L’ALBERO (Poesia di F. Di Lieto)
linfa di vita nuova, e rifiorisca.
linfa di vita nuova, e rifiorisca.
Complicato tratteggiare l’individualità di Raymond de Becker (1912-1969). In breve possiamo dire che fu un giornalista (poi pubblicista e scrittore) belga di molti interessi, vissuto in tempi difficili.
Redattore dell’Indipendenza belga e della Avant-Garde, scrive alcuni libri dal ’32 al ’39, poi nel ’41 diventa direttore del Soir collaborando con l’occupante tedesco ma non abbandonando i suoi ideali di un Belgio realista e unitario. Ben presto i suoi rapporti con l’amministrazione tedesca si deteriorano e nel ’43 è sottoposto agli arresti domiciliari in Svizzera. Nel ’45 si consegna alle autorità belghe e viene imprigionato.
L’anno successivo il Consiglio di Bruxelles lo condanna a morte, poi commutata in ergastolo. Infine viene graziato nel ’51 ma deve lasciare il Belgio. Trova un lavoro a Parigi dove lo aiuta finanziariamente l’amico Hergé (autore del famoso Tintin). Durante la prigionia approfondisce la psicoanalisi, soprattutto il lavoro di Carl Jung, con il quale poi avrà molti incontri diretti. De Becker, seppure tra i tanti imbarazzi dei suoi vecchi amici, dialoga col citato Hergé, Maritain, Gide, Spaak, ecc. Nel suo periodo giovanile spicca uno slancio mistico verso un cristianesimo puro e una forte avversione verso il comunismo e il cattolicesimo. Negli ultimi anni di vita scrive L’altra faccia dell’amore, La comprensione dei sogni e molti articoli. E’ di uno di essi, noto per la sua ripubblicazione per la rivista Planète, che vogliamo occuparci.
Purtroppo de Becker mostra come, senza una apertura dell’anima assai profonda o se si preferisce, una specifica “segnatura” karmica (mica siamo in democrazia), siano talvolta vani anche frammenti di esperienze “forti”.
Ricordiamoci che è stata una personalità poliedrica: spiritualista e idealista maturato nella scuola psicoanalitica junghiana e studioso dell’Oriente sapienziale (L’hindouisme. 1968)
Ebbe momenti di illuminazione interiore, descritti e commentati in un articolo, apparso dopo la sua morte, intitolato: La visione del mondo nella sua gloria e che riapparve poco dopo sulla rivista Planète, un tempo nota e diffusa in molte nazioni, Italia compresa, con un titolo equivalente: Visioni di Luce.
Vale la pena di riferire la sua interpretazione, poiché affronta le obiezioni che il senso comune oppone alle esperienze di genere spirituale, facendole derivare da incrinature morbose o patologiche della psiche.
Dopo aver premesso, in base ai suoi molti studi, di avere il diritto di pensare che “ la causa di un fatto non ne spiega la natura e tutt’al più ne descrive la faticosa strada da cui sorge”, egli conclude: “ sappiamo semplicemente attraverso quale via le visioni hanno potuto effettuarsi L’apparecchio sensibile classico deve sempre essere spezzato in qualche modo perché possa verificarsi una percezione insolita del mondo.
Questo apparato può essere spezzato o incrinato da traumi infantili, da incidenti, dalla droga, da discipline mistiche o da esperienze esistenziali. Ma in ogni caso l’occasione della frattura può informarci su come si è prodotta ma non ci illumina mai sulla natura del fenomeno al quale la frattura dà luogo”.
Ecco: “dalla droga” al pari di “discipline mistiche”. Su questa parificazione è scivolato anche A. Huxley , il famoso scrittore che fece epoca con Le porte della percezione e non pochi altri geniacci.
Allora, senza dare giudizi a nessuno, ditemi come mai Santa Teresa, quando ritorna tra noi può indicare un particolareggiato percorso dell’anima che va dalla terra ai Cieli mentre costoro, dopo aver vissuto abbacinanti rivelazioni ritornano a mani vuote?
De Beker, onestamente certifica che, su queste esperienze e la vita comune ci sia una netta frattura, per lui incolmabile e indirettamente ci conferma che il suo bagaglio del sapere, ogni possibile acrobazia del suo pensiero, anche a livello scientifico, non getta alcun ponte di conoscenza.
Eppure è una tentazione – quella di pensare tutti i pensieri del mondo linearmente, ovvero con il pensiero ordinario – alla quale la mente umana difficilmente resiste.
Succede che al primo istante l’esperienza gli rivela l’esistenza di un mondo di Luce e Gloria, completamente diverso da quello abituale: “ E’ come se una mano misteriosa avesse alzato il velo che mi separava dall’universo glorificato, il mondo era sospeso nella gloria, mi pareva di sentire Dio in me…”.
Un altro giorno, mentre discute con un amico sull’autentico significato delle parole Dio, anima, grazia, immortalità, accade un fatto sconvolgente: “All’improvviso vidi il mio interlocutore balzare dalla sedia nell’istante in cui balzavo dalla mia…Una luce abbagliante ci aveva strappato dalle riflessioni teologico-intellettuali.
La stanza era inondata di luce, non c’era alcun dubbio, e la nostra conversazione era divenuta priva di oggetto. Quale eterno testimone voleva imporci il silenzio? Nel chiarore di questo sole notturno – saranno state le quattro o le cinque del mattino – gridai: Ecco Dio! Era troppo. Come mai questa parola dalle mie labbra? E già la mia mente cercava altre deduzioni…”.
Raymond lascia che il pensiero cerchi, chiede aiuto alla biologia, alla fisica, alla psicoanalisi, per trovare le “strutture concettuali” (così si esprime) capaci di contenere queste esperienze e, sorpresa, non le trova.
Si ripete la sconfitta di chi non può accettare la grazia, anche se ha avvertito la presenza del testimone eterno che ha invano cercato di imporgli il silenzio…così rapidamente la luce si spegne.
Dice poi:” anche i più esperti tra noi assomigliano a coloro che avendo visto il sole ne negano l’esistenza non appena viene velato dalle nubi…”.
Il nostro amico ora scomparso, lo scrittore italo-svizzero Piero Scanziani, nel suo libro Entronauti chiama queste nubi “elefantiasi della mente” ed il dottor Ruzbehan, menzionato nel medesimo volume usa il termine “anemia del Sacro”.
Non gli esercizi di ieri, finiti nella spazzatura, possono strangolarci , sono piuttosto questi i mali che non perdonano e l’elefantiasi della mente è un termine azzeccato: assai diffusi in Occidente (ma l’Oriente boccheggia) e dai quali uno spirito inquieto come Raymond de Beker non si è salvato.
Come Cicerone per la sua casa, esibisco così anche la prova che le tensioni morali contano relativamente poco sul piano spirituale: quando non siano validamente sostenute dalla disciplina, da una instancabile aspirazione ed un’apertura all’Eterno testimone.
Altrimenti le esperienze (così tanto bramate!) non servono a niente. Serve ben più non mollare mai su una via indicata dalla Sapienza eterna.
Raymond de Beker, in una nota conclusiva, scrive: “Malgrado quelle esperienze, devo confessare che sono diventato un piccolo borghese come tutti quanti…”
E, per quanto mi pare di ricordare, nel 1969 egli si toglie la vita, forse non sopportando la deriva della banalità in cui, seppure lucidamente, era caduto.
Se il suo sia stato un ultimo gesto virile davanti l’ignominia della decadenza oppure la sopraffazione dell’angoscia, questo non so dirvelo.
Per chi segue correttamente la Scienza dello Spirito il problema del respiro appare del tutto secondario o proprio non esiste. Oppure esiste solo come un iniziale disturbo che si somma al cumulo delle percezioni invadenti e che, con la pratica dell’attenzione verso una successione di pensieri voluti o verso una immagine di pensiero, dopo un certo tempo, recede dalla concentrata coscienza sul tema perdendo il suo carattere persecutorio.
Le pratiche che permettono all’attività respiratoria di avere un ruolo primario nella sfera degli esercizi più o meno occulti appartengono di solito ad un lontano passato, durante il quale, la struttura dell’entità umana era diversa dall’attuale: il “corpo delle forze formatrici” (linga sharira) o corpo eterico sopravanzava il corpo fisico e in genere, per l’uomo, era in un certo senso facile percepire le forze più importanti che scorrevano in esso.
L’uomo avvertiva come una possente corrente di vita lo pervadesse ad ogni respiro. In quei tempi a tale corrente venne dato il nome di prana. Il prana poteva essere la chiave per risvegliare forze basali ancora più potenti e liberatorie che staccassero l’uomo dal mondo sensibile e lo riconducessero alla sua originale condizione di spirito.
Ora, essendosi modificati i veicoli occulti che compongono l’uomo, tentativi in tal senso lo legano ancor più alle condizioni fisico sensibili: il prana non è percepito e rimane solo il respiro inteso come somma di sensazioni del torace che si dilata e contrae. Ora spetta ad una forza, che in tempi antichi era del tutto secondaria, a essere ciò che può liberare le forze spirituali addormentate nell’uomo. Questa forza è ilpensiero.
Va chiarito che non si indica il pensiero divenuto pensiero delle cose: atto già compiuto, pensiero estinto, ma il pensiero che viene prima: il pensiero che pensa sé stesso: antecedente la propria alienazione. Il pensiero che pensa sé stesso è, per sua natura, “libero dai sensi”, dunque non vincolato alla corporeità. In questa eccezionale condizione ridiventa possibile il rapporto consapevole con le forze primigenie che hanno costruito la struttura umana: il prana, ora percepito nuovamente, è la luce della vita che fu agli albori del tempo.
Nel libro di Massimo Scaligero, La Via della Volontà Solare, il IV capitolo intitolato “Nuova metafisica del respiro” è del tutto esauriente nei riguardi della fenomenologia a cui ho accennato.
Però la via occulta è vasta, articolata, e il Dottore stesso, con prudenza e giustificate distinzioni afferma (Scienza Occulta, V capitolo) la possibilità di regolare l’atto respiratorio ad un certo livello di maturità del discepolo. Ciò può essere inteso su due gradi di operatività: il primo può consistere nella necessità di regolare coscientemente e per tempi brevi, funzioni che ordinariamente si esplicano senza il nostro intervento, “peresempio, la respirazione”.
Poi Steiner accenna a degli esercizi che agiscono sul corpo fisico “in guisa che esso corrisponda, in un determinato modo, a delle speciali leggi del mondo animico-spirituale. La respirazione è una funzione fisica, e quando viene esercitata in modo da essere l’espressione di una legge animico-spirituale, essa imprime direttamente nell’esistenza fisica un’essenza spirituale; trasforma la sostanzialità fisica nel suo corrispondente spirituale”.
Dunque abbiamo trovato, nello sviluppo interiore dell’operatore due indicazioni di possibili momenti in cui potrebbe essere lecita una presa di contatto con il respiro.
Nessuna delle due dovrebbe occupare la mente e l’interesse del principiante ma solo di singole figure che operano in profondità da tempo ed intuitivamente vocate al carattere assolutamente specifico di particolari discipline.
Tentare, prima di talune maturazioni interiori, avanzate vie occulte, nel migliore dei casi non produce nulla e distoglie l’anima dal più vero, basilare lavoro su se stessi, mentre nel caso pessimo può danneggiare l’operatore, come, sul piano sensibile succederebbe trafficando irragionevolmente con la corrente elettrica o col fuoco.
