L’ARCHETIPO-GIUGNO 2025
Anno XXX n. 6
Giugno 2025


In questo numero:
Anno XXX n. 6
Giugno 2025



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Il mondo delle idee è la fonte originaria e il principio di tutto l’essere. In esso ci sono un’armonia infinita e una beata quiete.
L’essere non illuminato dalla luce di questo mondo sarebbe morto, inesistente, non prenderebbe parte alla vita dell’universo. Solo ciò che deriva la propria esistenza dall’idea ha significato nell’albero della creazione dell’universo.
L’idea è lo spirito chiaro in sé, equilibrato e che basta a se stesso. Il singolo deve avere dentro di sé lo spirito, altrimenti cade, come una foglia secca dal proprio albero, e la sua esistenza è stata inutile.
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Ma l’uomo si sente e si riconosce come singolo quando si desta alla sua piena coscienza.
..Ma così facendo ha istillato la nostalgia dell’idea. Questa nostalgia lo spinge a superare la particolarità e a far rivivere dentro di sé lo spirito, ad uniformarsi allo spirito.
..L’uomo deve sbarazzarsi, liberarsi di tutto ciò che è egoistico, di tutto ciò che fa di lui questo particolare essere singolo, poiché è questo ad oscurare la luce dello spirito. Questo individuo egoista vuole solo ciò che deriva dalla sensualità, dall’istinto, dalla concupiscenza, dalla passione.
..Per questo l’uomo deve far morire in sé questa volontà egoistica e invece di volere ciò che vuole in quanto singolo individuo, deve volere ciò che lo spirito, l’idea, vuole dentro di lui.
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«Lascia andare l’individualità e segui la voce dell’idea dentro di te, poiché essa sola è il divino.»
.Rispetto all’universo, ciò che il singolo vuole non è che un punto inutile, destinato a svanire nel flusso del tempo; ciò che si vuole “nello spirito” è al centro, poiché in noi si riaccende la luce centrale dell’universo; una simile azione non è soggetta al tempo.
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Quando si agisce da singoli ci si esclude dalla catena chiusa del creare universale, ci si separa da essa. Quando si agisce “nello spirito”, si vive nell’operare universale.
..Il fondamento della vita superiore è l’uccisione dell’egoismo, poiché chi uccide l’egoismo vive di un modo di essere eterno.
.Siamo immortali nella misura in cui facciamo morire l’egoismo dentro di noi. L’egoità è la nostra parte mortale.
–Questo è il vero significato del detto: «Chi non muore prima di morire va in rovina quando muore.» Vuol dire che chi non mette a tacere dentro di sé l’egoismo quando è in vita, non potrà aver parte alla vita universale, che è immortale, non è mai esistito, non ha mai avuto una vera esistenza.
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Ci sono quattro sfere di attività umana in cui l’uomo si dedica completamente allo spirito, uccidendo tutta la sua vita individuale: la conoscenza, l’arte, la religione e l’amorevole dedizione ad una persona in spirito.
.Chi non vive almeno in una di queste quattro sfere non vive affatto:
. – la conoscenza è la dedizione all’universo nei pensieri,
. – l ’arte nella contemplazione,
. – la religione nell’animo,
. – l ’amore con tutte le forze spirituali a qualcosa che ci appare come una pregevole ..essenza dell’universo.
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La conoscenza è la forma più spirituale della dedizione disinteressata, l’amore è la più bella.
…L’amore infatti è una vera luce celeste nella vita quotidiana. L’amore devoto, veramente spirituale, nobilita il nostro essere fin nella sua più intima fibra, elevando tutto ciò che vive in noi. Questo puro amore riverente trasforma tutta la vita animica in un’altra affine allo spirito universale.
…Amare in questo senso supremo, significa portare il soffio della vita divina laddove perlopiù si trovano solo l’egoismo più esecrabile e la passione più irriverente. Bisogna prima capire qualcosa della sacralità dell’amore per poter parlare di devozione.
…Se l’uomo si è tolto dall’individualità passando attraverso una delle quattro sfere ed è entrato nell vita divina dell’idea, allora ha raggiunto quello a cui ha sempre anelato: l’unione con lo spirito; e questo è il suo vero destino.
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..Ma chi vive nello spirito vive da libero, poiché si è liberato di tutto ciò che è subordinato. Non c’è nulla che lo assoggetti se non ciò a cui si sottomette volentieri poiché l’ha riconosciuto come il bene supremo.
