Dicembre 2019

CUM DEDERIT- TECUM PRINCIPIUM

Con i Salmi di Davide 126:4 e 110:3, di potente ispirazione per il periodo natalizio, magistralmente interpretati dal canto di due talentosi artisti, su musica del grande Vivaldi, il blog ECOANTROPOSOPHIA.IT augura  BUON NATALE a tutti i suoi amici lettori...

 

Cum dederit dilectis suis somnum
Cum dederit dilectis suis somnum
Ecce haereditas Domini
Filii merces
Fructus ventris
Fructus ventris

Cum dederit dilectis suis somnum
Ecce haereditas Domini
filii merces
Fructus ventris
Fructus ventris
Fructus ventris
Fructus ventris

AVENDO DATO AI SUOI AMATI IL SONNO
AVENDO DATO AI SUOI AMATI IL SONNO
ECCO L’EREDITA’ DEL SIGNORE
LA GRAZIA DEL FIGLIO
IL FRUTTO DEL SENO
IL FRUTTO DEL SENO

AVENDO DATO AI SUOI AMATI IL SONNO
ECCO L’EREDITA’ DEL SIGNORE
LA GRAZIA DEL FIGLIO
IL FRUTTO DEL SENO
IL FRUTTO DEL SENO
IL FRUTTO DEL SENO
IL FRUTTO DEL SENO

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TECUM PRINCIPIUM
IN DIE VIRTUTIS TUAE:
IN SPLENDORIBUS SANCTORUM
EX UTERO
ANTE LUCIFERUM
GENUI TE.

TECUM PRINCIPIUM
IN DIE VIRTUTIS TUAE:
IN SPLENDORIBUS SANCTORUM
EX UTERO
ANTE LUCIFERUM
GENUI TE.

CON TE E’ IL PRINCIPIO
NEL GIORNO DELLA TUA POTENZA:
NELLO SPLENDORE DEI SANTI
PRIMA DEL SORGERE DELL’AURORA
DAL SENO TI GENERAI.

CON TE E’ IL PRINCIPIO
NEL GIORNO DELLA TUA POTENZA:
NELLO SPLENDORE DEI SANTI
PRIMA DEL SORGERE DELL’AURORA
DAL SENO TI GENERAI.

ALBERO DI NATALE, ANIMA DELL'UOMO!, ANNUNCI, LE TREDICI NOTTI SANTE, MUSICA

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SESTA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Al termine della sua lunga vita – tutta dedicata con amore, sacrificio, e intenso impegno di volontà ad editare la Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner – Hella Wiesberger, tra le varie cose, scrisse un’opera che è un po’ la sintesi del suo attivo operare al servizio, al contempo devoto e instancabile, dell’Anthroposophia, dell’Angelico Essere animante la rosicruciana Scienza dello Spirito, che Rudolf Steiner ha prima conquistato, e poi donato al mondo. Hella Wiesberger fu, all’interno del Nachlass, del Lascito di Rudolf Steiner, tra le molte altre sue opere da lei edite, la curatrice esatta e accurata sin nei particolari della pubblicazione di tutto il materiale giuntoci sia della prima (operante dal 1904 al 1914), che della seconda (riaperta nel febbraio del 1924, e non completata a causa della malattia, e della prematura dipartita del suo Fondatore) Esoterische Schule, ossia della Scuola Esoterica: della ‘Scuola di Michele’.

L’opera in questione – che dovrebbe essere, penso, quella che racchiude i suoi ultimi scritti su tale importante e delicato argomento – è: Hella Wiesberger, Rudolf Steiners esoterische Lehrtätigkeit – Wahrhaftigkeit, Kontinuität, Neugestaltung, L’insegnamento esoterico di Rudolf Steiner – Veracità, Continuità, Rinnovamento,  pubblicata dalla casa editrice del Lascito, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1997,  un libro denso di 343 pagine.

In tale opera, l’Autrice non solo descrive le peculiarità della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner, ma le descrive entrando ben a fondo – con sue preziose considerazioni, che in parte desidero ripercorrere – alquanto nei particolari,  nell’essenza, e nel metodo, della stessa Scienza dello Spirito. In essa, Hella Wiesberger mostra la radicale differenza tra i contenuti e i metodi dell’antico esoterismo, tramandato da antichissime, venerande, tradizioni, legittimamente sopravvivente sino al XIX secolo all’interno di Confraternite ed Ordini Occulti rigorosamente chiusi, e i metodi, i risultati, della moderna, rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente.

Si tratta della differenza radicale che vi è il conoscere proprio all’anima senziente e all’anima razionale-affettiva, e il conoscere proprio dell’anima cosciente. Conoscenza non è affatto di per sé – ipso facto – automaticamente ‘scienza’. La consapevolezza di questa differenza era già chiara agli antichi Greci: a Pitagora, a Platone, ad Aristotele, per fare solo alcuni esempi tra molti. I Greci distinguevano acutamente tra δόξα, dòxa, la mera ‘opinione’, ἐπιστήμηepistēmē, ‘scienza’ o ‘conoscenza razionale’, e γνῶσιςgnōsis, la folgorante ‘conoscenza sovrarazionale’, ossia la Σοφία, Sophía, la ‘Sapienza’, quella che i Pitagorici chiamavano la ‘Conoscenza delle cose che veramente sono’, ossia che non sono solo illusorie apparenze, che non sono una maya, ma una concreta realtà spirituale.

Una percezione, una sensazione, un sentimento, una pulsione istintiva, in quanto ‘vissuti’ sono senz’altro ‘conoscenza’ ma, in quanto soggettivi, non sono di per sé, immediatamente, ‘scienza’. Possono divenire oggetto di scienza nella misura in cui vengono sottoposti all’obiettiva considerazione pensante. Anche quel che un soggetto sperimenta in sogno, un ‘vissuto’, è ‘conoscenza’, ma non è, e non può essere, nella sua immediatezza, ‘scienza’.

Un ‘vissuto’, finché rimane nella sua fattuale immediatezza, nella sua insuperata soggettività, pur essendo ‘conoscenza’, al massimo può dar luogo a quella che i Greci chiamavano δόξα, dòxa, ‘opinione’: legittima finché si vuole, ma pur sempre inevitabilmente limitata, soggettiva, legata ad un particolare punto di vista, e fatalmente destinata a scontrarsi con differenti ‘opinioni’, altrettanto soggettivamente legittime, generate da punti di vista diversi, da diversi ‘vissuti’, sempre pur essi soggettivi. Per quanto legittima, una ‘opinione’ non ha, e per sua natura intrinseca non può mai avere, valore universale, non può essere ‘scienza’. Proprio per questo il misticismo non è, e non può essere una oggettiva ‘Scienza dello Spirito’, proprio perché è un soggettivo, personale, assolutamente legittimo – almeno finché rimane all’interno dei limiti personali, e non ha la peregrina pretesa di imporsi universalmente – ‘vissuto’ individuale: non può avere oggettivo valore universale. E a maggior ragione non può mai essere ‘scienza’ nulla di quanto proviene dal guasto mondo della medianità, dello spiritismo, del basso psichismo, dalle operazioni di qualsivoglia forma di magia inferiore, comunque travestite. Nulla di ciò che sia al di sotto della lucida coscienza pensante, nulla di ciò che muove partendo da forme attenuate di coscienza dell’Io, può essere ‘scienza’, e a più forte e maggiore ragione, ‘Scienza dello Spirito’: anche nel caso in cui nelle sue manifestazioni rivestisse caratteri di grandiosità, allora tanto più illudenti e convincenti.

Non a caso Rudolf Steiner intitolò la prima parte della sua Filosofia della Libertà – faccio riferimento alla traduzione di Dante Vigevani, e all’edizione pubblicata nel 1966 dalla milanese Editrice Antroposofica –La scienza della libertà. E nel primo capitolo di essa, L’azione umana cosciente, dopo aver scritto a p. 20: «È evidente che un’azione non possa essere libera se il suo autore non sa perché la compie», nel medesimo paragrafo, a p. 21, aggiunge:

«Quando sapessimo che cosa significa il pensare in generale, ci sarebbe anche facile comprendere l’ufficio che esso adempie nell’agire dell’uomo. «Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito», dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire dell’uomo».

Nella prima parte di questo studio avevo scritto, e messo in rilievo, che «aver “visto” qualcosa non è, di per sé, affatto una garanzia circa la realtà della cosa vista». Non aver chiaro questo punto cruciale (che non è affatto una mera questione filosofica, bensì un elemento assolutamente necessario della pratica interiore), significa brancolare nel buio, scivolare fatalmente nelle peggiori illusioni, e aprire pericolosamente il varco a tutte le possibili aberrazioni, che distorcono e ottenebrano la sana vita dell’anima. A tale proposito, Rudolf Steiner è assolutamente chiaro ed esplicito. Egli nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, alle pp. 17-18, così si esprime :

«Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

E affinché il candido lettore non abbia dubbio alcuno circa il reale, autentico, pensiero del suo Autore, e voglia sincerarsene esaminando direttamente il testo tedesco originale, lo riporto qui di seguito, traendolo da Theosophie – Einführung in übersinnliche Welterkenntnis und Menschenbestimmung, GA-9, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1978, p. 21:

«Um «Lehrer» auf diesen höheren Gebieten des Daseins zu sein, genügt es allerdings nicht, daß sich dem Menschen einfach der Sinn für sie erschlossen hat. Dazu gehört ebenso «Wissenschaft» auf ihnen, wie zum Lehrerberuf auf dem Gebiete der gewöhnlichen Wirklichkeit Wissenschaft gehört. «Höheres Schauen» macht ebensowenig schon zum «Wissenden» im Geistigen, wie gesunde Sinne zum «Gelehrten» in der sinnlichen Wirklichkeit machen. Und da in Wahrheit alle Wirklichkeit, die niedere und die höhere geistige, nur zwei Seiten einer und derselben Grundwesenheit sind, so wird derjenige, der unwissend in den niederen Erkenntnissen ist, es wohl auch zumeist in höheren Dingen bleiben. Diese Tatsache erzeugt in dem, der sich – durch geistige Berufung – zum Aussprechen über die geistigen Gebiete des Daseins veranlaßt fühlt, das Gefühl einer ins Unermeßliche gehenden Verantwortung. Sie legt ihm Bescheidenheit und Zurückhaltung auf. Niemanden aber soll sie abhalten, sich mit den höheren Wahrheiten zu beschäftigen».

Vedremo come Hella Wiesberger metta bene in evidenza la radicalità – al contempo audace e consequenziale – della posizione conoscitiva che Rudolf Steiner pone a fondamento necessario dell’intera Scienza dello spirito. Infatti, a p. 29 del suo sopra citato scritto, leggiamo:

«Di fronte alle teorie della conoscenza correnti a quell’epoca, egli stimò che il loro punto di partenza non era realmente privo di presupposti (voraussetzungslos), e che dunque fosse necessaria «un’analisi dell’atto della conoscenza spinto sino ai suoi elementi ultimi (auf die letzten Elemente zurückgehende Analyse des Erkenntnisaktes, per apportare la dimostrazione che «tutto quanto occorre addurre per la spiegazione e comprensione del mondo è raggiungibile al nostro pensiero». (Rudolf Steiner, Verità e scienza, Proemio d’una filosofia della libertà, Prefazione, in Saggi filosofici, traduzione di Lina Schwartz, R. Carabba Editore, Lanciano, 1932, p. 142). Questa idea si trova già nel suo primo saggio datato dell’estate 1879 allorché, tra la fine delle scuole superiori e l’inizio dei suoi studi al Politecnico di Vienna, egli intraprese a trasporre alla propria maniera la Dottrina della scienza di Fichte» (In Beiträge… Nr. 30, estate 1970)».

