Giugno 2017

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2017

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 7

Copgenesi

 

Paragrafi precedenti

IL PRIMO GIORNO

7. Della Vita tra Luce e Tenebra

Dopo che la prima scissione cellulare si è compiuta, c’è lo sforzo delle cellule figlie ad arrotondarsi nuovamente e a diventare sferiche. La scissione dà luogo dapprima ad una superficie completamente piatta, come se la cellula si scindesse in due (vedi Fig. 5). Ma poi questa superficie cellulare piatta a doppio strato si trasforma nuovamente da ambo i lati in forme sferiche. Si vede chiaramente che qui sono all’opera due forze contrapposte. L’una divide e muta perciò la forma dell’embrione, l’altra vuole di nuovo arrotondare ciò che è stato diviso. Questi due campi di forza si contrappongono come fuoco ed acqua – essi incarnano demolizione ed edificazione nell’elemento organico. La forza della demolizione che opera plasmando e formando mediante la sua facoltà del dividere, viene rappresentata nella Genesi attraverso la Luce; la forza dell’edificazione, che cerca di ricevere la forma nella sostanza, viene rappresentata mediante la Tenebra. RUDOLF STEINER designa jom (giorno) come le forze della demolizione, lajla (notte) come la forza dell’edificazione (vedi RUDOLF STEINER, La Genesi. Misteri della storia biblica della creazione). Ma poiché queste forze, se giungessero ad agire contemporaneamente, si distruggerebbero e si dissolverebbero reciprocamente esse devono venire separate. Le forze, che nella loro attività simultanea si annientano e che perciò renderebbero impossibile ogni evoluzione, sono, separate ed operanti in maniera ritmicamente scambievole, nella condizione di creare l’uomo.

Durante la veglia prevale nell’organismo la demolizione, durante il sonno prevale l’edificazione. Perciò le forze di demolizione possono essere chiamate le forze del giorno, quelle edificatrici le forze della notte. Come in maniera grandiosamente semplice appare ora il corrispondente versetto della Genesi , che porta in sé leggi cosmiche:

E DIO DIVISE LA LUCE DALLA

TENEBRA E CHIAMÒ LUCE IL GIORNO

E LA TENEBRA NOTTE.

Lo scambio ritmico di demolizione e di edificazione, rispettivamente processi del Giorno e della Notte, diviene visibile per la prima volta nel processo della solcatura. Esso evidentemente esiste già prima, giacché il ricambio di sostanze di ogni sostanza vivente si compie attraverso lo scambievole agire di questi due sistemi di forze. In un organismo adulto sano questi si mantengono in equilibrio. Se in un organismo prevale la demolizione, si giunge alla perdita di peso, al disseccamento e all’indurimento dei tessuti. Se prevale l’edificazione, allora si giunge ad un’aumentata irrigazione, a forme più complete, ad assunzione di peso. Durante la giovinezza generalmente prevale l’edificazione, nella vecchiaia la demolizione. Ma come si comportano questi due sistemi di forze nello stadio della crescita e dello sviluppo, che qui consideriamo? Qui si tratta non soltanto della conservazione, bensì della configurazione e della formazione di organi. I regni di forza della Luce e della Tenebra appaiono qui essere ancora molto più vivi che non in seguito. Mentre più tardi si tratta soltanto dell’immagine di un organo, qui quest’immagine deve prima essere creata attraverso una serie di mutamenti di forma. Il modellatore è la Luce, la Tenebra governa la sostanza, riempie quel che deve essere riempito di sostanza vivente.

Quando l’ovocellula riposa nell’ovaia, essa prende parte ancora al ricambio dell’organismo materno. In essa operano ancora le forze materne della Luce e della Tenebra. Quando abbandona l’ovaia, si separa del regno delle forze materne, ma porta l’elemento sostanziale come dote nel nuovo spazio. Sulla sostanza governa la Tenebra – forma e struttura dell’ovocellula sembrano rimanere conservate eternamente, da decenni essa è immutata. Tuttavia ad essa aderisce ancora una parte della forza di Luce materna. Essa si libera di ciò attraverso la formazione dei corpuscoli polari, un duplice processo di scissione. E come dopo l’aratura la Terra diviene più oscura, così adesso l’ovocellula diviene dapprima realmente tenebrosa ed è già pronta all’accoglimento della Luce, del seme. Ora si avvicinano nel seme quelle forze della Luce particolarmente luminose, capaci di modellare, e per un momento Luce e Tenebre divengono uno.

Consideriamo il processo della fecondazione. L’ovocellula sta nelle delicate fenditure dell’ovidotto. Milioni di spermatozoi sciamano su di essa e si schierano, fittamente pigiati l’uno accanto all’altro, intorno ad essa (vedi tavola II). le cellule seminali sono minuscole, di forma piatta-ovale di dimensioni molto al di sotto del limite di visibilità, aventi anteriormente una formazione con testa un po’ appuntita con una lunga coda filiforme, e consistono prevalentemente di materiale cellulare nucleare. Nuotano a testa in avanti con movimenti ruotanti e si avvitano così avanzando nel mezzo fluido. In gruppi essi si fanno ora largo sulla superficie dell’ovocellula, formando su questa (rispetto alla superficie tangenziale) un angolo retto o quasi retto, cominciano con i loro milioni di code a battere con forti movimenti sincroni – inoltre l’ovocellula comincia a girare attorno a se stessa. Nella ricerca di laboratorio, questa rotazione avviene sempre in senso orario (ovviamente nell’osservazione dall’alto), è di 360 gradi in 15 secondi e dura da venti a trenta ore (secondo Shettles; vedi L.B. SHETTLES , Ovum humanum). Il vero e proprio processo di fecondazione esige una minima parte di questo tempo, cioè la fusione del nucleo cellulare singolo con il nucleo di una cellula seminale. L’essenziale di questo evento, almeno per il suo aspetto, non è costituito dalla fusione del nucleo, bensì da questo verace incontro cosmico delle forze solari e terrestri. Il movimento proviene dalla circonferenza, nel centro vi è quiete – e l’ovocellula comincia a girare:

E FU SERA E FU MATTINO IL PRIMO GIORNO

L’impulso primordiale per questa rotazione proviene dalla separazione della Luce e delle Tenebre. D’ora in poi l’embrione si muove attorno a se stesso sino alla nascita. – Che le forze qui nominate non si possano identificare con i sostrati anatomici, bensì che debbano venire pensate come operanti attraverso i medesimi nel dominio sensibile, vi è appena il bisogno di essere menzionato. È bene, nella rappresentazione dei processi embriologici, sempre di nuovo disciogliersi coscientemente dal sostrato organico e mirare alle forze, che possiamo descrivere operanti dall’intero cosmo. Se non si fa questo, si può rimanere facilmente astretti all’elemento anatomico ed infine ritenere facilmente che il seme sia la Luce. Il seme non è la Luce, ma esso ne porta la segnatura.

TAVOLA II

Processo di fecondazione. Milioni di spermium si schierano attorno all’ovocellula. Da SHETTLES , Ovum humanum , 1960. (Disegnato a partire da una fotografia).

 

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

COORDINATE (Poesia di F. Di Lieto)

campo-grano-sole

Alcune dannazioni ci tormentano
da sempre fustigandoci a vagare.
Poi restringe la vita cerchi immani
verso l’unico punto: ritroviamo,
luogo ideale fermo sulle origini
dell’Io, l’antica Terra che profonda
riceve longitudini crociate
con vaste latitudini. È il ritorno
dove tutto conclude la sua corsa.
Una perfetta stasi ci ricrea
a un destino solare inesauribile.
E siamo finalmente cosa eterna.

(Fulvio Di Lieto)

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ORO OLTRE IL DESERTO CAP.9

 MAGG 14 LUGL 2016 FKHSIFS 062

ORO OLTRE IL DESERTO    CAP.9

(OROLDES)

  1/9021

VITA E FUOCO

 

 ENERGIE DI PIETRA.

ENERGIE CHE SPENGONO.

CHE SOFFOCANO L’INTUIRE.

CHE INARIDISCONO LA VITA.

 

QUALI POTENZE CHE IMPRIMONO LE CERTEZZE DELLA CENERE.

 

CINISMO E MORTE INTERIORE.

LE ENORMI TENSIONI DEI CERVELLI FISICI.

IN CUI L’OBBLIGO LATENTE MA INDEROGABILE IMPONE LA PIATTEZZA.

E’ IL SILENZIO IN CUI L’EBETE OSCURO IMPONE IL CREDO MATERIALISTA.

 

MENTRE ALEGGIA LA MINACCIA DELL’ODIO NEL TANGIBILE DISPREZZO.

 

SOLO PIETRA E MORTE.

DOGMI IRRAZIONALI VENERATI COME SE FOSSERO DEITA’.

 

NEBBIE MORTALI DELL’ISPESSIMENTO RAZIOCINANTE CHE POGGIA SULL’IRRAZIONALE ODIANTE.

 

EPPURE TUTTA LA DOTTRINA DEGLI INFERNI CROLLA E SI CONFONDE NELL’ATTIMO IN CUI IL FUOCO DIVAMPA NEL CENTRO DELLA CENERE.

 

E LA CENERE SI SPEZZA E SI DISPERDE PROPRIO NELL’ATTIMO IN CUI TENDEVA A FARSI OSSEA QUALITA’ DEL DISCETTARE.

 

ODIOSE OPINIONI SUL PUNTO DI GERMOGLIARE :  SI SVELANO RECISE PRIMA DEL BLATERARE NEGLI ANIMI SINISTRI E FARFUGLIANTI.

 

L’ATTIMO IMPOSSIBILE NEL CUORE DELL’IDEA CHE VIENE CONTEMPLATA : TALVOLTA PUO’ OTTENERE IL RITO DELLA FOLGORE CHE LAVA.

 

L’ALTA IDEA RACCOGLIE I LAMPI SUPERIORI.

I TENUI VALORI OLTRE I CERVELLI FISICI.

 

E SPANDE VITA E FUOCO.

 

INFRANGE IL RESPIRO CORTO DEL PENSARE CHE REGREDIVA NELLA PIETRA.

 

FINALMENTE UNA VOLONTA’ DI LUCE E’ CONCESSA

E PUO’ INSERIRSI FRA LE TRAME DEL VIVENTE

CHE IN QUEGLI APICI IMPRIMONO GERMOGLI DI VERITA’.

 

TRACCE DI SOVRUMANA IMPRONTA .

 

ORO SOVRAMENTALE CHE DISVELA E RETTIFICA.

