L’ARCHETIPO-AGOSTO 2024
Anno XXIX n. 8
Agosto 2024



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Ove si educasse l’anima al suo vero rapporto col sistema muscolare, questo acquisirebbe, per virtù cosciente, sempre maggiore autonomia del proprio movimento: la sua forza attingerebbe sempre più direttamente alla sorgente metafisica. E sarebbe esperienza ulteriore dell’anima.
La coscienza è insufficiente al suo rapporto con la corporeità, essendo coscienza dell’organismo fisico: perciò tende a far leva, più che per se medesima, sul rapporto immediato che è il corpo. Con ciò si impedisce di avere un obiettivo rapporto con il corpo: opprime e distrugge il corpo.
L’autonomia della corporeità non è il risultato di una diminuzione della coscienza, bensì di un rafforzamento.
Così l’euritmia è l’arte di ricongiungere il movimento del corpo e degli arti, in quanto manifestazione individuale, con i ritmi del cosmo, la cui vita affiora nello spazio: come movimento. Viene ricongiunto il pensiero che vuole nel movimento del corpo e delle membra nello spazio, con il pensiero originario. Perciò il movimento tende a esprimere la parola originaria da cui è nato l’essere corporeo.
L’euritmia non può essere tecnica: dove essa è soltanto tecnica, la sua arte perisce e le forze del movimento proiettate nella corporeità per via della coscienza riflessa, divengono distruttive.
L’arte dell’euritmia è iniziatica: non patisce adattazione profana, o scolasticismo, potendo essere trasmessa ai discepoli mediante ordinario insegnamento, a condizione che questo, in colui che insegna, sia in veste di contenuto fluente per virtù super-individuale.
La trasmissione dell’arte non è tecnica, ma virtù del maestro che nella sua opera si giova della tecnica, come di una forma vivente, la cui anima è il ritmo stesso della corporeità nel movimento incorporeo: il movimento. Il movimento originario non è spaziale, ma mediante la mobile figurazione della forma umana entra nello spazio e, grazie alla coscienza individuale dello spazio, può fluire dal cosmo nella terra, recando i lineamenti di un volere superumano.
L’euritmia è il meditare profondo immeditato, ma tracciato in figure di luce e di spazio. E’ il meditare che non dà luogo a conoscenza o visione, perché si esprime direttamente nella sonorità della parola e nel movimento. La conoscenza o la visione possono conseguire in altro tempo e silenzio. L’euritmia è il meditare che fluisce immediato nell’individuo corporeo, come incontro dell’essere del tempo con l’essere dello spazio: perciò gli è necessaria la virtù della spontaneità propria al pensiero sorgivo. Tale spontaneità riprende in sé e incanta la potenza degli istinti: la trasferisce in una <<zona>> in cui opera per lo spirito.
La potenza degli istinti, come potere serpentino, che inevitabilmente si sprigiona dalla discesa della virtù del movimento, viene dominata e trasfigurata da colui che insegna l’euritmia, e così dominata e trasfigurata opera nel rapporto con il discepolo. Ma ove manchi l’impegno primo della meditazione nel maestro, l’èmpito serpentino opera in luogo della luce nel movimento. Il movimento come espressione della tecnica euritmica si estrania all’elemento ispirativo, e opera inconsciamente come veicolo di forze istintive: nelle quali si scatena sottile e divoratrice la sensualità.
La magia del movimento è l’espressione immediata del pensiero universo, secondo leggi realizzate nella struttura del corpo: riaffioranti ogni volta nel suo incedere e operare mediante gli arti nello spazio: risonanti nella parola, per un’ulteriore vita.
Il volere originario come parola creatrice si esprime nella corporeità: l’anima dell’uomo può lasciarsi permeare dall’amore originario vivendo nel mistero del movimento corporeo secondo l’arte dell’euritmia e abbandonandosi a una più alta vita, che fluisce perché chiamata a congiungersi con le profondità corporee in cui normalmente si esprime per via di sonno della coscienza.
