L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2025
Anno XXX n. 2
Febbraio 2025

In questo numero:
Anno XXX n. 2
Febbraio 2025



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Massimo mi raccontò – con dovizia di particolari – tutta l’affaire, sia per la parte esteriore degli eventi – arresto, interrogatori da parte degli inglesi e degli americani, con le loro differenti ‘modalità d’approccio’, basso livello del servizio in camera e della pulizia della suite, inefficienza della reception, ecc. – sia per gli eventi e le esperienze ‘estradialettiche’, come le definirebbe lui stesso.
Egli mi disse esplicitamente che il suo arresto ebbe motivi unicamente politici, a causa di quel che sino ad allora aveva scritto come giornalista.
Egli venne arrestato dagli inglesi per strada, e poiché gli trovarono addosso il commento di Shri Aurobindo alla Bhagavad Gita, gli dissero che quel autore era un terrorista indiano, nemico della Corona inglese.
Venne passata al setaccio, naturalmente, anche la sua vita professionale dal punto di vista finanziario – ma non per cercare elementi per una inesistente “appropriazione indebita” – per ‘provare’ la sua compromissione diretta col regime fascista, compromissione che risultò poi essa pure inesistente.
In sostanza lo accusarono di ‘reati d’opinione’, come si direbbe oggi.
Li interessò molto – per una comprensibile curiosità – l’enorme attività esoterica di Massimo, probabilmente – ma questa è una mia congettura, ancorché plausibile – perché sia molti ufficiali inglesi dell’Intelligence Service, che quelli americani dell’OSS di Allan Dullas, erano massoni, e una parte del mondo anglosassone – non tutta a dire il vero – ha fatto un uso spregiudicato dell’esoterismo a fini politici, ed anche della politica a fini esoterici, non precisamente limpidi e commendevoli.
Nei sei mesi di forzata ‘ospitalità’ al suddetto Hotel, tali ufficiali – soprattutto gli inglesi – si dovevano essersi fatti una alquanto strana e, loro malgrado, molto lusinghiera opinione del nostro Massimo, visto che – come lui stesso mi raccontò – lo vollero accompagnare quegli stessi ufficiali a casa in jeep, porgendogli le loro scuse, e salutandolo molto cordialmente.
Visto che siamo nel campo dell’aneddotica, vorrei aggiungere alcuni ricordi, sempre relativi alla forzata e ‘piacevole’ permanenza di Massimo Scaligero al Grand Hotel Regina Coeli, per non sembrare ‘tenero’ nei confronti degli anglosassoni ufficiali, addetti alla reception e al servizio in camera alla suite che ospitava il nostro Massimo.
In effetti il servizio lasciava alquanto a desiderare, conciossiacosaché il Grand Hotel Regina Coeli non ricevette le cinque stelline della nota Guida Michelin, e non fu compresa tra gli alberghi da questa raccomandati.
I sistemi di interrogatorio adoprati degli ufficiali inglesi erano – a quel che mi disse Massimo – piuttosto brutali e cinici.
Usavano ogni mezzo per fiaccarne la volontà: per es. lo svegliavano alle 03.00 di notte in cella e gli dicevano brutalmente: “Prepara la tua roba, ti portiamo a Centocelle, dove all’alba verrai fucilato!”, et similia. Negli interrogatori lo accusavano di avere sentimenti di ostilità e di aggredire con i suoi scritti il popolo inglese, e Massimo a queste accuse rispondeva, calmissimo, che lui non provava alcuna animosità nei confronti del popolo inglese, e che lui aveva scritto unicamente contro la politica dei governanti inglesi.
Gli americani usavano metodi psicologici un po’ più insidiosi. Massimo mi raccontava, che negli interrogatori erano cordiali, gli offrivano la tazza di caffè, cercavano di conquistarne la fiducia, di destabilizzarne la tenuta del carattere forte, ‘ammorbidendolo’ con queste tecnicuzze da psicologia comportamentale. Poi se volevano, sapevano essere alla bisogna essi pure brutali quanto necessario.
Massimo affrontò questa non breve ‘vacanza’ al Grand Hotel Regina Coeli, trasformando le difficoltà in occasioni interiori. Esattamente come per Sri Aurobindo nella prigione indiana di Alipur, ospite nell’albergo di Sua Maestà Imperiale Britannica, quello per Massimo fu un periodo di ininterrotta ascesi. Addirittura egli ebbe a dirmi: “Il tempo illimitato e la pace, la necessaria solitudine che ebbi allora, non mi fu più dato in seguito con tanta generosa abbondanza!”.
Il clima di raccoglimento interiore profondo, la ininterrotta tensione della volontà consacrata al Divino e all’Opus iniziatico, l’ardore – il tapas – che mise in atto nell’ascesi, fecero di lui un altro uomo, infransero i limiti ai quali si arresta negli esseri umani la loro labile ed incerta natura, e dimostrarono che è possibile vincere anche nelle condizioni più avverse ed impossibili.
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LA FEDELTÀ È INNANZITUTTO RICORDO.
CAPACITÀ DI RICORDARE.
RICORDARE CIÒ VERSO CUI SI VUOLE ESSERE FEDELI.
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INOLTRE LA FEDELTÀ È CALORE.
POICHÈ IN ESSA VI È SEMPRE UN ALCUNCHÈ DI PIETOSO.
DI SINCERO E DI PIETOSO.
E CIÒ NELL’ANIMA PRODUCE CALORE.
CREA CALORE.
CALORE SOTTILE.
IMMATERIALE.
CALORE METAFISICO.
IL VERO CALORE.
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VI È PIETÀ PERCHÈ È INSCINDIBILE DALLA FEDELTÀ UN SENSO DI INTIMA DEVOZIONE E DI INTIMA PROTEZIONE E DI INTIMA VENERAZIONE VERSO CIÒ CUI SI È FEDELI.
DEVOZIONE È VOLER DEDICARE LA PROPRIA ANIMA ALL’IDEALE CUI SI È FEDELI.
È VOLERE CHE LA PROPRIA ANIMA DIVENTI UN LUOGO IN CUI IL PROPRIO IDEALE VIVA.
GLI SI DEDICA LA PROPRIA ANIMA.
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PROTEZIONE È VOLERLO PRESERVARE DA OGNI CONTAMINAZIONE O IMBARBARIMENTO O DECADENZA.
VENERAZIONE È RISPETTARLO COME FOSSE UN’ENTITÀ SOVRUMANA.
RISPETTARLO PROFONDAMENTE COME UNA REALTÀ SUPERIORE, DIVINA, QUALE IN REALTÀ È.
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OGNI IDEALITÀ PROFONDAMENTE SENTITA, PROFONDAMENTE AMATA, È IL MANIFESTARSI NELL’UOMO DI QUALCOSA CHE LO SUPERA.
DEVOZIONE, PROTEZIONE, VENERAZIONE, ASSIEME CREANO LA PIETÀ.
IN TALE AMBITO LA SINCERITÀ DIVIENE SPONTANEA ATTITUDINE.
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LA FEDELTÀ È MANTENERE EVIDENTE TUTTO CIÒ. È RICORDARLO CONTINUAMENTE.
RICORDARLO COME EVIDENZA CHE PERENNEMENTE TORNA A RIVIVERE OGNI QUALVOLTA VI SI FACCIA APPELLO.
OGNI QUALVOLTA LO SI VOGLIA.
A TAL PUNTO RICORDARE È RIVIVERE DELLE EVIDENZE AMATE.
È RINNOVARE UN PATTO DI AMORE SPIRITUALE.
CIO’ IN DEFINITIVA È LA FEDELTÀ.
MANTENERE VIVO UN AMORE VERSO DELLE EVIDENZE INTERIORI.
VERSO ALCUNE QUALITÀ ANIMICHE.