 

IMPOSSIBILE REINNALZARE IMPRIME IL SUO RESPIRO.

 

E SCOLPISCE NUOVE FISIONOMIE DELLA SOLA VERITA’.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

MARCO VALERIO MESSALLA CORVINO (64 AC 8 DC) URNACINERIS

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Copia di ALBA AURORA 5 263715

2/9022

FLUITA DAL CUORE

 

LE COLTRI DI PIETRA.

IL RAZIOCINARE VOLITIVO CHE SI SVILUPPA OVE NON FLUISCE VITA VERA

MA IN CUI DOMINA SOLTANTO UNA PERVERSA DEVOZIONE VERSO LA CATTIVERIA E IL GELO.

 

OVE L’ANGELO INTERIORE E’ APPESANTITO APPESTATO E ZAVORRATO

POICHE’ UN CADAVERE RAZIONALE E’ SORTO A PALLIDA VITA

E SPECULARMENTE RIFLETTE LA VITA INDIVIDUALE DEI TROPPO IMMERSI NEL VIVERE FISICO.

 

IL RESPIRO CORTO DELL’INTELLETTO TROPPO MATERIALISTA :

GIUNGE NEL MONDO SPETTRALE E MANIFESTA UN CADAVERE.

DA’ VITA AD UN EBETE CHE FARFUGLIA PARVENZE DI VITA

MA IN REALTA’ EMANA GRIGIORE E BRAMA ISTUPIDIRE NEL PESO.

 

SEMPLICI O ACCULTURATI CHE SIANO : FROTTE DI ENERGETI DOTATI DI PROFONDO VITALISMO FISICO

VAGANO ZAVORRATI DAL PROPRIO CADAVERE FARFUGLIANTE CHE LI SPINGE AL REGRESSO.

 

SPENTO L’ANGELO INTERIORE : EMERGE UN’EBETE CHE LI ACCOMPAGNA NEL GELO E NELLA CENERE.

 

SONO GLI AVVINTI ALL’IDIOTA INTERIORE CHE E’ ECCEZIONALE SOLO NEL GRIGIORE E NEL PESO.

 

SOLO UN POTERE SOLVENTE CHE IMPOSSIBILE FOLGORA E SVELA : PUO’ INFRANGERE QUELLA MORTE PESANTE CHE LENTA SI TRASCINA.

 

SOLO UNA FOLGORE PUO’ SVELLERE QUEL PESO.

 

UNA FOLGORE CONCESSA NELL’ATTO DEL PENSARE IN CUI

– FLUITA DAL CUORE –    

POSSA IRROMPERE LA VITA SOLARE DELL’ETERICO AVVAMPARE.

 

ORO SOLARE AVVILUPPA LA PIETRA E L’INFRANGE

NEGLI ATTIMI ESTREMI IN CUI ALL’UMANO SI AGGIUNGE L’ETERNO INNALZARE CHE TRASMUTA E REDIME.

 

LA PIETRA SI INFRANGE POICHE’ A LUNGO NEL SOVRUMANO RESPIRA IL VOLERE CHE CONTEMPLA LA FIAMMA UNITIVA DEL LOGOS.

 

OVE SVETTA LA LUCE CHE UNISCE I CONCETTI NELL’ETERNO PLASMARE SCULTOREO CHE E’ FIAMMA.

 

FIAMMA DI LUCE SOLVENTE.

 

L’INERTE GRAVARE RESPINGE LA LUCE E LA SPEGNE MA NEL FARLO VIENE GRADUALMENTE DISSOLTO :

POICHE’ PERENNE LA LUCE RISORGE NELL’ATTO VOLUTO CHE CONTEMPLA IL PENSARE.

 

L’EBETE SVANISCE DINANZI AL FOLGORARE.

 

DINANZI AL BALENARE DI CIO’ CHE POSSIEDE LA FORZA DEL RISORGERE.

 

SOLVERE E AMPLIARE NELL’INSISTERE SOFFERTO IN CUI RISORGERE E’ CONCESSO NEL CUORE DELLA FOLGORE.

 

ORO DELL’IMPOSSIBILE CONNETTERE SOLVENDO.

 

LUCE DELL’IDEA.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA RISPOSTA

scrivano1

Caro Isidoro, alla luce delle tante discussioni che imperversano da ogni parte, ti chiedo di rispondere ad una domanda assai breve: il tuo punto di vista sull’azione interiore e sulla concentrazione ed il suo limite. Sono stato breve? Un caro saluto. P**** M******

Ecco che queste righe arrivano a fagiolo. Peccato non siano arrivate prima dell’ampio articolo di Hugo sulla concentrazione: lì c’è quasi tutto e questo è un semplice riflesso. Del resto caro P. e cari lettori, sono circa vent’anni che scrivo le stesse cose…Quando arriva il mio pensionamento?

Caro amico, sono io che devo ringraziare te per un invito a nozze con una traccia di birboneria. Poiché la tua domanda non è ovvia, non lo sarà mai: essa è, per così dire, il centro di tutto. Non nel senso sapienziale ma in pratica. Che la pratica sia abissalmente distante dalla teoria (pensare e pensieri) è forse il fenomeno più grave che la Scienza dello Spirito e l’antroposofia hanno trovato sul loro cammino: l’inciampo gravido di conseguenze.

Fortunatamente ciò non è il tema che hai posto. Ti avverto da subito che, essendo nella sua natura, un’esperienza umana intima e individuale, anche quando venga svolta correttamente secondo le proprie leggi, che in pratica sono diverse da quanto l’anima sperimenta di solito, è praticamente impossibile dare in parole il suo modello. O meglio, questo è stato fatto da Massimo Scaligero.

Ritengo sia un dovere di alto rispetto ricordare a tutti i lettori di Eco come Scaligero sia stato, ai nostri giorni, l’individualità più limpida, qualificata e autorevole nel comunicare, con logica adamantina, il senso del pensiero e della sua ascesi.

Consiglio caldamente la lettura completa e alla presenza di tutta l’anima (come quando si affronta una prova difficile o un pericolo mortale) di almeno qualche suo scritto. Sottolineo inoltre che, per avvicinarsi alle nostre teste dure, con il Manuale pratico della Meditazione o con le Tecniche della Concentrazione interiore, Scaligero ha fatto l’impossibile: è riuscito a condensare il nucleo dell’Insegnamento in poche, iniziali pagine.

In chi questo continua a non voler comprendere, c’è da ritenere come pregressa una tragica subordinazione ad un danno cerebrale o a una straordinaria forza d’odio (lasciando un po’ in pace il karma che, come il ferro se scaldato ad alta temperatura, talvolta si rimodella).

Dovrei citare anche la curiosa categoria dei criminali del giorno dopo: genia che ad esempio perde tempo e fatica nel riassumere un terzo dei suoi testi per poi, per bassi interessi, declamare in maiuscole la assoluta fede nel Dottore e non nei “derivati” come Scaligero: squallore furfantesco che non merita una virgola in più.

Patologicamente più interessanti sono gli incensatori che sbranano frammenti dell’Opera per sete di autostima. Nessuno tra questi esseri molli comprenderà mai che ‘tradire’ Scaligero è tradire la Scienza dello Spirito e con essa Rudolf Steiner.

Dove qualcuno pensasse ad una acritica subalternità capitatami per infauste e indefinite cause, sbaglia alla grande. Il destino mi portò allo studio serrato della Filosofia della Libertà e, dopo poco, ai primi testi di Scaligero: un binario e due rotaie che attraversarle per lungo mi triturò un decennio, combattuto giornalmente con spirito critico perchè ero pienamente cosciente che era la mia vita e non chiacchiere la posta in gioco per cui stavo lottando pensando quei pensieri. Spesi dieci anni tra confronti, dubbi, giudizi critici espressi con la massima autonomia possibile e non fui solo ma confrontavo ogni pensiero che spremevo con alcuni amici, incredibilmente leali.

Questo al punto che, finalmente connessomi con Scaligero direttamente, gli incontri con i molti suoi ‘devoti’ mi lasciavano un sentimento di forte estraneità, come fossi..”un marziano a Roma” non incontrando a quell’epoca nessuno che vivesse nel pensiero di Scaligero ma purtroppo solo nel riflesso della sua figura. Non solo! Una delle conseguenze dell’incontro personale con Scaligero è stata che mi marcò dentro una impressione ancora oggi viva e crescente che mi permette di vedere con trasparente immediatezza (anteriore al giudizio) la vera statura interiore dei tanti “personaggi importanti” che il destino ironicamente mi ha poi posto innanzi.

E su quanto ho scritto con piena sincerità, poi, come al solito, ognuno giudichi come vuole.

Allora: pensiero e concentrazione. Il pensiero abituale è il passivo involucro o strumento di tutto men che di sé stesso. La minima sensazione di vitalità che pare giustificarlo come esso appare è data dalle emozioni, dai ricordi e dalle brame. Liberare il pensiero da questa passività sommersa nelle “acque inferiori” è l’operazione per cui si realizza la forza-pensiero che, nella zona metafisica simboleggiata spazialmente dalla testa, è parte del mondo di forze creatrici chiamato “mondo eterico”.

Il passo essenziale, eluso dal sapere, rifiutato da tanti, respinto da molti, incompreso dai più, è quello di trasformare il pensiero da scopo sufficiente della vita interiore comune a strumento o veicolo dello Spirito. Al ricercatore si aprono due vie: rimanere sul terreno ordinario in cui si giudica, si correla e si deduce su ogni cosa, anche sullo spirituale – pensato come un dato più nobile o più segreto – oppure praticare con coraggio e dedizione in una azione assai c o n c r e t a attraverso la quale si giunga a realizzare l’inutilità del giudizio, delle deduzioni, ecc. Insomma l’inconsistenza di tutti i propri pensieri, azzerandoli sino a percepire il valore potente della forza-pensiero.

Il pensiero, totalmente sottratto ai significati, viene percepito come una corrente di forza/luce. Tale corrente apre la strada del cuore eterico (è la via d’incontro del Logos eterico) che permette di percepire/sentire il pensiero macrocosmico, attivo universalmente e operante nella nostra intera struttura. La concentrazione è l’asse portante delle esperienze indicate ove l’assunzione di testi che riguardino generiche disponibilità animiche o pratiche armonizzanti sono soltanto inutili e fuorvianti.

Per l’operatore essa si presenta organizzata su molti livelli. In effetti l’operazione è semplice ma l’uomo è complicato e con queste complicazioni sue deve fare i conti. Magari evitando da subito le ulteriori dialettiche che, credimi, non finirebbero mai.

