INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE

DALLE INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Wilhelm Friedrich von Gleichen

Wilhelm Friedrich von Gleichen (detto Russwurm) nasce a Bayreuth il 14 gennaio 1717.

Figlio maggiore di Heinrich von Gleichen and Caroline von Russworm, nel 1734, dopo aver ricevuto una rudimentale istruzione ed aver trascorso alcuni anni a Francoforte come paggio di corte presso i Principi Thurn und Taxis passa al servizio del Marchesato di Bayreuth, come stalliere.

Le sue prime pubblicazioni iniziano dopo la sua dipartita da Bayreuth, ospitate dal periodico Fränkische Sammlung aus der Naturlehre, Arzneigelahrtheit, Ökonomie und der damit verbundenen Wissenschaften, e trattano tra le altre cose di storia naturale, fisica e chimica ma risultano in gran parte piuttosto fantasiose, tanto da procurargli qualche fastidio e controversia. Le pubblicazioni successive saranno  meno stravaganti anche se nel 1782 darà alle stampe un estroso trattato sulle origini e la struttura della Terra che risulta oggi interessante solamente per un vago abbozzo della teoria evolutiva.

Nel 1753 sposa Antoniette Heidloff da cui avrà sette figli, solo due dei quali sopravvivranno fino all’età adulta.

Dal 1756 si dedica prevalentemente all’amministrazione del patrimonio famigliare lasciatogli in eredità dalla madre nel 1748.

Nell’estate del 1760 conosce Martin Ledermüller, che aveva già avviato la pubblicazione del suo Mikroskopische Gemüths- und Augenergötzungen (1759–1762), lavoro che porterà Gleichen-Russwurm a concentrarsi sul microscopio. Ledermüller si reca a Schloss Greifenstein nel 1762, e Gleichen-Russwurm continua a beneficiare dei suoi consigli fino al 1764, anno di stampa di Geschichte der gemeinen Stubenfliege  pubblicato da Russwurm e ritenuto dal Ledermüller eccessivamente critico nei suoi confronti.

Da un certo momento in avanti i suoi studi si concentrarono in maniera particolare sui processi di fertilizzazione di piante e animali. Nel 1763 esce il primo fascicolo di un lavoro intitolato Das neueste aus dem Reiche der Pflanzen , che include cinquantuno tavole colorate, ad illustrare numerosi dettagli di strutture floreali e varietà di pollini, oltre a sei tavole dedicate al microscopio e a  varie modifiche ed accessori  progettati dal Russwurm stesso. Il suo trattato sul polline della Asclepias syriaca L. incluso in Auserlesene mikroskopische Entdeckungen (1777–1781) include quella che con tutta probabilità è stata la prima osservazione di un tubo pollinico , sebbene l’autore non fosse a conoscenza della sua importanza.

Nel 1778 giunge il suo più importante contributo alla scienza, quando in Abhandlung über die Saamen-und Infusionsthierchen descrive la tecnica per la colorazione delle cellule fagocitarie  che aveva sviluppato a seguito di studi su vecchi saggi sull’utilizzo di tinture come agenti coloranti per piante e tessuti animali. Per poter studiare i processi di nutrizione di una colonia di ciliati  aveva utilizzato una miscela di acqua e carmine osservando il successivo colorarsi dei vacuoli digestivi ,  descritta successivamente con illustrazioni. Questa tecnica rimase generalmente sconosciuta fino a quando non se ne ebbe una descrizione da parte di alcuni biologi del IXX secolo Christian Gottfried Ehrenberg, Theodor Hartig, and Joseph von Gerlach.

Muore a Bayreuth il 16 giugno 1783.

 

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Johann Heinrich Merck

Il piacere di discutere e interpretare..con Merck fu di breve durata, giacché l’accorta landgravia dello Hessen-Darmstad lo volle con sé nel suo seguito nel viaggio a Pietroburgo. Le compiute lettere che mi scrisse, mi aprivano una più ampia prospettiva sul mondo, che mi era tanto più agevole comprendere dal momento che quei quadri erano tracciati da una mano familiare ed amica. Rimasi comunque piuttosto a lungo in solitudine e privato proprio in quell’importante momento della sua assistenza chiarificatrice, di cui avevo pure tanto bisogno

Goethe, Dichtung und Wahrheit, Libro XIII 

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Autore e critico tedesco, Johann Heinrich Merck nacque (già orfano di padre) a Darmstadt l’ 11 aprile 1741.

