Giugno 2025

NELLA TEMPESTA È IL RIFUGIO (di F. De Pascale)

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Malgrado le mie caustiche considerazioni a taluno possano far sembrare il contrario, io NON sono affatto pessimista. Perché conosco bene che cosa significhi VOLERE. Certo, volere non è desiderare. Desiderare è un’emozione passiva, uno stato d’animo istintivo, il cui entusiasmo facilmente svanisce, evaporando di fronte alle prime serie difficoltà. Il volere, invece, è sempre mosso dalla Conoscenza, e quindi dal pensare cosciente. Già per il pensare cosciente è necessario un attivo e fervido volere.

Io NON sono affatto pessimista – pur non nascondendomi punto la gravità della situazione generale umana, e quella ancor più grave delle comunità sedicenti spirituali, le quali in molti casi latitano o tradiscono – non sono affatto pessimista perché Massimo Scaligero in “Kundalini d’Occidente” scrive che nelle epoche più oscure e antispirituali, nei momenti di pericolo per la storia umana, il Mondo Spirituale proietta nell’umano le sue forze più potenti, e ai volitivi sperimentatori sono possibili audaci realizzazioni, che in epoche “più spirituali” sono maggiormente difficili, perché l’essere umano in tali epoche facilmente si addormenta nel sogno della “tradizione”, e scambia una “natura spirituale” per lo Spirito.

Anche il principe Siddhartha – il Buddha Shakyamuni – affermava che “NELLA TEMPESTA E’ IL RIFUGIO!”. Le difficoltà e le tragedie che l’umano sta attraversando non possono impedire la realizzazione dello Spirito, anzi possono favorire tale realizzazione, perché lo Spirito è “atto” e non un “fatto”. Come ammonisce Massimo Scaligero ne “L’Uomo Interiore”, nello Spirito non si “sta”, nello Spirito si “è”! E nel “Trattato del Pensiero Vivente” afferma che il pensiero volitivo di pochi asceti può operare positivamente e vittoriosamente per la generale condizione umana, perché “è un solo pensare quello che pensa nei pensieri dei molti”. Un tale pensare volitivo – anche di pochi asceti sconosciuti operanti in silenzio e in solitudine – evita tragedie più grandi e, pur tra mille strazi e difficoltà, restituisce luminosità e positivo svolgimento alla vicenda umana.

Un’audace – apparentemente paradossale – affermazione di Massimo Scaligero, da me molto amata, è che “noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero”.

Occorre consacrarsi – in maniera “unicitaria”, come direbbe la mia amica cinese Fang-pai – alla Via del Pensiero, e soprattutto alla Concentrazione. Occorre – nella Concentrazione – volere, volere intensamente, volere a lungo, volere sino a infrangere il limite umano. Occorre rendere incandescente il volere con il “freddo” pensare, e non con la tiepida sentimentalità delle “anime belle”.

E di tali asceti – pur non essendo essi folla – ve ne sono, e operano in maniera consacrata nell’ascesi individuale solitaria e nel Rito dell’ascesi individuale fraternamente svolta nella meditazione in comune con altri.

Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con Giovanni Colazza – Maestro di Massimo Scaligero, che più volte me ne riferì – affermò che se l’Antroposofia avesse fallito la sua missione in Germania, sarebbe rinata in Italia in novella forma, giovanile e non legata a strutture organizzative cristallizzate e burocratiche.

Circa il fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner – di fronte alla inadeguatezza dei discepoli della Scienza dello Spirito, che in vari casi – in maniera insana e improvvida – giunsero in Germania a contestare la fondatezza della sua visione spirituale e il suo operare, volesse ritirarsi in un villaggio svizzero, costituendo con pochissimi discepoli “provati” un Ordine occulto rigorosamente chiuso – “streng geschlossen” dicono i testi in lingua tedesca – lasciando al suo destino la Società Antroposofica e movimento antroposofico, mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero, e dopo la sua dipartita da Hella Wiesberger del “Lascito” di Rudolf Steiner, la quale mi dette anche le probanti testimonianze scritte della cosa. Furono le preghiere e le accorate richieste di Marie Steiner e di Ita Wegman a farlo desistere e a compiere quello che lui stesso definì un “azzardo” – “ein Wagnis”, dicono i testi tedeschi – di unire attraverso la sua persona movimento antroposofico e Società Antroposofica. Ma avvertì che da quel momento in poi “egli sarebbe stato responsabile di fronte al Mondo Spirituale per tutto quel che sarebbe accaduto, e che per gli errori e tradimenti della Società Antroposofica egli avrebbe pagato di persona”. Furono le inadeguatezze, le facilonerie, le superficialità, gli errori, le viltà, e in taluni casi il tradimento – sono le sue stesse parole – che lo condussero alla tomba, più che non il veleno che la parte avversa gli propinò al “Rout” del 1° gennaio 1924.

Egli affermò che se la “Fondazione di Natale” non fosse stata accolta entro sei mesi dalla Società Antroposofica, essa sarebbe stata ritirata dal Mondo Spirituale. Ed io ho la testimonianza scritta del fatto che nel giugno 1924, prima di entrare nella sala delle conferenze, egli disse a Ina Schuurman – persona vicina a Marie Steiner e al “Lascito” – che “la Fondazione di Natale è stata ritirata dal Mondo Spirituale”.

La grandezza spirituale di Massimo Scaligero è anche nell’aver donato al mondo in forma novella e rigenerata la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, mettendo al centro – come filone aureo di essa – la Via del Pensiero Vivente, e la concreta realizzazione ascetica attraverso gli esercizi: soprattutto la Concentrazione, da lui definita più volte “l’esercizio a sé sufficiente”.