Ritornando alle indicazioni comunicate da Scaligero, troviamo solo due casi in cui viene ammessa una minima regolazione cosciente del respiro fisico: la prima nel XVII capitolo di Yoga, Meditazione, Magia e riguarda l’attivazione della corrente eterica della “volontà magica”. La seconda compare nel III capitolo di Meditazione e Miracolo quando, in intensa immaginazione, si ritmizza una breve preghiera, accordandola ai due tempi dell’inspirazione e della espirazione. In ambedue i casi è evidente che il controllo del respiro rimane una disciplina minima, un semplice supporto ad una operazione qualitativamente superiore e diversa: un poco come lo stare eretti con la colonna vertebrale durante la concentrazione o meditazione: semplicemente un assetto, nei casi citati, dinamico.
Nei “Quaderni Esoterici” (una selezione di indicazioni della Scuola Esoterica 1904-1014, fatti stampare in tre successivi volumetti da Marie Steiner, poi raccolti in un volume unico dell’Opera Omnia intitolato Indicazioni per una Scuola Esoterica e da qualche tempo reperibile anche nella edizione italiana) troviamo due varianti degli “esercizi principali” quali furono forniti in copia ai discepoli della Scuola, perciò esercizi principali e generali, in cui le meditazioni/concentrazioni su punti analogamente indicati del corpo, sono sostenute da una respirazione controllata e caratterizzata da una prolungata sospensione del respiro nella condizione opposta a quanto gira per il mondo come pranayama: ci si astiene dal respirare quando i polmoni sono vuoti d’aria.
I tempi del respiro dati in questi esercizi esigono una severa preparazione di cui fanno parte i cinque esercizi ausiliari (e non solo).
L’ordinaria capacità polmonare c’entra assai poco, dati i tempi da osservare: cito ad esempio le indicazioni per il secondo dei due esercizi:
Inspirazione: a piacimento.
Espirazione: due volte il tempo dell’inspirazione
Pausa: si inizia con quattro volte il tempo dell’inspirazione, poi gradatamente si aumenta la pausa fino a dieci volte il tempo dell’inspirazione.
Durante le pause si evoca una brevissima frase di carattere mantrico che viene assimilata a zone determinate del corpo.
Dovrebbe risultare chiaro, anche con questi pochi accenni, che il “controllo del respiro” in questi esercizi, è profondamente diverso dal pranayama che molti hanno conosciuto. Quest’ultimo, nell’accezione ordinaria, serve come educazione ad una respirazione completa e profonda volta al recupero della salute e del benessere oppure come calmante dell’affanno psichico.
In effetti, gli ultimi grandi maestri orientali (Aurobindo e Ramana) non danno una specifica importanza all’arte del respiro controllato che viene consigliata a specifici discepoli con lo scopo di placare il mentale, con ciò riprendendo il più genuino utilizzo già indicato nello Yoga originario: “raggiungere la stabilità del senso interno”.
Ben diverso è quanto venne dato da Steiner ai discepoli della Scuola: la sospensione del respiro a polmoni vuoti rimanda alla (drastica) sospensione dei processi vitali o del senso della vita, giacché la più immediata, elementare brama di vita comincia proprio dal poter respirare.
Molto è riassunto in uno stralcio di risposta data dal Dottore a Alfred Meebold nel 1906: “Il senso del trattenimento del respiro le sarà dato se lei orienta il suo pensiero nella direzione seguente: il processo dell’incarnazione terrestre è pensato tramite il respiropolmonare; la direzione verso lo spirituale esterno deve allora, per mezzo di esercizi, percorrere alla rovescia questo processo ecc. ecc. Naturalmente con ciò il pensiero è solo suggerito e dunque la prego di pensare oltre”.
Qui troviamo una disciplina che, in un certo senso, lotta contro la vita com’è comunemente intesa: le meditazioni vengono effettuate in una condizione di soffocamento: e non basta, poiché l’operatore svolge l’operazione in una situazione di saturazione di anidride carbonica.
E’ una situazione di ribaltamento delle forze poste a fondamento della struttura umana. Infatti, in diversi schemi di discipline date a singoli discepoli, oltre a più blandi ritmi respiratori controllati e coscienti, il Dottore pone come per un continuum immaginativo un essere polare all’uomo, cioè una pianta “con massima vivacità e da lei ben conosciuta…sicché l’immagine possa essere molto precisa”, mentre le brevi rappresentazioni meditative sono: Tua Morte – Mia Vita e Mia morte – Tua Vita.
A questo aggiungo qualche riga della lezione esoterica del due ottobre 1906, tenuta a Berlino: “ Il nostro corpo fisico è nato dal macrocosmo ed il mondo esterno l’ha formato; il nostro Io deve far nascere il corpo spirituale dal nostro corpo fisico. Atma si chiama il nostro corpo spirituale. Atma significa respiro. Noi edifichiamo il nostro corpo spirituale mediante un respiro regolato nella meditazione.”
Riporto in parte le parole di Steiner che ho traslato più su e che troviamo in Scienza Occulta: “La respirazione (…) quando viene esercitata in modo da essere l’espressione di una legge animico-spirituale (…) trasforma la sostanzialità fisica nel suo corrispondente spirituale”
Ora potrà farsi strada nel nostro pensiero qualcosa di grandioso che, nello scritto fruibile a tutti i lettori, viene soltanto accennato ossia lasciato all’intuizione del discepolo: il segreto della creazione della Pietra dei filosofi: una misteriosa costante nelle opere dell’Ars Regia: lapis transmutationis…avendo cura di sottolineare vigorosamente che concentrazione, meditazione, immaginazione e percezione pura, ad un certo livello di realizzazione, operano tutte sino al corpo fisico, mutandolo in corpo spirituale.
Inoltre, ogni disciplina interiore modifica, per virtù propria, il respiro dell’operatore: nella forma e nella qualità. Posso aggiungere a ciò, per non apparire astratto, che nella pratica ininterrotta della concentrazione e meditazione, possono diventare avvertibili diversi fenomeni. Per esempio, il quieto respiro “scende” dal torace nell’addome (sede dell’hara nipponico), talvolta si ha la sensazione che il soffio giunga sino al pavimento pelvico. Poi si avverte un prolungarsi del tempo di sosta successivo all’espirazione. Può accadere che il respiro fisico cessi totalmente, probabilmente avviandosi il fenomeno del puro respiro interiore.
Sono piuttosto sorpreso del fatto che siano poche le persone che, elencandomi varie fenomenologie, non accennano mai a queste. Persino l’odierna psicologia ha osservato il fenomeno opposto: cioè come nello sforzo interiore di persone comuni si dia una contrattura poco sotto il plesso solare.
In quanto a qualità, con gli odierni sistemi di esame sarebbe facile valutare in quantità sensibile la modificazione che avviene nel meditante quando espira l’aria: una maggiore quantità di ossigeno viene rimessa nel mondo circostante ed una piccola quantità di anidride carbonica viene trattenuta nell’organismo.
Così, per un processo (in sé) impercettibile, dal corpo fisico caduco si forma il corpo immortale: adamantino.
A questo punto della lettura, più d’uno potrà giudicare che, tutto sommato, la via alla trasformazione del corpo può essere, per molti versi, abbastanza facile.
Purtroppo questo sarebbe un giudizio affrettato e per controbilanciarlo mi bastano poche osservazioni in aggiunta. La prima consiste nel fatto che, se si è in pochi a fare gli esercizi, si è in pochissimi a realizzare il minimo della condizione in cui il pensiero inizia a essere vivo e attivo per virtù propria: ciò è possibile ma esige una dedizione sacrificale che può essere sviluppata con “ripetizione e ritmo” ma che, davanti alla quale, i più indietreggiano. Senza un pensiero che voglia liberarsi, senza una immaginazione vivificata, i risultati delle operazioni non raggiungono i veicoli fisico-eterici.
Riguardo gli esercizi della Scuola Esoterica, il testo c’è e chiunque può farli…Veramente?
Ho seri motivi di credere che, come in ogni scuola di questo mondo, anche nella Scuola non entri se non vieni invitato ad entrare. La Scuola, così come nel tempo successivo la Classe, sono àmbiti leggermente disancorati dal tempo e dallo spazio comuni (per questo i furti perpetrati ai danni del materiale della Classe non alterarono le sue potenzialità spirituali). E la Scuola è la più elusiva, avendo perduto la sua controparte sensibile. Allora come si entra? Vale anche in questo caso il “Bussate e vi sarà aperto”
Il “bussare” potrebbe corrispondere, oltre la disciplina che si pratica, anche in un prolungato lavoro dell’anima in un approfondito e sentito studio di ciò che è possibile accogliere di essa e farne una specie di luogo interiore in cui recarsi con continuità. Il senso di questo scritto va in questa direzione come una bozza di riflessione.
Rimane comunque presente sullo sfondo una legge spirituale di “merito”, per la quale non esiste che le porte si aprano automaticamente: qui abbiamo porte fisiche e muri fisici, nel sovrasensibile abbiamo barriere morali-spirituali che, per intensità, sono ostacoli assai più invalicabili.
Per chi volesse comunque una conoscenza diretta dell’aria in rapporto all’entità umana, un’ottima disciplina consiste nello sviluppare meditativamente attraverso immagini il “senso dell’aria”, indicato dal dott. Colazza nel primo volume di Ur e spesso sottolineato dettagliatamente in scritti apparsi su Ecoantroposophia. L’esercizio può diventare contemplazione del respiro se, attraverso semplici immagini, si realizza che l’onnipervadenza dell’aria esiste anche nella stanza ove si medita e che non si arresta fuori di noi.
Il respiro, durante questa meditazione/concentrazione, non deve venir toccato, l’attenzione immaginativa deve rimanere estranea alle nostre sensazioni sensibili e noi dobbiamo rimanere nella sfera dell’attività immaginativa senza cedere verso il basso dato dalle sensazioni corporee: più facile a farsi che a dirsi. Allora diventa possibile iniziare a percepire l’attività di un immenso essere vivente ed il suo rapporto con l’uomo: così inizia la sperimentazione diretta della metafisica del respiro: cosmo che ci respira, non viceversa.
Infine: può esistere qualche pratica non esoterica che possa servire in certe condizioni fisiche di malattia (specie quando si hanno problemi cardiaci e nervosi)?
Premesso che sono del tutto contrario agli esercizi che contemplano immersioni nel fisico traendo da esso risultati che si riversano nel mentale, cioè nella sfera che le operazioni interiori dovrebbero semmai separare da tutto quello che ascende dall’umano-animale, ricordo un esercizio di controllo del respiro che, assai spregiudicatamente, potrebbe venir sperimentato (come esperimento a sé) che ho visto funzionare piuttosto bene per certi individui (comunque operativi).
Premetto che fare di più di quanto scrivo, potrebbe nuocere anche per chi segue sistemi misti a yoga. Questo non è hatha yoga con le sue 84 posizioni di base! Basta che la colonna vertebrale sia eretta e si stia seduti in modo agevole con abiti comodi, non stretti.
Fare dapprima 4 (moderatamente) vigorose respirazioni, poi:diminuire gradualmente la velocità normale del respiro, poco a settimana, finché il ritmo primitivo sia stato all’incirca dimezzato; alla fine di ogni ispirazione interrompere l’attività respiratoria per 2 o 3 secondi, poi esalare: il respiro viene reso con quiete, dolcezza e assenza di sforzo; l’attenzione sia concentrata sui movimenti respiratori.
Ordinariamente il ritmo respiratorio normale al minuto varia dalle 14 alle 20 volte.