VERSO IL MANIFESTARSI DI ALCUNI VALORI NEI SENTIMENTI, NEL SENTIRE.
TALE FEDELTÀ, TALE RICORDARE CHIEDE CHE VI SIA ACUME.
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ACUME È LA CAPACITÀ DI PENSARE NELLE ESSENZE.
È LA CAPACITÀ DI ACCORGERSI CHE A VOLTE LE EVIDENZE IDEALI SONO PIÙ FIEVOLI, PIÙ FIOCHE, PIÙ OSTACOLATE.
ACUME È UNA ESTREMA FEDELTÀ.
LA FEDELTÀ NEL PENSIERO.
L’ACUME È UN LIVELLO PIÙ ALTO DI RICORDO. È LA MEMORIA SOTTILE.
L’UNICA FORZA CHE SIA IN GRADO VERAMENTE DI MANTENERE FEDELTÀ.
L’ACUME È UN LIVELLO DI PENSIERO IMMATERIALE IN CUI QUANDO LE ANIME SI APPESANTISCONO (E LE IDEALITÀ NON SONO PIÙ IN GRADO DI INFIAMMARE E PALPITARE PER CIÒ CHE SI AMAVA) È POSSIBILE CONTINUARE A VENERARE I VALORI UN TEMPO AMATI.
L’ACUME È IL LUOGO INACCESSIBILE AL NORMALE DECORSO DI DETERIORAMENTO DELLE IDEALITÀ.
UNA LIMPIDITÀ DI PENSIERO OLTRE LA NATURA.
OLTRE LA SPONTANEITÀ DEI SENTIMENTI.
È LA VITA SUPERIORE DELL’IDEA.
È LA REALE LIBERTÀ DALLA MENZOGNA.
È IL LUOGO DELLA VERITÀ PERENNE.
LÀ OVE CONTINUAMENTE SI RICREA CIÒ CHE SOSTIENE LA VITA.
LÀ OVE I PENSIERI RISORGONO A SE STESSI.
OVE INCESSANTEMENTE SI RICREANO.
EMERGENDO DA QUELLA CORRENTE DI CONTINUA VITA SOVRUMANA CHE È IL PENSARE COSMICO.
IN CIÒ È LA CHIAVE DELLA FEDELTÀ.
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Collana Helios Fuoco Solare – F. Caruso: “La Fedeltà” – cap. 1
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https://www.ecoantroposophia.it/2014/07/arte/fk-azione-solare/ascesi-del-pensiero/

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«Il 26 gennaio 1980 “alle prime luci dell’alba”, mentre attendeva al lavoro con la sua abituale solerzia, Massimo Scaligero penetrava cosciente in quel mistero che già piú volte aveva indicato come l’unica realtà, con cui ha a che fare l’operatore dello spirito». Con queste parole io annunciavo la scomparsa di un Amico e di un Maestro insuperabile, uno di quei testimoni dello Spirito che compaiono sulla scena del mondo forse solamente ogni cinquecent’anni.
In quella tristissima circostanza mi ricordai di una pia narrazione che correva fra gli Ebrei ortodossi, gli Hassidim, secondo la quale nella comune Umanità è sempre presente, inconosciuto da tutti, un Uomo Giusto, uno teodéo, che a cagione della sua rettitudine, misteriosamente sopporta il peso dei peccati, delle speranze e delle attese di tutta la sua generazione, finché stremato da tale immane fatica non soccombe, per venire sostituito da un altro Uomo Giusto che ne eredita le funzioni, e cosí avanti nei secoli fino alla redenzione finale. I Mussulmani parlano, invece, di un Polo, o di un Asse del Mondo, al-Qutb, qualità alla quale assurge un derviscio a cagione della sua virtú, che, però, dopo un giorno di tale fatica, muore ed è sostituito da un altro suo simile. Orbene, questo è stato il mio pensiero quando Egli scomparve. Soltanto che un altro Uomo Giusto non venne a riempire il suo posto, poiché egli era l’epigono di una generazione di ricercatori dello spirito che da noi si incarnarono in Giovanni Colazza, Evola, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri e, fuori d’Italia, in Guénon, Râmana Mahárshi, Shrî Aurobindo e qualcun altro. Massimo, lo sconosciuto, era il punto finale di un ciclo, la cui caratteristica fondamentale era l’esercizio di quell’Arte Regale che risolve il mistero della Materia nell’esperienza di una spissitudo spiritualis, in cui questa si svincola come pensiero puro. L’abituale opacità minerale del mondo che ci circonda essendo determinata non da una realtà obiettiva bensí da un pensiero – il nostro – paralizzato nella sua funzione riflessa, cerebrale, che tale se la rappresenta. Ma, a parte il necessario supporto filosofico, tutta la sua vita fu caratterizzata da un’incessante azione di ricerca e di disciplina interiore: il suo insegnamento, consegnato in una ventina di opere, è un energico stimolante del metafisico. Suscita come in nessun altro l’esigenza della correlazione dell’Io con Sé, su cui – fra l’altro – è basata la conoscenza, come rapporto fra Io e Altro, fra Atman e Brahman, come direbbe un Indiano. «L’unità dell’Io con il mondo è già realizzata nel percepire – dice Massimo – ma rispetto ad essa la coscienza ordinaria è in stato di sonno, onde la potenza magica dell’atto percettivo le sfugge».
Importantissima fu la sua interpretazione dello Yoga e di altri movimenti spirituali dell’Asia, di cui Evola fu il banditore nel suo Uomo come potenza.
Tutta la sua opera, e in particolare Dallo Yoga alla Rosacroce, quest’ultima un’autobiografia spirituale, volge ad una reinterpretazione dello Yoga, di cui riconosce i limiti, dovuti soprattutto alla diversa costituzione interiore dell’antico yogin, e in generale del pensiero orientale, rispetto all’uomo di occidente, assiato sulla funzione autocosciente del pensare, a cui paradossalmente non attribuisce importanza primaria nella sua Via interiore, pur vivendo in funzione di un mondo percepito nella sua modalità materiale, che è bensí il figlio del pensiero astratto, logico-discorsivo. Questa interpretazione, da Lui rigorosamente sperimentata sulla guida della Scienza dello Spirito, implica anche una esegesi delle modalità fisico-eteriche su cui opera lo Yoga classico. Dice, in particolare: «Le vie allo Yoga oggi non portano allo Spirito, bensí al corpo (qui tratta del prãnãyãma, la Scienza del Respiro) perché non muovono piú dallo Spirito, bensí dal corpo. Non è lo Yoga che va ritrovato, bensí lo Spirito: del quale lo yogi non aveva da preoccuparsi, perché lo aveva già: doveva solo giungere a servirsene».
Sua opera fondamentale, non solo per sé, ma per l’Umanità avvenire, fu l’aver tracciato una “Via rosicruciana” di cui, date le regole per la sua attuazione, ne afferma la connessione con «il Mistero cosmico del Cristo», «ossia con ciò che il Cristo è, oltre ogni rappresentazione o sentimento umano: il senso ultimo della Iniziazione solare» …«la meditazione rosicruciana, come la piú alta che operi sulla terra, porta il discepolo a scoprire che, non nell’anima, ma nell’intimo Io, egli reca il Principio che vince i due Ostacolatori», cioè quelli denominati: Lucifero – vettore delle forze di entusiasmo, ma anche di orgoglio, vanità e presunzione – e Ahrimane – il “Satana” della tradizione persiana, quello che induce all’illusione materialistica e meccanicistica del mondo, che conducono alla paralisi delle forze pensanti ed all’esaustione di quelle viventi.Il Rosicruciano, piú che combatterle, deve saper utilizzare queste forze cosmiche e trasformarle in strumenti dello Spirito, perché tale è la loro funzione mediatrice. Il punto di partenza per lo Scaligero resta sempre l’ascesi del pensiero, tramite le discipline della concentrazione e della meditazione, sí da ricondurlo alla sua primordiale natura di Verbo, essenziata di “volontà di essere”. Da questo momento in poi inizia la Operatio Solis, volta a riconquistare la verticalità operante dell’Io, di là dai poteri dell’anima, vincolati ad un’esperienza sensibile del mondo materiale. E la restituzione di quest’ultimo alla sua primordiale dimensione di luce, che è il fine della Grande Opera alchemica, a cui Massimo si era dedicato sin dall’adolescenza.