Dopo gli studi giuridici e un precettorato in svizzera ottenne un impiego presso la Cancelleria di Darmstadt prima e presso il ministero della guerra in un secondo momento.

Importante fu l’influenza  esercitata sull’intero movimento letterario tedesco. Nonostante la formazione razionalista non rimase insensibile all’esperienza dello Sturm und Drang , tanto che diversi giovani esponenti lo ebbero in grande considerazione quale figura di riferimento.

Si era in un momento storico nel quale la produzione e la fruizione culturale, molto vivaci in quel di Darmstadt, non erano più esclusivo appannaggio degli ambienti di corte. Anche le case private delle persone non direttamente ascrivibili a circoli nobiliari erano dunque luoghi in cui si faceva cultura,  a volte  capaci anche di influenzare la vita culturale dell’ambiente di corte stesso.

La dimora di Merck era uno di questi luoghi, e divenne un importante centro di intensa vita intellettuale, specie nel periodo che seguì la sua scelta di dedicarsi con particolare cura all’attività di critica letteraria. Ciò avvenne anche grazie alla sua conoscenza diretta di tutte le principali personalità dell’epoca (Herland, Wieland, Jacobi, Gleim e La Roche tanto per citarne alcune), con le quali intratteneva fitti rapporti via a vis piuttosto che epistolari. Fu, tra le altre cose,  cofondatore delle  Frankfurter gelehrte Anzeige, nonché principale contributore della Allgemeine Bibliothek di Nicolai. E proprio le Frankfurter gelehrte Anzeige ospitarono alcuni fra i primi lavori di Goethe; nella fattispecie otto recensioni.

La conoscenza con Goethe ebbe luogo nel 1771 presso Francoforte. Poco tempo dopo il primo fu introdotto da Merck, con il nome di “Viandante”,  nel circolo Darmstadter Kreis. Per Goethe si trattò dell’amico giusto al momento giusto, ed importante fu l’influenza di Merck sul giovane (tra i due correvano otto anni di differenza) sia in termini di stimolo creativo che di orientamento e critica, sempre caratterizzati da precisione, lucidità e da uno spirito capace di apprezzarne il genio e sostenerlo senza invidia o tornaconti personali. Ma c’era anche un altro aspetto ad intrigare Goethe. Tanto nella produzione culturale quanto nella sua vita, Merck mostrava spesso un alternanza fra aspetti positivi e produttivi e aspetti distruttivi, tanto da indurre Goethe ad utilizzare diverse volte l’appellativo di “Mefistofele Merck”. Volker Ebersbach ebbe a scrivere in proposito: “La personalità di Mefistofele che Goethe studiò e che ritrasse nell’antagonista di Faust deriva dalla profonda capacità di penetrazione di Merck nelle proprie sofferenze ed in quelle altrui”.

Nel 1773 Merck intraprese il viaggio a San Pietroburgo al seguito della Landgravia Carolina di Hesse-Darmstadt a cui fanno riferimento le righe Goethiane in apertura, di ritorno dal quale fu ospite del Duca Carlo Augusto di Weimar al castello di Wartburg.

Nel 1788, a seguito dell’esito negativo di alcuni investimenti,  finì in bancarotta, e Goethe fu tra coloro che cercarono di dargli supporto, ma lo stato di prostrazione psicofisica andò via via peggiorando (complice la morte di cinque dei suoi figli) fino al suicidio che avvenne il 27 giugno 1791.

Oltre alla produzione critica  ne esiste anche una  letteraria, costituita principalmente da brevi saggi su arte (pittura soprattutto) e letteratura (poemi e racconti), sebbene la corrispondenza rimanga l’aspetto forse più interessante, potendosi da essa evincere molti aspetti e risvolti della scena letteraria del suo tempo.

