Maggio 2014

L’ARCHETIPO – GIUGNO 2014

ascensione

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 64

Socialità
O. Tufelli Numina

Etologia
T. Diluvi Scala al Fattore

Poesia
F. Di Lieto Percorsi

AcCORdo
M. Scaligero Lo slancio di redenzione

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Perché l’Antroposofia

Spiritualità
R. Steiner Impulsi originari della Scienza dello Spirito

Testimonianze
M.G. Moscardelli Danza Maria Corradi Pizzo
Le violette di Mimma

Musica
Serenella L’ABC della Musica

Pubblicazioni
G. Burrini Alfabeto in filastrocche

Teatro
C. Gruwez, M. Nauwelaerts Manicheismo nei Drammi Misteri?

Inviato speciale
A. di Furia Un’intrigante ‘respirazione’

Personaggi
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Costume
Il cronista Monito

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I.Elliot Lambaréné

 Arretrati

Link

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA SOGLIA

attraversare

In questi tempi in cui la tecnica ci permette di fare tante cose prima mai sognate, paradossalmente, il mondo interiore degli esseri umani rischia di diventare sempre più povero e arido. Se andiamo indietro di due o trecento anni, la vita esterna era molto più semplice, le cose che si potevano fare ed avere erano molte di meno, quantitativamente parlando, e l’uomo viveva con il sentimento che il mondo fosse ancora tutto da indagare e che il futuro racchiudesse in se molte promesse.

Oggi la vita ha subito una forte accelerazione grazie alla tecnologia e alle scienze, ma questa accelerazione può bruciare prematuramente l’uomol’illusione del “tutto e subito” ha solo portato al vuoto e alla noia.
Che altro c’è di nuovo?”

La globalizzazione dell’informazione ha esteso le coscienze sino ai confini della Terra, strappando l’uomo dal chiuso dei suoi piccoli interessi personali, ma questo bisogno di riempirsi ogni giorno di notizie nuove e possibilmente sensazionali, può diventare solo un paravento che nasconde il vuoto dell’anima.

Sembra di sapere tutto, ormai si è assaggiato un po di tutto e nella domanda: “…Che c’è di nuovo?…”  vive non solo la noia ma anche un elemento di paura, una paura indistinta, forse più subconscia che conscia, dovuta al fatto che tutto appare scontato, manifesto, appiattito.

L’essere umano ha perso la capacità di stupirsi o meravigliarsi per qualcosa; è fiero del suo realismo e così scompaiono lo slancio e la sorpresa.
La frenesia insaziabile che spinge l’uomo moderno ad accelerare sempre più i ritmi della vita fino a stordirsi, fa sorgere la passione per un limite sempre più estremo.

Nella gioventù, in particolare, c’è oggi la tendenza a voler avvicinare sempre più il limite delle forze fisiche. E’ la ricerca del brivido dovuto al pericolo-limite, che si accompagna alla forza, alla velocità, al rischio, qualunque esso sia purché porti in sé un‘emozione intensa.

Il limite assoluto della vita è la morte e dunque in questa spinta verso l’estremo, l’uomo ha il desiderio di far propria anche la soglia di tutte le soglie, quella frontiera che determina il confine fra due mondi: quello sensibile e quello soprasensibile.

L’esperienza di soglia per eccellenza è quella del limite verso lo spirituale!
Questa tensione sarebbe in se stessa profondamente religiosa, ma poiché l’uomo si è estraniato dal religioso, va a concentrarsi e manifestarsi nella ricerca del limite nel mondo fisico.

Nell’inconscio però, permane il desiderio di incontrare “l’altra soglia”, perché questo mondo diventa sempre più angusto e l’anima umana non si può comprimere più di tanto.
Il livello della fede o della pietà tradizionale, non bastano più a chi è riuscito a portare a coscienza il vero bisogno dell’anima che anela a quella soglia: “Ho bisogno di spazi nuovi, luminosi e immensi!”... E mondi luminosi e immensi attendono il risveglio dell’uomo per essere da lui conosciuti e amati.

L’essere umano d’oggi avrebbe bisogno di poter indagare il mondo invisibile che ci circonda, con la stessa scientificità, con la stessa forza penetrante del pensare che il suo spirito ha esercitato ormai da secoli riguardo al mondo visibile.

In un tempo in cui l’umano sembra esaurito nella immagine fisica che la scienza e la tecnologia gli attribuiscono, ogni anima, anche se non lo sa, vorrebbe lasciarsi narrare dagli Angeli quanto è bello e importante essere Uomo… perché lui l’ha dimenticato!

ALTRO

FRAMMENTI

Novalis

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Il fenomeno eterno, quello più mirabile è la nostra esistenza.

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Il mistero più grande, per l’uomo, è lui stesso.

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La vita è l’inizio della morte.

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La vita esiste per amore della morte.

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La morte è insieme compimento e principio, al tempo stesso separazione e più stretta unione.

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Quando uno spirito muore diventa uomo.

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Quando muore un uomo, diventa spirito.

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Libera morte dello spirito, libera morte dell’uomo.

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Per mezzo della vita futura si può salvare e nobilitare la vita passata.

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Comprenderemo il mondo comprendendo noi stessi, poiché noi e il mondo siamo due metà che vanno insieme.

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Tutto è seme.

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La natura non può essere spiegata statisticamente, bensì solo nel suo diventare moralità. Un giorno non dovrà più esservi una natura: essa deve gradualmente trasformarsi in un mondo di spiriti.

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L’uomo è il messia della natura.

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La forza matematica è forza ordinatrice. Ogni scienza matematica tende a ridiventare filosofica – a diventare animata o razionalizzata – indi poetica – infine morale – ultimamente religiosa.

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Secondo Kant la matematica pura e la scienza naturale pura si applicano alle forme della realtà esteriore. Qual è allora la scienza che si applica alle forme della realtà interiore? Esiste anche una conoscenza extrasensibile? Si apre anche un’altra via per uscire da se stessi e pervenire ad altri esseri o a risentirne l’azione?

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Solo in questo mondo noi siamo questi esseri limitati, ma non limitati per sempre.

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Noi siamo congiunti con l’invisibile più strettamente che col visibile.

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L’umanità è il senso superiore di questo pianeta, il nervo che lo congiunge col mondo di sopra, l’occhio che esso innalza al cielo.

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L’universo è in tutto l’analogo dell’essere umano, in corpo, anima e spirito: questo l’abbreviatura, l’altro l’allungatura della medesima sostanza.

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Il sole è nell’astronomia quello che Dio è nella dottrina religiosa.

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Noi siamo in missione: siamo chiamati a formare la terra.

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Tutta la nostra vita è servizio divino.

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Con la formazione e la solidità del pensare cresce la libertà.

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Libertà e amore sono una cosa sola.

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Dio è l’amore. L’amore è la realtà suprema – il fondamento primo.

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Il cuore è la chiave del mondo e della vita.

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Così Cristo è certamente la chiave del mondo.

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L’amore è lo scopo finale della storia universale – l’amen dell’universo.

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Novalis

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA RISPOSTA

Quello che segue è la risposta che ho dato ad un lettore. Essa è semplice. L’ho parzialmente rimaneggiata e minimamente ampliata. Non contiene rivelazioni (che non posseggo): diciamo che è soltanto un ripasso. Cosa che ritengo sempre utile perché può servire per mantenere abbastanza chiari, nella coscienza, alcuni tra i pochi concetti che, sul cammino interiore, rischiano sempre di affondare sotto la sfera della destità.

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Caro amico, le dirò volentieri quello che posso nel merito e, spero che non le dispiaccia se poi passo la sua a Eco poiché, per molto o poco, sono certo che comunque potrà interessare qualcun altro dei nostri lettori che, obbiettivamente, sono davvero tanti ma non sempre gli stessi.

Come lei saprà benissimo, il Dott. Giovanni Colazza strettissimo discepolo del Dott. Rudolf Steiner (lo scrivo non per lei ma per i lettori), forse la più alta figura nel manipolo di discepoli di rango – questo al punto che lo Steiner venne a Roma per incontrarlo secondo precise indicazioni fornitegli da esseri dei Mondi Spirituali – poco tempo dopo la scomparsa del Dottore, accettò l’offerta, promossa da J. Evola, di collaborare ad un progetto, rimasto unico in Italia (ma forse anche fuori dal nostro Paese), di pubblicazioni di esoterismo di indirizzo dottrinario e pratico, con l’apporto di molti tra i migliori operatori dell’epoca.

Date le scuole spirituali non omogenee, i fascicoli espressero pur tuttavia il meglio di diverse tradizioni. E furono sostanzialmente ricchi di indicazioni pratiche. Alcune figure importanti del panorama antroposofico del tempo furono presenti tra i più validi collaboratori. Tutti figurarono come ignoti al pubblico poiché vennero adottati nomi simbolici e pseudonimi.

Leo è la firma che indica gli scritti di Colazza… che scritti non furono poiché egli seguì per tutta la vita in seno all’antroposofia l’indicazione spirituale di non scrivere. Durante il periodo di vita della Rivista, fu Evola, nella doppia mansione di direttore e collaboratore, che, sedendosi accanto a Colazza, scriveva quanto gli veniva dettato.

Tant’ è che ci fu qualche errore nel complessivo di cui si è discusso, credo, sulla rivista L’ Archetipo.

Se parliamo dei primi due scritti: Barriere e Atteggiamenti, il problema non sussiste poiché la trascrizione è del tutto corretta (e parimenti corretta rimase anche nelle successive edizioni, parzialmente modificate da Evola).

Se qualcuno legge l’intera produzione di Leo su Ur osserverà un “crescendo” di spunti e discipline che porterebbero chiunque sulla soglia dei Mondi Spirituali ma forse osserverà meno alcune cose. Una di queste è il lavoro di correzione compiuto da Leo per controbilanciare tecniche descritte da altri autori, suggestive quanto avventate.

Inoltre, Leo, come spesso accade nell’agire sottile di grandi figure occulte, in un certo senso inganna il lettore o, da un diverso punto di vista, chiama chi vuole lui.

La sua prosa, neutra, senza attrattive, estremamente riassuntiva, priva di riferimenti e alquanto povera di terminologia sembra fatta per allontanare il lettore che scopre sapori e colori forti e gioielleria scintillante da altre parti.
Ma non presso Colazza che pare offrire la mercanzia più scipita o meno invitante del mercato.

Detto questo passiamo a “Barriere” dove Colazza insegna al suo speciale apprendista, la modalità che ora sappiamo necessaria: “Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente.” Non credo servano spiegazioni per questo: comunque, per intendersi, viene sottolineata la necessità di un meditare non casuale ed infrequente ma anzi il suo esatto contrario: trattasi di un lavoro interiore continuo, voluto e predeterminato.

E’ pure piuttosto importante un chiarimento che Colazza non si perita, a buon diritto, di dare.

Il breve scritto potrebbe essere pensato come diviso in tre parti. Diciamo, alla buona, che la prima parte introduce il problema adombrato dal titolo, la terza indica la retta fenomenologia del lavoro animico e l’indicazione della conseguente esperienza. La seconda parte è il contenuto che andrebbe meditato e realizzato: 20 righe di frasi e nessuna altra indicazione. Può succedere (è successo) che il discepolo zelante le impari a memoria, ma poi a passarle tutte diventa più un rosario che una meditazione e ben presto si forma l’ombra della delusione.

Naturalmente quello è l’approccio sbagliato, la trappola, a dirla brutta. In realtà ogni singola frase è uno spunto meditativo completo. Non un mantra ma uno spunto meditativo da sviluppare individualmente e liberamente con immagini vive, cioè capaci di afferrare tutta l’anima e il sentimento. Come ogni meditazione, la frase scelta non va pensata (elucubrata) ma trasformata in immagine che possa essere sentita dall’intera anima.

Scelga autonomamente quali frasi usare. Non c’è altra regola se non quella che il contenuto suggerito susciti, ad un certo momento, un “senso di grandezza e di potenza” finché questo venga percepito come la “presenza di una forza”. Con queste parole che ho corsivizzato, il Dott. Colazza intende che tale meditare dovrebbe afferrare tutto l’uomo: se la meditazione rimane confinata nella coscienza della testa non cambia nulla; se giunge ad afferrare il sentimento essa si realizza ad un grado superiore; se viene accolta, per così dire, da tutto l’uomo, pervadendo sottilmente gambe e braccia, allora il suo senso ritorna alla coscienza come una inusuale impressione di forza interiore.

Occorre decisione e coraggio, poiché, come sappiamo sin troppo bene, l’uomo ha paura di sentirsi rinnovato e forte anche quando lo desidererebbe: più come enunciato che nella realtà. Eppure Colazza (come poi Scaligero, con forma stilistica diversa) è assai drastico: “Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.”

Nel secondo scritto di Leo: “Atteggiamenti” ritroviamo il medesimo schema: una densa parte introduttiva, le discipline, e nella terza parte alcune indicazioni che indicano (sempre in maniera semplice e dimessa) la portata delle precedenti discipline: “Gli accenni di pratiche ora esposti ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle percezioni sensorie, pur con tutta la vivezza e la realtà propria a queste ultime”. Se queste parole paiono indicare un’attività interiore libera dai sensi fisici e però altrettanto intensa, non ci si sbaglia.

Aggiungo solo che gli esercizi indicati da Colazza portano in sé diversi gradini di esperienze, certo culminanti con la liberazione della forza-pensiero dai legami sensibili, ma anche diverse altre conoscenze estrasensibili e gli strumenti per passi successivi sulla Via iniziatica.

Sono due le meditazioni immaginative proposte: il senso dell’aria ed il senso del calore.

Chi le sperimenta ben presto s’accorge che ambedue iniziano con l’aiuto di immagini sensibili (interiorizzate) e procedendo, l’essenza della loro attività contemplativa supera, per attività dell’operatore, ma anche per lo stesso contenuto dei temi, il confine del pensiero legato ai sensi. Detta così, sono consapevole che sembri una operazione abbastanza facile ma le assicuro che non lo è.

