Gennaio 2014

TAMBURI LONTANI

 

…anzi lontanissimi. Nel tempo. E’ possibile che il tamburo sia stato il primo strumento musicale creato dall’uomo, ma è certo che fu uno dei primi.

Fu usato dall’età della pietra ed espresse, sin dall’origine, la massima potenza che non va intesa semplicemente come esteriore ma anche spirituale.

Nella forma più antica è strumento cultuale che riproduce tutti i ritmi vitali ed ordinatori: quando il tamburo fa questo, si dice che parla solennemente.

Nelle forme più antiche era ricavato da un tronco d’albero: squarciato in lunghezza, svuotato e arrotondato col fuoco; curando che un bordo dell’incavo fosse più spesso dell’altro: percuotendo il bordo spesso esce un suono grave mentre il bordo sottile produce un suono alto.

A seconda del rito, il tamburo veniva adagiato a terra oppure collocato ritto e inclinato verso la stella polare, così svolge la funzione di albero cosmico. Perché con il suono esso aveva lo scopo di congiungere verticalmente il cielo e la terra: la sua “parola” era il ponte tra cielo e terra.

Come l’albero della vita e della morte, il tronco-tamburo cercava di ricondurre all’unità il mondo lacerato da forze opposte: cielo e terra, acqua e fuoco, uomo e donna.

Per le Upanishad il denominatore comune a tutte le contraddizioni era: suono e ritmo. Il suono è acqua ed il ritmo è fuoco. Però il suono ed il ritmo non si osteggiano ma si fondono per formare quel “fuoco liquido” che, per le Puranas, costituisce l’essenza della musica e la matrice dell’universo.

Questa concezione portò a considerare il tamburo a tronco come uno spirito ermafrodito. I guerrieri appendevano le teste dei vinti per onorarne l’aspetto maschile e latte e piante quello femminile.

Da ciò ebbero origine i tamburi di pelle (matriarcali). Negli antichi stati feudali africani solo il re era il padrone di tutti i tamburi del Paese: solo il re poteva permettere il privilegio di suonarli. Lo stesso re riceveva il diritto del tamburo dall’alto, cioè dal Re del Mondo, dal dio del lampo e del tuono.

In India, da documenti che risalgono al primo millennio a. C. sappiamo che il tamburo era oggetto di venerazione: l’atmosfera era la sede specifica dello spazio rituale in cui si distinguevano due forme di tamburo: una era un enorme tamburello cilindrico che riproduceva la voce del tuono; l’altra aveva la caratteristica forma a X di una clessidra il cui centro era formato fa un piccolo collo mentre le parti inferiori e superiori formavano due cerchi uguali, uno rivestito con la pelle di animale maschio, l’altro con pelle d’animale femmina: cielo e potenza guerriera e terra e fecondità. Il tamburo a clessidra riproduceva il rumore del vento, del tuono e della pioggia.

Nel Rigveda si legge che questo tamburo è di volta in volta un cavallo, una nave o un cocchio a due ruote di cui una scorre sulla terra, l’altra in cielo. In un inno le pelli del tamburo vengono chiamate “orecchi” con cui cielo e terra si ascoltano.

Il Suono era l’unico mezzo di collegamento tra cielo e terra, per cui, ad esempio, non era attribuito un valore all’acqua piovana in sé ma solo al ritmo sonoro, al tambureggiare delle gocce di pioggia.

Gli sciamani americani originari dicevano pressappoco: “Questo tamburo veneriamo perché la sua forma rotonda è immagine dell’universo. Il suo suono è il cuore che batte al centro dell’universo. E’ la voce del grande spirito. Il suo suono ci porta la comprensione del mistero e della forza di tutte le cose”.

Concretamente, perché?

Perché, per quel tipo di consapevolezza, il tamburo era l’altare sacrificale in cui l’uomo sacrificava la fuorviante molteplicità delle impressioni sensibili, riconoscendo nel ritmo puramente periodico la Norma ultima e suprema a cui ogni evento del mondo è sottomesso. Se si osserva, ogni evento naturale è periodico e nulla è capace di riprodurre tale periodicità con la chiarezza e semplicità del ritmo puro, che è slegato da qualunque forma fenomenica precisa.

Inoltre esistono ritmi più segreti, che l’uomo teme di scoprire poiché ogni conoscenza presuppone un sacrificio.

In antico esisteva la figura della “vacca espiatoria”: essa, in perpetuo servizio, dà alla terra più di quanto riceve, e se uccisa non dona solo la carne ma anche la pelle che serve al tamburo: dunque l’unica moneta che abbia corso fra gli dei e gli uomini: il suono che emana dalla pelle della vacca espiatoria uccisa.

Tutte le altre azioni cultuali non erano che fenomeni collaterali del sacrificio acustico.

Per le antiche culture superiori il suono prodotto dalla pelle sacrificata era una massima espressione di ascesi: il grande cantore Kuei, dopo aver inutilmente esortato gli uomini ad una vita retta dal Dharma, si fece uccidere affinché la sua pelle potesse essere tesa sul cerchio di un tamburo. Compiuto questo supremo sacrificio, la sua voce cominciò a gridare dalla sua pelle in modo tale che gli uomini, costernati, seguirono le sue esortazioni.

Secondo la tradizione degli indiani Sioux, Manitù consegnò agli uomini un tamburo con due pelli, per poter comunicare con lui, chiedendo come contropartita la pelle di due persone sacrificate.

Non si dovrebbe semplificare troppo i ritmi dei tamburi primitivi in quanto, eseguiti quasi esclusivamente in ritmi asimmetrici, sono assai più dinamici delle suddivisioni a quantità regolari. Per esempio suddividendo un ritmo 8/8, non più in 4 e 4 o in 4 x 2 ma in 2 + 3 + 3. Ci si accorge che la suddivisione di un 8/8 in 4 x 2 dà addirittura un senso di pesantezza e fastidio.

Solo il suono del tamburo può fornire tali ritmi o proporzioni e altri infinitamente più complicati, in una forma cosi pura e tuttavia viva e non schematica.

Solo il tamburo può darci l’impressione, purificata, di valori universali, traducendoli simultaneamente in esperienza interiore: questa è la combinazione che conta: non limitarsi a formulare l’essenziale teoreticamente, ma essere capaci di tradurlo in esperienza che abbraccia corpo e anima.

La “comprensione” del ritmo aiuta l’uomo a raggiungere cose che gli sarebbero inaccessibili perché estranee al suo ordinario essere.

I riti antichi prescrivevano danze animali (orrore!) non col solo scopo di imitare allegoricamente l’animale, bensì di tradurre in personale esperienza il ritmo insito in quell’essere.

L’assimilazione perfetta di un ritmo essenziale è possibile soltanto trasformando in sostanza propria il suono che soltanto il tamburo è capace di produrre.

Per il medesimo motivo nessun altro strumento può emulare il tamburo, perché tutti gli altri strumenti sono costretti a rivestire il ritmo col mantello della melodia.

Nelle antiche prescrizioni dello yoga veniva detto: “Il suono del flauto è una conoscenza segreta, il suono del tamburo è un’arte sacrale, il colpo sul grande tamburo è uno sguardo gettato sugli dei” Soltanto nel rombo del tuono lo yoghin diventa brâhman.

L’ultimo mistero del tamburo è nascosto nella sua cavità: per l’Oriente tutti i fenomeni del mondo sensibile poggiano sul Vuoto, di cui la cavità del tamburo ne è simbolo.

Cavità che è pure l’origine delle cose, poiché la cassa armonica riecheggia quello che la volontà di vita vi proietta contro.

La “volontà di vita” nasce dal desiderio, insito in ogni spazio vuoto, di pienezza. Pur non appartenendo alla natura del Vuoto, il desiderio vi si introdusse già quando il Creatore decise di dare forma e vita al mondo. Esprimendo il desiderio, il rito introdusse nella cavità del tamburo il ciclo delle morti e delle rinascite: il corpo del tamburo-madre è pertanto culla e tomba di ogni esistente.

TRADIZIONE

NEL CROGIOLO (di F. Di Lieto)

crogiolo

NEL CROGIOLO

Poiché la forma si degrada e varia
in corrotta materia, e la bellezza
tradisce col trascorrere degli anni,
e la mano ferisce se ripudia
l’oggetto di un amore alla sua fine,
per non patire queste immani offese,
ecco, mi rendo a una placata inerzia,
a una stasi privata di ogni pena,
libera da moventi di passione.
Dico al mio cuore: férmati, ho trovato
il momento sublime, il dolce attimo
in cui dolore e gioia, tempo e sangue
ghiacciano il loro fiume diventando
calmo diamante, equilibrata pace.
E la mia mente un silenzioso lago
con sereni vascelli di pensieri
all’ancoraggio, finalmente paghi
dei peripli incessanti, dell’ozioso
vagabondare che riporta il viaggio
sempre al suo punto di partenza. Ho spento
sulle mie tempie l’onda inesauribile
del recidivo fuoco cui si accendono
i desideri, e la mia fronte splende
viva di quieta luce, ormai dissolte
in me le inesaudibili speranze.
Ma non è questa la mia sorte, né
il segnato destino. Occorre scendere
nel vortice, saggiare la veemenza
del turbine, salvare la fugace
dolcezza, nonostante la tempesta
che spinge il mondo alla brutalità,
farsi scudo nel vento per la fiamma
che rischia di morire, e della musica
alta, vibrante, della interna voce,
facili ostaggi di un sentire muto,
rendersi testimoni. Consumare
nel rogo della vita ogni tessuto
del nostro corpo. È quanto ci richiede
l’invisibile essenza: di provare
cosa valiamo esposti ai reiterati
oltraggi, alla violenza degli eventi,
ai colpi inevitabili del male.
E quando finalmente il logorìo
avrà fatto di noi combusta cenere,
da smembrate parvenze allora, forse,
il primo fiato e la bontà paterna
ci chiameranno a esistere, saremo
infinita radianza, eterno seme.

.

Fulvio Di Lieto

***

www.larchetipo.com/1998/feb98/poesia.htm

L’Archetipo, febbraio 1998 – Poesia

Fulvio Di Lieto | Il sito ufficiale

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'APPENDICE DEL '18

 rudolf-steiner

Non è difficile aver notato qualche milione di volte, la ripetitività di singole frasi, svuotate dal contesto e contenuto, mentre brevi discorsi completi dalla a alla zeta e posti a perfetta chiarezza e fondamento vengono eternamente evitati come fossero il calderone della peste.

Sfido! Esternano le condizioni sine qua non affinché un possibile resto ci sia e non si concluda l’avventura mai iniziata nel luna park del fantastico o delle sue ceneri.

Detto questo mi sobbarco l’onere di riscrivere su Eco, una relativamente breve nota, che c’è in tutte le edizioni dell’Iniziazione (perciò in tutte le biblioteche di coloro che…) e che, a quanto pare non viene né letta né valutata per quel molto che vale.

Premetto che le corsivizzazioni, equivalenti a sottolineature, sono mie e non dell’Autore.

Dall’Appendice all’ottava edizione (1918):

La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione o malinteso sul medesimo.

In questo campo riesce facile all’uomo esser tratto in inganno.

Una delle illusioni, e la più importante, si verifica, se spostiamo l’intero campo dello sperimentare animico di cui si parla nella vera scienza dello spirito, in modo da sembrare che esso si debba confondere con la superstizione, coi sogni visionari con la medianità e con parecchi altri deviamenti dell’aspirazione umana.

Questo spostamento deriva spesso dal fatto che alcuni uomini i quali, vorrebbero cercare una strada che li conduca nella realtà soprasensibile, cadono nei deviamenti citati, e vengono confusi con gli altri che seguono la via indicata in questo libro.

Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico-spirituale.

E’ possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma dei pensieri che non derivano dal percepito, sentito, o voluto.

Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri.

Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri in un certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori.

Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su  se stesso.

