondo arrogante e distruttivo, che lascia poco spazio alle esigenze di realizzazione interiore e spesso sgretola sottilmente la capacità di orientamento spirituale dell‘uomo, mediante un’idolatrica e ipnotica visione esclusivamente sensibile del mondo, con i correlativi miti di attivismo esteriore e di spregiudicato pragmatismo. Ma di fronte alla Sfinge minacciosa che, una volta di più, sbarra la strada al suo procedere, l’Uomo Interiore coraggiosamente saprà trovare la risposta agli enigmi attraverso la conoscenza risvegliatrice del vivente Pensiero-Folgore, attraverso l’agire luminoso della radicale trasformazione di sé.

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Rudolf Steiner, Der Manichäismus, in Die Tempellegende und die Goldene Legende, als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, pp. 68-79.

Il Manicheismo

Berlino, 11 novembre 1904

Dobbiamo parlare un po’ della Frammassoneria per un desiderio che ci è stato espresso. Ma non si può comprendere questa, prima di aver considerate le correnti spirituali, che stanno in relazione con la Frammassoneria in maniera tale che la Frammassoneria è per così dire scaturita da esse. Una corrente spirituale ancora più importante di quella dei Rosacroce fu quella del Manicheismo. Dobbiamo quindi effettivamente prima parlare di questo molto più importante movimento, e potremo poi, in seguito, gettare una volta una luce anche sulla Frammassoneria.

Quel che io ho da dire in proposito è in relazione con diverse cose che operano all’interno della vita spirituale presente e futura. E per mostrarvi che, se si è attivi in questi campi, si deve continuamente mettersi in relazione con qualcosa, sia pure occultamente, desidero accennare solo in maniera introduttiva, come in ripetute occasioni io abbia designato il problema di Faust come uno particolarmente importante per la nuova vita spirituale. Ed è altresì per questo motivo, che nel primo numero del Luzifer il movimento spirituale moderno è stato messo in relazione con il problema di Faust. Così come ne ho trattato nel mio articolo sul Luzifer, non è senza una certa motivazione che in esso viene fatta allusione al problema di Faust. 

E per mettere reciprocamente in rapporto le cose delle quali qui si tratta, dobbiamo perciò dapprima partire da un orientamento spirituale, che ci viene incontro per la prima volta all’incirca nel III secolo. Questo è quell’orientamento spirituale che ha trovato in Sant’Agostino il suo grande avversario, benché questi, prima di entrare nella Chiesa Cattolica, fosse seguace di questa corrente. Dobbiamo parlare del Manicheismo, che fu fondato da una personalità, che designò se stesso come Mani, e visse all’incirca nel III secolo d.C. Il movimento è partito da una regione, che allora era dominata dai re dell’Asia minore; esso è dunque partito dalle regioni dell’Asia minore occidentale. Questo Mani fondò una corrente spirituale, che dapprima non raccolse che una piccola setta, ma che divenne una potente corrente spirituale. Gli Albigesi, i Valdesi, e i Catari medievali sono la prosecuzione di questa corrente spirituale, al quale appartiene pure l’Ordine dei Templari, del quale dovremo appunto parlare a parte, ed allo stesso modo – attraverso una mirabile concatenazione di rapporti – la Frammassoneria. All’interno di questa corrente appartiene autenticamente la Frammassoneria, sebbene essa sia legata ad altre correnti, per esempio il Rosicrucianesimo.

La storia esteriore, che ci viene raccontata, su Mani, è estremamente semplice.

Viene detto, che nelle regioni dell’Asia anteriore un mercante, che era straordinariamente erudito. Egli redasse quattro importanti scritti: in primo luogo i Mysteria, in secondo luogo i Capitula, in terzo luogo l’Evangelium, in quarto luogo il Thesaurus. In oltre viene raccontato che alla sua morte egli avesse lasciato questi scritti alla sua vedova, che era una persiana. Questa vedova a sua volta li lasciò ad uno schiavo ch’ella aveva riscattato e affrancato. Questi sarebbe il Mani che abbiamo nominato, il quale avrebbe tratto da questi scritti la sua sapienza, ma che era stato inoltre iniziato nei Misteri del culto di Mitra. Egli poi fece nascere questo movimento del Manicheismo. Mani viene chiamato anche il «Figlio della Vedova» e i suoi seguaci i «Figli della Vedova». Ma lui stesso, Mani, si designava come «Paracleto», come lo Spirito Santo promesso dal Christo all’umanità. Ora questo caso si deve intendere che egli designò se stesso come una incarnazione di quello Spirito Santo; egli non pensava affatto di essere l’unico Spirito Santo. Egli si rappresentava questo Spirito Santo  come manifestantesi in ripetute incarnazioni, e designò se stesso come una di tali ripetute incarnazioni dello Spirito.

La dottrina che egli annunciava fu da Agostino, allorché questi fu entrato nella Chiesa Cattolica, combattuto nella maniera più accesa. Agostino contrappose la sua concezione cattolica all’insegnamento manicheo, che fa rappresentare da una personalità, che egli chiama Fausto. Fausto è nel senso di Agostino il lottatore contro il Cristianesimo. Qui vi è l’origine del Faust di Goethe con la sua concezione del Male. Il nome «Faust» risale sino a questo antico insegnamento agostiniano.

Si apprende abitualmente dall’insegnamento manicheo, come esso si distingua dal Cristianesimo occidentale attraverso la sua diversa concezione del Male. Mentre il Cristianesimo cattolico è dell’opinione che il Male riposi su una caduta dalla scaturigine divina, su una caduta di Spiriti, originariamente buoni, che si separarono da Dio, invece che l’insegnamento del Manicheismo che il Male sarebbe altrettanto eterno del Bene; che non vi sarebbe resurrezione della carne e che il Male in quanto tale non avrebbe fine. Dunque, esso non avrebbe altresì inizio, bensì sarebbe della stessa origine del Bene, e non avrebbe fine.

Se intendiamo il Manicheismo in questa maniera, esso appare certamente come qualcosa di radicalmente non cristiano e come qualcosa di assolutamente incomprensibile.

Ora vogliamo affrontare la cosa sino in fondo secondo le tradizioni che devono risalire allo stesso Mani ed esaminare di cosa autenticamente si tratta.  Un punto di riferimento per questo esame ce lo dà la leggenda del Manicheismo, una leggenda proprio dello stesso tipo di quella che vi ho recentemente raccontato come Leggenda del Tempio. Tutte queste correnti spirituali, che sono in rapporto con iniziazioni, si esprimono exotericamente in leggende. Solo, la leggenda del Manicheismo è una grandiosa leggenda cosmica, una leggenda di natura sovrasensibile.

In essa viene raccontato come una volta gli Spiriti delle Tenebre vollero assalire il Regno della Luce. Essi giunsero in effetti sino ai confini del Regno della Luce e vollero impadronirsi del Regno della Luce. Ma essi nulla potevano contro il Regno della Luce. Ora esse dovevano – e qui vi è un tratto particolarmente profondo che vi prego di notare – ora esse dovevano venir punite dal Regno della Luce. Ma nel Regno della Luce non vi era nulla, in qualsivoglia forma, di Male, bensì unicamente di Bene. Dunque i demoni della Tenebra avrebbero potuto essere puniti soltanto con qualcosa di buono. Che cosa accadde allora? Avvenne quanto segue. Gli spiriti del Regno della Luce presero una parte del loro proprio Regno e mescolarono questa nel Regno materiale della Tenebra. Attraverso il fatto che una parte del Regno della Luce fu ora mescolato al Regno della Tenebra, attraverso il fatto che in questo Regno della Tenebra vi fosse introdotto per così dire un lievito, una sostanza fermentante, mise il Regno delle Tenebre in una vorticosa danza caotica, attraverso la quale esso ricevette un nuovo elemento, ovverossia la morte. Cosicché esso divora incessantemente se  stesso e porta in sé in germe del proprio annientamento. Inoltre, viene raccontato che per il fatto che è accaduto ciò, sia sorto il genere umano. L’Uomo Primordiale sarebbe appunto proprio ciò che è stato inviato dal Regno della Luce per mescolarsi col Regno della Tenebra, per vincere mediante la morte quel che non deve esistere nel Regno della Tenebra; per vincerlo in se stesso.

Il pensiero profondo che vi è in esso è che da parte del Regno della Luce il Regno delle Tenebre non deve essere vinto attraverso la punizione, bensì attraverso la dolcezza; non attraverso la contrapposizione al Male, bensì mediante la mescolanza con il Male, per redimere il Male in quanto tale.  Mediante il fatto che una parte della Luce penetra nel Male, il Male stesso viene vinto.

Alla base di ciò sta la concezione del Male che io ho spesse volte esposta come la concezione teosofica. Che cos’è il Male? Non è nient’altro che un Bene inattuale. Per addurre un esempio, che è stato da me spesso citato: supponiamo di avere a che fare con un eccellente pianista e con un eccellente tecnico di pianoforte, i quali siano ambedue perfetti nel loro genere. Dapprima il tecnico deve costruire lo strumento, e poi consegnarlo al pianista. Se questi è un buon suonatore, egli lo adopererà nella maniera corrispondente, e così ambedue sono per così dire il Bene. Ma se ora il tecnico volesse andare nella sala del concerto e strimpellarvi, allora egli non sarebbe nel posto giusto. Il Bene diverrebbe così il Male. Vedete così che il Male non è nient’altro che il Bene non nel posto giusto.

Se quel che in una qualsivoglia epoca è estremamente buono, volesse conservarsi ulteriormente, irrigidirsi, ed intralciasse da allora il cammino di quel che è già progredito, allora diverrebbe indubbiamente un Male, perché si contrapporrebbe al Bene. Supponiamo che le forze direttrici dell’epoca lunare, nella quale erano perfette nel loro genere e dovessero concludere la loro attività, si immischiassero ulteriormente nell’evoluzione. Allora esse rappresenterebbero nell’evoluzione terrestre il Male. Così il Male non è nient’altro che il Divino, giacché nell’altra epoca, ciò che nel momento non opportuno è il male, era il Divino.

In questo senso profondo dobbiamo intendere la concezione manichea, che il Bene e il Male siano fondamentalmente dello stesso genere, siano fondamentalmente identici al loro principio e alla loro fine. Se interpretate così questa concezione, allora comprenderete che cosa veramente Mani voleva proporre. Ma dall’altro lato dobbiamo dapprima spiegare, perché Mani  chiamava se stesso il «Figlio della Vedova» e perché i suoi seguaci si chiamano «Figli della Vedova».

Se risaliamo ai tempi più antichi, che stanno prima della nostra razza radicale, allora la specie e la modalità di come gli esseri umani conoscevano, conquistavano il sapere, era un altro. Dalla mia descrizione dell’epoca atlantica, ed ora che appare il prossimo numero del Luzifer, anche dalla descrizione dell’epoca lemurica, vedrete come allora ogni sapere – in parte è così sin nella nostra epoca – era influenzato dal quel che sta al di sopra dell’umanità. Ho già menzionati frequentemente come soltanto il Manu, che apparirà nella prossima razza radicale, sarà un reale fratello umano, mentre i precedenti umani erano  una specie di esseri sovrumanamente divini. Solo ora l’umanità matura abbastanza per avere un proprio fratello umano come Manu, che dalla metà dell’epoca lemurica ha attraversato tutti gli stadi. Che cosa accade dunque veramente durante l’evoluzione della quinta razza radicale? Avviene questo, che questa rivelazione, la rivelazione dall’alto, la direzione dell’anima dall’alto si ritrae gradualmente e abbandona l’umanità sulle proprie vie, cosicché essa diventa la sua propria guida.

Ora, in tutto l’Esoterismo (Mistica) l’anima venne chiamata la «Madre»; l’istruttore il «Padre». Padre e Madre, Osiride e Iside, sono le due Potenze presenti nell’anima: l’istruttore, colui che rappresenta il Divino riversantesi in maniera immediata, Osiride è il Padre; l’anima stessa, Iside, concepisce, riceve il  Divino-Spirituale, è la Madre. Ora, durante la quinta razza radicale il Padre si ritira. L’anima viene resa vedova, deve essere resa vedova. L’umanità viene abbandonata a se stessa. Essa deve cercare nella propria anima la Luce della verità, per guidare se stessa. Tutto l’elemento animico da tempo immemorabile venne portato ad espressione con simboli femminili. Perciò questo elemento animico – che oggi è presente in germe e in seguito verrà sviluppato completamente – questo elemento animico dirigente se stesso, che non ha più di fronte a sé  il fecondatore divino, viene designato da Mani come la «Vedova». E per questa ragione e gli designa se stesso come il «Figlio della Vedova».

È Mani colui che prepara quel gradino dell’evoluzione animica umana, che cerca la propria animica Luce dello Spirito. Quel che proviene da lui, era un appello alla propria luce animica dello Spirito ed era al contempo un deciso ribellarsi contro tutto quel che non voleva provenire dall’anima, dalla propria osservazione dell’anima. Alcune belle parole provengono da Mani e sono diventate il leitmotiv dei suoi seguaci di ogni epoca. Ascoltiamo: Dovete spogliarvi di tutto quel l’autorità esteriore vi tramanda; poi dovete diventare maturi per contemplare la vostra propria anima.

Agostino invece – in un dialogo, nel quale egli si pose come avversario di quel Fausto manicheo, rappresenta il seguente principio: – Io non accetterei l’insegnamento del Christo, se esso non fosse fondato sull’autorità della Chiesa –. Invece, il manicheo Fausto dice: Voi non dovete accettare nessun insegnamento sulla base dell’autorità; noi vogliamo accettare un insegnamento solo liberamente. – Questa è la ribellione della Luce spirituale edificantesi su se stessa, che venne poi pure portata ad espressione in così bella maniera nella saga del Faust.  

Noi ci troviamo di fronte questa opposizione pure delle più tarde leggende del Medioevo. Da un lato la leggenda di Faust, dall’altro la leggenda di Lutero. Lutero è il rappresentante del principio autoritario, Faust invece è colui che si ribella, colui che si appoggia sull’interiore luce spirituale. Abbiamo la leggenda di Lutero: questi scaglia il calamaio in testa al diavolo. Ciò che al lui si presenta come Male, viene messo da parte. E dall’altro lato, abbiamo l’alleanza di Faust col Male. Una scintilla del Regno della Luce viene inviata al Regno della Tenebra, per penetrare nella tenebra, per redimere la tenebra attraverso se stessa, per vincere il male attraverso la dolcezza. Se lo intendete in questa maniera, allora vedrete pure che questo Manicheismo si accorda benissimo con la concezione del Male che abbiamo esposta.

Come possiamo rappresentarci la collaborazione del Bene e del Male? Ce la dobbiamo spiegare a partire dall’armonia di vita e di forma. Come la vita diventa forma? Attraverso il fatto che essa incontra un’opposizione; attraverso il fatto che esso non viene a espressione tutta in una volta – in una forma. Osservate un po’ come la vita in una pianta, diciamo il giglio, si affretti di forma in forma. La vita del giglio ha edificato, plasmato, una forma di giglio.

Allorché questa forma è stata plasmata, la vita vince la forma, trapassa nel germe per far rinascere in seguito la medesima vita in una novella forma. E così la vita procede di forma in forma. La vita stessa è senza forma e non potrebbe estrinsecarsi in maniera percepibile in se stessa. La vita del giglio per esempio è nel primo giglio, trapassa nel secondo, nel terzo,  nel quarto, nel quinto. Ovunque è la medesima vita diffusa nel suo tessere, quella che appare in una forma limitata. Che essa appaia in forma limitata è un ostacolo a questa vita universalmente fluente. Non vi sarebbe forma alcuna, se la vita non venisse ostacolata, frenata nella sua forza scorrente da tutti i lati. Proprio da quel che è rimasto indietro, quel che a ciò che sta su un piano superiore appare come una catena, proprio da ciò nel grande cosmo scaturisce la forma.

Sempre quel che è la vita viene afferrata come forma da quel che come vita era presente in un periodo precedente. Esempio: la Chiesa cattolica. La vita, che nella Chiesa cattolica vive da Agostino sin nel 15° secolo, è vita cristiana. La vita in essa è Cristianesimo. Sempre di nuovo viene fuori questa vita pulsante (i mistici). La forma, da dove viene la forma? Questa non è nient’altro che la vita dell’antico Impero romano. Quel che in questo antico Impero romano era ancora vita, si è irrigidito nella forma. Quel che esistette prima come Repubblica, e poi come  Impero, quel che è vissuto nelle sue manifestazioni esteriori come Stato romano, ha consegnato la vita irrigidita nella forma al successivo Cristianesimo, sino a renderlo capitale, proprio come la precedente Roma era la capitale dell’Impero romano mondiale. Persino i funzionari provinciali romani hanno avuto come prosecutori i preti e i vescovi. Quel che prima era vita, diviene in seguito forma per un superiore gradino della vita.  

Non è esattamente la stessa con l’essere umano? Che cos’è la vita umana? La fecondazione manasica è oggi vita interiore dell’uomo, che venne impiantata a metà dell’epoca lemurica. La forma è quel che seminalmente proveniva dall’epoca lunare. Allora, nel periodo lunare, era l’evoluzione kamica la vita dell’uomo; ora essa è l’involucro, la forma. Sempre la vita di un’epoca precedente è la forma di una epoca successiva. Nell’armonizzazione di forma e vita è dato al contempo l’altro problema: quello del Bene e del Male; attraverso il fatto che il Bene di un epoca precedente è unito con il Bene di un’epoca nuova. E questo, fondamentalmente, non è proprio nient’altro che l’armonizzazione del procedere con i suoi propri ostacoli. Ciò è al tempo stesso la possibilità dell’apparire materiale, la possibilità di giungere all’esistenza manifesta. Questa è la nostra esistenza umana all’interno della solida Terra minerale: vita interiore e vita rimasta indietro da epoche precedenti indurita in forma ostacolatrice. Questo è pure l’insegnamento del Manicheismo sul Male. 

Se partendo da questo punto di vista domandiamo ulteriormente: Ora che cosa vuole Mani e che cosa significa la sua espressione di essere il Paracleto, lo Spirito Santo, il Figlio della Vedova? Ciò non significa nient’altro se non che egli vuole preparare quell’epoca, nella quale nella sesta sottorazza l’umanità si guiderà se stessa, mediante la sua propria luce animica e supererà le forme esteriori, le trasformerà in Spirito.

Mani vuole creare una corrente dello Spirito che superi il Rosicrucianesimo, che vada oltre la corrente dei Rosacroce. Questa corrente di Mani arriva sino alla sesta razza radicale, che viene preparata dalla fondazione del Cristianesimo. Proprio nella sesta razza radicale soltanto il Cristianesimo arriverà alla sua piena espressione. Soltanto allora esso esisterà realmente. L’interiore vita cristiana in quanto tale vince qualsivoglia forma, si diffonde attraverso il Cristianesimo esteriore e vive in tutte le forme delle diverse confessioni. Chi cerca la vita cristiana, la troverà sempre. Essa crea forme e spezza forme nei diversi sistemi religiosi. Quel che importa non è cercare ovunque l’identità nelle forme esteriori di espressione, bensì di sentire l’interiore corrente vitale, che esiste ovunque sotto la superficie. Ma quel che ancora deve essere creata è una forma per la vita della sesta razza radicale. Questa deve venir creata prima, giacché essa deve esistere, onde possa riversarvisi la vita cristiana. Questa forma deve venire preparata da uomini, che devono creare una tale organizzazione, una tale forma, onde la vera vita cristiana della sesta razza radicale possa prendervi dimora. E questa forma esteriore di società deve scaturire dall’intenzione di Mani, dal manipolo che Mani prepara. Questa deve essere la forma esteriore di organizzazione, la comunità, nella quale la scintilla cristiana potrà così giustamente prendere dimora.

Da ciò voi potete desumere che questo Manicheismo si sforzerà dapprima, di plasmare anzitutto la vita esteriore in maniera pura; giacché essa deve  condurre gli uomini a diventare in futuro un vaso appropriato. Perciò venne dato una così grande importanza ad un modo di pensare assolutamente puro e alla purezza della vita. I Catari furono una setta, che comparve come una meteora nel XII secolo. Essi venivano chiamati così, perché Catari significa i «Puri». Erano uomini che per quel che riguarda il loro atteggiamento animico e il loro comportamento morale dovevano essere puri. Essi dovevano cercare la kàtharsis – la purificazione – interiormente ed esteriormente, per formare una comunità pura, che doveva essere un ricettacolo puro. Questo è ciò a cui il Manicheismo aspira. Si tratta meno della coltivazione della vita interiore – la vita continuerà a scorrere anche il altra maniera – , bensì piuttosto della coltivazione della forma esteriore della vita.  

Gettiamo ora uno sguardo su quel vi sarà nel corso della sesta razza radicale. Allora il Bene e il Male formeranno ancora una contrapposizione ben altrimenti diversa che non quella di oggi. Ciò che nella quinta ronda subentrerà per l’intera umanità, il fatto che la fisionomia esteriore, che ognuno si crea, sarà una immediata espressione di quel che il Karma avrà creato sino ad allora dell’essere umano, apparirà come un preludio rispetto a questa condizione, nel corso della sesta razza radicale, all’interno dell’elemento spirituale. In coloro nei quali il Karma avrà prodotto un eccesso di Male, il Male apparirà in maniera del tutto particolare all’interno dell’elemento spirituale. Da una parte esisteranno allora uomini di una potente bontà interiore, di una genialità d’amore e di bontà; ma dall’altro lato, vi sarà pure il contrario. Il Male sarà presente senza maschera come atteggiamento animico in una grande quantità di uomini, non più ammantato, non più occultato. I malvagi andranno fieri del Male come di qualcosa di particolarmente prezioso. Già spunta in qualche geniale essere umano una qual certa voluttà per questo Male, per questo elemento demoniaco della sesta razza radicale. La «bestia bionda» di Nietzsche per esempio ne è così un preannuncio spettrale.

Questo puro Male deve venire rigettato dalla corrente dell’evoluzione cosmica come una scoria. Esso sarà espulso nella ottava sfera. Oggi stiamo in maniera immediata di fronte ad un’epoca, nella quale avrà luogo una contrapposizione cosciente col Male da parte dei buoni.

La sesta razza radicale avrà il compito reinserire, per quanto possibile, il Male mediante la dolcezza nella corrente progredente dell’evoluzione. Sarà sorta allora una corrente spirituale che non si opporrà al Male, malgrado il fatto che questo apparirà nel mondo nella sua forma più demoniaca. Rinsaldata sarà in coloro che saranno i seguaci dei Figli della Vedova, la coscienza che il Male deve essere nuovamente reinserito nell’evoluzione, ma che esso deve essere vinto non attraverso la lotta, bensì mediante dolcezza. Preparare energicamente ciò, questo è il compito della corrente spirituale manichea. Essa non perirà, questa corrente spirituale: essa si manifesterà in svariate forme. Comparirà in forme, che taluni si possono immaginare, ma che non è necessario che vengano oggi dichiarate. Dovesse riguardare unicamente la coltivazione dell’atteggiamento interiore, questa corrente non raggiungerebbe quel che essa deve realizzare. Essa deve esprimersi nella fondazione di comunità, che cercano prima di tutto di considerare e di diffondere come elemento decisivo la pace, l’amore, il non contrastare il Male [con la lotta]. Poiché esse devono creare un ricettacolo, una forma per la vita, che si propaga anche senza di essa.

Ora voi comprenderete perché Agostino, la mente più significativa della Chiesa cattolica, che nella sua Città di Dio edificò addirittura la forma della Chiesa, creò la forma per il presente, perché egli dovette diventare il più violento avversario de la forma che prepara l’avvenire. Due polarità si fronteggiano: Fausto e Agostino. Agostino, che edifica sulla chiesa, sulla forma presente; Fausto, che vuole preparare a partire dall’essere umano il senso per la forma dell’avvenire.

Questa è l’opposizione, che si sviluppa nel III e IV secolo dopo Christo. Essa rimane presente e trova la sua espressione nella lotta della Chiesa cattolica contro i Templari, i Rosacroce, gli Albigesi, i Catari e così via. Essi vengono tutti distrutti sul piano fisico esteriore, ma la loro interna vita continua ad operare. In seguito, l’opposizione viene di nuovo ad espressione in forma attenuata, ma sempre ancora in forma violenta, in due correnti scaturite da un’unica civiltà occidentale, come Gesuitismo (Agostinismo) e Frammassoneria (Manicheismo). Quelli che guidano la lotta da un lato, i Cattolici e i Gesuiti degli alti gradi, sono tutti coscienti di ciò; ma tra coloro che, dall’altro lato, nello spirito di Mani, conducono la lotta, solo pochissimi sono coscienti, solo i vertici del movimento ne sono coscienti.

Così nei secoli successivi si fronteggiano Gesuitismo (Agostinismo) e Frammassoneria (Manicheismo). Sono i figli delle antiche correnti spirituali. Perciò nel Gesuitismo come nella Frammassoneria voi avete una prosecuzione nelle iniziazioni delle stesse cerimonie come nelle antiche correnti. L’iniziazione della Chiesa nel Gesuitismo ha i quattro gradi: coadjutores temporalesscholarescoadjutores spiritualesprofessi. I gradi dell’iniziazione nella vera e propria frammassoneria occulta sono analoghi. Essi corrono parallelamente, ma perseguono direzioni completamente diverse.  

 

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. QUARTA PARTE.

