Ottobre 2014

L’ARCHETIPO – NOVEMBRE 2014

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 69

Socialità
O. Tufelli Corpi di luce

Poesia
F. Di Lieto Quelli

Pubblicazioni
A. Gallerano Rosa era l’alba

AcCORdo
M. Scaligero Il fiore azzurro

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Esercizi
F. Giovi La concentrazione educa l’anima?

L’intervista
G. Burrini Crepi l’avarizia!

La conferenza
A. Lombroni Voci dello Spirito

Musica
Serenella L’ABC della musica

Esoterismo
M. Iannarelli La missione occulta dell’anima di popolo italiana

Inviato speciale
A. di Furia Quell’insipido di Farfarello

Spiritualità
R. Steiner La Scienza dello Spirito, fonte suprema…

Il racconto
F. Di Lieto L’alluvione

Civiltà
T. Diluvi Taser

Costume
Il cronista Danze macabre

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Il ventre della balena

Arretrati

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LA LETTERA DI REYHANEH

R

Quando mi sono consultato con gli altri, per la possibilità di pubblicare l’ultima lettera alla madre di questa giovane condannata a morte, loro mi hanno, giustamente, chiesto di accompagnare lo scritto con qualche parola.

Mi risulta ovviamente impossibile commentare il fatto in sé e le emozioni che lo scritto mi suscitano. Penso che, quando lo leggerete, anche in voi nasceranno pensieri che andranno a toccare l’intimo. Nulla, credo, che si possa descrivere con le parole. Altresì sono convinto che tutti voi (ognuno a suo modo) troverete “qualcosa” in queste frasi toccantissime.

L’unica cosa che mi sento di aggiungere è una riflessione su come il Pensiero Vivente non solo vada oltre all’enorme atrocità dell’uomo ma  riesca anche a risplendere sopra convenzioni, stati sociali e persino sopra alla parte umana di un culto.

Ma ci rendiamo conto di cosa deve accadere per capire la nostra atrocità?

Vi lascio alla lettura. E forse alla speranza, per flebile che sia.

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Cara madre, oggi ho appreso che ora è il mio turno di affrontare la Qisas ( la legge del taglione del regime iraniano, ndr). Mi ferisce che tu stessa non mi abbia fatto sapere che ero arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non credi avrei dovuto saperlo? Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella orribile notte io avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all’obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti e qualche anno dopo saresti morta per questa sofferenza e sarebbe andata così.
Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da qualche parte ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita. Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare la lezione e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte bisogna lottare.
Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che si deve essere una signora di fronte alle discussioni e alle lamentele. Ti ricordi quanto notavi il modo in cui ci comportavamo? La tua esperienza era sbagliata. Essere presentabile in tribunale mi ha fatto apparire come un’assassina a sangue freddo. Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata, perché avevo fiducia nella legge. Ma sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. Lo sai, non uccidevo neanche le zanzare e gettavo via gli scarafaggi prendendoli dalle antenne e ora sono diventata un’assassina volontaria. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato come un comportamento mascolino e il giudice non si è neanche preoccupato di tenere in considerazione il fatto che all’epoca dell’incidente avevo le unghie lunghe e laccate. Quant’è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai contestato il fatto che le mie mani non sono ruvide come quelle di uno sportivo, specialmente un pugile. E questo paese per il quale tu hai piantato l’amore in me, non mi ha mai voluto e nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni in isolamento.
Cara mamma, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’epoca. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce.
Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcun altro, in modo che quando verrò giustiziata senza la tua presenza e senza che tu lo sappia, ti vengano consegnate. Ti lascio molto parole scritte a mano come mia eredità.
Però, prima della mia morte voglio qualcosa da te, qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze.
In realtà è l’unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che avrai bisogno di tempo per questo. Ti prego non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Mia dolce madre, l’unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra.
Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via.
Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo ad esso ed abbraccio la morte. Perché di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli ispettori, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi. Nel tribunale del creatore accuserò tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male ed hanno calpestato i mie diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che a volte ciò che sembra vero è molto diverso dalla realtà.
Cara Sholeh dal cuore tenero, nell’altro mondo siamo tu ed io gli accusatori e gli altri gli accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

Reyhaneh

CARL GUSTAV JUNG E LA SUA PSICOLOGIA ANALITICA CONTRO L'ANTROPOSOFIA DI RUDOLF STEINER

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Avevo deciso di rispondere a Isidoro, Savitri, Marzia, Mir 83, Salibus, in coda allo scritto di Massimo Scaligero, pubblicato della nostra Savitri, ma data l’estensione dell’argomento e delle risposte, si è rivelato necessario affrontare l’affaire Jung più diffusamente in un apposito articolo.

È bene, tanto per togliere subito alquante morbide illusioni a chi ancora  le abbia, riportare alcune espressioni di Carl Gustav Jung nei confronti di Rudolf Steiner e della Scienza dello Spirito.

In una lettera del 29 novembre 1935, lo psichiatra zurighese, creatore di una sedicente «psicologia del profondo», che ebbe la mala ventura di sedurre molti nobili spiriti, che non giungevano a scorgerne l’equivoca posizione conoscitiva e le nefaste conseguenze pratiche, terapeutiche ed etiche, Jung così scriveva:

«Cara Frau Patzelt,

io ho letto pochi libri di Rudolf Steiner e devo confessare  di non aver trovato in essi la benché minima utilità per me. Dovete capire che io sono un ricercatore e non un profeta. Quel che mi riguarda è ciò che possa essere verificato attraverso l’esperienza. Ma non sono assolutamente interessato a ciò che può essere speculato senza veruna prova di sorta. Tutte le idee che Steiner propone nei suoi libri potete leggerle già nelle fonti indiane. Qualsiasi cosa io non possa dimostrare nel dominio della esperienza umana,  lo metto da una parte e se qualcuno afferma di conoscere su ciò più di me, gli chiedo di fornirmene le prove necessarie.

Ho letto pochi libri sull’Antroposofia e un bel mucchio sulla Teosofia. Ho conosciuto pure moltissimi antroposofi e teosofi ed ho sempre scoperto, con mio grande dispiacere, che tutte queste persone immaginano ogni sorta di cose. Che sono affatto incapaci di offrirne prova alcuna. Non ho pregiudizi nei confronti le massime meraviglie, se qualcuno me ne dà le necessarie prove. E nemmeno esiterò ad ergermi per la verità, se riconosco che essa possa essere provata. Ma mi guarderò dal fornire al novero di coloro che adoperano affermazioni non provate per reggere un sistema del mondo, pietra alcuna che si trovi sulla superficie di questa Terra.

Poiché Steiner non è o non è stato capace di intendere le iscrizioni ittite ancora non decifrate, e tuttavia capiva la lingua di Atlantide, della quale non esiste nessuno che la conosca, non vi è ragione di eccitarsi a proposito di qualsiasi cosa che Herr Steiner abbia detto.

Sincerissimamente Vostro,

C.G. Jung ».

[Letters, Vol. I, pp. 203-204]

Bandendo ogni  volontà di autoillusione, bisogna riconoscere dall’esame della sua stessa opera, che la concezione del mondo di Jung, malgrado le apparenze, non ha nessun punto di contatto con qualsiasi forma di ricerca spirituale antica o moderna, orientale o occidentale. Non solo si oppone al fatto che le pratiche dello Yoga antico possano essere applicate all’uomo occidentale, cosa che sarebbe ben comprensibile da punto di vista della moderna Scienza dello Spirito occidentale, bensì egli si oppone alle idee del karma, della reincarnazione, dell’evoluzione spirituale dell’individuo e del Cosmo.

In una lettera del 1923, indirizzata a Oskar A. H. Schmitz, Jung non solo si oppone alle concezioni spirituali comuni alle civiltà dell’Oriente e alla occidentale Scienza dello Spirito, ma giunge addirittura a difendere la stessa ideologia razzista e irrazionalista, già allora ampiamente circolante nella Germania degli anni Venti, e fatta poi propria dal nazionalsocialismo. Arriva a contrapporre apertamente le concezioni «primitiviste» germaniche, molto simili a quelle professate dalla Thulegesellschaft di von Sebottendorf, a quelle umanistiche, illuministiche, orientali, e persino cristiane. Ovviamente il rifiuto è anche nei confronti dell’Antroposofia la quale, aldilà  della sua impostazione particolare e delle differenze specifiche, ha molte idee in comune con la Sapienza d’Oriente.

Jung bara alla grande nel suo apparente porsi su un piano scientifico di rigorose verifiche sperimentali. Chiunque abbia letto le opere scritte fondamentali di Rudolf Steiner, sa benissimo che Steiner propone un rigoroso metodo di evoluzione interiore e di esperienza spirituale diretta e verificabile. Ma il creatore della psicologia analitica non vuole accedere ad una tale esperienza spirituale oggettiva, né tampoco mettere in atto  un’ascesi di trasformazione dei propri mezzi conoscitivi, di trasformazione morale e di formazione di organi animici e spirituali di conoscenza e di azione spirituale. E questo suo rifiuto vale naturalmente tanto nei confronti delle Vie orientali quanto della Via indicata dalla Scienza dello Spirito.

In una lettera che Jung, già ultra sessantenne, scrisse nel 1937 a Svami Devatmananda, egli inizia subito affermando che per lui non ha alcun senso la ricerca dell’Infinito:

«Non so perché vi siano persone che hanno la volontà, o un anelito per l’Infinito. Io non sono un filosofo, sono un empirista. Ma ammetto che vi siano persone del genere. […]

So che in Oriente si spiega la particolare forma del carattere individuale attraverso la dottrina del karma. Questa è una dottrina che uno può credere o rifiutare. Non essendo un filosofo, bensì un empirista, mi manca la prova oggettiva. La scienza non ha risposte alle domande che vadano oltre le possibilità umane. Non abbiamo nessuna prova delle funzioni oggettive della psiche a prescindere dal cervello umano vivente. In ogni caso non vi è qualsivoglia possibilità di esaminare una tale condizione psicologica, supposta esistere al di fuori del cervello umano. Noi possiamo pensare ogni sorta di cose a proposito di una tale ipotetica condizione, ma la risposta è una mera presunzione che può soddisfare l’umano desiderio di una fede, ma non il desiderio di conoscenza». (p. 227).

Questo è un chiaro attaccare l’idea del karma, di attaccare altresì quella dell’esperienza spirituale diretta, per incatenarsi, ad onta del proclamato empirismo radicale, ad una concezione materialistica, tutt’altro che scevra di presupposti, di indimostrate ipotesi clandestine, una concezione fideistica, scientificamente insostenibile.

Egli è volutamente ambiguo. In seguito parlerà talvolta, con apparente simpatia, dello Yoga, ma sempre come «fenomeno psicologico», da studiare psichiatricamente o psicologicamente, non come obbiettiva Via spirituale. Come esempio di una tale ambiguità, ben poco scientifica, valga quanto è riportato a p. 294 del primo volume delle sue Letters:

«Allorché io dico ‘Dio’, sto parlando esclusivamente di affermazioni che non ipotizzano affatto il loro oggetto. A proposito di Dio io non ho asserito niente, perché secondo la mia premessa assolutamente nulla può essere asserito circa Dio stesso. Tutte quante simili asserzioni si riferiscono alla psicologia della immagine-Dio. La loro validità perciò non è mai metafisica, bensì unicamente psicologica. Tutte quante le mie asserzioni, riflessioni, scoperte, etc,. non hanno il più remoto rapporto con la teologia, ma sono, come ho detto, unicamente affermazioni circa fatti psicologici. Questa autolimitazione, che è assolutamente essenziale in psicologia, viene generalmente trascurata, donde sorge una confusione disastrosa, con il risultato che appare come se io ardisca di fare giudizi metafisici».

Dietro ad un tale ottuso materialismo, al suo cieco scetticismo, travestito da empirismo, al suo ambiguo agnosticismo, vi è ben chiara la dimensione della paura, addirittura quella del terrore panico di fronte alla dimensione sovrasensibile, che farebbe crollare miseramente tutto il suo edificio intellettuale e psicologico, sul quale aveva fondato la sua vita. In tale paura inconfessata, vi è il vietarsi di accedere all’esperienza dello spirituale, per poter affermare poi che non è sperimentabile, perché lui non lo ha sperimentato. E invece il sovrasensibile, lo spirituale, è sperimentabile. Anche se lui vigliaccamente evita di farlo. È sperimentabile, come lo era negli Antichi Misteri del Mondo Classico, ma ciò è un voler affrontare da vivi l’esperienza – non certo la vuota dialettica discorsiva di essa – del morire prima di morire, senza morire.

Per non confessarsi un tale terror panico di fronte alla travolgenza del Sovrasensibile superumano, Jung sceglie la beffarda negazione e, quando proprio necessario, persino la vera e propria fuga, fisicamente intesa, come fece nei confronti di Ramana Maharshi. Gli anglosassoni chiamano pittorescamente una tale viltà conoscitiva “cool feet”, che può tradursi come “freddo ai piedi”. Infatti nel tardo autunno del 1937, Jung era stato invitato dal Governo britannico in India per partecipare alle celebrazioni della Università di Calcutta, ove gli veniva offerta tra l’altro una laurea ad honorem. Jung aveva conosciuto la figura di Ramana Maharshi attraverso il suo amico, il grande indologo Heinrich Zimmer, che aveva incontrato nel 1930. Addirittura aveva scritto una introduzione al libro, Der Weg zum Selbst, La Via al Sé, che questi aveva scritto sul Saggio di Arunachala. Evidentemente, gli onori accademici solleticavano la vanità del suo ego umano-troppo umano, ma l’incontro con un autentico realizzatore dello Spirito lo terrorizzava.