I “risultati” descritti da Colazza per i due esercizi dovrebbero essere compresi appieno poiché indicano condizioni “sine qua non” per l’operatore. Anche per chi ha scelto discipline diverse e segue gli importanti esercizi dati da Steiner e Scaligero. Di alcuni aspetti delle esperienze intermedie circa il senso dell’aria e del calore ne ho parlato in anni precedenti (ad esempio ho scritto come il senso dell’aria si rivolti completamente e si sperimenta come si venga respirati dall’aria che ci circonda, che, viva e attiva, vuota e riempie i nostri polmoni. Inoltre si può imparare ad avere una sottile percezione dell’aria, quasi essa fosse visibile). A mio parere il senso del calore è più difficile, ma possiede la caratteristica di non poter rimanere nella testa e realmente si accende nella zona del cuore, fenomeno che si compie da sé, che non deve essere tentato con artifici: passa da sé dalla testa al cuore. Trovo indirettamente l’occasione di ricordare una immagine meditativa, anche saltuaria, in cui ci si rappresenti tripartiti: testa-torace-arti: da ciò si imparano diverse cose.

Per finire sottolineo come le due discipline racchiudano in sé la sintesi di molti esercizi singoli, gli strumenti interiori ma concreti volti alla liberazione del corpo sottile (eterico) ed una inusuale porta per il pensiero libero dai sensi. Per il resto non saprei che ripetere, magari distorcendo, le parole di Leo che, come ho già scritto, possono apparire fin troppo semplici (una manna per la pigrizia dei sedicenti occultisti odierni), mentre in realtà la loro piana semplicità vela, al pensiero superficiale e avido di sconvolgenti rivelazioni, le operazioni interiori più possenti.https://dub122.mail.live.com/

Come scrissi ad un altro lettore a cui ho parlato dei 44 esercizi di Tecniche della Concentrazione Interiore di Massimo Scaligero, nulla andrebbe preso come sta. Tutte le discipline resterebbero sulla carta se non vi fosse un’iniziale risveglio delle potenze interiori: è l’anima che con onestà (purità attiva) e coraggiosamente libera dalla banalità di precedenti rappresentazioni, dovrebbe trovare in questi scritti quello che potrebbe servirle per il suo lavoro: questo è solo un consiglio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Johann Heinrich Merck

Il piacere di discutere e interpretare..con Merck fu di breve durata, giacché l’accorta landgravia dello Hessen-Darmstad lo volle con sé nel suo seguito nel viaggio a Pietroburgo. Le compiute lettere che mi scrisse, mi aprivano una più ampia prospettiva sul mondo, che mi era tanto più agevole comprendere dal momento che quei quadri erano tracciati da una mano familiare ed amica. Rimasi comunque piuttosto a lungo in solitudine e privato proprio in quell’importante momento della sua assistenza chiarificatrice, di cui avevo pure tanto bisogno

Goethe, Dichtung und Wahrheit, Libro XIII 

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Autore e critico tedesco, Johann Heinrich Merck nacque (già orfano di padre) a Darmstadt l’ 11 aprile 1741.

Dopo gli studi giuridici e un precettorato in svizzera ottenne un impiego presso la Cancelleria di Darmstadt prima e presso il ministero della guerra in un secondo momento.

Importante fu l’influenza  esercitata sull’intero movimento letterario tedesco. Nonostante la formazione razionalista non rimase insensibile all’esperienza dello Sturm und Drang , tanto che diversi giovani esponenti lo ebbero in grande considerazione quale figura di riferimento.

Si era in un momento storico nel quale la produzione e la fruizione culturale, molto vivaci in quel di Darmstadt, non erano più esclusivo appannaggio degli ambienti di corte. Anche le case private delle persone non direttamente ascrivibili a circoli nobiliari erano dunque luoghi in cui si faceva cultura,  a volte  capaci anche di influenzare la vita culturale dell’ambiente di corte stesso.

La dimora di Merck era uno di questi luoghi, e divenne un importante centro di intensa vita intellettuale, specie nel periodo che seguì la sua scelta di dedicarsi con particolare cura all’attività di critica letteraria. Ciò avvenne anche grazie alla sua conoscenza diretta di tutte le principali personalità dell’epoca (Herland, Wieland, Jacobi, Gleim e La Roche tanto per citarne alcune), con le quali intratteneva fitti rapporti via a vis piuttosto che epistolari. Fu, tra le altre cose,  cofondatore delle  Frankfurter gelehrte Anzeige, nonché principale contributore della Allgemeine Bibliothek di Nicolai. E proprio le Frankfurter gelehrte Anzeige ospitarono alcuni fra i primi lavori di Goethe; nella fattispecie otto recensioni.

La conoscenza con Goethe ebbe luogo nel 1771 presso Francoforte. Poco tempo dopo il primo fu introdotto da Merck, con il nome di “Viandante”,  nel circolo Darmstadter Kreis. Per Goethe si trattò dell’amico giusto al momento giusto, ed importante fu l’influenza di Merck sul giovane (tra i due correvano otto anni di differenza) sia in termini di stimolo creativo che di orientamento e critica, sempre caratterizzati da precisione, lucidità e da uno spirito capace di apprezzarne il genio e sostenerlo senza invidia o tornaconti personali. Ma c’era anche un altro aspetto ad intrigare Goethe. Tanto nella produzione culturale quanto nella sua vita, Merck mostrava spesso un alternanza fra aspetti positivi e produttivi e aspetti distruttivi, tanto da indurre Goethe ad utilizzare diverse volte l’appellativo di “Mefistofele Merck”. Volker Ebersbach ebbe a scrivere in proposito: “La personalità di Mefistofele che Goethe studiò e che ritrasse nell’antagonista di Faust deriva dalla profonda capacità di penetrazione di Merck nelle proprie sofferenze ed in quelle altrui”.

Nel 1773 Merck intraprese il viaggio a San Pietroburgo al seguito della Landgravia Carolina di Hesse-Darmstadt a cui fanno riferimento le righe Goethiane in apertura, di ritorno dal quale fu ospite del Duca Carlo Augusto di Weimar al castello di Wartburg.

Nel 1788, a seguito dell’esito negativo di alcuni investimenti,  finì in bancarotta, e Goethe fu tra coloro che cercarono di dargli supporto, ma lo stato di prostrazione psicofisica andò via via peggiorando (complice la morte di cinque dei suoi figli) fino al suicidio che avvenne il 27 giugno 1791.

Oltre alla produzione critica  ne esiste anche una  letteraria, costituita principalmente da brevi saggi su arte (pittura soprattutto) e letteratura (poemi e racconti), sebbene la corrispondenza rimanga l’aspetto forse più interessante, potendosi da essa evincere molti aspetti e risvolti della scena letteraria del suo tempo.

MERCK

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“E’ impossibile spiegare quanto questo circolo mi abbia ravvivato e sostenuto. Le persone erano liete di ascoltare la lettura dei miei lavori terminati o in via di componimento. Venivo incoraggiato quando aperatmente e laboriosamente riferivo ciò su cui stavo lavorando. E venivo rimproverato quando, ad ogni nuova distrazione, trascuravo scritti precedenti ed incompiuti”

Goethe in merito al circolo Darmstadter Kreis , Dichtung und Wahrheit, Libro I

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

SLOGAN ESOTERICI?

Il Logos e ...

Alcuni ragazzacci sembrano essersi affezionati ad una riga di un testo di Massimo Scaligero. Ciò al punto di considerarla, forse, alla stregua di un motto, oppure di una stravagante sintesi di qualcosa che, per loro rappresenta una bandiera, un apice inamovibile o uno scoglio. Probabilmente con essa dichiarano un proprio limite verso il quale va tutta la mia comprensione. So bene quanto sia difficile manifestare apertamente le proprie difficoltà, specie quando, giovanissimi, ci si credeva capaci di raggiungere ogni mèta senza tempi lunghi e senza troppe difficoltà.

Poi, raggiunto l’imbrunire, si guarda indietro e ci si accorge che parte dello slancio iniziale ha perso nel tempo la sua bella forza, che la dedizione avrebbe preteso il meglio di noi stessi: cosa che non siamo riusciti a mantenere, che troppe volte il pessimo in noi ha preso il sopravvento, che non abbiamo tenuto saldo nelle bufere della vita, che forse nemmeno la costanza ha convissuto in noi senza incertezza.

Se si hanno occhi per vedere, sono tante le cose che vorremmo fossero state diverse. Io credo però che ogni essere umano ha, in fondo a se stesso una intangibile dignità che nulla o nessuno può portagli via. Per questo, invece di scalciare al vento, credo che l’uomo possa comportarsi con limpida fermezza (puramente interiore) sempre, anche quando cede al mondo il suo ultimo fiato.

Come l’atleta paolino o il guerriero egli può battersi anche quando la battaglia sembra ormai perduta: v’è in ciò un eroismo più alto rispetto ai rari tripudi di chi crede di vincere la scaramuccia di una singola vita terrestre.

Boia chi molla”: con queste parole Scaligero mi salutò alla fine del nostro primo incontro e trascinare tale frase in contesti politici sarebbe vergognoso per chi lo pensasse. Penso invece che possa valere per sempre.

Qualcuno non capirà quale sia il senso di ciò che per ora ho scritto (ma spero che giunga a chi è stato destinato, almeno), di questo mi scuso e ritorno al nocciolo espresso nelle prime quattro righe.

La frase di cui parlavo (neppure completata) è questa: “La Via del Pensiero rischia di divenire una via del sublime egoismo”.

Essa, così scritta e riscritta, presenta non poche pecche. Non voglio neppure sospettare un suo uso contro qualcuno. Spero che ciò non sia vero anche se c’è stato chi ha pensato proprio questo.

Ma, procedendo con ordine sereno, essa, già con il sistema deprecabile del fuori contesto, può diventare una menzogna o un’arma. Inoltre, dato che i ragazzacci invocano costantemente bontà e moralità, hanno per caso valutato come essa possa provocare dubbi ed incertezze in chi, con tutte le difficoltà che ordinariamente ha attraversato, è giunto faticosamente a comprendere la Via del Pensiero – fatto non meccanico e in divenire – giusto in tempo per notare consciamente o meno che “scafati” discepoli della medesima Via riportano tali, contrastanti parole scritte dal Maestro stesso? E’ un bene questo?

E ancora: come essa possa provocare tripudio tra pigri e sciocchi che, senza arte e conoscenza s’accontentano di una cubitale critica verso lo scomodo pensare. Anche questo è un bene?

Ho parlato di menzogna e per provarlo, lasciando che i lettori giudichino da sé, riscrivo l’intero brano dal quale la riga è stata strappata:

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La ricongiunzione del pensiero con l’Io è l’iniziale moto della Volontà magica: l’atto della libertà possibile unicamente all’uomo autocosciente. La pura connessività del pensiero dialettico può portare lo sperimentatore a intuire una simile logica del pensiero vivente: l’autonomia di questo rispetto ai sensi e alla psiche, la sua possibilità di donare l’iniziale esperienza del “corpo sottile”. Ma ciò non è ancora ritrovare il Logos: anzi, questo è il momento in cui l’asceta corre il rischio di usare inconsciamente l’acquisita virtù del puro pensiero contro il Logos: secondo un residuo impulso della radicale natura egoica. Egli può diventare l’istruttore di molti discepoli avidi di dipendenza da un maestro che dialetticamente mostri di possedere la via.

La Via del Pensiero rischia di divenire una via di sublime egoismo, se non viene illuminata dalla luce della Iside-Sophia.  V’è un possibile punto d’arresto nella sfera dell’intellettualismo esoterico, dotato della sua dinamica interiore e persino dei suoi poteri: certamente limitati. Si può parlare di arresto della via, al livello di un intellettualismo esoterico organico ma incapace di connessione radicale con l’Io, ossia con il Logos. E’ la zona che può essere superata soltanto, ove si segua radicalmente l’Ascesi del Pensiero: così che apra la via al cuore, dal quale risorge la Memoria delle cose divine, la Iside-Sophia.

Per superare la zona neutra, in cui è possibile il ritorno alla viltà senziente o al tradimento dell’intelletto, occorre il trasferimento dal sussistente modo di essere dell’anima a un modo di essere originario, perduto: che era necessario perdere, per riconquistarlo da un grado di spontaneità a un grado di libertà: la Memoria delle essenze perenni, che è l’intima struttura dell’anima, smarrita: eliminata dalla coscienza dialettico-sensuale.

L’originario modo di essere dell’anima risorge nella misura in cui essa giunga a contemplare fuori di sé ciò che le è divenuto processo intimo: il formarsi dell’idea, l’imaginare creatore. Questo imaginare è il s e n t i r e liberato, che volge verso la zona in cui può accendersi, come fiamma dell’Amore Divino, la potenza dell’antica fede ridestata, la virtù dell’assoluta consacrazione di sé. Essa viene preparata dal connubio del Pensiero con la Volontà.”

*

Chi vuole e può, legga con molta attenzione le precedenti righe: appartengono ad un Testo piuttosto difficile e di alti contenuti che Scaligero fece uscire nel 1973 per le Ed. Teseo col titolo “Il Logos e i Nuovi Misteri”.

Allora, i ragazzacci, tra le 5.000 pagine dei 28 libri scritti da Scaligero tra  il ’59 e l”80 sono andati a cercare, in uno tra i più avanzati per quanto viene indicato per l’ascesi e la connessione di questa all’esperienza dei Misteri, risorti dal Sacrificio del Cristo, l’unica frase mozza che pare contraddittoria ad almeno 4.500 pagine del Suo Insegnamento.

E’ lo scherzetto di un perenne Carnevale…o cosa?

Se con la frase in oggetto si voleva discriminare la plebe ignorante dai pochi aristocratici sapienti…con quale coraggio?

Oppure (ma, seriamente, quasi non oso dirlo), si voleva tirare confini tra chi “ha accolto il Cristo nel suo cuore” e chi ha, nel suo lavoro interiore, tutto sbagliato? Chiedo: con quale (arbitrio e) certezza?

In questo ultimo caso da dove giunge il giudicare (contraddittorio: recita il bene ma esprime critica), dall’alto o dal basso?

Se una sola tra queste domande fosse in qualche modo congrua alla realtà, quello che apparirebbe sarebbe solo la manifesta miseria di “ego” smisurati, seppur fingenti tutte le virtù dei tre mondi.

Cari miscelli, c’è poco spazio per alternative.

A meno che sia tutto un’illusione e che apparteniate a chiese o correnti che, in lecita libertà percorrano strade assai diverse da quanto si riconosce come Scienza dello Spirito. Ma allora diventa incomprensibile una più o meno dichiarata appartenenza a quella Manifestazione dello Spirito che in Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero e altre poche figure ha trovato la via per comunicare agli uomini.

