1 Maggio 2025

CHRISTIAN MORGENSTERN: IL POETA AMICO (di F. Giovi)

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Vi presento Christian Morgenstern:

“Nacqui a Monaco di Baviera il 16 maggio 1871, da Ernesto Morgenstern, pittore di paesaggi e figlio di Christian Morgenstern, pittore di paesaggi e da Carlotta Schertel, figlia di Giuseppe Schertel, pittore di paesaggi.”

Con evidente umorismo Christian Morgenstern inizia una sua autobiografia.

La madre morì quando ebbe 10 anni e in quell’epoca (lo dice lui stesso) iniziò a sentire potenze ostili nel mondo e in sé stesso. Era fisicamente di complessione delicata ma di intensa energia dell’anima: ciò lo spingeva a cercare incessantemente una “ via nelle altitudini della vita, ove la morte ha perduto il suo aculeo e il mondo ha ritrovato il suo senso divino”.

A 16 anni conobbe Schopenhauer e la saggezza orientale, poi a 20 Nietzsche: la tormentata ricerca del vero, sotto tali influssi, fu sostanza dello sviluppo interiore. Nel 1898 inizia la conoscenza e l’amicizia personale con Ibsen, di cui tradusse il Brandt e il Peer Gynt.

“A 35 anni” scrive “ vissi l’esperienza fondamentale della mia vita. La natura e l’uomo si spiritualizzarono definitivamente per me. E quando una sera aprii il Vangelo di Giovanni, mi parve di comprenderlo per la prima volta”.

Vennero poi anni di maturazioni, resi difficili da incerte condizioni fisiche e finanziarie. Nel 1908 conobbe sua moglie. Nel medesimo tempo venne in contatto con gli insegnamenti della Scienza dello Spirito e del suo fondatore, Rudolf Steiner: ciò influenzò fortemente la sua interiore crescita. Morì a Merano il 31 marzo 1914.

Morgenstern fondò la rivista Theater che ebbe forte influsso nella drammaturgia e nella scenotecnica germanica, pubblicò raccolte liriche: InPhata’s Schloss (1895), Auf vielen Wegen (1898), Ich und die Welt (1899). Poi volge a composizioni brevi: in una sorta di interiore impressionismo crea stati d’animo simbolici, come Ein Sommer, Melancholie, ecc.
Nel 1910 compone i celebrati Galgenlieder e Palmström.

La sua fama è sovente legata alle poesie di queste due raccolte: strane, burlesche; molti sono i “non-sense” con arditi chimismi verbali generando esseri e realtà fantastiche e impossibili.
Con intensa passione per l’inesprimibile, egli si lancia contro il borghesismo e il razionalismo della stagnante poesia, esprimendosi anche con impressionanti crudezze.
I Galgenlieder (Canti forcaioli) furono spesso imitati ma mai giunsero alla perfezione ritmico-musicale degli originali.

Guardando i ritratti del Nostro scorgiamo un precipuo carattere di bontà, quasi stupita, fanciullesca. Gli occhi sono metallici, sono crudeli: riflettono il cercatore interiore inflessibile verso ogni inganno o compromesso: pronto ad ogni sacrificio per l’affermazione del proprio messaggio al mondo. Il suo motto fu “Vitam impendere vero”.

Aforismi

Chi rinunzia a Dio, spegne il sole per camminare alla luce di una lanterna.

Solo le forme cambiano. Le anime dei morti ritorneranno a dormire nel seme di una nuova forma, più perfetta di quella precedente.

Il “dio personale” non è altro che la gigantesca ombra che noi gettiamo sul velo dei misteri eterni.

Guarda come la lampada del tuo tavolo proietta la sua ombra sul soffitto. Così proietti tu te stesso sul muro che è fuori di te. Tu chiami “mondo” il modo come vedi te stesso su di esso, e la coscienza di questo vederti così la chiami “concezione del mondo”.

Il mondo non è che una forma dell’uomo.

Guardando seriamente il cielo stellato, bisogna confessarsi che Iddio, il Creatore, è stato il più grande pensiero che poteva nascere in mente umana; ma Dio, il Giudice morale, è stato davvero uno dei pensieri più gretti. Ma, come è certo che questo secondo pensiero è stato meditato fino in fondo innumerevoli volte, altrettanto è dubbio che il primo pensiero abbia mai afferrato e distrutto, con la sua inaudita potenza, il cuore e la mente degli uomini.

Il vivere consiste in un nulla che cerca qualcosa.