MERCK

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“E’ impossibile spiegare quanto questo circolo mi abbia ravvivato e sostenuto. Le persone erano liete di ascoltare la lettura dei miei lavori terminati o in via di componimento. Venivo incoraggiato quando aperatmente e laboriosamente riferivo ciò su cui stavo lavorando. E venivo rimproverato quando, ad ogni nuova distrazione, trascuravo scritti precedenti ed incompiuti”

Goethe in merito al circolo Darmstadter Kreis , Dichtung und Wahrheit, Libro I

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Friedrich Heinrich Jacobi

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Nato a Düsseldorf  il 25 gennaio 1743, secondogenito di un ricco commerciante di zucchero (il fratello maggiore era il poeta Johann Georg Jacobi), Friedrich Heinrich Jacobi, a dispetto della posizione marginale riservatagli solitamente nei manuali,   è stato un importante filosofo polemista e letterato dalla vivace vita sociale che lo portò a rapportarsi direttamente con diversi personaggi eminenti del mondo culturale a lui contemporaneo quali Herder, Lessing, Hamann e lo stesso Goethe tra gli altri; aspetto biografico, questo, riflettentesi nel fatto che i suoi lavori filosofico/letterari (tutti volti a riconciliare l’individualismo illuminista con gli obblighi sociali individuali) sono risultati occasionali e brevi, spesso aventi forma epistolare sebbene non scevri di accuratezza e precisione tali da permettergli di spogliare gli oggetti della sua indagine da tutte le sovrastrutture esterne afferrandone  l’intima essenza (talento, quest’ultimo, pubblicamente riconosciutogli anche da Fichte).

Famoso per aver coniato il termine “nichilismo” indicandolo come uno dei principali portati negativi dell’Illuminismo (in particolar modo quello propugnato dai sistemi filosofici di Spinoza, Kant, Fichte e Schelling) era un sostenitore della fede (intesa tanto come certezza del mondo sensibile, quanto come certezza riguardo all’ambito divino o dell’incondizionato) nei confronti della ragione, ed era anche noto all’interno dei vari circoli letterari dell’epoca per le sue posizioni critiche nei confronti dello Sturm und Drang e di quell’individualismo atomizzato che lo caratterizzava, nonché del tardo illuminismo tedesco, dell’idealismo trascendentale Kantiano (in primis nella rielaborazione fattane dal primo Fichte) e dell’Idealismo Romantico di Shelling.

Inizialmente la sua istruzione fu improntata sul commercio e previde un periodo di apprendistato tenutosi a Francoforte nel 1759. Successivamente fu inviato a Ginevra per ricevere un’istruzione di carattere più generale e qui cominciò a frequentare gli ambienti scientifici e letterari (nell’ambito dei quali spiccava la personalità di Le Sage), avendo modo di approfondire lo studio dei lavori di Charles Bonnet nonché delle opere politiche di Rousseau e di Voltaire.

Nel 1763 fece ritorno a  Düsseldorf; l’anno successivo si sposò con Elisbeth von Clermont e prese le redini dell’azienda paterna, che lasciò però poco tempo dopo.

Nel 1770 divenne membro del Consiglio del Granducato di Jülich e Berg, ruolo nel quale ebbe modo di distinguersi per la sua abilità nelle questioni finanziarie nonché per lo zelo riguardo alle riforme sociali. Nel frattempo mantenne l’interesse per le materie filosofiche e letterarie grazie anche ad una fitta rete di corrispondenti, mentre la sua residenza di Pempelfort, nei pressi di Düsseldorf venne a costituirsi come un importante polo attorno a cui viveva un attivo circolo letterario.

In connubio con Christoph Martin Wieland partecipò alla fondazione di un nuovo giornale letterario (Der Teutsche Merkur) che ospitò anche la pubblicazione di alcuni dei suoi primi scritti , riguardanti più che altro argomenti pratici ed economici. Sulla stessa pubblicazione apparirà pure in parte il primo dei suoi lavori filosofici: Epistolario di Allwill  (1775).