Pio Filippani Ronconi
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Grazie a Marina Sagramora – L’Archetipo
https://www.larchetipo.com/2001/gen01/testimonianze.htm

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È passato pressoché sotto silenzio il centenario di Massimo Scaligero, uno dei pensatori piú originali, intensi, complessi del nostro ’900. Nessuna celebrazione ufficiale, nessuna rievocazione su media e grande stampa. In sé, questa non è affatto una notizia, né, soprattutto, una novità. Scaligero è sempre stato tenuto, in vita e in morte, ai margini della cosiddetta “cultura ufficiale”. Un irregolare, per molti versi schivo, si potrebbe dire anche ironicamente disinteressato alla notorietà, a quel successo per il quale gli “intellettuali” si accapigliano e prostituiscono. Non inseguiva le mode, non blandiva i potenti della politica, della cultura, dell’editoria. La sua prospettiva, l’ottica da cui muove tutta la sua opera, era altra. Piú alta, potremmo dire; piú nobile. E, al contempo, piú “pericolosa”. Laddove, però, si riconduca la parola al suo etimo originario, al latino “periculum”, che sta ad indicare il confine, il limite arduo, rischioso da valicare. Che rievoca, soprattutto, la sfida. E l’opera di Scaligero è stata, e in effetti ancora rimane, soprattutto una sfida alla mediocrità del tempo presente. Una sfida al pensare astratto; all’incapacità dell’uomo contemporaneo di vivere fino in fondo le idee. Di sperimentarne la potenza creatrice, la forza generatrice originaria.
Figura intellettualmente complessa, operò muovendo da una (particolarissima) sintesi tra Oriente e Occidente. Una sintesi ardua, anche perché nulla, nelle molte pagine dei libri di Scaligero, concede alle mode orientaleggianti, alla vulgata New Age, allo spiritualismo di maniera. Dell’Oriente era, infatti, un conoscitore profondo, che si muoveva con sicurezza nei meandri del pensiero indiano classico, delle scuole buddhiste di Asanga e Nagarjuna, del tantrismo tibetano, dello zen giapponese… Una padronanza, dei concetti e del linguaggio insieme, che adombrava, però, soprattutto il raro dono di saper penetrare tutte queste lezioni, queste tradizioni, al di là delle forme apparenti, per giungere al nocciolo degli insegnamenti. Alla loro sostanza non transitoria; evitando l’errore comune all’occidentale moderno che si avvicina al pensiero dell’Oriente antico, trasformandolo o in un’ideologia astratta, o in una sorta di superstizione pseudo-religiosa. Atteggiamento che egli era solito imputare proprio alla peculiare natura del pensiero dell’uomo occidentale, che tende, ormai per secolare abitudine, a concepire come reale soltanto il mondo materiale. Il mondo delle cose; mentre le idee, i concetti, vengono relegati in un altrove privo di forza, sostanzialmente impotenti ad agire davvero nella realtà.
Contro questa astrattezza – questa sorta di incantesimo della Medusa che ha reso di pietra le nostre menti ed i nostri cuori – l’Oriente antico, avulso da ogni lettura sentimentalistica, mostrava come non sempre fosse stato cosí. Come all’uomo fosse stato possibile concepire il rapporto con il “mondo delle idee” in modo radicalmente diverso, ed il pensare stesso come una forza vivente.
Una rivoluzione che, però, non era, né mai poteva essere, sradicamento, rottura dei legami con il passato, con la tradizione. Piuttosto una metamorfosi. Il mutare delle cose – della natura, del mondo, della vita… – secondo leggi invisibili, con le quali il pensiero dell’uomo ha in comune la sostanza prima. Sostanza che è, per Scaligero, il Logos, sorgente dell’autentico pensare e, al contempo, di tutto l’Universo. E la lezione dell’Oriente si incontrava cosí con il filone vitale della cultura occidentale. Con Platone ed Aristotele, con i grandi maestri del nostro Rinascimento e poi ancora con quelli dell’idealismo, da Hegel sino a Gentile.
Su un sentiero che Massimo Scaligero seguí con rara coerenza, incontrandovi l’opera di Rudolf Steiner, la grande lezione del magistero goethiano. Lezione che indicava come il rapporto tra pensiero e percezione rappresentasse la “spada spezzata” della nostra cultura.
La frattura che ha portato negli ultimi tre secoli a quel pensiero astratto che è, a ben vedere, la causa prima dei mali endemici del nostro mondo. Muovendo, dunque, dall’esperienza – e non dalla semplice teoria – di un pensiero altro, vivente, e di un’immaginazione capace di tornare ad essere davvero “creatrice”, Massimo Scaligero ha cercato d’indicare all’occidentale moderno un autentico “percorso di reintegrazione”.
Si potrebbe, forse, chiamarlo anche un “sentiero iniziatico”, spogliando, però, tale espressione di tutta la retorica – e la paccottiglia – pseudo-esoterica, occultistica di bassa lega con cui, solitamente, viene confusa. Paccottiglia che Scaligero sempre stigmatizzava con palese fastidio, nulla concedendo nei suoi scritti – e soprattutto nei suoi dialoghi con i molti giovani che andavano ad incontrarlo nel suo studio del Gianicolo – ad una qualsivoglia forma di sensazionalismo misteriosofico; cosí come, parimenti, nulla concedeva all’intellettualismo astratto.
I suoi discorsi erano sempre di un’asciuttezza assoluta.
I concetti si sviluppavano gli uni dagli altri secondo un percorso rigoroso e armonioso insieme. Costringendo, quasi, il lettore – e, per coloro che lo conobbero, l’ascoltatore – a seguirlo, passo dopo passo, quasi stesse riavvolgendo lentamente un gomitolo di lana; sino a giungere all’uscita da quel labirinto di astrazioni confuse, di concetti deboli, rimasticati, mal digeriti, in cui siamo ordinariamente imprigionati. Sino a giungere sulla soglia di un diverso modo di pensare e percepire. La soglia di un’autentica, profonda, metamorfosi interiore. È questo l’insegnamento che – al di là della complessità dei concetti, della vastità dei riferimenti culturali – resta racchiuso nei suoi, molti, libri. In opere come La Via della volontà solare, disamina, appunto, delle tradizioni occidentali ed orientali, da cui sorge progressivamente il segno di una nuova sintesi. O de La logica contro l’Uomo, devastante analisi della cultura contemporanea in tutti i suoi, molteplici, aspetti. Molteplici, eppure riconducibili a un unico comun denominatore: all’impotenza del pensiero, alla rinuncia alla autentica conoscenza. Quella conoscenza è, di per se stessa, fonte di libertà interiore. Critica della filosofia, dello scientismo, dell’economicismo che dominano la nostra società. Critica, anche, delle utopie illusorie, come nel serrato ragionamento de Il marxismo accusa il mondo, ove Scaligero identifica nel pensiero del filosofo di Treviri non la causa, bensí il portato della malattia profonda dell’Occidente. Di un Occidente che ha abdicato alla sua vocazione spirituale, al grande “dono” della libertà di pensiero, pervertendolo. Perdendone di vista le coordinate superiori, e trasformandolo semplicemente in licenza, in assenza di cardini interiori, in sradicamento… Allo stesso modo, individuò fra i primi, all’esplodere del famoso/famigerato ’68, come dietro a tanto (confuso) movimentismo giovanile vi fosse sí una domanda di autenticità e verità, ma come, parimenti, tale domanda venisse pervertita e deviata in forme di nichilismo sempre piú devastanti e distruttive. Di qui il suo Rivoluzione. Discorso ai giovani, che ancor oggi andrebbe letto non come documento di un passato ormai lontano – gli anni della Contestazione – ma perché prevede, con sguardo, appunto goethiano, come questo fosse il seme di tanti altri mali – dalla droga alla disgregazione della famiglia, dalla perdita di qualsiasi riferimento morale alla debolezza di fibra interiore – che travagliano le attuali generazioni.