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(Il Conte di Saint-Germain)

La  ‘lezione esoterica’ presentata nel proseguo di questa quarta parte del mio studio  – forse la più importante dell’intero libro curato da Hella Wiesberger. Die Tempellegende und die Goldene Legende, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, ovvero La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea, solo parzialmente tradotto in italiano – è quella che maggiormente mi ha fatto, per dirla col mio amato Dante, «tremar le vene e i polsi». L’estrema delicatezza del suo contenuto ben giustifica la riverenza, e il sacro timore, che si possono provare nel cuore e nell’anima di fronte al contenuto di essa.

Questa ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner è in effetti corrisponde al testo di uno dei due testi dattiloscritti raccolti, assieme ad altri sotto la dicitura di ‘Sunti’, nel volume segnato col numero 251 della biblioteca del Gruppo Novalis di Roma, recante a matita l’annotazione autografa, riconoscibilissima, di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C». Ciò dimostra l’importanza che ai suoi occhi rivestiva un tale testo, destinato alla formazione di coloro che avrebbero poi fatto parte della seconda Classe della Scuola Esoterica, della ‘Mystica Aeterna’.

Il testo da me tradotto proviene dalla trascrizione fatta di appunti della suddetta ‘lezione’, presi da parte di Mathilde Scholl e di ancora più estesi appunti di Marie von SiversSteiner. Hella Wiesberger, in uno dei nostri colloqui, mi spiegò come durante le ‘lezioni’ della Scuola Esoterica fosse vietato prendere appunti. Ma che gli appartenenti alla medesima erano liberi di trascrivere poi a casa quanto erano a ‘registrare’ nella loro personale memoria. La mia amica Hella mi spiegò altresì come, per il fatto che gli appartenenti alla Scuola Esoterica fossero tutti degli energici praticanti interiori, molti di loro possedevano una forte, e ben esercitata, memoria. Infatti, stupisce come di alcune di quelle importanti ‘lezioni’ abbiamo a volte resoconti di alcune decine di pagine. Marie Steiner, poi, era famosa per la sua eccezionale memoria, per la sua capacità di ripetere agli stenografi delle conferenze di Rudolf Steiner, ai quali era sfuggito qualche passaggio, sùbito dopo averle ascoltate, le intere conferenze a memoria! Io stesso posso testimoniare la eccezionalità della memoria di Hella Wiesberger – lei pure energica praticante interiore – la quale aveva sempre presente davanti allo sguardo interiore l’intera Gesamtausgabe, l’intera Opera Omnia di Rudolf Steiner, coi suoi 354 volumi, e pure con gli inediti in aggiunta. 

In questa ‘lezione’ molti sono gli elementi misteriosi, che richiederebbero un approfondimento meditativo: un approfondimento che però si rivela via via tanto più necessariamente illimitato quanto più lo si attui. Ma centrale è – a mio avviso, e non solo mio – il mistero o l’enigma che ruota attorno alla individualità spirituale di Christian Rosenkreutz e alla nascita della Fraternitas Rosae Crucis, ovvero all’Ordine dei Rosacroce. Ora, tralasciando completamente quanto affermano la miriade di ordini e confraternite che si richiamano abusivamente al glorioso e sacro nome della autentica Rosacroce, terrò conto unicamente di quanto comunicò Rudolf Steiner, e delle considerazioni di coloro che hanno collaborato in maniera fedele e coerente alla sua Opera.

Pochissimo si ricava dalla storia esteriore sulla personalità di Christian Rosenkreutz. Quel pochissimo viene così riferito da Hella Wiesberger in una nota, alle pp. 306-307 dell’opera che consideriamo, relativa alla ‘lezione’ da me tradotta e qui pubblicata:

«Christian Rosenkreutz : una personalità del XIV-XV secolo, non considerata storica dalla storia esteriore, conosciuta in maniera leggendaria a partire da due anonimi scritti rosicruciani, la «Fama Fraternitatis, ovvero discoperta del lodevolissimo Ordine della R.C.», Kassel, 1614, e la «Confessio Fraternitatis, ovvero  Confessione della encomiabile Fratellanza della onorevolissima Rosa Croce», Kassel, 1615,  e secondo questi scritti un tedesco di nobile stirpe, che visse dal 1378 al 1484. Il nome apparve per la prima volta nel 1604 nello  composto e diffuso in forma di manoscritto, pubblicato poi in forma «Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, Anno 1459», il cui autore Johann Valentin Andreae viene presentato da Rudolf Steiner come portatore dell’ispirazione di Christian Rosenkreutz. Vedi anche Rudolf Steiner, Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, in Philosophie und Anthroposophie, Articoli Completi 1904-1918, GA-35, 1965. L’articolo è contenuto pure nella traduzione delle Nozze Chimiche nell’attuale tedesco corrente di Walter Weber, Basel, 1978. Secondo Rudolf Steiner, Christian Rosenkreutz fu realmente una personalità storica. Cfr. a tale proposito anche «Das esoterische Christentum und die geistige Führung der Menschheit», Il Cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità, GA-130, 1977». 

In vari punti della sua sterminata Opera, Rudolf Steiner fece più volte delle comunicazioni – tutte di una importanza decisiva – sulla individualità di Christian Rosenkreutz. Quelle che ci riguardano in maniera più immediata rispetto al tema del presente studio sono legate alla ‘Leggenda del Tempio’, e alla ‘Leggenda Aurea’, che non solo giustificano il titolo del libro – il GA-93 – curato con amorevole diligenza da Hella Wiesberger, ma sarà inoltre il tema centrale, attorno al quale ruoterà tutta l’operatività meditativa individuale, e quella comune – il cosiddetto ‘culto simbolico rappresentativo’, come anche lo definirà Rudolf Steiner – all’interno della ‘Sezione cultico-conoscitiva’, della ‘Mystica Aeterna’.

Le ‘lezioni esoteriche’ svolte da Rudolf Steiner, raccolte nel suddetto volume sulla ‘Leggenda del Tempio’ e sulla ‘Leggenda Aurea’, rappresentavano la necessaria preparazione all’interno della prima Classe o Sezione della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner per coloro che dovevano poi essere ammessi – come afferma esplicitamente Hella Wiesberger nelle sue Note preliminari al suddetto volume – alla seconda Classe o Sezione della medesima Scuola Esoterica, chiamata appunto ‘Mystica Aeterna’, o ‘Misraim Dienst’, ossia ‘Culto’, o ‘Liturgia’, o ‘Rituale Misraimita’. In quelle ‘lezioni esoteriche’, Rudolf Steiner afferma esplicitamente l’identità del cainita Hiram sia con Christian Rosenkreutz nella sua incarnazione nel XIV-XV secolo, sia con il Conte di SaintGermain nel XVIII secolo. Sulla misteriosa figura del Conte di Saint-Germain, che è una figura perfettamente storica, sono stati scritti fiumi d’inchiostro: per lo più molto a sproposito, quando poi non per confondere le acque. A tale proposito, in una nota a p. 308, relativa a quanto detto a p. 64,  Hella Wiesberger afferma chiaramente che:

«Conte di Saint-Germain … Christian Rosenkreutz : l’identità spirituale di queste due figure è un risultato dell’indagine di Rudolf Steiner. Del resto, essa si trova esposta nella conferenza di Neuchâtel, del 27 settembre 1911, contenuta in «Das esoterische Christentum und die geistige Führung der Menschheit», GA-130, 1977».

Data l’importanza di questa affermazione, riporto qui per documentazione il testo tedesco della medesima:

Graf von Saint-Germain … Christian Rosenkreutz : Die geistige Identität dieser beiden Gestalten ist ein Forschungsergebnis Rudolf Steiners. Es findet sich außerdem dargestellt im Vortrag Neuchätel, 27. September 1911 in «Das esoterische Christentum und die geistigeFührung der Menschheit», Bibl.-Nr. 130, GA 1977.

Vedremo più avanti, nel proseguo del presente studio, l’importanza decisiva di quelle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Neuchâtel. Quanto al passo della ‘lezione esoterica’ qui sotto riportata, che fa riferimento ad eventi della Rivoluzione Francese, e al misterioso intervento avuto dal Conte di Saint-Germain in alcuni momenti di essa, è importante riportare quanto Hella Wiesberger scrive, alle pp. 307-308, in un’altra nota sempre relativa al testo di p. 64 dell’originale tedesco:

«Prima della Rivoluzione Francese apparve presso una dama di compagnia della Regina Maria Antonietta, la Signora d’Adhémar, una personalità … il Conte di Saint-Germain : come fonte storica valgono qui i «Souvenirs sur Marie-Antoinette, Archiduchesse d’Autriche, Reine de France, et sur la cour de Versailles par Madame la Comtesse d’Adhémar, Dame du Palais», che furono allora pubblicati dallo scrittore Etienne-Léon, barone di Lamothe-Langon. Circa 50 anni più tardi questi Ricordi furono strappati all’oblio da H.P. Blavatsky e dai suoi amici. Uno dei più che rari esemplari dei Ricordi si trovava nella biblioteca di una zia di H.P. Blavatsky, a Odessa, Henry Steel Olcott, che nel 1875 aveva fondato con la Blavatsky la Società Teosofica, scrisse nei suoi «Old diary leaves – the true story of the Theosophical Society», pubblicati nel 1895, vol. I, p. 24: «If Mme de Fadeef –  H.P.B.’s aunt – could only be induced to translate and publish certain documents in her famous library, the world would have a nearer approach to a true history of the pre-revolutionary European mission of this Easter Adept than now has until now been available». La teosofa inglese Isabella Cooper-Oakley ne pubblicò alcuni anni dopo un primo estratto, che è apparso nella rivista «Die Gnosis» (I annata, Nr. 20 del 15 dicembre 1903). (Vedi anche la l’ultima nota relativa a p. 107, ‘lezione’ del 16 dicembre 1904). Nel suo libro, edito nel 1912, «The Comte of Sint-Germain – The Secret of Kings», apparvero tutte le parti riguardanti il Conte di Saint-Germain tratti dai Souvenirs di Madame d’Adhémar. In traduzione tedesca le parti più essenziali si trovano in Karl Heyer, «Aus der Jahrhundert der Französischen Revolution», riprodotto come manoscritto, Kreßbronn, 1937, seconda edizione 1956». 

Ora, in decenni di accanite ricerche, ho avuto modo di procurarmi sia il testo della Cooper OakleyIl Conte di Saint-Germain – il segreto dei Re, pubblicato in inglese, nel 1912, a Milano, dalla casa editrice Ars Regia del teosofo, e massone menphitico, Giuseppe Sulli Rao, che il testo di Karl Heyer, Dal secolo della Rivoluzione Francese. Anzi, nelle suddette mie accanite ricerche, ho avuto la fortuna di trovare un libro di Karl Heyer, che riunisce due suoi testi, Geschichtsimpulse des Rosenkreuzertums, ossia Impulsi storici del Rosicrucianesimo, e, appunto, Aus der Jahrhundert der Französischen Revolution, ovvero Dal secolo della Rivoluzione Francese, pubblicati in un unico volume, edito, nel 1990, dalla benemerita Perseus Verlag di Basilea. Karl Heyer, personalità notevole di studioso, fu legato personalmente a Rudolf Steiner, il quale apprezzò talmente le sue ricerche storiche, da giungere ad affermare: «Karl Heyer … dimostra: oggi la Scienza è così; e poiché è così, essa deve sfociare nel modo antroposofico di indagine»

Un’opera particolarmente preziosa dal punto di vista storico sulla personalità del Conte di Saint-Germain, opera che ritengo per rigore e profondità superiore addirittura a quella della Cooper-Oackley, che pure è per certi versi eccellente, è lo studio dell’esoterista ed editore francese Paul Chacornac, Le Comte de Saint-Germain, Paris, Chacornac Frères, 1947, e successive edizioni nel 1973, nel 1989. Questo testo è stato anche tradotto in italiano, anche se la traduzione non mi sembra essere troppo accurata, e pubblicata dalle Edizioni Mediterranee, a Roma, nel 2007.

Ma uno dei ‘segreti’, a lungo ben custoditi nella ‘Mystica Aeterna’, riguarda l’identità di Hiram-Christian Rosenkreutz- Conte di Saint-Germain con l’Autore del Vangelo di Giovanni e dell’Apocalisse, ossia con Lazzaro-Giovanni. Infatti, in una ‘Instruktionsstunde’, ‘lezione d’istruzione’, della seconda Classe – quella ‘cultico-conoscitiva’ – tenuta a Berlino il 15 aprile 1908, e intitolata ‘L’Iniziazione di Hiram Abiff da parte del Christo Gesù’, contenuta in Rudolf Steiner, Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterichen Schule 1904-1914, GA-265, Rudolf Steiner Verlag, 1987, ossia Per la storia e dai contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914, alle pp. 406-410, è detto:

«Hiram Abiff allora giunse sino al limitare della Iniziazione. Tuttavia Iniziato egli lo divenne solo in séguito. A tal fine doveva giungere sulla Terra il Sole spirituale, Questo discese nella fisicità nel Christo. Il quale soltanto poteva iniziare Hiram Abiff. Il luminoso Sole spirituale doveva rifulgere a lui nell’Iniziazione. Egli [sc. Hiram Abiff] era Lazzaro, che dopo la Resurrezione si chiamò Giovanni. Egli venne iniziato dal Christo Gesù. Quel che Hiram Abiff aveva conquistato mediante la vita nella fisicità. Non la vita del gruppo, ma ogni singola incarnazione doveva ora divenire importante. Ogni singola incarnazione doveva aggiungere una pagina al Libro della Vita, il cui contenuto veniva assunto nello Spirituale, rimaneva qualcosa che non poteva più svanire, bensì doveva rimanere sin nell’intero futuro. Questo rappresenta Hiram Abiff.

Viene posta importanza non ad una vita interiore nella quale si annuncia la specie della stirpe, bensì a quell’unica incarnazione che ha importanza per tutto il futuro.

Prima che si compisse questa Iniziazione di Hiram Abiff mediante il Christo Gesù , doveva prima rifulgere il Sole spirituale, il Sole di primavera, e l’antico principio doveva ritrarsi. Il Sole doveva prima illuminare con la sua Luce la Luna Piena, soltanto dopo poteva  realizzarsi il giorno della Resurrezione».

Mentre in un’altra trascrizione della medesima ‘lezione d’istruzione’ è detto:

«Il risveglio di Lazzaro è una specie di culminazione del Vangelo di Giovanni. È una Iniziazione, il cui svolgimento viene ivi raccontato – tuttavia una iniziazione affatto particolare, assolutamente unica. […]

Gli uomini della corrente di Caino, coloro che avevano lavorato su se stessi dal basso verso l’alto con l’opera delle loro proprie mani, erano giunti talmente lontano da poter elevare a Sapienza la conoscenza che avevano conquistato da se stessi, cioè: essi potevano venire iniziati. Il corpo fisico aveva impresso la propria impronta nei loro corpi eterici. Mediante il proprio lavoro, essi avevano purificato, nobilitato, spiritualizzato il corpo fisico e la loro anima. Questi Figli di Caino erano dispersi per il mondo, e Hiram Abif viene detto esser stato il primo di questi Figli di Caino ad essere riuscito a progredire così tanto. Hiram Abif, il solitario romito, si stava di fronte all’Iniziazione. Nella sua successiva incarnazione la ricevette. Venne chiamato “Lazzaro” – Lazzaro, infatti, nella sua incarnazione precedente è Hiram Abiff. […]

Questo Christo, l’elevato Spirito del Sole, iniziò Lazzaro, il rinato Hiram Abiff.

Dieser Christus, der hohe Sonnengeist, initiierte den Lazarus, den wiedergeborenen Hiram-Abiff».

Abbiamo anche. a p. 420 della GA-265, una comunicazione fatta da Rudolf Steiner in rapporto al lavoro cultico-conoscitivo della ‘Mystica Aeterna’, tramandata da Marie Steiner nella quale è detto:

«L’individualità, che si era reincarnata come Hiram Abiff e Lazzaro-Giovanni, fu nuovamente iniziata nel XIII e XIV secolo, e da allora porta il nome di Christian Rosenkreutz».  

Die Individualität, die als Hiram Abiff und Lazarus-Johannes wiederverkörpert war, wurde in ihren Verkörperungen im 13. und im 14. Jahrhundert erneut eingeweiht und trägt seitdem den Namen Christian Rosenkreutz.

Durch Marie Steiner überlieferte Mitteilung Rudolf Steiners im erkenntniskultischen Zusammenhang. 

Comunicazioni simili Rudolf Steiner le fece anche a Helene Röchling, ibidem p. 419 :

«Lazzaro, il discepolo prediletto che il Christo Gesù stesso iniziò, in séguito l’autore del Vangelo di Giovanni, è il reincarnato Hiram Abiff».

Lazarus, der von dem Christus Jesus selbst initiierte Lieblingsjünger, der spätere Verfasser des Johannes-Evangeliums, ist der wiederverkörperte Hiram Abiff.

Inoltre, sempre nel volume GA-265, sulla Sezione cultico-conoscitiva, abbiamo un corposo saggio della curatrice Hella Wieberger, Zur Hiram-Johannes Forschung Rudolf Steiners, Per l’indagine su Hiram-Giovanni di Rudolf Steiner, pp.423-436, ove l’intera questione di tale identità viene ampiamente, e dettagliatamente, esaminata e sviscerata. 

Questo ‘arcano’, questo ‘segreto’, dell’identità del cainita Hiram-Christian Rosenkreutz con Lazzaro-Giovanni, l’autore del Vangelo di Giovanni, custodito nella ‘Mystica Aeterna’, in qualche modo fu indirettamente suggerito a cerchie un po’ più ampie da Rudolf Steiner in conferenze da lui tenute nell’ambito dell’allora Società Teosofica, divenuta – dopo il distacco da Adyar – Società Antroposofica. Per esempio, nel ciclo Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca, GA-112, tradotto da Lina Schwarz, quarta edizione, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella prima conferenza, tenuta a Kassel, il 24 giugno1909, egli, p. 11, in maniera abbastanza trasparente per chi abbia occhi, così si esprime:

«I rosacroce sono una comunità che, fino dal secolo quattordicesimo, ha coltivato nella sfera della vita spirituale europea il vero cristianesimo spirituale. La comunità dei rosicruciani, prescindendo da tutte le forme storiche esteriori, ha cercato sempre di portare alla luce per i suoi seguaci la verità più profonda del cristianesimo; essa ha sempre dato ai suoi seguaci anche il nome di “cristiani giovanniti”. Se arriviamo a comprendere l’espressione di cristiani giovanniti, arriveremo, se non a spiegarci con l’intelletto, almeno a presagire, a comprendere l’intero spirito e l’atteggiamento delle conferenze che seguono».

E, alle pp. 13-14, ancora leggiamo:

«Questo è ciò che soprattutto i cristiani giovanniti, le comunità dei rosacroce, consideravano come essenziale e importante: il fatto che in ogni anima umana si trova qualcosa che ha una relazione diretta con quanto è avvenuto in Palestina per mezzo del Cristo Gesù. Se il Cristo Gesù può venir chiamato l’avvenimento principale dell’umanità, allora anche ciò che corrisponde nell’anima umana all’evento del Cristo dovrà essere quello che vi è di più grande e di più importante. Che cosa può essere? A questa domanda i discepoli rosicruciani rispondevano che per ogni anima vi è qualcosa che si indica con le parole “risveglio” o “rinascita” o “iniziazione”».

E più oltre, a p. 15:

«Con la rinascita, questo io superiore può guardare nel mondo spirituale, come l’io inferiore, per mezzo dei sensi, occhi, orecchie e così via, può guardare nel mondo sensibile. Ciò che si chiama appunto risveglio, rinascita, iniziazione, è il più grande evento dell’anima, anche a parere di quelli che si proclamano seguaci della croce con le rose».

Poi, ancora a p. 17:

«E che cosa dicevano quelli che volevano continuare la saggezza dei Vangeli? Che cosa dicevano i cristiani giovanniti? Essi dicevano: “Nel singolo uomo vi è un avvenimento grande , possente, che si può chiamare la rinascita dell’io superiore. Come il bambino nasce dalla madre, così l’io divino nacedall’uomo. L’iniziazione, il risveglio è possibile; e quando esso si è verificato – così dicevano coloro che se ne intendevano – allora diventa importante qualcosa di diverso da ciò che importava prima”».

Dopodiché, Rudolf Steiner mostra il rapporto profondo che vi è tra l’occulta Sapienza dei rosicruciani, dei cristiani giovanniti, col Mistero del Graal, che è il tema portante del presente studio. Infatti, alle pp. 18-20 – ne riporteremo, per necessità di spazio, solo alcuni passi salienti – possiamo leggere:

«Quelli che si chiamavano cristiani giovanniti, e che avevano eletto a loro simbolo la croce con le rose, dicevano: proprio ciò che è risorto per l’umanità quale mistero dell’io superiore dell’umanità, è stato conservato. È stato conservato da quella comunità ristretta  che ha avuto il suo inizio con i rosacroce.

Questa comunità viene indicata simbolicamente nel seguente modo: quella sacra coppa, dalla quale il Cristo Gesù ha mangiato e bevuto coi suoi discepoli, che viene chiamata il Santo Graal, e in cui il sangue che uscì dalla ferita venne raccolto per opera di Giuseppe di Arimatea, come si racconta, è stata portata dagli Angeli in Europa. Per essa venne costruito un tempio, e i rosicruciani divennero i guardiani del contenuto della sacra coppa, vale a dire di ciò che era l’essenza del Dio rinato. Il mistero del Dio rinato domina nell’umanità; questo è il mistero del Graal.

Questo è il mistero che viene dato come un nuovo Vangelo, e del quale viene detto: noi eleviamo lo sguardo a un saggio qual è l’autore del Vangelo di Giovanni, il quale poté dire: «Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Quello che in principio era presso Dio è rinato in colui che abbiamo visto soffrire e morire sul Golgotha, e che è risorto». La continuità del principio divino attraverso tutti i tempi, e la rinascita del principio divino, è ciò che lo scrittore del Vangelo di Giovanni voleva esporre. Ma tutti coloro che hanno voluto esporre quel fatto sapevano che il principio presente dalle origini è stato conservato. Nel principio vi era il mistero dell’io umano superiore; era stato conservato nel Graal; era rimasto unito nel Graal, e nel Graal vive l’io che è connesso con ciò che è eterno e immortale, così come l’io inferiore è connesso con ciò che è caduco e mortale. Chi conosce il segreto del Santo Graal sa pure che dal legno della croce emana la vita vivente e germogliante, l’io immortale che è simbolizzato dalle rose sul legno nero della croce. Il mistero della croce con le rose può essere perciò considerato come una continuazione del Vangelo di Giovanni. […]

Secondo lo spirito del Vangelo di Giovanni si potrebbe ora dire: “Ciò che viveva in Gesù di Nazareth come Cristo era l’io superiore e divino dell’intera umanità, il Dio rinato, divenuto terrestre in Adamo come in una copia di se stesso”. – Questo rinato io umano continuò quale mistero sacro, venne conservato sotto il simbolo della croce con le rose, e viene annunciato oggi come il mistero del Santo Graal, della croce con le rose.

Quello che in ogni anima umana può nascere come io superiore, ci indica la rinascita dell’io divino nell’evoluzione dell’intera umanità per mezzo dell’evento di Palestina. Come in ogni singolo uomo nasce l’io superiore, così è nato in Palestina l’io superiore dell’intera umanità, l’io divino. Esso viene conservato e ulteriormente sviluppato in ciò che si nasconde sotto il segno della croce con le rose».  

Qui potest capere, capiat!  

Le considerazioni precedenti, mi sembra che offrano molto al diligente lettore, al sincero ricercatore spirituale, per cominciare ad esplorare, e ad andare in profondità su un tema sacro come quello della Rosacroce, del suo Fondatore, e sul Mistero del Graal. Solo due osservazioni preliminari, che mi paiono necessarie. Anzitutto, a questo punto è quanto mai evidente l’accordo, l’assoluta armonia, che vi è tra l’insegnamento di Massimo Scaligero e quello di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner. Accordo e armonia che si verifica sin nei particolari, nei dettagli, come ho potuto mostrare nella terza parte del presente studio. Inoltre, che – tenuto conto del contenuto della ‘lezione esoterica’ pubblicata in questa parte del presente studio, risulta evidente esser stata la Massoneria a ricevere la ‘Leggenda del Tempio’ dal Rosicrucianesimo, e non viceversa. Chi abbia familiarità con la letteratura rosicruciana del XVII secolo, soprattutto con gli scritti di autori come Michael Maier, Oswald Crollius, Robert Fludd, Thomas Vaughan, Elias Ashmole, non nutrirà alcun dubbio in proposito. Né tampoco nutrirà dubbi chi conosca le opere ermetiche e alchemiche di Basilio Valentino – un ‘Maestro dell’Arte’, come usa dire in Ermetismo – nei cui scritti l’influsso rosicruciano è evidente, e nei quali al simbolismo ermetico si mescola armonicamente, come nella raffigurazione del Rebis, il simbolismo muratorio. Siamo oltre cento anni prima della nascita della Massoneria speculativa, avvenuta con la nascita della Gran Loggia di Londra, il 24 giugno 1724. Quanto poi la Massoneria abbia saputo recepire in profondità l’impulso rosicruciano ricevuto, quanto in tempi diversi, e in diversi paesi, essa sovente se ne sia allontanata, lo abbia smarrito, e in taluni casi, sempre in luoghi e tempi diversi, addirittura tradito, è un altro discorso, che esula dal presente studio.  

Con questo, presentiamo, come dono pasquale, ai lettori di Ecoantroposophia la seguente ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner. Possa il lettore trarne motivo di elevazione interiore, e sprone ad un alacre, e fecondo, lavoro interiore.