«Fa’ che la verità diventi vita; perdi te stesso per ritrovarti nello spirito universale.»
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Ich Glaube, 1888, Das Goetheanum n 52 del 24 dic. 1944, traduzione di M. Fiorillo,
Credo. Poesie cosmiche. Tempi e feste dell’anno, in Opera Omnia, vol. XL, Editrice Antroposofica
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Massimo Scaligero
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da una lettera dell’agosto 1970 a un discepolo
grazie a L’Archetipo
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Anzitutto è necessario intendersi bene sui termini. O meglio su come certi termini si usano nella Scienza dello Spirito. Secondo la “teoria della conoscenza”, che sta alla base della Scienza dello Spirito, viene fatta una notevole differenza tra coscienza e autocoscienza, e, francamente, non è sempre agevole spiegare in poche parole semplici in cosa consista una tale differenza.
L’uomo comune, nell’ordinaria vita di veglia ha coscienza, ma raramente possiede anche autentica autocoscienza. E questo per l’immediatezza con la quale egli si identifica con la serie di esperienze sensorie, emotive, e istintive, dalle quali difficilmente distingue la propria attività pensante. Questa attività pensante è spesso un mero riflesso sia della sua esperienza sensoria, sia delle emergenze emotive e istintive, le quali emergono da zone ripettivamente sognanti e dormienti della sua poco consapevole anima.
Egli comincia ad avere “autocoscienza”, allorché con una energica azione volitiva nel pensare, si distacca sia dalla passiva esperienza sensoria, che da quella, altrettanto passiva, esperienza emotivo-istintiva. Diviene autocosciente nella misura in cui egli giunge a sperimentare sempre più nel pensare il momento dinamico del pensare e del percepire medesimo. Ma come ho avuto modo di dire in altro articolo, la cosa non è un immediato “dato” di natura – immediatamente “dato”, per la spontaneità con la quale la natura invera in lui l’ordinario percepire e pensare, gli ordinari sentire e volere. L’autocoscienza che si realizzi nel pensare e nel percepire, è il risultato di un volitisvo sforzo, di quell’addestramento interiore che gli antichi Greci avrebbero chiamato “àskesis”, e i Romani “exercitium”. Dunque, l’autocoscienza è il frutto – in un forma o nell’altra, di una certa Ascesi. Va da sé, come essa sia cosa ardua e tutt’altro che facile da conquistare.
Nel sogno – rigorosamente parlando – l’essere umano ha senz’altro “coscienza”, ma non ha “autocoscienza”, almeno non nel significato che la Scienza dello Spirito dà, secondo la propria teoria della conoscenza, a questo termine. Rudolf Steiner fa degli esempi calzanti nella sua Scienza Occulta di come nel sogno l’essere umano abbia coscienza ma non autocoscienza. Addirittura, si può avere nell’esperienza del sogno uno sdoppiamento della personalità, come per esempio quando nel sogno un insegnante pone una domanda alla quale l’allievo interroganto non sa rispondere, e alla quale risponde poi, invece, l’insegnante stesso. E’ ovvio che allievo e insegnante sono due diversi “alter ego” del sognante medesimo, il quale ha bensì coscienza delle immagini del sogno, ma non ha coscienza alcuna di come, da fonte ignota, tali immagini scaturiscano. Naturalmente per l’Iniziato, come per l’occultista avanzato, la cosa si pone diversamente. Ma stiamo parlando dell’uomo ordinario.
Nel sonno profondo non vi è, ovviamente, nessuna forma di autocoscienza, tuttavia vi è una forma ottusissima, estremamente attenuata di coscienza, tant’è che l’essere animico continua a svolgere funzioni vegetative e animali nelle profondità dell’organismo corporeo. Anche in questo caso, diversa è l’esperienza dell’Iniziato, e quella dell’occultista avanzato. Confermo la concretezza del senso di “beatitudine”, di “felicità”, che il sonno procura. Ne parla moltissimo un grande asceta dell’India – l’unico che abbia indicato l’esperienza dell’Io – Shri Ramana Maharshi, e lo fa in tutte le sue opere, e in moltissimi colloqui che di lui sono trascritti: è l’esperienza dell’ànanda, della beatitudine, cosciente nell’Iniziato e nell’Illuminato, incosciente nell’uomo comune, il quale però ne riceve come una sorta di risonanza nella vita di veglia, allorché questi si dèsta dal sonno.