Dovrebbe abbassarsi, in un arco di tempo che va da un mese a sei mesi ad un ritmo di 7 respirazioni al minuto. Come dicono i mistici cinesi, l’aria dovrebbe fluire con tale dolcezza da non agitare una piuma. Comunque l’efficacia è strettamente connessa con il grado e la continuità dell’attenzione.
Un sintomo positivo è dato dal cuore che non si sente più come una palpitazione, bensì come una dolce pulsazione. L’esercizio va eseguito per 5 minuti al mattino (eccezionalmente può essere ripetuto per altri 5 minuti alla sera). I tempi indicati non sono d’orologio ma secondo sensibilità e misura.
Ripeto: non lo consiglierei nella maniera più assoluta come pratica occulta, ma vi possono essere condizioni in cui pratiche particolari possono venir considerate alla stregua di terapie, senza significati di altro genere e livello. Queste ultime indicazioni non sono “conoscitive”, ma solo lenitive per problemi fisio-psichici contingenti!
FRANCO GIOVI
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Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com – Articolo riveduto dall’autore
Il termine Antroposofia è molto antico e non fu creato, come lui stesso esplicitamente affermò, da Rudolf Steiner.
Tralasciamo l’uso, per noi poco interessante, che ne fece il filosofo herbartiano austriaco Robert Zimmermann (nato a Praga il 2 novembre 1824 e ivi defunto il settembre 1898), che lo adoperò nel titolo di una delle sue opere, intitolata appunto Anthroposophie im Umriß. Entwurf eines Systems idealer Weltsicht auf realistischer Grundlage, ossia Antroposofia nelle sue linee generali. Abbozzo di un sistema ideale di visione del mondo su base realistica, che apparve nel 1882: nulla a che vedere con la Sapienza Celeste, oggetto della nostra ricerca e del nostro amore. In precedenza la parola era stata adoperata, in maniera per noi già più interessante, dal filosofo Immanuel Fichte, figlio del grande Johann Gottlieb Fichte, da Ignaz Troxler, da Gideon Spicker. Ma, pur essendo queste personalità del mondo filosofico e culturale di lingua tedesca apprezzati da Rudolf Steiner, non è l’uso “filosofico”, che è stato fatto di questa parola, che ci preme, semmai l’uso «filosofale».
Se vogliamo vedere usata questa parola in senso «occulto», prima di Rudolf Steiner, dobbiamo risalire al XVII secolo, a quel “secolo d’oro” che per l’Ermetismo e l’Alchìmia fu il Seicento. Quello fu il secolo della pubblicazione dei quattro primi scritti rosicruciani, ovvero della Fama Fraternitatis, della Confessio Fraternitatis, delle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, della Allgemeine und General Reformation der ganzen weiten Welt, ossia della Riforma universale e generale dell’intero vasto mondo. Ma fu anche il secolo nel quale videro la luce mirabili testi alchemici come la Chymica Vannus, il De Pharmaco catholico, l’Androgenes Hermeticus, il Novum Lumen Chemicum e le altre opere del Cosmopolita, quelle di Francesco Maria Santinelli, di Federico Gualdi, di Massimiliano Palombara e la sua Porta Ermetica, di importanti autori rosicruciani come Heinrich Khunrath, Michael Maier, Robert Fludd, il “riscoperto” Basilio Valentino, le opere dei due Filalete, Eugenio e Ireneo (che taluni, a ragione o a torto, identificano tra loro), per non dirne che una parte. Questa mirabile fioritura della Sapienza Ermetica venne in gran parte spazzata via, in Germania e altrove, dalla Guerra dei Trent’Anni, provocata dall’odio teologico di una potenza religiosa intollerante e della sua militante compagnia, e attuata con spietata ferocia dalle truppe imperiali asburgiche.
In quel periodo così agitato, un autore da me molto amato, Thomas Vaughan, un alchimista e kabbalista del Galles, molto legato alla tradizione rosicruciana – fu lui a tradurre e a pubblicare per primo in inglese, nel 1652, i primi due opuscoli che costituivano il Manifesto del movimento rosicruciano col titolo di The Fame and Confession of the Fraternity of the Rose Cross – pubblicò nel 1650 con l’eteronimo, che userà poi per tutte le sue opere, di Eugenius Philalethes, ovvero “Eugenio, l’Amico della Verità”, il suo primo scritto col titolo di Anthroposophia Theomagica, a Discourse on the Nature of Man and his State after Death. Ora, questo «Discorso sulla natura dell’uomo e il suo stato dopo la morte» è molto vicino a quella «Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano», che è il sottotitolo del libro Teosofia, nel quale Rudolf Steiner tratta appunto della costituzione occulta dell’uomo e del suo destino dopo la morte. Naturalmente, Thomas Vaughan, nella sua Anthroposophia Theomagica, tratta il suo argomento con l’usuale intricato simbolismo ermetico-kabbalistico, tipico della tradizione rosicruciana, medievale e rinascimentale, il che ci rende tanto più grati a Rudolf Steiner, il quale ci ha portato incontro un Mondo Spirituale in concetti afferrabili da ogni volenteroso pensatore.
Ma la parola Antroposofia è ancora più antica: di circa un secolo. Infatti, Thomas Vaughan, nelle sue opere, si dichiara discepolo postumo del grandissimo Enrico Cornelio Agrippa, umanista, ermetista, kabbalista e mago, discepolo a sua volta di Giovanni Tritemio, abate benedettino prima di Sponheim e poi di Würzburg, uomo dalla sapienza oceanica, ambedue – essi pure – da me molto amati . Orbene, il nostro ottimo Agrippa, in una sua aurea operetta, intitolata Arbatel, nel XLIX e ultimo capitolo della sua trattazione, espone un quadro delle varie scientiae accessibili all’uomo, lodando quelle buone ed utili e mettendo in guardia da quelle malvagie e pericolose. Tra le scientiae Boni, ovvero “scienze del Bene”, egli annovera la Theosophia, definita come la scienza che dà: Notitia verbi Dei, et vitæ iuxta verbum Dei institutio, e Notitia gubernationis Dei, per angelos, quos scriptura Vigiles vocat, & intelligere angelorum mysteria, ovverossia la Theosophia è la scienza che ci permette la conoscenza del Verbo di Dio, del Logos, e della creazione della vita secondo il Verbo divino, ossia secondo il Logos, e ci istruisce altresì circa il governo di Dio attraverso gli Angeli, che la Scrittura chiama Veglianti, e ci istruisce altresì a comprendere i misteri angelici. Mentre l’Anthroposophia da Agrippa viene definita Scientia rerum naturalium, scienza delle cose naturali, e Prudentia rerum humanarum, saggezza delle cose umane. Ed è facile vedere il rapporto della Theosophia e della Anthroposophia di Enrico Cornelio Agrippa con l’insegnamento di Rudolf Steiner.
Solo che l’insegnamento di Agrippa, la sua occulta philosophia, è veramente un aureo tesoro custodito in uno scrigno «ermeticamente» chiuso, non facile da disserrare se non si possiede quella che lui stesso, in una lettera ad un discepolo, chiama la occulta clavis totius negotii, la chiave segreta dell’intero sistema. E dire che il benedettino Giovanni Tritemio, un “Maestro dell’Arte” – come direbbero i discepoli di Ermete, Padre dei Filosofi – e suo Maestro, lo rimproverava di parlare troppo chiaro, il che all’epoca era oltremodo pericoloso, potendo facilmente l’ermetista troppo loquace finire sul rogo! Infatti, il sapientissimo abate Tritemio, al quale Agrippa aveva inviato la prima stesura manoscritta dell’opera a lui più cara, il De occulta philosophia, l’8 aprile 1510, scrisse una lettera piena di lodi al suo giovane, colto e promettente discepolo, per aver penetrato arcani e segreti nascosti a moltissimi dotti, ma lo ammonisce al contempo a dare le cose volgari al volgo, mentre le cose più alte ed arcane dovrebbe comunicarle solo agli amici più segreti e fidati. E aggiunge: «Da’ il fieno al bove e lo zucchero solo al pappagallo; fa’ attenzione di non esporti, come è accaduto ad altri, ai calci dei buoi». Malgrado tutto, non sempre – e ad onta di ogni sua prudenza – il polemico e focoso Enrico Cornelio Agrippa riuscì di evitare i «calci dei buoi». E non è che oggi la situazione sia granché cambiata…
Giova riportare, nella traduzione del mai troppo stimato e a me caro Arturo Reghini, quanto Agrippa va scrivendo, nel 1523, ad un suo discepolo entusiasta, il padre Aurelio da Acquapendente, col quale egli così si esprime:
«La chiave di tutta la faccenda la riservo a me ed agli amici, di cui, non dubitare, tu sei uno (clavem totius negotii mihi, amicisque quorum te unum ne dubites, reservo). Sarebbe un delitto ed un sacrilegio pubblicare questa faccenda alla coscienza di tutti. Poiché essa non si trasmette (traditur) cogli scritti, ma allo spirito per mezzo dello spirito si infonde (sed spiritui per spiritum infunditur)».
Questa era, dunque, la maniera prudente e celata nella quale veniva trasmessa un tempo l’antica Sapienza, e la forma simbolica ed enigmatica nella quale essa veniva allora espressa. Dall’epoca di Enrico Cornelio Agrippa sono passati cinquecento anni, e molto è mutato nel frattempo nell’anima umana e nella stessa costituzione occulta dell’uomo. La strada che scelse Rudolf Steiner fu radicalmente diversa. Egli non si pose il compito di tradurre in un linguaggio moderno, comprensibile a tutti, i tesori di Sapienza Arcana, che quella Theosophia elargiva a pochissimi, come «rivelazione» dall’Alto, bensì volle comunicare una Conoscenza, frutto delle nuove e più lucide forze dell’anima cosciente, che l’uomo, duramente e faticosamente lottando, andava sempre più conquistandosi. Egli stesso affermò apertamente, che nelle sue comunicazioni, basate esclusivamente sulle sue personali, autonome, investigazioni spirituali, non avrebbe “disvelato” i “segreti” e gli “arcani” di quegli antichi Ordini Occulti e Confraternite. Ma questo punto non è stato davvero granché inteso dalla maggior parte dei suoi fiacchi e accidiosi seguaci, dando luogo a non pochi equivoci proprio da parte di coloro che tendevano e tuttora tendono a prendere il suo insegnamento in maniera mistica, sentimentale, parareligiosa, «animica».
La strada, intrapresa da Rudolf Steiner, di comunicare coraggiosamente e generosamente i risultati delle sue investigazioni spirituali a tutti coloro che, anche al di fuori degli antichi Ordini occulti, erano sinceri ricercatori di una conoscenza spirituale, non fu sempre condivisa da coloro che erano iniziati in tali Ordini, i quali in taluni casi giudicarono oltremodo «temeraria» la comunicazione pubblica delle verità occulte.
Infatti, possiamo leggere quel che Rudolf Steiner stesso scrisse nel Capitolo XXIX de La mia vita, trad it. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano 1987, pp. 297-299:
«Sino all’inizio dell’era moderna, cioè sino al secolo XIV circa, è sempre esistito un sapere del mondo spirituale, corrispondente alla diversa costituzione animica di un’umanità più antica. Ma era appunto qualcosa di molto diverso dal sapere antroposofico, corrispondente alle condizioni della conoscenza nei tempi attuali. […]
Nei tempi antichi quel «sapere antico» si coltivava unicamente nel seno dei «misteri» ed ivi si comunicava a coloro che prima si erano resi maturi a riceverlo, agli «iniziati». Non si doveva mai comunicarlo pubblicamente, per evitare il rischio di una profanazione. Tale uso fu mantenuto anche in seguito da coloro ch’erano in possesso del «sapere antico» e lo coltivavano nella ristrettissima cerchia delle persone preparate a tale scopo.