Ma se è questo il reale in cui vi muovete, allora potrebbe venirvi addebitato il più che biasimevole fatto che Massimo Scaligero venga usato per i propri scopi: lo so, ciò sta andando sempre più di moda e così diventa consuetudine accettabile. Viene fatto da molti ed è la cosa più facile a farsi: specie col mare magnum dell’Opera di Steiner: prendere una manciata di righe con le quali qualsiasi cosa ed il suo opposto possono avvalorare ogni punto di vista personale!

Ma se vi è difficile evitare questa pratica, potreste almeno togliervi dalla bocca quel zuccheroso “amato maestro”: un po’ di rispetto non recitato (quello che do anche al mio cane), forse sarebbe sufficiente.

E se vorreste dare, donare veramente, un piccolo tributo alla comunità di coloro che tentano l’arduo cammino, date qualcosa che sia vostra sperimentata esperienza, non certo e non a caso righe e frasi spillate dall’immensa produzione del Dottore (con Scaligero la cosa è più difficile), con cui manipolare il facile sentimento degli ingenui.

Sebbene sia rude (quando si diventa vecchi si tende, con poca diplomazia, a dire quel che si pensa), è sempre un po’ difficile dire queste cose a cuore aperto, senza acrimonia, ma posso assicurarvi che vi sto parlando  come amico, a cui veramente dispiace dire quello che ho voluto dirvi.

Ora vi saluto senza alcuna animosità e anzi, com’era in uso dalle mie parti, intrise un tempo di cortesia europea, chino il capo con un sussurrato “Servo Vostro”.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

ARTE E TERAPIA

muse

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Cari amici lettori,

è arrivato un po’ di caldo e subito s’avvicina la tentazione di batter fiacca…Massimo diceva: “Stanchi o col mal di denti, il teorema di Pitagora continua ad essere vero” intendendo che si può pensare in ogni condizione.

Vabbè, sono troppo esigente. Rallento il passo e mi dirigo su temi più generici che non riguardino gli esercizi essenziali ma che in taluni casi possono essere attività assai utili. Poi, come sempre ognuno farà (o non farà) ciò che reputa interessante, necessario o ininfluente. 

Qui non si tratta di “creazioni artistiche” ma di una semplici pratiche elementari che stimolino forze creative e curative per l’anima ed il corpo. Ogni arte trova applicazione nelle forze che operano nell’uomo: la forma, il ritmo e la materia informe. Tratto perciò brevemente di musica, di pittura e di scultura. 

Musica: 

E’ l’arte più diretta in relazione al sistema ritmico e alla sfera del sentire. Tensioni e abbandoni, cupezza e gaiezza, dissonanze e armonie sembrano fatte per esprimere le disposizioni dell’anima oscillante tra gioia e dolore. Potenza certa e come lo spirito governa il sentire che s’innalza o ricade in seno all’anima. Come il calore in altro modo, la musica irraggia e attraversa il nostro essere sino alla sfera del movimento e agisce sui nostri istinti, la volontà ed il ritmo sanguigno. Poiché ha origine nei Cieli che sono anche patria dell’uomo, ha il potere di ristabilire armonia tra opposte tendenze a cui ci trascinano le cangianti impressioni sensorie per ricondurci all’ordine dell’eternità. Un tempo percepita come “armonia delle sfere” e infatti nella gamma delle sette note, negli intervalli e nella misura si riflettono le leggi numeriche cosmiche che ritroviamo nel moto planetario e nel passaggio del sole attraverso i dodici segni dello zodiaco. L’accelerazione o il rallentamento di un pianeta è sottomessa alla legge matematica della vibrazione armonica che regola anche la sonorità delle corde strumentali. 

La musica è veramente un’eco del macrocosmo. Certo che ognuno la sente differentemente, ma si può dire che porta nell’anima una risonanza delle sfere immortali. Richiamandosi alla realtà dello Spirito in noi, chiunque può sperimentare che la vera musica ispira il bene e l’aiuta a trionfare sugli impulsi cattivi. Per contro, le musiche degenerate hanno un effetto opposto (disgregano le formazioni ‘delicate’ del corpo eterico); se l’anima non è ancora sotto l’autorità dell’Io, è frequente al giorno d’oggi che pensiero, sentimento e volontà tendano ad una precoce indipendenza gli uni dagli altri.

Però è la musica che permette allo spirito d’intervenire nella vita animica. Si sa da tantissimo che accompagnando il lavoro fisico lo rende più leggero grazie all’elemento ritmico: l’anima può volare sulle ali della melodia quando il metro scandisce il moto delle membra. E’ solo una delle influenze, tra altre ben più sottili, che una terapeutica può utilizzare con profitto. 

Pittura: 

La pittura e il mondo dei colori hanno un rapporto con le forze del cuore. Come i colori nascono da un’oscillazione tra luce e tenebre, così l’anima vive tra le mille sfumature che le emozioni suscitano tra la luce e le tenebre interiori. Essa sente la salute quando, in una sorta di respirazione psichica, si dà al mondo per poi ritirarsi in sé stessa. Se tale ritmo è sregolato, si producono molteplici danni nella respirazione e nella circolazione, alludendo da un lato ai processi nervosi, dall’altro ai fenomeni digestivi.

Quando dipingiamo, doniamo forma esteriore ad immagini interiori. Traduciamo le impressioni ricevute dall’ambiente o da immagini che ascendono in noi: corrispondentemente ad una inspirazione ed espirazione. Dipingere è oscillare continuamente tra l’azione e la contemplazione e tra i due interviene un “giudizio di sentimento” che guida il tocco del pennello. Bisogna provare almeno una volta per comprendere l’analogia che esiste tra le due fasi della pittura ‘terapeutica’ e quelle della respirazione. Molti tra quelli che non sono abituati a contemplare il mondo circostante si meravigliano dopo qualche esercitazione, che l’anima si arricchisce, che si coglie nel percepito le sfumature più svariate, che la sensibilità si apre alla bellezza delle forme naturali. La respirazione si fa più profonda e conduce a prendere parte più attiva nei confronti delle sensazioni dateci dalla vita giornaliera. A quelli troppo esclusivamente legati a idee astratte e fisse, il colore che fluttua insegna come svincolarsi dalla rigidezza e respirare più liberamente.

La pittura ha uno spazio d’applicazione assai ampio in tutti i problemi che si rapportano tra l’individuo ed il suo ambiente. L’amore per il mondo dei colori ci rende più indulgenti e più pazienti: sveglia più interesse per gli esseri e le cose della vita.

Più siamo capaci di fare ‘immagini’ di uomini, cose e avvenimenti, portiamo più comprensione e simpatia al mondo in cui viviamo.

Un ricordo personale: stavo per uscire dal suo studio quando Massimo mi disse: “Se hai un po’ di tempo, prova a dipingere. Ti farà bene” Mi spiazzò un poco. 

Scultura: 

E’ ancora diversa l’azione dello scolpire. La creta, la cera, la pasta da modellare che la mano impasta sono sostanze terrestri. Esse devono prendere forma. Quando si pratica quest’arte per un certo tempo, non ci si sente soltanto fermi sul suolo terrestre ma ci si muove con più sicurezza poiché si percepiscono meglio le forze spaziali. Si rendono in effetti più attivi i sensi del tatto e dell’equilibrio.

La ‘fermezza’ delle forme scolpite non deve tuttavia condurre all’indurimento ed è per questo che il movimento delle forme gioca un grande ruolo. Le forme organiche evolvono secondo una necessità interna e ciò suscita una profonda calma. Tale calma agisce fino agli organi e gli fortifica.

La scultura fa appello alla volontà per guidare l’attività delle membra; insegna a orientarsi ed adattarsi alle leggi dello spazio nella realizzazione di forme concepite dal pensiero. Se il dominio della corporeità è difettoso e si producono malanni come vertigini, angosce, perdita dell’orientamento, in tali casi la scultura è risanante. La sua azione si fa sentire nei problemi interiori legati alla mancanza di concentrazione, perdita di memoria e manifestazioni nervose diverse (da eccitazioni leggere a malattie nervose più serie).

 Ci sarebbero tante altre cose da scrivere, ma col caldo che arriva…

 

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

TRE SCRITTI DI MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO

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Quanto scritto da Isidoro e da me su questo blog in vari commenti all’articolo MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER,  e poi da me nell’articolo MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO, ha suscitato in alcuni lettori il desiderio di poter conoscere quanto scritto da Massimo Scaligero su Paolo M. Marchetti, «Virio», divenuto in seguito cognato di Massimo Scaligero, avendone sposato la sorella Adelina, «Luciana», nonché sulla torbida figura del conte Umberto Alberti, «Erim di Catenaia». Tale legittimo desiderio da parte di ricercatori spirituali di quel Verbum dimissum del quale parlava nel XV secolo quell’autentico Maestro dell’Ars Regia, che era Bernardo Trevisano, è giusto che venga soddisfatto.

La Parola perduta, che Rudolf Steiner ci aveva riportato, è stata dopo di lui troppe volte di nuovo smarrita, per la superficialità, l’approssimazione, l’ignava accidia, il sentimentalismo, il vacuo intellettualismo di molti che dicono di richiamarsi al suo nome. Tale Parola perduta – il filo aureo della Via del Pensiero Vivente, che percorre l’intera Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – è stata ricercata e novellamente ritrovata da un Iniziato dell’Arte Regia come Massimo Scaligero, che ce l’ha ridonata, indicando in ogni rigo dei suoi scritti l’urgenza dell’Ascesi liberatrice del pensiero, la pratica della Concentrazione e della Meditazione, come sola Via per la resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere del morto pensiero riflesso. Oggi non vi è altra Via che conduca all’autentica esperienza sovrasensibile e all’Iniziazione. 

Affinché il lettore possa farsi a questo proposito, in piena libertà, un personale giudizio autonomo, ecco la trascrizione dei tre scritti di Massimo Scaligero su P.M. Virio, dei quali parlavo nel suddetto articolo. Il primo è la Prefazione al romanzo esoterico Il Segreto del Graal, pubblicato nel febbraio del 1955. Il secondo è l’opuscolo commemorativo, scritto su richiesta di sua sorella Adelina da Massimo Scaligero subito la morte di Virio, surrettiziamente introdotto nell’attuale edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce e spacciato per un capitolo originariamente previsto per il libro e poi non pubblicato, il che – a quanto mi risulta – è il contrario della verità. Il terzo è la trascrizione del dattiloscritto, datomi personalmente da Massimo Scaligero, e da lui commentatomi, che rappresenta il vero capitolo che doveva essere pubblicato nel suddetto libro, e che per la sua causticità alcuni suoi familiari chiesero che non venisse pubblicato. Ma oggi – in difesa della Verità e per gratitudine verso il Maestro – è giunto il momento che questo scritto, nonché gli eventi ai quali allude, sia conosciuto.

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Prefazione

[dal libro di Paolo M. Virio Il Segreto del Graal, Casa Editrice Rocco, Napoli 1955]

Nel mondo delle dottrine esoteriche non si può fare a meno di rilevare un equivoco generalmente invalso: ci si volge al Mondo Spirituale, o alla Tradizione, o allo Yoga, con un’attitudine conoscitiva che ignora la mutata costituzione interiore dell’uomo moderno rispetto a quella dell’uomo antico, al quale la Tradizione, ove talune condizioni fossero presenti, parlava senza mediazione alcuna. Si coltiva la conoscenza di certe dottrine con lo stesso modo di conoscere che si è formato nella esperienza del mondo transeunte e finito: per tal motivo il ricercatore si comporta con lo Spirituale non diversamente da come il positivista moderno si rivolge al mondo dei fenomeni: cambia soltanto la forma del limite, ossia l’oggetto, rimane l’alterità.

Si prendono le mosse da un “oggetto spirituale”, ben descritto, messo a fuoco secondo un sottile criticismo esoteristico, e si crede, in quanto sia così ben fissato, di poterlo in un secondo tempo afferrare, senza avvertire che per una effettiva comunione col sovrasensibile non conta l’oggetto della meditazione bensì l’atto interiore così suscitato. L’oggetto non è che mezzo, pretesto: può essere albero, sole, Tradizione, concetto, cosa tra le cose.

Non v’è da cercare il Mondo Spirituale fuori dall’attività meditativa che lo sollecita, perché in tale attività il Mondo Spirituale già si esprime: considerarlo come un “oggetto”, che stia lì in attesa di essere conosciuto, per cui possa o non venir conosciuto, è atteggiamento non dissimile a quello del realista ingenuo che crede di avere dinanzi come realtà in sé una materia, una “natura”, e si vieta così l’atto della conoscenza.

Simile chiarimento va applicato al tema della Tradizione. Non può esistere Tradizione fuori dall’atto dello Spirito che la fa risorgere in sé: qui soltanto vive la Tradizione. Si tratta di accorgersene: credere che esista una Tradizione che stia innanzi a noi come una “cosa”, con un suo aspetto misterioso che può anche essere identificato, per cui ci si possa accostare ad essa oppur no, si possa essere fuori o secondo la sua “ortodossia”, significa ingenuamente scambiare un oggetto o un pretesto dell’attività spirituale per lo Spirituale medesimo: il che è qualcosa come un naturalismo metafisico. Molta confusione e debilitazione sono state recate nel mondo degli studiosi di scienze tradizionali da certo criticismo esoteristico, tecnicamente perfetto, ma privo della coscienza critica stessa del proprio processo conoscitivo.

È evidente che l’Autore di questo “Il Segreto del Graal” ha saggiamente evitato di fissare in forma dottrinaria, e perciò in un dialettismo critico, gli aspetti di una esperienza interiore che non potrebbe essere delimitata in concetti senza venir snaturata.

La forma della narrazione è stata intenzionalmente lasciata nella fase intuitiva e, diremmo, impressionistica, senza elaborazioni che non riguardassero il contenuto esoterico. Ma una simile immediatezza, passando da visione a visione, di sequenza in sequenza, giunge talora al limite ove alita l’inesprimibile.