Quanto all’esperienza scientifica autentica, essa – se condotta sino alle sue ultime istanze – conduce molto lontano dalle conclusioni del materialismo. Personalmente, vengo da una formazione scientifica. Mi si creda, quanto più si approfondisce rigorosamente la scienza, tanto più il materialismo appare quell’ingenuo, sciocco, dilettantismo che è.
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(Aspromonte)
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Panorami grandissimi occhio si stendono,
s’aprono nuovi orizzonti,
si squarciano gole.
Noi non sappiamo parlare.
Dove siamo andati a cadere?
Nel centro alluvionale della terra?
L’occhio vacua da orizzonte a orizzonte e si spaura.
Per questo siamo nati:
per vedere nuovo profondissimo orizzonte,
perché la nostra generazione
non vada dispersa fra acini,
fondi nebulosi,
mostri furiosi, i cavalloni del mare.
Lottiamo sottoterra e percepiamo.
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La disciplina dell’anima dell’accordo del pensiero con la volontà e della volontà col pensiero è TUTTA la Via! Chi non voglia illudersi sa – per esperienza interiore – che non vi è altra Via. Massimo Scaligero ammonisce – ricordando le enigmatiche parole di Lao Tsu – che la Via che conduce alla mèta non è la via ordinaria, ossia non è la via egoica, non può essere la via comoda, nella quale si è deciso in partenza di procedere al risparmio, di non andare sino in fondo, di praticare la Via sino a prima del punto in cui essa comincia ad essere dolorosa per la natura inferiore in noi. Non si percorre la Via per star bene, perché la natura in noi stia meglio, e noi con lei, bensì per esaurire la natura: per destabilizzare, demolire e dissolvere l’infida natura.
Nella stessa “Filosofia della Libertà”, Rudolf Steiner mette in evidenza come l’attività del pensare volitivo sia dissolvitrice dei processi della natura naturata, e Massimo Scaligero sottolinea come questa natura oramai cristallizzata tenti con ogni energia e astuzia di sottrarsi a tale azione dissolvitrice. Per questo la Via non ordinaria, la Via assoluta, non può essere che la Via diretta: nella via retta e in quella lunga si può scorgere un evitare il confronto diretto e serrato con tale natura, confronto e lotta con essa sentiti come dolorosi, e per questo rimandati nel tempo.
Per taluni questa può anche essere una necessità, e per tale necessità vengono aiutati ad aspettare. Ma un tale aspettare non è la Via: E’ ancora un cercarla, o un cercare il coraggio per percorrerla. Ci si accorgerà poi che l’avere aspettato non ha fatto aumentare il coraggio, anzi. Ci si accorgerà che l’aver preso tempo non ha veramente fatto maturare e non ha accresciuto le forze: non ha reso lo scontro con la natura avversa meno aspro, meno difficile, meno pericoloso.
Anche a me Massimo disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola”. E sicuramente uno dei motivi di tale impossibilità di trasmettere è il dedicarsi di quasi tutti al risparmio delle forze interiori accomodandosi nella via retta e in quella lunga, è la carenza dei coraggiosamente disperati che non vedono per sé altra Via che il percorrere con ogni forza – anche con il coraggio di errare assai: quasi fatale in una landa selvaggia senza pietre miliari – l’aspro sentiero della resurrezione volitiva dell’atto pensante.
E’ il sentiero al quale consacrare l’intera vita, al quale sacrificare ogni contingenza, indifferenti al successo o all’insuccesso di un tale ostinato praticare: facendo così della concentrazione motivo a se stessa, praticandola – con asciutto amore – per amore della concentrazione stessa, e non di concupiti risultati, l’attesa dei quali scema presto nella dedizione silente, ostinata e fervida all’azione interiore, o fa scemare l’azione interiore stessa, e la fa deviare alla ricerca delle comodità delle molteplici vie egoiche dalle seducenti promesse.
L’aridità, affrontata da questo ostinato pensare volitivo, asciuga la mucillaginosa emotività, e dislega dall’impetramento del sonno somatico un volere di profondità prima ignoto. Si conquista così una continuità nell’azione interiore che trasforma l’intera vita nel Rito della resurrezione del pensiero e fa del conoscere – come dice Rudolf Steiner – una offerta sacrificale interiore dell’uomo agli Dèi e al Mondo Spirituale.