Così si continuò sino ai nostri tempi.
Tra le personalità da me incontrate, che richiedevano questo atteggiamento verso la conoscenza dello spirito, voglio menzionarne una che frequentava a Vienna il circolo, già caratterizzato, della signora Lang, ma che incontravo anche in altri ambienti. È Friedrich Eckstein, l’eccellente conoscitore del «sapere antico»; nel periodo in cui ebbei a che fare con lui, egli non scriveva molto, ma ciò che scriveva era ripieno di spirito. Però dai suoi scritti nessuno poteva supporre in lui l’intimo conoscitore dell’antica sapienza spirituale; essa operava nel retroscena della sua attività spirituale. […]
Friedrich Eckstein era un energico difensore dell’opinione che la conoscenza esoterica dello spirito non si dovesse diffondere pubblicamente, come il sapere comune. E non era il solo: questa opinione fu ed è quella di quasi tutti i conoscitori della «sapienza antica». […]
Friedrich Eckstein voleva che l’«iniziato al sapere antico» rivestisse bensì ogni sua manifestazione pubblica con la forza che derivava da tale «iniziazione», ma che quest’elemento exoterico fosse tenuto nettamente separato dall’esoterico, il quale doveva rimanere invece rimanere chiuso nei circoli ristretti capaci di apprezzarlo pienamente.
Io, se dovevo svolgere un’attività pubblica per la conoscenza dello spirito, dovevo decidermi a rompere con questa tradizione. Mi vedevo posto dinanzi alle condizioni della vita spirituale contemporanea, di fronte alle quali il mantenimento del segreto, ovvio in tempi più antichi, diveniva un’impossibilità. Noi viviamo in un tempo che richiede piena pubblicità per il sapere, ovunque esso sorga: l’idea di mantenere il segreto è un anacronismo. L’unica cosa possibile è di portare le persone, per gradi, alla conoscenza dello spirito, e di non ammettere nessuno a un grado in cui si diano le comunicazioni superiori del sapere, se prima non conosca quelle inferiori. Il che corrisponde anche all’istituzione delle nostre scuole inferiori e superiori.
D’altronde io non ero impegnato di fronte a nessuno al mantenimento del segreto, perché non prendevo nulla dalla «antica sapienza»: la conoscenza dello spirito ch’io posseggo è assolutamente un risultato della mia propria ricerca spirituale. Soltanto dopo essere arrivato ad una conoscenza per le mie proprie vie, cito quello che del «sapere antico» esiste già in qualche modo pubblicato, per mostrare la concordanza e insieme il progresso ch’è possibile all’investigazione attuale».
Che per Rudolf Steiner stesso, questa non fosse una decisione per nulla facile da prendere, lo si può scorgere nelle sue stesse parole scritte a p. 297:
«La pubblica comunicazione di quanto l’antroposofia contiene come conoscenza del mondo spirituale va congiunta con deliberazioni tutt’altro che facili a prendersi».
Che una tale decisione si scontrasse, poi, con tutta una serie di difficoltà oggettive, in primis l’inadeguatezza, l’ingratitudine, addirittura l’insana e improvvida presunzione di contestare lo stesso Rudolf Steiner, e i troppi tradimenti di molti dei suoi pretesi “discepoli”, è mostrato dal fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner aveva considerata la possibilità della decisione di un suo ritirarsi in un villaggio svizzero con pochissimi discepoli fedeli, per formare con loro un Ordine occulto «streng geschlossen», rigorosamente chiuso, e di abbandonare la Società Antroposofica al suo destino. Sicuramente, egli non sottovalutava affatto le obbiezioni che gli aveva rivolto, molti anni prima, il suo amico Friedrich Eckstein, l’«iniziato all’Antica Sapienza», se – come testimoniano Zeylmans van Emmichoven ed altri, tra i quali la stessa Marie Steiner – il 17 novembre 1923, poco più di un mese prima della cosiddetta «Fondazione di Natale», in Olanda egli manifestò, in maniera al contempo dolorosa e impressionante, in una piccola cerchia di amici i suoi dubbi:
«Se fosse ancora possibile per lui proseguire nell’avere rapporti con la Società Antroposofica, visto ch’egli non incontrava affatto comprensione per quello che voleva. Che forse sarebbe stato necessario continuare a lavorare con una ristretta cerchia di pochissime persone (mit nur ganz wenigen Menschen innerhalb eines strengen Zusammenschlusses weiterzuarbeiten)».
Il che lo portò ad esprimere apertamente la domanda:
«Perciò, che devo fare? Devo io fondare un Ordine? («Was soll ich denn tun? Soll ich einen Orden gründen?»).
Gli stessi dubbi li manifestò una volta ritornato a Dornach. Solo le preghiere di Marie Steiner e di Ita Wegman lo fecero desistere da una tale tragica decisione.
Tuttavia, egli pose una condizione: che la sostanza interiore della «Fondazione di Natale» venisse accolta dalla Società Antroposofica e dai suoi membri entro sei mesi, altrimenti il Mondo Spirituale l’avrebbe ritirata. La mancanza di serietà, la faciloneria, l’approssimazione, l’incostanza, la mancanza di vigilanza, la non consapevolezza della maggior parte degli antroposofi, unite altresì al cosciente tradimento di taluni, fecero sì che già nel giugno del 1924 Rudolf Steiner dichiarasse ad Maria Ina Schuurman e ad altri che «non essendo stata accolta, la Fondazione di Natale era stata ritirata dal Mondo Spirituale». Cosa che, in alcuni colloqui, mi fu personalmente confermata dalla mia amica Hella Wiesberger. Come, poi, le cose nella Società Antroposofica siano andate dopo la morte di Rudolf Steiner, abbiamo avuto modo di dire più volte, e ci sarà altresì occasione in futuro di ritornarci sopra.
Ora, la domanda che è necessario farci – assolutamente necessario – è la seguente: che differenza vi è tra «Scienza dello Spirito» e «Antroposofia»? Perché vi è una differenza, ed è essenziale scorgerla, nonché valutarla in tutta la sua portata.
Se rivolgiamo lo sguardo, non tanto ai cicli di conferenze, bensì alle sue opere scritte, ai libri nei quali Rudolf Steiner ha racchiuso quanto – nella forma più universale ed esatta – egli voleva comunicare al mondo, ci accorgiamo che raramente e in casi ben precisi, egli usa il termine «Antroposofia». Lo fa nell’ultimo capitolo del II volume del libro Die Rätsel der Philosophie, O.O. n° 18, Gli Enigmi della Filosofia, 2 voll. trad.it. di Lucia Bartolucci e Enzo Erra, Tilopa, Roma, 1987-2004, dove nel II volume, intitolato Le concezioni del mondo del XIX secolo, Rudolf Steiner svolge un’ampia trattazione di giustificazione filosofica delle basi conoscitive dell’Antroposofia. Lo fa in Vom Menschenrätsel, tradotto col titolo di Gli enigmi dell’essere umano, O.O. n° 20, pubblicato in italiano dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2006. Lo fa, per motivi polemici, nel libro Von Seelenrätseln, del 1917, O.O. n° 21, Enigmi dell’anima, trad. it. di Ornella Zuliani e Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano 1987, egli ribatte punto per punto quanto, in perfettissima malafede, scrive per discreditarlo Max Dessoir nel suo libello Vom Jenseits der Seele – Die Geheimwissenschaft in kritischer Betrachtung (Dell’aldilà dell’anima – La scienza occulta considerata criticamente), Stoccarda, 1917, nel quale, soprattutto alle pp. 254-263, dà una visione assolutamente caricaturale dell’Antroposofia. In questo scritto, Rudolf Steiner demolisce completamente la serietà e la pretesa scientificità delle affermazioni, sedicenti critiche, di Max Dessoir. Lo fa, infine, in Anthroposophische Leitsätze, O.O. n° 26, Massime antroposofiche, trad.it. di Lina Schwartz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969. Altrove, egli parla costantemente sempre e quasi soltanto di Scienza dello Spirito.
Ogni movimento spirituale ha una sua «sostanza» interiore spirituale, il suo sovrasensibile contenuto di verità, ed una «forma», un «linguaggio», nel quale necessariamente è portato ad esprimersi. Mentre il «contenuto di verità», la sostanza spirituale, per sua interiore essenza, è indipendente dalle traseunti condizioni di spazio, di tempo, di forma, il «linguaggio» che in un dato tempo e in un dato luogo esprime quella verità estraformale, invece, ne dipende a fortiori, e in quanto tale la sua espressione è traseunte e variabile. Chi conosca la letteratura ermetica e alchemica, fiorita nel Medioevo e nel Rinascimento, o la letteratura rosicruciana del Seicento e del Settecento, espressa tutta nel linguaggio simbolico ermetico-kabbalistico, comprenderà agevolmente la differenza tra quei linguaggi e quello usato da Rudolf Steiner all’interno delle cerchie prima teosofiche e poi antroposofiche.
Oggi, il riesumare le morte forme dell’Antichità Classica, caldaica, egizia, greca e romana, sarebbe o un’erudita operazione “archeologica”, interessante dal punto di vista di uno studio storico e culturale, o se scivolasse – come sin troppo spesso avviene – nella riattualizzazione delle forme esteriori, si trasformerebbe in un ridicolo “giuoco di ruolo”, dagli aspetti coreografici di tipo “kolossal” hollywoodiano, o da Cinecittà, che persone serie trovano di gusto pagliaccescamente circense. Quando poi questo avviene in campo sacrale ed iniziatico, magari in forme rituali e cerimoniali, la cosa si rivela pure sacrilega e blasfema. E stendiamo un velo pietoso sulla miriade di ordini sedicenti occulti, massonici, martinisti, rosicruciani, templari, maltesi, celtici, eleusini, egiziaci e quant’altro, nonché sulle chiese gnostiche, catare, essene e via dicendo, che al giorno d’oggi nascono come i funghi al calore del sole dopo la pioggia. Ma non tutti i funghi sono eduli: molti sono decisamente velenosi…
Stando a quanto mi comunicò in vari colloqui Massimo Scaligero, ma anche da quanto emerge dalle sue opere «filosofiche», compito di Rudolf Steiner avrebbe dovuto essere il portare una «Via magica dell’Occidente», una «Via magica della percezione e del pensiero»: questa fu l’espressione che Massimo Scaligero usò in quei colloqui. E aggiunse pure che espressioni, tipicamente teosofiche, come “veggenza”, “chiaroveggenza”, non erano amate da Rudolf Steiner, il quale si piegò mal volentieri ad adoprare il gergo teosofico. Secondo Massimo Scaligero, egli avrebbe preferito usare un termine come «percezione spirituale», e nel tempo cercò sempre di più di eliminare, o di correggere le espressioni teosofiche, goffe e inadeguate, sostituendole con altre maggiormente coerenti con la sua concezione del mondo.
