Massimo Scaligero

AUTUNNO (di M. Scaligero)

(“Autunno nel villaggio” di M.Chagall)

*

AUTUNNO

Un venticello autunnale

spira tra i pallidi rami

mentre la foglia già frale

quasi da molli richiami

tratta di dolce usignolo

si stacca e tremula e lenta

va a riposare sul suolo.

🍁

Già son le foglie appassite,

già gli arboscelli son spogli,

co’ pampini s’erge la vite,

sorgono nuovi germogli

pe’ fertili ed umidi campi

vi regna il porifero autunno

calcatis sordidus uvis.

🍁

2 agosto 1919 (Massimo Scaligero)

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO di Massimo Scaligero

Massimo - Copia (2)

APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO

di Massimo Scaligero

(Architrave anno I n° 9  Ottobre 1948)

Il compito non consiste tanto nell’orientarsi secondo un nuovo ordine di pensieri, quanto in un agire psichicamente, ossia nel compiere un atto della coscienza mediante l’energia sottile di cui è sostanziato il pensiero: l’io deve poter giungere a sentire se stesso non come una entità che è in quanto si pronuncia nel pensiero riflesso, ma deve potersi sperimentare di qua dal pensiero riflesso, sentire se stesso prima del suo precipitarsi nel pensiero, aver coscienza di sé non soltanto in quanto si pensa, ma in quanto è, non condizionato dalla sua attività pensante.   Alla quale assiste come un testimone che non disturba.   Il suo precipitarsi in pensieri per sentirsi io, deve realizzarlo come una necessità che in ogni punto gli sottrae la sua vera essenza, traendolo in una coscienza virtuale.

E’ questa coscienza virtuale che poi per la sua presunzione di universalità, pur accogliendo il mondo in una forma che è soltanto il suo apparire, è portata ad affermare come assoluta e definitiva una unilateralità.

Le tradizioni inerenti all’ascesi spirituale oggi non si presentano più con la veste della ineffabilità: ciò non significa che il mistero sia accessibile ai più, ma soltanto che esso retrocede verso il suo senso più intimo, epperò il suo ultimo valore rimane adialettico.   Al ricercatore occorre una virtù nuova di esaurimento in sé persino della dialettica iniziatica.   Attraverso meditazione e concentrazione e, per alcuni individui, attraverso chiara auto-contemplazione, è raggiungibile uno stato speciale in cui l’io, essendosi sperimentato col dissociarsi dalla caotica attività del pensiero e avendo perciò stesso proiettato un ordine nel proprio mondo mentale, realizza la coscienza di essere in una prima forma di libertà, disancorato dal proprio divenire animico-fisico, pur permanendo con capacità di controllo e di autoconoscenza entro questo divenire.

L’insistenza nella disidentificazione dalla funzione cogitativa può condurre l’io al senso non semplicemente concettuale ma attuale dell’alterità della natura corporea e psichica, come di un mondo a cui esso può restituire la sua originaria armonia, proprio in quanto non sia immerso nella sua necessità, così da farla sua: la dualità ha tuttavia funzione strumentale epperò transitoria, il senso vero dell’esperienza essendo che l’io, svincolandosi dal piano della semicoscienza, si ricongiunga con quella sua originaria essenza all’altezza della quale può veramente compiere la sintesi, venendo a dissolversi nella autocoscienza ogni coscienza di separazione.   In questa ricongiunzione con la originaria essenza, l’io si identifica con quella causa sui che è altresì principio del mondo animico-corporeo che temporaneamente nella costruzione della propria autocoscienza gli appare come alterità.

Normalmente l’uomo nella propria natura corporea si trova immerso e concluso entro una serie di forme di “necessità” che giungono sempre ad assumere per la sua coscienza dialettica valori di idealità e di spiritualità, permanendo, comunque, in ogni piano, immutato il rapporto di passiva adesione dell’io a tale necessità.   Qualsiasi concezione detta metafisica dall’uomo non può che essere pseudo-metafisica se viene escogitata, nonostante ogni assunzione ideale semplicemente discorsiva, entro i limiti delle determinatezze proprie alla immedesimazione nel mondo vitale-corporeo: limiti entro i quali non è realmente possibile concepire nulla che sia fuori o al di sopra di essi, se non nella forma della indefinita discorsività.

Lo scioglimento della coscienza dell’io dalle determinatezze della natura corporea attive nella psiche – senza che per questo si perda il contatto con la coscienza corporea, il quale anzi verrà energizzato dalla trasmissione di un ordine originario che andrà a ristabilirsi con i caratteri dell’assoluta spontaneità – può avviare l’anima cosciente, per via di graduali interiorizzazioni delle sue funzioni, al contatto e all’unione con la propria essenza, per così dire, trascendente.   Nel punto in cui questa essenza trascendente viene riconosciuta dall’anima umana come la propria origine, sì che per essa sparirvi significa in sostanza ritrovare se stessa, essendo essa risalita dal pensiero riflesso al pensiero cosciente, dal pensiero cosciente alla coscienza del pensiero e per ultimo essendosi mantenuta intrepidamente in quell’inconcepibile stato di vuoto, all’altezza del quale o si precipita nell’abisso della consueta semicoscienza o ci si libra tranquilli nell’aria di luce: in quel punto l’uomo può veramente dire di se stesso IO, o meglio, tenendo conto del senso che sino ad allora aveva presentato l’io: “Non io, ma l’Essere solare in me”.

In quel punto e in quell’attimo che redime il suo valore temporale, in quanto realizza uno stato che non ha un “prima” né un “dopo”, l’uomo sa finalmente chi è, in quanto egli stesso diviene colui che era oggetto della sua ricerca.   E due possibilità ormai gli si offrono, inerenti al grado del risveglio cosciente che egli ha saputo trasfondere alla sua individualità inferiore, la quale può aver partecipato sotto forma di conoscenza illuminatrice alla nascita dell’Io nell’anima, senza per questo venir risoluta nella organica profondità delle determinazioni sensitivo-istintive: permanere nello stato di fissa folgorazione dell’Io, in quanto le stesse categorie della natura corporea sono state arse e purificate (ma ciò stesso implica l’assunzione in una a-dimensione che lo fa sparire all’umano o lo può ricondurre all’umano per una missione che è mistero); oppure ritornare, nella misura in cui ciò viene reso necessario dal grado di risveglio; ritornare entro i limiti della individualità per ritentare indefinitamente la prova, ormai possedendo una direzione che è il ricordo di continuo evocabile della esperienza avuta.   (diciamo “evocabile” perché non può essere richiamato nell’anima come un qualsiasi ricordo, senza che perda di intensità e di significato, rendendosi necessario ristabilire ogni volta le condizioni animiche richieste, almeno fino a che queste non siano talmente possedute da divenire normali).

Per comprendere il senso sottile della ricerca dell’io giova rendersi conto in quale momento la meditazione, la concentrazione, o l’autocontemplazione, che fin lì erano state un appoggio necessario, debbano venir lasciate in quanto esse stesse, rappresentando una forma individuata di pensiero legata alla coscienza da trasformare, a un tratto si presentino come qualcosa che va trasceso mediante la stessa attività animica messa in atto, sempre più sottilizzata: la meditazione lascia il posto a una direzione interiore, a-concettuale, verso l’origine trascendente – l’Io – mentre la concentrazione si risolve e si illimpidisce in un’attitudine a fissare in ogni passaggio, di là da ogni possibile decentrazione, lo stato di coscienza raggiunto.   L’autocontemplazione continua, sino a perdere la sua funzionalità nell’affiorare dell’essenza segreta dell’ascesi che è la forza stessa di  Colui che inizialmente si contempla: contemplatore, contemplato e contemplazione divengono uno, per via di trasparente attualità.

In questa fase, dunque, l’uomo acquisisce per propria virtù una rivelazione che opera nella totalità dei suoi complessi psichici come un dissolvente di quanto è cristallizzato: è una forza che penetra in ciò che è denso per scioglierlo e illimpidirlo, in una semplicità assoluta che è diafaneità innanzi alla luce di Colui che è: egli sa, sia pure essendo tornato ad appoggiarsi ai modi semplicemente umani di essere, egli sa che quell’essere sopraindividuale nel quale, per via di segreta ascesi ha riconosciuto la vera essenza di sé (in una “durata” che fuori delle condizioni umane è eternità, ma che per la misura terrestre del tempo può essere soltanto un attimo) era sì, l’oggetto della sua lunga e ritmica ricerca, attraverso Scienza dello Spirito, o il shastra, o la Tradizione rispondente alla sua individualità storica, ma che tale Essere, in verità, era il soggetto che guidava la ricerca.   Tale acquisizione ha un valore decisivo per un orientamento ancora più conforme al senso assoluto della ricerca, offrendo al ricercatore un’ulteriore chiave per il compimento dell’opera.   Il valore di ogni mezzo dialettico, di ogni meditare, di ogni agire psichicamente, sarà riconosciuto come subordinato non tanto a colui che ricerca, quanto a colui che segretamente dirige il ricercatore, il quale perciò quanto più in un modo di ricercare recante l’impronta umana potenzia la sua empirica individualizzazione, tanto più (nonostante che parli di Iniziazione e si dia un atteggiamento per così dire esoterico, che sarà sempre una forma retorica) si allontanerà dalla identificazione con il Sé che pretende ritrovare, contrapponendo ad esso la sua soggettività e confermando la dualità in una nuova forma.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

CONOSCENZA E MORALITA'

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Nell’uomo, in ogni uomo, è insito l’impulso umano alla conoscenza, come viene chiamato, già nel titolo, nel secondo capitolo della Filosofia della Libertà. Sì, ma conoscenza di che cosa? Conoscenza della realtà: della realtà “così com’è”, yathâbhûtam, come affermano, per esempio, i buddhisti di tutte le Scuole, ma anche tutta intera la tradizione iniziatica d’Oriente e d’Occidente.