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Arrivare al pensiero puro significa arrivare ad avere (cosciente) il pensiero da cui si sta movendo verso il pensiero puro: questo muovere è il pensiero puro, che tutti, considerando un punto d’arrivo, dialettizzano. Il punto d’arrivo è il punto da cui si parte.
Il vero pensiero non è quello che pensa il mondo e perciò si lascia modellare dal mondo, ma quello che trascende il mondo, lo nega, lo trasforma, lo interiorizza, lo materializza. Quello che si pensa non è il mondo che appare, ma un mondo diverso, interiore, non esistente ma essente. Cosí la realtà risorge nell’interiorità umana, ed è la vera realtà, non quella che s’impone dal di fuori e asserve a sé il pensiero. Cosí il Pensiero sorge come interiore vita del mondo, ed è il tessuto di Luce del mondo, cioè la segreta forza d’Amore del mondo: che deve divenire un evento individuale per essere Amore creatore.
Il miracolo è sempre il pensiero piú forte di ciò che ci aggredisce come fatto, realtà esistente: il pensiero che è il contenuto reale della realtà: senza il quale questa sarebbe un nulla. Questo pensiero diviene forte, si carica della sua realtà, realizza la sua verità, che è l’universale affiorante verità: questo pensiero si crea, crea se stesso, per essere realtà, la vera realtà, perché l’uomo non ha altro modo di fare sua la realtà che il conoscere: la forza del conoscere deve divenire potere diretto.
Non trascendere il pensiero, ma entrare nella sua trascendenza: lí si trova l’essenza del mondo, il germe della verità del mondo. Intorno, tutto preme vorticoso. E tuttavia al centro poniamo il pensiero che conta: il Logos, l’opera di fraternità, il dovere di ogni momento, perché l’esistere sbocchi nell’eterno da cui si trasse.
Tutto preme logorante e vorticoso, tuttavia al centro è l’ispirazione ordinatrice del pensiero. Elfi, gnomi e puri esseri elementari tessono la connessione di ogni contingenza con la sfera degli Angeli. Intorno, vige la logica, che è sempre il prodotto di un razionale come di un irrazionale: è ancella. Può esprimere potenza o impotenza. Non è essa che decide, come vuole la dialettica, o la cultura del tempo.
Assumere tutta la forza è ritrovare la scaturigine della logica, il Logos. La realtà non è logica, ma è presentabile o accostabile mediante logica. Occorre superare la logica per entrare nel tessuto della realtà, comprendere quale potere rechi il pensiero in quanto flusso di vita non ancora caduto nella forma logica. Esso cerca, esige la propria forma di vita, piuttosto che la sua morte logica: esige il potere della sua entrata nel mondo, la sua espressione immediata, cosí come il suono, il calore, la vita.
Massimo Scaligero
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Da una lettera dell’aprile 1975 a un discepolo.
Per gentile concessione de L’Archetipo
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Hans Werner Zbinden nacque a Basilea il 14 ottobre 1899. Per tutta la vita svolse una intensa attività come medico antroposofico, e in modo particolare come medico scolastico all’interno delle iniziative pedagogiche antroposofiche.
Egli era il più piccolo di tre fratelli nati dal matrimonio di Rudolf Gottlieb Zbinden con Lydia Stuerchler. Frequentò le scuole primarie e il ginnasio umanistico – corrispondente al nostro liceo classico – e già in questo periodo scolastico egli poté osservare il sorgere, sulle colline nei dirtorni di Basilea, di un meraviglioso edificio, il primo Goetheanum, che veniva fatto costruire da Rudolf Steiner. Tra i suoi compagni di studi vi erano Paul Jenny e Curt Englert-Faye. Quest’ultimo aveva già avuto modo, malgrado la giovanissima età, di ascoltare le conferenze di Rudolf Steiner, alle quali poi indirizzò lo stesso Zbinden.
Nel periodo universitario – durante la frequentazione della Facoltà di Medicina – Hans W. Zbinden frequentò regolarmente le conferenze di Rudolf Steiner, e venne profondamente impressionato dalla serietà, dal clima di veracità e di autentica ricerca della Conoscenza presente nelle conferenze del Dottore. Partecipò, ventiquattrenne, alla fondazione della Libera Università di Scienza dello Spirito, in occasione della “Fondazione di Natale” del 1923.