Com’è noto, egli cominciò giovanissimo a far fluire nella cultura dell’epoca gli impulsi della sua conoscenza spirituale, traducendola nel linguaggio della filosofia idealistica, in quello della concezione goethiana del mondo, ed infine in quello della scienza rigorosa del suo tempo. Questo fu il linguaggio ch’egli adoperò nelle Introduzioni alle opere scientifiche di Goethe (1884-1897), nelle Linee fondamentali di una teoria goethiana della conoscenza (1886), in Verità e scienza. Proemio ad una «Filosofia della libertà» (1892), nella stessa Filosofia della libertà. Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo. Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali (1894), in Federico Nietzsche, un lottatore contro il suo tempo (1895), La concezione goethiana del mondo (1897), nei due volumi Concezioni del mondo e della vita nel XIX secolo (vol. I, 1900; vol. II, 1901). Dall’età di ventitré anni a quella di quaranta, Rudolf Steiner usò esclusivamente questo linguaggio, che gli permetteva di esprimere con grande rigore le sue idee e di far fluire nella cultura del tempo quegli impulsi spirituali, che potevano salvarla dallo sprofondare nell’abisso del materialismo ed offrire al contempo ad audaci sperimentatori una nuova Via iniziatica, adatta all’uomo dell’epoca dell’anima cosciente. Ma lo sforzo «prometeico» – è proprio il caso di chiamarlo così – di Rudolf Steiner non incontrò nel mondo culturale dell’epoca la minima comprensione.
Ad una personalità come Eduard von Hartmann, egli aveva dedicato la sua opera Verità e scienza, con le parole:
«Al Dr. Eduard von Hartmann, con devota ammirazione, l’autore dedica»,
mentre, nella Prefazione, a lui accenna con le seguenti parole:
«Il lettore vedrà con precisione dal nostro lavoro, come le nostre concezioni si comportino di fronte alla più importante manifestazione filosofica del nostro tempo, la concezione del mondo di Eduard von Hartmann, per quanto riguarda il problema della conoscenza»,
e gli dedica altresì molte pagine di elogi nelle Introduzioni alle opere scientifiche di Goethe, sicuramente tra le più alte che Rudolf Steiner rivolse generosamente ad un altrui valore. Ebbene, Eduard von Hartmann, che pure era ai vertici della cultura filosofica e scientifica dell’epoca non dimostrò la minima comprensione, chiuso com’era nel ferreo limite kantiano, per l’eccezionale esperienza del pensare e del percepire, che Rudolf Steiner poneva alla base della sua Filosofia della libertà.
Una totale incomprensione e chiusura, nel campo delle scienze naturali, la mostrò anche l’evoluzionista darwiniano Ernst Haeckel, totalmente ipnotizzato dal suo monismo materialista. E come lui, altre personalità del campo scientifico. Un chiaro esempio dell’incomprensione incontrata da Rudolf Steiner da parte di uno scienziato è possibile leggerlo ne La mia vita, Editrice Antroposofica, Milano, 1987, pp. 258-259:
«Nell’ultimo decennio del secolo scorso parlai una volta, a Francoforte sul Meno, della concezione naturalistica di Goethe. Nell’introduzione dissi che avrei parlato delle vedute di Goethe sulla vita, poiché le sue idee sulla luce e sui colori sono tali che nella fisica contemporanea non c’è la possibilità di costruire un ponte verso quelle idee. Per me, però, ero costretto a vedere in questa impossibilità spirituale dell’epoca.
Qualche tempo dopo ebbi un colloquio con un fisico, eminente nel suo campo, che si occupava anche intensamente delle idee di Goethe sulla natura; i nostri discorsi raggiunsero il loro culmine in queste parole: «L’idea di Goethe sui colori è tale che la fisica non sa che cosa farne»; ed io… ammutolii.
E quante cose, a quel tempo, affermavano che quanto era per me verità era tale che i pensieri dell’epoca «non sapevano che cosa farne»! […]
E questa domanda diventò un’esperienza dell’anima: bisogna ammutolire?». […]
«Ammutolire» non volevo: anzi, volevo dir tutto quello che era possibile dire».
Anche personalità amiche, e a lui molto care, dell’ambiente viennese, come Karl Julius Schröer, che pure lo aveva introdotto agli studi goethiani e aiutato a diffondere la concezione goethiana del mondo, e Rosa Mayreder, le conversazioni con la quale lo stimolarono molto ad elaborare la sua Filosofia della libertà, i membri stessi della famiglia Specht di Vienna, presso la quale egli passò non pochi anni come educatore, non mostrarono nessuna comprensione profonda né interesse per l’esperienza spirituale concreta ch’egli indicava attraverso le sue opere scritte.
Ciò portò Rudolf Steiner a cercare altre vie per diffondere gli impulsi spirituali che vedeva necessari al cammino al cammino dell’uomo nell’epoca dell’anima cosciente. Cercò di agire attraverso una rivista, mediante l’insegnamento alla Scuola di formazione operaia di Berlino, o con le conferenze che veniva chiamato a tenere presso varie associazioni o istituzioni culturali, ogni volta adattando il linguaggio nel quale esprimeva la sua visione spirituale del mondo al livello dei lettori della rivista, degli allievi, degli ascoltatori che partecipavano alle sue conferenze. Ma i risultati furono per lui sempre deludenti.
Gli unici che mostrarono un sincero interesse nei confronti di un’esperienza spirituale concreta furono i teosofi. Invitato dai conti Brockdorf, egli si trovò di fronte a persone che avevano una indubbia ricerca interiore. Così egli scrive ne La mia vita, p. 301:
«Notai che tra gli uditori c’erano persone che avevano grande interesse per il mondo spirituale, sicché, invitato a tenere una seconda conferenza, proposi il tema La rivelazione occulta di Goethe. E in questa conferenza, riallacciandomi alla fiaba, divenni completamente esoterico. Fu un’esperienza importante per me potermi esprimere con parole coniate dal mondo spirituale, mentre fino ad allora, in tutto il mio soggiorno a Berlino, ero stato costretto dalle circostanze a lasciar solo trasparire lo spirito attraverso le mie trattazioni. […] Quanto esposi in connessione con la fiaba di Goethe indusse i conti Brockdorf a invitarmi a tenere regolarmente delle conferenze dinanzi ai soci della Società Teosofica coi quali essi erano uniti. Io dichiarai però che avrei potuto parlare esclusivamente di quello che viveva in me come scienza dello spirito».
All’interno della cerchia teosofica berlinese, Rudolf Steiner poté parlare liberamente della sua concezione spirituale del mondo. Inizialmente lo fece usando lo stesso linguaggio, scientificamente rigoroso, da lui adoperato nelle sue opere «filosofiche», e ne nacquero quelle conferenze, da lui poi rielaborate e pubblicate ne La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la fiaba de Serpente verde e della bella Lilia, ne I mistici all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi, e ne Il Cristianesimo come fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, opere che vennero tradotte in italiano già prima della II Guerra mondiale, le prime due dai Fratelli Bocca di Milano e la terza da Giuseppe Laterza di Bari, ambedue benemerite case editrici che tanto fecero per diffondere il suo pensiero e gli impulsi spirituali della Scienza dello Spirito. In queste opere, come linguaggio e come contenuti, Rudolf Steiner si riallaccia esplicitamente alla sua Filosofia della libertà. Così caratterizzò egli stesso, ne La mia vita, p. 303, la differenza nell’accogliere quanto egli portava tra gli ambienti “culturalmente avanzati”, all’interno dei quali egli aveva operato per oltre due decenni, e la cerchia teosofica berlinese:
«D’altro canto però i miei uditori non teosofi sarebbero stati inclini a lasciarsi «interessare» dalle mie conferenze, ad accoglierle «letterariamente», ma senza alcuna comprensione per ciò che a me stava a cuore: cioè inserire nella vita gli impulsi del mondo spirituale. Invece tra coloro che s’interessavano alla teosofia potei sì trovare a poco a poco questa comprensione».
Sino ad allora, Rudolf Steiner, malgrado le molte relazioni sociali, era vissuto come un vero «eremita spirituale». Poiché soltanto i teosofi, nella Germania di quel tempo, erano interessati ad una conoscenza spirituale, egli si adattò ad usare il loro linguaggio, la loro terminologia, che gli andava decisamente stretta, gradualmente evolvendola verso una nuova, di sua creazione, più adatta ad esprimere le verità della Scienza dello Spirito. I teosofi erano perlopiù brave persone, carenti di cultura scientifica e filosofica rigorosa, ma con una sincera apertura del cuore, e in molti casi disposti ad impegnarsi in un severo lavoro interiore, laddove i cultori della scienza e della filosofia ufficiali, pur avendo tutti gli strumenti per comprendere il messaggio da lui portato, non furono capaci o non vollero comprendere.
Ma pur andando incontro al livello conoscitivo dei teosofi, e adattandosi ad adoperare il loro linguaggio nell’elargire i risultati delle sue esperienze spirituali, Rudolf Steiner non volle rinunciare ad indicare quella che per lui era la Via Regia. Per cui nella Prefazione alla III edizione di Teosofia, p. 12 della ed. it. del 1994 di Ida Levi Bachi, scriverà le seguenti parole:
«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».
Mentre nel V capitolo della Scienza occulta nelle sue linee generali, Laterza, terza ed. it. del 1947, a c. di Emmelina De Renzis ed Emma Battaglini, aggiornata e rivista da Willi Schwarz, pp. 251-252, possiamo leggere:
«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile, e sta descritta nei miei libri «La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo» e «La Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo.[…] l’uomo che impregna completamente la sua anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».
Giova, infine, ritornare a quella Appendice all’edizione 1918 – la cui importanza è stata giustamente sottolineata, una volta di più, dal nostro Isidoro, in un articolo al quale rimandiamo (https://www.ecoantroposophia.it/2014/01/scienza-spirito/isidoro/lappendice-del-18/) – che Rudolf Steiner pose in calce al libro L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, III edizione, trad. it. a c. di Emmelina De Renzis, Fratelli Bocca, Milano, 1952, dove alle pp. 186-187 è detto:
«Per l’attività animica soprasensibile, di cui si tratta qui, è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro. Perché, in ultima analisi, questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile; però è tale, che per mezzo di essa non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel soprasensibile; ma è esso soltanto che si sperimenta in modo soprasensibile; non si sperimenta ancora altro di soprasensibile. E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione, di quello sperimentare animico che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante di potere sperimentare questa unione in modo giusto; perché appunto dalla comprensione di questa unione risplende la luce che può anche recare una visione giusta della natura della conoscenza soprasensibile. Ma appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe, per la vera conoscenza del mondo soprasensibile, sopra una via sbagliata; essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee. Ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione proveniente per suo mezzo dal soprasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».
Fu Massimo Scaligero stesso a confermarmi più volte, nei suoi colloqui, l’importanza di questi tre punti di Teosofia, Scienza Occulta e L’Iniziazione, nei quali Rudolf Steiner si riallaccia esplicitamente. all’esperienza del pensiero puro da lui indicata e descritta in Filosofia della libertà, e nelle altre sue opere «filosofiche». E fu Rudolf Steiner stesso ad affermare ch’egli dovette scrivere tutta una serie di libri e tenere centinaia cicli di conferenze di carattere teosofico e antroposofico, per l’incapacità di molti suoi discepoli e seguaci di sollevarsi con la volontà all’esperienza del pensiero puro. Egli dichiarò esplicitamente di aver dato, in tali opere e conferenze, i risultati della attività conoscitiva del pensiero vivente, e di aver offerto – a mio parere, con un generosissimo atto di immolazione sacrificale, incompreso e misconosciuto da molti antroposofi – i «prodotti» di un intenso, e totalmente «sveglio», atto volitivo del pensare, che la turpe viltà, la comodità e l’accidia di molti sedicenti spiritualisti porta a temere, ad evitare, e altresì ad avversare.