Nella sua trattazione, al contempo lucidissima e rigorosa, Hella Wiesberger ci dà – traendoli dallo spirito che anima l’intera Opera di Rudolf Steiner – gli elementi per giungere a calcare un terreno conoscitivamente sano, e soprattutto sicuro, nel campo dell’esperienza spirituale. Ecco che cosa l’Autrice scrive, alle pp. 30-31 del suo libro, ove metterò in evidenza alcune parole importanti di Rudolf Steiner:

«Nei suoi diversi successivi sguardi retrospettivi sulle sue prime investigazioni fondamentali egli mise sempre in rilievo, che a quel tempo la questione fondamentale era: In quale misura si può dimostrare che nel pensiero umano la realtà dello spirito è l’elemento attivo? E per risolvere questa questione egli si era posto il còmpito di investigare la natura del pensare umano stesso. A tal fine egli aveva messo da parte anche tutto quello che gli poteva giungere di visioni di un mondo spirituale, giacché:

«persino quando visioni soggettive, per quanto convincenti e intense esse possano essere, dovessero sorgere davanti all’anima, non si ha alcuna giustificazione di accordar loro in qualsiasi modo, attraverso il loro sorgere soggettivo, valore oggettivo sino a che non si sia in grado di gettare un ponte verso il mondo spirituale, rispettando il rigore scientifico indispensabile».

Egli dice di avere esaminato tutte le vie possibili per trovare una risposta alla domanda: «Qual è in realtà la vera essenza del pensare umano?», fino a che egli non si sia reso conto che il pensiero umano non può essere compreso correttamente altro che da colui che vede le sue manifestazioni superiori di questo qualcosa che si svolge «in maniera indipendente dall’organizzazione corporea». Già «nella corrente vita quotidiana» si trova un «elemento sovrasensibile» dal momento in cui l’uomo si eleva al reale (wirklichen) pensare, al pensiero puro, ove egli non viene determinato da nient’altro che dai motivi propri al pensiero stesso, e non da ciò che sotto forma di una necessità naturale emana da processi corporei come gli istinti, gl’impulsi della volontà etc. (Conferenza pubblica tenuta a Stoccarda il 25 maggio 1921, pubblicata in Beiträge… Nr. 116, nel 1996)». 

Hella Wiesberger mette in evidenza come, per Rudolf Steiner, il Sentiero della Conoscenza, che deve condurre il discepolo dell’Iniziazione all’esperienza diretta della realtà spirituale, non può partire altro che dall’esperienza del pensiero puro – unico criterio di assoluta certezza di realtà in tale dominio – e proseguire esclusivamente mediante l’illimitata intensificazione volitiva della stessa esperienza del pensiero puro. Allontanarsi da questo criterio, e modello di certezza, significa venire riafferrati dalle forze della natura corporea, e scivolare – proprio per l’inavvertito coinvolgimento nei dinamismi di tale natura corporea – nell’esperienza visionaria, nella medianità, non importa quanto grandiose, commoventi, e convincenti, possano apparire le esperienze, che in tali patologiche condizioni si presentano. Così, alle pp. 31-32 della sua opera, possiamo leggere:

«Egli aveva così ottenuto la prova che la teoria della conoscenza permette di penetrare nella realtà dell’elemento spirituale esattamente come nell’elemento sensibile. E vide in ciò la giustificazione della rivendicazione dell’esatta scientificità per l’edificazione ora, secondo il «modello del pensiero puro» dei gradi della conoscenza superiore, Immaginazione, Ispirazione, Intuizione:

«Quando nei miei scritti scientifico-spirituali io espongo quei processi conoscitivi che, attraverso l’osservazione e l’esperienza spirituali, possono condurre a rappresentazioni del mondo spirituale, così come i sensi e l’intelletto, che è loro legato, lo fanno nei riguardi del mondo sensibile e della vita umana che in esso si svolge, ciò non può, secondo la mia concezione, essere giustificatamente presentato come scientifico altro che se viene fatta la dimostrazione che il processo del pensiero puro dimostra  esser già, esso stesso, il primo gradino di quei processi, attraverso i quali vengono ottenute conoscenze sovrasensibili. Penso di aver recato questa dimostrazione nei miei primi scritti» (Articolo Die Geisteswissenschaft als Anthroposophie und die zeitgenössische Erkenntnistheorie, La Scienza dello Spirito come Antroposofia e la teoria della conoscenza contemporanea, 1917, in Philosophie und Anthroposophie, Filosofia e Antroposofia, GA-35)».

Per chi conosca la letteratura e i rari documenti realmente provenienti dalle antiche cerchie autenticamente iniziatiche, non può che stupirsi della grandiosità della coraggiosa impresa – che potrebbe apparire a taluni persino temeraria – compiuta da Rudolf Steiner. Basti pensare anche soltanto a pochi testi provenienti dalla corrente ermetico-rosicruciana, come l’Amphitheatrum Sapientiae Aeternae di Heinrich Khunrath, alle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz anno 1459, all’Aureum Saeculum Redivivum di Adrian von Mynsicht, pubblicato sotto l’eteronimo di Hinricus Madathanus Theosophus, e ripubblicato all’interno dei tre quaderni degli allora Gold- und Rosenkreutzer, ossia le Geheime Figuren der  Rosenkreuzer, aus dem 16ten und 17ten Jahrhundert, Altona, 1785-1788, per rendersi conto di quanto criptico fosse il linguaggio immaginativo e simbolico usato all’interno della cerchia ermetico-rosicruciana, e quanto immenso sia stato lo sforzo di Rudolf Steiner di tradurre, e donare al mondo, la conoscenza spirituale in concetti. Il lettore che abbia una qualche pratica di quel tipo di letteratura ermetico-rosicruciana può misurare tutta la distanza che la separa da testi di Rudolf Steiner come Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, L’Iniziazione. Come si ottengono conoscenze dei mondi superiori?, La scienza occulta nelle sue linee generali, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, La soglia del mondo spirituale di Rudolf Steiner. S’egli non ci avesse donato quei testi, anche il solo tentare di accedere, e ancor più di percorrere, l’arduo e aspro sentiero dell’Iniziazione – posso affermarlo senza illusione veruna – sarebbe stata un’impresa disperata per molti di noi. A questo proposito, possiamo valutare l’importanza di quel che scrive Hella Wiesberger alle pp. 46-47 di questa sua opera:  

«Se si riflette all’abbondanza dei risultati d’indagine che sono stati diffusi nel corso di oltre due decenni, si può misurare l’enorme lavoro spirituale ch’egli ha dovuto compiere per trasporre in un linguaggio concettuale moderno i fatti sovrasensibili che erano stati investigati (um die erforschten übersinnlichen Tatsachen in die moderne Gedankensprache umsusetzen). Ma ciò era assolutamente necessario al fine di poterli comunicare pubblicamente, poiché soltanto sotto questa forma essi potevano essere accettati, messi in dubbio, o persino rifiutati in tutta libertà dalla coscienza ordinaria».

L’importanza di quest’opera di Hella Wiesberger nasce proprio dall’esser essa basata su di un solido fondamento conoscitivo, rigorosamente scientifico. Sulla base di esso – e soprattutto sulla base delle opere ‘filosofiche’ di Rudolf Steiner, in primis la sua Filosofia della Libertà – viene mostrato quanto di assolutamente nuovo il Maestro dei Nuovi Tempi ha portato al ricercatore spirituale come criterio di certezza, di verità, e di libertà. Nella sua opera, l’Autrice così descrive, a p. 17, l’eccezionalità del tentativo di Rudolf Steiner:

«A partire da questa comunità con l’«emancipazione della coscienza umana superiore e del suo affrancamento da ogni costrizione autoritaria» (Lettera a Rosa Mayreder, del 14 dicembre 1893, in Briefe II, GA-39, Dornach, 1953), ottenute grazie al pensiero libero dai sensi, Rudolf Steiner era giunto a stabilire le preventive condizioni necessarie per affrancare l’esoterismo in maniera sana dall’epoca in cui era tributario di certe cerchie. Prima non si poteva raggiungere il mondo delle realtà spirituali altro che con una coscienza attenuata  e sotto la direzione di una guida spirituale che occorreva accettare in maniera incondizionata l’autorità assoluta. Grazie all’atto pionieristico di Rudolf Steiner, ogni candidato serio può giungervi con una condizione chiara, e sotto la propria responsabilità piena e libera».

Procedendo nella sua lucida esposizione della novità assoluta che la Via indicata da Rudolf Steiner ha – come caratteristica peculiare di ‘Via dell’anima cosciente’ – rispetto a tutte le passate Vie d’Oriente e d’Occidente, Hella Wiesberger mette in evidenza come le opere ‘filosofiche’ di Rudolf Steiner, che io preferirei addirittura chiamare, more hermetico‘filosofali’, non siano la mera giustificazione ‘epistemologica’ dell’Antroposofia, bensì sono l’autentica Via Regia’ della realizzazione iniziatica: sono la stessa ascetica Via del Pensiero Vivente, operante attraverso la resurrezione del conoscere dallo stato di catalessi e di morte in cui nella nostra epoca si trova, ossia la resurrezione dell’essere originario del pensare-folgore, del potere trasfigurante e trasmutante dell’idea. Così scrive a p. 25  l’Autrice nel secondo capitolo, Rudolf Steiner come istruttore del discepolato esoterico: della sua opera:

«L’opera e la biografia di Rudolf Steiner sono inseparabili. Tutto quello ch’egli ha insegnato, egli lo ha acquisito personalmente; la stessa cosa è per la sua principale opera filosofica, la Filosofia della Libertà, la quale, come precisò lui stesso, «riflette in ogni sua riga un’esperienza personale»  (Lettera a Rosa Mayreder, del 4 novembre 1894, in Briefe II, GA-39 ). Ciò ch’egli ha sviluppato riguardo alla natura del pensiero puro, essendo un punto di partenza filosofico personale, lo designò vent’anni più tardi come il punto di partenza indispensabile anche per tutti coloro che «nella propria anima compiono una evoluzione occulta». Lo formulò in una maniera semplice ma estremamente incisiva nei termini seguenti:

«Si prese per un grande motto il detto di un grande enciclopedista del XVIII secolo: «O uomo, abbi il coraggio di servirti della tua ragione!» Oggi vi è un detto ben più grande che deve afferrare le anime: O uomo, abbi il coraggio di considerare i concetti e le tue idee come gli inizi della chiaroveggenza!».

Nessun uomo potrebbe accedere realmente alla chiaroveggenza se mediante i suoi concetti e le sue idee non avesse già nell’anima un «briciolino» («ein Winziges») di chiaroveggenza che in séguito può essere sviluppato «all’infinito». Per questa ragione è estremamente importante comprendere come in realtà l’inizio della chiaroveggenza sia qualcosa «assolutamente quotidiano»: «è sufficiente afferrare la natura sovrasensibile dei concetti e delle idee», è sufficiente rendersi conto come questi non provengano dal mondo sensibile, bensì come sia a partire dai mondi spirituali ch’essi penetrano nell’anima. (Helsingfors, 29 maggio 1913, GA-146). 