                                                     

Il Mistero dei Rosacroce

Berlino il 4 novembre 1904

Abbiamo già trattato numerosi miti le cui immagini racchiudono verità esoteriche. Tali miti furono un tempo dati agli uomini per trasmettere loro, dapprima in forma immaginativa, determinate verità non essendo essi ancora maturi per le verità esoteriche stesse. Queste immagini afferravano il corpo causale e preparavano così gli uomini ad intendere, in incarnazioni successive, le verità esoteriche stesse.

Ora, vorrei oggi indicarvi una di queste rappresentazioni esoteriche, che venne data solo pochi secoli fa ed ancor oggi prosegue in svariate forme. È la seguente.

Al principio del 15° secolo apparve in Europa una personalità che era stata iniziata in Oriente in determinati misteri. Questi era Christian Rosenkreutz. Prima di terminare quell’incarnazione Christian Rosenkreutz aveva iniziato anche un gruppo di personalità – che superavano appena la decina – nella misura in cui ciò era allora possibile con uomini europei, in ciò in cui egli stesso era stato iniziato. Questa piccola confraternita, che si chiamò Fratellanza dei Rosacroce – Fraternitas Rosae Crucis – portò nel mondo esterno un certo mito pel tramite di una fratellanza più grande, più estesa.

Christian Rosenkreutz stesso espose allora determinati arcani nella cerchia più ristretta dei Misteri dei Rosacroce, così come essi potevano essere percepiti unicamente da uomini che avessero attraversato la necessaria preparazione. Ma, come abbiamo detto, nella piccola confraternita non ve ne erano più di dieci; questi erano  gli autentici Rosacroce iniziati. Ciò che venne insegnato da Christian Rosenkreutz  non poteva essere comunicato a molti uomini; venne perciò rivestito da una sorta di mito. Sin dalla sua creazione, al principio del 15° secolo, questo mito venne narrato e interpretato molte volte nelle fratellanze. Fu raccontato in cerchie più vaste, ma venne interpretato unicamente nella cerchia più ristretta, a coloro che a ciò erano maturi. Questo mito aveva all’incirca il seguente contenuto:

 Ci fu un’epoca in cui uno degli Elohim creò l’uomo, un essere umano che chiamò Eva. L’Elohim si congiunse con Eva e da Eva nacque Caino. In seguito, l’Elohim Jahvè o Jehova creò Adamo. Adamo si congiunse a sua volta con Eva e da questa unione nacque Abele.

Quindi con Caino abbiamo a che fare con un figlio diretto degli Dèi, e con Abele con un rampollo di Adamo, plasmato come uomo, e di Eva. Il mito prosegue così. I sacrifici che Abele offriva al Dio Jahvè, erano accetti al Dio. Mentre non lo erano invece i sacrifici di Caino, giacché Caino non era nato su diretto comando di Jahvè. La conseguenza fu che Caino compì il sacrificio. Egli colpì Abele. Per questo egli fu escluso dalla comunione con Jahvè. Andò in contrade lontane e divenne laggiù il capostipite di una stirpe.

Adamo si congiunse nuovamente con Eva e nacque Seth, in sostituzione di Abele, del quale pure viene trattato nella Bibbia. Sorsero così due stirpi umane: la prima proveniva da Eva e dall’Elohim – la stirpe di Caino; la seconda proveniva meramente dall’uomo che si era congiunto con Eva su ordine di Jahvè.

Dalla stirpe di Caino provennero tutti coloro che sulla Terra avevano vocazione alle Arti e alle Scienze, per esempio Metusael che inventò la scrittura, la scrittura Tau, e Tubalcain, che insegnò la lavorazione dei metalli e del ferro. Nacque così, in questa linea proveniente direttamente dall’Elohim, l’umanità che si educò nella Arti e nelle Scienze.

Da questa stirpe proveniva pure Hiram. Egli era l’erede di tutto quello che nel corso di molte generazioni era stato accumulato di Sapere, di Arte e di Tecnica. Hiram era l’architetto più eccezionale che si possa mai pensare.

Dall’altro lignaggio, dalla stirpe di Seth, proveniva Salomone, che si contraddistinse in tutto ciò che originava da Jahvè o Jehova. Egli era dotato della saggezza del mondo, di tutto quel che come calma, chiara, limpida saggezza può essere emanata dai figli di Jehova. Questa era una saggezza che poteva bensì essere espressa in parole toccanti profondamente l’essere umano nel suo cuore, che potevano elevarlo, ma che tuttavia non afferravano alcun oggetto in modo immediato e non riuscivano a produrre alcunché di reale nella Tecnica, nell’Arte e nella Scienza. Era una saggezza che era dono ispirato direttamente dal Dio, non una Sapienza elaborata dal basso, scaturente dalla passione umana, dal volere umano. Questa la si trovava, invece, presso i figli di Caino, presso coloro che provenivano in modo diretto dall’altro Elohim. Essi erano forti lavoratori, che volevano elaborare tutto a partire da se stessi.

Ora, Salomone decise di edificare un Tempio. A questo scopo assunse come architetto Hiram, il discendente dei figli di Caino. Ciò fu all’epoca in cui la Regina di Saba, Balchis, avendo udito parlare del saggio Salomone, venne a Gerusalemme. E quando giunse, ella fu incantata dalla sublime, chiara, saggezza di Salomone e dalla sua bellezza. Questi chiese, ed ottenne anche, da lei una promessa di matrimonio. Laggiù la Regina di Saba udì pure parlare della costruzione del Tempio. Ora ella volle conoscerne l’architetto, Hiram. Appena lo vide, un suo semplice sguardo fece su di lei un’enorme impressione e ne rimase completamente avvinta.

Ciò creò, ora, un’atmosfera di gelosia tra Hiram e il saggio Salomone. La conseguenza fu che Salomone avrebbe fatto volentieri qualcosa contro Hiram; ma dovette tenerselo, affinché il Tempio potesse essere completamente edificato. 

Accadde quanto segue. Il Tempio era ormai costruito fino ad un determinato punto. Mancava unicamente quello che doveva essere il capolavoro di Hiram, e cioè il Mare di Bronzo. Questo capolavoro doveva rappresentare l’Oceano, fuso nel bronzo, ed abbellire il Tempio. Tutte le mescolanze dei metalli erano state eseguite da Hiram in maniera prodigiosa e tutto era stato predisposto per la fusione. Ma a questo punto si misero all’opera tre compagni, che Hiram durante la costruzione del Tempio aveva trovati non all’altezza di essere nominati Maestri. Perciò questi avevano giurato vendetta e volevano impedire l’esecuzione del Mare di Bronzo. Un amico di Hiram, che  aveva saputo di tale proposito, comunicò questo piano dei compagni a Salomone affinché lo sventasse. Ma Salomone, per gelosia contro Hiram, lasciò corso alla cosa, perché voleva rovinare Hiram. La conseguenza fu che Hiram dovette assistere alla rovina dell’intera fusione, poiché i compagni avevano aggiunto un materiale indebito alla massa. Egli tentò altresì di sedare il fuoco divampante con l’aggiunta di acqua, ma così fu anche peggio. Mentre era già prossimo a disperare della riuscita dell’opera, gli apparve lo stesso Tubalcain, uno dei suoi avi. Questi gli disse che doveva gettarsi tranquillamente nel fuoco perché egli sarebbe stato invulnerabile ad esso. Hiram lo fece e giunse sino al centro della Terra. Tubalcain lo condusse da Caino, che era laggiù nello stato dell’originaria condizione divina. Hiram venne ora iniziato nel segreto della creazione del fuoco, nel segreto della fusione dei metalli e così via. Ottenne inoltre da Tubalcain un martello e un Triangolo d’Oro, ch’egli avrebbe dovuto portare al collo. Quindi tornò indietro e fu veramente in grado di eseguire il Mare di Bronzo, di riportare in ordine la fusione.

A questo punto egli conquistò la mano della Regina di Saba. Ma venne sorpreso dai tre compagni e ucciso. Però prima di morire gli riuscì ancora di gettare il Triangolo d’Oro in un pozzo. Ora, poiché nessuno sapeva ove fosse Hiram, lo si cercò. Salomone stesso era angosciato e voleva sapere che cosa fosse accaduto. Si temette che i tre compagni avessero tradito l’antica Parola di Maestro e ne venne perciò convenuta una nuova. Le prime parole dette al ritrovamento di Hiram, sarebbero state la nuova Parola di Maestro. Quando Hiram fu ritrovato,  egli poté dire ancora alcune parole. Disse: Tubalcain mi promise che io avrei avuto un figlio, il quale a sua volta avrebbe avuto molti figli che avrebbero popolato la Terra, e avrebbero condotto a termine la mia opera – L’edificazione del Tempio. Poi indicò il luogo dove sarebbe stato trovato il Triangolo d’Oro.  Questo venne portato al Mare di Bronzo ed ambedue vennero custoditi in uno speciale luogo del Tempio, nel Sancta Sanctorum. Essi possono venir ritrovati soltanto da coloro che posseggono la comprensione di cosa debba significare l’intera leggenda del Tempio e del suo architetto Hiram.

Passiamo ora dalla leggenda ad una interpretazione della medesima.   

Questa leggenda rappresenta il destino della terza, della quarta e della quinta sottorazza della nostra quinta razza radicale. Il Tempio è il Tempio delle fratellanze occulte, in modo particolare quello che l’intera umanità della quarta e quinta sottorazza edifica, e il Sancta Sanctorum è la dimora delle fratellanze occulte. Queste ultime sanno cosa significhino il Mare di Bronzo e il Triangolo d’Oro.

Abbiamo perciò a che fare con due tipi di stirpi umane, con quella – rappresentata da Salomone – la quale è in possesso della saggezza divina, e con la stirpe di Caino, coi discendenti di Caino, i quali comprendono il fuoco e sanno adoprarlo. Questo fuoco non è il fuoco fisico, bensì il fuoco delle passioni, degl’istinti, delle brame, divampante nello spazio astrale.

Ora chi sono i figli di Caino? I figli di Caino – nel senso di questa leggenda – sono i figli di quegli Elohim i quali, nella classe degli Elohim, sono rimasti un po’ indietro durante l’epoca lunare. Ma, nell’epoca lunare, noi abbiamo a che fare con kama. Questo kama o fuoco venne allora compenetrato dalla saggezza. Vi furono due tipi di Elohim. Gli uni non rimasero al connubio tra saggezza e fuoco, procedettero oltre. E allorché formarono l’uomo, non erano più compenetrati dalle passioni, cosicché essi lo dotarono di una saggezza quieta, chiara. Questa è la vera e propria religiosità di Jahvè o Jehova, la saggezza che è assolutamente priva di passione. Gli altri Elohim, presso i quali la saggezza era ancora unita col fuoco del periodo lunare, son quelli che crearono i figli di Caino.

Perciò, nei figli di Seth, abbiamo gli uomini religiosi con la chiara saggezza e, nei figli di Caino, coloro che possiedono l’elemento impulsivo, che s’infiammano e possono sviluppare entusiasmo per la Sapienza. Queste due stirpi attraversano tutte le razze, tutte le epoche. Dalla passione dei figli di Caino son nate tutte le Arti e le Scienze, dalla corrente di Abele-Seth, tutta la chiara religiosità e la saggezza senza entusiasmo.

Poi avvenne la fondazione del Cristianesimo. Mediante questo, la precedente religiosità, la quale era soltanto una religiosità dall’alto, divenne una religiosità completamente priva di kama. Essa venne immersa nell’elemento che proprio attraverso il Christo è venuto sulla Terra. Christo non è semplicemente saggezza; egli è l’Amore incarnato: un elevato Kama Divino, che è al tempo stesso Buddhi; un puro, aleggiante Kama che nulla vuole per sé, bensì dirige al di fuori tutte le passioni in una dedizione infinita: è un kama rovesciato. La Buddhi è un kama rovesciato.

Attraverso ciò, si prepara all’interno del tipo umano religioso, all’interno dei figli della saggezza, una superiore religiosità, che ora può essere veramente entusiastica. Questa è la religiosità cristiana. Essa viene dapprima preparata nella quarta sottorazza della quinta razza radicale. Tutta questa corrente, però, non è ancora in grado di congiungersi con i figli di Caino. Dapprima essi sono ancora avversari. Infatti, se il Cristianesimo afferrasse incondizionatamente, in modo rapido, tutti gli uomini, esso potrebbe addirittura colmarli d’amore, ma il singolo cuore umano, l’individuale cuore umano non ci sarebbe. Non vi sarebbe libera religiosità, non vi sarebbe la nascita del Christo in noi stessi come fratello, ma semplicemente come Signore. Per questa ragione, i figli di Caino devono operare ancora per tutta la quinta sottorazza. Essi agiscono attraverso i loro iniziati ed edificano il Tempio dell’Umanità, edificato con Arte mondana e mondana Scienza.

Così vediamo  svilupparsi sempre più, durante la quarta e quinta sottorazza, l’elemento mondano, vediamo apparire alla luce l’intera evoluzione storico-mondana sul piano fisico. Con l’elemento mondano del materialismo si sviluppa l’elemento personale, l’egoismo che conduce alla guerra di tutti contro tutti. Anche se allora il Cristianesimo esistesse, esso sarebbe in certo qual modo un ‘Mistero’ di pochi. Esso ha, però, lavorato affinché agli uomini, durante la quarta e quinta sottorazza, sorgesse l’idea: tutti sono uguali dinanzi a Dio. Questa è massima cristiana. Ma gli uomini non possono comprendere ciò completamente, finché son prigionieri del materialismo e dell’egoismo. 

La Rivoluzione francese ha poi applicato la conseguenza dell’insegnamento cristiano in senso mondano. La dottrina spirituale del Cristianesimo: tutti gli uomini sono ugual avanti a Dio, con la Rivoluzione francese fu tradotta in una dottrina puramente mondana: quaggiù tutti sono uguali. La nuova epoca l’ha trascinata ancora più nel fisico.

Prima della rivoluzione francese comparve presso una dama di compagnia della Regina Maria Antonietta, la Signora d’Adhémar, una personalità che predisse tutte le scene importanti della Rivoluzione, per mettere in guardia contro di essa. Era il Conte di Saint-Germain, la stessa personalità che in precedente incarnazione aveva fondato l’Ordine dei Rosacroce. Egli rappresentava allora la posizione: gli uomini devono essere guidati in modo pacifico dalla civiltà mondana alla vera civiltà del Cristianesimo. Ma le potenze mondane vollero conquistarsi la libertà nella tempesta, in maniera materiale. Egli considerava  la Rivoluzione come conseguenza necessaria, tuttavia volle mettere in guardia. Egli, Christian Rosenkreutz, nella sua incarnazione del XVIII secolo, come custode del più interiore ‘mistero’ del Mare di Bronzo e del Sacro Triangolo d’Oro, sorse ad avvertire: gli uomini devono evolvere lentamente. Tuttavia scorse quel che accadeva davanti a lui.

Questo è il cammino, considerato dall’interno, compiuto durante la quarta e la quinta sottorazza della nostra razza radicale. L’edificio della civiltà umana, il grande Tempio di Salomone venne eseguito. Ma quel che veramente dovrebbe coronarlo, deve restare ancora un segreto. Questo può costruirlo soltanto un iniziato. Questo iniziato venne misconosciuto, tradito, ucciso. Questo segreto non può ancora esser palesato. Rimane l’Arcano di pochi Iniziati del Cristianesimo. Esso è racchiuso nella fusione del Mare di Bronzo e nel Triangolo d’Oro. Non è altro che il segreto di Christian Rosenkreutz, il quale prima della nascita del Cristo fu incarnato in un’altissima incarnazione e disse allora una frase notevole.

Lasciatemi, ora, illustrare con alcune parole la scena di come Christian Rosenkreutz, prima della Rivoluzione Francese fece questa comunicazione. Egli disse: Chi semina vento, raccoglierà tempesta. = Egli aveva già detto questo allora, ancor prima che venisse detto da Osea e trascritto. Ma proviene da Christian Rosenkreutz.

Questo detto: Chi semina vento, raccoglierà tempesta =, è il motto della quarta e quinta sottorazza della nostra razza radicale e deve significare: Voi renderete l’uomo libero, la Buddhi incarnata stessa si congiungerà con questa libertà e renderà gli uomini uguali davanti a Dio. Ma lo Spirito (Vento significa Spirito = Ruach) dapprima diventerà tempesta (lotta di tutti contro tutti).

Dapprima ci fu il Cristianesimo della croce, che doveva svilupparsi attraverso la sfera puramente mondana, il piano fisico. Non sùbito, al principio, vi fu il Christo sulla croce come simbolo del Cristianesimo. Ma allorché il Cristianesimo divenne sempre più politico, allora divenne simbolo il Figlio di Dio crocefisso, sofferente sulla croce del mondo. Ciò rimarrà esteriormente per il resto della quarta e attraverso la successiva quinta epoca.

Dapprima il Cristianesimo è legato alla civiltà puramente materiale della quarta e quinta sottorazza,  e  soltanto occultato sussiste l’autentico Cristianesimo del futuro, che è in possesso del segreto del Mare di Bronzo e del Triangolo d’Oro. Questo Cristianesimo ha un altro simbolo; non più il Figlio di Dio crocifisso, bensì la croce circondata di rose. Questo sarà il simbolo del nuovo Cristianesimo della sesta epoca. Dal Mistero della Fratellanza dei Rosacroce si svilupperà questo cristianesimo della sesta sottorazza, che conoscerà il Mare di Bronzo e il Triangolo d’Oro.

Hiram è il rappresentante degl’Iniziati dei figli di Caino della quarta e quinta sottorazza. La Regina di Saba – ogni figurazione femminile nel linguaggio esoterico significa l’anima – è l’anima dell’umanità che deve decidere tra la religiosità luminosa, ma non capace di conquistare la Terra e la Sapienza che conquista la Terra, ovverossia  la Sapienza congiunta alla Terra attraverso il superamento delle passioni. Essa è la rappresentante della vera anima umana che sta in mezzo tra Hiram e Salomone, e che si congiunge con Hiram nella quarta e quinta sottorazza, perché egli costruisce ancora il Tempio.

 Il Mare di Bronzo è quella fusione che sorge se si mescola in maniera appropriata l’acqua col metallo. I tre compagni lo fanno in modo errato, la fusione viene distrutta. Ma, disvelando Tubalcain a Hiram i Misteri del Fuoco, Hiram è in grado di congiungere l’Acqua e il Fuoco in modo giusto. Nasce così il Mare di Bronzo. Questo è il segreto dei Rosacroce. Nasce allorché l’Acqua della calma saggezza si congiunge col Fuoco dello spazio astrale, col Fuoco delle passioni. Mediante ciò deve prodursi una congiunzione che è «bronzea», che può essere portata nelle epoche seguenti, se vi si aggiunge il segreto del Triangolo d’Oro, il segreto di Atma-Buddhi-Manas. Questo Triangolo, con tutto quel che consegue, sarà il contenuto del Cristianesimo rinnovato della sesta sottorazza. Ciò verrà preparato attraverso i Rosacroce e viene simboleggiato nel Mare di Bronzo, si congiungerà con la conoscenza della Reincarnazione  e del Karma. Questa conoscenza è il nuovo insegnamento occulto che si aggiungerà al Cristianesimo. Atma-Buddhi-Manas, il Sé superiore, è il segreto che deve diventare palese, se la sesta sottorazza sarà a ciò matura. Allora Christian Rosenkreutz non dovrà più stare di guardia, ma tutto ciò che è lotta sul piano esteriore troverà la pace attraverso il Mare di Bronzo, attraverso il Triangolo d’Oro.

Questo è il cammino della storia del mondo nell’epoca futura. Quel che Christian Rosenkreutz ha fatto portare nel mondo attraverso le Fratellanze Occulte con la sua leggenda, è quel che i Rosacroce si son posti come compito: non insegnare mera religiosità, bensì anche scienza verso l’esteriorità; ma non soltanto allo scopo di conoscere il mondo esteriore, bensì anche quello di conoscere le Potenze Spirituali, e da ambo i lati procedere nella sesta ronda.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. TERZA PARTE.

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Massimo Scaligero in un testo che mi è infinitamente caro – Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile, G. C. Sansoni, Firenze, 1959, che riapparirà nel 1976 leggermente rielaborato come L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma – affronta con parole di incisiva chiarezza, senza concedere veruna attenuazione a quanto descrive, la tragica condizione dell’uomo attuale, e l’origine umano cosmica di tale condizione. A p. 11 di questo testo, ove metterò in evidenza alcuni punti di estrema importanza, così scrive:

«La grandezza, la capacità di visione di un tipo superiore di uomo della preistoria, si spiegano con la presenza in lui di un «principio di luce», che tuttavia – come si vedrà – non gli apparteneva. Lo guidava trascendendolo; e l’operare umano era in tanto creativo in quanto si conformasse ad esso».

Ovvero, l’essere umano in quella condizione di sovrumana grandezza, aveva sì una coscienza sovrasensibile, ed un magico potere di volontà, ma non era né autocosciente, né libero. Essere cosciente non significa di per sé essere anche autocosciente. L’essere umano era ‘travolto’ dall’azione delle Gerarchie celesti in lui, così come quelle stesse celesti Gerarchie erano, e sono, ‘travolte’ dal Divino, dall’Assoluto. Non l’uomo pensava ed agiva, bensì le Gerarchie pensavano e agivano in lui, attraverso lui, e per lui: era il conoscere e l’agire di quelle elevate Entità spirituali in lui, non il suo conoscere ed agire. Così, a p. 15, possiamo leggere che, onde l’uomo realizzasse Autocoscienza, Libertà, e Amore, quella condizione originaria di sovrumana grandezza, quello ‘stato primordiale’, nel quale l’uomo era tutt’uno col Divino, sperimentava senza resuidui la comunione, l’identità, col Divino, doveva andare smarrita:

«È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio, essendovi al principio solo necessità. Ma tra lo stato di illuminazione originaria e la possibilità di una illuminazione cosciente, v’è una fase intermedia, che è inevitabilmente fase di oscuramento: lunga per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare – se così si può dire la trascendenza entro se stessa».  

Poche righe dopo, pp.15-16, in un solo paragrafo, Massimo Scaligero dà il senso dell’intera opera e la connessione della stessa opera con l’impresa del Graal, e per ciò col tema stesso del presente studio:

«L’uomo potrà un giorno ridestare in sé la luce originaria – quella che «risplende nelle tenebre» – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafisica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e da una natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può compiere nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda le possibilità future dell’uomo cui sia dato, tra le molte dialettiche, distinguere già ora la «parola dello Spirito».  

Poi, alle pp. 40-41, Massimo Scaligero descrive il processo di involuzione, attraverso il quale l’essere umano si distacca progressivamente dalla comunione col Trascendente, col Divino, e, sempre più degradandosi, ‘precipita’ in quella natura fisiologica umano-animale, per cui la dimensione corporea diviene sempre più – secondo la concezione orfico-pitagorica e platonica – soma-sema, ossia per l’anima e lo spirito umano, il corpo è prigione, il corpo è addirittura una tomba. Infatti, ivi così leggiamo:

«il livello della razionalità rappresenta l’ultimo gradino della discesa dell’uomo interiore, da un primordiale stato trascendente, verso la densità dell’essere fisico, secondo una direzione che le dottrine tradizionali contemplano come il decorso delle Quattro Età: dell’oro, dell’argento, del rame, del piombo.

Da un originario grado di coscienza «magico-solare» (krita-yuga) per cui è ancora uno col mondo degli Dei, l’uomo passa all’e s p e r i e n z a  d i  s é  tendendo a limitarsi a un mondo finito, ossia a un mondo che va decadendo in relazione alla inclinazione di lui verso la «finità», onde egli comincia a percepire l’originaria essenza come altra da sé: ora come «ispirazione» (tretâ-yuga); indi portando a ulteriori conseguenze tale adesione ad un mondo di molteplicità, egli trae il senso di sé da una coscienza che, ormai, soltanto nella forma mediata delle imagini, riflette le antiche ispirazioni: è il dvapâra-yuga, l’età della mitogenia e delle grandi figurazioni cosmico-simboliche, non necessarie all’età precedente, ma ora necessarie a seguire in rappresentazioni adeguate le forme virtuali di una visione spirituale che, come percezione diretta, è perduta».  

Con la ‘caduta’ allusa nel libro della Genesi, l’essere umano si è degradato, affondando sempre più nel fango della natura fisiologica di una corporeità umano-animale sino ad obliare completamente la sua origine divina. Ma s’egli è disceso da quella vertiginosa altezza spirituale giù nell’oscurissimo baratro di questa natura corporea, che lo astringe e lo costringe ad identificarsi ad una condizione peggiore di quella animale, tutto ciò tuttavia ha un senso. E in relazione a ciò, così scrive Massimo Scaligero a p. 57 del suo Avvento dell’Uomo Interiore:

«In realtà l’Io superiore è divenuto ego, perché l’ego si faccia Io superiore. Si può dire che l’uomo originario è stato strappato alla trascendenza da potenze superiori e avviato a un’esperienza del mondo finito, perciò lungo una «via discendente», il cui senso è riflesso nel simbolismo delle Quattro Età. S e  d e l l a  c o n d i z i o n e  s u p e r i o r e  p r o p r i a  a l l a  P r i m a  E t à, o  «E t à  d e l l’ o r o»,  l’ u o m o  f o s s e  s t a t o  v e r a m e n t e  a u t o r e  e  s i g  n o r e, c e r t a m e n t e  n o n  s a r e b b e  p o t u t o  d  e  c  a d e r e  d a  e s s a. Si tratta, in effetto, della condizione superiore nella quale egli era contenuto, era ispirato, non libero. Perché gli nascesse la libertà, fu avviato, per così dire, verso condizioni inferiori: lungo una discesa il cui termine ultimo è talora contemplato e  con precisione rappresentato nei testi tradizionali. La decadenza, l’«età oscura», la degradazione razionalistica, erano previste dalla scienza tradizionale. Chi consideri ciò, senza passiva remissione o ad un tradizionalismo misticheggiante o ad un positivismo agnostico, può afferrare il senso del decorso delle Quattro Età e delle dottrine correlative».