Ma l’arte dell’euritmia è inseparabile da uno spirito di saggezza e da un’alta moralità che non lasciano all’egoità impossessarsi della tecnica euritmica per esprimersi in brillante geometrismo: questo diviene una distruttiva magia, destinata a paralizzare la vita cosciente dei discepoli sino a forme di alterazione mentale.
MASSIMO SCALIGERO
da MAGIA SACRA – UNA VIA PER LA REINTEGRAZIONE DELL’UOMO
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Fin dai primordi della civiltà il colloquio tra le entità di luce e gli esseri umani ha preso i sentieri leggendari della mitopoiesi colmando di segni ogni vicenda terrestre degna di nota.
Gli Dei vivono nel mito perché esso dà compimento al loro canto che si trasforma in vicenda terrestre.
Non c’è evento significativo che non promani dal canto sapiente delle gerarchie che sostengono la missione cosmica della libertà affidata a quell’essere, per ora incompleto, che viene chiamato uomo.
Gli Dei luminosi e perenni in cerchie solenni accordano le voci intonando cosmiche melodie e sulla terra sgorgano idee che come onda sollevano i popoli ciascuno con una missione precisa, ciascuno con la sua tonalità di colore, ciascuno con la sua lingua, ciascuno con la sua identità. Un Dio è l’anima della missione di ogni nazione, un Dio è la lingua, un Dio è la terra stessa dove quella tribù sarà collocata. Poco cambia se a queste entità diamo nome di elfi, pianeti, deità orientali, angeli o arcangeli o potestà, cherubini,troni o dominazioni; poco importa se il loro nome viene dalla mitologia norrena o dall’Olimpo degli Dei della Grecia, o dallo stuolo delle divinità che s’incontrano nell’iconografia dell’induismo o del buddismo.
Restano pur sempre esseri di luce il cui sfolgorare si trasforma in volontà ed azione nella vita vissuta, che si trascrive in cronache diventando storia e infine mito.
Certo la storia può essere deformata, o può venire nascosta, alterata falsata dai servi della menzogna. Ma le bugie con le loro gambe corte e falsità dei giornali e dei media non vanno lontano ed alla fine la falce della verità raggiunge i servi della menzogna e sega la fuga dei disonesti mentitori. Allorquando la realtà è negata sotterrata dal falso luogo comune la verità, quella forza che scalda i cuori, rinasce sotto la forma di mito essendo il mito la lama spietata che ristabilisce il vero. Allora la storia riprende il cammino di ciò che è veridico ed eterno si solleva e profuma come rosa in giardino, ed il roseto s’espande curato dai Giardinieri: uomini e Divinità che coltivano lo stratificarsi delle memorie condivise nelle diverse civiltà. Cresce allora, sintesi di sintesi una Storia per metà umana e per metà divina e questa storia archetipica divenuta ormai perenne ed eterna che non si può cancellare prende il nome di mito.
Il mito si invera sempre e si ripete nel suo archetipo fondante. Diversificata invece è la forma che rivestirà sulla terra in quanto il mito rispetta la libertà delle forme d’ogni diversa epoca. Il Dio Odino per i Longobardi cristianizzati, si chiamò san Michele Arcangelo, troviamo tutta l’Italia costellata di santuari a lui dedicati. Cambiarono le vesti ma non l’ identità spirituale dell’entità in questione.
E questo vale anche per i luoghi: a Chartres, sorse una cattedrale sopra la sede di misteri druidici antichi. Così a Lourdes a Roma ed in mille altri posti, la terra mantenne memoria dell’incontro tra Dei luminosi ed umani capaci di rilevare la potenza in lande speciali intessute di forza.
Alessandro il Grande non poteva nascere ateniese imbrigliato dalla democrazia e senza falange. Certe intuizioni speciali si possono ottenere soltanto in paesi lontani, il realismo magico di Marquez è tutt’uno con la sua Colombia, Borges doveva nascere a Buenos Aires, Ezra Pound era americano ma scappò in Europa e tornò a Washington recluso per pazzia, dileggiato dai suoi compatrioti. Dante non avrebbe scritto la Commedia restando a Firenze. Soltanto a Vienna certa musica sublime sgorgò dal cuore di Mozart o Beethoven. Haendel dovette lasciare il continente e vivere circondato dall’acqua di un’ isola, per trovare il fulgore e la soavità della sua arte. I Beatles dovevano provenire da una brutta città portuale posta di fronte alla magica Ibernia e nel loro sangue ed in quel suolo scorreva il ricordo ancestrale delle ballate irlandesi assieme ai suoni dell’India, colonia britannica.