Massimo Scaligero

                                                              * * *

P. M. VIRIO

(1910-1969)

Tra me e Paolo Marco Virio – al secolo Paolo Marchetti, romano – ci fu una di quelle rare amicizie spirituali che, mentre si svolgono sul piano umano cosciente attraverso consonanze e contrasti, in realtà hanno il compito supercosciente di preparare la funzione della comunità umana per i tempi, il cui senso può essere compreso alla luce dell’Apocalisse di Giovanni. Del resto, oltre colei che è stata la compagna interiore epperò l’anima complementare della sua esperienza “binomiale”, io so di essere stato l’amico più vicino che egli avesse, malgrado le nostre diverse scelte di “metodo” e di tipo di “visione” metafisica. Una concordia superiore ci univa, la più vera, perché non era un dato della natura, bensì un atto interiore consapevole, ogni volta rinnovato.

Virio veniva dagli studi classici, compiuti presso i Domenicani. Quando lo conobbi, nel 1932, egli aveva già dovuto impiegarsi perché, rimasto orfano, gli era stato necessario ben presto assumere responsabilità familiari. Continuava a studiare, frequentando assiduamente la Biblioteca Nazionale, non tanto per estendere il proprio sapere, quanto per sviluppare un piano di conoscenza già in lui maturante in ordine alla ricerca sovrasensibile.

Sin dai primi nostri contatti si accese tra noi una simpatia profonda, alla quale si aggiungeva il fatto che egli mi considerava suo maestro: atteggiamento dal quale facilmente venne affrancato anzitutto da me e in seguito grazie ai contatti che insieme avemmo con il Conte Umberto Alberti di Catenaia (Erim), patrizio fiorentino, e con la sua consorte Ersilia, i quali insieme perseguivano una via esoterica cristiana mirante a restaurare l’accordo originario della coppia umana. In tal senso l’Alberti era detentore di un riservato insegnamento tradizionale, che non ebbe difficoltà a comunicarci. L’insegnamento aveva il fascino di una fusione della Tradizione ermetico-alchemica con la vivente attualità dello Spirito cristiano, che io trovai illuminante, ma al tempo stesso necessitante di un compimento “tecnico” di tipo moderno nel senso di una noesis operativa, mentre per Virio fu il veicolo immediato di una connessione più profonda con l’Alberti, che divenne in tal modo il suo reale guru.

A quei tempi, dal 1933 in poi, attorno agli Alberti si formò un cenacolo, cui prendevano parte, oltre noi tre, altri due personaggi, Emilio Angelini e Giulio Daneri, il primo non molto persuaso delle dottrine dell’Alberti, tanto che ben presto si dileguò, il secondo invece aperto ed entusiasta. Giulio Daneri era libraio, rivenditore di libri, un’anima candida e fervida, che per anni prese parte alle nostre riunioni in casa di Virio, a Via Sant’Anna a Roma, e costituì per noi anche un punto di riferimento per un tipo più spicciolo di riunioni, presso la sua “bancarella” a Campo de’ Fiori, o presso il negozio – un autentico “buco” – nella stessa zona della vecchia Roma.

Quando conobbi Virio, egli era già autore di un volumetto di poesia mistica, dal singolare titolo La bestia intersessuale, e continuava a dedicarsi alla poesia come a un mezzo di espressione dello stato interiore. Questo stato era la sua forza, l’immediato assoluto da cui moveva la sua ricerca. La capacità di raccoglimento diveniva in lui il veicolo della preghiera e della contemplazione. Durante tutta la vita, ciò costituì per lui una continuità, una missione che ispirò la sua ricerca sovrasensibile e l’esperienza iniziatica con la sua compagna. Visse con fedeltà tale Ispirazione: era la ragione per cui io potevo essergli fraternamente vicino, pur seguendo una via diversa. Conoscevo la validità della sua via.

La scelta di Virio fu indubbiamente la Tradizione, la Via regale dello Spirito, che affiora attraverso forme varianti in rapporto allo spazio e al tempo, sempre tuttavia permanendo in sé indeterminabile. Ma per Virio v’è un momento in cui l’indeterminabile della Tradizione e il mondo della determinazione coincidono, il Mistero si veste di realtà umana e la storia dello Spirito eccezionalmente appare in tutta la sua potenza sulla scena umana: questo momento è l’incarnazione del Cristo, la sua Nascita e la sua specifica azione dal Battesimo del Giordano al sacrificio del Golgotha.

L’unità e la continuità della Tradizione trovano in Guénon l’esegeta e il metodologo della distinzione tra l’autentico tradizionale e le sue contraffazioni, specialmente riguardo all’epoca moderna. Virio non può non consentire a una tale distinzione, che investe tutta l’opera del Guénon, né può non riconoscere in J.Evola la presenza di un’analoga identificazione del Tradizionale. Ma per lui v’è qualcosa che manca in Guénon come in Evola, sia pure in misura diversa e con senso diverso: il riconoscimento della sintesi della Tradizione, allorché essa si presenta come Evento-simbolo visibile nella comparsa del Cristo, nella Morte e nella Resurrezione: un’Iniziazione umano-cosmica, dalla quale la Tradizione assume una funzione determinante, reintegratrice dell’umano, perciò volta alla radice individuale dell’umano.

Nel decorso “tradizionale”, prima del Cristo, l’elemento individuale-umano doveva essere eliminato, perché si verificasse l’estasi, o il samadhi, l’Iniziazione fosse possibile: con il Cristianesimo, l’elemento essenziale dell’individualità, liberandosi, diviene il fulcro del procedimento iniziatico. Per Virio questo procedimento fa del Cristianesimo la corrente novella della Tradizione: certo non il Cristianesimo che, per necessario processo storico, diviene una particolare religione, ma quello che assume la trasmissione del contenuto misterico: perciò la Gnosi cristiana, la Cabala, l’Alchimia, l’Ermetismo, cristiani. Questi, però, sono veduti da Virio come espressioni del Principio della Tradizione, o del Logos, non come ciò che può realizzare l’identità. L’identità è realizzabile solo nel segreto dell’anima dell’operatore spirituale, in quanto egli non si limiti a cercare il Logos in un sistema, o in una corrente, o in un corpo rituale, ma anzitutto trovi in sé ciò che come essenza dell’anima è già presenza del Logos. “Il Regno dei Cieli è dentro di Voi”.

Perciò, a un determinato momento della sua esperienza interiore, Virio si scinde dalla linea di Guénon e di Evola e segue una via autonoma, personale: anzitutto di venerante identificazione del Cristo umano-cosmico e del suo giustificare al livello dell’umana ricerca del Divino, l’universalità in sé compiuta della Tradizione. È questa scelta che da tale momento ci unisce essenzialmente, oltre ogni permanente divergenza di ordine dottrinario.

La divergenza ravvivava di continuo il nostro colloquio umano, ogni volta dileguando dinanzi alla visione metafisica che sostanzialmente ci univa. Dileguava soprattutto allorché la meditazione, per anni praticata insieme, diveniva tra noi un veicolo di confidenza, mediante il quale la mia esperienza interiore a lui appariva chiara e in sé giustificata: così come a me appariva chiara e in sé giustificata la sua necessità di permanere fedele osservante dei Sacramenti della Chiesa. Cattolico perciò nel senso originario del termine, cioè capace di riconoscere tutte le forme della presenza dello Spirito, in Oriente e in Occidente, come aspetti della identica presenza, che centralmente si manifesta come Evento della storia umana, anzi come cuore stesso della Storia, impulso visibile della Tradizione, nella comparsa fisica, nel rito e nel sacrificio del Redentore.

Il senso ultimo dell’opera di Virio è la resurrezione attuale della Gnosi, secondo una continuità, che è la perennità stessa della Tradizione. La virtù di questa perennità, però, accessibile un tempo in forza di una trasmissione trascendente oggi è afferrabile direttamente dal discepolo che consegua in sé la connessione con il mistero del Golgotha. Per Virio, perciò, come risulta dai suoi scritti e dalle sue meditazioni, la Gnosi esprime la perennità della Tradizione, in quanto è Gnosi cristiana. Egli scrisse le sue pagine in funzione di una simile persuasione: il Logos come essenza della tradizione. Logos precristiano che si incarna nel cristo. In tal senso, la Gnosi è cristiana, il contenuto del Graal non è un mito pagano, come tenta con molto ingegno di dimostrare Evola, ma un mito essenziale del Cristianesimo. Così l’Alchimia occidentale è integralmente cristiana.

È decisivo per Virio evitare la scissione della Gnosi dal Mistero cristiano: una simile scissione, che vorrebbe, mediante Evola e Guénon, porre una Gnosi sovrastante come un’astratta universalità tutte le espressioni misteriche d’Oriente e d’Occidente e tutti gli Annunciatori sullo stesso livello, compreso il Cristo, è un errore grave. In verità, solo l’individuale può realizzare l’Universale: certo l’individuale che venga redento dall’”Io sono”. Virio sentiva che il Materialismo della presente epoca trae la sua forza soprattutto dalla scissione tra Universale e Individuale. La Tradizione che ignori la centralità cosmica e storica del principio Logos e del suo rapporto con l’anima individuale, manca di virtù gnostica: non è più la Tradizione, ma l’apparato formale dei riti e dei simboli: il nutrimento dialettico di Spiritualisti a cui interessa, piuttosto che lo Spirito, il sapere spirituale. A tali Spiritualisti mancherà inevitabilmente l’intuizione del segreto della egoità, che in basso è il “malo individualismo”, in alto invece è il fulcro di tutta l’opera, ove realizzi la propria Essenza-Logos.

Certo, una volta riconosciuto come essenza della Gnosi il Mistero Cristiano, il problema del cercatore moderno è ricongiungere la Gnosi con il Logos: operazione esigente anzitutto svolgersi nell’anima individuale, prima che come rito di una comunità. Se la visione della Tradizione, come Impulso che si incarna nel Cristo, ci univa, la divergenza tra me e Virio cominciava là dove è richiesto un metodo, o se si vuole, una tecnica, ai fini del correlativo objectum operativo: ma tale divergenza, come accennavo, non aveva molta importanza. Se ne aveva, era il porre in luce, per contrasto, quel che ci univa.

Io ero persuaso che il metodo per attuare il Tradizionale, o il “metafisico puro”, nei tempi moderni, non poteva essere contenuto nelle forme trascorse della Tradizione, ma doveva “rivelarsi” nella interiorità dell’operatore, grazie a un atto di conoscenza, rinnovante in sé il puro elemento di perennità della Tradizione, ma necessariamente facente leva su quel processo originario del pensiero, che, nei tempi moderni, ai fini della scienza, ha realizzato in basso il massimo del suo potere di determinazione: tale processo, realizzato in alto, cioè svincolato dalle mediazioni sensibili, diviene il veicolo della identità con il metafisico. Per Virio invece permanevano valide le forme tradizionali: era egli però che in sostanza le rinnovava, grazie al suo valore, realizzando una sintesi gnostica comprendente la Cabala, così come l’Alchimia, l’Ermetismo, l’Esichasmo, eccetera. Io ero convinto che una simile via funzionava per lui, in quanto era lui: egli vi portava un impeto di moralità e di dedizione sacrificale che la rendeva giusta comunque. In questo, Virio era meravigliosamente assistito da quell’essere luminoso, in continuo stato di preghiera e di donazione di sé, che era la sua compagna di visione e di vita, “Luciana”, cioè Adelina Scabelloni.

Nell’accennata sintesi era presente anche l’idea della Reincarnazione e del karma, stranamente confutata invece dai due autorevoli interpreti delle dottrine tradizionali, citati: idea inseparabile dalla visione esoterica della vicenda umana e del suo senso ultimo: idea che, sola, oggi può spiegare le differenze esistenziali che hanno la loro ragion d’essere, le diversità dei destini, delle vocazioni, dei livelli mentali, e operare come forza sanatrice dei conflitti umani, reale smobilitatrice degli odi sociali.

Come l’idea della reincarnazione ci univa, così parimenti quella della esigenza di istituire un Ordine iniziatico “attuale”. Un simile tentativo fu effettivamente compiuto: venne anche concepito un rituale, uno statuto, e il movimento – che in realtà non ebbe se non un abbozzo di realizzazione – fu da noi chiamato Ordine Templario Occidentale (OTO). Del resto, in seguito Virio tentò lui personalmente la resurrezione di un movimento essenico, “Centro Esoterico Esseno Cristiano”: iniziativa che per la inadeguata rispondenza trovata esternamente, ebbe a procurargli qualche amarezza. Negli ultimi anni, si accentuò la sua solitudine: i nostri stessi incontri continuavano, ma, a causa dei miei impegni e mio malgrado, meno frequenti: salvo l’estate, quando ero suo ospite nella “Torretta” di Isola Farnese: allora era una felice ripresa del colloquio e della meditazione in comune, cui partecipava regolarmente “Luciana”. Del resto, ogni volta che Virio aveva la possibilità di una villeggiatura estiva, che era in sostanza la scelta di un luogo rispondente alle esigenze della disciplina del silenzio e del raccoglimento, io ero normalmente l’indivisibile ospite. Ricordo un’estate, tre settimane trascorse insieme nell’Eremo carmelitano di Monte Virginio: una reale operazione metafisica compiuta insieme, secondo un accordo che ancora una volta annientava le diversità. Una forza essenziale al disopra di ogni dialettica ci faceva incontrare, ed ambedue sapevamo che il nome di una tale Forza era quello dato nel Vangelo di Giovanni a Colui che era “al principio”.

Rispetto ai “segni dei tempi”, Virio sentiva l’urgenza di ricongiungere l’umano con il Superumano, la natura e la storia, con il Logos: il compito di liberarsi, per liberare. Compito sacro, nel momento più grave della vicenda umana, in cui lo Spirito della menzogna su tutta la terra assume vesti culturali e persino spirituali. Nell’ultimo nostro colloquio questo era il tema: la via era anzitutto ravvisare nell’intimo della coscienza la presenza dell’Essenza di Vita che, pur immanendo nell’uomo, sconfina nell’illimitato mondo delle Forze. A questo punto io affermavo che il compito dell’operatore spirituale consiste nel non illudersi di poter muovere direttamente dalla propria persuasione spirituale, bensì nell’operare con le forze formatrici di tale persuasione: afferrare non tanto lo stato interiore, quanto l’idea da cui questo muove. Per Virio, lo stato interiore nella sua immediatezza era il punto di partenza: la purità di tale stato interiore, per lui, era garantito dalla realtà del suo contenuto, dalla adesione profonda al Mistero Cristiano, cioè alla vera Tradizione, dalla fedeltà alla essenza metafisica di questa e alla sua vivente forma rituale. Egli invero visse e operò, consacrato a un tale ideale.