Chi però l’ha sperimentata, sa per esperienza che sempre, quando il pensare domina nella vita dell’anima, e nella misura stessa in cui tale pensare compenetra altre funzioni dell’anima, l’uomo si trova coinvolto in un’attività alla cui formazione il suo corpo non partecipa.

Nella vita ordinaria dell’anima, il pensare è quasi sempre commisto ad altre  funzioni animiche: percepire, sentire, volere, e così via.

Queste altre funzioni si formano per mezzo del corpo. Ma il pensiero agisce in esse.

E nella misura in cui vi agisce, si svolge nell’uomo e per mezzo dell’uomo qualcosa a cui il corpo non prende parte.

Gli uomini che negano questo non possono superare l’illusione che viene creata dal fatto di osservare l’attività pensante sempre in unione con altre funzioni.

Ma nell’esperienza interiore ci si può animicamente spingere a sperimentare la parte pensante della vita interiore da sola, anche separata da tutto il resto.

Dall’ambito della vita animica si può liberare qualcosa che è unicamente costituito di puri pensieri; di pensieri che  esistono di per se stessi, e dai quali è escluso tutto ciò che è dato dalle percezioni, o dalla vita interiore dipendente dal corpo.

Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile.

E l’anima che si unisce a tali pensieri, in quanto durante questa unione esclude da sé ogni percezione, ogni ricordo, ogni abituale vita interiore, sa di essere con il pensiero stesso in una regione soprasensibile, e sperimenta se stessa al di fuori dal corpo.

Chi abbraccia con lo sguardo tutta intera la questione, non può più porsi il quesito se esista uno sperimentare dell’anima in un elemento sovrasensibili al di fuori del corpo, perché sarebbe per lui negare ciò che egli sa per esperienza.

Per lui esiste soltanto la domanda: “Che cosa impedisce agli uomini di riconoscere un fatto così certo?” E a questa domanda trova la risposta che il fatto in questione è tale da non manifestarsi se prima l’uomo non si pone in una disposizione di anima atta ad accogliere la manifestazione stessa.

Gli uomini diventano però subito diffidenti se devono cominciare col fare qualcosa di puramente animico, affinché si manifesti loro un elemento in sé indipendente da loro.

Per il fatto di doversi preparare ad accogliere la manifestazione, credono di aver formato il contenuto della manifestazione stessa.

Vogliono esperienze alle quali l’uomo non contribuisca per niente, di fronte alle quali rimanga completamente passivo.

Se inoltre questi uomini ancora ignorano le più semplici condizioni necessarie alla comprensione scientifica di uno stato di fatto, allora, nei contenuti e nei prodotti animici in cui l’anima è pressata al di sotto di quel grado di autoattività cosciente che si trova nella percezione sensoria e nell’azione volontaria, vedono una manifestazione obbiettiva di un’essenza non sensibile.

Tali contenuti animici sono le esperienze visionarie, le manifestazioni medianiche.

Ciò che si palesa però attraverso manifestazioni siffatte non è un mondo soprasensibile, è un mondo subsensibile.

La cosciente vita umana di veglia non si svolge completamente nel corpo; la parte cosciente questa vita si svolge soprattutto ai margini fra corpo e mondo esteriore fisico; così la vita percettiva, per quanto si svolge negli organi sensori, è tanto l’introdursi di un processo extracorporeo nel corpo, quanto una penetrazione di questo processo da parte del corpo stesso; e così dicasi della vita volitiva, che dipende dal porre l’essere umano nell’essere cosmico, in modo che quanto succede nell’uomo per mezzo della sua volontà sia al tempo stesso un organo del divenire cosmico.

In questo sperimentare animico che si svolge al limite del corpo, l’uomo è in gran parte dipendente dalla sua organizzazione corporea; ma in questo sperimentare agisce l’attività pensante e, nella misura in cui ciò avviene, l’uomo si rende indipendente dal corpo nella percezione sensoria e nella volontà.

Nello sperimentare visionario e nelle produzioni medianiche l’uomo si pone completamente alle dipendenze del corpo.

Egli elimina dalla sua vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà.

E di conseguenza i contenuti animici e le produzioni animiche diventano semplici manifestazioni della vita corporea.

Lo sperimentare visionario e la produzione medianica risultano dalle circostanze che in questo sperimentare e in questo produrre l’uomo, con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita abituale percettiva e volitiva.

Nello sperimentare del sovrasensibile, quale è inteso in questo libro, l’evoluzione dello sperimentare procede in direzione opposta a quella dello sperimentare visionario e medianico.

L’anima si rende progressivamente più indipendente dal corpo, di quanto non lo sia nella vita percettiva e volitiva. Arriva a quella indipendenza che si può abbracciare nello sperimentare del pensiero puro, per darsi ad una attività animica molto più vasta.

Per la qui intesa attività animica soprasensibile è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro, perché in sostanza questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile.

Però è tale che, per mezzo di essa, non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel sovrasensibile; ma si sperimenta soltanto esso in modo soprasensibile; non si sperimenta niente altro di soprasensibile.

E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione dello sperimentare animico che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro.

Perciò è tanto importante poter sperimentare questa unione in modo giusto, perché dalla comprensione di tale unione risplende la luce che può anche recare una visione giusta sulla natura della conoscenza soprasensibile.

Appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe sopra una via sbagliata per la vera conoscenza del mondo soprasensibile.

Essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee; ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe non sarebbe allora una manifestazione del soprasensibile attraverso di essa, ma una manifestazione corporea nel campo de mondo subsensibile.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA CONCENTRAZIONE E LA BAIA DI TOKYO

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A proposito di “Anima e concentrazione”, Savitri e altri amici ne hanno parlato un gran bene, ma non come essa scrive, per il modo in cui ho scritto (l’articolo era stato buttato giù con dita…più veloci del pensiero) e forse nemmeno per la tematica, per la quale sono e sarò preso per matto da molti lettori e da tutti gli odiatori fissi (ça va sans dire).

Comunque, se qualcuno andava ringraziato, non ero io ma la viva immagine di un mio caro amico, la quale – lei, l’immagine, non lui – mi saltellava, quasi spazientita, per l’anima.

Tutti voi che mi leggete, dovreste sempre ricordare una cosa che è fin troppo facile dimenticare, ovvero che ci sono pure quelli che non appaiono mai, che non apparirebbero né per soldi né per amore e tanto meno per gli inconfessabili motivi di chi vuole apparire ad ogni costo.

Già, vi sono quelli, vivi, vegeti e salterini che non hanno alcun desiderio di apparire nemmeno se promettete loro tutta la riserva aurea di Fort Knox.

Sono anche, almeno per il mio sense of humor, decisamente spiazzanti, se li associo ai paludamenti in cui Tizio o Caio cercano di occultare (e già che ci siamo, di soffocare in senso letterale) l’impulso che dal sovra-umano, cioè da Michele, attraversa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero.

La gentaccia di cui faccio accenno, se ne frega beatamente dei  bric-à-brac esposti, delle forme universalmente concordate, delle virtuosità esibite o vezzosamente mal celate…insomma sgomma via veloce dai partitini esoterici. Non si preoccupa nemmeno di selezionare ciò che è buono da ciò che lo è meno: vede, sa e non se ne cura affatto.

Nel vivere passano inosservati, oppure sono conosciuti per altre cose che fanno in totale distacco dai benefici personali come Krishna insegna nel Bhagavad Gītā.

Sono esoteristi? Ma, per semplificare, diciamo pure di sì. Eppure sono distanti anni luce da quelli che si dicono esoterici…non avendo alcun tratto comune con questi ultimi, privi come sono del peso dell’importanza personale, dunque ignoti per chi vive costantemente in un eccesso forsennato di autostima o nel desiderio di possedere tale ambìto eccesso.

Allora, mi fa un gran bene conversare di tanto in tanto con i militi ignoti di cui parlo. Entro un po’ in loro e vedo le cose dalla loro prospettiva in cui, oltre l’essenziale, tutte le categorie pubbliche sono più inconsistenti di fata Morgana.

Ma questo, dato che pure le parole scritte hanno una forma precisa, a riportarlo è impossibile e del resto cosa si potrebbe scrivere per sottolineare il senso di una Filosofia della Libertà che già c’è, dei Testi di Scaligero (ma qualcuno ha letto interamente un suo libro? Qualcuno ha capito almeno la metà di un suo libro?) che già ci sono?

Beh, molti hanno fatto anche questo lavoro di rimessa, qualcuno spero con le migliori intenzioni, ma sono sempre traduzioni al ribasso o inconsci tentativi per dare al ricercatore la mela di plastica al posto della mela vera: sia mal fatta o ben fatta è sempre una porcata a gloria di chi l’ha compiuta.

Allora vengo al punto: avevo scritto una frase dopo le prime righe e messa in corsivo, affinché fosse evidenziata ma non sfacciata.

La sua eventuale declinazione è solo questa:

Solo chi è capace di superare il confine dell’anima conosce la concentrazione.

Mi pare persino più netta dell’originale.

Perché ho parlato di individui fuori dai contesti famigliari a molti? Perché quello che ho corsivizzato loro lo cantano in coro e con tutti gli accenti immaginabili e non.

Mi sono solo preso il permesso di dirlo e credo che, per la loro “non-visione” del mondo lo direbbero soltanto dietro ad una precisa domanda perché nel loro vocabolario la parola “mentire” non esiste.

Lo direbbero a chi ha già capito, poiché sanno benissimo che chi non capisce o non vuol capire, non capirà una risposta facile, ma facile solo per chi ha già capito.

Infatti (come mi era stato predetto), a parte insignificanti disturbi sulle onde hertziane, ho avvertito un gran bel silenzio…Prego, cancellate quel “bel” perché è un silenzio imbarazzato, perché non sta bene scavare solchi, segnare confini dove dovrebbe dominare l’informe, ciò che si plasma facile facile a tutte le esigenze dell’animuccia.

Quale rozzissima violenza dare una forma ad un Proteo che si vorrebbe trasformato in ogni cosa che più aggrada: e giù i Vangeli e anche di questi ciò che più piace. E giù il “Maestro” che, come un dio di poco prezzo, viene ricostruito a propria immagine e somiglianza.

Comprendo meglio la malafede o l’avidyā che le fenomenali torsioni o conversioni di conclamati ottimi discepoli…che forse erano già un tantino meno che ottimi se non riuscirono a stare in piedi da soli quando Massimo Scaligero mancò al mondo.

Ho potuto constatare il fenomeno con una personalità molto vicina a Scaligero. Bontà sua, la vedevo abbastanza spesso. Dopo la scomparsa di Massimo, portava con sé, oltre una ricchezza acquisita sul campo, l’amore, il rispetto e la viva memoria che un lungo rapporto con il portatore del Pensiero Vivente aveva forgiato.

Bastarono circa due anni di tempo che tutto sembrò confondersi e Scaligero ormai stava “ruzzolando” giù di gradino in gradino. Taccio, per carità (non so se pagana o cristiana), qualche oscura frase a metà, presenti non pochi amici, su cui nessuno chiese lumi per tatto e amicizia ma che purtroppo si sarebbe delineata, sempre più chiaramente in un “sistema” un tantinello buio.

Soltanto dopo due anni, già l’amico, il maestro e la sapienza dispensata venivano dimenticati in nome di una sorta di mistica alternativa che poi – noi ne sapevamo poco o nulla, lontani da Roma – venne considerata addirittura come una evoluzione o un superamento dell’insegnamento di Scaligero, il quale in ultima analisi era la nuova – e probabilmente unica – fioritura di quello che Rudolf Steiner aveva espresso in Verità e Scienza e nella Filosofia della Libertà.

Allo stesso modo come ora, in cui uno scombiccherato rivolo para-religioso vorrebbe porsi come superamento dell’antroposofia, dopo averla depredata dalla testa ai piedi senza averne compreso un accidente. Stessa deriva, un tantino più volgare.

Qualcuno ha il lodevole coraggio di chiedermi perché scrivo sempre (non è del tutto vero) di “tecnica” e mai d’amore.

Quante risposte potrei dare!