Nel 1779 venne pubblicato Woldemar, altro romanzo filosofico, dalla struttura molto imperfetta sebbene ricca di idee geniali ed in grado di fornire l’immagine più completa dell’approccio di Jacobi alla filosofia. Nello stesso anno si recò a Monaco a seguito dell’incarico ricevuto come ministro e consigliere presso il dipartimento delle dogane e del commercio della Bavaria. In tale veste esercitò azione oppositiva nei confronti delle politiche mercantilistiche bavaresi e si impegnò per liberalizzare dogane e dazi a livello locale; tale impegno durò per poco tempo a causa delle differenze di vedute tanto con i colleghi quanto con le autorità bavaresi, a cui si accompagnava la non disposizione ad essere coinvolto in lotte di tipo politico.

Tornato a Pempelfort pubblicò, sulla scorta di quest’ultima esperienza, due saggi nei quali difendeva le teorie politico-economiche di Adam Smith.

Una conversazione che ebbe con Gotthold Lessing nel 1780, nella quale quest’ultimo asseriva di non conoscere alcuna filosofia nel vero senso della parola a parte lo “Spinozismo”, lo portò ad uno studio approfondito delle opere di Spinoza. Pochi mesi dopo la morte di Lessing, Jacobi intraprese un fitto rapporto epistolare “spinoziano” con Moses Mendelssohn (legato a Lessing da profonda amicizia). Tutta questa corrispondenza verrà pubblicata nel 1785, con commenti del Jacobi stesso, in una raccolta dal titolo Lettere sulla dottrina di Spinoza a Mosè Mendelssohn  (seguirà poi nel 1789 una seconda edizione riveduta ed ampliata). In esse prende forma maggiormente definita la forte avversione di Jacobi nei confronti della riduzione della filosofia a sistema dogmatico, la qual cosa gli valse una certa ostilità da parte dell’Aufklärer e anche da parte di quanti lo accusavano di voler reintrodurre nella filosofia il desueto ed ambiguo elemento della “fede al di la della ragione”, additandolo come nemico della ragione, gesuita mascherato e pietista.

La prima edizione delle Lettere si apriva con un poema di Goethe che non apparve invece in quella del 1789. Su tale poema Jacobi lavorò in manierà tale  che alcune frasi chiave fossero stampate in rilievo in maniera  da rendere  nell’insieme una serie di “immagini” che presentassero lo stretto rapporto fra gli uomini e le divinità pagane, rivelatrici  dele qualità umane più nobili ed essenziali. Trovò invece posto in entrambe le edizioni il testo Goethiano del Prometheus, che fu poi l’argomento che diede inizio alla corrispondenza con Lessing, e la cui paternità venne attribuita da molti  allo stesso Jacobi essendo il testo ancora inedito all’epoca ed incluso nella raccolta senza citarne l’autore.

La rivelazione delle posizioni “spinoziane” del Lessing diede vita anche ad una polemica sul panteismo (Pantheismusstreit) tra diverse figure culturali di primo piano dell’epoca (che vide coinvolti oltre a Mendelssohn anche Goethe, Kant e Herder). Se uno dei propositi di Jacobi era quello di evidenziare la pericolosità di quel panteismo spinoziano che mondanizzando la divinità finiva per identificare il condizionato con l’incondizionato sfociando di fatto nell’ateismo, si può affermare che i risultati disattesero le aspettative. Vi fu infatti un rinnovato interesse generale verso Spinoza che contribuì tra le altre cose al rinvigorimento delle disposizioni panteiste che già erano presenti nel post-illuminismo, mentre i partecipanti alla Pantheismusstreit si espressero per lo più in maniera favorevole nei riguardi della filosofia di Spinoza (che Goethe ebbe ad indicare come filosofo “theissimus et christianissimus”)

In  David Hume sulla fede. Realismo e idealismo, un dialogo, opera pubblicata nel 1787 (ed inizialmente concepita come raccolta di tre separati dialoghi) venne evidenziato come il termine “fede” fosse stato utilizzato dagli scrittori più importanti alla stessa maniera in cui egli aveva fatto nelle Lettere sulla dottrina di Spinoza, oltre al fatto che la natura della cognizione dei fatti in quanto opposta alle costruzioni deduttive non potesse essere espressa ed indicata in altro modo. In questo scritto, ed in particolare nell’appendice, Jacobi venne a contatto con il criticismo e sottopose l’approccio kantiano alla conoscenza ad un attento studio.