A tale indicazione di Massimo Scaligero – che viene vilmente attaccata da coloro che meno dovrebbero – alcuni amici hanno deciso di rimanere risolutamente, ostinatamente, cocciutamente fedeli.

Niente è impossibile ad una volontà realmente consacrata.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

LA FEDELTÀ – cap. 3 (di F. Caruso)

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 L’ATTITUDINE ALL’IDEALITÀ É IN REALTÀ L’ATTITUDINE A DONARE LA PROPRIA ANIMA AD UN’IDEA.

DONARLA FACENDOSI RICETTACOLO VIVENTE DI TALE IDEA.

DONARE LA PROPRIA ANIMA ALL’AMORE PER TALE IDEA.

TALE É L’IDEALISMO SPONTANEO CHE OGNI ANIMA GIOVANILE POSSIEDE.

OGNI ANIMA APPENA SORTA ALLA VITA.

 

L’AZIONE DA COMPIERE SAREBBE RICONOSCERE COME IDEALE DA AMARE (IDEALE CUI DONARE LA PROPRIA ANIMA) PROPRIO TALE CAPACITA’ DI AMORE IDEALISTICO.

L’ANIMA DOVREBBE AMARE QUANTO DI DEVOTO LE SORGE NEL PROPRIO INTIMO.

DOVREBBE AMARE QUANTO DI ALTO LE SI AFFACCIA COME IMPULSO IDEALISTICO.

DOVREBBE VENERARE CIO’.

DOVREBBE ESSERE FEDELE A CIO’.

AL MISTERO DEL PROPRIO ILLUMINARSI DI VOLONTA’ DI ANDARE OLTRE SE STESSA.

IN ALTO.

VERSO IL SOLE SPIRITUALE.

OGNI ANIMA NELLA SUA PARTE ETERNA ESSENDO COSI’ STRUTTURATA.

 

TUTTE LE ANIME SENTONO LA NOSTALGIA DEL DIVINO SOLE SPIRITUALE DA CUI PROVENGONO. TALE E’ L’ESSENZA DI OGNI IDEALITA’.

SOLE DIVINO DI CUI QUELLO FISICO E’ LA DIRETTA EMANAZIONE.

SOLE DIVINO DI CUI QUELLO FISICO E’ LA VESTE, IL PRODOTTO, L’EFFETTO.

SOLE DIVINO: SOLE LOGOS.

SOLE DEL REDENTORE.

 

FEDELTA’ QUINDI VERSO CIO’ CHE L’ANIMA SUGGERISCE COME AMORE E DEVOZIONE.

SI TRATTA DI ESSERE FEDELI AD UN’ATTITUDINE CHE L’ANIMA HA CONNATURATA IN SE’.

SI TRATTA DI ESSERE FEDELI A DELLE FORZE PURE, COLME DI RISPETTO E DEVOZIONE.

FEDELI ALLA PIU’ ALTA ATTITUDINE DELLE ANIME. L’ATTITUDINE A DONARE LA PROPRIA VITA AD UN VALORE CHE LA PERVADA E CHE ESSA POSSA FAR VIVERE IN SE’.

 

FEDELTA’ AL PROPRIO POTERE DI DEVOZIONE VERSO L’ALTO.

FORZE PURE QUINDI.

FORZE NASCENTI.

FORZE SPONTANEE CHE L’ANIMA GIA’ POSSIEDE.

E CHE OCCORRE UNICAMENTE SCORGERE.

ALLE QUALI OCCORRE UNICAMENTE PRESTARE ATTENZIONE.

NELL’INTENTO DI ESSERE FEDELI.

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Collana Helios Fuoco Solare – F. Caruso: “La Fedeltà” – cap. 3

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ARTE, LA FEDELTÀ - F. Caruso, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA TRADIZIONE SOLARE (di G. Burrini)

Α†Ω

Da tempo l’uomo ha smarrito il senso della Tradizione, il legame di continuità con il passato, con il sacro, con le consuetudini consolidate dalla storia e pervase dalla fragranza dell’eternità. L’uomo d’oggi non si sente più cittadino di una “comunità di valori”, non ha più una patria dello spirito cui appellarsi nei momenti felici o bui dell’esistenza. Se per traditio intendiamo il trasmettere, quindi il ricevere e l’accogliere, la nostra civiltà ha ben poco da tramandare ai posteri che non sia la pura difesa di valori contingenti alle sue sorti politiche e civili: l’umano, troppo umano, per dirla con Nietzsche. Eppure mai come oggi l’uomo anela a ripercorrere le vie della Tradizione: sgombrandoli dalla polvere dei secoli, riporta alla luce, riesuma e indaga antichi testi religiosi, arcaiche costumanze, lontani rituali utilizzati per sacralizzare il divenire del tempo, affinché essi parlino ancora una volta all’anima umana. Esplora i più reconditi ambiti del pianeta per confrontarsi con incontaminati modelli di società, con diversi stili di vita, alla luce dei quali correggere o colmare il vuoto del presente.

Questa rinnovata voglia di Tradizione, che dilaga nel mondo attuale, è il frutto dell̓“epoca di Michele”, della reggenza dell’Arcangelo, che dal 1879 – secondo la Scienza dello spirito – presiede alle sorti dell̓umanità, non per risparmiarle l’esperienza del male, ma per far sì che l’uomo intraveda da sé, nella dimensione autocosciente del pensare, la via del ritorno, del nostos allo Spirito, cui ogni essere come ramingo Odisseo disperatamente aspira. L’impulso dell’arcangelo Michele rompe le barriere, espande i confini, dilata gli orizzonti: pone popoli a contatto con altri popoli, lingue con lingue, tradizioni con tradizioni, affinché l’uomo edifichi quel villaggio globale nel quale a ognuno sia offerto concretamente di poter perseguire il cammino dell’evoluzione interiore.