Per non farla troppo lunga:

a) perché è una parola prostituita,

b) perché troppi, tra gli animi di chi legge, la interpreterebbero sentimentalmente,

c) per il rispetto dovuto al suo originario significato,

d) per il rispetto dovuto alle Figure che l’hanno usata con il suo contenuto vero.

E spero (invano) che ciò basti.

Ps: nel titolo, cosa c’entra la baia di Tokyo? Andateci e se avete occhi e naso capirete se c’entra o no.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INCONTRI SOLARI CON MASSIMO SCALIGERO

-Massimo

Incontrai per la prima volta Massimo Scaligero quasi alla fine della mia adolescenza. Nell’agosto del 1969 avevo conosciuto a Roma L., che aveva in Via Flaminia una piccola baracca che usava come atelier di pittura. Vi veniva alcune volte durante la settimana per dedicarsi in pace alla sua arte. Pur essendo romano di nascita, viveva ad Anzio dove si era trasferito quando si era sposato. L’incontro con L. fu per me oggetto di grandissima meraviglia, perché era un uomo decisamente fuori del comune, e quello che mi proponeva andava completamente oltre tutto quello che conoscevo.

Io venivo dalle Vie dell’Oriente, delle quali ero appassionato cultore. All’età di 13-14 anni, poco prima di iniziare il liceo, avevo incontrato l’India ed era stato subito amore a prima vista. I Veda, le Upanishad, lo Yoga, la Bhagavad Gita mi avevano preso subito il cuore, ma l’incontro con la figura del Buddha Shakyamuni, l’Illuminato, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, e soprattutto lo Zen,  mi aveva preso la mente, il cuore e l’anima tutta.

Allora non vi era la disorientante proluvie di libri, che oggi così tanto disorientano ed ubriacano il cercatore spirituale. Allora si trovavano pochi libri in circolazione, ma devo dire che, pochi, quei libri erano sotto molti aspetti davvero molto buoni. E vi era inoltre la possibilità di accedere alla Biblioteca Nazionale e ad un’altra ricca ottima biblioteca della mia città, che nel loro seno nascondevano dei veri tesori. Soprattutto vi erano i testi classici della Sapienza d’Oriente. A quell’epoca ancora non era diffusa la possibilità di fotocopiare, per cui mi ero organizzato in modo da poter copiare a mano i testi che amavo. A volte passavo in biblioteca intere giornate. Per cui già nell’estate del 1964 mi buttai con tutto me stesso nella lettura di quei testi, che dissetavano la mia divorante sete di conoscenza.

A dire il vero, il primo anno di liceo lo passai in Sicilia, ospite dei miei zii, a Paternò, un paese alle falde dell’Etna, ad una ventina di kilometri da Catania. La piccola biblioteca comunale locale divenne subito oggetto della mia immoderata cupidigia. Vi scoprii i quattro volumi delle Civiltà dell’Oriente, editi a cura di Giuseppe Tucci, il Buddha di Hermann Oldenberg, e persino uno dei primi testi sullo Zen, che di recente era stato pubblicato in Italia. Fu a Paternò che iniziai la pratica di copiare a mano i testi che amavo. Quel copiare, che cercavo di compiere in uno stato di silenzio interiore, si trasformava nella mia anima spontaneamente in una forma di attenta meditazione che accendeva in me uno stato interiore di intensità intuitiva, che cercavo di mantenere a lungo.

Applicavo tale silente lettura soprattutto a testi come il Dhammapada, o i Discorsi Lunghi del Buddha nel Digha Nikaya, o ai testi dei Maestri Chan e Zen, che leggevo alla Biblioteca Nazionale nei tre volumi di D.T. Suzuki dell’edizione francese di Albin Michel degli Essais sur le Bouddhisme Zen, mirabilmente tradotti in lingua gallica da Jean Herbert. Subito mi resi conto che la cosa più importante era la pratica interiore e l’esperienza spirituale diretta che ne discende, mentre l’intellettualismo e la dialettica erano per me la morte di tale luminosa esperienza spirituale.

Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L. avevo letto e praticato molto. L’incontro con L. fu l’incontro non con un erudito – per quanto anche lui avesse ben conosciuto prima della Scienza dello Spirito sia le Vie dell’Oriente che quelle d’Occidente – bensì fu la prima volta l’incontro con qualcuno che veramente sperimentava ciò di cui parlava. Non ero uno che si lasciava incantare da coloro che tentavano rifilare con le loro parole quanto avevano letto nei libri, perché quei libri più o meno me li ero letti anch’io e mi rendevo conto se qualcuno cercava di rivogarmi con belle parole quel che non aveva sperimentato. L. invece mi parlò di quello che lui sperimentava ed ebbi subito la percezione di trovarmi di fronte – mi si passi la parola, ma è quella giusta – ad un vero mago. Aveva una vasta conoscenza ed una vasta esperienza. Esperienza diretta: vissuta sulla sua pelle. Anche dolorosamente.

Al di là delle tradizioni d’Oriente, mi ero interessato – anche se vi capivo il giusto, ossia quasi nulla – alla Tradizione Ermetica, all’Alchìmia, al Rosicrucianesimo. Allorché, in quel agosto del 1969, con L. portai il discorso – con tutta la disarmante ingenuità della mia adolescente età – sui Rosacroce, lui cambiò volto e mi descrisse una sua diretta esperienza interiore nel pensiero vivente. Quando, a distanza di moltissimi anni, glielo ricordai ringraziandolo cordialmente, L. si allarmò assai, perché è vero che parlava talvolta delle esperienze interiori da lui vissute, ma si guardava bene dal descriverle. Egli aveva fatto allora quella descrizione per un forte impulso interiore – diciamo un’ispirazione – ed io ne ebbi l’anima totalmente presa, come se si trattasse di un elemento spirituale totalmente nuovo nella mia vita. Sentivo che lo Yoga, il Buddhismo e lo Zen appartenevano alla mia storia interiore proveniente da vite passate, mentre quello che L. poneva di fronte al mio sguardo era l’assolutamente nuovo, qualcosa che dovevo conquistarmi, con dura lotta, a nuovo. Qualcosa che andava oltre la mia anima, la mia antica anima «asiatica». L. venendomi qualche mese dopo a trovare mi donò la Logica contro l’uomo di Massimo Scaligero, e proprio su suo consiglio. Mi introdusse alla pratica della concentrazione: conservo ancora le lettere ch’egli mi scrisse in quegli anni lontani.

Alla fine della primavera del 1970, potei tornare a Roma. La mia situazione finanziaria era allora – ed avrebbe continuato ad esserlo nei successivi decenni – drammaticamente fallimentare. Un vecchio occultista mi aveva fatto la «simpatica» (si fa per dire…) predizione: «Ricorda: a quelli come te il Cielo darà sempre tutto il necessario, e nulla di più del necessario». Nessuna sciagurata profezia si dimostrò invariabilmente più vera! Conciosiacosaché dovendo andare a Roma per incontrare Massimo Scaligero, nella mia endemica condizione di squattrinamento assoluto (che si sarebbe protratta nei decenni successivi…), mi risolsi «eroicamente» a fare l’autostop su quella che allora veniva chiamata l’Autostrada del Sole. Mi ero portato dietro zaino e sacco a pelo e, sfruttando un primo passaggio di un automobilista, giunsi ad una area di servizio ai confini con l’Umbria e quella notte mi feci una saporita dormita sull’erba verde (quanto le mie tasche…) di una vasta aiuola dell’area stessa. La mattina dopo, un camionista – gli Dèi lo benedicano – mi offrì un secondo passaggio sino a Piazza Ungheria a Roma, donde, pedibus calcantibus, me ne venni fino a Via Flaminia alla baracca-atélier del mio amico L.

Qualche giorno dopo, generosamente rifocillata la mia arretratissima fame, L. mi portò da Massimo Scaligero. Sin dai miei 13-14 anni ritenevo che la più grande fortuna per un sincero cercatore spirituale fosse quella di incontrare un Maestro, che potesse guidare con mano sicura sull’arduo sentiero della Conoscenza, e ciò era l’oggetto dei mie auspici e delle mie silenti invocazioni ai Numi. Ed ha ragione la nostra amata Marina ad affermare che colui che ci ha fatto incontrare Massimo Scaligero è nell’attuale vita sicuramente il nostro più grande amico: quello che ci ha fatto il dono più grande, quello al quale dobbiamo la gratitudine più grande. Il mio debito nei confronti di L. rimane, dunque, felicemente impagabile.

Venni condotto da L. a Monteverde Vecchio, in Via Cadolini – corta stradina senza sfondo – ove salimmo sino all’attico al quarto piano, all’interno 7, che Marina Sagramora aveva messo a sua disposizione. Salendo le scale, il mio cuore – che in precedenza avevo sconsideratamente creduto passabilmente coraggioso – mi batteva in gola all’impazzata. Bussammo, e Massimo ci aprì. Mi trovai di fronte ad una persona sulla sessantina, vestito con grande semplicità, calmissimo. Ci accolse molto cordialmente. Nella stanza – coperta di quadri e di alcune foto per me molto significative – ove venni introdotto era già presente A., un altro discepolo di Massimo, valente violinista. Così mi trovai di fronte a tre «artisti»: L. pittore, A. musicista, e Massimo, Maestro dell’Arte Regia. Appena mi sedetti sulla poltrona verde, che si trovava accanto alla vecchia stufa a cherosene, sentii chiaramente nella mia anima: sono ritornato a casa!

Fu il momento più felice della mia vita. Parlai della mia affannosa ricerca spirituale, dell’amore sconfinato che nutrivo per l’Oriente, per il Buddhismo Mahayana in particolare, e per lo Zen. Egli mi invitò ad approfondire il Mahayana, dandomi consigli che si rivelarono in seguito molto preziosi. Gli chiesi notizie e chiarimenti su quelle organizzazioni americane, sedicenti rosicruciane, che avevano cominciato ad inondare l’Europa con i loro «corsi per corrispondenza», che – data la loro plebea volgarità – lasciavano non poco perplessi. Massimo fu drastico. Mi disse esplicitamente: «Ricordati, dall’America non verrà mai niente di buono!». E da allora questo io me lo son tenuto per detto.

Massimo mi lasciò assolutamente libero. Anzi mi invitò ad una prudente diffidenza, e mi disse: «Tu non devi credere in nulla. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi. Tu non devi credere a niente e devi sperimentare tutto!». Anche questo me lo sono tenuto per detto. Una tale attitudine era simile a quella del suo amico di gioventù Arturo Reghini, il quale dichiarava umoristicamente che non si doveva credere, perché le credenze stanno bene in cucina con i piatti, i bicchieri e i barattoli di marmellata. Ed in seguito me ne sono ricordato, quando – soprattutto dopo che Massimo ci ebbe lasciati – mi furono chiesti ‘atti di fede’, di varia natura e tendenti al fine di ‘sostituire’ surrettiziamente alla Via del Pensiero una morbida ‘via dell’anima’, ritenuta e predicata come ‘più adatta’ alla maggioranza delle anime, per le quali «una completa austerità è insostenibile». Questo è un miserabile inganno: una frode, perpetrata attraverso la predicazione di una edificante e stupefatta sentimentalità, la quale devia i pigri e gl’ingenui dall’unica Via percorribile da chi veramente vuole realizzare lo Spirito, per condurli spregiudicatamente a…, lasciamo perdere dove!

Massimo mi donò il Trattato del Pensiero Vivente – copia che, oramai quasi distrutta dall’uso, conservo ancora gelosamente – ed un fascicolo tratto dai Quaderni Esoterici con la traduzione del testo dei cosiddetti cinque esercizi, che poi in realtà son sei, che taluni chiamano ‘ausiliari’ e che stanno alla base del cammino interiore, del vero e proprio lavoro di Concentrazione e Meditazione. E siccome ero molto giovane e molto ignorante, a Massimo chiedevo tutto: come si fa la Concentrazione, come si fa la Meditazione, come si esegue la Percezione pura, l’ascesi della volontà, e così via. Ma, soprattutto, egli m’insegnò il valore dello studio rosicruciano delle opere fondamentali della Scienza dello Spirito, ossia dello studio rituale, sacrale, di tali opere: elaborazione interiore meditativa, detersa da quell’intellettualismo che tutto deforma e tutto paralizza nell’anima: questo mi ha salvato!