Egli stesso sviluppò la sua scienza e la sua etica della libertà a partire dalla conoscenza della natura sovrasensibile dei concetti e delle idee, e grazie «all’emancipazione della coscienza umana superiore e al suo affrancamento da ogni costrizione autoritaria» (Lettera a Rosa Mayreder del 14 dicembre 1893, in Briefe II, GA-39) che ne discende, egli poté realizzare l’individualismo etico anche nel campo della ricerca occulta. Il suo còmpito particolare era di attenersi rigorosamente all’investigazione individuale. Sin dall’inizio della sua azione nel campo della Scienza dello Spirito, egli insisté sul fatto che ciò che in tale campo proverrà da lui seguirà una linea che era stata inaugurata dalla Filosofia della Libertà (Dornach, 27 ottobre 1818, GA-183), questa sottolineatura si congiunge con l’affermazione espressa nel medesismo periodo riguardo al pensare in quanto idea centrale della Filosofia della Libertà:

«Io vedo in questo pensare puro la prima manifestazione ancora umbratile dei gradi della conoscenza spirituale (Ich sehe in diesem reinen Denken die erste noch schattenhafte Offenbarung der geistigen Erkenntnisstufen (Articolo Die Geisteswissenschaft als Anthroposophie und die zeitgenössische Erkenntnistheorie, La Scienza dello Spirito come Antroposofia e la teoria della conoscenza contemporanea, 1917, in Philosophie und Anthroposophie, Filosofia e Antroposofia, GA-35)».  

Fatta questa lunga – ma assolutamente necessaria – metodica premessa conoscitiva, è il momento di riprendere l’esame del libro di Orao: Resurrezione. E, ad uno sguardo spregiudicato, non può sfuggire l’enorme differenza, non solo di metodo, ma anche di contenuti, tra quel che scrive Orao da una parte, e quello che scrivono e dicono Rudolf Steiner e Massimo Scaligero dall’altra. La posizione personale di Orao può essere senz’altro rispettabilissima, ma – in quanto soggettiva – riguarda unicamente Orao, l’individuale percorso, giusto o errato che sia, scelto da Orao: che non è affatto quello indicato da Rudolf Steiner, da Massimo Scaligero, e da tutta la Scienza dello Spirito. In definitiva, quella di Orao è una via mistica, individuale, personale, non uno scientifico Sentiero conoscitivo, avente valore universale, da tutti ugualmente verificabile e, allo stesso tempo, da tutti sperimentabile con identici risultati.

Che quella di Orao sia una posizione mistica – e non una posizione conoscitivamente priva di presupposti, come esige Rudolf Steiner nelle sue opere ‘filosofali’ – risulta sin dalle prime pagine del suo scritto, in un punto già citato nella prima parte di questo articolo, là dove dice:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Abbiamo visto come questa cogente, assoluta, necessità di partire dai Vangeli, per avviarsi all’attività autocosciente, sia una opinione tutta personale di Orao, e come essa venga radicalmente smentita proprio dal fatto che Rudolf Steiner non partì punto dai Vangeli – anzi non partì affatto dal Cristianesimo storico e confessionale, bensì, – come gl’ingiunse il suo Maestro – entrando nella pelle del drago della scienza moderna, a quel tempo largamente positivistica e materialistica, egli ne portò a radicalità le istanze di oggettività, e di empirica sperimentabilità, mostrando quanto, invece, insufficientemente scientifica, perché non totalmente priva di presupposti, fosse la scienza del suo tempo. Da questo punto di vista, anche il misticismo cristiano, in quanto via del sentire, e come tale non privo di presupposti, è soggettivo, e non scientifico. Ad ulteriore riprova della radicale ‘scientificità’, dell’assoluto, asciutto, ‘non misticismo’ del sentiero conoscitivo percorso da Rudolf Steiner, è interessante riportare la testimonianza di Friedrich Rittelmeyer, di colui che fu posto alla direzione della Christengemeinschaft, della Comunità dei Cristiani, proprio da Rudolf Steiner. Friedrich Rittelmeyer nel suo Meine lebensbegenung mit Rudolf Steiner – Il mio incontro con Rudolf Steiner, Verlag Urachhaus, Stuttgart, 1983, p. 63, così riferisce un aspetto veramente particolare della biografia del fondatore dell’Antroposofia:

«Più tardi, occasionalmente, Rudolf Steiner mi parlò in maniera più semplicemente umana delle sue ricerche nella Cronaca dell’Akasha. Allora soltanto ebbi un’idea del rigore con il quale egli verificava le sue facoltà, e rendeva sicuri i risultati che otteneva. Egli diceva, per esempio,  essere una circostanza provvidenziale il fatto di non aver conosciuto dalla Bibbia le apparizioni del Risorto prima di esservi stato condotto attraverso le proprie investigazioni. Quando era bambino, egli veniva inviato a scuola dall’altro lato della frontiera austro-ungarica, e suo padre in quanto «libero pensatore», non aveva alcun interesse, lo lasciava indifferente il fatto che la sua «istruzione religiosa» ne soffrisse. Fu così che, a tutta prima, che mediante la ricerca spirituale egli aveva potuto sperimentare e constatare tutto quello che era accaduto dopo la morte del Christo. Solo in seguito egli aprì la Bibbia, poté riconoscere chele relazioni dei Vangeli si accordano in tutti i loro dettagli con le immagini ch’egli aveva ottenute, salvo che nei Vangeli, così come li possediamo oggi, vi è mescolato un tratto materialistico, a causa di una mancanza di comprensione. Questo tratto materialistico si ritrova, per esempio, nella maniera in cui vengono riferiti i discorsi sul ritorno del Christo. In molti campi, Rudolf Steiner condusse le sue ricerche, apparentemente per anni, prima di dirne non fosse altro che una parola. Talvolta gli mancavano alcuni dettagli, che in lungo lasso di tempo non arrivava a trovare».

Leggendo, e rileggendo coscienziosamente, ossia non con sentimentale emotività e superficialità, ma con attenta osservazione, e riflessione pensante, uno scritto di Orao come Resurrezione,  non si può non avvertire quanto esso sia lontano, sia come contenuti che come metodo, dall’impostazione conoscitiva, rigorosamente ‘scientifica’, che regna nell’intera Opera di Rudolf Steiner. Abbiamo potuto vedere come il punto di partenza di Orao, assolutamente personale non sia privo di presupposti: ciò oramai è evidente. Non può non lasciare alquanto perplessi leggere un intero paragrafo, in parte in questo studio già citato, che Orao scrive alle pp. 7-8 di Resurrezione, ove metterò in evidenza talune affermazioni che destano molto stupore, tanto sono discutibili, affermazioni che non possono essere,  se non per negligenza o sentimentalità, troppo facilmente trascurate o tralasciate:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre. Così, dopo i Vangeli, sorsero gli Atti degli Apostoli, le Lettere di San Paolo, i Fioretti di San Francesco, le Lettere di Santa Caterina, fino alla grandiosa rivelazione di Rudolf Steiner relativa ai quattro Vangeli, e soprattutto il Quinto Vangelo che, per la sua vivente esperienza akashica, è opera da proseguirsi per essere congiunta all’evento della Nuova Pentecoste».

Lo scrivere di Orao, qui, è in parte piuttosto sibillino, ma tenendo conto dell’ampia premessa metodologica da me fatta più sopra, è possibile nondimeno giungere a vedere con chiarezza quel che, in maniera certo a tutta prima non evidente, è sottinteso tra le righe. Anzitutto, i Vangeli, così come ci sono giunti – ossia in una redazione definitiva, che risale al quinto e sesto secolo della nostra era – sono stati oggetto una ampia opera di manomissione da parte della Chiesa cattolica, sia latina che greca, con tagli, censure, interpolazioni varie. Già a cavallo tra il quarto e quinto secolo, un Padre della Chiesa come Girolamo operò in maniera per così dire ‘ortopedica’ nel suo ‘tradurre’ i testi biblici. Ed è noto com’egli venisse incaricato dal vescovo di Cesarea di tradurre l’originale testo aramaico del Vangelo di Matteo posseduto dagli dagli Ebioniti, una corrente pauperistica del Cristianesimo primitivo, ma, rendendosi conto che tale Vangelo originale di Matteo era in realtà un testo iniziatico, misterico, ch’egli non comprendeva, e che, tuttavia pur ritenendolo autentico,  reputava pericoloso, e scandaloso per i cristiani, si rifiutò di tradurlo: in pratica tale pericoloso Vangelo originale di Matteo fu fatto sparire. Si può leggere, su questa vicenda, quel che ne dice Rudolf Steiner nel ciclo Da Gesù a Cristo. GA-131, 11 conferenze tenute a Karlsruhe tra il 4 e il 14 ottobre 1911, pubblicate dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2011.

Tenendo conto di quanto in maniera ingiuriosa e calunniosa scrissero contro gli Gnostici, contro Mani e i Manichei, Ireneo di Lione col suo scritto Adversus haereses, Contro gli eretici, Epifanio di Salamina col suo Panarion, e molti altri controversisti; tenendo conto come con l’affermarsi del potere politico e mondano della Chiesa cattolica, sia latina che greca, l’intolleranza dell’ortodossia contro ogni voce diversa, regolarmente qualificata come ‘eretica pravità’, venisse metodicamente perseguitata, e punita col rogo; tenendo conto dello sterminio dei Catari, contro i quali fu indetta in Francia una sanguinosa crociata di sterminio, è difficile pensare che ‘Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre’.

Gli Iniziati, specialmente nel Medioevo si guardavano bene dallo scrivere qualsiasi cosa, proprio per il fatto che le Chiese cristiane avversavano rabbiosamente il principio dell’Iniziazione, ed operarono con ogni mezzo ad estirparlo. Lo stesso Rudolf Steiner riferendosi al passaggio dall’antica Iniziazione, coltivata nei centri dei Misteri del Mondo Classico, alla nuova forma dell’Iniziazione, così scrive, nel capitolo Presente e futuro dell’ evoluzione cosmica e umana della Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, a p. 329:

«Si costituì così, presso questi nuovi iniziati, una conoscenza che abbracciava tutto ciò che formava il contenuto dell’antica iniziazione; ma al centro di questa scienza risplendeva la conoscenza superiore dei misteri dell’evento del Cristo. Tale sapere non poteva filtrare che in piccola parte nella vita generale, essendo quello il tempo in cui le anime umane del quarto periodo dovevano rafforzare le loro capacità di intelletto e di sentimento; perciò la conoscenza a quel tempo si può dire che fosse un sapere molto segreto».

Quella dei mistici, poi, era una via che – salvo rarissime eccezioni, e solo nel caso di personalità di rango spirituale superiore – non portava punto alla Conoscenza. Sia ben chiaro che la Via dell’Iniziazione cristiano-gnostica, che descrive Rudolf Steiner, non è affatto la via del misticismo cristiano. E nel caso di alcune mistiche medievali, come Hildegarda di Bingen, Mechtilde di Magdeburgo, Teresa d’Avila, Rudolf Steiner, nel Corso di medicina pastorale, con parole impietose, mette bene in evidenza i lati ambigui, equivoci, di una certa mistica cattolica che, per esempio, nei casi citati sfociava in patologiche situazioni – Rudolf Steiner dixit – di  un vero e proprio erotismo astrale, che con la Conoscenza autenticamente spirituale nulla ha a che fare. In casi di personalità appunto di rango superiore come Meister Eckhart, Miguel de Molinos, o San Giovanni della Croce, si ebbero vere e proprie persecuzioni. Del resto, la stessa Mistica fu sempre mal tollerata dalla Chiesa cattolica. Comunque, lo ripeto ancora una volta, la Mistica, come viene per lo più intesa, non è Conoscenza,  e non è Iniziazione.