Massimo Scaligero

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P. M. VIRIO

Tra gli esseri a me cari e dai quali di continuo sarei stato affettuosamente accusato di trascurare la compagnia, c’era Paolo Marchetti, che doveva assumere lo pseudonimo di P.M.Virio in un suo romanzo spiritualistico e in taluni opuscoletti postumi. Egli “esordì” come mio discepolo e debbo dire che era tra i più devoti: poi, nella comunanza con me, frequentando casa mia, conobbe mia sorella Adelina e divenne dopo qualche anno mio cognato. Non è che con questo cessasse di essere mio discepolo, ma si verificava un lieve mutamento del rapporto: doveva subentrare un elemento “umano” che avrebbe in qualche modo condizionato l’esoterico.

Frattanto io mediante un amico, Emilio Angelini, allora costruttore, che incontravo con un gruppo di giornalisti comuni amici alla trattoria romana Mare nostrum in via dei Pastini, avevo conosciuto un anziano occultista, il conte Umberto Alberti, che amava usare lo pseudonimo Erim di Catenaia, per quanto non avesse pubblicato altro che tredici puntate sull’Occultismo su un settimanale non molto diffuso, di cui ricordo soltanto che era diretto dal giornalista mondano, Nino Bolla. Si era nel 1934.

L’Alberti, esoterista cristiano, cabbalista, martinista, coltivava le scienze esoteriche insieme con la moglie Ersilia: una coppia simpatica, ma stranamente collegata con l’Occultismo, perché al livello pratico finiva sempre sul piano delle sedute spiritiche. Peraltro egli, cultore della spagiria “a due vasi”, ossia della via dell’eros verso il sovrasensibile, a causa del fallimento di talune pratiche operative, era afflitto da una sorta di ossessione erotica, per cui tra l’altro la moglie doveva scegliere delle cameriere orbe, sciancate e senza denti, perché egli non subisse eccitazioni nell’ambito familiare: del resto di questa sua ossessione l’Alberti non faceva un mistero e la spiegava non senza un senso di umorismo, da noi condiviso, soprattutto riguardo alle “veneri” domestiche.

Era indubbiamente un uomo di valore, ma non poteva non condizionare il mio apprezzamento circa il suo Esoterismo il fatto che egli trascorresse diverse ore alla finestra del suo appartamento al mezzanino a sbirciare i seni e le anche delle bellocce che passavano. Tuttavia aveva una carica di simpatia e di fascinoso dialettismo esoterico. Come era mio uso, che di un’acquisita amicizia facessi partecipi coloro che erano con me collegati, così presentai Paolo Marchetti, o Virio, al conte Alberti.

La coppia Umberto ed Ersilia Alberti era invero una coppia anziana, in stato di malinconica solitudine e avida di compagnia: perciò si attaccò sentimentalmente a noi. Lui in particolare sentiva di poter riguadagnare un certo livello, comunicando il suo sapere a dei discepoli: ma era evidente che io non potessi diventare un tale discepolo, dati i limiti che scorgevo in quel “maestro”: tuttavia ascoltai con deferenza il suo insegnamento, invero degno di attenzione, e del cui valore dovevo assai più tardi dare un cenno nel capitolo “Eros e spagiria” del mio libro “Yoga, Meditazione, Magia”. Il discepolato invece funzionò con il Marchetti, che si vide sollecitato e lusingato e sottilmente indotto a rendersi indipendente da me: il che io trovai naturale. Cominciai a cogliere nel Virio una certa opposizione, ma non feci nulla per contraddirla: in realtà non ho mai contrastato un discepolo che si invaghisse di altre esperienze, anzi la incoraggiavo, perché sapevo che egli seguendo il suo karma, ma perciò parimenti il suo dharma, in sostanza realizzava ciò per cui si era incontrato con me.

Dopo la morte del conte Alberti, questa opposizione con il tempo doveva talora diventare da parte del Virio qualcosa di più polemico. Già prima, man mano che il conte Alberti gli trasmetteva il suo sapere, io sentivo che questa opposizione ascendeva in lui da una zona profonda della coscienza, più che dal suo mentale consapevole, onde volentieri lo assolvevo: ma in effetto essa veniva corretta e talora temporaneamente eliminata dal Virio stesso grazie a un riaffiorante senso di gratitudine nei miei riguardi e alla fraternità che, fondamentalmente permanendo tra noi, si riaccendeva allorché io trovavo il tempo per incontrarlo. Probabilmente se io avessi avuto la possibilità di vederlo più frequentemente, egli sarebbe stato più buon discepolo nei miei riguardi. Io facevo del tutto per trovare questo tempo, perché sentivo che nei nostri incontri egli riprendeva respiro, ma non sempre ci riuscivo, onde nelle lunghe pause di silenzio si riattizzava in lui la polemica: non riuscivo a farmi perdonare da lui la mia indipendenza. Poiché era un solitario, non molto ricco di relazioni umane, collegavo con lui tutti gli amici che potevo, ma avveniva che a tutti egli tentasse trasmettere la sua opposizione nei miei confronti e con talune personalità più affini a lui che a me, dovesse riuscire. Comunque, la fedeltà del suo discepolato al conte Alberti gli valse l’eredità, alla morte di costui, della sua ricca biblioteca gnostico-martinistica ed ermetico-alchimica, dotata di opere invero rare. Ritengo che questo fosse il colpo di grazia inferto allo sviluppo spirituale del Marchetti, che già trascorreva la sua giornata nel leggere e appuntare: del resto, non v’era novità libraria, di argomento esoterico, che egli sfuggisse, essendo egli altresì abbonato a diverse riviste di studi tradizionali.

P.M.Virio era pervaso dall’aspirazione a essere profondamente cristiano, ma era proprio questo che non poteva non riuscirgli problematico, essendo egli chiuso non solo nel cliché tradizionalista, ma soprattutto nella problematica della morfologia comparata delle mistiche di cui era valente studioso. Egli era avverso a Evola e a Guénon, ma specialmente di quest’ultimo subiva lo schema morfologico-metafisico, per una carenza di vita del pensiero. Si credeva indipendente dal cliché di Evola e di Guénon, ma in realtà ne era improntato in profondità: non riusciva a vedere nel cristo qualcosa di più di ciò che è imposto dallo schema gnostico e dalla mistica tradizionale: ossia vedeva ciò che il Cristo non è più o non è mai stato e che va superato come una medianità di cui il cristiano tradizionale aveva bisogno, non avendo egli altro modo per accogliere forze che trascendevano la sua coscienza. Per me era chiaro che quel rapporto antico non ha più nulla da dare all’uomo: il revivificarlo nei tempi attuali non può che dare luogo a introversione sensuale-mistica, se non a mania fanatica, mentre nuove forze si affacciano nell’uomo, che hanno il còmpito di incontrare viventemente il Cristo: un vero esoterista sa che le nuove forze della volontà e dell’autocoscienza dell’uomo moderno non hanno altro senso, e che tali forze, prive del loro vero soggetto, ossia prive di Io, diventano distruttrici.

L’autentico male dell’uomo di questo tempo è la corruzione delle forze del volere che i vecchi esoterismi, lo Yoga tradizionale, gli schemi della Gnosi, non riescono ad afferrare e perciò neppure a orientare. Il fallimento dell’Esoterismo è un appuntamento mancato con il Logos, ossia con il fulcro trascendente di tutto ciò che si presenta come dynamis spirituale dell’uomo moderno. All’egoismo mistico e alla mancanza del coraggio di uscire dal guscio della propria natura conservatrice spirituale, si deve questa incapacità di riconoscere il Logos vivente. Al Virio interessava trovare il Logos nelle meditazioni oranti, nelle giaculatorie e nelle letture tradizionali: rigorosamente seguiva l’osservanza cattolica, la Comunione, la Messa eccetera.

Tutto ciò, per quanto religiosamente nobile, non è realmente vivo nello Spirito, non è più sufficiente ad afferrare il Cristo: il cercatore del Logos oggi deve superare i vecchi limiti, anzi i temporanei limiti che sembrano ma non sono la Tradizione perenne.

Nelle forze sovrasensibili del Sole che splende, dei ritmi dell’Universo, della natura che crea, del pensiero che pensa, del sentire che sente, del volere che vuole, va incontrata la presenza del Logos, perché tale presenza possa divenire comunione dell’anima con il proprio Principio e perché l’anima, conseguendo la sua reale luce, divenga forza operante nel mondo. Altrimenti essa si sottrae alla sua corrente di vita e nella funzione che le viene imposta dall’umano attuale coopera alla corruzione di tale vita. Così lo gnostico fa l’asceta tradizionale e aspira a una vita dai modi santi, accusando il mondo moderno – secondo la moda esoterista del tempo – della cui degradazione egli senza saperlo è uno dei più solerti artefici.

Quello che invero permane indubbio come valore della personalità di P.M.Virio è la coerenza morale della sua vita: la fedeltà ininterrotta alla propria ascesi, come al proprio dharma, ma perciò stesso al limite che gli vietò di riconoscere la Scienza del Logos dei nuovi tempi: forse perché questa lo incalzava troppo da presso attraverso la mia persona: una mediazione a lui difficilmente accettabile.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R.STEINER (5° parte)

 Mas

Il discepolo conosce se stesso nello sperimentare sensibile: si dona all’esperienza dei sensi nella misura in cui non ne sia sopraffatto. Egli non offre presa all’aspetto angosciante del destino, non per aridità o insensibilità, ma per capacità di dedizione e di liberazione: la sua possibilità di immergersi nell’altro lo porta nell’intimo valore degli eventi, in ciò che essi significano come direzione saggia del mondo. Egli può guardare oltre la maschera terrificante di Arimane, può risalire l’onda della paura e dell’angoscia, e ritrovare la forza dispersa di cui sono tessute.

Non ci sono fatti del mondo spirituale o di quello fisico che non siano per lui vie di conoscenza; se essi significano dolore e distruzione, egli ha la forza di sopportarli, per poterli guardare: ne contempla la necessità, ne coglie l’interno senso e coopera con fermezza alla loro risoluzione. Non v’è nulla al mondo né in cielo né in terra, che possa piegarlo, nulla in cui egli non possa immergersi con dedizione, che è per lui il suo rivivere.

Egli consegue la possibilità di non recitare, non fingere, in quanto conosce ciò che nasce, nella sua verità profonda: riconosce le tensioni che dal fisico salgono nell’animico sembrano assoggettare lo spirito. Verso lo Spirituale è in stato di calma devozione: egli si volge al mistero del Cristo. Al Cristo egli tende ad aprire il varco nel pensare e nel sentire, e radicalmente nel volere. Donato, egli procede con sicurezza che non è sua, perché gli fluisce dal mondo spirituale. Dimentico di sé, vive nella compassione verso gli esseri che procedono senza saperlo, che sognano e dolorano. Egli non dà nulla che non sia richiesto dall’oggetto, non chiede, non impone.

Nella semplificazione ha lo scioglimento delle tensioni, e, in tale libertà, può parlare agli altri, perché la sua parola non viene da lui, nella misura in cui venga dallo Spirito. Ignora la lotta infeconda delle parole.

Una caduta non lo scoraggia: lo rende consapevole di sé e deciso per l’avvenire, lo rende più umile e dedito. Senza proporsi di esserlo, è modesto. Riposa nel profondo di sé, alle radici della vita, perché, donato, è veramente fondato su sé, là dove l’uomo comune è fondato su impulsi e passioni. Non conosce invidie, o gelosie, lascia agli altri il dominio della parvenza, perché il lasciarli liberi li può fare accorti di quanto è vanità. Non vuole affermarsi, non vuole vincere sul piano umano, perché non ha senso: gli è sufficiente agire nel sensibile secondo libera intuizione. A lui interessa questa sacra coerenza, non l’opinione del mondo: di questa prende atto per conoscere il gioco delle forze.

Sapendosi collegato nell’essenza con l’umanità, egli non può conoscere nessuna retorica dell’unità interiore e in nessuna filosofia può indulgere, ma opera per essere egli stesso questa unità, senza illudersi circa i suoi raggiungimenti. L’interna distensione è la sua forza, l’esaurimento dell’avidità, l’amore per il mondo. Tende a fare della sua anima un luogo di manifestazione per gli altri, per le cose e per gli esseri. Perciò conosce il segreto del silenzio. Lungi da recitazione e da finzione, egli realizza la vera sicurezza nel sentirsi a disposizione degli esseri e delle cose: per ciò non ha gesti, non guasta ciò con declamazione. Non altera il suo rapporto con gli altri con ornate loquele o enfasi, ma dice solo ciò che è necessario e, quanto necessario, dotato di potere di vita anche nella espressione più semplice.

Il suono della sua voce in tal senso vale più di quello che dice: la sua voce ha perduto il potere di ferire, anche quando ha il tono della severità. Dimentico di sé, non è distratto: il suo stile è una continuità. Lo spirito in lui ritorna istinto; egli sparisce di continuo per farlo essere.

E’ portatore di un clima interiore, di cui non gioisce, non si compiace: la sua stabilità così opera intorno a lui come amore, sollevando l’altrui animo, suscitandone le forze. Di ciò egli sa che gli Dei sono autori, mediatore il suo “IO” e ad Essi va la sua gratitudine.

Le velleità del temperamento sono in via di dissoluzione in lui, anche se la sua vita esteriore non rifiuta nulla alla necessità dell’esistere; ma anche in questa risposta, la sua trasparenza rimane intatta, il suo abbandono segreta meditazione. Non si preoccupa del dominio altrui: sa che ciò che vale deve valere e che nella parvenza del valore v’è anche il principio della sua dissoluzione. Lascia dunque che degli ossessi facciano la loro esperienza: sa che non v’è altro giovamento per loro che il suo operare in profondità. La guarigione del mondo ha solo inizio nel suo giusto operare, nel suo puro pensare. Non ha gesti che non siano spontanei e sorgano da necessità: nulla di ciò che compie è inutile. Ma sotto la sua riservatezza ferve un caldo ed irradiante amore per ogni cosa e per ogni essere.