Il mito s’accende in taluni esseri e in luoghi prestabiliti nei tempi predisposti ad accogliere l’entità di un Dio che entra nella storia e quell’entrata o incorporazione per gli psicologi materialisti risulta essere una semplice e banalissima predisposizione.
IL MITO NON E’ LETTERATURA
IL MITO E’ VITA.
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Avrei voluto scrivere una breve biografia di Aurobindo, che a buon diritto, andrebbe collocato tra le grandi figure spirituali della nostra epoca. Ma sono così tante le avventure che ne caratterizzano vita e percorso interiore che sarei stato per sei mesi a raccogliere qualcosa che potesse venir letto. Poi credo che altri abbiano già fatto un simile lavoro.
Mi sono accontentato di estrarre qualcosa da pochi suoi testi (Aurobindo ha scritto tanto) e mi era troppo difficile cercare le righe che mostrano una notevole consonanza con le esperienze fondamentali dell’ascesi antroposofica. Anzi, so che ci sono ma non sono riuscito a trovarle. Inoltre so bene che, per chi non ha sperimentato qualcosa nella meditazione, molte cose sembreranno vuote di significato. Eppure ogni parola sottende (seppure vincolata ad una lingua che considero poco adatta alle cose dello Spirito) una precisa esperienza. Ma nonostante una apparente semplicità, cari amici, Aurobindo passa sovente dalla terra all’infinito, come era sua abitudine.
Egli ha trattato di socialità, politica, storia e vita divina, attento anche a ciò che si muoveva in Occidente.
Io, come da mia abitudine, riporto solo qualcosa della pratica del suo Yoga Integrale.
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Yoga significa unione col Divino.
L’unione può essere trascendente (sovra universale) oppure cosmica (universale) oppure individuale.
Nel nostro yoga l’unione deve essere triplice. Ciò significa raggiungere uno stato di coscienza ove non si è più limitati dal piccolo ego, né dalla mente, né dalla natura vitale, né dal corpo: uno stato di coscienza ove si è uniti col Supremo o con la Coscienza universale o con una coscienza interiore profonda ove si percepisce la propria anima, il proprio essere intimo e la verità reale dell’esistenza.
V’è una forza che accompagna la crescita della nuova coscienza e che insieme cresce con lei e l’aiuta a nascere e a completarsi: questa forza è yogashakti. Quaggiù essa è ristretta e sopita in tutti i chakra del nostro essere interiore e, alla base della colonna vertebrale, è quella che i Tantra chiamano kundalini. Ma questa forza è anche sopra di noi, sopra la nostra testa e là non è né ristretta né sopita, ma sveglia, cosciente e possente, estesa e vasta. Là attende di manifestarsi e a essa (che è il potere della Madre) dobbiamo aprirci. Essa può legare ciò che in noi è più basso a ciò che è più elevato. Può manifestarsi in noi come una forza mentale, vitale e fisica, può scendere in noi e divenire un potere per l’azione. (Lights on Yoga)
L’essere umano è composto da vari elementi.
All’esterno il corpo fisico, l’essere vitale e la mente, che hanno anche una parte sottile e interiore.
Separato sta l’essere centrale che sostiene tutto e che è il Divino nell’uomo.
L’essere centrale ha due aspetti. In alto è il jivatman, l’essere vero, di cui si prende coscienza quando giunge la più alta cognizione di sé. Al centro è il chaitya purusha che sta dietro al corpo, la vitalità e la mente. Il jivatman sta sopra la manifestazione e la presiede, il chaitya purusha è presente dietro la manifestazione e la sostiene.
All’uomo esteriore la realtà resta celata. Egli la sostituisce con il senso dell’ego, che è una formazione momentanea della natura fisica, vitale e mentale. (Lights on Yoga)
Nella mente umana vi sono molti gradi. In basso una mente meccanica, oscura e agitata o inerte e stupida che ripete le idee comuni. Sopra v’è una mente che immagina, progetta e fantastica. Più sopra v’è la mente propriamente detta, quella che ragiona, considera, scopre: è la buddhi.