Nel 1787 jacobi si occupò, nel suo libro Sulla Fede, del concetto Kantiano del “noumeno”, concordando sul fatto che esso non potesse essere oggettivamente conosciuto in maniera diretta. Però Jacobi sosteneva che da ciò conseguisse il fatto che esso andasse preso tramite atto di fede. Un soggetto deve dunque credere che vi sia un oggetto reale nel mondo esterno che sia connesso con la rappresentazione o idea mentale che è conosciuta direttamente. Tale fede o credenza è il risultato di una rivelazione o di conoscenza immediata sebbene logicamente non provata come reale. La reale esistenza della “cosa in sé” è rivelata o dischiusa al soggetto osservante. In tale maniera il soggetto conosce in maniera immediata la rappresentazione soggettiva e ideale che appare a livello mentale, e crede fortemente all’oggettiva esistenza della “cosa in sé” anche fuori dal mentale. Presentando il mondo esterno come oggetto di fede, Jacobi leggittimava il credere ed i relativi annessi e connessi teologici. L’esperienza umana trovava così un’apertura verso il “soprasensibile” (o comunque verso il non-sensibile), possibile non solamente all’intuizione intellettuale del filosofo ma ad ogni individuo in quanto tale, essendo esperienza metafisica basica presente in essenza in tutto ciò che l’uomo vive e conosce.

Il 1794, anno in cui le conseguenze della rivoluzione francese si fecerò sentire anche in Germania (che proprio contro la Francia era entrata in guerra),  portò la fine dell’esperienza di Pempelfort. L’occupazione di Düsseldorf da parte delle truppe francesi costrinse Jacobi a trasferirsi ad Holstein dove visse per un decennio. Nello stesso periodo il clamore suscitato dalle accuse di ateismo indirizzate contro  Gottlieb Fichte a Jena portarono alla pubblicazione da parte di Jacobi delle Lettere a Fichte, ove veniva resa in maniera più definita la relazione tra i suoi principi filosofici e la teologia.

Nel 1804, dopo essere rientrato in germania, Jacobi ricevette (e accettò anche per motivi economici, avendo perso una considerevole parte del suo patrimonio) una chiamata presso la nuova accademia delle scienze fondata a Monaco, della quale assunse la presidenza nel 1807.  

Nel 1811 apparve il suo ultimo lavoro filosofico, Von den göttlichen Dingen und ihrer Offenbarung, molto critico nei confronti di Friedrich Schelling, il quale rispose alle critiche stesse senza avere peraltro riscontro alcuno dal Jacobi.

Nel 1812 Jacobi si dimise dalla presidenza dell’accademia  e si dedicò alle edizioni delle sue opere; lavoro che non riuscì a terminare prima della sua morte e che verrà portato a compimento nel 1825 dall’amico F. Koppen.

In definitiva si può dire che la filosofia di jacobi è essenzialmente asistematica e tenda ad emergere gradualmente per contrasto allorché si trova a confrontarsi con quelle dottrine che paiono da essa molto distanti.

Il filo rosso che in qualche maniera sottende il tutto è la completa separazione tra comprensione e apprendimento di un fatto reale. Per Jacobi la comprensione, o la facoltà logica, è puramente formale ed elaborativa, ed i suoi risultati non trascendono mai la materia che le viene sottoposta. Partendo dall’immediata esperienza o percezione, il pensiero procede per comparazioni ed astrazioni, stabilendo delle connessioni tra i fatti, ma non uscendo dalla sua natura mediata e finita. Il principio della ragione e ciò che ne consegue, la necessità di pensare ogni dato/fatto percettivo in maniera condizionata, implicano che la comprensione avvenga a mezzo di una serie infinita di proposizioni, e di una serie di comparazioni e astrazioni. La regione della comprensione si limita così a quella del condizionato, in maniera tale che il mondo non può presentarsi ad essa se non come un meccanismo.

Se, dunque, esiste una verità oggettiva allora l’esistenza di fatti reali deve esserci portata a conoscenza in maniera diversa che non tramite la facoltà logica del pensiero e, dato che il regresso dalle conclusioni alle premesse deve dipendere da qualcosa di non radicato nel terreno della logica, il pensiero mediato implica la coscienza di un pensiero immediato.