Il suo amore ha la veste della calma beatifica: esso va all’estraneo come al congiunto, al nemico come all’amico. Le condizioni del malvagio, il suo servaggio al mondo degli istinti, lo toccano, lo rattristano, ma suscitano in lui volontà di soccorso e dedizione all’opera salvatrice. Non conosce avversario perché l’ha conosciuto e lasciato dissolvere. Il male egli non lo combatte, ma lo penetra con la sua forza e lo trasforma in bene.

E’ aperto a tutto, è in ascolto verso i suoni terrestri, come per quelli celesti. Tutto da lui è lasciato nella libertà del suo manifestarsi: soltanto egli è rivolto dall’intimo, là dove la libertà scaturisce, alla cooperazione santa con l’opera delle Gerarchie.

*

Per accedere al Mistero del Graal, il discepolo si educa a contemplare l’immagine della Vergine Madre con il Cristo-Bambino nel grembo. Se egli sa vivere questa immagine, giunge a sentire il Graal: ogni altra deità, ogni altra luce vengono superate dallo splendore della Sacra Coppa, dalla Madre lunare tòcca dal Cristo, dalla “nuova” Eva, portatrice dello spirito solare. Nel simbolo del Graal, il discepolo sente confluire due ordini di forze:  quanto all’uomo è originariamente venuto dalla Luna, ed è sorto poi nella Madre della Terra, in Eva, per manifestarsi di nuovo nella Vergine Maria, si unisce con ciò che viene dall’antico Signore della Terra, Ieova, e che come forza del nuovo Signore della Terra appare come essenza-Cristo, che si riversa nell’aura terrestre.

Egli sente il confluire di ciò che agisce ormai dalle stelle – simboleggiato dalla scrittura stellare – per l’esperienza terrestre dell’umanità. E’ un leggere la scrittura celeste, conoscere l’evoluzione umana per mezzo della storia cosmica di Saturno Sole Luna Terra -come è alluso al principio del Vangelo di Giovanni. Per il discepolo si tratta di esserne degno.

La giusta cooperazione delle correnti di vita dell’anima, pensare – sentire – volere, nella prima parte del periodo post-atlantico doveva venir regolata non da forze che provenissero da tutti i pianeti, ma soltanto da forze del Sole, della Luna e della Terra. L’anima di quell’Essere, che divenne più tardi Gesù di Nazaret, prese forma di anima cosmica tale che la sua vita, in certo modo, non si svolse né sulla Terra, né sul Sole, né sulla Luna, ma circondando la Terra, in accordo con essi: gli influssi terrestri giungevano a Lui dal basso, quelli solari e lunari dall’alto. Il discepolo vede quest’Essere nel suo fiore , nella medesima sfera in cui la Luna circola intorno alla Terra. Egli sente così il disperato appello dell’anima umana, in cui pensare sentire e volere sono afferrati dalla tenebra. Evoca così in sé nuovamente il sublime Spirito Solare (Cristo), perché ancora una volta operi nell’umano.

L’immagine del Sole ha un linguaggio polivalente;  così la Luna. Le contraddizioni sono apparenti. Ogni raffigurazione dell’occulto ne contraddice un’altra che guarda un altro aspetto dello stesso contenuto. L’uomo ordinario vuol trovare le contraddizioni per giustificare la sua paura di conoscere la realtà.

Allorché nel cielo appare la falce aureolucente della Luna, la grande Ostia è la parte nera del disco e sulla falce è il nome di Parsifal. S’intende che qui viene trovato il nome del Graal, non il Graal. Quando i raggi solari cadono sulla falce e ne vengono riflessi aureosplendenti, una parte di essi tuttavia penetra nella materia fisica: ciò che penetra è la parte spirituale dei raggi solari. La forza spirituale del Sole non viene come la forza fisica del Sole arrestata e riflessa: essa penetra. Mentre viene trattenuta dalla forza della Luna, un R+C vede realmente appunto nella parte scura, che giace nell’aurea coppa, la forza spirituale del Sole. Nella  parte aurea, ossia nella coppa-falce, si vede la forza fisica del Sole. Così, quando consideriamo il Sole, lo Spirito del Sole riposa nella Coppa della sua forza fisica: lo Spirito Solare riposa in realtà nella coppa lunare. Ciò che la Luna fa fisicamente, si presenta dunque come un simbolo: mediante quel che essa compie fisicamente, riflettendo il Sole e producendo la coppa aurea, essa si palesa portatrice dello Spirito Solare, che in lei riposa come un’Ostia, in forma di disco. Nella leggenda di Parsifal, ogni Venerdì Santo, al servizio divino, scende dal cielo l’Ostia e viene immersa nel Graal: viene rinnovata come cibo restauratore nella festa di Pasqua.

Una purificazione è possibile quando tali simboli possono vivere con il loro contenuto nell’anima. Il discepolo sa bene che è questo contenuto che importa, ma esso deve poter vivere non per moto intellettuale, bensì per vivificazione di pensiero e per devota liberazione del sentimento e della volontà dell’anima. A tal uopo preparatrice è la confessione. Nel votarsi al Cristo come all’essenziale Principio Cosmico, il discepolo può fare in ispirito la propria confessione e potrà nel silenzio, nella quiete della meditazione, ottenere da Lui la remissione dei peccati. Tra la sua anima e il Cristo può stabilire un legame così intimo da non poterne rinnovare troppo spesso la coscienza.

La remissione dei peccati è connessa con il nome del Cristo: essa va fin d’ora preparata. Il peccato può venire estirpato e tramutato in rinascente vita soltanto se il Cristo può congiungersi con l’anima, in quanto essa si sia aperta a Lui, secondo l’immagine paolina: “Non io, ma il Cristo in me”.

*

(continua)

appunti

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

… SE UNO …

(Nutrimento di luce di Marina Sagramora)

*********

Se uno

ha veramente a cuore la sapienza,

non la ricerchi in vani giri,

come di chi volesse raccogliere le foglie

cadute da una pianta e già disperse dal vento,

sperando di rimetterle sul ramo.

La sapienza è una pianta che rinasce

solo dalla radice, una e molteplice.

Chi vuol vederla frondeggiare alla luce

discenda nel profondo, là dove opera il dio,

segua il germoglio nel suo cammino verticale

e avrà del retto desiderio il retto

adempimento: dovunque egli sia

non gli occorre altro viaggio.

*

(Margherita Guidacci)

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO

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Isidoro, in due commenti, apparsi su questo blog, ha parlato di alcuni scritti di Massimo Scaligero in rapporto alla figura – per me oltremodo problematica – di P.M. Virio. Uno di questi scritti è stato introdotto surrettiziamente nell’ultima edizione dell’opera di Massimo Scaligero Dallo Yoga alla Rosacroce, come se tale scritto fosse un capitolo previsto nella prima redazione dattiloscritta del libro, capitolo che l’Autore aveva in seguito rinunciato a pubblicare. E così possiamo leggere nella Prefazione che:

«Uno di questi personaggi fu senza dubbio Paolo Virio, per il quale Egli aveva inizialmente previsto un capitolo, poi non pubblicato ( vedi infra, p. 27-29), apparentemente per lo stesso motivo che lo aveva sconsigliato di rendere note pagine pur essenziali riguardanti altri suoi congiunti. La rarefazione del tempo e la scomparsa di personaggi ivi citati, hanno reso possibile reintegrare l’opera del suddetto capitolo, del quale l’Archivio della Fondazione a Lui intitolata custodisce la stesura dattiloscritta e manoscritta».

Quello scritto di Massimo Scaligero viene spacciato per un dattiloscritto originariamente destinato – secondo che scrive colui che ha redatto l’Introduzione all’attuale edizione pubblicata nel giugno 2012 – a diventare:

 «Il capitolo dedicato a Virio, da pubblicarsi con ogni evidenza in una successiva edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, nella versione definitiva che riteneva doversi conoscere del loro annoso sodalizio. Una versione non conciliatoria, ma ispirata alla percezione di una realtà d’amicizia liberata da ogni risonanza contingente: di ciò che li univa piuttosto che di ciò che li divideva».

Questa è una affermazione arbitraria, che non corrisponde, come ho scritto nel mio precedente commento, alla verità dei fatti, anzi ne è – a mio giudizio – l’esatto contrario. Ma, siccome non tutti i lettori hanno trovato chiaro a quali testi il commento di Isidoro faceva riferimento, ne presenterò, qui di seguito, un quadro riassuntivo.

Le informazioni, da me trasmesse nel precedente commento, sono esatte, e posso qui completarle, chiarendo alcuni punti, compresa la questione della “prefazione” scritta da Massimo Scaligero ad un’operetta di P.M. Virio, e nominata di sfuggita da Isidoro. Faccio queste precisazioni, perché i lettori di Ecoantroposophia, potrebbero altrimenti farsi una immagine errata di ciò che nel tempo è realmente accaduto.

Massimo Scaligero – a quanto mi risulta – scrisse tre volte in relazione a P.M. Virio, al secolo Paolo Marchetti.

Egli scrisse una prima volta; e si trattò di una prefazione al “romanzo iniziatico”, scritto da P.M. Virio, intitolato “Il Segreto del Graal. Romanzo esoterico”, Giuseppe Rocco Editore – Napoli, finito di stampare il 12 febbraio 1955, nelle Officine Grafiche “Adriana” Srl, Via Giacomo Profumo 30, Napoli, Lire 600. Nella copertina è scritto: Prefazione di MASSIMO SCALIGERO, col nome in maiuscolo. Nel frontespizio interno, il sottotitolo è “romanzo iniziatico”, tutto in lettere minuscole, e a piè di pagina vi è la dizione CASA EDITRICE ROCCO – NAPOLI. Quindi il frontespizio interno è leggermente diverso dalla copertina. La prefazione, firmata da Massimo Scaligero, è alle pp. 1-3 del libro stesso. Traiamo questi dati dalla copia che possiedo da molti anni.

Libro Virio copertina 1 VIRIO FRONTESTIZIO 1bis

Il secondo scritto è il breve opuscolo commemorativo, già in precedenza stampato e non rimasto semplice dattiloscritto (come affermato nell’attuale riedizione di Dallo Yoga alla Rosacroce), di otto pagine non numerate, stampato in carta spessa di colore giallo-avorio, e porta il titolo P.M. Virio (1910-1969). Con questo scritto, Massimo Scaligero, aderì alle richiesta di sua sorella Adelina, la “Luciana Virio”, compagna di vita di P.M. Virio, la quale nei confronti di Massimo fu sempre molto polemicamente stizzosa (ho udito personalmente dalla sua bocca alcune poco eleganti espressioni calunniose nei confronti di suo fratello). Per chiudere e sanare annose aspre polemiche, in tale opuscolo commemorativo, Massimo Scaligero fu molto “generoso” nei confronti di Virio, gettando un velo sui forti contrasti, che pure vi erano stati. Ma come si dice : “parcere defuntis” e “de mortuis nisi bene”! Questo è l’opuscolo, che appare nell’attuale edizione di “Dallo Yoga alla Rosacroce”, surrettiziamente introdotto e spacciato per un capitolo originariamente previsto. Ma non lo era affatto. Anche questo opuscolo è da me posseduto in originale.

Opuscolo commemorativo stampato 2Capitolo introdotto in Yoga etc. 2 bis

Infine, vi è un opuscolo dattiloscritto, molto circostanziato nella descrizione del conte Umberto Alberti, “Erim di Catenaia”, di sua moglie Ersilia, e dello stesso P.M. Virio. In tale opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero dà una descrizione crudamente impietosa – ma, a quel che mi risulta, assolutamente obbiettiva – delle “imprese” del conte Umberto Alberti, sedicente esoterista cristiano, martinista, kabbalista ed ermetista, e non di rado, anzi regolarmente, spiritista. Massimo Scaligero accenna alle pratiche di “alchimia a due vasi”, che in realtà erano pratiche scabrose di una deviata e pervertita magia sessuale, alle quali il conte Alberti aveva iniziato P.M. Virio, che di lui era diventato fervente discepolo. Tali pratiche ebbero un effetto esiziale sulla vita e la stessa salute di P.M. Virio, che fu costretto a sospenderle definitivamente, malgrado le ripetute sollecitazioni di sua moglie Adelina. Massimo Scaligero in tale opuscolo dattiloscritto, in origine destinato ad essere inserito come un capitolo del libro Dallo Yoga alla Rosacroce, descrive chiaramente l’irregolarità di tale pratiche e quanto lontano dall’autentico camino iniziatico fosse il misticismo cattolico, al quale si erano dati anima e corpo (è proprio il caso di dirlo) P.M. Virio” e la sua “Luciana”. Come ho già scritto nel precedente commento, Massimo Scaligero, oltre a darmi personalmente l’opuscolo, mi disvelò alcuni retroscena del cammino spirituale di “Erim di Catenaia”, e del suo tradimento spirituale. Queste cose devono oggi essere dette con estrema chiarezza, sia per onorare e difendere la verità, che per evitare che la figura umana e spirituale di Massimo Scaligero venga ridisegnata a quarantadue anni dalla prima edizione del suo libro, e per evitare che gli ingenui caschino in equivoci che possono portarli fuori strada.

Nel suo precedente commento, Isidoro, accenna al fatto che Massimo intendeva pubblicare un capitolo anche su Giovanni Amendola, figura per me molto luminosa. In effetti, Giovanni Amendola ebbe, già prima dell Grande Guerra del 1915-1918, rapporti molto stretti con due grandi discepoli di Rudolf Steiner: Alfred Meebold e Giovanni Colazza. Io possiedo alcune lettere di Giovanni Amendola con Meebold e Colazza, dalle quali si evince quanto intesi e calorosi fossero i rapporti umani con loro, e quanto stretti fossero altresì i rapporti spirituali sin dai primi anni del Novecento. Romolo Benvenuti mi parlò più volte, anche a distanza di anni di una frequentazione – e addirittura di un’appartenenza – di Giovanni Amendola al Gruppo Novalis, diretto da Giovanni Colazza, del quale era amico sin dall’adolescenza. Data anche l’amicizia di Amendola col pitagorico Arturo Reghini, che di Massimo Scaligero era amicissimo e che questi frequentava, come scrive, sin dall’epoca della rivista “Ignis”, per me è certa la conoscenza personale tra Amendola e Scaligero, così come è accertata – cosa che mi è stata apertamente testimoniata – la conoscenza e l’amicizia sin da anni precoci con Giorgio, figlio di Giovanni Amendola. Sicuramente, se Giovanni Amendola non fosse caduto vittima delle conseguenze della selvaggia aggressione a Montecatini, i suoi legami con la Scienza dello Spirito si sarebbero molto intensificati e approfonditi.