La nostra mente non è creatrice: è intermediaria. Per creare, deve ricevere dall’alto un’”ispirazione”, che la metta in moto.
La mente illumina soltanto la superficie delle cose e ha un ristretto campo di visione. Ma fuori dal suo cerchio vi sono infinite cose che la mente non può vedere. Non vede ciò che è sopra, ciò che è dentro, nemmeno ciò che è sotto. Vede la superficie, che non è mai la verità delle cose: alla superficie troviamo dei fatti e non la realtà, troviamo dei fenomeni e non la conoscenza.
La nostra coscienza s’identifica di solito con la mente, ma la coscienza mentale è solo il registro umano e non esaurisce i tanti registri della coscienza, così come il nostro occhio ignora le tante gamme di colore esistenti.
L’attività ordinaria della mente è d’ostacolo all’esperienza spirituale, così come l’ostacola l’ordinaria attività vitale o l’oscura coscienza del corpo.
Il tumulto dell’attività mentale va ridotto al silenzio. La conoscenza deve venire dall’alto affinché la calma e la pace possano essere complete. In questa calma le solite attività mentali divengono moti di superficie, con i quali l’essere interiore non ha più rapporto. E’ la liberazione necessaria per la vera conoscenza.
La mente ha molti difetti, troppi per essere tutti enumerati. (Letters, Bases of Yoga, The Synthesis of Yoga)
Arresta interiormente ogni pensiero e ogni parola, sii immobile dentro, guarda in alto nella luce e guarda fuori, nella vasta coscienza cosmica che ti attornia. Sii sempre più unito allo splendore e all’ampiezza. Allora dall’alto apparirà in te la Verità e ti penetrerà tutt’intorno. (Man a Transitional Being)
Non è facile entrare nel Silenzio. Restate tranquilli, non lottate con la mente, non fate sforzi. Se la mente resta attiva, guardatela indietreggiando, senza giudizio interiore, finché le attività mentali, comuni o meccaniche, cominciano a tacere, non più sostenute dall’interno.
Il Silenzio non significa assenza di esperienze. E’ un silenzio e una calma interiori in cui tutte le esperienze possono venire, senza disturbare.
Nel silenzio non si devono respingere le immagini che si elevano in voi. E’ un segno che i piani di coscienza mentale interiore, vitale interiore e fisico sottile si stanno socchiudendo.
Nel silenzio giunge la vera conoscenza, nel silenzio è la saggezza. (Letters) (vedi anche la mia nota sulla Fattibilità dell’esperienza interiore)
La discesa dall’alto è la via decisiva dalla quale vengono la pace e il silenzio.
Talvolta il sadhak non se ne rende conto: sente la pace stabilirsi in lui o almeno manifestarsi, ma ignora come e donde è giunta. Tutto ciò che appartiene alla coscienza superiore viene dall’alto; non solo la pace e il silenzio spirituali, ma anche la luce, la potenza, la conoscenza, la visione ed il superiore pensiero, l’ananda.
Ma, fino ad un certo punto, è anche possibile che tutto quanto sorga dall’intimo: ciò avviene perché il chaitya purusha, al centro di noi stessi, è aperto direttamente all’alto e così la coscienza superiore dapprima scende nel cahitya purusha e poi si manifesta nel resto dell’essere o anche perché il chaitya purusha passa in primo piano.
Comunque, le due vie sovrane della siddhi dello yoga sono o una discesa dall’alto o una rivelazione interiore.
Invece gli sforzi della mente superficiale o delle emozioni possono far credere d’aver raggiunto qualcosa, ma i risultati sono sempre incerti e frammentari, se comparati a quelli delle due vie radicali.
Perciò nel nostro yoga insistiamo sulla necessità di “aprirsi”, affinché la sadhana rechi i suoi frutti: aprirsi verso l’alto ossia sovra la mente (overmind e supermind), verso il jivatman e aprirsi alla parte più profonda in noi, verso il chaitya purusha.