La filosofia dunque deve rinunciare all’idea senza speranza di una spiegazione sistematica delle cose, accontentandosi piuttosto di occuparsi dei fatti relativi alla consapevolezza. E’ un mero pregiudizio dei pensatori filosofici, un pregiudizio che discende da Aristotele, che la conoscenza mediata o manifesta sia superiore in attinenza e valore alla immediata percezione delle verità o dei fatti.

Asserendo la dottrina di Jacobi che il pensiero è limitato e parziale, applicabile solo alla connessione dei fatti, ma incapace di spiegare la loro esistenza, è evidente che per lui ogni sistema dimostrativo metafisico che intendesse sottomettere tutta l’esistenza ai principi radicati sul terreno della logica risulti inaccettabile. Ora, nella filosofia moderna il primo e piu grande sistema dimostrativo di metafisica è quello di Spinoza, ed è nella natura delle cose che il primo bersaglio del criticismo di jacobi sia stato proprio il sistema Spinoziano, visto come ateo, germe di una confusa riproposizione da parte della filosofia Kabbalistica, punto di arrivo (per il pensatore attento) della filosofia di Leibniz e Wolff e nichilista (come ogni altro metodo dimostrativo), laddove invece il fulcro di tutta la conoscenza ed attività umana è nel sentimento dell’incondizionato, ossia nella fede.  

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – K.L. von Knebel

 

Karl Ludwig von Knebel (30/11/1744 Castello di Wallerstein – 23/02/1834 Jena)

 

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Poeta di talento, traduttore nonché figura di spicco nella cerchia dei neoclassicisti di Weimar era un grande amico di Goethe con il quale intrattenne una fitta corrispondenza tra il 1774 ed il 1832 (sicuramente pubblicata in uno o due volumi da editori tedeschi, in Italia non so), alcuni estratti della quale li troviamo citati anche nelle “Introduzioni agli scritti scientifici”.

Congedatosi dall’esercito Prussiano dopo 10 anni di servizio, divenne tutore del principe Costantino di Weimar. Fu proprio durante un viaggio a Parigi intrapreso con il principe e il di lui fratello ed erede al trono Carlo Augusto, che fece tappa a Francoforte per andare a conoscere Goethe che ebbe in questa occasione il suo primo contatto diretto con la corte di Weimar presso la quale ricoprirà nel corso del tempo diversi e prestigiosi incarichi.

Nella Germania di fine ‘700 le traduzioni dei classici greci e latini conobbero una popolarità senza precedenti, tanto che nel giornalismo letterario dell’epoca si può trovare più di un riferimento alla necessità di traduzioni qualitativamente adeguate, per cui non solo filologi e traduttori professionisti ma anche molti professori, letterati e poeti vi si cimentarono. Quest’ultimo elemento assume particolare importanza, innanzitutto perché ebbe come conseguenza un’alto livello qualitativo delle traduzioni, che rimangono tra le migliori espressioni del classicismo tedesco, ed in secondo luogo per il forte impatto positivo sulle produzioni poetiche e letterarie tedesche medesime, giacchè il tipo di classicismo che si venne a sviluppare difficilmente avrebbe potuto giovarsi del solo studio (per quanto approfondito) dei classici nella lingua in cui furono scritti.

Forte fu l’influenza che i lavori di Knebel su Pindaro, Properzio e Lucrezio ebbero su Goethe (che assieme allo Shiller aiutò Knebel nel lavoro di resa in versi delle traduzioni), il quale approfondì lo studio e ne trasse ispirazione per le sue Elegie Romane. Le traduzioni di Lucrezio (annoverabili tra le migliori in assoluto di tutte le numerose traduzioni tedesche del De Rerum Natura) risultarono oltremodo preziose per il progetto goethiano di una resa epica in versi della storia naturale, ed in particolare per l’opera riguardante la “Metamorfosi degli animali”.

Knebel prese anche parte alla prima rappresentazione dell’Ifigenia in Tauride di Goethe che andò in scena nel teatro privato di Carlo Augusto.