Ancor di piú, nelle pagine di Scaligero è possibile leggere, tra le righe, i pericoli cui andava incontro un Occidente immemore della propria Tradizione spirituale. Un Occidente incantato dalle sirene dell’edonismo, sempre piú precipitato verso la china di un nichilismo di bassa lega, depauperato anche di quel tanto di grandezza titanica che era stata propria dei pensatori come Max Stirner od Otto Weininger, tragici testimoni del crollo della no- stra civiltà.
Uno Scaligero, questo, che presentiva come questo Occidente avrebbe finito per il confliggere, drammaticamente, con un nemico assoluto e pericolosissimo. Con un nemico all’apparenza antitetico alla nostra civiltà, ma in realtà portatore di un’altra forma di quel “pensiero astratto” che è, purtroppo, la tabe della nostra cultura. Cosí che al nostro (basso) nichilismo e relativismo morale, si contrappone una forma irrigidita e dogmatica di fanatismo pseudo-religioso; di una religiosità, però, priva di autentica trascendenza, trasferita, come dogma, nella materia, e trasformata in ideologia violenta. Si leggano, a questo proposito, le pagine illuminanti, scritte da Scaligero piú di trent’anni or sono, sui pericoli insiti in un certo “arabismo”, che è poi lo specchio (deformante) che riflette l’immagine distorta del nostro stesso mondo.
Immagini speculari, cui Massimo Scaligero contrapponeva, come antidoto, una riscoperta della nostra tradizione. Senza indulgere, però, a forme cristallizzate di tradizionalismo. Richiamando, piuttosto, all’essenza vitale di questa. Un’essenza che va riscoperta in un pensare svincolato, finalmente, dalla gabbia in cui è stato imprigionato da troppi secoli. Un pensare che, appunto, torni a ricongiungersi con il Logos da cui ha origine.
Andrea Marcigliano
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Da: «Il Secolo d’Italia» – Idee & Immagini – 26 settembre 2006.
L’Archetipo – Agosto 2013
Grazie a Marina Sagramora e Andrea Marcigliano

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Può esser utile, talvolta, spendere qualche parola sul gassoso concetto di Spiritualità?
Niente di originale, essa in fondo è come un lontano lembo di terra intravisto dalla caravella, e di cui, dopo una vita sul mare e le sue correnti, nemmeno ci si ricorda della sua reale esistenza, anche se, stando in mare, se ne parla continuamente in maniera del tutto astratta, vitalizzata semplicemente da un sentire automaticamente acceso.
Si dovrebbe insistere sul fatto che la spiritualità non andrebbe mai ridotta ad un’alta intellettualità né all’idealismo né a qualche inclinazione morale della mente o ad una purezza e all’austerità etica, neppure a una religiosità o ad un fervore emotivo anche ardente o fanatico e neppure all’insieme di tutte queste cose (in parte eccellenti).
Una credenza della mente, un credo particolare o una fede o un’aspirazione emotiva, oppure un disciplinamento della propria condotta secondo una formula religiosa o etica, non sono affatto “ esperienze spirituali” né “realizzazioni spirituali”.
Tali caratteri hanno un considerevole valore per l’anima. Sono persino valide per una certa evoluzione interiore in quanto movimenti preparatori che disciplinano, purificano la natura umana, danno ad essa una forma più adeguata: ma appartengono ancora all’evoluzione dell’uomo sensibile. Non v’è in esse l’inizio di una esperienza, di una realizzazione e di una trasformazione nello Spirito.
La Spiritualità è essenzialmente un risveglio alla realtà interiore del nostro essere, al Sé profondo, all’Anima superiore: ben diversa dalla ordinaria coscienza, dal famigliare mondo interiore e dal senso comune della corporeità.
Piuttosto è una intensa aspirazione – del tutto interiore – verso la Realtà infinita, quella che trascende l’universo pur compenetrandolo, e che risiede anche in noi. Un’aspirazione ad unirsi con questa Realtà che è un capovolgimento, una conversione, una trasformazione di quanto chiamavamo l’essere nostro.
Esiste allora un divenire nuovo, un nuovo essere, un nuovo “Io”, in una nuova natura.
La disciplina esoterica è trasformazione della coscienza attuale in coscienza spirituale: ciò non è astrazione ma un cammino che giunge all’estinzione della coscienza comune e del suo mondo.
Chi ha avuto (vissuto) il “momento”, anche declinato in sfumature diverse, ha provato questo: improvvisamente qualcosa dentro di lui si è capovolta, (anche bruscamente) rovesciandosi verso l’interno e verso l’alto: dall’interno verso l’alto. Non un alto esteriore, bensì interiore e profondo, del tutto diverso da altezze note fisicamente.
Ciò modifica il nostro punto di vista sulle cose del mondo, le considerazioni e gli atteggiamenti: può essere parziale e temporaneo, in rari casi definitivo ed irrevocabile.
Rivolgersi (letterale) alla vita e alla realtà spirituale significa toccare l’Eterno: capacità quantitativamente invalutabile e nemmeno si può dire che si sia più o meno capaci di vivere spiritualmente, bensì che si giunga più o meno pronti affinché il rivolgimento interiore avvenga in modo decisivo.
Solo in ciò si vive veramente.
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La Via della Concentrazione è una Via asperrima: una Via poco o punto amata dalle “anime belle” in perenne ricerca di animiche “consolazioni” per rimanere quello che sono e permanere in quello che sono. Ma può essere paradossalmente amata da quelle orsolupesche anime, che vogliono cessare di essere quello che purtroppo ancora sono, per cominciare ad essere autenticamente ciò che possono osare essere: lo Spirito.
Per me, sin dal principio, la Concentrazione è stata un aspro apprendistato, che ancor dura. Apprendistato che non solo neppure accenna a iniziare a finire, ma che addirittura sta tuttora continuando a iniziare. Sembra un giuoco di parole, ma – credetemi – non lo è affatto.
Massimo Scaligero affermava che la Concentrazione – l’esercizio a sé sufficiente per chi ne abbia la forza e l’audacia – è l’esercizio del novizio neofita e dell’Iniziato. Perché non si finisce mai d’impararla. E, per quel che mi riguarda, non finisco mai d’iniziare ad impararla. E’ vero – sempre Massimo Scaligero dixit – che “nello Spirito non si sta, nello Spirito si è”.
Iniziai, diciannovenne, a praticarla come una cosa – per me che venivo dalle Vie orientali e da un passato alquanto agitato – veramente impossibile: una pratica alla quale tutto l’essere corporeo e animico si ribellava. E trovavo ridicolo che per dire cosa era un oggetto mi ci volesse un tempo enorme, esagerato. Della contemplazione del concetto, poi, non se ne parlava proprio.
Negli anni – nei decenni – la Concentrazione è divenuta sempre più scarna, ma anche questo bisogna conquistarselo a viva forza. E non è affatto scontato il poterlo fare sempre. Ciò che è conquistato, deve essere sempre di nuovo – come fosse la prima volta – riconquistato. E non aiuta l’aver vinto in passato. Nello Spirituale di rendita non si vive. Occorre – OGNI VOLTA – portarsi, con sforzo, dal gelo e dall’aridità all’incandescenza e allo slancio. Non sempre ci si riesce. Ma se si è costanti e fedeli nei periodi di tenebra e di aridità, quando meno ce lo si aspetterebbe, irrompe in noi la travolgenza di una forza assoluta dello Spirito, che ci scioglie dall’incrampimento tetanico, fluidifica dall’impietramento la volontà, restituisce il respiro spirituale. E poi si ricomincia.