Nel X. Capitolo del suo Avvento dell’Uomo interiore, intitolato L’Albero di Vita e la Luce dal San Graal, Massimo Scaligero, mostra quale sia ‘Eccelsa Mèta’ – per usare una bella ed espressiva immagine del Buddha Shakyamuni – alla quale può, e soprattutto deve, tendere l’uomo per la sua salvezza. L’uomo divenne ‘mortale’ in quanto gli fu proibito di nutrirsi dei frutti dell’Albero della Vita, e per di più fu cacciato dal Giardino dell’Eden. Ma l’uomo può, e deve, riconquistare l’accesso al Mondo Spirituale, ritrovare e reintegrarsi nello ‘stato primordiale’, nuovamente nutrirsi dei frutti dell’Albero della Vita: questa è l’eroica impresa della ‘conquista del San Graal’. Infatti, così è scritto, a p. 232, dell’Avvento dell’Uomo Interiore:  

«Per la possibile «resurrezione» dell’uomo spirituale dopo la «caduta», l’Albero della Vita fu sottratto allo sguardo e alla brama di lui: fu preservato da ogni possibile guasto, e l a  s u a  v i r t ù  f u  c u s t o d i t a  f u o r i  d e l l o  s p a z i o e  d e l  t e m p o, f i n o  a  c h e  f o s s e r o  m a t u r i  g l i  e v e n t i: è la forza celeste dell’Io, attraverso i millenni mantenuta intatta per il giorno in cui l’uomo si risvegli, in quanto, nel contemplare la condizione della «caduta», gli sorga la consapevolezza della sua origine, che è già moto dell’Io. È la forza della immortalità, l’alimento eterno di vita di cui sono custodi, presso l’invisibile Rocca del Graal, gli Iniziati che seguono la vicenda dell’uomo, sin dal tempo che precede il tempo fisico, quando nel corpo spirituale di lui si compenetrano armonicamente l’ètere del calore, l’ètere della luce, l’ètere del suono e l’etere della vita, come gradi o forme della sua beatitudine di essere».

Più volte in questo X. Capitolo dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero si richiama all’impresa del Graal come al senso di tutta l’Ascesi, e al contempo come al senso di tutta la tragedia che caratterizza l’evoluzione terrestre dell’umanità. E nello svolgere i suoi pensieri Massimo Scaligero si ricollega direttamente a quanto Rudolf Steiner espone in questa serie di ‘lezioni esoteriche’, e in particolar modo alla Leggenda del Legno della Croce o Leggenda Aurea, come egli stesso usava chiamarla. Infatti, così scrive Massimo Scaligero alle pp. 236-237 del suo citato aureo libro:

«Quando nel mito si parla di una  «Fontana di Giovinezza» e di riconquista dell’«Albero di Vita», si allude appunto all’impresa grazie alla quale l’ètere della vita può rifluire nella costituzione dell’uomo che parimenti non sfugga il sensibile né si sommerga in esso, ma lo sperimenti con le pure forze interiori. Si può ravvisare in tale impresa – che si svolge nell’invisibile, come serie di atti interiori – quella che all’Iniziato apre il varco al San Graal: onde egli incontra le autentiche Guide dell’umanità.

Nella conoscenza che si ridesta grazie al pensare liberato, l’uomo può riaccostarsi all’Albero di Vita: la nascita del pensare puro è in sostanza l’inizio di una trasmutazione che opera alle radici della brama e simultaneamente è il nuovo fluire nell’anima dell’ètere dell’immortalità. È il legno della Croce che rinverdisce e fiorisce: è il compiersi dell’evento iniziatico verso il quale tendono tutte le tradizioni dello spirito, anche quando nella loro formulazione dottrinaria non ne rechino la consapevolezza e non rivelino che il compimento è in realtà un accedere al Mistero del San Graal. In verità, occorre sottolineare che ogni preparazione iniziatica non è autentica se non si compie – sia pure inconsapevolmente nella fase preliminare – in vista di un simile evento. Ogni ascesi, o disciplina interiore, al livello in cui si svolge, è collegata per mediazioni relative al suo grado, con il Mistero del Graal, se non è un modo di rafforzarsi dell’egoismo umano. E il Mistero del Graal è il fondamento della reintegrazione umana. Il suo carattere è essenzialmente cristico. Ma non occorre presupporre un tale carattere per realizzarlo: anche se non si sappia nulla del Cristo, o lo si chiami con altro nome, la giusta esperienza trasmutatrice conduce ad esso».

Il tema della redenzione del pensiero, della resurrezione del pensare dal cadavere della riflessità attraverso la ‘Via del Pensiero Vivente’, attraverso l’Ascesi della Concentrazione, e il tema dell’impresa del Graal, sono stati il filo d’oro dell’insegnamento di Massimo Scaligero sin da quando egli – che pure in origine aveva scelto il silenzio – dietro un atto d’imperioso invito del Mondo Spirituale, si decise a compiere quello ch’egli definì il ‘sacrificio della parola’. Sin dal suo primissimo scritto Iniziazione e Tradizione, pubblicato allora sotto il trasparente nom-de-plume di ‘Antonio Massimo’, e apparso, senza indicazione della data, nel 1956 per una neonata Edizioni “Tilopa”, Roma, dove nella quarta parte di quel libretto, così scrive alle pp. 42-45:

«Coloro che sino alla nostra epoca sono stati custodi della Sapienza primordiale, hanno la missione di insegnare, a chi si volga ad essi con purità di cuore, come l’Io Superiore, il Principio Eterno dell’uomo, rimasto intatto nella sua essenza, oltre ogni divenire spazio-temporale, è rinato per l’uomo, grazie a un rito e a un mistero di cui nel mondo si ha soltanto una debole e deformata eco. I Maestri della Iniziazione hanno potuto comunicare ciò nei seguenti termini: «Quello che novellamente è nato nell’umanità, il mistero dell’Io Superiore, viene custodito da una segreta comunità. La continuità del Mistero che novamente si appressa all’anima dell’uomo là dove essa può trovare il suo intimo principio non riducibile alla natura, si esprime con un simbolo: la Coppa di cui si servì il Cristo la sera dell’ultima cena e nella quale vennero poi raccolte stille del Suo sangue da Giuseppe d’Arimatea». Secondo la leggenda, la sacra Coppa venne portata dagli Angeli in Occidente e qui venne eretto per essa un tempio dove i fratelli della Rosa-Croce divennero custodi dell’essenza del Dio che, vincendo la morte, suscita la nuova nascita dell’Io. Il Mistero del Dio novellamente nato, oltre il dominio della morte, attende inconosciuto l’uomo che sappia svincolarsi dall’incantesimo della esistenza esteriore. È il Mistero del San Graal: che si pone come la via attuale della Iniziazione, L’evangelista Giovanni poté dire: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». E poté annunciare che «Il Verbo si è fatto carne». Tuttavia, ciò che questo significa non può essere ritrovato attraverso nessuna parola scritta o parlata, ma solo grazie a un rapporto radicale con quello che realmente, come evento cosmico, si è verificato con il Sacrificio del Golgotha e che è appena riflesso nei Vangeli. […]

Soltanto una conoscenza sovrasensibile, indipendente dalla disanimata eco delle antiche iniziazioni – che erano semplicemente restaurazioni sempre più deboli di una illuminazione che si andava perdendo e ormai è definitivamente perduta sia in Oriente che in Occidente – e portata agli uomini da uno dei custodi della Saggezza primordiale, può far intravvedere la direzione verso tale via. Egli [sc. il Maestro dei Nuovi Tempi] l’ha veramente mostrata. E questa nostra sintesi deriva dal suo insegnamento: al quale possiamo rimandare il lettore che intenda attingere alla fonte diretta.

Viene insegnato da tale Maestro come «Colui che era al principio con Dio» sia nato di nuovo nell’Essere che, vincendo la morte, ha impresso nel segreto della sostanza minerale dell’uomo fisico la potenza della Resurrezione. Ormai il compito dell’iniziato è far affiorare in sé, per il veicolo del pensare liberato, il principio interiore, indipendente dalla natura e dalla terra, per via del quale unicamente ci si può riconnettere con il proprio Maestro: principio della individualità integrale, che perciò può compiere l’Operatio Solis. Esso può visitare interiora terrae e suscitare la vitù adamantina, il potere che risolve la mineralità della «pietra nera». È la Via del Diamante-folgore o la Via del San Graal. […]

Al principio era il Mistero dell’Io Superiore umano: esso permane come segreto della «pietra fulgurea» perduta prima da Lucifero e poi ancora da Adamo. Perciò nella Rocca del Graal è custodito il Mistero dell’Io imperituro dell’uomo. Coloro ai quali è possibile contemplare questo Mistero, sanno che per giungere al centro spirituale originario, debbono affrontare l’enigma dell’esperienza cruciale che suggella il segreto della trasmutazione del male e della morte, attraverso la «questione» risolutiva che l’Io pone alla sua essenza perenne, affermandosi già in ciò come un affiorare dell’Io superiore medesimo. […]

L’impresa del Graal è più che mai innanzi alla decisione dell’uomo, per il suo essere o per il suo non essere: l’enigma del Graal è attuale ed è la possibilità di liberazione dell’avvenire. La questione del Graal deve essere posta dall’iniziato, dal ricercatore di quel centro spirituale per il quale soltanto si dissolvono le parvenze e l’errore del mondo. La via del Graal è ancora oggi sconosciuta, ma può essere ritrovata, se l’attaccamento alla parvenza terrestre e ad ogni sua proiezione dottrinaria spiritualistica e tradizionale, non ha del tutto spento lo slancio verso l’imperituro, l’amore per l’infinito, la volontà di liberazione». 

Queste parole di Massimo Scaligero sono la migliore introduzione, nonché il miglior commento, a quanto Rudolf Steiner va comunicando in queste ‘lezioni esoteriche’. La cosa risulterà ancor più chiara dai contenuti delle prossime ‘lezioni’, che appariranno su questo temerario blog. In particolare, l’attento e diligente lettore ben consideri quanto una figura come Epimèteo – il post-pensante – corrisponda al morto, esangue, disanimato pensiero riflesso, che si riempie di un umbratile contenuto, come l’immagine virtuale in uno specchio, solo dopo che i sensi hanno agito sul soggetto della percezione e del pensare, mentre Promèteo – il pre-pensante – corrisponde a quel vivo pensare che è indipendente, e  prima, della percezione , la quale viene ad esistere unicamente perché il moto vivente di luce del pensare predialettico tesse la forma formata del percepito. Il pensare è il prius, l’antecedente assoluto, la dynamis, la vivente forza formante del percepito. Il candido lettore ben mediti questa fondamentale ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner, che viene pubblicata qui di séguito.

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La leggenda di Prometeo

Berlino, 7 ottobre 1904

L’ultima volta ho tentato di mostrarvi come avvenisse l’Iniziazione nelle antiche logge druidiche. Oggi vorrei esporvi qualcosa che è certamente imparentato con quello che tuttavia però è forse apparentemente un po’ distante. Ma vedremo come impareremo a conoscere la comprensione dell’evoluzione della nostra umanità sempre più nella sua profondità.

Avete visto dalle mie varie conferenze del venerdì, che il mondo delle leggende dei diversi popoli hanno un contenuto profondo, e che i miti sono l’espressione di profonde verità esoteriche. Ora, vorrei oggi parlare di una delle leggende più interessanti, di una leggenda, che sta in relazione con l’intera evoluzione della nostra quinta razza radicale. Inoltre vedrete al contempo, come l’esoterista può attraversare sempre tre gradini di comprensione del mondo delle leggende.

Dapprima le leggende vivono in un qualsiasi popolo, e vengono prese exotericamente, in maniera letterale-esteriore. Poi comincia l’incredulità in questa comprensione letterale delle leggende, le persone colte cercano un significato simbolico, allegorico, delle leggende. Ma dietro queste due interpretazioni stanno ancora altre cinque interpretazioni; giacché ogni leggenda ha sette interpretazioni. La terza è quella, nella cui condizione siete voi, è quella di prendere in un certo senso le leggende alla lettera. Del resto dovete soltanto imparare a comprendere il linguaggio nel quale le leggende sono redatte. Oggi desidero parlare su una leggenda, la cui comprensione non così facile da conseguire, sulla leggenda di Prometeo.

In un capitolo del secondo volume della Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky  troverete qualcosa su di essa, e da quel capitolo scorgerete pure quale profondo contenuto vi sia in questa leggenda. Tuttavia, non è sempre possibile, in scritti stampati, dire le cose ultime. Oggi possiamo andare ancora un po’ aldilà delle comunicazioni contenute nella Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky.

Prometeo appartiene al mondo delle leggende greche. Lui e suo fratello Epimeteo sono i figli di un Titano, Giapeto. E gli stessi Titani sono i figli della più antica Divinità greca, di Urano e della sua sposa Gea. Urano, tradotto in tedesco, significherebbe «il Cielo» e Gea «la Terra». Sottolineo, inoltre, espressamente che Urano nel mondo greco è come Varuna nel mondo indiano. Prometeo è quindi un Titano, un discendente dei figli di Urano e di Gea, ed anche suo fratello Epimeteo. Il più giovane dei Titani, Kronos, il Tempo, ha detronizzato suo padre Urano e si è impadronito del potere per sé. Per questo egli fu di nuovo detronizzato da suo figlio Zeus e cacciato con tutti i Titani nel tartaro, nell’Abisso o nel Mondo Infero. Solo il Titano Prometeo e suo fratello Epimeteo aiutarono Zeus. Essi stavano allora dalla parte di Zeus e lottarono contro gli altri Titani.

Ora, però, Zeus voleva sterminare pure il genere umano, che era diventato arrogante. Allora Prometeo si fece avvocato del genere umano. Egli meditò a come egli potesse dare qualcosa al genere umano, col quale esso potesse salvar se stesso, e non essere più semplicemente dipendente dall’aiuto di Zeus. Ci viene così raccontato come Prometeo abbia insegnato agli uomini l’uso della scrittura e le arti, e soprattutto l’uso del fuoco. Per questa ragione, tuttavia, egli ha attirata su di sé la collera di Zeus. E a causa di questa collera di Zeus, egli fu incatenato sul Caucaso e lì dovette sopportare per lungo tempo grandi tormenti.

Ci viene inoltre raccontato come gli Dèi, con Zeus in testa, fecero approntare ad Efesto, il Dio dell’arte del fabbro, una statua femminile. Questa statua era dotata di tutte le proprietà, che sono l’ornamento esteriore della stirpe umana della quinta razza radicale. Questa statua femminile era Pandora. Pandora fu spinta a recare doni all’umanità, dapprima al fratello di Prometeo, ad Epimeteo. A dire il vero Prometeo mise in guardia il fratello dall’accettare questi doni, questi, tuttavia, si fece persuadere ed accettò i doni degli Dèi. Tutto fu riversato, soltanto una cosa fu trattenuta: la speranza. Questi doni sono in gran parte piaghe e dolori per l’umanità; solo la speranza rimase nel vaso di Pandora.

Prometeo venne quindi incatenato sul Caucaso, ed un avvoltoio gli rode continuamente il fegato. Lì egli soffriva. Ma egli sa qualcosa che è garanzia per la sua salvezza. Egli conosce un segreto, che nemmeno Zeus conosce, ma che questi vuole sapere. Egli invece non lo rivela, malgrado che Zeus gli invii il messaggero degli Dèi, Hermes.

Ora, nel corso della leggenda ci viene raccontata la sua stupefacente liberazione. Viene raccontato come Prometeo possa essere liberato attraverso l’intervento di un Iniziato.. E un tale Iniziato fu il greco Ercole; Ercole, che aveva eseguito le dodici fatiche. L’esecuzione di queste dodici fatiche è la realizzazione di un Iniziato. Sono le dodici prove dell’Iniziazione, simbolicamente espresse. Inoltre di Ercole viene detto che si sia fatto iniziare nei Misteri Eleusini. Egli riesce a salvare Prometeo. Tuttavia qualcuno doveva, inoltre, sacrificarsi, e per Prometeo si sacrificò il Centauro Chirone. Questi già allora  soffriva di una incurabile malattia. Egli era metà animale, metà uomo. Egli patisce la morte e attraverso ciò Prometeo venne salvato. Questa è la struttura esteriore della leggenda di Prometeo.

In questa leggenda vi è l’intera storia della quinta razza radicale, e in essa è racchiusa reale sapienza dei Misteri. Questa leggenda veniva raccontata realmente in Grecia come leggenda. Ma anche nei Misteri essa veniva rappresentata realmente cosicché il discepolo dei Misteri vedeva davanti a sé il destino di Prometeo. E in questo egli doveva vedere il passato e il futuro dell’intera quinta razza radicale. Voi potete raggiungere la comprensione di essa, se prendete in considerazione una cosa.

Soltanto a metà della razza lemurica venne raggiunto quel che viene designato come l’umanazione; umanazione nel senso di come oggi abbiamo uomini. Questa umanità veniva guidata dai grandi Istruttori e dalla grandi Guide, che designiamo come i «Figli della nube di Fuoco». Anche oggi l’umanità della quinta razza radicale viene guidata da grandi Iniziati, ma i nostri Iniziati sono di un altro genere delle allora Guide dell’umanità.

Dovete ora chiarirvi questa differenza. Vi è una grande differenza tra le Guide delle due precedenti razze e le Guide della nostra quinta razza radicale. Anche le Guide di quella razza erano riunite in una fraterna Loggia Bianca. Ma questi non avevano compiuto la loro precedente evoluzione sul nostro pianeta terrestre bensì su altri teatri. Essi erano discesi sulla Terra già come maturi uomini superiori, per istruire gli esseri umani, che erano ancora nella loro infanzia, al loro primo sorgere, per insegnare loro le prime Arti, delle quali avevano bisogno. Questo periodo di apprendistato durò durante la terza, la quarta, fin nella quinta razza radicale.

Questa quinta razza radicale ha preso la sua origine da un piccolo gruppo di uomini, che era stato trascelto dalla precedente razza radicale. Essi vennero formati nel deserto del Gobi e si diffusero poi in maniera radiale sulla Terra. La prima Guida, che ha dato l’impulso a questa evoluzione dell’umanità, era uno dei cosiddetti Manu, il Manu della quinta razza radicale. Questo Manu appartiene a quelle Guide del genere umano, che erano discesi all’epoca della terza razza radicale. Era ancora una delle Guide che non hanno compiuto la loro evoluzione unicamente sulla Terra, ma che hanno portato la loro maturità sulla nostra Terra.

Solo nella quinta razza radicale comincia l’evoluzione di quel tipo di Manu, che sono uomini come noi stessi, che come noi hanno compiuto la loro evoluzione unicamente sulla Terra, che si sono evoluti per così dire venendo su dalla gavetta a quel che sono sulla Terra. Abbiamo dunque esseri umani che sono già le superiori personalità Guide e Maestri, e quelle che si sforzano di diventare Guide e Maestri; cosicché abbiamo all’interno della quinta razza radicale Chela e Maestri, che appartengono a razze precedenti, e Chela e Maestri che hanno attraversato tutto quello che gli esseri umani hanno attraversato a partire dalla metà dell’epoca lemurica. Uno dei Maestri, che hanno la guida della quinta razza radicale, è stato prescelto ad assumere la guida della sesta razza radicale. La sesta razza radicale sarà la prima ad essere guidata  da un fratello umano come Manu. I precedenti Maestri, i Manu degli altri mondi, consegnano al fratello umano la guida dell’umanità.

Con il sorgere della nostra quinta razza radicale coincise tutto quello che chiamiamo lo sviluppo delle Arti. Gli Atlantidei avevano ancora una tutt’altra vita. Essi non avevano né invenzioni né scoperte. Essi lavoravano in tutt’altra maniera. La loro tecnica e la loro arte erano completamente diverse. Solo nella nostra quinta razza radicale si sviluppò quello che nel senso nostro chiamiamo tecnica  e arti. La scoperta più importante è la scoperta del fuoco. Rappresentavi ciò una volta chiaramente. Rappresentatevi chiaramente quel che oggi dipende nella nostra tecnica, industria e arti diffuse dipende dal fuoco. Credo che il tecnico mi darà ragione se dico, che senza il fuoco non sarebbe possibile nulla dell’intera tecnica, cosicché ci è permesso dire che con la scoperta del fuoco venne data la scoperta fondamentale, l’impulso per tutte le altre scoperte.

A ciò dovete, inoltre, aggiungere, che sotto il [termine] fuoco all’epoca in cui sorse la leggenda di Prometeo, si intendeva tutto quel che avesse un qualsivoglia rapporto col calore. Con ciò si intendeva pure le cause della folgore. Le cause di tutte le manifestazioni di calore venivano riassunte sotto l’espressione del fuoco. La coscienza del fatto che l’umanità della quinta razza stia sotto il segno del fuoco, si esprime a tutta prima nella leggenda di Prometeo. E Prometeo non è altro che il Rappresentante dell’intera quinta razza radicale.

Suo fratello è Epimeteo. Traduciamo dapprima un po’ le due parole: Prometeo significa in tedesco il pre-pensante, Epimeteo significa il post-pensante. Qui avete due attività del pensare umano chiaramente contrapposte nell’uomo post-pensante e nell’uomo pre-pensante. L’uomo post-pensante è colui che fa agire su di sé le cose di questo mondo e poi in un secondo tempo pensa. Un tale pensare è il pensare kamamanasico [sc. del Kama-Manas]. Guardato da un certo punto di vista, si chiama pensare kamamanasico:  lasciare agire prima il mondo su di sé e poi in un secondo tempo pensare. L’essere umano della quinta razza radicale pensa ancora essenzialmente come Epimeteo.

Ma nella misura in cui l’essere umano non lasci agire su di sé quel che già esiste, bensì crea qualcosa di futuro, è uno scopritore e un inventore, egli è un Prometeo, un pre-pensante. Mai si sarebbero potute compiere invenzioni se l’uomo fosse soltanto Epimeteo. Una invenzione viene compiuta per il fatto che l’uomo crea qualcosa che non esiste ancora. Dapprima ciò esiste nel pensiero, e dopo viene trasformato nella realtà. Questo è il pensare prometeico. Questo pensare prometeico è all’interno della quinta razza radicale il pensare manasico [del Manas]. Pensare kamanasico e manasico procedono come due correnti l’una accanto all’altra nella quinta razza radicale. Gradualmente il pensare manasico si diffonderà sempre più.

Questo pensare manasico della quinta razza radicale ha una speciale particolarità. La comprendiamo se rivolgiamo indietro lo sguardo alla razza radicale atlantidea. Questa aveva maggiormente un pensare istintivo, che era ancora in collegamento con la forza vitale. La razza radicale atlantidea era ancora in grado di trarre dalla forza dei semi una forza motoria. Così come oggi l’essere umano ha nei depositi di carbone una specie di serbatoio di forza, che egli trasforma in vapore per lo spostamento delle locomotive e dei carichi, così l’Atlantideo aveva grandi magazzini di semi di piante, che contenevano le forze, che egli poteva trasformare in forza motrice, dalla quale veniva spinti quei veicoli, che vengono descritti nella brochure di Scott-Elliot sull’Atlantide. Questa arte è andata perduta. Lo spirito degli uomini atlantidei domava ancora la natura vivente, la forza dei semi. Lo spirito della quinta razza può vincere soltanto la natura disanimata, le forze di divenire che giacciono nella pietra, nei minerali. Così il Manas della quinta razza radicale è incatenato alle forze minerali, così come la razza atlantidea era collegata alla forza vitale. Ogni forza di Prometeo è incatenata alle rocce, alla Terra. Perciò anche Pietro è la roccia sulla quale il Christo costruì. È la stessa cosa della roccia del Caucaso. L’uomo della quinta razza deve cercare la sua evoluzione sul piano puramente fisico. Egli è incatenato alle forze minerali, alle forze fisiche.

Cercate di farvi una visione d’insieme di che cosa significhi, quando si parla di questa della tecnica della quinta razza. A quale scopo esiste? Se siete capaci di crearvi una visione d’insieme, vedrete che – per quanto grandiosi e possenti siano pure i risultati – allorché la forza intellettuale, l’elemento manasico, viene applicato all’elemento inorganico, all’elemento minerale, che malgrado tutto è l’egoismo umano, l’interesse personale umano, al cui scopo in definitiva tutte intere queste forze delle invenzioni e delle scoperte della quinta razza radicale vengono applicate.

Se partite dalle prime scoperte e invenzioni e procedete sino al telefono, sino alle nostre nuovissime invenzioni e scoperte, vedrete allora come attraverso queste invenzioni e scoperte in verità grandi e potenti forze siano state poste al nostro servizio, ma a quale scopo esse servono? Che cosa andiamo a prendere con strade ferrate e navi a vapore da terre lontane? Andiamo a prendere generi alimentari, attraverso il telefono richiediamo alimenti. Fondamentalmente è il Kama quello che nella quinta razza radicale desidera invenzioni e scoperte. Questo è quello che in una considerazione obbiettiva ci si deve una volta chiarire. Poi si saprà pure come quell’uomo superiore che viene coinvolto nella materia, in realtà durante la quinta razza radicale sia incatenato alla materia, attraverso il fatto che il suo Kama desidera il suo appagamento all’interno della materia.   