Ramana Maharshi era considerato a quel tempo un asceta che in maniera esemplare aveva trasceso le limitazioni dell’identificazione col corpo e con la mente e si era immerso nell’Atman, nel Sé. Egli indicava – unico in tutta la storia spirituale dell’India – la realizzazione dell’Atman attraverso la “ricerca dell’Io”. Jung fece il turista in lungo e largo per tutta l’India, visitando addirittura Ceylon, ed ebbe occasione di andare a trovare Ramana Maharshi, quando era a Madras, poco distante da Tiruvannamalai, ove viveva Ramana. Addirittura viaggiò in macchina da Madras alla volta di Tiruvannamalai, ma a circa 30 km dalla meta venne assalito dal più ingovernabile terrore: interruppe il viaggio e se ne tornò a Madras. La cosa fu accolta con disappunto e profonda delusione da Heinrich Zimmer, che gli aveva caldeggiato l’incontro con Ramana, come una svolta spirituale nella vita di Jung. Sarebbe lungo andare a fondo su questo episodio della vita di Jung, ma lo spazio è tiranno. Se necessario, vi ritornerò sopra. 

Se uno vuole chiarirsi bene le idee sull’equivoco della psicanalisi freudiana, ma soprattutto junghiana non ha che da leggersi le pagine limpide scritte i libri e riviste da Massimo Scaligero. Per es. in Zen e psicanalisi, ne Il Giappone, V, 1965, pp. 145-160, riprodotto alle pp. 55-85 di Zen e Logos, Tilopa, 1980.Nello stesso libro, nell’articolo Zen idealismo, «contestazione», riprodotto alle pp. 86-97, Massimo Scaligero scrive:

«Un simile «universale» è stato talmente posseduto nel suo mero nominalismo dalla letteratura psicanalitica, che è stata possibile la presunzione di un rapporto e in qualche modo di un simile «universale» con quello che è al centro delle dottrine Zen: prajna, il tao, il non-mentale, il satori. Si è talora stabilita l’equazione non-mentale = non-cosciente, ossia tao = Inconscio. Una cosa poco seria, probabilmente favorita dal fatto che alcuni espositori dello Zen come Suzuki o Ch. Luk, hanno in buona fede creduto che l’inconscio fosse, almeno nei suoi massimi studiosi europeo-americani un’esperienza conseguente allo stato meditativo».

Un equivoco clamoroso da parte degli sprovveduti pensatori orientali ed una truffa e un inganno intenzionali da parte degli psicologi occidentali, fautori di una psiche mera funzione, senza autonomia alcuna, del cervello e del sistema nervoso, di una psicologia senz’anima. Naturalmente condita con infinita  e raffinata dialettica, con la quale si può dimostrare tutto e il contrario di tutto.

Ne L’Uomo Interiore, sin dal primo capitolo, Psicologia, Yoga, Scienza dello Spirito, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 9-10, il Maestro affronta senza attenuazioni il problema della psicanalisi.

«La Psicoanalisi e la Psicologia analitica hanno presentito in più di una forma questo dualismo della coscienza, ma la loro interpretazione della vita interiore dell’uomo — a chi guardi da un punto di vista non semplicemente psicologico, ma spirituale — risulta espressione essa stessa della coscienza legata a simile dissidio interiore. I rimedi psicoanalitici e quelli affini, in effetto, danno al paziente l’illusione di un miglioramento, che è soltanto temporaneo, in quanto inserisce serie di imagini inusitate nella coscienza. Questa si distrae provvisoriamente dal suo male, per poi ricadervi.

Chi non disconosca la funzione di una reale scienza dell’anima, non può non tener presente che essa, mentre riguarda la vita fisio-psichica in quanto veicolo di manifestazione della psiche, al tempo stesso postula i principi sovrasensibili da cui in realtà questa dipende, ossia l’elemento metafisico puro, senza il quale la psiche non sarebbe nulla. Una tale base di ricerca manca alla Psicologia moderna, la quale certamente neppure con l’estendere il suo agnostico metodo di indagine a campi in cui sia contemplata l’esigenza spirituale, riesce a salire di livello: anzi, giunge a ridurre al proprio limite contenuti di dottrine che essa non ha i mezzi per penetrare. Nella Psicologia analitica, infatti, è cambiata soltanto la forma del limite materialistico proprio alla Psicoanalisi: limite che rimane intatto, come modo di conoscere legato allo strumento fisico che ne è contingente mediatore: l’organo cerebrale.

[…]

La perdita di una direzione interiore, ossia di una dimensione di interna realtà, nella cultura attuale, è in particolare riscontrabile appunto in quella che pretende essere una moderna « scienza della psiche »: secondo la quale il fine ultimo delle esperienze superiori, dalle forme iniziatiche a quelle religiose, non sarebbe altro che il tentativo di liberare l’individualità da uno stato di nevrosi e di soggiacenza ai complessi, in vista di una condizione di normalità.

La confessione di uno dei più autorevoli fondatori di ta­le scienza [nota di H.d.P.: si tratta proprio di C.G. Jung], a questo proposito, chiarisce il senso di quel suo vasto e ingegnosissimo lavoro d’indagine che ha investito, senza nulla risparmiare, il mondo dei miti e dei simboli, suscitando in tal senso anche in seri studiosi la tentazione di vedere quella esperienza sovrasensibile sotto specie di nevropatia tendente alla guarigione: egli appunto afferma che, se quel mondo di miti e di simboli dovesse essere interpretabile metafisicamente — ossia secondo una visione trascendente che in realtà è l’unica che gli si addice — e non secondo lo schema psico-razionale, egli non sarebbe in grado di comprenderlo. V’è senza dubbio onestà in tale dichiarazione, qualcosa co­me una subconscia confessione dei limiti di tutto il sistema, che non compensa tuttavia della serie di guasti avutisi non soltanto in sede scientifica, ma anche come conseguenze nella vita psichica di migliaia di individui nei quali in sostanza si coltivano le condizioni di scissione interna e di nevrosi, proprio con il trattamento che pretende guarirle: ciò in quanto si fa appello a un accordo con la natura, con l’« inconscio » atavico e con quello biologico, senza veramente conoscere la struttura estrasensibile della natura e l’ordine delle forze che, in quanto gerarchicamente più elevate, operano all’interno della psiche e della natura. Ma appunto la conoscenza di tali forze prospetta in modo ben diverso il problema dell’uomo e perciò anche quello della « psicologia ».

[…]

Una particolare disciplina può dare modo di accogliere in ogni percezione sensibile l’elemento interiore corrispondente, così da far risorgere il limitato e illusorio mondo delle sensazioni dalla sua interna struttura: ciò che esteriormente si presenta frammentario, come mondo della molteplicità, può ricomporsi nella coscienza secondo una essenziale architettu­ra. Ma questa architettura che sembra sorgere in noi, si scoprirà che appartiene invece alle cose, è la forma interiore stessa del mondo.

Si tratta di avere percezioni allo stato puro, in quanto si sappia andare incontro ad esse nelle condizioni del « silenzio ». Perché il contenuto percettivo giunga alla coscienza allo « stato puro », occorre che ogni altra eco di vita, esteriore o interiore, sia estinta. Nell’uomo ordinario, ciò non può verificarsi, perché in realtà non è l’Io che accoglie i contenuti percettivi, ma l’« ego ». Il dato della percezione va a sollecitare il sub-cosciente, o mondo dei vâsanâ, che interviene a reagire a suo modo, ossia nel modo proprio al retaggio familiare o etnico: l’essenza della percezione viene normalmente smarrita. L’errore della Psicoanalisi, qui, è scambiare per contenuti della coscienza, in cui l’individuo possa riconoscersi, ciò che invece andrebbe ravvisato estraneo alla vera individualità, e che, in quanto tale, agisce come supporto di forze cosmiche ostacolatrici. Considerare come propri tali contenuti e assumerli come un tessuto profondo della individualità, in cui ci si debba riconoscere, è quanto di più ingannevole possa essere praticato in forma scientifica: significa far penetrare ancora più l’Avversario nell’ambito della coscienza; laddove il compito consisterebbe nel giungere a dissociarsi da essi, per forza conoscitiva, sino a riassumere pura la forza che si vincolava ad essi:   privati della quale essi rivelano la loro natura impersonale e la loro oggettiva funzione.  In realtà, dandosi ad una equivoca comunione con forze di ordine sub-conscio, l’uomo, in quanto essere spirituale, non vive, perché non conosce:  infatti egli non percepisce veramente l’oggetto, ma solo il modo di rispondere della propria natura (vâsanâ-vritti) alla percezione dell’oggetto. Egli rimane immerso nell’avidyâ, finché la sua conoscenza del mondo, e perciò di se medesimo, viene falsata dal sistematico intervento della « memoria », ossia del gruppo delle abitudini soggettive che vogliono solo se stesse, essendo estranee all’essenza del mondo».

Per questo, nel mio commento allo scritto di Massimo Scaligero su Freud avevo scritto:

«Nella loro funzione di evocatori del guasto mondo subconscio, del quale la vita sana della coscienza deve liberarsi per essere autenticamente se stessa, la psicanalisi freudiana, la psicologia analitica junghiana, la psicosintesi di Roberto Assagioli, la Gestaltpsychologie di Fritz Perls, e affini, sono la moderna forma della stregoneria: evocano l’infero mondo dei samskâra e dei vâsanâ, i demoni e gli spettri del mondo “lunare” astrale-eterico, che nell’essere umano hanno presa attraverso il doppio ahrimanico, che tali “terapie” vanno a rafforzare e vampiricamente a nutrire a spese della vitalità spirituale dell’infelice paziente».

Quanto agli Ordini occulti, di molti dei quali mi parlava diffusamente Massimo Scaligero, si trattava, stando a quanto egli mi disse, (ne faceva allusione pure in scritti come Lotta di Classe e Karma, in Yoga, Meditazione, Magia e altri): «In un caso della cerchia martinista, che a Perugia faceva capo al Dott. Francesco Brunelli e in un altro caso della Fratellanza magica fondata dal Mago di Portici, Ciro Formisano. Tali confraternite occulte, come molte altre, coltivano un rafforzamento ed una sapienza del doppio ahrimanico, e provano una vera attrazione magnetica e un vivo entusiasmo nei confronti dei metodi, spiritualmente deviati, della degenerata psicologia moderna. Nelle sue opere, il Formisano si richiama esplicitamente a Sigmund Freud, ed un suo discepolo, il medico pugliese Giovanni Bonabitacola, fece dei veri disastri nell’applicazione delle terapie freudiane a suoi pazienti, in alcuni casi persino con finalità non limpide. Discepoli più recenti del Formisano, invece, si entusiasmarono per le teorie e i metodi dello psichiatra di Zurigo Carl Gustav Jung, materialisticamente abbinati alle concezioni materialistiche dell’evoluzionismo darwiniano. Il perugino Brunelli addirittura redasse vari quaderni (nota di H.d. P.: si tratta dei Quaderni Alpha) per gli affiliati al suo Ordine, nei quali apertamente si proponevano teorie e metodi della psicologia analitica junghiana, assieme a dottrine e pratiche rituali magico-cerimoniali, e magico-sessuali del Formisano e di vari epigoni, ancor più degenerati del medesimo: pratiche spacciate per alchemica magia trasmutatoria».

Ebbi modo di verificare l’esattezza di quanto più volte comunicatomi da Massimo Scaligero, il quale del resto ebbe modo di parlarne anche ad altri amici e persino in alcune riunioni, delle quali ho delle registrazioni.

Ma per chi volesse formarsi, in maniera autonoma, una opinione basata su documenti accertati, ricerchi in biblioteca l’edizione originale di un libro che dimostra in maniera eloquente i metodi, moralmente alquanto spregiudicati, adoprati da certe confraternite occulte per suggestionare, manipolare, illudere, spogliare di ogni bene, svuotare di ogni vitalità corporea e animica, le loro vittime designate, delle quali esse fanno ricco pasto. Si tratta dell’edizione originale de Il Processo del Mago, Società Editrice del Libro Italiano, Roma – Piazza Poli, 1942, pp. 169, con sottotitolo: Parlano Niccolaj, Polito de Rosa, Di Stefano, De Marsico. Presentazione di Libero Crifo. Si tratta delle requisitorie e delle arringhe al processo nei confronti di Pasquale Pugliese, nipote di Ciro Formisano, il Mago di Portici, che venne pesantemente condannato nel processo, intentatogli dal barone Ricciardo Libero Ricciardelli. In tale processo vennero documentate ampiamente – con prove giuridicamente provate – le malefatte del Formisano, dei suoi discepoli diretti Giacomo Borracci, Giovanni Bonabitacola, Vincenzo Manzi, alcuni, come è detto negli atti del processo, si salvarono da pesanti condanne nei processi di Chieti e di Bari perché defunti prima della sentenza. Il libro espone, in maniera oltremodo eloquente e istruttiva, i metodi psicanalitici freudiani usati dal medico di Sansevero, residente a Roma, il Giovanni Bonabitacola, nei confronti del barone Ricciardo Libero Ricciardelli, e dell’uso abbinato dei metodi occulti, sedicenti  «ermetici» della scuola del Formisano, e conseguenti disastri.