Il centro più elevato è nella testa, il centro più profondo è nel cuore, ma il centro che si apre direttamente al Supremo è sopra la testa, del tutto fuori dal corpo fisico, nel sottile, sukshma sharira.
Entrarvi è essere liberato dall’ego. (Lights on Yoga)
Nella nostra sadhana le due cose più importanti sono l’apertura del centro del cuore e le aperture dei centri della mente a tutto ciò che è dietro e sopra di loro. Infatti il cuore si apre al chaitya purusha e i centri mentali si aprono alla coscienza superiore di jivatman. La congiunzione dei due è il mezzo principale per ottenere la siddhi.
Le aperture si ottengono con la concentrazione. Di solito la coscienza si spande e corre da per tutto. Per conseguire qualsiasi cosa di una certa importanza, ci si deve concentrare su di un pensiero o su un sentimento.
La prima apertura (concentrazione nel cuore) si attua con un appello al Divino perché si manifesti in noi e perché, tramite chaitya purusha, si impadronisca dell’intera nostra natura e la diriga. L’aspirazione, la preghiera, la bhakti, l’amore, la dedizione sono i principali sostegni di questa parte della sadhana, insieme al rigetto di quanto ci sbarra la strada verso quello a cui aspiriamo.
La seconda apertura si attua con la concentrazione della testa ed il sostegno è aspirazione, richiamo, ferma volontà di far scendere nell’essere la pace, la potenza, la luce, la conoscenza, l’ananda divini: da prima la pace o la pace e la forza insieme. Bisogna accogliere favorevolmente tutto ciò che scende, poiché non v’è regola unica per tutti. Ma se la pace non è venuta per prima, bisogna stare attenti a non inorgoglirsi in un’esaltazione vanitosa, stare attenti a non perdere l’equilibrio.
Infatti spesso accade che la natura inferiore sia stimolata e eccitata dalla discesa e voglia mettersi in mezzo, distogliendo la forza a suo profitto. Capita anche che una o più Potenze, di natura non divina, vogliano farsi credere il Signore supremo o la divina Madre. Se vi si consente, ne derivano conseguenze davvero disastrose.
Se invece il sadhak dà il suo consenso solo al lavoro del Divino e s’abbandona solo alla sua direzione, allora tutto può svolgersi armoniosamente. (Lights on Yoga)
V’è uno stato in cui il sadhak è conscio della forza divina che opera in lui, o almeno dei suoi risultati, e non ostruisce la discesa con le proprie attività mentali, con la turbolenza vitale o con l’inerzia fisica. Per aprirsi il mezzo migliore è samarpana (in inglese surrender, ossia sommissione, dedizione, consacrazione). Samarpana è consacrare al Divino tutto ciò che si è e che si ha, non cercare di far prevalere le proprie idee, le proprie abitudini, i propri desideri, ecc., ma di permettere alla verità divina di sostituirli da per tutto con la sua conoscenza, la sua volontà e la sua azione.
Restate sempre connessi con la forza divina. Lasciatela compiere la sua opera.
Ovunque necessario si impadronirà delle energie inferiori e le purificherà o, in altri momenti, ve ne sbarazzerà e le sostituirà. Non lasciate che la vostra mente governi, discuta, determini ciò che occorre fare: perdereste il contatto con la forza divina e le energie inferiori riprenderebbero a agire per proprio conto e tutto diventerebbe movimento falso e confuso.
Il dono di sé o sommissione (samarpana) è richiesto a quanti praticano questo yoga, poiché senza tale progressiva consacrazione dell’essere, è del tutto impossibile avvicinarsi al nostro fine.
Nei primi tempi della sadhana, e con ciò non intendo dire un periodo breve, lo sforzo individuale è indispensabile. La sottomissione non si ottiene in un giorno. La mente ha le sue idee e vi si aggrappa, la natura vitale si oppone, la coscienza fisica è come una pietra. Solo chaitya purusha sa come consacrarsi ed esso al principio è generalmente molto velato. Quando si sveglia, conduce a una sommissione brusca e verace dell’essere intero. Fino ad allora lo sforzo è indispensabile. (Ligths on Yoga)
Rientrare totalmente in se stesso, per avere esperienze e trascurare l’azione, il lavoro, la coscienza esteriore, è uno squilibrio da un solo lato della sadhana. Il nostro è purna yoga (Yoga totale, integrale).