Se vi guardate attorno nell’ambito esoterico troverete che i principi dell’uomo stanno in rapporto con organi ben determinati del corpo. Vi esporrò in séguito questo tema in maniera ancor più precisa, oggi voglio citare unicamente con quali organi i nostri sette principi stanno in un preciso rapporto.

Dapprima abbiamo il cosiddetto fisico. Questo sta in un rapporto occulto con la parte superiore del volto umano, con la radice del naso. La struttura fisica dell’uomo, che è iniziata un giorno – in precedenza l’essere umano era appunto semplicemente astrale e si è edificano immergendosi nel fisico – prese origine da questa parte. La Physis, il fisico,  scaturì e si stabilì dapprima alla radice del naso, cosicché l’esoterista considera la radice del naso come assegnata al vero e proprio elemento fisico-minerale.

Il secondo è Prana, il doppio corpo eterico. Ad esso viene assegnato esotericamente il fegato. Questo organo sta ad esso in una certa relazione occulta. Poi viene Kama, il corpo astrale. Esso ha di nuovo sviluppato la sua attività nell’edificazione degli organi di nutrizione, che hanno il loro simbolo nello stomaco. Se il corpo astrale non avesse questa impronta assolutamente precisa, che ha nell’uomo, questo apparato umano di nutrizione con lo stomaco non avrebbe neppure questa determinata forma, che ha oggi.

Se considerate l’essere umano, in primo luogo nella sua base fisica, in secondo luogo nel suo doppio corpo eterico, e in terzo luogo nel suo corpo astrale, allora avete la base che, come vedete, è incatenato a quella che costituisce la catena minerale della quinta razza radicale.

Attraverso i corpi superiori l’essere umano già si risolleva da questa catena e ascende  ad un livello superiore. Già il Kama-Manas risale di nuovo faticosamente. Qui già l’essere umano si libera di nuovo del puro fondamento naturale. Perciò vi è una relazione occulta tra il Kama-Manas e ciò attraverso cui l’essere umano è tratto fuori, tagliato fuori dal fondamento naturale.

Questo rapporto occulto è quello tra il Manas inferiore e il cosiddetto cordone ombelicale. Se non vi fosse alcun Kama-Manas nella figura umana, l’embrione non verrebbe poi tagliato fuori in questa maniera dalla madre.

Se passiamo al Manas superiore, questo ha una analoga relazione occulta al cuore e al sangue umano. La Buddhi ha una relazione occulta alla laringe umana, alla faringe e alla laringe umana. E l’Atma ha una relazione occulta con qualcosa ricolma l’intero essere umano, ossia con l’Akasha contenuto nell’essere umano.

Queste sono le sette relazioni occulte. Se vi ponete davanti queste, dobbiamo sottolineare come le più importanti per la nostra quinta razza quelle con il doppio corpo eterico e con il Kama. E se aggiungete quel che ho detto in precedenza circa il dominio del Prana da parte degli Atlantidei – la forza vitale è quella che pervade il doppio corpo etereo – allora potrete dirvi che l’Atlantideo stava ancora ad un gradino inferiore. Il suo doppio corpo eterico aveva ancora l’affinità primordiale con tutto l’eterico del mondo esterno, ed egli dominava perciò il Prana del mondo esterno. Attraverso il fatto che l’uomo è salito ad un gradino superiore, il lavoro è disceso ad un grado inferiore. Questa è una legge: che quando da un lato viene realizzata una ascesa, dall’altro deve risultare una discesa. Mentre l’uomo in precedenza aveva lavorato sul Kama a partire dal Prana, ora egli deve lavorare con Kama sul piano fisico.

Voi comprendete adesso quanto la leggenda di Prometeo simboleggi questa relazione occulta. Un avvoltoio rode il fegato a Prometeo. Kama è simboleggiato nell’avvoltoio, che divora veramente le forze della quinta razza. L’avvoltoio rode il fegato all’uomo, il fondamento, e così rode alla quinta razza l’autentica forza vitale dell’uomo, perché l’uomo è incatenato alla natura minerale, a Pietro, alla roccia, al Caucaso. In questa maniera l’essere umano dovette pagare la sua somiglianza con Prometeo. Perciò l’uomo deve vincere la propria natura, al fine di non essere più incatenato all’elemento minerale, al Caucaso.

Solo coloro che sorgono durante la quinta razza radicale come Iniziati umani, possono portare la liberazione all’uomo incatenato. Ercole, un Iniziato umano, deve penetrare lui stesso sin nel Caucaso, per liberare Prometeo. Ma così gli Iniziati traggono l’essere umano dall’incatenamento, e ciò che è votato al mondo inferiore deve sacrificarsi.

Deve sacrificarsi l’essere umano che è ancora in rapporto con l’elemento animale: il Centauro Chirone. Deve essere sacrificato l’essere umano del passato. Il sacrificio del Centauro è per l’evoluzione della quinta razza altrettanto importante quanto la liberazione attraverso gli Iniziati della quinta razza.

Si dice che nei Misteri greci alle persone venisse profetizzato il futuro. Ma con ciò non si intendeva un vago, astratto, racconto di quel che doveva accadere nell’avvenire, bensì l’indicazione di quelle vie, che conducono l’uomo nel futuro, di quel che l’uomo deve fare, per svilupparsi a penetrare nel futuro. E quel che doveva svilupparsi come forza dell’essere umano, veniva rappresentata nel grande dramma-mistero di Prometeo.

Ora, sotto le tre generazioni di Déi, Urano, Kronos e Zeus, ci si dovevano rappresentare tre successive Entità dirigenti degli esseri umani. Il Cielo si chiama Urano, la Terra Gaia. Se risaliamo a oltre la metà della terza razza, quella dei Lemuri, allora non abbiamo ancora l’essere umano, che conosciamo attualmente, bensì abbiamo un essere umano che la dottrina segreta chiama «Adam Kadmon», l’essere umano che è ancora asessuato, l’essere umano che in precedenza non apparteneva ancora alla Terra, che non aveva ancora sviluppato gli organi per la visione terrena, che apparteneva ancora all’elemento uranico, al Cielo. Attraverso l’unione di Urano e di Gaia sorse l’uomo, che discese nella materia, e con ciò è entrato al tempo stesso nel tempo. Kronos (Chronos = il tempo) diviene il dominatore della seconda stirpe di Dèi dalla metà dell’epoca lemurica sino all’inizio dell’epoca atlantica. I Greci simboleggiarono le Entità dirigenti dapprima con Urano, poi con Kronos, e poi passarono a Zeus. Ma Zeus era ancora una di quelle Guide che non avevano compiuto la loro formazione sulla Terra. Egli è ancora uno che appartiene agli Immortali, così proprio come tutti gli Dèi greci appartengono agli Immortali.

L’umanità mortale deve durante la quinta razza stare sulle proprie gambe. Questa umanità viene rappresentata da Prometeo. Essa soltanto portò le Arti umane e l’Arte originaria del Fuoco. Zeus è geloso di essa, giacché gli esseri umani crescono diventando i loro propri Iniziati, che nella sesta razza radicale prenderanno la direzione nelle loro mani. Ma questo l’umanità se lo deve prima conquistare. Per questo il suo Iniziato originario deve dapprima prendere su di sé tutte le sofferenze. 

Prometeo è l’Iniziato primigenio della quinta razza radicale, colui che è iniziato non solo nella saggezza, bensì anche nell’azione. Egli attraversa tutte le sofferenze, e verrà liberato da colui che matura per liberare poco a poco l’umanità ed innalzarla al di sopra dell’elemento minerale.

Così le leggende ci presentano le grandi verità cosmiche. Perciò vi dissi all’inizio: colui che sale al terzo significato, è in grado di prenderle nuovamente alla lettera… [Seguono nella trascrizione alcune frasi non chiare]. Nella leggenda di Prometeo avete il divoramento del fegato da parte dell’avvoltoio. Ciò è da prendersi assolutamente alla lettera. L’avvoltoio divora realmente il fegato della quinta razza radicale. È la lotta dello stomaco contro il fegato. In ogni singolo essere umano si ripete, durante la quinta razza radicale, questa dolorosa lotta prometeica. È da prendersi completamente alla lettera quel che qui viene espresso nella leggenda di Prometeo. Se non esistesse questa lotta, allora il destino della quinta razza sarebbe uno completamente diverso.

Vi sono dunque tre interpretazioni delle leggende: in primo luogo quella exoterico-letterale, in secondo luogo quella allegorica – la lotta dell’umana natura – , in terzo luogo il significato occulto, ove nuovamente subentra una interpretazione letterale dei miti. Da ciò potete scorgere, come tutte queste leggende – perlomeno tutte quelle che hanno un tale significato – provengano dalle scuole dei Misteri e come non siano nient’altro che la riproduzione di quel che nelle scuole dei Misteri veniva presentato come il grande dramma del destino dell’umanità. Così come nel caso dei Misteri druidici potei mostrarvi come [la leggenda di] Baldur non rappresenti nient’altro che quel che si compiva all’interno dei Misteri druidici, così in Prometeo avete quel che il discepolo greco dei Misteri ha sperimentato all’interno dei Misteri per conquistare forza e energia per la vita nell’avvenire.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SECONDA PARTE.

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L’anno 1985 fu un anno veramente decisivo per me. Ero, come Dante, «nel mezzo del cammin di nostra vita», e fu proprio in uno di quei memorabili giorni di aprile – giorni che mi è caro rievocare con gioiosa gratitudine – che incontrai per la prima volta Hella Wiesberger. Fu l’inizio di una lunga, feconda, amicizia, e l’inizio di una fruttuosa, leale, comune militanza spirituale. In lei potei contemplare, concretamente attuato, un ideale di totale sincerità, di assoluta lealtà, di audacia, di libertà interiore, di generosa tolleranza, di intensa, alacre operatività spirituale, di autentica, per nulla sentimentale, venerante devozione allo Spirito.

Avevo letto il suo saggio L’Opera di Rudolf Steiner nella sua realtà è la sua vita, tradotto in italiano da Stefano Pederiva, Editrice Antroposofica, Milano, 1984, che mi aveva colpito al punto tale, che in uno dei viaggi, che facevo per motivi professionali, in Svizzera e in Germania, che mi procurai alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito di Rudolf Steiner, i due numeri 49/50 e 51/52 dei Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtasugabe – la bella e importante rivista della Nachlassverwaltung – nei quali tale saggio era stato pubblicato. Le telefonai, e lei mi dette appuntamento al Lascito, e da lì iniziò la nostra amicizia, e per me un percorso interiore molto particolare.

Sin dalle mie prime visite a Dornach, nel 1979 e nel 1980, mi ero procurato i primi volumi, curati da Hella Wiesberger, che all’interno della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, avevano cominciato ad essere riuniti sotto la per me molto eloquente denominazione ‘Aus den Inhalten der Esoterischen Schule’, ossia ‘Dai contenuti della Scuola Esoterica’. Io già possedevo, sin dal 1972, il primo volume ‘Anweisungen für eine esoterische Schulung’, ‘Indicazioni per una Suola Esoterica’, GA-245, pubblicato a Dornach dalla Rudolf Steiner Verlag, la casa editrice del Lascito, per la prima volta nel 1968, perché mi era stato donato a Firenze dalla cara amica Ilse Küchel, anziana ed energica antroposofa, che da molti decenni viveva nella mia città, e che ricordo sempre con profondo affetto e gratitudine. Quello che trovai in quei miei primi viaggi a Dornach fu di Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule. Zwanzig Vorträge gehalten in Berlin zwischen dem 23. Mai 1904 und dem 2. Januar 1906, ossia La leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica dei misteri passati e futuri dell’evoluzione dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica. Venti conferenze tenute a Berlino tra il 23 maggio 1904 e il 2 gennaio 1906, Dornach, Rudolf Steiner Verlag, 1979, GA-93, testo parzialmente tradotto e pubblicato in italiano. Mi innamorai sùbito di quel libro, ed è da esso che traggo le ‘lezioni esoteriche’ che, da me tradotte, appariranno progressivamente su questo temerario blog.

Quanto al contenuto del libro così scrive, a p. 15 della terza edizione del medesimo, Hella Wieberger nelle sue Osservazioni preliminali dell’Editore:

«Le conferenze (Vorträge) riunite nel presente volume, per il loro contenuto, sono in realtà da ascriversi al patrimonio d’insegnamento (Lehrgut) della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Giacché con esse doveva essere compiuta la preparazione alla forma di lavoro esoterico, coltivata in essa a partire dal 1906 [sc. nella seconda e terza Classe della Mystica Aeterna]».

Die in dem vorliegenden Band zusammengefaßten Vorträge sind ihrem Inhalte nach eigentlich dem Lehrgut von Rudolf Steiners Esoterischer Schule zuzurechnen. Denn es sollte mit ihnen auf eine darin von 1906 an gepflegte Form esoterischen Arbeitens vorbereitet werden.

Ma già nel corrispondente paragrafo, contenuto nella prima edizione del 1979, sempre a p. 15, Hella Wiesberger aveva – sia pure accennandovi più scarnamente – fatto presente che:

«Le conferenze raccolte nel presente volume appartengono per loro natura al patrimonio d’insegnamento della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, in quanto attraverso esse doveva essere preparata una certa forma di lavoro esoterico».

Die in dem vorliegenden Band zusammengefaßten Vorträge gehören zum Lehrgut von Rudolf Steiners Esoterischer Schule, als durch sie eine gewisse Form esoterischen Arbeitens vorbereitet werden sollte.

Che la cosa stesse in questi termini è dimostrato da quanto già avevo scritto nel mio precedente studio, là dove dicevo che: «nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis di Roma […] era presente, tra gli altri, un primo dattiloscritto intitolato Il Mistero dei R.C. – Rosacroce, recante in alto una scritta a matita nella riconoscibilissima calligrafia di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», chiara allusione alle logge della Seconda Classe della Scuola Esoterica, ossia della Mystica Aeterna. Vi era, altresì, un secondo dattiloscritto, recante anch’esso, sempre a matita, e riconoscibilissima, una simile scritta di mano di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», intitolato Loggia Rosicrucianaseconda conferenza dei cicli interni, La leggenda Aurea dei R.C. ». Il primo di quei testi dattiloscritti, recanti l’annotazione a matita di Giovanni Colazza, fa parte del libro curato da Hella Wiesberger, ed apparirà quanto prima sulle telematiche pagine di Ecoantroposofia.

Nel proseguo della sua introduzione, Hella Wiesberger, alle pp. 15-16, chiarisce:

«I contenuti più essenziali del patrimonio d’insegnamento della prima Sezione [sc. ossia della prima Classe della Scuola Esoterica] sono già pubblicati nel volume «Indicazioni per una Scuola Esoterica – Dai contenuti della Scuola Esoterica» (Bibl.Nr. 245).

La seconda e terza Sezione [sc. la ‘Mystica Aeterna’] furono preparate attraverso la spiegazione del contenuto esoterico del linguaggio immaginativo di miti, saghe e leggende. In modo particolare con la Leggenda del Tempio e la Leggenda del legno della Croce, da Rudolf Steiner per lo più chiamata Leggenda Aurea, doveva essere creata una base per la coltivazione di un certo simbolismo cultico. Ogni elemento cultico, «ma non solo l’elemento cultico esteriore, bensì la comprensione del mondo in immagini», il meditare in immagini soltanto può condurre alla conoscenza di sé e del mondo. […]

Poiché le immagini della Leggenda del Tempio e della Leggenda Aurea formano una componente integrante della Sezione cultico-simbolica, le qui presenti conferenze sono dedicate particolarmente alla loro interpretazione. Rudolf Steiner considerava, il rendere dapprima concepibile il contenuto esoterico alla comprensione ideale, come un presupposto necessario alla coscienza del presente ai fini dell’operare mediante immagini, in modo peculiare mediante il simbolismo. Ciò esige il sentiero iniziatico rosicruciano da lui insegnato, il cui primo gradino è lo studio, mentre solo il secondo è il pensare immaginativo».

In questa seconda parte del presente studio, verrà presentata una ‘conferenza’, o meglio una ‘lezione esoterica’, da me tradotta il più letteralmente possibile, evitando abbellimenti di qualsiasi tipo, per tema di tradirne anche minimamente il contenuto sacrale. Si tratta della seconda pièce del libro curato da Hella Wieberger, pp. 33-41 del testo tedesco, quella del 10 giugno 1904, intitolata L’opposizione di Caino e Abele. Per la maggior comprensione della medesima, la faccio precedere da un ampio stralcio della ‘lezione’ precedente, quella del 23 maggio 1904,  che si trova alle pp. 21-32 del testo tedesco, dal titolo Pentecoste, la festa della liberazione dello spirito umano. Ne seguiranno altre. In queste comunicazioni, Rudolf Steiner adoperava ancora la terminologia teosofica – sia pure usata in modo diverso e per contenuti ben diversi da quelli della ‘teosofia’ anglo-indiana di Adyar. Inizialmente, fu per lui un passo obbligato adoperare quella terminologia, che pure gli stava stretta, per farsi capire dai suoi ascoltatori, ma appena poté la abbondonò, senza mai più riesumarla. Tuttavia il lettore non troverà eccessiva difficoltà a trasporre i termini teosofici in quelli specificamente antroposofici.

Nell’inoltrarsi nei contenuti sacrali esposti da Rudolf Steiner, il candido lettore che vorrà  studiarli – secondo il metodo ‘rosicruciano’ di studiare – andando avanti, vedrà sempre meglio come tali contenuti abbiamo tutti una segreta, profondissima, correlazione, sempre più evidente nel procedere del presente studio, col tema del Graal, preannunciato nella parte introduttiva che ho premessa al presente studio. È la ‘Via’ che mena alla ‘Eccelsa Mèta’, come la chiama il Buddha Shakyamuni, attraverso la fattiva conquista e la concreta realizzazione di Autocoscienza, Libertà, e Amore. Naturalmente il volenteroso lettore dovrà avere la pazienza di seguire interamente il discorso dispiegato nel presente studio, e attenderne il completamento.

Mi si dirà che una tale ‘Via’ è estremamente difficile, addirittura ‘eroica’, e non si affermerebbe altro che il vero. Ma estremamente difficili sono anche i tempi drammatici nei quali viviamo. Comunque, voglia il benevolo lettore ben meditare queste parole che Baruch Spinosa scrisse in chiusura della sua Etica, dimostrata con metodo geometrico, che trascrivo nella edizione tradotta da Emilia Giancotti, e pubblicata da Editori Riuniti, Roma, 2004, p. 318:

«La via che ho mostrato condurre a questo [sc. alla conoscenza intuitiva, o terzo genere di conoscenza, mediante il quale si contemplano il mondo e gli esseri sub specie aeternitatis, e alla beatitudine], pur se appare molto difficile, può tuttavia essere trovata. E d’altra parte deve essere difficile, ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere, infatti, che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse essere trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».

Ma ecco i due testi correlati al tema che ci interessa.

Stralcio da Pentecoste, la festa della liberazione dello spirito umano.

Berlino, 23 maggio 1904.  

«Vorrei dire su questo argomento qualcosa soltanto in maniera indicativa, nel senso della teosofia. Ivi siamo condotti a qualcosa che è profondamente legato all’evoluzione dell’umanità nella quinta razza radicale. In effetti, l’uomo ha appunto preso la forma che riveste oggi nella terza razza radicale all’epoca dell’antica Lemuria, egli ha continuato a trasformarsi durante il suo passaggio attraverso la quarta razza radicale, l’epoca dell’antica Atlantide, e con il risultato di questa evoluzione, egli è entrato nella quinta razza radicale. Chi ha ascoltato le mie conferenze sull’Atlantide ricorderà che ancora tra i Greci vi era un vivo ricordo di quell’epoca.

Per orientarci meglio, dobbiamo gettare un breve sguardo su due correnti presenti nella nostra quinta razza radicale che costituiscono forze nascoste e viventi negli animi e che si combattono in molteplici modi: una corrente si esprime nella maniera più pura e più chiara in quella che chiamiamo la visione del mondo dell’Egitto, dell’India e dell’Europa meridionale. Tutto l’ebraismo successivo ed anche il cristianesimo ne contengono qualcosa. Ma d’altro lato, ciò si è mescolato nella nostra Europa all’altra corrente che vive nella visione del mondo che troviamo nell’antica Persia e che possiamo ritrovare nella regione che si estende ad Occidente della Persia sin presso i Germani – ma non bisogna allora ascoltare quello che ci dicono gli antropologi e gli etimologisti, bensì dobbiamo penetrare più nel profondo nella cosa. 

Di queste due correnti vorrei affermare che esse sono la manifestazione di due importanti, di due grandi intuizioni spirituali che ne costituiscono il fondamento. L’una è sorta nella sua forma più pura presso gli antichissimi Rishi. Essi hanno avuto l’intuizione di Esseri di una natura superiore che si chiamano Deva. Chi è passato attraverso un discepolato occulto, chi è in grado di investigare in questo campo sa chi sono i Deva. Queste sono Entità puramente spirituali, che vivono nello spazio astrale e in quello mentale, hanno una duplice natura, mentre gli uomini hanno una natura triplice. Giacché l’uomo consiste di corpo anima e spirito. La natura dei Deva invece consiste – nella misura in cui noi possiamo seguirla – soltanto di anima e di spirito. Essa può avere ancora altri arti, ma non possiamo penetrare questi medesimi con il discepolato occulto. Un Deva ha lo Spirito in maniera immediata nella sua interiorità. Il Deva è uno spirito dotato di anima. Ciò che voi non potete vedere in un uomo, ovverossia le brame, gli istinti, le passioni e i desideri, che vivono in lui, ma che per colui che ha dischiuso il suo senso spirituale, sono percepibili come manifestazioni di luce, queste forze animiche, questo corpo animico dell’uomo, che per l’uomo è la sua interiorità, e che viene portato dal nostro corpo fisico, questo corpo animico è il corpo inferiore dei Deva. Noi lo possiamo considerare come il loro corpo. L’intuizione indiana si rivolse di preferenza a questi Deva. L’Indiano vede questi Deva ovunque. Egli li vede come forze creatrici, quando guarda dietro le quinte dei nostri fenomeni del mondo. Questa intuizione sta alla base della visione del mondo della fascia meridionale. Nella visione del mondo dell’Egitto essa viene ad espressione in maniera grandiosa e potente.

L’altra intuizione sta alla base dell’antica mistica persiana e conduceva alla venerazione di Entità, le quali pure sono di duplice natura: gli Asura. Anch’essi hanno quel che chiamiamo anima, ma hanno formato in maniera grandiosa, titanica, il corpo fisico, che racchiude un organo animico. La visione indiana del mondo, che sta salda nella venerazione dei Deva, considera questi Asura come un qualcosa di subordinato, mentre coloro che si riconoscevano nella visione del mondo della fascia settentrionale, aderivano maggiormente agli Asura, alla natura fisica. Perciò anche qui si è formato specialmente l’impulso a dominare in maniera materiale il mondo delle manifestazioni sensibili, a dominare il mondo della realtà attraverso il perfezionamento della tecnica, che giunge sin al suo punto più alto, attraverso le arti fisiche e simili. Oggi non ci sono più uomini che si attengono alla venerazione degli Asura; ma tra noi ce ne sono molti che hanno ancora in se stessi qualcosa di questa natura. Da qui muove l’attrazione verso il lato materiale della vita e questo è il tratto fondamentale della visione del mondo della fascia nordica. Chi professa principi puramente materialistici, può essere sicuro di avere qualcosa nella sua natura che proviene da questi Asura.

All’interno dei seguaci degli Asura si sviluppò allora un peculiare sentimento fondamentale. Esso sorse dapprima nella vita spirituale persiana. I Persiani sperimentavano una sorta di paura di fronte ai Deva. Essi sperimentavano paura, timore, orrore di fronte a ciò che è puramente animico-spirituale. Questo causò il fatto che oggi scorgiamo la grande contrapposizione tra la visione [del mondo] persiana e quella indiana. Nella visione del mondo persiana veniva spesso adorato  precisamente quel che la corrente indiana considerava come malvagio, come qualcosa di inferiore, e si evitava assolutamente ciò che per gli Indiani era degno di venerazione. All’interno del sentimento cosmico persiano sorse altresì questo peculiare sentimento fondamentale, di fronte ad a entità che  in realtà ha la natura dei Deva, ma che all’interno di questa visione del mondo viene fuggita, viene temuta. In breve, è l’immagine di Satana, che appare in questa visione del mondo. Lucifero, questo essere animico-spirituale, diventa un essere che riempie di orrore. In ciò dobbiamo cercare l’origine di ciò che esiste quale credenza nel diavolo. Questo sentimento fondamentale è trapassato nella moderna visione del mondo. Specialmente nel Medioevo il diavolo divenne una figura temuta ed evitata. Lucifero divenne dunque una figura letteralmente evitata.

A questo proposito riceviamo chiarimenti nel manoscritto citato. Se nel senso di questo stesso manoscritto seguiamo il corso dell’evoluzione cosmica, troviamo che alla metà della terza razza, della razza lemurica, gli esseri umani si sono rivestiti di sostanza fisica. Allorché i teosofi credono che la reincarnazione non abbia né inizio né fine, è una rappresentazione errata. La reincarnazione è iniziata nell’epoca lemurica e cesserà pure nuovamente all’inizio della sesta razza. È soltanto un determinato intervallo di tempo nell’evoluzione terrestre, quello all’interno del quale l’uomo si reincarna. Precedentemente vi era una condizione estremamente spirituale che non rendeva necessaria alcuna reincarnazione, e nuovamente seguirà una condizione spirituale, la quale pure non necessiterà di alcuna reincarnazione.