La grande barca che veleggia sulla via del nostos è il pensare vivente, lo strumento per governarla – ci insegna Massimo Scaligero – è la concentrazione. È d’obbligo però sottolineare la differenza fra la tecnica antica della concentrazione, insegnata per esempio dallo yoga, e quella moderna ampiamente delucidata da Scaligero. Nel contesto hindu la concentrazione su un solo punto (ekāgratā) è un esercizio statico di attenzione della mente che si fissa su un punto del corpo, per lo più la zona sopracciliare, rifuggendo da ogni altra osservazione dei moti del pensare, che anzi lo yoga ravvisa come devianti e illusori. Secondo l’indiano Patañjali (Yogasūtra, 1, 2) «lo yoga è la soppressione dei movimenti del pensare», in quanto essi sono dovuti a ignoranza, passione o avversione e pertanto sono fonte di dolore. Al contrario, la concentrazione additata da Scaligero è un processo dinamico, in quanto, promovendo l’attività eidetica del pensare, si prefigge di contemplare infine il suo potenziale e di far tesoro della sua forza impersonale.

Senza il timone fornito dalla tecnica della concentrazione l’anelito al nostos si infrangerebbe sugli scogli della Tradizione lunare, ovvero di quelle tante antiche vie di liberazione che l’intelletto umano oggi riscopre dialetticamente, illudendosi di riviverle spiritualmente. In realtà le riesuma dal passato non con l’ausilio del pensiero cosciente – il solo che possa ricreare lo spirito – ma del pensare riflesso o lunare: semplice riflesso dei fatti e dei fenomeni che ogni giorno viviamo. Sennonché il pensiero non fu dato all’uomo perché egli lo spendesse esclusivamente nell’arido mondo dei fatti o perché se ne servisse utilitaristicamente come uno specchio in cui osservare il quotidiano: fu dato invece perché egli ne sperimentasse la vivente incorporeità.

Al timone della concentrazione, l’uomo evita gli scogli della Tradizione lunare e si immette nelle acque limpide della Tradizione solare. Questa Tradizione albeggiò nell’epoca assiale dell’umanità, quando Socrate in Grecia e il Buddha in India educarono per primi l’umanità a coltivare la forza del concetto. Non a caso Scaligero – che possedeva una solida preparazione orientalistica – parla di natura originaria del pensiero, riecheggiando la tradizione buddhista che ravvisa in ogni essere umano una originaria natura buddhica (Mahāparinirvāṇasūtra, 12). E neppure a caso egli qualifica come estinzione buddhica il grado di totale annientamento del pensare riflesso e il conseguimento dell̓impersonalità dell̓autocoscienza.

Dopo questi precedenti storici la Tradizione solare trovò il suo rigoglio nel cuore dell’Europa cristiana, attraverso la corrente del Graal, dando vita a una letteratura che cela nei suoi simboli le tappe del cammino di trasformazione iniziatica più consono ai nostri tempi. Dal Medioevo la sua vitalità non si è tuttavia spenta, anzi è rinverdita nel XX secolo grazie al contributo della Scienza dello spirito fondata da Rudolf Steiner. All’interno di questa via spirituale del nostro tempo – che a buon diritto rivendica per sé il nome di «scienza del Graal» (1) – Massimo Scaligero conserva un ruolo precipuo: additarne le strutture portanti, ovvero la dimensione superiore del pensiero puro e l’apertura graalica del sentire, connesso al culto interiore della Vergine Sophia. Che sono poi l’alfa e l’omega, il principio e il coronamento della Tradizione solare.

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Prefazione di Gabriele Burrini a “La Tradizione Solare” di Scaligero

(1) R. Steiner, La scienza occulta nelle sue linee generali

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

FREUD E LA CREAZIONE DELLA PSICOANALISI (di F. De Pascale)

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Sigmund Freud e la creazione della psicanalisi: sono oltremodo interessanti se affrontati da un punto di vista occulto. Lo sono però solo se affrontati con la volontà radicale di giungere a completa chiarezza. Pochi davvero, oggi, si rendono conto di cosa si muova ed agisca nel processo sedicente “terapeutico”  nel quale i pazienti – stando alle parole stesse di Freud – “non guariscono mai”, cioè non DEVONO MAI guarire. Vedremo che, al contrario, essi devono, metodicamente, esser fatti ammalare vieppiù profondamente: sino a superare il punto di non ritorno. Si può dire che lo psicanalista sia un vero e proprio antiterapeuta, ovvero manzonianamente un “untore”, intenzionato a spargere alacremente e cinicamente – sempre parole di Freud – la “peste”, e quel che è peggio, una “peste” di tipo spirituale. William Shakespeare direbbe che “in tale follia vi è molto – anzi troppo – metodo!”.

Nel processo della coscienza ordinaria – ovverosia legata all’esclusiva percezione sensibile data dagli organi di senso e ad un pensare meramente riflesso legato al cervello e al sistema nervoso centrale – si crea una massa di “detriti”, una massa di prodotti di decomposizione psichica, che il processo sano dell’anima rimuove, relegandoli in una zona subconscia nella quale dovrebbero permanere sino a gradualmente dissolversi col rientrare nel caos indifferenziato. In tale zona subconscia agiscono altresì le forze della razza, dell’eredità familiare, della natura psichica colludente con l’animalità. Oltre a queste, vi si trovano pure, coagulate, concrezioni psichiche di abitudini, di reazioni obbligate di paure e istintività ancestrali, di quei vortici psichici autonomi e sottraentisi come “complessi” alla normale coscienza sveglia, che nello Yoga e nel Buddhismo vengono chiamati “vasana” e “samskara”.