Ma già qui sorge una grandissima difficoltà, e viene da chiedersi: l’uomo conosce, o è capace di conoscere, la realtà  “così com’è”,  yathâbhûtam,  ossia oggettivamente, senza distorcerla, senza trasformarla tutta intera in un sogno soggettivo, o addirittura in una illusione, nella Grande Illusione, la Mahâ Mâyâ delle metafisiche e delle “Vie di liberazione” di tutta l’India, in definitiva in una immane una menzogna?

La risposta, ben amara per molti, non potrebbe non essere altro che molto poco confortante. Perché se è certo che l’uomo, ogni uomo, è capace di conoscere, giacché l’impulso alla conoscenza è insito in ogni uomo, è altrettanto certo che, generalmente, l’essere umano sfugge una tale conoscenza. Sfugge la conoscenza del mondo e di se stesso. Anzi prima, e più di tutto, egli sfugge – si dovrebbe dire ch’egli,  addirittura a gambe levate, fugge – di fronte alla conoscenza di se stesso. L’essere umano non ama la conoscenza di se stesso, la evita in tutte le maniere possibili, e su se stesso si fa, e ama farsi, le illusioni peggiori.

E questo spiega il monito del Dio di Delphi:  γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón, ossia “conosci te stesso”, e aggiunge: “e conoscerai l’Universo e gli Dèi!”.  Infatti, è detto:

τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι,

to gnônai heautòn oudèn àllo estìn e tou sýmpantos kòsmou phýsin gnônai

«conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».

Ma raramente e difficilmente l’uomo si lascia sedurre da un così savio e benefico consiglio del Dio luminoso. Spesso, troppo spesso, l’essere umano, per turpe viltà, piuttosto che la Conoscenza, brama e preferisce l’oscurità dell’ignoranza e l’inerzia più pigra e ottusa.

Per sfuggire ad una salutifera conoscenza di sé – e di conseguenza delle cose, della vita e dei suoi reali valori, del mondo – l’essere umano fa accompagnare l’ignoranza, la brama, e la torpida inerzia, ossia gli âsava,  i tre veleni intossicanti dei quali parla il Buddha Śâkyamuni, dalle loro solerti figlie e ancelle: la paura e l’avversione. Paura e avversione nascono dall’ignoranza, dalla avidyâ, e portano a temere non solo l’ignoto, bensì qualsiasi cambiamento che scuota dalla turpe inerzia, e ad avversare violentemente tutto ciò che possa ostacolare l’appagamento della brama, della inestinguibile “sete”, come la chiamano i buddhisti, o addirittura rischi di portare alla sua “estinzione”, al  nirvâṇa, e spinga quindi all’azione liberatrice, dissolvendo la paralizzante inerzia.  

A questa Conoscenza liberatrice, che è la folgore del Pensiero Vivente, l’uomo resiste, avvinghiandovisi come nello spasmo di un tetanico crampo,  con ogni pensiero possibile, con tutti i suoi stati d’animo, con ogni suo istinto più virulento. In queste condizioni davvero disperanti, l’impresa di realizzare una tale Conoscenza è davvero una impresa “eroica”, perché tale impresa deve con energia titanica, “prometeica”, disciogliere il crampo tetanico, che tiene dolorosamente avvinti alla inconsistente, ma insinuante e travolgente sfera delle soggettive illusioni, precipitando così, ottusi e ipnotizzati, nello spalancato abisso della Mâyâ.  

Uno dei più frequenti narcotici cui si dànno molti di coloro che, pur sentendo l’attrazione dello spirituale, voglio sottrarsi alla Conoscenza dello Spirituale stesso, presentendo che una tale Conoscenza sia dissolvitrice della ignorante, ignave, ottusa condizione, è il mito, l’idolatrico feticcio, del moralismo. Si pensa, e ci si vuole convincere, che sia sufficiente essere delle “brave persone”, “comportarsi bene”, per realizzare lo Spirito. Naturalmente senza il faticoso incomodo di doverlo conoscere. Ovvero, si può rimanere in uno stato di coscienza trasognato o dormiente, e tuttavia mettere in atto, in maniera meccanica o vegetativa, comportamenti “morali”. E questo, per usare il linguaggio di matematici e geometri, a loro dire, sarebbe “condizione necessaria e sufficiente” per la realizzazione dello Spirito. Cioè, oltre al comportarsi bene, magari sforzandosi pure di comportarsi sempre meglio, non vi sarebbe altro da fare. O poco altro, perché troppa Conoscenza – a loro dire – può far male, anzi malissimo. Quanto alla Concentrazione, questa, poi, fatta troppo, farebbe malissimo. Sempre a loro dire.

A volte questo atteggiamento di ottusa e passiva resistenza, può accompagnarsi ad un’ aperta e virulenta azione di contrapposizione rabbiosa e di contrasto più o meno bellicoso nei confronti della Via del Pensiero, della intensa pratica della Concentrazione, dalle quali soltanto, oggi, può scaturire autentica Conoscenza liberatrice. E i metodi adoprati contro gli ostinati, pertinaci seguaci della Via del pensiero – a onta della “virtuosa moralità” proclamata ed esaltata addirittura con idolatrico culto – possono essere davvero sudicetti assai.

Il moralismo non è la moralità: né è, anzi, la caricaturale contraffazione. Moralità autentica può scaturire solo dalla Conoscenza, e non dal conformarsi a comportamenti “virtuosi”. Verace moralità scaturisce unicamente dalla Conoscenza, perché essa è atto attivo dell’Io, e non può scaturire dalle passive movenze dell’anima stordita, poco consapevole, o sognante. Moralità è espressione dell’autocoscienza dell’Io, ossia atto producente dell’Io spiritualmente sveglio nell’anima cosciente, mentre il moralismo “virtuoso” è un fatto prodotto che si verifica nell’anima, ma non un atto coscientemente, attivamente, volitivamente operato dall’ anima. Quando poi non è soltanto ipocrita e interessata recitazione – a profitto degli illusi – da parte di sepolcri imbiancati.

Nella Filosofia della Libertà vien detto che non può essere libera un’azione se colui che la compie non sa perché la compie. Il bello – o, se si vuole, il brutto – è che, il più delle volte, quello che dovrebbe essere il soggetto cosciente dell’azione, non solo non conosce il perché la compie, o le forze che lo spingono all’azione stessa, ma neppure sa che la compie. È proprio il caso di dire che gli umani vivono alquanto distratti e che nesciunt quod faciunt!

E se ascoltiamo la parola del principe Siddhârtha Gautama,  il Buddha Śâkyamuni  nel Dhammapada, l’Orma della Disciplina, come limpidamente traduce Eugenio Frola, ove nell’Appamâda-vagga, vien detto :

La vigilanza è la via per non morire, la distrazione strada alla morte.

I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […]

Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo

Il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno. […],

Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti,

come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato,

forse dovremmo prendere molto sul serio, ancor dopo 2600 anni, le parole ammonitrici dell’Asceta degli Śâkya. Anzi, forse, lo si dovrebbe fare oggi più che allora.

Nella condizione estracorporea, sperimentabile nella Concentrazione portata sino all’assolutezza, si attua quel morire prima di morire, senza morire, che è al contempo una condizione di immortalità e di innatalità. Perché, da una parte, nel fuoco dell’attenzione volitiva – in quello che Massimo Scaligero chiama calor cogitationis – “ardono” e si consumano tutte le tare, le storture, le deformazioni che l’anima ha accumulato in quello che a lei pareva un vivere, ed invece è l’inesausta consunzione di un logorante morire. Questo volitivo “ardere” attua attivamente e volitivamente quel devastante processo che, normalmente, l’essere umano sperimenta, passivamente, solo dopo la morte. In questo volitivo e cosciente “ardere”, attuantesi nella Concentrazione,  il morire del mero vivere biologico si trasforma nel rivivere di un elemento di luminosa immortalità. Per altro verso, nella Concentrazione portata a radicalità, si ritrova quella condizione pura dell’anima, anteriore alla nascita che, appunto, è tale prima che le esperienze della vita abbiano impresso su di lei traumi, ferite e cicatrici, ossia quella condizione che, in Estremo Oriente, gli audaci e luminosi asceti del Ch’an o dello Zen chiamavano: “il tuo volto prima di nascere”.