Durante il periodo universitario, una grave malattia lo portò in fin di vita, e mentre era ricoverato conobbe una infermiera di nome Olga Knoepfel, che si dedicò con infinità dedizione alle sue cure. In seguito, ella divenne la sua fedele sposa, che rimase sempre al suo fianco e lo sostenne in tutte le non facili vicende della sua vita. Dalla loro felicissima unione nacquero due figlie e due figli.
Nel 1926 venne fondata a Zurigo una “Libera Associazione Scolastica in memoria di Walter Wyssling”, che aveva come scopo la fondazione di una scuola a indirizzo antroposofico, il che si realizzò nel 1927. Curt Englert-Faye ne divenne il direttore pedagogico, Paul Jenny fu il presidente dell’Associazione Scolastica, e Hans Werner Zbinden, che nel frattempo aveva concluso i suoi studi universitari di medicina, ne divenne il medico scolastico. Il fraterno sodalizio tra i tre antichi compagni di scuola durò finché essi vissero, e per tutta la vita lo Zbinden fu il medico scolastico della iniziativa pedagogica zurighese.
Nel corso degli anni trenta dello scorso secolo, Marie Steiner si accorse del giovane medico basilese, la cui attività medica era solo una parte della sua fervida azione all’interno del Movimento e della Società Antroposofica. Nel 1935, assieme a Walter Bopp e Friedrich Husemann, si trovò al vertice della Sezione Medica della Libera Università del Goetheanum. Allorché, in seguito, egli si schierò – senza compromessi di sorta – a difesa di Marie Steiner, a difesa dell’integrità dell’Opera di Rudolf Steiner e della Verità, egli non poté più mettere piede nel Goetheanum.
Marie Steiner, nel 1942, chiamò Hans Zbinden a far parte del “Nachlass”, ossia del “Lascito” di Rudolf Steiner, che doveva difendere l’Opera del Dottore dallo scempio che ne stavano già facendo Albert Steffen e Guenther Wachsmuth. Dopo la morte di Marie Steiner, egli guidò il “Lascito” praticamente sino alla propria scomparsa, che avvenne a Zurigo il 25 maggio 1977. Se oggi abbiamo l’Opera Omnia di Rudolf Steiner – la “Gesamtausgabe” in lingua tedesca – quasi oramai completamente pubblicata, lo dobbiamo alla instancabile azione di lui e dei suoi fedeli collaboratori.
Hans Werner Zbinden scrisse poco: egli agiva invece moltissimo nel colloquio diretto con le persone, colloquio che per lui era sempre indirizzato a stimolare l’amore per la Verità, e il consequenziale retto agire.
Una sua caratteristica particolare è da rilevare: egli venne varie volte in Italia. Svolse conferenze sulla medicina antroposofica a Milano, e anche a Roma, nella cerchia del “Gruppo Novalis” che si riuniva attorno a Giovanni Colazza. Ho documenti che lo comprovano. Il Dott. Zbinden conosceva bene la lingua italiana, e Marie Steiner lo pregava spesso di conversare con Lei in quella lingua, che Lei definiva musicale, che tanto amava, e nella quale secondo Lei – che a Bologna, agli inizia del secolo, era stata allieva di Giosuè Carducci – meglio si potevano esprimere le realtà dello Spirito. L’Opera mirabile di Massimo Scaligero ne è la prova più luminosa.
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(Poesia-Particolare Raffaello-Palazzi Vaticani)
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Non può la Poesia afferrare solo un sentimento
Come un risucchio improvviso nel mare
Un lampo nella notte
Uno scoppio nel camino d’inverno
Come una carezza del vento
Lo sfiorare sulla gota di un bacio
Un canto struggente nel teatro…
..
Risalire.
Dal rumore al suono
Dal lampo alla luce
Dal caldo al calore
Dal vento all’aria
Dal fondo sicuro
Al mare alto…
Attraverso una domanda:
Rispondervi con forza e devozione
Perchè una verità singolare
Mi attira e lega
Fin dal mio animale
A risorgere ed innalzarmi
In un movimento unico
Di armonia di vite.
(hierós gámos-verso Il Santo Graal)
( S. S. )
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Vi presento Christian Morgenstern:
“Nacqui a Monaco di Baviera il 16 maggio 1871, da Ernesto Morgenstern, pittore di paesaggi e figlio di Christian Morgenstern, pittore di paesaggi e da Carlotta Schertel, figlia di Giuseppe Schertel, pittore di paesaggi.”
Con evidente umorismo Christian Morgenstern inizia una sua autobiografia.