Nel processo dell’Iniziazione si cura un progressivo e illimitato rafforzamento della coscienza autonoma dell’Io, che deve farsi sempre più concretamente e fattivamente indipendente da quel mondo guasto di forze semicoscienti e subcoscienti, che nel loro insieme sono il “luogo” e il supporto nell’uomo di un vero e proprio “doppio” arimanico. Ossia sono la presenza e la sfera d’azione nell’uomo di una entità antispirituale, ostile e avversaria di tutto ciò che per l’uomo stesso è autocoscienza e libertà: la sua autentica essenza. Questa entità ostile, invadente e normalmente condizionante l’interiorità dell’uomo, non è l’inesistente “inconscio”, del quale secondo una metafisica inversa affabula la moderna psicanalisi, bensì è un essere molto più cosciente e intelligente dell’uomo, il quale se non si libera del suo abietto servaggio nei suoi confronti è, illudendosi di essere libero, solo un pupazzo nelle sue invisibili mani.

L’ illimitato rafforzamento dell’autonoma coscienza dell’Io e della libera volontà porta inevitabilmente ad affrontare un drammatico combattimento con questo “doppio” arimanico che si pasce dei guasti detriti dell’anima, si nutre vampiricamente della sua vitalità, dominandola radicalmente. Ora – è bene non farsi illusione veruna in proposito – questo “doppio”, questa entità ostile e cinica, lotterà selvaggiamente per non perdere il proprio vitale dominio sull’uomo. E’ questo essere ostile e avverso che ha tutto l’interesse a mantenere l’essere umano in uno stato di “ignoranza”, di stordimento, di oblio e di sonno spirituale – di “avidya” direbbero in India – e ad ispirare in lui brama, paura e avversione. Egli si serve indifferentemente di ideologie materialistiche e pseudoscientiste, così come di una religiosità sentimentale, e se necessario persino del misticismo emotivo, di un esoterismo corrotto e trasgressivo, delle morbide e fiacche “vie dell’anima”: tutto gli è utile per incatenare l’uomo alla natura corporea, animale e psichica. Tutto eccetto la Via del Pensiero, la Via che porta all’esperienza cosciente del momento originario del conoscere, alla liberazione dell’atto pensante dalla mediazione del sistema nervoso e dei sensi – anzi liberazione da OGNI mediazione che non sia il suo stesso movimento cosciente – mediante la pratica della Concentrazione: la Via più audace ed eroica.

L’Ostile non ama essere visto: può dominare l’uomo unicamente se l’uomo non vede chi lo asserve. Il termine sanscrito per la Sapienza è “Vidya”, che in effetti alla lettera significherebbe “visione”. Infatti ha la stessa radice del latino “video”, “io vedo”. E’ questa “visione”, ossia la “Sapienza” che è liberatrice. L’ignoranza, “a-vidya”, è l’oscuramento della visione spirituale, lo stordimento, l’accecamento: l’oblio. Così come in greco Verità è “A-letheia”, ossia il non oblio, il non bere, secondo il dettame orfico e pitagorico, le acque del fiume Lethe, le quali dànno un oblio “letale”.

Ma per vedere questo astuto e letale Avversario, è necessario diventare molto forti, e illimitatamente coraggiosi, perché l’iniziato deve operare – come il mio amato Dante – una “katabasis”, una “discesa agl’Inferi”, e affrontare, conoscere, vincere, dissolvere, trasmutare con la Conoscenza – con la “visione” liberatrice – le potenze avverse. Ma la psicanalisi non fa questo, bensì esattamente il contrario. Essa esige che il paziente si indebolisca come coscienza, si “armonizzi” col subconscio, si faccia dominare dall’inconscio. Il processo di analisi verbale della psicanalisi, il suo rimestare nel torbido dei sogni, della sensualità e della sessualità più guasta e di quant’altro, è occultamente un vero e proprio processo di “evocazione” delle forze infere, per attuare uno spregiudicato aprirsi della diminuita e stordita coscienza del paziente all’invasione dal basso dei guasti liquami dei prodotti di decomposizione psichica emergenti dalla zona subcosciente: è la via ad una progressiva “ossessione”. Sotto veste “scientifica”, e corredata del necessario travestimento verbale dialettico e logico, questa è “stregoneria” allo stato puro: è un efficace rituale di evocazione del “doppio” arimanico del paziente, tramite il “doppio” dello psicoterapeuta, il quale ha dovuto passare lui stesso lunghi anni in “analisi didattica”: ha dovuto subire radicalmente l’infezione lui stesso per poter poi trasmettere in maniera veramente efficace l’infezione al paziente. Il quale, come afferma lo stesso Freud, non dovrà mai guarire.