In tale esperienza di innatalità ed immortalità, conseguente alla Concentrazione profonda, l’asceta si apre alla forza-folgore del pensiero vivente, nella quale pensare, sentire e volere sono, come mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, un’unica forza, un’unica fulgurea corrente di vita. Il bene è questa forza una, integra come corrente di forza e di vita, veste di Luce e di Calore del Logos. Il male è la frantumazione di questa forza di Luce-Vita in un pensare riflesso, che è smorzata ed evanescente luce senza vita, e in una volontà, che è oscura vita bramosa senza luce, e in mezzo un sentire continuamente dilaniato nell’oscillazione tra l’anemico e disanimato pensare  e l’insorgere ingovernabile del volere istintivo. Il bene è che l’uomo si innalzi al livello di coscienza dell’Io, ritrovi la forza una del pensiero vivente, il male è che l’essere umano tramortito sia alla mercé nell’anima del fatuo accendersi del pensiero riflesso, del divampare incontrastato delle pulsioni della volontà istintiva, della consunzione del sentire emotivo.

Perduta l’esperienza vivente del pensiero-folgore, l’essere umano perse la comunione con lo Spirituale, e perse altresì la capacità di essere spontaneamente in armonia col sopramondo, con l’ordine cosmico o, come direbbero i Cinesi, col Tao. Perduta tale comunione spontanea con lo Spirituale, e le Gerarchie, l’essere umano è stato travolto  dalle caotizzate forze dell’anima caduta. Semplicemente per arginare la travolgenza di tale chaos istintivo, l’essere umano – incapace di ritrovare la comunione spontanea con l’essere uno del pensiero-folgore – ha cercato un “surrogato” in una serie di comportamenti “virtuosi”, in conformità rituali, che sono un ben misero surrogato dello stato primordiale smarrito, ed anche, col volger delle età, un sempre meno efficace rimedio. Sino ad esser giunti oggi  al “virtuismo” o al “moralismo”, ossia ad una vera e propria caricatura di quel che, ancor secoli fa, con qualche dignità poteva essere forza minimamente ordinatrice.

Che l’essere umano di questa meravigliosa e sciagurata epoca non debba farsi molte illusioni circa la facile “virtù”, la quale sarebbe, more geometrico, condizione assolutamente necessaria quanto sufficiente per una realizzazione iniziatica, è mostrato ad abundantiam dalle parole di Massimo Scaligero alle pp. 179-180 dell’Avvento dell’uomo interiore, nell’edizione di Sansoni, Firenze, 1959, che mi è particolarmente cara, dove parlando dello svincolamento interiore, conseguente all’ascesi della Via del Pensiero, dice:

«E’ un guardare che può essere meritato e che, a un dato momento, diviene condizione di una precisa visione trasfigurane, in quanto si sia abbastanza svincolati dalla propria natura da poterne vedere il guasto radicale […]

Occorre aver conseguito la «stabilità» insieme con la indipendenza dalle consuete «velleità», per poter contemplare in se stessi, senza venirne sconvolti, le profondità della «natura malvagia»: la tortuosità, l’odio, l’amore di sé, la paura, l’invidia, dominanti dal profondo di una loro «sede», che al suo rivelarsi, mostra il carattere della irresistibilità, quasi di un’assolutezza contro cui sembra impossibile reagire. Eppure  il «guardare» è già il principio del superamento. E’ un guardare che si forma con l’esercizio dell’«osservazione pura», con la capacità di guardare i pensieri: è un guardare che libera, perché fa riconoscere ciò che non si è.

L’uomo ordinario non avrebbe forze sufficienti per sopportare un simile scenario e ciò gli evita di vederlo: egli deve potersi illudere circa virtù e principî morali che gli diano una qualche sicurezza e il senso della buona coscienza per muoversi agevolmente in quella esistenza che egli assume come realtà. L’educazione metafisica ha il compito di formare l’uomo sino a fornirgli l’interna saldezza perché, a un dato momento, posa sostenere la visione di questa realtà, mai sospettata. Contemplare tale scenario libera e rapporta al centro le facoltà in colui che contempla: la coscienza ora si estende per l’Io a una realtà con la quale era confusa e si riduceva quasi sempre anch’essa a «fenomeno».

Queste parole di Massimo Scaligero mostrano, con una chiarezza che non ha pari, che la possibilità di una autentica «moralità» dipende dalla liberazione del pensiero conseguibile attraverso la intensa e fervida pratica della Concentrazione, e che forze morali scaturiscono dalla Conoscenza, ossia dall’esperienza del Pensiero Vivente, e non viceversa. A queste considerazioni vogliamo accostare quanto Massimo Scaligero dice nell’articolo, che è stato pubblicato recentemente su questo blog, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità (https://www.ecoantroposophia.it/2015/06/scienza-spirito/hugo-de-pagani/lascesi-del-risveglio-e-lottuplice-sentiero-del-buddha-shakyamuni/), ove dice:

«A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso».

L’esperienza del Pensiero Vivente, dal quale scaturiscono retto pensiero, retto giudizio, e retta visione, attraverso il superamento dello stato di cadavericità del pensiero riflesso, costituzionale per l’uomo moderno, è il presupposto del sorgere di una moralità vivente. Si è morali perché si è liberi, e non viceversa, perché – come è scritto nella Filosofia della Libertà«la libertà è la maniera umana di essere morali». E la prima libertà che l’uomo può conquistare è la liberazione del pensiero dal cervello, dal sistema nervoso, dall’abietto servaggio alla vita somatica, che è un vivere per la consunzione e per la morte. Altrimenti parole come «virtù», «moralità», sono soltanto flatus vocis, mere parole, dialettica, retorica, recitazione ed autoinganno. Infatti, sempre nel medesimo articolo, Massimo Scaligero scrive:

«Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. […] L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione».

Tornando a quanto Massimo Scaligero scrive a p. 180 dell’Avvento dell’Uomo Interiore, troviamo:

«La visione, in quanto sia possibile, è liberatrice ed è previsto che si abbia, se le condizioni a ciò necessarie siano acquisite: è l’inizio di un «essere liberi dal male» nel suo germe, ed in tal senso le sue conseguenze positive sono valide, oltre il limite individuale, per l’umanità. L’impressione della radicale malvagità e del selvaggio attaccamento a se stessi desta, insieme con la conoscenza di sé, l’umiltà – in quanto si sa di essere ancora legati a ciò che si guarda – e la compassione per gli altri esseri che ignorano la loro miseria: umiltà e compassione vere, non quelle che si cercano per sentirsi migliori. In effetto, non possono darsi vera compassione, vera tolleranza per l’altrui errore, vera comprensione per l’isolamento degli esseri, prima della esperienza di questa condizione radicale della natura umana.

Chi abbia una simile esperienza, contempla una realtà inconoscibile a chi sia legato ad essa in modo da non potersene separare, essendogli essa interno motivo di vita, supporto inalienabile: condizione dell’uomo ordinario, ma anche del ricercatore dello spirito sino alla soglia della visione penetrante a cui si è accennato. Presso la quale viene insegnato che vigila un essere detto Guardiano della Soglia».

Si dirà che queste parole di Massimo Scaligero sono troppo dure, sconsolanti, e che l’austerità dell’impegno ascetico che richiedono non sono sopportabili per molti cercatori dello Spirito. Personalmente ritengo che la più desolante e disperante realtà sia ben migliore della più rosea illusione.  Per cui conviene – come ammoniva quel paganaccio impenitente, dal grandissimo cuore, che era Arturo Reghini – di mettere al bando, senza veruna misericordia, ogni illusione, e di guardare romanamente in faccia la realtà. Questa potrà non piacere ma, appunto, è reale, con essa dobbiamo fare rigorosamente i conti, e solo da essa possiamo partire per giungere a quella che il Buddha chiama l’Eccelsa Mèta.

Coloro che, rinunciando all’impresa interiore, scelgono di sostituire all’austerità della Via dello Spirito, alla Via eroica, una illudente “via dell’anima”, ossia la comodità della via egoica, oggi hanno a disposizione, per stordirsi rispetto all’angoscia interiore, e beatamente sognare, i narcotici e gli stupefacenti del misticismo, del sentimentalismo, dell’intellettualismo culturale ed estetizzante, del moralismo, del “virtuismo”, che in taluni ambienti è diventato un vero e proprio mito idolatrico, dell’attivismo, dell’obbligatorietà dell’impegno “sociale”.  

Quanto sia possibile manipolare ed illudere le “anime belle”, può essere illustrato da un episodio, che è un esempio tipico di una “intelligente” operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”, mediante il quale le persone vengono sedotte ad una “via sostituita”, come la chiamava un tempo un esoterista francese. Tale voie subtituée non è altro che un deviare i ricercatori sinceri, ma troppo ingenui, su un “binario di scambio”, e poi su un “binario morto”. Indi poscia, al treno viene pure staccata la locomotiva, in attesa che poi dalle alture circostanti – come direbbe il mio ottimo e sapiente amico C. – scendano gli Apache Chiricahua a fare scempio dei malcapitati e lauto bottino. L’intelligente autore di cotale “nobile” (si fa per dire…) impresa – perfettamente riuscita – anni fa, affermò ai suoi fidenti ascoltatori che, in questa epoca, non è più tempo di giungere all’esperienza della Soglia individualmente. Ciò, a suo dire, non sarebbe più necessario, e sarebbe anzi eccessivamente pericoloso. Alla Soglia, e al suo superamento si può giungere comunitariamente, ovvero “tutti insieme appassionatamente”, come nel bellissimo film di Robert Wise, con Julie Andrews e Christopher Plummer. In luogo del troppo austero e silente Rito della meditazione in comune, indicato da Massimo Scaligero, vennero proposte al fidente gruppetto, trasformato in un “Club di Lettura e Conversazione”, delle più interessanti “sedute di autocoscienza”, in stile anni sessanta.