Un dato storico incontrovertibile è che la Chiesa cattolica ha sempre proibito – sino al XIX secolo inoltrato – ai laici la lettura della Bibbia in generale, e dei Vangeli in particolare. Ne proibì la traduzione nelle lingue volgari, nonché il possesso di esse da parte dei laici. Questi dovevano ascoltare esclusivamente la lettura del Vangelo, e la relativa spiegazione nell’omelia, che il sacerdote faceva dall’altare, e di questo soltanto i fedeli si dovevano accontentare. Uno dei motivi – uno tra molti altri – della feroce, spietata, persecuzione dei Catari e dei Valdesi da parte della Chiesa cattolica fu proprio la traduzione ch’essi facevano dei Vangeli, e il fatto di farli conoscere a chiunque volesse ascoltare la Parola del Salvatore. Rudolf Steiner più volte sottolineò come fine precipuo della Chiesa cattolica – la quale è quanto di più antiniziatico e antimistico sia mai esistito ed esista – fu, e tuttora è, la narcosi e la distruzione dell’anima cosciente: per essa i fedeli devono considerarsi parte di un ‘gregge’ e, come docili ‘pecorelle’, farsi guidare dai ‘buoni pastori’ al suo sicuro ‘ovile’. Gli esseri umani vengono considerati in perenne minorità spirituale, mai spiritualmente adulti, mai capaci di accedere in maniera libera e autonoma alla sfera dell’esperienza spirituale diretta. Unica mediazione verso lo spirituale è per il fedele, che sia in comunione con la Chiesa ovviamente, il rito sacramentale del quale la Chiesa stessa si arroga il monopolio esclusivo, così come il diritto e il potere di escludere, mediante il rituale della scomunica (che è un vero e proprio rito di magia nera), da tale comunione chiunque faccia una ‘αἵρεσις’‘hàiresis’, una ‘scelta’, diversa da quella conforme alla sua pretesa ortodossia, divenendo cosi un ‘eretico’: da estirpare con ogni mezzo dal mondo.

Rudolf Steiner, nelle conferenze di Neuchâtel su Christian Rosenkreutz, tenute nel 1911, parla di come già nel Medioevo fosse ormai caricaturale l’immagine del Cristianesimo confessionale rispetto a quello che l’Impulso-Christo aveva portato nel mondo. Mal si vede, dunque, come – stando a quel che scrive Orao – da tali «scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre»,  e come si possano porre i Fioretti di San Francesco, che non sono opera del Santo di Assisi, bensì sono una ‘ortopedizzata agiografia’ su di lui, e sull’originario impulso francescano, al fine di ricondurre la sua opera e il suo impulso – alla bisogna, anche con mezzi violenti, come poi in effetti avvenne nella lotta tra ‘conventuali’ e ‘spirituali’ – nell’àmbito dell’ortodossia cattolica, o le Lettere di Santa Caterina, accanto alla Scienza Occulta, o all’esegesi sui Vangeli di Rudolf Steiner. Ma, soprattutto, lascia oltremodo perplessi – sia per i contenuti che per il metodo – quanto, in maniera criptica, viene alluso da Orao con le parole «e soprattutto il Quinto Vangelo che, per la sua vivente esperienza akashica, è opera da proseguirsi per essere congiunta all’evento della Nuova Pentecoste». È evidente che qui Orao si propone di ‘proseguire’, di ‘completare’, ed eventualmente ‘correggere’, sulla base della sua personale esperienza e della sua pretesa autorità, quel che – a suo personalissimo giudizio, naturalmente – Rudolf Steiner avrebbe lasciato di incompleto, o di errato, non solo come risultati nel campo dell’indagine spirituale, ma anche e soprattutto, come vedremo, in quelli che sono le successive tappe, i gradini, dell’Iniziazione, sia di quella cristiano-gnostica, sia di quella rosicruciana. A proposito di questa non dichiarata, ma abbastanza esplicita per chi voglia vedere, sua ‘magistrale’ finalità, Orao usa moltissima prudenza, e inizialmente parla – direbbe Paolo di Tarso – per aenygmata. Ma il candido lettore vedrà che riusciremo ben a disvelar l’arcano. Nel proseguo di questo studio, vedremo poi cosa pensare circa la scientifica correttezza di quella esperienza, e cosa circa l’autorità che Orao si arroga pretendendo di ‘proseguire’, di ‘correggere’, e di ‘completare’ l’Opera di Rudolf Steiner.

Che nel suo libro vi siano molti errori, anche gravi, lo abbiamo potuto constatare facendo un’analisi serena di quel che scrive. Si tratta di errori nell’identificare tra loro una serie di individualità della storia spirituale dell’umanità. Altri sono errori riguardanti la cosmologia e la cosmogonia della nostra Terra nel corso della sua evoluzione. Un errore particolarmente grave è quello di identificare Lucifero con Jahve, ossia di fare di Lucifero uno dei sette Elohim solari, e di affermare che Jahve avrebbe posto in atto una ‘ribellione’ nei confronti del Logos,  e a tal fine abbia poi scelto come propria ‘dimora’ l’attuale Luna terrestre. Abbiamo potuto vedere – e a tale riguardo Rudolf Steiner usa un linguaggio esplicito, assolutamente inequivocabile – che in realtà quello di Jahve fu un sacrificio, un plurimillenario sacrificio, e niente affatto una ribellione, compiuto al fine di aiutare l’uomo nella sua evoluzione terrestre, sacrificio che lo portò scegliere come propria ‘dimora’ la Luna. Le affermazioni di Orao sono frutto della sua personale ‘esperienza interiore’, ossia della sua personale ‘chiaroveggenza’: una ‘chiaroveggenza’ ben errata. Tali risultati sono non solo diversi, ma – come abbiamo potuto verificare, e soprattutto documentare – addirittura diametralmente opposti a quelli che possiamo leggere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner.

L’indagine spirituale è impresa ardua, e va condotta con tenace metodicità, e severo rigore scientifico. Gli errori, anche gravissimi, sono sempre possibili, se non ci si attiene a tale rigoroso metodo, a tale severa scientificità. Anche su questo punto cruciale, Rudolf Steiner è affatto esplicito, e mai ambiguo. A questo riguardo, voglio trascrivere un’altra importante testimonianza di Friedrich Rittelmeyer. Testimonianza particolarmente importante proprio perché egli, teologo protestante aderente alla Chiesa luterana, al suo incontro con l’Antroposofia era ancora saturo di tutti i pregiudizi che la sua formazione teologica, filosofica, e scientifica gli avevano trasmesso. Per cui nei suoi primi incontri personali, egli pose tutta una serie di domande a Rudolf Steiner: domande, nate tutte dalla sua diffidente prudenza. A tali domande, Rudolf Steiner rispose sempre con pacata serenità, con cordialità, e con una mai affettata modestia. Le risposte che furono date alle molte domande di Rittelmeyer, nel corso del tempo, convinsero quest’ultimo della serietà e della fondatezza della Scienza dello Spirito, e lo spinsero infine ad una sincera, completa, entusiastica adesione all’Antroposofia. In uno di questi incontri, egli pose a Rudolf Steiner una domanda, per noi molto importante. La leggiamo alle pp. 56-58 del suo libro, più sopra citato: 

«Non siamo tuttavia che nel 1913. Quando Rudolf Steiner ritornò a Norimberga [dove risiedeva Friedrich Rittelmeyer], all’inizio dell’inverno, avevo molte domande da sottoporgli. Gl’incontri si svolgevano sempre così: per un’intera ora io ponevo le mie domande una dopo l’altra, così come le avevo preparate. Egli rispondeva sempre volentieri. Il tesoro di conoscenze dal quale egli attingeva mi stupiva sempre di più.  E la cosa più sorprendente per me era che egli non avesse mai provato a impressionarmi nei suoi confronti (Und das Erstaunlichste war mir, daß er niemals vorher mit ihm zu imponieren gesucht hatte). Non diceva mai di più di quel che non fosse necessario per rispondere alla domanda. Qualche volta, rarissimamente, arrivava questa risposta: «Non ho ancora esaminato questo punto» – «Posso porre una domanda?», cominciavo spesso. «Domandate quel che volete», rispondeva volentieri. Restituiva così la domanda: ci si sentiva interrogati noi stessi: «Sapresti tu porre la domanda? Sai tu quali domande vorresti porre?». Quanto ho rimpianto in séguito di non aver saputo interrogare più intelligentemente! Avrei potuto apprendere tante cose interessanti, che avrei potuto poi assimilare ed elaborare in tutta libertà. Giacché Rudolf Steiner non chiedeva mai di essere approvato. Egli raccontava e lasciava agire quel che diceva. Giunse l’occasione nella quale, sorpreso dalla sicurezza delle sue risposte, gli chiesi: «Non vi siete mai ingannato nel corso delle vostre ricerche, e non siete mai stato poi a correggervi? (Haben Sie sich eigentlichin Ihren Forschungen niemals getäuscht und sich nachträglich korrigieren müssen?)»  – «Quel che non sapevo in maniera sicura, non l’ho mai detto (Was ich nicht sicher wußte, habe ich niemals gesagt. Non ero ancora soddisfatto: «Intendo, vi è capitato, in séguito a ricerche più approfondite, di rettificare per voi stesso le prime impressioni e i primi risultati ottenuti?»  – «Sì, ma allora vi è una ragione a ciò, e si tratta di riconoscerla. Se per esempio io La incontro nella nebbia, e non La riconosco, la nebbia è una realtà, che dovrà pure essere considerata». Non mi ritenevo ancora soddisfatto. «Non vi è mai capitato di essere obbligato a dirvi: là mi sono ingannato?». Rifletté tranquillamente un istante. «Sì», disse, «sugli esseri umani qualche volta mi sono ingannato. Ma nel caso degli esseri umani, la vita porta dal di fuori elementi che non si possono prevedere»

Nel corso della conversazione, giunsi, stupito, a domandare: «Se è così, perché dunque non lo dite semplicemente agli uomini?». – «Perché non esiste ancora nell’umanità, facoltà di assimilazione per tali verità». Queste parole egli le pronunciò calmo, con oggettività, senza veruna vanitosa affettazione di tragedia. Si trattava di verità per le quali, lo si può capire, è necessaria all’umanità una lunga educazione prima ch’essa sia matura per esaminarle spregiudicatamente».

Rudolf Steiner, la cui modestia era pari alla sua coscienziosità scientifica, ammetteva senza problemi di potersi sbagliare, e proprio per questo faceva verifiche, a volte per anni, al fine di accertarsi che ogni singolo risultato delle sue indagini spirituali corrispondesse a realtà, ed ogni sua parola comunicata ad altri corrispondesse a verità. Massimo Scaligero stesso ammetteva di poter incorrere, come chiunque, in errori, e per questo adoprava estrema prudenza nell’esprimersi su specifiche questioni di ordine spirituale. Ed abbiamo più sopra visto come Rudolf Steiner, nella sua Teosofia, alludendo alle difficoltà che incontra un veggente, al quale non può essere sufficiente la semplice ‘veggenza’, occorrendogli, necessariamente ed obbligatoriamente, anche ‘scienza’, affermi: «Questo fatto, in chi per vocazione spirituale (geistige Berufung) si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza». Ora, quella che qui Rudolf Steiner chiama ‘geistige Berufung’, ‘vocazione spirituale’, è qualcosa che ha a che fare con una ‘chiamata’ del Mondo Spirituale, e non è, non può essere, il risultato di una velleità personale. Una cotale ‘vocazione’, in quanto risultato di una ‘chiamata’ dall’Alto, non è cosa che possa essere improvvisata sulla base delle soggettive rappresentazioni illusorie, che un soggetto umano infervorato può farsi su se stesso. In questo campo, è facile cadere nella simulazione, che in molti casi può essere anche sincera, o addirittura nella vera e propria impostura. Nella storia delle comunità spirituali – religiose, mistiche ed esoteriche – di simulazione e impostura ve ne è una straordinaria abbondanza. E il movimento antroposofico, purtroppo, non fa affatto eccezione a cotale malvezzo.