Freud e Jung – si può discutere “filosoficamente” quale dei due sia peggiore – riscuotono notevole successo persino in ambienti esoterici e pseudoesoterici. Vi sono “Maestri” che praticano e insegnano un esoterismo che è una “sapienza del doppio arimanico”, che dànno riti, esercizi e pratiche per il rafforzamento di tale “doppio”, il che porta ad una cosciente o incosciente “magia di patto” nei confronti di tale entità: alla catastrofe dell’intera vita dell’anima. E stupisce assai che simpatie per Freud e Jung si riscontrino in ambiti antroposofici – l’ho constatato personalmente – e persino tra le file “scaligeropolitane”, per usare l’espressione del mio amico C. Uno di questi junghianissimi seguaci della psicologia analitica, 36 anni fa si propose dopo la dipartita del Maestro come il vero erede dell’insegnamento di Massimo Scaligero. Addirittura si propose a Massimo per sostituirlo da vivo, ma malissimo gliene incolse: questo lo so dal racconto divertito di Massimo Scaligero stesso. Il connubio tra psicanalisi ed esoterismo è – a mio personale parere – quanto di più esiziale e “letale” vi possa essere.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

RESPONSABILITA’ DELL’ESOTERISMO (di M. Scaligero)

Woodcut illustration from an edition of Pliny the Elder‘s Naturalis Historia (1582)

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Facilmente può essere mostrato come il superamento del limite meccanicistico al quale si è arrestata la Cultura umana, non si debba attendere dalla Cultura medesima o dalla Scienza, bensì dalle Scienze Spirituali. Alla mancata funzione di queste è possibile far risalire la difficoltà della Cultura a prender coscienza del proprio attuale declino.

La Scienza si è arrestata nella sfera della quantità, non a causa dei propri procedimenti, bensì perché il sistema di questi è stato privato della necessaria controparte interiore: che sarebbe dovuta venire come contenuto intuitivo da coloro che assumono la funzione di orientatori secondo i Principi della perennità. Questi orientatori si sono limitati all’analisi del mondo moderno: non hanno ritrovato dietro l’analisi il retroscena spirituale: proprio dell’Esoterismo ad essi richiesto, non sono stati capaci.

In effetto, gli scienziati e i tecnologi svolgono coscienziosamente la loro opera: riguardo al loro còmpito essi sono in regola, realizzando in ogni campo ciò che è loro pertinente. Lo stesso non può dirsi delle comunità spirituali, il cui ruolo è la connessione dell’umano con i Principi edificatori.

La funzione delle comunità spirituali invero non è riecheggiare le conoscenze del passato, bensì penetrare il conoscere presente, ossia il conoscere da cui muove la stessa ricerca dei valori della perennità. Il loro còmpito dovrebbe essere lo sviluppo della conoscenza richiesta dallo Spirito in rapporto alla “presente” situazione della civiltà: identificare che cosa lo Spirito vuole attraverso l’esperienza della quantità: quale connessione esiga ora con l’umano, oltre la connessione che ebbe nel passato, quando non esisteva dominio della quantità.

Giustamente riconoscendo nel dominio della quantità il livello della caduta, le confraternite spirituali cercano la riconnessione fuori di tale dominio: lo cercano in ciò che era prima, come se il processo dello Spirito nel tempo non fosse intemporale. Lo cercano con il conoscere presente, il cui limite dialettico non viene superato per il fatto che si rivolge a dottrine cui tale limite era ignoto. E tuttavia questo conoscere ha il potere di interpretare la Tradizione e i suoi testi, secondo un’“attuale” capacità di astrazione e di correlazione concettuale, che agli Autori di quei testi era sconosciuta.

Il “passato” viene ripristinato mediante una “connessione interiore” presente, che occorrerebbe scorgere. Non scorgerla significa privare l’attuale condizione umana della connessione richiesta dal suo presente processo interiore: nel quale soltanto può presentarsi la Forza. Non riconoscere la connessione richiesta dalla situazione presente, significa vietarsi di incontrare la Forza dove realmente· continua secondo la sua perennità. Tale perennità è la vera Tradizione, alla cui attuazione presente involontariamente si sottraggono gli assertori nominali di essa: gli Esoteristi, loro malgrado, dialettici.

Coloro che identificano la perennità con il passato temporale opposto al presente attuale, ricercano la connessione antica mediante il mentale moderno. Che non può essere superato grazie al semplice riferimento intellettuale, mistico e filologico, alla connessione antica, in quanto il mentale moderno è il prodotto della perdita di tale connessione.

L’indicazione della connessione antica crede di muovere al di sopra del grado di coscienza che le consente il muovere: edifica su questo il sistema di valori mediante cui lo rifiuta: ritiene di possedere un grado superiore a quello su cui fonda la edificazione e che sostanzialmente ignora. Rende impossibile in tal modo la conoscenza di sé, fuori della forma riflessa o dialettica: dalla quale non riesce a distinguersi.

Malgrado il nobile intento, lo slancio interiore e il regolare apparato filologico, tali confraternite rinunciano alla coscienza del conoscere che attuano e mediante il quale propongono un conoscere che dovrebbe trascenderlo: edificano perciò sull’inconscio.

Additando una connessione metafisica fuori del conoscere da cui muovono, essi distolgono la ricerca spirituale dal punto d’incontro del mondo con la sua originaria Forza: dall’unico punto dal quale è possibile la ripresa del cammino interrotto. Di conseguenza, il dominio meccanicistico della quantità prosegue inarrestabile, continuando ovunque a eliminare la personalità, la qualità, il valore, il reale umano. Perciò lo Spirito, che comunque ha in sé il potere del superamento, deve seguire altre vie.

Alle accennate confraternite sfugge l’elemento originario della coscienza chiamato a rispondere alla richiesta cognitiva del sensibile: e quando talune di esse propongono un superamento del livello “materialistico”, in base all’analisi del processo della Scienza, tale superamento è da temere più del Materialismo medesimo, perché ignora lo Spirituale impegnato nei processi sensibili con la sua forza più elevata, rispondente al momento noetico dell’autocoscienza. Questo momento, in cui si esprime l’elemento originario della coscienza, sia pure nella forma più bassa, è l’impulso che, reso cosciente, ha in sé il potere di superare il limite della quantità. Proprio questo elemento originario viene ignorato dalle accennate confraternite, quando vogliono indicare soluzioni o integrazioni spirituali per la Scienza: sfugge ad esse l’affiorare dell’Io nel processo cognitivo che intendono trascendere.