Questo sino a quando non si realizzi quella trasformazione vitale-spirituale, che fa sì che la consacrazione allo Spirito, ogni volta tentata, conquistata e poi smarrita, non divenga “memoria interiore”. Ma anche allora le cose non divengono più facili. Anzi divengono difficili al massimo, MA in tal caso si avrà la forza per tutto osare – oltre ogni limite umano – osare ogni volta l’atto assoluto, senza risparmio, che esaurisce l’umano, e realizza lo Spirituale autentico. Ossia come era scritto sulla tomba di un Iniziato del Settecento: “NATUS QUAECUMQUE AUDERE”, ovvero “nato a tutto osare”.
Per questo, i lupacci paradossalmente amano ciò che le “anime belle” trovano poco o punto amabile: la Concentrazione.
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𝑭𝒐𝒓𝒔𝒆 𝒖𝒏 𝒑𝒐’ 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒅𝒊𝒕𝒊 𝒏𝒐𝒊 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊, 𝒏𝒆𝒍 𝒘𝒆𝒃, 𝒔𝒊 𝒅𝒆𝒔𝒊𝒅𝒆𝒓𝒂 𝒖𝒏 𝒂𝒕𝒕𝒊𝒎𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒓𝒐𝒎𝒑𝒆𝒓𝒆 𝒊𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒇𝒍𝒖𝒗𝒊𝒐 𝒊𝒏𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒓𝒐𝒕𝒕𝒐, 𝒅𝒊 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒕𝒊𝒕𝒂̀ 𝒏𝒐𝒏 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒇𝒇𝒆𝒓𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝒂𝒓𝒈𝒐𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒔𝒑𝒊𝒓𝒊𝒕𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒂𝒍𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒅𝒊𝒄𝒂𝒕𝒊 𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒓𝒊𝒄𝒐𝒓𝒓𝒆𝒏𝒛𝒆 𝒇𝒆𝒔𝒕𝒊𝒗𝒆. 𝑰𝒏 𝒕𝒂𝒏𝒕𝒂 𝒂𝒃𝒃𝒐𝒏𝒅𝒂𝒏𝒛𝒂 𝒍𝒂 𝒓𝒆𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒔𝒑𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒆̀ 𝒓𝒊𝒕𝒓𝒂𝒓𝒔𝒊, 𝒏𝒐𝒏 𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆, 𝒐 𝒇𝒂𝒓𝒏𝒆 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒈𝒆𝒔𝒕𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒇𝒐𝒓𝒔𝒆 𝒔𝒊𝒏𝒐 𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒗𝒂𝒓𝒏𝒆 𝒏𝒂𝒖𝒔𝒆𝒂. 𝑨𝒃𝒃𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒇𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒎𝒆𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒓𝒊𝒕𝒎𝒊𝒛𝒛𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒆 𝒑𝒖𝒃𝒃𝒍𝒊𝒄𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒂𝒍 𝒇𝒊𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒊𝒏𝒇𝒂𝒔𝒕𝒊𝒅𝒊𝒓𝒆 𝒊𝒍 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒐𝒓𝒆.
𝑬𝒄𝒐 𝒄𝒉𝒊𝒖𝒅𝒆 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒍’𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝑳’𝑨𝒓𝒄𝒉𝒆𝒕𝒊𝒑𝒐 𝒅𝒊 𝑴𝒂𝒓𝒊𝒏𝒂 𝑺𝒂𝒈𝒓𝒂𝒎𝒐𝒓𝒂. 𝑰𝒍 𝑩𝒍𝒐𝒈 𝒏𝒂𝒄𝒒𝒖𝒆 𝒏𝒆𝒍 2013, 𝒎𝒂 𝒈𝒊𝒂̀ 𝒑𝒖𝒃𝒃𝒍𝒊𝒄𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝑳’𝑨𝒓𝒄𝒉𝒆𝒕𝒊𝒑𝒐 𝒔𝒖𝒍 𝒑𝒓𝒆𝒄𝒆𝒅𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒇𝒐𝒓𝒖𝒎𝒇𝒓𝒆𝒆 𝒅𝒊 𝑬𝒄𝒐. 𝑺𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝒂𝒗𝒆𝒓 𝒇𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒖𝒏 𝒑𝒐’ 𝒅𝒊 𝒔𝒕𝒓𝒂𝒅𝒂, 𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆, 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒂 𝑺𝒊𝒈𝒏𝒐𝒓𝒂 𝑴𝒂𝒓𝒊𝒏𝒂 𝑺𝒂𝒈𝒓𝒂𝒎𝒐𝒓𝒂. 𝑬’ 𝒖𝒏 𝒄𝒂𝒔𝒐 𝒊𝒏𝒗𝒆𝒄𝒆, 𝒐 𝒇𝒐𝒓𝒔𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒍𝒐 𝒆̀, 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒊𝒏𝒊𝒛𝒊𝒂𝒓𝒆 𝒍’𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒏𝒖𝒐𝒗𝒐 𝒔𝒊 𝒔𝒄𝒆𝒍𝒈𝒂 𝒍𝒂 𝒑𝒖𝒃𝒃𝒍𝒊𝒄𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 – 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒗𝒊𝒅𝒆𝒏𝒅𝒐, 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒅𝒂 𝑳’ 𝑨𝒓𝒄𝒉𝒆𝒕𝒊𝒑𝒐 – 𝒅𝒊 𝒖𝒏𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒆𝒓𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝑫𝒐𝒕𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝑳’𝑨𝒓𝒄𝒉𝒆𝒕𝒊𝒑𝒐 𝒉𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒐𝒔𝒕𝒐 𝒏𝒆𝒍 𝒔𝒖𝒐 𝒏𝒖𝒎𝒆𝒓𝒐 𝒅𝒊 𝒅𝒊𝒄𝒆𝒎𝒃𝒓𝒆 𝒔𝒄𝒐𝒓𝒔𝒐, 𝒕𝒓𝒂𝒅𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝑴𝒂𝒓𝒄𝒐 𝑨𝒍𝒍𝒂𝒔𝒊𝒂. 𝑵𝒐𝒊 𝒅𝒊 𝑬𝒄𝒐 𝒍’𝒂𝒃𝒃𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒂𝒕𝒂 𝒎𝒐𝒍𝒕𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒆𝒔𝒔𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒆 𝒄𝒐𝒊𝒏𝒗𝒐𝒍𝒈𝒆𝒏𝒕𝒆, 𝒂𝒍 𝒅𝒊 𝒍𝒂̀ 𝒅𝒊 𝒂𝒍𝒄𝒖𝒏𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒄𝒆𝒕𝒕𝒊 ( 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒊 𝒓𝒊𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒐, 𝒗𝒐𝒍𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒂 𝒊𝒏𝒔𝒆𝒈𝒏𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝑪𝒐𝒍𝒂𝒛𝒛𝒂) 𝒎𝒂𝒈𝒂𝒓𝒊 𝒓𝒊𝒑𝒆𝒕𝒖𝒕𝒊 𝒎𝒂 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒊𝒏 𝒓𝒊𝒏𝒏𝒐𝒗𝒆𝒍𝒍𝒂𝒕𝒂 𝒇𝒐𝒓𝒎𝒂 𝒅𝒂 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒆 𝒅𝒊 𝑺𝒕𝒆𝒊𝒏𝒆𝒓. 𝑬 𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆𝒏𝒅𝒐𝒍𝒂 𝒄𝒊 𝒆𝒓𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒑𝒓𝒐𝒎𝒆𝒔𝒔𝒊 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒗𝒊𝒅𝒆𝒓𝒍𝒂. 𝑶𝒗𝒗𝒊𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒊 𝒎𝒂𝒕𝒆𝒓𝒊𝒂𝒍𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒓𝒊𝒗𝒊𝒔𝒕𝒂 𝒐𝒇𝒇𝒓𝒐𝒏𝒐 𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒎𝒆𝒔𝒆, 𝒅𝒂𝒊 𝒑𝒓𝒊𝒎𝒊 𝒂𝒏𝒏𝒊 ’90 (𝒂𝒍𝒍𝒐𝒓𝒂 𝒊𝒏 𝒇𝒐𝒓𝒎𝒂 𝒄𝒂𝒓𝒕𝒂𝒄𝒆𝒂) 𝒆 𝒊𝒍 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒂𝒇𝒇𝒆𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂𝒕𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒆𝒓𝒂̀ 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒆𝒏𝒖𝒕𝒊 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒖𝒊 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒆𝒔𝒔𝒂𝒏𝒕𝒊 𝒆𝒅 𝒖𝒕𝒊𝒍𝒊.