Esiste forse forma più bella di “pensare a qualcuno”, piuttosto che “ricordarlo ogni giorno nelle nostre preghiere”? Eppure abbiamo abbandonato questa forma…

Non esiste che un solo comandamento: Puoi fare quello che vuoi, ma bada bene che lo fai a te stesso.
Se credi di poterlo fare a te stesso, fa anche l’estremo. Questo comandamento non impedisce nessuna creazione e nessuna distruzione. Questo comandamento ti farà libero di fronte a tutto, eppure ti renderà saggio.

Bisognerebbe inoculare negli uomini il veleno di una continua inquietudine. Troppo poco essi vogliono trascendere sé stessi. Hanno in sé troppo poca crescita.
Essi credono di aver trovato sé stessi a trent’anni, e chiamano ciò: essere adulti, e già si siedono a riposare con sé stessi. Essi non sapranno più fare né dire nulla d’inaspettato, eppure bisognerebbe aspettarsi qualcosa d’inaspettato da ogni uomo e in ogni ora. Si potrà calcolare il loro corso come se essi fossero qualcosa di molto comune: eppure sono la cosa più straordinaria del mondo, e cioè sono uomini, e portano in sé la cosa più incalcolabile del mondo, e cioè un’anima capace di ogni cosa inaudita.
Hanno dimenticato tutto o non hanno mai compreso di essere Dio, s’accontentano d’essere il signor Tizio o la signora Caia e di vivere e morire come tali e soltanto come tali.

Pare che l’uomo del novecento abbia visto maturare una nuova virtù: la conoscenza di quel che è borghese. Chiamo borghese la capacità umana di scordare che egli è il mistero dei misteri, la capacità di collocare sé stesso fuori di sé…e di rimanere in quello stato.

Io posso giungere alla conoscenza di Me stesso soltanto per mezzo della lotta e della sofferenza, e fa parte di questa sofferenza che colui che soffre non sappia della sua parte maggiore che Io soffro, ma senta sé stesso come auto-sofferente; cosicché io, quantunque sia io stesso “quello” che soffre, contemporaneamente faccio soffrire indicibilmente. Come compensare questa terribile eppur necessaria via, se non per mezzo dell’amore? Amore non per me stesso, ma per ciò che non sono ancora, dunque per tutto il mondo in divenire. Come potrei aver accettato il mondo, se non rifugiandomi in quella volontà di riprendermelo in cuore nel futuro?

Il miracolo è l’unica realtà, e non vi è nulla all’infuori di esso. Ma se tutto è miracolo, ossia completamente incomprensibile, non so perché non si dovrebbe dare il nome di Dio a quest’uno e grande Incomprensibile che è tutto.

Se prima l’uomo veramente interiore doveva lottare con la Chiesa, ora deve lottare con la scienza. Un Dio che contempla sé stesso non può mai esistere se non come eretico.

Io e te, scritti una volta con la maiuscola ed una volta con la minuscola, sono la formula del mondo: Io e Te, io e te.

In ogni evenienza domanda a te stesso: “Cristo l’avrebbe fatto?” Ciò basterà.

Vorrei essere più debole e non lo sono; vorrei essere più forte e non lo sono, ed è questo che mi spezza: che non sono più debole o più forte di quel che sono.

L’uomo deve essere rovinato, di quando in quando.

La cosa più alta non consiste tanto nell’oggetto dei nostri pensieri quanto nello stesso fatto di pensare. Solo esso ci garantisce con matematica certezza il Dio concreato in noi.

“Puoi dirmi che cos’è che separa l’uomo dal Cristo?” “Certo che lo posso: è la piccola borghesia che è in lui”.

Non esiste l’amore a buon mercato. Nel cosmo della Croce non esistono conquiste facili: se fosse diversamente, esse non sarebbero degne del maestro e del suo scopo.

Voi tutti vorreste avere l’amore per quel che è possibile. Io non ho che l’amore dell’impossibile.

L’uomo di nobile ceppo dice: “Faccio questo o quello, perché lo debbo a me.”

Chi non sa essere anche malvagio, chissà se può essere veramente profondo?

Per un’infinità di uomini non v’è che una sola medicina: la catastrofe.

Solo chi conosce, vive.

Perchè la pietà non è nulla? Perché ti distoglie da te stesso, rivolgendoti ad altro. Ma devi badare a perfezionare te stesso e non un altro. Chi, compreso dalla propria profondità si rivolge all’interno, si libera dalla pietà come da una accidia.

Se v’è qualcosa in Cristo che io possa comprendere, è questo detto: “Ed egli li abbandonò e si recò nel deserto”.

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Ricordo che il Dottore suggerì ad antroposofi di “adottare” l’anima di Morgenstern come genio tutelare dei loro gruppi…

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