Massimo Scaligero stesso – così mi raccontò in colloquio, che avemmo negli anni ottanta del trascorso secolo, suo cugino Amleto Scabelloni – dopo l’incontro che ebbe con Giovanni Colazza, incontro che determinò la scelta definitiva della Via iniziatica cui consacrare l’intera vita, era estremamente contrario a scrivere libri. Amleto Scabelloni mi riferì di una lunga conversazione, svoltasi in una passeggiata a Monteverde, nella quale Massimo Scaligero toccò temi spirituali elevati e delicati, e alla fine della conversazione gli disse testualmente: «Su queste cose, io non scriverò mai niente!». In questo seguiva l’esempio del suo Maestro, Giovanni Colazza, che era egli pure estremamente contrario a scrivere. Tuttavia – sono testimone di quanto Massimo Scaligero mi disse personalmente – un giorno, dietro un ‘atto d’imperio’ del Mondo Spirituale, negli anni cinquanta del secolo scorso, Massimo Scaligero cominciò a scrivere. Nacque, prima, Iniziazione e Tradizione nel 1956, poi, L’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile nel 1959, e il Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen nel 1960, e poi tutti gli altri, sino a Iside-Sophia, la dea ignota, uscito nel 1980, le cui bozze egli stava rivedendo la notte della sua dipartita, tra il 25 e il 26 gennaio 1980.

Massimo Scaligero scrisse sempre, e solo, su richiesta del Mondo Spirituale, e mai per una velleità, o per una vanità personale. Dunque scrisse per ‘vocazione’: come ‘risposta’ ad una ‘chiamata’ del Mondo Spirituale stesso. Nei testi che scriveva, egli controllava che vi fosse, sin nei minimi particolari, l’aderenza più stretta al ‘dettato’ che gli giungeva dallo Spirito. Anche di questo sono testimone delle parole che Massimo Scaligero mi disse. Agire diversamente significa scivolare consapevolmente, o inavvertitamente, nella ‘prevaricazione’ antispirituale, e, di conseguenza, scivolare nell’irrealtà, nell’illusione, nella soggettività, nella menzogna, nell’inavvertita dipendenza dalle condizioni della psiche e della corporeità, nella medianità.

Nel proseguo di questo studio, dovrò affrontare alcune questioni, ancor più gravi sia per la loro intrinseca natura, sia per le conseguenze che inevitabilmente comportano.  È il caso di dire che la Verità è di chi La cerca e La conquista. Il ricercatore deve possedere, e sviluppare ben oltre l’ordinario, spregiudicatezza, amore per la Verità, e coraggio di conoscenza. Egli deve cercare la Verità, non l’apparenza, la Verità, non l’illusione, la Verità non la menzogna. Perché vi fu Chi disse (Giovanni, 14, 6): ἐγὼ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, egò eimì he hodòs kaì he alètheia kaì he zoèIo Sono la Via, la Verità, e la Vita.

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUINTA PARTE.

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Per mostrare come nella Scienza dello Spirito si debba procedere con rigore logico – con la logica del Logos, non con la vacua dialettica degli intellettuali superficiali – con algebrica precisione, e geometrica chiarezza, è necessario affrontare il problema della diversità, della non identità, che vi è tra determinate entità spirituali appartenenti alle Gerarchie celesti, o anche appartenenti alla nostra umanità terrestre. Un pensare non ben disciplinato – non scientificamente disciplinato, come abbiamo visto Rudolf Steiner affermare, nella sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, essere assolutamente necessario per non finire nel mondo delle illusioni – può produrre molta confusione, generare falsissime, errate, identificazioni, le quali in seguito, sovente, vengono da altri  acriticamente, fideisticamente, accolte, nonché da molti eziandio sentimentalizzate, divenendo poi fonte di deduzioni meramente dialettiche, ed infine coagulandosi e concretandosi in ‘miti’, che sono poi sempre piuttosto difficili demolire. 

Vi è un testo di Rudolf Steiner, Der Orient im Lichte des Okzidents. Die Kinder des Luzifer und die Brüder Christi, Ein Zyklus von neun Vorträgen gehalten in Mündien vom 23. bis 31. August 1909 mit einer Betrachtung zur Goethe-Feier am 28. August 1909, GA-113, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1977, tradotto in italiano da Willy Schwarz, col titolo di L’Oriente alla luce dell’Occidente. I Figli di Lucifero e i Fratelli del Cristo, nove conferenze tenute a Monaco di Baviera dal 23 al 31 agosto 1909. Pubblicato nel 1980 dalla milanese Editrice Antroposofica, che riveste per me grande importanza perché, pur raccogliendo un ciclo di conferenze – come avverte, a p. 7, la Nota introduttiva dell’autore in occasione della prima pubblicazione di questo ciclo di conferenze, nel 1921-22 – il testo di esse fu rivisto personalmente da Rudolf Steiner, il quale vi aggiunse pure in vari punti sue note esplicative.

Nella quarta conferenza, quella del 26 agosto 1909, alle pp. 87-88, Rudolf Steiner mostra un’analogia – ed avverte in maniera chiarissima che tale analogia non è da prendere per una identità – tra il tempestoso dio indiano dei Veda, Indra, e lo Jahve nell’Antico Testamento ebraico:

«Come la Luna riflette la luce solare, così da quel momento Indra getta nell’evoluzione spirituale della Terra non la luce sua propria, ma riflette la luce del Cristo. La luce del Cristo riflessa da Indra, non ancora percepibile direttamente, ma che permette di riconoscere il Cristo come noi riconosciamo la luce del Sole riflessa dalla Luna, ecco quello che Mosè annunciò al suo popolo: ed egli dette il nome di Jahve , o Jehova, alla luce riflessa del Cristo, come quella del Sole è riflessa dalla Luna. Ecco quello che ho lumeggiato spesso, in forma diversa, nelle mie conferenze sul vangelo di Giovanni:  il Cristo si preannuncia, e Jahve o Jehova è il nome della luce del Cristo riflessa da un’altra antica divinità, è il Cristo preannunciato profeticamente.

È dunque come se il vecchio Indra fosse stato accolto nella luce del Cristo e ora riflettesse questa luce del Cristo da sé alla Terra. Per il fatto di essere stato toccato dalla luce del Cristo, il dio Indra ha compiuto egli stesso un’evoluzione. Non che egli sia divenuto Jehova; non si deve dire: Jehova è Indra. Si potrà invece comprendere che come Indra si manifestava nel tuono e nel lampo, così nel lampo e nel tuono si manifesta anche Jehova, poiché la natura dell’entità riflettente condiziona chiò che viene riflesso. Ecco perché Jehova si manifestava nel lampo e nel tuono».

Ma ripercorriamo quella che, secondo la Scienza dello Spirito, è l’evoluzione cosmica che ha portato alla formazione della nostra attuale Terra, e alla nascita dell’uomo terrestre. Secondo il racconto biblico, trascritto nella Genesi di Mosè, questa evoluzione comincia, e rappresenta i suoi inizi, all’incirca con il momento della separazione del Sole dall’unione Luna-Terra che, secondo la Scienza Occulta e la Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner, corrisponde all’epoca iperborea. Il ripercorrere queste immagini della storia cosmica ci darà non solo la chiave per la comprensione dell’entità  spirituale di Lucifero, della sua azione, ma anche evidenzierà l’errore che sta alla base della visione cosmologica e cosmogonica di Orao in Resurrezione. Nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969,  pp. 181-182, questo evento viene descritto così:

«Dal globo della Terra, composta di fuoco ed aria, si distacca un corpo cosmico indipendente il quale, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, diverrà il Sole attuale. Dopo il distacco del Sole, la Terra contiene ancora in sé tutto quel che vi è nella e sulla Luna attuale. La separazione del Sole avviene perché entità superiori non potevano ulteriormente sopportare per la loro evoluzione, né per il lavoro che dovevano compiere per la Terra, la materia condensata fino allo stato acqueo; esse separarono dalla massa terrestre soltanto le sostanze che possono utilizzare, e vanno a formarsi una nuova dimora sul Sole donde esercitano dall’esterno la loro azione sulla Terra. Per la sua evoluzione all’uomo occorre invece un campo d’azione in cui la materia sia ancora più condensata».

Ma non tutte le entità spirituali che si trovavano al di sopra l’uomo, e che si separarono dalla Luna-Terra, erano evolute al punto da potersi unire alle entità solari, e prendere quindi dimora sul Sole. Per queste entità spirituali, pianeti come Mercurio e Venere, in posizione intermedia tra la Terra e il Sole, divennero per essi le dimore adatte. In particolare, Lucifero e le sue schiere trovarono la loro dimora su Venere. Su Venere – si noti bene –, non sull’attuale Luna, satellite della nostra Terra.  Infatti, sempre nella Scienza Occulta, parlando della formazione dei vari Oracoli, e dei loro metodi di iniziazione, nell’epoca atlantica, alle pp. 213-214, troviamo:

«Oltre a questi metodi di iniziazione, ve ne furono altri per gli uomini che avevano accolto troppo l’influsso luciferico per poter mantenere staccata dal corpo fisico una parte del corpo vitale, grande quanto quella staccata dagli uomini solari. In questi uomini il corpo astrale tratteneva nel corpo fisico una parte maggiore del corpo vitale che negli uomini solari. Essi non potevano neppure elevarsi per mezzo delle condizioni di cui abbiamo parlato, fino alla rivelazione profetica del Cristo. Per causa del loro corpo astrale, piuttosto influenzato dal principio luciferico, essi dovevano seguire una disciplina più severa per riuscire, sebbene in uno stato meno libero dal corpo, di quanto non lo fossero gli altri, a ricevere la rivelazione, non del Cristo stesso, ma di altre entità elevate. Esistevano delle entità che avevano bensì abbandonato la Terra al momento del distacco del Sole, ma che non si trovavano a tale altezza di evoluzione da poter seguire a lungo l’evoluzione solare. Dopo la separazione fra il Sole e la Terra, essi formarono una sede separata dal Sole: Venere. La loro guida fu l’entità che divenne ormai «l’io superiore» di quegli iniziati e dei loro seguaci. Lo stesso si verificò per lo spirito che guidava il pianeta Mercurio, nei riguardi di un altro gruppo di uomini; si costituirono così gli oracoli di Venere e di Mercurio».