𝑫𝒖𝒏𝒒𝒖𝒆 𝒕𝒆𝒓𝒎𝒊𝒏𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒍’𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝑴𝒂𝒓𝒊𝒏𝒂 𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝑳𝒆𝒊 𝒍’𝒊𝒏𝒊𝒛𝒊𝒂𝒎𝒐, 𝒄𝒉e 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒊𝒄𝒐𝒍𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒂𝒔𝒔𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒄𝒊 𝒔𝒊𝒂 𝒅𝒊 𝒃𝒖𝒐𝒏 𝒂𝒖𝒔𝒑𝒊𝒄𝒊𝒐, 𝒂 𝒏𝒐𝒊 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒑𝒑𝒓𝒆𝒛𝒛𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒊𝒍 𝑺𝒖𝒐 𝒇𝒆𝒅𝒆𝒍𝒆 𝒆𝒔𝒆𝒎𝒑𝒊𝒐 𝒆 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐, 𝒂 𝒏𝒐𝒊 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒅𝒂 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒑𝒖𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒘𝒆𝒃 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒇𝒊𝒏𝒆 𝒄𝒊 𝒔𝒊 𝒊𝒏𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂 𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒄𝒊 𝒔𝒊 𝒔𝒇𝒊𝒐𝒓𝒂, 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒗𝒐𝒍𝒕𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒓𝒊𝒑𝒓𝒆𝒏𝒅𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒍𝒆 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒆 𝒏𝒂𝒗𝒊𝒈𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊.
ECO
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Come nei numeri precedenti, persone presenti alla Lezione esoterica di Rudolf Steiner hanno preso appunti in modo diverso. In questo caso le tre versioni che presentiamo differiscono di poco ma si integrano tra loro, rendendo piú completa la trascrizione.
Versione A

Attraverso i nostri esercizi penetriamo gradualmente nel mondo spirituale, ma ciò non è possibile senza contemporaneamente entrare in contatto con Lucifero e Ahrimane. Nella Bibbia troviamo la storia della caduta dell’uomo nel peccato originale, attraverso il quale Lucifero e piú tardi Ahrimane hanno acquisito la loro influenza sugli esseri umani. Hanno un tale effetto sull’uomo che, quando questi sale nel mondo spirituale, ha difficoltà a sopportare il proprio Io. Alcune persone non tollerano nemmeno il segno esteriore dell’Io nel mondo fisico, cioè svengono quando vedono il sangue.
La caduta dell’uomo ci ha dato l’autocoscienza, ma con una limitazione, e ogni volta che facciamo un passo avanti nella conoscenza di noi stessi, nuove tentazioni si avvicinano a noi nella misura in cui possiamo sopportarle. Come l’uomo è limitato nel suo corpo fisico per quanto riguarda il grado di sopportazione del dolore, cosí sono limitate le forze con cui possiamo sopportare i mondi superiori.
Poiché Lucifero e Ahrimane ci hanno allontanato dal paradiso quando siamo caduti nel peccato, essi sono anche quelli che incontriamo quando vogliamo entrare nel mondo spirituale attraverso la meditazione, e che ci fanno sentire i nostri limiti.
Ahrimane è all’interno di ciò che è spirituale, nei suoni, nelle parole e in tutto ciò che può essere udito. Bisogna sempre diffidare di questi, perché c’è della falsità nel linguaggio umano, che si differenzia nelle varie lingue delle nazioni. Non del tutto, ovviamente, altrimenti chiunque aprisse bocca per parlare sarebbe destinato a mentire. Quanta verità c’è nel linguaggio, altrettanta verità può esserci nelle “voci”. Se le voci dicessero sempre la verità, allora Lucifero non avrebbe dovuto dire durante la tentazione: «Sarete come gli Dei», ma avrebbe dovuto dire: «Sto mentendo».
Lucifero dà le visioni. Dovete superarle, altrimenti non riuscirete a rompere il guscio che circonda ogni essere umano e che copre il vero mondo spirituale. Le visioni e le voci sono intorno a noi come il guscio che circonda il pulcino nell’uovo. Potreste, forse, vedere un angelo in una visione e, quando penetrerete attraverso la visione, l’angelo si trasformerà in un serpente, il segno di Lucifero, perché lui è apparso sotto forma di serpente anche durante la tentazione. O forse vedrete il colore blu nella meditazione: se lo attraversate, il blu può scomparire e diventare rosso, e allora diventa evidente che abbiamo visto le nostre passioni.
A causa della tentazione di Lucifero, l’uomo non ha ricevuto tutto ciò che hanno gli Dei; ha ricevuto una conoscenza prematura, ma non la vita. Ciò significa che tutto ciò che riconosciamo e percepiamo è permeato da Lucifero e Ahrimane. Fondamentalmente è cosí anche per il contenuto dei nostri esercizi. Se si guardano i propri esercizi, si vedrà che sono concepiti in modo tale da non fare mai appello all’egoismo umano, cosa che molte persone trovano molto spiacevole. Non meditiamo sull’“amore” o sulla “verità” perché tutto ciò non farebbe altro che promuovere l’egoismo. Ma concetti come “luce” e “calore” che si trovano nei nostri esercizi sono cose del mondo fisico che l’uomo conosce inizialmente solo attraverso i sensi fisici. Questi sono ancora tutti doni di Lucifero. Pertanto, dopo la meditazione dovremmo abbandonare il contenuto e svuotare completamente la nostra anima anche da queste impressioni; cosí facendo rinunciamo a tutto ciò che proviene da Lucifero e Ahrimane e ci prepariamo per il puro mondo spirituale. Allora il mondo dei sensi scompare per noi e si apre davanti a noi il mondo spirituale, che non ha nulla in comune con il mondo fisico.
La persona comune è come un pulcino che considera il suo guscio d’uovo come il mondo reale. Se il pulcino potesse percepire l’interno del suo guscio d’uovo, non lo vedrebbe piccolo, ma molto ingrandito, anzi, grande come noi vediamo il nostro mondo. Vedrebbe il contenuto del guscio come il mondo intero. È cosí che vediamo il nostro guscio d’uovo, cioè la nostra aura, che si estende intorno a noi come la volta azzurra del cielo. Se rompiamo il guscio, il Sole e la Luna si oscurano, le stelle cadono sulla Terra e al loro posto si dispiega il mondo spirituale.
Le persone vivono nel loro guscio d’uovo, la loro aura. Gli Elohim ci hanno dato la nostra aura che, a causa della caduta, e attraverso il peccato originale, è diventata come un guscio intorno a noi, e noi ci siamo dentro come il pulcino nell’uovo. Il cielo e le stelle sono il nostro limite e dobbiamo romperlo con la nostra forza dell’anima, proprio come il pulcino deve sfondare il guscio con le proprie forze. Allora entriamo in un nuovo mondo, proprio come il pulcino ha un nuovo mondo davanti a sé quando si trascina fuori dall’uovo. E poiché in realtà tutti gli uomini hanno attorno lo stesso guscio d’uovo, potrebbe anche nascere un’astronomia come quella che abbiamo oggi, che permette ai corpi celesti di muoversi nella volta celeste.