A tale livello, l’equivoco è contrapporre all’elemento individuale affiorante, l’universale misticamente evocato. Il Soggetto escluso dal dominio della quantità e dalla sua logica, viene sostituito, ad opera dei moderni Gnostici, da uno Spirituale trascendente, in effetto irreale.

Il Materialismo nasce dalla separazione delle strutture logiche dal reale operatore che è il Soggetto umano. La logica formale, o riflessa, diviene logica della Materia, quando l’indagatore non scorge la connessione del pensiero logico con l’Io: l’oggettività esteriore acquisisce un potere di là dalla coscienza dell’Io, dalla quale in realtà esso muove. II rovesciamento del rapporto Spirito-Materia, tuttavia, viene oggi inconsapevolmente perpetrato anche dagli Esoteristi che non scorgono lo Spirituale dove sta sorgendo: nel moto iniziale dell’autocoscienza, là dove l’intuizione logica discende dal Logos. In realtà, la logica formale viene sottratta al Logos non soltanto dai cultori della quantità, ma soprattutto dai suoi presunti superatori, che non riescono a scorgere la scaturigine della determinazione logica là dové il Logos si fa strada nella coscienza mediante il puro elemento individuale.

Essi tendono a sovrapporre al processo della quantità l’Universale metafisica che non riescono a scorgere nel processo dell’autocoscienza: intimo all’Io, non certo riflesso dell’Io. Per essi, l’Io è l’Io contingente, o riflesso, da eliminare· come sorgente dell’individualismo, in nome di un Io elevato, al di sopra dell’umano: l’universale con cui tendono a integrare la matematica del mondo fisico, la Scienza e la Tecnologia, secondo l’eco di una connessione trascorsa dell’umano con i suoi principi.

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Quando l’esoterista tradizionale parla di un Assoluto che è uno e tutto, infinito ed eterno, immanifesto eppur sorreggente i gradi della manifestazione, non si può non essere concordi con lui, ma al tempo stesso non si può non constatare che egli questo Assoluto si limita a rappresentarselo, ossia a proiettarlo fuori di sé: egli ricorre a pensieri, ai quali però non riconosce la categoria dell’infinito e dell’universale: non lo può, perché quei pensieri sono privi di vita: esigono la loro specifica ascesi, un’ascesi di questo tempo, che la Tradizione non contempla.

Il tradizionalista non attua la verità o la forza originaria di quei pensieri, non conoscendo la via predialettica: si riferisce bensì a un contenuto di là da essi, ma in quanto lo pensa e simultaneamente lo nega come pensiero. Onde prospetta il presupposto Universale, riducendo l’unico universale di cui dispone ad un concetto indeterminato, ma affermato con l’esclusiva autorità della determinazione non consapevole di sé: affermato perciò dogmaticamente. In definitiva, la dinamica di una simile affermazione del pensiero è il sentimento: la posizione del Misticismo ingenuo.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

UN MAESTRO: EIHEI DOGEN ZENJI (di F. De Pascale)

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Al fine di insistere – con inumana compassione, direbbero i terribilissimi Maestri della Scuola della Meditazione, o dello Zen – sull’assoluta necessità della pratica interiore, è forse buona cosa riportare l’episodio decisivo della vita interiore di un Maestro così eccezionale come Eihei Dogen Zenji.

Al Tempio di Tien-tong-szu, diretto da Jou-tsing, i monaci meditavano letteralmente giorno e notte. Ed il Maestro rampognava aspramente coloro che battevano un po’ – solo un po’ – la fiacca, o in preda alla stanchezza talvolta si addormentavano.

Una volta, i monaci che erano a lui più vicini gli fecero osservare: “Quando i monaci sono riuniti nella Sala di Meditazione e si addormentano perché sono affaticati o perché cominciano ad ammalarsi, la loro mente non è minacciata da una regressione nella Via del Risveglio? Ciò non è dovuto alla lunghezza della meditazione seduta, lo Zazen, e non sarebbe bene accorciarne la durata?”.

Il Maestro li rimproverò molto aspramente e disse: “No, non si tratta affatto di questo. Se dei praticanti che non hanno lo spirito della Via vengono a fare presenza nella Sala di Meditazione, essi si addormenterebbero persino se la seduta di pratica venisse accorciata della metà e persino di più. Coloro che, invece, hanno lo spirito della Via e sono animati dalla volontà di praticare, si rallegreranno tanto più quanto più la meditazione sarà lunga. Quando ero ancora giovane, fui Superiore successivamente in diversi monasteri situati in varie regioni e colpivo così fortemente i monaci che si addormentavano, che quasi mi rompevo il pugno. Ora che è giunta la vecchiaia, le mie forze si sono indebolite e non picchio più così forte. Allora i buoni monaci non vengono più da me. E se il Buddhismo declina, è perché i Maestri si mostrano troppo teneri quando dirigono gli esercizi della meditazione Zazen. Dunque, bisogna picchiare più forte”.

Ora – era un mattino dell’estate del 1225 – al momento dell’aurora Dogen meditava nella Sala di Meditazione con gli altri monaci. Jou-tsing andava in su e in giù per sorvegliarli, quando si accorse di un monaco che si era addormentato seduto. Si levò una scarpa e cominciò a colpirlo rimproverandolo così: “La ricerca dello Zen deve essere l’abbandono del corpo e della mente. Dove pensi di arrivare dormendo così tutto il tempo?”.