Quanto, in luogo dell’audace ricerca della Via assoluta, certi “surrogati” siano ben miseri, e certi “rimedi” proposti siano dei narcotici illudenti e dei placebo sempre meno efficaci, lo affermò già 2600 anni fa Laotzu, con parole che più eloquenti e chiare non si potrebbe, per es, nel XXXVIII capitolo del Taotehking, ove dice:

« XXXVIII – SULLA VIRTU’

La virtù somma non si fa virtù per questo ha virtù, la virtù inferiore non manca di farsi virtù per questo non ha virtù. La virtù somma non agisce, ma non ha necessità di agire; la virtù inferiore agisce, ma ha necessità di agire. La somma carità agisce, ma non ha necessità di agire; la somma giustizia agisce, ma ha necessità di agire; il sommo rito agisce, e se non viene corrisposto si denuda le braccia e trascina a forza. Fu così che, perduto il Tao, venne poi la virtù; perduta la virtù, venne poi la carità; perduta la carità, venne poi la giustizia; perduta la giustizia, venne poi il rito: il rito è labilità della lealtà e della sincerità e foriero di disordine».

Oggi, pur di non affrontare l’impresa spirituale, si giunge in maniera insana e improvvida ad attuare, con una alchìmia inversa e perversa, a trasmutare, anzi a degradare, l’oro della Sapienza in volgarissimo piombo, quando non in strame. E invece di cogliere l’invito, del sapientissimo Maestro del Celeste Impero, Laotzu, di esser «dritti nel curvo, interi nel frammento», si fa di tutto per esser curvi nel dritto e di mandare in frantumi l’intero, ciò che, nella essenza spirituale, è uno.

Ma per chi cerchi di conoscere la realtà – yathâbhûtam, ossia “così com’è” – e non i sogni, che prima o poi da rosei e consolanti si trasformano in incubi opprimenti e disperanti – l’unica Via, la Via vera, la Via per “conoscere se stessi, gli Dèi, l’Universo e la Natura”, è la Via del Pensiero, la Via della Concentrazione. Da essa scaturisce la Conoscenza folgorante delle “cose che sono e non appaiono”, la Conoscenza liberatrice e risvegliatrice dal millenario sonno, dall’abietto servaggio dell’anima alla tombale prigione corporea.

È verissimo che la Via dell’Ascesi pensante è dura, che la Concentrazione è una pratica decisamente non grata alla natura caduta dell’uomo, che ad essa si ribella e si sottrae in ogni modo possibile, ma è altresì vero che tale Via «eroica» è l’unica terapia, l’unica Via di salvezza per l’uomo, che rischia la degradazione nel subumano e lo sfracellarsi nell’abisso. Surrogati e rimedi palliativi sono come dare su una nave che, sull’oceano in tempesta, sta affondando, ansiolitici, sedativi e sonniferi a chi rischia di affogare tra le onde, e sia nell’angoscia per tema di dover affrontare vigorosamente le onde.

Nella prima edizione, ormai introvabile, dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero pose, nella seconda di copertina, queste parole, che sono una mirabile sintesi dell’intera Via del pensiero. Queste parole del Maestro, purtroppo, non vennero riprodotte nella riedizione, apparsa negli anni settanta dello scorso secolo, come L’Uomo Interiore ad opera delle Edizioni Mediterranee. Le trascrivo per offrirle alla diligente meditazione degli amici innamorati della Via Vera, e della Concentrazione:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza , diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN, , ,

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 2

Alba su mare -

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09.12.78 – Domanda 2

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Qual’è la forza che durante la veglia ci imprigiona nel corpo fisico e al risveglio ce lo fa ritrovare ?

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Chi è che s’allontana dal corpo fisico ?
E’ l’Io e il corpo astrale.
Il Dottore dice : << Se ne vanno via perfidamente >>.
E questo perfidamente ha per anni destato problematismo di interpretazione. E perché ?
Quel perfidamente che dice il Dottore è un sottilissimo umorismo, un meraviglioso umorismo che è persino un aiuto per capire cosa vuole dire, perché quell’abbandono è apparente e ancora non ci sono le forze dell’ Io o dell’astrale capace di avere il vero rapporto con quel fisico e quindi l’uomo abita un astrale che gli è stato costruito, gli è stato regalato, vogliamo dirla… ? Gli è stato prestato. Il corpo eterico prestatissimo, il corpo fisico poi eh… e quindi lui dovrà fare  un lavoro di…. per millenni dovremmo fare ancora questo, dobbiamo tornare qui, perché tutto questo lo dobbiamo ripercorrere con le forze del pensiero.

Per ora il pensiero sta nella testa ma poi dovrà fare un lavoro di profondità e allora questo corpo fisico ed eterico non ha bisogno di lasciarli perché li lascia temporaneamente per fare un rifornimento di conoscenza, perché il corpo eterico e il corpo fisico hanno veramente bisogno d’ essere lasciati in pace, come una moglie che dice : << Oh menomale che lui se ne và, cosi’ posso fare qualcosa in pace in casa >>.
Eh, sono delle mogli molto affettuose veramente che hanno bisogno che lui se ne vada perché… e lui perfidamente se ne va e va magari a giocare a bigliardo,
oppure…  eh… beh.. niente… se va, no, volevo dire che se va in un ambiente dove si accorge che non ci sono antroposofi si beve un doppio wysky tanto somiglia all’acqua, però l’amico a cui volevo dire questo non c’è sennò eh, quando torna… con la scusa di andare al matrimonio degli amici, eccetera…
Beh, comunque, allora ritorniamo al punto.

E’ il ricordo,
E’ la potenza del ricordo della continuità dell’opera cosciente che noi compiamo nello stato  di veglia.
Il giorno in cui noi scopriremo che cosa è il ricordo, che cosa è la memoria,  allora sapremo che  la chiave di tutto è che la memoria spirituale, il ricordo di ciò che più alto abbiamo conquistato, ritorna.
Quando voi fate la concentrazione non è che voi attingete a un qualcosa che avete imparato, voi attingente a un livello che avete raggiunto, e certe volte è difficile ritrovarlo però lo ritrovate con potenza di memoria.
Ma non è che in quel momento cercate di ricordare quello, perché la memoria non è ripetizione di qualcosa che già esiste, è ricreazione, è riproduzione,
quindi per esempio la psicologia su questo piano veramente è molto bambina, capisce ben poco, perchè si tratta di sperimentarle queste cose.

Come noi abbiamo una percezione del mondo fisico e poi una rappresentazione,
alla stessa maniera noi abbiamo percezione interiore e immagine che sorge come ricordo,come memoria; quanto più questa percezione è sottile e giunge in una zona pura dell’anima tanto più noi ricordiamo forze intuitive,ricordiamo doveri interiori, ricordiamo veramente quello che ci aiuta a essere migliori, perchè il punto debole è la dimenticanza dei momenti in cui noi abbiamo preso delle decisioni superiori, dopo ce ne dimentichiamo oppure noi ricordiamo astrattamente ma non abbiamo quella potenza, che è la potenza della memoria, è la vera memoria.

Che cos’è che crea la continuità della coscienza? E’ la memoria, il ricordo, e se voi guardate è tutto un ricordo, il corpo eterico è un corpo di memoria, e facciamo un’equivalenza: è un corpo tessuto di tempo ed è un tempo sintesi, non è il tempo diluito da noi mediante la visione sensibile; è il tempo autentico, il tempo autentico è il mondo eterico ma è il mondo in cui c’e’ tutto.
Infatti ricordo quella esperienza che vi viene.. anche la psicologia sperimentale di un tempo ricordava questo che quando uno attraversa un pericolo di vita e sta veramente per morire c’è un distacco del corpo eterico e si presenta davanti alla visione dell’Io, per cui in un attimo uno vede tutta la propria vita, in una sintesi c’è tutto.
Chi ha avuto questa esperienza rimane sbalordito dal fatto che in questa visione di pochi attimi ci sono tutti i particolari, c’è tutta la vita ed è un tessuto di memoria, è un tessuto di tempo, e questa è la forza che noi possiamo anche chiamare continuità della coscienza, è questo che ci fa svegliare e congiunge la vita di veglia del giorno precedente con la vita successiva attraverso quella pausa in cui c’è un continuum che appartiene al corpo eterico.

Quindi quello perfidamente se ne va però il corpo eterico è quello che continua a mantenere il rapporto di memoria di cui si serve immediatamente l’Io e l’astrale ritornando
e nel primo ritorno c’è l’immagine… ci sono impressioni spirituali che sorgono come sogni, dopodichè si rientra nel corpo fisico, e questo risveglio è interessantissimo perchè ci sono degli esseri che devono fare una gran fatica per ritornare bene nel corpo, altri che invece  entrano e sono subito svegli.

Comunque anche per questa domanda vedremo di dire qualche altra cosa.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 1

Madre Teresa fra i lebbrosi

09.12.78-Domanda 1

(cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

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Cominciamo con la domanda più realistica, tanto col termine realismo si può intendere tutto.
“Ci sono i pazzi, ci sono gli esseri deformi, perchè ci fa tanta paura avvicinarli ?
La anormalità fisica o psichica fa orrore?”