Il guscio dell’uovo è questo: Ex Deo nascimur. Per poterlo sfondare e portare qualcosa con noi nel mondo spirituale, dobbiamo portare con noi ciò che dal mondo esterno, cioè dal mondo spirituale, penetra nel nostro involucro, ciò che abbiamo in comune: cioè il Cristo. E per ciò diciamo: In Christo morimur e speriamo che quando avremo sfondato il guscio con l’aiuto del Cristo, saremo risorti: Per Spiritum Sanctum reviviscimus.
Versione B
Dovremmo percepire la lotta con Lucifero come la soppressione della meditazione [si tratta di spegnere il contenuto della meditazione dopo la meditazione, vedi piú sotto e la versione A]. Dobbiamo acquisire una comprensione della cosiddetta Caduta dell’uomo. Una cosa simile si sperimenta quando si diventa esoteristi. Cosa fa l’uomo quando diventa esoterista? Anticipa qualcosa che l’umanità dovrà affrontare in seguito. E ogni volta che l’uomo non vuole davvero andare avanti nel modo normale, la tentazione arriva per prima. Lucifero ci tenta quando sentiamo delle voci dentro di noi che ci parlano nella nostra lingua. Dall’altra parte non parlano questa lingua, parlano un’altra lingua: ecco perché dobbiamo dire a queste voci: «State tutti mentendo!». Ahrimane cerca di mostrarcelo attraverso le immagini.
Dobbiamo penetrare sia le voci che le immagini per arrivare alla verità. A titolo di esempio si riporta quanto segue: pensiamo al pulcino che è nell’uovo prima di uscire. Ha il guscio dell’uovo intorno a sé, questo è ciò che il pulcino sa e ciò che vede, ciò che vede dall’interno, proprio come noi, che come guscio dell’uovo intorno a noi abbiamo e vediamo il cielo e tutto, tutto ciò che l’occhio vede. Questo è tutto l’uovo visto dall’interno. Anche la nostra aura la vediamo dall’interno. Dobbiamo attraversare, rompere questo guscio d’uovo, proprio come il pulcino lo fora con il suo becco, lo butta via ed entra in un nuovo mondo, solo allora entriamo nel mondo degli esseri divino-spirituali, delle Gerarchie.
Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo abbandonare tutto nella meditazione, spegnere tutto ciò che vuol presentarsi a noi sotto forma di altri pensieri e sentimenti, a parte il contenuto della meditazione. Ma poi dobbiamo anche abbandonare questo, spegnerlo e rimanere comunque coscienti, questa è la parte significativa, questo è ciò che dobbiamo sentire.
Lucifero vive nel pensiero, anche nel pensiero della meditazione. Perciò facciamo un patto con Lucifero nel pensiero della meditazione. Ora dobbiamo lasciar cadere il pensiero nella meditazione, cioè renderci vuoti, far cadere il contenuto della meditazione, staccare il potere del pensiero dal pensare. Attraverso la volontaria soppressione con la coscienza sveglia uccidiamo consapevolmente ciò che viene da Lucifero.
È la creazione di un’attenzione focalizzata senza un oggetto. Essere attenti a un oggetto è l’inizio della meditazione, poi bisogna distogliere l’attenzione e restituire il pensare agli Dei; questa è la cosa importante. Solo allora si entra nel vero mondo spirituale.
Dopo che l’uomo ha ceduto alla tentazione di Lucifero, che gli ha detto: «Sarai come gli Dei!», allora la divinità disse: «No». E gli Dei tolsero la vita a ciò che Lucifero gli ha dato, cioè gli infliggono la morte.
Quando si entra nel mondo spirituale, si fa l’esperienza della forza che forma plasticamente la corporeità umana; ci si ritrova dietro se stessi. La forza del giudizio, del discernimento tra il bene e il male è quello che l’uomo impara a conoscere attraverso Lucifero.
Il corpo ha dei limiti su come può sopportare il dolore. Quando questo limite viene superato, si verifica lo svenimento. Anche l’anima ha dei limiti, in essa allora si verifica l’incoscienza.
Staccando il pensiero dal cervello, si sperimenta se stessi al di fuori del proprio cervello. È come avere delle correnti che circolano nel proprio cervello; è cosí che ci si sente. In seguito, ci si muove letteralmente intorno al proprio cervello. Se si continua a pensare in modo ordinario e ci si sente connessi con i processi che altrimenti lo precedono sempre, [ci si sente connessi] con ciò attraverso cui sorge il processo di pensiero, allora si conosce una sensazione che si può esprimere in questo modo: si ha letteralmente paura di arrivare al punto di avere un pensiero. Nella comunicazione di tali verità e fatti, di queste idee spirituali, che si sono sperimentate al di fuori del cervello, è necessario un certo superamento, perché ora si conosce ciò che funziona effettivamente nell’essere umano. Si vede il processo di distruzione del pensiero ordinario. Il ricercatore spirituale riesce per un po’ a non esercitare il processo di distruzione. Si mette lí accanto al suo cervello. La devozione all’universo senza attività fa parte della ricerca spirituale. Allora il ricercatore spirituale impara a fare volontariamente tutto ciò che gli uomini altrimenti fanno involontariamente nel sonno. Il ricercatore spirituale impara a sentire tutte le funzioni del corpo, la respirazione, le ghiandole eccetera eccetera, e sta di fronte all’intero essere umano esternamente, lo sente dall’esterno. A ciò arriva il ricercatore spirituale attraverso la devozione e l’approfondimento delle forze dell’anima, del pensiero e soprattutto del sentimento.

In una tale meditazione, in una simile immaginazione, bisogna essere con il cuore. Dovremmo meditare emotivamente, allora non solo saremo fuori dal nostro cervello con la nostra forza di pensiero, ma gireremo intorno all’intero essere umano. Allora sorge la consapevolezza: «Tu c’eri prima del concepimento, sei sceso in questa incarnazione!». Si guarda oltre la vita terrena. Questa è una tipica esperienza occulta: è come se un fulmine dividesse il corpo in due! L’esperienza è descritta con un’immagine: è come se il fulmine attraversasse una casa, attraversasse il vostro corpo e lo portasse via.
È un’esperienza sconvolgente! È l’esperienza di avvicinarsi alla morte! Ora sapete e vedete qual è l’essenza animico-spirituale dell’uomo!
Poi si deve anche imparare a concentrare la propria volontà in modo disinteressato sull’attività esterna e quotidiana nel campo del parlare. Proprio come attraverso il sentimento si può staccare il potere del pensiero dal cervello e dall’intera persona, cosí si può staccare la forza della parola può essere distaccata dalla parola stessa. I movimenti della parola devono essere silenziosi, non si deve permettere che si arrivi a parlare. Bisogna esercitarsi in questo senso, interiormente, spiritualmente e animicamente, ma interiormente si continua a esercitare la stessa attività di quando si parla. Bisogna portarlo a un punto tale da non permettere al suono di entrare nei nostri nervi. Ciò che altrimenti si usa per parlare deve rimanere nel gesto.
Il mantra, la meditazione non è un concetto, ma è semplicemente sperimentare il suono internamente. Ascoltiamo noi stessi, ma non lasciamo che si arrivi al punto di parlare. In questo modo conosceremo le nostre vite terrene precedenti: questa è la vera memoria. Le forze dell’anima ci permettono di guardare nella vita oltre la nascita e il concepimento; le forze della volontà ci mostrano le vite precedenti sulla Terra.