Chi può, coltivi un giudizio di fondo: la Concentrazione non è uno tra i tanti esercizi ma è il più possente Rito che l’uomo possa officiare. E’ l’Arte della più alta magia dei tempi nostri. E’ la via di Michael: discorsivamente rimuginabile e che perciò rimane inviolata: nel pensiero cosciente, per dedizione e sforzo, si desta l’elemento puro della volontà. La volontà pura, senza oggetto (senza la brama del dato) diviene un auto-volersi del Volere: è il veicolo di Michael e della Forza superiore di cui esso è veste.

Contro la Concentrazione esiste un esercito, sempre rinnovato con truppe fresche, di figure il cui tratto comune è la totale carenza di esperienze metadialettiche: magari se ciò fosse solo effetto di un’impotenza personale, potrebbe venir parzialmente sostituita da assenza di pregiudizi, onestà e logico rigore. Non è così. Anzi maggiore è la brama di ‘essere qualcuno’ con il codazzo di discepollastri e di responsabilità spiritual-organizzative, minima o nulla è una seria disciplina che porti ad uno straccio di obbiettiva esperienza. In parole povere è necessaria una scelta fondamentale tra la vanità personale e la ricerca trascendente: trascendente nel senso che deve trascendere i soggettivismi e le traduzioni volte al basso che i castrati spirituali portano volentieri in petto con falso e pervertito amore.

Tra i falsi indicatori, tra ipocrisia, menzogne e parole vuote, regna una gran confusione: parlano di controllo del pensiero scambiandolo per concentrazione e viceversa, indicano pericoli per il sentire e volere e leggo persino bestialità del tipo “si provi prima a volere e dopo a pensare”. Osservo un caos in cui il minimo epistemologico è finito in fondo alle fosse oceaniche. A questo punto di non ritorno è impossibile comprendere come la concentrazione sia già volere in atto e come il sentire arresti (finalmente) la sua funzione inferiore. Al punto, scrive il Dottore in un mantra fondamentale per l’asceta, che “l’umano sentire quieto svanisca”. E’ semplice: l’ordinario pensiero è l’unica attività che contrasta lo Spirito, falsificando quelle forze che chiamiamo sentire e volere. La reintegrazione del pensiero al proprio principio originario riabilita tutta l’anima (e il corpo) alla sua realtà spirituale. In pratica significa attivare un impeto straordinario che porti il soggetto pensante alla morte di sé e oltre essa.

Chi è capace di tanto? Verrebbe da rispondere: “Nessuno”. Ma non sarebbe completamente vero. Il soggetto può accrescere forza illimitatamente ed è con questa forza in eccesso che la ‘natura’ può venir superata. Tecnica, allenamento e rafforzamento progressivo sono ciò che occorre. Poi come ho già detto, i livelli di realizzazione sono tanti e variano per ogni operatore ma sono anche ignoti e incomprensibili per i venditori di antroposofia, i ciarlatori ed i ciarlatani. Le modificazioni della coscienza sono le tappe della Via e soltanto presso ognuna di esse acquista significato qualche ulteriore esercizio per il quale, sia detto per inciso, quello che trovi scritto sui testi è solo una conferma di quanto si è già compreso per esperienza: un’occhiata alla cartina stradale durante un viaggio. Di più: la lettura sbalordisce poiché sebbene l’indicazione scritta permanga esatta alla virgola, ora si comprende che quello che si era compreso era del tutto diverso da ciò che credevamo fosse una indicazione compresa: come la strada è diversa dal segno tracciato sulla cartina.

Cosa: si comincia dominando il pensiero che ci domina…ed è un lavoro lungo e faticoso. La gente ama i separé terminologici – paratie di sicurezza – ma pure questi sono limitanti: col coraggio del santo o del ladro e con l’energia dello spaccapietre, appena possibile si tenti la Concentrazione, focalizzando l’attenzione tutta su di un oggetto di pensiero e basta. Non giudicare che il meglio è stato assai breve: in effetti la totale continuità dell’attenzione è breve per tutti. Poi, durante la giornata si ritenti.

Quanto: il più possibile. Mica è una passeggiata! Però dopo subentra con chiarezza la sensibilità per il quanto che riesce dallo sforzo sterile. Nemmeno questa è una regola assoluta, anzi! Poiché nessuno ti obbligherà a non tentare, talvolta, il ‘molto di più’, su base frequente o infrequente. Che usi quello che ti sia possibile ora in quantità o intensità il senso è lo stesso: superare i limiti, essi sono sempre auto imposti. Lo si sappia o meno.

Caro P****, i miei fraterni saluti.

Isidoro

I lettori perdonino certe righe: scritte a caldo per una persona. Grazie.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ESOTERISMO E CATTOLICESIMO

CHAT NOIR

Uno o dei più mirabili doni che la mia Amata, l’Unica Dea, la cui verginale ed immacolata Sapienza ogni vòlta stupisce i suoi casti, fedeli, innamorati, è il dis-velamento, folgorante, sempre inaspettato, degli aspetti celati – a volte ben celati, come vedremo, et pour cause – della realtà ‘autentica’ dietro la maschera dell’apparire evidente. Un tale ‘apparire’ evidente può essere: o la manifestazione veritiera di una realtà spirituale, la quale può essere còlta solo attraverso un approfondimento interiore ed un adeguato processo di sviluppo e maturazione spirituale del ricercatore; oppure tale apparire può essere, per contro, un’abile menzogna, creata a sommo studio, e vòlta proprio a non far conoscere la verità celata: una menzogna seducente e illudente, ottundente e deviatrice, che mira consapevolmente a portare a perdizione chi non sia così ‘sveglio’ e coraggioso da voler cercare e discernere il ‘volto’ – la realtà celata –  oltre la ‘maschera’ menzognera – l’apparire ingannevolmente evidente – che facilmente affascina gl’ingenui, gl’ignoranti, i semplici, gli sprovveduti, i pigri.

A chi fedelmente La ama di un Amore ‘unicitario’ – com’ebbe a definirlo la mia sapientissima e cara amica E., donna dal grandissimo cuore – l’Unica Dea dis-vela verità ed aspetti della realtà davvero sorprendenti. A volte tali dis-velamenti mozzano addirittura il respiro e ‘sovvertono’ – nel senso etimologico del termine: ossia ‘capovolgono’ – opinioni assodate, convincimenti ostinati che hanno, in realtà, solo apparentemente un saldo fondamento. Ora, uno dei dis-velamenti più straordinari ch’Ella un giorno fece a questo suo selvaggio, ispido, lupaccio innamorato fu il seguente aforisma:

«I cosiddetti “buoni” il più delle vòlte non sono affatto buoni, mentre i cosiddetti “cattivi” spesso non sono affatto poi così cattivi: addirittura i “cattivissimi” a volte non son punto cattivi e, in certe situazioni, sono persino i soli veramente affidabili».

L’appercezione vivida e folgorante della verità di un tale aforisma fu per me come una mazzata in fronte – un po’ come quelle che, più di mille anni fa, nel Celeste Impero, gl’impetuosi Maestri del Ch’an con veemente generosità distribuivano ai loro discepoli in via di risveglio – e di colpo essa mise al loro corretto posto tutte le tessere di un vasto mosaico, tessere che prima di tale dis-velamento mi apparivano come un disperante caos, nel quale tutto era confuso ed enigmatico. Dopo di esso, invece, la verità si manifestò in tutta la sua cruda nudità, e trovai la spiegazione chiarissima – anche se a tutta prima essa non mi era parsa evidente – di tanti eventi accaduti, nei passati decenni, nel milieu “scaligeropolitano”, nonché della logica perversa “birbonipolitana”, che stava loro dietro. Ho già avuto modo di dire come la conoscenza, anche dolorosa, della più tragica verità sia sempre e comunque infinitamente migliore, e di gran lunga preferibile, che non la più rosea e falsamente consolante illusione, la quale agisce sempre come un narcotico debilitante. Sarò eternamente grato alla mia Amata di una tale salutare, salvifica – per me veramente ‘sconvolgente’ – apokàlypsis: eternamente grato pel ‘velo’ da Ella provvidamente sollevato alla mia un tempo ancora incerta e poco perspicace visione delle persone, degli eventi, e delle cose. In seguito, potei osservare chiaramente per anni gli effetti debilitanti sulla Comunità Solare di tutta una serie di narcotizzanti menzogne, nonché quelli della sorda – ed anche sordida – azione erosiva e corrosiva vòlta alla realizzazione dell’ormai leggendario “trasbordo ideologico inavvertito”. L’esperienza diretta, vissuta sulla mia lupesca pellaccia, ha sempre confermato – in maniera sin troppo eloquente – la veridicità di quanto dis-velatomi dalla mia Amata.

La questione del rapporto dell’esoterismo in generale, e di quello della Scienza dello Spirito in particolare, con la chiesa cattolica e le sue espressioni, è una questione alquanto spinosa e pericolosa che esige grande coraggio – e non poca risoluta energia – per essere affrontata. A dirla tutta, molti esoteristi – soprattutto in Italia, ma anche altrove – e, disgraziatamente, tra loro non pochi antroposofi e “scaligeropolitani”, sentono una forte, “fatale”, attrazione, e nutrono una particolare morbidissima tenerezza nei confronti della chiesa cattolica.

Da parte sua, la chiesa cattolica, invece, non è punto sentimentale, e il suo grande interesse nei confronti dell’esoterismo e delle associazioni esoteriche, malgrado le illudenti apparenze, è un interesse tutt’altro che “benevolo” e “disinteressato”. Ciò va bene considerato da chi affronti la suddetta spinosa questione. Questo perché, come abbiamo già avuto occasione di dire, la chiesa cattolica, alla bisogna, usa “insinuare”, con propri abili agenti infiltrati “sotto copertura”, i vari milieu esoterici, e ciò per vari scopi che vanno dalla disgregazione dei medesimi – operando, come l’Agramante del Tasso, a gettar discordia in campo crociato – al molto abilmente ideato progetto di “trasbordo ideologico inavvertito”, metodicamente attuato per recuperare le smarrite pecorelle, che così vanno ad accrescere il già numeroso, e grasso, suo gregge: il vulgus pecus del grande Orazio. La parte avversa, da questo punto di vista, è estremamente pragmatica, e può usare – a seconda di che le variabili contingenze, o la convenienza, richiedano – rigore o indulgenza, dogmatismo o elasticità, seduzione o violenta distruzione: per essa è soltanto una questione di calcolo esatto della “convenienza” dei profitti e delle perdite che questa o quella scelta per essa necessariamente comportano. E difficilmente si sbaglia.