Processo del mago

Quanto ai metodi adoprati nella cerchia «martinista» perugina, da Francesco Brunelli, tra l’altro grande ammiratore del Formisano, dei suoi metodi magico-cerimoniali e magico sessuali (dei quali nei suoi scritti parla apertamente), è istruttivo andare a leggere quanto ne scrive l’integralista cattolico, grande frequentatore confesso delle varie confraternite occulte più problematiche, Massimo Introvigne nel suo libro Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo, SugarCo, Milano 1990, pp. 216-232. Ne descrive, documentandoli, anche i lati più scabrosi. Come sono noti e documentati gli interessi di Francesco Brunelli, neurologo e psichiatra, nei confronti della psicologia analitica di Carl Gustav Jung e della psicosintesi di Roberto Assagioli, le cui dottrine e i cui metodi egli mescolava regolarmente alle pratiche occulte  «martiniste» e sedicenti «egizie».

Ora tutti i personaggi di quella epoca sono defunti, ma hanno avuto successori e una certa diffusione del morbo per sporogenesi.  

Psicanalisi freudiana, Psicologia analitica junghiana, Psicosintesi assagioliana, Gestalttherapie perlsiana, et similiacoltivano tutte uno stato di grossolana o raffinata medianità nel paziente che ad esse si affida. Se poi si combinano le medesime con pratiche occulte di Ordini occulti decadenti, o deviati, o ahrimanizzati, il disastro interiore ed esteriore è certo. 

La via della psicanalisi e degli Ordini occulti deviati è – talvolta esplicita talaltra ben mascherata – una via del «corpo lunare», del «doppio ahrimanico», di quello che gli antichi gnostici chiamavano lo «spirito contraffatto», il «cattivo pilota» del Libro dei Morti degli antichi Egizi. E’ la via nella quale ci si apre spregiudicatamente mediante una cosciente o incosciente «magia di patto» all’ossessione ahrimanica, e in taluni casi addirittura asurica.  Sono forme di materialismo magico, nelle quali ci si asserve alle forze antispirituali di un caotico mondo subsensibile e sub materiale.

A tale proposito Massimo Scaligero scrive parole severe e chiare, parole ammonitrici, nella presentazione del libro di Angelo Pitoni, L’Incognito, Edizioni Mediterranee, Roma, 1973, pp. 11 e segg.:

«L’uomo carente di «Io», ma psichicamente vigoroso, è il vero produttore della Sub-materia, ossia della Materia la cui potenza urge anche geologicamente da un grado inferiore a quello in cui essa è arrestata nella caduta. Questo grado appartiene al mondo infero, delle forze demoniache e magiche, sub terrestri, «lunari»: che conferiscono il potere dell’autentica Magia a chi è capace di conoscerle e dominarle. Non si possono dominare senza conoscerle. La Materia della Luna è anch’essa arrestata nella propria fissità, ma strutturalmente è in sé sub terrestre: a un grado di materialità che l’uomo ancora non può sopportare. Tale grado tuttavia urge in lui mediante il  «corpo lunare», o astrale inferiore: che nell’epoca presente ha il massimo della possibilità di dominarlo, in quanto il Principio solare dell’Io non può entrare in funzione nell’anima di lui, mediante il debole pensiero riflesso: l’attuale pensiero logico-dialettico, per sua costituzione perciò asservito alla natura umano-animale. […] 

L’asceta di questo tempo, per superare il grado della Materia, deve anzitutto sperimentare le forze interiori che in lui si estrinsecano mediante essa , nel percepire e nel pensare: questa esperienza è fondamentale come disciplina preparatrice alla Operatio Solis. […] L’impresa dell’asceta moderno è superare la condizione dell’Antimateria, per realizzare il grado reale di veglia, rispetto al quale la Materia è il vuoto: il vuoto attraverso al quale può passare il Pensiero, come veicolo del Principio solare che vince lo stato lunare della psiche. L’immagine della Vergine che ha ai piedi la falce della Luna e schiaccia il Serpente, è simbolo dell’anima purificata, ossia della sua vittoria sull’elemento lunare, o sul mondo dal quale urge la Potenza dell’Antimateria. 

Questa è in sostanza la Potenza magica che l’asceta solare riconquista, ritrovandola a un grado più elevato della coscienza, proprio in quanto egli è penetrato in un grado più basso, scendendo da vincitore in quella sfera lunare, che per l’uomo incapace di realizzare il normale stato di veglia al livello della Materia, è il mondo della magia infera, medianica, che lo domina mediante brama,  necessità, istintività inevitabilità della Morte, e le correlative codificazioni dialettiche. Perciò il Potere del Logos solare è in realtà il Potere di Resurrezione dallo stato di morte della Materia e della sua dialettica».

Difficile, faticoso e arduo è cercare autocoscienza, e libertà autentiche: liberare la coscienza dell’Io progressivamente e attivamente dal supporto fisico, e dai condizionamenti sottili operati dalle oscuranti potenze antispirituali, ostacolatrici di autocoscienza e libertà. Eroico è scegliere di consacrarsi alla disciplina sacra della Concentrazione, al Rito della liberazione del pensiero, all’impresa di affrontare da vivi la prova del morire prima di morire, senza morire.

Tutto ciò non piace: cioè non piace all’ego, al corpo lunare, alla natura manovrata dall’ente ahrimanico. Più facile, più comodo e gradito all’ego, il rifugiarsi nelle «vie dell’anima», nel misticismo, nel klingsoriano Chastel Marveil della moderna psicologia e dell’antigraalico e medianico magismo «lunare», ambedue verae ancillae principis huius mundi. Ma dietro tale scelta “facile” vi è sempre la paura, lo stesso incoercibile terror panico, che spinse Carl Gustav Jung a fuggire in maniera precipitosa a pochi kilometri da Tiruvannamalai, per evitare l’incontro con Ramana Maharshi, l’annientatore del mentale egoico, della vanità dialettica: l’annientatore della stessa paura dello Spirituale, che fa sì che l’uomo stordito si avvinghi all’effimero, all’illusorio, a ciò che lo conduce a perdizione.

La Via del Pensiero Vivente, il Rito della Concentrazione, sono la Via eroica della Libertà e del Coraggio.

ISIDE SOPHIA – DECIMA Lettera (Parte I)

Denderah

DECIMA LETTERA

Gennaio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

GIOVE

Al fine di comprendere l’attività del Pianeta Giove, dovremo nuovamente edificare le nostre ricerche sulle indicazioni di Rudolf Steiner nei suoi due libri La Scienza Occulta e Teosofia.

Eravamo arrivati alla conclusione che il Saturno del nostro sistema solare è una specie di ripetizione o immagine mnemonica dell’evoluzione dell’Antico Saturno. Sorge ora la domanda se le sfere degli altri Pianeti portino dentro di loro, in maniera simile, le memorie dei successivi cicli dell’evoluzione cosmica. Per esempio, la sfera di Giove, che è dire lo spazio racchiuso nell’orbita di questo Pianeta, è la prossima dopo Saturno, e potremmo immaginare che essa sia collegata col secondo grande ciclo che è chiamato, secondo il linguaggio de La Scienza Occulta, l’evoluzione dell’Antico Sole.

In queste Lettere non abbiamo parlato dettagliatamente, fino ad ora, dei cicli evolutivi successivi all’evoluzione dell’Antico Saturno; perciò, tenteremo ora di dare una brevissima caratterizzazione dell’evoluzione dell’Antico Sole, che è descritta in maniera elaborata ne La Scienza Occulta [vedi pure Iside Sophia dell’Autore].

L’immagine fisica dell’umanità fu creata sull’Antico Saturno. Essa non aveva ancora né vita né coscienza. Era come un automa o uno specchio che rifletteva le attività degli Esseri Superiori attorno ad esso. Dopo che questo primissimo antenato dell’umanità era stato creato e portato a un certo compimento, il Pianeta fu dissolto di nuovo in uno stato puramente spirituale di esistenza. Tutti gli Esseri delle Gerarchie si ritirarono nelle regioni superiori del Mondo Spirituale. Subentrò una sorta di “notte cosmica” durante la quale nulla di natura fisica può essere riconosciuto dalla percezione chiaroveggente.

Dopo che questo intervallo di “sonno cosmico” giunse ad una fine, cominciò un nuovo ciclo di evoluzione che è chiamato antico Sole. Nei primi stadi ebbe luogo una ripetizione dell’antico Saturno fino a che un’immagine fisica dell’umanità venne di nuovo in essere nella stessa forma, come già era esistita sull’Antico Saturno. Poi un impulso interamente nuovo alterò il corso dell’evoluzione. La forma fisica dell’antenato della razza umana venne compenetrata da forze vitali. Attraverso questo influsso, che fu causato dagli Spiriti della Saggezza o Kyriotetes, tutto cambiò, persino la sostanza del Pianeta stesso. Sino ad allora essa era consistita unicamente di calore. Ora, all’epoca della compenetrazione da parte delle forze vitali, una parte del calore si mutò, ovvero venne condensato in “aria” o in luce. (Nei cicli successivi di quest’evoluzione planetaria le altre Gerarchie accanto agli Spiriti della Saggezza operarono sull’antenato umano che consisteva ora di un corpo fisico e di un corpo eterico vitale). Dobbiamo adesso avere in mente che l’impulso decisivo di questo ciclo venne dagli Spiriti della Saggezza o Kyriotetes, i quali nel sacrificare una parte del lor proprio Essere crearono il corpo eterico o vitale dell’umanità.

Ora ritorneremo alla descrizione che Rudolf Steiner dà, in Teosofia, delle esperienze dell’anima umana nella vita dopo la morte. Nell’ultima Lettera parlavamo della terza regione del cosiddetto Mondo Spirituale in rapporto alla sfera di Saturno, nella quale l’anima sperimenta gli Archetipi della vita. Rudolf Steiner dice di questa regione [Editrice Antroposofica, Milano, 1990, p. 105] in Teosofia: “La seconda regione è quella in cui la vita unitaria del mondo terreno appare quale essere-pensiero e scorre come elemento liquido del “Mondo Spirituale”. Finché osserviamo il mondo da esseri fisicamente incarnati, la vita ci appare legata ai singoli esseri viventi. Nel “Mondo Spirituale” essa è sciolta da questi e attraversa per così dire l’intera regione come sangue vitale. E’ la stessa unità vivente che esiste in ogni cosa.

Di questa regione Rudolf Steiner dice, nel ciclo di conferenze Vita tra morte e nuova nascita (Berlino 1912-1913), che è la sfera del Pianeta Giove. Così abbiamo conquistato due punti di vista: la sfera nella quale l’anima sperimenta gli Archetipi della Vita dopo la morte è la sfera di Giove, e il momento cosmico allorché entrò e compenetrò le forme fisiche fu durante l’evoluzione dell’Antico Saturno. Inoltre Rudolf Steiner indicò che la sfera di Giove nel nostro sistema solare è il luogo di dimora dei Kyriotetes, i quali dotarono l’esistenza fisica delle forze vitali.

Ora è abbastanza chiaro che possiamo volgere lo sguardo al Pianeta Giove e alla sua sfera come alla sorgente delle forze vitali nell’umanità e nell’Universo. Esporremo questo fatto nelle pagine successive.

Viviamo oggi in un’èra che ha conquistato un’elaborata conoscenza del mondo fisico, o meglio del mondo della materia. E’ il mondo del regno minerale, della sostanza inanimata che la scienza moderna ha interamente investigato. Ma il mondo della vita è ancora un grande mistero. Possiamo sperimentare le sue tracce e le sue espressioni ovunque nella natura, ma non sappiamo donde essa provenga. Non possiamo ancora afferrare quelle forze che, in tutti gli organismi viventi, sollevano la materia al di fuori delle sue reazioni puramente minerali e delle sue attività chimiche.  Esse non possono venir percepite con i sensi fisici, essendo celate rispetto ad essi. I metodi che usiamo sinora, nella scienza moderna, sono insufficienti a penetrare nel regno di queste forze, tuttavia la Scienza dello Spirito parla di esse come di una realtà sovrasensibile che può esser percepita da facoltà chiaroveggenti. Essa parla addirittura di un corpo eterico o vitale dell’organismo vivente come l’entità attiva della vita. Perciò, non possiamo dire con certezza ch’essa sia qui o là: possiamo soltanto preparare il nostro proprio essere secondo le istruzioni della Scienza dello Spirito, così che esso possa divenire uno strumento col quale percepire le forze della vita. Comunque, possiamo provare a comprendere l’attività di queste forze vitali con la nostra facoltà pensante. Questo è anche il primo gradino di preparazione sul sentiero che porta alla conoscenza superiore.

La domanda è: che cos’è la vita? Che cos’è il corpo eterico o vitale? Rudolf Steiner lo chiama l’architetto del corpo fisico, quello che edifica il corpo fisico secondo un progetto pre-concepito. Possiamo ora chiedere: perché accade che il corpo fisico necessiti dell’attività di un altro arto superiore che porti il progetto della sua forma? Secondo quel che abbiamo letto circa la creazione del corpo fisico all’interno dell’Antico Saturno, possiamo avere l’impressione che questo corpo fosse l’immagine completa o lo specchio delle attività e delle intenzioni degli Dèi. Potremmo così immaginare ch’esso avesse nella sua propria esistenza l’impronta del progetto della sua forma. Può sembrare difficile capire perché un altro “corpo” dovrebbe essere attivo per creare questa forma. Inoltre non possiamo risolvere questo enigma se non intendiamo il senso e la mèta spirituale dell’intera evoluzione del nostro Universo attraverso gli stadi già descritti come Antico Saturno, Antico Sole, Antica Luna, Terra e così via.