Ma il gettarsi all’infuori, vivere unicamente nell’essere esteriore, è anche squilibrarsi da un solo lato della sadhana.
Tutto dipende dallo stato interiore: l’azione esteriore è utile soltanto come mezzo per esprimere lo stato interiore, per renderlo efficace e dinamico.
Se fate o dite una cosa con il chaitya purusha predominante o con l’appropriato contatto interno, la cosa sarà efficace. Se fate o dite la stessa cosa sotto impulsi mentali, vitali o in un’atmosfera cattiva o torbida, la cosa sarà inefficace. Per fare una cosa vera, nel vero modo, bisogna trovarsi nella coscienza vera. Ciò è possibile nel modo crescente se chaitya purusha predomina e se l’essere intero è volto verso la Madre divina.
Quando potrete avere costantemente la percezione di un essere interiore calmo, mentre la mente superficiale svolge il lavoro, allora comincerà l’unione divina nell’azione. (Lights on Yoga)
Quando ananda viene in voi, è il Divino che entra. Ananda è più che la pace o la gioia: è la natura stessa del Divino supremo. Ananda può scendere con irruzione o frequenti discese o parzialmente o per un momento. Ma non può persistere in noi, se non siamo preparati. (Letters)
Non a tutti è dato di contenere e sopportare l’estasi possente della felicità divina. Solo coloro che sono stati bruciati dalle pene terrestri, dai calori cocenti della vita possono sopportarla senza esserne spezzati, mentalmente o fisicamente. Il vaso di terra non indurito dal fuoco, non può trattenere questo vino: si rompe e lo perde. Per poterlo contenere anche il nostro organismo deve essere preparato dai dolori e averli conquistati. (Arya, luglio 1915)
Lo yoga non è un campo di dissertazioni o d’argomentazioni mentali. Non è limitato alla mente che deve tacere.
Lo spirito del dubbio, dubita sempre: perché ne trae piacere. Esso adopera la mente come mero strumento per dubitare. Ribattere continuamente ai dubbi è del tutto vano, perché lo spirito del dubbio cerca solo se stesso e riappare perpetuamente.
La ragione non è una conoscenza che conosce, ma un’ignoranza che discute. (Letters)
Quando la pace del Supremo scende in voi, quando la Presenza divina è in voi, quando ananda si precipita su voi come una marea, quando la forza divina soffia trasportandovi come foglia al vento, quando l’amore universale fiorisce in voi e si spande in tutta la creazione, quando la conoscenza divina vi illumina e in un baleno chiarisce quanto era prima triste e cupo, quando tutto ciò che è intorno, tutto quello che vedete, udite, toccate si trasfigura nel Supremo, allora non potete più dubitare o negare, come non si nega la luce del giorno, l’aria o il sole nel cielo: solo nella fulgurea esperienza del Divino v’è certezza. (Letters)
La trasformazione della coscienza terrestre in coscienza divina è decretata e infallibile: la coscienza terrestre non ha terminato la sua ascensione e la mente umana non ne è il culmine finale.
Affinché la trasformazione avvenga, prenda forma e duri, occorre dal basso un appello e dall’alto il consenso del Supremo. La Potenza che sta tra l’appello ed il consenso è la Madre divina. Ella sola può infrangere il coperchio, strappare il velo, preparare il vascello e condurre in questo mondo d’oscurità, di menzogna, di dolore e di morte, la verità, la luce, la vita divina e l‘ananda degli immortali. (The Mother)
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L’insurrezione violenta è manifestazione fisica di un pensiero. Non è democrazia in sè.
Le ingiustizie e le vessazioni sono le conseguenze di un cattivo ordinamento sociale. E cosi si può definire pure una rivoluzione civile.
Nel pensiero di ognuno dovrebbe dominare la “democrazia” , ma così non essendo, la conseguente azione esteriore è semplicemente logica e naturale espressione di un accordo cruciale – di tutti – mancato: l’ingiustizia, così come la ribellione.