Un esempio della “elasticità” e della spregiudicatezza morale del modo di operare di taluni settori della potenza straniera d’Oltretevere – e di conseguenza delle molte esiziali illusioni che su di essa si fanno molti esoteristi o sedicenti tali – lo si può osservare, per esempio, nel grande interesse che i Gesuiti sempre mostrarono, nel corso dei secoli, nei confronti dell’Esoterismo, dell’Ermetismo, dell’Alchimia, della Kabbalah, e financo della Magia. Basti pensare, nel Seicento, alle opere di Athanasius Kircher, che per il suo Oedypus Aegyptiacus, e non solo per quello, saccheggiò alla grande gli scritti e la sapienza di Giovan Battista della Porta, fondatore della partenopea Accademia de’ Segreti, per via della quale quest’ultimo passò non pochi guai con la Santa Inquisizione. Questa spregiudicata elasticità fu notata nel trascorso secolo da un esoterista francese, di origine svizzera, Oswald Wirth, il quale nella sua opera, Le symbolisme hermétique dans ses rapports avec l’alchimie et la franc-maçonnerie, del 1909, e poi del 1930, così scrive alle pp. 52-53 della, qua e là un po’ imperfetta, traduzione italiana, pubblicata dalle romane Edizioni Mediterranee:

«Ora agli inizi del XVII secolo, le menti erano quasi ossessionate da speculazioni di cui oggi a stento riusciamo a farci un’idea. Uno speciale misticismo, che si era sviluppato sotto l’influsso della cabala e dell’Alchimia, aveva fatto concepire un Cristianesimo esoterico del più grande interesse. La ragione vi si conciliava con la fede, grazie alle interpretazioni trascendenti che si annettevano ai simboli tradizionali e popolari del Cattolicesimo. Non venendo più respinte dalla puerilità del catechismo, le intelligenze migliori restavano così in seno alla santa Chiesa, le cui dottrine apparivano ormai razionali a non pochi increduli od eretici. I Gesuiti allora poterono trarre profitto dall’Ermetismo per convertire protestanti, ebrei e musulmani, per poco che fossero incuriositi da quelle scienze segrete all’epoca universalmente in voga.

La dottrina esoterica, che poté affascinare taluni membri – e non dei meno importanti – della Compagnia di Gesù, non era forse di un’ortodossia assolutamente rigorosa, ma la cosa non aveva molto peso, in quanto non doveva essere professata pubblicamente».

E, nella nota relativa a questo passo, il Wirth aggiunge;

«Quando, a loro avviso, erano in gioco i superiori interessi della Chiesa, i Gesuiti sapevano mostrarsi molto accomodanti. Così, per conquistare la Cina, non avevano esitato a «cattolicizzare» il culto degli antenati».

Oswald Wirth, ermetista, martinista, magista, e massone di alto grado – era 33° grado del Rito Scozzese Antico Accettato, e maître à penser della tradizionalista Grande Loge de France di rue Puteaux – fa mostra di apprezzare molto, anche in altri passi del suo libro, l’ambigua condotta dei militi della suddetta Compagnia. Egli, come molti esoteristi francesi, sente forte attrazione per la chiesa cattolica, e in questo segue fedelmente le orme di Eliphas Levi, padre dell’occultisme, di Saint-Yves d’Alveidre, e di Stanislas de Guaita, del quale peraltro fu amico, stretto collaboratore e segretario. E, come loro, lamenta e contesta taluni – non certo tutti – coinvolgimenti politici e mondani della chiesa cattolica, e non il suo magistero dogmatico. Ovverossia, ne contesta il potere temporale, e non il potere spirituale. Mentre, per me, è proprio il magistero dogmatico della chiesa cattolica l’elemento spiritualmente più pericoloso, e decisamente quello da respingere maggiormente. Infatti, Oswald Wirth poche righe dopo auspica una “riforma” della chiesa, affinché essa sia veramente “cattolica”, pp. 53-54:

«Ora, taluni Gesuiti sembra proprio che abbiano cullato il progetto ardito di mettersi alla testa di una Chiesa più grande, per la realizzazione del Cattolicesimo integrale, cioè davvero universale.

Se non ci sono riusciti, è perché non hanno saputo porsi nelle condizioni indispensabili per operare utilmente in vista del compimento della Grande Opera. Hanno dovuto passare la mano ad altri che saranno forse più fortunati».

L’ingenuità e il candore del nostro scrittore svizzero-francese sono addirittura disarmanti. Il che dà l’occasione per fornire alcuni chiarimenti assolutamente necessari, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista spirituale. L’esoterismo autentico non è affatto “misticismo”, così come non è affatto “misticismo” l’Iniziazione. La Conoscenza iniziatica non è l’esegesi o l’interpretazione trascendente “simboli tradizionali e popolari del Cattolicesimo”, anzi spesso l’esatto contrario. L’Iniziazione è Conoscenza, ossia è percezione diretta – chiara e distinta – della realtà spirituale, e non è affatto “interpretazione”. Nella chiesa cattolica non è mai mancata l’interpretazione simbolica e allegorica della Bibbia e della liturgia: a cominciare dai padri della chiesa, ve n’è stata a fiumi, ed è stata per secoli il fondamento della teologia ufficiale ed ortodossa. Quelle che nella chiesa cattolica sono totalmente mancate sono proprio l’Iniziazione, come processo reale e non meramente simbolico di trasformazione dell’intero essere umano, e la Gnosis, ossia la Conoscenza diretta della realtà spirituale che dall’Iniziazione scaturisce. La chiesa cattolica ha sempre rifiutato e combattuto col ferro delle crociate e delle guerre di religione, e col fuoco dei roghi – una delle poche coerenze che le si possono riconoscere – il principio dell’Iniziazione, ha dichiarato chiusa sin dai primissimi secoli l’epoca delle “rivelazioni”, ha fulminato di scomunica e di consegna al braccio secolare – almeno finché lo ha potuto fare – coloro che cercavano l’Iniziazione, o una qualsivoglia conoscenza fuori dell’imposto, e naturalmente “infallibile”, supremo magistero della chiesa stessa.

Certo vi sono state nei secoli passati – ed è giusto riconoscerlo – singole personalità che si sono affrancate dall’astringente vincolo confessionale ed hanno cercata e trovata una concreta realizzazione spirituale, e in taluni casi anche l’Iniziazione. Personalità come Giovanni Scoto Eriugena, i Platonici della “Scuola di Chartres”, Meister Eckhart, lo stesso cardinale Nicola Cusano, si sono innalzati a livelli realmente iniziatici. E i benedettini Giovanni Tritemio e Basilio Valentino sono stati, nel campo dell’Ermetismo e dell’Alchìmia, degli autentici Maestri dell’Arte. Ma sia loro che i su nominati, divennero quello che furono malgrado e oltre i molti ostacoli loro frapposti dalla chiesa cattolica. Dovettero lottare duramente, e nel caso di Meister Eckhart questi a stento si salvò dalla severa condanna, e forse dal supplizio, con la sopravvenuta morte. Si tratta, comunque si eccezioni, sia pur luminose.

Quando, per fare due esempi, nell’Europa medievale, si manifestarono movimenti autenticamente spirituali come il Catarismo o l’Ordine del Tempio, che seppero elevarsi alle altezze dell’Iniziazione, l’azione della chiesa cattolica fu estremamente dura e spietata. La chiesa cattolica – servendosi di quel che Giosuè Carducci, in una delle sue Odi Barbare, quella A Giuseppe Garibaldi – III Novembre MDCCCLXXX,  chiama dantescamente il “triste amplesso di Pietro e Cesare” – per distruggere il Catarismo si alleò col re di Francia, scatenò una crociata, distrusse la gentile, colta e lieta civiltà occitanica, usò la brutalità della guerra, nonché l’orrore della tortura e dei roghi dell’Inquisizione per annientare i Catari. Non diversamente, del resto, da quel che fece la chiesa ortodossa in Oriente, sia pure per fortuna con molto minor successo, contro i Bogomili, ossia contro i Catari d’Oriente. E per distruggere l’Ordine del Tempio, di nuovo il papa Clemente V si alleò col “cristianissimo” re di Francia, Filippo il Bello, per imprigionare, torturare nelle maniere più atroci, bruciare sul rogo, o uccidere in altri efferati modi, i Templari. A tale proposito, sono emblematiche le parole scritte da Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero. Tilopa, Roma, 1967, p. 63:

«Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obbiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obbiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto dell’errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l’alterazione della verità circa la loro funzione storica: alla rottura dei poteri, temporale e religioso, con la Tradizione, e alle premesse  della perdita dell’elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d’intelletto».

E per farne uno tratto dalla più recente storia rinascimentale è interessante leggere quanto in un suo articolo scrisse Cristoforo Albertini in un suo articolo, pubblicato su ApertaMente, Centro Studi “Francesco Appignano”, nel febbraio 2011, col titolo Santi, Santità, Santità della vita, e ripubblicato su vari siti col titolo

«IN CHE COSA CONSISTEREBBE LA SANTITÀ?

Un mattino, mi capitò di consultare il calendario. E, insieme con la data, appresi che quel giorno fosse anche San Pio V, al secolo Michele Ghisleri, papa (1566–72). Conoscendo quel pontefice come uno dei più spietati carnefici nella storia italiana, rimasi di sasso, quando scoprii che la Chiesa lo avesse elevato anche agli onori dell’altare. Fra i tanti storici che condividono la mia opinione, il Giovannoli lo presenta come: «… uno dei più frenetici e sanguinari mostri che abbiano disonorato la razza umana». La sua carriera di feroce giustiziere incominciò, quando il regnante Pio IV premiò la sua zelante virtuosità nominandolo inquisitore. Pressati dalle numerose persecuzioni, i seguaci di Pietro Valdo, conosciuti come i Poveri di Lione, si erano rifugiati in impervie valli nella Savoia e in alcuni villaggi montani in Calabria, nella speranza di poter praticare la loro versione della cristianità indisturbati. Nel 1561 l’inquisitore Michele Ghisleri e futuro Papa Pio V sguinzagliò i suoi frati domenicani e coordinò le stragi dei valdesi di Calabria. Dopo pie devozioni, i suoi crociati avviarono lo sterminio con maniaca frenesia.