L’incarnazione originaria nella terza razza consisté nel fatto che per così dire il verginale spirito umano, Atma-Buddhi-Manas,  ricercò la sua prima incorporazione fisica. Allora l’evoluzione fisica della nostra Terra non poteva essere ancora così sufficientemente progredita rispetto alle entità animali, l’intera entità umano-animale non poteva allora essere così pronta, al punto di poter accogliere in se stessa lo spirito umano. Ma una parte, un certo gruppo di entità animali era già sufficientemente evoluto, cosicché il seme dello spirito umano potesse immergersi in questi corpi animali, in modo da poter dare la forma ai corpi umani.

Una parte delle individualità, che allora si incarnarono, formarono la stirpe di coloro che in seguito si diffusero come Adepti sull’intero mondo. Erano gli Adepti originari, non coloro che chiamiamo oggi Iniziati. Coloro che oggi chiamiamo Iniziati non attraversavano allora ancora nessuna incarnazione. Tuttavia non si incorporarono allora tutti quelli che potevano trovare corpi umano-animali, ma solo una parte. Un’altra parte si ribellò al corso dell’incarnazione per precise ragioni. Essi attesero a tale scopo sino alla quarta razza. La Bibbia accenna a quel momento in maniera misteriosa e profonda: i Figli degli Dèi trovarono che le figlie degli uomini erano belle e si unirono ad esse.

Cioè, cominciò in quel momento in epoca più tardiva una incarnazione di coloro che avevano aspettato. Noi chiamiamo questo gruppo i «Figli della Saggezza», e sembra quasi che vi sia una certa presunzione ed un certa superbia in loro. Prescindiamo ora dalla piccola eccezione che sono gli Adepti. Se si fosse allora incarnata pure quest’altra parte, l’essere umano non sarebbe mai giunto alla chiara coscienza, nella quale egli vive oggi. L’essere umano sarebbe rimasto impantanato in un ottuso stato di trance. Egli avrebbe assunta la coscienza, che oggi potete trovare negli ipnotizzati, nei sonnambuli e così via. In breve, gli esseri umani sarebbero rimasti in uno stato di coscienza sognante. Ma sarebbe poi mancata loro una cosa straordinariamente importante, se non addirittura la più importante: il sentimento della libertà, la scelta autonoma dell’uomo sul Bene e sul Male a partire dalla sua propria coscienza, dal suo Io.

La Genesi  – in quella forma che essa precisamente ha già ricevuto sotto gli influssi provenienti da quel sentimento che ho caratterizzato dicendo che di fronte a un Deva esisteva una certa timidezza – la Genesi chiama questa posteriore incarnazione la «caduta», il peccato originale. Il Deva attese e discese solo allorché l’umanità fisica si era già ulteriormente evoluta per poter quindi prender prima possesso del corpo fisico, onde poter sviluppare poi una più matura coscienza di quanto non fosse prima della caduta.

Così vedete come l’uomo abbia acquistato la sua libertà attraverso il fatto che la sua natura si è deteriorata, perché egli ha atteso con l’incarnazione fino a che la sua natura è discesa in una più densa condizione fisiologica. Nella mitologia greca si era conservata una coscienza profonda di questo fatto. Se l’uomo fosse giunto già prima all’incarnazione – così diceva il mito dei Greci – sarebbe accaduto quel che voleva Zeus, allorché gli esseri umani si trovavano ancora nel «Paradiso»: Egli voleva renderli felici, ma come esseri incoscienti. La chiara coscienza sarebbe stata riposta unicamente presso gli Dei e l’uomo sarebbe rimasto privo del sentimento della libertà. La ribellione dello spirito luciferico, dello spirito del Deva nell’umanità, che volle discendere per svilupparsi a partire dalla stessa libertà, viene simboleggiato nella saga di Prometeo. Ma egli deve espiare questo tentativo con il fatto che un’aquila – simbolo del desiderio – rode incessantemente il suo fegato e gli causa i più tremendi dolori.

Allora l’uomo è disceso più in basso e deve ora raggiungere quel che egli avrebbe dovuto raggiungere, attraverso arti e forze magiche, attraverso quel che gli giungeva autonomamente a partire dalla chiara coscienza della libertà. Ma poiché era disceso più in basso, egli deve sopportare dolori e tormenti. Anche questo indica la Bibbia con le parole: Partorirai i figli nel dolore, mangerai il pane nel sudore della tua fronte – e così via. Ciò non significa altro che: l’uomo deve nuovamente innalzarsi con l’aiuto della civiltà.

La mitologia greca simboleggia in Prometeo il rappresentante dell’umanità che anela nella libertà per la civiltà  attraverso le lotte. Essa in lui ha rappresentato l’uomo sofferente e al contempo il liberatore. Colui che attua la liberazione di Prometeo è Ercole, del quale ci viene raccontato che si fece iniziare nei Misteri eleusini. Colui che discende nel mondo inferiore, era un Iniziato, poiché la discesa agl’Inferi è l’espressione tecnica per l’Iniziazione. Questa discesa agl’Inferi ci viene detta di Ercole, di Ulisse, e di tutti coloro nel caso dei quali abbiamo a che fare con Iniziati che ora vogliono, in seno all’evoluzione attuale, guidare alla sorgente della sapienza primordiale, alla vita spirituale.

Se l’umanità fosse rimasta al punto in cui si trovava nella terza razza, oggi saremmo uomini sognanti. L’uomo ha fecondato la sua natura inferiore attraverso la sua natura di Deva. A partire dalla sua autocoscienza, la sua coscienza della libertà, egli deve di nuovo sviluppare questa scintilla di coscienza che egli si è portato quaggiù con una giustificata audacia, dunque quella conoscenza spirituale ch’egli non ha ricercata nel precedente stato non libero. Nella stessa natura umana vi è quella ribellione satanica, che però come anelito luciferico è in effetti la garanzia per la nostra libertà. E a partire da questa libertà sviluppiamo nuovamente una vita spirituale. Questa vita spirituale deve  venire nuovamente accesa nel seno dell’umanità della quinta razza. Nuovamente questa coscienza deve scaturire dagli Iniziati. Essa non deve essere una coscienza sognante, bensì una coscienza chiara. Sono gli Ercoli dello Spirito, sono gli Iniziati, coloro che fanno progredire l’umanità e disvelano la sua occulta natura di Deva, la conoscenza dello Spirituale. Questo è stato pure l’anelito dei grandi fondatori di religioni: quello di portare nuovamente all’umanità la conoscenza dello Spirituale, che essa aveva smarrito nella vita fisiologica. Gli Atlantidei avevano un’elevata civiltà materiale, e la nostra quinta razza ha ancora sempre molto della vita materiale in se stessa. Questa civiltà materialistica del nostro tempo ci mostra quanto l’uomo si sia coinvolto nella pura natura fisico-fisiologica, come Prometeo nelle sue catene. Ma altrettanto sicuro è che l’avvoltoio, il simbolo della brama, che rode il nostro fegato sarà eliminato dall’uomo spirituale. A questo vogliono guidare gli Iniziati l’umanità autocosciente: attraverso movimenti tali, dei quali il movimento teosofico è uno, onde l’uomo possa nuovamente elevarsi in piena libertà.

Troviamo indicato con precisione nel Vangelo, nel Nuovo Testamento, il momento nel quale dobbiamo cogliere l’istante del fluire della vita spirituale nell’umanità autocosciente. Nel Vangelo più profondo, che viene oggi misconosciuto dalla teologia, nel Vangelo di Giovanni, viene indicato questo momento laddove viene raccontato che Gesù si reca alla Festa dei Tabernacoli. Il fondatore del Cristianesimo ivi parla del fatto di riversare la vita spirituale sull’umanità. È un passaggio stupefacente. La Festa dei Tabernacoli consisteva nel fatto di andare ad una sorgente dalla quale sgorgava l’acqua. Allora si svolgeva una festa che indicava come l’uomo debba nuovamente riflettere allo Spirituale, alla natura di Deva e all’anelito spirituale. L’acqua che ivi veniva attinta era una rimembranza dell’elemento animico-spirituale. Dopo ripetuti rifiuti, Gesù va però ugualmente alla Festa. E nell’ultimo giorno della Festa accade quanto segue (Giov. 7, 37): Or nell’ultimo giorno, il gran giorno della festa, Gesù, stando in piè, esclamò: «Se alcuno ha sete, venga a me e beva ». Coloro che bevevano festeggiavano una festa della rimembranza della vita spirituale. Tuttavia Gesù ricollega ancora qualcos’altro con ciò e Giovanni vi accenna con le parole: «Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Or disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che crederebbero in lui; poiché lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato ».

Qui viene ora accennato al mistero della Pentecoste, accennato al fatto che l’umanità deve aspettare lo Spirito Santo della vita spirituale. Allorché verrà raggiunto il momento in cui l’uomo potrà accendere in sé stesso la scintilla della vita spirituale, allorché la natura fisiologica dell’uomo potrà ricercare, a partire di se stessa, l’ascesa, allora lo Spirito Santo discenderà sugli uomini, il tempo del risveglio spirituale.

L’uomo è disceso sin nel corpo fisico cosicché, al contrario della natura dei Deva, egli consiste di tre principi: corpo, anima e spirito. Il Deva si trova più in alto rispetto all’uomo, egli però non deve superare come l’uomo la natura fisica. La natura fisica deve essere di nuovo trasfigurata, cosicché essa possa accogliere la vita spirituale. La stessa coscienza fisiologica dell’uomo, il corpo fisico, come vive oggi, deve accendere in sé in libertà la scintilla della vita spirituale.

Il sacrificio del Christo è un esempio di come l’uomo possa sviluppare, a partire dalla vita fisica, la coscienza superiore. Nel corpo fisico vive il suo io inferiore; ma esso deve essere infiammato, onde si sviluppi l’Io superiore. Solo allora anche da questo corpo fisico possono fluire i fiumi d’acqua viva. Potrà allora apparire lo Spirito, potrà allora riversarsi lo Spirito. L’uomo deve allora divenire morto come Io rispetto a questa vita fisiologica.

Qui risiede l’autentico elemento cristico ed anche il più profondo mistero della Pentecoste. L’uomo vive a tutta prima nel suo organismo inferiore, nella sua coscienza impregnata di desideri. Egli deve vivervi perché solo questa coscienza può dargli libertà sicura della mèta. Tuttavia egli non può rimanervi dentro, bensì deve elevare il suo Io alla natura dei Deva. Egli deve far maturare in se stesso il Deva, generare il Deva, che diventerà poi uno Spirito di salute, uno Spirito Santo. A tale fine egli deve sacrificare coscientemente il corpo terreno, egli deve a tale scopo sperimentare il «muori e divieni», onde egli non rimanga «un ospite tenebroso» su questa  «Terra oscura».

Così soltanto in rapporto con il mistero della Pentecoste il mistero della Pasqua rappresenta una totalità: allora l’Io umano nel Grande Rappresentante si spoglia del vivente io inferiore; esso muore per trasfigurare completamente la natura fisica e riportarla nuovamente alle Potenze Divine. Il simbolo per ciò è l’Ascensione. Allorché l’essere umano ha trasfigurato questo corpo fisico, lo ha ricondotto allo Spirituale, egli è maturo perché la vita spirituale si riversi in lui  e sperimenterà, quel che secondo la dichiarazione del Grande Rappresentante dell’Umanità viene chiamato la «discesa dello Spirito Santo».  Per cui vien detto pure: «Tre sono quelli che testimoniano sopra la terra: lo Spirito, e l’acqua, e il sangue». La festa di Pentecoste è il riversarsi – la discesa – dello Spirito nell’umanità.

La più grande mèta dell’evoluzione viene espressa nella festa di Pentecoste, ovverossia l’uomo a partire dalla vita intellettuale deve di nuovo penetrare nella vita spirituale. Come Prometeo viene liberato dalle sue sofferenze attraverso Ercole, così lo sarà l’uomo attraverso la vita dello Spirito. Attraverso il fatto che l’uomo è disceso nella materia egli è pervenuto all’autocoscienza. Attraverso il fatto che egli nuovamente riascende, diventerà un Deva autocosciente. Da coloro che veneravano gli Asura e consideravano i Deva come qualcosa di satanico, da coloro che non volevano penetrare nell’interiorità più profonda, questa discesa viene presentata come qualcosa di diabolico. 

Ciò viene indicato anche nella mitologia greca. Il rappresentante della condizione di coscienza non libero è Epimeteo – il postpensatore – il quale non vuole giungere alla redenzione a partire dalla piena libertà, dunque l’avversario di Prometeo – [sc. il prepensatore]. Egli riceve da Zeus il vaso di Pandora, il cui contenuto – sofferenze e piaghe – alla sua apertura si abbatte sull’umanità. Solo come ultimo dono vi rimane dentro la speranza, che anche lui in una condizione futura penetrerà in una superiore chiara coscienza. Gli rimane la speranza della liberazione. Prometeo sconsiglia di accettare l’ambiguo dono del dio Zeus. Epimeteo non obbedisce a suo fratello, al contrario accetta il dono. Il dono di Epimeteo è meno importante di quello di suo fratello Prometeo.

Vediamo così come gli uomini vivano in due [diverse] correnti. Gli uni sono coloro se si attengono saldamente al sentimento della libertà e – malgrado che sia pericoloso sviluppare lo Spirituale – tuttavia lo ricercano in libertà. Gli altri sono coloro che trovano la loro soddisfazione attraverso una torpido vivere e una fede cieca e fiutano qualcosa di pericoloso nell’aspirazione luciferica alla libertà. Coloro che hanno fondato le forme [esteriori] della Chiesa hanno snaturato/distorto la più profonda aspirazione luciferica. Gli antichissimi insegnamenti in proposito si trovano in manoscritti segreti, in luoghi nascosti che quasi nessuno ha mai veduto. Essi sono accessibili ad alcuni pochi che sono capaci di vederli nella luce astrale, ed altrimenti ad alcuni Iniziati. È certamente una via pericolosa, ma è l’unica che conduca alla sublime mèta della libertà.

Lo Spirito dell’uomo deve essere uno spirito liberato, non uno spirito torpido. Anche il Cristianesimo vuole ciò. Salute, sanare sono [parole] in relazione a santo. Uno Spirito che è santo, che risana, che libera dalle sofferenze e dalle piaghe. Sano e libero è l’uomo, allorché egli è strappato dalla schiavitù causata dall’elemento fisiologico, quando egli è liberato dall’elemento fisiologico. Giacché solo lo Spirito liberato è lo spirito sano, il cui corpo nessuna aquile può più rodere.  

Così la festa di Pentecoste deve essere compresa come un simbolo della liberazione dello spirito umano, come il simbolo della grande lotta dello spirito umano per la libertà, per una coscienza nella libertà.

Se la festa di Pasqua è una festa di Resurrezione nella Natura, allora la festa della Pentecoste è un simbolo per il divenir cosciente dello spirito umano, la festa di coloro che sanno e conoscono e – compenetrati da ciò – cercano la libertà.

Nell’epoca moderna quei movimenti spirituali che conducono alla percezione del Mondo Spirituale nella chiara coscienza diurna – non in trance, non in uno stato ipnotico – sono quelli che guidano alla conoscenza di un tale importante simbolo. La chiara coscienza, che unicamente lo Spirito libera, è quella che ci riunisce nella Società Teosofica. Non soltanto la parola, bensì lo Spirito le dà il suo significato. Lo Spirito che emana dai grandi Maestri, che si riversa da quei pochi che possono dire: Io so che vi sono i grandi Adepti, che sono i Fondatori del movimento spirituale, non della Società, che si riversa nella nostra civiltà del presente e le dà l’impulso per il futuro.

Se farete nuovamente fluire una scintilla di comprensione per questo Spirito Santo nell’incompresa festa della Pentecoste, allora essa verrà vivificata e riceverà nuovamente significato. Noi dobbiamo vivere in un mondo ricolmo di significato. Colui che celebra le feste spensieratamente, le celebra da seguace di Epimeteo. L’uomo deve vedere che cosa ci congiunge a quel che è intorno a noi, e anche a quel che nella Natura è invisibile. Noi dobbiamo sapere dove stiamo. Giacché noi uomini siamo destinati non ad un sognante, dimezzato, torpido  vivere, bensì siamo destinati ad un libero, pienamente cosciente, dispiegamento della nostra entità».

«L’opposizione di Caino e Abele

Berlino, 10 giugno 1904

Già l’ultima volta ho accennato al fatto che nella storia di Caino e Abele si cela una intera somma di misteri occulti. Oggi voglio accennare a qualcosa, ma vorrei subito prima sottolineare come il rapporto tra Caino e Abele – certamente inteso nella sua profondità – sia un’allegoria per misteri straordinariamente profondi e che noi saremo in grado, partendo dalle premesse che abbiamo, di conoscerne qualcosa.  

Se seguiamo i cinque libri [sc. il Pentateuco] di Mosè, troveremo in essi qualcosa che accenna direttamente all’evoluzione dell’umanità a partire dall’epoca lemurica. Il racconto, per esempio, di Adamo ed Eva e dei loro discendenti non è qualcosa da prendere in maniera semplice e ingenua. Prego perciò di considerare che in particolare nei cinque libri di Mosè, in Enoch, nei Salmi, e in alcuni altri importanti capitoli del Vangelo, nella Lettera agli Ebrei, in alcune Lettere di Paolo e nell’Apocalisse, abbiamo assolutamente a che fare con scritti di Iniziati, cosicché in questi scritti dobbiamo ricercare un nucleo occulto. Ovunque nelle scuole occulte si parla di questo nucleo. Chi non legga spensieratamente la Bibbia – spensieratamente in senso superiore – sarà colpito da alcune cose. E vorrei che voi poniate attenzione su qualcosa, che può essere molto facilmente trascurato, ma che deve essere semplicemente letto alla lettera, per scorgere che qui nulla vi si trova invano, e che nella Bibbia facilmente nella lettura può venire sorvolato qualcosa.

Prendete il primo versetto nel quinto capitolo del primo libro [sc. la Genesi] di Mosè: «Questo è il libro della posterità d’Adamo. Nel giorno che Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio; li creò maschio e femmina, li benedisse e dette loro il nome di ‘uomo’, nel giorno che furon creati. Adamo visse centotrent’anni, generò un figliuolo, a sua somiglianza, conforme alla sua immagine, e gli pose nome Seth».

Si deve leggere alla lettera. Adamo stesso viene chiamato semplicemente un uomo. Maschi-femmine li creò; non ancora sessuati, asessuati. E come li creò? A somiglianza di Dio.

E inoltre nel secondo versetto: «Dopo così e così molti anni» – ci si devono rappresentare lunghi periodi di tempo – «Adamo generò un figliolo, Seth, a sua immagine». All’inizio dell’epoca adamitica abbiamo gli uomini a immagine di Dio, alla fine dell’epoca adamitica, ad immagine di Adamo, ad immagine umana. Prima l’uomo era creato secondo l’immagine di Dio. In seguito egli fu immagine di Adamo.  

Abbiamo dunque all’inizio uomini che sono uguali l’uno all’altro, e tutti sono creati ad immagine della Divinità. Essi si riproducevano per via asessuata. Dobbiamo chiarirci il fatto che essi hanno ancora tutti la medesima forma, come l’avevano sin dall’origine, cosicché il figlio assomiglia al padre e il nipote di nuovo assomiglia al figlio. Che cosa fa sì che gli uomini si trasformino, si differenzino?  Mediante cosa diventano diversi? Attraverso il fatto che due esseri partecipino alla riproduzione. Il figlio o la figlia, assomigliano da un lato al padre, dall’altro alla madre.

Immaginate dunque ora ad una razza originaria simile agli Dèi, ed essi non si riproducevano per il fatto che erano sessuati, bensì asessuati: il discendente assomiglia sempre alla generazione precedente. Non insorge alcuna mescolanza. La differenziazione sorge solo allorché giunge l’epoca di Seth. Ma tra l’epoca di Adamo e quella di Seth accade qualcos’altro. Ovverossia, prima che abbia luogo il passaggio da Adamo a Seth, vengono generati due esseri, che di nuovo sono due importanti rappresentanti: Caino e Abele. Essi stanno in mezzo, sono prodotti di passaggio. Essi non nascono ancora nell’epoca nella quale fu espressamente presente il carattere della riproduzione sessuale. Possiamo dedurre ciò da quel che significano «Abele» e «Caino». «Abele» in greco significa «Pneuma» e in italiano «Spirito», e se ne prendiamo il significato sessuale, questo ha un deciso carattere femminile. «Caino» invece significa quasi letteralmente «il Maschile», cosicché in Caino e Abele si contrappongono l’elemento maschile e quello femminile. Non ancora nel campo puramente organico: su un piano superiore, spirituale, essi tendono alla differenziazione.  

Ora vi prego di mantenere chiaro questo. Originariamente l’umanità era maschile-femminile. In seguito essa venne divisa nel sesso maschile e in quello femminile. L’elemento maschile, materiale, lo abbiamo in Caino, quello femminile, spirituale, in Abele-Seth. La differenziazione ha avuto luogo. Questo viene simboleggiato nelle parole: Caino era un coltivatore del suolo e Abele un pastore (Genesi, 4, 2).

«Suolo»  significa nelle antichissime lingue sia il piano fisico che i tre stati di aggregazione del piano fisico: la terra solida, l’acqua e l’aria. «Caino divenne un coltivatore dei campi», significa nel suo significato più antico: egli imparò a vivere sul piano fisico, egli divenne uomo sul piano fisico. Questo era il carattere dell’elemento maschile. Esso consistette nel fatto che egli era forte  e vigoroso, per coltivare la zolla del piano fisico, e poi ritornare dal piano fisico ai piani superiori.

«Abele era un pastore». In quanto pastore, egli prende la vita così come ad uno la porge il Creatore. Non si elaborano le greggi, bensì le si custodiscono semplicemente. Per il fatto di essere il rappresentante di quella stirpe che non giunge allo Spirito mediante l’intelletto operante in maniera autonoma, bensì accoglie lo Spirito come una rivelazione dalla stessa Divinità, egli meramente lo custodisce. Il custode del gregge, il guardiano di quel che è trapiantato sulla Terra, è Abele. Colui che ha elaborato lui stesso qualcosa è Caino. Caino pone le basi del suonare la cetra e delle altre arti (Genesi, 4, 21, 22).

Ed ecco ora l’opposizione, nella maniera di come essi si comportano nei confronti della Divinità. Abele riceve lo spirituale ed offre come sacrificio il meglio, il più elevato frutto dello Spirito. Dio  volge evidentemente  con compiacimento – perché è proprio quel che egli stesso ha impiantato sulla Terra – il suo sguardo al suo sacrificio. Caino ha pretesa di qualcos’altro. Egli vuole volgersi alla Divinità con i prodotti del suo intelletto. Questo è qualcosa che è del tutto estraneo alla Divinità, qualcosa che l’uomo si è conquistato nella sua libertà.  

Caino è l’uomo anelante alle Arti e alle Scienze. Dapprima ciò non ha alcuna affinità con la Divinità. Con ciò viene espresso una profonda verità. Chi abbia esperienza nell’Occulto, sa che le Arti e le Scienze, malgrado abbiano reso gli uomini liberi, non furono ciò che ha condotto gli uomini allo Spirituale; esse furono precisamente ciò che ha allontanato gli uomini dall’autentico Spirituale. Le arti sono un qualcosa che è cresciuto sul terreno, sul suolo proprio dell’uomo, sul piano fisico. Ciò non può essere a tutta prima gradito alla Divinità. Da qui sorge l’opposizione, tra il «fumo», lo Spirito, che Dio stesso ha piantato nella Terra, di Abele che s’innalza alla Divinità, e l’altro il  «fumo» di Caino, che rimane sulla Terra. L’elemento autonomo rimane sulla Terra, come il fumo di Caino.

Questa è anche l’opposizione tra l’elemento femminile e quello maschile. È femminile ciò che è ispirato da ciò che viene fecondato in maniera immediata dalla Divinità. Pneuma viene raggiunto attraverso il concepimento. Quel che Caino ha da dare, è lavoro umano sul piano fisico stesso. Questa è l’opposizione tra lo Spirito femminile e quello maschile. Ambedue stanno originariamente l’uno di fronte all’altro.

Ogni uomo è non solo fisicamente, ma anche spiritualmente al tempo stesso uomo e donna; egli è spirito concepente, spirito che si lascia ispirare, e al tempo stesso l’elemento intellettuale che elabora, combina, l’elemento ispirato. Ora ciò si separò – abbiamo bisogno di scorgere nell’elemento femminile e in quello maschile d’ora in poi solo un simbolo – ora il principio dell’ispirazione passò in coloro che erano nella condizione di Abele, su coloro che rimanevano pastori e sacerdoti. Sugli altri non passò il principio di ispirazione; essi divennero gli scienziati e gli artisti vòlti all’elemento mondano, e si limitarono puramente al piano fisico.

Ciò non avrebbe potuto aver luogo senza che anche nell’uomo non avesse luogo una modificazione. Quando l’essere umano era ancora maschio-femmina non gli sarebbe stato possibile causare una separazione tra Sapienza spirituale e Scienza intellettuale. Solo attraverso il fatto che l’essere umano venne definitivamente separato in due sessi, solo attraverso il fatto che l’umanità venne divisa attraverso la sessualità, il cervello fu portato al punto di poter agire. Il cervello divenne maschile, l’entità più profonda divenne l’elemento femminile. L’essere umano può produrre solo all’interno della sua natura fisica. In essa egli produce qualcosa, ossia dei discendenti. Ma uno spirito, nella misura in cui sia nel cervello, è maschile e produttivamente limitato al piano fisico. In Caino e Abele abbiamo una raffigurazione rappresentativa.