Il pensiero che mette in essere un vero ordinamento democratico dovrebbe essere vivo durante tutto il processo di detto ordinamento, non dovrebbe lasciare agli articoli (con forza) di legge e, ai meccanismi, il naturale svolgimento dei compiti, tagliati fuori – questi ultimi – dal loro spirito originario.
Il capo di stato, così come il dirigente economico, così come il lavoratore, se collegati sempre nella loro azione al pensiero morale in cui si riconoscono, contribuiscono tutti alla vita della “democrazia”.
I “principi” morali, ossia la limpidezza e la vita originaria degli uomini, sono quelli da preservare, e non la loro astrazione, dialettizzazione o demagogia conseguenti, perchè è a causa di queste ultime che gli uomini divengono prigionieri.
La prigionia è quella che si estrinseca attualmente nelle ingiustizie e nelle vessazioni, sia del povero che del ricco e del potente, quest’ ultimo ingannato da se stesso – più del povero debole e della vittima storica -, perchè fedele alla passione per le manifestazioni visibili, ritenute queste oggetti e quindi prive di vita interiore, ma non per questo incapaci di dominare chiunque abbia dimenticato per strada il proprio spirito originario.
Lo spirito originario è messo in condizione di non influire nel processo democratico ed economico.
Il denaro ritenuto mezzo sicuro di potere oggi indica le soluzioni sia al tiranno che allo schiavo.
Ma veramente schiavi sono il pensiero, la cultura, lo spirito dell’uomo.
Se questi invece potessero liberamente essere curati, senza commistione di interessi economici e politici, avverrebbe la nascita e la formazione di uomini liberi, forti e liberi di formarsi secondo la loro aspirazione originaria: l’aspirazione originaria è quell’archetipo che vuole l’uomo “superiore” e più completo rispetto al regno minerale, vegetale ed animale, non debole e suscettibile di essere manovrato e strumentalizzato, di essere asservito alla natura cieca e ai suoi sensi; avverrebbe la nascita dell’uomo vero, quello che ritiene sacro lo spirito di ognuno, sacro e libero di esprimersi in azioni veramente morali: senza escludere nessuno.
Utopia vera ed astrazione è il pensiero automatico ordinario che vede i fenomeni esteriori suscettibili di essere da quello ordinati: in realtà si mette in essere un asservimento al solo lato materiale della vita. Il materialismo è la vera astrazione, la vera utopia.
L’uomo dovrebbe mettersi a guardia e preservazione del vivere del suo spirito e non del profitto e del denaro. Non ottemperando a quella che è la sua vera Natura egli non fa altro che assicurare la vita eterna al suo Prometeo, alle sue rivoluzioni e alle sue guerre.
Siamo tutti responsabili.
Siamo tutti urgentemente e drammaticamente chiamati ad un compito radicale che non è semplice ed animalesca vita di branco unicamente finalizzata alla natura istintiva.
Se l’uomo si dedicasse ogni giorno anche a restituire la vita al suo pensare, a curare la vita del suo pensare che è “invisibile”, restituirebbe a sua volta la vita alla materia visibile, che non è da rigettare o da possedere, bensì da reintegrare della sua forza, della sua volontà ora perduta; materia da reintegrare di pensiero “vivo”, ora disanimato: l’uomo otterebbe che la natura, e ciò che egli ha creato, non si rivolterebbero più contro di lui, perchè avrebbero ritrovato il loro Signore.
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Ho sempre pensato – in maniera oltremodo estremista – che la concentrazione sia una “tecnica”, e che la meditazione sia invece un’ “arte”.
Ciò implica che la concentrazione sia essenzialmente un’operazione della volontà nella corrente del pensare, ed essa deve essere attuata con precisione scientifica, eseguita con modalità esatte, con energia, senza verun sentimentalismo, addirittura brutalmente quando necessario.
La meditazione è, al contrario, un’operazione interiore più “delicata”, implicante uno stato interiore di “degnità” interiore. Tale “degnità” non è richiesta come prerequisito della concentrazione: semmai ne è indiretto e prezioso risultato. La concentrazione richiede coraggio, energica volontà, salda risoluzione, e infinita tenacia. Perciò la concentrazione è una operazione attuabile da ogni tipo umano, anche il più “indegno”, se costui ha ferma volontà di una radicale trasformazione interiore.