Dattiloscritto di M.S.   per Dallo Yoga alla Rc 3

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

BUONI O CATTIVI?

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Accadono momenti, nella vita di ciascuno, in cui l’assenza di una figura forte che ci ha sorretti o aiutati, implica e ci porta incontro la necessità del superamento di una condizione di figliolanza a favore di un processo che potremmo definire “diventare padri di se stessi”. In questo senso, crescere, è lasciare un approdo certo per imparare a navigare senza la costante ricerca di una terraferma che è sempre estranea alla rotta interiore e individuale e ci fa scambiare parole non nostre per nostre verità.

Nelle mani di chi rimettiamo il potere su noi stessi? A chi tentiamo, talora disperatamente, di conferire le chiavi dell’ interiorità ancora misconosciuta? Chi assurge dentro di noi a ruolo di padre-padrone che, per quante parole suadenti possa proferire, rimane comunque un appoggio fittizio che ci allontana sempre, costantemente, dal compito prefisso?

La società così  com’è volutamente configurata, spinge a rimanere figli a vita, a restare ancorati ad una passività in ogni ambito, primo fra tutti e per ragioni ben precise, alla passività del pensare, del rimanere vincolati ad un già dato e costruito ad arte per perpetrare le catene invisibili che ci fanno schiavi in un gioco al massacro.

Tutto è costruito per tenere l’ uomo soggiogato alla sempre crescente soddisfazione di bisogni che non sono più primari, ma servono solo a nascondere e velare il senso d’ inquietudine sottostante, la necessità interiore di essere altro che semplici consumatori passivi. Non ci si accorge perché non si vuole, perché non si è stati educati, che ciò che neghiamo e bramiamo al contempo, non è l’oggetto in sè, non l’ultimo modello di palmare, o il vestito firmato o l’auto di lusso ma è l’esperienza di noi stessi che si compie nell’ oggetto.

E così il focus resta continuamente spostato verso l’esterno, invece che verso ciò che ci spinge all’ azione e al soddisfacimento di un appagamento che non potrà mai essere completo finché non se ne scorge la vera origine. Se l’ appagamento dei bisogni primari è sacrosanto diritto di ogni essere umano, anche questo sempre più consapevolmente e colpevolmente messo a rischio al giorno d’ oggi, indurre attraverso tecniche subdole la creazione di nuovi e fittizi bisogni, non fa altro che perpetrare la presenza incontrollata di una società madre e mammona, in cui il vero scopo dell’ esistenza di un uomo è totalmente stravolto a favore della ricerca di un sentimentalismo imperante, i cui nefasti effetti abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

Anche chi ritiene di star perseguendo un percorso di crescita, non avvedendosi delle dinamiche malate che si mettono in atto quando il sentimento la fa da padrone su tutti gli aspetti interiori, rischia di cadere in facili critiche proprio di quegli esercizi che ristabiliscono pian piano le giuste impostazioni interiori. Non è tanto il pensare a spaventare, quanto il volere, perché volere il volere, purificato da qualunque valenza antica, sociale, familiare, individuale, è accettare di non essere graditi, di stare soli con le azioni che si ritengono giuste, anche se incomprensibili ai più. Accettare di affermare se stessi e ciò che si sente essere la propria verità, indipendentemente da quel che altri possano pensare.

C’è la tendenza a considerare la constatazione di uno stato di fatto interiore comune a molti, come un giudizio o una critica a livello personale, perché incapaci di avere quel distacco necessario per accorgersi che la propria situazione interiore rispecchia quanto descritto. Ciò di cui si è deficitari è l’ esperienza diretta del proprio stato interiore al momento presente, ciò che rende quanto affermato da Scaligero, ad esempio, comprensibile almeno in parte.

Questo non implica aver superato certi scogli o voler assurgere a qualsivoglia forma di maestria sull’ altro, ma essere in grado di riconoscere che, quanto da Scaligero descritto nei testi fondamentali del suo lavoro, corrisponde all’ effettivo stato delle cose interiori, almeno per quanto riguarda l’ esperienza individuale vissuta fino a quel momento. Solo da questa comprensione si può criticare o meno certi scritti, se manca l’ esperienza reale quel che, necessariamente, ne consegue è l’ avversione che prende le mosse non dall’ Io ma da ciò che si ritiene essere Io e in realtà ne sta usurpando la legittima reggenza interiore.

Non ci si accorge di star avversando ciò che si crede di perseguire, perché non ci si accorge di essere altro da “chi” avversa… Se così non fosse, si sarebbe in grado di trovare sempre l’accordo, anche partendo da posizioni opposte, in quanto l’ esperienza riporterebbe tutti al medesimo punto: e cioè che, ad oggi, certe forze sono ancora depositarie della sovranità interiore che crediamo possedere mentre invece ne siamo posseduti.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Terza Parte – terza visione

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® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

Tavola VIII
Terza visione della terza parte

In questa tavola è rappresentata l’Anima che fa da ponte tra l’elemento cosmico e  il corpo fisico umano (quadrato) vivificandolo con la sua acqua di vita.

Rappresentate nelle virtù:

Carità, Umiltà e Pace nell’essere umano tripartito corrispondono:

Spirito – pensare – anima cosciente – (figura con viso rosso) Pace

Anima – sentire – anima senziente – Umiltà

Corpo – volere – anima razionale – Carità.

Acqua di vita nella quale affondano le loro radici donando nutrimento vitale umano.

Al lavoro silenzioso che l’anima opera nella corporeità è dovuto lo stato di salute, di Grazia e  ogni miracolo di guarigione, essendo l’Anima sempre contigua al mondo spirituale (nube con i Santi); riceve sostanzialità dai pianeti (castelli nella città di Dio), che sono governati dall’armonia che l’Anima riesce a stabilire.

Tav. VIII

Tavola VIII

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

 

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

 

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA, SCIENZA DELLO SPIRITO

I TRE PASSI NELLA CONOSCENZA

FILOSOFIA DELLA LIBERTA' R. STEINER LATERZA 1919.

“La difficoltà principale nella spiegazione delle rappresentazioni viene trovata dai filosofi nella circostanza che noi stessi non siamo le cose esterne, e che tuttavia le nostre rappresentazioni devono avere una forma corrispondente alle cose. A un più preciso esame risulta però che tale difficoltà non esiste per niente. Certo noi non siamo le cose esterne, ma con le cose esterne facciamo parte di un unico ed identico mondo.”

Partendo da questi pensieri della “Filosofia della Libertà” (inizio capitolo VI) vorrei fare delle riflessioni su questo argomento, sempre tenendo presente il principio che dice:

….”ognuno descrive l’albero dal suo punto di osservazione e con i propri pensieri”…

L’uomo, in modo spontaneo, guarda il mondo, lo vede, lo sente, lo tocca, lo annusa e con tutta naturalezza, prima di diventare un filosofo, crede che il mondo materiale che lo circonda sia quello reale.

Questo è un primo modo di conoscere il mondo.

Il bambino gode il mondo proprio così come lo vede e come lo sente….solo che l’evoluzione umana prevede che il bambino cresca e che, divenuto adulto, possano sorgere in lui pensieri, domande e dubbi su quel mondo che lo attornia. Ed inizia a cercare risposte.

Egli può pensare: “Fuori di me c’è il mondo oggettivo che io chiamo mondo della percezione.

Io lo guardo dal di fuori e il pezzo di mondo che, di volta in volta, entra in contatto con me, si imprime in me ed in me rimane come rappresentazione o ricordo.

Del mondo che mi circonda, io posso però cogliere solo l’immagine statica, ed è questa che resta impressa in me, come nella fotografia si imprime solo l’attimo colto dall’obbiettivo.

Di questo mondo materiale non potrò mai raggiungere l’ interiorità, la sua essenza viva, perché mi sento racchiuso nel pezzetto di mondo che chiamo il mio corpo, e questo corpo non potrà mai diventare uno con gli esseri fuori di me. Tra me e il mondo c’è assoluta incomunicabilità.

Io vivo nel mio mondo di rappresentazioni, e posso conoscere solo la fisicità di quanto mi circonda, mai la sua vera essenza.

La “realtà vera” non si concede alla mia conoscenza, non è da me raggiungibile, io ne rimango escluso.

In questo modo però, per me, il mondo si divide, in due parti: il mondo esteriore ed il mondo interiore che ne è la sua immagine riflessa”.

Questo è un secondo modo di conoscere il mondo.

Come gettare un ponte tra queste due realtà? Chi può unificarle?

La risposta, o il grandioso chiarimento che l’uomo attendeva da molto tempo e che ancora oggi solo sempre troppo pochi sanno comprendere, ci viene dato dalla “Filosofia della Libertà”.

E questo può diventare il terzo modo di conoscere il mondo.

Si può pensare: il mio mondo interiore, nel quale ritrovo tutti i posti dove ho vissuto, tutte le persone che ho conosciuto, tutte le esperienze che mi sono venute incontro nella vita, le infinite immagini che ogni momento posso richiamare nella mia coscienza, tutto questo mio mondo di rappresentazioni come lo raggiungo? Lo raggiungo per mezzo della percezione. Esso è per me percezione esattamente come è percezione il mondo esterno, e ambedue devono venir illuminati dal pensare per divenire realtà.

Il pensare è al di sopra di questi due mondi ed è il pensare che crea il concetto di percezione, quando si riferisce al mondo esterno e rappresentazione quando si riferisce al mio mondo interiore.

I concetti che io trovo pensando completano le percezioni che mi vengono incontro sia dalla mia interiorità che dal mondo esterno.

Il pensare, questo tessuto luminoso che abbraccia, riveste, da senso e significato ad ogni percezione, creando così la realtà del mondo, riporta all’unità ciò che per necessità dell’uomo viene frammentato all’infinito nelle percezioni.

Solo il Pensare ricrea, per l’uomo, l’unità originaria fatta di amore e di saggezza….” Egli desta la nascita dello Spirito nel morire della materia”…..

Dunque, il terzo passo sulla via della conoscenza consiste nello “svegliarsi” al pensare, nel riconoscere nel pensare l’elemento vivo nel quale lo spirito dell’uomo e lo spirito dell’universo sono UNO e dove la “cosiddetta materia” può sciogliersi finalmente dall’incantesimo e tornare ad essere Luce!

SCIENZA DELLO SPIRITO

PENSIERO E AZIONE INTERIORE

Michele

(Arcangelo Michele di Mara Maria Maccari)

L’essere umano, il cui cuore non sia sordo al richiamo della Parola dello Spirito, e la cui anima non sia opaca alla Luce dello Spirito, sente l’impulso e la necessità dell’azione interiore. Quest’azione si svolge simultaneamente in due forme, in due modalità che hanno, ognuna, un suo significato operativo. Questa duplice e simultanea azione ha due finalità interdipendenti: liberazione e libertà. Queste due parole possono apparire, ad un esame superficiale, come sinonimi, ma non lo sono affatto.

Liberazione è liberazione dal servaggio corporeo, ossia liberazione da quella condizione di degradante abiezione nella quale l’uomo è caduto, sino all’inversione della gerarchia Spirito-anima-corpo. In tale condizione l’elemento spirituale dell’uomo è paralizzato e in stato di sonno catalettico; l’anima, ubriaca di effimero e in stato di oblio della Patria Celeste e della sua natura originaria, è prostituita al mondo delle brame, ossia ai dèmoni che ne divorano la vitalità, ne deturpano e ne deformano caricaturalmente la bellezza; il corpo, invece di essere lo strumento dello Spirito attraverso l’anima per la conoscenza e  l’azione nel mondo, è – come affermavano concordi pitagorici, platonici e iniziati orfici – «tomba» e «prigione» per l’anima.  

Platone parla – nel Gorgia 493a, nel Cratilo 400c, nel Fedone 62b – di questa condizione di traviamento, di caduta, alle quali solo la Sapienza e l’Iniziazione ai Misteri possono porre rimedio. Figure mitiche e immaginative, straordinariamente simili, le ritroviamo nei Misteri orfici e dionisiaci, nei quali l’anima è dipinta come preda dei Titani, che ne fanno strazio, e nella Sapienza degli Iniziati Gnostici, per i quali la condizione umana è una condizione di esilio, di degrado, di stordimento e di oblio, alla quale l’uomo viene portato da quel «doppio malvagio», che gli gnostici chiamano «spirito contraffatto», riecheggiante il «cattivo pilota» della sapienza egizia.

Edesio di Cappadocia, discepolo del grandissimo Giamblico, fondatore della Scuola neoplatonica di Pergamo, Maestro di Massimo d’Efeso e di Giuliano Imperatore – secondo quel che riporta Joseph Bidez, nella sua splendida  La vie de l’empereur JulienParisLes Belles Lettres, coll. « Collection d’études anciennes »,‎ 1930, 1e éd., il quale cita dalla Eunapii vitae sophistarum – così disse al Giuliano suo discepolo: «Quando un giorno sarai iniziato ai Misteri, ti vergognerai di essere nato soltanto uomo!».

Nel XVIII secolo, il mistico di Amboise, in una certa misura «iniziato» agli arcani della Sapienza cristiano-kabbalistica, Louis-Claude de Saint-Martin, usava  parole molto dure – parole che Massimo Scaligero amava ripetere frequentemente – per stimmatizzare l’abiezione nella quale l’uomo è precipitato: «Piuttosto che parlare dello stato di abominio nel quale è caduto l’uomo, preferisco arrossire e indicare le vie del ritorno».