Ora per il fatto che è insorta questa scissione, è accaduto che nella riproduzione del genere umano i discendenti non assomigliarono più semplicemente agli antenati come tali, bensì si differenziarono. Io vi prego di tenerlo presente. Tanta maggiore importanza ha l’elemento sessuale, tanto in maniera maggior insorge la differenziazione. Se avessimo davanti a noi pura riproduzione asessuale, allora le generazioni successive apparirebbero simili alle precedenti. Non avrebbe luogo una differenza nel corso dei tempi. La differenza sorge per il fatto che ha luogo mescolanza. E attraverso che cosa fu resa possibile questa mescolanza?  Attraverso il fatto che l’elemento maschile si è dedicato al piano fisico. Caino fu colui che coltivò e trasformò il suolo. Questa differenza esteriore delle generazioni non sarebbe entrata nell’umanità, se una parte degli esseri umani non fosse discesa sino al piano fisico. Allora non fu più come in precedenza, allorché la riproduzione era discesa dai piani superiori. Venne ora intessuto un qualcosa nell’uomo per il fatto che egli trasse qualcosa dalla fisicità. Ora egli diviene una immagine di quel che egli ha acquisito sul piano fisico, e che l’essere umano porta sui piani superiori. L’elemento fisico è il segno di Caino. Il piano fisico, nella sua azione sull’essere umano, è impresso su di lui come segno di Caino.

Ora l’uomo è completamente congiunto alla Terra, cosicché vi è una opposizione tra Caino e Abele, un’opposizione tra il Figlio degli Dèi e il Figlio del piano fisico, ove i figli di Abele-Seth rappresentano i Figli degli Dèi, e i Figli di Caino, i figli del piano fisico.

Ora comprenderete come l’evento di Caino e Abele si collochi tra Adamo e Seth. Qui un nuovo principio è entrato nell’essere umano, il principio dell’ereditarietà, il peccato originale, della dissomiglianza rispetto alla generazione precedente.

Ma i figli degli Dèi sono rimasti. Non tutti gli Abeli sono stati eliminati dal mondo. Ed ora vediamo quel che è venuto sulla Terra, per il fatto che Caino alla domanda: «Dov’è tuo fratello Abele?», risponde: «Son io dunque il guardiano di mio fratello?» – Prima un essere umano non avrebbe mai detto ciò. Dice ciò unicamente un intelletto che, per così dire, reagisce acusticamente allo Spirituale. Ora il principio della lotta, il principio dell’opposizione, si mescola al principio dell’amore; ora è nato l’egoismo: «Son io dunque il guardiano di mio fratello?».  

Gli Abeli che sono rimasti, che erano i Figli degli Dèi, rimasero affini al Divino. Ma essi ora devono guardarsi dall’entrare nel terrestre. E con ciò iniziò il principio, che divenne principio dell’ascesi, per colui che si è consacrato al Divino. Diviene un peccato, s’egli si congiunge con coloro che si sono consacrati alla Terra. È un peccato, quando «i Figli degli Dèi trovano diletto nelle Figlie degli Uomini della stirpe di Caino».

Ne scaturì una stirpe, che generalmente nei libri pubblici dell’Antico Testamento non viene una volta menzionata, bensì solo accennata: una razza che per occhi fisici non è percepibile. Nella lingua occulta essa viene chiamata dei «Rakshasa» ed è simile agli «Asura» degli Indiani. Sono esseri diabolici, che erano realmente presenti ed agivano seducendo gli esseri umani, in maniera tale che lo stesso genere umano precipitasse. Questa «avventura» dei Figli degli Dèi con le Figlie degli Uomini dette luogo ad una razza che divenne particolarmente tentatrice per la quarta sottorazza degli Atlantidei, i Turani, e condusse alla rovina del genere umano. Qualcosa [sc. del genere umano] venne salvato nel nuovo mondo. Il Diluvio è l’inondazione che ha annientato Atlantide. Gli esseri umani, che erano stati sedotti dai Rakshasa, erano a poco a poco scomparsi.

Ora devo dire qualcosa che vi apparirà molto singolare, ma che è infinitamente importante sapere, quel che è di una importanza tutta particolare e fu per il mondo esterno un segreto occulto per molti secoli, e per l’intelletto della maggior parte apparirà incredibile, ma che tuttavia è vero. Io posso darvi l’assicurazione, che ogni occultista se ne è spesso convinto, investigando in quella che chiamiamo Cronaca dell’Akasha, che la cosa stia così. Ma la cosa sta così.

Questi Rakshasa sono presenti, sono stati realmente presenti – agenti, attivi – come seduttori dell’uomo. Essi hanno agito sulle passioni umane sino al momento in cui in Gesù di Nazareth si incarnò il Christo e in una corporeità il principio buddhico stesso è stato presente sulla Terra. Ora potete crederci o no: ciò ha una importanza cosmica, ha una importanza che sorpassa il piano terreno. La Bibbia lo dichiara non senza ragione: il Christo è disceso agli Inferi. – Non essendoci più lì esseri umani, Egli ebbe a che fare con esseri spirituali. Le entità dei Rakshasa caddero attraverso ciò in uno stato di paralisi e di letargia. Essi furono tenuti per così dire imbrigliati cosicché divennero immobili. Essi poterono divenire così, perché una azione venne esercitata contro di loro da due lati. Ciò non sarebbe stato possibile se in Gesù di Nazareth non fossero state congiunte due nature: da un lato quella dell’antico Chela che era interamente congiunto con il piano fisico, che poteva pure agire sul piano fisico e attraverso le sue forze poteva tenerlo in equilibrio, e dall’altro il Christo stesso, un puro essere spirituale. Questo è il problema cosmico, che il Cristianesimo pone a fondamento. Qualcosa avvenne allora sul piano occulto; fu il bando dei nemici dell’umanità, riecheggiante nella saga dell’Anticristo, che venne incatenato, ma che di nuovo apparirà, se il principio cristico non gli andrà di nuovo incontro nella sua originarietà.

L’occultismo del Medioevo, tutto intero, tese al fatto di non permettere all’azione dei Rakshasa di risorgere. Coloro i quali possono vedere sui piani superiori, hanno già da lungo tempo previsto, che il momento, nel quale ciò può accadere, può presentarsi alla fine del XIX secolo, alla svolta tra il XIX e il XX secolo. Nostradamus, che operava in una torre a cielo aperto, che portò pure aiuto durante la  peste, era in grado di predire il futuro. Egli scrisse una quantità di versi profetici ove potete leggere la guerra del 1870 e qualcosa su Maria Antonietta come profezie già adempiute. In queste Centurie di Nostradamus vi è pure quanto segue (Centuria 10, 15): Quando il XIX secolo sarà alla fine, apparirà dall’Asia uno dei Fratelli di Ermete e nuovamente riunirà l’umanità. – La Società Teosofica non è altro che il compimento di questa profezia di Nostradamus, l’opposizione contro i Rakshasa e il riedificare i Misteri originari è l’aspirazione della Società Teosofica.

Voi sapete che il Christo Gesù dopo la morte è rimasto ancora dieci anni sulla Terra. La «Pistis Sophia» contiene gli insegnamenti teosofici più profondi, essa è molto più profonda del «Buddhismo Esoterico» di Sinnet. Gesù si è reincarnato sempre di nuovo. Gli spetta il compito di vivificare nuovamente il principio dei Misteri. Dietro a ciò non vi è un fatto storico culturale o fisico, bensì il fatto che io vi ho esposto come fatto ben conosciuto dagli occultisti: la lotta contro i Rakshasa. Vedete, qui vi è celato un grande, importante, segreto occulto.

Ora voi potete domandarmi: perché ciò viene detto in forma allegorica e non in linguaggio aperto? – Qui devo rendervi attenti al fatto che coloro che erano grandi Istruttori dell’umanità, come Mosè, i grandi Rishi indiani, Ermete, il Christo, si sono posti dal punto di vista del principio della reincarnazione. E questa maniera allegorica di comunicazione ha un suo buon significato. Quando per esempio i sacerdoti druidici raccontavano del «Nebelheim», del «gigante Ymir», e così via, naturalmente non era affatto poesia popolare. I sacerdoti druidici piuttosto sapevano: lo spirito umano, al quale oggi io imprimo le favole, sarà preparato, quando nuovamente si reincarnerà, a comprendere la verità in una forma più perfetta. Tutte queste fiabe sono fatte  col presupposto che lo Spirito si incarni di nuovo, proprio allo scopo di poter poi afferrare in seguito tanto più facilmente la verità. Alla base di queste fiabe non vi è la credenza, bensì la conoscenza, l’esperienza della reincarnazione. Addirittura il rinnegamento della reincarnazione – a partire dal terzo secolo del Cristianesimo – è avvenuto col presupposto della reincarnazione, perché si voleva così far discendere gli esseri umani nel Kama-Manas, all’incirca sino a che tutto lo Spirituale fosse passato attraverso l’incarnazione. Perciò il Cristianesimo per millecinquecento anni non ha avuto alcun sapere circa la reincarnazione. Se volessimo ulteriormente privarci della dottrina della reincarnazione, priveremmo gli esseri umani una seconda volta di questa conoscenza. Ma ciò sarebbe un grande peccato, una colpa nei confronti dell’umanità. Ma il privarsene una volta era ben necessario, perché doveva pure esser resa preziosa l’unica vita tra nascita e morte».   

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. PRIMA PARTE: INTRODUZIONE.

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«Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

(Dante, Inf. I, v. 88-90)

Certo che il tema da me scelto è tale che davvero, dantescamente, «fa tremar le vene e i polsi». È indubbio il fatto che, già da tempo, sia iniziata una lotta decisiva nella quale si decidono le sorti dell’uomo. Rudolf Steiner, il Maestro dei Nuovi Tempi, in un ciclo, molto amato da Massimo Scaligero, tradotto in italiano da Fanny Podreider, che amo citare dalla versione dattiloscritta, Il karma della Comunità Solare, tenuto in Olanda ad Arnheim dal 18 al 20 luglio 1924, nella seconda conferenza, quella del 19 luglio, affermò, con severe parole ammonitrici che:

«Tutto quanto la tradizione ci ha dato su Michele deve essere visto di nuovo: ecco Michele che si erge tenendo sotto i suoi piedi il drago. È giusto rivolgere lo sguardo a tale immagine …. a questa immaginazione che ci pone d’innanzi Michele come l’arcangelo combattente, che rappresenta, diventa lo Spirito Cosmico di fronte alle forze arimaniche che tiene soggiogate sotto i suoi piedi.

Ma più che ogni altra lotta, questa lotta è posta nel cuore umano.

Là dentro si svolge tale lotta e vi è ancorata profondamente, a partire dall’ultimo terzo del sec. 19°. Di fronte a tale compito che Michele deve realizzare nel mondo, avrà valore decisivo quello che i cuori umani compiranno nel sec. 20° .

E nel corso di questo 20° sec., quando sarà trascorso il primo secolo dopo la fine del Kali Juga, l’umanità o si troverà alla fine, alla vera e propria tomba di ogni civiltà, oppure sarà al principio di quell’epoca in cui nelle anime degli uomini che avranno saputo nei loro cuori unire l’intelligenza alla spiritualità, sarà stata la battaglia di Michele ed essa sarà stata vinta dall’impulso di Michele».

Nella fattispecie, la bestia in questione, come per Dante la lupa, per noi – uomini dell’epoca dell’anima cosciente, ossia dell’epoca che direttamente ci riguarda – è quel drago che Michele incalza, e che ognuno di noi deve vincere dentro di sé. Ma è cosa tutt’altro che semplice, e l’impresa si presenta, al nostro tempo, estremamente ardua. Come per Dante fu necessario trovare un ‘famoso saggio’, Virgilio, che – come rivela Rudolf Steiner – realmente lo guidò nel suo peregrinar attraverso i tre regni, così anche l’uomo attuale può e deve trovare il suo Virgilio, che gli disveli il ‘cammino alto e silvestro’ che dalla ‘selva selvaggia’, dalla sua oscura, pericolosa, e disperata condizione, lo conduca passo passo sull’erto sentiero, che porta infine a contemplar ‘l’Amor che muove il Sole e l’altre stelle’. Per noi, un cotal provvido ‘Virgilio’ è stato – ed è – proprio Rudolf Steiner, ed in Italia abbiamo avuto dal Cielo altresì l’impagabile dono di aver avuto prima un Giovanni Colazza, e poi un Massimo Scaligero, il quale del Maestro dei Nuovi Tempi ci ha mostrata tutta la sovrumana grandezza, e ci hanno donato altresì la chiave aurea prima per entrare nel suo insegnamento, e poi per esservi fedeli: la ‘Via del Pensiero Vivente’

Ora vi è un evento, del quale Rudolf Steiner ci parla in molti punti della sua immensa e generosa Opera, evento che può costituire un saldo inizio per le considerazioni che cercherò di svolgere. E se, nello svolgere le considerazioni di questo difficile studio, farò costante riferimento alla parola di Rudolf Steiner, ciò sarà per voler esser fedele a quella indicazione che, esattamente trentacinque anni fa, mi dette Hella Wiesberger, mia sapiente mentore e coraggiosa compagna d’armi spirituale, come divisa e principio al quale attenermi costantemente, di ‘ritrarmi’, di ‘fare un passo indietro’, di ‘farmi da parte’, di ‘mich zurückziehen’, per far parlare il più possibile l’Opera stessa di Rudolf Steiner. Per cui, seguendo il principio al quale Giovanni Colazza si attenne rigorosamente,  e tenendo conto del suo alto esempio, a maggior ragione anch’io in questo studio non ci metterò nulla di mio, ossia nulla che Rudolf Steiner stesso non abbia detto. Nelle due conferenze Hinter den Kulissen der äußeren Geschehens, Dietro le quinte degli eventi esteriori, trad. di Silvia Schwarz, tratte dalla GA-178, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, e precisamente nella seconda di tali conferenze, quella tenuta a Zurigo il 13 novembre 1917, così leggiamo alle pp. 36-39:

«In questi anni io mi sono obbligato a ricordare sempre di nuovo ai nostri amici, nelle più diverse città, un evento verificatosi  nell’ultimo terzo del secolo XIX: un evento della massima importanza, del quale tutte le scuole occulte sono al corrente, anche se non sempre sono in grado di parlarne in modo giusto. Vorrei dirne qualcosa anche oggi. Si tratta di questo: a partire dall’anno 1841 ha avuto luogo nelle regioni spirituali una lotta fra certe entità delle alte gerarchie e altre entità, superiori alle prime. Quelle entità (che si sono ribellate fra il 1841 e il 1879) erano state in passato poste al servizio della saggia direzione dell’universo. Anche gli esseri che in certi tempi si ribellano e diventano entità del male, spiriti delle tenebre, in altri tempi sono invece entità benefiche. Sto dunque parlando adesso di entità che fino al 1841 erano state utilizzate da spiriti più elevati di loro, al servizio della saggia direzione cosmica; da quel momento però la loro volontà si contrappose a quella delle entità loro preposte. Queste ultime condussero nel mondo spirituale una lotta importante, una di quelle lotte che si attuano abbastanza di frequente, ma a livelli diversi, per così dire: una lotta che nella leggenda viene raffigurata simbolicamente come la lotta di Michele col drago. Questa lotta terminò nell’autunno del 1879 con la cacciata di certi spiriti delle tenebre dalle regioni spirituali giù in quelle terrestri; da quel momento quegli spiriti delle tenebre agiscono in mezzo agli uomini, penetrando nei loro impulsi di volontà, nei loro orientamenti, nel loro modo di comprendere le cose, e in ogni loro comportamento. Dall’autunno del 1879 certi spiriti delle tenebre sono dunque presenti fra gli uomini; e se gli uomini vogliono comprendere quel che accade sulla Terra, devono imparare a prestare attenzione a quegli spiriti. È perfettamente corretto esprimersi così: il fatto che quelle entità siano state precipitate giù nel 1879, ha liberato il Cielo, ma ne ha riempito la Terra. Da quel tempo la loro sede non è più reperibile in Cielo, ma in Terra.

Per caratterizzare il proposito di quella ribellione avvenuta fra il 1841 e il 1879, debbo dire che quelle entità volevano impedire che potesse discendere nelle anime umane la saggezza spirituale che necessariamente vuole manifestarsi agli uomini a partire dal secolo XX: essi volevano trattenerla nei mondi spirituali, e non lasciarla penetrare nelle anime umane. Che agli uomini si schiudesse, a partire da questo secolo, la comprensione per le conoscenze spirituali, poté essere conseguito solo mediante l’allontanamento spirituale degli spiriti ostacolatori, degli spiriti delle tenebre: solo così possono discendere le conoscenze spirituali destinate agli uomini. Quaggiù però, dove ora gli spiriti delle tenebre si aggirano, essi di nuovo s’incaricano di provocar confusione fra gli uomini; da qui ora vogliono impedire che si stabilisca il giusto rapporto con le verità spirituali, vogliono per così dire privare gli uomini dell’azione salutare delle verità spirituali.

A ciò si può contrapporre solamente la conoscenza esatta, la comprensione corretta di queste cose. Certe confraternite occulte si propongono invece precisamente il contrario: esse vogliono trattenere la sapienza solo nella loro cerchia più ristretta, per poterla poi sfruttare ai loro fini di potenza e noi ci ritroviamo attualmente in mezzo a questa lotta. Da un lato esiste la necessità di guidare correttamente l’umanità, affinché accolga la sapienza spirituale; dall’altro lato, stanno certe confraternite occulte di cattiva lega, che si oppongono proprio alla penetrazione fra gli uomini di quelle verità. Affinché gli uomini rimangano ignoranti nei riguardi del mondo spirituale, mentre i membri di quelle ristrettissime comunità possano da lì condurre le loro macchinazioni.

Negli eventi che accadono ai nostri giorni, di tali macchinazioni ne esistono parecchie; e l’umanità dovrà scontare a caro prezzo il rifiuto di veder chiaro a tale proposito. Vedrete subito chiaramente che cosa si nasconda in tali problemi, quando avrò richiamato la vostra attenzione su certe verità che oggi sono proprio mature per essere rivelate: verità pronte a cadere giù nel regno degli uomini come prugne mature, se non ne fosse impedita la diffusione, e contro le quali peraltro la gente prova preconcetti e avversione, perché in fondo le teme».

Quelle di Rudolf Steiner sono chiare parole ammonitrici, che senza rassicuranti, o consolanti, attenuazioni, dipingono una situazione umana tragica, additano un pericolo estremo, parole che esortano ad un energico risveglio da quel sonno narcotico, nel quale gran parte dell’umanità da troppo tempo si trova immersa, sonno leteo e letale nel quale, purtroppo, anche la maggior parte degli spiritualisti, degli antroposofi, e di coloro che nella Comunità Solare dovrebbero essere asceti operanti – e lo dico con dolore – pigramente, e irresponsabilmente, si cullano. E stupisce quanta poca rilevanza si dia, tutt’oggi, a quelle parole di Rudolf Steiner, scritte nelle sue Massime Antroposofiche, trad. di Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1969 ed edizioni successive, pp. 222-225, nella Lettera intitolata Dalla natura alla subnatura, pubblicata postuma su Das Goetheanum, il 12 aprile 1925, e quindi forse l’ultima cosa da lui scritta. In particolare, colpisce un paragrafo, a p. 224, che invito il benevolo lettore a ben meditare, assieme alla intera Lettera, nel quale possiamo leggere:

«Ma nel corso fin qui svoltosi dell’epoca tecnica, sfugge per ora all’uomo la possibilità di trovare il giusto rapporto anche di fronte alla civiltà arimanica. Egli deve imparare a trovare la energia, la forza conoscitiva interiore, per non essere sopraffatto da Arimane nella civiltà tecnica. La subnatura deve venir capìta come tale. Potrà venir capìta solo se l’uomo, nella conoscenza spirituale, salirà alla natura superiore extraterrena perlomeno altrettanto, quanto con la tecnica è disceso nella subnatura. La nostra epoca abbisogna di una conoscenza che vada al di sopra della natura, perché interiormente deve venire a capo di un contenuto di vita, pericoloso nella sua azione, che si è sommerso al di sotto della natura. Beninteso, questo non vuol dire che si debba ritornare a stati di civiltà precedenti, ma che l’uomo trovi la via per mettere le nuove condizioni della civiltà in un rapporto giusto con se stesso e col cosmo».

E Rudolf Steiner parlava, allora, della civiltà meccanica e tecnologica europeo-americana del suo tempo, mentre oggi siamo di fronte ad una civiltà che, in maniera ossessiva, divenuta in più anche elettronica e telematica, si è diffusa a livello planetario, ed è riuscita a travolgere persino le antichissime, nobili, venerande, civiltà dell’Asia. La caduta nel subumano – come si espresse più volte in proposito Massimo Scaligero – «è andata oltre le più rosee speranze di Arimane», per cui «siamo in ritardo sui tempi». Questo è il motivo pel quale il decisivo impegno degli asceti operanti nella lotta spirituale contro il drago che Michele incalza, non è più rimandabile: si tratta non solo di riconquistare il terreno perduto, ma soprattutto di vincere la guerra occulta contro l’Oscuro Signore. Molti anni fa A. – un’amica che, come altre, il Cielo mi aveva inviata per aiutarmi coi suoi ‘doni’ nelle difficili situazioni, alle quali le mie temerarie scelte mi avevano esposto – mi disse che io spiritualmente «dovevo essere sempre audacemente all’attacco, essere coraggiosamente un ardito sempre all’offensiva», e da allora io me lo tengo per detto.  

La ragion d’essere del presente studio è tutta in ciò che Rudolf Steiner enuncia nel VI capitolo della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato Presente e futuro dell’evoluzione del mondo e dell’umanità, che ancora una volta amo citare nell’edizione apparsa a Bari e a Roma nel 1932, pubblicata dalla benemerita Casa Giuseppe Laterza e Figli, e molto cara a Messimo Scaligero assieme a quella del 1947, pubblicata sempre da Laterza,  nella quale, alle pp. 273-274, troviamo scritto:

«La «sapienza occulta» scorre, sebbene ancora inosservata, nelle rappresentazioni degli uomini di questo periodo. Come è naturale, fino ad oggi, le forze intellettuali si sono mantenute contrarie a queste conoscenze; ma ciò che deve accadere, accadrà, malgrado tutte le momentanee opposizioni. La «sapienza occulta», che esercita in tal modo la sua azione sull’umanità, e sempre maggiormente l’eserciterà, si può chiamare simbolicamente la conoscenza del «Graal». Chi impara a penetrare la profonda essenza di questo simbolo, quale viene raccontato nella storia e nella leggenda, si accorge che esso rappresenta in modo significativo la natura di ciò che abbiamo chiamato la conoscenza della nuova iniziazione, con il Mistero del Cristo al centro. Gli iniziati moderni possono perciò essere chiamati «Iniziati del Graal». Quella via verso i mondi supersensibili, di cui abbiamo descritto in questo libro i primi gradini, conduce alla «Sapienza del Graal». Tale conoscenza ha la peculiarità, che i fatti a cui allude possono essere investigati soltanto dopo l’acquisto dei mezzi necessari, quali sono indicati in questo libro. Quando però i fatti sono stati investigati, essi possono essere compresi appunto per mezzo delle forze animiche sviluppatesi nel quinto periodo [ndr: postatlantico]; e veramente diventerà sempre più evidente che tali forze troveranno ognor maggiore soddisfazione in quelle conoscenze. Nei tempi in cui ora viviamo quelle conoscenze devono essere accolte nella coscienza generale più largamente di quanto non lo fossero nel passato, ed è da tale punto di vista appunto che sono stati comunicati gl’insegnamenti contenuti in questo libro. A misura che l’evoluzione dell’umanità assimilerà le conoscenze del Graal, l’impulso dato dall’avvento del Cristo acquisterà maggior forza e significato; la parte esteriore dell’evoluzione cristiana andrà sempre più assomigliando a quella «interiore». Tutto ciò che può essere conosciuto intorno ai mondi superiori nei riguardi del Mistero del Cristo a mezzo dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione penetrerà sempre meglio nella vita intellettiva, sentimentale e volitiva dell’uomo. La «sapienza occulta del Graal» diverrà manifesta, e come forza interiore compenetrerà sempre più le manifestazioni della vita umana».

La scelta del tema è dettata dalla presente drammatica situazione dell’uomo, della civiltà umana, delle comunità spirituali, e in particolare di quella della Comunità Solare. Massimo Scaligero più volte affermò con la parola e con lo scritto che il Graal rappresenta la più alta speranza per l’uomo, e che la stessa soluzione della questione sociale – che oggi si impone sempre più tragicamente – dipende dall’attuarsi, almeno da parte di una élite di asceti operanti, dell’impresa allusa nella saga e nel mito del Graal. L’affrontare un così alto tema esige che si operi, tra le altre istanze in questione, ad una conquista conoscitiva del retroscena cosmogonico e cosmologico – dunque ad uno ‘studio’, condotto ‘more rosicruciano’, ossia secondo interiore ‘rito meditativo’ – della storia cosmica e terrestre dell’uomo. A tal fine, come annunciato nel precedente mio studio, tradurrò. e trascriverò via via, nelle telematiche pagine di questo temerario blog, alcune ‘conferenze’, o meglio alcune ‘lezioni esoteriche’, invero molto particolari, di Rudolf Steiner, da me tradotte in vista di una futura pubblicazione dell’intero volume, del quale fanno parte, all’interno della di lui Opera Omnia. Sono contenuti molto delicati, risalenti a ‘comunicazioni’ di Rudolf Steiner di oltre un secolo fa, che oggi – per espressa volontà di Marie Steiner – attraverso la nobile fatica, e l’amorevole diligenza, di Hella Wieberger, è giusto e necessario che siano messe a disposizione del cercatore indipendente. Tali contenuti richiedono grande spregiudicatezza, grande indipendenza da pregressi condizionamenti che, sotto forma filosofica, scientifica, teologica, confessionale, e persino ‘esoterica’, possono essere presenti, e stratificati, nell’anima di molti che si volgono alla spiritualità dei ‘nuovi tempi’.  