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Anche il lebbroso fa orrore, epperò S.Francesco lo abbracciò, e lo baciò, e lo guarì, e Madre Teresa di Calcutta fece sbalordire il capo dei buddhisti, gli fece venire un colpo quando si accorse che un essere umano era capace di fare qualcosa che da secoli nessuno di loro era stato capace di fare: di avvicinare un lebbroso e di abbracciarlo, prenderlo in braccio e portarlo in un letto.

Il capo dei buddhisti era certemente un uomo saggio, riflettè a lungo su questo e allora capì che in quella donna c’era una forza che loro non conoscevano, perchè loro sentivano orrore del lebbroso.

E’ un orrore giustificato, perchè così è la natura umana, però ci sono degli esseri che oltre l’apparire fisico riescono a vedere il Logos, l’Atman, il Christo, chiamatelo come volete;  perchè alcuni possono essere persuasi, che anche in un assassino, in un criminale, in un cinico c’è il Christo, e ne sono persuasi, però all’atto pratico sentono orrore, perchè? Perché il pensiero è giusto ma non è diventato una forza, il pensiero è giusto ma non è diventato sentimento potente, non è  diventato potenza di volontà, quindi è un giusto pensiero, è il principio, si comincia così, però, perchè quel pensiero giusto corrisponda ad una realtà, ad una verità bisogna che divenga una forza.
Eh, noi cerchiamo di fare questo con la concentrazione, e allora non è che… noi possiamo anche dominare noi stessi, l’orrore e occuparci – e questo è gia’ meritevole, meritorio anzi, va benissimo – però ci costa, dobbiamo veramente fare sforzo su noi stessi, però quando non ci costa e finalmente riusciamo a farlo con gioia allora abbiamo vinto, però questa domanda io la trovo molto interessante, perché?
Immaginiamo una madre che senta orrore del pazzo, oppure dell’anormale fisico, e che abbia un figlio che è un anormale fisico, allora pensate voi che la madre senta orrore? No!! Quello diventerà l’essere più amato. E questa è la chiave. Perchè riesce in quell’essere a vedere qualcosa oltre il fisico ma questo è un rapporto che alla fine si dovrà avere con tutti gli esseri.

Una madre il cui figlio divenga lebbroso.. ma quella lo abbraccerà, cercherà di prendersela lei la lebbra, per togliergliela al figlio, e la via è questa. Soltanto che il potere della madre viene da una forza ancestrale, e bisogna scoprirlo questo, essere anche abbastanza realistici. Eh, ho cominciato col dire :” questo è realismo” perché se voi vedete la vita degli orsi, la madre degli orsacchiotti è capace di tale abnegazione che supera la madre umana.
Quindi siamo sul piano della natura ma c’è il principio giusto, si tratta questo principio di averlo in forma cosciente, educarlo, e fino a conquistare questo potere di superare l’orrore di un essere deforme.
E poi io son sicuro che chi ha praticato la scienza dello spirito e che tuttavia sia ancora in quello stato di repugnanza e abbia invece educato molto sè stesso alla comunione con delle forze originarie dell’anima e sia messo in un ambiente in cui ha da fare con deformi o pazzi, eccetera: ebbene, vi posso assicurare che superato il primo momento riuscirà a far  funzionare quelle forze, deve semplicemente superare un diaframma che appartiene alla sua natura e che è giustificato, e un minimo di buona volontà farà irrompere delle forze d’amore e se lui è capace di queste forze d’amore gliene verranno raddoppiate e tali che possono anche diventare forze guaritrici.

Ecco, siccome ho visto una domanda che può richiamare questa, poi ci ritorneremo.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

Il Coraggio e la Consacrazione

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Il Coraggio e la Consacrazione

La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza.                 

Massimo Scaligero 

Queste parole severe, austere, scritte oltre cinquant’anni fa nell’Avvento dell’uomo interiore, esprimono in maniera chiara e radicale quale debba essere l’atteggiamento interiore necessario a percorrere il sentiero spirituale e il clima dell’anima, nel quale si deve svolgere l’ascesi di colui che, sentendo il richiamo dell’Assoluto, vuole rispondere all’Appello del Mondo spirituale. L’ascesi interiore non è un’attività ricreativa o diversiva, volta a distrarre dalla routine o dalla noia di una vita quotidiana vuota e ripetitiva; non è un training o una ginnastica psichica, che debba far conseguire prestazioni eccezionali, per soddisfare la brama di vita e le velleità dell’ego; non è neppure un sedativo consolatorio o un narcotico che ci aiuti ad evitare, comodamente, le paure o le pene che la fatica di esistere, con indesiderata generosità, in abbondanza ci dona.

L’ascesi interiore, il sentiero della iniziazione ad una più alta vita spirituale, è una via eroica che vuole portare il discepolo ad una totale trasformazione dell’anima, tale da renderlo capace di rispondere all’Appello del Mondo spirituale. Per metterlo in grado di rispondere sinceramente e autenticamente a questo Appello, l’ascesi lo deve rendere forte – ma non si tratta della forza ordinaria – e lo deve rendere cosciente. Non è un training o una tecnica, è un sentiero sacrale e necessita dell’intenso clima conoscitivo, volitivo e morale descritto nelle parole dell’Uomo Interiore. È una Via – sacra – che deve rendere l’asceta tanto forte e cosciente da essere egli capace di attuare la consacrazione di sé.

La consacrazione di sé è la risposta all’Appello del Mondo spirituale. La consacrazione integrale di sé è l’unica risposta possibile a questo Appello: è l’unica possibile perché è l’unica sincera, l’unica autentica.

Questo Appello, questa chiamata, che si manifesta ormai con un’urgenza sempre crescente ed un’insistenza pressante che non hanno uguali nel divenire dell’umanità, richiede – esige – una risposta. È un Appello che, oggi, piú che come una chiamata, risuona, sempre piú alto e forte, come un drammatico grido d’allarme, come un incitamento impellente ad affrontare energicamente – e coraggiosamente – la battaglia suprema contro potenze antispirituali, la cui azione può rivelarsi fatale – o addirittura annientatrice – nei confronti dell’uomo.

A chi è rivolto questo drammatico Appello; chi è chiamato, in questo tragico momento, a dare la risposta risolutrice? L’Appello è rivolto all’Uomo e alle comunità spirituali.

È rivolto all’Uomo perché – prima che sia troppo tardi – egli si scuota dall’ubriacatura ottenebrante che lo lega ad un apparire effimero e illusorio, risvegli nel proprio cuore la memoria della sua essenza eterna, si ricordi della patria celeste dimenticata, della sua originaria grandezza spirituale da lungo tempo smarrita, divenga consapevole dell’alta missione legata al suo lottare terrestre – vita est militia sacra super terram – e affronti risolutamente, con coraggio, l’impresa affidatagli dal Cielo e dal Destino.

È nel cuore che deve risvegliarsi questa memoria celeste, ed è dal cuore che deve essere attinto il coraggio necessario a tanto ardua impresa.

Il Mondo spirituale rivolge questo Appello, questa chiamata, all’Uomo nella sua universalità e alle comunità spirituali, ma è l’individuo, il singolo uomo che deve rispondervi. La richiesta, l’invito alla compromissione interiore, è rivolta a ogni uomo, ma la risposta non è imposta ad alcuno: soltanto in libertà e per amore l’individuo, il singolo uomo – in una autonomia totale e in una solitudine interiore assoluta – sceglie di rispondere all’Appello dello Spirito, al richiamo dell’Assoluto, con la consacrazione integrale di sé.

Questa risposta al richiamo, questa scelta di compromettersi totalmente e definitivamente con l’Assoluto scaturisce dal coraggio del cuore, acceso dalla memoria celeste. È opera della intelligenza celeste del cuore che è, appunto, Intelletto d’Amore. Non può, quindi, non essere una via d’audacia e di dedizione: una via eroica d’Amore.

Che cosa impedisce, allora, all’uomo singolo di rispondere senza indugio a questo urgente Appello, che cosa fa sì che egli si sottragga, pavidamente e irresponsabilmente, ad un compito che, in maniera sempre più decisiva, l’incalzare degli eventi gli pone dinanzi e che le prove estreme esigono da lui di affrontare, senza concedere spazio al disimpegno, al procrastinare, alla fiacchezza, alla latitanza? È uno stato di profonda “ignoranza”, che in molti uomini si manifesta come una condizione di sordità e di ottusità del cuore, di offuscamento e di opacità dell’anima, di stordimento e di alienazione della coscienza spirituale. In tale condizione l’intelligenza celeste del cuore è paralizzata perché l’anima è tramortita, immersa in uno stato comatoso, come morta. Per cui si può dire che nell’uomo, che sia totalmente immerso nell’“ignoranza” – e sono i piú – è spenta la luce dello spirito, perché questo non conosce; è estinta e morta la vita del sentire, perché in tale stato di sordità e ottusità del cuore celeste nulla risuona; è inerte e paralizzata la forza del volere originario dell’anima, perché questa non ama. L’anima non ama, perché non sente e non conosce. Tradisce se stessa e il Cielo per viltà nata da ignoranza. E questo rinnegamento codardo ha conseguenze pericolose, letali, come letali sono le acque del Lete che procurano un oblio di morte.