Autore di diversi sonetti, Knebel accorpò le sue composizioni in due raccolte: “Collezione di Poemi brevi” (pubb. 1815) e “Couplets” (pubb. 1827).

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE

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Durante la lettura e lo studio del testo mi è spesso capitato di dover tralasciare momentaneamente personaggi o argomenti citati riguardo a cui conoscevo poco o nulla. Sebbene tale conoscenza possa essere in qualche modo considerata accessoria e non indispensabile rispetto all’essenza dell’opera in questione ho ritenuto utile quantomeno acquisire informazioni anche solo a livello basico a riguardo. Condividerò ogni tanto qui su Eco, casomai possa tornare utile anche ad altri (fatta salva la possibilità da parte di chiunque abbia modo e/o voglia di integrare, aggiungere o quant’altro).

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Karl Julius Schröer (Presburg, 11 gennaio 1825 ; Vienna 16 dicembre 1900).

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Filologo, linguista e letterato, viene indicato nella prefazione (tratta dal cap. VI de « La mia vita ») come colui che consigliò all’editore Joseph Kürschner l’allora ventiduenne Rudolf Steiner come curatore dell’edizione delle opere scientifiche di Goethe per la Collezione della « Letteratura nazionale tedesca ».

Nel saggio “Enigma dell’uomo” il Dottore (che fu prima suo studente all’università di Vienna dove lo Schröer insegnava storia della letteratura tedesca) lo indica come personalità nella quale è possibile scorgere il nobile manifestarsi dello spirito di “austricità” nel corso della seconda metà del XIX secolo.

Commentatore e fine conoscitore delle opere di Goethe, volgerà in particolar modo il suo interesse allo studio del Faust di cui pubblicherà una edizione commentata in due volumi. Nel 1878 fu tra i cofondatori dell’ “Associazione Goethiana di Vienna”, mentre nell’ambito della Collezione della « Letteratura nazionale tedesca » si occupò dei drammi, oltre a scrivere una prefazione al primo dei volumi pubblicati da Rudolf Steiner nella quale « esponeva la posizione di Goethe, quale poeta e pensatore, nella vita spirituale moderna » facendo notare « che la concezione del mondo, elaborata dall’epoca successiva a Goethe, era una caduta dall’altezza spirituale a cui Goethe era assurto ».

Nel corso dei suoi studi sul folklore dei territori tedeschi e ungarici si occupò dei Jeux populaires de Noël d’Oberufer (isola sul Danubio sulla quale tali Jeux venivano messi in scena) raccogliendo vari testi ed arricchendoli con le sue note comparative per un opera che nel 1857-58 sarebbe uscita con il titolo Les Jeux de Noël allemands en Hongrie. A tale riguardo è interessante notare come Rudolf Steiner ponga in evidenza (sempre ne l’ « Enigma dell’uomo ») il fatto che i vari e prestigiosi incarichi che caratterizzarono la vita professionale ed accademica dello Schröer costituirono una sorta di « guscio esterno » a copertura di una sua più profonda e significativa attività inerente alla vita spirituale austriaca, principiante proprio da studi approfonditi riguardo agli enigmi, all’anima ed alle espressioni linguistiche della vita popolare Germanico-Austriaca e volta a cogliere in maniera vivente quelle forze che sul palcoscenico dell’interiorità e dell’anima dell’uomo lottano per venire alla luce (in particolare riguardo a Les Jeux è da evidenziare il fatto che essi sono in stretta correlazione con le modalità con le quali la nascita di Cristo, assieme a tutto ciò che ad essa è connesso, vive e si imprime in immagini raggiungendo in profondità cuore ed interiorità delle persone).

Importante risulta anche essere l’esempio di Schröer per quanto riguarda la pedagogia. La profonda attitudine e conoscenza nei confronti dell’essenza dell’essere e dell’anima umana trova applicazione e accrescimento in campo pedagogico in occasione di varie esperienze che il Professore compie come direttore scolastico, sfociando tra le altre cose nella piccola pubblicazione « Questioni relative all’insegnamento » che Steiner considera annoverabile fra le « perle della letteratura pedagogica ».

Verso la fine della sua esperienza terrena Schröer si spese per la creazione a Vienna di un memoriale in omaggio a Goethe che verrà inaugurato il giorno prima della sua morte.