Infatti, è enorme il pericolo che l’intellettualismo riduca la Sapienza Celeste a vuota dialettica parolaia, all’ipocrita recitazione di valori che non vengono vissuti, ad una illudente menzogna, dietro la quale si celano i più inconfessabili fini. Mentre l’energica pratica interiore fa giustizia radicale annientando ogni dialettica, smascherando ogni recitazione, dissolvendo ogni menzognera illusione.   

Massimo era un Maestro severo. La sua compassione non aveva alcunché di sentimentale e di condiscendente. Egli non concedeva alcunché alle approssimazioni, alle sfrangiature di pensiero, agli sfilacciamenti o – come direbbero a Roma – agli «ammosciamenti» della volontà. Nei confronti dell’intellettualismo e delle sue presunzioni poi, era spietato. Le recitazioni le smascherava, e le ambizioni le abbatteva senza misericordia alcuna. A me egli ricordava quei terribilissimi Maestri Chan della Scuola Lin-tsi o Tsao-tung, i quali con urla, pugni, colpi di bastone, e scarpate «raddrizzavano» – e non di rado «illuminavano» – i volenterosi quanto inevitabilmente deraglianti discepoli. Io gli sono grato – davvero estremamente grato – dei molti «shampoo» nei quali egli lavava la mia testaccia di rapa con l’acido nitrico e la risciacquava con l’acido muriatico. Vedevo, invece, che dei gaglioffi, ch’io giudicavo essere degli autentici «pendagli da forca», venivano trattati da Massimo con distaccata e divertita cortesia – a meno che essi, per dirla alla romana, non si «allargassero» ed allora lui inesorabilmente li «stroncava» – e questo per me valeva come un criterio fondamentale di distinzione di valori rispetto alla Via.

Incontravo Massimo con la maggior frequenza possibile, compatibilmente alla mia possibilità di andare a Roma, e al crescente numero di impegni che i sempre più frequenti incontri individuali e le riunioni che da metà degli anni settanta erano divenute bisettimanali, il mercoledì e il sabato, ai quali Massimo doveva far fronte. Gli incontri con Massimo erano un respirare e vivere nell’atmosfera del pensiero puro, un riaccendere e far divampare la fiamma dell’Ascesi, una energica fluidificazione della volontà.

A partire da metà degli anni settanta, cominciammo alcuni amici ed io a ritrovarci con Massimo, al suo studio in Via Cadolini, l’ultimo venerdì di ogni mese per una intensa meditazione rituale. Egli la introduceva con alcune parole, quindi recitava un mantram e meditavamo a lungo. Infine, recitava il Prologo di Giovanni e ci salutava. Uscivamo silenziosi dal suo studio, e silenziosi rimanevamo durante tutta la lunga camminata che andava da Porta San Pancrazio al Gianicolo sino a casa di L. dall’altra parte di Monteverde Vecchio, ascoltando la rimembranza in noi delle sue parole e dello stato meditativo vissuto insieme nel Rito.

Il 25 gennaio 1980 – appunto l’ultimo venerdì di quel mese – ci riunimmo con Massimo per il Rito della meditazione comune. Eravamo in sei – in sette con Massimo – e tra noi vi era L. come nel mio primo incontro. Massimo non stava visibilmente bene, pur tuttavia trasse da sé la più grande forza, ci fece in pochi colpi d’ala – come un’aquila che s’innalza in cielo – una sintesi luminosa della Via del Pensiero: ci fece una sorta di operativo testamento spirituale. Già nei due mesi scorsi aveva mostrato apertamente quanta fiducia egli avesse nel gruppo di giovani, che negli anni avevo collegato con la Scienza dello Spirito e con lui, e che per sua volontà cercavo di orientare verso la Via del Pensiero. In quelle occasioni, egli disse che aveva fiducia in noi giovani «Perché seguivamo veramente la Via del Pensiero. Perché nella Via del Pensiero noi potevamo essere fervidi, alacri, intensi. Potevamo anche esagerare, addirittura essere ‘settari’, perché la forza-pensiero è l’unica capace di autocorrezione».

E nell’ultimo incontro rituale con lui – in quel tardo pomeriggio del 25 gennaio 1980 – egli ribadì la centralità della Via del Pensiero, e ci fece il quadro degl’inganni, dei possibili deragliamenti e guai, che il «realismo» primitivo, scientifico, trascendentale, religioso e persino «antroposofico» produceva in ogni campo, ma soprattutto in quello spirituale. A quel guasto realismo, ch’egli fustigava nelle riunioni, Massimo opponeva il «realismo del pensare», il realismo dell’esperienza eterica del concetto, il realismo del Logos, che non lascia residui fuori del proprio energico atto conoscitivo. In quella ultima riunione egli ci chiese di essere fedeli a questo «realismo», di essere fedeli alla Concentrazione, e di tendere con ogni nostra forza all’esperienza del momento eterico del concetto. Poi facemmo la meditazione come ogni volta. Quella volta Massimo volle abbracciarci uno per uno – ben sapeva che ci avrebbe lasciati – e ci salutò con particolare calore. Fummo gli ultimi che quel giorno egli ricevé. Io uscii per ultimo, e varcando la porta sentii nell’anima: questa è l’ultima volta che vedi Massimo! Cacciai il pensiero, come avevo allontanato dalla mia anima i presagi che mi avevano assalito durante il viaggio di andata a Roma.  Le parole di Massimo di quell’incontro sono scritte a lettere di fuoco nella mia anima, e dopo trentaquattro anni sono vive in me come allora.

A quanto Massimo ci disse quella sera, all’impegno ch’egli ci chiese, dentro di me giurai di voler esser fedele per la vita. Molte sciagure, che negli anni successivi avrebbero colpito la Comunità spirituale da lui fondata e impulsata, sono la diretta conseguenza dell’oblio, della noncuranza, della negligenza, ed in alcuni casi di un tradimento vero e proprio, rispetto a quel che egli aveva indicato come Via Aurea, come Via solare, come Via Vera, come l’Unica Via sulla quale il Principe dell’Oscuro Pensiero non aveva e non ha potere alcuno.

Ma silenziosi ed operanti, coloro che vogliono realizzare quanto indicato da un Maestro luminoso e adamantino come Massimo Scaligero, continueranno, con quello che lui chiamava il «coraggio dell’impossibile», a perseguire «instancabili e disperati», come egli ci disse che dovevamo essere per giungere alla Mèta, con ogni forza, quella impresa di Sapienza e d’Amore ch’egli ci ha indicato e per la quale soltanto – per noi –  vale l’esser nati.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SE SMARRITA

notte sulla collina

Se smarrita l’immagine del sole
mi chiama dal profondo della vita,
sento che ignota l’onda del pensare
si rifrange nell’anima e s’invola:
non disperare: la più vera amata
è colei che nel ciel sempre ritrovi
mentre nel giorno un sonno t’affatica
in trame strane di perdute cose.

L’essenza che non può tradir tu cerchi
oltre vaghe penombre d’un sentire
che alimenta l’angoscia del suo farsi.

Cercala sol tornando a quell’altezza
ove limpida splende la sua gioia
d’essere vera oltre la morte e il fato.

Cercala nell’angelica orditura
che è il mistero sottile di ogni vita,
sciogliendo il senso della pena buia
che grava come peso della terra,
cuore di piombo sotto gola amara.

Qualcuno attende là sulla collina
vivendo amore in palpito di stella.

Soltanto se tu sai salire il colle,
se sai tendere l’ala sulla morte
di questo giorno senza luce amica,
tu puoi salvar del mondo il tuo segreto,
ineffabile dono del Divino
da consacrare alla vicina fiamma
vivente nel respiro alto dell’aura
che accende il giuoco della sua figura.

Sciogliti e vivi per recarle il dono
che il suo fato respinge per averlo,
che il suo sogno nel tuo sogno richiede
come sorgente di perenne vita
come un amore che non può tradire.

.

Massimo Scaligero

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SUPER REALISMO NELL'ARTE

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Il VERO SURREALISMO

L’essenza e la caratteristica della vera immagine super- realistica sono state descritte molto chiaramente da Plotino.

Il compito dell’opera d’arte è, per Plotino, quello di trasmettere una visione spirituale.

La sua premessa è un atto di contemplazione, un elevamento dello Spirito, in forza del quale il mondo fa risplendere in maniera trasparente la più alta realtà: una visione contemplata non con gli occhi del corpo ma con quelli dello Spirito, cioè con lo sguardo interiore.

Lo strumento essenziale della rappresentazione artistica di una simile visione è stato felicemente chiamato il “simbolo rivelatore” (Weinhandl).

Secondo il principio della simpatia universale, esso capta – nella sua forma materializzata – parte dell’essenza delle cose ultratemporali, e la “rispecchia”.

Ne risultano certi tipici procedimenti artistici. Mentre nell’immagine realistica l’oggetto della rappresentazione è reso così come esso appare, in maniera che si possano distinguere con precisione i rapporti relativi di grandezza, il volume dei corpi, le distanze che li dividono, l’illuminazione, per l’immagine super-realistica quello che conta è mostrare la “vera” grandezza delle cose, bandire la “profondità” (dello spazio) e l’”oscurità”, per facilitare all’osservatore la penetrazione dell’immagine.

Questa teoria dell’opera d’arte profetizza determinati caratteri artistici che, al tempo di Plotino, esistevano più che altro, in germe (e più in Oriente che non a Roma), ma che determinano (come A. Grabar ha dimostrato) l’essenza dell’immagine “medioevale”.

Sono quei germi, che dall’ottuso orgoglio dei giorni “progrediti”, furono considerati per lungo tempo come goffaggini delle rappresentazioni medioevali.

L’arte cristiana del secolo quarto ha sviluppato, nel senso indicato da Plotino, i primi passi di un’arte figurativa anticlassica e super-realistica, le cui premesse erano state poste nella tarda antichità: proprio come la teologia cristiana si è appropriata di idee proprie della filosofia neoplatonica.

Particolarmente profondo è stato lo sviluppo interpretativo che Dionigi l’Areopagita, nel secolo quinto, ha dato di queste immagini super-realistiche.

Anche in questo filosofo la visione spirituale, e con essa tutta la Creazione, si basa sull’elevazione dello Spirito e sull’immaginazione del mondo della sopra-natura così contemplato.

E’ un’estasi…che tende alla semplice quiete”.

Il cielo per mezzo del quale avviene l’elevazione è un firmamento di oracoli, di maschere e involucri divini, che sono completamente decifrabili soltanto per Colui che è suprema santità, e cioè Cristo stesso.

Solo a chi si è sottratto – fino al completo estraniamento da sé – ai legami sensibili e si è sbarazzato di tutti i deteriori pensieri, a chi ha messo da parte tutte le fantasie e le occupazioni dispersive, soltanto a lui si schiude la grandezza ultrasensibile.

Chi può accordare all’unisono il visibile con l’invisibile e l’invisibile con l’ultrariconoscibile, è toccato dalla luce…” (H. Ball).

Secondo questa interpretazione super-realistica le visioni e le immagini proprie della realtà corporea sono di rango inferiore, anche quando Cristo è in esse, e meritano di essere rifiutate.

Perciò Dionigi vuole che tutte le cose visibili e tutti i fenomeni siano considerati come simboli di ciò che da un punto di vista divino-spirituale sta dietro le cose stesse.

Secondo Dionigi, per esempio, bisogna contemplare con “occhi soprannaturali” gli emblemi di cui le Scritture si servono per descrivere gli angeli, e ciò vale anche per le immagini artistiche.

Gli stani attributi tolti dal mondo della meccanica e degli animali (ruote, figure animalesche, ecc.) servono, secondo lui, soltanto ad accennare a ciò che non può essere detto o rappresentato, per mezzo di allegorie.