La madre morì quando ebbe 10 anni e in quell’epoca (lo dice lui stesso) iniziò a sentire potenze ostili nel mondo e in sé stesso. Era fisicamente di complessione delicata ma di intensa energia dell’anima: ciò lo spingeva a cercare incessantemente una “ via nelle altitudini della vita, ove la morte ha perduto il suo aculeo e il mondo ha ritrovato il suo senso divino”.
A 16 anni conobbe Schopenhauer e la saggezza orientale, poi a 20 Nietzsche: la tormentata ricerca del vero, sotto tali influssi, fu sostanza dello sviluppo interiore. Nel 1898 inizia la conoscenza e l’amicizia personale con Ibsen, di cui tradusse il Brandt e il Peer Gynt.
“A 35 anni” scrive “ vissi l’esperienza fondamentale della mia vita. La natura e l’uomo si spiritualizzarono definitivamente per me. E quando una sera aprii il Vangelo di Giovanni, mi parve di comprenderlo per la prima volta”.
Vennero poi anni di maturazioni, resi difficili da incerte condizioni fisiche e finanziarie. Nel 1908 conobbe sua moglie. Nel medesimo tempo venne in contatto con gli insegnamenti della Scienza dello Spirito e del suo fondatore, Rudolf Steiner: ciò influenzò fortemente la sua interiore crescita. Morì a Merano il 31 marzo 1914.
Morgenstern fondò la rivista Theater che ebbe forte influsso nella drammaturgia e nella scenotecnica germanica, pubblicò raccolte liriche: InPhata’s Schloss (1895), Auf vielen Wegen (1898), Ich und die Welt (1899). Poi volge a composizioni brevi: in una sorta di interiore impressionismo crea stati d’animo simbolici, come Ein Sommer, Melancholie, ecc.
Nel 1910 compone i celebrati Galgenlieder e Palmström.
La sua fama è sovente legata alle poesie di queste due raccolte: strane, burlesche; molti sono i “non-sense” con arditi chimismi verbali generando esseri e realtà fantastiche e impossibili.
Con intensa passione per l’inesprimibile, egli si lancia contro il borghesismo e il razionalismo della stagnante poesia, esprimendosi anche con impressionanti crudezze.
I Galgenlieder (Canti forcaioli) furono spesso imitati ma mai giunsero alla perfezione ritmico-musicale degli originali.
Guardando i ritratti del Nostro scorgiamo un precipuo carattere di bontà, quasi stupita, fanciullesca. Gli occhi sono metallici, sono crudeli: riflettono il cercatore interiore inflessibile verso ogni inganno o compromesso: pronto ad ogni sacrificio per l’affermazione del proprio messaggio al mondo. Il suo motto fu “Vitam impendere vero”.
Aforismi
Chi rinunzia a Dio, spegne il sole per camminare alla luce di una lanterna.
Solo le forme cambiano. Le anime dei morti ritorneranno a dormire nel seme di una nuova forma, più perfetta di quella precedente.
Il “dio personale” non è altro che la gigantesca ombra che noi gettiamo sul velo dei misteri eterni.
Guarda come la lampada del tuo tavolo proietta la sua ombra sul soffitto. Così proietti tu te stesso sul muro che è fuori di te. Tu chiami “mondo” il modo come vedi te stesso su di esso, e la coscienza di questo vederti così la chiami “concezione del mondo”.
Il mondo non è che una forma dell’uomo.
Guardando seriamente il cielo stellato, bisogna confessarsi che Iddio, il Creatore, è stato il più grande pensiero che poteva nascere in mente umana; ma Dio, il Giudice morale, è stato davvero uno dei pensieri più gretti. Ma, come è certo che questo secondo pensiero è stato meditato fino in fondo innumerevoli volte, altrettanto è dubbio che il primo pensiero abbia mai afferrato e distrutto, con la sua inaudita potenza, il cuore e la mente degli uomini.
Il vivere consiste in un nulla che cerca qualcosa.
Esiste forse forma più bella di “pensare a qualcuno”, piuttosto che “ricordarlo ogni giorno nelle nostre preghiere”? Eppure abbiamo abbandonato questa forma…
Non esiste che un solo comandamento: Puoi fare quello che vuoi, ma bada bene che lo fai a te stesso.