Dogen, che si trovava seduto accanto al povero confratello sonnolento, era immerso nella meditazione più profonda. Al sentire le parole di Jou-tsing che ingiungevano di “abbandonare il corpo e la mente”, Dogen fu come percosso da un fulmine e sperimentò quell’Illuminazione folgorante, che è la ragion d’essere della Via che il Buddha Shakyamuni ha prima conquistato e realizzato, e poi donato al mondo. Si dona solo ciò che si è realmente conquistato e realizzato, non le chiacchiere verbose, che gli umani spendono con troppa facilità!

Un vecchio Maestro fiorentino, da molto tempo defunto, iniziato nelle Vie dell’Antica Sapienza e amico di Massimo Scaligero, osserverebbe argutamente che “Maestri come Jou-tsing e Dogen sono di difficile contentatura”, ed avrebbe ragione. Ma non per questo, egli avrebbe praticato e consigliato una Via meno austera.

Massimo Scaligero avrebbe fatto osservare, con sottile sagacia, che il “sonno” al quale oggi voluttuosamente si dànno i sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito è quello della comodità borghese, del perbenismo convenzionale, quello che si inchina temente e reverente di fronte alla “immane potenza del convenzionale”, alla pubblica opinione accertata, alle varie “ortodossie” (o contortodossie) antroposofazziche o confessionali o politiche o culturali.

Un tale voluttuoso “sonno” dell’anima – avida di tamasica inerzia, direbbe Massimo Scaligero – spegne la “memoria” spirituale, soffoca il “fuoco” che arde nella volontà, ottunde il cuore, raffredda l’entusiasmo e rende opaca l’anima, uccide lo slancio interiore. Questa è la peggiore sciagura che ad un praticante interiore possa capitare, e spiega poi come si cerchino dei surrogati nella politica, nella cultura, nelle manifestazioni pubbliche, negli intrallazzi paraesoterici.

Spiega pure come, inoltre, quasi a giustificare e celare il fallimento della propria impresa interiore, ci si volga talvolta – spinti da una sorta di “invidia metafisica” (“ciò che io non oso realizzare, gli altri non devono realizzare”) – a calunniare il Maestro, e diffamare coloro che, magari in maniera animosa e imperfetta, con generosità si dànno ad una intensa pratica interiore, ed invitano gli altri a fare altrettanto.

Aveva ragione un Maestro terribile come Jou-tsing: bisogna picchiare più forte!
Per fedeltà e compassione.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN

FUNZIONE CREATIVA DEL DOLORE (di M. Scaligero)

Ophelia– John Everett Millais (1851-1852)

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Si può dire che, ancora una volta, all’uomo, in questo periodo decisivo per l’avvento di un suo nuovo ciclo sociale, si prospetta il problema del dolore in tutta la sua potenza, che dal piano fisico postula il metafisico. Perché il carattere dominante dell’attuale vicenda umana è dato dalla lotta e dalla sofferenza? Qual è il significato di queste prove di sacrificio e di dolore che quasi tutta l’umanità sperimenta?

Noi siamo certi che se essa fosse veramente capace di comprendere il significato ultimo di questa grande sofferenza, già avrebbe la chiave della soluzione del suo problema.

Esistono nell’uomo energie profonde che, per il loro carattere primordiale, possono considerarsi dormenti nel suo sangue e nella sua natura meno cosciente; esse sono le energie della volontà e dell’azione, quelle che misteriosamente agiscono, sollecitate da comandi o da impulsi, creando qualcosa di nuovo e di definito anche nel mondo della realtà sensibile. Ma tali energie rimangono inconscia potenzialità, se uno stimolo potente non le risvegli e non le riconduca alla coscienza centrale che l’individuo ha del proprio essere. E noi, seguendo la storia della umanità, possiamo effettivamente riconoscere le sue grandi creazioni sociali come conseguenza di una azione decisiva di queste energie primordiali deste nell’anima e nel corpo di essa: azione che costringe ogni individuo ad esprimere le sue migliori capacità.

Il problema consiste essenzialmente nel prendere contatto con tali energie e indirizzarle verso una consapevole creazione. Ora, quando il risveglio non sia possibile attraverso una educazione superiore della psiche, ossia attraverso una severa ed illuminante ascesi, la congiunzione della coscienza con queste energie può avvenire per via di un superamento violento della barriera che separa i due piani. Ma tale superamento crea nell’uomo una situazione particolare: la resistenza dell’abitudine organica, che tende meccanicamente a ripetere sempre gli stessi movimenti, l’urto di due tipi di coscienza e la scossa che ne riceve l’intero essere, generano infatti quella sensazione intollerabile, che è la sofferenza, sia che derivi dal mondo fisico sia che derivi da una causa morale.

Il dolore è una sensazione apparentemente negativa, in quanto l’organismo umano tende irresistibilmente a liberarsene per riacquistare lo stato in cui non esiste o non si avverte. Ma proprio in questa tendenza a liberarsi dal dolore, si può riconoscere l’azione velata della nostra facoltà cosciente verso una ristabilizzazione dell’equilibrio che le è peculiare, ma che, dopo il superamento del dolore, si attua talora in un piano piú profondo della personalità.

In ordine al concetto nietzschiano “Ciò che non ci spezza ci rende piú forti”, si può dire che l’umanità ha attinto taluni modelli di perfezione, grazie alla sua esperienza del dolore. Il tipo biologico si può elevare e affinare attraverso la reazione continua opposta da un’intima energia psichica all’azione delle forze esteriori: cosí, attraverso le sofferenze causate dagli stimoli del mondo esterno, l’uomo ha imparato a “conoscere” le diverse parti del proprio corpo, a sentirle come sue e a trasmettere ad esse il senso della propria coscienza.