L’essere esteriormente alterato che ne deriva, favorirebbe l’intenzione di tenere lontano ogni carattere profano.

Inoltre, nell’assurdità palese di tali rappresentazioni, è insita una esigenza che eccita la fantasia e stimola la ragione nell’individuo maturo per una ascesa.

Dunque si può dire che l’interpretazione moderna dell’arte medioevale è legittima quando essa riconosce che nelle sproporzioni, negli sfiguramenti e nelle contorsioni delle sue figure, nelle sue “chimere”, c’è una intenzione positiva. Solo che questa intenzione non è l’elemento principale della categoria artistica né è un aiuto per lo Spirito, che dal Divino deve essere tratto ed illuminato.

Ma questo non riguarda, comunque, le conoscenze storiche. Riguarda, invece, il fatto che nella pratica e nella teoria dell’arte i cui principi sono stati esposti da Plotino e Dionigi, tutti quei caratteri appaiono in una purezza luminosa la cui magica caricatura è rappresentata da quello che, a torto, si chiama Surrealismo.

Anche nel Super-realismo esiste l’estasi, l’abbandono, la vista ultracosciente. Anche qui esiste la “cifra”, la contraddizione, l’estraniamento, ma tutto esiste con un segno indicatore capovolto, col Vettore rivolto verso l’alto invece che verso il basso.

(“A Dio non si sfugge: chi non vuole essere suo figlio sarà eternamente la sua scimmia” G. Thibon).  

ARTE

FEDELTA’ (di Savitri)

la dea ignota

FEDELTA’

(La Dea ignota)

****************

Dimenticanza non temo
quando nel tempio ti rechi
e volente ritrovi la forza.
Da te amata per sempre,
riconosciuta ogni volta,
nei tuoi respiri di luce
io vivo.

Presso l’altare
da me nasci fedele
quando il pensiero
si libera e la volontà pure:
in unione volgiamo
a Gioia nuova infinita
che universi feconda.

( S. S. )

ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ANIMA E CONCENTRAZIONE

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L’altra volta ho accennato ai Misteri, non a quelli di Eleusi ma a quel mondo misterioso che sta intorno a noi e a quello che portiamo dentro di noi.

Allora, sebbene sia quieto e silenzioso un po’ oltre la media, il dàimon personale mi invita ad essere un tantino più scandaloso di quanto lo sia di solito.

Posso esserlo? Lascio ad altri il gravoso compito di stabilire cosa sia più giusto e cosa non lo sia: scivolate via da me tali preclare virtù, non sono ritornate e la mia ignoranza s’è fatta più ampia e profonda. Conosco solo ciò che sperimento e solo di questo posso parlarne, spero tra amici.

Temo che offenderò molti con la apodittica frase che segue:

Solo chi è capace di attraversare l’anima conosce la concentrazione.

E chi la fa davvero ha subito compreso cosa essa significhi.

Perché, vedete, sarebbe sempre il momento del grande rintocco in cui una voce grida di smascherarsi: solo così cadrebbero le infinite interpretazioni, i logoranti “distinguo” e le polemiche poco serie su cose serissime.

Avevo scritto che anche i sassi si concentrano. Mica è una battuta! Dal punto di vista delle dottrine della Potenza, i sassi esprimono al massimo la potenza dell’immobilità. Le piante la potenza della crescita e della riproduzione. Gli animali la potenza del moto…e l’uomo?

Già, l’uomo! Contiene naturalmente le potenze elencate e non ditemi che lui però possiede l’anima perché quella c’è l’ha anche il mio cane che, per intelletto associativo, ha pure una visione del mondo e così capisce molte cose.

Forse l’uomo (dico forse perché c’è una casistica che fa cadere le braccia e non solo quelle…) possiede l’intuizione del proprio principio che quelli sotto di lui non hanno.

E’ un’intuizione costante, almeno quando egli è desto, ma pur essa tende ad attutirsi considerevolmente quando le “acque inferiori” lo immergono troppo oltre la sua statura. E’ davvero notevole la capacità umana di farsi canale di forze (sono Entità, sono sempre Entità) aliene e distruttrici.

Tale capacità negativa, in tempi antichi, era meno perniciosa e per quei tempi pur essendo in parte persino naturale, veniva sorvegliata, controllata e  talvolta indirizzata a scopi positivi.

Genericamente ora passa col nome di medianità. Un nome non dice molto ma possiamo comprenderla meglio se immaginiamo i due piatti della bilancia classica. Poniamo su di un piatto la presenza del Principio e sull’altra la sua Assenza. Così ogni piatto si alza o s’abbassa a seconda di quanto pesa di più. Possiamo anche immaginare che i due piatti non stanno mai fermi: mai i “giudici” coincidono.

L’uomo comune è quasi sempre veicolo di qualcos’altro. Quando viene afferrato da un dilagante istinto o passione e compie le azioni sotto quelle forze, il suo Principio pesa assai meno. Non moraleggio: ciò vale per il criminale che, afferrato da parossismi, compie i più atroci delitti e per il santo che fa opera di bene in quanto dominato dall’estasi divina.

La tirannia dell’Altro muta la fisionomia coi tempi, sa stare alla moda. Nel tempo dell’intelletto, pur di scansare il Principio, diventa “idea dominante” e funziona benissimo: subordina la coscienza dell’uomo all’ideologia che naturalmente si colora di colori diversi per le singole anime, fornendo una ammirevole impressione di libertà individualistica. In tale senso, dal condizionamento della natura e passando per il condizionamento delle regole, siamo giunti al condizionamento ideologico: un bel passo in avanti!

Qualcuno penserà subito alla Politica. Se vuole può farlo ma non sarebbe esatto poiché avviene per tutte le attività umane. Anche per le scienze. Ma qui è necessaria una distinzione: tra quanto è prodotto dal rigoroso pensiero e quanto si presenta come un portato animico. Difficile è distinguere le due cose, giacché l’uomo è complesso e la sua interiorità disordinata, ma quello che risalta è che, quando l’anima prende il sopravvento, quello che viene espresso si avvicina molto ad una leggiadria demenziale.

Spero comprendiate che non parlo di Anima ma di animuccia, quella semi-accidentale che grava sul corpo fisico-sensibile allo stesso modo per cui il corpo la condiziona totalmente. E questo insano connubio dobbiamo tenercelo dalla nascita alla morte! E’ con l’animuccia che abbiamo a che fare per tutta la vita, abituati come siamo a darle un’importanza sproporzionata e immeritata, poiché essa è la generosa fonte di tutte le nostre ambasce e dei nostri malanni.

Poi, quando questa si incarica di decifrare le Vie dello Spirito produce ineffabili casini: è lei che produce l’ordinaria lotta del “tutti contro tutti”, anche tra coloro che, spero in buona fede, dicono di fare disciplina nel pensiero.

Molti, tra questi, mentono, pur non sapendo di mentire…perché?

Perché, se la concentrazione non esce oltre l’anima, non può assolutamente, chiamarsi ancora concentrazione. Da qui i mille equivoci (sempre in buona fede, spero).

Se la concentrazione inizia e termina nell’animuccia, chiamiamola tentativo, chiamiamola inizio…ma non chiamiamola con un nome che non le appartiene.

Come una linea ferroviaria consta di scali intermedi, così la concentrazione non principia dallo scalo di partenza e non rappresenta la stazione finale. Ma la tratta significativa si realizza quando oltrepassa il confine dell’anima.

Va messa e rimessa sempre in chiaro una cosa: l’anima teme ogni superamento, da reazionaria assoluta e ingorda usa e userà ogni strumento a sua disposizione per non permettere alla coscienza di disincagliarsi da essa. Non va sottovalutata poiché userà le possenti forze corporee per sabotare ogni punto del tragitto. Userà tutti i sentimenti alti e bassi – fa lo stesso – e la debolezza insita nel pensiero riflesso (perciò corporeo) per rendere difficilissimo il percorso.

L’asceta può superare l’impasse solo quando riesce a suscitare una forza o uno sforzo più potente e questo non è facile.

Faccio un esempio al negativo. Un valido collaboratore al tempo del forum, preferì lasciare adducendo come motivo importante che situazioni di contrasto gli rovinavano per una settimana l’esercizio interiore (ricordatevi per piacere che è solo un esempio tratto dalla realtà e niente altro). In parole povere, l’anima, turbata, non gli permetteva un buon stato interiore.

Cose come questa non dovrebbero accadere se non al neofita. Ad un esperto mai. Anzi, l’esperto avrebbe avuto ottime occasioni per separare o superare il maltempo animico, l’impulso polemico, lo stato d’animo e i pensieri parassiti dall’esercizio che richiedeva, nel caso, una intensità maggiore.

Certo, non si può sostenere ogni giorno o più volte al giorno una lotta senza quartiere: a volte possono mancare in simultanea l’energia e il tempo…ma sono pure imprescindibili all’esercizio momenti di determinazione e volontà tali da portarsi oltre il limite dell’anima. Sennò che staremmo a fare con l’indicare cose come il puro pensiero, la sua origine extra-corporea ed extra-animica?

Allora vivremmo la Via spirituale in una condizione di menzogna, allora dovremmo respingere il contenuto della Filosofia della Libertà, gli incalzanti insegnamenti di Scaligero, sempre ripetuti in ben 28 libri (senza ritagli ad usum di questo o quello).

Sono così tanti gli ostacoli che l’anima frappone tra il dominio del pensiero e la concentrazione profonda che sarebbe impossibile farne un elenco e persino quando si impara a superare ciò che in un certo senso è grossolano può succedere di entrare in una condizione di dolore diffuso che, sebbene non sia come l’emicrania o il mal di denti, ha il carattere dell’insopportabilità (il Dottore ne parla in un ciclo tradotto, ma non chiedetemi quale).

Questa insopportabilità è simile ai “muri” che esistono su vari livelli del Mondo spirituale. La scelta di ritirarsi dal dolore o di continuare si offre continuativamente all’asceta: se rincantucciarsi nell’anima o uscire da essa: nella Realtà, dove affanni personali e dolenzie di ogni tipo sono temporaneamente superate.

Almeno qualche volta l’esperimento andrebbe fatto. Uno fa l’esercizio e sa di non aver fatto nulla. Perché non ritentarlo? E ritentarlo ancora?

Un giorno, un giovanotto telefonò disperato a Scaligero. Aveva in mente il suicidio per ragioni che sono fuori da questo contesto. Massimo, dopo aver cercato di calmarlo lo implorò di fare una concentrazione. Poi ci fu una seconda telefonata e Scaligero convinse il disperato a fare ancora una concentrazione. Non so quante furono complessivamente le telefonate. Non furono poche. Ma miracolosamente, l’autorità di Scaligero funzionò ed il giovane s’imbarcò in ore d’esercizio…finché, nella telefonata finale poté comunicare a Massimo, assai sbalordito, che tutto il dolore e la furia autodistruttiva che lo perseguitavano, s’erano dissolti, erano completamente spariti. Poi, il giorno dopo, guarda caso, anche i motivi sensibili che avevano travolto il suo animo, si erano risolti per il meglio.

Io e altri vecchi imbecilli par mio, abbiamo fatto cose simili molte e molte volte, per più ore, decisi a farcela o crepare. Anche con tremende emicranie o in condizioni scomodissime, perciò dopo poco assai dolorose. E taccio riguardo a situazioni interiori come quella narrata che riguardò un discepolo di Scaligero.

Funziona? Non sempre, anche se mi piacerebbe raccontare di mali di testa magicamente scomparsi.

Però, quello che apprendemmo “sul campo” è che gli ostacoli possono venire superati e l’animella vinta. Se parlo di abnorme quantità è solo perché devi attraversare un piccolo inferno per trarre dall’interiorità l’intensità necessaria e l’uomo, in condizioni relativamente “normali” non attiva l’intensità nemmeno a pagarlo a lingotti d’oro, non la conosce!