Nel primissimo inizio sull’Antico Saturno, venne creata dagli Dèi un’immagine fisica dell’essere umano. Questa immagine era una raffigurazione del loro proprio essere. Si rivela così il profondo significato di ogni creazione. La creazione di un essere nell’Universo è un’immagine delle Gerarchie ovvero degli Dèi. Ma gli Dèi non vogliono creare unicamente una sorta di automa o di specchio che sia capace di riflettere “meccanicamente” le Entità del Mondo Spirituale. Essi vollero creare un essere che ad un certo momento fosse capace di raggiungere l’autocoscienza. Quest’essere sarebbe stato capace di ascendere dallo stato di creatura riflettente allo stato di creatore, poiché la condizione di essere un’immagine dei Mondi Spirituali sarebbe poi stata congiunta con lo stato di autocoscienza. L’Universo Spirituale – cioè tutti gli Esseri delle Gerarchie – avrebbe quindi completato ed elevato la propria esistenza attraverso l’essere dell’umanità, che potrebbe non solo essere la sua immagine, bensì avere anche una conoscenza autocosciente di esso. Così la creazione completerebbe se stessa nell’autopercezione, il coro degli Esseri del Mondo Spirituale sperimenterebbe la propria esistenza e la propria attività.

L’essere che fu creato come antenato saturnio dell’umanità era vincolato a divenire un veicolo verso l’autocoscienza. Tuttavia, l’autocoscienza è dapprima una contraddizione nei confronti della coscienza cosmica, della coscienza degli Dèi. Perciò, quest’essere saturnio che venne allora in esistenza doveva proseguire il lungo viaggio verso il suo “Sé”. Ciò significa un distaccarsi, passo dopo passo, dagli Dèi. E quei passi sono già accennati nei cicli minori dell’Antico Saturno: per esempio, la suddivisione del Pianeta Saturno in molti singoli esseri di calore, i quali divennero l’origine dei corpi fisici umani di oggi, fu allora un gradino sul lungo cammino che conduce nella solitudine del Sé.

Dobbiamo fare qui una distinzione molto netta tra il fatto che il corpo fisico è l’immagine dell’esistenza e l’attività delle Gerarchie. Essendo un’immagine, essa non può mai distaccarsi dagli Dèi, perché è parte del loro stesso essere. Ma questo corpo è invisibile ad occhi terreni; esso è, per così dire, la somma idea Archetipica dell’umanità che dimora nelle regioni degli Dèi. Il corpo che diviene veicolo sulla via verso l’autocoscienza o coscienza dell’Io, è il corpo materiale che è composto di sostanze solide, liquide, gassose e caloriche della Terra. Esso porta l’impronta del corpo fisico, dell’Archetipo dell’umanità, ma si è allontanato dalla sua origine, anche dalla sua origine Archetipica – dagli Dèi – per divenire un “Sé”.  Questa fu una necessità. Allontanarsi dagli Dèi significa diventare sempre più imperfetti quanto più sprofondiamo nel corpo materiale. Esso necessita dell’esperienza della malattia e della morte, e questo è il destino del corpo materiale dell’umanità. Non potremmo sperimentare la malattia e la morte se d’altronde non vivesse dentro di noi la realtà dell’eterna salute e della vita eterna. Essendosi l’umanità allontanata sempre di più dalla sua origine voluta dagli Dèi, malattia e morte l’avrebbero sorpresa in una scala molto più vasta di quanto si è generalmente verificato. Tutta la miseria dell’esistenza terrestre, tutta l’imperfezione e l’incapacità a dominare i nostri còmpiti terreni sono solo una parte della malattia che ha sorpreso l’umanità sulla via dagli Dèi all’essenza del Sé. Se, dopo aver raggiunto il Sé – l'”Io” -, riusciremo nel futuro a riconquistare gradualmente l’immagine del nostro proprio essere, e con essa l’immagine dell’intero Universo Spirituale delle Gerarchie e del mondo fisico, potremo allora redimere la nostra grande malattia. Allora gli Dèi, che non conoscono malattia, vivranno in noi e attraverso di noi. Essi ci daranno la loro eterna giovinezza e vita, e noi daremo loro l’autocoscienza della loro propria esistenza. Vi è un solo mediatore tra ciò che è caduto nell’abisso dell’imperfezione e gli Archetipi cosmici. Questo è il corpo eterico. Esso ricevette e continuamente riceve, durante la vita terrena, le immagini divine della forma cosmica dell’umanità e le elabora nel corpo terrestre. Opera così contro le forze del declino e della malattia. Dal vero momento in cui la vita entra nell’embrione, esso edifica il corpo a partire dalle enormi risorse della memoria cosmica. Nello sviluppo del singolo embrione, chiamato ontogenesi, viene ripetuta la storia dell’evoluzione dell’intera razza umana: il corso della filogenesi. Il corpo eterico può fare questo perché comprende la storia dei più antichi stadi dell’evoluzione umana. Così sfida le forze negatrici di Dio che dimorano nell’essere umano, che tendono a condurlo ancora più lontano dalla sua origine spirituale. Il corpo eterico non può riportare sùbito all’Archetipo spirituale la forma umana caduta. Può farlo soltanto gradualmente e ripetutamente, allora supererà le forze della malattia e della morte. Ogni notte il corpo eterico riceve, di nuovo, le Archetipiche forme cosmiche e gli impulsi che esso imprime sempre di nuovo nel corpo materiale. Lo sentiamo allora come portatore di forze risanatrici e ristoratrici dopo il sonno. Solo così il corpo eterico può assolvere al suo còmpito di mediazione nel tempo; perciò, possiamo chiamarlo pure corpo temporale, perché unicamente nel tempo esso può realizzare la redenzione della materia caduta e restituirla alla sua immagine Archetipica.

La pazienza e la potenza di memoria del corpo eterico indicano che in esso è presente un gigantesco mondo di Saggezza universale. Possiamo intendere ciò se immaginiamo che il corpo eterico venne creato dagli Spiriti della Saggezza. E’ Saggezza che in sé porta i pensieri degli Dèi dal primissimo inizio dell’Universo, e i pensieri sull’ultima mèta di questo Universo. Vivendo i pensieri degli Dèi nelle forze eteriche come una sorta di riflesso, possiamo altresì immaginare che esse siano viventi nell’umano pensare. Ciò che vive nell’essere umano, la facoltà del pensare, è soltanto l’altro aspetto del corpo eterico accanto alla sua attività edificatrice e rigeneratrice.

(Continua)

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MAESTRI INVISIBILI

Riceviamo dal nostro utente “LAPPRENDISTA”. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.
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banksy
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Vogliate scusarmi se inizio con una nota personale che probabilmente non mi fa grande onore, ma che potrebbe almeno fare da piccola presentazione, dato che questo è il mio primo post.

Sono nato nel 1980, poco tempo dopo la dipartita di Massimo Scaligero. All’età di ventuno anni ho letto, grazie all’indicazione di un amico al quale devo grande riconoscenza, La logica contro l’uomo e La filosofia della libertà. Ho poi potuto coltivare l’Antroposofia con altri cari amici incontrati lungo la via. Ho avuto anche l’occasione di incontrare chi ha potuto frequentare Scaligero, cosa che però non è bastata a lenire una certo dispiacere, che ha tutto l’aspetto di una triste nostalgia e che ho provato spesso, per non averlo potuto conoscere mentre era in vita. Tale sentimento si è ripresentato recentemente e con forza, quando in un momento di crisi ho riletto il racconto che Ernst Lehrs fa delle conferenze tenute da Rudolf Steiner in seguito ad una richiesta avanzata da quelle che a quel tempo erano le nuove generazioni (lo scritto si può trovare in Abbiamo conosciuto Rudolf Steiner – terra biodinamica editrice). Nostalgia che, a tratti tinta di disperazione, tendeva a trasformarsi in rabbia per non avere la possibilità di avere guida e consiglio da un Maestro in carne e ossa.

Passata la tempesta, lenita la tristezza con più pacati ragionamenti e considerazioni, mi è tornato in mente un breve passaggio delle prime pagine de L’iniziazione, dove il Dottore scrive che, sebbene nei tempi moderni i templi dello spirito non siano più visibili agli occhi, chiunque cerchi può trovarli. Con un ardito volo pindarico mi sono quindi ricordato di un altro passaggio, letto (e riletto, data la “folgorazione” di quel momento che per qualche ragione ha legato il primo passaggio a quest’altro) vari anni fa, in Conoscenza iniziatica. Tale passo si trova poco dopo la considerazione che i guru ai nostri tempi hanno esaurito la loro funzione ed è l’indicazione di un metodo (ne vengono proposti tre) per rafforzare il pensare e renderlo autonomo. Lo desidero riportare, sperando possa tornare utile a qualche lettore.

“Come terzo mezzo, finalmente, si può cercare un maestro in un modo per così dire invisibile. Si prenda un libro qualsiasi di cui si sia certi di non averlo mai avuto in mano; lo si apra a caso e vi si legga una frase. Così si può essere sicuri di trovare una frase del tutto nuova, della quale ci si deve occupare con attività interiore. Si prenda la frase come contenuto di meditazione, o si prenda una figura a quel modo che si è sicuri di non aver mai veduta. Questo è il terzo mezzo. In questo modo ci si può creare da noi stessi un maestro dal nulla. Il maestro è la circostanza di aver cercato il libro, di averlo letto e di essersi lasciati avvicinare da quella frase o da quella figura, o da qualsiasi altra cosa.”

Da Conoscenza Iniziatica, Ed. Antroposofica, prima conferenza, a pag.16 nell’edizione del 1985. I corsivi sono miei.

In uno slancio romantico potrei ringraziare segretamente il consiglio del Maestro (o dei Maestri?) che, proprio nel momento di crisi, ha (hanno?) voluto consigliarmi.

Voi forse inizierete quindi a chiedervi cosa mi è rimasto dopo questi voli pindarici e piccoli deliri personali…

Togliendo quindi dal campo della coscienza qualsiasi sentimentalismo e qualsiasi pensiero che non abbia carattere di limpida evidenza, resta solo la consapevolezza del mio punto di partenza, al quale sempre e sempre ritorno (gioco forza!) per poi tentare la risalita. Le uniche cose di cui posso aver la massima certezza sono i dati sensibili e solo i pensieri relativi a questi hanno inizialmente il massimo grado di riconoscibile verità. Fino a quando… prendo atto del fatto che proprio il pensare è l’attività interiore che mi permette di rappresentare e comprendere il mondo. E tale considerazione, accompagnata dall’intima esperienza a cui fa riferimento, sembra tracciare una strada, indicare una via. Inizia a sembrare davvero verosimile che proprio il pensare sia quel sottile filo (o forse è una robusta corda?) che, se ripercorso fino alla sua scaturigine, potrebbe tramutarsi nella possibilità di conoscere attraverso esperienza ciò che dell’Uomo e del Mondo vagamente si intuisce nascosto dietro ad un nero velo, e che si potrebbe anche indicare come Spirito, ma che fino a quando non se ne avrà, appunto, esperienza diretta non sarà in definitiva che una vuota parola riempita di tante speranze ed illusioni.

Così oltre al dispiacere di non aver potuto essere tra gli uditori di qualche conferenza del Dottore, oppure di non aver potuto sedermi su una di quelle sedie che scricchiolano alla fine delle registrazioni degli incontri del Seminario Solare tenuti da Scaligero, resta la convinzione (che potrebbe generare altra tristezza, mentre invece mi dona forza e desiderio di continuare) che solo ciò che ci si conquista con la propria esperienza, poggiando sul proprio pensare e al di là di qualsiasi auto illusione, può avere valore nella ricerca interiore. Maestro o non Maestro.

LAPPRENDISTA

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL'ANTROPOSOFIA…

Rudolf Steiner cop

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA E LA SUA POSIZIONE RISPETTO ALLA TEORIA DELLA CONOSCENZA (*)

Rudolf Steiner

Sia detto innanzi tutto senza riserve che quella che si è usi chiamare scienza dello spirito, già per quanto riguarda il concetto di conoscenza, solo difficilmente può essere messa sullo stesso piano di quella che oggi sembra essersi affermata come l’idea di scienza e conoscenza, idea che è stata tanto ricca di benedizioni per la civiltà umana, e che indubbiamente continuerà anche in futuro ad esserlo.

Gli ultimi secoli hanno portato a considerare come scientifico tutto ciò che può essere senz’altro dimostrato, sempre e da tutti, mediante l’osservazione, l’esperimento e la loro elaborazione da parte dell’intelletto umano. Inoltre dai dati scientifici si deve escludere tutto ciò che presenta un significato solo nell’ambito delle esperienze soggettive dell’anima umana.

Non si potrà negare che il concetto filosofico di conoscenza si sia già da molto tempo adeguato all’atteggiamento scientifico ora caratterizzato. Ciò risulta con la massima chiarezza dalle disamine, in uso all’epoca nostra, sull’oggetto di una possibile conoscenza umana, e sui limiti che questa conoscenza deve riconoscere come suoi.

Sarebbe superfluo qui voler documentare una tale affermazione, dando un abbozzo di tutti gli studi fatti oggi dalle varie filosofie. Queste presuppongono tutte che il concetto del processo conoscitivo sia da determinarsi mediante il rapporto dell’uomo col mondo esterno: e che poi, sulla base di questo concetto, si possano delineare i contorni di ciò che è raggiungibile su base scientifica. Per quanto diverse possano essere le varie correnti gnoseologiche, purché si prenda in sufficiente considerazione la caratteristica di cui sopra, si potrà scoprire nella detta caratteristica il lato comune di tutte queste correnti filosofiche.