Incominciarono radendo al suolo i loro villaggi. Poi adunarono gli abitanti nelle piazze. I valdesi che si pentivano, ebbero la scelta di essere impiccati, sgozzati o scaraventi [sic] giù da una torre, prima di essere bruciati. E quelli che tennero saldo nel loro credo, invece, furono arsi vivi per direttissima. A suo credito, l’eminentissimo cardinale Ghisleri riuscì a realizzare in questo mondo il terrorismo divino descritto nell’Inferno dantesco. Il piemontese Michele Ghisleri era nato nei pressi di Alessandria. Di umili origini, un parente prete lo incamminò sulla carriera ecclesiastica. Il nostro don Michele si distinse subito per il suo intenso zelo religioso. La sua ostinata inflessibilità, quando si trattava di far osservare i mandati della Chiesa, venne all’attenzione del cardinale e Segretario di Stato Carlo Borromeo, nipote del regnante Papa Pio IV e cugino del cardinale Federigo, di fama manzoniana. Il pietoso cardinale Carlo, anche lui un inquisitore fatto santo, era già celebre per i suoi olocausti di streghe e d’indemoniati. Alla morte di suo zio, il Borromeo usò la sua prestigiosa autorità sul conclave per far eleggere il Ghisleri. E questi, in compenso al suo mentore, assunse il nome di Pio V, in onore del suo degno predecessore. Asceso al soglio, Papa Ghisleri sbigottì la festaiola società rinascimentale, abolendo lo sfarzo della corte papale, col suo inflessibile ascetismo e zelo cristiano.

«Durante il suo regno, fu sempre Quaresima», scrisse un contemporaneo. Il neo eletto pontefice concentrò tutte le sue energie promuovendo l’osservanza del canone di Santa Madre Chiesa. Non c’era via di mezzo: consenso o repressione. Era comunque prevedibile che quel suo rigorismo religioso cozzasse frontalmente con le consuetudini dei romani de Roma, avvezzi a gozzovigliare a spese del resto del mondo cristiano. Venutagli a mancare il pane e il circo (panem et circensem per il nostro avo e mentore Decimo Giunio Giovenale), era d’aspettarsi che la feccia di Romolo incominciasse a sputare pasquinate a mitraglia contro Papa Pio V.

In occasione dell’apertura di una nuova latrina, fatta costruire dal Pontefice in un palazzo vaticano, un poetastro affisse quest’annotazione a quel conforto:

Pio V, avendo compassione

per tutto quel che si ha sullo stomaco,

eresse come opera nobile

questo cacatoio.

Gli sgherri pontifici arrestarono un certo Nicolò Franchi e lo accusarono di essere l’autore di quell’epigramma. Il Franchi negò il fatto. Nonostante l’energica difesa del cardinale Morone, l’imputato fu dichiarato colpevole. Papa Pio V fu inesorabile: il povero diavolo fu impiccato. Qualche settimana dopo gli sgherri trovarono quest’altra composizione affissa alla statua di Pasquino:

quasi che fosse inverno,

brucia cristiani Pio come legna,

per avvezzarsi al fuoco dell’inferno.

Questa volta fu il turno del poeta Antonio Paleario a soffrirne le conseguenze. Ancora una volta, Pio V non volle sentir ragione. Il Pontefice, infatti, sospettò che il Paleario fosse anche l’autore dell’altro epigramma. Appunto per questo rincarò la dose, facendolo prima impiccare e poi bruciare.

Ora, a rigor d’eresia, ogni cattolico è obbligato a riconoscere nel Papa il vicario di Cristo in terra.

È mai capitato a questi credenti di chiedersi come mai il Cristo, figlio di Dio, abbia avuto la bontà d’invocare: «Signore, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», raccomandando grazia per i soldati che lo stavano inchiodando sulla croce; mentre il Suo cosiddetto Vicario in terra, nella sua bestiale arroganza, non poté nemmeno perdonare dei giovani per delle stupide strofette? Durante il pontificato di Pio V, imperversavano le guerre di religioni tra cattolici e ugonotti in Francia e nelle Fiandre. Da bravo comandante supremo, quel Santo Pontefice mandò un corpo di truppe pontificie, al comando del conte di Santa Fiora, a dar man forte ai cattolici francesi. Quando Papa Pio ebbe sentore che il Santa Fiora avesse risparmiato qualche prigioniero, irato, gli reiterò di: «… non prender e prigioniero nessun ugonotto e di uccidere chiunque gli capitasse tra le mani». Il Pontefice scrisse inoltre una lettera a Filippo II, re di Spagna, con la quale, tra l’altro, gli raccomandò di non riconciliarsi mai col nemico della Chiesa: «… non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidere, ardere, tutto vada a foco e a sangue, purché sia vendicato il Signore… ». D’altro canto, Pio V si esaltava, quando riceveva i rapporti dei massacrati di ugonotti che i cattolici, sotto la guida del duca di Alba, perpetravano a Cahors, a Tours, a Tolosa, ad Amiens e altrove. In un momento di euforia, perfino premiò quel carnefice spagnolo col cappello e la spada, benedetti nientemeno dalla sua santissima mano. Ci sarebbe molto altro da aggiungere. Ma, a questo punto, crediamo di aver dato un’idea della ferocia di questo Santo Padre. Alla luce dei suoi crimini contro l’umanità, io stento a credere che oggi un decente cristiano abbia lo stomaco d’inginocchiarsi presso un altare e pregare a questo mostro, pur santo che sia, nell’Olimpo di Santa Madre Chiesa.

E ora cerchiamo di rispondere al quesito che ci siamo posti come titolo di questo intervento: in che cosa consisterebbe la santità? Leopold von Ranke, uno storico di chiara fama internazionale, dopo estesi studi di resoconti coevi, ci descrisse Pio V come un asceta che indossava il rozzo saio domenicano sotto gli addobbi papali. E in aggiunta, dormiva su un pagliericcio, praticava lunghi digiuni, estesi esercizi spirituali e guidava pellegrinaggi per le Sette Chiese di Roma a piedi scalzi, recitando paternostri e avemarie lungo l’intero percorso. Su questo io non ci vedo nulla da biasimare. Tuttavia, noi lettori del Vangelo, con le menti libere di pregiudizi sacerdotali, non possiamo far a meno di esprimere il nostro sdegno nel vedere calpesto il tema della carità, della fratellanza e del perdono, che pervade la parola e la vita di Cristo. E, peggio ancora, nel trovare santificata, al loro posto, una pletora di dogmi incoerenti, precetti banali, riti sfarzosi e leggende al limite del ridicolo, concepite da una gerarchia di uomini, che per via di documenti falsi, si è arrogata una considerevole parte dell’autorità divina.

Da ultimo, avanziamo il calendario della storia ai giorni nostri. La gerarchia ecclesiastica sembra non stancarsi mai di dannare gli scienziati, che usano poche cellule staminali, nella ricerca di rimedi per alleviare qualche miseria della condizione umana. Naturalmente, questi ministri di Gesù Cristo si sono dati l’assoluzione plenaria per tutte le stragi che hanno commesso negli ultimi quindici secoli. E con l’avvento della televisione poi, quasi tutti i giorni, ci presentano l’attuale Successore di Pietro, lindo di tutti i crimini commessi dalla sua casta, inginocchiato in profonda preghiera presso gli altari votati ai cosiddetti santi di Santa Madre Chiesa. E poi, traboccante di virtuosità cristiana, sale sul suo piedistallo d’infallibilità e ci pontifica la santità della vita. Quello, al parere di questo redattore, è il colmo dell’ipocrisia!».

Per mostrare quanta savia prudenza fosse un tempo necessaria, trascrivo alcuni passi dell’eruditissimo e impenitente paganaccio Arturo Reghini, presi dalla sua introduzione Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, anteposta alla traduzione del primo volume del De occulta philosophia – che porta come sottotitolo «Prima traduzione italiana di Alberto Fidi, preceduta da un ampio studio introduttivo sopra l’autore e la sua opera a cura di Arturo Reghini». In realtà Arturo Reghini ne aveva fatta la traduzione integrale alla Torre Talao di Scalea nel 1926, ma il Fidi che era l’editore volle apparire, per una innocente vanità, di esserne altresì il traduttore – passi, a mio modo di vedere, oltremodo istruttivi. Ecco cosa scrive alle pp. LXXI-LXXVI:

«Sino dal 1509, infatti, Agrippa, quando aveva appena ventitre anni, Agrippa aveva quasi completamente composto i due primi due libri del «De Occulta Philosophia», mentre il terzo rimase per circa venti anni allo stato di abbozzo. Sino dai primi mesi del 1510 Agrippa aveva inviato una copia manoscritta dell’opera al famoso abate Tritemio, benedettino, autore di importanti e apprezzate opere sulla magia. La poligrafia, la steganografia, già abate di Spanheim, ed in quel tempo abate di Würzburg (Herbipolis), che egli aveva già personalmente conosciuto all’abbazia di Würzburg, intrattenendosi con lui di alchimia, magia, cabala, e di altri soggetti appartenenti al dominio delle scienze occulte.

Contemporaneamente al manoscritto, Agrippa inviava a Tritemio una lettera in cui, ricordando le conversazioni avute con lui a Würtzburg, «di chimica, magia, cabala e tutte le altre cose nascoste nell’occulto», rammentava come si fossero allora chiesti «perché mai la magia così altamente stimata dagli antichi filosofi, venerata nell’antichità dai savii e dai poeti, era divenuta nei primi tempi della religione sospetta ed odiosa ai Padri della Chiesa, ed era ben presto stata respinta dai teologi, condannata dai sacri canoni e proscritta dalle leggi». […]

A questa lettera di Agrippa, Tritemio rispose 1’8 Aprile 1510 con una lettera (Ep. I, 24) piena di lodi, che si trova pubblicata in principio delle antiche edizioni dell’opera (1531, 1533, 1550). Tritemio si dichiara massimamente ammirato per l’erudizione non volgare di Agrippa, che pur così giovane penetra segreti ed arcani nascosti anche a molti dottissimi uomini; dice di approvare l’opera, ed infine lo ammonisce per altro di osservare il precetto di comunicare le cose volgari al volgo, ma le cose più alte e più arcane soltanto agli amici più segreti e più elevati. «Dà il fieno al bove e lo zucchero solamente al pappagallo; fa attenzione di non esporti come ad altri è accaduto ai calci dei buoi». Agrippa si è attenuto con mirabile accortezza al primo precetto, ed il lettore dovrebbe sempre ricordarsene nella lettura della Filosofia Occulta; ma quanto alla seconda parte sappiamo quale conto abbia fatto di queste esortazioni alla prudenza, che i suoi amici sentivano opportuno di fargli per moderarne il temperamento aggressivo e temerario. Se non fece la fine di Cecco d’Ascoli, non sempre poté fare a meno dall’incassare quelli che Tritemio chiamava i calci dei buoi.