L’uomo, dunque, raggiunge la gioia di essere cosciente nello spazio e nel tempo, attraverso quella vittoria sulla necessità esterna che gli viene propiziata dall’avvertimento e dallo stimolo della sofferenza. Se si tien conto come, in riferimento alla costituzione puramente morfofisiologica, siano state riconosciute dalla scienza medica talune parti insensibili del corpo chiamate “zone di ottusità del dolore”, e che questa sorta di insensibilità rende difficilissima la percezione di eventuali processi patologici formantisi in tali zone, è riconoscibile sotto un aspetto, per cosí dire, pratico, la funzione rivelatrice del dolore in riferimento alla coscienza dell’individuo.

Se l’ideale umano consiste nel conseguimento di uno stato sempre piú alto e piú profondo della coscienza, occorre riconoscere che il dolore è una via di affermazione della nostra natura gerarchicamente superiore, ossia di uno stato superiore della nostra psiche, in cui l’ideale di elevazione e di integrazione del piano inferiore rimane immutevolmente desta. Tale affermazione si esprime attraverso una trasformazione, o una creazione, la cui dinamicità è data dalla cooperazione delle energie fattive della natura umana piú profonda; cosí la piú alta virtú dello spirito si può ricongiungere con la piú concreta forza creativa dell’essere, a mezzo del superamento del diaframma che normalmente le separa.

Il dolore non è che una deformazione di ananda (beatitudine cosciente, gioia trascendente); questa forza, che è una manifestazione “dinamica” del Divino, fluendo nell’uomo e incontrando una resistenza nella sua immaturità, deve necessariamente presentarsi sotto forma di dolore, e insiste in questa forma fino al momento in cui potrà presentarsi nella sua vera essenza di gioia creativa: il che sarà possibile attraverso l’affinamento della natura umana per virtú del dolore.

Ecco perché, se l’insegnamento del dolore dura anche quando questo è cessato, esso può costituire per l’uomo l’avviamento verso un ethos superiore. Se l’insegnamento si oblia, il dolore ritorna e ritornerà finché l’uomo non avrà compreso il segreto della vittoria. Allora si comprenderà che il dolore era una “irrealtà” necessaria: esso esisteva in quanto l’Io non era capace di “essere” compiutamente nel suo proprio dominio: la realtà del dolore aveva un valore semplicemente strumentale e perciò temporale. Cosí il dolore soltanto può condurre al superamento del dolore.

Tale concezione occorre sia compresa per evitare la confusione dovuta all’idea dell’originaria “oscurità” della vita e della fatalità del dolore. Questo, invero, è una forma di resistenza della natura inferiore dell’uomo all’azione della natura piú alta: ma la resistenza ha il senso simultaneo di ostacolo e di stimolo per il superamento dell’ostacolo: cosí il dolore non è cieca e irremovibile fatalità, ma via di conoscenza superiore, di realizzazione della vera e intima finalità dell’essere umano. Sotto questo riguardo, esso insegna a discriminare lo stato di presenza spirituale dallo stato di assenza e di sprofondamento nella propria natura animale, in quanto, come si è accennato, la sofferenza deriva proprio dall’incontro e dal contrasto di forze di coscienza con forze dell’incoscienza: dove l’inconscio resiste, il dolore, come un preciso termometro, registra l’intensità della sofferenza.

Qui si delinea il senso della vita eroica, sia nel dolore animico che in quello fisico: nel sopportare con fermezza la crisi del dolore, l’Io umano si schiera, per cosí dire, con le forze della coscienza; inoltre, nella esasperazione della lotta, la volontà dell’Io si potenzia cosí da chiedere l’intervento delle forze ancora piú forti e sopracoscienti.

È l’“eterno” che urge nell’umano per fluire in quella vita individuale e collettiva che aveva creduto di poter esistere entro i suoi limiti, nella sfera della sua contingenza, nella sua arida materialità. Là dove questa vita depotenziata resiste, la forza spirituale, appoggiandosi alla coscienza dell’uomo, fa violenza alla vita, la costringe a una rettificazione, a un’obbedienza purificatrice. Il principio è dunque l’Eterno, il dolore è il mezzo, la conquista di un nuovo bene è il risultato. Ecco perché esigenza mistica, spirito eroico e senso del sacrificio confluiscono in un’unica vicenda, ove l’uomo abbia saputo intendere l’appello della sua autentica interiorità, che è l’appello stesso del Divino.

Due vie sono state offerte all’uomo per la vittoria sulla morte: il dolore e la morte eroica. In ambedue il principio del sacrificio implica il risveglio di una coscienza di vita superiore alla vita stessa: dove nasce la sofferenza, lí l’uomo è costretto a essere sveglio e ad acquistare coscienza della sua regalità.

Se la vita normale e pacifica è, nella sua monotonia, qualcosa che narcotizza la personalità e attutisce il senso dell’Io, riconducendolo ad una coscienza talora inferiore alla coscienza di veglia, ossia ad uno stato di torpore stagnante ed imbelle, la vita di dolore desta la psiche dell’uomo, la costringe ad essere piú-che-sveglia e la dischiude ad uno stato di purezza trascendente.

In questo stato di eroica euforia dell’essere, il dolore non ha piú senso: esso, svanendo, ha lasciato in noi soltanto ciò di cui era una forma difforme: l’essenza di una libera e cosciente gioia. Di là dalla irrealtà del dolore, questa attende di essere conosciuta, perché essa soltanto può esprimere la natura segretamente divina dell’uomo, attraverso l’azione di un senso “solare” e creativo della vita.

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Selezione da «Augustea» n. 1, XVIII, 1943

Per gentile concessione de L’Archetipo

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SCIENZA DELLO SPIRITO
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