Dobbiamo a Massimo Scaligero l’aver ritrovato e nuovamente posto al centro della via iniziatica la necessità di realizzare – asceticamente, non filosoficamente – l’esperienza del Pensiero Vivente, ossia la necessità assoluta per il discepolo dello Spirito di attuare la liberazione del pensare dal servaggio corporeo, di aprire coraggiosamente il varco alla forza-pensiero che sempre più vastamente si manifesta come Luce-Folgore del Pensiero Vivente, che spazza via ogni dialettica, il cascame del morto pensiero riflesso; travolge la mediocrità interiore inevitabile all’anima prigioniera dei vincoli della corporeità; percuote, dissolve la natura inferiore, ricreandola e plasmandola secondo lo Spirito. Questo è il filone aureo e segreto dell’opera di Rudolf Steiner, ritrovato e donatoci da Massimo Scaligero, il cui insegnamento è prima dell’opera del Maestro dei Nuovi Tempi, come chiave per entrare nella comprensione vivente della Scienza dello Spirito da lui donataci, e dopo come chiave della fedeltà a ciò che si è intuito vero come compito ascetico di realizzazione operativa della sostanza vivente della Scienza dello Spirito: in sostanza la pratica della Concentrazione e della Meditazione secondo il canone della Via del Pensiero.
E questo ci porta direttamente alla distinzione che, oggi, è necessario fare tra Scienza dello Spirito e Antroposofia. Distinzione che Massimo Scaligero opera molto chiaramente nei suoi scritti. Indubbiamente, vi è stato un tempo – oramai un secolo fa – nel quale l’Antroposofia è stata «veicolo» della Scienza dello Spirito. Ne è stata la «forma» che la Scienza dello Spirito ha dovuto e voluto assumere per manifestarsi in una certa epoca nel mondo. Ma come il corpo viene plasmato e animato da una forza vitale, divenendo in tal modo veicolo della vita animica di un essere spirituale, che attraverso esso viene a manifestazione, così l’Antroposofia è il «veicolo» plasmato da una forza vitale-spirituale per la manifestazione dell’eterna Scienza dello Spirito. E come l’essere animico-spirituale non coincide con l’essere corporeo nel quale si manifesta e del quale si serve, così l’eterna Scienza dello Spirito non coincide con l’Antroposofia, che di essa è stata una «forma» e una «manifestazione». Ma non necessariamente l’unica forma e l’unica manifestazione possibile.
Ora, la forma formata e prodotta presuppone sempre una forza formatrice producente ed un momento formativo genetico o produttivo. Un pensiero pensato presuppone un momento producente ed una forza pensante che lo crea e fuori del quale esso è un nulla. Per questo la Scienza dello Spirito è la Via del Pensiero Vivente o del Pensiero-Folgore ed indica nella Concentrazione l’aurea operazione interiore attraverso la quale l’asceta fa risorgere l’atto pensante da uno stato di morte e di paralisi per giungere alla contemplazione della sua travolgente potenza estraformale «vuota». Nella Via del Pensiero Vivente, scopo della Concentrazione e della Meditazione non è l’esperienza di un determinato oggetto o di un determinato tema, che sono unicamente il pretesto per l’«atto» del pensiero che li sceglie come veicolo per il risorgere del pensare, che giunge poi a liberarsi di ogni oggetto o tema.
Per questo la Scienza dello Spirito è la «Via del Pensiero», mentre oggi – ripeto: oggi – l’Antroposofia rischia di decadere ad una «via dei pensieri», o dei «pensati», i quali in quanto morto e cristallizzato sapere dialettico divengono troppo facilmente la paralisi di ogni vivo atto interiore dello Spirito. Di per sé – osai dire in un colloquio con Massimo Scaligero – la Scienza dello Spirito, in quanto Via del Pensiero, potrebbe scegliere qualsiasi dottrina o filosofia come veicolo del risorgere dell’atto pensante. Nel mio estremismo unilaterale – come ho detto altrove: ero molto giovane, molto ignorante e molto sciocco – osai affermare che la Scienza dello Spirito era Platone più la Concentrazione, il Vedanta o il Buddhismo Mahayana più la Concentrazione, l’idealismo fichtiano o hegeliano più la Concentrazione, l’attualismo più la Concentrazione, e via dicendo. A Massimo Scaligero non dispiacque affatto tale mio estremismo ingenuo e alquanto unilaterale, anche se volle sottolineare il rapporto «privilegiato» che la Via del Pensiero ha avuto in Rudolf Steiner, e quindi anche in noi, con l’Antroposofia.
Tuttavia, lo Spirito nel suo procedere abbandona dietro di sé sempre le «forme formate», nelle quali si è manifestata la sua «potenza» estraformale, quando queste «forme», una volta esaurita la loro vitalità spirituale, nel tempo si rivelano inadeguate alla sua ulteriore manifestazione. Da questo punto di vista, occorre dire che l’inadeguatezza, l’incomprensione, la faciloneria, l’approssimazione e, in molti casi, la viltà e il tradimento di molti antroposofi – soprattutto di quei dirigenti che, dopo la morte di Rudolf Steiner, per ambizione e vanità, hanno fatto scempio della sua opera, hanno calunniato e perseguitato Marie Steiner e coloro che volevano essere fedeli al Dottore – hanno fatto sì che precocemente, troppo presto, l’Antroposofia divenisse un veicolo inadeguato alla manifestazione della Scienza dello Spirito. Inadeguatezze, stupidità, banalizzazione, errori e tradimenti giunsero ad un limite estremo tale che Massimo Scaligero arrivò a pronunciare la frase, che per me fu un colpo al cuore: «Nel Mondo Spirituale hanno cancellato persino la parola Antroposofia!».
Nell’ultimo colloquio che vi fu tra Giovanni Colazza e Rudolf Steiner, questi profeticamente gli disse che, se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, la Scienza dello Spirito sarebbe risorta in Italia in una forma nuova e imprevista, giovanile, non cristallizzata in burocratiche forme organizzative. L’azione di Massimo Scaligero, che ha ritrovato e posto al centro il filone aureo della Via del Pensiero Vivente, ha attuato questa rinascita della Scienza dello Spirito in una nuova forma, ed ha indicato nella Concentrazione – l’«esercizio a sé sufficiente» – il veicolo della liberazione della forza-pensiero da ogni forma pensata e da ogni mediazione, che non sia il suo stesso moto estraformale.
Rudolf Steiner compì l’immane sacrifico di adattarsi ad esprimere le sue idee nel linguaggio teosofico, al fine di parlare alle sole persone che allora, in Germania, erano sinceramente interessate ad una concreta ricerca spirituale. Massimo Scaligero, invece, nei suoi libri, ha potuto indicare ed esporre la Via del Pensiero nel linguaggio che lo Spirito dettava a se stesso per manifestarsi nell’umano. A lui è stato concesso di indicare nei suoi scritti la Via con una radicalità e una nuda essenzialità ascetica, delle quali non conosco altri esempi nella storia spirituale dell’umanità. Già solo per questo dobbiamo a Massimo Scaligero infinita gratitudine, ed abbiamo il dovere di difendere il suo insegnamento dai tentativi di diluirlo, banalizzarlo e snaturarlo.
Che la Via del Pensiero Vivente, indicata da Rudolf Steiner nelle sue opere «filosofiche», e da Massimo Scaligero in tutti i suoi libri, sia – al di là della stessa Antroposofia – la Via delle Vie, la Via Regia, la Via Assoluta, risulta chiaro da quel che scrive Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918) della Filosofia della libertà, trad. it. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 217-218 – scritta nello stesso anno della Appendice all’edizione 1918, con la quale ha un evidente rapporto profondo – dove è detto:
«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire di più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri richiede questo pensare sperimentato. […]
Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo s’immette spiritualmente a vivere nella realtà. (Nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sull’esperienza del pensare). […] Ci sarebbe soltanto da domandarsi, se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato, sia giustificato il fatto di aspettare pure, che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo, è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione, nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’auto-attività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. […] Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. […] In questo libro si è infatti tentato di mostrare, che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore, che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. […] Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».
Io penso che difficilmente si possa indicare con maggiore chiarezza il fine della Via del Pensiero: sperimentare mediante la Concentrazione e la Meditazione l’auto-attività del pensare, libero di pensieri, come concreta essenza spirituale. Perché, come scrive Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali. oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, cap. 3, p. 11:
«Il vero pensare è logicamente l’essere del pensiero, non legato ad alcun determinato pensiero. Essere conoscibile come pensiero che, facendo di se stesso il suo contenuto, esprime ciò da cui scaturisce: una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero.
Come esperienza, è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’uomo possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo».
E, nel cap. 5, p. 16:
«Chiamiamo vivente il pensiero che è prima di estinguere la propria vita nel farsi pensiero pensante, o pensante secondo un tema, essendo esso reale, invece, fuori di ogni tema. L’osservazione del processo del pensiero porta a intuirlo; ma intuirlo non è ancora sperimentarlo. Il pensiero pensante diviene vivente, se realizza la continuità della sua indipendenza da qualsiasi tema».
Per questo, rovesciando le sciagurate affermazioni – che purtroppo ho avuto modo di leggere e di udire personalmente – di chi ha cercato di snaturare e fare obliare quanto ci fu donato, la Via del Pensiero indicata da Massimo Scaligero è la Via del sublime eroismo, del coraggio e dell’abnegazione: la Via meno spontanea, anzi quella che esige di essere più risolutamente voluta, la Via più cosciente, quella che esige e al contempo genera la più alta moralità. La Via più completa e insuperata, anzi insuperabile, perché nella Concentrazione, che giunga a realizzarsi come contemplazione, apre direttamente nell’Io il varco all’essere del Logos, all’«Io Sono».
Ci sono attimi, che sembrano durare un’ eternità, in cui tra le vicissitudini della vita interiore ed esteriore, le luci a poco a poco si spengono e tutto piomba nel buio più profondo ed impenetrabile.
Istanti in cui ci si inabissa talmente tanto da non riuscire più a scorgere un senso a nulla, in cui gli stessi appigli che fino a poco prima, ti avevano docilmente cullata nell’ illusione, si rivelano ad un tratto disgustosi e anche se dentro tutto grida e si oppone e vorresti solo riafferrarli per lasciar finire il tormento, la disperazione t’ insegna che non valgono nulla.
E’ in quegli attimi che emerge un tenue bagliore, una voce flebile che dice: “Ricorda”… E’ la memoria del primo Sì, uno scritto, un’ immagine, una parola, un incontro che ha acceso dentro la prima scintilla, il primo barlume che poi è divampato a scaldare tutto il gelo.
La memoria di quel Sì è ciò che va protetto, sempre e comunque, nonostante i venti contrari, impetuosi a tal punto da non credere di potercela fare. Un ricordo che va custodito e alimentato e rinnovato ogni giorno perché possa continuare ad ardere e non si spenga nell’ appattimento quotidiano.
Gli abissi sono profondi, più di quanto umanamente crediamo possibile, ogni volta un pò più giù, ci si immerge per riemergere, spesso a prima vista più deboli, in realtà solo più leggeri, ma sempre sul filo del rasoio, sempre in bilico su quella minuscola corda tesa.
La memoria come filo rosso che ci lega a quanti hanno già tentato una simile impresa, quel “Voglio farne parte anch’ io” che inconsapevolmente, almeno agli inizi, ti guida su sentieri che mai avresti osato immaginare, che ti sferza da ogni lato, distruggendo tutte le certezze acquisite e lasciandoti sempre più contuso esteriormente, donando al contempo ad ogni passo, ad ogni pur piccolo superamento, una sempre più solida base interiore.