Se credi di poterlo fare a te stesso, fa anche l’estremo. Questo comandamento non impedisce nessuna creazione e nessuna distruzione. Questo comandamento ti farà libero di fronte a tutto, eppure ti renderà saggio.
Bisognerebbe inoculare negli uomini il veleno di una continua inquietudine. Troppo poco essi vogliono trascendere sé stessi. Hanno in sé troppo poca crescita.
Essi credono di aver trovato sé stessi a trent’anni, e chiamano ciò: essere adulti, e già si siedono a riposare con sé stessi. Essi non sapranno più fare né dire nulla d’inaspettato, eppure bisognerebbe aspettarsi qualcosa d’inaspettato da ogni uomo e in ogni ora. Si potrà calcolare il loro corso come se essi fossero qualcosa di molto comune: eppure sono la cosa più straordinaria del mondo, e cioè sono uomini, e portano in sé la cosa più incalcolabile del mondo, e cioè un’anima capace di ogni cosa inaudita.
Hanno dimenticato tutto o non hanno mai compreso di essere Dio, s’accontentano d’essere il signor Tizio o la signora Caia e di vivere e morire come tali e soltanto come tali.
Pare che l’uomo del novecento abbia visto maturare una nuova virtù: la conoscenza di quel che è borghese. Chiamo borghese la capacità umana di scordare che egli è il mistero dei misteri, la capacità di collocare sé stesso fuori di sé…e di rimanere in quello stato.
Io posso giungere alla conoscenza di Me stesso soltanto per mezzo della lotta e della sofferenza, e fa parte di questa sofferenza che colui che soffre non sappia della sua parte maggiore che Io soffro, ma senta sé stesso come auto-sofferente; cosicché io, quantunque sia io stesso “quello” che soffre, contemporaneamente faccio soffrire indicibilmente. Come compensare questa terribile eppur necessaria via, se non per mezzo dell’amore? Amore non per me stesso, ma per ciò che non sono ancora, dunque per tutto il mondo in divenire. Come potrei aver accettato il mondo, se non rifugiandomi in quella volontà di riprendermelo in cuore nel futuro?
Il miracolo è l’unica realtà, e non vi è nulla all’infuori di esso. Ma se tutto è miracolo, ossia completamente incomprensibile, non so perché non si dovrebbe dare il nome di Dio a quest’uno e grande Incomprensibile che è tutto.
Se prima l’uomo veramente interiore doveva lottare con la Chiesa, ora deve lottare con la scienza. Un Dio che contempla sé stesso non può mai esistere se non come eretico.
Io e te, scritti una volta con la maiuscola ed una volta con la minuscola, sono la formula del mondo: Io e Te, io e te.
In ogni evenienza domanda a te stesso: “Cristo l’avrebbe fatto?” Ciò basterà.
Vorrei essere più debole e non lo sono; vorrei essere più forte e non lo sono, ed è questo che mi spezza: che non sono più debole o più forte di quel che sono.
L’uomo deve essere rovinato, di quando in quando.
La cosa più alta non consiste tanto nell’oggetto dei nostri pensieri quanto nello stesso fatto di pensare. Solo esso ci garantisce con matematica certezza il Dio concreato in noi.
“Puoi dirmi che cos’è che separa l’uomo dal Cristo?” “Certo che lo posso: è la piccola borghesia che è in lui”.
Non esiste l’amore a buon mercato. Nel cosmo della Croce non esistono conquiste facili: se fosse diversamente, esse non sarebbero degne del maestro e del suo scopo.
Voi tutti vorreste avere l’amore per quel che è possibile. Io non ho che l’amore dell’impossibile.
L’uomo di nobile ceppo dice: “Faccio questo o quello, perché lo debbo a me.”
Chi non sa essere anche malvagio, chissà se può essere veramente profondo?
Per un’infinità di uomini non v’è che una sola medicina: la catastrofe.
Solo chi conosce, vive.
Perchè la pietà non è nulla? Perché ti distoglie da te stesso, rivolgendoti ad altro. Ma devi badare a perfezionare te stesso e non un altro. Chi, compreso dalla propria profondità si rivolge all’interno, si libera dalla pietà come da una accidia.
Se v’è qualcosa in Cristo che io possa comprendere, è questo detto: “Ed egli li abbandonò e si recò nel deserto”.
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Ricordo che il Dottore suggerì ad antroposofi di “adottare” l’anima di Morgenstern come genio tutelare dei loro gruppi…
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Anno XXX n. 5
Maggio 2025