Anche un altro amico di Agrippa gli dava nel 1514 analoghi savii consigli. Apprendendo che Agrippa aveva decorato il muro della sua casa con un bel ritratto di Ermete, questo amico scriveva ad Agrippa (Ep. I, 42), ponendolo in guardia e dicendogli di badare che questo Dio incostante ed ingannatore, pericoloso quando lo si irrita, non lo conducesse filosofando filosofando sui carboni ardenti. Ed alludeva, è chiaro, ad altri carboni che non fossero quelli del forno filosofico della trasmutazione. In altri termini: caro il mio giovane ed ardimentoso Agrippa: occhio alla penna, e ricordati che la fiamma dell’amore e della carità cristiana arde così violenta, nei petti e nelle bocche del nostro così detto prossimo, che basta un nulla, per appiccarsi ai roghi della santa e cristiana inquisizione».

A smentire le troppo ingenue affermazioni di Oswald Wirth vi è il fatto, storicamente accertabile da chiunque, che proprio nel siècle d’or dell’Ermetismo e dell’Alchìmia, nel Seicento, si manifestò in Germania e in altre parti d’Europa quel movimento rosicruciano contro il quale la chiesa cattolica, e i Gesuiti in modo particolare, lottarono ferocemente col ferro e col fuoco: con grande dispendio sia di ferro (durante la Guerra dei Trent’Anni in Germania intere città come Halle furono passate a fil di spada) che di fuoco (innumerevoli i roghi accesi).

Ma l’azione di distruzione brutale, militare o inquisitoriale, non fu l’unica ‘opzione’ che la belva d’Oltretevere si è riservata per combattere l’‘eretica pravità’. Infatti già vediamo, a partire dal secolo successivo, nel Settecento, preti secolari e monaci farsi accogliere nelle nascenti logge massoniche, sorte un po’ ovunque dopo il ‘revival’ londinese del 1717. In alcuni casi, molti di questi religiosi cattolici, insoddisfatti degli aridi dogmi loro propinati, erano spinti da un impulso di sincera ricerca. In altri casi, sicuramente meno commendevoli, vediamo gesuiti e loro affiliati ‘insinuarsi’ nelle logge massoniche o in altri Ordini, con finalità non certo limpide. Poi, soprattutto col procedere dell’Ottocento e con la perdita di gran parte del potere temporale dei Papi, non si è più ricorso ai diretti metodi inquisitoria, anche perché oggi Vigili del Fuoco e Guardie Forestali avrebbero molto da eccepire circa l’accensione di roghi. Salvo, naturalmente, la piccola, affatto trascurabile, eccezione dell’incendio del Goetheanum la notte di S. Silvestro del 1922.

Quello che stupisce – assai stupisce – è l’atteggiamento di un candore davvero disarmante di tanti esoteristi nei confronti della chiesa cattolica. In alcuni casi è solo sprovveduta ingenuità, e incapacità di trarre le logiche conseguenze da premesse che pure sono molto chiare. In altri casi, come nell’azione dell’Innominato, abbiamo a che fare con una chiara strategia di abile ‘insinuazione’. Farò alcuni esempi, e il lettore ne trarrà le conclusioni che vorrà.

Una delle strategie tipiche della chiesa cattolica è quella di appropriarsi dei ‘metodi’ operativi, e delle ‘tecniche’ meditative, di spiritualità diverse. Si tratta di un vero “scippo” nei confronti dello Yoga, dell’Induismo, del Buddhismo, del Taoismo, e così via. Si opera a scindere – con indubbia e convincente abilità – quei ‘metodi’ e ‘quelle ‘tecniche’ dal contesto spirituale originario, e di utilizzarli, sotto apparenze molto ‘ecumeniche’, in àmbito cattolico. Eccone un primo esempio.

Il 1° giugno 2017, alle ore 16.00, presso l’Associazione Alma, in Via dei Ginori 19, nella Città del Fiore, organizzata dalle associazioni Ars.Ferraro e Alma, ha avuto luogo una conferenza tenuta dalla “Maestra Zen” Berta Meneses, e nei successivi giorni, dal 2 al 4 di giugno, è stato tenuto un ritiro di meditazione a Santa Maria a Ferrano, “luogo di arte e di spiritualità”, amena località poco sotto l’Abbazia benedettina di Vallombrosa. Ora una cotale conferenziera “illuminatrice”, nonché orientatrice delle sedute di meditazione, si presenta come:

«Berta Meneses appartiene all’ordine di San Filippo Neri ed è maestra Zen nel lignaggio di trasmissione di Harada, Yasutani e Yamada della Scuola Sanbô-Zen I tre tesori: Buddha, Darma e Sanga».

A parte che sia in sanscrito e in pali si dovrebbe dire e scrivere Dharma e Saṃgha o Sangha – sono solo leziosità filologiche, me ne rendo conto – è un “mistero” (si fa per dire…) come una religiosa cattolica, una suora, della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri (in latino Confoederatio Oratorii Sancti Philippi Nerii), la quale riunisce le “società clericali di vita apostolica di diritto pontificio”, possa conciliare la teologia cattolica con una Via di liberazione come il Buddhismo, e in particolare la Scuola Ch’an o Zen. È evidente come la religiosa cattolica non possa accettare la visione che il Buddhismo ha dell’essere umano, delle sue vite successive, il suo negare l’idea di un Dio trascendente come creatore del mondo e delle anime dal nulla, il suo negare l’utilità o la necessità ai fini della liberazione dal ciclo delle rinascite della liturgia sacramentale di qualsiasi tipo, compresa quella cattolica. Ed è altresì evidente che oramai anche in Oriente, come avverte Massimo Scaligero, persino nello Zen si è largamente smarrita l’autentica trasmissione spirituale e siamo alla confusione delle lingue. In questo caso – come in altri – o vi è ingenuo candore, o vi è cosciente doppiezza.

Ma, in questo campo, i gesuiti sono andati ben oltre. Abbiamo, infatti, il caso del gesuita tedesco Hugo Lassalle S.J., che viene spacciato per Maestro Zen – e non è il solo – col nome di Makibi Enomiya Lassalle. Infatti, in articolo apparso su La Stampa di Torino il 23 gennaio 2017, e intitolato  Hugo Lassalle, il missionario gesuita che diventò maestro zen in Giappone, leggiamo che:

«Di figura ascetica, altissimo e magro, Padre Lassalle portò in Occidente la meditazione di eredità buddista, avendo sperimentato che, a suo dire: «Nello zen l’anima va incontro a Dio fino all’estremo limite delle sue possibilità».

Come spiega la parola zazen, “meditare seduti”, tale pratica consiste in esercizi di postura, respirazione e concentrazione volti a creare uno stato di coscienza profondamente contemplativo, dove l’attività del pensiero viene azzerata per lasciar emergere uno stato di assoluta pace e consapevolezza. Solo in questa dimensione, spiegava Lassalle, si può ottenere una conoscenza empirica e intuitiva di Dio.

Eppure, come ricordava il gesuita, una tradizione di pratica mistica per molti aspetti assimilabile allo zen esisteva, già da secoli, nella tradizione cattolica: basti citare gli insegnamenti dei santi Bonaventura da Bagnoregio, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e soprattutto gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola che, a quanto sosteneva anche Carl Gustav Jung, erano, in Occidente, una delle forme di meditazione cristiana che meglio giungeva fino all’inconscio.

Nel suo libro fondamentale “Zen e spiritualità cristiana”, Hugo Lassalle sosteneva che la tradizione religiosa dell’Occidente fosse troppo legata al pensiero concettuale per offrire ai credenti una conoscenza diretta ed esperienziale di Dio alla quale la meditazione buddista si era, invece, avvicinata pur senza aver beneficiato della rivelazione di Cristo: «In Occidente predomina più il conscio, in Oriente l’inconscio. Entrambi i campi devono integrarsi perché sorga una piena personalità. Questo è il futuro per un rinnovamento profondo della fede cristiana».

Dei ‘mistici ammaestramenti’ del nostro gesuita è lecito dubitare fortemente, e personalmente ne faccio molto volentieri a meno. Anche il fatto che il nostro “Maestro” Hugo Enomiya Lassalle abbia realizzato l’Illuminazione buddhica è pure cosa sulla quale vi sarebbe da eccepire fortemente, visto ch’egli mette sullo stesso piano l’esperienza mistica di un S. Giovanni della Croce, di un Bonaventura da Bagnoregio con i languori erotico-mistici di una Teresa d’Avila e gli Exercitia di Ignazio di Loyola. Che poi attraverso la meditazione, sia essa cristiana o buddhista, si cerchi di raggiungere ‘meglio’ – come dicono Lassalle e Jung – l’inconscio, e che il conscio si debba integrare con l’inconscio è veramente indicare la via dell’antispirito, e della controiniziazione: è veramente un aprirsi spregiudicato ad una vera e propria ‘trascendenza dal basso’. Non è certo solo questo lupaccio cattivissimo ad affermarlo, ma soprattutto Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, i quali mettono bene in evidenza come mettersi nelle mani dell’inconscio sia in realtà diventare preda delle ultracoscienti deità ostacolatrici che mefistofelicamente dominano l’essere umano attraverso il doppio arimanico. L’unico “inconscio” in questione è l’essere umano non cosciente della presenza e dell’azione di tale “doppio”: alla cui azione, in maniera vieppiù incosciente e irresponsabile, egli viene invitato ad ‘aprirsi’.

Il nostro nippo-germanico “Maestro” gesuita, di origine alsaziana, ha pure seguaci e prosecutori della sua mala opera nella bella Terra d’Ausonia. Infatti, un suo seguace e discepolo propugna un uso affatto agnostico della meditazione, ridotta a questo punto a mera “tecnica” da usare da chi voglia, senza porsi problemi morali o spirituali, come nel caso del training autogeno elaborato dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz. Si trova on-line una intervista all’allora ottantasettenne R.P. Francesco Piras S.J., pubblicata su l’Unione Sarda del 13 ottobre 2002. L’articolo, fortemente laudativo, è intitolato Il gesuita zen e i suoi mille allievi, mette in evidenza come «Donne e uomini di ogni ceto e cultura, cattolici, protestanti, buddisti, agnostici, atei che vedono in lui un importante punto di riferimento spirituale».

Costui, dopo aver operato per anni a Torino, nel 1982 decide di tornare in Sardegna, sua terra d’origine.