Ora, il concetto di conoscenza della scienza dello spirito è tale che sembra contraddire a quanto è stato caratterizzato ora. La scienza dello spirito intende la conoscenza come un qualcosa che non risulta direttamente dall’esame del rapporto fra l’uomo e il mondo esterno.

Sulla base di dati sicuri della vita dell’anima, la scienza dello spirito crede di poter affermare che la conoscenza non sia qualcosa di compiuto, di conchiuso, ma sia fluida e suscettibile di sviluppo. Crede di poter additare, dietro alla sfera della normale cosciente vita dell’anima, un’altra sfera in cui l’uomo può entrare. Ed è necessario sottolineare che con quest’altra sfera della vita dell’anima non si intende quella che oggi si è soliti designare come subcoscienza.

La subcoscienza può essere oggetto dell’indagine scientifica: da un punto di vista degli usuali metodi di indagine, essa può diventare oggetto di esame, come lo sono gli altri fenomeni naturali ed animici. Ma la subcoscienza non ha nulla a che fare con quella condizione dell’anima di cui intendiamo parlare qui. In questa condizione l’uomo vive altrettanto cosciente e con altrettanto controllo logico, quanto entro l’ambito della coscienza ordinaria.

Solo che questa condizione deve prima prodursi, mediante determinati esercizi, mediante determinate esperienze dell’anima. Non si può senz’altro premetterla, come un dato dell’entità umana: in questa condizione dell’anima si manifesta quello che può essere designato come un ulteriore sviluppo della vita animica umana: in questo ulteriore sviluppo, però, il controllo di sé e gli altri segni distintivi della vita cosciente non vengono meno.

Ora io vorrei prima caratterizzare questa condizione dell’anima, e poi mostrare che quanto in essa si consegue può essere inserito nei concetti conoscitivi del nostro tempo. Mio primo compito sarà dunque di descrivere, sulla base di un possibile sviluppo dell’anima, i metodi della corrente spirituale di cui qui si tratta. Questa prima parte della trattazione potrà chiamarsi:

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I

Un metodo scientifico spirituale

fondato su determinati possibili fatti psicologici

Quanto andremo esponendo è da intendersi come una serie di esperienze dell’anima, attuabili purché nell’anima umana si producano determinate condizioni. E solo dopoché siffatte esperienze dell’anima saranno descritte, si potrà provarne il valore conoscitivo.

Si tratta di intraprendere quella che possiamo designare come una disciplina dell’anima.

Innanzi tutto si dovranno considerare da un punto di vista nuovo i contenuti dell’anima a cui normalmente si attribuisce solo un valore di immagini della realtà esterna. Nei concetti e nelle idee, l’uomo intende per lo più avere un quid che possa riprodurre o almeno significare ciò che sta al di fuori di tali concetti o idee.

Ma chi fa indagini spirituali, nel senso inteso qui, cerca dei contenuti animici che, pur essendo simili ai concetti e alle idee della vita ordinaria, o dell’indagine scientifica, non vengono da lui scelti per il loro valore conoscitivo, per il loro riferimento ad alcunché di oggettivo: bensì egli fa vivere questi contenuti nella sua anima come forze attive.

Li immerge, per così dire, come semi spirituali nel terreno della vita dell’anima, e attende con tranquillità assoluta che essi esplichino la loro azione su di essa. Così egli può osservare che, mediante il ripetersi di esercizi siffatti, la costituzione dell’anima effettivamente si muta: sia detto esplicitamente che quello che conta qui è il ripetersi dell’esercizio.

Infatti non è che nell’anima, mediante un contenuto concettuale, si attui un processo conoscitivo, come avviene solitamente: bensì, nella vita dell’anima, ha luogo un divenire reale. In questo divenire i concetti non operano come elementi conoscitivi, ma come forze reali: la loro azione si fonda sul fatto che la vita dell’anima viene ripetutamente afferrata sempre dalle stesse forze. E un tale effetto sull’anima non si ottiene essenzialmente mediante l’esperienza concettuale ma mediante la ripetuta azione sull’anima delle medesime forze.

A tale scopo si fanno perciò in genere, per un periodo di tempo abbastanza lungo, delle meditazioni sempre sul medesimo contenuto, le quali vengono ripetute in determinati momenti. La durata della meditazione non ha molta importanza. Può anche essere breve, purché si svolga nella quiete assoluta dell’anima e nel totale isolamento di questa da tutte le impressioni del mondo esterno e da tutta la consueta attività intellettuale. Quello che conta è l’isolarsi dell’anima in se stessa col contenuto di cui si è parlato.

E ciò sia detto esplicitamente, in quanto deve essere chiaro che, intraprendendo siffatti esercizi, l’andamento ordinario della vita non deve essere per nulla turbato. Per questa disciplina, ogni uomo normalmente ha a sua disposizione il tempo necessario. E il mutamento che essa produce, se esercitata correttamente nella vita dell’anima, non influisce affatto sulla struttura della coscienza necessaria all’uomo per una vita normale (che poi talvolta, a causa della loro stessa natura, gli uomini esagerino o facciano stranezze e ne consegua un danno, non può mutare per nulla la nostra visione sulla cosa stessa).

Per un siffatto trattamento dell’anima, i concetti consueti non sono in linea di massima molto usabili. Tutti i contenuti concettuali che si riferiscono spiccatamente a qualcosa di oggettivo situato fuori di loro, hanno uno scarso effetto per gli esercizi in questione. Sono invece da prendersi in particolare considerazione quelli che possiamo designare come concetti simbolici, come simboli. E utilissimi sono quelli che si riferiscono, in modo vivo e denso di sviluppi, ad un contenuto molteplice.

Buona per questa esperienza è per esempio quella che Goethe chiamava l’idea della pianta primordiale. Di questa pianta pianta primordiale egli tracciò una volta, in occasione di un suo colloquio con Schiller, con pochi tratti, un’immagine simbolica. E disse anche che chi fa vivere nella sua anima questa immagine, trova in essa qualcosa che permette di concepire, mediante legittime modificazioni, tutte le possibili forme di piante, tutte le forme vegetali che portano in sé la possibilità dell’esistenza. Qualunque cosa si pensi sul valore conoscitivo oggettivo di una siffatta simbolica pianta primordiale, se come si è detto, la si fa vivere nell’anima, se si attende tranquillamente l’effetto della sua azione sulla vita dell’anima, allora ecco che subentra quella che possiamo chiamare una disposizione mutata dell’anima.

Le rappresentazioni simboliche che la scienza dello spirito ritiene utilizzabili per questo scopo, potranno talvolta apparire assai singolari. Da un tale fatto però si può prescindere, se si riflette che tali rappresentazioni non devono essere prese, come di consueto, per il loro valore di verità, bensì se si tiene conto che esse operano sull’anima come forze reali. Chi fa indagini spirituali non dà valore a quello che questi simboli significano, ma a quello che, per loro influsso, si sperimenta nell’anima. Naturalmente qui si possono dare solo pochi esempi di simboli in tal senso efficaci.

Si pensi per esempio, in immagine, all’entità umana, in modo che il rapporto fra la natura inferiore dell’uomo, affine all’animale, e l’uomo stesso quale essere spirituale, venga espresso simbolicamente mediante la figura di un animale a cui sovrasta una figura umana altamente idealizzata (per esempio mediante una figura simile al centauro). Quanto più immaginativamente e denso di contenuto è il simbolo, tanto meglio è. Questi simboli, nelle condizioni sopra menzionate, operano sull’anima in modo che questa, trascorso che sia un tempo sufficientemente lungo, sente in se stessa rafforzarsi, mettersi in moto e vicendevolmente illuminarsi i processi vitali interiori.

Un simbolo antico, adatto allo scopo, è il cosiddetto caduceo, ossia l’immagine di una retta intorno a cui si svolge una curva a spirale. Occorre veramente rappresentarsi questa immagine come un sistema di forze: come se lungo la retta scorresse un un sistema di forze, a cui corrispondesse nella spirale, secondo determinate leggi, un altro sistema, di velocità relativamente minore (in concreto, si può aiutarsi rappresentandosi la crescita del fusto di una pianta e il germogliare lungo di esso delle relative foglie; oppure l’immagine dell’elettromagnete. Similmente possiamo anche rappresentarci l’immagine dell’evoluzione umana: le facoltà che si sviluppano nella vita sono simboleggiate dalla retta e la molteplicità delle impressioni corrisponde alla spirale).

Particolarmente significative possono essere le figure matematiche, in quanto vi si possono vedere dei simboli di processi universali. Un buon esempio è la cosiddetta curva del Cassini con le sue tre varianti: la forma simile all’ellissi, la lemniscata e la forma che consiste di due rami interdipendenti. In questo caso quello che conta è di far vivere in sé l’immagine, in modo che il passaggio da una forma all’altra, effettuato secondo leggi matematiche, corrisponda nell’anima a determinati sentimenti.

A tali esercizi se ne aggiungono altri. Anche questi consistono in simboli, che però corrispondono a rappresentazioni da esprimersi in parole. Si pensi alla saggezza che vive e opera nell’ordinamento del mondo, simboleggiata dalla luce. E si pensi alla saggezza che si manifesta nell’amore sacrificale, simboleggiata dal calore generato in presenza della luce. Si pensino delle parole coniate su tali rappresentazioni, che abbiano perciò solo un carattere simbolico. L’anima può abbandonarsi ad esse nella meditazione.

Il successo dipende in sostanza dal grado di tranquillità e di isolamento che l’uomo raggiunge nell’anima mediante l’immersione in un tale simbolo. Il successo consiste nel sentire l’anima come sollevata fuori dall’organizzazione corporea.  Subentra in essa come una trasformazione del suo senso dell’esistenza. Come nella vita normale l’uomo sente la sua vita cosciente unitaria specificarsi secondo le rappresentazioni derivate dalle percezioni dei singoli sensi, così in conseguenza di questa disciplina, l’anima si sente pervasa da un’autoesperienza i cui elementi mostrano confini meno netti che non, per esempio, le rappresentazioni dei colori e dei suoni entro l’ambito ordinario della coscienza.

L’anima ha l’esperienza viva di potersi ritirare in una sfera della vita interiore di cui va debitrice al buon successo degli esercizi e che, prima che fossero stati intrapresi, era un vuoto, era un alcunché di impercepibile. Prima che si possa raggiungere una tale esperienza interiore, hanno luogo nell’anima vari mutamenti. Uno di questi è annunziato da un notevole prolungarsi – ottenuto con l’esercizio – del momento in cui l’uomo si desta dal sonno.

Allora egli è in grado di sentire chiaramente che da un quid, prima ignoto, penetrano ora nella struttura dell’organizzazione corporea delle forze ben determinate. Egli sente, come in una rappresentazione mnemonica, l’eco dell’azione esplicata da questo quid, durante il sonno, sull’organizzazione corporea. Se poi l’uomo acquista anche la facoltà di sperimentare un siffatto quid dentro la propria organizzazione corporea, allora gli risulta evidente che il rapporto  fra questo quid e il corpo è diverso durante la veglia e durante il sonno. Allora egli non può dire se non che questo quid durante la veglia sta dentro al corpo e durante il sonno sta fuori. Non bisogna però connettere questo fuori e questo dentro con le consuete rappresentazioni spaziali: bensì bisogna designare per loro mezzo le esperienze specifiche che l’anima fa, quando abbia compiuto la sopra menzionata disciplina.

Gli esercizi sono di natura intimamente animica, e per ogni uomo si configurano in forma individuale. Principiati che siano, l’individuale risulta da una determinata prassi dell’anima che ne deriva. Ma quella che si manifesta con assoluta necessità è la positiva consapevolezza di una vita situata in una realtà che, rispetto all’organizzazione corporea esteriore, è autonoma e di natura soprasensibile. Per semplificare, chiameremo iniziato chi aspira a siffatte esperienze dell’anima.

L’iniziato si trova di fronte alla precisa consapevolezza, sottoposta ad esatto controllo, che alla base dell’organizzazione corporea sensibilmente percepibile sta un mondo soprasensibile, e che in quel mondo è possibile sperimentare se stesso, come alla coscienza normale è possibile sperimentare se stessa entro l’organizzazione fisico-corporea. Qui possiamo solo accennare in linea di principio a tali esercizi. Un’esposizione particolareggiata di essi si trova nel mio libro L’iniziazione.

Mediante un adeguato proseguimento degli esercizi, questo quid ora caratterizzato, passa ad una condizione in certo modo organizzata spiritualmente. Allora alla coscienza risulta evidente di essere in rapporto con un mondo soprasensibile come, mediante i sensi, essa è in rapporto conoscitivo col mondo sensibile. E’ ben naturale che gravi dubbi possano sorgere riguardo l’asserzione di un tale rapporto conoscitivo fra la parte sovrasensibile dell’entità umana ed il mondo sovrasensibile circostante. Si può tendere a relegare tutto quanto in tal modo si sperimenta, nella sfera dell’illusione, dell’allucinazione, dell’autosuggestione, ecc.