Non vi è Sapienza o Conoscenza celeste senza Amore; non vi è Amore senza coraggio; non vi è coraggio senza fedeltà; né fedeltà senza consacrazione. Il compito, quindi, è quello di conquistare la forza di attuare la consacrazione di sé allo Spirito. Ma l’uomo, generalmente – anche se spiritualista – teme questa forza, come teme lo sforzo di conquistarla, e teme soprattutto la trasformazione totale dell’anima che l’attuarsi di questa forza comporta. Per cui egli si abbandona alla necessità e alla fatalità, siano esse d’ordine materiale o spirituale. Non concepisce, anzi evita di concepire, una possibilità diversa, attiva, responsabile e coraggiosa. Il piú delle volte immagina anche il Divino o il Mondo spirituale come qualcosa di necessario e di fatale. Desidererebbe che lo Spirito lo afferrasse o lo travolgesse, senza la sua iniziativa e senza la sua responsabilità. Il Divino lo dovrebbe assolvere dal faticoso compito di scegliere, di lottare, di realizzare: vorrebbe – anzi bramerebbe – essere posseduto dal Divino che dovrebbe funzionare in lui, al posto suo, in maniera meccanica, automatica.

Proprio questa è la viltà dell’uomo: la sua rinuncia a conoscere lo Spirituale autentico, l’abdicazione all’atto libero di essere coscientemente l’Io, il Soggetto autonomo, responsabile, del conoscere e dell’agire. È proprio da questa visione fatale e necessaria dello Spirito e del Divino che nasce l’anelito alla via egoica, ossia ad una via comoda che lasci indisturbato il dominio che la fatalità e la necessità hanno sull’uomo, dominio che non è del Divino o dello Spirito, ma delle potenze antispirituali che vogliono l’asservimento o l’annientamento dell’uomo.

La Via spirituale è la Via eroica, proprio perché l’asceta, mosso dall’intelligenza celeste del cuore, da Intelletto d’Amore, lotta contro la necessità e la fatalità, l’apparente onnipotenza degli Ostacolatori – che lo legano al divenire sensibile e al suo invadente risuonare nell’anima. Egli accetta che vengano messe nelle sue mani la responsabilità e le redini della sua esistenza esteriore e interiore, perché «delude gli Dei chi vuol dipendere dagli Dei», e quindi il suo andare avanti comporta un incessante lottare. Il lottare contro il sonno della coscienza, contro la seduzione ad abbandonarsi alla fatalità “naturale”, la rinuncia ad appoggiarsi ad una spiritualità tradizionale ormai esangue e spenta, lo portano ad essere un “lottatore contro la morte”.

«Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta». Non vi è piú aiuto o sostegno da verità già fatte o da regole trasmesse alle quali sia sufficiente conformarsi: si possono accogliere quelle verità o adeguarsi a quelle sapienti regole e restare tuttavia morti nell’anima, perché ci si aspetta che esse funzionino da sé, fatalmente o meccanicamente, come un fatto “naturale”, necessario, automatico. Tutto ciò è la morte dello Spirito, e contro questa morte, contro tutto ciò che è “naturale”, automatico, necessario, ripetitivo, abitudinario, deve imporsi l’atto dello Spirito. Non può non essere una lotta coraggiosa, risoluta, tenace, inesorabile, instancabile, malgrado tutto ciò che l’usura della quotidianità e l’“immane potenza del convenzionale” oppongono a questo atto dello Spirito: non può non essere una via eroica.

Nel suo stato di “ignoranza” non solo l’uomo non conosce, non sa, ma neppure sa di non sapere. Non soltanto non conosce la realtà spirituale del mondo e la propria essenza spirituale originaria, ma non sospetta neppure quanto il suo stesso atto del conoscere sia deformato e corrotto. Ignora lo spirituale che non conosce ed anche la propria incapacità a conoscere. In questa condizione ottusa spesso avvicina la Via spirituale, e fatalmente è portato ad accostarla con la stessa maniera “naturale” di conoscere che gli è abituale e che egli ritiene necessaria e ovvia. Questa maniera “naturale” di conoscere in realtà gli porrà ostacoli sin dai primi passi del cammino e spesso lo arresterà, facendogli ritenere che in fondo si tratti si solo di acquisire certe conoscenze o di “sapere” certe verità, lasciando più o meno immutato tutto il resto della propria natura. Le verità così acquisite da questo “sapere” nel tempo si accumuleranno, andando a formare nell’anima una sorta di stratificazione geologica di conoscenze morte. In taluni casi, specialmente nei primi tempi, il contatto con queste verità potrà accendere il sentire, che però tenderà rapidamente ad esaurirsi, dando luogo ad una superficiale emotività o ad una grigia e gelida intellettualità.

L’Appello del Mondo spirituale è rivolto all’individuo e alle comunità spirituali. Ma è il singolo che compie l’ascesi individuale solitaria e l’ascesi individuale compiuta ritualmente in armonia insieme ad altri, concordi a rispondere come lui al richiamo spirituale. È il suo agire che renderà sana ed efficace l’ascesi solitaria e l’azione rituale comune. Altrimenti opererà in maniera sterile, spesso distruttiva.

Il conoscere è vero e autentico quando trasforma colui che conosce, e la conoscenza spirituale è una conoscenza sacra: esige la consacrazione del conoscere e di colui che conosce. Il sentiero occulto comincia veramente quando ci si accorge non solo che non si conosce lo spirituale e non si è capaci di conoscere veramente, ma anche che, così come siamo, senza una radicale trasformazione, siamo incapaci di imparare a conoscere. La conoscenza spirituale – anzi tutta la conoscenza – deve diventare un Rito interiore sacrificale dell’anima e l’anima deve essere educata alla sacralità del conoscere. Per questo, il primo passo di questa educazione dell’anima è quello di imparare ad imparare. Una volta riconosciuta l’incapacità della conoscenza esteriore ad imparare, soltanto lo Spirituale può insegnare l’assolutamente nuovo: imparare ad accogliere la conoscenza vivente dello Spirito, in modo che nel discepolo che l’accoglie si operi una fecondazione e una trasformazione totale dell’anima. Tutto ciò richiede un sacrificio e una consacrazione: il coraggio di sacrificare il morto sapere, il coraggio di liberarsi del cascame del morto pensare intellettuale e la consacrazione dell’anima alla conoscenza vivente dello Spirito. Il discepolo apprende ad educare il pensiero ideante a farsi con amore forma del Soprasensibile, ad educare l’anima a venerare questa sacra operazione del conoscere. Questo Rito della resurrezione del conoscere dal cadavere della conoscenza morta viene incessantemente rinnovato, con fedeltà consacrata, nella concentrazione, nella meditazione, nello studio devoto della Sapienza Santa, oltre e malgrado ogni ostacolo, sino a far sorgere quel “coraggio dell’impossibile” che è richiesto nella prova suprema. Il secondo difficile passo è quello di realizzare la continuità di questa fedeltà consacrata nell’ascesi solitaria e nell’ascesi rituale comune. Essa deve vivere nel cuore e nell’anima come un intenso clima di devozione per la conoscenza, di appassionato slancio per l’ascesi, di amore per l’Assoluto. Ci è stato insegnato che il sentire è vero solo quando sente il Divino, e poiché il sentire che si accende per l’effimero e l’illusorio è la menzogna che oscura la luce dello Spirito, ottunde il cuore celeste e paralizza il volere, occorre sacrificare un’emotività che è la periferica, superficiale eccitabilità dell’anima a custodire, vegliando, il sentire celeste che, come una siderea fiamma, arde sull’altare stellare del cuore. Verrà un momento, cruciale, nel quale la consacrazione, la fedeltà, il coraggio, l’amore per l’Assoluto daranno la forza di compiere il terzo passo: quello di morire iniziaticamente: di affrontare per Amore – «zelus tuus devoravit me» – quella prova suprema di fronte alla quale si possa dire: «Il mio cuore non trema!».

La Via è difficile, ma anche l’attuale momento lo è. È un momento difficile ed estremamente pericoloso. Lo è per tutti: per i singoli, per i popoli, per le comunità spirituali. Non è concesso di rimandare ulteriormente l’affrontare prove dal cui esito dipende non solo l’ulteriore cammino, ma addirittura l’ulteriore esistere come esseri spirituali.

Questo è un mondo che, coinvolgendo in un apparire illusorio, erode a grande velocità le forze interiori dei singoli e disgrega le comunità spirituali, deviando gli uni e le altre verso quella via egoica, che è la via comoda della rinuncia a lottare per realizzare lo Spirito, quella dell’impossibile adeguamento dello Spirituale ai bisogni della pavida fragilità umana – che non sono i bisogni dello Spirito – che accetta una coesistenza pacifica col male purché gli Ostacolatori lascino indisturbati la torpida inerzia e il sonno comatoso di una “natura” che in noi non vuole saperne di trasformarsi ed attua ogni misura possibile per opporsi al proprio risveglio. Viene ad attuarsi cosí un patto scellerato con le Deità avverse nell’irragionevole speranza di essere poi risparmiati da queste, dopo aver disertato la lotta e aver tradito la propria anima e lo Spirito. Oltre che un’ingenuità questa è una menzogna distruttiva, un’illusione oltremodo pericolosa.

Il rispondere all’Appello del Mondo spirituale è la via eroica: è la via del coraggio e della consacrazione di sé. Questa consacrazione non può che essere integrale: nel pensare, nel sentire, nel volere. È un atto che richiede molta forza. L’ascesi costruisce in noi la forza che supera i limiti di una “natura” labile e paurosa. Ma occorre amare l’ascesi, amare la concentrazione e la meditazione, donandosi ogni volta ad esse con l’impeto e la dedizione di tutta l’anima.