«È allora che torna nella sua terra, a Cagliari, nella casa dei Gesuiti dove attualmente vive con i suoi quattordici confratelli. Subito decide di aprire in città una scuola di meditazione che prescinda dalla religione, indu, zen, o cristiana. L’alsaziano padre Lassalle, promotore della spiritualità zen, è il suo maestro. «Il primo a capire che se si voleva convertire il Giappone bisognava calarsi nella mentalità del suo popolo». Oggi parlare di Oriente è di moda. Ma quando Lei cominciò il terreno doveva essere assai meno fertile.

 «Vent’anni fa fuori dalla Sardegna c’erano solo due centri tenuti da cristiani e uno da buddisti italiani. Tutti volevano fare proseliti. A Cagliari non c’era niente, ho intuito che si dovesse fare qualcosa. Ho cercato di presentare la meditazione come un fatto autentico, senza chiedere nulla se non il benessere fisico e spirituale della persona».

 Questo è lo Zen – “derealizzato”, ossia snaturato e strumentalizzato, direbbe Massimo Scaligero – che ha come scopo quello di “eliminare lo stress”, “fare vivere meno affannatamente”, utile per dare anche al materialista e all’ateo che soffrono delle “nevrosi del mondo moderno”, non una “conoscenza liberatrice” della quale vi è urgente bisogno, ma “serietà” e “forti principi etici”: naturalmente sradicati da una visione spirituale del mondo che dovrebbe giustificarli e sorreggerli. Infatti, si legge nell’articolo-intervista:

«Anche se chi la segue non è necessariamente cattolico, o praticante…

«Lo scopo non è quello, ma la naturale conseguenza è che quando si sviluppa la parte spirituale si diventa più seri. Parlo della serietà di una vita cristiana o laica improntata a principi etici forti».

Perché tante persone si avvicinano a questa pratica orientale?

«Per curiosità, per ridurre lo stress, per avere una pace interiore. In questa nostra società sopraffatta dal materialismo e dalla violenza forse abbiamo il desiderio di fermarci».

Nell’ambito della spregiudicata azione di “scippo” della spiritualità altrui da parte della parte avversa, oramai vediamo da decenni monasteri domenicani nei quali si pratica lo Yoga, conventi gesuitici nei quali si fondono in uno spregiudicato melting pot Yoga, Zen, psicanalisi freudiana, psicologia analitica junghiana, ed eziandio le tecniche dell’arimanico mago caucasico G. I. Gurdjieff, ma in quest’ultimo caso si tratta di sincerissimo amore e di una foscoliana e schietta “corrispondenza di amorosi sensi”. Oltre al frequentare, quando utile, logge massoniche, naturalmente. In questa opera di fagocitazione da parte della chiesa cattolica – la quale, come usava dire il filosofo Benedetto Croce, «è uno stomaco che può digerire tutto» – non poteva mancare la Scienza dello Spirito.

Già negli anni ottanta dello scorso secolo, Karol Woityla, papa Giovanni Paolo II – grande protettore e sponsor dell’Opus Dei e di Comunione e Liberazione – il quale negli ambienti ‘gianicolensi’, ma anche altrove, veniva qualificato come un “papa antroposofo” – dette direttive perché si organizzasse a Fulda, in Germania, un convegno sulla cristologia antroposofica, nella quale si doveva staccare tale cristologia, dalla figura di Rudolf Steiner, ed eliminare l’idea della reincarnazione. Inoltre, sempre il Woityla propugnò l’utilizzare il metodo degli esercizi del libro Iniziazione dalla visione della Scienza dello Spirito, sulla quale sono fondati e che sola li giustifica. Mi hanno sempre stupito, e lasciato oltremodo perplesso, il disarmante candore e l’ingenuità di molti “scaligeropolitani”, che per decenni hanno voluto illudersi – in ciò apertamente sollecitati da chi a tale mala opra era preposto – nei confronti di questo papa, nemico dichiarato di ogni esoterismo, e della Scienza dello Spirito in modo particolare e deciso.

Più recentemente, abbiamo visto una dirigente della Societrà Antroposofica in Italia, molto attiva nel campo della pedagogia Waldorf, consultarsi regolarmente con padre barnabita, suo “direttore spirituale”. Ma quel che più stupisce è leggere sulla LETTERA AI SOCI- PASQUA 2017, organo ufficiale della Società Antroposofica in Italia, alle pp. 19-20, un articolo di Stefano Pederiva, per svariati decenni segretario della Società Antroposofica in Terra d’Ausonia, intitolato COSTRUIRE MURI O COSTRUIRE PONTI. In tale articolo, dispiace davvero leggere il Pederiva cominci subito con un discutibile paragone “politico-cosmologico”, affermando che:

«I muri separano e dividono: non voglio contatto col diverso, voglio isolare l’estraneo, voglio difendere la mia identità. L’era di Trump si presenta con l’impulso a costruire muri, anche i ghetti e il razzismo erano frutto di barriere di isolamento. Il ponte è l’immagine per l’impulso opposto, unire, collegare, aprirsi al diverso. I muri ci parlano della fase Marte della evoluzione della Terra, i ponti della fase Mercurio, grazie alla svolta della fase Cristo. Siamo di fronte a temi di grande attualità, sia nel macrosociale che nel microsociale».

Appurato che dei vari presidenti degli Stati Uniti d’America, personalmente nulla mi cale né tampoco mai nulla mi calse, essendo essi solo i classici ‘uomini di paglia’, ovvero esecutori di quanto viene deciso in ben altre sedi, soprattutto occulte, delle quali molto ci dice Rudolf Steiner, disvelandoci i retroscena di molti avvenimenti della storia mondiale degli ultimi secoli, ritengo che la politica – qualsiasi forma di politica – debba mai avere a che fare con l’esoterismo, visti i ripetuti disastri che, ripetutamente ed ogni volta, ha prodotto portando sempre alla distruzione di intere Comunità spirituali.  Ma ecco che cosa scrive – e me ne sono stupito assai – Stefano Pederiva nel proseguo del suo articolo:

«Nella Società antroposofica italiana sono emersi da qualche tempo forti tensioni per alcuni passi fatti da istituzioni ispirate all’antroposofia, per esempio la Federazione che riunisce le scuole steineriane o l’Associazione per l’agricoltura biodinamica, ma che non hanno alcun legame diretto con la Società antroposofica stessa. Come esempio si può prendere il fatto che da molti anni la Federazione si è associata alla FOE di notoria matrice cattolica. La cosa è stata dibattuta negli incontri dei fiduciari dei gruppi antroposofici e nell’ultima assemblea della Società antroposofica. Si può cercare di osservare quanto è avvenuto alla luce delle considerazioni precedenti? Si è lavorato alla costruzione di muri o di ponti?

Certamente è emerso un notevole elemento dogmatico che ha portato alla creazione di fronti contrapposti. Lo stile e il modo di procedere hanno mostrato un deciso carattere denigratorio. Il nemico non è stato ucciso, ma vi è stata la fuoriuscita dalla Società antroposofica italiana. Hanno in altre parole dominato le forze di Marte. Se ora si vuole guardare al futuro sorge la domanda: possiamo cercare di lavorare con le forze di Mercurio, con l’impulso a costruire ponti, o restiamo alla costruzione di muri? Possiamo vedere la fase puberale della nostra comunità come un passaggio ad una maturazione sociale?

Il primo passo sarebbe quello di superare le posizioni dogmatiche, non avere un fronte che ha la certezza di rappresentare il giusto e quindi anche il bene e che cerca la propria identità contrapponendosi a chi è nell’errore e quindi rappresenta il male poi cercare un linguaggio e un modo di procedere che non sia aggressivo e denigratorio ed infine non vedere il diverso come nemico da combattere e da eliminare, ma come un arricchimento che integra la inevitabile unilateralità di una tra molte prospettive. […] Se c’è la volontà di percorrerla, allora si trovano anche le giuste iniziative per rendere operative le forze di Mercurio con le quali costruire ponti, se questa volontà non c’è, restiamo succubi delle forze del passato legate alla costruzione di muri».

Devo dire – quis vetat ridendo dicere verum? – che la fraseologia usata da Stefano Pederiva mi fa un effetto passabilmente comico. Tenendo conto che, da una parte, l’Accademia dei Ponti è una istituzione dietro la quale si cela – ma in maniera trasparente (si fa per dire…) – l’Opus Dei in Toscana e nella dantesca Città del Fiore. Lo strano è che tale Accademia “dei Ponti”, opera proprio in campo educativo e pedagogico nei confronti di giovani e non più giovani. Infatti, così può leggere chiunque vada sul loro sito web:

«L’Accademia dei Ponti è un centro culturale per la formazione integrale della persona, nato a Firenze nel 1984. È il risultato dell’impegno di diverse famiglie – oltre che di docenti, lavoratori e professionisti – che hanno creato un ambiente formativo stimolante e dinamico, aperto a studenti di ogni grado.

Le attività sono aperte a tutti, senza alcuna discriminazione. Il clima di libertà che le informa, facilita lo sviluppo di personalità aperte, responsabili, animate da spirito di servizio e laboriosità».

E circa il legame esplicito con la molto discussa organizzazione confessionale, sempre nel suddetto sito, alla pagina Opus Dei in Toscana, possiamo leggere:

«Sin dalla nascita l’Accademia dei Ponti ha dato un orientamento cristiano ad ogni sua attività, nella convinzione di poter offrire così uno specifico contributo alla formazione. Per questo, durante l’anno si organizzano anche attività spirituali, affidate alla Prelatura dell’Opus Dei, istituzione della Chiesa Cattolica la cui spiritualità è centrata sul messaggio di San Josemaría Escrivá: cercare Dio nella vita quotidiana. Alcuni tra i valori su cui si fonda l’Accademia sono l’amicizia, la libertà, il servizio, la laboriosità, la generosità, la lealtà, la fiducia, la professionalità».