Il discorso di Rudolf Steiner diventa ancor più chiaro ed esplicito in alcuni cicli di conferenze, tenuti per quelli che allora erano membri della Società Teosofica in Germania, che seguiva l’impostazione rosicruciana e antroposofica ch’egli le aveva dato. In una conferenza serale intitolata.  Über die Gruppen-Iche von Tieren, Pflanzen und Mineralien, Sugli Io di gruppo di animali piante e minerali, tenuta ad Heidelberg, il 2. Febbraio 1908, contenuta in Natur- und Geistwesen – ihr Wirken in unserer sichtbaren Welt, Esseri naturali e spirituali. La loro azione nel nostro mondo visibile, GA-98, 18 conferenze tenute in varie città tra il 5 Novembre 1907 e il 14 Giugno 1908, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1996, pp. 185-186, Rudolf Steiner afferma:

«Quando evolvette l’antica Luna, allora apparve dapprima un corpo. Poi sorsero due corpi. Quando evolvette la nostra Terra, emerse un corpo dall’oscurità del Cosmo. Quindi l’unico corpo cosmico si divise dapprima in due. Quindi, dapprima, il corpo del mondo unico diviso in due. Poi la Luna si separò di nuovo dalla Terra, cosicché abbiamo tre corpi cosmici: Sole, Luna e Terra. A tutte queste incarnazioni  era collegata anche l’umanità. Su Saturno venne posta la predisposizione al corpo fisico, sul Sole la predisposizione al corpo eterico, sulla Luna la predisposizione al corpo astrale. Al di sopra dell’uomo vi sono entità superiori. Queste non potevano attraversare la loro evoluzione più rapida quando la Terra era ancora congiunta col Sole e colla Luna. Perciò,  dovettero separarsi ed estrarre le sostanze migliori, cosicché ora il Sole è abitato da sublimi entità, che noi chiamiamo i divini Creatori dell’uomo. Essi abitano il Sole. Ciò che fluisce nella luce, abita il Sole. Questa è la beatitudine che si sperimenta, che viene sentita, quando irradia luce. Sulla Luna, tuttavia, vi sono inizialmente esseri inferiori. Nella precedente evoluzione vi erano esseri che, per così dire, non ebbero l’opportunità di innalzarsi sino al Sole. Non potevano mantenersi sul Sole, perché esso era riservato ad entità superiori. Ma non potevano neppure essere sulla Terra, essa era troppo poco progredita per loro.  Essi non potevano vivere su entrambi i corpi cosmici. Pertanto, il Sole dovette separare altri due pianeti su cui vivono questi esseri. Questi sono Mercurio e Venere. Su Mercurio abitano entità simili agli esseri umani, i quali tuttavia non conoscono la morte. La vita degli esseri di mercurio scorre, per così dire, in maniera che una tale transizione è solo come una trasformazione, proprio come noi mutiamo il corpo tra la nascita e la morte. Pertanto, le anime degli esseri di Mercurio vivono mentre assumono e dismettono i loro corpi spirituali, ma non conoscono la morte. Su Venere vi sono pure entità, che stanno tra gli esseri umani e gli esseri solari. Esse abitano Venere e possono persino diventare attivi sulla Terra. Esse diventano attive nel corpo umano. Queste entità che chiamiamo entità luciferiche. Esse hanno in una certa maniera la loro patria su Venere. Per questo Venere viene chiamata anche «Lucifero».

Per maggior sicurezza, e documentazione, del benevolo lettore riproduco qui il testo tedesco di queste ultime frasi, con il dovuto rilievo in grassetto, come ho fatto per la traduzione italiana:

«So leben auf der Venus auch Wesenheiten, die zwischen den Menschen und den Sonnenwesenheiten stehen. Sie bewohnen die Venus und können sogar wirksam werden auf der Erde. Sie werden wirksam im menschlichen Leibe. Diese Wesenheiten nennen wir luziferische Wesenheiten, Sie haben in gewisser Weise ihre Heimat auf der Venus. Daher nennt man die Venus auch «Luzifer».

Da questa esplicita comunicazione di Rudolf Steiner risulta con assoluta chiarezza, come Lucifero non sia un Elohim – forse sarebbe meglio dire al singolare Eloah, אלוה – solare, e neppure un’entità lunare. Risulta altresì come non sia Lucifero ad aver stabilito dimora e patria sulla nostra attuale Luna, bensì Jahve. La dimora di Lucifero è il pianeta Venere. Un’ulteriore conferma della natura cosmicamente ‘venusiana’, e non ‘lunare’ di Lucifero, l’abbiamo in un altro ciclo di conferenze di Rudolf Steiner, Weltenwunder, Seelenprüfungen und Geistesoffenbarungen, Meraviglie del creato, prove dell’anima e rivelazioni dello spirito, dieci conferenze tenute a Monaco dal 18 al 27 Agosto 1911, con una conferenza, del 28 Agosto 1911, GA-129. Nella quarta conferenza, del 21 Agosto 1911, a p. 91, possiamo leggere:

«Abbiamo ora un esempio del fatto che c’è un tale desiderio per le entità che stanno lavorando su un altro pianeta e che desiderano ardentemente un qualche corpo celeste piuttosto che la loro vera patria? Sì, abbiamo molti esempi simili, ma un tale esempio ora dovrebbe essere in contrasto nei confronti del Cristo. Vi furono potenti entità durante l’evoluzione dell’Antica Luna, le quali tuttavia, in un certo senso, durante questa evoluzione lunare, non avevano ottenuto la conclusione della loro evoluzione. Tra questi elevati spiriti ve ne era  tutta una schiera che, per così dire, stava sotto una Guida, Schiera la quale, allorché l’evoluzione lunare era a fine, non aveva raggiunta la sua mèta evolutiva, e quindi non l’aveva raggiunta neppure allorché la Terra principiò con la sua evoluzione. Ora, questa schiera intervenne nell’evoluzione della Terra, e cooperò alla direzione dell’umanità, ma essendo nella sua interiorità con la tragica nostalgia di una stella dell’universo che – come è stato descritto nella Scienza Occulta – era stata espulsa fuori dall’intera evoluzione dell’Antica Luna. All’interno della nostra evoluzione spirituale terrestre, abbiamo esseri potenti, elevati, importanti, sotto la loro propria Guida, che portano veramente in sé la nostalgia di una stella là fuori nell’universo, stella che considerano la loro vera patria, ma sulla quale essi non possono essere, perché abbandonarono la Luna e dovettero andare sulla Terra senza aver completata la loro evoluzione. Queste sono le schiere che stanno sotto Lucifero, e lo stesso Lucifero agisce nell’evoluzione terrestre con la continua nostalgia nella sua interiorità nei confronti della sua vera patria, della stella di Venere nel cosmo. Questo è il tratto più risaltante nell’entità luciferica, quando la consideriamo cosmicamente. E la coscienza chiaroveggente impara propriamente quel che viene caratterizzato nella stella di Venere, per il fatto di conoscere, che essa scrutando nell’anima di Lucifero. guardando nell’anima di Lucifero, e per il fatto che all’interno della Terra ha la tragica nostalgia di Lucifero, come una meravigliosa nostalgia cosmica nei confronti la stella di Phosphoros, di Lucifero o Venere. Perciò quel che Lucifero ha eliminato via come un guscio, quel che alla morte dell’Antica Luna viene espulso dagli esseri luciferici, così come alla morte dall’anima umana viene gettato via il corpo fisico, risplende dal cielo come Venere.

Ora abbiamo posto davanti ai nostri occhi qualcosa di cosmico, sia in relazione alla nostra Terra, sia in relazione a Venere, il pianeta vicino alla nostra Terra. E abbiamo posto di fronte a noi qualcosa che nell’anima greca non veniva sentito proprio nella maniera espressa, come qui l’ho presentata, ma che tuttavia viveva nei sentimenti e nelle sensazioni dell’anima greca. E quando quell’anima greca si volgeva in alto alle stelle, e in modo particolare a Venere, là sentiva l’intima connessione tra una cotale stella e determinate entità, che pervadono le sfere terrestri, e le spiritualizzano. E l’antica anima greca sentendo quel che Lucifero era sulla Terra, dicendo: attraverso la nostra Terra spira (weht) il principio luciferico – si volgeva in alto alla stella di Venere, e diceva: «Questo è il punto errante nel nostro spazio celeste verso il quale tendono incessantemente le nostalgie di Lucifero».

Qui scorgete le sensazioni, che l’anima greca aveva sulle meraviglie del cosmo. Ma vedete altresì al tempo stesso in maniera vivente, come l’anima greca fosse lontana dall’innalzare lo sguardo su nello spazio cosmico, descrivendo Venere come una mera sfera fisica, come fa la nostra astronomia moderna. Che cos’era, dunque, Venere per l’anima greca? Era quella regione dello spazio celeste, che essi conoscevano per il fatto di considerare chiaroveggentemente il contenuto spirituale dell’anima di Lucifero, giacché in essa notavano la grande nostalgia (Heimweh), che come un ponte vivente s’innalzava dalla Terra a Venere. Questa nostalgia desiderio che l’anima greca avvertì come la nostalgia di Lucifero, questa medesima anima greca la sentì altresì come appartenente alla sostanza di Venere. Il greco non vedeva il mero pianeta fisico, bensì vedeva qualcosa che era stato reciso dall’entità luciferica, così come il corpo fisico viene separato dall’uomo quando attraversa la porta della morte, e come il cadavere della Terra verrà reciso quando la Terra avrà raggiunta la mèta della sua evoluzione. Ma vi è questa differenza, che il corpo fisico dell’uomo è destinato a dissolversi, mentre il corpo di un Lucifero è destinato, quando cade dall’entità animica, a risplendere come una stella negli spazi celesti. Con ciò abbiamo caratterizzato in senso spirituale  quel che sono le stelle. Lo abbiamo caratterizzati nell’esempio di Venere. Che cosa sono dunque per una  concezione vivente  delle meraviglie cosmiche, delle meraviglie della natura? Sono i corpi degli dei. Ciò che dai corpi degli Dèi è uscito fuori negli spazi cosmici è diventato stella, e in questa maniera il greco innalzò lo sguardo su al mondo stellare, ai pianeti e alle stelle fisse. Vi erano un tempo, così egli si diceva, negli spazi le entità spirituali, che noi veneriamo come i nostri Dèi; esse hanno compiuto la loro evoluzione; allorché essi giunsero al punto, che per l’uomo durante la sua esistenza terrena significa  la morte, allora per questi Dèi si presentò un evento, per cui la materia fisica li abbandonò e divenne stelle.

Le stelle sono i corpi degli Dèi, le cui anime operano nel mondo in altra maniera, indipendentemente da quei corpi – proprio come Lucifero divenne indipendente dal suo corpo, da Venere, e continua a vivere nella nostra evoluzione terrestre. Questa è quella che possiamo chiamare una concezione spiritualizzata della natura, una concezione spiritualizzata del mondo».

Rudolf Steiner si esprimeva sempre in maniera estremamente precisa. Se qualcosa era da lui giudicato prematuro per coloro che lo ascoltavano o lo leggevano, di regola taceva. Se, invece, riteneva necessario che una determinata conoscenza venisse ascoltata, allora parlava con estrema chiarezza. Non lasciava il minimo spazio a nessun tipo di equivoco. Questo proprio perché l’Antroposofia è ‘Scienza dello Spirito’, non una Theosophia, sia pure nell’antichissimo, e nobile, senso del termine. È ‘scienza’, non ‘rivelazione’: ‘scienza’, prometeicamente conquistata dal basso, partendo da forze puramente umane, non benignamente “concessa” dall’Alto.  Per cui, è veramente improprio fargli dire quel ch’egli mai ha detto, e far scivolare, come fa Orao, surrettiziamente, nella Scienza dello Spirito una concezione falsissima come quella di una pretesa identità di Lucifero e Jahve, facendo per di più di quest’ultimo un Eloah solare che si è ribellato al Logos e agli altri sei Elohim solari. Rudolf Steiner è assolutamente chiaro nel porre la dimora di Jahve sulla nostra Luna terrestre, e nel descrivere la sua missione sacrificale sulla Luna in opposizione e fatale contrasto con quella di Lucifero sulla Terra e sull’uomo. Ed è altresì assolutamente chiaro nel mettere in collegamento Lucifero col pianeta Venere, e non con la Luna.