La fase iniziale della concentrazione è decisamente brutale: è l’azione dell’Io come ego, che giunge ad essere così potente da attuare il volitivo annientamento della forma “ego” dell’Io: non la si può attuare senza volontà risoluta e crescente energia. Se tale sforzo interiore non viene pavidamente evitato, se non ci si risparmia, se si dà veramente tutto di noi stessi, allora la fase successiva della concentrazione si attua come atto di una volontà più sottile, più “delicata”, e in questo più affine alla meditazione.
La meditazione in quanto “arte” è un’operazione spiritualmente più “esigente”, in quanto già presuppone il conseguimento di un almeno minimo dominio del pensare, che normalmente è frutto di una intensa e prolungata disciplina della concentrazione. La meditazione si alimenta di un’energica disciplina della concentrazione. Essendo un’operazione spirituale essenzialmente non egoica, la meditazione presuppone che con l’ego si siano già fatti risolutamente i conti nella concentrazione: sino ad arrivare ogni volta sempre più al dissolvimento della forma egoica dell’Io. Questo dissolvimento dell’ego va attuato senza sconti, senza attenuazioni, senza misericordia: oggi soltanto la Via del Pensiero, come Via dello Spirito OLTRE e MALGRADO l’anima, dà concretamente questa possibilità. Non è affatto sano e consigliabile farsi troppe illusioni che attraverso le comode “vie dell’anima” si possa giungere a un dissolvimento dell’ego, e ad un’autentica azione spirituale, indipendente dal coinvolgimento nei melmosi e oscuri meandri dell’anima ferreamente legata alla natura corporea.
Il consiglio di Massimo Scaligero di una non contiguità tra la concentrazione e la meditazione, secondo la mia esperienza di sperimentalista selvaggio, è motivato dall’esigenza che sia nella concentrazione che nella meditazione l’asceta deve tendere a dare tutto se stesso, impegnandosi senza residui con tutta la sua volontà, sino al superamento del limite personale.
La concentrazione che deve essere tenuta temporalmente distinta dalla meditazione, è quella che intensificandosi diviene concentrazione profonda ed infine contemplazione ed esperienza della pura forza-pensiero vuota di pensieri. In quanto tale, la concentrazione profonda è essa stessa “meditazione”. Meditazione e concentrazione hanno lo stesso scopo: divenire esperienza della forza fulgurea del cosmico pensare pre-individuale, che si fa individuale in noi nella contemplazione meditativa e concentrativa, senza tuttavia cessare di fluire in noi nella sua purezza sovraindividuale.
Tuttavia, per esperienza personale, un breve esercizio di concentrazione può essere efficacemente introduttivo alla meditazione profonda: Una breve concentrazione può disperdere il “fatuo accendersi dei pensieri”, riducendoli al silenzio ed instaurando quel clima interiore che è necessario all’attuarsi della meditazione. Essendo quella del meditare una “arte” sottile e spirituale, pur dovendo essere sempre estremamente rigorosi, non si può essere in essa legnosamente rigidi seguendo ottuse regolette filistee. E Massimo Scaligero consigliava pratiche diverse a persone diverse, a seconda della reale esigenza interiore ogni volta riscontrata. Questo non significa affatto che nel meditare si possa fare come più aggrada, ossia quel che compiace ogni volta all’ego. Anche un savio medico darà farmaci diversi a pazienti diversi, e ciò ovviamente non autorizza un paziente ad assumere a suo libito i farmaci più diversi: gli effetti sarebbero sicuramente disastrosi.
L’arte della meditazione si alimenta della concentrazione e dello studio rituale della Via del Pensiero, altrimenti facilmente può prendere ambigui “sentieri laterali”. La Concentrazione – parola di Massimo Scaligero – perseguita con coraggio, tenacia, fedeltà e volontà consacrata, da sola, può portare all’Iniziazione. La meditazione, senza la Concentrazione, porta facilmente alla follia.
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