Massimo Scaligero riassume, nel 23° capitolo  del Trattato del Pensiero Vivente, diagnosi, prognosi, e terapia di questa difficile – oserei dire: disperata – situazione dell’uomo, con parole che più chiare non potrebbero essere:

«Naturalmente l’anima esprime il male del mondo, che non viene dal mondo, ma dal dipendere di essa dalla corporeità e perciò dall’aver essa smarrito la sua natura spirituale, cioè la forza che domina la corporeità. Occorre che agisca nell’anima qualcosa che, pur appartenendole, abbia il potere di trascendere la dipendenza di essa dalla corporeità e di ridestare in essa l’elemento paralizzato della perennità. Questo qualcosa è il pensiero, il moto originario della coscienza, che ogni volta, nel momento pre-cerebrale del conoscere, si accende della luce del Logos, ma ignorato, contraddetto nella riflessità. […]

Il vero «atto» è il volere del pensiero, cioè l’essere del pensiero, che incontra il Logos del mondo. Ma tale atto si apprende soltanto nella meditazione, o nella concentrazione: grazie ad esso si realizza nell’essere del pensiero l’essere del mondo, la scaturigine del Cielo e della Terra, il segreto della connessione originaria con ogni creatura».

E poco prima, nel 22° capitolo del Trattato, così diceva:

«La trascendenza del pensiero, ogni volta realizzata come determinazione, segretamente esige che tale atto doni la propria potenza: nell’immanenza sia ritrovato come potenza del volere il Logos. Il segreto di tutto l’operare, il soffrire umano, è questo: ritrovare la potenza dell’atto che ogni volta si compie, volitivamente pensando: la luce che risolve la tenebra della psiche umana».

La libertà è la libertà di compiere ciò che l’intuizione concettuale, scaturente dalla facoltà della fantasia morale come predisposizione caratterologica dell’uomo che abbia attuato la liberazione dai limiti somatici e psichici, percepisce del Mondo delle Idee e degli Archetipi come atto realizzatore dello Spirito. È un atto assolutamente libero, perché colui che così agisce non è condizionato da nulla: nulla che provenga dal passato, dall’educazione, dall’ambiente, dalla tradizione, dalla «natura» fisica o spirituale, può oramai più condizionarlo. Il suo luogo interiore, lo stato nel quale egli dimora, è il «vuoto».

«Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell’Uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo».

La liberazione dai ceppi della natura è già un primo atto di libertà dell’Io, dell’essere autenticamente spirituale: è un atto simultaneo. Più radicale è la purificazione attuata nella liberazione, più vasta e potente è l’azione creatrice dalla libertà, che va attuandosi. Gli Ermetisti, che si dedicavano alla Grande Opera dell’Alchìmia, solevano dire che «bisogna già avere dell’oro per fabbricare dell’oro». In questo senso, vale altresì il detto ermetico:

«La soluzione del fisso è la fissazione del volatile».

Quanto detto sinora esige una discriminazione di valori nei confronti delle molte «vie», che oggi vengono proposte al ricercatore spirituale. Da questo punto siamo di fronte ad una vera inflazione, ad una autentica alluvione nell’offerta, più o meno seducente o più o meno rozzamente volgare. Massimo Scaligero avverte che «non tutto quello che fuoriesce dalle dighe rotte è lo Spirituale». 

L’uomo è composto di corpo, anima e spirito.

All’uomo vengono oggi offerte vie e metodi di azione del corpo sull’anima, attraverso un uso decadente e distorto dell’antico yoga, o di metodi analoghi, di ginnastiche particolari con l’impiego di posizioni, movimenti ed esercizi di respirazioni, forme «accomodate» delle antiche asana e del pranayama, che oggi portano ad una accresciuta vitalizzazione dell’ente corporeo e ad un maggiore legame del legame dell’anima, della psiche, ai dinamismi del corpo. Il risultato è sempre quello di una ulteriore, ed indesiderabile, galvanizzazione della sfera istintiva che, nelle sue varie forme, sublimazioni e travestimenti, divengono sempre più ingovernabili. Una eventualità particolarmente pericolosa e deprecabile è quella che propone l’uso «magico» di droghe – il mito delle acque corrosive di certa magia equivoca – al fine di superare i limiti della percezione sensibile e della volontà ordinaria. Sia che l’accogliere una tale equivoca «proposta» porti alle allucinazioni e alla precoce dipartita per il regno delle ombre dell’Ade, sia che porti ad una, cosciente o meno, «magia di patto» con entità tenebrose, ed a un provvisorio correlativo ottenimento di «poteri», che verranno poi pagati a ben caro prezzo, ciò – come nel caso di ogni azione che implichi l’uso di forze corporee – non è azione spirituale.

Vengono altresì offerte vie e metodi dell’azione dell’anima, sia sul corpo che sull’essere spirituale dell’uomo. Tutto ciò può creare una certa confusione, ed anche molte illusioni. L’anima deve naturalmente essere trasformata, e trasformata radicalmente. Ma la forza trasformatrice come vedremo, non è all’interno dell’anima: sono le forze dello Spirito nell’anima, che possono trasformare l’anima. L’azione dell’anima sull’anima, normalmente, non esce dai limiti della «natura». Nella sua soggettività, una pretesa «via dell’anima» apre facilmente le porte alla sentimentalità, al falso misticismo, al visionarismo, a tutta una serie di menzogne interiori con le quali le forze corrotte dell’anima possono trasvestirsi. Rudolf Steiner dedicò tutta una serie di conferenze al tema di come nel misticismo deviato certi «trasporti» mistici non siano altro che una traslazione dell’erotismo sul piano astrale. A questa via «animica» e sentimentale, si aggiunge sovente un moralismo dal carattere dolciastro, decisamente stucchevole, che, malgrado una sorta di ideologia buonista ed «ecumenica», porta il più delle volte a forme di un’autentica intolleranza nei confronti di coloro che non vogliono omologarsi e trangugiare un tale immangiabile minestrone, nel quale tutto tende a diventare indistinto e vischiosamente paralizzante. Anche questa non è azione spirituale.

Nell’ambito delle varie «vie dell’anima», vi è anche il ricorso alla riesumazione di antiche vie e misteriosofie, alle forme rituali della magia cerimoniale, alle forme di una ecclesiale religiosità sedicente «gnostica», alle forme più folcloristiche di pratiche religiose mediorientali a sfondo sufico, indiane, tibetane o estremo-orientali. Il bisogno è invariabilmente quello di una «chiesa», di una «ecclesìola», di una conventicola, o petite chapelle, come la chiamano causticamente i francesi, nella quale si possa comodamente regredire ad una sorta di anima di gruppo, che è esattamente il contrario di una Comunità di spiriti liberi, autonomi e liberi. Anche il ricorso a tali riesumazioni «archeologiche»  non è azione spirituale.

Con grandissima facilità, l’Ostile, l’Avversario, il Principe dell’Oscuro Pensiero, l’Angra Mainyush o Ahriman della tradizione persiana, s’impadronisce di queste vie del corpo e dell’anima, e le usa per oscurare il potere discriminante del cercatore spirituale e per paralizzarne le forze interiori. Per l’Ostacolatore, tutte le dottrine, antiche o moderne, si equivalgono sul piano del disanimato pensiero riflesso. Poco importa quale dottrina, nobile o volgare, venga usata per ipnotizzare l’audace ricercatore, purché non ci si stacchi dal piano del morto pensiero riflesso. Poco importa all’Avversario dell’uomo se per incatenare alla propria natura senziente vengano sollecitati – ed anche eccitati – sentimenti, emozioni e conati mistici. Poco importa, infine, all’Ostile la predicazione di uno stucchevole moralismo, o l’idolatria – sentimentale, secondo Massimo Scaligero – di una morale guerriera, o eroica, o prospettante l’immagine mitica dell’Individuo Assoluto, dell’Unico stirneriano, o il Superuomo nietzscheano, purché emozioni moralistiche o tensioni volitive si muovano – malgrado ogni pretesa contraria – all’interno della natura animica ferreamente dominata dal legame dell’anima alla dimensione corporea, legame non conosciuto e non superato. Un tale inconosciuto superamento viene dall’anima – anche dall’anima mistica – segretamente temuto e avversato. Anche questa, dunque, non è azione spirituale.

Se non si vogliono fare illusioni pericolose, è necessario guardare coraggiosamente una verità oltremodo scomoda. Ossia che la stessa Antroposofia, se non si esce dalla paralisi del pensiero riflesso, non esce affatto dalla zona dominata dall’Ostacolatore. Sul piano del pensiero riflesso, i pensati «antroposofici» valgono tutti gli altri, valgono i pensati della scienza materialistica, i pensati della disseccata teologia tradizionale, i pensati delle vie tradizionali, delle vie mistiche, delle vie orientali, della filosofia idealistiche o materialistiche.  

La Via Solare, la Via Vera (come talvolta Massimo Scaligero la chiamava) dell’epoca dell’anima cosciente, ossia la Via che non erra e non mena alle illusioni, alla catastrofe dell’impresa spirituale, non può essere che una via nella quale lo Spirito agisce direttamente su se medesimo con mezzi spirituali e, di conseguenza, poi, direttamente sull’anima  e indirettamente sul corpo. A questo riguardo, Rudolf Steiner è esplicito e chiarissimo. Nella conferenza del 3 agosto 1924, (che fa parte del ciclo Esoterische Betrachtungen karmischer Zusammenhänge. Terzo volume. Die karmischen Zusammenhänge der anthroposophischen Bewegung. Undici conferenze, tenute a  Dornach tra il 1° luglio e l’8 agosto, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1991)  parlando dell’azione dell’Arcangelo Michael nei confronti dell’uomo che cerca autocoscienza e libertà, così si espresse:

«Nun sind, und das ist für das Karma jedes einzelnen Anthroposophen von großer Bedeutung, die Michael-Impulse von solcher Art, daß sie tief und intensiv eingreifen in den ganzen Menschen».

Il che, tradotto nella bella lingua di Dante suona:

«Ora, e ciò è di grande importanza per il karma di ogni singolo antroposofo, gl’impulsi di Michele sono di natura tale da penetrare profondamente e intensamente nell’intero essere umano».

 E poco dopo aggiunge:

«Michael wirkt stark in das geistige Wesen des Menschen hinein. Das können Sie ja schon daraus entnehmen, daß er der Verwalter der Weltenintelligenz ist. Aber Michaels Impulse sind stark, sind kräftig, und sie wirken vom Geistigen aus durch den ganzen Menschen; sie wirken ins Geistige, von da aus ins Seelische und von da aus ins Leibliche des Menschen hinein».

Ossia:

 «Michael agisce fortemente nell’essere spirituale dell’uomo. Potete desumere ciò già dal fatto ch’Egli è l’amministratore dell’intelligenza cosmica. Ma gl’impulsi di Michael sono forti, vigorosi, ed essi agiscono a partire dallo spirituale attraverso l’intero essere umano; essi agiscono nello spirituale, e da lì nell’elemento animico, e a partire da questo dentro l’elemento corporeo dell’uomo».

E nella conferenza tenuta il giorno dopo, il 4 agosto 1924, aggiunse le seguenti parole:

«Denn wenn wir alles das zusammennehmen, was ich gerade über den, wenn ich es jetzt so nennen darf, Michaelismus gesagt habe, dann werden wir finden: die «Michaeliten» sind ja durchaus ergriffen in ihrer Seele von einer Kraft, die bis in den ganzen Menschen, auch ins Physische hinein, vom Geistigen aus wirken will»

il che, riportato nella nostra lingua, significa:

«Giacché, se consideriamo tutto quello, su quel che ho detto – se posso chiamarlo così – intorno al Michaelismo, troveremo allora che i «michaeliti» sono realmente afferrati nella loro anima da una forza, la quale partendo dallo spirituale vuole agire sin nell’intero essere umano, sin dentro l’elemento fisico».

Che lo strumento essenziale, assolutamente necessario di questa azione michaelita sia il pensiero, risulta da tutta l’opera di Rudolf Steiner, il quale chiama l’Arcangelo Michael «il fiammeggiante Principe del Pensiero».  Già nella Filosofia della Libertà troviamo scritto:

«Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito».

Questa citazione di Hegel, che il Dottore fa nel primo capitolo della Filosofia della Libertà, intitolato L’azione umana cosciente, dovrebbe fare molto riflettere, visto ch’egli aggiunge, a sottolineare la fondamentalità del pensare: 

«… dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire dell’uomo».

Non si riflette che, senza il pensare umano cosciente, l’anima umana rimane al livello animale. Non si intuisce – ma questa sarebbe già un’azione spirituale – che il pensare volitivo è l’azione più cosciente che l’essere umano possa compiere: che il pensare è cosciente di se stesso, e che solo il pensare può rendere coscienti – normalmente sognanti e dormienti – anche il sentire e il volere.

Una volta di più siamo rimandati alla Concentrazione come all’esercizio che rende attivo in maniera immediata lo Spirito nell’anima. Così Massimo Scaligero nell’opuscolo degli esercizi:

 «Consiste nel riattivare le forze originarie della coscienza mediante la convergenza volitiva del pensiero su un unico tema».

In fondo tutti gli esercizi non sono altro che forme ulteriori della concentrazione, la quale , in quanto Rito della resurrezione del pensiero dal cadavere della riflessità, è l’esercizio michaelita per eccellenza. Si dirà che parliamo sempre della Concentrazione. Ma quale ne è la ragione? Se siamo invischiati sempre nell’identico problema, se siamo fermati sempre dall’identico limite, o come dice un mio caro amico – un fedele della Concentrazione da oltre quarant’anni – se, per usare un’espressione sportiva, «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», è inutile cercare cose diverse. Il rimedio, l’unico, è sempre il medesimo: la Concentrazione.

Possiamo dire, giustamente,  che il nostro Io è tutt’uno con l’Io dei mondi, che nel nostro cuore vi è una scintilla o una fiamma del Fuoco che anima l’Universo, che come esseri spirituali non abbiamo limiti di spazio, di tempo, di potenza, ma tutto ciò viene contraddetto dalla banalità del nostro esistere quotidiano, da uno stato di coscienza fiacco e crepuscolare, da una volontà sfilacciata e fangosamente istintiva. Da una parte affermiamo altamente la nostra natura spirituale, e dall’altra ci facciamo portare  a spasso come cagnolini da istinti, stati d’animo, da passioni talvolta ridicole, da pensati che non solo pensieri, ma parole e immagini in libera uscita. Unico rimedio efficace a tutto ciò, se vogliamo essere liberi dal servaggio corporeo e animale, se vogliamo agire liberamente per lo Spirito, è la Concentrazione.

Perciò continueremo a indicare la Via del Pensiero e la Concentrazione, e ci sforzeremo di mostrare che cosa non è azione spirituale.    

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO
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