Su questo fatale contrasto, su questa radicale opposizione, tra Lucifero e Jahve, Rudolf Steiner ritornò moltissime volte, essendo questo un tema cruciale sul quale deve regnare la massima chiarezza. Per cui, anch’io – una volta di più, risparmiando al lettore molte faticose ricerche – ho deciso di moltiplicare antologicamente, anche a costo di appesantire l’articolo, le citazioni di Rudolf Steiner, affinché nessuno rimanga nell’incertezza e nel dubbio su questo punto fondamentale della Scienza dello Spirito, dal quale del resto dipendono non pochi aspetti dell’Ascesi. Così, se andiamo a leggere il ciclo Der Mensch im Lichte von Okkultismus, Theosophie und Philosophie, L’uomo alla luce di occultismo, teosofia e filosofia, dieci conferenze tenuta a Christiania (Oslo) dal 2 al 12 Giugno 1912, GA-137, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1993, nella nona conferenza, quella dell’11 Giugno 1912, alle pp. 167-168, troviamo che Rudolf Steiner afferma:

«Apprendiamo di Lucifero che il suo regno è Venere e che quelle forze trovano la loro espressione simbolico-fisica giungendo da noi come la luce di Venere, la Stella del Mattino e quella della Sera; questi raggi fisici di Venere, che vengono inviati nello spazio cosmico, sono l’azione simbolico-fisica di Lucifero sull’uomo. Lucifero non si limitò ad agire sull’uomo inferiore. Vi lavorerebbe solo se Venere risplendesse con tutto il suo disco, come in nel caso della Luna piena. Sapete che Venere ha delle fasi proprio come la Luna, quindi c’è una Venere crescente, una piena, ed una decrescente. Nuovamente, i quarti delle fasi di Venere agiscono così come i quarti della Luna sul petto. Tuttavia, Venere, che ha un effetto spirituale, ha un effetto sull’uomo della testa, così che un’espressione di ciò che è spirituale in relazione all’uomo può essere vista in cielo nell’interazione del Sole, della Luna, e di Venere. Intendiamoci, un’espressione per ciò che è nello spirito umano.

Proprio come nell’uomo il grande Spirito del Sole agisce in relazione allo Spirito della Luna, in relazione a Jahve o Jehova,  così anche Lucifero, che è sempre attivo nella natura umana, opera in relazione a questi due. Se si volesse rappresentare graficamente questa legge di interazione e darne uno schema, lo si potrebbe fare al meglio, se lo si cercasse nelle costellazioni del Sole fisico, della Luna fisica, e di Venere. Così come questi stanno in rapporto reciproco,  così come possono avere una relazione, in modo che l’uno si opponga all’altro, lo respinga, oppure che l’uno rafforzi l’altro, o che lo indebolisca, sopraffacendolo, e oscurandolo, così è pure nell’uomo la relazione  delle tre potenze spirituali che sono state caratterizzate. L’uomo può sviluppare la sua azione solare, soprattutto se essa non viene alterata né dalle forze della Luna, né da quelle di Venere. Ma può anche, per così dire, accadere che il suo Sole, le potenze che sono nel mezzo, nel cuore, vengano ottenebrati dalla Luna, dalle potenze del capo, così come gli ottenebramenti possono penetrare attraverso Lucifero, attraverso Venere. Sapete altresì che vi sono quelli che vengono chiamati passaggi, transiti di Venere davanti al Sole nello spazio cosmico.

Così, avete simboleggiata, per così dire, nello spazio cosmico la relazione della triplicità interiore dell’uomo, lo Spirito del Sole, lo Spirito della Luna e lo Spirito di Venere o Lucifero, ed espresso dalla costellazione del Sole, della Luna e di Venere».

Mi sembra che, nel suo esporre i risultati della sua investigazione spirituale, Rudolf Steiner non potesse davvero esprimersi più chiaramente di come lo abbia fatto. E se si tiene conto di come in un testo di estrema importanza e delicatezza come Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», ossia nei cosiddetti Quaderni Esoterici, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, a p. 58, viene dato un mantram, che viene dichiarato essere «parole di meditazione, per i già più progrediti, che afferrano il sentire», Meditationsworte für schon Vorgeschrittenere, die Empfindung ergreifend, non è affatto credibile che Rudolf Steiner abbia dato a discepoli intimi un contenuto di meditazione di carattere mantrico, nel quale vi fosse confusione tra una deità come Jahve e un Ostacolatore come Lucifero.  Ecco il mantram in questione:

Porsi rappresentativamente nello spazio notturno pervaso dalla luce lunare; in esso sentendo sperimentare:

In principio era Jahve / E Jahve era presso gli Elohim / E Jahve era uno degli Elohim / E Jahve vive in me.

Ecco, per il benevolo lettore che volesse sincerarsene, il testo tedesco:

Sich vorstellend versetzen in den monddurchhellten Nachtraum;
darin empfindend erleben:

Im Urbeginn war Jahve
Und Jahve war bei den Elohim
Und Jahve war einer der Elohim
Und Jahve lebt in mir.

Giunti a questo punto, mi sembra ampiamente dimostrato, rispetto alla pretesa identificazione di Lucifero con Jahve – oltre che rispetto alle fallaci identificazioni di una serie di individualità spirituali apparse nel divenire storico dell’umanità sulla Terra –  l’errore fondamentale compiuto da Orao nel libro Resurrezione. Ma un cotale errore non è affatto senza conseguenze, ed è giunto il momento di cominciare a trarre alcune conclusioni. Quello che soggettivamente è ben un errore conoscitivo, agisce poi oggettivamente come una menzogna spirituale. E a tale proposito, il ricercatore spirituale è bene che bandisca da sé ogni illusione. Una volta di più, dovrò fare riferimento alle parole di Rudolf Steiner, che dovrò in alcuni punti mettere in rilievo. Nel ciclo di 14 conferenze, svoltosi a Stoccarda dal 22 Agosto al 4 settembre 1906, Vor dem Tore der Theosophie, GA-95, pubblicato in italiano col titolo Alle porte della Scienza dello Spirito, Editrice Antroposofica, Milano, 2015, nella prima conferenza, alle pp. 14-15, troviamo:

«Il quarto arto che in lui si distingue viene espresso con un “nome” che si differenzia completamente da tutti gli altri nomi: “io” non lo posso dire che a me stesso. In tutta l’estensione del linguaggio non esiste altro nome che si possa usare per soggetto, come il termine “io”. Questo fu sentito da chi era iniziato, in ogni tempo. L’iniziato ebraico chiamava “io” il nome “impronunciabile” di Dio, quel Dio che dimora nell’uomo, che può venir pronunciato solo entro l’anima sua e per quest’anima stessa. Se deve risuonare fuori dall’anima, essa deve darsi un nome proprio, nessun altro può darle un nome. Da ciò il meraviglioso accordo che invadeva tutti gli uditori allorché veniva pronunciato il nome di Jahvè, che significa “io” o “io sono”. Nel nome che l’anima dà a se stessa, il Dio comincia a parlare in noi».

Sarebbe davvero paradossale che, dopo aver pronunciato queste chiare ed emblematiche parole, Rudolf Steiner segretamente identificasse due entità spirituali tra loro così diverse ed opposte come Lucifero e Jahve. Sarebbe stato un introdurre nelle anime degli ascoltatori una non verità, una esiziale menzogna, cosa che ripugnava a Rudolf Steiner come null’altro. Infatti, nella seconda conferenza del medesimo ciclo, quella del 23 Agosto, alle pp. 22, leggiamo:

«Vi è una sentenza occulta oggi che può meglio venir divulgata: «Ogni menzogna è un assassinio nel mondo astrale!». Questa sentenza è di immenso significato; la sua importanza è però riconosciuta soltanto da chi possiede la conoscenza dei mondi superiori. […] Diffondere la conoscenza di questa verità vuol dire fondare la morale, non già predicarla. Enunciando la verità, si crea una forma-pensiero, che il veggente può ravvisare dalla sua struttura e dal colore, benefico per la vita del prossimo. Un pensiero contenente una verità muove verso l’essere al quale si riferisce, giovandogli e vivificandolo. Dunque, se io penso una verità sul mio simile, ne rinvigorisco la vita; mentendo sul suo conto, dirigo invece verso di lui una forza avversa, che agisce in modo deleterio, persino uccide. Ogni verità produce un elemento propizio alla vita, ogni bugia un elemento che la ostacola. Chi sappia queste cose sarà più prudente, riguardo al vero o al falso, di colui a cui si predica:«attento a dire sempre la verità».

In un altro importante ciclo, tenuto a Monaco dal 22 Maggio al 6 Giugno 1907, Die Theosophie des Rosenkreuzers, GA-99, tradotto in italiano col titolo La saggezza die Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella sesta conferenza, quella del 30 Maggio, La legge del destino, alle pp. 61-62, Rudolf Steiner usa parole ancora più severe e radicali. Infatti, vi  possiamo leggere:

«Per il mondo astrale è molto differente esprimere un pensiero vero o uno menzognero. Un pensiero si riferisce di solito ad una cosa determinata, ed è vero se corrisponde alla cosa stessa. Quando accade per esempio un fatto qualsiasi, esso ha il suo effetto nei mondi superiori; se poi qualcuno racconta il fatto in modo vero, dal narratore si espande una figura astrale che si unisce con quella che muove dal fatto stesso; le due figure si rafforzano, e le forme così rafforzate servono a rendere il mondo dello spirito sempre più articolato e ricco di contenuto, quale l’umanità ha bisogno che sia per poter progredire. Se si racconta invece il fatto in modo menzognero, non corrispondente alla realtà, il racconto del narratore si incontra con quel che esce dal fatto stesso, e le due figure cozzano una contro l’altra, distruggendosi reciprocamente. Distruzioni del genere, causate da menzogne e simili ad esplosioni, agiscono come un’ulcerazione che distrugge l’organismo. Le menzogne uccidono dunque le formazioni astrali che sono sorte e che debbono sorgere, arrestando o distruggendo così una parte dell’evoluzione. Chi in effetti dice la verità porta avanti l’evoluzione dell’umanità, mentre chi mente la ostacola. Ne deriva una legge occulta, e cioè che la menzogna, vista spiritualmente, è un assassinio. Non soltanto essa uccide una formazione astrale, ma è anche un suicidio, perché chi mente crea degli ostacoli anche sul proprio cammino; nel mondo spirituale si vedono dappertutto effetti del genere. Il chiaroveggente vede dunque che ogni pensiero e ogni sentimento ha i suoi effetti sul piano astrale».