Chi, attraverso la concentrazione, riesce talvolta a passare oltre l’anima, osserva con sincera curiosità l’affanno di moltissimi a darsi regole per aprirsi allo Spirito che, evidentemente, in questo modo di pensare è sempre fuori dall’uomo.

E’ evidente che la comprensione dello Spirito come interno al proprio Io è rimasta un’astrazione, mentre le mille regole paiono la salvezza per le anime vetero-testamentarie.

In queste ultime vige frequentemente una particolare collera verso l’ego, ma chiedo ai lettori, che razza di ego è quello che naviga imperterrito verso la propria estinzione?

Perché è ciò che succede quando il pensiero cosciente e voluto supera il limite dell’anima. Perché a quel punto nulla resta della mia natura e dei suoi abiti e virtù, vizi, convinzioni, carattere, eccetera, tutto il mio mondo personale svanisce, è svanito. Lì il pensare è impersonale, così non può certo “pensare” a stilare sofismi di qualsiasi tipo. E pazienza se ciò non sembra chiaro.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA LUCE

luce

Dopo il solstizio d’ inverno la luce del giorno, lenta e sicura, riprende a salire.

Ma che cos’è, o chi è in realtà la luce che illumina il mondo intorno a noi?

Qual’è la natura di quella cosa invisibile chiamata luce, la cui presenza ci fa vedere ogni cosa, tranne se stessa? Per quanto possa sembrare impossibile, la luce è invisibile!

Esperimenti scientifici hanno dimostrato che la luce diventa visibile solo quando illumina un oggetto.

L’occhio umano vede sempre soltanto cose, soltanto oggetti, non lei….la luce.

In un’ intervista, l’astronauta del progetto Apollo, Russell Schweickart, raccontò che durante il suo viaggio nello spazio, nonostante fosse difficile mantenere fuori dal campo visivo il veicolo spaziale o altri oggetti che, colpiti dalla luce, diventavano estremamente luminosi, se riusciva a farlo, allora si vedevano solo le profondità oscure dello spazio punteggiate dallo splendore di innumerevoli stelle. La luce del sole, sebbene presente in ogni luogo, non cadendo su nulla non era percepibile e quindi tutt’intorno c’era solo profonda oscurità.

Il fenomeno luce ha sempre affascinato l’essere umano. La sua natura e il suo significato sono stati oggetto di attenzione e venerazione per millenni da parte dell’uomo, ma essa ha conservato sempre il suo mistero.

E’ stata trattata scientificamente dai fisici, simbolicamente da mistici e filosofi, praticamente da artisti e tecnici: ognuno ha dato voce ad una parte della nostra esperienza collettiva della luce.

Molto prima di divenire oggetto di studi scientifici, la luce e le sorgenti di luce, furono venerate come divine, come immagini di divinità della natura.

Mitologie di tutte le civiltà sono ricche di racconti sul Sole, la Luna, le Stelle, il Fuoco, l’Arcobaleno e l’Aurora.

In questi miti si rispecchiavano le esperienze e le emozioni che l’anima umana viveva tramite le varie manifestazioni della luce. Epoche diverse e popoli differenti, sono stati attratti da uno o dall’altro dei numerosi suoi aspetti, e ognuno a suo modo, ha tentato di interpretarli e raccontarli.

La storia della luce “esterna” all’essere umano, nel tempo, si è delineata prima dolcemente nell’antica mitologia, poi i moderni studi scientifici hanno tentato, con esperimenti sempre più complessi e sofisticati, di svelare, inutilmente, i suoi più intimi segreti.

Ma in che relazione sta l’uomo con questa luce e con il mondo da lei illuminato? Qual’è il ponte che unisce se stesso con il mondo esterno?

Deve trattarsi di un ponte a sua volta fatto di luce, perché solo la luce può cogliere la luce e questo ponte è il PENSARE!

L’uomo, che ne sia cosciente o no, vive tra due tipi di luce: la luce “esterna” e la “luce sua propria”.

Senza questa seconda luce che illumina e fluisce attraverso tutti i nostri sensi, lo splendore del mondo rimarrebbe muto davanti al nostro spirito indagatore.

L’occhio percepisce la luce perché è intessuto di luce, diceva Goethe. E l’organo umano per percepire la realtà del mondo è il pensare, perché il pensare è spirito umano nella sua attività.

Anche la luce del pensare viene percepita attraverso le percezioni, ma anch’essa rimane invisibile all’essere pensante. Egli la usa continuamente per illuminare le percezioni intorno a lui, ma dimentica di chiedersi cosa o chi essa sia. Solo quando questa luce inizia ad indagare se stessa l’uomo la può portare a coscienza.

Grandi pensatori si sono impegnati nella ricerca di una spiegazione scientifico-spirituale anche per questa luce interiore e ci si può accostare a loro nel tentativo di comprendere.

 

J. W. Goehe fu il primo ad iniziare un percorso di conoscenza nuovo. Il suo approccio richiedeva un cambiamento del metodo di osservazione, sia dei fenomeni naturali sia della mente che osservava.

Nel processo andavano a formarsi nuovi organi di percezione, atti a vedere gli aspetti essenziali dei fenomeni osservati, fino ad arrivare a percepire l’idea dentro la realtà, come fenomeno archetipico. Goethe, di fronte al fenomeno vegetale contemplato in maniera vivente, dal concetto di forma statica, salì al concetto di forma in movimento e in questo movimento trovò la Urpflanz o Pianta primordiale che comprendeva in sé tutte le piante e tutte le creava: questa fu l’ opera grande e centrale della sua ricerca scientifica in questo campo.

Rudolf Steiner con la “ Filosofia della libertà”, non partì nella sua ricerca con l’ indagare concetti o idee, ma iniziò dall’attività pensante. Non si fermò ad osservare gli oggetti illuminati dalla luce, ma la luce stessa: e la rese oggettiva e osservabile.

Analizzò e descrisse le sue leggi. La mise in stretta relazione all’Io dell’uomo, e restituì al pensatore la possibilità di percepire nuovamente lo spirituale, facoltà andata perduta nel corso dei millenni, attraverso un lavoro di pensiero cosciente e voluto, perché… “vivere nel pensare è già vivere nello spirito”. (Fil. d. Lib.)

Nell’uomo non dovrebbero esistere solo pensieri atti a riempire i vuoti involucri delle percezioni, ma un pensare che può potenziarsi fino a diventare la luce che illumina e “crea” la realtà del mondo.

Nel dare la possibilità all’essere umano di vivere coscientemente il mistero dell’atto conoscitivo, il dottor Steiner superò con un balzo la paralisi del pensare portata nel mondo da Kant con la sua “teoria della cosa in sé” irraggiungibile e inconoscibile, per ridare vita alla facoltà più importante dell’essere umano: il pensare!

Massimo Scaligero: il Maestro del pensare vivente!

Il suo “Trattato del pensiero vivente “ è un inno alla Luce spirituale e, nello stesso tempo,un accorato appello al risveglio dell’uomo.

I pensieri, nelle pagine del trattato, disegnano meravigliosi arabeschi dove la luce appare e scompare su tracciati volutamente disseminati di luci ed ombre, che confondono il viandante che in essi si è avventurato.

Il suo passo deve proseguire lento, parola dopo parola, frase dopo frase, ponendo grande attenzione per non perdere quel filo di luce che, se veramente lo vorrà, lo condurrà alla meta.

L’anima che vuole percorrere la via del labirinto senza perdersi, deve immettere una luce sempre più forte e più cosciente nel pensare che, tramite questo lavoro, si sveglia a se stesso, ritrova la vita e si riconosce per quello che è: perché questo è lo scopo del trattato di Scaligero!

Come in una palestra vengono fatti lunghi e faticosi esercizi per rinforzare i muscoli, così per potenziare il pensare servono analoghi sforzi nello spirito.

Finalmente, forse dopo anni di tentativi, può arrivare qualche risultato.

Può succedere che un giorno, improvvisamente, una pagina diventi luminosa….e si sa di aver trovato la chiave che svelerà, a poco a poco, tutte le altre pagine.

La Luce finalmente ha conosciuto se stessa!

Le due luci, quella esterna e quella interna all’uomo, ora si riconoscono come la stessa identica Luce: la Luce Logos!

SCIENZA DELLO SPIRITO

FRA LE ARMONIE RISORTE

 GIU 2013 FK 023 

MENTRE SI INNALZA IL PENSIERO NELLA  FIAMMA

SI LACERANO LE NEBBIE DELLA BESTIA CEREBRALE.

 

TENEBRA DISCETTANTE OVE SI CHIUDONO LE VIE DEI CIELI

E L’ORIZZONTE E’ CUPO DI MENZOGNA.

FRA I PIU’ RAFFINATI INTELLETTI MARCI.

 

NEBBIE DI SUPERBIA AVVOLGONO I PENSIERI

NEL GELO E NELL’OLTRAGGIO

CHE GIUDICA INCONSISTENTE IL CUORE

E L’INTELLETTO AUREO CHE IRRAGGIA LE ARMONIE.

 

NEBBIE DEL GRIGIORE INTELLETTIVO COLMO DI AUTOAPPREZZAMENTO

E RIGIDO DI CALCE.

POSSENTE OTTUSITA’ EMANATA DA CIO’ CHE TEME LE VIE DEL CUORE.

DA CIO’ IN CUI VIVE L’ENTE DEL PALLORE.

NEL POSSENTE DISPREZZARE CHE CALPESTA I SOGNI CONSACRATI.

E CHE NEL PROPRIO DISPREZZARE : UCCIDE.

 

AVVAMPANO DI GELO NEL PUERILE INORGOGLIRSI LE MENTI DEI MALIGNI.

 

GIGANTI INTELLETTIVI COMPOSTI ED IMPLACABILI

TRAGGONO I PENSIERI DA CIO’ CHE LI SOSTIENE :

IL GELIDO PALLORE DI UNA SUPERBIA GRIGIA

CUI SONO APPRODATI IN CERCA DI UN PADRONE.

IN CERCA DI UN SAPERE CHE E’ SOLO DENSA IRRITAZIONE CONTRO IL BENE.

 

ORA SONO SCONVOLTI DINANZI A UN SOLE CHE LAMPEGGIA.

 

DINANZI AD UNA VERITA’ CHE GENERA UNA FIAMMA.

 

DINANZI AD UN POTERE INTELLIGENTE

CHE TANTA PIU’ LUCE IMPRIME

QUANTO PIU’ CONTEMPLA IL PROPRIO SORGERE IRRAGGIANDO.

 

DINANZI AD UNA FORMA IDEANTE

CHE NEL MANTENERSI TALE

RIGENERA LE ESSENZE DEL CALORE

POICHE’ ATTUA IL RICORDO FRA CIELI IN CUI PERENNEMENTE RISORGE IL SOLE.

 

IMPOSSIBILE MANIFESTARSI DI UN’AURORA CHE REDIME

E CHE SOLO L’ATTO IMPREVEDIBILE DELLA SCELTA INTERIORE HA MANIFESTATO.

ATTO CONCESSO ED INNALZATO.

 

ED E’ LAVACRO-ARSIONE CHE SQUARCIA QUELLE NEBBIE.

 

SORGE E SI MANTIENE AUREO IL POTERE CHE DISSOLVE IL GELO E LO TRAPASSA.

 

– IMPRIMENDO NUOVE CONNESSIONI DI PENSIERO CHE GIUNGONO A FOLGORARE IL MONDO –

 

NELLA LUCE E NEL CALORE.

FRA LE ARMONIE RISORTE.

LUNGO I SENTIERI DELLA BELTA’ CHE ARDE NELLA GRAZIA.

 

MENTRE INTELLETTI DI SUPERBIA ESTREMA

CUI ERA INTERNA L’IMPOSTURA FINALE DELL’OLTRAGGIO

IMPONEVANO COME CREDIBILE E SCONTATO

IL VOLTO SOTTILE DEL DISPREZZO NELL’AFFANNO.

 

STUDIO E FATICA CEREBRALE

NEL DISINVOLTO ODIO DEL CALORE E DELLA LUCE.