Questo può comprenderlo solo chi ha tentato e tenta, quotidianamente, di sciogliere i legacci del condizionamento, gli altri si limitano a dire che è impossibile, sbagliato, egoista o unilaterale. Ma anche questo fa parte dell’ allenamento, smettere di aver bisogno della comprensione e del sostegno altrui e contemporaneamente imparare a comprenderne le motivazioni, conoscendo le proprie resistenze interiori all’ aprire il Varco. Allora ogni ostacolo, ogni caduta possono diventare il combustibile per alimentare il fuoco della Volontà che, imperterrita, continua a chiamare e imparare a scegliere, nella difficoltà, tra il resistere e lo stare.

Portami,
come quando al mattino
sollevando le palpebre
scosto la coltre
dal corpo del mondo
e di Luce in crescendo
lo inondo…
Come brezza
essa in mio inspiro rientra
– dai miei occhi,
finestre che s’aprono –
a dissipare l’aria stantia,
i pensieri arenati
che come calcare crean colonne:
stalattiti, stalagmiti da solvere
nella mia grotta notturna…
Come foglia ferma sul bordo
il Tuo vento diventi mio espiro
d’un tratto m’afferri,
in vortice dolce m’innalzi
e mi porti!
Sí! Mi porti nel mondo
a dir nomi di cose,
passando su fiori
come pietre di guado,
come ape su cuori di sole:
fecondare l’albero
a primavera,
divenire farfalla,
e imperitura
ardere in palpitare
come la fiamma.
( S. S )
.
“libertà vò cercando, ch’è si cara, come sa chi per colei vita rifiuta” d.a.
“quando suoneranno le trombe del Giudizio, andrò a prendermi un caffè” f.a.
.
Cari amici e lettori, chi conosce anche il superfluo delle cose del Dottore, capisce che il titolo di questa nota è la riproduzione modificata del motto che Steiner adottò durante il suo periodo universitario, sebbene l’originale sia come un pugno nello stomaco per le anime belle: dunque m’accontento di molto meno.
Rimane comunque una provocazione, visto che quasi nessuno è capace di farsi i fatti suoi senza l’ossessività moralistica.
Non mi spiacerebbe tessere le lodi del “sublime egoismo”. Magari, e perché no? Sublime o meno è dall’ego che inizia il viaggio e chi non vuole l’ego, rimane in Stazione: viaggiatore che non viaggia.
Ma non è questo il punto: quello che vorrei indicare piuttosto sarebbe l’idea della fedeltà alla propria tradizione interiore, anzi: “Tradizione”: così si capisce che dalla terra esteriore passo ai Cieli interiori, nella zona in cui la personalità contingente rimane giù, abbarbicata con “tenaci organi alla terra”.
Di questa tradizione interiore Scaligero ne parla e da come ne parla si può capire come non sia né cosa facile comprenderla, percepirla né cosa facile poterla afferrare: eppure essa esiste latente in ciascuno di noi, e si svela a patto che si sappia uscire da noi stessi, dal nostro simulacro.
Anche in tale senso la via regia è l’esercizio a sé sufficiente – quello che porta in sé il passo essenziale sulla via di Michele – che con i suoi (nostri) superamenti, integrato a meditazioni, colte intuitivamente, ci avvicina al filo soprasensibile che ci attraversa dal passato all’avvenire: questo aspetto, parlando di meditazione, l’ho sorvolato ma in effetti, sul cammino della concentrazione, ci vengono incontro vari contenuti meditativi che non provengono dall’esterno ma dalla tangenza dello spirito sull’anima. Poi su una linea non tanto diversa il Dottore ha indicato un ampia scala di esercizi karmici.
E tutto ciò solo quando, al contempo, ci si renda vittoriosamente capaci di uscire dalla fittissima tela di ragno che si è formata e di continuo si forma sulle parole e sulle immagini che provennero dai maestri spirituali.
Cari amici, se rimaniamo irretiti in quella tela, finiamo immobilizzati e soffocati, come gli insetti che pendono imbozzolati sulla tela dei ragni veri.
Naturalmente nessuno considera se stesso, in un certo qual modo, ridotto a tale condizione: in realtà è un buon meccanismo protettivo il fatto che l’uomo possa eliminare dalla consapevolezza ciò che potrebbe trascinarlo nell’angoscia e nel disgusto di sé: così può agire nella vita con l’energia e la fiducia che, ad ogni risveglio, si rinnova.
Rimane solo un “ma”. Questo consiste nel fatto che ogni sentiero interiore è anche una via di autoconoscenza: così ad ogni gradino della scala verso i Cieli sembra che corrisponda ogni genere di scoperta di quanto – ordinariamente – rimane celato nel buio della cantina.
Ciò non deve impedire il lavoro interiore, poiché ogni rafforzamento rende l’operatore capace di guardare, senza esserne travolto, il peggio che si rende percepibile.
Però muta lo stato delle cose: è indiscutibile la perdita della semi-innocenza, della sempre positiva valutazione di sé: l’amnio viene strappato dagli occhi e si viene a conoscenza che, a sorreggerci vi sono le alterate forze che conosciamo coi nomi di falsità, presunzione, codardia, malvagità, lussuria…e nemmeno continuo.
Insomma, come diceva Scaligero, scopriamo di essere dei grandi, grandissimi farabutti: così termina la fase ricreativa della nostra vita: ora, per amore o per forza, inizia il tempo della serietà interiore.
In questa condizione di chiarezza è possibile distinguere nettamente il gobbo e il diritto: il gobbo è sterminato e il diritto è un’ asse sottile posta in verticale, sempre pronta a dissolversi. Se si è onesti fino in fondo si realizza: a) che non è più possibile mischiare, come eterni bambinelli, queste due entità, b) che i brevi momenti di verticalità appartengono ad una condizione eccezionale, del tutto diversa dalla comune cinestesia: quella in cui permangono sempre buona parte degli spiritualisti.
Dalla consapevolezza scarsa ed irretita scaturisce l’ottusa serie di sussurri che salutano ogni scritto che appare su Eco: taluni avvertono come irritante il costante riferimento alle poche indicazioni che contano per chi se la sente di camminare con le proprie gambe.
Qui nessuno (almeno lo spero) crede di essere un Mosè con le tavole della Legge ma almeno tenta di essere onesto nel riferire ciò che ha compreso o sperimentato con le capacità proprie. Io, se mi è permesso citarmi, faccio un lavoro suppletivo: confronto ciò che faccio con quei pochi, non ostili ma diversi per costituzione e carattere, che a modo loro fanno un percorso simile. E, credetemi, le difficoltà insite nell’obbiettivare certe fenomenologie, svaniscono come neve al sole.
Se si pensa sul serio si può fare molto e se due persone pensanti riescono a scalare, da concetto a concetto, l’impervia salita alla comprensione di un’idea, sperimentano anche una comunione forte e luminosa: occorre provare una cosa simile: in questo sforzo tutto in noi retrocede, si arresta. Corpo, personalità e la fumisteria dei sentimenti…tutto ciò sparisce ed è l’idea che riversa vita e calore in tutto il nostro essere. Vi sono molti che giudicando erroneamente, stimano l’incontro e la comunione come esperienza di sentimento. Magari è vero il contrario: il sentire ci appartiene come individui singoli mentre il vero pensare trascende il personale, esso è universale. Ed è da esso che il sentire può rinnovarsi e gettare l’angusta maschera che lo ha reso meschino e ancora meno reale delle immagini del sogno.
Avevo già osservato, quando mi accordavo con Scaligero per un incontro, che nel tempo che trascorreva tra accordo e incontro, riuscivo a risolvere per mio conto dubbi e domande che avrei voluto mettere sul suo tavolo. Questo è ciò che ottenevo pensando a fondo ogni problema.
Per questo e altro posso dire che Massimo fu un (il) maestro ma, almeno per me, sostanzialmente indialettico e così, semplicemente, mi ha indotto e mi induce a suscitare e rafforzare la memoria di un’essenziale libertà, compresa quella da lui, se inteso solo come personalità storica.
Questa libertà non sa che farsene del binomio maestro-discepolo: essa mi si comunica da dentro a fuori e mai viceversa: più esattamente trova fuori quel tanto che c’è dentro.
Solo i nati-per-sentirsi-buoni potranno credere che così stia tirando calci a Steiner e Scaligero, mentre invece la gratitudine e il rispetto verso di essi è diventato parte del mio più intimo essere, ed è proprio per non tradire la purità della connessione posso, coerentemente all’elemento spirituale del loro insegnamento, stare in piedi da me stesso, non appoggiarmi alla loro immagine.
Già! La loro immagine! Sfigurata, vilipesa, fatta coriandoli…non parlo di “nemici”(quelli sono fisiologici) ma di chi giura eterno discepolato. Parlo di coloro che usano righe e brani del Dottore: eppure dicono di sapere che l’Opera è organica ed in tal senso ciò che costantemente riportano sminuzzato è un pezzo morto, sfatto. Irrealtà proposta giornalmente: opera meritoria? Adamantina coerenza? Non scherziamo! Lo sfregio, l’ulteriore inganno è strappare bocconi delle sue conferenze in maniera che venga ad apparire ciò che si vuole, in contrasto con l’essenza ed il fondamento delle sue Opere: incommentabile!
Allora è lecito pensare che a tali “campioni” nulla importi se non la manipolazione per ambigui scopi personali. Cioè come dice sempre un mio silente amico: “la scienza dello spirito viene pensata oppure usata: usata non è più scienza dello spirito ma autocelebrazione, profitto o piacere personale”.
Dire questo a quei campioni è peggio che inutile: ti passano subito nell’archivio dei censori draconiani e unilaterali, poiché essi pensano solo mediante schemi di pensieri cristallizzati, pensieri defunti che devono continuamente venir sostenuti dal sentimento più personale che ci sia per sembrare vivi: ti fanno capire di essere (loro) la giusta sintesi: la terza via.
Il sentire cioè la loro “araba fenice”, che per l’ovvia fenomenologia della costituzione umana sale dal basso, viene sognato come amore. Credono di sublimare la loro disposizione animica in una sorta di amore orbo. Così elargiscono, a profusione bulimica, antroposofia manipolata ai deboli, ai fuori di testa, ai corrotti: non rendendosi mai conto che così facendo si sorregge e si alimenta non l’individuo ma la sua malattia, la sua devianza, aggravandola. In ciò esiste ancora un grado di bassezza: si legano le povere anime alla gratitudine…che non è virtù ma il mezzo del ricatto più astuto.
Sepolti all’interno della loro recita di devozione e bontà sono catafratti verso ogni concetto che venga da fuori del loro mondo, che non faccia parte dei pensieri staticamente posseduti ormai da una vita: questo ho potuto (io ma anche altri) osservarlo in diretta.
Ma le facce di bronzo si esprimono con autorevolezza: si presentano ai barbari ignoranti che siamo con l’affermare un prestigioso discepolato: così certi del proprio grumo intestinale che possono esprimere con disinvoltura frasi ridicole come questa: “Sento che Massimo vorrebbe che io…”. Roba da fucilazione a vita!
Quello che invece si capisce benissimo è che il “discepolato vanesio” li ha asfaltati: blaterano di libero pensiero ma sono dominati da qualcosa di simile ad un esteso lapsus freudiano (parapraxis) proprio perché non conoscono cosa esso sia e cosa possa essere la libertà: quella fuori dalle convinzioni e dai testi letti.
Questo è il limite (e il danno) di chi rimane fermo perché inchiodato dalla rappresentazione del maestro e del discepolo: non legato dalla devozione ma dalla soddisfatta pigrizia dell’anima. Del resto l’anima pigra perché sognante è il comune denominatore di quasi tutti i gruppetti che ancora vivacchiano intorno al “santino”.