È noto che l’Opus Dei – che gli avversari, maliziosamente, tuttora chiamano Octopus Dei, ovvero la Piovra o la Mafia di Dio – era, assieme a Comunione e Liberazione, in cima ai pensieri di Karol Woityla, papa Giovanni Paolo II, il quale fece di ambedue queste organizzazioni prelatura personale, ossia esse dipendevano direttamente da lui, e non dalla gerarchia locale della chiesa, rispetto alla quale esse non erano tenute all’obbedienza. Anzi, per lui l’Opus Dei incarnava il “vero spirito” della Compagnia di Gesù, contro quelle che a lui sembravano preoccupanti derive marxisteggianti della suddetta Compagnia (e si sbagliava alla grande…): insomma, una sorta di ‘Rifondazione Gesuitica’. Alla faccia di coloro che sul colle gianicolense lo lodavano come un “papa antroposofo”…

Lo strano è che molto del linguaggio dell’articolo di Pederiva risuona di una terminologia linguistica, per così dire, fortemente “bergogliana”. Ma se casuali possono essere tali coincidenze linguistiche – in realtà un occultista cancella sempre la parola “caso” dal proprio vocabolario – e frutto di suggestioni varie, non è invece affatto un caso la connessione – omertosamente taciuta per ben 15 anni sia ai membri della Società Antroposofica che alle famiglie degli allievi delle scuole steineriane – tra la Federazione Scuole Waldorf e la FOE, ovvero la cattolicissima, e integralista, Compagnia delle Opere-Federazione Opere Educative, emanazione strettamente controllata da Comunione e Liberazione, del defunto don Giussani. Affermare che Federazione delle Scuole Waldorf non abbia alcun legame diretto con la Società antroposofica stessa, è veramente prendere in giro chi legge, perché, per esempio, una personalità dirigente, e preminente, in tale Federazione è proprio quella gentil signora emiliana che si rivolge ad un padre barnabita per consigli e ‘direzione spirituale’, signora che scrive pure sul bollettino della Società Antroposofica e fa parte, penso, altresì del Collegio di Presidenza della Società stessa. Ora, mentre la dirigenza delle Scuole Waldorf cerca di “costruire ponti” nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere, la controparte, ovvero la parte avversa, moltiplica assalti ingiuriosi e calunniosi nei confronti di Rudolf Steiner, dell’Antroposofia e della stessa pedagogia antroposofica, agendo con incontri,  video postati su Youtube e quant’altro, a “spaventare le mamme”, dicendo loro che i bambini affidati alle scuole antroposofiche subiscono danni psichici e spirituali dall’azione occulta degli insegnanti di quest’ultime.

Comunque, al posto di Stefano Pederiva, io non mescolerei le immagini della storia cosmica della Terra e dell’uomo, con le vicende di bassa politica delle conventicole antroposofiche. Il dibattito, anche rissoso, all’interno di una Società Antroposofica a chi operi interiormente poco cale e nulla interessa, perché come scrive Massimo Scaligero nel primo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente, «La morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse solo in apparenza contrastanti». La lotta tra tali morti pensieri è la conseguenza dell’indifferenza, anzi dell’esplicita avversione, all’interno della Società Antroposofica nei confronti della pratica interiore degli esercizi dati da Rudolf Steiner, nonché in particolare della Concentrazione e della Via del Pensiero, che Massimo Scaligero ha riposto al centro della Scienza dello Spirito.

E disgusta il fatto che coloro che, oggi, invocano un tale ‘spregiudicato’ e ‘mercuriale’ «gettare ponti» nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere – quella stessa che ha bruciato il Goetheanum, avvelenato Rudolf Steiner, organizzato attentati militari per assassinarlo, ed altre turpi azioni – sono i medesimi individui che per decenni hanno calunniato e diffamato Massimo Scaligero, si sono sforzati di impedirne in ogni modo la diffusione dell’opera, così come avevano fatto decenni prima nei confronti di Giovanni Colazza. Conosco bene i metodi ‘pontificali’ adoprati dalla dirigenza della Società Antroposofica in Italia contro Massimo Scaligero e Giovanni Colazza. Vi sono dirigenti della Società Antroposofica in Italia i quali affermano ancor oggi, apertis verbis, che “non saranno contenti e tranquilli, se non quando avranno buttato fuori l’ultimo seguace di Massimo Scaligero”!

E conosco altrettanto bene – potrei tranquillamente documentare il tutto – come la figura spirituale di Massimo Scaligero venga diffamata all’interno dei milieu antroposofi sulla carta e nel web in Germania e altrove. Tra l’altro, sono giunto alla conclusione – altro mirabile dis-velamento della mia Amata – che certe delicate informazioni su Massimo Scaligero certi gaglioffi e pendagli da forca in Germania e Oltreoceano possono averle ricevute solo da una particolare ‘fonte’ in quel di Roma sul verdeggiante Gianicolo. In Germania, sono giunti a fare sparire nelle librerie antroposofiche le poche opere di Massimo Scaligero tradotte in tedesco: oramai le varie case editrici collegate alla Società Antroposofica si rifiutano di far tradurre e pubblicare altre opere sue.

And finally – come direbbero gli anglofoni – veniamo al capitolo doloroso dell’opera di ‘infiltrazione’, di ‘insinuazione’, della Comunità Solare dei discepoli di Massimo Scaligero da parte di chi, da svariati decenni, si sforza di attuare – ad maiorem romanae ecclesiae gloriam – quel “trasbordo ideologico inavvertito”, ossia dell’Innominato. L’articolo è già troppo lungo e non posso ulteriormente dilungarmi – hic et nunc – sui particolari salienti e sui dettagli di tale indubbiamente ‘operazione’ sottile ed abile, quanto esiziale. Per ora intendo, come momentanea conclusione delle su riportate considerazioni, riportare a mo’ di esempio quanto costui scrisse, nel 2015, sul numero 129-130 della rivista gianicolense da lui diretta, in un articolo di fondo non firmato – e quindi verosimilmente attribuibile all’Innominato – intitolato Ascesi ed esoterismo, le quale a p. 19, nel paragrafo conclusivo, costui così scrive:

«Anche l’esoterismo tradizionale è ricco di espressioni simili, e in molte di esse si celano contenuti di saggezza che non chiedono altro che di essere attualizzati dalla coscienza, ossia seminati nel terreno di questa epoca e qui portati a nuova fioritura. Uno di questi detti, martinista, ammonisce: «Maschera Mantello e Silenzio», con riferimento alla divisa interiore che il discepolo, o l’adepto, deve adottare a difesa del suo Ordine e però di questo da lui stesso. L’inappartenenza [sic: notare la venustà del periodare!] a un Ordine formale gerarchicamente organizzato accresce la responsabilità del discepolo nei confronti della sua disciplina, di cui egli è costituito incognito rappresentante. Senza regole patti o giuramenti, che non siano quelli dell’anima di fronte allo specchio della coscienza, gli è affidato un bene di cui dare silenziosa testimonianza, apparendo nel mondo per quel tanto che il suo ruolo sociale prevede, affidandosi all’identità di cui quella umana è la provvisoria maschera, però nel volgere dei tempi e nel rinnovarsi della memoria e della dedizione destinata a sparire».

Bello, no?! All’apparire illudente tutto sembra meraviglioso giusto, e persino pervaso da una sorta di soffuso poetico afflato mistico. Prima di tutto, quello “martinista” non è affatto una forma di esoterismo tradizionale, bensì frutto di un’operazione fatta al tavolino – è proprio il caso di dire così – nelle riunioni al ristorante-cabaret parigino dello Chat Noir, al numero 84 del boulevard Rouchechouart, ove negli anni ottanta del siècle stupide, ossia l’Ottocento, si incontravano il Dott. Gérard Encausse, in arte Papus, Augustin Chaboseau, ed eziandio personaggi molto dubbi ed equivoci dell’integralismo cattolico come Maurice Barrès, Joséphin Péladan, e persino Charles Maurras, fondatore dell’organizzazione ultramonarchica e ultracattolica della destra radicale di Action Française, molto attiva e agitata tra la I e la II Guerra Mondiale, e altri. Di un tale Ordine Martinista fecero parte vari prelati cattolici “modernisti”, più o meno en déguisé. Questo Ordine Martinista papusiano, che tanto loda l’Innominato, è proprio una delle tante formazioni pseudo-esoteriche che la parte avversa d’Oltretevere ha messo su per disgregare ambienti e comunità spirituali varie, ed attuare metodicamente il sempre efficace “trasbordo ideologico inavvertito”, e riunire in un “più sicuro ovile” tante pecorelle smarrite, sedotte dall’‘eretica pravità’, ma anche per oscure operazioni politiche, come quelle che aprirono la strada ai tragici eventi della Grande Guerra del 1915-1918. Su ciò Rudolf Steiner è assolutamente esplicito. Non si contano oggi gli Ordini templari, rosicruciani, e massonici, ma anche gruppi ‘pagani’ ed eziandio ‘antroposofici’, messi abilmente su alla bisogna dalla Curia transtiberina. Persino i rituali ‘pagani‘ di un virulento e sovversivo gruppo politico-esoterico degli anni settanta del trascorso secolo, composto da elementi evoliani e kremmerziani, provenienti dal disciolto Ordine Nuovo, furono redatti – come mi fu apertamente testimoniato – nelle stanze della potenza straniera d’Oltretevere. Per ora, non posso entrare, per motivi di spazio, nei particolari – ma lo farò, se il Destino me lo concederà, in seguito – di tutta questa complessa macchinazione, il cui unico scopo è lavorare, sempre e comunque, ad maiorem ecclesiae gloriam: naturalmente una ‘ecclesia’ – direbbero i Catari medievali – tutta carnale, terrena, politica ed economica: ossia al servizio del princeps huius mundi, dell’Oscuro Signore.

E giusto tuttavia, per sentire una voce «diversa», riportare – l’ho fatto già in un mio precedente articolo, al quale rimando il diligente lettore –  quanto scrisse nel 1926 Arturo Reghini, che aveva avuto modo di conoscere il martinismo dall’interno, nella nota (66) a p. CII della sua Introduzione alla sua traduzione del De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, traduzione che è sua anche se portò, come detto più sopra, il nome dell’editore Fidi. Nel suo studio, Enrico Cornelio Agrippa e la Magia, Reghini così scrive:

«Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra [I Guerra Mondiale], ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Hai visto mai che il nostro prode Innominato gianicolense, tra le sue varie – interessanti e interessate – ‘frequentazioni’. sia finito proprio anche in àmbito martinista – del cui simbolismo, peraltro, nel suo articolo dà una interpretazione volutamente errata e  fuorviante – e sia divenuto, lui pure, uno dei tanti, troppi, Supetiori Incogniti, e quindi un anello della ‘mistica’ catena dei S.I., cui accenna il bravo Arturo Reghini? Ma?! È veramente molta la babelica confusione, ed è savio che il ricercatore, che voglia veramente preservare coscienza e libertà da ogni suadente manipolazione, eserciti una attenta “discriminazione degli spiriti”, conditio sine qua non della sopravvivenza degli individui e delle Comunità spirituali.

Ne vedremo delle belle: promesso!

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE
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