I contenuti che verranno via via presentati su Ecoantroposophia fanno parte di quella serie di volumi dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, curati da Hella Wiesberger, che sono raccolti sotto la denominazione ‘Aus den Inhalten der Esoterischen Schule’, ossia ‘Dai contenuti della Scuola Esoterica’. Al fine di chiarire alcuni malintesi, e sfatare alcune ‘leggende’ – a volte ‘costruite’ arte a scopo di ‘disinformàcija’, secondo cui “una bugia ripetuta mille volte diventa verità”  –  che, purtroppo, tuttora circolano, fuori e dentro gli ambienti antroposofici, è bene dire alcune parole circa la connessione che Rudolf Steiner ebbe con la Società Teosofica, sulla nascita della Scuola Esoterica che a lui faceva capo, e sulla nascita della seconda Sezione o Classe della medesima ‘Scuola’, da lui definita ‘erkenntniskultisch’, ossia ‘cultico-conoscitiva’, da lui denominata ‘Mystica Aeterna’.

Sovente, Rudolf Steiner è stato presentato come un ‘dissidente della teosofia’. Come osservò acutamente, qualche anno fa, un sagace antroposofo francese, Christian Lazaridès, che ha la scomoda, per me oltremodo apprezzabile, abitudine di parlare alquanto esplicitamente, Rudolf Steiner non aveva davvero proprio nulla da guadagnare dal suo collegarsi al movimento teosofico, anzi a causa di quel collegamento egli si giuocò molte amicizie, e gli si chiusero molte porte, sino a quel momento apertissime, negli ambienti culturali dell’epoca. Sino agl’inizi del Novecento, egli si era dedicato, esteriormente parlando, alla filosofia, all’edizione delle opere scientifiche di Goethe, alla critica letteraria e teatrale, al giornalismo. La culminazione di quell’attività la possiamo vedere senz’altro nella pubblicazione della sua Filosofia della Libertà, avvenuta nel 1893. Ma già sin dal 1879 circa, ossia dal suo incontro con il raccoglitore di erbe medicinali Felix Koguzki, l’‘inviato del Maestro’, e con lo stesso, per noi assolutamente incognito, suo Maestro, egli era un discepolo della occulta ‘Via rosicruciana’, e lavorava alacremente alla investigazione dei mondi sovrasensibili, divenendo rapidamente egli stesso un ‘Maestro’ in tale campo. In tale primo periodo, Rudolf Steiner non nutrì certo molta simpatia nei confronti del milieu teosofico, ch’egli ben conobbe a Vienna, e col quale ebbe altresì un rapporto passabilmente polemico, come risulta da un suo appunto molto critico apparso in Das Magazin für Litteratur, 66. Jg. (1897), Nr. 35, p. 1066.

Se poi, in séguito, egli si collegò col movimento teosofico, ciò avvenne per un principio occulto che Hella Wieberger definisce di ‘continuità’ con quanto spiritualmente preesiste. Ma non fu affatto facile per Rudolf Steiner convincersi della ‘praticabilità’ di una tale via. Tant’è che, di fronte a varie, inevitabili, manifestazioni di inadeguatezza all’interno del movimento teosofico, egli così scriveva  alla sua più stretta collaboratrice, e compagna spirituale, Marie von Sivers – la futura Marie Steiner – in una lettera del 9 gennaio 1905, pubblicata nell’Epistolario da me più volte citato su questo blog, Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1967, p. 48, e nella bella edizione accresciuta del 2002, p. 86:

«Posso soltanto dirti che se il Maestro non avesse saputo convincermi che, a dispetto di tutto, la Teosofia è necessaria alla nostra epoca, io non avrei, persino dopo il 1901, scritto altro che libri di filosofia e non avrei parlato altro che di letteratura e di filosofia».

Ciò mostra quanto grande fosse la sua libertà interiore persino di fronte al Mondo Spirituale, e nei confronti del suo stesso Istruttore, l’incognito Maestro viennese, che lo guidò nei suoi primi passi sulla Via dell’Iniziazione rosicruciana. Mai egli verrà meno alla fedeltà a quell’individualismo etico, che sta alla base della sua Filosofia della Libertà.  

Ed ecco, per documentazione del candido lettore, il testo tedesco di questo passo significativo della suddetta lettera:

«Ich kann Dir nur sagen, wenn der Meister mich nicht zu überzeugen gewusst hätte, dass trotz alledem die Theosophie unserem Zeitalter notwendig ist: ich hätte auch nach 1901 nur philosophische Bücher geschrieben und literarisch und philosophisch gesprochen».

E in una nota esplicativa di Hella Wiesberger, aggiunta a p. 87 dell’edizione del 2002, leggiamo:

«Ciò deve essere stato tra il colloquio con Marie von Sivers nell’autunno del 1901 (vedi a p. 36) e l’avvenuta sua adesione nel gennaio 1902 alla Società Teosofica; giacché egli scrisse nell’agosto del 1902 un abbozzo di lettera circolare ai gruppi tedeschi: «Io non aderii prima, di aver saputo che le forze spirituali, che io devo servire, sono presenti nella Società Teosofica».

«Dies muss in der Zeit zwischen dem Gespräch mit Marie v. Sivers im Herbst 1901 (s. S. 36) und seinem im Januar 1902 erfolgten Beitritt zur T.G. gewesen sein; denn er schrieb im August 1902 im Entwurf eines Rundschreibens an die deutschen Zweige: «ich trat nicht früher bei, als da ich wusste, dass die geistigen Kräfte, denen ich dienen muss, in der T.S. vorhanden sind».

È di particolare interesse, per il tema del presente studio, il fatto che l’adesione di Rudolf Steiner alla Società Teosofica, e il conseguente suo potersi manifestare come Istruttore occulto, sia strettamente collegato al suo incontro con l’allora Marie von Sivers, la quale con la fatidica ‘domanda’ che questa – facendosi in quel momento ‘rappresentante dell’umanità’ – pose a colui che, solo, poteva assumersi la responsabilità di donare al mondo una ‘Scienza dello Spirito’, l’Antroposofia. Infatti così, rievocando le conferenze da lui tenute su La mistica all’alba dei nuovi tempi, e il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’antichità, in séguito da lui rielaborate in forma di libro, così scrive Hella Wiesberger a p. 36 della seconda edizione del su citato Epistolario:

«Dopo la pausa estiva, Rudolf Steiner iniziò, il 19 ottobre 1901, un secondo ciclo, il cui contenuto pure egli rielaborò negli anni seguenti in un libro, Il Cristianesimo quale fatto mistico. Anche Marie von Sivers fu nuovamente presente a Berlino, dopo ch’ella aveva passata l’estate in Livonia. Il 17 novembre ebbe luogo tra loro, in occasione di una riunione societaria per la festa dell’anniversario della fondazione della Società Teosofica un fruttuoso colloquio. Rudolf Steiner non era affatto un membro del Società Teosofica, le sue conferenze nella biblioteca erano solo una piccola parte delle sue attività ad ampio raggio e non avevano nulla in comune con i precedenti insegnamenti della Teosofia, come si può facilmente vedere dai due libri. Ora, durante questo colloquio, che Rudolf Steiner menzionò più volte nelle sue successive conferenze, ella gli chiese perché non aderisse alla Società. Egli rispose ch’egli doveva fare una grande differenza tra misticismo orientale e occidentale. Ciò ch’egli doveva rappresentare avrebbe dato luogo ad un giudizio erroneo, se fosse diventato membro di una Società che, con il suo ambiguo linguaggio condizionante, aveva frainteso il misticismo orientale. Ci sono impulsi occulti più importanti per il nostro presente. Alla sua ulteriore domanda, se non fosse quindi necessario chiamare in vita un movimento spirituale in Europa, egli rispose: Certamente, è proprio necessario; ma esso potrebbe venir trovato solo per un movimento che si collegasse all’occultismo occidentale e lo sviluppasse ulteriormente. Johanna Mücke riferisce ch’egli le raccontò ciò molto più tardi e che aggiunse: «La domanda mi è era stata posta e, in base alle leggi spirituali, fui in grado di iniziare a rispondere a una tale domanda».

Il motivo pel quale do così grande importanza ad un tale evento nel contesto del presente studio, è che fu proprio l’incontro ‘graalico’ tra Marie von Sivers e Rudolf Steiner a permettere a quest’ultimo di compiere la sua missione di Istruttore e Maestro spirituale. L’importanza di un tale incontro sta nel fatto che tale incontro permise tra loro una strettissima collaborazione lungo ventitré anni, sino alla dipartita di Rudolf Steiner, e, dopo la sua scomparsa, altri ventitré anni nei quali Marie Steiner-von Sivers operò coraggiosamente, e sacrificalmente, a salvare l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, secondata in tale agire sacrificale solo dalla abnegazione di pochissimi fedeli amici, da lei riuniti nel Nachlassverein, ossia nell’Unione del Lascito, e che assieme a lei lottarono contro l’alterazione del suo Insegnamento, il saccheggio della di lui Opera, e l’emarginazione della sua figura spirituale. Anche allora, nella Società Antroposofica, si ebbe una sorta di ‘trasbordo ideologico inavvertito’, che del resto continua tuttora, persino in forme calunniose nei confronti di Rudolf Steiner e di Marie Steiner. E suscita stupore, e dolore, il vedere la figura di Marie Steiner trattata in maniera indegna da parte di taluni che, pel fatto di aver conosciuto personalmente Massimo Scaligero, o almeno la sua Opera, davvero mai avrebbero dovuto permettersi simili linguaggi indecenti. 

Da questo sopra esposto, risulta chiaramente quanto Rudolf Steiner fosse un uomo libero. Egli non obbediva affatto a ‘ordini ricevuti’, né tampoco era un ‘mandatario’, semplice ‘esecutore’ di quanto deciso da una più alta istanza gerarchica. L’espressione ‘seppe convincermi’ manifesta, come detto più sopra, la sua totale indipendenza interiore persino nei confronti del suo, per noi incognito, Maestro. Egli veramente attingeva i motivi delle sue azioni unicamente al proprio mondo delle idee, concretamente sperimentato, in maniera vivente, nel suo momento genetico originario. Uno come Rudolf Steiner, il quale solo sette anni prima aveva pubblicato la sua Filosofia della Libertà, sapeva bene quel che doveva fare, e quel che era necessario fare. 

Stando a quel che Rudolf Steiner comunicò, per esempio, nelle conferenze del 1911, a Neuchatel, su Christian Rosenkreutz, ma anche altrove, la Società Teosofica, malgrado il suo aspetto abbastanza confuso, ed una sua evoluzione successiva velocemente molto problematica,  originariamente, ai suoi inizi nel 1875, sorse per un impulso rosicruciano, e persino – Rudolf Steiner a tale proposito fu esplicito – per una diretta ispirazione di Christian Rosenkreutz. Dunque, essa originariamente aveva avuto una ‘scintilla’ di non poco valore. Poco più di una semplice ‘scintilla’, vista la caotica personalità fortemente medianica di H.P. Blavatsky, nella quale si mescolavano in una sorta di confuso caleidoscopio le influenze più diverse, alcune delle quali radicalmente anticristiche. Ma vi era in lei, nella sua anima di lottatrice spirituale, anche un sincero anelito alla verità. Si trattava, verso l’anno 1900, perciò di non abbandonare completamente un tale originariamente valido impulso alle forze che l’avrebbero completamente sfigurato, deformato, o addirittura invertito.

L’azione di Rudolf Steiner in tale àmbito fu dunque un’azione di ‘rettificazione’, un tentativo di ‘restituzione’ alla Società Teosofica dell’originario impulso rosicruciano, che poco più di venticinque anni prima l’aveva ispirata e fatta sorgere. In un certo senso, era il movimento teosofico – e non Rudolf Steiner – che era diventato ‘dissidente’, dal suo originario impulso ispiratore, sino a rendere irriconoscibile la sua primitiva ispirazione. Infatti, così si espresse a tale proposito Rudolf Steiner nella conferenza del 15 giugno 1923, in Die Geschichte und die Bedingungen der anthroposophischen Bewegung im Verhältnis zur Anthroposophischen Gesellschaft. Eine Anregung zur Selbstbesinnung. Acht Vorträge, gehalten in Dornach vom 10. bis 17. Juni 1923, GA-258, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1981, pp.110-111, La storia e le condizioni del movimento antroposofico in relazione alla Società Antroposofica. Uno stimolo per l’autoriflessione. Otto conferenze tenute a Dornach dal 10 al 17 giugno 1923 :

«Tuttavia, questa Scienza Occulta apparve all’incirca solo un anno e mezzo dopo, ma il suo contenuto essenziale, la rivelazione del contenuto essenziale di essa cade assolutamente nel primo periodo dello sforzo antroposofico. Nel corso di quel periodo, sino al 1905 o al 1906, una ben precisa speranza era assolutamente giustificata. Era la speranza che progressivamente il contenuto antroposofico avrebbe potuto divenire semplicemente il contenuto della Società Teosofica».    

«Diese «Geheimwissenschaft» erschien allerdings etwa eineinhalb Jahre später erst gedruckt, aber der wesentliche Inhalt, die Bekanntmachung des wesentlichen Inhaltes fällt durchaus in die erste Periode anthroposophischen Strebens. In dieser Periode war durchaus bis zum Jahre 1905 oder 1906 eine ganz bestimmte Hoffnung berechtigt. Es war die Hoffnung, daß allmählich der anthroposophische Inhalt der Lebensinhalt der Theosophischen Gesellschaft überhaupt werden könnte».

Del resto, nell’epoca dell’ormai dilagante materialismo, anche se vi erano personalità che «avrebbero dovuto», in Austria e in Germania, per la loro passata statura spirituale, come l’insigne goetheanista Karl Julius Schöer, o il filosofo e psicologo Franz Brentano, molto apprezzato da Rudolf Steiner, collegarsi, o addirittura porsi al cuore, al centro, del movimento di rinascita o di rinnovamento spirituale – come osserva acutamente Christian Lazaridès – non poterono incarnare sufficientemente le loro forze spirituali, al punto tale che Rudolf Steiner dovette ‘accollarsi’ il loro karma, compensare la loro ‘assenza’, e portare a compimento, a pieno sviluppo spirituale quel che in essi era appena germinante. O addirittura si spezzarono, in una sorta di martirio spirituale, come Friedrich Nietzsche. I tentativi di fecondare con impulsi spirituali la cultura e la scienza dell’epoca da parte di Rudolf Steiner, tentativi portati avanti per un ventennio, non incontrarono veruna accoglienza, né alcuna seria comprensione. E a quell’epoca, in Germania, gli unici che aspiravano, pur con tutti i loro notevoli limiti, ad una conoscenza spirituale erano i teosofi. Per cui fu un ‘passo obbligato’ per Rudolf Steiner rivolgere a loro la parola rivelatrice della novella Conoscenza spirituale, e aprire ai coraggiosi, e ai volenterosi, la ‘Via dell’Iniziazione’. In quel cruciale momento del destino, l’unica – veramente l’unica – personalità, che comprese la grandezza spirituale di Rudolf Steiner, e di conseguenza gli pose la fatidica ‘domanda’, che permise a lui, in base alle rigorose leggi occulte, di ‘parlare’, fu l’allora Marie von Sivers, la futura Marie Steiner. Già solo per questo motivo, il sincero, e leale, cercatore spirituale le deve infinita gratitudine e venerazione.

Il 20 ottobre 1902, dopo due anni di conferenze al gruppo teosofico di Berlino, nei quali svolse i temi poi apparsi rielaborati in libri come Die Mystik im Aufgange des neuzeitlichen Geisteslebens und ihr Verhältnis zur modernen Weltanschauung, La Mistica all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi e il suo rapporto con la moderna concezione del mondo, GA-7, e Das Christentum als mystische Tatsache und die Mysterien des Altertums, Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, GA-8, allorché il numero dei membri aveva oramai superato il centinaio, Rudolf Steiner aderì alla Società Teosofica e fu sùbito eletto Segretario generale per i paesi germanofoni, ossia Germania, Austria, e Svizzera tedesca. È significativo del suo reale intento, e del suo assolutamente autonomo orientamento, come, la sera stessa del 20 ottobre 1902, davanti ad tutt’altra cerchia, egli tenesse una conferenza all’interno di un ciclo, intitolato Da Zarathustra a Nietzsche. Storia dell’evoluzione sulla base delle concezioni del mondo dalle più antiche epoche orientali sino al presente, ovvero una Antroposofia. Ed è un peccato che di una così importante conferenza non sia rimasta nessuna stesura stenografica. Rudolf Steiner stesso ricorderà più volte questo particolare in varie sue conferenze rievocative della storia del movimento antroposofico, e persino nel XXX capitolo della sua autobiografia, La Mia vita

Tre giorni dopo la sua adesione alla Società Teosofica, e la sua elezione a Segretario generale della neonata sezione tedesca della medesima, il 23 ottobre 1902, Rudolf Steiner si fece ammettere pure nella Esoteric School of Theosophy, fondata da H.P. Blavatsky nel 1888, tre anni prima della sua morte. Era il periodo in cui la Blavatsky era rientrata dall’India, dopo una permanenza in Germania. Il periodo in cui scrisse The Secret Doctrine, La dottrina segreta, opera scritta allorché ella era oramai caduta sotto l’influenza di occultisti indiani della ‘mano sinistra’, mentre nel periodo americano l’altra sua opera Isis Unveiled, Iside svelata, era stata scritta mentre era ancora, in parte, sotto ispirazione ‘rosicruciana’. Rudolf Steiner rimase formalmente legato alla Scuola Esoterica della Società Teosofica per dieci anni, dal 1902 al 1912, ossia sino alla necessaria, obbligata, separazione dalla Società di Adyar, a causa dell’infatuazione visionaria e ritualistica, che portò alla  fondazione dell’Ordine della Stella d’Oriente, e la proclamazione del giovanissimo Jiddu Krishnamurti,  col nomen mysticum di ‘Alcione’, come Istruttore del Mondo’, il terrenamente e, a loro dire, umanamente rinato ‘Cristo’. Ma nulla egli trasse dalla Scuola Esoterica blavatskyana, se non l’autorizzazione a portare nella sezione tedesca della Scuola Esoterica il proprio insegnamento, essendogli stato altresì riconosciuto, in séguito, il 10 maggio 1904, da Annie Besant il titolo di Arch-Warden, ossia di dirigente responsabile della medesima all’interno dei paesi di lingua tedesca.

Contrariamente alla Scuola Esoterica facente capo ad Annie Besant, di impostazione orientaleggiante ‘yoghica’ – ma di un ‘Oriente’ e di uno ‘Yoga’, ampiamente rivisto e corretto nello stile ‘teosofico’ di Adyar, su cui vi sarebbe moltissimo da dire e da eccepire – Rudolf Steiner organizzò sùbito la propria Scuola Esoterica in senso ‘rosicruciano’, strutturandola progressivamente in tre Classi: una prima Classe a carattere generale, nella quale i membri, dopo un iniziale noviziato, chiamato ‘probazionismo’, ricevevano personalmente una serie di esercizi e mantram particolari, redigevano quotidianamente un diario delle pratiche compiute, delle quali rendevano poi conto a Rudolf Steiner, o a due suoi delegati, partecipavano alle ‘esoterische Stunden’, ossia alle ‘lezioni’ o ‘ore d’insegnamento esoterico’ tenute dallo stesso Rudolf Steiner, e s’impegnavano al più rigoroso segreto circa gl’insegnamenti e le pratiche ricevute; una seconda e terza Classe, a carattere ‘erkenntnis-kultisch’, ossia ‘cultico-conoscitivo’, detta ‘Mystica Aeterna’, o ‘Misraim Dienst’, ‘Culto’ o ‘Liturgia’ o ‘Rituale Misraimita’. La seconda Classe era articolata in tre gradi nei quali si svolgevano cerimonie rituali di carattere ‘egiziaco’, mentre la terza Classe articolata, a sua volta, in sei gradi, era riservata a pochissimi: in essa il lato cerimoniale era progressivamente ridotto, sino a lasciare spazio negli ultimi gradi solo all’insegnamento esoterico e alla pratica meditativa. Della ‘Mystica Aeterna’ avrò modo di parlare più diffusamente nel proseguo di questo mio studio, anche perché – sarà un doloroso ‘atto dovuto’ il compierlo – dovranno essere sfatate alcune ‘leggende’, fabbricate ad arte, e demolite alcune interessate, sacrileghe, mistificazioni, di coloro che abusano di un sì sacro, nobile, nome.

Già nel 1907, rifiutandosi Rudolf Steiner categoricamente di usare, e di diffondere, gli aberranti insegnamenti di Charles Webster Leadbeater, ai quali si era uniformata Annie Besant, fu fatale che la rosicruciana Scuola Esoterica di Rudolf Steiner si separasse completamente dalla oramai sempre più degenerescente, orientaleggiante, Esoteric School of Theosophy della Società Teosofica di Adyar. Poi, nel 1912, vi fu la completa separazione dalla Società di Adyar, e la fondazione della Società Antroposofica. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, sia per ragioni pratiche – in Germania vi era un militarismo militante, che si mostrava fortemente ostile all’Antroposofia, la cui Società veniva aggredita con calunniose accuse varie – sia per ragioni strettamente occulte e spirituali – tra cui alcuni gravi tradimenti avvenuti – Rudolf Steiner sciolse le tre Classi della Scuola Esoterica, due delle quali non vennero da lui mai più riaperte. A partire dal 1918, vi furono da parte sua alcuni tentativi di riaprire la Scuola Esoterica, ma ogni volta fu per lui doveroso constatare che mancavano assolutamente le necessarie condizioni spirituali. Solo nel febbraio del 1924, Rudolf Steiner, dopo il Convegno di Natale, e la fondazione della Società Antroposofica Universale, riaprì, in forma metamorfosata la prima Classe della novella Scuola Esoterica. Ma l’inadeguatezza, e la mancanza di serietà, la colpevole negligenza di molti, troppi, membri della medesima, e addirittura persino un gravissimo, vero e proprio ‘tradimento’,  fecero sì che Rudolf Steiner dovette interrompere le ‘lezioni esoteriche’, rinunciò a riaprire la seconda e la terza Classe, nelle quali avrebbe dovuto risorgere in maniera metamorfosata la ‘Mystica Aeterna’. Ciò rappresentò un grave vulnus per il movimento spirituale, e – a mio modo di vedere, ma ovviamente non solo mio – furono proprio le inadeguatezze, la superficialità, la mancanza di serietà, le negligenze, e i tradimenti, e le profanazioni degli antroposofi ciò che prima fece ammalare, e poi condusse alla tomba, Rudolf Steiner. Le tragiche vicende del movimento antroposofico dopo la morte del Maestro stanno a dimostrarlo, e sono – per chi voglia vederle, e non voglia illudersi – in maniera eloquente sotto gli occhi di tutti.  

Nell’ultimo colloquio che Giovanni Colazza ebbe con Rudolf Steiner, questi gli fece la predizione che «se il movimento antroposofico fosse fallito in Germania, sarebbe rinato in Italia in una forma nuova, giovanile, non burocratica, non cristallizzata in forme organizzative esteriori». Un discorso simile me lo fece in altra forma, e me lo ripeté in vari colloqui, Hella Wiesberger, la quale ben conosceva la figura di Giovanni Colazza, la sua eccezionale statura spirituale, quanto egli fosse caro a Rudolf Steiner e a Marie Steiner. Ora, tenendo conto di quel che più volte affermò Rudolf Steiner, ossia che nell’ultimo terzo di ogni secolo i Rosacroce dànno un impulso spirituale nuovo, ad uno sguardo interiore sagace non può sfuggire l’importanza dell’azione dell’Opera di Massimo Scaligero, la quale proprio a partire dal 1970 cominciò ad avere una più vasta diffusione. In effetti, dal 1970 al 1980 Massimo Scaligero scrisse e pubblicò ben diciotto libri, comprese due rielaborate edizioni del Trattato del Pensiero Vivente, per non menzionare gli undici suoi testi, da Iniziazione e Tradizione a Graal, già apparsi tra il 1956 e il 1969. L’Opera di Massimo Scaligero porta in sé l’aureo ed adamantino sigillo della Rosacroce, ed io posso testimoniare personalmente come egli agì, con totale abnegazione, sino alle ultime ore della sua vita, ad indicarci – chiedendo ad alcuni di noi, in quelle sue ultime ore, di rimanere ad ogni costo fedeli ad essa –  la rosicruciana ‘Via del Pensiero Vivente’, ossia ‘Via del sublime eroismo’.

Nel proseguo di questo studio, verranno da me tradotte e pubblicate alcune ‘lezioni’, in larga parte inedite, della prima Classe della originaria Scuola Esoterica, quella che operò dal 1904 al 1914. Esse saranno di fondamentale importanza per il tema della ‘impresa del Graal’, perché tale ‘impresa’ necessita, come chiariscono le parole di Rudolf Steiner più sopra riportate, dello scenario cosmologico e cosmogonico della Scienza dello Spirito, che il Maestro nella sua Scienza Occulta, chiama appunto ‘Scienza’ o ‘Sapienza del Graal’.   

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO
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