Naturalmente, una confutazione teorica di siffatti dubbi deve essere in fondo impossibile. In questa sede infatti non può trattarsi di una discussione teorica intorno all’esistenza, o meno, di un mondo soprasensibile, ma solo di possibili esperienze e percezioni che si presentano alla coscienza proprio nello stesso modo come si presentano le percezioni trasmesse dagli organi di senso esteriori. Non si può perciò raggiungere per il mondo soprasensibile nessun altro genere di cognizioni se non quello che l’uomo ha del mondo dei colori e dei suoni.

Bisogna però tener presente che se si fanno questi esercizi correttamente, e soprattutto senza che mai l’autocontrollo venga meno, la diversità tra la rappresentazione del sovrasensibile e la percezione di esso risulta per esperienza diretta con altrettanta certezza quanta ne risulta, nel mondo dei sensi, tra la rappresentazione di un ferro rovente e un ferro rovente toccato realmente. Proprio riguardo al divario fra allucinazione, illusione e realtà sovrasensibile, l’iniziato, coi suoi esercizi, acquista una pratica quanto mai infallibile. Naturalmente però,  l’iniziato deve andare cauto, e deve essere altamente critico nei confronti di ogni sua osservazione soprasensibile.

Ed effettivamente non si deve mai parlare di risultati positivi dell’indagine sovrasensibile, se non con la seguente riserva: sono state fatte delle osservazioni e la critica, esplicata al riguardo con ogni cautela, autorizza a supporre che chi sia in grado, mediante esercizi adeguati, di mettersi in rapporto col mondo sovrasensibile, farà anch’egli le medesime osservazioni. Che poi, nelle comunicazioni fatte dai diversi iniziati possano presentarsi delle differenze, ciò non può spiegarsi se non analogamente a quando dei viaggiatori diversi danno notizie differenti intorno ai luoghi che hanno visitato e descritto.

Nel mio libro L’iniziazione, accordandomi con la consuetudine di coloro che si sono rivelati iniziati nel medesimo campo, ho chiamato mondo immaginativo quel mondo che, nel senso ora descritto, emerge sull’orizzonte della coscienza. Questo termine, però, usato esclusivamente in senso tecnico, non è assolutamente da confondersi con quanto potrebbe alludere ad un mondo puramente immaginario. Qui il termine immaginativo sta solo ad indicare la qualità del contenuto animico. Nella forma, questo contenuto animico è simile alle immaginazioni della coscienza ordinaria: solo che, nel mondo fisico, un’immaginazione si riferisce ad un reale sensibile: mentre le immaginazioni dell’iniziato sono da attribuirsi altrettanto univocamente ad un reale sovrasensibile. Il mondo immaginativo e la sua conoscenza però, sono solo un primo passo sulla via dell’iniziazione. Per mezzo loro si può sperimentare soltanto il lato esterno del mondo soprasensibile.

Occorre ora fare un altro passo, il quale consiste in un approfondimento della vita dell’anima oltre quanto è stato effettuato col primo passo. Concentrandosi rigidamente sulla vita che gli si presenta nell’anima per opera dei simboli, l’iniziato deve ora acquistare la facoltà di allontanare totalmente dalla sua coscienza il contenuto dei simboli. Mediante una specie di astrazione reale, il contenuto rappresentativo deve ora essere eliminato, e solo la forma dell’esperienza deve permanere. In tal modo il carattere simbolico irreale della rappresentazione, che ha un significato per l’evoluzione dell’anima solo come stadio di transizione, viene rimosso: ora la coscienza prende come oggetto di meditazione l’attività interiore stessa dell’anima. Quello che di un tale processo è possibile descrivere, è, rispetto all’esperienza reale dell’anima, come una debole ombra rispetto all’oggetto che la proietta. Quella che dalla descrizione risulta come una parvenza dell’esperienza reale, acquista il suo significativo effetto tramite la forza impiegata.

La vita così suscitata nell’interiorità dell’anima, può essere chiamata una reale autopercezione. In essa l’interiorità umana impara a conoscersi, non soltanto mediante la riflessione su se stessa, come veicolo delle impressioni dei sensi e della elaborazione concettuale di esse. Bensì il sé impara a conoscersi come esso è, senza alcun riferimento ad un contenuto sensibile: sperimenta sé in se stesso come realtà sovrasensibile. Questa esperienza non è come la consueta auto osservazione dell’Io, nella quale l’attenzione viene distolta dal mondo conosciuto e riflessa sul sé conoscente. In tale caso per così dire si restringe sempre più nel punto dell’Io. Ma non è così per l’autopercezione reale dell’iniziato. Nel corso degli esercizi il contenuto dell’anima si arricchisce in lui sempre più e vive secondo determinate leggi: il suo sé non si sente estraneo alla rete di queste leggi, come lo è per le leggi naturali, estratte dai fenomeni del mondo circostante.

In questa fase della disciplina può presentarsi il pericolo che chi la esercita, a causa dell’insufficienza di un vero controllo di sé, creda troppo presto di aver conseguito il giusto risultato e senta allora come vita interiore quella che non è che una reminiscenza delle rappresentazioni simboliche. Naturalmente ciò è senza valore e non deve essere scambiato per la vera vita interiore che si presenta  al momento giusto, che è veramente riconoscibile a chi consideri che, sebbene essa manifesti una realtà piena, tuttavia non assomiglia a nessuna realtà precedentemente nota.

(*) Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911, Vol. III, pag. 224-227.

(Continua…)

COME UNA POESIA – di Mara Maria Maccari

Gelsomina-La Strada

.

Io sono pazza

sono pazza perché voglio amare
sono pazza perché nonostante il dolore e la costante delusione c’è in me una forza
che mi trascina.

Dolore mia salvezza
come un’asse al centro della terra
diritta mi fai stare.

Finalmente ti posso guardare

*

.Mara Maria Maccari

FREUD (Uno scritto di Massimo Scaligero)

Riceviamo da un utente di Eco, discepolo di Scaligero. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.

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 S. Freud

FREUD

Sigmund Freud è stato, ai primi di questo secolo, l’iniziatore del periodo della psicologia fondato su una visione realistica dell’ “inconscio”: di questo tuttavia già da qualche decennio esisteva il problema con le relative indagini: basti ricordare gli studi del Binet e di Morton Prince sul sonnambulismo e lo sdoppiamento della personalità, le esperienze del Bernheim sulla suggestione post-ipnotica, nonché le teorie di Pierre Janet circa l’inconscio e la dissociazione.

L’inconscio, ossia quella zona della vita interiore dell’individuo che sfugge alla coscienza ordinaria e al tempo stesso in qualche modo la condiziona, era già stato intravisto dagli studiosi di quel tempo: solo mancava loro l’audacia di fare di esso una base definitiva, universale, per la spiegazione di tutti i fatti psichici. Pensò Sigmund Freud a questo, portando innanzi l’esplorazione della zona del “profondo” e identificando nell’inconscio, non più semplicemente la “sede psichica” degli automatismi e della carenza di attività sintetica, bensì anche la sorgente delle forze istintive, dotata di capacità di manovra di tutta la vita cosciente.

La psicanalisi nacque prima come metodo di cura per affezioni isteriche semplici. Freud riteneva che il sintomo psico-nevrotico stesse a rappresentare la sostituzione di un atto mentale, legato a particolari esperienze infantili e omesso dalla coscienza. Ogni forte impressione ricevuta, non accolta dalla vita cosciente e perciò dimenticata – secondo la tesi freudiana – non sparisce, ma va a rifugiarsi nella zona dell’inconscio, alimentandone la sostanza, e da lì urge sulla vita fisico-psichica affiorando poi come fenomeno nevrotico. Di qui la necessità della “rimozione”, consistente nel richiamare alla memoria del paziente l’esperienza o l’impressione sofferta, per liberarlo di essa: il che venne più tardi sperimentato con il cosiddetto metodo della associazioni libere, ossia col suscitare nel soggetto l’attività dell’ “inconscio”, in modo da farlo giungere alla confessione, ossia alla obiettivazione dell’impedimento covato.

Procedendo in questa direzione, Freud si trovò a un dato momento dinanzi a una nuova visione della vita istintiva, che doveva rivoluzionare il campo di quegli studi: egli ravvisò alla base dell’inconscio l’azione della libido, ossia l’attrazione sessuale: da qui a spiegare tutti i fenomeni della vita psichica, compresi quelli più elevati dell’attività estetica ed ideativa, come risultato o di repressioni o di sublimazioni delle esigenze istintive, il passo fu breve. Ne derivò una tecnica che mediante il metodo associativo tendeva ad obiettivare i contenuti latenti della libido, mentre si formava in base a ciò una interpretazione di tutte le attività interiori dell’uomo: non lo spirito, ma l’inconscio, non gli ideali, ma gli istinti repressi, costituiscono le sorgenti dell’azione umana.

Ora, anche se si può pure concedere che tale schema sia, sotto qualche aspetto, giustificato dal fatto che oggi buona parte degli uomini, purtroppo tende a codificare quanto deriva dagli istinti, tuttavia è un sofisma deleterio il dare come tipo umano normale il nevrotico, che invero è solo il tipo di un “caduto”, di un essere venuto meno alla sua vera natura.

Punto di partenza per ogni sviluppo interiore, è riconoscere coraggiosamente la pseudo-spiritualità di una quantità di cose ritenute spirituali, mentre si riducono appunto a “sublimazione”, a surrogati o a forme di debolezza e di evasione. Ma quando si tratta di passare da una vita interiore alienata, a contatti con forze più profonde chiuse nella parte abissale del nostro essere, un tale contatto non deve significare ulteriore abdicazione e dissoluzione: occorre che a entrare in azione sia l’ “Io” come una forza completamente dominante, come un principio effettivamente sopra-cosciente, non come quell’effimera “costruzione” psicologistico-sociale che la psicanalisi suppone, anche se tale effettivamente è quel che nei nostri tempi si ha in molti casi.

Mettere a contatto la coscienza del malato con il suo male, senza dargli modo di fondarsi sul principio realmente dinamico della coscienza, significa non guarirlo, ma farlo peggiorare. L’ignoranza, molte volte, è una forza, e non è facile richiudere le porte della zona “infera”, una volta che esse siano state socchiuse.

Ora, la psicanalisi di Freud non solo non conosce alcuna supercoscienza da opporre alla subcoscienza “infera”, ma in fondo essa non conosce nemmeno alcun mezzo di vera difesa per la stessa normale personalità che voglia assumere il rischio del “contatto”, dato che a tale personalità essa comincia col negare ogni realtà propria. Così in tutti i casi in cui essa va oltre il ristretto ambito di una specifica psicopatologia e ai tipi di personalità menomata ad esso relativi, la psicanalisi costituisce senz’altro un pericolo. Essa sarebbe giustificata unicamente se fosse preceduta da una disciplina volta a formare una unità spirituale, una personalità vera a luogo di quella incosciente ed esteriore creata da educazione, convenzione, ambiente, atavismo, oltre ché dai frammenti di un inconscio assunto in forme addomesticate, trasposte e sublimate; ma in tal caso non si vede come la psicanalisi possa essere ancora utile.

Allorché il mito ci presenta il motivo di un eroe solare che scende intrepidamente negli “Inferi” ed affronta nature selvagge – serpenti, draghi o mostri – per trarne con la vittoria un dono superiore di vita, con il senso di simili figurazioni ci dà simbolicamente il punto decisivo: solo al principio sovrannaturale dell’Io, ossia di una personalità asceticamente fortificata in qualità eroica, è dato avventurarsi nella zona sotterranea dell’ “inconscio” senza pericolo di una distruzione spirituale, con la promessa, invece, di una vita più elevata e più vera.

MASSIMO SCALIGERO

PENSARE CREATORE

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Questo è il tempo di Michael, l’Arcangelo della luce del pensiero. Pochi sanno cosa questo significhi, perché pochi sanno cosa sia veramente il pensare. In un mondo dove il materialismo si impone come greve mantello sull’uomo rendendolo sempre più miope, l’anelito dell’anima assetata di spirito cerca acqua viva, e l’acqua vivente che zampilla sono i pensieri che si tuffano nell’essenza spirituale eterna delle cose per accendere e dare vita alla percezione.

Michael attende che l’uomo comprenda questo mistero!

Credo che il testo che più di ogni altro aiuti l’uomo in questa comprensione sia la “Filosofia della Libertà” e allora, per onorare l’Arcangelo del pensare, nei limiti delle mie possibilità, provo a muovere qualche passo in questa direzione.

La prima parte della “Filosofia della Libertà” viene sintetizzata dal suo autore Rudolf Steiner, anche con le parole “monismo di pensieri”, monismo inteso come unità.

Perché cosa sono e da dove derivano tutti i pensieri che spiegano il mondo?

Sono pensieri che stanno alla base del creato e sono stati pensati dal Pensatore supremo. Gli antichi greci l’hanno chiamato Logos: il Pensatore artistico e creativo per eccellenza.

Anche nel vangelo di Giovanni troviamo questo nome: “Nel principio era il Logos”, all’inizio di tutto ci fu, c’era e c’è sempre il pensare creatore.

Tutto l’apparire del mondo fisico nella sua magnificenza è iniziato da processi di pensiero. Cosa sono le cose? Concetti del Logos, idee del Logos, pensieri del Logos.

Cos’è una margherita? Un pensiero. Cosa sono un leone, un albero, un gabbiano? Pensieri.

Più allarghiamo il bagaglio delle percezioni e più ci addentriamo in questo mondo unitario di pensiero che ne sta alla base e che avvolge il mondo in un velo luminoso, in un monismo di pensieri che crea la realtà. Il credere che la realtà sia data dalla materia percepita è solo maya, illusione.