Schröer, l’austriaco, non intende vedere il mondo dei pensieri grigio su grigio. Le idee dovrebbero risplendere di una colorazione tale da rinfrescare e ringiovanire continuamente le profondità del nostro cuore. E quanto di più importante ci sarebbe stato a tale riguardo per Schröer…era il pensiero concernente il sofferto anelito verso la Luce, che alberga nelle profondità del cuore umano, ricercante nel mondo delle idee il sole di quel regno nel quale il nostro intelletto volto al solo mondo dei sensi e della finitezza dovrebbe sentire l’estinguersi della sua luce.
(R. Steiner)

LA CORONA DI GOETHE

Da Goethe e l’amore, “Ricordi di Weimar”, Filadelfia Editore, Milano 2007, pp. 113-114. Tratto da “L’Archetipo” – Ottobre 2008 –www.larchetipo.com/2008/ott08/

…Già nella carrozza postale mi rallegrai per un’immagine graziosa che potei ricavare dal racconto di una signora, compagna di viaggio, che parlava in modo alquanto caloroso di Goethe. Ancora scolaretta ebbe una volta la fortuna di partecipare ad una festa preparata per onorare la granduchessa.
Alla schiera delle giovinette furono distribuite strofe di poesie che esse dovevano imparare e poi leggere ad alta voce. La mia compagna di viaggio aveva dimenticato i dettagli di quella festa, ma un momento solo ella ricordava vivamente. Dovevano esserci delle prove, e le giovinette si radunarono in una sala.

Faceva freddo e si avvolsero nei mantelli. Ad un tratto entrò Goethe, che la narratrice vedeva per la prima volta. Egli apparve avvolto in un mantello con un bavero rosso foderato, che aveva qualcosa di militaresco …«Si mostrò però cosí affabile con noi piccoli, ed era cosí bello e regale, che noi bambine ci distraemmo completamente guardando solo lui. Egli si sedette di fronte a noi per ascoltare le prove, e noi non distoglievamo gli occhi da lui!». Piú tardi fu chiesto alla narratrice se avesse visto Goethe, ed ella rispose di sí e disse che «egli portava una corona!».
La si derise, ma ella chiamò un’amica come testimone, ed anch’essa si ricordò «che certo, egli portava una corona!». Piú le giovinette riflettevano e piú si convincevano «che certo, egli portava una corona!», e questo nonostante gli altri incominciassero ad irritarsi per questa grave non verità sostenuta cosí fortemente. I bambini però sapevano bene cosa avevano visto.
Avevo una lettera per Eckermann, che gli feci recapitare con la preghiera di ricevermi per un’ora e la richiesta di quando sarebbe potuta avvenire la mia visita. Nel frattempo mi recai in una specie di caffè; ciò che mi colpí fu che, nonostante fosse arredato in modo piccolo borghese, tutti i muri intorno erano decorati con quadri ben dipinti. Erano quadri di valore, e non riuscivo a spiegarmi come potessero trovarsi lí. Chiesi al padrone.
Egli sospirò, non sapendo se degnarmi o no di una risposta. Finalmente disse: «I quadri sono di mio figlio». – «Allora vostro figlio deve essere un artista importante». – «Avete già sentito parlare del pittore Martersteig di Parigi?». – «Certo, naturalmente!». – «Ecco, è lui mio figlio!». Ed ora il vecchio si sedette accanto a me e disse con tono confidenziale:
«Eh, vedete, se avessimo qui ancora Goethe, quella era vita! Senza di lui mio figlio non sarebbe divenuto pittore. Egli era un uomo che vedeva attraverso gli uomini!». Questo è all’incirca quanto ricordo di ciò che mi comunicò il rispettabile signore. E cosí, appena arrivato, avevo già appreso una seconda storia di mio gradimento, e mi rallegravo di poter trovare ovunque tracce della personalità di Goethe. Ciò che specialmente amavo qui e anche piú tardi, era la percezione di come cosí tante persone si ricordassero della calorosa benevolenza e vera bontà d’animo che emanava dall’essere di Goethe.
Karl Julius Schöer

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI
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