Il rinnovarsi incessante di questa consacrazione è la fedeltà: fedeltà alla Via del pensiero vivente, fedeltà al Rito della resurrezione del conoscere che si attua ogni volta nell’ascesi individuale solitaria e in quella rituale comune. Il rispondere all’Appello dello Spirito è il coraggio della compromissione con l’Assoluto, è lo slancio d’amore al quale risponde a sua volta il Cielo, donandosi con la sua illimitata generosità.

Massimo Scaligero è stato, per taluni di noi, il Virgilio che ci ha tratto dalla selva selvaggia e dalla diserta piaggia; ci ha indicato il cammino alto e silvestro, percorrendo il quale è possibile passare da uno stato di tramortimento e di morte al risveglio spirituale, ad una vita nova dell’anima. Lungo questo aspro sentiero egli ci è stato esempio vivente di come sia possibile volere, comunque, realizzare lo Spirito, qualunque sia per noi il punto di partenza, inevitabilmente inadeguato. Ci ha insegnato che è necessario vivere vivi e non morti, che occorre vivere nello slancio, nell’impeto, nella dedizione assoluta, lottando con entusiasmo per la realizzazione di un’idea, per un ideale vivente, per un essere, per i quali si può con coraggio vivere, gioire, soffrire, compromettersi, anche morire. Che rinunciare a lottare per lo Spirito significa morire nell’anima; significa, per il più turpe dei motivi, per viltà, sentirsi indegni di vera vita.

Massimo Scaligero ci ha mostrato che alla disciplina interiore, alla concentrazione e alla meditazione possiamo dare tutto di noi, e che ad esse possiamo chiedere, per amore dello Spirito, le più audaci trasformazioni interiori. Questa disciplina interiore, l’ascesi del pensiero è la forza vivificante e la ragion d’essere della comunità spirituale, che non deve essere smarrita, non deve essere attenuata o appannata dalle menzogne fuorvianti – intellettuali o sentimentali – che gli Ostacolatori vorrebbero sostituire alla Verità dello Spirito.

L’ascesi del pensiero, la disciplina della concentrazione e della meditazione, sono la risposta all’Appello del Mondo spirituale. Esse attuano la consacrazione e la trasformazione radicale di sé: per questo sono la via eroica, la via solare, la via del coraggio e della fedeltà, la via dell’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, , , , , , , ,

La Via del Pensiero (di Isidoro)

Se guardiamo verso l’onnicomprensiva visione del mondo, intuita dalla conoscenza spirituale della Tradizione, troviamo anche indicazioni del succedersi degli stati di esso, mai disgiunti dalle condizioni umane (il dualismo tra cosmo ed entità umana, dal punto di vista di intere ere, è cosa piuttosto recente).

I cicli più estesi sono chiamati Kalpa e, ai fini di queste righe, essendo il kalpa indice dello sviluppo totale di un grado dell’esistenza universale, il dare significati temporali ad esso esorbita dal tema in proposizione.

I cicli svolgentesi entro il nostro kalpa sono chiamati Manvantara. A questo livello vengono considerati come riguardanti l’umanità terrestre in connessione a tutti gli avvenimenti che si producono nel mondo.

All’interno di un manvantara vi sono quattro Yuga. La divisione quaternaria di un ciclo ha molti riflessi: le quattro stagioni della natura, le quattro settimane del mese lunare, i quattro punti cardinali, ecc.

E’ inoltre rilevabile la corrispondenza dei quattro yuga (Krita-Yuga, Trêta-Yuga, Dwâpara-Yuga e Kali-Yuga)  con le quattro età come conosciute nell’antichità greco-latina: la prima è l’età dell’oro, poi in successione, dell’argento, del rame e del ferro.


In entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è caratterizzato da un processo di degenerazione rispetto al precedente. Dalla visione spirituale si esplicita un graduale allontanamento dall’Origine cosmica, costituente una “discesa” (vedasi la “caduta” nella tradizione giudaico-cristiana).

Caratteristica di ogni età è di essere più breve dell’antecedente, come nel mondo fisico la caduta di un oggetto accentua, nel tempo di caduta, la sua velocità.

Per i curiosi, una nota ininfluente: secondo calcoli che comunque andrebbero presi con beneficio d’inventario, il tempo dei quattro yuga si aggirerebbe verso un totale di circa 65000 anni. A meno che, come ritengo, il Tempo sia cosa viva e dunque possa allargarsi o restringersi. In tale possibile caso le indicazioni con orologi e calendari (numerazioni) valgono come maya nella maya.

Secondo i tradizionalisti siamo in pieno Kali-Yuga, secondo lo Steiner ne siamo usciti verso la fine del 1800. E, viste le condizioni dell’oggi, sembrerebbe che tutto debba dar ragione ai primi. Ai quali però, la visione unidirezionale e la scarsa o nulla propensione alla percezione del nuovo e del futuro nasconde quella parte di realtà che, essendo ora, manca alla corrente del passato.

Qui si biforcano le strade: i tradizionalisti irremovibili e con lo sguardo sempre rivolto all’indietro ed i seguaci dell’Antroposofia che, da nominalisti quali sono, usano ad ogni piè sospinto l’idea di evoluzione, troppo spesso corredata da un superficiale ottimismo.

Una comprensione della Scienza dello Spirito che non oscilli tra questi due stati d’animo (perché tali sono e null’altro, seppure ammantati di sapere) porta ad indagare il senso innegabile della perdita del Principio e delle perdite ulteriori. Qualcuno si è chiesto: “Se l’immersione nel Divino-Cosmico, la non-dualità, fosse stata davvero in mio possesso, perché avrei dovuto perderla?”.

In effetti al ricercatore potrebbe essere piuttosto chiaro che abbiamo perduto ciò che ci sosteneva ma non ci apparteneva. Facciamo un esempio concreto per immagine: un tempo il corpo sottile o eterico sorpassava di gran lunga quello fisico; perciò l’uomo viveva nello ‘spazio’ spirituale e questo, a sua volta, lo pervadeva. Così quasi non esisteva il dualismo Uomo-Mondo ed i confini corporei erano sconosciuti (come ora sono sconosciuti all’animale). Poi il corpo eterico si ritira, permanendo come un doppio creativo del corpo fisico. Tale contrazione segna la perdita di un ‘naturale’ stato di coscienza trascendente. E cosa l’uomo riceve in cambio di questa grandiosa perdita? Un mondo a lui esterno ed estraneo: il non-io enigmatico che stimola in lui lo sforzo personale sino alla conquista di una individualità e una destità mai esistita prima: in essa egli trova solo sé stesso pur recando in profondità, nel cuore, la nostalgia (memoria) del paradiso perduto.

Perciò la diatriba tra tradizionalisti e…futuristi è vana. Il tradizionalista non può immergersi in quello che non c’è più ma nemmeno vanno sdoganati al futurista sogni di splendori futuri che dovrebbero cadergli addosso in automatica. Il futurista sogna di diventare un automa beato! Tanta è la passività e l’inerzia nascosta dalla rappresentazione facile che anela arimanicamente ad una riascesa officiata da Potenze  trascendenti, perciò conosciute solo nominalmente…forse più insana dei desideri restaurativi della cecità tradizionalista.

Il fiore dell’indipendenza dagli Dei che l’uomo sperimenta in ogni momento non può non essere altro che la Libertà. Parola troppo facile che nasconde un contenuto tremendo ed imprevedibile. E’ ciò che l’uomo di oggi può volere o non volere: dipende dalla sua indipendente azione. Non v’è uomo che non porti in sé l’antico. A cui ripugna e spaventa l’atto libero. Anche le religioni, seppure ricche di tesori, appartengono al passato, seguono la via dei morti. Le pseudo religioni o le pseudo mistiche contemporanee sono solo fenomeni di tarda necrofilia su corpi marcescenti.

Ora, lo si desideri o meno, è il corpo che abbiamo, la coscienza che possediamo, che fanno da base ad ogni ulteriore movimento. Converrebbe parlare meno di “mondi spirituali” e di contenuti “morali”: venendo essi assunti da una coscienza vuota di Spirito e da un pensiero astratto, privo di realtà condizionante. Non direi simili cose se non mi fosse chiaro il contenuto della coscienza: piena di rappresentazioni, vuote anch’esse di realtà ma sostenute da una debole impressione di vita elargita dalla più oscura vis istintiva.

L’attività della coscienza di sé si svolge in pensieri o, più esattamente, in una sfera di astratte rappresentazioni: semplici riflessi del mondo come appare o dell’inconosciuta vita organica, quella del corpo o della psiche soggetta al corpo. Ma se la rappresentazione è un riflesso, una maya, essa non muta il suo carattere “sia che pensi Dio o una sedia” o l’Opera Omnia del Dottore. Un riflesso non può trasformarsi in una realtà senza una concreta animadversio. Per questo motivo chi evita di guardare con coraggio la condizione di “caduta” in sé stesso, cerca di saltare l’ineludibile fosso con azioni e parole illudenti che ponendolo in condizioni crepuscolari (di fatto medianiche) lo trascinano verso condizioni più involute rispetto allo stato di coscienza dell’uomo comune. L’involuzione può essere “elettrizzante”, stimolando nel soggetto retrogrado impulsi di evangelizzazione (contagio) verso i deboli e gli instabili.