Così come l’antroposofia è oggi un panorama di macerie, più o meno lo stesso vale per i circoli che si dicono di ispirarsi a Scaligero. Quella sua profetica frase: “Dopo che me ne sarò andato, qui non resterà più nulla” che non fu soltanto detta a me ma non so a quanti – io ne conosco altri due – proprio non vuole entrare (almeno come ipotesi di riflessione) nelle teste dure. Figuriamoci! Comporterebbe un approfondito esame e forse una severa revisione di quanto si è fatto negli ultimi trentacinque anni, transumanze al ribasso comprese.
Cari amici, Steiner non è bastato, Scaligero non basta. E perché non bastano se hanno dato tutto e di più? Perché è il vostro lavoro, il vostro sforzo che manca, che è venuto a mancare! Perché, ubriacati o sazi o abbagliati dal troppo splendore che irradiava dalle parole dei maestri, vi siete fermati – quasi subito – a dormire sul ciglio della Via.
Certo, i maestri e la connessione spirituale con essi è un atto essenziale e questo lo sanno meglio loro che voi, ma non è un fatto stabilito, non è cosa simile ad un oggetto o ad una quantità e non è nemmeno necessaria una presenza sensibile. Credo si possano contare a centinaia quelli che, andati a pellegrinaggio da Scaligero, lo abbiano poi salutato, forse più sereni o ringalluzziti, ma ciechi e sordi come erano prima. Questo perché? Scaligero (come Steiner prima di lui) insegnava col suo proprio essere la libertà secondo il canone dei Nuovi Tempi, sicché ognuno restava libero di accogliere o meno la sapienza spirituale che in lui si manifestava.
Poi c’erano anche quelli che ammiravano l’uomo, ma l’uomo è morto, cosicché hanno poi mantenuto lo status di “orfani” (cosa mai non si fa pur di non far niente!).
Insomma voglio chiarire che, nel nostro tempo, i maestri indicano la strada, forniscono l’armamentario delle giuste pratiche ma non fanno il lavoro che spetta a noi: questo dovrebbe essere assai facile da capire (è da notare che Scaligero, molto attento anche nelle espressioni, non volle mai sentirsi attribuire il titolo di maestro: basterebbe questo ad inficiare gli intenti di chi non riesce fare a meno di chiamarlo Maestro: ciò si rivela – assai semplicemente – come ossequio rivolto a se stessi nel regale ruolo di gran discepoli). Da quando – scusate – chi chiama “Maestro, Maestro” fa la volontà dei Cieli?
In pratica spetta ad ognuno essere il centro di tutto. Spetta a voi, ad ognuno di voi, con un lavoro che si prospetta duro, difficile e sottile, rafforzare e trasformare le potenze dell’anima in modo che essa possa giungere a quel radicale vuoto di sé che può accogliere l’infinito senza frantumarsi. Ciò esige una condizione di libertà (reale: non recitata) che i legami sensibili non possono immaginare: una indipendenza che sarebbe vissuta con terrore da chi non può non appoggiarsi di continuo alla forma della dottrina e all’immagine dei maestri.
Queste son cose che vanno superate e non è facile per chi non abbia sperimentato attimi di trascendenza. Sebbene a onor del vero, superati i primi incerti tentativi, basterebbero rette concentrazioni per provare e sapere che si aprono alla coscienza condizioni e livelli che superano la natura e, sostanzialmente, il piano della sua piattezza: visto quello che passa, per questo continuo a dire che quelli che fanno davvero concentrazione mi starebbero nel palmo delle mani. E gli altri? Mentono!
I mentitori, in buona o cattiva fede, sono marea: mossi dalla luna in un buio senza stelle. Di continuo ammaliati dal gracidio delle sirene d’acqua fetida, quatte in ogni pozzanghera antroposofica o spiritualistica acquasantiera.
Se è vero che l’Uomo è alquanto in ritardo sull’evoluzione descritta da Steiner è, purtroppo o per fotuna, altrettanto vero che la Terra, invece, procede regolarmente sulla tabella di marcia.
Anche quella parte di evoluzione che collega l’Uomo ed il Pianeta e che si riversa nell’anima con quello che è il sottile senso del “confine” sembra, però, seguire l’evoluzione terrestre anziché quella umana.
I media continuano a riempirsi la bocca con termini quali “globalizzazione” o “comunità globale” ma gli uomini, le singole persone, vivono quasi traumaticamente il lacerarsi dell’anima di gruppo e lo spostamento ed il mescolarsi di tante singole anime diverse.
Colore diverso, razza diversa, gusti sessuali diversi, religioni diverse, che solo pochi anni fa erano separate da distanze notevoli, ad oggi si ritrovano a convivere in pochi metri quadrati. L’inadeguatezza umana porta ovviamente ad un ritorno alla barbarie e spesso, come i tristi eventi di questi giorni confermano, la cosa sfocia in violenze gravi.
Ma la barbarie, il “non Pensare, non Sentire, non Volere” porta sopratutto alla paura. Paura di un cambiamento che sentiamo inevitabile ma che non vorremmo. Come un corpo che sta affogando bramiamo un ritorno alla coscienza di popolo. Vorremmo crogiolarci in quell’ottundimento di cui abbiamo arcaiche rimembranze.
Svariate organizzazioni (politiche e non) stanno ostentando un ritorno ai passati regimi omofobi. E stanno riscuotendo anche un clamoroso riscontro.
Di punto in bianco l’uomo illuminato, l’uomo moderno e cosmopolita, sembra ammettere che il prezzo da pagare per questa sua “libertà” sia troppo alto. Stragi come la Shoah, i gulag, le purghe sembrano perdere il loro terrificante peso di fronte alla tranquillità individuale. Il vivere in uno stato/chioccia dove altri lo proteggono dalla minaccia del diverso diviene imporvvisamente allettante e meraviglioso.
Davanti a queste grottesche illusioni si potrebbe credere che l’Antroposofia possa, perlomeno, fungere da aiuto. Se non è quella forza che Steiner auspicava, si vorrebbe che almeno sia una sacca, una resistenza. Fors’anche un rifugio per chi lotta giorno per giorno, per chi accetta il pensare come unica via.
Illusioni.
Tempi spaventosi che riescono (incredibile) a far tacere anche quel brontolone polemico di Balin non giungono a fermare il prurito sotto le dita di molti “scrittori”. Complici, al solito, l’enorme mole dell’O.O ed il rifiuto ottuso e deciso della FdL, si cerca ancora nelle parole di Steiner la “ricetta” per risolvere i problemi dell’Uomo. Ci si interroga dialetticamente sui diversi, senza capire che il diverso è ora la condizione di assoluta normalità. Come può esistere l’uguaglianza nell’unicità di ogni anima dopo il cammino che l’umanità intraprese con l’Evento del Golgota?
Eppure eccole, le fiumane di parole, accusatorie o prevase da un buonismo di facciata. Omelie da pulpito che, tra una citazione e l’altra, propongono rimedi arbitrariamente decisi.
Davanti a questa enorme mareggiata evolutiva ci schieriamo con antroposofici scudi di cartone…
Perché?
(Virgilio – Introduzione alle Bucoliche dal Virgilio Vaticano – VI secolo d. C.)
*
“O pater, anne aliquas ad coelum hinc putandum est
Sublimes animas, itremque in tarda reverti
Corpora? Quae lucis miseris tam dira cupido?”
(O padre, bisogna pensare che alcune anime di qui vadano lievi al cielo e di nuovo tornino ai pesanti corpi? Quale sì crudele desiderio di luce per le misere?) Virgilio: Eneide, libro sesto: Sorte e destino delle anime.
Virgilio: quel Publio Virgilio Marone che il mondo ricorda come poeta.
Nato nel mantovano ma ben diversamente ricordato dal popolo partenopeo per tantissimi secoli, dove riposarono le sue ossa: protettore ma anche sublime mago, teurgo.
Al punto che nel XII secolo i conquistatori normanni e la Roma papalina dissacrarono la tomba e rubarono i pochi resti con il prudentissimo aiuto di un negromante!
Pensate poi che papà Dante si affidi ad un poeta latino per la tremenda impresa di scendere sino al fondo dell’Abisso? Solo i letterati ci cascano, come pere troppo mature!
Torniamo alla domanda di Enea che Virgilio pone in bocca al profugo troiano rivolgendosi al padre Anchise.
Infatti quale cieca voglia, anzi quale crudele bramosia contro sé stessi sarebbe quella degli spiriti che si trarrebbero a rinascere su questa impietosa terra – vera e non metaforica – valle di lacrime?
Chi mai, dopo averne sopportati i travagli, le ingiustizie, le amarezze e le delusioni, può risentire il maniacale desiderio di tornarvi daccapo?
Bisognerebbe essere matti incurabili, bietole incoscienti…oppure eroi votati alla santità del doloroso martirio!
Ecco perché la remota sapienza insegnava la necessità morale e indeclinabile (dharma) del rinascere per la educazione progressiva delle anime, per le quali la terra è la fucina atta a fusioni, temprature e forbiture.
Tale sapienza insegnava anche la necessità dell’oblio che accompagna la rinascita: indispensabile alla stessa possibilità del nuovo ritorno, essendo l’amnesia una sorta di amnistia temporanea, oltre che la tutelatrice o custode del “libero arbitrio”, non impantanato dal passato nelle sue iniziative e nel suo dinamismo etico.
Da qui il favoloso fiume di Lete, le cui acque bevute a larghi sorsi (ma c’è chi beve molto e chi pochissimo) dalle anime sulla strada del ritorno alla terra, davano la benefica dimenticanza dei tempi anteriori, terrestri e ultraterreni.
“Lethaeum ad fluvtum Deus evocat agmine magno:
Scilicet immemores supera ut convexa revisent
Rursus, et incipiant in corpora velle reverti”
Con questa ragionevole risposta Anchise dissipa lo stupore, non irragionevole, di Enea, descritto al principio. Il dio provvidenziale, con l’oblio, induce le anime a “voler ritornare nei corpi” (in corpora velle reverti) dopo che “Securos latices et longa oblivia potant”: cioè con la profonda dimenticanza di tutto ebbero sgombra mente e coscienza dai neri affanni del passato.
Gli antichi sofi iniziati, assertori della reincarnazione, non si lasciavano turbare dalla volgata e volgare obbiezione di un oblio postnatale che per loro era anzi prenatale, altrimenti il cervello fisico non ne avrebbe potuto usufruire e ben comprendevano la necessità morale delle rinascite inscindibile dalla concomitante condizione dello stato amnesico.
Ammettevano però la possibilità eccezionale dell’anamnesi in taluni casi e specialmente in individualità eccellenti, alle quali, come a spiriti maturi, il ricordo poteva non riuscire dannoso al loro progresso interiore, mentre divenivano testimoni viventi della grande legge delle rinascite.
Tale, tra alcuni altri quali Empedocle, Giuliano, ecc., fu Pitagora, santo della filosofia e martire della Sapienza al pari di Socrate. Pitagora infatti era lucidamente sicuro di serbare il ricordo di molte precedenti personalità, fino a declinarne i nomi e dandone anche prove credibili.
Ma in quei tempi, in cui Filosofia e Scienza non erano tra loro come suocera e nuora, i diritti e le ragioni del cuore erano valutati e fatti valere alla pari con le nobili esigenze dell’intelletto e anzi, più del “come” si stimava il “perché” delle cose e non meno della “causalità” si considerava la “finalità”.
Perciò si diceva che Socrate avesse fatto discendere la Filosofia dal cielo sulla terra, perché la portava nell’introspezione dell’anima e nella condotta morale della vita.