 

SERIO E SEVERO VOLTO DELLA RABBIA

SEMPRE PRONTA ALL’ISTERICA ESPLOSIONE DI FOLLIA.

IMPLACABILE E CONVINTA E RADICALE.

 

LE NEBBIE DELL’ARIMANE LUNARE

CHE OPPRIME L’INTELLETTO TRAMITE I GIGANTI DELLA MEMORIA IMMENSA.

IMMERSA NEL MAGNETE

FRA PALLIDE CALIGGINI DENSISSIME

SU TRONI DI SUPERBIA RIGIDA ED ASTIOSA.

 

EPPURE L’ARMONIA SI E’ IMPOSTA.

 

ED HA IRRAGGIATO ACUME.

 

VERO CALORE HA RIPERCORSO I SENTIERI DEL PENSARE.

 

HA RINNOVATO I TRONI DEL FULGORE.

 

SOTTILISSIMA IMPRONTA DELLO SCULTOREO SOLE.

 

NEL CUORE DELL’IDEA

MENTRE CONTEMPLA IL RICREARSI DEL CONCETTO

LUNGO I SENTIERI DEL VERO RICORDARE :

– CHE E’ RICONSACRARE –

SI E’ MANIFESTATO L’AUREO POTERE DELLA RICONNESSIONE ALLE FISIONOMIE DEI CIELI.

 

FRA LE ESSENZE DEL CONNETTERE I CONCETTI NEL FUOCO DELLA VOLONTA’ CHE  DIVENTA GENERARSI DI UN AMORE.

 

IMPRIMERSI E SCOLPIRE DEL SOLARE.

 

NELL’IMPOSSIBILE ATTUARSI DEL REDIMERE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

AL TRAMONTO, GETTANDO SASSOLINI IN MARE

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Osservare, prego, come la quasi totalità delle aspirazioni metafisiche vorrebbe salire ai Campi Elisi per poi…discendere immancabilmente nella vasta offerta, più o meno patologica, che la corporeità offre gratuitamente.

Il corpo, in senso occulto, è una miniera di grandi cose ma occorre che il minatore le trovi e le estragga. Il minatore non è la miniera: essa da sola non può scavarsi ed il minatore viene da fuori.

Così come il vasaio che, per fare il suo lavoro è altro e fuori dalla creta del vaso…che non produce vasai.

Questo per dire che la psiche con cui ci orientiamo nel mondo, o meglio, che ci tiene a guinzaglio corto, è a conti fatti, una sorta di secreto corporeo. Dunque abbiamo un fenomeno fondato nel corpo che eserciterebbe un’azione sul corpo medesimo: ciò nell’uomo avviene, ma come?

La psiche attua modifiche nella corporeità…legando maggiormente la coscienza alle forze corporee. Poiché trascina la coscienza nelle sensazioni: è l’opposto di ciò che l’uomo sano fa quando agisce: egli dimentica il corpo, dimentica le sensazioni, non viene sollecitato da esse. Immergersi in esse è una iniziale condizione di malattia, è come calarsi in un pozzo chiuso da ogni parte. Ci si lega e ci si sottomette al sensibile assai più che nel ordinario vincolo che subiamo con i comuni “percepiti” del mondo.

Quelli, nell’uomo normale, non costringono. Ci permettono di conservare l’atomo della nostra libertà.

Non v’è una delle moderne tecniche “psicofisiche” che non si ispiri al corpo, alle sensazioni: essendo il malanno che trova le sue giustificazioni logiche e la sua spiritualità. La via al sub-umano si è fatta ampia tanto quanto il pensiero caduto.

Per uscire dai limiti che paiono come imposti alla nostra povera anima, il pensiero di dover “leggere antroposofia” è una rappresentazione deleteria. O perlomeno inutile. Nessuno dovrebbe “leggere” scritti di Scienza dello Spirito. Ma accogliere con anima desta i suoi contenuti fondamentali forse sì. Ripeto: non si tratta di leggere ma di lasciare che pensieri ed immagini possano divenire attivi nella propria anima, permettendo che il contenuto  di essi si trasformi nelle forze di cui l’anima (tra l’altro) ha disperato bisogno per vivere, per rivivere e per crescere.

Temi come nascita e morte, reincarnazione, struttura dell’uomo e la sua identità con il grande cosmo, non sono (non dovrebbero essere) una pletora di eccentrici dati da sapere, ma più che altro e qualora discendano in verità dallo Spirito, forze di cambiamento e di risveglio: sono temi di ricordo sovrasensibile, di quando si è stati Spiriti nel mondo degli Spiriti.

Prendi la Scienza Occulta o Teosofia e fa tuoi i suoi pensieri, con calma e senza fretta, assimilane riga dopo riga. Poi ripensa a quelle righe anche in altri momenti: ciò che più t’ha colpito scaldalo nell’intimo calore del cuore. Anche poche parole, tieni dentro il loro senso e cuocilo a “cottura lenta”. Così, semplicemente.

Frena, per quanto t’è possibile, la brama del sapere. Impara a distinguerla da ciò che il Dottore chiama “impulso alla conoscenza”. A parole sembra cosa difficile ma, con la pratica, sarai capace di ripercorrere la via che dall’anima porta alla corporeità: in realtà non è difficile rintracciare le zone corporee da cui ascende la brama immediatamente accolta dall’anima: l’impulso a superare i “veli di maya” è cosa diversa.

Alterna a queste opere le pagine costituite da puro pensiero, come nel caso del Trattato del Pensiero Vivente.

Un percorso difficile, poiché la forma ed il contenuto di questo libro sono perfettamente uniti. Ti occorrerà un poco di volontà extra ma sarai ben ripagato, pensa che l’autore osa scrivere nella breve introduzione che “la concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia ad essere l’esperienza proposta”, che poi sarebbe la massima esperienza possibile all’uomo di questo tempo. Tritura ogni singola virgola del testo, combatti con ogni singola frase del libro, sperimenta in te se l’affermazione dell’Autore s’invera o sia falsa.

Poca roba dunque, non “letta” ma vissuta da te in te, per quanto t’è possibile.

Se tanti avessero fatto così poco, avremmo legioni di veri e forti discepoli dello Spirito: poiché l’uomo si risveglia per quanto l’anima vive.

L’anima vive comunque ma di solito è impercepita, è invisibile anche a noi stessi. Spalmata sulla sensazione di sé, aderisce al corpo e quando “guardiamo dentro” sembra che tutto sia buio e vuoto.

Il peso dei libri non modifica questa impressione. Solo quando abbiamo il coraggio di mettere in moto pensare-sentire-volere iniziamo a percepire qualcosa.

Non dobbiamo accontentarci del momentaneo sentire che accompagna ogni modificazione causata dagli eventi: la condizione normale è questa. Normale?

La concentrazione: essa fa parte della nostra vita. A far bene una cosa dobbiamo concentrarci. Anche i sassi conoscono la concentrazione: giorno e notte la fanno per rimanere fermi al loro posto! E le vie alchemiche, gnostiche, yoghiche, magistiche, a loro modo pure (un giorno, su di una patinata rivista dedicata al Kendo, ho trovato una delle migliori descrizioni pratiche dell’esercizio che mi sia capitato di leggere).

Con questo intendo dire che, a parte la decadente, pigrissima e sedicente corrente spiritualistica, tutto il mondo dello Spirito e dell’occulto fa, ognuno a suo modo, la concentrazione. Madame Blavatski (la fondatrice della moderna teosofia) prendeva a calci i discepoli che non superavano la “prova dell’ago”.

Questa consisteva nel muovere a distanza, con  attenzione concentratissima, un ago, sospeso per via della tensione molecolare sulla superficie dell’acqua che riempiva una ciotola. Se qualcuno volesse provare ora aggiungo che l’ago va preventivamente ingrassato. Il burro va bene. Poi deposto con estrema delicatezza sulla superficie liquida. Indi gran calma e attenzione concentrata su una delle estremità: dopo qualche minuto l’ago trema e si muove. Con la pratica è possibile farlo ruotare su se stesso. L’esperimento è del tutto grossolano, non apre alcuna porta…ma quanti riuscirebbero a farlo?

Sì, sono uscito dal seminato, ma non dal fatto che la concentrazione sia necessaria. Su You Tube, UdB, a suo tempo, ha pubblicizzato l’esercizio che Scaligero diede a chi gli diceva di non poter fare la concentrazione: si osserva la punta della lancetta dei secondi in movimento del proprio orologio (o del Rolex che avete rubato a uno che passava), mantenendo mente sgombra ed un guardare continuato. Non riesce per più di tre secondi? Bene, rifatelo in giornata. Poi ripetetelo il giorno dopo: col tempo saranno trenta, di secondi. Già una vittoria e non sto scherzando. Arrivate ad un minuto continuato e scuoterete il pianeta! E, già che ci siamo, saprete fare anche una concentrazione vera e propria, beninteso avendo superato la timidezza di passare dal sensibile all’invisibile.

Durante questo tragitto, imparate a entrare in voi stessi, più in profondità. Come? Naturalmente uscendo dal “voi” abituale. Davvero! Si entra uscendo, guarda un po’.

Sedetevi su una panchina del parco e osservate la meraviglia della luce che circonda la superficie  della pietra che sta nell’erba davanti a voi. Osservatela con amicizia, con simpatia. Osservate le gemme vegetali che stanno per schiudersi, l’arabesco puntiforme del primo verdeggiare contro l’azzurrità del cielo oppure i cerchietti concentrici che i sassolini che sto gettando disegnano sulla superfice del mare. Niente altro da fare che vedere e guardare: vedrete che il cuore incomincerà a rispondere. Potete anche fare ciò camminando, è un po’ più difficile ma basta abituarsi a non ascoltare il frinire dei grilli dentro la testa.

Questi atteggiamenti non sono appannaggio di questo o quello, non appartengono a Scuole occulte e anzi, poeti, pensatori e ragionieri ne hanno beneficato: fanno un gran bene a tutti quelli che non disdegnano di sperimentarli.

Chi si sente affascinato dall’occulto, crede di trovare grandi cose ovunque ci sia una targa con su scritto: Mistero. Mentre non vengono presi in considerazione i veri misteri che sono sempre manifesti. L’unico misteriaccio che dovrebbe essere svelato è la benda che l’uomo mantiene sugli occhi per restare cieco dalla nascita alla morte. Tanta è la paura del vedere!

Già! La paura è il mistero che non si vuole trovare mentre sarebbe indispensabile spingerla alla luce…

*

Ne parlavo ieri con un vecchio amico, occultista dalla nascita. Una coppia di scemi, poiché in oltre sessant’anni (più di centotrenta in due), non siamo riusciti a capire una frase ricorrente, quando viene estratta a forza dal contesto in cui originariamente si trova. La si usa e la si ripete (io sospetto, con molta voluttà, ma i gusti sono gusti…) Si tratta di “Tre passi nella morale e uno nella conoscenza”. Così, ripeto, fuori contesto: è bellissima e mi sento defraudato, umiliato, poiché non so come si fa in pratica. C’è qualche anima pia che possa aiutare in concreto  due vecchi imbecilli?

Io lo spero proprio poiché sembra una cosa che (quasi) tutti sanno. Può anche darsi che non ci sia nulla da dire…ma in questo strano caso perché viene detta e ridetta continuamente? E’ possibile che occorra forse una conoscenza antecedente? Se sì, perché nessuno me l’ha mai fatta conoscere tale conoscenza?

Heu, me miserum…

SCIENZA DELLO SPIRITO

KASPAR APPENZELLER

Riportiamo qui di seguito un lungo estratto dall’introduzione di Silvano Mirami al testo da lui stesso tradotto La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana che ci offre un esaustivo ritratto dell’autore Kaspar Appenzeller.