Anche noi, esseri umani fatti a immagine e somiglianza del Logos, partecipiamo a questa facoltà creativa artistica che è il pensare: un aquilone, una casa, un aereo sono strutture di pensiero realizzate dal pensare umano.

L’allenamento di questa attività, l’uomo lo esercita nel pensare le cose che sono già state pensate dal Logos, si muove nella perfezione dei pensieri divini ed impara a combinare questi concetti dati, in maniera nuova, divenendo a sua volta un dio nel creare nell’elemento della materia.

Se però l’uomo si limitasse a pensare e a muoversi solo nell’ambito fisico materiale, non avrebbe nessuna possibilità di esercitare la sua libertà, la sua creatività, perché questo campo è dominato dalle leggi di natura.

Nessuno è libero di creare una viola a modo suo, ma siamo determinati, in un certo senso, da quella struttura di pensiero che il Logos a messo a base della viola; possiamo al massimo manipolare quello che già c’è ma niente di più, e così è per tutte le cose create.

In questo monismo di pensiero non c’è spazio per la libertà creativa dell’essere umano.

Allora ci deve essere un’altra dimensione, una seconda dimensione del pensare che dà la possibilità a me, creatura del Logos, di immettere qualcosa nel mondo che ancora non c’è.

E che cosa crea l’uomo in assoluto perché prima non c’è mai stato?

Ciò che fa lui individualmente nella sua vita, nei momenti in cui non imita nessuno e non segue alcuna norma generale o comandamento, perché ogni situazione di vita è unica e irripetibile, non ci sono due situazioni di vita uguali.

Si tratta di capire in che modo questa unicità realizza, partendo dal bagaglio dei suoi pensieri e delle sue conoscenze, la realtà della sua vita, come crea, ad esempio, la realtà della Libertà, perché la Libertà è qualcosa che l’uomo crea, e se non la crea lui, non c’è.

Ognuno ha tanta libertà quanto ne crea, quanto ne realizza, non ci sono limiti alla realizzazione della libertà.

L’uomo è l’unico essere continuamente in bilico tra il bene e il male, teso verso un equilibrio sempre precario, sempre da riconquistare. Questo gli da la possibilità di scegliere continuamente tra queste due forze e questa scelta è la libertà.

L’uomo nel suo vivere si sperimenta libero non quando ubbidisce a delle leggi o si rivolge a norme di comportamento generali, perché sarebbe solo un copiatore, un esecutore.

Però l’essere umano sa che ha la possibilità, la potenzialità di cogliere, in determinate situazioni, l’intuizione per creare qualcosa di assolutamente nuovo.

Non necessariamente dovrà trattarsi di qualcosa di straordinario. Anche un incontro tra esseri umani potrebbe diventare una creazione artistica per quanto di attenzione, coscienza, interessamento vero verranno espressi in quel momento. Un incontro così non c’era mai stato, ne mai ci sarà, se creato in quel momento in maniera assolutamente nuova e libera.

Anche in un processo di pensiero voluto e creato dall’energia dell’anima e dall’intuizione pensante si sperimenta la libertà, perché è nel pensare che siamo massimamente liberi.

Ogni intuizione si manifesta alla coscienza per mezzo di un concetto, un concetto come tutti gli altri, ma si saprà di averlo creato intuitivamente in quel momento, non copiando nulla, non ripetendosi, non ubbidendo a nessuno: sarà una creazione dal nulla, nuova.

E questa possibilità, che è una delle più importanti per l’essere umano in quanto gli dà la facoltà di sperimentarsi creatore in modo intuitivo, unico, Steiner la chiama “individualismo etico”.

Due parole che di primo acchito sembrano difficili, lontane, ma che in realtà sono una potenzialità dell’anima umana. Creazione libera, individuale: basta lasciarla fiorire nella Luce del Logos ed esserne coscienti!

L'EDIFICIO

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Un piccolo, cattivo intervento, che potrebbe interessare pochi lettori, se non fosse per la sintomaticità trattata.

La storia, davvero insignificante, è questa: premesso che su Facebook non mi ci troverò mai, qualche volta ho sfogliato la pagina di Sigwart, di Scienza dello Spirito e poche altre cose. Trovo una certa correttezza nelle suddette.

Sotto l’immancabile e suggestiva fotografia del Goetheanum, oltre a 48 assensi di piacere (in effetti la foto è buona) lessi questa breve nota che riporto. M.M. scrisse: “chi può osservare e cogliere la sua bellezza, trasforma la propria anima attraverso lo sguardo che magicamente plasma una realtà che altrimenti rimarrebbe nell’oscuro come nostalgia incompresa”.

Se si parte dal presupposto che il nostro popolo sia composto da poeti (e navigatori) e che la positività sia la disciplina dell’anima più facile del mondo, non potrei aggiungere altro!

Invece leggo anche righe meravigliate dell’ubicazione dell’Edificio (sì, è vicino a Basilea e lontano da Kuala Lumpur), nessuna perplessità circa la non-architettura della facciata posteriore, né sulla pessima collocazione museale delle poche cose rimaste (es: i medaglioni planetari), né qualcosa sullo sconcio (sì, lo sconcio!) dell’ubicazione dell’unico manufatto spiritualmente vivo, ossia della grande composizione lignea, posta con divina intelligenza e purezza d’animo in una buca, per non sottolineare il tradimento architettonico di buona parte del pianterreno – tedesco sì, antroposofico no, nemmeno formalmente – .

Rudolf Steiner - Mozilla Firefox

L’Edificio viene a risultare un vistoso guscio della cui grandezza e creatività artistica rimane solo ciò di quanto è stato riprodotto dal bozzetto e da alcune indicazioni del Dottore (nemmeno queste eseguite fedelmente).

Pare quasi che l’effimero superficiale sia lo strutturale duraturo: ecco l’antroposofia che piace: vaghe impressioni, generiche piacevolezze. Roba che nemmeno i primitivi…

Su quanto scrivo, i vecchi antroposofi ne sapevano molto e molte furono le furenti polemiche in tal senso…poi ci mettiamo una pietra sopra che fa comodo per chi rimane.

Naturalmente i “bollettini” riportarono sempre e solo  gli entusiastici commenti, secondo il vizietto delle “democrazie popolari”.

Ancora oggi vecchi visitatori che vengono da molto lontano, dimenticano una vita di studio e disciplina (o forse proprio per questo) e scoppiano riprovevoli e vivaci alterchi.

Io ho assistito al tentativo di un anziano americano, ormai paonazzo, di strozzare (sì, avete letto bene) la guida all’edificio. Un caro amico svizzero mi ha confermato che le esplosioni di indignata delusione non sono rare.

Perché succede questo, moralisti spiritualeggiadri dei miei stivali?

Perché, ognuno al suo livello, percepisce la mancanza di ciò che dovrebbe esserci, oltre la splendida maschera della facciata.

Se poi uno ci va beato e contento e ritorna beato e contento, avrebbe potuto non andarci, risparmiando, nella sua beatitudine, fatica e denaro: beato era anche prima e può accontentarsi delle foto (suggestive) per essere contento.

Poi, se invece si è capaci di percepire qualcosa, si prolunghi l’itinerario e ci si rechi alla cattedrale di Chartes. Essa è posta su una collina, già sacra al tempo dei Druidi, su cui è possibile darsi una ripulita all’anima, facendo silenzio e contemplando.

SONETTO

rosa-dinverno-

Quelle ore che con delicato lavoro plasmarono
l’amabile sembiante su cui ogni occhio indugia,
saranno implacabili verso la loro opera
ed abbruttiranno quanto magicamente splende:
perché l’inarrestabile tempo guida l’estate
verso l’orrido inverno e ivi la sommerge;
linfa stretta dal ghiaccio e vive foglie cadenti,
bellezze sepolte da neve e squallore ovunque.
Se allora non rimanesse l’essenza dell’estate,
liquida prigioniera fra pareti di vetro,
l’eternarsi della bellezza finirebbe con la stessa
e non ci resterebbe nemmeno un suo ricordo:
ma i fiori distillati, pur colpiti dall’inverno
perdon solo l’apparenza: dolce ne vivrà il profumo.

(Shakespeare)

(32) ISIDE-SOPHIA La stessa Via del Pensiero rischia... - Piero Cammerinesi -


VERI E FALSI MAESTRI SPIRITUALI

In questa epoca di grandissima confusione spirituale, per molti non è davvero facile intuire e riconoscere un vero Maestro, e di conseguenza per molti è difficilissimo scorgere quale differenza, ancorché abissale, vi sia tra un Maestro spirituale autentico e le molte, troppe, contraffazioni che oggidì circolano nella vita reale, nonché in quella virtuale. Ed ha mille volte ragione Massimo Scaligero ad ammonire all’inizio del XVI capitolo, intitolato Secretum Inviolabile, di Dallo Yoga alla Rosacroce, p. 204:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è l’identico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno.

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale».

Non essendo in grado di discernere l’autenticità di un insegnamento veritiero rispetto alle molte contraffazioni, molti ancor meno sono in grado di accorgersi di chi sia un vero Maestro. Ma quali sono le caratteristiche intrinseche di un Maestro autentico o, come viene chiamato nella tradizione indiana, di un Guru, di un Acharya? Alcune parole estremamente chiare in proposito le dice Ramana Maharshi nella Upadeśa mañjarî, ovvero La ghirlanda delle istruzioni spirituali:

«Quali sono i segni che permettono di riconoscere un vero maestro (sadguru)?

La capacità di dimorare stabilmente nel Sé, il saper guardare ogni cosa con occhio equanime, un coraggio che non vacilla mai, sempre, ovunque e in ogni circostanza; e via dicendo».

Un Maestro spirituale è un Iniziato che ha ricevuto dall’Alto, dal Mondo Spirituale, un «sigillo» interiore, una «missione» da svolgere, la Conoscenza e le forze per svolgere tale missione. Si può giungere ad essere degli Iniziati, senza peraltro ricevere dall’ Alto il compito di essere Maestri, ossia degli «Istruttori», degli «Iniziatori». Non si diviene Maestri – quale che sia il livello, anche altissimo, della propria evoluzione spirituale – per una qualsivoglia decisione personale, bensì per «investitura» dall’Alto, dal Divino, dallo stesso Mondo Spirituale. L’arbitrio di una scelta personale, presa da un punto di vista inevitabilmente «umano», porta sempre, infallibilmente, alla prevaricazione e al tradimento.

Caratteristica del Mondo Spirituale, di ciò che non è meramente «umano», bensì «ultraumano», «superumano», è l’impersonalità, la sovrapersonalità, e di conseguenza il non venir condizionati da ciò che è meramente umano, umano-troppo umano, personale. L’assolutezza di una tale caratteristica del Mondo Spirituale viene impressa come un «sigillo» in colui che viene «investito» dall’Alto della missione di essere un Maestro. Una tale «Investitura» dona la certezza nell’insegnamento spirituale, certezza che non risente delle oscillazioni e della variabilità dell’opinare meramente umano. Il «sigillo» del Mondo Spirituale dà la stabilità interiore, propria a ciò che è impersonale e radicato nell’Assoluto. L’anima che nelle sue profondità abbia ricevuto un tale «sigillo», è quella che Enrico Cornelio Agrippa chiama l’«anima stante e non cadente». Il Maestro che parla è organo e voce del Mondo Spirituale stesso. Tutto ciò che è oscillazione animica, meramente personale, incertezza, è radicalmente estraneo alla funzione e alla missione del Maestro, dell’Istruttore spirituale.

E, soprattutto, egli è in una condizione di sincerità assoluta, di veridicità. Parla partendo dall’intima necessità dell’anima di colui che a lui si rivolge. Ossia parlerà scorgendo nell’anima di chi a lui si rivolge la reale richiesta interiore, percependo ciò che è realmente necessario, e sarà indifferente a quel che possa piacere o meno all’altrui psiche cosciente. Parlerà o tacerà sulla base dell’essenziale motivazione interiore percepita, indifferente anche alla delusione o alla ribellione, peraltro da lui sempre previste, che le sue parole o il suo silenzio possano suscitare nell’anima di chi a lui si rivolge.

Ma non mentirà mai. Non conoscerà tatticismi e machiavellismi, che possano giustificare una menzogna. Neppure a fin di bene. Parlerà o tacerà a seconda della necessità oggettiva, indipendente da simpatie o antipatie personali, ma non mentirà. Mai.

Avendo un tale punto di riferimento, dovrebbe essere facile discernere il reale dall’irreale, l’autentico dalla volgare contraffazione, la verace Via della Iniziazione da quella messinscena e finzione che gli antichi Latini ed Elleni chiamavano, con parola eloquente e calzante, «mistificazione», che non è altro se non una sacrilega profanazione. Ma gli umani si reputano spesso troppo intelligenti e scaltri per preoccuparsi di ciò che è reale, vero e autentico, e non rinunciano mai – quasi mai – a soddisfare tutte le vogliacce e le vanità del loro ego stratosferico.

A tale proposito vogliamo riportare quanto scrive Arturo Reghini in Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, che come noto è l’introduzione alla sua traduzione del De occulta philosophia dello stesso Agrippa. Così dice Reghini, con parole fortemente ammonitrici, in un passo importante e nella nota 66 ad essa collegata:

«Quanto poi alla completa iniziazione, a scanso di equivoci e di responsabilità, ci basterà avvertire il lettore che oggi, come al tempo di Agrippa, il mondo è pieno di falsi dottori, di ciechi che conducono i ciechi, di pseudo-iniziati che non son capaci neppure di riconoscere nell’intima sincerità della loro coscienza la loro profonda ignoranza, il loro analfabetismo radicale; si ricordi, quindi, la raccomandazione di Agrippa: Attenzione a non farsi ingannare da quelli che furono e sono alla loro volta ingannati (66)».