Le conseguenze di un tale principio occulto sono enormi per la vita dell’uomo comune, e solo sono ancor più, e a più forte ragione, per la vita interiore del discepolo dell’Iniziazione, nonché della Comunità spirituale della quale egli fa parte. E proprio questo è il motivo per il quale nell’Antroposofia, nella rosicruciana Scienza dello Spirito, si dà così grande valore ad un severo, austero, volitivo, addestramento del pensare. La stessa purificazione, e il riorientamento in senso spirituale, del sentire sono la conseguenza, e non la premessa, di questo ascetico addestramento volitivo del pensare. «La via del cuore passa per la testa», avverte Rudolf Steiner sùbito al principio, nel primo capitolo, L’azione umana cosciente, a p. 21, della sua Filosofia della Libertà, tradotta da Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, e non viceversa. Questo perché la Via rosicruciana è una ‘Via spirituale’, che scientificamente parte dalla sostanza interiore del pensare lucidamente sperimentato, e non una ‘via dell’anima’ che, invece, facilmente muove in una emotività sognante, scambiata per il sentire celeste, e che facilmente apre la strada ad ogni sorta di errore ed illusione, ad ogni infatuazione e menzogna su se stessi. Per cui il benevolo lettore mi perdoni se continuo, in maniera antologicamente pedante, a citare le limpide, assolutamente non equivocabili, parole di Rudolf Steiner. Nella dodicesima conferenza – quella del 2 Settembre 1906 – del citato ciclo Alle porte della Scienza dello Spirito, a p. 126 troviamo:  

«Indipendenti al massimo si è nella disciplina rosicruciana. Qui il maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci per esempio sul nostro piano fisico, osserviamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le osservazioni astrali; e l’udito spirituale vale soltanto nel mondo spirituale. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece, penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dalla disciplina rosicruciana, la quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Già lo studio delle verità spirituali e i diretti esercizi del pensiero, portano ad un pensare più approfondito. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La filosofia della libertà, Verità e scienza, scritti appositamente in uno stile che consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Anzi, chi nulla sapesse di scienza dello spirito, ma avesse studiato queste opere, già potrebbe, solo per questo, orientarsi nei mondi superiori. Questo è il sistema della disciplina rosicruciana. Il proprio, acuto pensiero è la più vera guida interiore. Il maestro è dunque soltanto un buon amico che consiglia il discepolo; poiché il guru migliore lo si educa nell’individualità propria col proprio raziocinio. Anche in questo caso, naturalmente il maestro è necessario per consigliarsi sul come raggiungere uno sviluppo indipendente».

Massimo Scaligero, che ‘Iniziato’ e ‘Maestro’ lo era per davvero, si era data, sin dalla sua giovinezza, una severa, austera, formazione interiore: anche nel campo del pensiero filosofico e in quello scientifico. La trattazione ch’egli ne fa ne La logica contro l’uomo lo dimostra ampiamente. Addirittura, da colloqui che sia mio fratello che io avemmo con lui, nei primissimi anni settanta del trascorso secolo, fu chiaro persino come egli conoscesse bene, e di persona, uno scienziato di grandissimo valore, e di formazione sia scientifica che filosofica, come il Prof. Vasco Ronchi di Arcetri – ch’egli definì «un coraggioso» – e come conoscesse la difficile, sottile, problematica della ronchiana ‘scienza della visione’, e le sue conseguenze epistemologiche per la teoria della conoscenza in filosofia. Il rigore di pensiero, la severa consequenzialità logica e scientifica, di Massimo Scaligero furono la ragione che mi conquistò sùbito, e mi determinò a consacrarmi in maniera risoluta alla pura Via del Pensiero, all’Ascesi della Concentrazione. In un aureo opuscolo dattiloscritto, Regole essenziali per lo sviluppo interiore, secondo la Scienza dello Spirito, ch’egli dava a chi decideva di percorrere il sentiero iniziatico, in parte parafrasando, ma anche precisando e approfondendo, quanto detto da Rudolf Steiner nella sopra citata conferenza, Massimo Scaligero così scrive:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o «rosicruciana»: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘p e n s a r e’: senza il quale oggi non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. un pensiero logico che divenga coscientemente veste di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da un tale principio, la disciplina rosacruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario.

Il Guru è, nella disciplina rosacruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, poiché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del pensiero vivente».

Allontanarsi da questa spirituale, essenziale, ‘scientificità’, divergere dal rigore, e dallo stellare, spinozianamente ‘geometrico’, nitore, che la Via del Pensiero assolutamente esige, significa avventurarsi negli obliqui sentieri del misticismo soggettivo; significa aprirsi ad un ambiguo sperimentare che, in maniera sin troppo facile, scivola nel mondo delle illusioni; significa, infine, sprofondare in un equivoco, e guasto, mare di percezioni e sensazioni, che non sono indipendenti dal coinvolgimento corporeo. Nei colloqui che, a partire dalla metà degli anni ottanta del secolo scorso ebbi con lei, a Dornach, alla sede del Lascito, o a casa sua, Hella Wiesberger mise sempre l’accento sull’assoluta necessità di una Via che facesse radicalmente appello all’esperienza del pensiero puro, come conditio sine qua non della certezza, della non erranza, nell’esperienza spirituale. Mi spiegò come testi di Rudolf Steiner quali Teosofia, Iniziazione, Scienza Occulta, rappresentino tre vie di approfondimento della Scienza dello Spirito: testi, ognuno dei quali venivano da lui consigliati singolarmente a varie personalità – a chi uno, a chi un altro – per essere approfonditi in uno studio meditativo protratto per tutta la vita. Ma che, al di sopra di questi tre testi scritti, vi era la sua Filosofia della Libertà, che rappresentava, per chi la percorreva, una Via Regia, superiore alle altre tre, e che quella era la Via di Marie Steiner. Così mi disse.  

Nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono Conoscenze dei Mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano 2013, vi è un’Appendice di estrema importanza, che Rudolf Steiner aggiunse nell’edizione del 1918. In tale Appendice – più volte, molto opportunamente, ricordata su Ecoantroposophia dal nostro Isidoro – Rudolf Steiner mostra, con estrema chiarezza, quale sia la fonte di ogni errore, di ogni perniciosa illusione, nello sperimentare spirituale. Sùbito all’inizio di tale Appendice, a p. 162, egli così avverte:

«La via alla conoscenza sovrasensibile, descritta in questo libro, conduce a esperienze animiche nelle quali è specialmente importante che il discepolo non si abbandoni ad alcuna illusione o malinteso in merito. In questo campo riesce facile esser tratti in inganno. Una delle illusioni, e la più importante, nasce spostando l’intero campo della sperimentazione animica di cui si parla nella vera scienza dello spirito, in modo da sembrare che essa si debba confondere con la superstizione, con i sogni visionari, con la medianità e con parecchi altri deviamenti dell’aspirazione umana»,

e, in maniera oltremodo incisiva, alle pp. 167-168, così prosegue:

«Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico-spirituale. È possibile per l’uomo vivere queste esperienze soltanto se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nelle esperienze della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, si forma pensieri che non derivano da quelle esperienze. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Stimano che nulla si possa pensare che non sia tratto dalle percezioni o dalla vita interiore dipendente dal corpo, e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni e di esperienze interiori. Lo crede però soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. Chi l’ha sperimentata sa, per esperienza che sempre, quando il pensare domina nella vita dell’anima, e nella misura in cui il pensare compenetra le altre funzioni dell’anima, l’uomo è coinvolto in un’attività alla cui formazione il suo corpo non partecipa. Nella vita ordinaria dell’anima, il pensare è quasi sempre commisto ad altre funzioni animiche: percepire, sentire, volere, e così via. Queste altre funzioni si formano per mezzo del corpo. Il pensiero agisce però in esse, e nella misura in cui vi agisce, si svolge nell’uomo e per suo mezzo qualcosa a cui il corpo non prende parte. […] Nell’esperienza interiore ci si può però animicamente spingere a sperimentare la parte pensante della vita interiore da sola, anche separata da tutto il resto. Dall’ambito della vita animica si può liberare qualcosa che è solo costituito di puri pensieri; di pensieri che esistono di per se stessi, dai quali è escluso tutto ciò che è dato dalle percezioni, o dalla vita interiore dipendente dal corpo. Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, grazie a ciò che sono, come qualcosa di spirituale, di soprasensibile nella sua essenza. L’anima che si unisce a tali pensieri, in quanto nell’unione esclude da sé ogni percezione, ogni ricordo, ogni abituale vita interiore, sa di essere con il pensiero stesso in una regione sovrasensibile, e sperimenta se stessa al di fuori del corpo».

Questo è, nella Scienza dello Spirito, l’unico, autentico, sicuro criterio di assoluta certezza nell’esperienza interiore. Questa è la ‘porta stretta’ della aspra, faticosa, eroica, Via del Pensiero, che molti evitano, per scivolar poi più comodamente in un meno cosciente, meno faticoso, ma molto più equivoco, e pericoloso, sperimentare animico inevitabilmente condizionato dalla corporeità. Scivolare che diviene fonte inesausta di tutte le forme di medianità, di tutti i visionarismi sognanti, di tutte le allucinazioni, di tutte le patologie dell’anima. Su questo punto, Rudolf Steiner, nel proseguo della suddetta Appendice del 1918 al libro Iniziazione, alle pp. 163-165, non lascia spazio alcuno ad ambigue “interpretazioni”, tanto è chiara la sua esposizione:  

«Gli uomini diventano però subito diffidenti se devono cominciare col fare qualcosa di puramente animico, affinché si manifesti loro qualcosa in sé indipendente da loro. Per il fatto di doversi preparare ad accogliere la manifestazione, credono di averne formato il contenuto. Vogliono esperienze alle quali per nulla si contribuisca, di fronte alle quali si rimanga del tutto passivi. Se inoltre uomini del genere ancora ignorano le più semplici condizioni necessarie alla comprensione scientifica di uno stato di fatto, allora, nei contenuti e nei prodotti animici in cui l’anima  si abbassa al di sotto del grado di autoattività cosciente che si trova nella percezione sensoria e nell’azione volontaria, vedono una manifestazione obiettiva in un’essenza non sensibile. Tali contenuti animici sono le esperienze visionarie, le manifestazioni medianiche.

Ciò che si palesa però attraverso manifestazioni siffatte non è un mondo soprasensibile, ma subsensibile. […] Nelle esperienze visionarie  nelle produzioni medianiche l’uomo si pone del tutto alle dipendenze del corpo. Elimina dalla propria vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà. Di conseguenza i contenuti animici diventano semplici manifestazioni della vita corporea. Le esperienze visionarie e la produzione medianica risultano dalla circostanza che in quelle esperienze e in quelle produzioni l’uomo con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita abituale percettiva e volitiva. Nelle esperienze soprasensibili intese in questo libro, l’evoluzione delle esperienze animiche procede in direzione opposta a quelle visionarie e medianiche. L’anima si rende man mano più indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita percettiva e volitiva. Arriva all’indipendenza che si può realizzare nell’esperienza del pensiero puro, per darsi a un’attività animica molto più vasta. […]

L’esperienza soprasensibile deve essere una continuazione dell’esperienza animica che può già essere raggiunta nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante poter sperimentare quell’unione nel modo giusto, perché dalla comprensione di tale unione dipende la luce che può anche recare una visione giusta sulla natura della conoscenza sovrasensibile. Se l’esperienza animica dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, quella visione si troverebbe sopra una via sbagliata per la vera conoscenza del mondo sovrasensibile: verrebbe afferrata dalle funzioni corporee; ciò che sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione del sovrasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Quanto qui affermato da Rudolf Steiner spiega ad abundantiam il come e il perché degli errori di chi, senza una solida, scientifica, base spirituale di pensiero, si inoltra avventurosamente nel campo dell’esperienza spirituale stessa. Dai frutti guasti e malsani, ad un pensare forte, limpido, e logicamente consequenziale, è possibile inferire la natura dell’albero che li produce. E questo è un esame, un controllo, che può essere compiuto da chiunque voglia servirsi in maniera sana, coraggiosa, e spregiudicata, del proprio pensare. Molto vi sarebbe da dire, poi, circa gli errori, e le gravi conseguenze dei medesimi, che un sedicente ‘chiaroveggente veder’ di Orao produce. Dovrò affrontare – e il candido lettore mi creda: mi pesa molto nell’anima il doverlo fare – altri errori, ed alcune fuorvianti indicazioni che possono portare il troppo fidente sperimentatore a severe situazioni, a difficoltà veramente gravi. Ma son costretto a rimandare alla sesta parte di questo mio studio su il libro Resurrezione di Orao, perché come afferma il mio amato Dante nel XXXIII canto del Purgatorio, vv. 139-141:    

ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.  

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO
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