Ringraziamo Silvano Mirami e l’Editrice CambiaMenti, sul cui sito (www.cambiamenti.com/Argomentogenesi.htm) è possibile leggere integralmente l’introduzione stessa nonché indice, prefazione e l’intero Capitolo I.

genesikaspar

Kaspar Appenzeller nacque il 13 aprile 1927, come terzo figlio di Susanne e Hans Appenzeller-Zellweger, a Davos in Svizzera. La difficile gravidanza di sua madre ad un certo punto fu veramente a rischio e si dovette alla sapienza e alla perizia del Prof Loffler – il quale in seguito sarà uno dei suoi insegnanti allorché intraprenderà gli studi universitari di medicina – se malgrado tante difficoltà tale gravidanza poté essere portata facilmente a termine. Kaspar nacque dunque tra quelle montagne svizzere, ch’egli sentì sempre come suo ambiente congeniale, come sua vera patria e anche come protezione. Montagne che amerà profondamente.

Sin dall’infanzia la sua salute fu cagionevole: a due anni e mezzo Kaspar venne colpito da una grave forma d’asma che lo accompagnò costantemente lungo tutta la sua vita e con la quale dovette di conseguenza fare continuamente i conti. All’età di sei anni entrò alla Rudolf Steiner Schule, ma ogni anno i gravi attacchi d’asma lo costringevano per un terzo del periodo scolastico a non frequentare le lezioni. Tuttavia, malgrado tale inconveniente, egli riuscì a seguire senza difficoltà l’iter dell’insegnamento.

A parte i problemi di salute, infanzia e adolescenza si svolsero solari e felici – così egli le ricordava – con i suoi fratelli Heiner e Vreni. Ma anche a scuola egli era amato – da compagni e insegnanti – per il suo carattere gioviale e per il suo particolarissimo umorismo, che ogni volta rallegravano l’ambiente. I suoi compagni poi, ammiravano le sue qualità artistiche, che eccellevano soprattutto nel disegnare e nel suonare il violoncello. Per tutta la vita Kaspar Appenzeller coltivò vari aspetti dell’arte e per le sue notevoli capacità avrebbe potuto diventare un artista riconosciuto ed affermato. Ma sin da piccolo sentì come sua propria missione –e volle ciò in maniera decisa – il diventare medico.

A questa sua peculiare missione di operare terapeuticamente nei confronti della malattia e della sofferenza umana egli si donò senza risparmiarsi, sacrificando qualsiasi ambizione, anche legittima, che avrebbe potuto realizzarsi in campi, sia scientifici che artistici, diversi dalla medicina. Una spinta, ed un aiuto, in tal senso kaspar Appenzeller l’ebbe sicuramente dal suo incontro con la Scienza delo Spirito di Rudolf Steiner, ch’egli conobbe già nell’ambiente familiare, tanto più che medico della famiglia Appenzeller era il Dr. Hans Werner Zbinden, amico fedele di marie Steiner e presidente della Rudolf Steiner-Nachlaßverwaltung, ossia quel Lascito, fondato dalla compagna del Dottor Steiner, che per oltre sessant’anni tanto ha fatto per salvarne e diffonderne l’Opera.

Fu all’epoca degli studi ginnasiali a Flims che Kaspar Appenzeller affrontò l’Opera di Rudolf Steiner (la sua prima lettura fu la conferenza: Il sangue è un succo affatto peculiare) contemporaneamente all’opera e al pensiero di Platone. Nel 1947 si iscrisse alla Facoltà di Medicina all’Università di Zurigo e appena ventenne intraprese lo studio della medicina antroposofica e dell’euritmia curativa. Sin dalle prime fasi del suo studio venne giuidato dal Dr. Zbinden, il quale nutrì una tale fiducia nelle sue qualità, sia professionali e umane che interiori, da affidargli nel 1961 la direzione del Seminario Medico che si svolgeva alla Rudolf Steiner Halde a Dornach. Inoltre nel 1977, una settimana prima della sua morte, il Dr. Zbinden offrì a kaspar Appenzeller di diventare socio dell’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, il Nachlaßverein.

Dopo l’Approbation, conseguita nel dicembre 1953, sotto i professori Löffler e Brunner e la Dissertation conclusiva, ossia la tesi c’egli sostenne nella primavera del 1954 su L’encefalite conseguente a morbillo, egli iniziò il periodo di assistentato al Regionalspital di Wattwil sotto la direzione del Dr. Christ, che per tutta lavita rimase per lui una personalità decisiva.

Nel frattempo egli poté realizzare nel giugno del 1954, dopo sedici anni di fidanzamento, quella che definì “la migliore decisione della mia vita” e portare all’altare Johnnie Stokar, ch’egli conosceva sin dall’infanzia e che fu poi la compagna della sua vita.

Nel luglio del 1955 nacerà il primo figlio Peter. A quel periodo risale il primo lavoro da lui pubblicato sul cuore.

Nell’autunno del 1956 egli poté rilevare a St. Moritz lo studio del dr. De Giacomi, appena defunto, studio medico che poté portare avanti per 42 anni. Il trasferimento in Engadina, tra le montagne dei Grigioni, da lui profondamente amate, fu un grande aiuto per la sua salute. Gli esordi non furono facili e nei primi sei anni i magri bilanci non gli permisero l’ausilio di un’infermiera. Ma in segfuito, sebbene il suo ambulatorio fosse aperto soprattutto ai pazienti locali, esso ricevette, sia per il suo talento e la sua pazienza, sia per la conoscenza delle lingue straniere ch’egli coltivava con gioia, pazienti da tutti i continenti.

Nel 1959 nacque il suo secondo figlio Georg.

Nel frattempo divenne medico scolastico a St. Moriz e lo rimase per oltre tre decenni. Ciò gli permise di approfondire, attraverso l’auscultazione cardiaca di migliaia di bambini, la sua conoscenza di tale arte diagnostica, giungendo poi a conclusioni preziose, ch’egli donerà al mondo nei suoi scritti su tale materia.

Nel 1978, dopo la morte del Dr. P.R. Berry, Kaspar Appenzeller venne eletto Presidente dell’Associazione Medica di St. Moritz, ufficio che espletò con grande coscienza e impegno per 20 anni.

La dedizione, veramente sacrificale, a curare le sofferenze umane lo portò a ricevere fino a cento pazienti al giorno, e allorché l’ultimo paziente lasciava l’ambulatorio, egli sidedicava per ore alle sue ricerche sul sangue e sul cuore. All’inizio degli anni 60 giunse a dimostrare sul cuore vivo di un pollo, documentandola con una pellicola da 16 mm, l’affermazione di Rudolf Steiner che il cuore non è una pompa bensì un organo di senso, e che il sangue stesso possiede la forza di muoversi lungo le vie sanguigne.

Naturalmente la sua dedizione al lavoro e allo studio, che lo portavano a non concedersi più di 5 ore di sonno per notte, non potevano non minare la sua salute, e nel 1965 ebbe un attacco di itterizia. Per qualche mese la sua attività ebbe un fermo repentino. Si ristabilì, ma gli rimasero come conseguenza forti emicranie che lo accompagnarono per oltre 25 anni.

Nel 1970, iniziò a tenere a St. Moritz un gruppo di lavoro antroposofico che portò avanti regolarmente sino al 5 novembre 1998, allorché venne colpito da ictus cerebrale. Tenne pure corsi e conferenze pubbliche che ebbero notevole risonanza nell’Engadina. Continuò la sua attività di conferenze al Seminario Medico presso la Rudolf Steiner Halde, a Dornach, e portò la sua parola in conferenze e corsi a Zurigo, Berna, Lugano, Berlino e Milano. Attraverso la collaborazione con l’euritmista Franziska Brem raggiunse una conoscenza approfondita del Corso di Euritmia terapeutica di Steiner.

Al di là di articoli vari, pubblicati su alcune riviste, Kaspar Appenzeller riversò i frutti del suo sapiente lavoro in quattro opere, ch’egli scrisse soprattutto nei periodi di ferie, da lui abitualmente trascorsi in Italia, sulla costa adriatica, o in Ticino.

La prima opera, apparsa nel 1976, fu la Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, che qui presentiamo tradotta. Traiamo, traducendola dai risvolti dell’edizione originale, la presentazione – verosimilmente dell’Autore – che ci sembra offrire una mirabile sintesi delle idee esposte in questa opera: “In questo libro il racconto biblico della Creazione viene messo in relazione all’evoluzione embrionale umana. In esso, come risultato di un lavoro di ricerca di lunghi anni, viene mostrato come questo documento biblico nelle sue possenti immaginazioni descriva esattamente quello che la scienza ha da dire oggi sulla nascita del corpo umano. Le immagini della nascita del cosmo del racconto della Creazione diventano per il lettore le immagini dello sviluppo embrionale umano. Egli perviene alla concezione che l’uomo è un piccolo Cosmo, un Microcosmo di fronte al grande mondo, il Macrocosmo. Inoltre questo testo, che in molti punti viene esaminato nell’originaria lingua ebraica, si dimostra una vera meraviglia; giacché non solo secondo il suo contenuto concettuale, bensì sin all’interno dei singoli suoni si estende la concordanza di queste potenti parole con la vita formatrice organica. Attraverso ciò si viene posti a confronto col fatto che lo scrittore di questo testo ha toccato i veri – invisibili, per occhi terreni – impulsi di formazione del cosmo e dell’uomo. L’impulsatore spirituale di questo libro è Rudolf Steiner, il fondatore della moderna Scienza dello Spirito. Lo scienziato spirituale insiste su nuove Vie alle forze originarie dell’evoluzione; egli comprende nella loro profondità i documenti provenienti dall’antica sapienza dei Misteri perché ritrova in essi ciò che egli ha investigato indipendentemente da qualsiasi documento. La sintesi qui realizzata di testo della Genesi ed evoluzione organica comporta un’elevazione di ambedue i rami del sapere. Il testo veterotestamentario diviene, in ogni sua parola, profezia di futuri eventi dell’umanità, così come l’embrione è la promessa di un uomo che in futuro agirà nel mondo – e l’embrione appare, nei suoi cambiamenti di forma, come testimone di processi di creazione cosmica da lungo tempo trascorsi. La profezia della Genesi indica inoltre con chiaro gesto, parola per parola, l’evento del Christo e la Via, che diviene possibile a partire da questo evento, dell’individualità alla mèta terrestre, e l’embrione cela attraverso i suoi gesti di nascita che l’uomo è predisposto ad esssere il portatore della forza dello Spirito, che mediante tale evento si è collegato alla Terra. A chi si rivolge il libro? Nell’introduzione si trova: questo scritto non presuppone alcuna conoscenza specialistica, si rivolge ad ogni lettore per il quale la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore”.

Ad esso seguì La Quadratura del Cerchio, del 1979, nella quale viene mostrata la soluzione di tale millenario problema attraverso l’uomo stesso. Il suo terzo libro fu Fondamenti per un nuovo tipo di auscultazione cardiaca, nel quale viene mostrata tutta l’ampiezza diagnostica che si apre ad un medico che voglia veramente approfondire tale arte.

Nella primavera del 1999 appare il suo quarto e ultimo libro: Il Calendario antroposofico dell’anima alla luce dell’evoluzione dell’umanità, che apre un nuovo accesso meditativo a tale opera di Rudolf Steiner. Sempre nel 1999 apparve la traduzione italiana del Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner, eseguita da Kaspar Appenzeller con la collaborazione di amici italiani.

A partire dall’aprile 1986 cominciarono ad aggravarsi i suoi problemi di salute. Dapprima una discopatia grave, poi l’ictus cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma per il quale dovette essere operato a Zurigo dal Prof. Iasargil. I problemi alla colonna vertebrale si aggravarono negli anni. Le sue ultime 16 settimane trascorsero al Paracelsius-Spital a Richterswil per un ictus transitorio in conseguenza di un collasso cardiaco. Chi lo incontrò in quegli ultimi tempi lo trovò cosciente, fluido nella parola e vivace nel pensiero come sempre. Affrontò con serenità e contagioso umorismo gli ultimi anni dolorosi della malattia, sino a quel 3 marzo 1999, un mercoledi, nel quale alle 9.37 egli chiuse la lotta della vita. La sua fu una vita eroica. La vita di un nuomo buono, forte, coraggioso e sapiente.

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