Ed ecco la nota 66: «Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico o politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Sarebbe facile dimostrare, con documenti e testimonianze alla mano, l’origine di quell’ autentico bluff che è il preteso «martinismo», nato dalla combine tra il non ancora dottore in medicina Gèrard Encausse, alias Papus, e il giovane letterato e orientalista Augustin Chaboseau. Non m’interessa impegnarmi in una polemica al riguardo. Le parole di per sé non convincono mai nessuno. Solo la conoscenza della verità, ossia l’esperienza diretta della realtà che sta alla base di un tale conoscere è convincente. Ma la verità è di chi sinceramente la cerca. Basti rilevare che né Gérard Encausse né Augustin Chaboseau erano degli Iniziati, né tantomeno dei Maestri. Una delle brame più forti, un’ autentica mania, dell’Encausse-Papus era quello di fondare Ordini iniziatici. Il visconte di La Palisse gli avrebbe facilmente obbiettato che per fare un Ordine iniziatico ci vogliono gli Iniziati. Perché scopo precipuo di un tale Ordine è di dare l’Iniziazione a dei postulanti, a dei recipiendari: ossia a persone che hanno le «qualificazioni» per richiederla e le adeguate «dignificazioni» per riceverla. Almeno un Iniziato, ossia un Maestro iniziatore ci deve essere, perché nemo dat quod non habet, ossia chi non possieda il «sigillo» e l’«investitura» dall’Alto, nulla potrà mai dare – se non una blasfema e sacrilega contraffazione del Sacro – per la semplice ragione che il più non può venire dal meno. E la storia di quelle congreghe, che d’iniziatico avevano ed hanno solo il nome, è sin troppo eloquente: una interminabile sequela di menzogne, scissioni, abusi, profanazioni, tradimenti, compromessi, intrallazzi, congiure e macchinazioni d’ogni tipo. Ma queste considerazioni interessano solo come casi esemplificatori di quel che può accadere, e che purtroppo accade.

Quindi, si deve concludere che un Maestro autentico non è facile da incontrare, e ancormeno da riconoscere. Perché non sarà il Maestro a cercare un discepolo, né gli renderà facile il riconoscimento. Non sarà suadente, non cercherà il consenso, né si piegherà mai ad usare quelle strategie d’immagine, tipiche  di quella forma di prostituzione morale che è il marketing, del quale si servono oggi ad abundantiam gruppi economici e finanziari, partiti, logge, chiese e quant’altro. Lo stesso Rudolf Steiner attese – secondo una rigorosa legge occulta – che la giovane Marie von Sivers lo «riconoscesse», ossia riconoscesse non solo la sua statura iniziatica, bensì la sua missione «magistrale» e, facendosi in certo qual modo “rappresentante dell’umanità”, gli ponesse la fatidica «domanda», che sola permise a Rudolf Steiner di iniziare a donare la Scienza dello Spirito. Giovanni Colazza era uomo molto riservato, silenzioso, quasi inaccessibile come un Patriarca Ch’an o Zen. Quanto a Massimo Scaligero, io stesso – come molti altri del resto – sono stato testimone di quanto egli fosse indifferente al successo e all’insuccesso, quanto disprezzasse privilegi e favori, quanto lasciasse liberi coloro che lo incontravano, quanto non lo smuovessero di un millimetro il biasimo e la lode, l’approvazione o l’aperta ribellione. Solo alcune cose non sopportava e non tollerava: l’ipocrisia, la recitazione, la finzione, la vanità, il vano e vacuo intellettualismo, la menzogna, il tradimento della verità e dell’amicizia, l’ambizione. Non le tollerava: le smascherava regolarmente  e le abbatteva senza misericordia veruna.

Dopo che Massimo Scaligero ci ha lasciati, quasi trentacinque anni fa, sono sorti vari personaggi che si sono «proposti» come suoi successori e continuatori. Questo loro autoproporsi li squalifica automaticamente. Alcune persone proposero a Massimo Scaligero, ancora vivo, di farsi da parte per lasciare a loro il compito e la funzione magistrale, e furono trattate  nella maniera dovuta. Altri, più scaltri ed infidi, agirono sordamente, «remando contro», e preparando l’erosione prima e la demolizione poi della sua opera. Vi fu anche chi, in qualche modo, pur non proponendosi personalmente in maniera esplicita, si fece proporre, ispirò, o accettò il fatto di venir proposto da entusiasti e e suggestionati seguaci. Massimo Scaligero ammonisce a chiarissime lettere che ciò che suggestiona e seduce sicuramente non libera.

Rudolf Steiner, all’inizio del Novecento, aveva designato Giovanni Colazza a guidare la Comunità Solare in Italia, e lo stesso Colazza trasmise l’identico mandato a Massimo Scaligero negli anni successivi alla seconda Guerra Mondiale. Massimo Scaligero non si faceva davvero illusioni di sorta circa la tenuta della comunità spirituale, alla quale per decenni aveva dato tutto se stesso. Infatti, non trasmise a nessuno il mandato ricevuto da Colazza. Sono personalmente testimone delle parole a me dette: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», e anche delle parole dette a varie persone: «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, sarà tutto finito!». Si limitò ad indicare, per l’orientamento delle riunioni, per iscritto nel proprio testamento – che infedele mano interessata ha fatto abilmente sparire – ed oralmente, la figura di Alfredo Rubino e lo fece mettendo in evidenza sempre la sua limpidità, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua ascetica fedeltà alla Concentrazione e alla Via del Pensiero. E per tali sue qualità Alfredo Rubino venne osteggiato, sabotato, calunniato e deriso sino alla fine della sua vita. Alfredo Rubino con la sua impersonalità e fedeltà è stato un autentico asceta ed un eroe spirituale.

Dopo la scomparsa del Maestro ho potuto assistere da parte di taluni ad una vera e propria surrettizia opera – ispirata – di «trasbordo ideologico inavvertito», per sostituire i contenuti originari con altri di dubbia e incontrollata origine, per sostituire le indicazioni circa una regolare ascesi individuale e l’operatività comune con altre, vòlte a secondare le comodità di una pretesa «via dell’anima». Ci si è opposti alla rigorosa Via dello Spirito, alla Via del Pensiero, alla centralità della Concentrazione, al silenzioso Rito della Meditazione in comune, sostenendo callidamente che «una assoluta austerità è insopportabile a molti, ai più». E aggiungendo, attraverso l’uso menzognero e in mala fede di frasi di Massimo Scaligero, monche e staccate dal contesto, che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo».

Ora, siccome gli umani sono liberissimi persino di non volere essere liberi, chi trova insopportabile l’austerità e il rigore della Scienza dello Spirito, forse dovrebbe considerare che nella vita vi sono tante altre cose belle e simpatiche alle quali piacevolmente dedicarsi. Ma neppure concedere questo pare che vada bene, perché si pretende che ciò che costoro hanno rinunciato a realizzare e conquistare, neppure altri devono anche solo tentare di realizzare e conquistare. Ma vi sono anche esseri umani che vogliono vivere vivi e non morti, e per essi rinunciare all’impresa spirituale equivale a morire nell’anima, e in tali condizioni per loro vivere è cosa vilissima, tale che non valga la fatica e la pena. Bisogna vivere una vita degna di essere vissuta: una vita che può essere bella o tragica, tranquilla o pugnace e irta di difficoltà, ma sempre una vita seria, non una pagliacciata nella quale ci si prende in giro, mentendo a se stessi. Per gli antichi mitriasti valeva il principio che «vita est res severa, vita est militia sacra super terram».

Non posso dimenticare le parole che Massimo Scaligero mi disse, con insistenza, in molte occasioni sino agli ultimi tempi, e all’ultimo giorno della sua vita:

«Per arrivare alla mèta, voi giovani dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio. Io ho fiducia in voi perché seguite veramente la Via del Pensiero: nella Via del Pensiero voi potete essere intensi, assoluti, consacrati. Potete essere unilaterali, potete esagerare, potete essere “settari”, perché la forza-pensiero è l’unica che è capace di autocorrezione. La forza-pensiero nel suo impeto travolge ogni ostacolo».

Nell’ultimo incontro – avvenuto poche ore prima che ci lasciasse – ci chiese di essere fedeli al realismo del pensare, al realismo del Logos, all’assolutezza della esperienza eterica del concetto.

Allora ero molto giovane, molto ignorante, molto stupido. E, aggiungo, anche passabilmente ingenuo. Trentacinque anni dopo, ringraziando le difficoltà, gli errori, le sciagure, i molti dolori che che la vita mi ha dato con generosa abbondanza e che mi hanno insegnato qualcosa, se non molto più saggio, sono almeno molto meno ingenuo. Ho visto, con mio grande stupore, i tradimenti, le menzogne, le macchinazioni, di persone un tempo per me insospettabili. Le ho viste chiamare “verità” delle consapevoli menzogne, e chiamare “errori” le verità e le indicazioni ascetiche più luminose del Maestro. Ho visto, e udito, gettare il fango sulla figura del Maestro, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua realizzazione spirituale, sulla sua maniera di vivere, sulla sua stessa moralità e dichiarare  “incompleta e superata”, “errata, orientale, yoghica, buddhista”, “carente del Logos e del Graal”, la Via del Pensiero che Massimo Scaligero ha prima realizzato e poi a noi indicato. Ho udito diffamare e deridere il rigoroso e silente Rito della Meditazione in comune, dato da Massimo Scaligero, come “orientale, essenico, buddhista”, e peggio. Alla mia obbiezione che tale Rito mi era stato dato dallo stesso Massimo Scaligero in presenza di chi una tale obbiezione faceva, mi fu risposto: «Sì, ma prima c’era Massimo, ora i tempi sono cambiati!». Di fronte alla enormità di una tale affermazione, venutala a sapere, Alfredo Rubino, ironicamente, commentò: «Sì, facciamo come la Chiesa Cattolica: adeguiamoci ai tempi!». Ma la verità non è adeguabile alle ambizioni, ai sotterfugi, ai «trasbordi ideologici inavvertiti», alle manipolazioni, alle sentimentali preferenze, alle interessate, suggestionanti, «operazioni d’immagine» vòlte a realizzare non dichiarate e non confessabili finalità, confessionali o politiche.

Ma un vero Maestro indicherà in maniera scarna ed insegnerà in maniera impersonale sempre la Via della Verità, che è la Via dello Spirito. Mentre i falsi maestri, coloro che si sono proposti da sé, o che si sono fatti proporre, e imporre, indicheranno le vie dell’errore, gl’ infidi sentieri della soggettività, della intellettualità, della sentimentalità, della istintività, le seducenti, ma variabili, incerte, alla bisogna “adattabili” vie dell’anima, della personalità, dell’arbitrio, dell’intrallazzo, dei giochi di corridoio, delle callide macchinazioni: della menzogna.

Di fronte a tali e tante alterazioni – e adulterazioni – per me, vale unicamente la sperimentata certezza dell’assolutezza dell’esperienza della forza-pensiero, vale unicamente la centralità della Concentrazione, che è la Via Assoluta, la Via Regia a sé sufficiente. In effetti, è necessario un “adeguamento” ai tempi, ma nel senso che i tempi sono drammatici, addirittura tragici, ed esigono imperiosamente che non si perda più tempo in rimedi illusori e meramente consolatori. L’urgenza dei tempi esige che si abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza veruna attenuazione o abbellimento della stessa, che ci si renda conto altresì che l’Ascesi non può più essere episodica, improvvisata, approssimativa, fiacca e sfrangiata. Tale urgenza esige che SI AMI l’Ascesi del Pensiero, SI AMI la Concentrazione, realizzando la consacrazione progressiva della totalità delle forze dell’anima all’impresa spirituale: a questa impresa spirituale della redenzione del pensiero, della resurrezione del conoscere dal cadavere della morta ed esangue riflessità. L’intuizione della unicità della Via del Pensiero e della Concentrazione, della sua efficacia, della sua assoluta necessità, può diventare l’esperienza della potenza trasfiguratrice di tale idea intuita: può diventare consacrazione della volontà alla più audace impresa spirituale, quella meno sentimentale, tuttavia quella concretamente trasformatrice dell’uomo e del mondo: la realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, la cui «vuota» essenzialità è obbiettiva forza d’Amore.

L'ARCHETIPO – OTTOBRE 2014

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 68

Socialità
O. Tufelli Virus

Poesia
F. Di Lieto Foglie

Testimonianze
F. Giovi Ancora sul “Tratado”

AcCORdo
M. Scaligero Inverare ciò che è già reale

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Carta bianca

Inviato speciale
A. di Furia Una sconvolgente eruzione… cutanea

Antroposofia
R. Steiner Dell’arte oratoria

Pubblicazioni
A. di Furia Inviato speciale – La cerchiatura del quadrato

Musica
Serenella L’ABC della musica

Spiritualità
R. Steiner La conoscenza dello Spirito, fonte suprema…

Scienza e coscienza
M. Marinelli Il sorprendente DNA “spazzatura”

Il racconto
F. Di Lieto Lo scettro di canna

La conferenza
A. Lombroni Le voci dello Spirito

Costume
Il cronista Ragione e sentimento

Redazione
La posta dei lettori

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E. Tolliani Dendera

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