Versione C

Cos’è la Caduta dell’uomo? È successo qualcosa che ha effettivamente plasmato lo sviluppo dell’umanità in modo diverso da come avrebbe dovuto essere secondo il volere degli Dei e di Jahvè in particolare. L’uomo sarebbe dovuto diventare una creatura che avrebbe dovuto seguire gli istinti degli Dei, proprio come l’animale segue i suoi istinti. Ma ora gli veniva data la distinzione tra bene e male, la conoscenza terrena. Essa gli ha insegnato a giudicare, ma prima gli ha anche tolto la conoscenza del cielo. E l’esoterista, oltre alla conoscenza terrena, si impegna a conquistare “l’altra” conoscenza, quella del mondo spirituale. Non si sente piú a suo agio come il resto delle persone che semplicemente vivono; per lui si presentano, in effetti, doveri e responsabilità gravi, per esempio verso la verità. Sa che se in una incarnazione ha detto a qualcuno una falsità, deve fare ammenda dicendo la verità. Questo non è sempre facile, può anche essere terribilmente difficile, ma deve essere fatto, perché il karma deve essere compiuto. L’esoterista può sentire, ad esempio, che qualcosa lo soffoca in gola, quello è lo spirito della verità che vuole che la falsità venga sradicata. L’esoterista deve accettarlo come un avvertimento a dire la verità. Oppure, in un altro caso, può sentire una sensazione di formicolío nel sangue. Questi sono gli egoismi nascosti che sono presenti nell’Io; finché l’uomo li nasconde, non vuole vederli, ciò si esprime nel fatto che l’uomo non può vedere l’espressione dell’Io egoistico, il sangue. Sviene alla vista del sangue, cioè si nasconde agli egoismi che formicolano dentro.
Le forze luciferiche ed ahrimaniche agiscono ovunque, e l’esoterista le conosce molto da vicino, deve combattere con loro e non deve sottrarsi alla lotta. L’uomo ha ricevuto la conoscenza terrena attraverso il serpente, attraverso Lucifero; deve portarla avanti fino alla morte, perché la morte è una conseguenza della conoscenza terrena. L’uomo deve imparare a sentire la Terra interiormente morta [illeggibile nel testo manoscritto…], deve essere in grado di spegnere il suo pensiero e tuttavia rimanere un essere umano sveglio e consapevole. Il contenuto della sua meditazione gli è stato dato nelle parole del linguaggio umano, ma il linguaggio è opera di Lucifero (la Torre di Babele); [le parole] hanno oscurato il vero linguaggio umano, la lingua originaria. Cosí l’uomo ha dovuto ricevere un contenuto luciferico sin dentro la sua meditazione. Se ora l’uomo crede di sentire delle voci in certi stadi dello sviluppo spirituale, e se queste parlano in una lingua qualsiasi, deve già sapere da questo: quello è Lucifero, quella è una menzogna, e attraverso un’energica forza interiore deve rompere il guscio di queste menzogne per arrivare alla verità, cioè al vero mondo spirituale, che gli viene coperto da questo involucro. E quando crede di vedere immagini, lí per primo è all’opera Ahrimane.
L’essere umano è come un pulcino in un uovo, che crede che il guscio di questo uovo sia come uno specchio e legge da esso ciò che è lui stesso. Poi l’uomo deve avere di nuovo la forza interiore, se per esempio gli appare un angelo, di penetrare attraverso questa immagine con il potere interiore della conoscenza, e allora un diavolo apparirà dalla trasformazione dell’angelo. Il pulcino poteva credere che il suo guscio fosse l’universo, e anche la gente crede la stessa cosa. Sono bloccati nel loro guscio d’uovo e credono che questo involucro blu dell’uovo del mondo, in cui vedono le stelle, il Sole e la Luna, sia il mondo. Non è cosí. Fanno la stessa cosa che fa il pulcino, ma quando questo pulcino rompe il guscio con la sua forza, allora è come una persona che, con la sua forza interiore, rompa il guscio dell’uovo cosmico, che crede essere tutto il mondo. Allora vede che ciò che gli astronomi dicono del Sole, della Luna e delle stelle è velleitario, vede il mondo delle Gerarchie e il loro regnare e il loro operare, ma per lui le stelle cadono e il Sole e la Luna perdono il loro aspetto fisico. Poi esce nel mondo del Padre, che è il creatore dell’uovo del mondo che in precedenza era il suo mondo. L’uomo entra in questo mondo attraverso la morte, ma anche attraverso l’Iniziazione. Il Cristo appartiene ad entrambi i mondi, al mondo originario ma anche al mondo dell’uovo, perché ha fatto il sacrificio di entrarvi e di operarvi, affinché attraverso di lui gli uomini potessero trovare la forza interiore per rompere il guscio ed entrare nel mondo delle Gerarchie: il mondo dello Spirito Santo. In Christo morimur significa lasciar morire la conoscenza terrena affinché la conoscenza celeste possa risplendere.
Come il corpo raggiunge i limiti della sua capacità di sopportare e poi non può andare oltre e sviene per l’eccesso di dolore, cosí anche l’anima ha dei limiti nella sua capacità di sopportazione. Allora non può piú andare oltre e deve fare ciò che lo spirito di verità le chiede: tagliare il nodo.
L’anima si sente circondata dalla propria forza come da un guscio. Deve rompere questo guscio e Lucifero e Ahrimane sono proprio lí.
Versione D
La Caduta dell’uomo può essere sperimentata nuovamente sul sentiero esoterico, poiché la tentazione si frappone a ogni progresso umano.
Chi diventa esoterista deve rendersi conto che deve prendere la vita in modo diverso dall’exoterista. Fisicamente si può anestetizzare il dolore, ma mentalmente non si può piú intorpidire se stessi. Bisogna sapere che se si dice una menzogna, la si dovrà correggere in una vita successiva, che si dovrà dire la verità, ma con un senso di vergogna. Il corpo può sopportare solo una certa quantità di dolore, poi sviene e si perde il controllo del proprio Io. Anime deboli, possono anche svenire per paura o terrore. Quando un’anima immatura che ha un’inclinazione psichica entra rapidamente attraverso gli esercizi nel mondo spirituale, allora cade anche lí in uno stordimento: sono le voci che ci parlano nelle nostre lingue che Lucifero pone davanti al mondo spirituale. Bisogna quindi fare appello a una grande forza d’animo per gridare loro: «State mentendo». Allora si fermano. Ahrimane si oppone a noi nell’immaginazione. Alcune persone vedono un angelo; quando focalizzano lo sguardo su di lui, scompare nella nebbia e al suo posto si erge un diavolo. Un’apparizione ha un colore blu; se la si guarda da vicino, diventa rossa e indica che c’è ancora un desiderio dentro di noi.
L’essere umano si trova nell’aura delle sue illusioni, anche per quanto riguarda l’ambiente fisico, come un pulcino nel guscio di un uovo. Per entrare nel mondo spirituale dobbiamo superare questa barriera. Dobbiamo quindi prima imparare a capire il linguaggio del mondo spirituale, e per farlo dobbiamo riempirci di qualcosa che ci è arrivato da lí, nel nostro guscio d’uovo: dobbiamo portare quello con noi, cioè è l’Impulso-Cristo. Dietro la maya della volta celeste troviamo allora le Gerarchie. Nelle nostre meditazioni abbiamo qualcosa (una parte) che appartiene al regno di Lucifero, quindi ci colleghiamo con Lucifero. Se poi spegniamo la meditazione, spegniamo ogni pensiero, chiamiamo la nostra anima a combattere con Lucifero.
Rudolf Steiner
Conferenza tenuta a Copenaghen il 15 ottobre 1913.
O.O. N° 266/3.
Traduzione di Marco Allasia.
Da appunti dei presenti non rivisti dall’autore.
Grazie a MARINA SAGRAMORA