Questo è semplicemente il retroscena che anima la maggior parte di “Maestri”, “Guide” e “Profeti” del teatrino del mondo e, in particolare, del mondo esoterico.

Però il pensiero-maya è anche un niente che non vincola la coscienza. Non vincolandola, esso proprio in questo vuoto può muoversi liberamente: anche oltre la propria stessa natura. Non vincolato dal corpo e dalla psiche personale vincolata al corpo esso, se lo vuole, può tendere oltre: può volersi oltre tutte le categorie che vincolano gli altri elementi costitutivi. Può volersi oltre la personalità, il carattere e tutto quello che corazza e imprigiona l’umano nella ordinaria rete di ateismo e religiosità, di istinti e di idealismo, di materialismo e spiritualismo.

Questo è il potere del pensiero astratto, realizzato solo in parte nell’opera della conoscenza scientifica che, per afferrare il dato, non si è accorta di cosa succedeva nella coscienza e tanto meno si è data la pena di applicare il metodo scientifico al mondo interiore. Peccato! Avrebbe scoperto un momento dinamico del pensiero, antecedente il pensiero delle cose. Un simile momento fu in realtà intuito da pensatori come Hegel, Rosmini e Gentile ma fornì loro il bisogno di approfondimenti speculativi, di fatto contrastanti l’esperienza originaria. Cercando di spiegare tutto il resto, essi non ebbero la capacità di indicare il processo onde fosse possibile risalire all’esperienza primaria. Per loro eccezionale, e del tutto incompresa da chi ha tentato di seguirli.

Senza togliere l’onore della ricerca avanzata a Brentano e Husserl, spetta a Rudolf Steiner la capacità di trovare nello sforzo scientifico di Goethe, portato alle sue ulteriori conseguenze, la tangenza possibile tra la sua personale visione spirituale ed il pensiero scientifico, allorquando questi si rivolga alla vita dell’anima. Con la Filosofia della Libertà nasce nel mondo la prima Opera di pensiero che coincide con la Potenza eterica da cui, in realtà, sgorga ogni pensiero pensante e immediatamente scadente nel pensato.

La Filosofia della Libertà fu un’opera troppo innovatrice per gli uomini del diciannovesimo secolo, troppo difficile per il primo ‘900 (le aggiunte alla seconda edizione del 1918 lo dimostrano) e praticamente incomprensibile oltre la struttura verbalizzante ai nostri giorni, poiché, a quanto pare, già sono venute meno le capacità intuitive generali, sostituite come sono da un sub-umano automatismo dialettico che è già oltre il livello minimo di manifestazione dello spirituale nell’uomo.

Sono forse consequenziali prosecutori Friedermann e Schwarzkopf? Dai, non scherziamo!

In Italia, dopo un penoso (e inutile) tentativo di comprensione, candidamente Bavastro termina una lunga disanima del testo concludendo che “se il libro è iniziatico, ha allora il diritto di essere difficile”(Rivista antroposofica n°3, 1976): ai posteri lasciando l’oscura, intellettualistica equivalenza tra “iniziatico” e “difficile”. Appare invece chiaro lungo tutto il saggio di Bavastro (tra l’altro traduttore e curatore della V ed. italiana della Filosofia della Libertà. Lettori: attenti!) come dalle sue parti non si sospetti nemmeno che il pensare indicato dallo Steiner non si affaccia mai nell’esperienza comune.

Soltanto Massimo Scaligero (oltre, forse, a pochissimi discepoli diretti), avendo sperimentato la Forza che cosmicamente fluisce come Vita antecedente persino al momento pensante del pensiero, ha potuto indicare il metodo, la téchnē della risalita: dalla rappresentazione al pensiero che pensa e da questo alla Potenza che lo precede. Coerentemente all’assunto della Filosofia della Libertà ma nel contesto delle mutate condizioni dell’anima nelle nuove generazioni, pur comprendendo con serena chiarezza, che doveva venire indicato un compito già incompreso e difficilmente conseguibile. In realtà questa è stata un’ operazione che lo stesso Steiner avrebbe svolto se la mancanza di tempo e poi l’inattesa fine non avesse troncato sacrificalmente il percorso che gli era karmicamente dovuto.

Scaligero stesso non avrebbe svolto un simile lavoro (tra ristrettezze e sacrifici di ogni genere) se non avesse ricevuto l’investitura (l’onere) di svolgerlo.

Come nella staffetta, il “testimone” passa a chi è stato posto nel tratto successivo.

Sinceramente, conoscendo il poco di cosa si è svolto dietro il sensibile in questo caso, non mi indignano le bordate che a destra e a manca vengono ancora sparate contro Scaligero, essendo ciò connesso al karma dei singoli e della decaduta associazione, ma rabbrividisco di fronte alla fredda e cinica superficialità che molti manifestano nei suoi confronti. Forse perché da bambino mi fu facilmente insegnato a rispettare il sacro delle chiese, ora rispetto il Santuario d’Occidente e la Personalità che ne è al centro.

Non è vero Maestro né valido Indicatore chi non sa insegnare (anche se mirabilmente dotato) la Via del Pensiero: questo è un buon metro per capire molte cose, anche quelle che non piacciono.

La Via del Pensiero non solo è la via più pura e più indicata per l’occidentale che sia desto, compiutamente desto e decisamente moderno, ma è ‘tecnicamente’ l’unica via possibile, data l’attuale costituzione palese-occulta dell’uomo se rapportata alla realtà dello Spirito: solo nel soggetto pensante affiora lo Spirito come immanenza, aristotelicamente più potenza che atto, ma che è tuttavia l’unica mediazione possibile che non può essere evitata come si faceva nell’antico (la constatazione, quasi umoristica, che non si possa ad esempio, “digerire la digestione”, la possiamo allargare a tutte le attività umane possibili: il fatto che ciò – pensare il pensiero – sia applicabile solo all’attività pensante dovrebbe far riflettere il ricercatore ancora confuso).

Tutto ciò non implica l’opposto giudizio, come taluni desiderano pensare che qui si pensi: cioè il disprezzo per la via che consiste nello studio serio e appassionato delle opere antroposofiche. Pensare il pensiero antroposofico è un dono e una grazia per l’anima, per il presente e per il suo futuro.

Sulla Via del Pensiero occorre educarsi alla contemplazione del pensiero, condizione eccezionale perché non sollecitata da alcun istinto o necessità, a cui lo Steiner invitava (Filosofia della Libertà, III Cap. pag. 30, V ed. italiana) secondo il canone del processo del pensiero: l’osservazione spassionata e obbiettiva di un tema o di un oggetto di pensiero che per insistenza volitiva distrugge la propria datità rivelando la Forza-pensiero di cui era alienazione riflessiva. Questa difficile arte viene chiamata Concentrazione.

Essa è la Potenza dell’occhio di Shiva: incenerisce la paura (ogni paura) e la brama (ogni brama) dei valori del mondo duale ai quali si aderisce in profondità e che sono l’inavvertito limite della prova esoterica.

La retta, la tersa Concentrazione è un atto eccezionale, conosciuto solo nell’azione stessa e quando si è capaci di abbandonare il mondo delle argomentazioni e deduzioni, ripeto: mai stimolato dal mondo o dall’uomo che normalmente si è, buono, devoto o immorale che si presume di sentirsi.

Occorre solo che l’io voglia, attimo dopo attimo, il pensiero deliberatamente posto, con una dedizione che deve farsi assoluta; allo zero dei valori umani, allo zero e oltre il proprio senso della vita. Questo è l’inizio della Via del pensiero.

Qui mi fermo. Nella Concentrazione il carattere essenziale dell’osservazione scientifica viene soddisfatto: con la sua impersonalità e con la ripetitività rigorosa del percorso e del suo prodotto finale. La concentrazione è inconosciuta: sono conosciute  invece mille tecniche fisio-psico-mentali subordinate a mille oggetti e a mille scopi, personali e stravaganti.

Mentre quella che tratta di univoca osservazione di pensiero sul pensiero stesso è del tutto estranea al pensiero che fu, ed a quello contemporaneo. Prova ne sia che negli stessi ambienti antroposofici si confonde il primo dei 5 esercizi ausiliari con la concentrazione o persino la si nega. Eppure la conoscenza sperimentale del pensiero dovrebbe essere il primo gradino di una vera scienza che voglia dirsi – non solo a parole – spirituale.

Certo: la Concentrazione non è tutto, ma senza la sua potenza le ulteriori discipline, dalla Meditazione alla Contemplazione e al Silenzio interiore, non avrebbero la capacità di venire realizzate come atti spirituali e rimarrebbero intellettuale o sentimentale rimuginazione personale o apertura a ospiti non invitati.

Ho detto che qui mi fermo poiché la Concentrazione implica una decisione dell’Io che l’io comune deve poi portare avanti con una eroica fedeltà, un grande sforzo ed una pazienza inalterabile: un formidabile pinnacolo di bianco granito stante e imperturbato, nel divenire limaccioso delle correnti.

Eppure il  segreto – ricercato per ogni dove – sta in massima parte nella totale semplicità del gesto interiore, rafforzato soltanto dalla giornaliera risorgenza dell’impeto volitivo.

Isidoro

 

SCIENZA DELLO SPIRITO, , , ,
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